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E non solo mi deste all’opera conforto, ma voleste ancora +essere a parte delle mie fatiche, giovandomi col consiglio, ogni qual +volta il testo russo mi riesciva troppo oscuro e difficile. Bene +è dunque ragione che in segno di gratitudine io iscriva in fronte +a questo volumetto il Vostro illustre nome, ormai per sempre unito +nel mio cuore al nome del principe Viasemschi, il quale, allorchè, +nell’anno 1842, io visitai San Pietroburgo, si compiacque di darmi la +prima idea di quei poemi, traducendomene a voce i più stupendi passi._ + +_Spero che questo libricciuolo vi sarà caro e per l’omaggio reso al +sommo poeta russo, e perchè queste pagine forse ridesteranno in voi +la rimembranza dei giorni passati in riva all’Arno, nella città dei +fiori._ + +_Credetemi intanto, Principe_, + + _di Vostra Altezza_, + + Umil. servo, affezion. amico + + =Luigi Delâtre=. + +_Firenze, a dì 20 di giugno 1856._ + + + + +CENNI + +INTORNO ALLA VITA DI ALESSANDRO PUSCHIN. + + +Alessandro Puschin[1] nacque in Mosca a dì 26 di maggio dell’anno +1799. Suo padre apparteneva a un’antica famiglia patrizia; sua madre +discendeva da un negro africano che rapito dal natío paese in età +di otto anni, fu condotto a Costantinopoli, esposto nel bazar delli +schiavi e venduto all’ambasciadore di Russia, il quale lo mandò in +regalo come _oggetto di curiosità_ (diceva egli), allo Zar[2] Pietro +il Grande. Questi lo fece battezzare, poi lo istituì suo paggio. Ma +accortosi del singolare ingegno del fanciullo, lo inviò a Parigi, +ove volle che gli fosse data una educazione liberale estesissima. +_Hanibal_, così chiamavasi il giovine moro, manifestò gran disposizione +per le scienze matematiche. Escito di collegio, entrò nell’esercito +francese, prese parte alla guerra di Spagna, fu ferito, e tornò in +Russia. Pietro gli conferì il grado di luogotenente. Nel 1727, Hanibal +fu confinato in Siberia per aver offeso Menscicoff, che governava +despoticamente in nome del piccolo Pietro II. Nel 1743, l’imperatrice +Elisabetta lo richiamò dall’esilio, lo insignì di vari titoli, e +finalmente lo nominò generalissimo. Suo figlio maggiore, Giuseppe +Hanibal, menò vita agitatissima; ripudiò la prima moglie, ne sposò +un’altra mediante una falsa fede di decesso; ma accusato di bigamia dal +proprio fratello, venne condannato ad assegnare un’annua pensione alla +prima moglie Maria, madre di Nadege, la quale nell’anno 1797, sposò +Sergio Puschin, e lo rese padre del nostro poeta. + +Alessandro portava i segni di questa origine mezza slava, mezza +africana. Aveva carnagione olivastra, naso alquanto schiacciato, narici +rilevate e mobili, capelli ruvidi e naturalmente crespi, occhi d’un +colore cupo indeciso. Focoso, impaziente, appassionato, si lasciava +facilmente trasportare dallo sdegno; i suoi accessi di furore eran +tremendi, ma duravan poco tempo, e tosto egli se ne pentiva e se ne +scusava dicendo: «Non è mia la colpa; è quel diabolico sangue africano +che mi fa impazzare.» Ciò non ostante, egli adorava sua madre, e +rispettava altamente il suo zio materno Giovanni.[3] + +Il padre di Puschin era uno di quei gentiluomini dei quali Caterina +II diceva: «Questi signori sanno il loro Molière a menadito.» Aveva +belle maniere, vestiva con gusto, rispondeva con brio, amava la cucina +francese e la letteratura francese. Diede a suo figlio per precettore +un emigrato parigino, il conte di Montfort, versatissimo nelle lettere, +nella musica e nella pittura. Forse appunto per questa sua varietà +di cognizioni il conte si occupava pochissimo del suo allievo, il +quale, abbandonato a sè stesso, profittava della libertà concessagli, +per introdursi di soppiatto nella biblioteca di suo padre e passarvi +talvolta notti intere a leggere ogni specie di libri. Ma siccome la +maggior parte dei libri che la componevano erano francesi, il giovine +Puschin fu, sin dai più teneri anni, imbevuto di idee francesi. In +età di undici anni già conosceva tutti i classici di quella nazione, e +incominciava a scrivere in quella lingua. Lo dilettavano specialmente +le commedie di Molière, e s’ingegnava ad imitarle in piccole farse +che egli rappresentava davanti a sua sorella, sopra un teatrino da +lui fabbricato. Puschin era a un tempo stesso autore e attore; la +sorellina faceva da pubblico. Una volta recitò uno schermo intitolato +_L’escamoteur_. Il pubblico fischiò. L’autore si consolò dettando +contro sè stesso il seguente epigramma: + + Dis-moi, pourquoi L’_Escamoteur_ + Est-il sifflé par le parterre? + Hélas! c’est que le pauvre auteur + L’escamota de Molière. + +Qui noteremo di passo, che anche l’illustre Gœthe ebbe una educazione +tutta francese, e che appena giunto all’età di nove anni scrisse una +commediola francese che fu il suo primo saggio letterario. L’autore +del _Misogallo_, Vittorio Alfieri, trovossi appresso a poco nelle +stesse circostanze; e la lingua francese gli era sì familiare, che in +essa abbozzava le sue tragedie prima di verseggiarle in italiano, come +attestano i manoscritti suoi depositati nella Biblioteca Laurenziana di +Firenze. + +Questa funesta predilezione per una lingua straniera, avrebbe forse +privato la Russia di un gran poeta, se la fortuna non avesse posto +argine al male, scegliendo per istrumento delle sue volontà una umile +serva, la balia di Puschin nominata Irene Radionovna, la quale ridestò +nel suo allievo l’amore del patrio idioma. Se egli gallicizzava il +giorno con suo padre e coi maestri, la sera ridiveniva russo colla +sua balia, che gli narrava in un linguaggio pittoresco, energico e +leggiadro, mille istorie e tradizioni popolari, alcune delle quali +egli, più tardi, trattò in verso. + +Quando arrivò all’età di dodici anni, entrò al Liceo di Zárscoie-Seló, +fondato dall’imperatore Alessandro I. Quell’educazione collettiva +regolare e monotona, quella disciplina rigida e cavillosa, stettero +quasi per soffocare i germi dell’ingegno di Puschin. I professori +malcontenti non davano di lui se non ragguagli sfavorevoli. Uno di +essi, il signor Cunizin, così si esprimeva riguardo a Puschin, in un +suo rapporto: + +«L’allievo Alessandro Puschin ha intendimento e perspicacità, ma manca +di applicazione. Non è capace d’occuparsi che di oggetti futili; quindi +fa pochi progressi negli studi, e men che in altro, nella logica.» + +Probabilmente, nel redigere questo certificato di futilità, il +professore Cunizin pensava ai versi che già Puschin dettava, e che +facevano le delizie di tutti i suoi condiscepoli. Alcuni di codesti +saggi capitarono fra mano al celebre poeta Giucovschi traduttore +dell’Ariosto, di Wieland e d’Omero: meravigliato della grazia che +osservò in quelli, indirizzò una epistola all’autore, e gli offrì +in dono uno dei suoi volumi. Puschin, giustamente superbo di tali +distinzioni, scrisse sopra una pagina del suo giornale: «Giucovschi +mi ha regalato una sua opera!!!» Questo dono fece epoca nella vita del +giovine alunno delle Muse. + +Nell’anno 1815, scrisse, in occasione della distribuzione dei premii, +un poemetto intitolato: _Rimembranze di Zárscoie-Seló_. Fu letto +pubblicamente nell’adunanza solenne alla quale assisteva il venerabile +Dergiavin, lirico celeberrimo, autore dell’inno _A Dio_, che trovasi +tradotto in tutte le lingue colte d’Europa. Il conte Rapumovschi +avendo chiesto se Puschin che scriveva tanto bene in verso, saprebbe +scrivere egualmente bene in prosa, Dergiavin pose la destra sul capo +del fanciullo, esclamando: «È nato poeta; sarà assai più utile; non lo +distogliamo dalla sua vocazione.« + +Durante il suo soggiorno nel Liceo, vale a dire dal 1812 al 1817, +Alessandro Puschin produsse più di cento venti lavori poetici, e +incominciò il poema di _Ruslano e Liudmila_, che compì nel 1818, e +diede alle stampe nel 1820. Questo poema, cavato dalle tradizioni +popolari slave, non incontrò l’esito che poteva aspettare l’autore, +e suscitò critiche acerbe e violenti, sebbene fosse il primo poema +in lingua russa che sostenesse la lettura. Fino allora _poema_ e +_seccatura_ erano stati sinonimi. + +Imbevuto delle dottrine liberali di Voltaire e di Rousseau, Alessandro +Puschin non era un suddito molto rispettoso ed obediente, e ardiva non +di rado biasimare gli atti del governo. Tale intemperanza di lingua fu +cagione che l’imperatore lo mandò in bando nella Russia meridionale, +verso l’anno 1820. Questo viaggio forzato non fu sterile per le +lettere. + +La prima città ove abitò fu Chiceneff. Ivi stava sotto la guardia +del generale Inzoff, il quale diceva che gli costava meno fatica il +governare una provincia, che il sorvegliare un poeta. «Dapprima, diceva +egli, mi toccava avergli sempre gli occhi addosso: ogni giorno qualche +scapestraggine, qualche pazzia cui bisognava rimediare. Quando era +troppo indocile lo mettevo in arresto, e ponevo una sentinella alla sua +porta; ma egli scappava per la finestra.... E allora chi gli correva +dietro?» + +Il generale Inzoff gli permise di fare una gita nella regione del +Caucaso. Ivi il suo ingegno cambiò indole e natura. «Io divengo +malvagio, scriveva a un suo amico, o piuttosto, io divengo buono, +poichè mi stacco dalle cose di questo mondo. Aspettatevi a qualche +produzione _byroniana_.» + +E tenne parola, componendo in quei deserti _Il prigioniero del +Caucaso_, e il primo canto di _Eugenio Anieghin_. + +L’astro di Byron era allora nel suo meriggio, ed eclissava tutti gli +altri luminari del Parnaso. Puschin, rischiarato da quello, vide le +cose sotto un nuovo aspetto, e trovò nuovi colori per descriverle. +Così, mentre il genio di Byron inspirava Lamartine in Francia, si +suscitava un emulo e quasi un fratello in Russia. + +Nel 1822, Puschin lasciò Chiceneff senza avvertire nè il governatore, +nè alcuno dei suoi conoscenti e amici. Il generale e tutti gli abitanti +stavano in una mortale inquietezza. Tutti domandavano: «Dov’è? Perchè è +partito? Che gli sarà successo?» + +Frattanto, il poeta fuggitivo si dirigeva verso i confini dell’impero +in compagnia di.... Chi lo crederebbe? di una truppa di zingari +erranti. La cronaca scandalosa di quel tempo attribuisce ai soavi +sguardi, al dolce sorriso, alle belle forme della zingarella _Mariola_, +la disparizione del poeta. + +Tornato a Chiceneff, dovè passare alcuni giorni in prigione, durante i +quali imaginò e schizzò il suo poema delli _Zingari_. Ma non lo terminò +che nel 1824, perchè già egli sentiva la necessità di maturar meglio i +suoi lavori. + +Percorse anche la Crimea, e fra le città che visitò, più d’ogni +altra lo dilettò Bakcisarai, antica residenza dei _khan_ tartari, +dei quali tuttora esiste il palazzo costruito nel più ricco stile +dell’architettura moresca. Queste rovine gli suggeriron l’idea del suo +poema intitolato la _Fontana di Bakcisarai_. + +Nel 1824, cessato il suo esilio nella Russia meridionale, egli si recò +al suo castello di Micailovschi (nel governo di Pscoff). Vi rimase fino +al mese di settembre del 1826. Non gli era ancora permesso di abitare +Mosca nè San Pietroburgo; tal divieto fu levato dall’imperatore Nicolò, +nel giorno del suo incoronamento. + +Dalla villa di Micailovschi, così scriveva Puschin ad un amico: «_J’ai +jeté ma gourme_ nelle provincie meridionali dell’impero. Reduce nel +_Castel natio_ (sic) mi son trovato solo a solo con me stesso in faccia +all’elemento russo schietto schietto. Mio padre e la sua comitiva +francese sono altrove. Finalmente sto in balía della solitudine, quella +tremenda donna che foggia a modo suo gli spiriti a lei affidati. Per +forza ho dovuto spogliare il vecchio uomo, raccogliermi in me stesso e +meditare.» + +Nei primi tempi del suo soggiorno a Micailovschi, Puschin parve aver +affatto rinunziato alle sue follie giovanili. Stava quasi sempre +solo, studiava molto, lavorava moltissimo, e passava le serate colla +sua vecchia balia Irene Radionovna, di cui abbiamo già parlato. Egli +diceva che la buona Irene aveva rifatto la di lui educazione aprendogli +l’adito al mondo fantastico dei racconti popolari, e che ad essa andava +debitore della sua cognizione degli usi e delle tradizioni nazionali. + +Oltre a queste lezioni private nel proprio domicilio, egli ne prendeva +anche delle pubbliche per le piazze e per le campagne. Spesse volte +s’insinuava fra i contadini, frequentava le taverne, ad oggetto di +cogliere a volo le locuzioni, gli idiotismi che egli dichiarava _tout +parfumés d’une odeur de terroir_. Un giorno entrò in un salotto di +Pscoff travestito da _mugìc_ (ossia contadino russo). Fu dileggiato +molto per quella bizzarria; ma sarebbe stato ammirato invece, se si +fosse saputo che egli in tal modo si poneva in grado di osservar +dappresso i costumi popolari. Egli allora preparava il suo dramma +di _Boris Gadunoff_, nel quale voleva, secondo la sua espressione, +riprodurre _les traits vivants_ della nazione russa. + +«Non v’è cosa inutile in natura (dic’egli in una sua lettera); ogni +cosa concorre all’armonia universale. Il linguaggio del più oscuro +_mugìc_, le sue consuetudini e fino al suo _tulup_ (pelliccia) son +cose degne della penna d’un poeta; soltanto bisogna saperne parlare in +tempo opportuno. Anche le scene popolari e le rozze beffe della plebe +appartengono al dominio della poesia. Il poeta non deve mai scendere +alla trivialità per gusto e per elezione; deve evitare quanto più +può lo stile plateale; ma quando non può fare altrimenti, deve con +risoluzione tentar l’impresa....» + +«Racine, scrisse Puschin in un’altra occasione, è grande per la +precisione, la purezza e l’armonia del verso. Ma il disegno e i +caratteri della sua _Fedra_ sono il colmo della sciocchezza.[4] La +verosimiglianza delle situazioni è la miglior regola per un poeta +tragico. Non ho letto nè Calderon, nè Lopez de Vega; ma che genio è +quel Shakespeare! Mi fa trasecolare! Quanto le tragedie di Byron sono +meschine accanto a quelle di Shakespeare!... + +«I poeti, subito che hanno concepito un personaggio, voglion +assolutamente che tutto ciò che dice porti l’impronta del suo +carattere, come vediamo nei pedanti e nei marinai dei romanzi di +Fielding. Se un cospiratore ha sete e chiede un bicchier d’acqua, +bisogna che pronunzi quelle parole in un tono che sappia di +cospirazione. Assioma assurdo! Shakespeare non teme di compromettere i +suoi personaggi: li fa parlare con tutta la naturalezza, la semplicità +degli uomini comuni, perchè sa sempre, quando l’azione lo esiga, metter +loro in bocca un linguaggio adattato alla situazione.» + +Il dramma di _Boris Gadunoff_, bagnato di tanti sudori, non ebbe quel +successo che il poeta presagiva. Ma in ricompensa, gli ultimi canti +di _Eugenio Anieghin_ fecero furore. Cominciato nel 1825, e terminato +nel 1832, questo poema viene stimato il più bel parto della musa di +Puschin. Nei due primi canti si biasimò l’imitazione un po’ servile +del _Don Juan_ di Byron, e quel personalismo che valse tante censure al +bardo inglese. Ma nei canti seguenti, il poeta introdusse pitture così +fedeli della società russa, osservazioni così giuste e fine sulle idee +e sui vizi del secolo, che si conciliò l’ammirazione generale. + +A dì 3 settembre del 1826, come più sopra accennammo, Puschin +ottenne il permesso di tornare a Mosca. Giunto in questa capitale, +fu presentato all’imperatore Nicolò che gli fece una gentilissima +accoglienza e gli disse tralle altre cose: «Uno scrittore dotato di +eminenti facoltà mentali deve applicare il suo ingegno a tramandare ai +posteri le virtù del proprio paese.» + +Tutto quell’anno passò in feste e in banchetti. Ognuno voleva vedere +e udire il gran poeta, le cui opere godevano di sì alta fama. Non +trovò un solo istante per lavorare. «Da molto tempo in qua, scriveva, +non impugno più la penna, perchè troppe mani mi conviene stringere, e +troppi mazzetti di fiori offrire. Frattanto m’inebrio, non già di vino, +ma di soavi sguardi, e di quel fumo di gloria che poi non è mica così +acre come i poeti voglion far credere.» + +Nel 1827, Puschin tornò a San Pietroburgo, e si diede a una operosità +instancabile. «Mi pagano, scriveva, _un ducato_ ogni verso che mi +sfugge dalla penna.» Questa asserzione, che è esattissima, egli +ripeteva con una certa vanità, e pretendeva far credere che non +componeva se non per guadagnar danaro. Lo che però non è vero, giacchè +fu appunto allora che egli si accinse a scrivere in prosa. «Conviene, +diceva, accrescere il numero di quei che leggono; e per raggiunger tale +scopo bisogna che coloro che scrivono adoprino la forma più accessibile +al popolo, cioè la prosa.» + +Il suo primo frutto in questo genere, fu una novella intitolata: _Il +negro di Pietro il Grande._ Poi pubblicò cinque altre novelle sotto +lo pseudonimo di Bielchin; poi la _Dama di picche_ e la _Figlia del +capitano_. + +Nel 1829, messe in luce il poema di _Pultava_, tratto dalla istoria +russa. Lo scrisse in uno stile più purgato, più energico di quanto +aveva scritto fino allora. Nondimeno il pubblico gustò poco questo +nuovo capo-lavoro. Puschin provò molta afflizione di tale smacco. +Per qualche tempo tenne broncio, poi si ritirò nella sua villa di +Micailovschi. Lì si dilettò assai in vedere l’effetto che produceva +tra quei buoni campagnoli. «Son divenuto l’oggetto della curiosità +generale, dice in una sua lettera; _Munito_[5] non ecciterebbe maggiore +attenzione. Quell’originale di N. N. ha fatto credere a un branco +di bambini, i quali domandavano che cosa fosse il Puschin, esser io +un fantoccio di zucchero da dividersi in tanti pezzi al _dessert_. I +bambini vennero colla speranza di mangiarmi a modo di confetto.» + +Puschin voleva svincolare la letteratura russa dalla imitazione +straniera, e dal così detto stile classico. I numerosi fautori di +questa scuola non gli potevano perdonare tale audacia, e gli mossero +aspra guerra. Avvezzi a quell’antica schiavitù, rifiutavano la libertà +che veniva loro offerta. Così i cani nati fra i ceppi amano le loro +catene, e s’avventano con furore contro chiunque tenti di spezzarle. +Simil sorte attende tutti i novatori, tutti coloro che dicono alle +vili turbe: «Il giaciglio ove state è buio ed insalubre; venite +fuori all’aria aperta e pura, al chiaro sole!» La gente li respinge a +sassate. Vuol marcire nel covile in cui marcirono i suoi padri, e in +quello vuole che marciscano i suoi figli. + +Si pubblicavano in San Pietroburgo molti giornali, alcuni dei quali +pagarono al gran poeta il debito tributo di lode, ma i più, fosse +ignoranza, fosse gelosia, lo criticarono e insultarono in modo sì +sconcio e villano, che peggio non si poteva trattare un malfattore. +Puschin, da vero gentiluomo e da vero letterato, non si degnò mai di +rispondere alle contumelie di quella inetta ciurmaglia; nè forse mai +gettò la vista su quei fogli schifosi, i cui insulti onorano, perchè +dettati dall’invidia, e le cui lodi contaminano, perchè sempre sospette +di venalità. + +Gli amici di Puschin però menarono sì gran rumore di quelle inique e +incessanti aggressioni, che alla fine egli medesimo non potè a meno di +accorarsene; mentre avrebbe dovuto andarne superbo, poichè il biasimo +ingiusto è un omaggio che la stoltezza rende alla virtù; e, come dice +Schiller, + + Das unrecht leiden schmeichelt grosse seelen. + +Verso il mese di marzo dello stesso anno 1829, sparve subitamente senza +far parola a nessuno, e qualche settimana dopo la sua partenza, si +intese con stupore che il gran poeta erasi trasferito all’esercito del +Caucaso. Ognuno fece le sue congetture intorno a questo inaspettato +viaggio; i più crederono che Puschin fosse ito a cercar nuove +ispirazioni in quelle contrade longinque, dalle quali doveva tornare +(dicevano) con un’ampia mèsse di nuovi poemi. Ma lo scopo suo non era +precisamente tale, giacchè in una sua lettera di quel tempo trovasi +questo passo: + +«Io ho veduto il popolano russo maneggiare la zappa: voglio vederlo +maneggiare lo schioppo.» + +L’esercito marciava allora verso l’Armenia sotto il comando del conte +Paschievice; Puschin ottenne dal generale il permesso di fare quella +campagna in qualità di volontario. + +«Je suis, scrive Puschin, le seul pékin dans le camp; aussi nos soldats +(de fameux durs à cuire, par parenthèse) me prennent pour un prêtre +luthérien, ce qui ne contribue pas à me mettre en bonne odeur auprès de +leurs orthodoxies.» + +Assistè all’assedio e alla presa di Cars e di Erzerum; fece varie +escursioni nelle provincie circostanti; quindi tornò a San Pietroburgo, +non già con un pacco di versi, come pretendevano i prognosticanti, ma +con l’animo più sereno e più placido di quando era partito. + +Nel 1830, il barone Delvig suo amico fondò la _Gazzetta letteraria_. +Puschin cooperò a questa pubblicazione, e in essa comparve come +prosatore non più pseudonimo, inserendovi articoli di critica, i quali +però non sembrarono degni della sua alta riputazione. + +Fralle sue carte di questa epoca si sono rinvenute alcune note scritte +col lapis, due delle quali riporteremo nella lingua in cui furono +estese, per saggio del suo stile nella sua seconda lingua materna. + +«Depuis quelque temps l’on commence à parler beaucoup de nationalité à +propos de littérature, et l’on se plaint de l’absence de cet élément +indispensable. Mais nul encore n’a songé à en faire une définition +rationnelle. Les uns prétendent que la nationalité en fait de +littérature, ou plutôt le _popularisme_ dans la bonne acception du mot, +consiste dans le choix des sujets tirés exclusivement de l’histoire +du pays. D’autres la voient dans les mots, les tours de phrase, les +expressions, c’est-à-dire qu’ils se réjouissent d’entendre parler le +russe perdes Russes! Singulière découverte! + +»Le mérite du caractère national dans un écrivain ne peut être +complètement apprécié que par ses compatriotes; pour les étrangers +ce mérite n’existe pas, et peut même leur paraître un défaut et non +une qualité. Un critique allemand se moque de la politesse outrée +des héros de Racine; un français sourit en voyant la provocation +brutale de Carion dans Caldéron.... Et pourtant tout cela porte le +cachet national. Il y a une foule de traditions, d’usages, d’idées +et même de sentiments qui appartiennent exclusivement à tel ou tel +peuple. Le climat, le genre de vie, la religion, donnent à chaque +peuple une physionomie qui lui est propre, et cette physionomie doit +nécessairement se refléter plus on moins dans la poésie en Russie....» + +Qui finisce questa annotazione che ci rivela alcuni principii di +Puschin in materia poetica. L’altra che abbiamo promesso di citare è +politica. + +«.... La grande époque de la renaissance n’eut aucune influence sur la +Russie. La secousse salutaire imprimée par les croisades n’exerça pas +de réaction sur nos mœurs. Mais, en revanche, la Russie avait une haute +prédestination.... Ses plaines immenses engloutirent les forces des +Mongols, et arrêtèrent les barbares aux confins extrêmes de l’Europe. +Les Mongols n’osèrent s’aventurer plus loin, en laissant derrière eux +la Russie, toute vaincue qu’elle était.» + +Sin dall’anno 1828, Puschin aveva conosciuta in Mosca la signorina +Natalia Ganceroff, la cui bellezza veramente straordinaria colpiva +tutti d’ammirazione. Un poeta non poteva essere insensibile a tante +attrattive. Puschin ne fu vivamente commosso. + +Nel 1830, la corte si trasportò a Mosca. La presenza dell’imperial +famiglia diede luogo a conviti, a feste di ballo, nelle quali spiccò +quasi sola la bellezza di Natalia Ganceroff. Tutti ne parlavano con +maraviglia. La fama di quel trionfo giunse alli orecchi di Puschin, +il quale trovavasi allora in San Pietroburgo. Lasciò immantinente +quella capitale e si recò a Mosca. Chi può sapere che sentimento +s’impadronisse di lui in quel frangente, se l’amore, la gelosia o la +vanità? Comunque sia, a’ dì 21 di aprile di quell’anno, Puschin chiese +in isposa _la bella delle belle_, come egli la chiamava, e in quello +stesso giorno essa gli veniva concessa. + +«Je voulais me livrer cette année-ci» dice egli ad un amico, «à des +études philologiques, et me voilà dans la psychologie jusqu’au cou. +J’étudie la _carte de Tendre_, et je file le parfait amour, ce qui +prouve que l’homme propose et que la femme dispose!» + +Dopo tre mesi di corteggiamento, Puschin lasciò Mosca per andar a +prender possesso della villa di Boldino che gli era offerta in dono +dalla sua famiglia in occasione del suo futuro matrimonio. Vi rimase +quattro mesi, durante i quali mise in ordine le sue poesie, e ne +compose alcune nuove. + +Il colera frattanto infieriva in Mosca ove stava la sua giovine sposa. +Puschin non si mosse da Boldino. Si scusò dicendo che non era possibile +di traversare i cordoni sanitari. Ma la verità si è che la Musa +esercitava ancora un grande impero sul cuore di Puschin, e che egli era +più idoneo alla vita celibe che alla vita coniugale. + +Le nozze furono celebrate in Mosca il dì 8 febbraio dell’anno 1831. +Un mese dopo, i nuovi sposi si domiciliavano a Zárscoie-Seló, e quivi +incominciò Puschin a sentire le noie e i tormenti del matrimonio. Nelle +sue lettere si lagna del suo nuovo stato, e in particolare della spesa +enorme cui lo astringe. + +«Fais-moi savoir, de grâce,» scrive ad un amico «quelle est la quantité +de viande nécessaire pour la nourriture de deux êtres humains dont +l’un est un peu de la race des Péris (sua moglie), et l’autre très +peu mangeur de sa nature. Mon Vatel[6] consomme des quartiers de bœuf +capables d’alimenter l’estomac de plusieurs Gargantuas. Tu me feras +plaisir en m’apprenant aussi quelle est à peu près la quantité de sucre +que peut consommer un modeste ménage. Madame ma sommelière prétend +qu’il lui en faut une livre et demie pour les jours ordinaires, et +autant, je crois, en plus pour les jours extraordinaires. J’engage ma +belle Péri à meure sous clef thé et sucre, mais elle affirme qu’elle +a bien assez de tenir sous clef ma personne. Je fais le gros dos à +ce propos. Ici à Tsarsoe-Sélo je ne tiens pas équipage, et pourtant +l’argent coule comme une fontaine: que sera-ce donc, mon Dieu! quand +les quadrupèdes viendront se joindre aux bipèdes, pour manger au +ratelier du poète?» + +Qualche tempo dopo gli era assegnato un impiego di cinque mila rubli +all’anno, colla facoltà di consultare gli archivi di Stato. Puschin si +valse di questo permesso per raccogliere i materiali ad una istoria di +Pietro il Grande, di cui però non lasciò se non brevissimi squarci. + +Nello stesso luogo dimorava il poeta Giucovschi, già mentovato più +sopra, col quale Puschin contrasse una amicizia la quale non dovea +cessare che colla vita. + +Un altro intimo amico di Puschin, il barone Delvig, di cui fu già +parlato, editore della _Gazzetta letteraria_ e dei _Fiori del Norte_, +morì il dì 14 di gennaio del 1831. Questa perdita immerse Puschin nella +più profonda disperazione. Fra i molti ricordi che consacrò a Delvig, +troviamo il seguente in una lettera: + +«J’ai connu Delvig au Lycée. Je fus témoin, le premier, de l’indicible +développement de son âme poétique... Je lisais avec lui Derjavine +et Joukovsky. Je m’entretenais avec lui de tout ce qui agite l’âme, +de tout ce qui remue le cœur. Sa vie est riche non en évènements +romanesques, mais en beaux sentiments, en confiance et en bon sens +lumineux.» + +L’anno seguente, Puschin continuò i _Fiori del Norte_, a profitto +della famiglia di Delvig, e vi inserì varie sue piccole poesie. Nel +1832, pubblicò un altro volume di quella raccolta, e fu l’ultimo. Nello +stesso anno si diede con impegno allo studio dei documenti per la vita +di Pietro il Grande. Le memorie relative al ribelle Pugacceff destarono +in lui una sì viva curiosità, che determinò di trattare separatamente +l’istoria di quella insurrezione, e tosto pose mano all’opera. Volendo +poi dare al suo lavoro quel colorito di verità che risulta dalla +perfetta cognizione non solo del carattere dei personaggi, ma bensì del +teatro degli eventi, si trasferì, nel 1833, nella Russia orientale per +visitare i luoghi illustrati dalle lotte e dalla sconfitta del famoso +settario. La monografia della ribellione di Pugacceff comparve nel +1834. + +Nel 1836, Puschin fu nominato gentiluomo di camera dello Zar Nicolò; +ma la perdita di sua madre, succeduta poco dopo, gli amareggiò tal +piacere. Accompagnò quella sacra spoglia al cimitero di Sviatogorschi, +e, quasi presago della propria prossima fine, egli segnò, accanto alla +fossa della cara genitrice, il posto ove voleva essere seppellito. + +Tutti i biografi stendono un velo sulle cause della morte di Puschin. +Ci è dunque forza imitare in parte il loro silenzio. Ci contenteremo +di notare che Puschin, a dritto o a torto, credendosi tradito dalla +consorte, sfidò in duello colui ch’egli sospettava d’avergli rapito +l’onore, e in quel duello ricevè una insanabile ferita. Trasportato +nella sua dimora, visse ancora due giorni in mezzo ad atroci torture. + +Il poeta Giucovschi, testimone degli ultimi momenti di Puschin, +ne scrisse una narrazione circostanziata, di cui riferiremo la +conclusione. + +«La mattina del 27 (gennaio 1837), disse al dottore Spaschi: «Mia +moglie! chiamate mia moglie!» Poi volle vedere i figli. Dormivano; +gli furono arrecati mezzo immersi nel sonno. Li guardò l’un dopo +l’altro con attenzione e in silenzio; pose loro la destra sul capo, li +benedisse, e accennò che si riportassero via. «Chi è qui?» domandò poi. +Gli fu risposto: «Viasemschi e Giucovschi...» — «Fateli approssimare,» +sclamò con voce bassa e fioca, Io presi la sua mano e la baciai, +ma non potei far parola, e mi allontanai. Mi richiamò a sè: «Di’ +all’imperatore» soggiunse, «che mi rincresce di morire; che sarei stato +tutto suo. Digli che gli auguro un lungo regno, e che bramo sia sempre +contento di suo figlio, contento della Russia!» Poi disse addio al +principe Viasemschi. Il conte Vielhorschi s’avvicinò allora, e Puschin +gli strinse la mano. Sentiva la morte accorrere a gran passi; si +affrettava di prender commiato dagli amici. Si tastò il polso, e disse: +«La morte s’appressa....» + +»Allorchè si sparse per la città la notizia che Puschin stava in +pericolo di morte, l’anticamera dell’appartamento si empì di gente. +Era un flusso e riflusso continuo di persone d’ogni ceto che venivano +ad informarsi dello stato di salute del gran poeta. Chi non poteva +venire da per sè, mandava il servitore. Regnava una afflizione, un +lutto generale nella città. Tutti prendevano una parte sincera al +nostro cordoglio, e molti ne piangevano. Nè gli stranieri domiciliati +in San Pietroburgo manifestarono meno simpatia dei Russi medesimi. In +noi era naturale l’angoscia; ma essi come mai la dividevano? È facile +la risposta. Tutti gli animi cólti son concordi in ammirare l’ingegno, +e quando lascia questa terra anzi tempo, tutti lo piangono come un +fratello diletto. Puschin non apparteneva alla Russia sola, ma al mondo +intero; quindi è che tanti forestieri deploravano la sua precoce fine, +con rammarico eguale al nostro. + +»Puschin mandò il dottor Dal a confortar sua moglie, sebbene egli +stesso non avesse più nessuna speranza. Una volta domandò a Dal: «Che +ora è?» Poi soggiunse: «Quanto tempo.... dovrò ancora.... soffrire!... +Oh! per pietà.... più presto....» E ripeteva sovente: «Finirà in +breve?... più presto per pietà!...» Ma in totale tollerò i suoi +patimenti con una rassegnazione mirabile. Quando li spasimi divenivano +troppo acuti, si torceva le mani, e mandava un sospiro, ma così basso +che appena si poteva udire. «Ti convien soffrire molto, amico,» diceva +Dal; «ma non trattenere i sospiri; ti faranno bene.» — «No,» replicava +Puschin interrompendolo; «non voglio.... gemere.... mia moglie.... mi +sentirebbe.... non voglio lasciarmi vincere.... dal dolore....» + +»Escii alle cinque della mattina, e tornai due ore dopo. Sembrandomi +che avesse passato la notte con bastante calma, io sperava di trovarlo +migliorato. Ma quando arrivai fui crudelmente disingannato. Arendt +(altro amico di Puschin) mi assicurò che non compirebbe la giornata. Di +fatto, il polso s’affievoliva di minuto in minuto; le mani divenivano +fredde. Teneva gli occhi chiusi; di quando in quando alzava la +destra per prendere del ghiaccio e fregarsene la fronte. Verso le due +pomeridiane aprì li occhi, e domandò della conserva di lamponi. Gliene +recarono una tazza. «Chiamate mia moglie,» sclamò con voce sonora; +«ditele che mi faccia mangiare.» Essa venne, si pose ginocchioni a +capo del letto, gli porse una cucchiaiata di conserva, e appoggiò la +sua fronte su quella del moribondo. Puschin l’accarezzò dicendo: «Via, +via, non sarà nulla; sto meglio, grazie a Dio; ritirati.» La quiete con +che parlò, illuse la povera donna che si allontanò raggiante di gioia. +«Ora,» disse al dottore Spaschi, «sta meglio.» In quel punto cominciava +l’agonia. Eravamo tre intorno al letto: Vielhorschi, Turghenieff ed io. +Dal mi disse all’orecchio: «Egli si spenge.» Con tutto ciò, serbava +ogni sua facoltà intellettuale. Una volta stese la mano a Dal, e +gliela strinse dicendo: «Alzami; più su;... più su....» Dal lo prese +per le spalle, e lo tenne alzato; allora aprì gli occhi; rasserenò il +sembiante e gridò: «Ho finito di vivere!» E lo ripetè, soggiungendo: +«Non posso respirare; mi sento soffocare!» Furono queste le sue parole +estreme. Tenevo lo sguardo fisso sopra di lui, e osservai che gli si +gonfiava il petto. Volevo cogliere il suo ultimo sospiro sulle sue +labbra; ma mi sfuggì. Puschin pareva dormire, ed era passato di vita +senza che ce ne accorgessimo. Scorsero due minuti di profondo silenzio, +dopo i quali chiesi: «Come sta?» — «È spento,» rispose Dal. + +»Erano le due e tre quarti pomeridiane del giorno 29 di gennaio.... +Fortunatamente pensai a far modellare in gesso il suo volto. I +lineamenti non erano cangiati. L’espressione della fisionomia non era +quella del dolore, ma bensì d’un sonno placido e felice. Quel giorno +andai a desinare dal conte Vielhorschi, nella cui casa trovavansi +tutti coloro che avevano assistito agli ultimi momenti di Puschin. +Puschin stesso era stato invitato a quel pranzo, ordinato dal conte +per celebrare l’anniversario della mia nascita. La seguente mattina, +collocammo il corpo del poeta nel feretro, nel quale rimase esposto per +ventiquattro ore. Più di dieci mila persone vennero a visitarlo: alcune +lacrimavano; altre si fermavano estatiche a contemplarlo. Quella fredda +immobilità da una parte, quella confusa agitazione dall’altra, quelle +preghiere, quei lamenti in mezzo a quel tumulto, formavano un contrasto +singolare, ed istillavano nel cuore una dolce e misteriosa melancolia. +Il dì primo di febbraio, il corpo fu condotto alla chiesa delle +Scuderie Imperiali, nella quale ebbe luogo la funzione funebre. I più +illustri personaggi della capitale, e molti ambasciadori delle potenze +estere, vollero essere presenti. Il terzo giorno ci adunammo per +l’ultima volta intorno a quelle care reliquie; fu cantato l’offizio; fu +deposto il feretro in una slitta che partì a mezza notte. La seguii per +qualche tempo cogli occhi al lume di luna; poi svoltò una cantonata, e +persi di vista per sempre tutto quello che in Puschin era terrestre. + +»La slitta attraversò il borgo di Micailoschi, e passò davanti alla +piccola villa di Boldino nel governo di Pscoff, e sotto ai due pini che +il poeta ha cantati.[7] Giunse al convento di Sviatogorschi la sera del +5 febbraio. Il dì seguente, i monaci cantarono l’offizio, e inumarono +il corpo nel terreno scelto dal poeta medesimo, presso alla fossa di +sua madre.» + +Chiunque leggerà nel poema d’_Eugenio Anieghin_ la storia dell’infelice +poeta Vladimiro, ucciso in duello dall’amico, sul fior degli anni, non +potrà a meno di vedere in quella tragica fine come un presentimento +e quasi una predizione della fine riserbata dalla sorte al nostro +Puschin. Quasi tutte le circostanze di quel racconto concordano con +quelle, purtroppo reali, della catastrofe qui sopra da noi accennata. +Con giusta ragione, dunque, credevano gli antichi essere i poeti anche +profeti. + +Byron morì di trenta otto anni e tre mesi; Puschin, di trentasette e +otto mesi. Somigliò al bardo inglese nell’animo irrequieto, nello stile +impetuoso come l’animo, nella vita errante, nella precoce morte. + +Fu certamente uno dei più potenti ingegni poetici di questo secolo, +illustrato da Schiller, Gœthe, Byron, Moore, Manzoni, Lamartine e +Vittorio Hugo. Non gli mancò che di vivere in un clima meno aspro, +in una società più pittoresca, in un paese più libero, per dare alla +sua fantasia tutto quello slancio di cui era capace; mentre, nelle +condizioni in cui visse, dovè comprimerla sovente, come appare pur +troppo in molti passi dei suoi scritti mutilati dalla censura. + +Nessuno prima di lui aveva maneggiato la poesia russa con quella +disinvoltura e quella facilità che è uno dei distintivi della vera +ispirazione. Troppo impaziente per limare attentamente i suoi versi, +riesce talvolta negletto, ma non mai languido nè freddo. Il suo stile +è sempre chiaro e limpido come un cristallo; qualità rara prima +di Puschin, e di cui va debitore al suo grande amore della lingua +francese, nella quale niente di oscuro può entrare. La stessa qualità +attinse Gœthe alla stessa fonte. + +L’azione dei poemi di Puschin è semplicissima. Così è in molti +capo-lavori antichi e moderni, nell’_Iliade_, nell’_Odissea_, +nell’_Eneide_, nel _Fausto_, nel _Paolo e Virginia_, nel _Don +Juan_. L’interesse del racconto non risulta dalla moltiplicità delle +peripezie, dalla complicazione dell’intreccio, ma bensì dall’abile +svolgimento d’una o due situazioni principali, dalla maestria colla +quale il poeta delinea i caratteri, analizza le passioni, descrive +gli accessorii. Questi pregi essenziali possedeva Puschin in altissimo +grado, ed essi risplendono in tutti i suoi lavori. + +Non sembrami fondata l’opinione di alcuni critici che dichiarano +Puschin un servile imitatore di Byron. Certamente l’influenza di Byron +è manifesta nelli scritti del poeta russo, ma essa non vi predomina mai +a segno di togliergli la sua libertà d’azione e d’inceppargli le ali; è +un vento che lo sorregge nel suo volo ma che non lo trascina mai contro +il suo volere. + +I Greci, per più secoli, protetti dalla sorte, liberi ed opulenti, +vincitori dei barbari invasori, si diedero a cantare non già le doglie, +ma i diletti della esistenza; non già le bellezze del mondo invisibile, +ma quelle del mondo visibile pieno per essi di ninfe e di dei, di mirti +ed allori. La loro poesia era la poesia della vita. + +Fra gli orientali avvolti in continue calamità, ebbe origine la +contemplazione solitaria (_rêverie_). Fra essi per la prima volta +risuonarono quelle parole tremende: «Maledetto il giorno in cui fui +generato! Sia quel giorno cancellato dal numero dei giorni!...» Dai +lamenti di Giobbe e di Geremia derivò la poesia della disperazione, +del disprezzo d’ogni cosa mondana, la poesia delle rovine e della +morte; quella poesia infine che senza posa mostra all’uomo il sepolcro +spalancato. Ma mentre Giobbe in mezzo alle tenebre del dubbio e del +dolore fa risplendere l’autorità d’un Dio onnipotente e benefico, +i poeti della melancolia sopprimono quasi del tutto quell’alta +intervenzione e abbandonano l’uomo a sè stesso su questo suolo deserto +composto delle nostre ceneri e intriso delle nostre lacrime. Tale è +l’impressione che ti lasciano nell’animo le _Confessioni_ di Rousseau, +il _Werther_ di Gœthe, il _René_ di Chateaubriand, il _Childe Harold_ +di Byron. Vi sono poi quelli che levato via il principio del bene vi +sostituiscono a dirittura il principio del male e fanno l’uomo un +vil ludibrio d’una cieca ed iniqua fatalità. Da tale atroce teoria +procedono il _Candido_ di Voltaire, il _Don Juan_ di Byron. + +Puschin non trascorre in tali eccessi. La sua Musa è piuttosto ilare +che mordace, piuttosto graziosa che grave. Il suo _Eugenio Anieghin_, +che a prima vista sembra partecipare assai del _Don Juan_, somiglia, +ora ad un leggiadro idillio, ora ad una festosa novelletta, e quel c’ha +di tragico è condito di tanta amenità che non t’inspira orrore. + + * * * + +Prima di chiudere questo preambolo, fa d’uopo ch’io dia alcuni +schiarimenti intorno alla mia traduzione. Quando si tratta d’un libro +greco o latino, il traduttore è astretto a una esattezza scrupolosa, +perchè ogni scritto di quei tempi è un monumento prezioso per la +scienza, più ancor che per le lettere. Ma quando si tratta d’un autore +moderno, il traduttore, credo, può prendere qualche licenza col testo +per renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho +aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena adombrato +dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti inutili che facevano +inciampo all’andatura del racconto; ho trasposto alcune particolarità +che il poeta russo non aveva collocate nel loro ordine logico. + +Darò qui due esempi delle libertà da me prese. + +Nella strofa seconda del capitolo quarto del poema d’_Eugenio +Anieghin_, il poeta dice: + +«La brina[8] ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. +(Il lettore s’aspetta forse che io metta alla rima alcune _rose_;[9] ma +se le porti il diavolo).» + +Questa parentesi che è graziosa in russo, riesce in italiano una +freddura. Ho dunque creduto bene di ometterìa. + +Il poema della _Fontana di Bakcisarai_, comincia in questo modo: + +«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella +di lui bocca. I vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al +minaccioso khan. _La calma regna nel palazzo_; tutti con rispettosa +attenzione spiano ec.» + +Ho tradotto nel seguente modo: + +«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella +di lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano +silenziosi intorno al minaccioso khan. Tutti ec.» + +Evidentemente, quella circostanza della _calma_ va dove l’ho collocata +io; perchè dove l’ha messa il poeta genera confusione, e interrompe +senza utilità il corso del racconto. + +Puschin nell’_Eugenio Anieghin_ descrivendo i costumi della società +galante, adopra un gran numero di voci francesi. Le ho mantenute nella +mia traduzione perchè la maggior parte di esse sono note a tutti i +lettori e usate anche in Italia nel discorso familiare. Il poeta vuole +evidentemente deridere il linguaggio dei _dandy_ imitandolo. + +Solamente dopo finita questa traduzione, intesi che due poemi di +Puschin: _Il prigioniero del Caucaso_ e _La fontana di Bakcisarai_, +sono stati recati in versi italiani dal signor marchese Boccella. Ma +per quanta diligenza abbia usata, non m’è venuto fatto di incontrare +quel volume. + +Alcuni pezzi lirici del Puschin egregiamente volti in italiano dal +signor Ignazio Ciampi, comparvero, l’anno scorso, in un volumetto +stampato nella tipografia Le Monnier.[10] + + + + +Forse un cenno intorno alla lingua russa non riescirà discaro ai +lettori dei racconti di Alessandro Puschin. + +Ad eccezione del Turco, del Finnico, dell’Ungherese e del Basco, tutte +le lingue europee derivano dal Sanscrito, antico idioma indiano. Queste +lingue erano nell’origine cinque o sei sole, che poi si suddivisero in +infiniti dialetti. Ecco un breve quadro sinottico della famiglia: + + =Sanscrito=. + | + | _Celtico._ + | | + | | Erso. + | | Irlandese. + | | Gaelico ec. + | + | _Greco._ + | | + | | Dorico. + | | Attico. + | | Ionio. + | | Eolico ec. + | | Romaico ossia greco moderno. + | + | _Latino._ + | | + | | Etrusco ed ombro. + | | Osco. + | | Provenzale. Italiano. Spagnuolo. Portoghese. + | | Vallacco. Francese ec. + | + | _Gotico e Teutonico._ + | | + | | Svedese. + | | Danese. + | | Tedesco. + | | Orlandese. + | | Inglese ec. + | + | _Slavone._ + | | + | | Lituano. + | | Russo. + | | Illirico. + | | Pollacco. + | | Boemo ec. + +In tutte queste lingue le radici primordiali sono le stesse; il +sistema di declinazione e di coniugazione è lo stesso; il metodo di +derivazione e di composizione è lo stesso. Chi dubitasse di tal verità +consulti le opere ove se ne trova la dimostrazione, e in ispecie: la +_grammatica comparativa_ di Francesco Bopp, le _Ricerche etimologiche_ +di Federico Pott, il Sunto di questi lavori, fatto dall’Eichhoff nel +libro intitolato _Parallèle des langues de l’Europe et de l’Inde_, e +finalmente il mio libro: _La langue française dans ses rapports avec le +sanscrit et avec les autres langues indo-européennes_. + +La lingua russa deriva direttamente dallo slavone. Non v’è mischiato +nessuno altro idioma, e presenta in ogni sua parte un carattere +omogeneo, regolare, armonico, che manca a molti idiomi moderni più +coltivati e più illustri. + +Per la declinazione, la lingua russa e la pollacca sono le sole +europee che possano gareggiare col latino. La lingua russa non +conosce li articoli, quel flagello dei dialetti neo-latini; esprime +le relazioni dei vocaboli fra loro, a forza di desinenze come il +Latino e il Sanscrito. Il Sanscrito ha otto casi: il _nominativo_, +l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il _dativo_, l’_ablativo_, il +_genitivo_, il _locativo_, il _vocativo_. Il russo e il pollacco ne +hanno sette: il _nominativo_, l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il +_dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. Il latino ne ha +sei: il _nominativo_, l’_accusativo_, il _dativo_, l’_ablativo_, il +_genitivo_, il _vocativo_. Il greco ne ha cinque: il _nominativo_, +l’_accusativo_, il _dativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. La +coniugazione sanscrita è molto ricca e complicata: la greca sola le +può stare a confronto: la latina è povera in paragone di quelle, e la +russa e la pollacca sono ancor più povere della latina; ma suppliscono +ai tempi che loro mancano, mediante gli ausiliari _avere_ ed _essere_. +Ciò nondimeno la lingua russa e la pollacca sono di tutte le europee +le più alte a tradurre i testi latini con una concisione che gli altri +idiomi, carichi di articoli, di particelle, di ausiliari, non possono +raggiungere. + + + + +IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO. + + +I. + +I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle soglie dell’_aúl_.[11] +I loro ragionamenti versano intorno ai pericoli della guerra, alla +bellezza dei destrieri, alle delizie della vita alpestre; narrano +le loro incursioni nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro +sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi de’ +loro accorti capitani, la distruzione dei borghi incendiati e le tenere +carezze delle captive dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo +al silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori. Ma +tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere che strascina dietro a +sè un giovine prigioniero legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il +Circasso vincitore. A quel grido tutto l’accampamento accorre in furia, +e ogni cuore freme di vendetta. Il prigioniero muto, intirizzito, giace +immobile colla testa bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non +bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte sembra che già +imbruni la di lui faccia e un feral gelo gli serpe per l’ossa. + +Rimane steso a terra, abbandonato e solo. Verso mezzo giorno, una +lieta scintilla di sole gli irradia la fronte: ristorato da quel dolce +calore, si sente rinascere, e pian piano solleva dal suolo il debil +fianco; gira lentamente gli occhi intorno, e ovunque li fissa, niente +altro distingue che monti inaccessibili, asilo d’un popolo di predoni, +riparo e rôcca naturale dei Circassi. Serba appena una imagine confusa +dell’accaduto; ma ode tintinnire le catene che gli gravano i piedi: +quell’orribil suono gli richiama a mente la sua condizione funesta; e +allora, più non scorge nè terra nè cielo. Addio, cara e santa libertà! +Egli è schiavo. + +Ha per covile un recinto di pali fortissimi, contiguo alle capanne +dei masnadieri. I Circassi vagano per la pianura; l’_aúl_ è vuoto +d’abitanti; nessuno osserva il giovine Russo. Dinanzi a lui schiudonsi +le profonde valli del Caucaso ammantate di verdeggianti selve; al di +sopra schieransi in anfiteatro i gioghi e le guglie irte di ghiaccio. +Un sentiero tristo e solingo sale e scende su quelle pendici, e +svanisce per quelle foreste. A tal vista, il petto dell’infelice +palpita commosso da violenti affetti.... Quel sentiero conduce in +Russia, nella contrada ove altero, avventuroso, passò i più belli +anni suoi; ove assaporò le prime gioie della vita, ove amò tanto, +ove tanto soffrì, ove, finalmente, dopo aver lasciato nel vortice +delle passioni la speranza, l’allegria, il desiderio, recuperò una +seconda volta le illusioni dell’età fiorita. Adesso egli conosce gli +uomini, e sa valutare a dovere questa nostra fugace esistenza. Fra i +fiori dell’amicizia ha incontrato il laccio del tradimento; nel nappo +dell’amore ha sorbito un veleno; ludibrio d’una vanità ch’egli pur da +gran tempo aborriva, bersaglio della maldicenza bifida e della onesta +calunnia, egli lasciò il patrio nido, e apostata della società, spiegò +l’ali verso una riva longinqua, colla libertà per guida e per compagna. + +Ma ormai son caduti nel nulla tutti i suoi progetti, le ultime sue +illusioni son andate fallite: egli è schiavo. Posa il capo sopra un +masso che indorano li estremi riflessi del crepuscolo vespertino, +e aspetta la morte. Già la luce del giorno è spenta. Uno strepito +tumultuoso sorge in lontananza; i malandrini riedono agli _aúl_, armati +di falci. La brace sfavilla nei focolari; a poco a poco il rumore si +va placando, la calma e il riposo occupano la terra. La luna dirada +l’oscurità e a quel tremolo bagliore l’occhio discerne nella valle un +ruscelletto che saltella spumante di balza in balza, e le nuvole che +s’attorcono qual turbante alle vette serene dei monti. Ma chi s’avanza +con passo cauto e lento sotto la face dell’astro notturno? Il Russo +si desta; vede una fanciulla circassa che a lui s’appressa; la mira +con mestizia, ed esclama: “È un sogno quel ch’io miro, è una larva +suscitata dalla mia delirante fantasia?”.... Col bel volto suffuso d’un +sorriso di simpatia la vergine s’inginocchia accanto al prigioniero, e +gli mesce una tazza di _kumi_[12] rinfrescante. Egli afferra la tazza, +ma non pensa a gustarne; sugge invece i soavi raggi che piovono da +quei begli occhi, e invaghito della vezzosa incognita, si affatica, +ma indarno, di comprendere i suoni che vibrano su quelle rosee labbra. +Non penetra il senso delle parole non udite avanti, ma capisce bensì la +grazia di quello sguardo, il rossore di quelle guance, l’intonazione di +quella voce che gli dice: “Coraggio!” Già il prigioniero si sente meno +sconsolato. Gli si ravvivan le forze; erge il capo languido, e appaga +l’ardente sete nella bevanda offertagli. Poi ricompone la testa sopra +il sasso; ma non rimuove più la vista dalla gentil donzella, la quale +sen sta a lungo seduta accanto a lui per confortarlo; e sebben egli non +possa intenderla, pure essa segue a parlargli e parlandogli sospira; e +i di lei biondi cigli s’imperlano di lacrime. + +Il tempo passa come onda. Il prigioniero incatenato mena i giorni pei +monti custodendo la greggia. Il gelido arco d’una grotta lo difende +dagli ardori del sole; e quando l’eburnea luna sorge sui colli, la +gentil verginella, sboccando da un sentiero coperto e misterioso, gli +arreca del _kumi_, del miele e della candida farina di miglio; divide +seco lui quel pasto clandestino, e frattanto contempla assiduamente +lo straniero. Finita la cena, gli modula le canzoni della Georgia; +gli spiega coi gesti i termini che gli riescono oscuri, e fa di tutto +per imprimergli nella mente qualche parola circassa. Essa ama per la +prima volta, per la prima volta prova la voluttà; ma il Russo non può +corrispondere a quell’affetto ingenuo, leale, sviscerato; forse teme +di raccendere una antica fiamma da gran tempo sopita. La gioventù non +fugge improvvisamente, la virtù sua non ci abbandona a un tratto, e +spesse volte in età matura godiamo un diletto inaspettato: ma non ti +ritroviamo mai più, cara illusione del primo amore, delirio celeste +della prima passione; no, tu non torni più mai. + +Il prigioniero dissimulava il rammarico della sua perduta libertà, +e sembrava essersi per disperazione rassegnato al suo nuovo e crudel +destino. Durante le fresche ore mattutine, egli si reca a stento fra +gli ispidi scogli; getta l’avido sguardo sulle lontane schiene dei +monti grigi, cerulei, biondeggianti, maraviglioso quadro dipinto dalla +natura. Le loro ardue sommità gli appariscono quai troni delle nevi +eterne e delle tempeste. Framezzo a quei vertici sublimi spiccasi +l’Elboro, colosso bicipite, cinto d’un diadema di gelo il cui splendore +gareggia col chiaror degli astri. Allorchè scoppiavan le saette e +rimbombava la voce del tuono mista a quella dei turbini, oh quante +volte il prigioniero si fermò immobile sul cucuzzolo d’un poggio che +sovrastava all’_aúl_! Le nubi fluttuavano come mare sotto ai suoi +piedi; una colonna di polvere rotava per la steppa; il cervo impaurito +ricoveravasi nelle caverne; le aquile si libravano inquiete intorno +ai precipizi, e assordavano l’eco con acuti schiamazzi; il calpestío +dei cavalli, il muggito degli armenti, facevan coro al suon della +bufera. La grandine e la pioggia scrosciavano sui prati pei fori delle +nuvole indorate dallo splendor dei lampi; mille torrenti, nati in un +momento sulle groppe dei monti, squarciavano il terreno in ogni dove, +e rovinavano abbasso levando seco ingenti blocchi di granito.... Il +prigioniero frattanto solo sulle alture dietro il nembo e la folgore, +aspettava che riedesse il sole apportator di calma, e ascoltava con +secreto diletto l’impotente furore della burrasca. + +Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli i costumi di quei popoli, +le loro pratiche religiose, il loro modo d’educazione. Ammirava +la semplicità, l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari. +L’incantava la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità dei loro +passi, la robustezza delle loro braccia; si compiaceva in vedere il +giovine circasso, il quale, colla berretta a punta sulla testa, colla +_burca_[13] sulle spalle, incurvando il petto sul pomo della sella, +assettando il piccol piede nelle staffe, varca i deserti illimitati +sull’ali d’un destriero, e così s’indura da fanciullo ai pericoli +della vita errante del bandito. Il Russo esamina con curiosità +l’abbigliamento bellico di quegli eroi selvaggi. Ogni Circasso va irto +di ferro; nell’armi sue ripone egli il suo onore e il suo bene; sempre +ha indosso una maglia, un archibugio, una faretra, una balestra, uno +stiletto, un laccio, e una sciabola compagna fedele delle sue fatiche +e dei suoi riposi. Tale peso è per lui lieve, e porta quelli attrezzi +in modo, che nemmen quando egli cammina fanno il minimo rumore. Fante +o cavaliere, ogni Circasso ha aspetto truce e indomito, e combatte +senza posa i neghittosi Cosacchi. Il Circasso ha per tesoro e per +amico costante e paziente il suo corsiero, figlio dei più belli +stalloni dell’Asia. Con questo si appiatta in un antro o fra l’erba +fitta; tutto a un tratto, si slancia come fulmine sul viandante; in +men che nol dico, abbatte l’infelice, gli avvolge un laccio al corpo, +e dietro se lo tira a traverso i burroni e i dirupi. Il cavallo tocca +terra col ventre; si fa strada dappertutto, per le paludi, per le +macchie, pei dumeti, pei greppi e per le frane: una striscia di sangue +segna i luoghi ove passa. Ecco, cápita a un torrente che trabocca: ma +non perciò s’arresta; s’avventa impavido nel baratro spumoso, e il +prigioniero immerso in seno alla voragine assaggia l’acqua torbida, +e invoca la morte a liberarlo da tanti mali. Ma il vigoroso cavallo +ha già raggiunto la riva e già riprende il suo corso a traverso il +deserto. + +Alcune volte il Circasso ferma uno stipite sbarbicato che nuota in +preda alle acque; e quando il cupo drappo della notte involve i colli, +l’avventuriere depone sulle radici, o appende ai rami degli alberi +circostanti la targa, la _burca_, la lorica, l’elmo, e non serba presso +sè che il turcasso e l’arco; quindi entra pian piano e con risoluzione +nelle rapide onde. La terra tace; il fiume ferve e rugge; il tronco +galleggiante sen porta, come navicella, l’animoso sgherro. I Cosacchi +sparsi sulle sponde e sulle erte, appoggiati alle aste, considerano +il torrente scevri d’ogni sospetto, e già l’omicida sta loro vicino e +li minaccia. A che pensi, o Cosacco? Riepiloghi forse le tue antiche +prodezze, le veglie nei bivacchi, le preghiere alzate al cielo avanti +la lotta per la patria? O rimembranze perfide!... Addio i liberi +villaggi, il tetto paterno, il maestoso Tanai, le zuffe ardenti e le +belle fanciulle! Il barbaro nemico già ti adocchia; la freccia scocca +dall’arco, parte, sibila.... e il misero Cosacco, ferito a morte +stramazza al suolo. Ma quando imperversano gli elementi, il Circasso +se ne sta tranquillo colla sua famiglia accanto al focolare acceso; +e allora, se il viandante stanco, sorpreso dalle tenebre, entra nel +tugurio del guerriero e si asside sopra uno scanno, il padrone si +rizza per far lieta accoglienza al forestiero, gli augura la buona +venuta, e gli fa empire una ciotola di _tcikir_[14] odoroso. Lo +straniero imbacuccato nel suo gabbano stillante di pioggia, riposa in +sicurezza nella casipola affumicata, e, la mattina seguente, lascia con +rincrescimento il queto ospizio ove ha pernottato. + +Fu un tempo in cui i giovani si adunavano per festeggiare il santo +Beiram con mille giochi diversi. Ora, dividendo fra loro un turcasso +pieno, trafiggevano coi pennuti strali l’aquila spaziante fralle nubi; +ora, al cenno convenuto, piombavano impetuosi dal sommo di un colle, e +come daini che radono appena il piano, correvano tutti a gara pei campi +polverosi. + +Ma la pace monotona genera tedio nei cuori nati alle battaglie; e +non di rado fra i divertimenti dei giorni d’ozio sorgevano tremende +contese. Spesse volte in mezzo ai tripudi ed ai banchetti si vedevan +balenar le scimitarre, e le teste degli schiavi rotolare a terra fra +gli applausi feroci dei fanciulli. + +Il Russo si contentava d’assistere a quei sanguinosi scherzi, ma non +vi prendeva parte. Anche egli avea provato la febbre della gloria e +ambito una illustre fine. Martire d’un onore spietato, anche egli avea +veduto la morte da vicino, esponendosi con calma e con fermezza alle +palle micidiali dei duelli. Forse gli torna in mente, contemplando quei +certami e quei simposi, il tempo in cui circondato d’amici egli sedea +con essi a lauta mensa? — Forse lo ange la rimembranza dei dì spariti, +delle speranze perdute? — oppure osserva con gaudio quei semplici +e barbari diporti e con curiosità vi studia quasi in uno specchio, +i costumi di quel popolo? Frattanto occulta in profondo silenzio +l’agitazion del cuore, e non ne lascia trasparire il minimo segno sulla +altera sua fronte. I fieri Circassi meravigliati del di lui contegno +sdegnoso e audace, gli risparmiano le fatiche della servitù, superbi di +possedere un tale schiavo. + + +II. + +La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la conoscesti l’ebbrezza +dell’anima, l’estasi e la beatitudine dei sensi. Le tue luci divampano +d’amore e di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte, +t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante di giubbilo e di +brama, più non pensi che a lui solo, ed esclami: “O gentil prigioniero, +rasserena lo sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo, +oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco nel deserto, o +arbitro del mio fato! Amami! Nessuno innanzi a te m’avea baciato gli +occhi; niun Circasso dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla mia +coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile. So che sorte +mi attende: il padre e il fratello voglion vendermi a prezzo d’oro a un +ricco cui aborrisco; ma supplicherò il padre e il fratello, e se non +li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una forza irresistibile, +soprannaturale, mi spinge verso di te; io t’amo, o gentil prigioniero, +e l’anima mia è tutta tua....” + +Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far motto, la appassionata +giovinetta, e ascolta con un tetro presentimento quelle affettuose +parole. L’immagine dei giorni andati gli si affaccia al pensiero, +e oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto.... La vista +di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza più che piombo. +Finalmente confida alla pietosa le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le +dice; “non son degno della tua bontà. Non perder meco i dì preziosi di +gioventù; dona il cuore a uno che meriti di goderlo e che ti vendichi +della mia freddezza. Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua +bellezza, il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini +accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo privo di desideri +e d’entusiasmo. Mira sulla mia fronte tutti gli indizi d’un infelice +amore e d’una interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire +le mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi prima, +allorquando io credeva alla speranza e ai sogni del cuore? Ormai è +troppo tardi. Io son morto alla felicità; tramontò per me l’astro +del piacere; i miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce +dell’amore.... + +”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto coll’indifferenza, le +lacrime di due begli occhi con un gelido riso! Dura condizione quella +d’un amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra donna fralle +braccia d’una appassionata fanciulla!... + +”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e immersa nella voluttà, +lasci scorrere inosservato il tempo fugace, io, astratto, meditabondo, +discerno innanzi a me, quasi in sogno, le sembianze della mia diletta; +io la chiamo per nome; a lei mi appresso; non vedo, non sento più altro +che lei: e mentre io giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non +te, ma quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di lacrime +l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna, e, senza di essa, l’anima +mia è simile ad una vedova derelitta e tribolata.... + +”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce, le acerbe memorie, e +il pianto che non puoi divider meco. Udisti le mie sciagure; dammi un +amplesso e separiamoci. Dolore di donna poco dura; presto ti scorderai +di me; sopravverrà la noia, e amerai di nuovo.” + +La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse, col ciglio +asciutto; il di lei sguardo torbido e immoto esprimeva un rimprovero; +pallida come uno spettro essa tremava, e teneva la fredda mano +impalmata in quella dello straniero; finalmente sfogò l’interno affanno +in questo modo: + +“O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per la vita prima di conoscere +i tuoi casi? Poche notti la giovine circassa ha riposato nel tuo letto, +e poche furono le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno esse +mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi, o forestiero, lasciarmi +nell’errore; potevi, tacendo, illudermi, e almeno pietosamente +bearmi di finte carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure +umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante il tuo sonno +irrequieto.... Non hai voluto. Ma chi è mai questa bella che adori? +Tu ami, o Russo, e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo +lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio martíre....” + +Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo della fanciulla. La +rampogna venne meno sulla di lei bocca. Priva di sentimento, stretta +alle ginocchia dello straniero, appena aveva essa la forza di trarre il +fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra così parlolle: +“Non piangere, o infelice! Anch’io provo gli oltraggi dell’avversa +fortuna e i rigori dell’indifferenza. Amo, e non sono amato.... amo +solo, soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra meteora +che si dilegua nella valle deserta.... Morrò lontano dal lido a me +caro; queste steppe mi saran sepoltura.... e il ferro di queste catene +righerà le mie ossa esiliate....” + +Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati di candida neve +si illuminano dalla parte d’oriente, i due sventurati si separano +in silenzio colla testa bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da +quell’ora in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo +intorno all’_aúl_. L’aurora succede all’aurora; la sera sussegue +alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene. Se guizza una +camoscia fra i burroni, se un daino balza fralle nebbie, egli scuote i +suoi ceppi e mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen viene +furtivamente ad assalire l’_aúl_, e a liberare i Russi ivi detenuti. +Chiama.... ma nessun risponde, e non ode altro suono che il mormorío +delle acque e lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare +dell’uomo, si rintanano nelle loro buche. + +Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei monti il grido di guerra +circasso: _i cavalli! i cavalli!_ Quindi un correre, un urlare confuso +nell’accampamento, uno strascicar di bridoni, un nereggiar di _burche_, +un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli.... tutto l’_aúl_ parte +per una spedizione. Gli indomiti alunni di Marte precipitano a guisa +di cataratte dalle alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le +opulenti campagne del Cubano. + +Ma ora, l’_aúl_ giace sepolto nel riposo. I cani vigilanti cucciano +al sole davanti alle soglie; i bambini brunetti e nudi ruzzano +e schiamazzano in libertà; i vecchi siedono attorno in crocchio +venerando; il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande +azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali cantati dalle +ragazze, e a quella melodia sembra loro di sentirsi ringiovanire. + + CANZONE CIRCASSA. + + I. + + Regna il silenzio sulla steppa vasta; + Tace il Caucaso avvolto in velo bianco; + Dorme il Cosacco spensierato e stanco + Col capo chino sulla fulgid’asta. + Mira quell’onde, o amico, e quelle spume: + I Cecceneti scendono sul fiume. + + II. + + Va il Cosacco in barchetta per pescare, + Ma del lido non sa tutti i ripieghi. + Bada, o Cosacco, che tu non t’anneghi + Come un bambino che non sa notare + E che pur di varcare il rio presume: + Il Circasso t’aspetta in riva al fiume. + + III. + + In riva al fiumicel con lento passo + Van le fanciulle a coglier le viole, + O tesson qua e là gaie carole. + Scappate, o forosette! ecco il Circasso + Che rapir le ragazze ha per costume: + Il Circasso vi coglie in riva al fiume. + +Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda, il Russo macchinava +la fuga; ma i ceppi suoi son gravi, il flutto è alto, la corrente +è veloce. Frattanto la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti +s’annebbiano; appena di quando in quando echeggia nelle valli la pedata +di un corsiero; cessò il crocitar dell’aquila; i cervi riposano nelle +boscaglie ombrose sull’orlo de’ fiumi; gli _aúl_ s’addormentano, e il +roseo barlume della luna riverbera sulle capanne bianche dei Circassi. + +Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben noto: scorge un +velo femminile che svolazza al vento: è dessa. Vacillante, smorta, la +figlia del deserto non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia +adombra quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti sul seno +e sulle spalle. Nella destra stringe una lima, colla sinistra un +pugnale; diresti che move a una congiura o a un assalto notturno. Fisa +lo sguardo sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i Circassi +non ti possono incontrare. Affréttati.... non perder l’ora propizia.... +Togli questo pugnale; nessuno scoprirà la tua traccia nella caliginosa +oscurità....” + +Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano incerta si accinge +a rompere gli anelli che gli accerchiano i piedi. Il ferro cigola +sotto la lima mordace: una lacrima involontaria zampilla dal ciglio +della giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,” essa +esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela l’amore e il dolore che +le straziano il petto. La brezza stridula gonfia e sbatte la di lei +gonna. “O fida amica,” grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo +fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci regioni; vientene +meco....” + +“Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa, “il calice della vita +è per me esausto. Ho provato tutto; ho gustato la felicità. Passò +quel tempo; non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?... +raggiungila, adorala; a che sospiro io così?... che dritto ho io ai +tuoi affetti? Addio!... ogni istante del giorno io ti benedirò.... +addio!... dimentica le mie torture, e porgimi la mano per l’ultima +volta....” + +Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le braccia, ne circonda +la bella Circassa, e con un lungo bacio di separazione, suggellano la +sincerità del loro amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano +silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa nel rio; +già nuota e fa biancheggiar l’acqua intorno; già approda agli scogli +opposti, già li agguanta e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo +e un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati, e volge in +giro la vista.... l’argentea spuma risplende sulla cresta dell’onda, +ma la giovine Circassa non appare nè sul margine del fiume nè a piè +del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito di zeffiro fra i +giunchi del lido; e già i vortici formatisi sull’acqua a poco a poco si +cancellano nella corrente imbrillantata dalla luna. + +Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo all’_aúl_ circondato +di siepi, ai prati ove menava a pascer le pecorelle, ai dirupi ove +trascinava le sue catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno, +mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un inno di libertà. +Le dense tenebre incominciano a diradarsi; i primi albori lambiscono +le cime; l’aurora spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero +che conduce in Russia: già le baionette dei Cosacchi gli scintillano +davanti fra le nebbie mattutine, e i soldati in vedetta sui poggi +annunziano il suo arrivo. + + +EPILOGO. + +Così la Musa, leggiadra compagna delle mie ore d’ozio, si slanciava +ai confini dell’Asia, e coglieva i fiori selvatici del Caucaso per +farsene una ghirlanda. L’allettavan i bizzarri arredi di quella +stirpe bellicosa, e più d’una fiata la bella Camena mi apparve in +quell’acconciamento insolito. Addobbata in tal guisa, essa vagava sola +intorno alle capanne abbandonate, e porgeva orecchio alle ballatelle +delle fanciulle derelitte. Essa amava quelle tribù militari, quei +Cosacchi baldanzosi e sempre all’erta, quei tumuli, quelle tombe, +quei cavalli. Dea del canto e dei racconti, carca d’un tesoro di +rimembranze, forse un dì fia ch’essa illustri le leggende antiche del +Caucaso. Narrerà il gran duello di Mistislao; gl’inganni e l’empietà +delle belle Georgiane che scannarono i Russi innamorati; celebrerà il +glorioso istante in cui la nostra aquila bicipite oscurò colle ali il +Caucaso sbigottito; quando il primo fulmine di guerra scoppiò sul Terek +petroso, quando vi romoreggiò il primo tamburo russo, e quando l’audace +Zizianof vi portò la strage.... Celebrerò le tue gesta eroiche, o +Cotliarevschi flagello dei Circassi! Ovunque movevi le orme, cadevano, +perivano le turbe, come mietute da inevitabil lue. — Ora, hai scinto +la lama ultrice, hai fatto divorzio colla guerra. Screziato di nobili +ferite, assaggi le delizie della domestica felicità e della pace, che +pur ti grava e ti incresce.... Ma, ascoltate! l’Oriente grida: _armi, +armi!_... Umilia la canuta fronte, sottoponti al giogo, o Caucaso! Ecco +Ermolof. E il bèllico richiamo già cessa e tutto obbedisce al brando +moscovita. Superbi figli del Caucaso, combatteste e foste esterminati; +nè il vostro coraggio, nè le vostre loriche fatate, nè gli aspri +monti, nè i veloci corridori, nè l’amore di quella vostra barbara +indipendenza, bastò a salvarvi! Simili ai discendenti di Bati,[15] +dimenticherete un giorno i vostri progenitori, ingentilirete i vostri +costumi, e getterete via le vostre frecce crudeli. Il viandante potrà +arrischiarsi senza timore nelle angustie ove ora vi postate in agguato; +e la voce della tradizione tramanderà ai posteri la fama del vostro +castigo. + + + + +IL CONTE NULIN. + + +Presto! Presto! I corni rimbombano; i bracchieri in gran gala stanno in +sella sin dall’alba; i levrieri saltellano nei guinzagli. Il signore +s’avanza sul verone, colle mani puntellate ai fianchi; esamina ogni +cosa, e una amabile serietà gli splende sul volto. Ha indosso un +soprabito tartaro, un coltello turco a cintola, una boccetta di rum +ad armacollo, e un corno appeso a una catena di bronzo. Sua moglie, +colla scuffia da notte in capo, con un semplice fazzoletto sulle +spalle, tutta sonnacchiosa e indispettita, osserva dalla finestra +quella turba d’uomini e di cani. Arriva il cavallo del padrone. Questi +impugna la criniera, inforca gli arcioni, e grida alla consorte: “Non +m’aspettare!” E tosto sprona, e via. + +Negli ultimi giorni di settembre (per parlare come si parla in prosa) +la campagna è noiosa; piove, fa della mota, tira vento, neviscola, e +i lupi ululano intorno alle ville. Ma questo appunto è ciò che piace +al cacciatore! Sdegna egli le mollezze della vita; lancia il corsiero +nelle vaste campagne; cangia ogni sera soggiorno; bestemmiando, +inzuppandosi, e mangiando a più non posso, insegue le fiere e ne fa +orrenda strage. + +Ma che sarà della signora, durante l’assenza del marito? Non le mancano +le faccende. Salare i funghi, pascere le oche, ordinare il pranzo e +la cena, sorvegliare la cantina e il granaio. L’occhio della padrona è +necessario in ogni dove; vede bene e vede tutto. + +Sventuratamente, la nostra eroina.... (Ah che mi sono scordato di dirvi +il suo nome! Suo marito la chiamava Taliuccia; — noi la chiameremo +Natalía Pavlovna.) Natalía Pavlovna dunque non s’intendeva punto dei +suoi interessi domestici, per la ragione che era stata educata, non già +nella casa paterna, ma in una pensione nobile diretta da una emigrata +francese, madama Falbalà. + +Sta a sedere innanzi alla finestra; sul tavolino giace aperto il +quarto volume d’un romanzo sentimentale intitolato: _Amours d’Elisa +et d’Armand ou La correspondance de deux familles_; romanzo classico, +antico, lungo, lungo, lungo, morale, decente e scevro di sottigliezze +romantiche. + +Natalía Pavlovna cominciò a leggerlo con attenzione; ma, frastornata +dalla zuffa d’un becco con un cane, s’affacciò alla grata per mirar la +giostra. I monelli di strada si smascellavan dalle risa; le tacchine +dell’orto incalzavano, stridendo, un gallo fradicio; tre anatre +sguazzavano in una pozzanghera; una vecchia attraversava il cortile +fangoso per andare a stendere la biancheria nel chiuso; il cielo +s’annuvolava; pareva che volesse nevicare.... tutto a un tratto s’udì +in lontananza un tintinnío di sonagli. + +Chi ha vissuto un pezzo in una villa isolata, sa per esperienza quanto +il distante squillo dei sonagli esalta il cuore e la immaginazione. +Forse sarà qualche amico attardato, qualche compagno della +nostra gioventù.... Forse sarà _dessa_?... Dio mio!... s’accosta, +s’accosta.... Il cuore ci balza in petto. Il rumore s’appressa sempre +più... ma ohimè! già s’indebolisce, si dilegua e svanisce dietro il +monte. + +Natalía Pavlovna vola al balcone. Quella musica la rallegra; guarda e +scorge una calescia che corre accanto al mulino al di là del fiume.... +ora passa il ponte.... vien da lei senza dubbio... no.... svolta a +sinistra. — Natalía la segue cogli occhi, e quasi piange dal dolore. +Ma di subito.... oh che fortuna! Nello scender la china, la calescia +ribalta. + +“Filippo, Basilio! Ehi di casa! Presto! è ribaltata una calescia! +Conducetela qua, e invitate a pranzo il viaggiatore.... ma sarà +vivo?... andate a domandarne.... presto, presto!” + +Il servitore parte. Natalía Pavlovna accomoda in fretta i suoi ricci, +si getta uno scialle in dosso, tira le cortine, spinge una sedia, e +aspetta: quanto le converrà aspettare? Finalmente arrivano; arrivano +finalmente. Impillaccherato dalla melletta della strada, tristo e +mezzo sciancato, s’avanza l’equipaggio. Segue il signore zoppicando. +Il cameriere francese non si sgomenta; va ripetendo: _allons! courage!_ +Salgono sul verone; entrano nel vestibolo. Mentre il cameriere _Picard_ +brontola, e si adira; mentre il signore introdotto a porte spalancate +in una stanza separata, s’occupa della sua toelette; domanderete +forse chi è costui? Egli è il conte Nulin che torna dall’estero, ove +dissipò in pazzie e in mode tutte le sue rendite future. Ora, onusto +di _fracchi_, di _gilè_, di cappelli, di ventagli, di mantelli, di +fascette, di spille, di bottoni da camicia, di occhialini, di _foular_, +di calze ricamate a giorno, egli si trasporta a Pietroburgo per farvisi +vedere come un animal curioso. Ha inoltre nei suoi bauli un libro serio +di monsieur Guizot, un _album_ di pessime caricature, un nuovo romanzo +di Walter Scott, la raccolta dei _bons mots_ della corte di Francia, +le ultime canzoni di Béranger, gli ultimi componimenti di Rossini e di +Paer, ec. ec. ec. + +Già la tavola è apparecchiata; è battuta l’ora di pranzo; la padrona +aspetta con impazienza; l’uscio s’apre; il conte comparisce. Natalía +Pavlovna si alza a metà e chiede garbatamente come egli sta di salute e +come sta la sua gamba.... Il conte risponde: “Non sarà nulla.” + +Siedono a mensa. — Egli avvicina la sua posata a quella di Natalía; +appiccano conversazione. Il conte impreca alla santa Russia; non +comprende che uno possa vivere fra quelle nevi eterne. Sospira e +anela Parigi. — “Che si recita di bello al teatro?” — “Il teatro è +orfano.... _c’est bien mauvais; ça fait pitié_. Talma divien sordo +e scade; _Mademoiselle_ Mars, oimè, invecchia. In ricompensa, c’è +_Potier, le grand Potier_! Solo questo cantante mantiene la sua +antica riputazione.” — “Quali sono gli scrittori di moda?” — “Sempre +D’Arlincourt e Lamartine.” — “Hanno imitatori anche presso di noi.” +— “Dite davvero? Poffar di bacco! L’ingegno incomincia a svilupparsi +anche in Russia. Piaccia a Dio che alla fine c’inciviliamo!” — “Come +si portano i busti?” — “Molto bassi.... quasi sino al.... ecco, fin +qui.... Permetta ch’io esamini il di lei vestiario.... appunto così.... +_ruches_, nastri; questo è proprio un modello; tutto insomma mi par +assai conforme alle ultime mode.” — “Ce le mandano per il telegrafo.” — +“Vuol’ella sentire un grazioso _vaudeville_?” + +E il conte si mette a canterellare. + +“Ma, conte, voi non mangiate.” — “Son sazio.” — “Se così è....” + +Sorgono da tavola. La giovine padrona è straordinariamente allegra. Il +conte si dimentica di Parigi, e ammira la di lei leggiadria. Passano +la serata in festa e in riso. Il conte non cape in sè dal diletto. Lo +sguardo della signora esprime la benevolenza, e talora si china a terra +fiso e languido. Sta per suonar mezza notte; i servi russano da gran +tempo nell’anticamera; il gallo ha già strillato più volte; la guardia +notturna picchia sulla lastra di ferro;[16] le candele consumate stanno +per estinguersi. Natalía Pavlovna si rizza. + +— “È tardi,” sclama; “i letti son pronti. Riposi bene....” Il galante +conte, mezzo innamorato, si leva a malincuore, e bacia la mano della +sua gentile ostessa. Ma che vedo? Ove non trascorre la civetteria delle +donne? L’incantatrice, Dio le perdoni, ha dato una lieve stretta di +mano a Nulin. + +Natalía Pavlovna è spogliata; sta davanti a lei la sua cameriera +Prascovia. Amici cari, la detta Prascovia è la confidente dei capricci +di Natalía; cuce, lava, porta le ambasciate, chiede in regalo i vestiti +usati, di quando in quando fa ridere il padrone, e qualche volta lo +sgrida, e mènte con impudenza in faccia alla padrona. Adesso discorre +gravemente del conte, delle sue faccende; conosce appuntino ogni suo +negozio. Dio sa come ha potuto istruirsene! Finalmente la padrona le +impone silenzio: — “Chétati, tu mi secchi!” Domanda la camiciola e la +scuffia da notte; s’insinua nel letto e manda via la cameriera. + +Frattanto Picard spoglia il conte. Il conte si corca e chiede un +sigaro. _Monsieur Picard_ glielo arreca, e al tempo stesso una boccia +d’acqua, una tazza d’argento, una bugia di bronzo, uno smoccolatoio a +molla, uno svegliarino, e un romanzo non ancor tagliato. + +Nulin dà una scorsa alle pagine di Walter Scott. Ma il suo pensiero è +altrove. Una atroce cura lo martira; egli dice fra sè: “Sono io forse +innamorato? Possibile?... Che caso strano! Sarebbe bella davvero... +Pare ch’io non dispiaccia alla signora di queste soglie....” E così +meditando smorzò il lume. + +Un caldo insoffribile lo assale; non dorme; e il diavolo neppure, il +quale gli suscita in testa mille idee incongrue. Il nostro focoso +protagonista si rappresenta al vivo lo sguardo significante della +padrona; quella statura rotondetta e grassoccia, quella voce soave +veramente femminile, quel volto, quelle carnagioni cui la sanità rende +più fresche del rossetto. Si rimembra il gentil tocco della punta di +quel piedino; si ricorda esattamente che Natalía gli ha stretta la +mano con quella sua manina negligente. È uno stolido; doveva rimanere +con lei e cogliere il momento opportuno. Ma non è ancora troppo tardi, +la porta sta sempre aperta, senza dubbio. Così divisando, indossa +una guarnacca di seta a più colori, rovescia una seggiola in mezzo al +buio, e, colla speranza di ottenere il suo desire, si dirige, nuovo +Tarquinio, verso quella Lucrezia, pronto ad ogni incontro. + +Così talvolta un gatto astuto, smorfioso favorito delle serve, si +pone in agguato presso al focolare; s’inoltra bel bello, furtivamente, +socchiude le palpebre, ruzza colla coda, sguaina gli artigli, e a un +tratto acchiappa l’infelice sorcio. + +L’innamorato conte s’aggira nelle tenebre, e si fa strada brancolando; +oppresso dall’ansia del cuore, può appena trarre il fiato, e trepida +quando ode il tavolato scricchiolargli sotto ai piedi. Giunge alle +bramate mura, volta la maniglia d’ottone della toppa, e l’uscio pian +pianino cede. Egli getta un’occhiata nella camera: la fiamma della +lampada mezzo estinta diffonde un fioco bagliore nell’alcova. La +padrona riposa placidamente o finge di riposare. + +Egli entra, fruga, torna addietro, e finalmente si butta in +ginocchioni. Essa.... Ora, con suo permesso, prego le signore di San +Pietroburgo d’imaginarsi che spavento provò al destarsi la nostra +Natalía Pavlovna, e di decidere che cosa conveniva che facesse. + +Spalancando i suoi grandi occhi, essa mira il conte; il nostro eroe +esterna con calore la sua passione, e già la sua mano audace preme +quella della dama.... Essa allora riprende coraggio; accesa d’un +generoso sdegno, ripiena di pudica superbia, e forse anche, vo’ +credere, di paura, balza dal letto, e vibrando il braccio, dà a +Tarquinio uno schiaffo; sì, uno schiaffo, e che schiaffo! + +Rosso di vergogna e fremente di rabbia, il conte inghiotte +quell’oltraggio. Non so come sarebbe andata a finire la faccenda, se +il cane barbetto che si mise a guaire non avesse svegliato Prascovia. +Il conte, sentendola venire, dà le gambe a imbelle fuga, maledicendo la +sua dimora in quella casa e i capricci delle donne. + +Come Natalía, Prascovia e Nulin passassero il resto di quella notte, +pensalo tu, lettore, se il puoi; io non intendo aiutarti a figurartelo. + +La mattina seguente, il conte s’alza in silenzio, si veste +svogliatamente, si mette, sbadigliando, a limar le sue unghie color +di rosa, s’annoda con negligenza la cravatta, e non si liscia gli +inanellati capelli colla spazzola inumidita. A che egli pensi, io +non so; ma ora lo invitano a prendere il tè. Che fare? Il conte, +comprimendo la stizza della sua balordaggine e il suo secreto furore, +esce dalla stanza. + +La giovine civetta abbassando gli occhi beffardi, e mordendosi le +labbra di cinabro, parla con modestia di cose indifferenti. Confuso a +prima giunta, poco a poco rianimandosi, il conte risponde sorridendo. +Era appena un’ora che stavano insieme, e già il conte scherzava con +disinvoltura, e si sentiva di bel nuovo innamorato, quando s’udì uno +strepito nel vestibolo. Qualcheduno è entrato. Chi sarà mai? + +“Taliuccia, bene alzata.” — “Chi vedo! Conte, ecco mio marito. Mio +caro, il conte Nulin.” — “Me ne rallegro assai. Che tempo scellerato! +Ho veduto la vostra calescia bell’e pronta dal fabbro. Taliuccia! +abbiamo inseguito una lepre bigia nei boschi vicini. Ehi! acquavite. +Conte, vi prego d’assaggiarla; vien di lontano. Rimarrete a pranzo con +noi.” — “Grazie, non posso; ho fretta di partire.” — “Conte, io ve ne +supplico. Mia moglie ed io ve ne saremo grati. Ci siamo intesi; voi +restate.” + +Il conte però, stizzito e disperato, s’ostina a voler andarsene. +Picard, che si è ristorato le forze con un buon sorso di vino, si +lagna di dover di nuovo ripor la roba. Già due servitori attaccano i +bauli sulla imperiale. Tutto è in ordine; la calescia è introdotta nel +cortile, e il conte parte.... + +Questa storiella potrebbe finir qui, amici miei, ma aggiungerò due +parolette. + +Quando fu sparito l’equipaggio, la signora narrò al marito tutto +l’accaduto, e scrisse l’impresa del conte a tutti i di lei conoscenti. +Ma chi fu quello che più ne rise con Natalía Pavlovna? Voi non lo +indovinereste giammai. — Forse lo sposo? — Oibò. Non fu lo sposo. +S’adirò fortemente; disse che il conte era un matto, uno sguaiato, e +che lo caccerebbe a furia di cani come una lepre. + +Colui che più ne rise, fu un vicinante di Natalía, un giovinotto di +ventitrè anni, nominato Lidin. + +Ora, amici cari, chi ardirà sostenere che al secol nostro, una donna +fedele al consorte non sia prodigio? + + + + +LI ZINGARI. + + +Una nomade truppa di Zingari perlustra le steppe della Bessarabia. +Oggi essi pernottano presso a un fiume sotto le loro trabacche lacere. +La loro dimora è gaia come la libertà, e il loro sonno è quieto +nell’aperta campagna. Il fuoco arde fralle ruote dei carri mezzo +ricoperti di tappeti; la famiglia seduta in cerchio allestisce la +cena; un orso addomesticato riposa dietro le tende; i cavalli pascono +nei prati vicini. Ogni cura, ogni faccenda si adempie con piacere; +i preparativi per proseguire il viaggio sin dallo spuntar del dì +seguente, vengon alleviati dai canti delle donne; i gridi dei fanciulli +si mischiano alle battute del martello sulla incudine. Ma già la calma +subentra a tutto quel fracasso: l’accampamento dorme, e appena s’ode +nel deserto il latrar d’un cane o il nitrir di un cavallo. Tutti i +fuochi sono spenti, ogni cosa tace; la luna solitaria spazia nel vasto +empireo, e imbianca coi suoi raggi quel villaggio ambulante. Tutti +dormono nelle tende, fuorchè un vecchio seduto davanti a un bracere che +esala i suoi ultimi vampi. Il vecchio volge lo sguardo sulle pianure +circostanti sepolte nelle tenebre. La giovine sua figlia, avvezza a una +libertà assoluta, se n’è ita per diletto nelle steppe: essa tornerà, +ma intanto la notte è sopraggiunta. Già la luna s’asconde fra i vapori +dell’orizzonte, e Zemfira non riede, e la cena frugale del buon padre +si raffredda. + +Finalmente essa comparisce. Uno straniero, incognito al vecchio +zingaro, le tien dietro a passi frettolosi. “Padre mio,” esclama la +ragazza; “ti adduco un ospite; l’ho incontrato dietro a un tumulo del +deserto, e l’ho persuaso a star con noi. Egli brama viver come noi; la +legge lo proscrive, io gli sarò compagna. Si chiama Alecco; è pronto a +seguirci dovunque andremo.” + +_Il Vecchio_. Me ne rallegro: puoi restar fino a domani all’ombra della +nostra tenda, o unirti a noi e non ci lasciar più, come a te piace. +Acconsento a divider teco il pane e il letto. Sii nostro; assuefátti al +nostro modo di esistenza, alla nostra povertà errante e indipendente. +Colla nuova aurora partiremo assieme sullo stesso carro: scegli un +mestiere che ti torni a genio; lavora il ferro, o canta storie, o mena +a ballar l’orso per le strade. + +_Alecco_. Io resto. + +_Zemfira_. Egli sarà mio. Chi ardirebbe rapirmelo? Ma si fa tardi; +la luna è sparita, la nebbia vela i campi, il sonno mi grava le +palpebre.... + + * * * + +Spunta l’alba. Il vecchio s’aggira pian piano intorno alla tenda +silenziosa. “Alzati, Zemfira,” egli grida; “già il sole splende: +svegliati, mio ospite, è ora di partire; lasciate, figli miei, le molli +piume.” + +Tutti gli zingari si levano con gran rumore; ripiegano i padiglioni, +rimovono i carri, attaccano i cavalli, e tutti insieme si inoltrano +nelle steppe inabitate. Aprono la marcia gli asinelli con ceste appese +ai fianchi, nelle quali s’annidano i pargoletti; i mariti, i fratelli, +le mogli, le fanciulle, gli anziani e i giovanotti vengono in secondo +luogo. Le strida, lo strepito, gl’inni festosi, il ronzio delle +zampogne, l’abbaiare dei cani, il cigolío delle ruote, il brontolar +dell’orso, il fragor incessante delle sue catene, la bizzarra varietà +di quelli abbigliamenti tutti diversi, la nudità di quei bambini e di +quei vecchi formano una confusione strana, selvaggia, orrenda, ma in +mezzo a cui regna una allegria, una vivacità, che fa un bel contrasto +colla nostra esistenza cittadina, effemminata e monotona come i +ritornelli delli schiavi. + +Alecco rivolgeva spesso la testa a guatare la pianura che +attraversavano, e non sapeva spiegarsi in che modo quella vista gli +angosciava il cuore. La bella Zemfira dagli occhi neri gli siede +allato. Egli è libero in questo vasto mondo; il sole brilla sereno e +gaio sul suo capo; perchè mai si affligge e geme? Che cura lo punge e +morde? + +L’augelletto del cielo non conosce nè cura nè fatica; non s’affanna a +fabbricare un nido eterno; nelle lunghe notti dorme sui ramoscelli. +Quando il giorno appare, l’augelletto sente la voce di Dio, scuote +le penne e canta. Passa la primavera, passa l’estate ardente, e +sopravviene l’autunno ammantato di nebbie e di burrasche; l’uomo +s’annoia, l’uomo s’attrista, ma l’augelletto vola alle terre lontane, +ai climi tiepidi, e al di là del mare ceruleo ritrova la primavera. + +Esule, fuggitivo, Alecco simile all’augelletto spensierato, non ha +covo stabile nè abitudine fissa. Ogni strada lo conduce al suo scopo, +ogni coltrice gli concede un dolce riposo; nel destarsi la mattina +offre a Dio la sua giornata, e i trambusti della vita non poterono mai +estirpare la sua indolenza. Talvolta la sua stella sembrava invitarlo a +calcare il sentiero della gloria, talvolta la fortuna e la voluttà gli +largivano i loro favori; spesso il fulmine mugghiava sulla sua fronte +isolata, ma egli dormiva sicuro in mezzo alle tempeste come in mezzo +alla calma, e continuava a ignorare la violenza del destino perfido e +ceco. Oh come le passioni tiranneggiavano il suo cuore! Con che tumulto +esse fervevano nel suo egro seno! Quanto è che si placarono? Per quanto +tempo si sono placate? Aspettiamo. + +_Zemfira_. Dimmi, dolce amico, non rimpiangi quel che abbandonasti per +sempre? + +_Alecco_. Che ho io abbandonato? + +_Zemfira_. La patria, i concittadini. + +_Alecco_. Perchè li rimpiangerei? Se tu conoscessi, se tu potessi +figurarti quanto è angustiata e schiava la vita delle città! Ivi gli +uomini, ammucchiati e stretti come piante in un orto, non respirano +mai il rezzo del mattino nè l’olezzo vernale dei prati; si vergognano +d’amare, bandiscono il pensiero, mercano la libertà, chinano la fronte +davanti agli idoli e ne implorano oro e catene. Che ho io abbandonato? +Il dolor del tradimento, la prepotenza del pregiudizio, la persecuzione +del volgo insano, e l’opprobrio splendido. + +_Zemfira_. Ma lì vi sono palazzi immensi, variegati tappeti, giochi, +banchetti festosi; lì le fanciulle vestono sì ricchi abiti! + +_Alecco_. Che vale l’allegria delle città? ove non è amore, non può +esser piacere: e le fanciulle.... Quanto sei più bella di loro benchè +priva di preziosi addobbi, di perle e di collane! Non mutar idea, o mia +diletta! — Ed io altro non bramo che divider teco l’amore, l’ozio e il +mio volontario esilio.... + +_Il Vecchio_. Sebbene nato in una opulenta città, tu ci ami; ma la +libertà non sempre è cara a chi visse nella mollezza. Ascolta una +nostra tradizione: un abitante del sud fu mandato in bando fra noi dal +suo signore. Io sapeva il suo nome; ma era difficile a pronunziarsi, e +l’ho dimenticato. Quantunque avanzato d’età, aveva un cuore giovine, +un tratto vivace; possedeva il dono maraviglioso del canto, e la +sua voce somigliava al mormorío delle onde. Tutti gli volevano bene. +Viveva sulle sponde del Danubio, non faceva male a nessuno e divertiva +la gente coi suoi racconti. Non sapeva egli far altro; era debole +e timido come un bambino. I suoi vicini acchiappavan per lui gli +uccelli e i pesci colle reti; quando il rapido fiume s’agghiacciava, e +fischiavano i turbini invernali, i suoi conoscenti lo involtavano di +calde pellicce; ma non potè mai assuefarsi ai disagi d’una esistenza +così stentata. Egli s’aggirava intorno smunto, squallido, dichiarava +che l’ira di Dio lo puniva per i suoi peccati, e aspettava l’ora della +sua liberazione. Malcontento di tutto e sempre afflitto, vagava sulle +spiaggie del Danubio spargendo amare lacrime al sovvenire del suo +lontano paese. E quando fu per morire, ci scongiurò che portassimo le +sue triste ossa verso il sud, ma nè anche dopo morte potè egli trovare +il riposo in questa terra da lui aborrita. + +_Alecco_. Tal fu la sorte dei tuoi figli, o Roma, o potente rettrice +delle nazioni. Vate dell’amore, poeta degli Dei, dimmi, che cosa è la +gloria? Un’eco del sepolcro, un grido della fama, un suono che sorvola +di generazione in generazione: — oppure un racconto del nomade Zingaro +sotto l’ombra della sua tenda affumicata? + + * * * + +Due anni passarono. La pacifica famiglia degli Zingari tuttora corre a +caso per le campagne. Dappertutto, come altre volte, incontrano buona +accoglienza, e vivono in pace fra di loro e cogli altri. Sciolto dai +ceppi della civiltà, Alecco è libero come essi; e con essi conduce una +esistenza vagabonda scevra di cure e di timori. Più non rimembra il +tempo passato, e s’è avvezzo alla vita zingaresca. Gli piace dormire +all’ombra delle tende instabili, gli piace l’ozio perpetuo in che +vive coi suoi compagni, e ama persino la loro lingua inculta e scarsa. +L’orso strappato dalla tana natia, ospite irsuto della di lui baracca, +danza pesantemente e grugnisce nei villaggi, lungo le strade delle +steppe, nei casali, davanti alla turba cauta e prudente, e dappertutto +va rodendo le importune sue catene. Il vecchio, puntellato al suo +bordone, batte con indolenza il tamburino, Alecco guida la belva +cantando, Zemfira va in giro a raccogliere il tributo volontario dei +contadini. La notte soprarriva, tutti e tre cuociono il miglio non +macinato. Il padre dorme, tutto tace, tutto è quiete e oscurità nel +padiglione. + +Il vecchio refocilla al sole di primavera il suo sangue gelato +dall’età; la giovinetta canta una canzone d’amore allato ad una culla. +Alecco ascolta, e freme. + +_Zemfira_. + + Vecchio marito, + Sposo aborrito, + Scannami pure + Colla tua scure; + Io ti disprezzo, + Mi fai ribrezzo; + Un altro adoro, + Per lui mi moro. + +_Alecco_. Chetati. Codesta aria mi secca. Non mi piacciono quelle +parole feroci. + +_Zemfira_. Non ti piacciono? Che mi importa? Io canto per me e non per +te. + + Vecchio marito, + Sposo aborrito, + Da te trafitta, + Io starò zitta; + Il nome tuo + Bestemmierò; + Il nome suo + Non ti dirò. + Per lui sol canto; + È l’idol mio; + Ei m’ama tanto! + Ma più l’amo io. + +_Alecco_. Cessa, Zemfira, cessa.... + +_Zemfira_. Che l’hai capita la mia canzone? + +_Alecco_. Zemfira!... + +_Zemfira_. Adirati pure; io canto per te. (Se ne va cantando _Vecchio +marito_). + +_Il Vecchio_. Me ne ricordo; questa frottola fu composta quando ero +giovine; e d’allora in poi si canta per sollazzar le brigate. La mia +Mariola la cantava nelle steppe del Cagul, durante le notti d’inverno, +mentre cullava la figlia davanti al fuoco. I tempi andati si van +sempre più cancellando dalla mia memoria, ma questo scherzo vi si è +profondamente impresso. + + * * * + +Tutto tace; la luna inostra quella parte del cielo ove il sole +sparisce. Zemfira risveglia suo padre. “O padre mio, Alecco mi +spaventa. Ascolta, in mezzo a un sonno agitato egli geme e piange.” + +_Il Vecchio_. Non lo toccare e non parlare. Ti dirò una credenza russa: +verso la mezza notte il genio familiare opprime il respiro di coloro +che dormono; parte prima dell’alba. Rimanti meco. + +_Zemfira_. O padre mio! Egli mormora il nome di Zemfira! + +_Il Vecchio_. Cerca di te anche dormendo, tu gli sei più cara di tutto. + +_Zemfira_. Non me n’interessa più del suo amore. Sono annoiata; il mio +cuore ha sete di libertà, e di già io.... ma.... senti. Egli pronunzia +un altro nome! + +_Il Vecchio_. Che nome? + +_Zemfira_. Senti come anela e digrigna i denti. Che cosa orrenda!... Io +lo sveglierò. + +_Il Vecchio_. Non fare; non scacciare lo spirito della notte, se ne +andrà da sè. + +_Zemfira_. Si è voltato, si alza, mi chiama, si è destato. Io vo presso +di lui. Addio, padre; raddormentati. + + * * * + +_Alecco_. Ove sei ita? + +_Zemfira_. Da mio padre. Un demone ti toglieva il respiro e ti +tormentava l’anima mentre dormivi. Mi hai fatto paura. Tu digrignavi i +denti, e proferivi il mio nome. + +_Alecco_. Mi sei apparsa in sogno. Mi sembrava trovarti con.... +insomma, ho fatto un sogno spaventevole. + +_Zemfira_. Non prestar fede alle visioni notturne. + +_Alecco_. Ah ch’io non credo a nulla, nè ai sogni, nè alle proteste +affettuose, nè al tuo amore. + + * * * + +_Il Vecchio_. Perchè mai, giovine insensato, sospiri continuamente? +Qui ognuno è libero, il cielo è chiaro, ed è celebre la bellezza delle +donne. Non piangere, la mestizia ti ucciderebbe. + +_Alecco_. O padre! essa non mi ama più. + +_Il Vecchio_. Plácati. Essa è bambina. Il tuo sospetto è senza +fondamento, tu ami sul serio, ma le fanciulle scherzano. Mira! la +luna signora dell’etra passeggia pei campi azzurrini del cielo; fonde +egualmente i suoi raggi sopra tutta la natura. Se talora s’imbatte in +una nuvola, l’illumina splendidamente, ma tosto trapassa a un’altra, nè +vi si fermerà a lungo. Chi potrà assegnarle un posto fisso e dirle: non +andrai più oltre? Chi potrà dire a un giovin cuore: ama una sola volta, +non cangiar mai d’amore? Plácati. + +_Alecco_. Essa mi amava tanto! Teneramente adagiata fralle mie +braccia, quante notti felici condusse meco nel deserto! Quante +volte quell’allegria spontanea, quel cicalio infantile, quel bacio +inebriante, seppero in un momento dissipare le mie ambasce! Ma che? +Zemfira mi tradisce! Zemfira mi dimentica. + +_Il Vecchio_. Odi. Io ti narrerò un fatto che mi concerne. In un tempo +remoto, quando il Moscovita non minacciava ancora il Danubio.... +— Vedi, Alecco, ch’io sto per dirti una antica istoria. — Quando +obbedivamo al Sultano, e un pascià ci signoreggiava dalle alte torri +di Accherman.... Io era giovine in quel tempo; e l’anima mia ardeva +d’amore; e non un sol pelo grigio deturpava i miei ricci neri. — Fra +tante belle una ve n’era. Io l’amai come s’ama la vita, e alfine la +feci mia propria. + +Ahi che la mia giovinezza svanì come stella cadente! E la stagione del +piacere sparì più presto ancora. Mariola mi amò un anno solo. + +Un giorno incontrammo sul margine del Cagul una banda di Zingari +stranieri che piantarono le loro tende vicino alle nostre sul monte, +e vi stettero due notti. La terza notte s’allontanarono. Mariola se +ne andò con essi mentre io dormiva tranquillamente, e abbandonò la +mia povera figliuoletta. L’aurora spuntò, mi destai, non ritrovai più +la mia compagna. Cerco, chiamo, nessun indizio. L’orfanella Zemfira +piangeva, e io piangeva con essa. — D’allora in poi, io giurai odio a +tutte le donne — e son rimasto sempre solo nella mia tenda. + +_Alecco_. Ma come non volasti sulle tracce della perfida e ingrata? +Come non immergesti un pugnale nel cuore della traditrice e del suo +drudo? + +_Il Vecchio_. Come? La gioventù è più volubile degli augelli. Chi potrà +mai incatenar l’amore? Il piacere è concesso a tutti vicendevolmente; +quel che fu, non sarà più. + +_Alecco_. Io non la penso così. Io non so rinunziare senza contrasto +ai miei dritti, o, se mai cedo, mi vendico poi altrimenti. No. Se +io trovassi il mio nemico addormentato sui flutti del mare, non lo +risparmierei; lo sommergerei nell’abisso senza nessun rimorso; gli +farei vergogna del suo subito spavento alla mia vista; udirei con +diletto i suoi lamenti, e riderei nel vederlo piombare al fondo. + + * * * + +_Un giovine Zingaro_. Un altro bacio solo! solo! + +_Zemfira_. È tardi: mio marito è geloso e cattivo. + +_Lo Zingaro_. Uno solo.... più lento.... è l’ultimo.... + +_Zemfira_. Addio! prima che egli ritorni. + +_Lo Zingaro_. Parla: quando ci rivedremo? + +_Zemfira_. Stasera, quando sorge la luna — là dietro il tumulo — su +quella stessa altura.... + +_Lo Zingaro_. M’inganni! non verrai! + +_Zemfira_. Scappa.... Eccolo! Ci verrò, carino! + + * * * + +Alecco dorme. Una funesta visione perturba il suo sonno; si desta +cacciando un grido di gelosia, e gira le braccia attorno. Ma la sua +mano tremante non incontra altro che le fredde coperte: — la sua +consorte è lungi. — Solleva il fianco fremente e ascolta; nulla ode; +la rabbia lo divora; fiamma e gelo gli scorrono per le vene; balza +dal letto, esce dalla tenda, vaga intorno ai carri; i campi tacciono, +tutto è silenzio e tenebre. La luna s’asconde fra i vapori; le stelle +spargono una incerta luce. — Alecco scorge alcuni levissimi vestigi +sull’erba rugiadosa; li segue impaziente, e lo guidano al tumulo. +Sull’orlo della strada una tomba biancheggia in lontananza; ivi conduce +egli i vacillanti passi, con un presentimento tetro; le sue labbra +tremano, tremano i suoi ginocchi. — S’avanza, e a un tratto — è un +sogno? — vede presso a sè due ombre, e ode sulla tomba un mormorío +profano. + +_Prima voce_. Io mi parto. + +_Seconda voce_. Ferma, amor mio. + +_Prima voce_. Bisogna ch’io mi parta, amico. + +_Seconda voce_. Aspetta un poco; rimani sino all’alba. + +_Prima voce_. È già tardi. + +_Seconda voce_. Come sei timida in amore! Aspetta un minuto. + +_Prima voce_. Tu mi perdi. + +_Seconda voce_. Un momento. + +_Prima voce_. Se mio marito si desta, e non mi trova.... + +_Alecco_. Già son desto.... Dove andate? — Non vi allontanate.... +Stavate molto bene su questa tomba.... + +_Zemfira_. Amico mio, fuggi, fuggi! + +_Alecco_. Férmati. — Dove vai, o gentil giovanetto? — Muori. (_gli dà +una coltellata._) + +_Zemfira_. Alecco! + +_Lo Zingaro_. Io spiro. + +_Zemfira_. Alecco! Tu l’hai ucciso.... mira!... sei tutto cosperso di +sangue.... Che hai fatto?... + +_Alecco_. Niente. Ora pasciti del suo amore.... + +_Zemfira_. Prosiegui. Io non ti temo; io disprezzo le tue minacce; io +maledico la tua crudeltà. + +_Alecco_. Muori anche tu!... (_la ferisce._) + +_Zemfira_. Muoro amandolo. + + * * * + +L’aurora ingemma il balzo d’Oriente. Alecco, col pugnale in mano, siede +dietro al poggio sulla lapida rosseggiante di sangue. Due cadaveri +giacciono innanzi a lui; il suo volto incute spavento in chi lo vede; +gli zingari lo circondano esterrefatti e tremanti. Mentre si scava una +fossa in disparte, le donne addolorate accorrono in fila a baciare, +secondo l’uso, gli occhi dei due morti. Il vecchio padre sen sta tutto +solo mirando in muta angoscia la figlia diletta. Gli zingari sollevano +i due corpi, li trasportano alla fossa e li ascondono nella fredda +terra. Alecco considera tutto da lontano. Quando cadde l’ultima palata +di polvere, Alecco si chinò poco a poco e stramazzò sul prato. + +Allora il vecchio, avanzandosi, sclamò: “Vattene, uomo superbo e +spietato! Siamo selvaggi; non abbiamo leggi; non conosciamo i tormenti +nè i supplizi; ci fanno orrore i gemiti e gli omicidi; non vogliamo fra +noi un assassino. Non sei nato per la vita errante: per te solo vuoi +la libertà; la tua vista ci spaventerebbe; noi siamo timidi e umani; tu +sei audace e feroce; lasciaci, pártiti, vattene in pace!” + +Dice, e la truppa nomada ripiegando le tende, escì con gran fracasso +dalla valle dolorosa, e in breve ora si dileguò nella steppa immensa. +Un solo carro coperto d’un povero tappeto rimase nella funesta pianura. +Così, allorchè, avanti l’inverno, al tempo delle nebbie matutine, +uno sciame tardivo di gru si alza dai campi e stridendo s’indrizza a +mezzogiorno, talvolta avviene che una di esse colpita da piombo mortale +resta addietro afflitta, coll’ala pendente e insanguinata. + +Sopraggiunse la notte. Nessuno accese il fuoco sotto la tenda del +maledetto che non potè gustare le dolcezze del sonno. + + +EPILOGO. + +Così, colla magia del canto io evocava nella mia mente le imagini dei +giorni andati, oscuri o sereni. Nel paese ove tanto tempo rimbombarono +le folgori della guerra, ove il Russo determinò i confini della potenza +turca; ove la nostra vecchia aquila bicipite fa legge e impera tuttora, +io incontrai un tranquillo accampamento di Zingari figli della libertà. +Ma la felicità nemmeno fra voi è da cercarsi, o miseri rampolli della +natura! Sotto i vostri padiglioni laceri s’aggirano sogni funebri e +tormentosi, i vostri carri vagabondi non vi sottraggono alle ambasce; +chè anche nei deserti regnano le passioni fatali, e l’uomo vi è, come +altrove, bersaglio del destino. + + + + +LA FONTANA DI BAKCISARAI. + + +PREFAZIONE. + +L’argomento del seguente poema riposa sopra una tradizione tuttora viva +in Crimea. A poca distanza dal palazzo dei Khan in Bakcisarai, si vede +un sepolcro costruito nel gusto saracinesco con una cupola emisferica. +Si pretende che questo monumento fosse inalzato da Cherim Ghirei sulle +ceneri d’una sua schiava ch’egli amava appassionatamente. La detta +schiava era pollacca, e apparteneva alla famiglia dei Potozchi. Un +viaggiatore russo, Muravieff Apostol, crede che questa tradizione non +abbia nessun fondamento. Il celebre poeta pollacco Mizkiewic, che fu, +come Puschin, esiliato in Crimea, e che ha dedicato quattro sonetti +alla descrizione di Bakcisarai, propende ad ammettere come vera la +tradizione popolare. + +Citeremo questi sonetti perchè possono servire di preambolo al poema +del Puschin, e perchè crediamo far cosa grata al lettore, offrendogli +un’occasione di confrontare i due più insigni poeti slavi di questo +secolo, ispirati dallo stesso soggetto. + +Il quinto sonetto si riferisce a una montagna di Crimea (l’Aiu-dag) cui +Puschin allude nell’ultimo verso del suo poema. + + +I. + +BAKCISARAI DI GIORNO. + +La reggia di Ghirei è tuttora vasta ma deserta. Le locuste saltellano, +le vipere s’attorcono pei veroni e pei portici spazzati altre volte +dalla fronte dei pascià, e per quelle mura ove risiedeva l’autorità +sovrana, ove s’annidava l’amore. + + +L’ellera parasita insinuandosi per le finestre variopinte s’arrampica +alle pareti e agli archi; le piante usurpano il posto dell’uomo in +nome della natura, e scrivono sui muri, nel linguaggio di Baltazare: +_Ruina_. + + +In mezzo alla sala sta una vasca di marmo tuttora incolume. Fu questa +la fontana dell’_harem_; e spargendo lacrime di perle, essa grida nella +solitudine: + + +“Ove siete, amore, potenza e gloria? Dovevate durare de’ secoli; l’onda +tuttora scaturisce dalla polla. O vergogna! siete spariti, e la fontana +resta.” + + +II. + +BAKCISARAI DI NOTTE. + +I devoti musulmani escono dalle meschite. L’eco dell’_izam_[17] +si dilegua in lontananza; l’aurora dal volto di rubino si scolora; +l’argentea regina della notte move a riposar col suo diletto. + + +L’eterne lampade del cielo rilucono nell’_harem_; una nuvoletta +naviga a traverso le stelle pei campi di zaffiro, simile ad un cigno +sonnolento sopra un lago; ha di neve il petto, e porta in fronte una +ghirlanda d’oro. + + +L’ombra scende dai minaretti e dalle cime dei cipressi; laggiù +nereggiano in giro i colossi granitici del Caucaso, simili a demoni +seduti a consiglio nella corte d’Eblis,[18] sotto il padiglion delle +tenebre. + + +Di quando in quando, dalle loro vette scocca un baleno che ratto come +un _faris_[19] attraversa i silenziosi deserti del vasto azzurro. + + +III. + +LA TOMBA DI MARIA POTOZCA. + +Ti sfiorasti, o giovine rosa, nella terra della primavera eterna, in +mezzo ai giardini deliziosi! Nè potevi più vivere, dacchè le ore del +passato, nell’involarsi quali auree farfalle, t’avean lasciato nel seno +il verme della rimembranza. + + +Verso settentrione scintillano le costellazioni della Polonia.... +Perchè tanti astri splendono in quella parte dell’etra? Forse il tuo +sguardo fiammante pria di estinguersi nel sepolcro lasciò in cielo +quegli eterni segni sfavillanti? + + +O Pollacca! Io pure morrò qui, in solitario lutto. Possa la mano +dell’amicizia spargere sulle mie ossa un pugno di terra. + + +Spesso i viandanti confavellan fra loro presso alla tua tomba; il suono +del patrio idioma mi desterà dal sonno della morte, e forse un poeta +pensando a te e vedendo il mio sasso vicino, scioglierà un inno anche +alla mia memoria. + + +IV. + +LE TOMBE DELL’HAREM. + +(Mirza parla al Pellegrino.) + +Un grappolo immaturo della vigna d’amore fu qui colto per la mensa +d’Allah. Qui il nero feretro, conca dell’eternità, furò giovani ancora +e precipitò nelle tenebre le perle orientali, delizia e tesoro del +mare. + + +Il velo dell’oblio e del tempo le involve; un turbante scolpito sulla +loro fossa riluce nella campagna simile alla bandiera dell’esercito +delle ombre, e appiè della lapida appena rimangono le iscrizioni incise +dalla mano d’un _giaur_.[20] + + +O rose dell’Eden! I vostri giorni si sfiorarono sul rio di purità, +sotto le fronde del pudore, ascose per sempre agli occhi degli +infedeli. + + +Adesso gli sguardi dello straniero contaminano le vostre tombe e io lo +permetto. Perdona, o gran profeta! Solo l’occhio di quello straniero le +mira con lacrime. + + +V. + +L’AIU-DAG. + +Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde spumanti che +s’avanzano, strette in lunghe file, come nere coorti tumultuose, o che, +simili a banchi di neve, rifrangono i raggi del sole in mille archi +baleni. + + +Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono il lido come +un esercito di cetacei; occupano la terra in trionfo, e, volte tosto in +precipitosa fuga, lasciano dietro a sè conchiglie, perle e coralli. + + +In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso attrae sul tuo capo +le tempeste; ma subito che impugni la cetra, esse senza offenderti, + + +Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a sè canti +immortali, coi quali i secoli futuri intesseran ghirlanda alle tue +tempie. + + +Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo _Viaggio di Crimea_ le +vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e allude alla tradizione +surriferita; ma non sembra rigettarla come spuria. Ecco uno squarcio +della sua relazione: + +“Nell’_harem_ circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni e di +sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano le donne +del _Khan_. Ma sono tutte deserte; appena qua e là scorgemmo qualche +avanzo dell’incrostatura di legno; alle finestre alcuni brani di vetro +colorito, e alle pareti alcune spere veneziane nelle quali le odalische +talvolta si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che +ispirò al Puschin il suo poema della _Fontana di Bakcisarai_.... + +”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special menzione. +Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e spiccantisi sopra un +fondo chiaro e variegato. In queste fontane si trova adunato quanto il +gusto asiatico ha di più squisito, e l’architettura orientale di più +elegante. Una di esse diede il titolo al poema del Puschin....” + + (_Viaggio_ ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.) + + + + +Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di +lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano +silenziosi intorno al minaccioso _Khan_.[21] Tutti con rispettosa +attenzione spiano su quella fronte accigliata i segni della rabbia e +del dolore, il monarca altero fa un cenno colla destra impaziente e +tutti riverenti si ritirano. + +Solo nella sua stanza, respira più liberamente, e i moti del suo cuore +si riflettono con maggiore energia sulla sua fronte. Così il cristallo +ondoso d’un golfo riproduce fedelmente l’imagine delle procellose nubi. +Che cosa mai sconvolge quell’anima superba? Che progetto assorbe i +pensieri di Ghirei? Forse vuol muover guerra ai Russi, imporre leggi +alla Polonia? Forse lo divora la sete di sanguinosa vendetta? Oppure +scoprì una congiura nell’esercito? O finalmente lo inquietano l’odio +dei suoi popoli e le insidie dello scaltro Genovese? + +No: egli è sazio ormai di gloria militare. La sua mano micidiale si +riposa dalle fatiche bèlliche, e la passione della guerra non gli +infiamma più la mente. + +Forse penetrò il tradimento nel suo _harem_, e qualche _odalisca_ +educata nella schiavitù e nella mollezza, diede il cuore a un _giaur_? + +No: le timide spose di Ghirei non ardiscono nè pensare nè desiderare, +e sebbene oppresse da una tetra noia, esse non concepiscono idea di +tradimento. Rinchiuse in un carcere invigilato da custodi assidui e +inesorabili, ivi splendono in voluttuosa quiete come fiori esotici +sotto le vetrine di una stufa. Per esse, i giorni, i mesi, gli anni +fuggono in monotona fila, portando via seco a mano a mano la gioventù e +l’amore. I dì passano tutti simili fra loro, e le ore sembrano lente. +L’ozio e la pigrizia sono gli arbitri dell’_harem_; ben di rado vi +s’insinua il piacere. Quando le giovani recluse provano l’angoscia e il +tedio, lo dissipano cambiando abbigliamento, giocando, chiacchierando, +oppure passeggiando in leggiadra schiera al mormorar delle acque +zampillanti, al rezzo dei platani fronzuti. Un malizioso eunuco le +segue in ogni parte; non possono sottrarsi alla sua vista. Il di lui +sguardo scorge tutto, il di lui orecchio ode tutto. Per sua cura fu +stabilita una regola di vita invariabile. Sua unica legge è il volere +del Khan, e l’adempie colla stessa scrupolosità che i precetti del +Corano. L’eunuco non sa che sia amore; impassibile come una statua, +egli accoglie con indifferenza le beffe, la rabbia, le mortificazioni, +gli oltraggi d’una petulanza impudica, il disprezzo, le preghiere, i +languidi sguardi, i flebili sospiri, le timide lagnanze. Egli conosce +bene l’indole delle donne, sa quanta sia l’astuzia femminile in libertà +e in cattività. Nè le tenere occhiate, nè le mute rampogne, nè le +lacrime hanno potenza su lui; egli ormai più non ci crede. + +Quando le belle prigioniere, spargendo i lunghi crini al vento, vanno, +durante i calori dell’estate, ad attuffarsi nel ruscello e spandono +sulle rosee membra l’onda argentea della fonte, l’eunuco testimone +eterno delle loro azioni fa sentinella al bagno. Mira senza emozione +quelle elette forme nude. Quando spiega la notte il nero suo manto, +l’eunuco schiude una porta obediente, s’avanza a passi taciti sui +tappeti morbidi, striscia quatto quatto di letto in letto; agitato da +continua tema, osserva attentamente le belle addormentate, e ascolta il +loro bisbiglio notturno; nota i sospiri, gli aliti, i minimi fremiti; +di tutto fa tesoro, — e guai a colei che sognando proferisse un nome +straniero! Guai a colei che confidasse alla benevola compagna qualche +sfrenata e matta cupidigia! + +Qual mai sarà dunque la causa dell’ira di Ghirei? La pipa gli s’è +spenta fra le mani, il servo aspetta immobile sulla soglia gli ordini +del suo signore e osa appena respirare. Il regnante pensieroso si rizza +in piedi; la porta s’apre avanti a lui. Silenzioso egli s’avvia alla +dimora delle donne altre volte a lui sì care. + +Esse, aspettando il _Khan_, si sono assise in vari gruppi attorno a una +fontana gorgogliante. Con infantile gaudio, mirano il pesce che guizza +in quello specchio liquido o rasenta il fondo della marmorea vasca. +Alcune di esse vi gettano per diletto i loro orecchini d’oro. Frattanto +le ancelle portano in giro i sorbetti odoriferi; poi intuonano un canto +sonoro e gaio che fa echeggiar le sale. + + + CANZONE TARTARA. + +I. + +Largisce il cielo agli uomini il compenso delle pene e delle lacrime: +beato il _Fachir_[22] che vede la Mecca nei tristi anni della sua +vecchiaia. + +II. + +Beato colui che s’illustra morendo sulle gloriose sponde del Danubio: +una celeste fanciulla gli volerà incontro, sorridendo d’amore. + +III. + +Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di calma e di mollezza ti +accarezza come rosa, nel recinto dell’_harem_. + + * * * + +Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore, la perla +dell’_harem_? Afflitta e pallida non ode le sue lodi; come una palma +rabbuffata dai venti, essa piega la giovine testa; più niente può +piacerle. Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più. + +Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o Zarema? I bruni capelli +ti cingono due volte la nivea fronte; gli occhi tuoi son più chiari del +giorno, più neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere +gli slanci delle focose passioni? Qual bacio tenero è più vivo delle +tue carezze? Come mai un cuore pieno della tua imagine può palpitare +per una altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei disdegna i +tuoi favori, e consuma le gelide ore della notte nella mestizia e nella +solitudine, dacchè una principessa polacca abita il suo _harem_. + +Non è molto che la giovane Maria vive sotto estranio clima: poco fa, +essa fioriva nella propria famiglia accanto a un padre affettuoso +che la chiamava sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca +volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva che la sorte +della diletta figlia fosse splendida come un dì di primavera; che nè +anche il minimo duolo conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata, +si ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza, quelle ore festose +e gioconde che si dileguano come lieve sogno. Ogni cosa in lei destava +maraviglia: l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi d’un +azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli dell’arte e allegrava +i banchetti domestici coi suoni melodici dell’arpa. Molti potenti +e ricchi signori chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi +sospiravan per lei di secreto amore. Ma la vergine tranquilla e candida +non conosceva ancora le passioni, e nel castello del padre dedicava +l’ore dell’ozio a scherzare colle care compagne. + +Non durò molto quella felicità. Una orda di Tartari si sparse per la +Polonia, colla rapidità d’un torrente che invade le pianure, o d’un +incendio che divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla +guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti sollazzi e i +giuochi; spariscono i villaggi e i querceti. Il magnifico castello +è desolato, la camera di Maria è vuota e muta. — Nella cappella del +palazzo ove in lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con +intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una nuova sepoltura. +Il padre è morto, la figlia è schiava. Un avaro straniero possiede +il castello e spreme con estorsioni tiranniche gli infelici abitatori +della campagna. + +La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa; ma la bella vi +si strugge in pianto e in gemiti, nè può assuefarsi alla prigionia cui +è ridotta. La di lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il +sonno breve del _Khan_, il quale fa di tutto onde lenir la doglia della +sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle leggi dell’_harem_. +Essa entra nel bagno senza altri testimoni che una serva. Il truce +custode delle odalische non penetra da lei nè di giorno nè di notte; +non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate, nè osa +neppure fissarle gli occhi in volto. Il principe medesimo non ardisce +turbare il riposo della vergine prigioniera: le concesse di vivere sola +nella più estrema parte della reggia, e diresti che in quel misterioso +ricetto s’annida qualche ente più che mortale. Ivi perpetua arde +una lampada davanti all’imagine della Madre di Dio; ivi la speranza, +ultimo conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la +sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della patria vicina +e così cara, e si lamenta e chiama le dolci compagne che l’invidiano +forse. Mentre in tutto il palazzo domina la mollezza e la follia, +un angolo di quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della +castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza d’una vita +dissoluta, il cuore talvolta riman puro e serba intatto il suo sacro +deposito: il sentimento della divinità.... + +Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride si vestono di tenebre; +in lontananza, fra le fronde immote degli allori, io odo il gorgheggiar +del rosignolo... La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un coro +di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le colline, le selve. +Le donne agili e snelle come ombre passano per le vie di Bakcisarai, e +vanno nelle case degli amici a spendere le ore disoccupate della sera. + +La reggia tace; l’_harem_ giace immerso in pacifico sonno; nessuno +strepito interrompe la quiete notturna. Il fido e vigilante eunuco +ha adempito la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma l’ansia +assidua gli amareggia quella breve requie. Il sospetto atroce del +tradimento non cessa un istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un +calpestío, ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio +incerto, si solleva spaventato, tremante e ascolta con orrore.... +ma ogni cosa tace intorno, e nessun suono s’ode in vicinanza, fuori +quello delle acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione di +marmo, e l’inno che il rosignolo modula nella oscurità alla rosa sua +compagna diletta e inseparabile. L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma +invano.... poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre. + +Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso Oriente! Quanto +soavi scorrono quelle ore per gli adoratori del Profeta! Che lusso +splende nelle loro magioni, nei giardini incantati, ne’ silenziosi +e impenetrabili _harem_, ove sotto il candido raggio della luna, par +ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e d’amore! + +Le donne dormono. Una sola veglia; respirando appena essa balza +da letto; con mano frettolosa schiude la porta, e con passo snello +s’inoltra nelle ombre della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il +vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile e astuto; +il suo riposo non è che apparente.... essa passa leggera come spettro. + +Titubante e sbigottita, arriva ad una porta, gira lentamente la +maniglia della serratura; entra, guarda intorno, un secreto terrore +s’insignorisce d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la fiammella +dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente lumeggiato da quella +lampada, una piccola imagine della Beata Vergine, e un crocifisso, +simbolo sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo +della Georgiana la grata rimembranza e il dolce eco dei giorni remoti. +S’arresta innanzi al letto della bella Maria. Il colore d’un sonno +giovenile inostra quelle guance ove rifulge un melancolico sorriso, +sebben tuttora vi appaiano i vestigi di lacrime recenti. Così talvolta +il riflesso della luna imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia. +E Zarema, curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden, +sceso in terra a consolare la misera prigioniera del serraglio. — Il +di lei cuore si stringe angosciosamente; i di lei ginocchi si piegano +a suo malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere i voti +miei....” + +Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti, risvegliano la +principessa. Vede con timore la giovine incognita prostrata al suolo; +tutta confusa, la rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a +questa ora, in queste mura? Che brami?...” + +— “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni mia speranza è in te +riposta.... Fui felice un tempo.... viveva in sicurtà e in gioia.... ma +svanì ormai ogni mio bene; io muoro. Ascoltami. + +”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei miei primi anni +sono altamente impresse nella mia memoria, ed io rimembro tuttora i +monti alzati al cielo, i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti +impenetrabili, altre leggi, altri costumi; ma per che decreto della +sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto mi sovviene del +mare e d’un uomo ritto sopra un albero di nave sopra le vele.... +Fin adesso la paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in +pace all’ombra dell’_harem_, e aspettava i primi diletti d’amore +con paziente ansia e trepidazione. I miei secreti desiderii vennero +esauditi. Ghirei rinunziò alla guerra sanguinosa, per addarsi alla +dolce voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò nelle mura +dell’_harem_. Venimmo tutte al cospetto del nostro signore, con un +palpito di incerta speranza. Egli fissò sopra di me il suo sguardo +tranquillo e sereno.... Da quel giorno in poi, godevamo una felicità +perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto, nè la gelosia +crudele, nè il disgusto, avevano interrotto la nostra unione.... Ma +tu gli apparisti, o Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un +empio disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude l’orecchio +alle mie rimostranze; i sospiri miei lo molestano, non mi degna più +delle sue attenzioni nè del suo amichevole consorzio. Non sei complice +della sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io lo so; +quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto l’_harem_, potresti +gareggiar meco; ma io son nata alle passioni, mentre tu non puoi amare +come amo io; perchè, dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore? +Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze mi ardono come +fiamma; egli s’unì a me con solenne giuramento; da gran tempo, egli +ed io, non abbiam che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà +mi uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi a te. Io ti +supplico, non osando accusarti.... ah rendimi la gioia e la pace; +rendimi il mio Ghirei, qual era prima.... Non replicar parola.... egli +è mio; egli delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo, +coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai; giurami.... sebben +io ora adori il Corano, crebbi nella tua fede, che era la fede di +mia madre.... giurami per il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con +Ghirei.... Ma senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè +del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.” + +Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla. L’innocente +giovinetta ode per la prima volta il linguaggio delle passioni +tormentose, l’ode con maraviglia e con spavento. — Che lacrime, che +preghiere potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la minaccia? +Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa condizione? Se Ghirei +potesse dimenticarla per sempre nel di lei longinquo carcere, o se +volesse troncare innanzi tempo il sottile stame della di lei vita! +Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa valle di dolore! Le sue +ore di beatitudine svanirono e non torneranno più! Che farebbe essa +nel deserto di questo mondo? È tempo di partire; Maria è aspettata in +cielo, nel seno della calma e del sorriso eterno. + +Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella è sparita in un +momento; novello angelo di Dio, essa splende ora nel tanto sospirato +paradiso. Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico della sua +disperata prigionia o qualche altro dolore?... Nessuno può dirlo. — +Solo è certo che la gentil Maria cessò di vivere. — L’orrendo serraglio +è vuoto. Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di Tartari +egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo di sangue come +prima, s’abbandona di nuovo al turbine della guerra, ma serba aperta +nel cuore la piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo alla +battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un tratto s’arresta; +Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito e attonito, impallidisce come +côlto da subíto terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un +torrente d’amare lacrime. + +Ghirei sdegna e dimentica il suo _harem_; le sue donne sventurate +invecchiano e languono in quelle triste soglie sotto la custodia +dell’eunuco. La Georgiana più non trovasi in mezzo ad esse; già da un +pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso delle onde. Nella +notte in cui morì la principessa finirono gli strazi della di lei +gelosa rivale. Qualunque fosse la colpa della bella Georgiana, atroce, +immane fu il castigo. + +Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco le circostanti valli del +Caucaso e le tranquille campagne della Russia, tornò nella Tauride, e +fece edificare, in onore di Maria, una fontana marmorea in un angolo +recondito della reggia. Una mezza luna d’argento vi splendea sotto +l’ombra d’una croce, empia confusione dei due riti, e segno manifesto +di ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una iscrizione +che il tempo edace non ha ancora consunta. Dietro a questa fabbrica +bizzarra, l’acqua mormora in una vasca di marmo dalla quale risale in +lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran piangere la sorte di +Maria. Tale una madre inconsolabile spande perenne tributo di pianto +sulla lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del paese +conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel funebre monumento la +fontana delle lacrime. + +Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti della capitale, +io visitai il palazzo di Bakcisarai sepolto nell’oblio. Errai per le +silenziose sale, ove risiedeva il feroce _Khan_ flagello dei popoli, +e ove reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i giorni +ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza tuttora respira +nelle stanze e nei giardini inabitati: le acque scherzano, le rose +rosseggiano, i grappoli s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla +sulle pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne prigioniere +consumavano il fior degli anni loro, gemendo in secreto, e contando +i grani delle loro corone d’ambra.[23] Vidi il cimitero dei _Khan_, +ultima dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri, cinte +d’un turbante di sasso, pareva che mi dichiarassero apertamente +i decreti del fato. Ove sono i _Khan_? Ov’è l’_harem_? Tutto tace +all’intorno, tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro +pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il rombo delle +fontane m’immerse in una involontaria meditazione, in mezzo a cui +scòrsi un’ombra di fanciulla che spaziava nel lucido azzurro.... + +Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che imagine era quella che +m’inseguiva nell’_harem_ deserto, e ch’io non poteva respingere, nè +evitare? Forse la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa +di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata tenera, e quelle +forme ancora terrestri. + +Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico della gloria e +dell’amore, io in breve vi rivedrò, o gaie spiagge del Salghir. +Perlustrerò di nuovo le falde amene dei monti marittimi, e i flutti +cerulei della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione +incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive e sente: i colli, i +boschi, le vigne onuste di rubini e di topazi, le valli ombrose e +fresche, i ruscelletti garruli, fiancheggiati di pioppi.... tutto +eccita l’ammirazione del viandante, il quale scorrendo a cavallo la +strada in riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino +d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti dell’Eusino che lampeggiano +al sole, e spumano e mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh.... + + + + +EUGENIO ANIEGHIN.[24] + + + + +CAPITOLO PRIMO. + + Si affretta di vivere, s’affanna a godere. + VIASEMSKI. + + +“Mio zio, uomo d’illibati costumi, godeva la stima di tutti ed era +giunto al colmo dei suoi desiderii, quando in un subito ammalò sul +serio. L’esempio suo potrà servir di norma ai posteri; ma che seccatura +per me vegliar dì e notte accanto al suo letto nè osare discostarmene +di un passo! Che brutta ipocrisia è confortare un moribondo, +assettargli i guanciali, porgergli con volto afflitto le medicine, +mentre si dice in disparte con un sospiro d’impazienza: “Ti levasse via +il diavolo, maladetto vecchio!” + +Viaggiando per la posta in mezzo a un nuvolo di polvere, così +fantasticava fra sè un giovine scapestrato, erede, per voler di Giove, +di tutti i suoi consanguinei. Ammiratori di _Ruslano e Liudmila_,[25] +permettete che questa volta io, senza altri preamboli vi faccia fare +amicizia col protagonista di questo mio nuovo romanzo. Il mio buono +Eugenio Anieghin nacque sulle sponde della Neva ove forse nasceste +voi pure, ove forse faceste bella figura, o miei lettori! Anch’io +le conosco, e ci ho spesso passeggiato; ma il clima del norte m’è +contrario.[26] + +Il padre d’Eugenio, dopo aver servito lo Stato con onore, viveva di +debiti; dava tre feste di ballo all’anno e finì spiantato. La sorte +dapprima favorì Eugenio; egli ebbe per balia una _Madame_; quindi un +_Monsieur_ per aio. Cresceva un po’ vispo, ma amabile. Quel povero +diavolo di abate francese non volendo stancar la mente del suo alunno, +lo istruiva scherzando e ridendo. Alieno dai precetti d’una austera +morale, non lo sgridava che per celia, e lo menava a spasso nel +Giardino d’estate. + +Quando Eugenio arrivò all’età delle vaghe speranze e della tenera +melancolia, _monsieur l’abbé_ fu licenziato. Ecco Anieghin finalmente +libero. Pettinato all’ultima moda, attillato come un _dandy_ di +Londra, Anieghin si lanciò nei saloni eleganti. Scriveva e parlava in +francese molto bene; danzava con garbo la marcusa; salutava con gran +disinvoltura: che potevasi esigere di più! L’alta società lo dichiarò +spiritoso e compito. + +Tutti abbiamo studiato qualche coserella in un modo qualunque. Possiamo +dunque spacciarci per dottori. A detta di giudici competenti e severi, +Anieghin era un ragazzo erudito ma un po’ pedante. Aveva il felice +talento di ciarlare di tutto con grazia. Quando nasceva una discussione +grave, sapeva tacere col muso serio d’un intelligente e divagar le +signore coi suoi frizzi satirici e spontanei. + +La lingua del Lazio è oggimai fuor d’uso: Eugenio, a dir vero, la +conosceva abbastanza per decifrare una epigrafe, per chiacchierare di +Giovenale, per cacciare un _vale_ in fondo a una lettera e citare a +mente, storpiandoli un poco, due versi di Virgilio. Non si sentiva gran +vocazione a rovistar nella muffa cronologica dell’istoria del globo; ma +sapeva appuntino gli aneddoti curiosi dai tempi di Romolo ai nostri. + +Ricusò di sacrificar mezza la vita a studiar prosodia, e ad onta +delle nostre premure non giunse mai a poter distinguere un iambo da un +coreo. Bestemmiava Omero e Teocrito; leggeva Adamo Smith e diveniva +un profondo economista; esaminava per qual modo uno Stato sussiste e +s’arricchisce, e perchè l’oro non gli è necessario quando possiede i +prodotti primi. Il padre di Anieghin non capiva niente a queste teorie, +e ipotecava i suoi beni. + +Mi manca il tempo per dire appieno tutto ciò che Eugenio sapeva. Ma +la scienza in cui primeggiava, la scienza a cui dalle fasce egli si +applicò con impegno, con studio, con diletto; la scienza che occupava +le sue intere giornate e vinceva la sua naturale indolenza, era la +scienza di quella tenera passione che Nasone cantò sulla lira e per +la quale chiuse la vita, come un martire, nelle atroci steppe della +Moldavia, lungi dalla sua cara Italia...... + +Benchè così novizio, già sapeva comporre il volto a suo beneplacito, +occultare le sue speranze, simular la gelosia, asserire, persuadere, +mostrarsi or feroce or languido, or superbo, or umile, or attento, +or indifferente. Come sapeva a vicenda esser silenzioso e discreto, +o focoso ed eloquente! Che espansione, che calore nel suo carteggio +intimo! Non sospirava che per un solo oggetto, non adorava che una +sola donna e per essa dimenticava il resto. L’occhio suo esprimeva ora +la tenerezza e la timidità, ora l’audacia, e a volte s’irrugiadava di +obedienti lacrime. + +Sapeva comparire sempre nuovo alle belle, sapeva commoverle con finte +disperazioni, ammaliarle con melate lusinghe, coglier l’istante +di debolezza, accalappiare l’innocenza burlando, sperdere a forza +di logica e di passione i pregiudizi dell’inesperienza, aspettare +una carezza involontaria, implorare ed esigere una dichiarazione, +sorprendere i primi palpiti di un cuore vergine, inseguire senza +posa la preda, e alfine ottenere dalla impietosita un misterioso +appuntamento in cui le dava lezioni particolari d’amore. Oh, come +sapeva confondere l’astuzia delle civette sfacciate! Quando voleva +sfrattare i rivali, con che impudenza li denigrava! Che insidie tendeva +sui loro passi! Ma voi, fortunati sposi, rimanevate suoi amici. Il +marito scaltro, antico discepolo di Faublas; l’incredulo vecchio, +maestoso capricorno, sempre contento di sè stesso, del suo secolo e di +sua moglie, piaggiavano a gara il nostro Eugenio. + +Talvolta, mentre era tuttora in letto gli pioveva in camera un diluvio +di bigliettini. Che saranno mai? Inviti? Di fatto, a un tempo stesso +è pregato a conversazione in tre case diverse. In una v’è festa di +ballo; in un’altra, ricreazione di bambini. In quale di questi posti +si condurrà il nostro scapato? Con quale comincerà il suo giro? Poco +importa, purchè vada in tutti. Frattanto si veste da mattino, prende il +suo largo _bolivar_,[27] corre al _boulevard_, passeggia in su e in giù +finchè il suo infallibile _Breguet_[28] gli segni l’ora del pranzo. + +Fa buio. Egli si accomoda in una slitta. “Ehi davanti! Ehi davanti!” +gridano da ogni parte i cocchieri. Una polvere bianca inargenta il +bavero del suo soprabito. Si ferma da Talon, credendo che ivi già +lo aspetti N. N. Entra, e i tappi balzano al soffitto e il vino +della cometa[29] si mesce a torrenti. I servi gli imbandiscono un +_roast-beef_ sanguinolento, un piatto di tartufi, delizie della +gioventù e onore della cucina francese; e l’incorruttibile pasticcio +di Strasburgo[30] torreggia davanti a lui fra un formaggio _vivente_ di +Limburgo e una piramide d’aurei ananassi. + +La sete eccitata dalle bollenti costolette richiede per estinguersi +altre libazioni; — ma la lancetta dell’orologio già annunzia che +è principiata la nuova pantomima. Mordace Aristarco del teatro, +incostante adoratore di tutte le attrici, onorato cittadino delle +quinte, Anieghin si trasporta al teatro, ove già tutti i dilettanti +stanno pronti ad applaudire le capriole delle danzatrici, a fischiar +Fedra e Cleopatra, a richiamar Maina[31] coll’unico scopo di farsi +osservare dalla gente. + +Magico recinto nel quale echeggiarono i carmi dell’arguto Von +Visin,[32] re dell’ironia e amico della libertà! Lì Oseroff[33] divise +colla giovine Semenova[34] l’omaggio del nostro pianto e del nostro +fanatismo; lì Calienin[35] rivelò al pubblico russo il genio sublime +di Cornelio; lì il caustico Sciachovschi lanciò il susurrante sciame +delle sue commedie; lì Didelot[36] s’incoronò d’immortali allori; lì, +all’ombra di quelle decorazioni, passarono i miei dolci anni primieri. + +Care dive, che fu di voi? Porgete orecchio alla mia voce addolorata: +siete sempre quali io vi vidi, oppure altre dive vi hanno supplite ma +non pareggiate? Udrò io ancora i vostri concenti? Mirerò ancora il volo +della Terpsicore russa, ovvero la mia vista sconsolata non incontrerà +più nessuna fisionomia nota sulla vedova scena, e dovrò io, freddo +spettatore dell’allegria comune, appuntare indarno il canocchiale sopra +una adunanza sconosciuta, e, sbadigliando in disparte, contentarmi +delle reminiscenze del tempo trascorso? + +La sala è zeppa di gente; i palchi brulicano; la platea e l’anfiteatro +fervono, il lubbione trepida d’impazienza. Il sipario s’alza con un +grato stroscío.... Sfavillante di luce, mezza aerea, docile al cenno +dell’arco armonico, circondata d’una schiera di ninfe, ecco s’avanza +Istomina[37] radendo appena il suolo colla cima d’un piede, mentre +l’altro lentamente aleggia. Ora essa saltella, ora spazia più lieve +che piuma al soffio d’Eolo, ora curva il bel fianco, ora lo drizza, e +intreccia e batte in tempo gli agili calcagni. + +Tutti gli astanti dan segni di satisfazione. Anieghin entra, +calpestando la gente si fa strada fra le poltrone, alza il doppio tubo +ottico ai palchi ove stanno signore ch’egli non conosce ed esamina +l’un dopo l’altro tutti gli ordini. Ha già veduto ogni cosa e nulla +gli garba, nè i sembianti nè le _toelette_.[38] Saluta i conoscenti che +scorge in varie parti, poi si volge agli attori con occhio disattento, +gira la testa sbadigliando e susurra: “Convien mutar tutto; assai tempo +ho sofferto i _ballets_; persino Didelot m’è venuto a uggia.” + +Gli amori, i diavoli tuttora sgambettano e tempestano sulla scena; già +i lacchè stracchi russano nel vestibolo sulle pellicce dei padroni. Gli +spettatori si soffiano il naso, tossono, fischiano, picchiano le mani. +Dentro e fuori rifulgono mille lumi; i cavalli intirizziti dal freddo +scuotono i finimenti; i cocchieri, ritti intorno ai braceri, maledicono +i loro signori e si percuotono i fianchi colle palme per riscaldarsi. +Già Anieghin è uscito; va a casa a mettere un nuovo _costume_. + +Potrò io mai fedelmente descrivere il gabinetto appartato, ove +l’esemplare discepolo delle mode si vestiva, si spogliava e si +rivestiva? Tutte quelle bagattelle che Londra in sì gran copia fabbrica +per contentare i nostri capricci e ci manda quindi a traverso il +Baltico in ricambio di legno e di sego; tutte quelle galanterie che +il gusto e la provvida industria di Parigi inventa per dilettar la +vista, per pascere il lusso e la mollezza del mondo elegante, tutto +ciò adornava il gabinetto del nostro filosofo di diciotto anni. Pipe +turche con bocchini d’ambra; lavori di porcellana e di bronzo; boccette +di cristallo piene d’essenze odorose; pettini e lime d’acciaio; forbici +dritte o curve; spazzole di trenta specie per le unghie e per i denti, +ingrombravano i suoi tavolini. Rousseau (fo questa osservazione fra +parentesi), Rousseau non poteva perdonare a Grimm di essersi nettato le +unghie in sua presenza.[39] O magniloquente mentecatto! Il propugnatore +della libertà e del dritto, in questo caso, ha certamente torto. Un +uomo può essere assennato e pulirsi le unghie. Perchè voler lottare +senza pro contro il secolo? L’uso è autocrata della società. Il mio +Eugenio, paventando come un altro ***, i sarcasmi degli invidiosi, +era, per dirla in una parola, un pedante della moda, uno zerbino coi +fiocchi. Se ne stava talvolta almeno tre ore di seguito innanzi allo +specchio, ed esciva dal suo _boudoir_, acconciato come una Venere +notturna che sen va al veglione mascherata da uomo. + +Potrei qui dilungarmi in descrivere la toelette d’Eugenio, e attrarre +l’attenzione degli eruditi sul suo abbigliamento; ma convien +ch’io rinunzi a tale impresa, poichè la lingua russa non ha voci +corrispondenti a _pantalon, frac, gilet_. E d’altronde m’accorgo e +confesso con schiettezza, che il mio sciagurato stile pur troppo è +già zeppo di espressioni esotiche, sebben per iscansarle io spesso +scartabelli il Dizionario dell’Accademia. + +Ma ora di tutt’altro dobbiamo intrattenerci. Fa d’uopo che ci rechiamo +alla festa di ballo ove Anieghin s’avvia in una calescia da nolo. Sulle +facciate oscure delle case, pel lastricato silenzioso delle strade, i +fanali delle carrozze spandono un giocondo chiarore che si refrange +in mille archibaleni sulla neve. Il nostro eroe smonta all’ingresso +d’un suntuoso palazzo, splendidamente illuminato. Si vedono passare +e ripassare alle finestre, innumerevoli ombre e profili di teste di +signore e di cavalieri. + +Anieghin si slancia nel peristilio, vola come strale davanti allo +introduttore svizzero[40], sul pavimento di marmo. Si liscia i capelli +colla mano, ed entra nella sala di conversazione. È piena gremita di +gente, e i musicanti cominciano a essere stanchi. Gli invitati danzano +la masurca. Dappertutto chiasso e calca straordinaria; ronzano gli +speroni dei _chevaliers gardes_,[41] guizzano e trepidano i piedini +delle gentili dame; infiniti sguardi ardenti li accompagnano, e +l’armonia dei violini soffoca il cinguettío delle gelose donne alla +moda. + +Nei miei giorni di felicità e di desiderio, io ammattiva per le +feste di ballo. Non conosco luogo più propizio per far dichiarazioni +d’amore, e consegnar viglietti teneri. O rispettabili mariti! Io vi +offro i miei servizi, e vi prego d’attendere alle mie parole: vi voglio +salvar l’onore. Voi pure, buone madri, osservate con maggior rigore la +condotta delle vostre figlie, abbiate sempre gli occhiali a cavalcioni +sul naso.... Non crediate però ch’io.... Dio me ne scampi e liberi! +Parlo così, perchè già da un pezzo io non pecco più. + +Ahimè, che ho perduto molta parte di mia vita in diporti frivoli! +Eppure mi talenterebbero tuttora le feste di ballo, se non offendessero +la morale! Io amo la petulante gioventù, la folla, il brio, l’allegria, +gli addobbi ricercati delle belle; ma più di tutto io vagheggio i loro +piedini. Peccato però, che in tutta la Russia si trovino appena tre +paia di bei piedi muliebri! Ma fra questi uno ve n’ha, ch’io non potrò +sì tosto dimenticare! Tribolato, spassionato, desto o svegliato, io +gli ho sempre presenti, e ogni notte vengono a stuzzicarmi in sogno. +In nessun tempo, in nessun clima li potrò io obliare. Ahi, piedini, +piedini! Dove siete adesso? Sotto qual zona premete i fiorellini di +primavera? Avvezzi alla mollezza orientale, non stampaste orma sulle +orride nevi del settentrione; vi bisognava la morbidezza dei tappeti di +Persia. Per voi, io scordai la gloria, l’ambizione, il paese degli avi +miei, e la mia prigionia. L’incanto dei miei anni giovanili svanì come +sull’erba dei prati la traccia vostra. + +Il seno di Diana, le gote di Flora, o amici cari, mi fan trasecolare, +ma più seducenti ancora mi sembrano i piedini di Terpsicore. Essa, +lasciando travedere l’ambíto guiderdone degli amanti, trascina dietro +a sè un turbine di voti e di sospiri. Io adoro quei piedini: di +primavera, sopra lo smalto delle lande; d’inverno, innanzi agli alari +del caminetto, sul tavolato lucido dei saloni, sotto le lunghe tovaglie +delle mense, e presso al mare sul granito d’uno scoglio. + +Un giorno, io ed essa, eravam sul lido poco prima di una burrasca. Oh +come io invidiava le onde che venivano in tumultuosa fila a lambirle +amorosamente i piedi! No, durante il voluttuoso corso della mia +gioventù, non bramai con tanto affetto di baciare le labbra purpuree, o +le rosee guance, o il petto tremulo delle nuove Armide, come bramai in +quel punto di baciare quei piedini. + +Mi rimembro d’un’altra circostanza. Talvolta in un sogno felice parmi +tener l’arcione della sua sella, e stringer fra mano quel piedino +adorato. A quel pensiero mi si riscalda la fantasia, a quel contatto +mi ribolle il sangue nelle vene agghiacciate: soffro ancora, amo +ancora.... ma già troppo a lungo la mia garrula Musa celebrò le +belle superbe: esse non meritano nè gli ardori nè i carmi che esse ci +ispirano. Le parole e il cuore di quelle lusinghiere sono così volubili +come i loro piedi. + +Ma dov’è il mio Anieghin? Mezzo addormentato esce dalla festa di ballo, +e va a gustare un istante di riposo. Già il rimbombo dei tamburi ha +svegliato l’abitante instancabile di San Pietroburgo. Il mercante balza +da letto, il rivendugliolo va in giro colle sue ceste, il cocchiere +s’incammina alla stazione consueta. La contadina di Octa corre colle +sue brocche di latte, e fa crepitar la neve sotto ai suoi solleciti +passi. Il gradito fracasso del mattino si rinnovella dappertutto: le +imposte si spalancano; il fumo delle stufe serpeggia per l’aria in +ghirlande azzurrine, e l’accurato fornaio tedesco col berretto bianco +in testa ha già aperto più volte lo sportellino della sua bottega. + +Frattanto il figlio del piacere e del fasto, sbalordito dal frastuono +delle feste, converte il mattino in notte, e dorme placidamente fra +beate visioni. Si desterà dopo le dodici; continuerà la stessa vita +varia eppure uniforme, e domani farà quel che fece ieri. Domanderete +forse se il mio Eugenio, indipendente sul più bel fior degli anni, fra +i trionfi, gli amori e le delizie, godesse la felicità? Domanderete se +fra i lauti conviti egli fosse tranquillo e sano?... + +No: i sensi suoi già divennero ottusi e languidi. Il rumore del +mondo lo importuna; le belle non son più il precipuo oggetto dei suoi +pensieri. La perfidia delle donne lo ha disgustato; è stucco degli +amici e dell’amicizia, perchè non può sempre condire di sciampagna le +bistecche e i pasticci di Strasburgo, nè sciorinar motti e frottole +quando gli duole il capo; e benchè egli fosse un discolo solenne, +abiurò finalmente gli alterchi, le sciabole e le pistole. + +Un morbo, le cui cause già da gran tempo si sarebbero dovute indagare; +un contagio fratello dello _spleen_ inglese, vale a dire l’ipocondria +russa, lo invase poco a poco. La Dio mercè egli non cercò di farsi +saltar le cervella, ma si svogliò di tutto. Divenne burbero e tetro +come _Childe Harold_. Nè i pettegolezzi della città, nè il gioco del +_boston_, nè le provocatrici occhiate, nè i sospiri indiscreti lo +commovevano, e non vi badava nemmeno. + +In primo luogo, egli abbandonò le fantastiche dame della alta +società. A dir vero, il _bon ton_ d’oggigiorno è bastantemente +seccante. Sebbene alcune signore siano in grado di spiegare Say e +Bentham, ciò non ostante, ad onta di quell’innocuo cicalío, la loro +compagnia è intollerabile. Di più esse sono così caste, così maestose, +così spiritose, così pie, così guardinghe, così puntuali, così +inespugnabili, che la sola vista loro ti appicca lo _spleen_. + +E voi, o forosette, cui ad ora avanzata un rapido _droschi_ mena in +giro per le vie di San Pietroburgo, il mio Eugenio piantò lì anche +voi. Disertore dei divertimenti sregolati, Anieghin si rinserrò +nella sua camera, prese carta e calamaio, e volle scrivere; ma quella +applicazione improba gli fiaccò le forze. Quindi egli non entrò nella +sella di quelli uomini violenti, che io non condannerò perchè io sono +di quel numero uno. + +Nuovamente in preda all’ozio, straziato dall’inedia del cuore, schierò +un battaglione di libri sulli scaffali della sua biblioteca, e s’assise +col lodevole intento di far suo proprio l’ingegno altrui. Lesse, lesse, +lesse, ma senza scopo e senza frutto; ove trovò la noia, ove l’inganno +e la follia. Tale autore non ha coscienza, tale altro non ha giudizio; +ciascuno ha le sue prevenzioni e i suoi vizi. Gli antichi sono un +po’ vieti, e i moderni delirano sugli antichi. Mandò all’aria i libri +come le donne, e avvolse in un drappo bruno la biblioteca, e i suoi +polverosi tesori. + +Io conobbi Anieghin verso quell’epoca di sua vita. Appunto aveva io, +come lui, scosso di recente il giogo delle convenzioni sociali e delle +vanità mondane. Mi piacque la fisionomia d’Eugenio. Quella sua indole +astratta e cogitabonda, quella stranezza di maniere e d’idee, congiunta +a una sagacità rara e ad un senno squisito, m’empì di meraviglia. +Io fremeva di sdegno; egli sen stava quieto e meditabondo. Ambedue +sapevamo per prova come scherzino le passioni; ambedue satolli della +esistenza, dovevamo soffrire nel mattino della vita gli oltraggi della +ceca fortuna, e dei nostri simili. + +Chi ha vissuto e riflettuto, non può fare a meno di sprezzare gli +uomini, nel secreto del cuore. L’imagine dei dì passati, che non +torneranno più, è una tortura per un’anima sensibile. Il rammarico, il +pentimento, la mordono e la rodono come serpenti, e per essa non v’ha +più vera gioia. Tali sentimenti infondono nella conversazione di chi li +prova una grazia, un fascino onnipossente. Dapprincipio, il linguaggio +d’Anieghin mi turbò; ma poco a poco mi assuefeci alle acerbe invettive, +ai sarcasmi pungenti e atrabiliari, che discorrendo scoccava, or qua or +là, come tanti strali mortiferi. + +Nella stagion d’estate, quando il cielo si specchiava limpido e terso +nel cristallo della Neva; quante volte, a quell’ora di notte in cui più +non brillava il sorriso della luna, errando insieme lungo le sponde +del fiume, ci narrammo a vicenda gli episodi romanzeschi dei nostri +primi amori! Ridivenivamo sensibili e noncuranti, oppure ci inebriavamo +in silenzio dei grati olezzi della verdura, in mezzo a quelle tenebre +sfolgoranti di stelle. Trasferiti in idea dal tempo presente sì amaro, +nel passato sì dolce, provavamo quel che proverebbe un galeotto, il +quale addormentatosi nell’orror dell’ergastolo, si destasse in seno a +un fiorito boschetto. + +Immerso nell’abisso delle sue rimembranze, talvolta Eugenio se ne +stava aggomitato[42] sul granito, come il personaggio descritto dal +poeta.[43] Alta quiete regnava intorno, non s’udiva altro strepito +che il grido delle sentinelle, e di quando in quando il fragore delle +ruote d’un _droschi_ nel quartiere della Miliona. Al più al più, una +barchetta a remi solcava lentamente la superficie unita del gran fiume; +e ci molcea l’orecchio un suon di corno misto a un canto flebile in +lontananza. Ma più soave assai echeggia nelle ombre opache l’armonia +delle ottave del Tasso. + +O lagune dell’adriaco mare, o Brenta! Io vi vedrò; io andrò a ispirarmi +al susurro delle vostre acque. La vostra voce è sacra ai figli +d’Apollo; essa mi è nota per la cetra altera d’Albione,[44] mia maestra +e donna. Io assaporerò la voluttà delle notti dell’aurea Italia; io +vogherò in una misteriosa gondola al fianco d’una leggiadra veneziana, +ora loquace, ora taciturna, che addestrerà le mie labbra a modular la +favella di Petrarca, e d’amore. + +Ricupererò io mai la libertà? Io la chiamo, io la sospiro con fervore. +Vo spaziando qua e là in riva al mare;[45] invoco la burrasca; fo segni +alle antenne delle navi. Quando potrò io intraprendere un tragitto +periglioso sui flutti lottanti coi venti, per le oblique vie del +pelago? È tempo che io fugga il lido fastidioso e queste aure aborrite; +è tempo ch’io voli sotto un cielo più mite, sulle spiagge dell’Africa +natia,[46] a pensare a questa nebulosa Russia, ove ho sofferto, ove ho +amato, ove giace sepolto il mio cuore. + +Anieghin stava per far vela meco verso estranee regioni, quando piacque +al barbaro destino di separarci per lungo tratto. Il padre d’Anieghin +passò da questa vita. Un branco d’accaniti creditori assalì Eugenio. +Tutti avevano dritti legittimi e istromenti validi. Eugenio che +abominava le liti, contento delle sue mediocri sostanze, cesse loro +l’eredità paterna; non credendo scapitar gran cosa, e pronosticando +forse la prossima fine d’un suo vecchio zio. E, in fatti, di lì a +poco, gli giunse la notizia che quel galantuomo era in punto d’agonia, +e bramava, prima di spirare, dargli l’estremo addio. Eugenio, subito +ricevuta la lettera dell’intendente, montò in posta, anticipatamente +sbadigliando dalla noia, e preparandosi a dovere, per qualche danaro, +gemere, piangere, e far quella commedia cui si allude nell’esordio di +questa veridica istoria. Ma quando Eugenio giunse al villaggio dello +zio, trovò il buon vecchio già basito e in procinto di andarsene +sotterra. + +Il cortile era pieno di servitori. Da ogni banda accorrevano amici e +nemici per godere della vista dei funerali. Si seppellì il defunto. I +preti e i curiosi gozzovigliarono in suo onore, e quindi, ben pasciuti, +si ritirarono con gravità e sussiego, come persone che han compito +un dovere sacrosanto. Ecco Anieghin divenuto campagnuolo, possessore +assoluto di manifatture, di canali, di selve, di poderi, esso, fin +ad ora, scialacquatore di prima riga, e recalcitrante ad ogni freno! +Eccolo che consente a trasformare il suo antico vivere disordinato in +una esistenza regolata e sicura. + +Per ben due giorni interi la solitudine dei campi, la frescura +crepuscolare dei querceti, il mormorío d’un placido ruscelletto, gli +tornarono a genio. Nel terzo giorno, i boschi, i poggi, le valli, +non lo dilettarono più tanto; anzi gli cagionarono un tedio mortale. +Finalmente s’accorse e fu convinto, che la noia penetra anche nelle +borgate rustiche, quantunque non vi si trovino nè strade, nè palazzi, +nè carte da gioco, nè feste di ballo, nè poesie. L’ipocondria +accompagnava Eugenio in ogni luogo, e lo inseguiva come una ombra, o +una sposa fedele. + +Io son nato per la vita quieta, per la calma delle ville. Il suono +della cetra pare più melodioso in quel silenzio; le visioni della mente +son più vive. Ivi mi pasco d’innocenti piaceri, navigo sul liquido +cristallo d’un lago; nè conosco altra legge, che il dolce _far niente_. +La libertà e la mollezza occupano le mie giornate; leggo un poco, dormo +un poco; più non mi cale di quel vano fiato di vento, che si appella +gloria. In somma, io passo il tempo come lo passava nella mia infanzia +scevro di cure e di pensieri. + +Fiori, amori, verdura, campagna, riposo, siete i miei Dei tutelari. +Mi rallegro sempre quando mi accade di notare qualche divario fra +il carattere d’Eugenio e il mio. Senza di ciò, i lettori malevoli, i +coniatori d’ingegnose calunnie, riconoscendomi forse a qualche indizio, +andrebbero poi vociferando, che ho qui delineato il mio ritratto, +secondo l’esempio di Byron, poeta dell’orgoglio. Perchè mai sarebbe più +difficile di dettar poemi sopra gli altri, che sopra noi medesimi? + +Io farò una osservazione. Tutti i poeti si lasciano abbindolar +dall’amore ideale. Tempo fa, io adorava certi cari oggetti, la cui +effigie mi è rimasta impressa in fondo al cuore. La Musa poi prestò un +corpo a quelle vaghe imagini, e celebrò la fanciulla dei monti[47] e le +captive delle sponde del Salghir.[48] Adesso, amici miei, non di rado +mi dirigete questa domanda: “Per chi palpitano le corde del tuo liuto? +A quale delle gelose vergini sacrasti i tuoi concenti? Quale bella, +destando in te l’entusiasmo, premiò i tuoi carmi con una occhiata? +Chi è quella che divinizzi ora nelle tue carte?” Nessuna, o amici, lo +giuro. Pur troppo esperimentai le ambasce forsennate di Cupido. Felice +colui che accoppia il fuoco d’amore a quel di poesia, e così duplica il +sacro furore dell’ispirazione ad esempio di Petrarca, il quale leniva +il suo affanno cantando, e a un tempo stesso s’irradiava di gloria. Ma +io, quando corteggiavo le donne, ero stolto e muto. + +La fiamma d’amore si estinse e rimasi al buio. Allora la Musa m’apparve +e dissipò la caligine del mio intelletto. Libero omai, cerco ancora +di combinare l’armonia del metro col sentimento e la ragione; scrivo, +e con tale esercizio placo gli spasimi del cuore. La mia penna non +si balocca più a schizzare, fra i versi non finiti, piedini e volti +di donne. La cenere spenta non riarde più. Io tuttora patisco; ma è +esausta la fonte delle lacrime, e in breve ogni traccia d’agitazione +sarà sparita. Allora m’accingerò a comporre un poema in venticinque +canti. Ho già ideato il nesso dell’azione, e stabilito il nome +dell’eroe. + +Intanto eccomi giunto al fine del primo capitolo di questa favola. L’ho +riveduto con accuratezza; vi ho scoperto un monte di contradizioni, +ma non vo’ sprecar tempo in tôrle via. Adempirò il mio dovere verso la +censura, e regalerò questo nuovo frutto ai giornalisti, acciocchè se lo +mangino. Vattene adunque sulle rive della Neva, o neonato parto del mio +ingegno! Possa tu produrre colà i soliti effetti delle cose illustri: +le maligne interpretazioni, i clamori pazzi, e gli improperi. + + + + +CAPITOLO SECONDO. + + O rus! + ORAZIO. + + O Russia! + _Traduzione libera_. + + +La terra ove s’annoiava[49] Eugenio era un delizioso asilo nel quale +un amante dei piaceri semplici avrebbe goduto una perfetta felicità. +La casa signorile si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a +piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte. Intorno intorno +verdeggiavano e fiorivano ameni campi indorati di mèssi e prati +ubertosi ove spaziavano gli armenti. Qua e là un villaggetto o un +vasto giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca ove venivano le +Driadi a meditare. + +Il venerabile castello era costrutto come devono essere tutti i +castelli; straordinariamente solido e tranquillo, secondo l’uso +dei nostri giudiziosi avi. Sale ampie ed alte, arazzi appesi alle +pareti, ritratti d’antenati e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto +ciò ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè. D’altronde, +l’amico badava pochissimo all’architettura e alla mobilia, atteso che +sbadigliava nei saloni moderni come negli antichi. + +Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio per quaranta anni +di seguito s’era affacciato alla finestra, aveva quistionato colla +governante e acciaccato mosche. + +Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di quercia, due scaffali, +un tavolino, un divano di piuma senza alcuna macchia d’inchiostro. +Anieghin aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa; +nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro e un +lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato da mille faccende, +non leggeva altri libri. + +Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per accorciare il tempo, +determinò di stabilire un ordine nuovo nella azienda del suo dominio. +Filantropo segregato fralle selve, egli convertì in un lieve tributo +annuo gli oblighi feudali;[50] e il servo redento benedì il nuovo +signore. Ma un possidente spilorcio e inumano sbuffò di rabbia +all’annunzio di tale azione che considerava come una enormità. Un +altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono in dichiarare +Eugenio un matto pernicioso. + +Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita; ma siccome tosto +che udiva un _droschi_ per la strada maestra Eugenio inforcava la sella +d’un focoso stallone, i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento +ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano essi, “è un +ignorante, uno scapestrato, un _frammassone_. I suoi vini fini se li +tracanna tutti lui; non bacia la mano alle signore; dice sempre _sì_ +e _no_; non v’aggiunge mai _signore_ o _signora_.” Tale era l’opinione +della gente intorno ad Anieghin. + +Giunse allora nel villaggio un altro possidente che diede un nuovo +pascolo alle chiacchiere degli oziosi. Chiamavasi Vladimiro Lenschi. +Allievo di Gottinga, fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine +e bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi studi: dei +principii liberali, un’anima ardente e un po’ bizzarra, un linguaggio +esaltato, e capelli lunghi sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato +dalla fredda perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava alla +lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle vaghe zittelle. Era +Lenschi d’una grande ingenuità di spirito, si lasciava facilmente +illudere dalla speranza, dalle apparenze e dalle fanfaronate della +gente. Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde menzogne. La +vita umana gli sembrava un enimma interessante; si rompeva la testa +a scrutarlo, e si figurava che dalla soluzione di quello dovesse +scaturire qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima sorella della +sua, di quell’anima che, secondo egli credeva, anelava d’unirsi alla +compagna destinatale dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante, +languiva nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci d’ogni +sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer per lui la +prigionia e la morte, e non esitassero mai a rintuzzare le calunnie.... + +L’indignazione, la pietà, il sacro amore del bene, la sete della +gloria, sin dai primi anni, gli fecero palpitare il cuore. Sen giva +peregrino per la terra senza altra compagnia che la sua cetra. +Ammiratore di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla +poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di coltivar le muse. +Celebrava nelle sue rime i generosi sentimenti, l’entusiasmo giovanile +e l’aurea semplicità; suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi canti +eran puri come i pensieri d’una vergine candida, come il sonno d’un +fanciullo nella culla, come, in un ciel sereno, il raggio della luna, +regina dei sospiri teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione, +la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle rose, il fiore +di sua gioventù appassito in sulla diciottesima primavera e i lontani +paesi ove in seno della solitudine egli aveva sparso tante amare +lacrime. + +In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva valutare i meriti di +Lenschi, il quale fuggiva con premura i tumultuosi banchetti dei +possidenti circonvicini, le loro conversazioni serie intorno al +vino, alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia. +Dalla natura degli argomenti, si può desumere che i discorsi di quei +barbassori non ridondavano nè di estro poetico, nè di delicatezza, nè +di acume, nè di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle loro +carissime mogli era molto più sciocco ancora. + +Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona, Lenschi +veniva accolto in ogni casa come s’accoglie un genero futuro. Tale è +la consuetudine dei villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie +per il signorino mezzo russo.[51] Subito che egli entrava, la compagnia +si metteva a ragionare degli incomodi della vita celibe. Se invitavano +Lenschi a prendere una tazza di tè, la Dunia era incombensata di +mescerlo. Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!” +Quindi un servitore recava una chitarra, e Dunia incominciava a +miagolare: + + Oh! vieni a me, nel mio palazzo d’oro![52] + +Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare alle panie del +matrimonio, e niente altro ambiva che contrarre più stretta familiarità +con Eugenio. L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio e +la brace, non son più diversi fra loro di quello che fossero Lenschi +e Anieghin; eppure divennero amici sviscerati. A prima giunta, quel +reciproco contrasto cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni giorno +a cavallo o a piedi, fece sì che divennero compagni inseparabili. Così, +pur troppo è vero, la scioperatezza è il nodo che ravvicina e unisce +gli uomini. + +Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati dall’orgoglio, +reputiamo noi stessi come tante unità e gli altri come tanti zeri. +Tutti ci crediamo nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi +nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci; ogni affetto +ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio era più tollerante; conosceva +gli uomini e li disprezzava in genere, ma faceva in particolare alcune +eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei quali rispettava +l’opinione. Ascoltava Lenschi con un sorriso; quel linguaggio colorato +ed eloquente, quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio +sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove per Anieghin. Si +asteneva da ogni parola che potesse agghiacciar quell’ardore, pensando +fra sè: sarei insano e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità +momentanea. Pur troppo l’esperienza lo disingannerà. Lasciamogli quella +sua fiducia nella perfezione umana e non estinguiamo anzi tempo quel +fuoco giovenile; non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori. + +Non v’era cosa che non servisse loro di testo a qualche controversia +e che non li portasse alla riflessione. Le gesta delle generazioni +antiche, i frutti della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei +secoli, i funebri misteri della tomba, il destino e la vita, porgevano +a vicenda ésca alle loro disquisizioni. Lenschi, nel calore della +disputa, leggeva a modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici, +e l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione, sebbene da gran +tempo li conoscesse. + +Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti erano le +passioni. Eugenio, già da qualche tempo sfuggito a quella insolente +tirannia, ne ragionava con un involontario sospiro di rincrescimento. +Beato chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe sottrarsi +al loro impero! Ma più felice colui che non le conobbe mai, che vinse +l’amore colla fuga, e l’odio colla maldicenza! Di quando in quando +egli sbadiglia cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare +da gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il capitale +tramandatogli dagli avi. + +Quando stanchi della agitazione del mondo ci ricovriamo prudentemente +sotto l’insegna della calma e del riposo; quando la fiamma che ci +consumava è spenta; quando la febbre delle passioni, le loro estasi, le +loro ubíe, i loro richiami tardivi, non ci incutono più che disprezzo; +tranquilli alfine non senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la +descrizione delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci rinverdi +e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido obliato in fondo al suo +tugurio, porge volentieri orecchio ai racconti dei militi novizi che +tornano dalla guerra. + +La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa; è sempre pronta a +confidare i suoi odii e i suoi amori, i suoi affanni ed i suoi gaudi. +Anieghin, veterano dell’esercito d’amore, accoglieva a muso serio le +confessioni del poeta, il quale, devoto alla religione del cuore, +svelava con ingenuità ogni ripiego della sua coscienza. Eugenio in +breve fu istruito di tutti i suoi secreti teneri e dolci, secreti che +già da un pezzo ci son noti. + +Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti soli sono ancora capaci +d’amare. Sempre, dappertutto, un sol pensiero, un sol desire, un sol +tormento gli occupava l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi +anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse, nè la vista dei paesi +forestieri, nè lo strepito delle feste, nè lo studio delle scienze, +poterono alterare i sentimenti suoi puri e virtuosi. + +Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle passioni, s’invaghì +della vezzosa Olga di cui divideva le cure e i trastulli infantili +sotto il baldacchino dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici, +vedendo il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano e +incoronavano sposi.[53] Olga, tutta spirante bellezza e innocenza, +fioriva nella solitudine, fra le soglie avite e sotto gli occhi +paterni, come un mughetto ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura, +ignoto alle farfalle e alle api. + +Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine cuore, ed egli, +trasumanato da quel caro dono, sacrò alla vezzosa i primi lai della +cetra. Addio, aurei sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli +ricercò le selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle, +la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo altre volte +come ad una fida amica per offrirle le nostre lacrime, grato sfogo +dell’interno affanno.... Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per +confidenti, invece della luna, i lampioni delle cantonate. + +Sempre modesta, sempre obediente, allegra come l’aurora, sincera +e semplice come l’anima d’un poeta, buona e timida come un bacio +d’amore.... occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di +sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre, voce soave, +Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo odierno qualunque, +vi troverai il di lei ritratto esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho +veduto e ammirato; ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa, +lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di Taziana[54] sorella +maggiore di Olga. Sarà la prima volta che simil nome comparirà nelle +pagine di un romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole e +sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora appartenne più +alle serve che alle padrone. È forza confessare che non mettiamo molto +gusto nella scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto che +mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione, ma soltanto +l’affettazione e le smorfie di quella. + +Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione di ligustri e rose, +nè la bellezza di Olga sua sorella, avevan finora potuto attrarre +sopra di lei l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica, +paurosa come una damma selvatica, l’avresti creduta straniera nella +propria famiglia. Non sapeva, a forze di lusinghe, cattare la buona +grazia dei genitori. Non si associava alle danze nè ai giuochi delle +fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola e muta, per giorni +interi, nel cantuccio d’una finestra; o ascoltare, di sera, novelle +orribili e strane. + +Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva animare colle +finzioni della vivace fantasia i suoi solitari ozi. I delicati suoi +diti non avevan mai toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo per +screziar la tela di fogliami e figure di seta. + +Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder una ragazza che si +esercita colla docile sua bambola alle ipocrisie, alle etichette +della società, e ripete a quel pezzo di legno le riprensioni che ha +ricevute dalla mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole nè +conversar con loro dei pettegolezzi della città o delle ultime mode. +Quando la balia adunava in uno spazioso giardino tutte le fanciulle +del vicinato per giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava +altrove. Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano. +Ad essa piaceva più anticipare sopra un balcone lo spuntar dell’alba, +quando a poco a poco le stelle si ritirano dall’emisfero scolorato; +quando la terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto +messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde e sui prati. Nelle +notti d’inverno, quando il pigro Oriente riposa sotto i raggi smorti +della luna annuvolata, Taziana sempre desta all’ora solita esciva da +letto al chiaror d’una lucerna. + +Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi le tennero luogo di +tutto. In special maniera s’affezionò ai racconti di Richardson e di +Rousseau. Il padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo, non +leggeva mai. Considerava i libri come innocui giocattoli, nè si curava +di scoprire quali insidiosi volumi si appiattassero sino al mattino +sotto il guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente +Richardson, non già per averlo letto, non già perchè anteponesse +Grandisson a Lovelace; ma perchè sua cugina, la principessa Alina di +Mosca, citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In quell’epoca, +il signor Larin non era ancora che suo pretendente, ma senza speme. +Essa ardeva per un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo +spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente della guardia, +famoso damerino e giocatore. Essa, ad esempio di lui, andava sempre +vestita di moda e con gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della +fanciulla la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo consenso. +L’assennato marito, volendo dissipare il di lei cordoglio, si trasportò +immantinente nelle sue possessioni, e lì la povera signora, circondata +da Dio sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in procinto +di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle cure domestiche, s’avvezzò +al suo nuovo stato, si placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro +largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine adunque +sopì quella angoscia, che nulla poteva mitigare. Una grande scoperta +che essa fece terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli ozi +della villa, trovò un ottimo secreto per governare autocraticamente il +consorte, e d’allora in avanti ogni cosa camminò a meraviglia. + +Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi per l’inverno, teneva il +conto delle spese, radeva la testa ai giovani coscritti,[55] andava al +bagno il sabato, e quando era di mal umore picchiava le serve, senza +mai chieder licenza ai marito. + +Scriveva col suo sangue negli _album_ delle giovini amiche, cangiava +per vezzo il nome di Prascovia in quello di Paolina; portava fascette +molto strette, parlava con una cantilena, pronunziava la N russa col +naso, come una N francese;[56] ma tosto smesse tutto ciò, e dimenticò +gli _album_, i versi teneri, la principessa Paolina e le fascette; +chiamò bonariamente Aculca, la cameriera che prima chiamava Celina, +e in somma, incominciò a far uso di scuffie semplici, e di gonnelle +ovattate. + +Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava mai nei di +lei negozi, e aveva messa in lei una fiducia scevra d’ogni sospetto. +Pranzavano ambedue in veste da camera. La vita loro scorreva in +perfetta quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano a +veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo, e ridere un +poco di questo e di quello. Così passava il tempo. Si pregava Olga +di preparare il tè; poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire, +ciascun se ne tornava a casa propria. + +Essi osservavano nella loro placida esistenza gli usi e i costumi +antichi. In tempo di carnevale facevano le frittelle. Il _cvas_[57] +era la loro unica bevanda, e a mensa, offrivano i piatti a ciascun +convitato, secondo la sua qualità e il suo rango. In tal guisa +invecchiarono insieme. La porta del sepolcro si aprì poi per essi, e +il fortunato sposo ricevè allora una nuova corona. Morì un’ora avanti +desinare. I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente degli +altri parenti. Era un uomo schietto e buono; e nel posto ove giacciono +le sue ossa, si erge un monumento funebre, con questa iscrizione: +_Sotto questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile peccatore, +servitore del Signore, e brigadiere_. + +Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò il modesto +monumento dell’amico, diede un sospiro alla sua memoria, e rimase un +istante pensoso e afflitto. Poi sclamò: “_Poor Yorick!_[58] egli mi +tenne fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua medaglia +d’Occiacoff![59] Mi promise Olga in isposa, dicendo: Quando verrà +quel giorno?...” E oppresso dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla +pietra un funereo madrigale. Siccome poi continuava in quella vena +poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe per suo padre e per +sua madre.... Ahi che le generazioni, quasi mèssi caduche, germogliano, +per voler della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano, si +inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a quelle.... La nostra +razza fragile e fugace, cresce, si agita, ferve, e precipita al fine +nell’abisso funesto, in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un +momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal mondo per occupare il +nostro posto. + +Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile esistenza! Io ne fo poca +stima, perchè ne conosco tutta la vanità. Son ceco alle illusioni, +ma talvolta le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e mi +rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe d’escir di vita, senza +lasciar nel mondo orma del mio passaggio! Non scrivo già per la fama: +vorrei poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche amico +serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e del mio amore. Forse +troverò quell’amico; e questa strofa da me composta, non piomberà +in grembo a Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il mio +ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi era poeta!” Accogli +dunque le mie grazie, o cultore delle pacifiche Pieridi, o tu la cui +mano pietosa adunerà le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto +di sempre verdi allori! + + + + +CAPITOLO TERZO. + + Elle était fille, elle était amoureuse. + MALFILATRE. + + +“Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...” + +“Addio, Anieghin, è tempo che io vada.” + +“Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?” + +“Dai Larin.” + +“Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere in tal guisa i tuoi +istanti?” + +“Niente affatto.” + +“Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli. Non è così?... Una +sempliciotta famiglia russa; gran cordialità per gli invitati; tortelli +di panna; i soliti ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al +bestiame.” + +“Non ci vedo nessun male.” + +“Il male, caro amico, è la noia.” + +“Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco una società senza +pretensione ove posso....” + +“Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per amor del cielo. Tu +parli.... ma odi, Lenschi! non potrei vederla io questa Fillide, +oggetto dei tuoi pensieri, delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera? +Presentami.” + +“Tu mi beffi.” + +“Oibò.” + +“Acconsento.” + +“Quando?” + +“Adesso subito.” + +“Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.” + +I due amici entrano, e si presentano. La famiglia li colma di tutte le +gentilezze proprie dell’antica ospitalità. Si imbandiscono i tortelli +nei piattini, e si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un +desco incerato. + + . . . . . . . + +Tornano a casa nel loro _droschi_ per la strada più corta, e con gran +fretta. + +Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri due personaggi. + +“Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?” + +“È un vizio, Lenschi.” + +“Sei forse più annoiato di prima?” + +“No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la campagna. Cammina più +presto, cocchiere! Che brutti posti! A proposito: la Larin è una buona +vecchiotta molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di mirtillo +m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi, chi è Taziana?” + +“È quella ragazza melancolica e taciturna come Svetlana...[60] quella +che è entrata e s’è messa a sedere alla finestra.” + +“Come mai ti sei innamorato della minore?” + +“Perchè?” + +“Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta come sei tu. Non v’è +vivacità nella fisonomia d’Olga. Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck. +Ha il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù su quello +stolto orizzonte.” + +Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più parola per tutto il resto +del cammino. + +Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa dei Larin produsse +una grande impressione, e diede che ciarlare a tutti i vicinanti. Si +almanaccarono mille congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò +senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana. Alcuni persino +asserirono, che il matrimonio era già stabilito, ma differito per il +motivo che non si era potuto trovare un anello di moda. In quanto +allo sposalizio di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo +combinato. + +Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi; eppure in +secreto, provava una certa dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio +le s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente s’innamorò. +Così il seme caduto nel seno della terra, germoglia sotto i raggi di +primavera. Da un pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata +dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante; da gran +tempo, una inquietezza profonda angustiava quel giovine petto; e +quell’anima inesperta aspettava qualcheduno. + +Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È desso! Ormai i giorni e +le notti, il sonno e la veglia, sono pieni di lui; tutto parla di lui +senza posa all’animo della gentil giovinetta. Il resto le viene a noia, +e l’aura dei complimenti, e le cure premurose dei servitori. Immersa +nella meditazione e nel dolore, non attende più agli amici di casa; +maledice la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata. + +Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali! Con che voluttà +gusta ora i raggiri e gli inganni dei seduttori famosi! Tutti +quei caratteri ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di _Giulia +Volmare_,[61] _Malec Adel, De Linard_, il martire _Werther_, e +l’impareggiabile _Grandisson_, che sembra a noi un eroe soporifico, si +condensarono tutti, nella mente di Taziana, in un solo tipo, si fusero +tutti nella persona di Anieghin. + +Taziana, figurandosi essere la protagonista dei suoi romanzi +prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora Delfina,[62] passeggia +sola pei boschi con quei pericolosi libri. In essi cerca e trova +l’espressione della fiamma secreta che nutre in seno, e di quei +sogni che provengono da una troppa pienezza di vita. Essa sospira, +e appropriandosi le estasi e gli strazi altrui medita e compone +sconsideratamente una lettera diretta al caro idolo suo.... Ma il +nostro amico, comunque egli la pensi, non è un Grandisson. + +Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che consuonava al +tuon dell’argomento, ci rappresentavano il loro protagonista come +un vero modello di perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un +ingegno sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò perseguitato +dall’iniquità del mondo. Acceso d’una passione sincera e illibata, +animato d’un continuo entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar +sè stesso per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il vizio +vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata. + +Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa l’effetto d’un narcotico. +Il vizio solo ci sembra piacevole in sè stesso e nei romanzi nei +quali trionfa. Le chimere della Musa britannica turbano il sonno +delle fanciulle di men di dodici anni, che han sempre presente al +pensiero o il fantastico _Vampiro_, o _Melmoth_ l’oscuro avventuriere, +o il _Giudeo errante_, o il _Corsaro_, o il misterioso _Sbogar_.[63] +Almeno Lord Byron con lodevole audacia improntò di romantica mestizia +l’egoismo disperato. + +Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì io cesserò di +verseggiare, se così vuole il cielo. — Un altro demone s’impossesserà +di me, e sprezzando le minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la +vile prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo modesto. +Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti atroci, nè delitti +secreti, — ma vi racconterò con semplicità le tradizioni di qualche +famiglia russa, le illusioni ridenti dell’amore, e i costumi dei +nostri antenati. Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o d’un +buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva a un ruscello, sotto un +vecchio tiglio; gli spasimi crudeli della gelosia e della separazione +e le lacrime della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei miei +personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente li cingerò +del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò allora le espressioni +appassionate, le dichiarazioni eloquenti che mi scaturivan dal cuore +nei tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti alla mia bella, +ma che adesso mi sono tutte quante uscite dalla mente. + +Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco che hai rimesso il +tuo destino in poter d’un tiranno alla moda. Perirai, mia cara; ma +frattanto ti pasci di speranze, invochi una tragica felicità, assapori +il soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose +visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti comparisce un ricetto +propizio agli amorosi colloqui; e ovunque porti i passi hai davanti +agli occhi la soave imagine del tuo astuto tentatore. + +In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va a gemere nel giardino. +Tutto a un tratto abbassa i cigli a terra, e non può andar più oltre. +Il seno suo ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di +porpora, il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie ronzano, le +luci si oscurano....[64] Soprarriva la notte; la luna fa la ronda nella +volta cerulea del firmamento; il rosignolo esala i suoi melodici trilli +nella caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non riposa, ma +confavella a bassa voce colla balia. + +“Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!... Apri la finestra e +pónti a sedere accanto a me.” + +“Che hai, Taziana, che hai?...” + +“Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo passato....” + +“Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi, di malvagi spiriti e +di fanciulle, ma mi son fuggite dalla mente.... quel che sapevo non lo +so più.” + +“Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai stata innamorata?” + +“Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava ancora d’amore; e se ci +avessi pensato, mia matrigna buon’anima m’avrebbe ammazzata.” + +“Come dunque facesti per maritarti?” + +“Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il mio Gianni, era più +giovine di me.... io avevo tredici anni. Una comare venne dai miei +genitori, e finalmente mio padre benedì la nostra unione. Io piansi +tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli ad onta dei +miei urli, e mi menarono cantando in chiesa. Così entrai in una nuova +famiglia.... Ma, Taziana, tu non mi ascolti....” + +“Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto per singhiozzare, per +prorompere in pianto.” + +“Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti e ti conservi! +Domandami quel che gradisci.... Lascia ch’io ti spruzzi il viso d’acqua +santa.... Sei tutta bollente....” + +“Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia.... io sono.... +innamorata.... + +“Dio ti guardi, figliuola mia!” + +E borbottando una orazione, la buona vecchia colla sua mano grinzosa, +benedì la giovinetta. + +“Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza. + +“Ma, carina, ti dico che stai male di salute.” + +“Lasciami; io sono innamorata.” + +Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume il pallido volto, +i capelli snodati, le calde lagrime di Taziana, e insieme la vecchia +canuta la quale stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello +con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso. La natura intera +raccolta e silenziosa sembrava meditare ai raggi della luna. Taziana +collo sguardo fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove.... +Le salta in testa una idea: + +“Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi carta e calamaio; +approssima il tavolino, fra poco mi ricoricherò.... Buona notte.” + +Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina. Colla testa +puntellata sul gomito, Taziana scrive. Eugenio le sta sempre presente. +Trasfonde in una imprudente epistola tutto l’innocente amore che le +ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana, per chi codesta +lettera? + +Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e pudiche come +l’inverno, inesorabili, incorruttibili, incomprensibili. Io ammirava +il loro orgoglio di moda, la loro naturale virtù, e confesso che le +scansavo e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto sulla loro +fronte: _Lasciate ogni speranza_.... come sulla soglia dell’inferno. +Ispirare amore lo stimano una calamità; e loro diletto è spaventare i +cuori. Può darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle sponde +della Neva. + +Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti altre dee capricciose, +egoiste, ed indifferenti ai sospiri e alle lodi. Ma qual fu il mio +stupore quando m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano +l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro a forza di finezze, e +di promesse! E il credulo giovinetto, accecato dall’amore, tornava a +ripigliare le antiche catene. + +Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse perchè, nella sua cara +semplicità, essa non s’accorge del suo fallo e confida pazzamente +in un dolce errore? Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione +del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione inquieta, +ingegno fervido, volontà risoluta e ostinata, cuore tenero e ardente? +Non le perdonerete forse la sua imprudenza? + +Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana ama per davvero, e da +bambina che è, s’abbandona all’amore senza riserva nè condizioni. Essa +non calcola; non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce pregio ai +favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente al laccio. Prima di +tutto stimoliam la vanità col pungolo della speranza; sbraniamo poi il +cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia. Senza di ciò, +il prigioniero, tosto satollo di voluttà, cercherebbe ad ogni istante +di rompere i suoi ceppi.” + +Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar l’onore del mio +paese natío, io dovrò tradurre nel nostro idioma la lettera di Taziana. +Questa fanciulla non leggeva i nostri giornali e durava gran fatica +ad esternare i suoi concetti nella lingua materna; quindi è che essa +scriveva in francese.... Che ci ho che fare io? Convien ch’io lo +confessi. Finora le nostre signore non han mai espresso il loro amore +in volgare russo e questa superba favella è rimasta fin qui estranea +allo stile epistolare. So che si vogliono obligare le donne a legger +libri russi. In coscienza ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una bella +signora col _Bene intenzionato_ fra mano?[65] Lo domando a voi, giovani +poeti; non è egli vero che tutte le leggiadre seduttrici alle quali, +pei vostri peccati, dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono a +stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita? Non è egli vero +che una lingua straniera è divenuta loro più familiare della propria? + +Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di ballo o sul verone, +all’ora della partenza, un seminarista con uno scialle giallo o un +accademico con una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro +vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar russo senza +solecismi. Forse un dì fia, in cui, per mia sventura, una nuova +generazione di figlie d’Eva, cedendo alla supplice voce della stampa, +si degnerà di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di moda. +Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato agli usi antichi. Un +balbettío scorretto e indolente, una pronunzia incerta e tremebonda mi +ecciterà nel seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi +di tal difetto. I gallicismi mi son cari come i primi errori di mia +gioventù, come i poemetti di Bagdanovis.[66] Ma basta così. È tempo +ch’io mi occupi della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola, +— eppure, eppure — sto in dubbio se la manterrò. So che le molli elegie +di Parny[67] non godon più la stima comune. + +Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi! Se tu fossi +qua, ti farei una domanda indiscreta. Ti pregherei di tradurre in +armoniosi metri la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove sei? +Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa. Ma divezzato dagli +elogi, egli erra solo sotto il cielo finnico, e non ode il mio appello. + +Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo conservo come una +reliquia; lo leggo con un secreto affanno e non so saziarmi di +scorrerlo. Chi potè insegnare a Taziana quella eloquenza piena di +venustà e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico, +persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo. Ecco intanto una +traduzione insufficiente e imperfetta, un fievole eco di quella musica +del cuore; in somma il Freischuetz,[68] cantato da una compagnia di +principianti. + + _Lettera di Taziana a Anieghin._ + +“Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che posso io dire di più? Ora, +voi avete il diritto di disprezzarmi. Ma spero che compatirete alla +mia misera sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima, io voleva +tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la mia debolezza, se avessi +potuto lusingarmi di vedervi nella nostra villa di quando in quando; +per esempio una volta per settimana, e di udire almeno la vostra voce, +di scambiar qualche parola e poi pensare sempre, sempre a voi, a voi +solo, sino al nuovo incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la +campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si dice che noi non vi +siamo cari punto, sebbene vi amiamo con sincerità. Perchè ci veniste +a visitare? In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto e +non avrei provato le pene che provo. Col tempo avrei domato forse le +ribellioni di questa anima irrequieta e inesperta, avrei trovato un +amico veritiero; sarei stata sposa fedele e virtuosa madre... + +”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il cuore. Così sta scritto +nel libro del destino; così vuole la mia stella; io son tua.... tutta +la mia vita è stata la preparazione di questo affetto per te. — So che +Dio a me ti invia per esser mio protettore fino alla tomba.... già da +gran tempo mi apparivi in visioni notturne.... prima di vederti già ti +conoscevo e t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento soave +mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno! Appena ti scorsi, io ti +riconobbi; rimasi immota e muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso! +Non è egli vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato +mentre io andava a soccorrere i poveri o quando in chiesa mi sforzava +di sedare le mie angosce alzando preghiere all’Eterno. Non sei tu che +sovente spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera e ti +chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi susurri all’orecchio +parole di speranza e d’amore? Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o +il mio perfido tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò +è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata. E così sia. +D’ora innanzi, io rimetto la mia sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie +lacrime nel tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola.... +nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io perirò tacendo. +Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo le mie speranze o sperdi le mie +illusioni tacciandole di delitto. + +”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi sento svenire dalla +vergogna e dal terrore — ma la vostra onoratezza mi rassicura e in essa +confido.” + +Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema nella di lei mano. +L’ostia rosata si secca sulla sua lingua inaridita. La vezzosa piega +il bel capo e a quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla. In +quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori. Taziana guarda +e ascolta. La valle s’ammanta di nuvole; il torrente risplende come +un nastro d’argento; il corno dei pastori desta i contadini; l’alba +brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora. Sta seduta +colla testa bassa. Non si sa risolvere a stampare il suo sigillo sulla +lettera. La serva Filippevna dal crin grigio, arreca il tè sopra un +vassoio. + +“Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi.... ma che miro? +sei bell’e vestita! O cara lodoletta mattutina! Che paura mi mettesti +ieri sera! Ma grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo +incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un papavero.” + +“O balia, fammi un piacere....” + +“Due, figliuola. Comanda pure....” + +“Non credere già.... non sospettar mica.... non dir di no, veh!” + +“Come è vero il vangelo, io ti servirò.” + +“Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino dal.... dal vicinante +A.... con questo biglietto.... e intimagli che non mi nomini, che non +dica....” + +“Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta così smemorata e ci +son tanti vicinanti intorno a noi che non li saprei nemmeno contare.” + +“Come sei poco furba, balia mia!” + +“Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è affievolito +l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa anche io; indovinavo il volere +dei padroni a un cenno, a un alito....” + +“O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno del tuo ingegno.... To’; +questo biglietto è per Anieghin.” + +“Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima mia; sai che son dura +di zucca.... ma perchè torni ad esser così pallida?” + +“Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto il tuo nipotino.” + +Un giorno passa; non vien risposta. Un altro giorno arriva, egual +silenzio. Smorta come un fantasma e vestita sin dall’alba, Taziana +aspetta: quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante di Olga. + +“Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona di casa. “Egli ci ha +del tutto dimenticati.” + +Taziana a quelle parole arrossì e tremò. + +“Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi alla vecchia. “Credo che +abbia lettere da scrivere....” + +Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una rampogna amara. + +Incominciava a far buio. Il _samovar_ di rame[69] splende sulla tavola, +e riscalda la lettiera di porcellana chinese, intorno alla quale +s’aggira un sottile vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga +scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto porge la panna. +Intanto Taziana, astratta, ritta davanti alla finestra, soffiava sui +cristalli e vi segnava col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un +E accoppiato a un A. E l’anima di Taziana era mesta e gli occhi suoi +traboccavan di lacrime. Tutto a un tratto, s’ode un rumore. Il sangue +le si agghiaccia nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio. +Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo, quindi al verone, +balza nel cortile e sparisce nel giardino. Sembra aver ali ai piedi. +Non ardisce volger l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i +ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto. Si dirige +al ruscello per mezzo ai _parterre_, calpesta e schiaccia gli stipiti +dei lilla, e anelante e spossata si lascia cader sopra un sedile. + +“Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di me!” Abbacinata +dalla passione, essa si pasce di speranza, palpita, geme e aspetta.... +Quando verrà egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse +per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti, cantando +in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso ripiego trovato dall’astuzia +signorile per impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li vanno +staccando dalla pianta. + +CANTO DELLE SERVE. + + Sull’erba folta + Delle campagne, + Andiam, compagne, + Alla raccolta. + Per le viottole, + Narrando favole. + Cantando frottole, + Cogliam le fravole + E l’uva spina + Carca di brina. + Dal nostro canto + Sedotti, intanto, + I garzoncelli + Leggiadri e snelli + Verranno a tresca + Sull’erba fresca. + A lui che amiamo, + Al nostro rege, + In sen gettiamo + Fiori e ciriege, + Nero mirtillo, + Verde serpillo! + Il canto dolce + Le pene molce; + Al cuor che geme + Rende la speme; + I voti appaga; + Sana ogni piaga. + Cantiam, cantiamo! + +Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione a quelle rustiche +melodie; ma s’aggira impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti +del suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue guance. Ma più +l’ora s’avanza, più il turbamento della giovinetta va crescendo. Tale +vediamo la farfalletta dibattere le ali variegate tralle mani di un +protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce fralle biade +quando scorge il cacciatore che s’inginocchia in mezzo ai cespugli, per +appuntare l’arme. + +Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina verso il viale, ma non vi +aveva fatto dieci passi allorchè s’imbattè in Eugenio. Questi le parve +in quel momento non già quel ch’era prima, ma uno spettro minaccioso, +con occhi rutilanti di sdegno. Taziana si ferma quasi percossa dal +fulmine. Ma non mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di +quell’incontro. Questo capitolo è già troppo lungo. Sono stanco di +lavorare e convien ch’io vada a passeggiare e a riposarmi un poco. +Terminerò poi l’istoria in un modo qualunque. + + + + +CAPITOLO QUARTO. + + La morale est dans la nature des choses. + NECKER. + + +Meno amiamo una donna, più siam certi di andarle a genio e di +acchiapparla al vischio della seduzione. Fu un tempo in cui l’empio +libertinaggio si spacciava impudentemente per vero amore; insidiava +e tradiva con fredda premeditazione e con impunità. Ma tali scherzi +licenziosi van lasciati ormai a quei vecchi scimmiotti decantati +dai nostri antichi; gli allori di _Lovelace_[70] si sono avvizziti e +sbiaditi insieme coi lacchi rossi e le perrucche a buccoloni. + +Come può un uomo assoggettarsi a una eterna ipocrisia, ripetere senza +fine le medesime nenie, affaticarsi a persuadere cose di cui tutti son +da gran tempo persuasi; combatter sempre le stesse obiezioni, sempre +confutare quelli stessi pregiudizi che non esisterono mai nemmeno +presso le bambine di tredici anni? Chi non ha provato quanto son cosa +dura le minacce, le suppliche, le imprecazioni, le paure imaginarie, +le bugie, le calunnie, gli anelli, le lacrime, i sospetti delle zie +e delle madri, l’amicizia insoffribile di un marito? Così appunto +pensava il mio Eugenio. Nella sua prima gioventù, fu in balía di fatale +smarrimento e di indomabili passioni. Effemminato dalla mollezza e dal +lusso, illuso per un poco dagli uni, disingannato tosto dagli altri, +consumato dal desiderio, disgustato dei suoi successi efimeri; sempre +occupato a trasformare i suoi sbadigli in sorrisi, e sentendo sempre +in mezzo allo strepito e al silenzio la voce della coscienza che lo +rimbrottava: così visse Eugenio per ben due lustri; così lasciò perire +il più bel fior degli anni suoi. + +Ora, egli non circonveniva più le fanciulle; tendeva le reti alle +donne. Se lo ributtavano, tosto si consolava; se lo gabbavano, +godeva di prender qualche sosta. Le corteggiava senza fanatismo, e +le abbandonava senza rammarico, appena memore dei loro favori e de’ +loro furori.... In simil guisa, uno straniero indifferente, invitato +a una partita di whist, si pone a sedere, gioca, e quando finisce il +trattenimento, se ne torna a casa passo passo e s’addormenta senza +saper dove anderà a conversazione la sera susseguente. + +Comunque sia, il biglietto di Taziana commosse profondamente Anieghin. +L’ingenua manifestazione di quel sogno virginale sconvolse tutti i +suoi pensieri. Si raffigurò subito Taziana, e quel sembiante scolorato +e quell’aria melancolica; e l’anima sua piombò in una molle e vaga +contemplazione. Forse sentì risvegliarsi l’antico ardore e l’antica +baldanza; ma la rintuzzò; chè non volle tradir la fiducia d’una +fanciulla inesperta. + +Ora, vi ricondurrò, lettore, al luogo ove i nostri personaggi +s’incontrarono. + +Per ben due minuti tacquero. Quindi Anieghin s’appropinquò a Taziana +dicendo: + +“Voi mi avete scritto un biglietto. Non dite di no. Ho fra mano la +confessione d’un’anima credula e ingenua. + +”Il vostro candore mi è caro. Il vostro affetto ridestò quasi +l’agitazione in un petto da gran tempo tranquillo. Ma non voglio +lusingarvi; voglio contraccambiare la vostra schiettezza con una +schiettezza non minore. Datemi ascolto un momento. Io mi sottometto +alla vostra sentenza. + +”Se io potessi circonscrivere la mia esistenza nella sfera domestica; +se il destino propizio mi volesse fare sposo e padre; se gli onesti +piaceri della vita di famiglia potessero un istante affascinarmi; +io non prenderei per certo altra consorte che voi. Vi dichiaro senza +nessuna iperbole poetica che trovo in voi quel tipo ideale che mi son +dipinto nella mente, e che vi sceglierei qual socia dei miei tristi +giorni, quale simbolo e modello d’ogni cosa bella. E credo che con voi +io sarei felice quanto mi sia concesso di essere. + +”Ma io non son nato per la felicità! Quando la buona ventura mi si +para davanti, io le volto le spalle. Ammiro il vostro merito, bramerei +goderlo; ma ne son indegno. Credetemi, il matrimonio sarebbe per noi un +vero martoro. Più vi avrei amato prima di possedervi, meno vi amerei +dopo. Vi mettereste a piangere. Le vostre lacrime non mi moverebbero, +anzi mi accanirebbero sempre più. Queste son alcune delle rose di cui +ci cingerebbe l’imeneo per molti e molti anni. + +”Non credo v’abbia al mondo spettacolo più tristo di quello d’una +povera moglie che geme dì e notte nell’abbandono e aspetta il marito, +il quale, sebbene conosca la virtù e i pregi di lei, si mostra sempre +barbaro, accigliato, arrabbiato, freddamente geloso, e sempre bestemmia +il suo destino. Questo è il mio ritratto. Cercavate voi un tale sposo, +o anima casta e pura, quando mi scriveste con tanto senno e tanta +grazia? No, vi risparmi il cielo una tale sciagura. Le illusioni sono +come le ore; passano e non tornan più. Le mie non possono rivivere. Vi +amo come s’ama una sorella e forse anche con maggior fervore. Uditemi +dunque senza ira. Spesso accade che una fanciulla sostituisce a un +errore un altro errore, come l’albero all’aura di primavera rinnovella +le foglie. Così prefisse il fato. Amate ancora, ma.... sappiate +moderarvi; non tutti intenderebbero il vostro linguaggio come l’ho +inteso io. L’inesperienza, può condurre ad un abisso....” + +In tal modo finì la predica d’Eugenio. Taziana l’ascoltò col respiro +interrotto dall’angoscia, cogli occhi accecati dalle lacrime, nè +ardì fare una sola osservazione. Egli le porse la mano. Essa la prese +mestamente o _meccanicamente_ (come dicon taluni), e vi si appoggiò in +silenzio. Poi fece il giro del viridario, e se ne tornò a casa colla +testa bassa. Entrarono insieme nel salone, e nessuno fiatò parola. La +vita di campagna ha le sue franchige e i suoi cari privilegi come la +città di Mosca. + +Confesserete meco, lettore, che il nostro amico agì molto garbatamente +colla misera Taziana. Non era la prima volta che egli dava saggio di +generosità, sebben la malizia della gente lo accusasse d’ogni vizio. +I nemici e gli amici (espressioni quasi sinonime) gareggiavano di zelo +a diffamarlo. Ciascun di noi in questo mondo ha i suoi nemici; ma Dio +ci liberi dagli amici![71] Io ne ho avuti tanti, o amici miei! E sa il +cielo se la loro amicizia mi fu _cara_! + +Ma procuriamo di sbandire le larve insane e funebri che ci assediano. +Intanto, fra parentesi, noterò una verità. Non havvi ciarla assurda +e plateale; non havvi calunnia vile e sucida nata nel fango dei +postriboli e ampliata dalla scelleraggine del _gran mondo_,[72] che +il vostro amico non ripeta le mille volte in un crocchio di persone +oneste, senza la menoma malizia nè perfidia; anzi con un sorriso di +benevolenza; imperocchè egli, in fatti, vi è devoto, e vi ama come un +prossimo consanguineo. + +Hem! Hem! Pregiatissimo lettore! Sta sana tutta la vostra famiglia?... +Ma forse gradireste sapere che cosa io intenda per famiglia. Ve lo +definirò in poche righe. Nostra famiglia sono coloro cui ci corre +obligo di adulare, di accarezzare, di venerare con tutto il cuore; +coloro che, secondo l’uso di questo paese, dobbiamo abbracciare +nel giorno di Natale, o ai quali dobbiamo mandare a capo d’anno un +biglietto di visita per la posta, affinchè durante i dodici mesi +seguenti essi non pensino più a noi.... Che Dio conceda loro lunga +vita! + +L’affezione d’una tenera fanciulla è più salda di quella degli amici +e dei parenti. In mezzo alle peripezie più dolorose essa ti conserva +i tuoi diritti e ti conforta. È vero. Ma il torrente della moda, +l’incostanza della natura, l’opinione tiranna della società.... e poi, +il bel sesso è mobile qual piuma al vento.[73] Sicchè la vostra fedele +compagna, al fin dei conti, cede alla tentazione, e il diavolo manda a +spasso la vostra felicità! + +Chi dunque dovremo amare? A chi dovremo credere? Chi non ci tradisce? +Chi pesa tutti i nostri atti, tutti i nostri detti, con esattezza, alla +nostra bilancia? Chi non semina calunnie sui nostri passi? Chi non ci +lusinga con assiduità? Per chi non sono i nostri difetti un flagello? +Chi non ci secca mai? Onorevolissimo mio lettore, non perdere i momenti +a inseguire fantasmi fuggitivi e inarrivabili: ama te medesimo come si +conviene. Non troverai al mondo oggetto più degno della tua carità. + +Quale fu il seguito dell’abboccamento? Ahimè! Si può facilmente +indovinare. Gli stimoli della passione non cessarono di travagliare +quell’anima gentile avida di tempeste. La fiamma che pur prima divorava +Taziana, crebbe anzi che scemare. L’ala del sonno più non blandì le sue +palpebre. La salute, fragranza e miele della vita, il sorriso, la calma +infantile sparirono come una meteora. La gioventù di Taziana languisce +nell’affanno. Così talvolta l’orror d’una procella aduggia le prime ore +d’un giorno di primavera. La bellezza di Taziana si sfiora e muore. La +vaga verginella si scolora, si spenge e tace. Non v’ha più cosa alcuna +che possa rallegrarla nè interessarla.[74] I vicinanti crollando la +testa con aria d’importanza, ripetono fra loro: “Sarebbe tempo che +le si desse marito.” Ma lasciamola stare per adesso, e passiamo a +descrivere le delizie d’un amore fortunato. La compassione quasi mi +tronca il respiro; scusate, cari lettori, voglio tanto bene alla povera +Taziana! + +D’ora in ora più allacciato dalla vezzosa Olga, Vladimiro si abbandona +tutto a quella piacevole schiavitù. Sempre sta presso ad essa. La sera +siedono insieme nell’angolo più oscuro della di lei camera; la mattina +errano nel giardino colle mani giunte e intrecciate. Vladimiro, ebro +d’amore, ma paralizzato dal rispetto; appena alcune volte ardisce, +imbaldanzito dal sorriso d’Olga, scherzare coi di lei biondi ricci e +baciarle il lembo della vesta. + +Di quando in quando, le legge un romanzo morale, il cui autore conosce +la natura umana meglio che non la conosca Chateaubriand. Vladimiro +arrossendo salta talvolta due o tre pagine di seguito, perchè piene +di fandonie insulse, di fantasticaggini pericolose per una giovinetta. +Oppure, lontani da tutta la gente, seduti col gomito appoggiato sulla +tavola, assorti in profonde riflessioni, giocano a scacchi; e Lenschi, +preoccupato d’altro che del gioco, prende l’alfiere per una pedina. + +Se torna a casa, anche lì pensa unicamente alla sua Olga. Orna +d’imagini i fogli volanti del di lei Album. Vi rappresenta colla penna +e coi colori, ora un tratto di paese, ora un monumento funebre, ora il +tempio di Citerea, ora una colomba sopra una lira. Talvolta, fra mezzo +ai nomi e ai ricordi, egli introduce furtivamente un distico amoroso, +timido attestato dei suoi sospiri, indizio d’una speme, sempre eguale +dopo tanti anni di costanza. + +Ti è accaduto mai, lettore, di vedere l’_album_ di qualche signorina +provinciale tutto coperto di scarabocchi, in principio, in mezzo e in +fine? A ogni pagina inciampi in versi tradizionali intorno a una amistà +fedele, zeppi di sgrammaticature, e troppo lunghi o troppo corti. Sul +frontispizio si legge: _Qu’écrirez vous sur ces tablettes?_ Poi al +basso: _t. à. v. Annette_. In fondo al volume ti si presenta questa +frase trita e triviale: “Scriva più di me chi ti ama più di me.” Non +morranno mai i due cuori accompagnati da faci e da fiori; le promesse +di affetto invariabile “sino all’orlo della tomba,” e qua e là una +facezia inserita da qualche gioviale militare. + +Vi protesto, amici, che volentieri metterei due versi in un tale +_album_, essendo io persuaso che tutti i ghiribizzi del mio cervello +meritano uno sguardo indulgente, e che i posteri non sederanno a +scranna per decidere con un sogghigno acerbo se ci sia o non ci sia +livore in quei miei strambotti. + +In quanto a voi, tomi scompagnati della biblioteca del Diavolo, +patiboli dei rimatori di moda, album sontuosi, fregiati dal +maraviglioso pennello di Tolstoi o dalla penna di Baratinschi,[75] +v’incenerisca il fulmine di Giove! Quando una magnifica signora mi +consegna il di lei in-quarto, avvampo di stizza e d’ira, e aguzzo in +fondo al cuore un epigramma; ma intanto convien ch’io schiccheri un +madrigale. + +Lenschi non tornisce madrigali per l’album della sua diletta. Il suo +stile non sfavilla di sottili concetti, ma solo spira amore. Nota +quanto di bello ode e mira in Olga, e l’elegia scaturisce limpida, +serena, improntata di verità. Così, o Sascoff, canti le smanie del tuo +cuore, e le attrattive di una incognita diva, e un giorno, il cielo dei +tuoi carmi ti offrirà un diario compiuto degli eventi di tua vita. + +Ma zitto! Che è stato? Un aristarco arcigno ci ordina di buttare nella +fogna la ghirlanduccia dell’elegia, e grida a’ nostri fratelli in +Apollo: — Cessate omai l’eterno piagnisteo. Cessate di gracchiar sul +tempo che passò. Addatevi a qualche altro esercizio! — Bravo! E ci +additi una tromba, una maschera, un pugnale, e ci esorti a risuscitare +le idee morte da due mila anni. Non è questo che brami? — Oibò! — +Che dunque? — Sciorinate odi, odi pindariche come quelle dei nostri +antichi. — Capisco; odi solenni e trionfali! Rimembra ciò che dice il +satirista: lirico esimio, preferiresti forse una dottrina straniera +a quella dei nostri scoraggiti rimatori? — L’elegia non ha nulla di +buono. Il suo scopo è miserabile. L’ode al contrario ha uno scopo +nobile e sublime. — Qui potremmo attaccar lite, ma io me ne sto zitto: +non voglio armar due secoli l’un contro l’altro. + +Forse l’estro poetico di Vladimiro, secondato dall’entusiasmo, avrebbe +partorito una ode. Ma Olga non l’avrebbe letta. È mai accaduto a un +poeta elegiaco di declamare i suoi versi alla sua Fillide? Dicesi +che l’uomo non possa provar gioia maggiore di quella. Beato, infatto, +colui che confida i suoi canti alla persona che li ha ispirati. Beato +colui.... ma chi sa? Forse la giovinetta languida sta pensando a +tutt’altro. + +In quanto a me soglio communicare i frutti delle mie poetiche fatiche +alla mia vecchia governante, che mi guidò e nutrì fanciullo. Oppure +incontrando un vicinante a qualche desinare seccagginoso, lo afferro +per la falda del vestito, lo blocco nel vano d’una finestra e gli +faccio ingozzare una tragedia. Finalmente (e questo è la pretta verità) +sazio di tristezza e di rime vo a costeggiare la spiaggia del lago ove +si trastulla un branco d’anatre salvatiche, le quali al suon delle mie +strofe scappano via a rotta di collo. + +Che fa Anieghin? A proposito, amici: abbiate un poco di pazienza: io vi +descriverò le sue occupazioni quotidiane. Egli vive come un anacoreta. +D’estate si alza alle sei e immantinente scende, in maniche di camicia, +sul margine del fiumicello che bagna il piede alla collina. Emulo del +cigno di Gulnara,[76] egli varca quell’altro Ellesponto; poi sorbisce +la sua tazza di caffè, dà una scorsa a una smunta gazzetta e quindi +si veste. Il passeggio, la lettura, il sonno, il rezzo degli alberi; +talvolta i saporiti baci d’una candida ninfa dalle pupille nere; un +cavallo impetuoso, docile al freno; un convito bizzarro; una bottiglia +di vino chiaro; la solitudine; il silenzio; tali sono i pii oggetti che +solleticano i sensi e appagan le voglie d’Anieghin. Affezionato a quel +tenor di vita, lasciava passare i dì senza contarli; dimenticava in +seno alla indolenza la città e gli amici e la noia delle gale e delle +feste. + +Nel nostro emisfero boreale, l’estate, sozza caricatura dell’inverno +d’Italia, appena è comparsa, che già è sparita. Ognuno lo sa, e lo +sappiamo noi stessi sebben non lo vogliamo confessare. Già il vento +d’autunno mugghia sul nostro capo; già il sole si mostra men sovente; +già i giorni divengon più corti; la corona frondosa dei boschi si +sfoglia con un lugubre gemito; le atre nebbie s’accumulano sulla terra; +una stridula caravana di cicogne s’invola verso l’austro. S’approssima +la stagion molesta; novembre è alle nostre spalle. + +L’aurora sorge in mezzo a densi e gelidi vapori; il suono dei lavori +agresti cessò nelle campagne; il lupo corre per le strade colla lupa +affamata; il destriero lo annusa da lontano e nitrisce; il viaggiatore +scaltro volge frettolosamente il corso verso i monti. Il mandriano +non mena più le vacche sin dall’alba alla pastura, e non le chiama +più a raccolta col corno verso l’ora del meriggio; la contadinella +fila e canta, e una lucernina[77] sua sola compagna nelle lunghe notti +illumina la sua povera cameretta. + +La brina ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. Più +liscio d’un impiantito alla francese, il ruscello luccica incrostato +di ghiaccio. Uno stormo di monelli striscia con gran chiasso su quel +cristallo unito. Una grossa oca che si strascina appena sulle zampe +rosse, volendo mettersi a nuoto sull’acqua, s’avanza con cautela, +sdrucciola e casca. Facciamo lietissimo viso ai primi fiocchi di neve; +ci par vedere piover dal cielo un nembo di candide stelle. Che si può +fare allora in una villa isolata? Forse passeggiare? Ma la monotona +nudità della natura funesta e dismaga la vista. Cavalcare per le steppe +disabitate? Ma ad ogni passo il cavallo può scivolare e stramazzare +al suolo col cavaliero. Sedere a tavolino e accingersi a legger De +Pradt[78] e Walter Scott? — Non vuoi? — Verifica i tuoi conti; adirati; +bevi; e la lunga serata ti parrà breve. Così pure ti parrà quella di +domane, e per tal modo passerai l’inverno assai giocondamente. + +Anieghin, come un altro Childe Harold, si diede alla meditazione e +all’ozio. Ogni mattina fa un bagno freddo; poi prende una stecca mezza +rotta e gioca da sè solo al biliardo con due palle d’avorio, fino al +far della sera. Allora lascia il biliardo e la stecca; fa apparecchiare +davanti al caminetto, e aspetta. Ecco Lenschi in una _troica_[79] di +cavalli bigi.... — Presto! la cena! + +In onore del poeta si è messa in ghiaccio una preziosa bottiglia +della vedova Cliquot o del Moët.[80] Il vino di Sciampagna è il vero +Ippocrene. Coi suoi schizzi e colla schiuma somiglia a tante cose! +Io gli son schiavo. Quante volte gli ho sacrificato il mio ultimo +denaro! Ve ne ricordate, amici? Quante migliaia di baie, di facezie, +di versi, di dispute e di gai progetti zampillavano da quelle magiche +bottiglie! Ma adesso l’effervescenza di quel petulante liquore offende +la debolezza del mio stomaco e preferisco alla Sciampagna pazza il +prudente Bordò. Coll’Ai[81] io sto in fiera guerra. L’Ai somiglia a +una ganza briosa, instabile, vana, e che ha mille grilli in testa. +Ma tu, o Bordò, somigli ad un sincero amico, che ci riman fedele così +nell’avversa come nella prospera fortuna; che ci segue in ogni luogo, +sempre pronto a giovarci e a rallegrarci. Io bevo alla tua salute, o +Bordò, nostro Acate e nostro Pilade! + +Il fuoco si estingue. Il rosso carbone impolverato di cenere manda +appena un cenno di fumo leggero, ed esala le sue ultime vampe. Il +vapore delle pipe si fa strada per la cappa del camino. Un boccale +rilucente bolle tuttora sul tavolino. La caligine notturna si spande +sulla terra.... A quell’ora che si chiama _fra cane e lupo_ mi diletta +oltre modo il cicalio d’un amico e un bicchiere di buon vino.... il +perchè poi nol so. + +Adesso i due compagni discorrono col cuore in mano: “Che fanno i nostri +vicinanti? Che fa Taziana? Che fa la tua graziosa Olga?” + +“Mescimi ancora un mezzo bicchiere di quel néttare.... così.... +basta.... Tutta la famiglia sta bene, e ti saluta. Come divengon belle +le spalle di Olga! Che busto! Che anima!... Andremo un giorno da loro; +te ne saranno grati. Ci sei comparso di volo, due volte appena: non +lasci loro più vedere la punta del tuo naso. Ma che scapato io sono!... +Ti invitano a conversazione per sabato prossimo.” + +“Me?” + +“Si, è il giorno onomastico di Taziana. La Olga e sua madre ti pregano +di andarvi e non ammettono scusa nè rifiuto.” + +“Vi sarà molta gente, — molta feccia.” + +“Nessuno, te l’accerto. Cioè, ci saranno i loro parenti. Andiamoci. +Fammi questa finezza!” + +“Va là, io acconsento.” + +“Come sei garbato!” + +Così dicendo, Vladimiro fece un brindisi alla sua bella, e vuotò il +suo bicchiere. Poi ricominciò a parlare... di che?.... d’Olga! così +sono fatti gli innamorati. Vladimiro ansava di giubilo. Il beato +istante veniva fra due settimane. La corona fiorita d’amore, il +misterioso talamo d’imeneo dovevano guiderdonare la sua costanza. Egli +non scorgeva in prospettiva gli impicci, le brighe del matrimonio +padre d’infiniti sbadigli. Mentre noi altri aderenti della vita +celibe ci raffiguriamo la vita coniugale come una trista serie di +scene formidande, come un romanzo sul genere di quelli di Augusto +Lafontaine...[82] il mio povero Lenschi era nato e destinato a quella +sorta di esistenza. + +Fu amato.... o almeno credè d’essere amato.... e fu felice. Avventuroso +colui che crede; colui che sbandisce la fredda ragione e s’addormenta +nella calma della fede come un viandante ubriaco sulle piume, ovvero +(per usare similitudine più vaga) come una farfalletta sul fiore di +cui pur ora ha delibato il succo! Ma guai a colui che tutto prevede, +che non si lascia mai abbagliar dalle illusioni, che da ogni atto, da +ogni parola fa distillare un sospetto, un delitto! Guai al cuore che +l’esperienza del mondo agghiacciò e il di cui adito è chiuso al soave +oblio, al grato errore! + + + + +CAPITOLO QUINTO. + + Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca + quelle orrende novità. + GIVCOVSCHI. + + +In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura sospirava l’arrivo +dell’inverno. Finalmente nevicò nella notte del terzo giorno di +gennaro. Taziana si destò di buon mattino e scorse per i vetri della +finestra i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello bianco. +I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi pendon fiocchi +d’argento; un tappeto scintillante e morbido copre le montagne; e le +gazze saltellano e ciaramellano nel cortile. + +Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta; il suo ronzino +trotta veloce su quel terreno soffice e sicuro,[83] la _chibitca_[84] +vola e lascia appena dietro a sè un’orma fuggitiva; il postiglione +siede a cassetta con una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa +alla vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero nel suo +carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma mentre così scherza +gli si gelano le dita; gli dolgono e ne ride: frattanto sua madre lo +garrisce dalla finestra. + +Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna attrattiva per voi; tutte +queste circostanze vi sembrano triviali e poco degne della musa. Un +altro poeta, ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo +la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti della +rea stagione.[85] Vi incanterà, ne son convinto, quella sua festosa +descrizione d’una misteriosa passeggiata in slitta. Frattanto io non +voglio entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della giovine +Finlandese.[86] + +Taziana, da vera Russa, amava, non so come, l’inverno settentrionale, +la brina lampeggiante al sole, le slitte, il roseo riverbero della +neve sotto il crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania. +I nostri avi celebravano questa festa nella propria casa. Le serve +predicean l’avvenire alle giovani padrone e ogni anno promettevano loro +un militare per sposo e un viaggio. + +Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari, ai sogni, alla +cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza di questo astro le +pronosticava non so che di particolare che le faceva gonfiare il +petto. Se uno smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si +lisciava il muso colla zampa, Taziana ne augurava che dovevan venir +visite. Se vedeva il disco bicorne di Diana volto a ponente, tremava +e impallidiva. Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno, +Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi voti del suo +cuore. Se a caso incontrava per via un frate nero o se una lepre snella +attraversava il prato innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore +si fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in quello sbigottimento +stesso trovava una secreta voluttà. Così ci fabbricò natura amante dei +contrasti e degli estremi. + +Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno s’affanna a indovinare +ciò che avverrà nell’anno novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati +che non si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si estende +vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono nel futuro cogli occhiali i +vecchi che han perduto tutto senza scampo e che già toccano alla fossa. +— Poco importa — la speranza tuttora li alletta colle stesse lusinghe +di altre volte. + +Taziana spia con occhio attento il cero che si attuffa nell’onda, e il +cui aspetto tondo e liscio annunzia qualche caso strano.[87] Diversi +anelli escono in fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta +fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i contadini sono +ricchi: scavano argento colla marra. Sia felice e illustre colui per +chi cantiamo.” + +Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia qualche danno. La +fanciulla vorrebbe piuttosto sentire un altro ritornello. Taziana, per +consiglio della balia, volle esorcizzare di notte. + +L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli astri gravita +nell’etere con tanto accordo e tanta quiete.... Taziana scende nel +cortile in veste scoperta e presenta uno specchio ai raggi della +luna.... Ma nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido +miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno.... la +fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e plasmando la voce in +suon più dolce di quella della zampogna, gli domanda il suo nome. Egli +la guarda in faccia e risponde: “Agatone.”[88] + +Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate sulla tavola +della sala da bagno. In un subito si sente presa d’un brivido; e +io.... anch’io raccapriccio all’idea di Svetlana.... ma noi non +farem sortilegi colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si +spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e salta in letto. +Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno a lei. Tutto tace, Taziana +dorme. + +Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di camminare sopra un +campicello cosperso di neve e offuscato dalla nebbia. Un torrente non +incatenato dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia oscuro +e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio. Due pertiche +appiccicate insieme dal gelo, formano, da una ripa all’altra, un +ponticello tremolo e periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro +mugghiente si ferma come priva di senno. + +Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e guarda intorno; ma +non vede nessuno che le porga la mano per aiutarla a tragittare. Tutto +a un tratto, i massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale +orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette a grugnire e offre +alla fanciulla la sua zampa irta d’acuti artigli. Essa vi si appoggia +con tremore e varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra +sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè ardisce volger +indietro gli occhi; ma non può sottrarsi alla assiduità di quel turpe +lacchè. Arrivano a una selva. Gli abeti stanno immobili nella loro +accigliata maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve; +il raggio delle lampade celesti penetra scintillante nella chioma +dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi; cessa ogni indizio di +strada — la neve ingombra tutto e i cespugli e i burroni. Pur Taziana +avanza sempre, sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo +ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli orecchini d’oro. +Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto e non osa raccoglierli, +e si vergogna persino di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode +grugnir l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante, +priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso destramente la rialza +e se la pone indosso. Essa non resiste, non si muove, non respira. +Egli la porta a traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio +mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma dentro la capanna +rimbomba un suon di voci e di stromenti. — “Qui sta il mio compare,” +grida l’orso; “entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo +s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia. + +La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio di bicchieri come +a un convito di funerali. Non comprendendo niente a ciò che succede, +s’avvicina pian piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti +mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna bovine; l’altro ha +una testa di gallo; quà una strega con barba di becco, là uno scheletro +attillato e altero; più in là un nano con una coda esile, e mezzo gru, +mezzo gatto. + +Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero a cavallo sopra una +aragna; una oca con un teschio coperto d’una berretta rossa; un molino +che sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto latrati, +risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida d’uomini, calpestío di +cavalli. + +Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè in mezzo a quelle +bestie orrende, scorse.... chi mai?... Colui che le è sì caro e sì +tremendo; il protagonista di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a +quella tavola e di quando in quando getta una occhiata verso l’uscio. +Fa un gesto: tutti si rannicchiano; beve: tutti tracannano e urlano; +sogghigna: tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia: tutti +tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non v’ha più dubbio. +Taziana comincia ad aver meno paura; e con curiosità, si prova a +tirar chetamente la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si +smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio; Anieghin cogli +occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente; tutti fanno lo stesso, ed +egli sta per escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan +le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le manca la voce. Eugenio +spinge la porta. Alla vista della fanciulla tutti i demoni e tutti i +mostri cacciano un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la +sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi, colle code, +colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti, colle corna, +colle branche adunche: tutti ruggiscono: “È mia, è mia!” + +“È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto tutta la frotta maledetta +sparve. La cara verginella rimase nelle fredde tenebre, sola col suo +amico. Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la pone sopra +uno sgabello zoppicante e adagia il capo sulla di lei spalla. Ma ecco +sopravviene Olga; Lenschi le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin +vibra il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni +visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa sempre più aspro. Eugenio +impugna uno stiletto e atterra Lenschi; una oscurità fitta regna +intorno; un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla.... +Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro nella sua stanza. +I purpurei strali dell’alba si rifrangono nelle brine dell’invetriata; +s’apre l’uscio. Olga entra più vermiglia dell’aurora nordica e più +leggera di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto in +sogno?” + +Taziana tuttora in letto non bada alle parole d’Olga. Scorre l’una +dopo l’altra le pagine d’un libro e non fa motto. Questo libro +non racchiudeva nè graziose finzioni poetiche, nè savi consigli +filosofici, nè imagini. — Non era un volume di Virgilio, o di Racine, +o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca; non era un fascicolo +del _Journal des modes_ sì caro alle signore. Era l’interprete dei +sogni di Martino Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini. +Questa sublime opera, un mercante ambulante la portò nel villaggio e +la vendè a Taziana per tre rubli e mezzo con di giunta una _Malvina_ +scompagnata, una raccolta di favole popolari, una grammatica, due +_Petreidi_[89] e un terzo volume di Marmontel. Martino Zadeca divenne +in breve il libro prediletto di Taziana. Egli la consola in ogni sua +afflizione, e dorme ogni notte con lei. + +Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso e lo cerca nel gran +repertorio delle visioni notturne. Ma nell’indice finale per ordine +alfabetico non trova altri vocaboli che _abete, bosco, burrasca, +neve, orto, oscurità, ponte, turbine_, eccetera. Martino Zadeca non +solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno presagisce una +moltitudine di disgrazie. Per più giorni Taziana se ne accora e ne +paventa. + +Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel giorno anniversario della +sua festa. Sin dal mattino la casa Larin è piena di gente. I vicinanti +vi si trasportano con tutta la loro famiglia in chibitca, in britsca, +in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un bisbiglio confuso; nei +salotti nuovi visi. Chi grida, chi ride; i cagnolini guaiscono, le +signorine s’abbracciano; tutti si salutano; le balie s’arrabbiano; i +bambini vagiscono. + +Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta moglie; venne Gvosdin, +esimio economista, dovizioso padrone di miserrimi servi; vennero gli +Scotinin, consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età di due +fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff, damerino campagnolo; +venne mio cugino Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto +militare noto a tutti;[90] venne Flianoff consigliere fuor d’impiego, +famoso attaccabrighe, vecchia volpe, pappalecco, angariatore e gran +buffone. Colla famiglia di Panfilo Carlicoff, venne _Monsieur_ Triquet, +furfantello pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca +rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò di tasca un madrigale +sull’aria favorita dei bambini: _Réveillez vous, belle endormie_. Quel +madrigale trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco; +Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio, lo richiamò alla +luce; ma prima ebbe l’accortezza di porvi _belle Tatiana_ invece di +_belle Nina_. + +Venne il comandante della guarnigione del borgo, idolo delle ragazze +aggrinzite e decrepite, trastullatore di tutte le madri del paese. +Entrò esclamando: “Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica del +reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere! balleremo.” + +Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In questo mentre si serve +il desinare. I commensali vanno a tavola due a due tenendosi per mano. +Le signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto. Fanno +il segno di croce, cianciano un poco e si pongono a sedere. + +Per qualche tempo non pensano che a mangiare. Le mascelle macinano; +i piatti, i bicchieri s’empiono e si vuotano sovente. Poco a poco +s’annaspa una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno vi bada; +tutti schiamazzano, ridono, leticano. Di repente la porta si spalanca. +Lenschi e Anieghin compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona. + +I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno rimuove la posata +e la seggiola per far loco; i due amici si accomodano. La padrona li +ha collocati in faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana di +mattina, e più tremante della capriola inseguita dai cacciatori, non +ardisce levar gli occhi ottenebrati. Un ardore insolito le serpe per +le membra; si sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno i due +amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli occhi e sta per cadere +in deliquio. Ma la volontà e la ragione trionfano di quella debolezza +momentanea. Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento e +rimase a tavola. + +Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe degli +svenimenti femminili; ne aveva vedute tante! Già gl’incresceva assai +d’essersi lasciato cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma +quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta, abbassò gli +occhi dalla stizza, maledì Lenschi, giurò di fargli dei rimproveri e +di vendicarsi in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte a +schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati. + +Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto la confusione di +Taziana. — Tosto attrasse la vista e l’attenzione sua un pasticcio di +carne che per gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto +e il _blanc manger_ una bottiglia di vino di Zimlianschi[91] sigillata. +Portano per beverlo un assetto di bicchieri lunghi, sottili e svelti +come la tua vita, o Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere +dell’anima mia, che m’hai tante volte inebriato d’amore! + +Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino ferve e fuma. Allora, +con un aspetto grave, Triquet s’alza armato del suo madrigale. La +compagnia ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta che viva. +Triquet volgendosi ad essa col foglio in mano si mette a cantare +stuonando. Applausi, urli d’entusiasmo ricompensano il poeta. È +forza che Taziana gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel +suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna il prezioso +manoscritto. Seguirono i complimenti e gli auguri; Taziana ringraziò +tutti. Quando toccò ad Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e +stanca, quel turbamento interno, commossero il crudele. La salutò senza +aprir bocca, ma il suo sguardo parlò abbastanza. Provava egli veramente +un certo affetto, oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta? +Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo esprimeva la +simpatia e rese il respiro a Taziana. + +Si respingono le seggiole con gran rimbombo. La folla si precipita +dalla sala da pranzo nel salotto. Tale un ronzante sciame di pecchie +esce dall’alveare e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli +ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono intorno al +caminetto. Le signorine cinguettano in un angolo. I tappeti verdi[92] +e il boston invitano i giocatori fanatici, le _ombre_ allettano i +vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle sue bandiere +chiunque per interesse sa superar la noia. Già questi ultimi han fatto +otto partite, già otto volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno +diligentemente le ore del desinare, della merenda e della cena. In +campagna, queste ore si conoscono senza grande sforzo, lo stomaco ci fa +da orologio esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che in +questo mio poema io ragiono spesso di banchetti, di pietanze e di tappi +come fai tu, o divino Omero, idolo nostro da tre mila anni in qua! + +Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender ciascheduna una tazza +di tè, quando si sente dietro la porta della sala grande un concerto +di flauto e di fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti +metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride dei villaggi +circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi a Taziana; Triquet alla +Carlicoff, ragazza di matura età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa +della signora Pustiacoff. Il ballo incomincia. + +Nella prima parte di questo romanzo (vedi il primo capitolo) volevo +dipingere i balli di San Pietroburgo, alla maniera dell’Albano. Ma +diviato da vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai dietro +alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini! e mi smarrii, e perdei +il filo del mio racconto. Ma col dileguarsi dei miei belli anni io +diverrò più savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò +questo quinto canto da ogni digressione superflua. + +Il walzer imperversa come un turbine e passa monotono e pazzo come la +gioventù. Una coppia succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta +s’appressa, Anieghin, esultando di soppiatto, danza con Olga, poi +quando è stanca la fa sedere e discorre seco di vari oggetti. Due +minuti dopo, eccolo che vola di nuovo con essa. Tutti stupiscono. +Lenschi stesso non può credere ai propri occhi. + +I musicanti suonano la masurca. Anticamente quando echeggiava +quell’aria, tutto oscillava nelle vaste sale; le invetriate si +sconnettevano; il tavolato si spaccava sotto i tacchi dei danzatori. +Adesso non è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza quanto le +signore l’impiantito spalmato di lacca. Ma nelle piccole città e nei +villaggi la masurca conserva tuttora la sua bellezza, i suoi antichi +onori: cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il +resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla; la moda! malattia +epidemica dei nuovi Russi. + +Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio, Taziana ed Olga. Anieghin +danza con Olga, le parla all’orecchio, le stringe la mano. — Le di +lei guance arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta in +sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito di gelosia, la +fine della masurca. Allora invita Olga al _cotillon_.... Ma essa +ricusa.... Ricusa! E perchè? È già impegnata con Eugenio. Come! Essa +sarebbe capace!... No, non è possibile. Appena escita dalle fasce +sarebbe una _coquette_! Già conoscerebbe i raggiri della civetteria e +saprebbe mentire e spergiurare! Lenschi non può sopportare un colpo sì +improvviso. Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un cavallo e +parte. Due pistole, due palle scioglieranno il problema. + + + + +CAPITOLO SESTO. + + Là sotto giorni nebulosi e brevi + Nasce una gente cui il morir non dole. + PETRARCA. + + +Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, contento della sua +vendetta, divenne pensoso e astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca +Vladimiro e l’eterno _cotillon_ le viene a noia. Ma questo finisce. Si +va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, dal vestibolo sino +alla soffitta, è trasformata in un dormitorio per gli ospiti. Tutti +sentono il bisogno d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare +sotto il proprio tetto. + +Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel salotto colla sua +pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff e Flianoff, il quale soffre +d’una piccola indisposizione, si sono coricati sopra le sedie della +sala da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un vecchio +berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le signorine occupano le +camere di Olga e di Taziana. Ma questa infelice, puntellata a una +finestra, per la quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura +campagna. + +La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza dei suoi sguardi, +il suo trattare strano verso di Olga, son tante spine che stimolano la +curiosità di Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto. +Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il cuore; le sembra che +sotto ai suoi passi si spalanchi e muggisca un abisso. “Io perirò,” +essa esclama: “ma perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno; +perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.” + +Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio entra in scena. A +cinque verste[93] della villa di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva +e vive tuttora un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle bettole +e capo d’una combriccola di barattieri e di furfanti; ora campagnolo +semplice, e buono, ottimo padre (benchè celibe), amico fidato, +possidente pacifico e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora! +— La voce lusinghiera della fama lodava il suo coraggio tremendo. Colla +sua pistola egli toccava un asse alla distanza di cinque sagene.[94] +Aggiungeremo però, che un giorno in un combattimento, essendo ubriaco +come uno svizzero, tombolò da cavallo nella mota, e restò prigioniero +dei Francesi; prezioso ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe +volentieri rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per poter +ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,[95] tre bottiglie di vino di +Borgogna. Altre volte egli sapeva motteggiar con spirito, trappolare +i balordi, e sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le sue +burle non restarono sempre impunite, e anch’egli talvolta si lasciò +infinocchiare come un babbione. Sapeva discutere con brio, replicare +con sagacità o con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare +a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, farli sfidare +in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare in tre, e quindi +disonorarli con qualche ghierabaldana. _Sed alia tempora!_ La temerità +passa colla gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata. +Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle burrasche del mondo +sotto l’ombra dei ciriegi e delle acazie. Lì viveva da vero filosofo, +piantava cavoli come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava l’A. +B. C. ai bambini. + +Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui carattere, ma apprezzava +il suo giudizio e le sue riflessioni intorno agli uomini e alle cose. +Si frequentarono un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato di +vedere un mattino Zarieschi entrar in camera sua. Dopo i complimenti +usuali, Zarieschi interrompendo la conversazione che stava per +intavolarsi, e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio un biglietto +di Vladimiro. Anieghin si trasse alla finestra e lesse a bassa voce. + +Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un _cartello_. Lenschi, +garbatamente e freddamente, invitava Eugenio a battersi con lui. La +prima mossa d’Eugenio fu di dire al messaggero senza altra spiegazione +ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star di più; s’alzò in +silenzio, e se ne tornò a casa ove aveva molto da fare. Ma Eugenio, +abbandonato alle proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso +e non senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, e si +trovò colpevole in molti riguardi. In primo luogo, aveva dileggiato +con troppa crudeltà un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva +spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena perdonabile +ad uno scapestrato di diciotto anni. Eugenio, che amava Lenschi di +tutto cuore, dovea in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei +pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, ma qual uomo di +senno e d’onore. Dovea palesare i suoi sentimenti, e non incollerirsi +come belva; doveva disarmare quella suscettività giovanile. “Ma ora è +troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. Un duellista per mestiere +si è ingerito in questa faccenda, è maligno, è imbroglione, gran +parlatore. Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo; +ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” Ecco l’opinione +pubblica! Il puntiglio è la molla che ci fa agire, è il pernio sul +quale gravita il mondo. + +Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta in casa la risposta. +Il suo eloquente vicinante gliela arreca in trionfo. Che festa +per il geloso! Temeva che il suo antagonista non la scappasse con +qualche pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il suo +petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani all’alba, essi +si incontreranno presso al molino; caricheranno le loro pistole, e +spareranno alle gambe o alla testa. + +Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava ormai come una +civetta, non voleva vederla prima del combattimento. Guardò all’oriuolo +e al sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue vicine. +Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla colla sua venuta; ma +sbagliava. Olga scese, come prima, dal verone per andargli incontro, +leggera, graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata da quel +ch’era antecedentemente. + +“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” chiese Olga. + +A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il suo furore, se +ne stette colla bocca chiusa, e si grattò il naso. La gelosia, il +dispetto, la rabbia, sparirono davanti a quello sguardo sereno, a quel +contegno ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla Olga con +occhio di compassione; vede che è ancora amato! Già il pentimento lo +assale; sta per implorar perdono; trema, non trova le parole.... è +felice.... è quasi guarito. + +Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la forza di ricordare alla +fanciulla gli eventi della precedente sera. “Io sarò,” egli pensa, “il +di lei liberatore; non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere quel +giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle lusinghe. Non tollererò che +un verme impuro e velenoso roda lo stelo di quel giglio candido, nè che +quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca all’alito del vizio.” +Tutto ciò significava, amici miei: son risoluto di battermi coll’amico. + +Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il cuore della mia Taziana! +Se Taziana avesse potuto prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro +dovevan contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le di lei premure +avrebbero forse rappattumato i due rivali. Ma nessuno fino ora s’è +accorto nemmen per sogno di questa passione. Anieghin non parla più +di nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola avrebbe potuto +indovinar tutto, ma non è gran fatto perspicace. + +Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, ora espansivo e lieto; +ma gli alunni delle Muse sono sempre così. Coi capelli arruffati egli +siede al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo gli occhi +ad Olga esclama: “Io son felice, non è vero? È tardi. Convien che io +parta.” Intanto soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla +gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in viso: “Che +avete?” grida. “Niente,” egli risponde e raggiunge la porta. + +Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si spoglia, e apre +un volume di Schiller. Ma sempre lo stesso pensiero l’opprime, e +l’impedisce di dormire. Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza +ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive _currenti +calamo_ alcuni versi pieni d’amorose inezie, ma sonori e dolci. Poi, +nel suo entusiasmo lirico, se li rilegge ad alta voce. Per fortuna +questi versi mi sono caduti fra mano; eccoli. + + Dalla fortuna oppresso + Aspetto impazïente il dì venturo. + Parla, o sfinge crudel, tetro futuro: + Mi cingerai d’alloro o di cipresso? + Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso? + Cadrò trafitto da letal saetta + Oppur dal gran cimento escirò illeso? + Qualunque sia la sorte che m’aspetta + Io dirò rassegnato e disdegnoso: + Benedetta la veglia e benedetta + L’ora del gran riposo. + Forse, questa sarà l’ultima guerra + Del rio destin che bersagliar mi suole. + Domani riderà, come oggi, il sole, + E canterà la terra; + Ma privo ormai d’udito e di veduta + Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso, + Ombra squallida e muta, + Spazierò per le tenebre d’abisso. + Divorerà il mio nome il ceco oblio: + Ma tu, casta colomba, + Forse a sparger verrai di tanto in tanto + Qualche stilla di pianto + Sulla precoce e solitaria tomba; + E dirai sospirando: “Egli fu mio: + ”A me sola sacrò la cetra, il cuore, + ”E dei begli anni il fiore....” + E mi ripeterai l’ultimo addio. + +Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli dettò. Un critico li +chiamerebbe romantici; io però non so vederci cica di romanticismo; +ma lasciamo stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò +pensando all’_ideale_. Parola alla moda! Ma aveva appena socchiuso le +ciglia, quando il suo vicinante entrò nella stanza e lo destò dicendo: +“Su, su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di certo.” + +Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. Le ombre della +notte si diradano, il gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole +ascende l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano e volano +in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal letto. Finalmente tira +le cortine, guarda, e s’accorge che già da gran tempo avrebbe dovuto +trovarsi sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere francese +Guillot accorre in fretta, gli porge la veste da camera, le pantofole +e la camicia. Anieghin si abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi +ad accompagnarlo colla scatola delle pistole. La slitta è pronta. +Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo colle pistole di +Lepage,[96] e al cocchiere di avanzar nella campagna verso due piccole +quercie. + +Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da profondo agronomo, +biasimava il modo in che era fatto un pagliaio. + +Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” esclamò Zarieschi “il +vostro secondo?” Zarieschi classico e pedante nei duelli si sdegnava +d’una tale infrazione ai veri principii della monomachia. Permetteva +che si stendesse al piano un uomo per una bagattella, purchè si +osservassero le regole dell’arte e le austere tradizioni degli antichi; +lo che è da lodarsi in lui. + +“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: Monsieur Guillot. Spero che +non vi opporrete a tale scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un +galantuomo.” + +Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò a Lenschi: + +“Ebbene, cominciamo!” + +“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro. + +E si portarono dietro il molino. + +Mentre Zarieschi e il _galantuomo_ fissavano a quattro occhi le +condizioni del combattimento, gli antagonisti stavano fermi colle +ciglia basse. + +Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? Quanto è che l’uno +sitisce il sangue dell’altro? Quanto è che dividevano gli ozi, le pene, +la mensa, i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro l’altro +come due nemici ereditari, tramano, quasi in un sogno spaventoso e +incomprensibile, la loro mutua distrazione. Non sarebbe meglio che si +separassero ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? Ma il +coraggio della gente ha una singolar paura della falsa vergogna. + +Già le pistole splendono. Risuona il martello della bacchetta. La +palla rotola nel cannone, il cane stride per la prima volta. Versano la +polvere grigiastra nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata e +fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si rimpiatta dietro +un tronco vicino. I due avversari gettano i loro mantelli. Zarieschi +ha misurato con esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa +distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano le pistole. + +“Ora partite!” + +I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, quattro passi, +quattro passi verso la tomba. Eugenio avanzando sempre alza pian piano +la sua pistola. Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo +l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin spara. È giunto +l’istante prefisso dal fato. Il poeta senza proferir parola lascia +sfuggir l’arme, si posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi +offuscati annunziano la morte, ma non esprimono nè la doglia nè il +rimprovero. Tale struggesi al calor del mattino la valanga che brillava +sul pendío di un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre al +moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli fu. Il poeta spirò +anzi tempo. Sorse la burrasca, e il gentil fiore si seccò sbocciato +appena, e il fuoco sacro si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla +sua faccia domina una quiete che fa spavento. La palla gli ha colpito +il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante dalla ferita. Poco fa, +quel cuore palpitava di poesia, di speranza, d’amore, quel sangue +ferveva di vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come in +una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, i cristalli son +intonacati. La padrona di casa non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: — +se n’è smarrita ogni traccia. + +È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico con salaci epigrammi; è +un piacere vederlo allorchè mitriato di superbe corna, si mira in uno +specchio e si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore +vedere che vi si riconosce ed esclama: “io son quello!” Ma il _nec +plus ultra_ d’ogni piacere, è apprestargli una onorevole sepoltura, +e appuntargli un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo però +_ad patres_, è uno scherzo di che, io credo, voi non siete gran fatto +ghiotto. + +Se dunque vi accade di uccidere un giovine amico che vi offese _inter +pocula_ con un ghigno o una risposta insolente, o con qualche altra +bazzecola, e se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente +in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima vostra quando +lo vedrete steso a terra, in preda all’agonia, già gelido, già livido, +sordo al vostro disperato appello? + +Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre l’arme funesta, +contempla l’infelice Lenschi. + +“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi. + +Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin tutto tremante +s’allontana e chiama i servitori. Zarieschi adagia con premura il +cadavere nella slitta, e trasferisce quel tristo deposito nella propria +dimora. I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, imbiancano +il morso di spuma, e volano come strali. + +Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è perito nel più bel +fiore delle sue speranze, prima d’aver dato al mondo i delicati frutti. +Ov’è adesso quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso di +generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? Ove sono quei +fervidi slanci d’amore, quella sete di gloria, quell’affetto allo +studio, quell’orror del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree +visioni della vita celestiale, illusioni della divina poesia? + +Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. La sua cetra +ammutolita avanti l’ora, potea destare un eco durevole nei secoli +venturi. Forse un alto grado gli era riservato nella scala sociale. +L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo ingegno. Perì per +noi quel creatore spirito! E chiuso nell’avello non udirà l’inno nè le +benedizioni dei popoli alzarsi qual incenso in suo onore.... + +Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un ricco appannaggio. Avrebbe +lasciato i generosi impulsi della gioventù stagnare ed estinguersi +nell’inazione. Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato +le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe provato tutte +le beatitudini della vita: avrebbe marcito nella sua villa con una +guarnacca imbottita in dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la +podagra; avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato, +e finalmente ammalatosi, sarebbe morto nel suo letto attorniato di +figliuoli, di donnicciuole e di dottori. + +Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, il poeta, il +sognatore[97] melancolico, soccombè per la mano d’un amico! A sinistra, +quando si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono le +loro radici; sotto a quelli serpeggia un ruscelletto che deriva dalla +valle vicina. Ivi l’agricoltore cerca il riposo; ivi i mietitori vanno +a empir d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione +dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde sotto l’ombra opaca, +sorge adesso la sua umile sepoltura. + +Allorchè incomincia la pioggia di primavera a strosciar sull’erbe +dei prati, il pastorello, cantando i _Pescatori del Volga_, viene +talvolta lì a lavorar le sue scarpe di scorza. E la giovine signora +che passa l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna, +sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, e mentre colla +mano sinistra stringe la briglia di canapa, rimuove colla destra il +velo del cappello, e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma +il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento proseguendo il +suo corso nell’aperta pianura, tutta meditabonda, compiange la trista +fine di Lenschi e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante, +oppure presto si consolò della sua perdita? Dov’è adesso la sorella +d’Olga? Ov’è il disprezzatore della società, il disertore delle donne +alla moda, il capriccioso originale che uccise il giovine poeta?” + +Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,[98] ma non +oggi. Sebbene io ami svisceratamente il mio eroe, io devo ora lasciarlo +in disparte, ma per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età +vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a lungo ho bazzicata e +accarezzata. Lo confesso e me ne pento. Ma fortunatamente la mia penna +non ha più la smania di schiccherar baie canore: pensieri più gravi, +cure più nobili occupano la mia mente nella solitudine e in seno alla +società. + +Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo tormento. Ma ormai +non ho più speranza; e mi rincrescono le mie passate inquietudini. O +illusioni! illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene con +giovinezza? È egli vero che questa già perda per me la sua brillante +corona? È egli vero che la primavera di mia vita è spenta per sempre, +spenta senza una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà più? +È egli vero che fra poco avrò trent’anni? + +Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio del mio corso; è forza +ch’io ne convenga. Dunque separiamoci da buoni amici, o mia spensierata +gioventù! Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del +trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i tuoi doni; te ne +ringrazio cordialmente. Sotto le tue ali, nel tumulto e nella calma, io +ho goduto assai; basta così! Ora, con animo sereno, entro in una nuova +via per divezzarmi della vita passata. + +Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo ove i miei dì +fuggirono inavveduti in mezzo alle passioni, alla indolenza, alle +astrazioni d’un ingegno riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva +la mia fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al mio +ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che si ghiacci, che +s’induri e finalmente si impetrisca nel letargo d’una società morta! +Fuga da me lungi gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli +astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della fortuna; gli +scellerati ridicoli e seccanti, i giudici parziali e cavillatori, le +civette bacchettone, gli schiavi volontari, i tradimenti eleganti del +_gran mondo_, le sentenze spietate della vanità impudente; la trista +fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo e anneghiamo +insieme, o cari amici! + + + + +CAPITOLO SETTIMO. + + Mosca, figlia diletta della Russia, ove troverò + una città che ti somigli? + DIMITRIEFF. + + Chi può non amare la paterna Mosca? + BARATINSCHI. + + Guai a Mosca! Che cos’è aver veduto il mondo! + Ove si sta meglio? — Dove non si sta. + GRIBOIEDOFF. + + +La neve strutta dai raggi dissolventi di primavera, precipita dai monti +vicini in ruscelli torbidi, e allaga le campagna. La natura mezza +addormentata accoglie con un dolce sorriso il mattino dell’anno. Il +cielo splende azzurrino. I boschi, tuttora trasparenti, si adornano +d’una tenera lanugine di verdura. Le api abbandonano i loro palazzi +di cera per andare a predare i fiori novelli. Le valli si asciugano +e si smaltano; la greggia bela e il rosignolo garrisce nel silenzio +notturno. + +Quanto mi affligge il tuo ritorno, o primavera, primavera stagione +d’amore! Che crudele agitazione regna nel mio sangue e nel mio +spirito! Con che mesta voluttà io godo del zeffiretto che mi aleggia +intorno nella mia solitudine agreste! Mi è forse vietato il piacere? +o tutto ciò che diletta e ravviva, tutto ciò che esulta e brilla, +deve sembrare orrido e tetro a chi è morto al mondo? Il susurro delle +nuove giovinette fronde che subentrano a quelle dell’autunno decorso, +ci richiama forse a mente qualche amara perdita nostra, sicchè non +ci possiamo rallegrare del rinascimento dei fiori? O, comparando con +angoscia i nostri belli anni ai bei giorni, il ritorno di questi ci fa +più aspramente risentire la fuga di quelli? Forse anche ci apparisce +in una visione poetica qualche antica primavera, la cui idea ci ripone +sotto occhio una regione remota, una serata serena al lume della +luna.... + +Onesti poltroni, savi epicurei, mortali indifferenti e beati, +uccelletti nutriti nel nido di Levscin,[99] Priami delle campagne, e +voi sensibili dame, la primavera vi chiama in villa. Ecco il tempo del +caldo, dei fiori, del lavoro; il tempo delle passeggiate fantastiche, +delle notti scandalose. In villa, amici miei! Presto, presto, salite +nelle carrozze cariche a più non posso, salite nelle diligenze; +evadetevi dal carcere delle città. + +E tu, lettor benevolo, sali nella tua calescia e abbandona la +affaccendata metropoli dove hai passato l’inverno in feste e in gioco. +Vieni in compagnia della mia capricciosa Musa a udire il mormorio +crescente delle selve, lungo il ruscello innominato, presso alla +borgata ove Eugenio, anacoreta atrabiliare e ozioso, viveva poco fa in +vicinanza della giovine Taziana, di quella mia diletta visionaria.... +Egli non vi sta più, ma vi ha lasciato un’indelebile traccia. + +Fra quell’anfiteatro di montagne andiamo là dove un’acqua limpida +serpeggiando per i verdi prati scende al fiume a traverso una macchia +di tigli. Là il rosignolo, poeta della primavera, canta tutta la notte, +e mischia i suoi trilli al garrir della fonte; lì sboccia la rosa +selvatica; là s’inalza una pietra sepolcrale adombrata da due pini +annosi. Si legge sulla lapida questa iscrizione: + +“Qui giace Vladimiro Lenschi, che morì giovane della morte dei +valorosi, nell’anno...... in età di..... — Riposa in pace, o gentil +vate.” + +Altre volte, una ghirlandetta misteriosa appesa ai ramoscelli curvi, +si librava al soffio matutino; altre volte, verso sera, due amiche +visitavano quel luogo, e abbracciate, piangevano su quella tomba, +al chiaror della luna. Ma adesso il monumento funebre è obliato. Sul +terreno che lo circonda non s’improntan più le consuete orme.... la +ghirlandetta rorida più non tremola ai ramoscelli del pino. Solo il +pastorello canuto e infermo vi viene come prima a lavorar, cantando, le +sue rozze scarpe di scorza. + +Povero Lenschi! La giovinetta stanca cessò di piangere e mancò di +costanza nel dolore. Un altro attrasse li sguardi di lei, un altro +seppe, a forza di premure, sopire il di lei affanno; un Ulano l’ha +invaghita. Eccola appiè dell’altare.... essa arrossisce sotto la corona +nuziale, e china modestamente il capo; li occhi suoi volti a terra +sfavillano d’amore; un dolce sorriso splende sulle sue labbra. + +Povero Lenschi! Nel tuo sepolcro, nel palazzo della muta eternità, ti +sdegnasti di quel tradimento? Oppure, addormentato in grembo a Lete, +insensibile e beato, rimanesti indifferente a tal perfidia? Chè forse +dopo la tomba più non ci cal di questa terra.... Nè la terra più si +cura di noi. La voce degli amici, dei nemici, delle amanti, in un +subito tace. I voraci eredi si disputano i brani del nostro avere, come +cani famelici un osso. + +La bella Olga più non adorna la magione dei Larin. L’Ulano, schiavo del +suo dovere, fu costretto di raggiunger il suo reggimento. La vecchia +madre nel separarsi dalla cara figlia sparse tante lacrime e tanto +patì, che parve dovesse spirar l’anima. Taziana stette col ciglio +asciutto, ma tinse il volto afflitto d’un biancor di morte. Quando i +parenti e gli amici escirono sul verone e poi si strinsero intorno alla +carrozza degli sposi per dare loro un ultimo addio, Taziana seguì la +folla; e quando la carrozza partì, l’accompagnò cogli occhi; e anche +dopo che fu sparita, li tenne a lungo fissi in quella direzione. + +Ormai Taziana è sola, affatto sola! La compagna della sua infanzia, +la sua favorita tortorella Olga le è rapita dal fato, le è strappata +dal seno per sempre. Come un’ombra essa erra senza scopo nel giardino +deserto; ma nè in quello nè in casa trova consolazione nè sollievo. +Vorrebbe piangere, ma le lacrime non sgorgano dal ciglio inaridito e +pare che il cuore le si schianti in due pezzi. + +In quella crudele solitudine, la sua passione diviene più violenta; +amore le parla più altamente del lontano Anieghin. Essa non lo vedrà +più; essa deve odiare in lui l’assassino di suo fratello.... Il poeta è +spento.... e già più nessuno si sovvien di lui; già la sua fidanzata si +è donata ad un altro; la memoria del poeta si è spersa come un vapore +nel vasto azzurro cielo. Due soli cuori forse, tuttora pensano a lui e +si rammaricano.... ma perchè rammaricarsi? + +È notte oscura. Il fiume scorre silenzioso. Il melolonta ronza intorno +agli alberi. Le danze s’intrecciano. Il fuoco dei pescatori splende +sulla riva opposta. Taziana, immersa nelle sue meditazioni, vaga per +la campagna all’argenteo chiarore della luna.... avanza, avanza.... +Finalmente scorge sulla cima d’un colle una casa signorile, una +borgata, un boschetto a piè d’un poggio, e un giardino bagnato da un +ruscello. Taziana contempla quella dimora e il suo cuore batte più +forte e più presto. Un momento sta titubante e incerta: “Andrò io più +oltre, o tornerò indietro? Egli non è più qui... nessuno mi conosce... +darò una occhiata alla casa e all’orto....” E la fanciulla prosiegue il +suo cammino, respirando appena... gira attorno lo sguardo inquieto... +ed entra nel cortile abbandonato. I cani le si slanciano incontro +abbaiando. I ragazzi accorrono in fretta alle strida della giovinetta +spaventata. Scacciano i mastini a forza di bastoni e si fanno i +protettori dell’incognita. + +“Si può vedere quella casa?” domandò Taziana. + +Immantinente i ragazzi vanno da Anisia, a cercar la chiave del +vestibolo. Questa si fece incontro alla visitatrice e le aprì le porte. + +Taziana entra nella casa in cui poco fa viveva il nostro protagonista. +Guarda, e vede una stecca di bigliardo giacente in un angolo del +salotto e un frustino da cavallerizza sopra un divano. La contadina +che la conduce, le dice: “Ecco il caminetto; qui il padrone se ne stava +seduto tutto solo. Qui desinava secolui nell’inverno il signor Lenschi, +defunto. Mi segua per di qua. Ecco lo studio del padrone. Qui dormiva; +qui beveva il caffè. Qui ascoltava i rapporti dell’intendente e leggeva +in un libro la mattina.... Anche l’antico padrone dimorava in questa +stanza. Tutte le domeniche, presso a questa finestra, mettendosi gli +occhiali, giuocava meco al _duraccèc_.[100] Dio abbia pietà della anima +sua e gli dia pace nella fossa, dentro la nostra madre terra!” + +Taziana considerava tutto con attenzione e con intenerimento; ogni +minima cosa le sembrava cara, e le destava in seno un sentimento +mezzo gaio e mezzo tristo. La tavola colla lampada estinta; i libri +ammucchiati senza ordine; il letto coperto d’un pesante coltrone; +un ritratto di Lord Byron; una colonnetta sormontata da una statua +di bronzo, col cappello abbassato sulla fronte tetra e colle braccia +conserte al petto.... Taziana esamina tutto.... e poi s’affaccia per +goder della campagna rischiarata dal pallido raggio della luna.... + +Quasi incantata, non può decidersi a lasciare quel gabinetto. Ma si +fa tardi. Il vento è freddo, la valle è buia, e il villaggio dorme +velato di vapori grigi. Già la luna tramonta... è tempo che la bella +pellegrina rieda al paterno tetto. Procura di celar la sua emozione, ma +non può pertanto reprimere un sospiro. Si dispone a partire; ma prima +di lasciar quelle mura chiede licenza ad Anisia di tornare un’altra +volta nel castello deserto per dare una scorsa ai libri sparsi sul +tavolino. + +Il giorno seguente, di buon mattino, Taziana era nel gabinetto +d’Eugenio; e rimasta sola, in quella solitudine, in quel silenzio, +dimenticando il mondo intero, s’abbandonò liberamente al suo dolore +e proruppe in pianto. Poi, si mise a frugare nei libri. Dapprima +non voleva aprirli, ma i titoli strani e disparati la empirono di +meraviglia e lesse con avidità, e un mondo nuovo apparve alla sua +vista. Sebbene, come sappiamo, Eugenio avesse da gran tempo rinunziato +alla lettura, e ceduto ai tarli la sua biblioteca, pure teneva presso +di sè alcuni volumi, quali, per esempio, i poemi dell’autore del +_Giaur_ e di _Don Giovanni_, e due o tre romanzi che rappresentavano +i costumi contemporanei con bastante esattezza: quella immoralità, +quell’egoismo, quella secchezza d’idee, mista di melancolia e +d’irritazione che ferve e s’agita nel vuoto. + +Alcune pagine portavano impresse le tracce di una unghia tagliente +che avea segnati con strisce i passi più notevoli. Taziana fermò +particolarmente su questi la sua attenzione. S’istruì con un palpito di +quelle osservazioni, di quei pensieri, che avean colpito Anieghin e che +egli aveva meditati e ponderati a lungo. Qua e là sui margini un punto +interrogativo, una croce o alcune righe scritte col lapis rivelavano i +più interni sensi del nostro eroe. + +Adesso, Taziana incomincia a comprendere un po’ meglio, la Dio mercè, +il carattere di colui per cui essa sospira in forza d’una tirannica +fatalità. Chi è egli questo originale pernicioso e tristo?... Un +cittadino dell’inferno o del cielo, un angelo o un demonio ribelle? +Forse un fantasma, una copia vana, un moscovita con in dosso un +mantello di Harold, una interpretazione dei capricci altrui, un +indice alfabetico delle parole di moda, in somma una parodia? Potè +Taziana indovinare quella sciarada? Potè trovare la soluzione di quel +logogrifo? + +Le ore volano. Taziana non riflette che sua madre l’aspetta da un +pezzo. Due vicinanti sono venuti a veglia in casa sua, e discorrono +appunto di lei. + +“Taziana non è più bambina,” dice una vecchia sdentata, tossendo. + +“È vero,” replica la madre. “Olga era più giovine. È tempo ch’io mariti +anche Taziana; ma come si fa? Sempre risponde: non voglio. Ed è sempre +pensierosa e va a passeggiar sola pei boschi.” + +“Che non sarebbe innamorata?” + +“Di chi mai?” + +“Buianoff la corteggiava.” + +“Fu rifiutato.” + +“Giovanni Pietuscoff l’ha chiesta in isposa.” + +“Fu respinto anche esso. L’Ussaro Puictin è stato qualche tempo +quartierato da noi. Correva dietro a Taziana come un matto; ne era +innamorato cotto. Io diceva fra me: forse questo sarà più felice degli +altri.... Eppure non ci fu verso.” + +“Sapete che? Andate a Mosca con vostra figlia, cara signora Larin. +Quello è il gran mercato delle giovani da marito. E si dice che ci sia +gran mancanza di donne. Andateci.” + +“Cara amica, ho poche entrate, e a Mosca si spende molto.” + +“Avete abbastanza per camparci un inverno, e, caso mai, io vi presterò +l’occorrente.” + +La buona vecchia gustò assai questo consiglio ragionevole e stimato. +Contò il suo denaro, e stabilì immediatamente d’andare a stare +l’inverno a Mosca. Taziana intese con orrore un tal progetto. La fa +raccapricciar l’idea di dover mostrare a una società che non la perdona +a nulla nè a nessuno, la loro semplicità provinciale; la loro toelette +usata e fuor di moda, il loro linguaggio antiquato e scarso! Di dovere +esporsi alla critica dei damerini e delle galanti dame di quella +capitale! Oibò! oibò! Più saggio e più sicuro partito è lasciarla in +fondo alle sue macchie natie. + +Eppure convien che se ne svelga. S’alza coi primi albori, se ne va +pei campi e mirandoli con tenerezza, esclama: “Addio valli quiete, e +voi vette dei monti amici, e voi fronde delle amiche selve! Addio bel +cielo, addio ridente natura. Cambio questa vita pacifica e grata con +una vita piena di illustre tumulto e di splendide ambasce! Addio, mia +dolce libertà! Dove men vado? perchè men vado? Che avvenire mi serba la +sorte?” + +Le sue girate divengono ora più lunghe. A ogni passo, si sente +fascinata dalla leggiadria d’un colle o d’un ruscello. Si affretta di +conversare coi suoi boschetti, coi suoi prati, come si suol fare con +antichi compagni che si debbono tosto lasciar per sempre. Ma l’estate +già volge al suo termine; l’aurato autunno già nasce. La natura, +pallida, tremante, appare magnificamente adorna, come una vittima che +procede all’altare. Borea spingendo davanti a sè le nubi, già sbuffa, +sibila, e l’inverno lo segue. + +L’inverno è giunto; appende serti e festoni d’argento ai ramoscelli +nudi degli alberi; stende candidi tappeti sulle pianure, sui poggi; +ferma i ruscelli e li trasforma in alabastro. La brina, il ghiaccio +ci assediano da ogni banda, e ci dilettiamo di questi scherzi della +natura. Ma Taziana questa volta non vi prende piacere. Non muove a +salutar l’inverno, come era solita; non va a respirar la prima polvere +del gelo, nè a fregarsi il volto, le spalle e il seno, colla prima neve +caduta sui tetti; Taziana maledice l’inverno, che la rapisce al suo +nido. + +L’ora prefissa s’avanza. La decrepita carrozza dimenticata nella +rimessa, è tratta fuori, esaminata, rispalmata, rassettata. Tre +_chibitche_ trasportano la mobilia della casa, le marmitte, le +seggiole, i cassettoni, i vasetti di conserva, le materasse, i piumini, +i gabbioni del pollame, le pentole, le tazze, insomma, ogni sorta +di arnesi. Una caterva di servitori e di contadini è adunata nel +cortile; chi chiacchiera, chi piange; diciotto carogne sono attaccate +alla carrozza. I cuochi allestiscono la colazione. Le _chibitche_ +sono cariche in modo che sembran montagne ambulanti; le vecchie si +bisticciano coi cocchieri barbuti. Il corriere inforca una brenna +emaciata e irsuta. I buoni augurii, i voti sinceri, gli addii ripetuti +echeggiano intorno. I padroni entrano in carrozza; la venerabile +vettura si scuote, crepita, si strascica sino alla porta del recinto. + +“Addio, cari luoghi tranquilli... addio grata solitudine... ti rivedrò +io mai?...” + +E un torrente di lacrime scorre dagli occhi di Taziana. + +Tra cinquecento anni incirca, secondo i calcoli dei filosofi, verrà, +per l’effetto dei progressi della civiltà moderna, un giorno in cui +si riformerà il nostro sistema di communicazione, e allora una rete +di strade unirà le provincie della Russia. Allora, i ponti di bronzo +accavalcheranno le acque con un solo arco; le montagne si traforeranno; +si scaveranno ardite gallerie sotto gli alvei dei fiumi e in ciascuna +stazione i fedeli cristiani troveranno una buona trattoria. + +Per adesso non abbiamo buone strade; i ponti di legno marciscono +negletti; le cimici e le pulci non ti lasciano un istante di posa nelle +stazioni postali; di trattorie, non si sa nulla. La pomposa lista delle +vivande affissa alla parete d’una sala gelata, non serve ad altro che +ad aguzzare invano l’appetito dei miseri viaggiatori. Frattanto, ritti +davanti a un fuoco lento, i rustici ciclopi del villaggio ribattono +sull’incudine coi loro martelli russi i fragili ferramenti delle +carrozze europee, e benedicono le rotaie e le frane della patria, che +loro procurano quel po’ di lavoro. + +Ma, in tempo d’inverno, il viaggiare è facile e piacevole in questo +paese. Le strade sono allora dritte e piatte come i versi scipiti +dei nostri poetastri alla moda. I nostri aurighi sono coraggiosi, i +nostri cavalli instancabili, e i pali delle verste,[101] sì grati alla +vista, ci volano davanti così fitti come le sbarre d’un cancello. +Sventuratamente la signora Larin andava coi propri cavalli e non +con quelli della posta, per non incorrere una spesa esorbitante. Il +tragitto durò una settimana; ma Taziana non si lagnò di tal lentezza, +anzi ne fu lieta. + +Già son vicini a Mosca, alla bianca Mosca dalle mille cupole +impennacchiate di croci che lampeggiano al sole come folgori! O amici! +Come io gioiva quando a un tratto io scopriva quell’anfiteatro di +chiese, di campanili, di giardini, di palazzi! Quante volte nel mio +tristo esilio, errando qua e là, io pensai a te, Mosca mia! Oh quante +cose racchiuse in questo solo nome! Che significato presenta a un cuore +russo! + +Ecco il castello di Pietro Primo, attorniato di querce e superbo della +sua antica gloria. Ivi indarno Napoleone, accecato dalla fortuna e +dall’orgoglio, aspettava che la vecchia capitale gli s’inginocchiasse +davanti porgendogli le chiavi del Cremlino.... No. — Mosca non gli +andò incontro colla testa bassa. Non preparò per l’eroe impaziente, nè +banchetti, nè regali; preparò un incendio. Dalle finestre di questo +castello, l’invasore, immerso nelle sue riflessioni, contemplò le +fiamme minacciose. + +Addio, teatro d’illustri memorie, addio venerabile reggia! Avanti! +avanti! Già le colonne delle barriere biancheggiano; già l’equipaggio +s’inoltra nella Tverscaia attraverso le vie cave. Fuggono come ombre +i casotti delle sentinelle, le vecchie serve, i monelli, le botteghe, +i lampioni, i palazzi, i giardini; le slitte, gli orti, i mercanti, i +tuguri, i contadini, i _boulevards_, le torri, i cosacchi, le farmacie, +i magazzini di modiste, i balconi, i leoni dei portoni, e gli stormi di +cornacchie svolazzanti intorno alle croci. Durò due ore intere questa +corsa. + +Finalmente la carrozza si fermò davanti a una casa nel vicolo di +Caraton. Le nostre viaggiatrici smontano da una vecchia zia che soffre +di etisia da quattro anni in qua. Apre loro l’uscio un Calmucco canuto, +cogli occhiali sul naso, con un _caftano_ logoro indosso e una calza +in mano.[102] La principessa sdraiata sopra un divano del salotto, +accoglie le straniere con un grande urlo di sorpresa e di piacere. Le +due vecchie s’abbracciano piangendo e facendo mille esclamazioni. + +“Principessa, _mon ange_!” + +“_Pachette!_” + +“_Aline!_” + +“Chi l’avrebbe detto!” + +“È tanto che non ci siamo vedute!” + +“Sarà per qualche giorno, eh?” + +“Cara cugina!” + +“Siedi.... Che buona idea è stata questa!... È proprio una combinazione +da romanzo!” + +“Ti presento mia figlia Taziana.” + +“Ah Taziana! vieni quà... Mi par proprio di sognare! Cugina, ti ricordi +di Grandisson?” + +“Che Grandisson?... ah, Grandisson!... Sì, sì, me lo ricordo, me lo +ricordo. Dov’è adesso?” + +“Sta in Mosca, da Simeone. Mi ha fatto visita la vigilia di Natale. +Poco tempo fa ammogliò il figliuolo.” + +“E quel cane... ma ne parleremo a lungo un’altra volta, vero? Dimani, +presenteremo Taziana a tutta la famiglia. Che disgrazia! posso appena +reggermi in piedi; non esco quasi più di casa. Ma voi siete stracche +del viaggio... Andiamo a riposare tutti assieme... ahi, che non ho +forza..... mi duole il petto... non solo il dispiacere, ma anche il +piacere mi stanca e opprime.... cara mia, non son più buona a nulla.... +è una gran brutta cosa la vecchiaia....” + +E così dicendo, tutta ansante incominciò a tossire senza cessar di +piangere. + +Le finezze, le premure gentili della ammalata cattivano Taziana; +la quale contuttociò non può avvezzarsi alla sua nuova dimora tanto +diversa di quella che ha testè lasciata. Nel suo nuovo letto, addobbato +di cortine di seta, essa non può dormire; e il suono mattinale +delle campane banditore delle fatiche quotidiane, la desta nel più +bel momento dei suoi sogni. Allora si alza, e s’asside presso alla +finestra. La caligine crepuscolare si dirada; l’aria si rischiara; ma +Taziana non scorge le sue campagne dilette, e altro non vede innanzi a +sè che un cortile incognito, una scuderia, una cucina e una palizzata. + +Ogni giorno Taziana è condotta a qualche pranzo di famiglia, è +presentata a qualche avola o zia a cui poco bada. Ai parenti che vengon +di lontano si fa sempre buona accoglienza, si prodigano gli elogi e le +carezze, e si offre il pane e il sale. + +“Come è cresciuta Taziana! È molto che io t’ho fatto da comare!” + +“E io che t’ho tenuta sulle braccia!” + +“E io che t’ho tirata per gli orecchi!” + +“E io che t’ho dato tanto pan di zenzero!” + +E le mamme e le nonne ripetevano in coro: + +“Oh, come gli anni passano presto!” + +Ma non v’è nulla di cambiato presso quella buona gente. Tutto è rimasto +nell’antico stato. La principessa Elena, la zia, porta sempre una +scuffia di tulle; Luceria Lvovna s’impiastra sempre il viso di biacca; +Ivan Petrovicc è sempre lo stesso ciuco di prima; Semen Petrovicc +è sempre lo stesso spilorcio di prima; Pelagia Nicolavna ha sempre +l’amico Monsieur Finemouche, il can levriero e il marito, il quale è +sempre socio assiduo del club, sempre pacifico, sempre sordo, e sempre +mangia e beve per due. + +A prima giunta, le giovinette Grazie di Mosca esaminano Taziana +da capo a piedi senza far motto; la trovano qualche poco strana, +provinciale, svenevole, affettata, alquanto palliduccia e magretta, ma +in totale belloccia. Poi obedendo allo istinto di natura si fanno sue +amiche, la menano a casa loro, l’abbracciano, le stringono le mani, +le acconciano i capelli secondo la moda, e finalmente le palesano i +loro secreti di cuore, secreti di fanciulle! le conquiste proprie e +le altrui, le speranze, le furberie, i desiderii. Le loro innocenti +conversazioni passano lievissimamente cosperse di maldicenza. Quindi +esigono gentilmente che Taziana contraccambi quelle confidenze con +una confessione ingenua. Ma essa ascolta quei discorsi senza diletto, +non li comprende, e copre di silenzio e di mistero i pensieri del suo +cuore, il tesoro delle sue lacrime e della sua sorte ventura, e non ne +fa parte a nessuno. + +Taziana brama di assistere alle grandi conversazioni; ma non vi sente +che futilità sconnesse, sonore bagattelle, freddure; il linguaggio è +sterile e secco, e persino la maldicenza vi è sciocca e noiosa. + +In mezzo a quella confusione d’inchieste, di brighe, di pettegolezzi +non balena una sola idea in ventiquattro ore, nemmen per caso, nemmen +per disavvedutezza; il cuore non si muove nemmeno per burla e lo +spirito si caria e si petrifica. Nè anche ciarlando di cose ridicole, +sai trovare una parola arguta, o mondo elegante e frivolo! + +I giovanotti sfaccendati mirano Taziana con affettazione, e parlano +di essa fra loro poco favorevolmente. Un bell’ingegno stravagante la +dichiara _ideale_, e piantandosi sulla soglia della porta si dispone +a recitarle una elegia, quando passerà. Un certo B***, che l’aveva +veduta dalla sua fastidiosa zia, s’asside allato alla fanciulla e +cerca d’innamorarla coi suoi insulsi complimenti. Un venerando vecchio, +vedendola favellare con B***, domandò chi era, e ricompose in onore di +lei la sua arruffata parrucca. + +Ma in quel tempio nel quale Melpomene furibonda alza la sua tremenda +voce e sventola il suo mantello screziato di lustrini davanti a un +pubblico di ghiaccio; colà dove Talia dolcemente sonnacchia nè ode +che rari applausi da’ suoi ammiratori; colà ove la gioventù non bada +se non a Terpsicore sola, il che si vedeva già a tempo vostro, si è +veduto a tempo mio e si vedrà in ogni tempo; là nessuno fece attenzione +a Taziana. Nè gli occhialini delle gelose dame, nè le _jumelles_ degli +intelligenti in materia di bellezza feminile, si fissarono sopra di lei +dai palchi o dai posti distinti. + +La menarono anche al Casino dei Nobili. Ivi calca orrenda, tumulto +atroce, calore carbonizzante. Il mugghiar dell’orchestra, il fulgore +delle lumiere, il ronzio dei gruppi di gente, il turbine delle +coppie danzanti, il brillante emiciclo delle signore, il loro aereo +abbigliamento, l’andirivieni continuo, — tutto ciò ti rapisce fuori di +te. Ivi, i _dandy_ insigni fan mostra della loro sfacciataggine, dei +loro _gilè_, dei loro _binocles_ superflui. Qui, gli ussari in congedo, +appariscono un momento, cianciano, trionfano e s’involano. + +Nell’ombra della notte, molte stelle rilucono; e molte belle rifulgono +nella città di Mosca. La luna però, più chiara di tutti gli astri, +regna senza rivale nei vasti campi di zaffiro.[103] Quella di che io +non oso sospirare il nome risplende sola fra tutte le donne. Con qual +celestiale maestà s’avanza! Pare che il suo piedino non tocchi il +suolo. Che grazia in quel seno! Che languore in quegli occhi! Ma fermo, +fermo! Bastante tributo già pagasti alla amorosa insania. + +Il frastuono, le voci, il correre, gli inchini, la galoppa, la masurca, +il valzer... Taziana intanto seduta presso ad una colonna, fra due +zie, non osservata da nessuno, mira tutto, niente vede. Aborrisce quel +fracasso; quel calore la soffoca. Pensa alla sua vita agreste, al suo +villaggio, ai suoi poveri contadini, al cantuccio solitario ove mormora +il ruscello limpido; pensa ai suoi fiori, ai suoi romanzi, all’oscurità +del viale di tigli, nel quale egli le apparve. + +Così erra la fantasia di lei. + +Frattanto un grave generale non cessa di adocchiarla. + +Le zie ammiccano fra di loro, e spingono Taziana col gomito, dicendole +sotto voce: + +“Guarda un po’ a sinistra! presto!...” + +“A sinistra? Dove? Che ci è?” + +“Comunque sia, guarda, ti dico... In quel gruppo di persone, +vedi? Davanti a te... lì... dove sono due uniformi.... Ma ora egli +s’allontana... Si mette da banda...” + +“Chi? Quel grosso generale?” + +Ora, conviene che ci congratuliamo con Taziana della sua vittoria, +e la lasciamo andare. Prenderemo un’altra via per seguire il nostro +protagonista. + +A proposito. Dimenticai di porre una invocazione in fronte a questo +poema. Ma meglio tardi che mai. Eccola. + +“Canto un giovine amico mio e la moltitudine dei suoi capricci. +Dégnati, o epica Musa, di secondare la mia lunga impresa. Porgimi il +tuo sostegno valido affinchè io non esca del seminato....” + +E tanto basta. Ho reso al classicismo il debito omaggio: il mio poema +ha una invocazione! + + + + +CAPITOLO OTTAVO. + + Fare thee well, and if for ever. + Still for ever fare thee well. + BYRON. + + +Allorchè io fioriva tranquillamente nei giardini del Liceo; allorchè +io leggeva molto Apuleio e niente affatto Cicerone; la Musa m’apparve +un giorno di primavera nella valle misteriosa, presso alle acque +che scorrevano in silenzio. La mia cella di studente s’illuminò a un +tratto. La Musa mi vi imbandì lauti rinfreschi; mi insegnò a celebrare +i piaceri della gioventù, la nostra antica gloria e i trepidi sogni del +cuore. Quando la menai fuori meco nella società, la gente l’accolse +con benevolenza e mi fece animo a proseguire d’amarla. Il vecchio +Dergiavin[104] volle conoscermi, e mi benedì nei suoi ultimi istanti di +vita. + +Facendo mia unica legge il mio capriccio, intarsiai nei miei scritti +ogni mia bizzarria e impressione. Lanciai la Musa in mezzo allo +strepito dei banchetti e delle dispute, e divenne il terrore delle +guardie notturne. Pagò coi carmi il suo scotto in quei conviti, +scherzando come una baccante, bevendo e cantando in onore dei +commensali. E la gioventù corse dietro ai suoi passi ed io insuperbiva +cogli amici di possedere sì leggiadra compagna. + +Io poi abbandonai la loro società, e ne fuggii lontano. La Musa mi +seguì. Quante volte coi suoi racconti amabili essa addolcì il mio amaro +esilio! Quante volte, fra i dirupi del Caucaso, montò a cavallo meco +come un’altra Leonora[105] al lume di luna! Quante volte sulle spiagge +della Tauride mi condusse attraverso le nebbie oscure a udire il rombo +dell’Eusino, il perenne inno delle Nereidi, la danza eterna delle onde, +il vasto concento del mare in onore del padre dei mondi! + +Lungi dalle città pompose e dai festini illustri, essa visitò nelle +infelici steppe della Moldavia le tranquille tende della razza +vagabonda delli Zingari. E fra quelle divenne selvaggia, e obliando il +linguaggio degli Dei, favellò un idioma strano e indigente, e modulò +canzoni mezzo barbare..... Ma in un subito, cambiò il destino della mia +Musa. Eccola seduta nel mio giardino, vestita da signorina nobile, con +un pensiero melancolico negli occhi e un volume francese fralle mani. + +Ora per la prima volta io la meno a un _raut_ del _gran mondo_. +Io guardo le sue bellezze con un brivido di gelosia. Essa passa +tralle file strette delli aristocratici, dei zerbini militari, dei +diplomatici, delle dame orgogliose. Si asside in silenzio, gira gli +occhi attorno e si diverte a veder passare le signore in gran gala che +salutano la padrona di casa, e compongono poi nel salotto un quadro +vivente di cui i signori formano, per così dire, la cornice. Ammira +l’ordine perfetto delle società oligarchiche, la calma d’una nobile +alterigia e quella confusione di qualità e di età diverse. + +Ma chi è costui che se ne sta muto e tetro nella folla loquace e +scintillante? Sembra straniero a tutti. Passano innanzi a lui tutte +quelle figure come una serie di noiose apparizioni. Gli sta impresso +in fronte lo spleen o l’arroganza afflitta. Perchè trovasi egli qui? +Sarebbe forse Eugenio?.... Possibile!... + +“Sì, è desso.” + +“Da quando in qua tornò? È sempre lo stesso originale o s’è corretto? +Ditemi, perchè mai torna a star fra noi? Che parte vuol fare, che +personaggio vuol rappresentare da vero commediante ch’egli è? Farà il +Melmoth, il Cosmopolita, il Patriota, il Childe Harold, il Quacchero, +il Tartufo? Che maschera presceglierà?... O forse si contenterà +d’essere un galantuomo come voi ed io, come tutti siamo?” + +“Comunque sia, io gli darò almeno il consiglio di rinunziare a quella +moda rancida. È assai lungo tempo ch’egli gabba il mondo...” + +“Lo conoscete?” + +“Sì, e no.” + +“Perchè dunque lo trattate con tanta acrimonia?” + +Forse perchè ci travagliamo indefessamente a giudicar di tutto; perchè +l’imprudenza d’un’anima focosa o ferisce o allegra la nullità[106] +egoistica; perchè lo spirito amante di libertà e di spazio, forza gli +altri a fargli posto; perchè troppo spesso acconsentiamo ad accettar +ciarle per fatti; perchè la stoltezza è credula e maligna, perchè le +cianciafruscole hanno importanza per gli uomini d’importanza, e perchè +la mediocrità sola è all’altezza delle nostre spalle, e non ci sembra +stramba e folle? + +Fortunato colui che in gioventù fu giovine; colui che maturò nella +giusta stagione; che seppe sopportar con coraggio il freddo ognor +crescente dell’età, che non si pascè di sogni ambiziosi e grandi; che +non allontanò da sè il profano volgo; che di venti anni fu un damerino +e un bravo, e di trenta anni prese una moglie adorna d’una buona dote; +che di cinquanta anni si liberò dei suoi debiti particolari, e altri; +che zitto zitto, piano piano, acquistò riputazione, onori e ricchezze; +e di cui tutti s’accordano a dire: il tal di tale è un’ottima persona. + +È un tormento il pensare che la gioventù ci fu data invano, che la +tradiamo, e che ci tradisce ad ogni istante; il veder che le nostre +migliori brame, le nostre più floride speranze, si sono sbiadite e +sperse come le foglie dei boschi al vento d’autunno. È affannoso il +mirare davanti a sè in prospettiva una infinita serie di pranzi e dover +considerar la vita come una funzione e seguir le pedate della gente +senza poter dividere nè le opinioni, nè le passioni delle masse. + +Converrete meco, lettore, che è una posizione intollerabile quella +d’un uomo, il quale divenuto l’oggetto delle critiche universali, è +dichiarato dalle persone di senno un originale pretenzioso, o un matto +feroce, o un mostro diabolico, o finalmente il fratello carnale del mio +demonio familiare. Anieghin, (io torno a intrattenervene), Anieghin, +dopo di avere ucciso in duello l’amico; dopo di avere vissuto sino a +ventisei anni senza scopo e senza giudizio, languiva in una inerzia +fracida, senza impiego, senza moglie, senza occupazione, e non sapeva +prender gusto a nulla. Lo _spleen_ s’indonnò di lui; volle mutare +aria (pensiero funesto, croce volontaria d’un gran numero di ricchi). +Lasciò il suo villaggio, la solitudine delle selve e dei campi, ove di +continuo gli appariva una ombra sanguinosa, e incominciò a viaggiare a +caso e in preda a una idea unica. Ma i viaggi, come tutto il resto, lo +annoiarono. Tornò a casa, e, come Ciaschi, dalla nave passò al festino. + +E la folla ondeggia e mormora, e una notizia vola di bocca in bocca.... +Una dama accompagnata da un grave generale, s’approssima alla padrona +di casa. Non è nè premurosa nè sdegnosa nè loquace. Non guarda la gente +con disprezzo, non cerca, non allice gli applausi e l’attenzione, non +fa smorfie e contorsioni; ha un tratto nobile, semplice, modesto, e +tutti l’ammirano. Essa è il più perfetto modello del _comme il faut_. — +Scusate: anche questa è una espressione che ci manca. + +Le giovani signore si assidevano già presso ad essa; le vecchie le +sorridevano, i cavalieri la salutavano profondamente, e cercavano +di ottenere un suo sguardo; le fanciulle attraversavano il salotto +con passo più lento quando passavano avanti a lei, e il generale che +l’accompagnava, alzava il ceffo e le spalle più di tutti gli astanti. +Essa non poteva dirsi bella, ma in tutta la sua persona, dal sommo +della testa alla punta dei piedi, non avresti potuto scoprire ombra di +ciò, che nei crocchi aristocratici di Londra, si chiama _vulgar_... +Vorrei tradurre questo termine, ma non posso.... è nuovo nel nostro +idioma, e temo che non ci voglia allignare. Farebbe all’uopo in un +epigramma.[107] Ma riedo alle nostre dame. La vezzosa di cui parlavamo, +tanto più vezzosa ch’era naturale nelle sue maniere, stava accanto a +Nina Voronsca la Cleopatra della Neva. — Eppure la bellezza abbagliante +di questa non eclissava quella della sua vicina. Perchè? Perchè Nina +era una statua. + +“Se non erro,” pensava Eugenio, “è dessa.” Ma sì; è appunto dessa.... +No.... Come! Da un oscuro villaggio nelle steppe!...” + +E prendendo l’occhialino che non lasciava mai, lo volge spesso su +quella signora, i cui lineamenti gli rimembrano una persona obliata da +un pezzo. + +“Principe, non conoscereste quella che discorre coll’ambasciador di +Spagna, e che ha un turbante chermisi?” + +Il Principe osserva Anieghin con stupore. + +“Ah!” sclama, “è vero che non vai più in società da molto tempo. +Aspetta, io ti presenterò a lei.” + +“Ma chi è essa?” + +“È mia moglie.” + +“Sei ammogliato! Non lo sapevo. Da quando in qua?” + +“Da circa due anni.” + +“Con chi?” + +“Con una Larin.” + +“Taziana?...” + +“La conosci?” + +“Io sono loro vicinante.” + +“Dunque vieni.” + +Il Principe s’accosta alla consorte, e le presenta il suo collaterale +ed amico. La Principessa lo saluta. E qualunque si fosse il turbamento, +l’emozione, la meraviglia che essa provò in quel punto, seppe celarla +in modo, che serbò la sua gravità, la sua calma, e riverì Eugenio con +indifferenza. + +No; essa non abbrividì, non impallidì, non arrossì a vicenda. Non +increspò le ciglia, non si presse nemmen le labbra. Anieghin la +contemplava attentamente, ma non poteva rinvenire in lei la Taziana +d’altre volte. Volle dirigerle qualche parola, ma gli mancò la voce. +Allora, la Principessa gli domandò da quanto tempo era giunto, e se +veniva dalla loro provincia. Quindi i di lei occhi stanchi si fermarono +sul generale, ed egli ed essa sparvero. Eugenio rimase immobile e +stordito. + +È questa quella stessa Taziana, alla quale l’austero Eugenio, nel +principio della nostra istoria, dava lezioni di morale, in una villa +remota e agreste; quella Taziana, della quale egli conserva tuttora un +biglietto, schietta espression d’un cuore che svela apertamente il suo +secreto?... È questa, quella stessa fanciulla, oppure è una altra? Come +mai quella fanciulla ch’egli respinse con tanto stoicismo, e che lo +amava tanto, divenne sì indifferente e sì ardita verso di lui? + +Egli lascia il salotto troppo angusto. Torna a casa tutto pensieroso. +Il suo sonno tardivo è tramezzato di visioni or triste or liete. Si +desta; il cameriere gli consegna uno scritto. Il Principe NN. lo invita +gentilmente a una _soirée_.[108] + +“Dio! da lei!... ci andrò; ci andrò.” + +E in gran fretta scarabocchia due righe di risposta. + +Che gli accade? Che farnetica? Che cosa ribolle in fondo a quella anima +indolente ed egoista? La stizza, la vanità, o l’amore supplizio della +gioventù? + +Anieghin nuovamente conta le ore; nuovamente troppo lunghi gli sembrano +i giorni. Battono le dieci; egli esce, vola, entra nel palazzo, e +tremante, s’inoltra nel salotto. Trova Taziana sola, e passano alcuni +minuti a quattro occhi. Anieghin non può parlare; turbato, smarrito, +anelante, risponde appena. Mille idee strambe gli girano per la testa. +Non cessa di contemplar Taziana. Essa se ne sta tranquilla e tutta in +sè raccolta. + +Sopravviene il marito e interrompe quel penoso _tête à tête_. Egli +rammenta ad Eugenio le beffe e le malizie della loro infanzia, e +ne ridono di buon animo. Frattanto gli invitati arrivano. I sali +grossolani della malignità mondana condiscono la loro conversazione. +Ma intorno alla principessa il discorso è brillante di spirito senza +leziosaggine; di quando in quando vi balena un raggio di profondo +buon senso; e sempre ne stanno lontane le massime d’eterna verità, +le pedanterie, e quelle parole svergognate che inquietano gli orecchi +delicati. + +Il fiore della nobiltà, i nomoteti della moda; quegli stolidi +inevitabili, quelle caricature che incontransi dappertutto, +s’accoglievano lì. Lì s’adunavano le signore attempate, con ceffi da +mascheroni e scuffie fregiate di rose; lì capitavano alcune fanciulle +che non sorridean mai; lì un ambasciatore che perorava sulle faccende +dello Stato; lì un vecchio dai crini profumati che motteggiava come +al tempo di prima, con sottigliezza e con garbo, maniera che anche al +dì d’oggi piace. Eravi anche un dilettante d’epigrammi, il quale tutto +criticava, e biasimava la troppa dolcezza del tè, la goffaggine delle +signore, il contegno dei signori, le dottrine d’un romanzo oscuro, il +monogramma fatto per due sorelle, le bugie delle gazzette, la guerra, +la neve, e sua moglie. Eravi N. N. celebre per la sua infamia; N. N. +per cui, o Saint-Priest,[109] spuntasti tanti lapis sugli album di +San Pietroburgo. Eravi un secondo dittatore dei balli, che stava ritto +fralle due porte,[110] attillato come un figurino del giornale delle +mode, bianco e rosso come un cherubino, stringato, mutolo e immoto. +Eravi un viaggiatore volante; eravi un impertinente inamidato, che +moveva tutti a riso colla sua aria affaccendata; uno sguardo scambiato +in silenzio fra gli astanti, esprimeva l’opinione che si aveva di lui. + +Per tutta quella sera, Anieghin non badò che a Taziana sola. Taziana +però non è più quella ragazzina timida, innamorata, povera e semplice; +ma una principessa maestosa e fredda, una dea innaccessibile e +superba della imperiale Neva. O uomini! Somigliate tutti alla vostra +prima madre Eva. Ciò che vi fu concesso in dono, non vi alletta; il +serpente ognora vi tira a sè sotto l’albero della scienza. Solo il +frutto vietato vi tenta, e senza quello il paradiso più non vi sembra +paradiso. + +Come è cangiata Taziana! Come s’è bene compenetrata dello spirito del +suo nuovo rango! Come si è presto appropriato i modi d’una dignità +stentata! Chi ardirebbe cercare l’umile campagnola di tempo fa, in +quella altera e disinvolta legislatrice dei saloni? Ed egli potè +infiammare quel cuore! Alzando li occhi afflitti alla luna, nelle +quiete notti, a lui essa pensava intanto che venisse il sonno; e con +lui la gentil vergine sperava finire tranquilla il sentiero della vita. + +Ogni età è soggetta alle smanie d’amore, ma mentre sono benefiche alla +virtuosa giovinezza come la pioggia di primavera ai campi, sono funeste +alla vecchiaia. Le procelle delle passioni rinfrescano, rinnovellano, +maturano i cuori di venti anni, e fan loro produrre splendidi fiori +e saporiti frutti. Ma nell’età provetta e infeconda, il ravvivamento +degli affetti non genera che doglia e pianto, simile alle piogge +d’autunno che sfrondano i boschi, e convertono i prati ameni in fetidi +pantani. + +Non v’ha loco a dubbio: Eugenio è perdutamente invaghito di Taziana. +Passa i giorni e le notti in amorosi vaneggiamenti. Sordo alle severe +rimostranze della ragione, ogni mattino egli va a far sentinella sul +verone o nel vestibolo; la segue come ombra il corpo; si stima beato +se gli vien concesso di assettarle il soffice _boa_ sulle spalle, di +stringerle amichevolmente la mano, di farle strada a traverso la folla +variopinta dei lacchè, o di raccogliere il fazzoletto cadutole a terra. + +Ma checchè egli faccia per piacerle e per mostrarle il suo affetto e il +suo tormento, essa non se ne accorge. Lo accoglie con gentilezza, gli +dirige due o tre parole; talvolta gli fa un lieve inchino, talvolta non +lo guata nemmeno; insomma non ha traccia di civetteria; quindi è che il +_gran mondo_ non la può patire. + +Anieghin soffre, le sue guance si scolorano e Taziana non se ne avvede, +o non se ne cura. Anieghin divien scarno e macilento, e quasi quasi +volge all’etisia. Gli amici lo esortano a consultare un medico; tutti +lo consigliano ad andare a far le bagnature, ma egli è più disposto a +scendere da Plutone, che a lasciar la capitale. Taziana non gliene sa +grado; così sono le donne! Egli s’ostina; spera, sospira; e intanto +istecchisce. Finalmente, più audace di quello che sarebbe forse in +buona salute, stende con mano infiacchita dalla febbre un biglietto +appassionato, diretto alla principessa. Quantunque egli non avesse +gran fiducia nelle lettere, pure, spinto dalla violenza della passione, +prese la penna e così sfogò il cuore. + +Ecco la sua dichiarazione tale e quale. + +“Signora! Io lo prevedo, vi offenderà questa franca confessione d’un +secreto amore. Che amaro disdegno rifulgerà nei vostri superbi sguardi! + +”Che voglio io? Perchè vi schiudo il mio cuore? Perchè vi porgo io così +l’opportunità di deridermi e di vendicarvi? + +”V’incontrai altre volte per caso; credei scorgere in voi una scintilla +di affetto, ma non volli prestar fede agli occhi miei, non diedi +libera carriera alla mia consueta smania, non volli rinunziare alla mia +libertà. + +”Una sola cosa ci ha disuniti.... Lenschi cadde misera vittima della +sua suscettività.... Io mi divelsi da tutto ciò che m’era caro.... +Straniero a tutti gli uomini, non amando più niente, io pensava che +la libertà e la pace potessero supplire la felicità. Dio mio! Come io +errava! Come sono punito! + +”No: vedervi ad ogni istante; seguirvi in ogni luogo; cogliere alla +sfuggita i vostri sorrisi, i vostri raggi, i vostri moti; udir la +vostra voce, ammirare le vostre perfette doti; spasimar per voi nelle +torture, agonizzare e spengersi.... questa è la felicità! + +”Mi era offerta e l’ho respinta!... per voi, io vo vagando a caso nel +mondo; per voi mi è cara la luce, mi è caro il tempo; per voi, consumo +in molesta inazione gli anni largitimi dal fato che già da per loro +erano assai tristi.... Io so che i miei momenti son contati; ma se deve +la mia vita prolungarsi, se deve arrivare fino a domani, convien ch’io +speri di vedervi nella giornata.... + +”Nelle mie preghiere, io temo d’incontrare il vostro truce sguardo, +e d’udire le vostre rampogne. Se sapeste quanto è tormentosa la sete +d’amore, come arde il petto e il sangue.... Se sapeste come è difficile +placare la passione col ragionamento; come è crudele volervi abbracciar +le ginocchia, e spargere piangendo a’ vostri piedi, le preci, le +lacrime, tutto ciò che esprime il dolore e l’affetto, e frattanto dover +imprigionare li sguardi e le parole in una gelida etichetta; dover +conversare con voi tranquillamente, e mirarvi con volto sereno! + +”Ma ormai, non ho più forza di tenermi a freno. Io son vostro; io +m’abbandono al mio destino.” + +Nessuna risposta. Scrive un secondo, un terzo biglietto; medesimo +silenzio. Va in una _soirée_.... appena entrato, la incontra.... com’è +severa!... Essa non lo guarda, non gli parla, è fredda come il dì +dell’Epifania. Eugenio fa di tutto per reprimere la sua indignazione. +Le scocca una occhiata investigatrice. Dov’è la timidezza, dov’è la +simpatia, dov’è il pianto?... Non ve n’ha più vestigio. Eugenio non +anela che ira e vendetta. + +Se almeno potesse credere tal condotta suggerita dal timore che il +marito o la gente indovinino le conseguenze d’una debolezza momentanea! +Ma così non è.... Non v’ha speranza alcuna. + +Eugenio esce, maledicendo la sua stolidezza, e poi abbandonandovisi +di nuovo fa divorzio colla società. Solo nel suo quieto gabinetto, si +ricorda quel tempo in cui una aspra ipocondria lo tartassava persino +nel _gran mondo_, lo ghermiva, lo incarcerava in un cantuccio oscuro +e ve lo tenea rinchiuso a chiave. Ricominciò a leggere senza criterio. +Lesse Gibbon, Rousseau, Manzoni, Herder,[111] Chamfort,[112] Madama di +Staël, Bichat,[113] Tissot;[114] lesse lo scettico Bayle;[115] lesse +Fontenelle,[116] e non volendo mostrarsi parziale, lesse anche alcune +opere nostre: gli almanacchi e i giornali, che mi fan ripassar le mie +lezioni e che mi pettinano pel dì delle feste con certi complimenti +pieni di garbo. + +_E sempre bene._ + +Ma ahimè! Egli leggeva cogli occhi; la mente come farfalla errava +lontan dal libro. I sogni, i desiderii, i patimenti suoi vincono +ogni suo sentimento. Fra le righe stampate, egli ne legge altre +tutte diverse, cogli occhi della mente. Queste righe imaginarie +assorbono tutta la sua attenzione. Esse gli ricordano il tempo passato +ora sereno, ora fosco; mille progetti, farneticaggini, minacce, +interpetrazioni, prognostici; una lunga istoria strana, eppur vera, e +le lettere d’una gentil fanciulla. E profondandosi ognor più in quella +fantasmagoria, ravvisa in mezzo a una oscurità diafana lo spettro +instabile del Faraone. Poi, cangia la scena, ed egli scorge un giovine +giacente sulla neve come sopra un letto e che sembra dormire... E +ode queste parole: “Come! morto!” Talvolta rivede i suoi nemici da +gran tempo obliati, i suoi calunniatori insolenti e codardi, le belle +traditrici che adorava, i perfidi parasiti che lo adulavano; talvolta +distingue una villa circuita d’alberi, e, alla finestra, discerne +essa... essa sempre! + +S’interna cotanto in tali rimembranze, che sta per perderne il +giudizio. Diverrà maniaco o poeta. Buon per noi se si fosse appigliato +a questo ultimo partito. E lo poteva, chè di già incominciava a +comprendere il meccanesimo del verso russo. Quando, seduto solo al +caminetto davanti a una bella fiamma, lasciando cadere nel fuoco ora +una pantofola, ora un giornale, canterellava: _Benedetta_, o _Idol +mio_, Eugenio pareva proprio un poeta. + +I giorni passano. L’atmosfera s’intiepidisce, l’inverno fugge. Eugenio +non verseggia, non muore, non impazza. La primavera lo ristora. Un bel +mattino egli abbandona le doppie finestre, il caminetto, la stanza ove +ha invernato come una marmotta e se ne va a spasso in slitta lungo +la Neva. I blocchi di ghiaccio galleggianti sul fiume scintillano +al sole. La neve strutta e calpestata dai pedoni cangia le strade in +pozzanghere. + +Ove si avvia Eugenio con passo sì sollecito, a traverso quel fango? +L’avete indovinato per l’appunto. Va da lei, va da Taziana, il nostro +incorreggibile originale. Entra più morto che vivo. Non trova nessuno +nell’anticamera, nessuno nel salotto. Si trae più avanti.... apre una +porta. Che vede? Vede la principessa, in _déshabillé_, pallida, sola, +occupata a leggere un foglio. E mentre legge colla guancia puntellata +sulla mano, le sgorga un torrente di lacrime dal ciglio. + +Chi mai in quel momento non avrebbe compatito al suo dolore e inteso il +suo secreto! Chi non avrebbe riconosciuto nella principessa Taziana, +Taziana la campagnola! Eugenio in un accesso di pietà e di amore le +si butta in ginocchio davanti. Essa freme e tace; lo contempla senza +spavento, senza cruccio. I di lui occhi addolorati, spenti, l’atto +supplichevole, i muti rimproveri, le attestano la sua sincerità. +Ecco rinasce l’ingenua verginella di prima, colle sue illusioni, +colla sua leggiadra semplicità. Non lo rialza da terra, non torce gli +sguardi lontan da lui, non ritira a sè la mano che egli copre di baci +ardenti..... Che mai pensa? Dopo un lungo intervallo di silenzio, essa +esclama: + +“Basta. Levatevi. Conviene ch’io mi spieghi schiettamente. Anieghin, +vi rimembra di quella sera in cui per caso ci incontrammo in un viale +del giardino, di quella sera in cui ascoltai sì umilmente le vostre +ammonizioni? Oggi tocca a me ad ammonirvi. Allora io era più giovane, +e, credo, più bella... e io vi amava.... Che mi deste in iscambio del +mio amore? Come mi corrispondeste? Foste rigido e spietato.... Non +è egli vero? L’affetto d’una timida fanciulla non vi parve una gran +novità. Ahi che tuttora mi si gela il sangue nelle vene quando mi +rappresento quello sguardo gelido e quel rabbuffo acerbo!... Ma non +vi appongo biasimo..... agiste nobilmente in quel funesto istante; +mi trattaste come io meritava.... ve ne son grata di cuore..... Ma +in quelle campagne, priva di vani onori, io non vi piacqui... Perchè +mai mi inseguite adesso? Perchè son divenuta l’oggetto delle vostre +attenzioni? Sarebbe forse perchè adesso io vivo nell’alta società; +perchè sono ricca e illustre; perchè mio marito è stato mutilato nelle +guerre; perchè la corte ci ricerca e ci vuol bene? Forse perchè adesso +il mio disonore sarebbe noto a tutti e vi procaccerebbe una scandalosa +celebrità nei saloni del _gran mondo_!... + +”Io piango.... Poichè non avete dimenticata la vostra Taziana, sappiate +che in quanto lo comportano le mie forze, io preferisco i vostri +pungenti sarcasmi, i vostri discorsi seri e indifferenti, a questa +passione oltraggiosa, a queste lettere, a queste lacrime. Allora, +avevate almeno compassione delle mie follie infantili, rispettavate la +mia inesperienza... Ma adesso!... Che motivo vi conduce ai miei piedi! +Oh piccolezza! Come mai potete fare il cuore e l’intelletto schiavi +d’un affetto passeggero? + +”Questa vita fastosa, opulenta, inorpellata, non mi tocca; li applausi, +le lusinghe della gente, i miei palazzi, le mie riunioni brillanti, non +mi dilettano. Io darei volentieri tutti quelli stracci, tutte quelle +mascherate, tutto quel lustro, quel fracasso e quel fumo, per uno +scaffale di libri, per un giardinetto inculto, per la nostra modesta +villetta, per i luoghi ove vi scorsi la prima volta, Anieghin; sì, li +darei per l’umile cimitero ove riposa la mia povera balia sotto l’ombra +d’un salcio e d’una croce.... + +”E la felicità m’era sì facile e sì vicina!... Ma la mia sorte è +ormai decisa. Forse fui imprudente; ma mia madre mi scongiurava +piangendo..... ogni condizione era eguale per la misera Taziana.... io +mi maritai.... + +”Convien che mi lasciate. Io ve ne prego. So che siete ancor capace +d’un nobile sforzo, e d’una azione virtuosa... Io vi amo... perchè +celarvelo? ma appartengo a un altro.... Gli sarò fedele fino alla +morte!” + +Così dicendo sparve. + +Eugenio rimane simile ad un uomo colpito dal fulmine. Gli sembra che +ogni suo sentimento roti in preda a un turbine. Ma ode un rumor di +sproni..... Arriva il generale... In questo momento tremendo, lettore, +ci separiamo dal nostro protagonista per molto tempo, anzi per sempre. +Gli abbiam tenuto dietro assai nei suoi errori... Siamo giunti alla +meta. Rallegriamocene, o miei cari! Vi pareva mille anni, non è vero? + +Chiunque tu ti sia, lettore, benevolo o malevolo, ti voglio lasciar +come si lascia un amico. Addio. Busca in queste strofe disadorne ciò +che più ti talenta. Ma qualunque sia l’oggetto che in esse cercherai; +o il riflesso delle tue passioni giovenili o il sollievo dei tuoi +diligenti studi, o le descrizioni pittoresche, o i concetti arguti, +o le sgrammaticature, prego Dio che ti ci faccia trovare una dolce +diversione alle tue fatiche, alle tue passioni, alle baruffe sciocche +dei giornali. Ora separiamoci. Addio! + +Addio, mio bisbetico satellite, mio fedele ideale; addio mio +libricciuolo vispo e grave, brioso e serio, sebben sì piccolino. Vostra +mercè, io conobbi tutto ciò che ambiscono i poeti: l’oblio della vita +e il consorzio pacifico degli amici in mezzo al fracasso del mondo. Son +molti anni che la pittrice fantasia mi adombrò nella mente l’imagine di +Taziana e di Eugenio; ma in quel disegno appena accennato non appariva +ancora molto chiaro lo scioglimento di questo libero dramma. + +Tra quelli ai quali io lessi, nei crocchi ch’io frequento, i primi +squarci di questo lavoro, “alcuni più non esistono; altri son lontani” +(per servirmi di una frase di Saadi).[117] Ho coronato l’opera, ma essi +non la vedranno venire in luce. Tu pure mi fosti rapita, o bella che +mi suggeristi il tipo della mia Taziana!... Molte, molte son le vittime +dell’Orco!... molte! Felice colui che s’alza dal banchetto della vita, +prima di vedere il fondo del bicchiere; che non finisce il suo romanzo, +e che lo lascia in tronco come io lascio il mio. + + + + +PULTAVA. + + +PREFAZIONE. + +Una delle avventure di Mazeppa, illustrata dalla penna di Lord Byron +e dal pennello di Orazio Vernet, ha reso popolare fra noi il nome di +quell’eroe dei Cosacchi. + +Byron descrisse i fatti della giovinezza di Mazeppa. Puschin nel poema +di _Pultava_ narra le relazioni di Mazeppa colla figlia di Cocciu-bei, +la battaglia in cui Carlo XII e l’etmanno[118] furono vinti, e dopo la +quale doverono ricovrarsi in Turchia. + +Caviamo i seguenti ragguagli dalla _Biografia universale_. Nominato che +fu etmanno dei Cosacchi, guadagnò la fiducia di Pietro il grande; il +quale, sodisfatto di trovare in lui un ausiliare zelante e coraggioso, +lo insignì del cordone di Sant’Andrea. Creato quindi principe +dell’Ucrania, Mazeppa deliberò di francarsi da una parte subalterna che +da lungo tempo pesava alla sua indole ambiziosa ed attiva. Carlo XII ed +i suoi Svedesi, proseguendo il loro cammino vittorioso, avevano dato un +re alla Polonia e minacciavano il territorio russo. L’etmanno allora si +sottrasse alla dominazione dello zar e trattò colli Svedesi. Si afferma +che già durante le campagne di Polonia Mazeppa avesse scandagliato i +principali del paese, e si fosse impegnato di ridurre l’Ucrania sotto +l’obedienza di Stanislao Leczinski, a patto che la Severia gli sarebbe +ceduta a titolo di sovranità. Comunque sia di tale primo passo, sia che +Mazeppa si fosse conservato polacco nel cuore, o piuttosto che cercasse +di assicurarsi un potere indipendente, tese le braccia a Carlo XII, +e profferse di mettere a disposizione sua tutte le forze e i tesori +dell’Ucrania. Intanto velava con arte le sue sorde pratiche; e affin +di meglio velare i suoi disegni, finse di volgere i suoi pensieri +alla morte. Più che sessagenario, ma ancora pieno di vigore, parve +assumere ad un tratto i segni della decrepitezza. Attorniato da medici, +stava abitualmente in letto, affettava l’esterno dell’uomo debole +e sofferente. Evitava d’ubriacarsi per timore di svelare in mezzo +all’ebrezza il secreto della sua defezione, e raddoppiava d’affabilità +al fine di procurarsi l’affezione dei suoi primari offiziali. Cercando +d’irritare lo zar contro i Cosacchi Zaporoghi, gli rappresentava +che la loro indisciplina gli aveva costato una somma di cento mila +scudi pagati ad una caravana di mercanti greci da essi spogliati, e +toglieva a provargli che era interesse della Russia di domare quel +popolo indocile. In pari tempo travagliava i Zaporoghi, insinuando loro +che Pietro aveva giurato la loro perdita; voleva cedere la piccola +Russia alla Polonia, e frattanto assoggettarli ad una disciplina +regolare. Le cose erano in tale stato, quando lo zar n’ebbe sentore +per la dichiarazione di Vassi Cocciu-bei, generale dei Cosacchi, e +d’Iscra suo parente, colonnello di Pultava. Pietro non volle creder +nulla da principio e pieno di fiducia inviò sotto buona scorta i due +denunziatori all’etmanno, il quale li fece decapitare ai 14 di luglio +dell’anno 1708. Mazeppa minacciato fu sollecito a fortificare le sue +piazze d’arme; ma tale lotta diseguale ebbe un altro risultato di +quello che egli credeva. La città capitale di Mazeppa (Baturino) cadde +coi suoi tesori e colle munizioni in potere dei Russi; la forca fu il +supplizio degli aderenti dell’etmanno, al quale fu tagliata la testa +in effigie. Divenuto odioso ai suoi soldati dopo la scoperta del suo +tradimento, gli riuscì a stento di raccoglierne un piccolo numero, +e si recò da fuggitivo presso Carlo XII il quale s’avanzava verso +l’Ucrania. Il conquistatore preferì il consiglio di Mazeppa a quello +dei generali svedesi, e s’implicò nelle pianure di Pultava. Dopo la +rotta dell’esercito svedese sotto le mura di quella città, Mazeppa si +ricoverò in Valachia, poi a Bender dove morì nel 1709. Li storici non +si accordano sulla età che aveva allora. + +L’istoria non parla degli amori di Mazeppa con Maria figlia di +Cocciu-bei. Questi però vivono nelle tradizioni popolari, delle quali +Puschin si è giovato per la composizione del suo poema. + + +I. + +Cocciu-bei è ricco e illustre. Possiede immensi prati, nei quali +errano, senza pastoie e senza guardie, i suoi armenti di cavalli. +Possiede, intorno a Pultava, molte ville cinte di giardini; ha in +quantità pellicce, raso, argento, in casa e sotto chiave. Ma non +insuperbisce Cocciu-bei dei suoi chiomati corsieri, nè dei suoi dominii +aviti, nè dell’oro che gli pagan in tributo le orde della Crimea; il +vecchio Cocciu-bei si gloria della sua figlia vezzosa. + +Io lo giuro: in tutta Pultava non si trova una fanciulla da paragonarsi +a Maria. Essa è fresca come un fior di primavera accarezzato dalli +zeffiri sotto l’ombra dei boschetti. Essa è svelta come i pioppi che +di Chief adornano i colli. I suoi moti ti rammentano le ondulazioni +del cigno sulle acque, o li slanci del daino nelle selve. Il suo seno +è candido come spuma; i suoi ricci neri s’affollano intorno alla sua +fronte, come nuvolette intorno a un poggio; i suoi occhi son stelle +serene; la sua bocca è una rosa nascente. Ma non per la sua sola +bellezza, caduco fiore! vola di gente in gente la fama di Maria; tutti +l’ammirano per la sua modestia, per il suo giudizio. Quindi è che dalla +Ucrania e dalla Russia accorrono i signori a chieder la sua mano; ma la +schiva Maria teme la corona nuziale, come altra teme le catene. Ricusa +tutti i pretendenti. + +L’etmanno stesso domanda Maria per sua sposa. È vecchio; è infiacchito +dagli anni, dalle guerre, dalle cure, dalle fatiche; ma ha veduto +Maria, e a quella vista gli si è rinvigorito il cuore, ed ha riamato. + +Amore in un giovin cuore, presto arde e presto si smorza. Cresce e +decresce, arriva e passa in un momento; ogni giorno cangia. + +Nel cuore indurito d’un vegliardo, amore non trova adito così facile, +nè esca così pronta; non si appicca così presto, ma quando s’è +appiccato più non s’estingue; è un fuoco perenne, che non cessa se non +colla vita. + +Quel che odi, non è una damma che fugge veloce all’udire fremere le ali +dell’aquila; è la giovinetta che spazia nel vestibolo del palazzo, e +tutta ansante aspetta la sua sentenza. + +La madre, fremente di sdegno, le viene incontro, e stringendole la mano +le dice: + +“Vecchio senza pudore e senza onore! No; tanto che saremo al mondo, +egli non otterrà il suo intento. Egli, che dovrebbe essere il +protettore e l’amico di questa fanciulla che tenne al fonte del +battesimo.... insensato! sull’occaso della vita, vuole esserle sposo!” + +Maria trema. Un pallore sepolcrale le invade il volto, e fredda e quasi +estinta stramazza sul verone. + +Tornò in sè un momento, poi richiuse nuovamente gli occhi, senza far +parola. Il padre e la madre si accingono a placar quel turbamento, a +dissipar quello affanno e quel timore, a ristorar la calma in quella +mente. Ma indarno. + +Due giorni passano. Maria, vacillante e squallida come ombra, ora +piange, ora sospira; non mangia, non beve, non dorme. Il terzo giorno, +la sua stanza era vuota. + +Come e quando essa sparisse nessuno seppe. Un pescatore udì, a notte +avanzata, un corsiere galoppare, un Cosacco parlare nella sua lingua, +e una donna bisbigliare; — e la mattina seguente, si scoprirono, sulla +rugiada dei prati, le orme di otto unghie di cavallo. + +Non solo le guance d’un bel giovine, vestite di molle lanugine, non +solo un volto cerchiato di biondi inanellati crini; ma anche l’aspetto +austero d’un vegliardo, le rughe della fronte, i capelli grigi, possono +destare nel cuore d’una tenera fanciulla sogni e deliri amorosi. + +L’orrenda notizia giunge all’orecchio di Cocciu-bei. Maria ha +calpestato il pudore, ha tradito l’onore per darsi nelle braccia d’un +ladrone: oh vitupero!... Il padre e la madre non vogliono credere alla +voce che corre. Ma quando ogni dubbio si convertì in certezza; quando +la loro onta fu patente, compresero finalmente la perversità della +figlia; videro perchè rifiutava tutti i pretendenti, perchè fingeva di +aborrire il nodo coniugale; perchè piangeva e sospirava in disparte, +perchè ascoltava con tanto diletto i racconti dell’etmanno durante i +banchetti, quando il vino spumava nelle tazze; perchè essa non cantava +altri stornelli, che quelli composti da esso nella sua giovinezza +povera e ingloriosa; perchè essa con animo virile amava l’ondeggiare +della cavalleria, il fragore delle armi, il clangor delle trombe; e i +clamori della gente quando appariva il _bunciuc_[119] e la clava[120] +del dominatore della Piccola Russia. + +Cocciu-bei è ricco e illustre. Ha molti amici fidi; vuol lavar nel +sangue il suo obbrobrio. Può sollevar Pultava; può nella propria reggia +assalire il traditore, e col dritto d’un padre offeso immergergli.... +ma no, ad un altro partito s’appiglia Cocciu-bei. + +In quel tempo, la Russia adolescente raccoglieva tutte le sue forze +per combattere lo straniero, sotto l’egida del sommo Pietro. Il fato +le assegnò a maestro dell’arte della guerra il formidabil Carlo; lo +svedese paladino più d’una improvisa e sanguinosa lezione le diede in +quella crudele scienza. La Russia s’educò sotto tale severa disciplina, +e si temperò sotto i colpi della sorte. Così il martello pesante +sfracella il vetro, ma foggia il brando degli eroi. + +Il temerario Carlo incoronato di efimeri allori avanzava sull’orlo +di un precipizio. Moveva verso l’antica Mosca, sbaragliando le coorti +russe come il turbine sperde la polvere della valle e sterpa le piante +inaridite. Seguiva la strada, che calcò a’ giorni nostri un altro +potente nemico della Russia. + +L’Ucrania ferveva in secreto. Da lungo tempo portava in seno il fomite +d’un grande incendio. I partitanti dell’antica barbarie sospiravano una +lotta nazionale, e mormorando incitavano l’etmanno a sottrarsi alla +dominazione straniera e a spezzar le loro catene. Carlo, impaziente, +correva incontro ai loro applausi e alle loro lusinghe. “È tempo! è +tempo!” ripetevasi da ogni lato intorno a Mazeppa. Ma il canuto etmanno +rimane devoto e obediente allo Zar Pietro. Non travia dalla consueta +austerità: non dà ascolto alle vane dicerie; e tranquillo e sereno +passa la vita fra i banchetti. + +“Che fa l’etmanno?” sclamava la gioventù. “È affievolito; è vecchio +decrepito; gli anni e le fatiche hanno smorzato in lui il primiero +generoso ardore. Perchè quella mano imbelle tuttora serba la clava? +Questa sarebbe l’ora opportuna di mover guerra all’aborrita Moscovia. +Se il venerando Doroscenco, o l’impetuoso Samoiloff, o Palei, o +Gardienco,[121] capitanassero il nostro esercito, i Cosacchi non +perirebbero miseramente fralle nevi di un lontano paese, e la Piccola +Russia avrebbe ricuperato le sue bandiere.[122] + +In tal modo la gioventù temeraria, avida di pericolose novità, +dimentica della passata schiavitù, dei felici sforzi di Bogdan, +delle sacre pugne, dei trattati e della gloria degli avi, insorgeva +contro Mazeppa. Ma l’età senile agisce con prudenza, e avanza con +circospezione; nelle cose ardue, non prende un partito se non dopo +assidua riflessione. Chi può addentrarsi nelli abissi del mare +lastricati d’immobile ghiaccio? Chi può penetrare li arcani tenebrosi +d’una anima astuta e dissimulata? I pensieri e i disegni di Mazeppa, +frutto di passioni a lungo combattute, dormono nel profondo del suo +petto, e vi si maturano in silenzio. Chi sa quello che egli stia +tramando adesso? Più Mazeppa è cauto, furbo e malizioso, più si +dimostra improvido negli atti, e semplice nella conversazione. + +Oh, con che despotica autorità egli sa governare le menti! Con che +destrezza sa attrarre a sè i cuori, scandagliarne le più intime +latebre, e indovinarne i più arcani pensieri! Come sa nei conviti e +nelle adunanze, compiere tutte le parti, assumere tutte le maschere! +Loda i tempi passati coi vecchi venerandi, vanta la libertà coi +riottosi, denigra i principi coi malcontenti, sparge lacrime cogli +oppressi, discute gravemente cogli idioti. Pochi, forse, sanno quanto è +feroce l’anima sua: egli non rifugge dal delitto per nuocere al nemico; +dacchè vide la luce, non perdonò mai una ingiuria; estende le sue mire +ambiziose oltre i termini vietati; per lui non v’ha cosa sacra; non +serba memoria dei beneficii, non ama nessuno; è pronto a spargere il +sangue come l’acqua; disprezza la libertà, e non conosce carità di +patria. Da gran tempo ordisce in secreto un gran progetto, un disegno +tremendo. Ma uno sguardo sagace ha scoperto le sue trame. + +“No, audace scellerato!” esclama Cocciu-bei digrignando i denti; “no; +non la vincerai. Io risparmierò la tua reggia, carcere di mia figlia; +non morrai nelle fiamme d’un incendio; non cadrai sotto il brando dei +Cosacchi. No, iniquo! perirai fralle mani del boia di Mosca! Perirai +sul patibolo, in mezzo a mille torture, chiedendo invano perdono, +maledicendo il giorno e l’ora in cui battezzasti Maria, e il banchetto +in cui ti pôrsi colma di vino la tazza d’onore, e la notte in cui ci +furasti, rapace avvoltoio, la nostra diletta colomba!” + +Sì, fu un tempo in che Cocciu-bei e Mazeppa erano amici, e dividevano +i pensieri e i piaceri, come il sale, la panna e il pane. Insieme +volavano contro al fuoco nemico sui loro agili destrieri, e non di rado +sedevano lungamente insieme a consiglio secreto. L’etmanno dissimulato +svelava in parte a Cocciu-bei i profondi ripieghi della sua mente +rivoltosa, insaziabile, e gli prediceva in termini coperti e misteriosi +imminenti novità, conferenze, sedizioni. In quel tempo Cocciu-bei era +ligio e devoto a Mazeppa. Ma adesso, inferocito dalla perdita della +figlia, non ha più che una idea, che un oggetto: o morire, o trucidar +Mazeppa, e vendicare il disonore di Maria. + +Frattanto cela a tutti il suo ardito disegno, finge di non più +occuparsi che del suo dolore e della tomba. Non vuole nessun male a +Mazeppa; sua figlia è sola colpevole. Ed egli le perdona, purchè dia +conto al cielo dell’onta ridondata alla famiglia da quell’infrazione +d’ogni legge divina ed umana.... + +Mentre così parla, Cocciu-bei, con occhi di lince, va cercando nella +turba dei familiari e aderenti suoi alcuni compagni impavidi, esperti e +fidati. Espone alla consorte il progetto che già da gran tempo gli cova +in seno; ed essa, ebra di rabbia feminile, aggiunge esca alla fiamma +di che arde il bei. Nella calma notturna, nel talamo tranquillo, essa, +simile a un demone crudele, lo stimola alla vendetta, lo rampogna, +piange, gli fa coraggio, esige un giuramento solenne, e il principe +giura. + +Il gran colpo è risoluto. L’intrepido Iscra s’associa a Cocciu-bei: +“La caduta del nostro nemico è certa,” dicono fra loro. “Ma chi è il +baldanzoso, che pien di zelo per il bene del paese oserà portare ai piè +di Pietro una dinunzia contro il potente traditore?” + +Tra i Cosacchi di Pultava disdegnati dalla infelice fanciulla uno ve +n’era che l’aveva amata sin dai primi giovenili anni. La sera e la +mattina, sulle sponde del fiume, sotto l’ombra dei ciriegi, egli stava +aspettando Maria, smaniava se non la vedeva, e si stimava beato se +passava un sol momento seco. L’amava senza speme; non la premeva mai +d’importune preghiere; non avrebbe potuto sopravvivere a un rifiuto. +Quando i pretendenti accorrevano in folla intorno ad essa, egli si +ritirava mesto e silenzioso. Allorchè il ratto di Maria si divulgò +fra i Cosacchi, la gente spietata perse ogni rispetto per Maria e +la derise, ma egli le serbò l’antica riverenza e l’antico affetto. +Allorchè per caso si pronunziava davanti a lui il nome di Mazeppa, egli +impallidiva, si mordeva le labbra, e abbassava gli occhi al suolo. + + IL COSACCO MESSAGGERO. + + Di chi è quel corsier dall’alta groppa + Che ratto corre per la steppa bruna? + Chi è quei cavaliero che galoppa + Al chiaror delle stelle e della luna? + + Fan cenno indarno al cavaliero stracco + I cavi spechi ed i boschetti foschi; + Non vuol prender riposo, il buon cosacco + Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi. + + Splende il suo brando come vetro terso; + Gli balza al fianco un borsellin d’argento; + E il suo nobil corsier di schiuma asperso + Spiega la lunga chioma al vago vento. + + Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro; + Il gaio aspetto dei ducati adora; + Come un parente il suo caval gli è caro, + Ma il suo berretto gli è più caro ancora. + + Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto + La borsa, il brando, il destrier, la vesta; + Ma non darà il berretto a verun costo; + Più volentieri egli daria la testa. + + Perchè mai quel Cosacco audace e rude + Tanto cura un berretto informe e tetro? + Perchè il berretto la denunzia acclude + Che Cocciu-bei manda all’augusto Pietro. + +Mazeppa intanto, imperterrito, indomito, continua le sue brighe e i +suoi raggiri. Il gesuita Zalenschi[123] suo fido sicario prepara una +sommossa popolare, e gli promette il trono. Simili agli assassini, si +concertano di notte; compongono in cifre le loro lettere, stabiliscono +la tariffa del tradimento, mettono a prezzo la testa di Pietro, +trafficano della fede delli schiavi. Un incognito giunge dall’etmanno; +non si sa d’onde venga; il secretario Orlic[124] lo introduce e lo +riconduce. + +Gli scaltri emissari di Mazeppa van seminando dappertutto la zizania e +l’insubordinazione: Bulavin, capo dei Cosacchi del Don, chiama all’armi +le sue tribù; le orde nomadi e selvatiche fervono; e persino i coloni +che abitano presso alle cataratte del Dniepr insultano l’autorità di +Pietro. + +Mazeppa volge lo sguardo e la mente in ogni lato; spedisce lettere in +ogni paese; a forza di minacce e di lusinghe stacca Bakcisarai dalla +sovranità di Mosca. Il re di Polonia accoglie in Varsavia i legati +di Mazeppa; il pascià di Crimea in Occiacof, Pietro e Carlo nei loro +accampamenti. L’ipocrita etmanno adopra ogni mezzo per procacciarsi +il sostegno dei principi; la sua volontà è di ferro; la sua ambizione +corre alla meta per mille vie tortuose ma sicure. + +Ma come rabbrividisce quando a un tratto il fulmine scoppia sul suo +capo! Come trema quando i boiari[125] di Mosca suoi amici[126] mandano +a lui nemico della Russia la denunzia scritta a Pultava, e invece delle +meritate rampogne gli prodigano le condoglianze come ad una vittima! + +Lo Zar Pietro, avverso alle delazioni, preoccupato delle guerre, non +bada alla denunzia; s’affretta di tranquillare quel Giuda e giura di +attutar per sempre la calunnia infliggendole un esemplare castigo. + +Mazeppa, oppresso da un finto dolore, alza la supplichevole voce al +suo sovrano. “Dio sa,” dic’egli, “e il mondo vede se l’umile etmanno +da dodici anni in qua sia stato devoto allo Zar, e in ricompensa di +questa sua devozione colmato di benefizi dal suo signore... Oh quanto +è ceca e folle la malignità! Come mai, Mazeppa giunto all’orlo della +fossa vorrebbe ordir congiure e oscurar la sua antica rinomanza? Non ha +egli negato i soccorsi chiestigli da Stanislao; non ha egli rispinto +la corona offertagli dall’Ucrania e consegnato allo Zar, come doveva, +i trattati e il carteggio secreto? Non chiuse egli l’orecchio alle +suggestioni del Khan dei Tartari, alle esortazioni della Sublime Porta? +Non ha forse egli sempre manifestato il suo zelo contro i nemici dello +Zar; non li ha egli combattuti col senno e colla mano, con indefesso +ardore e con pericolo della propria vita? Ed ora un vile rivale ardisce +coprir di obbrobrio i miei capelli grigi! E chi è il mio accusatore?... +Iscra, Cocciu-bei, che furono sì lungo tempo miei compagni...” + +E l’etmanno domanda con lacrime il loro sangue; non sarà pago fin che +non li vedrà puniti. + +Feroce vecchio, di chi esigi la testa? Di colui la cui figlia ti +stringe fralle braccia. Ma l’etmanno soffoca la voce della coscienza +che lo rimbrotta. + +“Perchè quell’insano” egli dice “mi sfida a disegual tenzone? Il +superbo da sè stesso affila la scure che gli mozzerà il capo. Ove corre +cogli occhi serrati? Su che fonda le sue speranze?... No; l’affetto mio +per la figlia non salverà il padre. Convien che l’amante ceda il passo +al regnante... altrimenti, son perduto.” + +O Maria, gentil Maria, rosa della Circassia! tu non sai che serpente +tu ti scaldi in seno. Ma qual forza ignota, incomprensibile, potè +indurti ad amare quel guerriero ruvido e perverso e a sacrificargli +tutto? il suo crin canuto e inanellato, le sue profonde rughe, il +suo occhio incavato e scintillante, i suoi ragionamenti artifiziosi +fanno le tue delizie. Per lui abbandonasti i tuoi parenti; preferisti +al tuo verginal letto fra le soglie paterne, il talamo scandaloso +dell’avventuriere. Come potè quel vecchio affascinarti coi suoi sguardi +foschi? Come potè incantarti coi suoi discorsi perfidi? Timida e +riverente alzi su lui le tue luci accecate dall’amore; lo accarezzi +con passione.... La tua infamia t’è cara; vanti il suo ingegno e la sua +bellezza; ti ascrivi il tuo amore a virtù; e perdesti nella tua caduta +persino la forza del pentimento. + +Maria non teme la vergogna: non le cale della sua reputazione. Sfida i +rimbrotti della gente, quando la altera cervice del vegliardo riposa +sui ginocchi di lei; quando il prode con lei favellando dimentica +le cure e le pene del comando, e palesa alla timida fanciulla i suoi +secreti più tremendi. Essa non rimpiange i passati giorni d’innocenza +e di quiete infantile; ma di tanto in tanto un pensiero tetro come +una procella attraversa quell’anima serena; si raffigura il cordoglio +del padre e della madre; li vede framezzo a un velo di lacrime, orbi e +soli, nella loro infelice vecchiaia; le sembra di udire i loro lamenti +e le rampogne... Oh! se essa sapesse ciò che già sa tutta l’Ucrania! Ma +la funesta verità le è tuttora occulta. + + +II. + +Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono quel cuore. Maria con +tenerezza mira il consorte. Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli +ripete dolci asserzioni d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono a +sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento figge gli occhi +a terra, e non risponde che con un gelido silenzio a quelle graziose +premure, a quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente la +bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per te ho rinunziato a +tutto. Io coll’amarti non bramava che una cosa: essere amata. Per te +distrussi io la mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi quella +notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti di amarmi. Perchè non +m’ami più?” + +_Mazeppa_. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare: lascia codesti +edaci sospetti. La passione ti tormenta e ti rende ingiusta. Credimi, +Maria; io ti amo più della gloria, più dell’autorità sovrana. + +_Maria_. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo mai l’un senza +l’altro? Ora, tu mi fuggi; io t’importuno. Meni i giorni interi nei +banchetti, nei crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non pensi +più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito o col gesuita. +Contraccambi il mio sincero amore con una fredda urbanità. Poco fa +bevesti alla salute di Dulsca. Chi è cotesta Dulsca? + +_Mazeppa_. Sei gelosa? Come puoi supporre che un uomo della mia +età solleciti i favori d’una disdegnosa giovinetta? Come potrei io +avvilirmi a segno di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le +donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio ai zerbinotti +imbelli. + +_Maria_. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza. + +_Mazeppa_. Mi preme la tua tranquillità, Maria; dunque ascolta. Abbiamo +concepito una alta impresa; siamo in procinto di porla a esecuzione; +squillò l’ora del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi la +fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo dei tuoi protettori +e dei tuoi tiranni di Varsavia o di Mosca. È tempo che tu rompa i +tuoi ceppi, e ricuperi l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della +libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto; i due re trattano +meco; e fra poco forse, in mezzo alle rovine e alle battaglie, io +erigerò un nuovo trono. Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il +gesuita e l’incognito guidano la mia barca a buon porto. Per le loro +mani mi pervengono le istruzioni e i consigli dei re. Questi sono +secreti molto gravi per il tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata? + +_Maria_. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh! come converrà al +tuo capo canuto la corona dei Zar! + +_Mazeppa_. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione si prepara; +ma chi sa quale ne sarà l’esito? + +_Maria_. Per te non temo. Sei così potente! Non ne dubito; il trono ti +aspetta. + +_Mazeppa_. E se fosse il patibolo? + +_Maria_. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei sopravvivere a te? Ma +no; tu porti le insegne dei principi. + +_Mazeppa_. Mi ami? + +_Maria_. Io! se t’amo? + +_Mazeppa_. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito? + +_Maria_. A che una tal domanda? Essa mi spaventa. Io fo di tutto +per obliare la mia famiglia. Io l’ho disonorata; forse..... orrendo +sospetto! mio padre m’ha maledetta! e per chi?... + +_Mazeppa_. Mi ami dunque più del genitore? Non rispondi.... + +_Maria_. Dio mio! + +_Mazeppa_. Rispondi alfine. + +_Maria_. Rispondi tu per me. + +_Mazeppa_. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o il marito; se potessi +scegliere fra loro, chi salveresti? chi condanneresti? + +_Maria_. Basta così. Non mi squarciare il cuore. Tu mi tenti. + +_Mazeppa_. Rispondi. + +_Maria_. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie d’orrore.... Ah! non +adirarti! Sono pronta a sacrificar tutto per te; — ma simili domande mi +straziano senza utilità. Lasciale. + +_Mazeppa_. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti. + + * * * + +La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento +stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolan le mobili fronde +dei pioppi. La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa +Bianca,[127] sui giardini e sul castello dell’etmanno. La campagna +intorno intorno tace. Ma una grande agitazione e confusione regna nel +palazzo. Affacciato alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in +profonde riflessioni guarda il cielo con tristezza. + +Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore incontro alla morte; +non gli cale della vita. Che è per lui la tomba? Un grato letto. È +pronto a coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il modo +in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare ai piedi dell’aborrito +seduttore di sua figlia, gli incresce di morire in silenzio, come bove +al macello, e per ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo +nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar seco nella fossa +i suoi compagni; di udir le loro maledizioni immeritate; di incontrare +lo sguardo trionfante dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto +la scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del suo odio e +mandatario delle sue vendette! + +Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia e i dolci amici, le +sue ricchezze, la sua gloria, i canti della gentil Maria, la antica +casa nella quale egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica e +il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto ciò che ora egli +abbandona, e perchè? + +La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo sventurato bei, +risvegliato da quel suono, pensa fra sè; “Ecco il banditore della Croce +che viene per scortarmi al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati, +il medico delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo immolato +per noi. Mi reca il corpo e il sangue del mio Dio, per rinfrancarmi +l’animo, per darmi la virtù di disprezzar la morte e di acquistar +l’eterna vita!” + +E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente le preghiere +e le lacrime. Ma colui che entra nel suo carcere non è un sacerdote; +è Orlic, ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo egli +grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a turbare il mio ultimo sonno?” + +_Orlic_. L’esame tuo non è finito. Rispondi. + +_Cocciu-bei_. Già risposi. Parti e lasciami in pace. + +_Orlic_. L’etmanno nostro signore esige un’altra rivelazione. + +_Cocciu-bei_. Di che? Io già confessai tutto ciò che voleste. Tutte +le mie dichiarazioni sono menzognere. Io son perfido e tendo insidie. +L’etmanno è probo. Che volete di più? + +_Orlic_. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori, e che gli hai +nascosti a Dicagne. Convien che tu paghi i delitti col sangue, e che il +tuo oro passi nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la +fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori? + +_Cocciu-bei_. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto mi largiva in +questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro era l’onore; le torture me +l’han rapito: il secondo era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie +braccia, Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora mi resta: è +la speme della vendetta. Questo lo porto meco nella tomba. + +_Orlic_. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto di lasciar la vita, +di più gravi pensieri devi pascer la mente. Non è tempo di scherni +nè di beffe. Se non vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove +s’asconde il tuo tesoro? + +_Cocciu-bei_. Barbaro mancipio! Quando cesserai le tue dimande inutili? +Aspetta che io giaccia nel sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio +palazzo, conta il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue; +fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini, abbatti le mie +case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà le mie ricchezze. Ho detto. +Lasciami in pace, per l’amor di Dio. + +_Orlic_. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa l’effetto del +tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto. Non vuoi? — Ebbene, alla +tortura! Olà, boia!” + +Il boia comparve.... Oh notte atroce! + + * * * + +Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove assopisce i rimorsi della +sua coscienza? + +Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera della giovinetta, che +nulla sa della prigionia del padre. Egli china la testa sul letto della +bella che dorme, e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non posso +graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più convien ch’io tratti con +rigore i miei nemici, e tutti coloro che ricusan di piegarsi al mio +scettro. Non v’ha scampo: il delatore e il suo complice periranno.” + +Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge: + +“O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo annunzio? Fin qui essa +ignora tutto! ma il secreto non può celarsi più a lungo. Il colpo della +fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama volerà attorno +spandendo l’infausta notizia.... Ora vedo a chi riserba il cielo le +più severe prove.... Colui solo può sfidare la folgore che non unì una +donna al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso carro l’intrepido +destriero e la timida damma. Commessi una imprudenza; ora ne pago il +fio. Tutti quei dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li +recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia.... E che le +offro io in contraccambio?... Che dono le appresto?... Ahimè lasso!...” + +E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla sulle piume. Le +labbra son socchiuse, il respiro è quieto; il cuore batte lentamente +in quel niveo seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce +la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina verso il +solitario suo giardino. + +La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento +stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolano le argentee +fronde dei pioppi. Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo +dell’etmanno. Le faci della notte lo mirano e lo spiano come tanti +occhi indagatori. I pioppi stretti in lunga fila, crollando di tanto +in tanto il capo, susurrano fra loro, come giudici al fôro. L’aria è +ardente come la vampa d’una fornace. + +Un flebil grido, un gemito indistinto sembra escir dalle mura del +castello. Forse fu un suono imaginario, lo strido d’un gufo, o l’urlo +d’una belva, o il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a +quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un grido festoso, +con quel grido di guerra, che tante volte alzò sul campo della strage +e della gloria, quando scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in +compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso Cocciu-bei, or suo +accusatore. + +La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli, i colli, i piani +rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano; il corso dei fiumi +biancheggia. Dappertutto penetra il soave brulichío mattutino. L’uomo +si desta.... + +Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente. Tutto a un tratto +sente, in mezzo al sonno, un passo che s’avanza verso il letto, e +una mano che le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude +abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende le bianche +braccia sorridendo, e con voce amorosa bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?” + +Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta Maria guarda +intorno e vede.... vede sua madre! + +_La madre_. Taci, taci. Non ci perdere ambedue. Mi introdussi qui +furtivamente col favor delle tenebre per chiederti una grazia. Oggi è +il supplizio. Tu sola puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre. + +_La figlia_. Che padre? Che supplizio? + +_La madre_. Come? Non sai?... Eppure non vivi in un deserto. Vivi in un +palazzo. Dovresti sapere che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo; +che lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a Mazeppa la +propria famiglia; tu dormi, allorchè l’atroce sentenza si legge, +allorchè si affila la bipenne, allorchè il carnefice l’alza sopra tuo +padre! Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti, +figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai piedi suoi, salva +il genitore, sii il nostro angelo tutelare; un tuo detto molcerà +quel cuore, un tuo sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi, +scongiura; l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti l’onore, i +genitori, Dio medesimo. + +_La figlia_. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il supplizio.... +mia madre è qui, in questo castello; mia madre m’implora.... no, o io +deliro, o è un sogno.... + +_La madre_. No, in nome di Dio, non è un sogno, non è una illusione.... +Come non sai ancora che tuo padre consunto di rabbia, non potendo +tollerare il disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò +fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane chimere; — che, +martire della verità, se Dio non lo libera miracolosamente, egli oggi +verrà giustiziato per comando del suo nemico, in presenza di tutto +l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella torre del +castello? + +_La figlia_. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero padre!... + +E la fanciulla ricade sul letto fredda come un cadavere. + +La piazza brulica di gente. Le lance scintillano. Il tamburo rimbomba. +I cavalieri galoppano; i fantaccini marciano in ordine. La moltitudine +ondeggia e serpeggia; i cuori palpitano. + +Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco infame e scherza. +Ora afferra la scure pesante, e la fa saltellare fralle sue mani, ora +motteggia e ride colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli +alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano.... Ma un alto +clamore ergesi al cielo; quindi a quello succede un profondo silenzio. +Appena un calpestío di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato +di guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno sopra un +corsiero nero.... Sulla strada di Chieff ecco apparire una carretta. +Tutti gli occhi si volgono curiosi verso quella. + +In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato, riconciliato con +Dio, confortato dalla fede, l’innocente Cocciu-bei. Accanto a lui è +Iscra, suo compagno, non men di lui sereno e tranquillo. + +La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta alle nubi. I preti +cantano in coro il vespro dei morti. Il popolo prega a bassa voce +per il riposo di quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei +loro persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono sul palco. +Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone la testa sul ceppo. La +moltitudine tace come una adunanza di ombre e di spettri. La bipenne +balena, sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una altra testa +ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa. Il carnefice, contento +della sua destrezza, ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote +con mano nerboruta davanti al popolo. + +Il supplizio è compito. La folla indifferente si dirada, si disperde, +e già ciascuno torna al proprio tetto parlando dei propri interessi. +Il campo poco a poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate +dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano, inorridite, sul teatro +dell’esecuzione. “È troppo tardi,” dice loro un passeggero accennando +al patibolo che si andava scomponendo. + +Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre due Cosacchi ponevano +un feretro di quercia sopra un carro. + +Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla sua comitiva, e +s’allontana dal campo maledetto. L’abbandono in che si trova lo +sgomenta. Nessuno gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce +al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima parola. I servi +tremanti esitano a rispondere... Colpito di stupore, Mazeppa passa +alla stanza di Maria; la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra +qua e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il vivaio; non +scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!” Chiama a sè i fedeli +servitori, le agili guardie. Accorrono al cenno del signore. I cavalli +nitriscono. Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente +volano in ogni direzione. + +Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno ha udito, nessuno +ha veduto dove essa sia andata. Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia. +I suoi servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima angoscia, +l’etmanno si rinchiude nella sua stanza. Sta tutta la notte accanto al +letto della bella, senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal +rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una dopo l’altra. I +cavalli appena possono più reggersi in gambe; le cinghie, le unghie, le +briglie, le selle sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue; +ma nessun messo reca notizie di Maria. + +La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere, e sua madre terminò +nell’esilio e nella solitudine la misera esistenza. + + +III. + +Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir lo svolgimento +delle sue macchinazioni. Perseverante nelle sue imprese, continua +le trattative col monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene +secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un letto, e finge +sognati mali. Si circonda d’una turba di medici, geme, invoca il cielo +e gli chiede la sua guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della +vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a lasciar questo mondo +caduco per il mondo eterno. Brama i soccorsi della religione da lui +oltraggiata, e un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin +canuto dello spergiuro Mazeppa. + +Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara di nascosto +giuochi solenni, in onore dello Svedese, fra mezzo alle antiche tombe +nemiche. Ma Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la guerra +nell’Ucrania. + +Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in vita. Quel moribondo, +che ieri stava per scendere nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il +magnanimo Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo esercito +schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde della Desna. Poco fa +curvato e rotto dal peso dell’età, a un tratto egli si drizza sano +e forte, simile a quell’astuto porporato che buttò via le grucce, +quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia vola sull’ale +della fama. L’Ucrania freme di sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro, +e umilia ai piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo sdegno +rapido si spande come fiamma; arde la guerra civile. + +Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema rimbomba nelle +cattedrali; il boia incenerisce l’effigie di Mazeppa. Il consiglio +supremo cassa l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama +dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei e d’Iscra. Unendo +le proprie lacrime alle loro, egli le colma di favori e di cortesie, +e loro rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa, il valoroso +Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove languiva esiliato, negli +accampamenti dello Zar. La ribellione, abbandonata a sè medesima, +si affievolisce e sfascia. L’audace Ceccel[128] e il principe dei +Zaporoghi lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai, favorito +della vittoria, che la corona getti per l’elmo, tu pur morrai, dacchè +sei giunto in vista delle mura di Pultava. + +Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. Vi piomba come +il fulmine. I due eserciti si assediano l’un l’altro in mezzo +alla pianura. Così il gladiatore, già battuto in vari incontri, +anticipatamente pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario da gran +tempo aspettato. Il potente Carlo non vede intorno a Pietro le masse +imbelli disperse a Narva, ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben +armate, leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti baionette. + +Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.” + +Il sonno regna negli accampamenti. In una sola tenda, si ode ancora un +susurro di voci: + +“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo troppo affrettati di allearci +a Carlo. Egli non ha nessuna delle doti che si richiedono in un buon +generale. Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo a domandar +da cena al suo nemico;[129] motteggiare gentilmente sulle bombe che +gli cascano vicino;[130] approssimarsi di notte, in gran silenzio, +alle trincere nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli +ferita per ferita,[131] ma non sa lottar contro un emulo potente e +perseverante; vorrebbe governar la sorte come si governa un reggimento, +a suon di tamburo; è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile; +confidando follemente nella sua stella, stima superflua la prudenza; +abbagliato dai suoi primi successi, non pone mente alla attuale +superiorità delle forze russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si +fiaccherà le corna. Vecchio come io sono, io non doveva fanatizzarmi +per quel temerario; mi lasciai illudere dall’apparenza, come un +inesperto e debile fanciullo. + +_Orlic_. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo ancora d’entrare in +trattative con Pietro, e di riparare il nostro fallo. Lo Zar sconfitto +da noi non ci ricuserà il suo perdono e la sua alleanza. + +_Mazeppa_. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi non può riconciliarsi +meco. Già da gran tempo la mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira +e di rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, sotto le +mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella tenda del feroce Pietro. Il vino +ferveva nelle coppe, e non meno di quello bolliva il nostro sangue +incalorito dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una parola acerba. +I convitati impallidirono. Il principe infuriato lasciò cader la coppa, +e minaccioso mi tirò pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi +quell’oltraggio; ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui nutrito +la vendetta in seno, come una madre il caro pargoletto. Aspettavo il +momento propizio. È giunto. Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro; +il nome di Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono la spina +della sua corona. Volentieri darebbe le sue più grandiose città, +le sue più belle ore di vita per potermi tener un’altra volta per i +baffi.... Ci resta tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per +chi parteggeremo. + +Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e s’addormentò. + +La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni mugghiano sui +poggi e nelle valli. Un purpureo vapore s’alza, ondeggiando per +l’aria indorato dai raggi mattutini. I reggimenti serrano le file; +i bersaglieri si sparpagliano per le macchie. Le bombe scoppiano; le +palle fischiano; le fredde baionette avanzano. Li Svedesi attraversano +il fuoco delle trincere; la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria +la segue, e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. Il lugubre +campo traballa e arde in mille luoghi; ma appare chiaro da vari segni +che l’incostante fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni +svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, cadono +stese al suolo come mèsse falciata. Rosen si ricovera nelle gole dei +monti; il prode Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano gli +Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura lo splendore delle +loro bandiere, e, grazie all’assistenza del Dio delle battaglie, ogni +nostro passo avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro +esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di offiziali, lo Zar esce +della sua tenda. Li occhi suoi scintillano di gioia. Il suo sembiante +incute spavento. I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come +un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero fedele. +Impetuoso e tranquillo, il nobile animale freme annasando da lontano +la strage e il fuoco, scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e +superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto della mischia. + +Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di fiamma. Come i +mietitori, i guerrieri riposano. I Cosacchi volteggiano all’intorno. +I reggimenti sparsi si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il +cannone più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna echeggia un +immenso evviva. Pietro si mostra ai suoi soldati. + +Passa rapidamente davanti alle truppe, potente e sereno come Marte. +Collo sguardo misura il terreno. Lo scortano in schiera folta i suoi +compagni fidi fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del +governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i Bour, i Repnin. + +Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata dai suoi servitori, +pallido, immoto, gravemente ferito, fa la rassegna delle sue truppe +decimate. Lo seguono i suoi generali. Sta immerso in profonda +meditazione. Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli sconvolge +il cuore. Diresti che la guerra desiata ha tolto a Carlo il senno +e la ragione. Fa un gesto colla destra, e immantinente li Svedesi +assaliscono i Russi. + +E l’esercito dello Zar marcia contro a quello del re, in mezzo a un +velo di lampi e di fumo. Incomincia la battaglia, la battaglia di +Pultava! + +Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente dei proiettili, le +falangi si urtano come muraglie vive, cadono al suolo disfatte, son +supplite da altre fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la +terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti d’acciaro volano +come nembo procelloso. Risuonano le briglie, le sciabole; i cavalieri +s’aggrediscono con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di metallo +accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, rugghiano, sbranano, +rotolano nella polvere, e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi, +rovesciano, trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, rombo di +tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, nitriti; dappertutto la +morte e l’inferno. + +In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani contemplano +tranquillamente la battaglia, giudicano ogni evoluzione di truppe, +predicono la perdita o la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a +bassa voce. + +Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo Zar? Sostenuto da due +Cosacchi, acceso di sublime emulazione, osserva con occhio esperto +i movimenti dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e +al suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da ogni parte. Il +vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e già sta vicino alla fossa. +Ma perchè lampeggiano i suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si +copre d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento lo +fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il fumo del campo il suo +nemico Mazeppa, e a quella vista orrenda maledice la sua vecchiezza +imbelle.... Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia, +attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di parenti, di anziani, e +di guardie. + +Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa rivolge la testa. Il fucile +tuttora fuma tralle mani di Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito +a morte, stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero cosperso +di polvere e di spuma, sentendosi libero, fugge di carriera, e si perde +nella rosseggiante campagna. Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno, +colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa s’accosta al +moribondo per interrogarlo, ma già ha spirato l’anima. Le sue pupille +spente tuttora insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della +Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora le sillabe adorate +del nome di Maria. + +L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; li Svedesi cedono. O +glorioso istante! o glorioso miracolo! Facciamo un ultimo sforzo, e li +Svedesi si danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le spade +si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti coprono il piano in +mucchi così spessi, come li sciami delle locuste nere. + +Pietro dà un gran convito.[132] Raggiante di felicità e di gloria, +egli siede all’alto della mensa. Arrivano in mezzo alle acclamazioni +dei soldati tutti i generali russi e svedesi. Pietro accoglie con +amorevolezza gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore dei +suoi maestri nella grande arte della guerra. + +Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è il nostro più esimio +maestro, quel reale dottor di guerra, cui Pietro ha finalmente superato +e vinto? Dov’è Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia non +fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non fu inviato al patibolo? + +Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a traverso le steppe tacite +e nude. La sventura li ha congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo +vicino infondono al monarca nuove forze. Egli oblia la sua profonda +ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai Russi, e appena la +caterva tumultuosa dei servi può tenergli dietro. + +Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando la vista intorno +sul vasto orizzonte del deserto. Giungono ad una villa.... Perchè +raccapriccia Mazeppa? Perchè passa sì rapido davanti a quella +abitazione? Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta +aperta verso il prato, gli richiamano alla mente qualche antico +orribile evento? O profanatore d’ogni cosa sacra! Riconosci quella +dimora altre volte sì gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu +scherzavi a mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci l’umile +asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, nel quale rapisti la +bella durante una oscurissima notte?.... Lo riconosci? + +Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono lungo le rive del +ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi si adagiano sull’erba fralle +rupi della sponda. Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si +ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è inquieto; non può +gustare un istante di riposo. Tutto a un tratto, una voce lo chiama +nelle tenebre. Si riscuote, mira; vede una figura che si china sopra +lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come sotto alla scure. +Una donna coi capelli sparsi, cogli occhi fiammeggianti e cavi, magra, +squallida, livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della +luna. + +_Mazeppa_. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?... + +_Maria_. Piano, piano, amico! È poco che mio padre e mia madre sono +andati a letto.... fermo.... potrebbero udirci.... + +_Mazeppa_. Maria! Misera Maria! Torna in te.... Dio mio.... che hai?... + +_Maria_. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca favola hanno inventata! +Essa mi ha detto in secreto che il mio povero padre è morto, e m’ha +mostrato di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi +alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma di lupo.... Essa voleva +ingannarmi!... Come non si vergogna di straziarmi?... E perchè mi +strazia? Affinchè io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?” + +Il suo amante la ode con immensa compassione. Frattanto Maria, +trascinata dalla sconvolta fantasia, seguita a sragionare. + +“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza strepitosa, quella +plebe, quelle due teste... Mia madre mi conduceva a quella festa... +Ma dove stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando nell’orror +della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si fa tardi.... Ah che folli +pensieri mi assalgono.... Ti tenevo per un altro, buon vecchio.... +Lasciami. L’occhio tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme.... +Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia e voluttà +il suo linguaggio.... i suoi baffi son più candidi che neve, e i tuoi +rosseggiano di sangue.” + +E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più agile d’una cervetta +saltella, corre, e sparisce nella oscurità. + +L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color di porpora. I +cosacchi accendevano il fuoco e facevan cuocere il riso. Le guardie +menavano i cavalli all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su, +Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” Ma l’etmanno +non dormiva. L’angoscia lo opprime e gli toglie il respiro. Sella in +silenzio il suo corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo +sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti per sempre. + +Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati alteri, imperiosi, +violenti? Sparvero dalla faccia della terra; e con essi sparve ogni +vestigio delle loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle +loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti un monumento +durevole al tuo nome, nell’impero del settentrione, da te creato +e incivilito. In quella parte ove una lunga fila di molini alati +circonda i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti mugghianti +vagano tranquillamente intorno alle tombe degli eroi, vedonsi gli +avanzi sparsi d’un tugurio; tre gradini del quale, mezzo sepolti nel +suolo e ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. Solo +coi suoi servitori palatini, quel temerario guerriero sostenne fra +quelle mura l’impeto dei battaglioni turchi, e arrese la spada come +Mazeppa la clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il sepolcro +dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, una volta l’anno, +l’eco della antica cattedrale ripete quel nome maledetto. + +Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono sotto la stessa lapida. +La chiesa ha collocato le loro ossa fra quelle dei credenti e dei +giusti. Tuttora vivono in Dicagne le alte querce piantate in loro onore +dagli amici piangenti. + +In quanto a Maria.... La tradizione non parla di essa. Un velo +impenetrabile copre i suoi patimenti, le sue sventure, la sua fine. Ma +di quando in quando un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti +alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, cita per +incidenza ai giovani cosacchi il nome della colpevole e infelice Maria. + + + FINE. + + + + +INDICE. + + + Cenni intorno alla Vita di Alessandro Puschin Pag. VII + Il Prigioniero del Caucaso 1 + Il Conte Nulin 21 + Li Zingari 33 + La Fontana di Bakcisarai 49 + Eugenio Anieghin 73 + Pultava 203 + + + + +Errata-Corrige. + + + Pag. 25, lin. 1. attardato _leggasi_ ritardato + » 131, » 23. livore — lepore + » 142, » 32. cuore — nome + » 153, » 14. asse — asso + + + + +NOTE: + + +[1] L’_s_ che sussegue all’_u_ deve pronunziarsi come l’_sc_ in +_scisso_. Non potendo rappresentare quella pronunzia esattamente, +abbiamo scelto l’ortografia che meno se n’allontana. In Francese, si +può scrivere il nome di Puschin come va pronunziato, cioè _Pouchkine_. + +[2] Così si pronunzia e così va scritto e non già _czar_, come lo +scrivono i giornali, sebbene tal maniera di scrivere quella voce sia +condannata da tutti coloro che sanno un poco di russo. + +[3] Alessandro Puschin non è il solo esempio di uno scrittore mezzo +moro: il romanziere Alessandro Dumas è figlio di un mulatto, e porta +sulla fisionomia tutti i caratteri di quella razza. + +[4] Il celebre critico tedesco Federico Schlegel ha fatto un bellissimo +parallelo fra l’_Ippolito Stefanoforo_ di Euripide e la _Fedra_ di +Racine; rileva tutte le mende della tragedia francese e tutti i pregi +della greca alla quale assegna la palma. + +[5] Cane che leggeva, ballava e tirava di spada. + +[6] Celebre cuoco di Luigi XIV. Il nome di Vatel si usa per antonomasia. + +[7] Vedi a pag. 163 di questo volume. + +[8] In russo _morosui_. + +[9] In russo _rosui_. + +[10] Un vol. di 32 pag. in-8. + +[11] _Aúl_ chiamano i Circassi i loro accampamenti o villaggi. + +[12] Bevanda fatta d’acqua e di latte di cavalla agro. + +[13] Sorta di ferraiuolo di panno nero e di pelliccia. + +[14] Così chiamano i Circassi il vino. + +[15] Antico re e conquistatore tartaro. + +[16] V’è nei villaggi russi un ispettore che percorre le strade di +notte picchiando sopra delle lastre di ferro. + +[17] Invito alla preghiera. + +[18] Il diavolo, dal greco διαβολος. + +[19] Cavaliere arabo. + +[20] Un infedele, un miscredente. + +[21] Nome dei re dei Tartari. + +[22] Sorta di monaco che fa voto di povertà. + +[23] È noto che i Musulmani hanno sempre in mano una corona, chiamata +Cespì, che ha altrettanti grani quanti sono gli attributi dati dal +profeta a Dio. Mentre scorrono quei grani ripassano in mente le qualità +di Allah. + +[24] Questo nome si scrive _Onieghin_, ma si pronunzia _Anieghin_. +L’abbiamo scritto come si pronunzia. + +[25] Titolo del primo poema composto da Puschin. + +[26] Questo capitolo fu scritto in Bessarabia, ove Puschin fu mandato +per ordine superiore. + +[27] Cappello così denominato dal famoso fondatore della Bolivia. + +[28] Celebre orologiaro. + +[29] Vino dell’anno 1811 nel quale comparve la cometa di Giulio Cesare. + +[30] Pasticci rinomatissimi fatti di fegato di oche. + +[31] Attrice. + +[32] Poeta comico. + +[33] Poeta tragico. + +[34] Attrice. + +[35] Traduttore di Cornelio. + +[36] Direttore del ballo. + +[37] Ballerina. + +[38] _Toelette_ e _costume_ sono francesismi legittimati dall’uso. + +[39] “Tout le monde sut qu’il mettait du blanc; et moi, qui +n’en croyais rien, je commençai de le croire, non seulement par +l’embellissement de son teint et pour avoir trouvé des tasses de blanc +sur sa toilette, mais parce qu’entrant un matin dans sa chambre, je +le trouvai brossant ses ongles avec une petite vergette faite exprès, +ouvrage qu’il continua fièrement devant moi. Je jugeai qu’un homme +qui passe deux heures tous les matins a brosser ses ongles, peut bien +passer quelques instants à remplir de blanc les creux de sa peau. + + _Confessions_ de Jean Jacques Rousseau, liv. VII. + +Rousseau volendo riformare la società, incominciò dal vestiario. Così +fecero tutti i grandi riformatori. Così fece Pietro il Grande in Russia +nel secolo decimo settimo; così ha fatto, ai giorni nostri, il Sultano +Mahmud in Turchia. Rousseau depose la perrucca; tutti i contemporanei +l’imitarono, e colla perrucca deposero l’idee inerenti a quella, le +idee barbare e stolte del medio evo. Così nacque il _costume_ moderno +che ebbe per cuna Parigi. Tutto il mondo accettò le mode di Parigi; +tutti i popoli presero, per così dire, la livrea francese. E d’allora +in poi tutti i popoli, _volens, nolens_, stanno sotto l’influenza +francese. Ma l’unità di vestiario addurrà l’unità di misure, di moneta +e di lingua.... dove ci fermeremo in tale strada? Forse tutti i popoli +formeranno fra qualche secolo un sol popolo!... Puschin ha ben ragione +di dare grande importanza alle cose di moda. + +[40] _Le Suisse_, ossia introduttore, secondo l’uso di Francia. Così +chiamato perchè i primi che adempirono quello officio erano Svizzeri, +ma poi furono anche Francesi, come per esempio Petit-Jean, il quale +dice nei _Plaideurs_ di Racine: + + Il m’avait fait venir d’Amiens pour être _Suisse_. + Atto I, Sc. I. + +[41] Guardie particolari dell’imperatore. + +[42] _Aggomitare_ non si trova nei vocabolari, ma essendo necessario si +può usare. + +[43] Allusione a certi versi scritti dal poeta Muravieff. + +[44] Lord Byron, che abitò molto Venezia e vi compose un canto di +_Childe Harold_, la tragedia dei _Due Foscari_, e altri poemi. + +[45] Puschin era allora in Odessa. + +[46] Dicemmo nella Biografia che Puschin dal lato di sua madre +discendeva da un negro africano. + +[47] Nel _Prigioniero del Caucaso_. + +[48] Nella _Fontana di Bakcisarai_. + +[49] “_Il n’y a que les sots qui s’ennuient_” dice Beaumarchais +(_Barbier de Séville_, atto I, scena II), e ha ragione. Puschin vuol +significare che la scioperatezza genera la noia, e che i _dandy_ si +annoiano perchè sono scioperati. Ma perchè scioperati? Perchè stolti. + +[50] In russo _barsccinu_, in francese _corvée_. + +[51] Cioè che per educazione è francese o tedesco. + +[52] Primo verso d’un canto popolare russo. + +[53] Nella cerimonia del matrimonio, secondo il rito greco, si mette +una corona di fiori sul capo degli sposi. + +[54] Nome in uso nelle classi popolari soltanto. + +[55] È uso in Russia di tagliare parte dei capelli ai giovinotti che +devono arruolarsi. + +[56] Cioè secondo la pronunzia viziosa di molti francesi. + +[57] Bevanda fermentata che bevono le povere genti. + +[58] I beccamorti scavando una fossa (nel quarto atto dell’Amleto di +Shakespeare) ravvisano il cranio d’un buffone del re chiamato Yorick. +Amleto piange sopra di esso perchè l’aveva veduto in vita rallegrare +con le sue celie i conviti del re, ed esclama: _Poor Yorick!_ + +[59] Luogo famoso per una battaglia fra i Russi e i Turchi nella quale +questi ebbero la peggio. + +[60] Svetlana è una fata rinomata per la sua bianchezza e per la sua +potenza. + +[61] _Giulia Volmare_ nella _Nuova Eloisa_ di G. G. Rousseau; _Malec +Adel_, romanzo di Madama Cottin; _Gustavo de Linard_, romanzo di Madama +di Krudner, la celebre amica di Alessandro I e istigatrice della Santa +Alleanza. + +[62] _Delfina_, romanzo di Madama di Stäel. + +[63] _Il Vampiro_, romanzo del Polidori, medico di Lord Byron; +_Melmoth_, di Mathurin; _Giovanni Sbogar_, di Carlo Nodier. + +[64] Imitazione della famosa ode di Saffo, il cui senso è questo: + + Agli immortali Dei simil mi sembra + L’avventuroso che ti siede a lato, + E a sè vicino ode suonar la tua + Voce soave, + E il tuo soave riso. A me nel seno + Quando m’appari, il cuor ferve e rimbalza; + E il labro ansante, quando ti rimiro, + Non trova accento. + Muta è la lingua e come rotta. Fiamma + Sottil mi corre su per ogni vena; + Fugge la luce dalle mie pupille, + Ronzan gli orecchi. + Freddo sudor m’inonda tutta; un brivido + Tutta m’invade; qual recisa pianta + Mi discoloro, e, come s’io morissi, + Perdo il respiro. + +[65] Giornale morale e seccante. + +[66] Poeta anacreontico. + +[67] Poeta elegiaco francese. + +[68] _Freischuetz_, è il capo lavoro del gran componista Maria Weber. + +[69] Macchina che serve a scaldar l’acqua per il tè. _Samovar_ +significa _che bolle da sè_, αὺτοζἐων. + +[70] Il seduttore di _Clarissa Harlowe_ in un romanzo di Richardson. + +[71] Questo pensiero pare tolto da un distico trovato scritto sopra un +muro dei pozzi di Venezia: + + Da chi mi fido mi guardi Dio, + Di chi non mi fido mi guarderò io. + +[72] Gallicismo inevitabile. + +[73] Pensiero antico quanto i mondi e che Puschin esprime esattamente +nelli stessi termini del _Viscardello_. + +[74] Altro gallicismo necessario. + +[75] Poeta lirico, amico di Puschin. + +[76] Personaggio del _Corsaro_ di Lord Byron. Ognun sa che Lord Byron +volle attraversare a nuoto lo stretto dei Dardanelli, ad imitazione di +Leandro che lo varcava per andar da Ero. + +[77] In russo _luccinca_ che è propriamente un pezzetto di legno che +serve ai contadini di candela. + +[78] Famoso pubblicista. + +[79] Equipaggio con _tre_ cavalli. _Tri_, tre. + +[80] Che fabbricano il miglior vino di Sciampagna. + +[81] Vino d’Ungheria. + +[82] Autore tedesco la cui famiglia era oriunda francese. Scrisse molti +romanzi d’argomento domestico. + +[83] Bisogna sapere che non essendovi in Russia buone strade maestre, +le communicazioni sono mercè della neve più facili d’inverno che di +primavera e d’estate. + +[84] Sorta di carrozza. + +[85] La _Prima neve_, poema del Principe Viasemschi celebre poeta +tuttora vivente. + +[86] In un’ode di Baratinschi. + +[87] Pratiche superstiziose usate dal popol russo per conoscere il +futuro. + +[88] Questo è il modo che adoperano le ragazze superstiziose per sapere +il cuore del loro futuro sposo. + +[89] Poema russo nel genere classico, cioè noioso. + +[90] Allusione ad una satira scritta da uno zio di Puschin e intitolata +_Il vicinante pericoloso_. Il nome di questo personaggio ridicolo è +appunto Buianoff e il poeta lo rappresenta come qui lo vediamo. + +[91] Vino di Crimea. + +[92] Cioè le tavole da gioco. + +[93] Versta, distanza di cinquecento tese ossia di tremila piedi. + +[94] _Sagena_, tesa (6 piedi). + +[95] Celebre trattore del _Palais royal_. + +[96] Celebre fabbricante d’armi in Parigi. + +[97] Chiedo venia al lettore per questa espressione poco italiana. +È forza ch’io l’adoperi per significare ciò che i russi chiamano +_metstatel_, i tedeschi _schwaermer_, i francesi _rêveur_. + +[98] Altra espressione che puzza di francesismo. Ma è d’uso sì comune +che non mi fo scrupolo di adoprarla. + +[99] Autore di opere economiche. + +[100] Specie di tavola reale. + +[101] Le verste sono segnate da un palo altissimo; e siccome le verste +sono corte, a ogni momento, andando presto, se ne vede uno. + +[102] Stava facendo la calzetta secondo l’uso delle provincie. + +[103] Imitazione dell’esordio della prima Olimpiade di Pindaro. + +[104] Celebre lirico russo, di cui parlammo nella Biografia di Puschin. + +[105] Principale personaggio d’una ballata di Burger. Leonora non può +darsi pace della morte dell’amante; l’ombra di questi viene a prenderla +a cavallo e la porta seco in inferno. + +[106] Perdonino i puristi questo neologismo. + +[107] Vuole dire che il _vulgar_ è frequente nella società russa. + +[108] Mi rincresce assai di adoperare tante voci francesi; ma non si +può fare altrimenti quando si descrivono i costumi dell’alta società. +Mi rincora il pensare che quasi tutti i termini francesi o i gallicismi +da me innestati in questa traduzione sono consecrati dall’uso e suonano +giornalmente sulle labbra delle persone bennate. + +[109] Disegnatore francese. + +[110] Nelle case russe sono sempre doppie le porte e le finestre. + +[111] Filosofo tedesco, autore delle _Idee sull’umanità_. + +[112] Filosofo e novelliere francese. + +[113] Fisiologista francese, autore del libro _Della vita e della +morte_. + +[114] Medico francese, autore del libro sull’_Onanismo_. + +[115] Filosofo francese, autore d’un dizionario critico dal quale +Voltaire trasse i suoi più validi argomenti. + +[116] Filosofo francese, autore del libro sulla _Pluralità dei mondi_, +primo tentativo fatto in Europa per rendere la scienza accessibile a +tutte le intelligenze. + +[117] Poeta persiano, autore del _Gulistan_ (giardino delle rose) e di +altri poemi celebri. + +[118] _Hetmann_ o _ataman_ chiamano i Cosacchi il loro comandante. +_Het-man_ vien dal tedesco _hauptmann_, capitano. + +[119] Coda di cavallo che serve d’insegna. + +[120] Distintivo dell’etmanno. + +[121] Tutti nemici dei Russi. Samoiloff fu bandito in Siberia, e +Gardienco fu decapitato per ordine di Pietro I. + +[122] Venti mila soldati della Piccola Russia erano stati mandati in +Finlandia da Mazeppa. + +[123] Zalenschi, sbandito dalla patria, divenne il primario agente di +Mazeppa. + +[124] Orlic, stato secretario di Mazeppa, fu fatto, dopo la morte +di questo, etmanno della Piccola Russia da Carlo XII. Quando Carlo +fu sconfitto, Orlic si ritirò in Turchia, abbracciò la religione +islamitica, e morì a Bender nel 1726. + +[125] _Boiar_ significa propriamente guerriero; divenne poi sinonimo di +nobile. + +[126] Due boiari di Mosca parteggiavano per Mazeppa. Furono +orribilmente castigati. + +[127] Una delle chiese di Chieff. + +[128] Ceccel combatte l’esercito di Mencicoff. + +[129] Ciò fece Carlo in Dresda, dal re Augusto. Vedi Voltaire, +_Histoire de Charles XII_. + +[130] “Una bomba!” sclamò il secretario di Carlo. — “Ebbene, ripigliò +il re, che hanno le bombe che fare colla lettera ch’io ti detto?” Ma +ciò successe più tardi. + +[131] Carlo visitando di notte li accampamenti russi s’accostò a un +crocchio di cosacchi seduti intorno a un fuoco. Sparò il suo schioppo +e ne ferì uno. I cosacchi risposero con tre colpi, uno dei quali ferì +Carlo alla gamba. + +[132] L’empereur moscovite, pénétré d’une joie qu’il ne se mettait +pas en peine de dissimuler, recevait sur le champ de bataille les +prisonniers qu’on lui amenait en foule, et demandait à tout moment: +“Où est donc mon frère Charles?...” Alors, prenant un verre de vin: “A +la santé,” dit-il, “de mes maîtres dans l’art de la guerre!” Renschild +lui demanda qui étaient ceux qu’il honorait d’un si beau titre. “Vous, +Messieurs les généraux suédois,” reprit le Tsar. “Votre Majesté est +donc bien ingrate,” reprit le comte, “d’avoir tant maltraité ses +maîtres.” + + Voltaire, _Histoire de Charles XII_. + + + + + +Nota del Trascrittore + +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo +senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a +pag. 244 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo. + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77714 *** diff --git a/77714-h/77714-h.htm b/77714-h/77714-h.htm new file mode 100755 index 0000000..42eb2b9 --- /dev/null +++ b/77714-h/77714-h.htm @@ -0,0 +1,11878 @@ +<!DOCTYPE html> +<html lang="it"> +<head> + <meta charset="UTF-8"> + <meta name="viewport" content="width=device-width, initial-scale=1"> + <title>Racconti poetici | Project Gutenberg</title> + <link rel="icon" href="images/cover.jpg" type="image/x-cover"> + <style> +body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} + +p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} +p.indl {text-align: left; margin-left: 5%;} +p.indr {text-align: right; margin-right: 5%;} +.center {text-align: center; text-indent: 0;} +.title {text-align: center; font-size: 110%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em;} + +div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} +div.titlepage {text-align: center; 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M. L’IMPERATOR DELLE RUSSIE. +</p> +</div> + +<p class="pad2 indl"> +<i>Principe</i>, +</p> + +<p> +<i>Inclito amante delle arti belle e della poesia, +applaudiste altamente il mio disegno di volgere in +lingua italiana alcuni poemi di Alessandro Puschin. +E non solo mi deste all’opera conforto, ma voleste +ancora essere a parte delle mie fatiche, giovandomi +col consiglio, ogni qual volta il testo russo mi +riesciva troppo oscuro e difficile. Bene è dunque +ragione che in segno di gratitudine io iscriva in +fronte a questo volumetto il Vostro illustre nome, +ormai per sempre unito nel mio cuore al nome del +principe Viasemschi, il quale, allorchè, nell’anno +1842, io visitai San Pietroburgo, si compiacque di +darmi la prima idea di quei poemi, traducendomene +a voce i più stupendi passi.</i> +</p> + +<p> +<i>Spero che questo libricciuolo vi sarà caro e per +<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span> +l’omaggio reso al sommo poeta russo, e perchè queste +pagine forse ridesteranno in voi la rimembranza dei +giorni passati in riva all’Arno, nella città dei fiori.</i> +</p> + +<p> +<i>Credetemi intanto, Principe</i>, +</p> + +<p class="indl"> +<i>di Vostra Altezza</i>, +</p> + +<p class="indr"> +Umil. servo, affezion. amico +</p> + +<p class="indr"> +<b>Luigi Delâtre</b>. +</p> + +<p> +<i>Firenze, a dì 20 di giugno 1856.</i> +</p> + +<hr class="silver"> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span> +</p> + +<h2 id="vita">CENNI +<span class="smaller">INTORNO ALLA VITA DI ALESSANDRO PUSCHIN.</span></h2> +</div> + +<p> +Alessandro Puschin‍<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> nacque in Mosca a dì 26 di maggio +dell’anno 1799. Suo padre apparteneva a un’antica famiglia +patrizia; sua madre discendeva da un negro africano +che rapito dal natío paese in età di otto anni, fu condotto a +Costantinopoli, esposto nel bazar delli schiavi e venduto +all’ambasciadore di Russia, il quale lo mandò in regalo +come <i>oggetto di curiosità</i> (diceva egli), allo Zar‍<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> Pietro il +Grande. Questi lo fece battezzare, poi lo istituì suo paggio. +Ma accortosi del singolare ingegno del fanciullo, lo inviò a +Parigi, ove volle che gli fosse data una educazione liberale +estesissima. <i>Hanibal</i>, così chiamavasi il giovine moro, manifestò +gran disposizione per le scienze matematiche. Escito +di collegio, entrò nell’esercito francese, prese parte alla +guerra di Spagna, fu ferito, e tornò in Russia. Pietro gli +conferì il grado di luogotenente. Nel 1727, Hanibal fu confinato +in Siberia per aver offeso Menscicoff, che governava +despoticamente in nome del piccolo Pietro II. Nel 1743, +l’imperatrice Elisabetta lo richiamò dall’esilio, lo insignì +<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span> +di vari titoli, e finalmente lo nominò generalissimo. Suo +figlio maggiore, Giuseppe Hanibal, menò vita agitatissima; +ripudiò la prima moglie, ne sposò un’altra mediante una +falsa fede di decesso; ma accusato di bigamia dal proprio +fratello, venne condannato ad assegnare un’annua pensione +alla prima moglie Maria, madre di Nadege, la quale nell’anno +1797, sposò Sergio Puschin, e lo rese padre del nostro +poeta. +</p> + +<p> +Alessandro portava i segni di questa origine mezza +slava, mezza africana. Aveva carnagione olivastra, naso alquanto +schiacciato, narici rilevate e mobili, capelli ruvidi +e naturalmente crespi, occhi d’un colore cupo indeciso. +Focoso, impaziente, appassionato, si lasciava facilmente +trasportare dallo sdegno; i suoi accessi di furore eran tremendi, +ma duravan poco tempo, e tosto egli se ne pentiva +e se ne scusava dicendo: «Non è mia la colpa; è quel diabolico +sangue africano che mi fa impazzare.» Ciò non ostante, +egli adorava sua madre, e rispettava altamente il suo +zio materno Giovanni.‍<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> +</p> + +<p> +Il padre di Puschin era uno di quei gentiluomini dei +quali Caterina II diceva: «Questi signori sanno il loro Molière +a menadito.» Aveva belle maniere, vestiva con gusto, +rispondeva con brio, amava la cucina francese e la letteratura +francese. Diede a suo figlio per precettore un emigrato +parigino, il conte di Montfort, versatissimo nelle lettere, +nella musica e nella pittura. Forse appunto per questa sua +varietà di cognizioni il conte si occupava pochissimo del suo +allievo, il quale, abbandonato a sè stesso, profittava della +libertà concessagli, per introdursi di soppiatto nella biblioteca +di suo padre e passarvi talvolta notti intere a leggere +ogni specie di libri. Ma siccome la maggior parte dei libri +<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span> +che la componevano erano francesi, il giovine Puschin fu, +sin dai più teneri anni, imbevuto di idee francesi. In età di +undici anni già conosceva tutti i classici di quella nazione, +e incominciava a scrivere in quella lingua. Lo dilettavano +specialmente le commedie di Molière, e s’ingegnava ad +imitarle in piccole farse che egli rappresentava davanti a +sua sorella, sopra un teatrino da lui fabbricato. Puschin +era a un tempo stesso autore e attore; la sorellina faceva +da pubblico. Una volta recitò uno schermo intitolato <i>L’escamoteur</i>. +Il pubblico fischiò. L’autore si consolò dettando +contro sè stesso il seguente epigramma: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Dis-moi, pourquoi L’<i>Escamoteur</i></p> +<p class="i01">Est-il sifflé par le parterre?</p> +<p class="i01">Hélas! c’est que le pauvre auteur</p> +<p class="i05"> L’escamota de Molière.</p> +</div></div> + +<p> +Qui noteremo di passo, che anche l’illustre Gœthe +ebbe una educazione tutta francese, e che appena giunto +all’età di nove anni scrisse una commediola francese che +fu il suo primo saggio letterario. L’autore del <i>Misogallo</i>, +Vittorio Alfieri, trovossi appresso a poco nelle stesse circostanze; +e la lingua francese gli era sì familiare, che in essa +abbozzava le sue tragedie prima di verseggiarle in italiano, +come attestano i manoscritti suoi depositati nella Biblioteca +Laurenziana di Firenze. +</p> + +<p> +Questa funesta predilezione per una lingua straniera, +avrebbe forse privato la Russia di un gran poeta, se la fortuna +non avesse posto argine al male, scegliendo per istrumento +delle sue volontà una umile serva, la balia di Puschin +nominata Irene Radionovna, la quale ridestò nel suo +allievo l’amore del patrio idioma. Se egli gallicizzava il +giorno con suo padre e coi maestri, la sera ridiveniva russo +colla sua balia, che gli narrava in un linguaggio pittoresco, +energico e leggiadro, mille istorie e tradizioni popolari, alcune +delle quali egli, più tardi, trattò in verso. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span> +</p> + +<p> +Quando arrivò all’età di dodici anni, entrò al Liceo di +Zárscoie-Seló, fondato dall’imperatore Alessandro I. Quell’educazione +collettiva regolare e monotona, quella disciplina +rigida e cavillosa, stettero quasi per soffocare i germi +dell’ingegno di Puschin. I professori malcontenti non davano +di lui se non ragguagli sfavorevoli. Uno di essi, il signor +Cunizin, così si esprimeva riguardo a Puschin, in un +suo rapporto: +</p> + +<p> +«L’allievo Alessandro Puschin ha intendimento e perspicacità, +ma manca di applicazione. Non è capace d’occuparsi +che di oggetti futili; quindi fa pochi progressi +negli studi, e men che in altro, nella logica.» +</p> + +<p> +Probabilmente, nel redigere questo certificato di futilità, +il professore Cunizin pensava ai versi che già Puschin +dettava, e che facevano le delizie di tutti i suoi condiscepoli. +Alcuni di codesti saggi capitarono fra mano al celebre +poeta Giucovschi traduttore dell’Ariosto, di Wieland e +d’Omero: meravigliato della grazia che osservò in quelli, +indirizzò una epistola all’autore, e gli offrì in dono uno dei +suoi volumi. Puschin, giustamente superbo di tali distinzioni, +scrisse sopra una pagina del suo giornale: «Giucovschi +mi ha regalato una sua opera!!!» Questo dono fece +epoca nella vita del giovine alunno delle Muse. +</p> + +<p> +Nell’anno 1815, scrisse, in occasione della distribuzione +dei premii, un poemetto intitolato: <i>Rimembranze di Zárscoie-Seló</i>. +Fu letto pubblicamente nell’adunanza solenne +alla quale assisteva il venerabile Dergiavin, lirico celeberrimo, +autore dell’inno <i>A Dio</i>, che trovasi tradotto in tutte +le lingue colte d’Europa. Il conte Rapumovschi avendo +chiesto se Puschin che scriveva tanto bene in verso, saprebbe +scrivere egualmente bene in prosa, Dergiavin pose +la destra sul capo del fanciullo, esclamando: «È nato poeta; +sarà assai più utile; non lo distogliamo dalla sua vocazione.« +</p> + +<p> +Durante il suo soggiorno nel Liceo, vale a dire dal 1812 +<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span> +al 1817, Alessandro Puschin produsse più di cento venti +lavori poetici, e incominciò il poema di <i>Ruslano e Liudmila</i>, +che compì nel 1818, e diede alle stampe nel 1820. Questo +poema, cavato dalle tradizioni popolari slave, non incontrò +l’esito che poteva aspettare l’autore, e suscitò critiche +acerbe e violenti, sebbene fosse il primo poema in lingua +russa che sostenesse la lettura. Fino allora <i>poema</i> e <i>seccatura</i> +erano stati sinonimi. +</p> + +<p> +Imbevuto delle dottrine liberali di Voltaire e di Rousseau, +Alessandro Puschin non era un suddito molto rispettoso +ed obediente, e ardiva non di rado biasimare gli atti del +governo. Tale intemperanza di lingua fu cagione che l’imperatore +lo mandò in bando nella Russia meridionale, verso +l’anno 1820. Questo viaggio forzato non fu sterile per le +lettere. +</p> + +<p> +La prima città ove abitò fu Chiceneff. Ivi stava sotto +la guardia del generale Inzoff, il quale diceva che gli costava +meno fatica il governare una provincia, che il sorvegliare +un poeta. «Dapprima, diceva egli, mi toccava avergli +sempre gli occhi addosso: ogni giorno qualche scapestraggine, +qualche pazzia cui bisognava rimediare. +Quando era troppo indocile lo mettevo in arresto, e ponevo +una sentinella alla sua porta; ma egli scappava per +la finestra.... E allora chi gli correva dietro?» +</p> + +<p> +Il generale Inzoff gli permise di fare una gita nella regione +del Caucaso. Ivi il suo ingegno cambiò indole e natura. +«Io divengo malvagio, scriveva a un suo amico, o piuttosto, +io divengo buono, poichè mi stacco dalle cose di +questo mondo. Aspettatevi a qualche produzione <i>byroniana</i>.» +</p> + +<p> +E tenne parola, componendo in quei deserti <i>Il prigioniero +del Caucaso</i>, e il primo canto di <i>Eugenio Anieghin</i>. +</p> + +<p> +L’astro di Byron era allora nel suo meriggio, ed eclissava +tutti gli altri luminari del Parnaso. Puschin, rischiarato +da quello, vide le cose sotto un nuovo aspetto, e trovò +<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span> +nuovi colori per descriverle. Così, mentre il genio di Byron +inspirava Lamartine in Francia, si suscitava un emulo +e quasi un fratello in Russia. +</p> + +<p> +Nel 1822, Puschin lasciò Chiceneff senza avvertire nè il +governatore, nè alcuno dei suoi conoscenti e amici. Il generale +e tutti gli abitanti stavano in una mortale inquietezza. +Tutti domandavano: «Dov’è? Perchè è partito? Che gli +sarà successo?» +</p> + +<p> +Frattanto, il poeta fuggitivo si dirigeva verso i confini +dell’impero in compagnia di.... Chi lo crederebbe? di una +truppa di zingari erranti. La cronaca scandalosa di quel +tempo attribuisce ai soavi sguardi, al dolce sorriso, alle +belle forme della zingarella <i>Mariola</i>, la disparizione del +poeta. +</p> + +<p> +Tornato a Chiceneff, dovè passare alcuni giorni in +prigione, durante i quali imaginò e schizzò il suo poema +delli <i>Zingari</i>. Ma non lo terminò che nel 1824, perchè già +egli sentiva la necessità di maturar meglio i suoi lavori. +</p> + +<p> +Percorse anche la Crimea, e fra le città che visitò, più +d’ogni altra lo dilettò Bakcisarai, antica residenza dei <i>khan</i> +tartari, dei quali tuttora esiste il palazzo costruito nel più +ricco stile dell’architettura moresca. Queste rovine gli suggeriron +l’idea del suo poema intitolato la <i>Fontana di Bakcisarai</i>. +</p> + +<p> +Nel 1824, cessato il suo esilio nella Russia meridionale, +egli si recò al suo castello di Micailovschi (nel governo di +Pscoff). Vi rimase fino al mese di settembre del 1826. Non +gli era ancora permesso di abitare Mosca nè San Pietroburgo; +tal divieto fu levato dall’imperatore Nicolò, nel +giorno del suo incoronamento. +</p> + +<p> +Dalla villa di Micailovschi, così scriveva Puschin ad un +amico: «<i>J’ai jeté ma gourme</i> nelle provincie meridionali +dell’impero. Reduce nel <i>Castel natio</i> (sic) mi son trovato +solo a solo con me stesso in faccia all’elemento russo +schietto schietto. Mio padre e la sua comitiva francese +<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span> +sono altrove. Finalmente sto in balía della solitudine, +quella tremenda donna che foggia a modo suo gli spiriti +a lei affidati. Per forza ho dovuto spogliare il vecchio +uomo, raccogliermi in me stesso e meditare.» +</p> + +<p> +Nei primi tempi del suo soggiorno a Micailovschi, Puschin +parve aver affatto rinunziato alle sue follie giovanili. +Stava quasi sempre solo, studiava molto, lavorava moltissimo, +e passava le serate colla sua vecchia balia Irene +Radionovna, di cui abbiamo già parlato. Egli diceva che +la buona Irene aveva rifatto la di lui educazione aprendogli +l’adito al mondo fantastico dei racconti popolari, e che ad +essa andava debitore della sua cognizione degli usi e delle +tradizioni nazionali. +</p> + +<p> +Oltre a queste lezioni private nel proprio domicilio, +egli ne prendeva anche delle pubbliche per le piazze e per +le campagne. Spesse volte s’insinuava fra i contadini, frequentava +le taverne, ad oggetto di cogliere a volo le locuzioni, +gli idiotismi che egli dichiarava <i>tout parfumés d’une +odeur de terroir</i>. Un giorno entrò in un salotto di Pscoff travestito +da <i>mugìc</i> (ossia contadino russo). Fu dileggiato molto +per quella bizzarria; ma sarebbe stato ammirato invece, se +si fosse saputo che egli in tal modo si poneva in grado di +osservar dappresso i costumi popolari. Egli allora preparava +il suo dramma di <i>Boris Gadunoff</i>, nel quale voleva, secondo +la sua espressione, riprodurre <i>les traits vivants</i> della nazione +russa. +</p> + +<p> +«Non v’è cosa inutile in natura (dic’egli in una sua +lettera); ogni cosa concorre all’armonia universale. Il +linguaggio del più oscuro <i>mugìc</i>, le sue consuetudini e +fino al suo <i>tulup</i> (pelliccia) son cose degne della penna +d’un poeta; soltanto bisogna saperne parlare in tempo +opportuno. Anche le scene popolari e le rozze beffe della +plebe appartengono al dominio della poesia. Il poeta non +deve mai scendere alla trivialità per gusto e per elezione; +deve evitare quanto più può lo stile plateale; ma quando +<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span> +non può fare altrimenti, deve con risoluzione tentar l’impresa....» +</p> + +<p> +«Racine, scrisse Puschin in un’altra occasione, è grande +per la precisione, la purezza e l’armonia del verso. Ma +il disegno e i caratteri della sua <i>Fedra</i> sono il colmo della +sciocchezza.‍<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> La verosimiglianza delle situazioni è la miglior +regola per un poeta tragico. Non ho letto nè Calderon, +nè Lopez de Vega; ma che genio è quel Shakespeare! +Mi fa trasecolare! Quanto le tragedie di Byron sono +meschine accanto a quelle di Shakespeare!... +</p> + +<p> +«I poeti, subito che hanno concepito un personaggio, +voglion assolutamente che tutto ciò che dice porti l’impronta +del suo carattere, come vediamo nei pedanti e +nei marinai dei romanzi di Fielding. Se un cospiratore +ha sete e chiede un bicchier d’acqua, bisogna che pronunzi +quelle parole in un tono che sappia di cospirazione. +Assioma assurdo! Shakespeare non teme di compromettere +i suoi personaggi: li fa parlare con tutta la naturalezza, +la semplicità degli uomini comuni, perchè sa +sempre, quando l’azione lo esiga, metter loro in bocca +un linguaggio adattato alla situazione.» +</p> + +<p> +Il dramma di <i>Boris Gadunoff</i>, bagnato di tanti sudori, +non ebbe quel successo che il poeta presagiva. Ma in ricompensa, +gli ultimi canti di <i>Eugenio Anieghin</i> fecero furore. +Cominciato nel 1825, e terminato nel 1832, questo +poema viene stimato il più bel parto della musa di Puschin. +Nei due primi canti si biasimò l’imitazione un po’ servile +del <i>Don Juan</i> di Byron, e quel personalismo che valse tante +censure al bardo inglese. Ma nei canti seguenti, il poeta +introdusse pitture così fedeli della società russa, osservazioni +<span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span> +così giuste e fine sulle idee e sui vizi del secolo, +che si conciliò l’ammirazione generale. +</p> + +<p> +A dì 3 settembre del 1826, come più sopra accennammo, +Puschin ottenne il permesso di tornare a Mosca. Giunto in +questa capitale, fu presentato all’imperatore Nicolò che gli +fece una gentilissima accoglienza e gli disse tralle altre +cose: «Uno scrittore dotato di eminenti facoltà mentali +deve applicare il suo ingegno a tramandare ai posteri le +virtù del proprio paese.» +</p> + +<p> +Tutto quell’anno passò in feste e in banchetti. Ognuno +voleva vedere e udire il gran poeta, le cui opere godevano +di sì alta fama. Non trovò un solo istante per lavorare. +«Da molto tempo in qua, scriveva, non impugno +più la penna, perchè troppe mani mi conviene stringere, +e troppi mazzetti di fiori offrire. Frattanto m’inebrio, +non già di vino, ma di soavi sguardi, e di quel +fumo di gloria che poi non è mica così acre come i poeti +voglion far credere.» +</p> + +<p> +Nel 1827, Puschin tornò a San Pietroburgo, e si diede +a una operosità instancabile. «Mi pagano, scriveva, <i>un +ducato</i> ogni verso che mi sfugge dalla penna.» Questa +asserzione, che è esattissima, egli ripeteva con una certa +vanità, e pretendeva far credere che non componeva se +non per guadagnar danaro. Lo che però non è vero, giacchè +fu appunto allora che egli si accinse a scrivere in prosa. +«Conviene, diceva, accrescere il numero di quei che leggono; +e per raggiunger tale scopo bisogna che coloro che +scrivono adoprino la forma più accessibile al popolo, +cioè la prosa.» +</p> + +<p> +Il suo primo frutto in questo genere, fu una novella +intitolata: <i>Il negro di Pietro il Grande.</i> Poi pubblicò cinque +altre novelle sotto lo pseudonimo di Bielchin; poi la +<i>Dama di picche</i> e la <i>Figlia del capitano</i>. +</p> + +<p> +Nel 1829, messe in luce il poema di <i>Pultava</i>, tratto +dalla istoria russa. Lo scrisse in uno stile più purgato, più +<span class="pagenum" id="Page_xvi">[xvi]</span> +energico di quanto aveva scritto fino allora. Nondimeno il +pubblico gustò poco questo nuovo capo-lavoro. Puschin +provò molta afflizione di tale smacco. Per qualche tempo +tenne broncio, poi si ritirò nella sua villa di Micailovschi. +Lì si dilettò assai in vedere l’effetto che produceva +tra quei buoni campagnoli. «Son divenuto l’oggetto della +curiosità generale, dice in una sua lettera; <i>Munito</i>‍<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> non +ecciterebbe maggiore attenzione. Quell’originale di N. N. +ha fatto credere a un branco di bambini, i quali domandavano +che cosa fosse il Puschin, esser io un fantoccio +di zucchero da dividersi in tanti pezzi al <i>dessert</i>. I bambini +vennero colla speranza di mangiarmi a modo di confetto.» +</p> + +<p> +Puschin voleva svincolare la letteratura russa dalla +imitazione straniera, e dal così detto stile classico. I numerosi +fautori di questa scuola non gli potevano perdonare +tale audacia, e gli mossero aspra guerra. Avvezzi a quell’antica +schiavitù, rifiutavano la libertà che veniva loro offerta. +Così i cani nati fra i ceppi amano le loro catene, e +s’avventano con furore contro chiunque tenti di spezzarle. +Simil sorte attende tutti i novatori, tutti coloro che dicono +alle vili turbe: «Il giaciglio ove state è buio ed insalubre; +venite fuori all’aria aperta e pura, al chiaro sole!» La +gente li respinge a sassate. Vuol marcire nel covile in cui +marcirono i suoi padri, e in quello vuole che marciscano i +suoi figli. +</p> + +<p> +Si pubblicavano in San Pietroburgo molti giornali, alcuni +dei quali pagarono al gran poeta il debito tributo di +lode, ma i più, fosse ignoranza, fosse gelosia, lo criticarono +e insultarono in modo sì sconcio e villano, che peggio non +si poteva trattare un malfattore. Puschin, da vero gentiluomo +e da vero letterato, non si degnò mai di rispondere alle +contumelie di quella inetta ciurmaglia; nè forse mai gettò +<span class="pagenum" id="Page_xvii">[xvii]</span> +la vista su quei fogli schifosi, i cui insulti onorano, perchè +dettati dall’invidia, e le cui lodi contaminano, perchè sempre +sospette di venalità. +</p> + +<p> +Gli amici di Puschin però menarono sì gran rumore di +quelle inique e incessanti aggressioni, che alla fine egli +medesimo non potè a meno di accorarsene; mentre avrebbe +dovuto andarne superbo, poichè il biasimo ingiusto è +un omaggio che la stoltezza rende alla virtù; e, come dice +Schiller, +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Das unrecht leiden schmeichelt grosse seelen.</p> +</div></div> + +<p> +Verso il mese di marzo dello stesso anno 1829, sparve +subitamente senza far parola a nessuno, e qualche settimana +dopo la sua partenza, si intese con stupore che il +gran poeta erasi trasferito all’esercito del Caucaso. Ognuno +fece le sue congetture intorno a questo inaspettato viaggio; +i più crederono che Puschin fosse ito a cercar nuove ispirazioni +in quelle contrade longinque, dalle quali doveva +tornare (dicevano) con un’ampia mèsse di nuovi poemi. Ma +lo scopo suo non era precisamente tale, giacchè in una sua +lettera di quel tempo trovasi questo passo: +</p> + +<p> +«Io ho veduto il popolano russo maneggiare la zappa: +voglio vederlo maneggiare lo schioppo.» +</p> + +<p> +L’esercito marciava allora verso l’Armenia sotto il comando +del conte Paschievice; Puschin ottenne dal generale +il permesso di fare quella campagna in qualità di volontario. +</p> + +<p> +«Je suis, scrive Puschin, le seul pékin dans le camp; +aussi nos soldats (de fameux durs à cuire, par parenthèse) +me prennent pour un prêtre luthérien, ce qui ne +contribue pas à me mettre en bonne odeur auprès de +leurs orthodoxies.» +</p> + +<p> +Assistè all’assedio e alla presa di Cars e di Erzerum; +fece varie escursioni nelle provincie circostanti; quindi +<span class="pagenum" id="Page_xviii">[xviii]</span> +tornò a San Pietroburgo, non già con un pacco di versi, +come pretendevano i prognosticanti, ma con l’animo più +sereno e più placido di quando era partito. +</p> + +<p> +Nel 1830, il barone Delvig suo amico fondò la <i>Gazzetta +letteraria</i>. Puschin cooperò a questa pubblicazione, +e in essa comparve come prosatore non più pseudonimo, +inserendovi articoli di critica, i quali però non sembrarono +degni della sua alta riputazione. +</p> + +<p> +Fralle sue carte di questa epoca si sono rinvenute alcune +note scritte col lapis, due delle quali riporteremo +nella lingua in cui furono estese, per saggio del suo stile +nella sua seconda lingua materna. +</p> + +<p> +«Depuis quelque temps l’on commence à parler beaucoup +de nationalité à propos de littérature, et l’on se plaint +de l’absence de cet élément indispensable. Mais nul encore +n’a songé à en faire une définition rationnelle. Les +uns prétendent que la nationalité en fait de littérature, ou +plutôt le <i>popularisme</i> dans la bonne acception du mot, +consiste dans le choix des sujets tirés exclusivement de +l’histoire du pays. D’autres la voient dans les mots, les +tours de phrase, les expressions, c’est-à-dire qu’ils se réjouissent +d’entendre parler le russe perdes Russes! Singulière +découverte! +</p> + +<p> +»Le mérite du caractère national dans un écrivain ne +peut être complètement apprécié que par ses compatriotes; +pour les étrangers ce mérite n’existe pas, et peut +même leur paraître un défaut et non une qualité. Un +critique allemand se moque de la politesse outrée des +héros de Racine; un français sourit en voyant la provocation +brutale de Carion dans Caldéron.... Et pourtant +tout cela porte le cachet national. Il y a une foule de +traditions, d’usages, d’idées et même de sentiments qui +appartiennent exclusivement à tel ou tel peuple. Le climat, +le genre de vie, la religion, donnent à chaque peuple +une physionomie qui lui est propre, et cette physionomie +<span class="pagenum" id="Page_xix">[xix]</span> +doit nécessairement se refléter plus on moins dans +la poésie en Russie....» +</p> + +<p> +Qui finisce questa annotazione che ci rivela alcuni principii +di Puschin in materia poetica. L’altra che abbiamo +promesso di citare è politica. +</p> + +<p> +«.... La grande époque de la renaissance n’eut aucune +influence sur la Russie. La secousse salutaire imprimée +par les croisades n’exerça pas de réaction sur nos mœurs. +Mais, en revanche, la Russie avait une haute prédestination.... +Ses plaines immenses engloutirent les forces des +Mongols, et arrêtèrent les barbares aux confins extrêmes de +l’Europe. Les Mongols n’osèrent s’aventurer plus loin, en +laissant derrière eux la Russie, toute vaincue qu’elle était.» +</p> + +<p> +Sin dall’anno 1828, Puschin aveva conosciuta in Mosca +la signorina Natalia Ganceroff, la cui bellezza veramente +straordinaria colpiva tutti d’ammirazione. Un poeta +non poteva essere insensibile a tante attrattive. Puschin +ne fu vivamente commosso. +</p> + +<p> +Nel 1830, la corte si trasportò a Mosca. La presenza +dell’imperial famiglia diede luogo a conviti, a feste di ballo, +nelle quali spiccò quasi sola la bellezza di Natalia +Ganceroff. Tutti ne parlavano con maraviglia. La +fama di quel trionfo giunse alli orecchi di Puschin, il quale +trovavasi allora in San Pietroburgo. Lasciò immantinente +quella capitale e si recò a Mosca. Chi può sapere che sentimento +s’impadronisse di lui in quel frangente, se l’amore, +la gelosia o la vanità? Comunque sia, a’ dì 21 di aprile +di quell’anno, Puschin chiese in isposa <i>la bella delle belle</i>, +come egli la chiamava, e in quello stesso giorno essa gli +veniva concessa. +</p> + +<p> +«Je voulais me livrer cette année-ci» dice egli ad un +amico, «à des études philologiques, et me voilà dans la +psychologie jusqu’au cou. J’étudie la <i>carte de Tendre</i>, et +je file le parfait amour, ce qui prouve que l’homme propose +et que la femme dispose!» +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_xx">[xx]</span> +</p> + +<p> +Dopo tre mesi di corteggiamento, Puschin lasciò Mosca +per andar a prender possesso della villa di Boldino che gli +era offerta in dono dalla sua famiglia in occasione del suo +futuro matrimonio. Vi rimase quattro mesi, durante i quali +mise in ordine le sue poesie, e ne compose alcune nuove. +</p> + +<p> +Il colera frattanto infieriva in Mosca ove stava la sua giovine +sposa. Puschin non si mosse da Boldino. Si scusò dicendo +che non era possibile di traversare i cordoni sanitari. +Ma la verità si è che la Musa esercitava ancora un grande +impero sul cuore di Puschin, e che egli era più idoneo alla +vita celibe che alla vita coniugale. +</p> + +<p> +Le nozze furono celebrate in Mosca il dì 8 febbraio dell’anno +1831. Un mese dopo, i nuovi sposi si domiciliavano +a Zárscoie-Seló, e quivi incominciò Puschin a sentire le +noie e i tormenti del matrimonio. Nelle sue lettere si lagna +del suo nuovo stato, e in particolare della spesa enorme +cui lo astringe. +</p> + +<p> +«Fais-moi savoir, de grâce,» scrive ad un amico «quelle +est la quantité de viande nécessaire pour la nourriture de +deux êtres humains dont l’un est un peu de la race des +Péris (sua moglie), et l’autre très peu mangeur de sa nature. +Mon Vatel‍<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> consomme des quartiers de bœuf capables +d’alimenter l’estomac de plusieurs Gargantuas. Tu me +feras plaisir en m’apprenant aussi quelle est à peu près +la quantité de sucre que peut consommer un modeste +ménage. Madame ma sommelière prétend qu’il lui en faut +une livre et demie pour les jours ordinaires, et autant, +je crois, en plus pour les jours extraordinaires. J’engage +ma belle Péri à meure sous clef thé et sucre, mais elle +affirme qu’elle a bien assez de tenir sous clef ma personne. +Je fais le gros dos à ce propos. Ici à Tsarsoe-Sélo +je ne tiens pas équipage, et pourtant l’argent coule +<span class="pagenum" id="Page_xxi">[xxi]</span> +comme une fontaine: que sera-ce donc, mon Dieu! quand +les quadrupèdes viendront se joindre aux bipèdes, pour +manger au ratelier du poète?» +</p> + +<p> +Qualche tempo dopo gli era assegnato un impiego di +cinque mila rubli all’anno, colla facoltà di consultare gli +archivi di Stato. Puschin si valse di questo permesso per +raccogliere i materiali ad una istoria di Pietro il Grande, di +cui però non lasciò se non brevissimi squarci. +</p> + +<p> +Nello stesso luogo dimorava il poeta Giucovschi, già +mentovato più sopra, col quale Puschin contrasse una amicizia +la quale non dovea cessare che colla vita. +</p> + +<p> +Un altro intimo amico di Puschin, il barone Delvig, +di cui fu già parlato, editore della <i>Gazzetta letteraria</i> e +dei <i>Fiori del Norte</i>, morì il dì 14 di gennaio del 1831. Questa +perdita immerse Puschin nella più profonda disperazione. +Fra i molti ricordi che consacrò a Delvig, troviamo il seguente +in una lettera: +</p> + +<p> +«J’ai connu Delvig au Lycée. Je fus témoin, le premier, +de l’indicible développement de son âme poétique... +Je lisais avec lui Derjavine et Joukovsky. Je m’entretenais +avec lui de tout ce qui agite l’âme, de tout ce qui +remue le cœur. Sa vie est riche non en évènements romanesques, +mais en beaux sentiments, en confiance et en +bon sens lumineux.» +</p> + +<p> +L’anno seguente, Puschin continuò i <i>Fiori del Norte</i>, +a profitto della famiglia di Delvig, e vi inserì varie sue piccole +poesie. Nel 1832, pubblicò un altro volume di quella +raccolta, e fu l’ultimo. Nello stesso anno si diede con impegno +allo studio dei documenti per la vita di Pietro il +Grande. Le memorie relative al ribelle Pugacceff destarono +in lui una sì viva curiosità, che determinò di trattare separatamente +l’istoria di quella insurrezione, e tosto pose mano +all’opera. Volendo poi dare al suo lavoro quel colorito +di verità che risulta dalla perfetta cognizione non solo del +carattere dei personaggi, ma bensì del teatro degli eventi, +<span class="pagenum" id="Page_xxii">[xxii]</span> +si trasferì, nel 1833, nella Russia orientale per visitare i +luoghi illustrati dalle lotte e dalla sconfitta del famoso settario. +La monografia della ribellione di Pugacceff comparve +nel 1834. +</p> + +<p> +Nel 1836, Puschin fu nominato gentiluomo di camera +dello Zar Nicolò; ma la perdita di sua madre, succeduta poco +dopo, gli amareggiò tal piacere. Accompagnò quella sacra +spoglia al cimitero di Sviatogorschi, e, quasi presago della +propria prossima fine, egli segnò, accanto alla fossa della +cara genitrice, il posto ove voleva essere seppellito. +</p> + +<p> +Tutti i biografi stendono un velo sulle cause della morte +di Puschin. Ci è dunque forza imitare in parte il loro silenzio. +Ci contenteremo di notare che Puschin, a dritto o a +torto, credendosi tradito dalla consorte, sfidò in duello colui +ch’egli sospettava d’avergli rapito l’onore, e in quel +duello ricevè una insanabile ferita. Trasportato nella sua +dimora, visse ancora due giorni in mezzo ad atroci torture. +</p> + +<p> +Il poeta Giucovschi, testimone degli ultimi momenti +di Puschin, ne scrisse una narrazione circostanziata, di cui +riferiremo la conclusione. +</p> + +<p> +«La mattina del 27 (gennaio 1837), disse al dottore +Spaschi: «Mia moglie! chiamate mia moglie!» Poi volle +vedere i figli. Dormivano; gli furono arrecati mezzo immersi +nel sonno. Li guardò l’un dopo l’altro con attenzione +e in silenzio; pose loro la destra sul capo, li benedisse, +e accennò che si riportassero via. «Chi è qui?» domandò +poi. Gli fu risposto: «Viasemschi e Giucovschi...» — «Fateli +approssimare,» sclamò con voce bassa e fioca, +Io presi la sua mano e la baciai, ma non potei far parola, +e mi allontanai. Mi richiamò a sè: «Di’ all’imperatore» +soggiunse, «che mi rincresce di morire; che sarei stato +tutto suo. Digli che gli auguro un lungo regno, e che +bramo sia sempre contento di suo figlio, contento della +Russia!» Poi disse addio al principe Viasemschi. Il conte +<span class="pagenum" id="Page_xxiii">[xxiii]</span> +Vielhorschi s’avvicinò allora, e Puschin gli strinse la mano. +Sentiva la morte accorrere a gran passi; si affrettava di +prender commiato dagli amici. Si tastò il polso, e disse: +«La morte s’appressa....» +</p> + +<p> +»Allorchè si sparse per la città la notizia che Puschin +stava in pericolo di morte, l’anticamera dell’appartamento +si empì di gente. Era un flusso e riflusso continuo +di persone d’ogni ceto che venivano ad informarsi +dello stato di salute del gran poeta. Chi non poteva venire +da per sè, mandava il servitore. Regnava una afflizione, +un lutto generale nella città. Tutti prendevano +una parte sincera al nostro cordoglio, e molti ne piangevano. +Nè gli stranieri domiciliati in San Pietroburgo manifestarono +meno simpatia dei Russi medesimi. In noi +era naturale l’angoscia; ma essi come mai la dividevano? +È facile la risposta. Tutti gli animi cólti son concordi in +ammirare l’ingegno, e quando lascia questa terra anzi +tempo, tutti lo piangono come un fratello diletto. Puschin +non apparteneva alla Russia sola, ma al mondo intero; +quindi è che tanti forestieri deploravano la sua precoce +fine, con rammarico eguale al nostro. +</p> + +<p> +»Puschin mandò il dottor Dal a confortar sua moglie, +sebbene egli stesso non avesse più nessuna speranza. +Una volta domandò a Dal: «Che ora è?» Poi soggiunse: +«Quanto tempo.... dovrò ancora.... soffrire!... Oh! per +pietà.... più presto....» E ripeteva sovente: «Finirà in +breve?... più presto per pietà!...» Ma in totale tollerò i +suoi patimenti con una rassegnazione mirabile. Quando li +spasimi divenivano troppo acuti, si torceva le mani, e +mandava un sospiro, ma così basso che appena si poteva +udire. «Ti convien soffrire molto, amico,» diceva Dal; +«ma non trattenere i sospiri; ti faranno bene.» — «No,» +replicava Puschin interrompendolo; «non voglio.... gemere.... +mia moglie.... mi sentirebbe.... non voglio lasciarmi +vincere.... dal dolore....» +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_xxiv">[xxiv]</span> +</p> + +<p> +»Escii alle cinque della mattina, e tornai due ore dopo. +Sembrandomi che avesse passato la notte con bastante +calma, io sperava di trovarlo migliorato. Ma quando +arrivai fui crudelmente disingannato. Arendt (altro amico +di Puschin) mi assicurò che non compirebbe la giornata. +Di fatto, il polso s’affievoliva di minuto in minuto; le +mani divenivano fredde. Teneva gli occhi chiusi; di quando +in quando alzava la destra per prendere del ghiaccio e +fregarsene la fronte. Verso le due pomeridiane aprì li +occhi, e domandò della conserva di lamponi. Gliene recarono +una tazza. «Chiamate mia moglie,» sclamò con +voce sonora; «ditele che mi faccia mangiare.» Essa venne, +si pose ginocchioni a capo del letto, gli porse una +cucchiaiata di conserva, e appoggiò la sua fronte su quella +del moribondo. Puschin l’accarezzò dicendo: «Via, via, +non sarà nulla; sto meglio, grazie a Dio; ritirati.» La +quiete con che parlò, illuse la povera donna che si allontanò +raggiante di gioia. «Ora,» disse al dottore Spaschi, +«sta meglio.» In quel punto cominciava l’agonia. Eravamo +tre intorno al letto: Vielhorschi, Turghenieff ed io. Dal +mi disse all’orecchio: «Egli si spenge.» Con tutto ciò, +serbava ogni sua facoltà intellettuale. Una volta stese la +mano a Dal, e gliela strinse dicendo: «Alzami; più su;... +più su....» Dal lo prese per le spalle, e lo tenne alzato; +allora aprì gli occhi; rasserenò il sembiante e gridò: «Ho +finito di vivere!» E lo ripetè, soggiungendo: «Non posso +respirare; mi sento soffocare!» Furono queste le sue +parole estreme. Tenevo lo sguardo fisso sopra di lui, e +osservai che gli si gonfiava il petto. Volevo cogliere il suo +ultimo sospiro sulle sue labbra; ma mi sfuggì. Puschin +pareva dormire, ed era passato di vita senza che ce ne +accorgessimo. Scorsero due minuti di profondo silenzio, +dopo i quali chiesi: «Come sta?» — «È spento,» rispose +Dal. +</p> + +<p> +»Erano le due e tre quarti pomeridiane del giorno 29 di +<span class="pagenum" id="Page_xxv">[xxv]</span> +gennaio.... Fortunatamente pensai a far modellare in +gesso il suo volto. I lineamenti non erano cangiati. L’espressione +della fisionomia non era quella del dolore, ma +bensì d’un sonno placido e felice. Quel giorno andai a desinare +dal conte Vielhorschi, nella cui casa trovavansi +tutti coloro che avevano assistito agli ultimi momenti di +Puschin. Puschin stesso era stato invitato a quel pranzo, +ordinato dal conte per celebrare l’anniversario della mia +nascita. La seguente mattina, collocammo il corpo del +poeta nel feretro, nel quale rimase esposto per ventiquattro +ore. Più di dieci mila persone vennero a visitarlo: +alcune lacrimavano; altre si fermavano estatiche a contemplarlo. +Quella fredda immobilità da una parte, quella +confusa agitazione dall’altra, quelle preghiere, quei lamenti +in mezzo a quel tumulto, formavano un contrasto +singolare, ed istillavano nel cuore una dolce e misteriosa +melancolia. Il dì primo di febbraio, il corpo fu condotto +alla chiesa delle Scuderie Imperiali, nella quale ebbe +luogo la funzione funebre. I più illustri personaggi della +capitale, e molti ambasciadori delle potenze estere, vollero +essere presenti. Il terzo giorno ci adunammo per +l’ultima volta intorno a quelle care reliquie; fu cantato +l’offizio; fu deposto il feretro in una slitta che partì a +mezza notte. La seguii per qualche tempo cogli occhi al +lume di luna; poi svoltò una cantonata, e persi di vista +per sempre tutto quello che in Puschin era terrestre. +</p> + +<p> +»La slitta attraversò il borgo di Micailoschi, e passò +davanti alla piccola villa di Boldino nel governo di Pscoff, +e sotto ai due pini che il poeta ha cantati.‍<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> Giunse al +convento di Sviatogorschi la sera del 5 febbraio. Il dì seguente, +i monaci cantarono l’offizio, e inumarono il +corpo nel terreno scelto dal poeta medesimo, presso alla +fossa di sua madre.» +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_xxvi">[xxvi]</span> +</p> + +<p> +Chiunque leggerà nel poema d’<i>Eugenio Anieghin</i> la +storia dell’infelice poeta Vladimiro, ucciso in duello dall’amico, +sul fior degli anni, non potrà a meno di vedere +in quella tragica fine come un presentimento e quasi una +predizione della fine riserbata dalla sorte al nostro Puschin. +Quasi tutte le circostanze di quel racconto concordano con +quelle, purtroppo reali, della catastrofe qui sopra da noi +accennata. Con giusta ragione, dunque, credevano gli antichi +essere i poeti anche profeti. +</p> + +<p> +Byron morì di trenta otto anni e tre mesi; Puschin, di +trentasette e otto mesi. Somigliò al bardo inglese nell’animo +irrequieto, nello stile impetuoso come l’animo, nella +vita errante, nella precoce morte. +</p> + +<p> +Fu certamente uno dei più potenti ingegni poetici +di questo secolo, illustrato da Schiller, Gœthe, Byron, +Moore, Manzoni, Lamartine e Vittorio Hugo. Non gli mancò +che di vivere in un clima meno aspro, in una società più +pittoresca, in un paese più libero, per dare alla sua fantasia +tutto quello slancio di cui era capace; mentre, nelle +condizioni in cui visse, dovè comprimerla sovente, come +appare pur troppo in molti passi dei suoi scritti mutilati +dalla censura. +</p> + +<p> +Nessuno prima di lui aveva maneggiato la poesia russa +con quella disinvoltura e quella facilità che è uno dei distintivi +della vera ispirazione. Troppo impaziente per limare +attentamente i suoi versi, riesce talvolta negletto, ma non +mai languido nè freddo. Il suo stile è sempre chiaro e +limpido come un cristallo; qualità rara prima di Puschin, +e di cui va debitore al suo grande amore della lingua francese, +nella quale niente di oscuro può entrare. La stessa +qualità attinse Gœthe alla stessa fonte. +</p> + +<p> +L’azione dei poemi di Puschin è semplicissima. Così +è in molti capo-lavori antichi e moderni, nell’<i>Iliade</i>, nell’<i>Odissea</i>, +nell’<i>Eneide</i>, nel <i>Fausto</i>, nel <i>Paolo e Virginia</i>, +nel <i>Don Juan</i>. L’interesse del racconto non risulta dalla +<span class="pagenum" id="Page_xxvii">[xxvii]</span> +moltiplicità delle peripezie, dalla complicazione dell’intreccio, +ma bensì dall’abile svolgimento d’una o due situazioni +principali, dalla maestria colla quale il poeta delinea i caratteri, +analizza le passioni, descrive gli accessorii. Questi +pregi essenziali possedeva Puschin in altissimo grado, ed +essi risplendono in tutti i suoi lavori. +</p> + +<p> +Non sembrami fondata l’opinione di alcuni critici che +dichiarano Puschin un servile imitatore di Byron. Certamente +l’influenza di Byron è manifesta nelli scritti del +poeta russo, ma essa non vi predomina mai a segno di togliergli +la sua libertà d’azione e d’inceppargli le ali; è un +vento che lo sorregge nel suo volo ma che non lo trascina +mai contro il suo volere. +</p> + +<p> +I Greci, per più secoli, protetti dalla sorte, liberi ed +opulenti, vincitori dei barbari invasori, si diedero a cantare +non già le doglie, ma i diletti della esistenza; non già +le bellezze del mondo invisibile, ma quelle del mondo visibile +pieno per essi di ninfe e di dei, di mirti ed allori. +La loro poesia era la poesia della vita. +</p> + +<p> +Fra gli orientali avvolti in continue calamità, ebbe origine +la contemplazione solitaria (<i>rêverie</i>). Fra essi per la prima +volta risuonarono quelle parole tremende: «Maledetto +il giorno in cui fui generato! Sia quel giorno cancellato +dal numero dei giorni!...» Dai lamenti di Giobbe e di +Geremia derivò la poesia della disperazione, del disprezzo +d’ogni cosa mondana, la poesia delle rovine e della morte; +quella poesia infine che senza posa mostra all’uomo il sepolcro +spalancato. Ma mentre Giobbe in mezzo alle tenebre +del dubbio e del dolore fa risplendere l’autorità d’un Dio +onnipotente e benefico, i poeti della melancolia sopprimono +quasi del tutto quell’alta intervenzione e abbandonano +l’uomo a sè stesso su questo suolo deserto composto delle +nostre ceneri e intriso delle nostre lacrime. Tale è l’impressione +che ti lasciano nell’animo le <i>Confessioni</i> di Rousseau, +il <i>Werther</i> di Gœthe, il <i>René</i> di Chateaubriand, il +<span class="pagenum" id="Page_xxviii">[xxviii]</span> +<i>Childe Harold</i> di Byron. Vi sono poi quelli che levato via +il principio del bene vi sostituiscono a dirittura il principio +del male e fanno l’uomo un vil ludibrio d’una cieca ed iniqua +fatalità. Da tale atroce teoria procedono il <i>Candido</i> di +Voltaire, il <i>Don Juan</i> di Byron. +</p> + +<p> +Puschin non trascorre in tali eccessi. La sua Musa è +piuttosto ilare che mordace, piuttosto graziosa che grave. +Il suo <i>Eugenio Anieghin</i>, che a prima vista sembra partecipare +assai del <i>Don Juan</i>, somiglia, ora ad un leggiadro idillio, +ora ad una festosa novelletta, e quel c’ha di tragico è condito +di tanta amenità che non t’inspira orrore. +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +Prima di chiudere questo preambolo, fa d’uopo ch’io dia +alcuni schiarimenti intorno alla mia traduzione. Quando si +tratta d’un libro greco o latino, il traduttore è astretto a una +esattezza scrupolosa, perchè ogni scritto di quei tempi è un +monumento prezioso per la scienza, più ancor che per le +lettere. Ma quando si tratta d’un autore moderno, il traduttore, +credo, può prendere qualche licenza col testo per +renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho +aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena +adombrato dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti +inutili che facevano inciampo all’andatura del racconto; ho +trasposto alcune particolarità che il poeta russo non aveva +collocate nel loro ordine logico. +</p> + +<p> +Darò qui due esempi delle libertà da me prese. +</p> + +<p> +Nella strofa seconda del capitolo quarto del poema +d’<i>Eugenio Anieghin</i>, il poeta dice: +</p> + +<p> +«La brina‍<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> ingemma i prati e screpola sotto i passi +del camminante. (Il lettore s’aspetta forse che io metta +alla rima alcune <i>rose</i>;‍<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> ma se le porti il diavolo).» +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_xxix">[xxix]</span> +</p> + +<p> +Questa parentesi che è graziosa in russo, riesce in italiano +una freddura. Ho dunque creduto bene di ometterìa. +</p> + +<p> +Il poema della <i>Fontana di Bakcisarai</i>, comincia in questo +modo: +</p> + +<p> +«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra +fuma nella di lui bocca. I vili cortigiani s’affollano +silenziosi intorno al minaccioso khan. <i>La calma regna +nel palazzo</i>; tutti con rispettosa attenzione spiano ec.» +</p> + +<p> +Ho tradotto nel seguente modo: +</p> + +<p> +«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra +fuma nella di lui bocca. La calma regna nel palazzo; +i vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al minaccioso +khan. Tutti ec.» +</p> + +<p> +Evidentemente, quella circostanza della <i>calma</i> va dove +l’ho collocata io; perchè dove l’ha messa il poeta genera +confusione, e interrompe senza utilità il corso del racconto. +</p> + +<p> +Puschin nell’<i>Eugenio Anieghin</i> descrivendo i costumi +della società galante, adopra un gran numero di voci francesi. +Le ho mantenute nella mia traduzione perchè la maggior +parte di esse sono note a tutti i lettori e usate anche +in Italia nel discorso familiare. Il poeta vuole evidentemente +deridere il linguaggio dei <i>dandy</i> imitandolo. +</p> + +<p> +Solamente dopo finita questa traduzione, intesi che due +poemi di Puschin: <i>Il prigioniero del Caucaso</i> e <i>La fontana +di Bakcisarai</i>, sono stati recati in versi italiani dal signor +marchese Boccella. Ma per quanta diligenza abbia usata, +non m’è venuto fatto di incontrare quel volume. +</p> + +<p> +Alcuni pezzi lirici del Puschin egregiamente volti in +italiano dal signor Ignazio Ciampi, comparvero, l’anno +scorso, in un volumetto stampato nella tipografia Le Monnier.‍<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> +</p> + +<hr class="silver"> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_xxxi">[xxxi]</span> +</p> + +<h2 title="Cenno sulla lingua russa"> </h2> +</div> + +<p> +Forse un cenno intorno alla lingua russa non riescirà +discaro ai lettori dei racconti di Alessandro Puschin. +</p> + +<p> +Ad eccezione del Turco, del Finnico, dell’Ungherese +e del Basco, tutte le lingue europee derivano dal Sanscrito, +antico idioma indiano. Queste lingue erano nell’origine +cinque o sei sole, che poi si suddivisero in infiniti dialetti. +Ecco un breve quadro sinottico della famiglia: +</p> + +<table class="ag"> + <tr> + <td colspan="3"><b>Sanscrito</b>.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Celtico.</i></td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl"> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Erso.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Irlandese.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Gaelico ec.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Greco.</i></td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl"> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Dorico.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Attico.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Ionio.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Eolico ec.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Romaico ossia greco moderno.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Latino.</i></td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl"> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Etrusco ed ombro.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Osco.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Provenzale. Italiano. Spagnuolo. Portoghese. Vallacco. Francese ec.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Gotico e Teutonico.</i></td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl"> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Svedese.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Danese.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Tedesco.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Orlandese.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Inglese ec.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Slavone.</i></td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl"> </td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Lituano.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Russo.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Illirico.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Pollacco.</td> + </tr> + <tr> + <td> </td> <td class="bl"> </td> <td class="bl">Boemo ec.</td> + </tr> +</table> + +<p> +In tutte queste lingue le radici primordiali sono le +stesse; il sistema di declinazione e di coniugazione è lo +stesso; il metodo di derivazione e di composizione è lo +stesso. Chi dubitasse di tal verità consulti le opere ove se +ne trova la dimostrazione, e in ispecie: la <i>grammatica comparativa</i> +di Francesco Bopp, le <i>Ricerche etimologiche</i> di +Federico Pott, il Sunto di questi lavori, fatto dall’Eichhoff +nel libro intitolato <i>Parallèle des langues de l’Europe et de +<span class="pagenum" id="Page_xxxii">[xxxii]</span> +l’Inde</i>, e finalmente il mio libro: <i>La langue française dans +ses rapports avec le sanscrit et avec les autres langues indo-européennes</i>. +</p> + +<p> +La lingua russa deriva direttamente dallo slavone. Non +v’è mischiato nessuno altro idioma, e presenta in ogni sua +parte un carattere omogeneo, regolare, armonico, che manca +a molti idiomi moderni più coltivati e più illustri. +</p> + +<p> +Per la declinazione, la lingua russa e la pollacca sono +le sole europee che possano gareggiare col latino. La lingua +russa non conosce li articoli, quel flagello dei dialetti +neo-latini; esprime le relazioni dei vocaboli fra loro, a +forza di desinenze come il Latino e il Sanscrito. Il Sanscrito +ha otto casi: il <i>nominativo</i>, l’<i>accusativo</i>, l’<i>instrumentale</i>, +il <i>dativo</i>, l’<i>ablativo</i>, il <i>genitivo</i>, il <i>locativo</i>, il <i>vocativo</i>. Il +russo e il pollacco ne hanno sette: il <i>nominativo</i>, l’<i>accusativo</i>, +l’<i>instrumentale</i>, il <i>dativo</i>, l’<i>ablativo</i>, il <i>genitivo</i>, il +<i>vocativo</i>. Il latino ne ha sei: il <i>nominativo</i>, l’<i>accusativo</i>, il +<i>dativo</i>, l’<i>ablativo</i>, il <i>genitivo</i>, il <i>vocativo</i>. Il greco ne ha +cinque: il <i>nominativo</i>, l’<i>accusativo</i>, il <i>dativo</i>, il <i>genitivo</i>, +il <i>vocativo</i>. La coniugazione sanscrita è molto ricca e complicata: +la greca sola le può stare a confronto: la latina è +povera in paragone di quelle, e la russa e la pollacca sono +ancor più povere della latina; ma suppliscono ai tempi che +loro mancano, mediante gli ausiliari <i>avere</i> ed <i>essere</i>. Ciò +nondimeno la lingua russa e la pollacca sono di tutte le +europee le più alte a tradurre i testi latini con una concisione +che gli altri idiomi, carichi di articoli, di particelle, +di ausiliari, non possono raggiungere. +</p> + +<hr class="silver"> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p> + +<h2 id="caucaso">IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO.</h2> +</div> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> +</p> + +<h3>I.</h3> + +<p> +I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle +soglie dell’<i>aúl</i>.‍<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a> I loro ragionamenti versano intorno +ai pericoli della guerra, alla bellezza dei destrieri, +alle delizie della vita alpestre; narrano le loro incursioni +nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro +sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi +de’ loro accorti capitani, la distruzione dei +borghi incendiati e le tenere carezze delle captive +dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo al +silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori. +Ma tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere +che strascina dietro a sè un giovine prigioniero +legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il Circasso +vincitore. A quel grido tutto l’accampamento +accorre in furia, e ogni cuore freme di vendetta. Il +prigioniero muto, intirizzito, giace immobile colla testa +bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non +bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte +sembra che già imbruni la di lui faccia e un feral +gelo gli serpe per l’ossa. +</p> + +<p> +Rimane steso a terra, abbandonato e solo. Verso +mezzo giorno, una lieta scintilla di sole gli irradia la +<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> +fronte: ristorato da quel dolce calore, si sente rinascere, +e pian piano solleva dal suolo il debil fianco; +gira lentamente gli occhi intorno, e ovunque li fissa, +niente altro distingue che monti inaccessibili, asilo +d’un popolo di predoni, riparo e rôcca naturale dei +Circassi. Serba appena una imagine confusa dell’accaduto; +ma ode tintinnire le catene che gli gravano +i piedi: quell’orribil suono gli richiama a mente +la sua condizione funesta; e allora, più non scorge nè +terra nè cielo. Addio, cara e santa libertà! Egli è +schiavo. +</p> + +<p> +Ha per covile un recinto di pali fortissimi, contiguo +alle capanne dei masnadieri. I Circassi vagano +per la pianura; l’<i>aúl</i> è vuoto d’abitanti; nessuno +osserva il giovine Russo. Dinanzi a lui schiudonsi le +profonde valli del Caucaso ammantate di verdeggianti +selve; al di sopra schieransi in anfiteatro i gioghi e le +guglie irte di ghiaccio. Un sentiero tristo e solingo sale +e scende su quelle pendici, e svanisce per quelle foreste. +A tal vista, il petto dell’infelice palpita commosso +da violenti affetti.... Quel sentiero conduce in Russia, +nella contrada ove altero, avventuroso, passò i +più belli anni suoi; ove assaporò le prime gioie della +vita, ove amò tanto, ove tanto soffrì, ove, finalmente, +dopo aver lasciato nel vortice delle passioni la speranza, +l’allegria, il desiderio, recuperò una seconda +volta le illusioni dell’età fiorita. Adesso egli conosce +gli uomini, e sa valutare a dovere questa nostra fugace +esistenza. Fra i fiori dell’amicizia ha incontrato il +laccio del tradimento; nel nappo dell’amore ha sorbito +un veleno; ludibrio d’una vanità ch’egli pur da gran +tempo aborriva, bersaglio della maldicenza bifida e +<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> +della onesta calunnia, egli lasciò il patrio nido, e +apostata della società, spiegò l’ali verso una riva longinqua, +colla libertà per guida e per compagna. +</p> + +<p> +Ma ormai son caduti nel nulla tutti i suoi progetti, +le ultime sue illusioni son andate fallite: egli +è schiavo. Posa il capo sopra un masso che indorano li +estremi riflessi del crepuscolo vespertino, e aspetta la +morte. Già la luce del giorno è spenta. Uno strepito +tumultuoso sorge in lontananza; i malandrini riedono +agli <i>aúl</i>, armati di falci. La brace sfavilla nei focolari; +a poco a poco il rumore si va placando, la calma e +il riposo occupano la terra. La luna dirada l’oscurità +e a quel tremolo bagliore l’occhio discerne nella valle +un ruscelletto che saltella spumante di balza in balza, +e le nuvole che s’attorcono qual turbante alle vette +serene dei monti. Ma chi s’avanza con passo cauto +e lento sotto la face dell’astro notturno? Il Russo si +desta; vede una fanciulla circassa che a lui s’appressa; +la mira con mestizia, ed esclama: “È un +sogno quel ch’io miro, è una larva suscitata dalla mia +delirante fantasia?”.... Col bel volto suffuso d’un +sorriso di simpatia la vergine s’inginocchia accanto +al prigioniero, e gli mesce una tazza di <i>kumi</i>‍<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> rinfrescante. +Egli afferra la tazza, ma non pensa a gustarne; +sugge invece i soavi raggi che piovono da +quei begli occhi, e invaghito della vezzosa incognita, +si affatica, ma indarno, di comprendere i suoni che vibrano +su quelle rosee labbra. Non penetra il senso +delle parole non udite avanti, ma capisce bensì la +grazia di quello sguardo, il rossore di quelle guance, +<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> +l’intonazione di quella voce che gli dice: “Coraggio!” +Già il prigioniero si sente meno sconsolato. +Gli si ravvivan le forze; erge il capo languido, e +appaga l’ardente sete nella bevanda offertagli. Poi +ricompone la testa sopra il sasso; ma non rimuove più +la vista dalla gentil donzella, la quale sen sta a lungo +seduta accanto a lui per confortarlo; e sebben egli +non possa intenderla, pure essa segue a parlargli e +parlandogli sospira; e i di lei biondi cigli s’imperlano +di lacrime. +</p> + +<p> +Il tempo passa come onda. Il prigioniero incatenato +mena i giorni pei monti custodendo la greggia. +Il gelido arco d’una grotta lo difende dagli ardori del +sole; e quando l’eburnea luna sorge sui colli, la gentil +verginella, sboccando da un sentiero coperto e misterioso, +gli arreca del <i>kumi</i>, del miele e della candida +farina di miglio; divide seco lui quel pasto clandestino, +e frattanto contempla assiduamente lo straniero. Finita +la cena, gli modula le canzoni della Georgia; gli +spiega coi gesti i termini che gli riescono oscuri, e fa +di tutto per imprimergli nella mente qualche parola +circassa. Essa ama per la prima volta, per la prima +volta prova la voluttà; ma il Russo non può corrispondere +a quell’affetto ingenuo, leale, sviscerato; +forse teme di raccendere una antica fiamma da gran +tempo sopita. La gioventù non fugge improvvisamente, +la virtù sua non ci abbandona a un tratto, e +spesse volte in età matura godiamo un diletto inaspettato: +ma non ti ritroviamo mai più, cara illusione +del primo amore, delirio celeste della prima passione; +no, tu non torni più mai. +</p> + +<p> +Il prigioniero dissimulava il rammarico della sua +<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> +perduta libertà, e sembrava essersi per disperazione +rassegnato al suo nuovo e crudel destino. Durante +le fresche ore mattutine, egli si reca a stento +fra gli ispidi scogli; getta l’avido sguardo sulle lontane +schiene dei monti grigi, cerulei, biondeggianti, +maraviglioso quadro dipinto dalla natura. Le loro +ardue sommità gli appariscono quai troni delle nevi +eterne e delle tempeste. Framezzo a quei vertici sublimi +spiccasi l’Elboro, colosso bicipite, cinto d’un +diadema di gelo il cui splendore gareggia col chiaror +degli astri. Allorchè scoppiavan le saette e rimbombava +la voce del tuono mista a quella dei turbini, oh +quante volte il prigioniero si fermò immobile sul cucuzzolo +d’un poggio che sovrastava all’<i>aúl</i>! Le nubi +fluttuavano come mare sotto ai suoi piedi; una colonna +di polvere rotava per la steppa; il cervo impaurito +ricoveravasi nelle caverne; le aquile si libravano +inquiete intorno ai precipizi, e assordavano l’eco +con acuti schiamazzi; il calpestío dei cavalli, il +muggito degli armenti, facevan coro al suon della +bufera. La grandine e la pioggia scrosciavano +sui prati pei fori delle nuvole indorate dallo splendor +dei lampi; mille torrenti, nati in un momento sulle +groppe dei monti, squarciavano il terreno in ogni +dove, e rovinavano abbasso levando seco ingenti +blocchi di granito.... Il prigioniero frattanto solo sulle +alture dietro il nembo e la folgore, aspettava che riedesse +il sole apportator di calma, e ascoltava con +secreto diletto l’impotente furore della burrasca. +</p> + +<p> +Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli +i costumi di quei popoli, le loro pratiche religiose, il +loro modo d’educazione. Ammirava la semplicità, +<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> +l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari. L’incantava +la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità +dei loro passi, la robustezza delle loro braccia; si +compiaceva in vedere il giovine circasso, il quale, +colla berretta a punta sulla testa, colla <i>burca</i>‍<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> sulle +spalle, incurvando il petto sul pomo della sella, assettando +il piccol piede nelle staffe, varca i deserti illimitati +sull’ali d’un destriero, e così s’indura da +fanciullo ai pericoli della vita errante del bandito. Il +Russo esamina con curiosità l’abbigliamento bellico +di quegli eroi selvaggi. Ogni Circasso va irto di ferro; +nell’armi sue ripone egli il suo onore e il suo +bene; sempre ha indosso una maglia, un archibugio, +una faretra, una balestra, uno stiletto, un laccio, e +una sciabola compagna fedele delle sue fatiche e dei +suoi riposi. Tale peso è per lui lieve, e porta quelli +attrezzi in modo, che nemmen quando egli cammina +fanno il minimo rumore. Fante o cavaliere, ogni +Circasso ha aspetto truce e indomito, e combatte +senza posa i neghittosi Cosacchi. Il Circasso ha per +tesoro e per amico costante e paziente il suo corsiero, +figlio dei più belli stalloni dell’Asia. Con questo si +appiatta in un antro o fra l’erba fitta; tutto a un +tratto, si slancia come fulmine sul viandante; in men +che nol dico, abbatte l’infelice, gli avvolge un laccio +al corpo, e dietro se lo tira a traverso i burroni e i +dirupi. Il cavallo tocca terra col ventre; si fa strada +dappertutto, per le paludi, per le macchie, pei dumeti, +pei greppi e per le frane: una striscia di sangue +segna i luoghi ove passa. Ecco, cápita a un torrente +<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> +che trabocca: ma non perciò s’arresta; s’avventa +impavido nel baratro spumoso, e il prigioniero immerso +in seno alla voragine assaggia l’acqua torbida, +e invoca la morte a liberarlo da tanti mali. Ma il vigoroso +cavallo ha già raggiunto la riva e già riprende +il suo corso a traverso il deserto. +</p> + +<p> +Alcune volte il Circasso ferma uno stipite +sbarbicato che nuota in preda alle acque; e quando +il cupo drappo della notte involve i colli, l’avventuriere +depone sulle radici, o appende ai rami degli alberi +circostanti la targa, la <i>burca</i>, la lorica, l’elmo, +e non serba presso sè che il turcasso e l’arco; quindi +entra pian piano e con risoluzione nelle rapide onde. +La terra tace; il fiume ferve e rugge; il tronco galleggiante +sen porta, come navicella, l’animoso sgherro. +I Cosacchi sparsi sulle sponde e sulle erte, appoggiati +alle aste, considerano il torrente scevri d’ogni +sospetto, e già l’omicida sta loro vicino e li minaccia. +A che pensi, o Cosacco? Riepiloghi forse le tue +antiche prodezze, le veglie nei bivacchi, le preghiere +alzate al cielo avanti la lotta per la patria? O rimembranze +perfide!... Addio i liberi villaggi, il tetto paterno, +il maestoso Tanai, le zuffe ardenti e le belle +fanciulle! Il barbaro nemico già ti adocchia; la freccia +scocca dall’arco, parte, sibila.... e il misero Cosacco, +ferito a morte stramazza al suolo. Ma quando +imperversano gli elementi, il Circasso se ne sta tranquillo +colla sua famiglia accanto al focolare acceso; +e allora, se il viandante stanco, sorpreso dalle tenebre, +entra nel tugurio del guerriero e si asside +sopra uno scanno, il padrone si rizza per far lieta accoglienza +al forestiero, gli augura la buona venuta, +<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> +e gli fa empire una ciotola di <i>tcikir</i>‍<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> odoroso. Lo straniero +imbacuccato nel suo gabbano stillante di pioggia, +riposa in sicurezza nella casipola affumicata, e, +la mattina seguente, lascia con rincrescimento il +queto ospizio ove ha pernottato. +</p> + +<p> +Fu un tempo in cui i giovani si adunavano per +festeggiare il santo Beiram con mille giochi diversi. +Ora, dividendo fra loro un turcasso pieno, +trafiggevano coi pennuti strali l’aquila spaziante +fralle nubi; ora, al cenno convenuto, piombavano +impetuosi dal sommo di un colle, e come daini che +radono appena il piano, correvano tutti a gara pei +campi polverosi. +</p> + +<p> +Ma la pace monotona genera tedio nei cuori +nati alle battaglie; e non di rado fra i divertimenti dei +giorni d’ozio sorgevano tremende contese. Spesse +volte in mezzo ai tripudi ed ai banchetti si vedevan +balenar le scimitarre, e le teste degli schiavi rotolare +a terra fra gli applausi feroci dei fanciulli. +</p> + +<p> +Il Russo si contentava d’assistere a quei sanguinosi +scherzi, ma non vi prendeva parte. Anche egli +avea provato la febbre della gloria e ambito una illustre +fine. Martire d’un onore spietato, anche egli +avea veduto la morte da vicino, esponendosi con calma +e con fermezza alle palle micidiali dei duelli. Forse +gli torna in mente, contemplando quei certami e quei +simposi, il tempo in cui circondato d’amici egli sedea +con essi a lauta mensa? — Forse lo ange la rimembranza +dei dì spariti, delle speranze perdute? — oppure +osserva con gaudio quei semplici e barbari +diporti e con curiosità vi studia quasi in uno specchio, +<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> +i costumi di quel popolo? Frattanto occulta in +profondo silenzio l’agitazion del cuore, e non ne lascia +trasparire il minimo segno sulla altera sua fronte. +I fieri Circassi meravigliati del di lui contegno +sdegnoso e audace, gli risparmiano le fatiche della +servitù, superbi di possedere un tale schiavo. +</p> + +<h3>II.</h3> + +<p> +La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la +conoscesti l’ebbrezza dell’anima, l’estasi e la beatitudine +dei sensi. Le tue luci divampano d’amore e +di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte, +t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante +di giubbilo e di brama, più non pensi che a lui +solo, ed esclami: “O gentil prigioniero, rasserena lo +sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo, +oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco +nel deserto, o arbitro del mio fato! Amami! Nessuno +innanzi a te m’avea baciato gli occhi; niun Circasso +dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla +mia coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile. +So che sorte mi attende: il padre e il fratello +voglion vendermi a prezzo d’oro a un ricco cui aborrisco; +ma supplicherò il padre e il fratello, e se non +li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una +forza irresistibile, soprannaturale, mi spinge verso +di te; io t’amo, o gentil prigioniero, e l’anima mia +è tutta tua....” +</p> + +<p> +Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far +motto, la appassionata giovinetta, e ascolta con un +tetro presentimento quelle affettuose parole. L’immagine +dei giorni andati gli si affaccia al pensiero, e +<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> +oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto.... +La vista di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza +più che piombo. Finalmente confida alla pietosa +le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le dice; +“non son degno della tua bontà. Non perder meco i +dì preziosi di gioventù; dona il cuore a uno che meriti +di goderlo e che ti vendichi della mia freddezza. +Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua bellezza, +il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini +accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo +privo di desideri e d’entusiasmo. Mira sulla mia +fronte tutti gli indizi d’un infelice amore e d’una +interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire le +mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi +prima, allorquando io credeva alla speranza e ai +sogni del cuore? Ormai è troppo tardi. Io son morto +alla felicità; tramontò per me l’astro del piacere; i +miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce dell’amore.... +</p> + +<p> +”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto +coll’indifferenza, le lacrime di due begli occhi +con un gelido riso! Dura condizione quella d’un +amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra +donna fralle braccia d’una appassionata fanciulla!... +</p> + +<p> +”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e +immersa nella voluttà, lasci scorrere inosservato il +tempo fugace, io, astratto, meditabondo, discerno innanzi +a me, quasi in sogno, le sembianze della mia +diletta; io la chiamo per nome; a lei mi appresso; +non vedo, non sento più altro che lei: e mentre io +giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non te, ma +quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di +<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> +lacrime l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna, +e, senza di essa, l’anima mia è simile ad una +vedova derelitta e tribolata.... +</p> + +<p> +”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce, +le acerbe memorie, e il pianto che non puoi divider +meco. Udisti le mie sciagure; dammi un amplesso +e separiamoci. Dolore di donna poco dura; +presto ti scorderai di me; sopravverrà la noia, e +amerai di nuovo.” +</p> + +<p> +La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse, +col ciglio asciutto; il di lei sguardo torbido e +immoto esprimeva un rimprovero; pallida come uno +spettro essa tremava, e teneva la fredda mano impalmata +in quella dello straniero; finalmente sfogò +l’interno affanno in questo modo: +</p> + +<p> +“O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per +la vita prima di conoscere i tuoi casi? Poche notti +la giovine circassa ha riposato nel tuo letto, e poche furono +le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno +esse mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi, +o forestiero, lasciarmi nell’errore; potevi, tacendo, +illudermi, e almeno pietosamente bearmi di finte +carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure +umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante +il tuo sonno irrequieto.... Non hai voluto. Ma +chi è mai questa bella che adori? Tu ami, o Russo, +e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo +lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio +martíre....” +</p> + +<p> +Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo +della fanciulla. La rampogna venne meno sulla di lei +bocca. Priva di sentimento, stretta alle ginocchia dello +<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> +straniero, appena aveva essa la forza di trarre il +fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra +così parlolle: “Non piangere, o infelice! Anch’io +provo gli oltraggi dell’avversa fortuna e i rigori dell’indifferenza. +Amo, e non sono amato.... amo solo, +soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra +meteora che si dilegua nella valle deserta.... Morrò +lontano dal lido a me caro; queste steppe mi saran +sepoltura.... e il ferro di queste catene righerà le mie +ossa esiliate....” +</p> + +<p> +Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati +di candida neve si illuminano dalla parte d’oriente, +i due sventurati si separano in silenzio colla testa +bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da quell’ora +in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo +intorno all’<i>aúl</i>. L’aurora succede all’aurora; la sera +sussegue alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene. +Se guizza una camoscia fra i burroni, se un +daino balza fralle nebbie, egli scuote i suoi ceppi e +mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen +viene furtivamente ad assalire l’<i>aúl</i>, e a liberare i +Russi ivi detenuti. Chiama.... ma nessun risponde, e +non ode altro suono che il mormorío delle acque e +lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare dell’uomo, +si rintanano nelle loro buche. +</p> + +<p> +Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei +monti il grido di guerra circasso: <i>i cavalli! i cavalli!</i> +Quindi un correre, un urlare confuso nell’accampamento, +uno strascicar di bridoni, un nereggiar +di <i>burche</i>, un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli.... +tutto l’<i>aúl</i> parte per una spedizione. Gli indomiti +alunni di Marte precipitano a guisa di cataratte dalle +<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> +alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le opulenti +campagne del Cubano. +</p> + +<p> +Ma ora, l’<i>aúl</i> giace sepolto nel riposo. I cani +vigilanti cucciano al sole davanti alle soglie; i bambini +brunetti e nudi ruzzano e schiamazzano in libertà; +i vecchi siedono attorno in crocchio venerando; +il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande +azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali +cantati dalle ragazze, e a quella melodia sembra +loro di sentirsi ringiovanire. +</p> + +<p class="pad1 center"> +CANZONE CIRCASSA. +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i09"> I.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Regna il silenzio sulla steppa vasta;</p> +<p class="i02"> Tace il Caucaso avvolto in velo bianco;</p> +<p class="i02"> Dorme il Cosacco spensierato e stanco</p> +<p class="i02"> Col capo chino sulla fulgid’asta.</p> +<p class="i02"> Mira quell’onde, o amico, e quelle spume:</p> +<p class="i02"> I Cecceneti scendono sul fiume.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i09"> II.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Va il Cosacco in barchetta per pescare,</p> +<p class="i02"> Ma del lido non sa tutti i ripieghi.</p> +<p class="i02"> Bada, o Cosacco, che tu non t’anneghi</p> +<p class="i02"> Come un bambino che non sa notare</p> +<p class="i02"> E che pur di varcare il rio presume:</p> +<p class="i02"> Il Circasso t’aspetta in riva al fiume.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i09"> III.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">In riva al fiumicel con lento passo</p> +<p class="i02"> Van le fanciulle a coglier le viole,</p> +<p class="i02"> O tesson qua e là gaie carole.</p> +<p class="i02"> Scappate, o forosette! ecco il Circasso</p> +<p class="i02"> Che rapir le ragazze ha per costume:</p> +<p class="i02"> Il Circasso vi coglie in riva al fiume.</p> +</div></div> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> +</p> + +<p> +Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda, +il Russo macchinava la fuga; ma i ceppi suoi +son gravi, il flutto è alto, la corrente è veloce. Frattanto +la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti s’annebbiano; +appena di quando in quando echeggia +nelle valli la pedata di un corsiero; cessò il crocitar +dell’aquila; i cervi riposano nelle boscaglie ombrose +sull’orlo de’ fiumi; gli <i>aúl</i> s’addormentano, e il roseo +barlume della luna riverbera sulle capanne bianche +dei Circassi. +</p> + +<p> +Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben +noto: scorge un velo femminile che svolazza al vento: +è dessa. Vacillante, smorta, la figlia del deserto +non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia adombra +quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti +sul seno e sulle spalle. Nella destra stringe una lima, +colla sinistra un pugnale; diresti che move a una +congiura o a un assalto notturno. Fisa lo sguardo +sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i +Circassi non ti possono incontrare. Affréttati.... non +perder l’ora propizia.... Togli questo pugnale; nessuno +scoprirà la tua traccia nella caliginosa oscurità....” +</p> + +<p> +Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano +incerta si accinge a rompere gli anelli che gli accerchiano +i piedi. Il ferro cigola sotto la lima mordace: +una lacrima involontaria zampilla dal ciglio della +giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,” +essa esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela +l’amore e il dolore che le straziano il petto. La brezza +stridula gonfia e sbatte la di lei gonna. “O fida amica,” +grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo +<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> +fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci +regioni; vientene meco....” +</p> + +<p> +“Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa, +“il calice della vita è per me esausto. Ho provato +tutto; ho gustato la felicità. Passò quel tempo; +non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?... +raggiungila, adorala; a che sospiro io così?... +che dritto ho io ai tuoi affetti? Addio!... ogni istante +del giorno io ti benedirò.... addio!... dimentica le mie +torture, e porgimi la mano per l’ultima volta....” +</p> + +<p> +Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le +braccia, ne circonda la bella Circassa, e con un lungo +bacio di separazione, suggellano la sincerità del loro +amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano +silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa +nel rio; già nuota e fa biancheggiar l’acqua +intorno; già approda agli scogli opposti, già li agguanta +e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo e +un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati, +e volge in giro la vista.... l’argentea spuma +risplende sulla cresta dell’onda, ma la giovine Circassa +non appare nè sul margine del fiume nè a piè +del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito +di zeffiro fra i giunchi del lido; e già i vortici formatisi +sull’acqua a poco a poco si cancellano nella +corrente imbrillantata dalla luna. +</p> + +<p> +Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo +all’<i>aúl</i> circondato di siepi, ai prati ove menava a +pascer le pecorelle, ai dirupi ove trascinava le sue +catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno, +mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un +inno di libertà. Le dense tenebre incominciano a +<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> +diradarsi; i primi albori lambiscono le cime; l’aurora +spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero +che conduce in Russia: già le baionette dei +Cosacchi gli scintillano davanti fra le nebbie mattutine, +e i soldati in vedetta sui poggi annunziano il +suo arrivo. +</p> + +<h3><span class="smcap">Epilogo.</span></h3> + +<p> +Così la Musa, leggiadra compagna delle mie ore +d’ozio, si slanciava ai confini dell’Asia, e coglieva i +fiori selvatici del Caucaso per farsene una ghirlanda. +L’allettavan i bizzarri arredi di quella stirpe bellicosa, +e più d’una fiata la bella Camena mi apparve in +quell’acconciamento insolito. Addobbata in tal guisa, +essa vagava sola intorno alle capanne abbandonate, +e porgeva orecchio alle ballatelle delle fanciulle derelitte. +Essa amava quelle tribù militari, quei Cosacchi +baldanzosi e sempre all’erta, quei tumuli, +quelle tombe, quei cavalli. Dea del canto e dei racconti, +carca d’un tesoro di rimembranze, forse un dì +fia ch’essa illustri le leggende antiche del Caucaso. +Narrerà il gran duello di Mistislao; gl’inganni e +l’empietà delle belle Georgiane che scannarono i +Russi innamorati; celebrerà il glorioso istante in cui +la nostra aquila bicipite oscurò colle ali il Caucaso +sbigottito; quando il primo fulmine di guerra scoppiò +sul Terek petroso, quando vi romoreggiò il primo +tamburo russo, e quando l’audace Zizianof vi portò +la strage.... Celebrerò le tue gesta eroiche, o Cotliarevschi +flagello dei Circassi! Ovunque movevi le orme, +cadevano, perivano le turbe, come mietute da +<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> +inevitabil lue. — Ora, hai scinto la lama ultrice, hai +fatto divorzio colla guerra. Screziato di nobili ferite, +assaggi le delizie della domestica felicità e della pace, +che pur ti grava e ti incresce.... Ma, ascoltate! +l’Oriente grida: <i>armi, armi!</i>... Umilia la canuta fronte, +sottoponti al giogo, o Caucaso! Ecco Ermolof. E il +bèllico richiamo già cessa e tutto obbedisce al brando +moscovita. Superbi figli del Caucaso, combatteste e +foste esterminati; nè il vostro coraggio, nè le vostre +loriche fatate, nè gli aspri monti, nè i veloci corridori, +nè l’amore di quella vostra barbara indipendenza, +bastò a salvarvi! Simili ai discendenti di Bati,‍<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> dimenticherete +un giorno i vostri progenitori, ingentilirete +i vostri costumi, e getterete via le vostre +frecce crudeli. Il viandante potrà arrischiarsi senza +timore nelle angustie ove ora vi postate in agguato; +e la voce della tradizione tramanderà ai posteri la +fama del vostro castigo. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p> + +<h2 id="nulin">IL CONTE NULIN.</h2> +</div> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> +</p> + +<p> +Presto! Presto! I corni rimbombano; i bracchieri +in gran gala stanno in sella sin dall’alba; i +levrieri saltellano nei guinzagli. Il signore s’avanza +sul verone, colle mani puntellate ai fianchi; esamina +ogni cosa, e una amabile serietà gli splende sul volto. +Ha indosso un soprabito tartaro, un coltello turco +a cintola, una boccetta di rum ad armacollo, e un +corno appeso a una catena di bronzo. Sua moglie, +colla scuffia da notte in capo, con un semplice fazzoletto +sulle spalle, tutta sonnacchiosa e indispettita, +osserva dalla finestra quella turba d’uomini e di +cani. Arriva il cavallo del padrone. Questi impugna +la criniera, inforca gli arcioni, e grida alla consorte: +“Non m’aspettare!” E tosto sprona, e via. +</p> + +<p> +Negli ultimi giorni di settembre (per parlare come +si parla in prosa) la campagna è noiosa; piove, +fa della mota, tira vento, neviscola, e i lupi ululano +intorno alle ville. Ma questo appunto è ciò che piace +al cacciatore! Sdegna egli le mollezze della vita; +lancia il corsiero nelle vaste campagne; cangia ogni +sera soggiorno; bestemmiando, inzuppandosi, e mangiando +a più non posso, insegue le fiere e ne fa orrenda +strage. +</p> + +<p> +Ma che sarà della signora, durante l’assenza del +<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> +marito? Non le mancano le faccende. Salare i funghi, +pascere le oche, ordinare il pranzo e la cena, +sorvegliare la cantina e il granaio. L’occhio della padrona +è necessario in ogni dove; vede bene e vede +tutto. +</p> + +<p> +Sventuratamente, la nostra eroina.... (Ah che +mi sono scordato di dirvi il suo nome! Suo marito la +chiamava Taliuccia; — noi la chiameremo Natalía +Pavlovna.) Natalía Pavlovna dunque non s’intendeva +punto dei suoi interessi domestici, per la ragione +che era stata educata, non già nella casa paterna, +ma in una pensione nobile diretta da una emigrata +francese, madama Falbalà. +</p> + +<p> +Sta a sedere innanzi alla finestra; sul tavolino +giace aperto il quarto volume d’un romanzo sentimentale +intitolato: <i>Amours d’Elisa et d’Armand ou +La correspondance de deux familles</i>; romanzo classico, +antico, lungo, lungo, lungo, morale, decente e scevro +di sottigliezze romantiche. +</p> + +<p> +Natalía Pavlovna cominciò a leggerlo con attenzione; +ma, frastornata dalla zuffa d’un becco con +un cane, s’affacciò alla grata per mirar la giostra. +I monelli di strada si smascellavan dalle risa; le +tacchine dell’orto incalzavano, stridendo, un gallo +fradicio; tre anatre sguazzavano in una pozzanghera; +una vecchia attraversava il cortile fangoso per +andare a stendere la biancheria nel chiuso; il cielo +s’annuvolava; pareva che volesse nevicare.... tutto a +un tratto s’udì in lontananza un tintinnío di sonagli. +</p> + +<p> +Chi ha vissuto un pezzo in una villa isolata, +sa per esperienza quanto il distante squillo dei sonagli +esalta il cuore e la immaginazione. Forse sarà +<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> +qualche amico attardato, qualche compagno della nostra +gioventù.... Forse sarà <i>dessa</i>?... Dio mio!... s’accosta, +s’accosta.... Il cuore ci balza in petto. Il rumore +s’appressa sempre più... ma ohimè! già s’indebolisce, +si dilegua e svanisce dietro il monte. +</p> + +<p> +Natalía Pavlovna vola al balcone. Quella musica +la rallegra; guarda e scorge una calescia che +corre accanto al mulino al di là del fiume.... ora passa +il ponte.... vien da lei senza dubbio... no.... svolta a +sinistra. — Natalía la segue cogli occhi, e quasi piange +dal dolore. Ma di subito.... oh che fortuna! Nello +scender la china, la calescia ribalta. +</p> + +<p> +“Filippo, Basilio! Ehi di casa! Presto! è ribaltata +una calescia! Conducetela qua, e invitate a pranzo +il viaggiatore.... ma sarà vivo?... andate a domandarne.... +presto, presto!” +</p> + +<p> +Il servitore parte. Natalía Pavlovna accomoda +in fretta i suoi ricci, si getta uno scialle in dosso, +tira le cortine, spinge una sedia, e aspetta: quanto +le converrà aspettare? Finalmente arrivano; arrivano +finalmente. Impillaccherato dalla melletta della +strada, tristo e mezzo sciancato, s’avanza l’equipaggio. +Segue il signore zoppicando. Il cameriere +francese non si sgomenta; va ripetendo: <i>allons! courage!</i> +Salgono sul verone; entrano nel vestibolo. +Mentre il cameriere <i>Picard</i> brontola, e si adira; +mentre il signore introdotto a porte spalancate in +una stanza separata, s’occupa della sua toelette; +domanderete forse chi è costui? Egli è il conte +Nulin che torna dall’estero, ove dissipò in pazzie e +in mode tutte le sue rendite future. Ora, onusto di +<i>fracchi</i>, di <i>gilè</i>, di cappelli, di ventagli, di mantelli, +<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> +di fascette, di spille, di bottoni da camicia, di occhialini, +di <i>foular</i>, di calze ricamate a giorno, egli +si trasporta a Pietroburgo per farvisi vedere come +un animal curioso. Ha inoltre nei suoi bauli un libro +serio di monsieur Guizot, un <i>album</i> di pessime caricature, +un nuovo romanzo di Walter Scott, la raccolta +dei <i>bons mots</i> della corte di Francia, le ultime +canzoni di Béranger, gli ultimi componimenti di Rossini +e di Paer, ec. ec. ec. +</p> + +<p> +Già la tavola è apparecchiata; è battuta l’ora +di pranzo; la padrona aspetta con impazienza; l’uscio +s’apre; il conte comparisce. Natalía Pavlovna si alza +a metà e chiede garbatamente come egli sta di salute +e come sta la sua gamba.... Il conte risponde: +“Non sarà nulla.” +</p> + +<p> +Siedono a mensa. — Egli avvicina la sua posata +a quella di Natalía; appiccano conversazione. +Il conte impreca alla santa Russia; non comprende +che uno possa vivere fra quelle nevi eterne. Sospira +e anela Parigi. — “Che si recita di bello al teatro?” — “Il +teatro è orfano.... <i>c’est bien mauvais; ça +fait pitié</i>. Talma divien sordo e scade; <i>Mademoiselle</i> +Mars, oimè, invecchia. In ricompensa, c’è <i>Potier, +le grand Potier</i>! Solo questo cantante mantiene la +sua antica riputazione.” — “Quali sono gli scrittori +di moda?” — “Sempre D’Arlincourt e Lamartine.” — “Hanno +imitatori anche presso di noi.” — “Dite +davvero? Poffar di bacco! L’ingegno incomincia a +svilupparsi anche in Russia. Piaccia a Dio che alla +fine c’inciviliamo!” — “Come si portano i busti?” — “Molto +bassi.... quasi sino al.... ecco, fin qui.... +Permetta ch’io esamini il di lei vestiario.... appunto +<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> +così.... <i>ruches</i>, nastri; questo è proprio un modello; +tutto insomma mi par assai conforme alle ultime +mode.” — “Ce le mandano per il telegrafo.” — “Vuol’ella +sentire un grazioso <i>vaudeville</i>?” +</p> + +<p> +E il conte si mette a canterellare. +</p> + +<p> +“Ma, conte, voi non mangiate.” — “Son sazio.” — “Se +così è....” +</p> + +<p> +Sorgono da tavola. La giovine padrona è straordinariamente +allegra. Il conte si dimentica di Parigi, +e ammira la di lei leggiadria. Passano la serata in festa +e in riso. Il conte non cape in sè dal diletto. +Lo sguardo della signora esprime la benevolenza, e +talora si china a terra fiso e languido. Sta per suonar +mezza notte; i servi russano da gran tempo nell’anticamera; +il gallo ha già strillato più volte; la +guardia notturna picchia sulla lastra di ferro;‍<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> le +candele consumate stanno per estinguersi. Natalía +Pavlovna si rizza. +</p> + +<p> +— “È tardi,” sclama; “i letti son pronti. Riposi +bene....” Il galante conte, mezzo innamorato, +si leva a malincuore, e bacia la mano della sua gentile +ostessa. Ma che vedo? Ove non trascorre la civetteria +delle donne? L’incantatrice, Dio le perdoni, +ha dato una lieve stretta di mano a Nulin. +</p> + +<p> +Natalía Pavlovna è spogliata; sta davanti a lei la +sua cameriera Prascovia. Amici cari, la detta Prascovia +è la confidente dei capricci di Natalía; cuce, lava, +porta le ambasciate, chiede in regalo i vestiti usati, +di quando in quando fa ridere il padrone, e qualche +volta lo sgrida, e mènte con impudenza in faccia +<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> +alla padrona. Adesso discorre gravemente del conte, +delle sue faccende; conosce appuntino ogni suo negozio. +Dio sa come ha potuto istruirsene! Finalmente +la padrona le impone silenzio: — “Chétati, tu mi +secchi!” Domanda la camiciola e la scuffia da notte; +s’insinua nel letto e manda via la cameriera. +</p> + +<p> +Frattanto Picard spoglia il conte. Il conte si +corca e chiede un sigaro. <i>Monsieur Picard</i> glielo arreca, +e al tempo stesso una boccia d’acqua, una tazza +d’argento, una bugia di bronzo, uno smoccolatoio +a molla, uno svegliarino, e un romanzo non ancor +tagliato. +</p> + +<p> +Nulin dà una scorsa alle pagine di Walter Scott. +Ma il suo pensiero è altrove. Una atroce cura lo martira; +egli dice fra sè: “Sono io forse innamorato? Possibile?... +Che caso strano! Sarebbe bella davvero... +Pare ch’io non dispiaccia alla signora di queste soglie....” +E così meditando smorzò il lume. +</p> + +<p> +Un caldo insoffribile lo assale; non dorme; e il +diavolo neppure, il quale gli suscita in testa mille +idee incongrue. Il nostro focoso protagonista si rappresenta +al vivo lo sguardo significante della padrona; +quella statura rotondetta e grassoccia, quella +voce soave veramente femminile, quel volto, quelle +carnagioni cui la sanità rende più fresche del rossetto. +Si rimembra il gentil tocco della punta di quel piedino; +si ricorda esattamente che Natalía gli ha stretta +la mano con quella sua manina negligente. È uno +stolido; doveva rimanere con lei e cogliere il momento +opportuno. Ma non è ancora troppo tardi, la +porta sta sempre aperta, senza dubbio. Così divisando, +indossa una guarnacca di seta a più colori, +<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> +rovescia una seggiola in mezzo al buio, e, colla speranza +di ottenere il suo desire, si dirige, nuovo Tarquinio, +verso quella Lucrezia, pronto ad ogni incontro. +</p> + +<p> +Così talvolta un gatto astuto, smorfioso favorito +delle serve, si pone in agguato presso al focolare; +s’inoltra bel bello, furtivamente, socchiude le palpebre, +ruzza colla coda, sguaina gli artigli, e a un +tratto acchiappa l’infelice sorcio. +</p> + +<p> +L’innamorato conte s’aggira nelle tenebre, e si +fa strada brancolando; oppresso dall’ansia del cuore, +può appena trarre il fiato, e trepida quando ode il +tavolato scricchiolargli sotto ai piedi. Giunge alle +bramate mura, volta la maniglia d’ottone della +toppa, e l’uscio pian pianino cede. Egli getta un’occhiata +nella camera: la fiamma della lampada mezzo +estinta diffonde un fioco bagliore nell’alcova. La +padrona riposa placidamente o finge di riposare. +</p> + +<p> +Egli entra, fruga, torna addietro, e finalmente +si butta in ginocchioni. Essa.... Ora, con suo permesso, +prego le signore di San Pietroburgo d’imaginarsi +che spavento provò al destarsi la nostra +Natalía Pavlovna, e di decidere che cosa conveniva +che facesse. +</p> + +<p> +Spalancando i suoi grandi occhi, essa mira il +conte; il nostro eroe esterna con calore la sua passione, +e già la sua mano audace preme quella della +dama.... Essa allora riprende coraggio; accesa d’un +generoso sdegno, ripiena di pudica superbia, e forse +anche, vo’ credere, di paura, balza dal letto, e vibrando +il braccio, dà a Tarquinio uno schiaffo; sì, +uno schiaffo, e che schiaffo! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> +</p> + +<p> +Rosso di vergogna e fremente di rabbia, il conte +inghiotte quell’oltraggio. Non so come sarebbe andata +a finire la faccenda, se il cane barbetto che si +mise a guaire non avesse svegliato Prascovia. Il +conte, sentendola venire, dà le gambe a imbelle fuga, +maledicendo la sua dimora in quella casa e i capricci +delle donne. +</p> + +<p> +Come Natalía, Prascovia e Nulin passassero il +resto di quella notte, pensalo tu, lettore, se il puoi; +io non intendo aiutarti a figurartelo. +</p> + +<p> +La mattina seguente, il conte s’alza in silenzio, +si veste svogliatamente, si mette, sbadigliando, a +limar le sue unghie color di rosa, s’annoda con negligenza +la cravatta, e non si liscia gli inanellati capelli +colla spazzola inumidita. A che egli pensi, io non +so; ma ora lo invitano a prendere il tè. Che fare? +Il conte, comprimendo la stizza della sua balordaggine +e il suo secreto furore, esce dalla stanza. +</p> + +<p> +La giovine civetta abbassando gli occhi beffardi, +e mordendosi le labbra di cinabro, parla con modestia +di cose indifferenti. Confuso a prima giunta, +poco a poco rianimandosi, il conte risponde sorridendo. +Era appena un’ora che stavano insieme, e già +il conte scherzava con disinvoltura, e si sentiva di +bel nuovo innamorato, quando s’udì uno strepito nel +vestibolo. Qualcheduno è entrato. Chi sarà mai? +</p> + +<p> +“Taliuccia, bene alzata.” — “Chi vedo! Conte, +ecco mio marito. Mio caro, il conte Nulin.” — “Me +ne rallegro assai. Che tempo scellerato! Ho veduto +la vostra calescia bell’e pronta dal fabbro. Taliuccia! +abbiamo inseguito una lepre bigia nei boschi +vicini. Ehi! acquavite. Conte, vi prego d’assaggiarla; +<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> +vien di lontano. Rimarrete a pranzo con noi.” — “Grazie, +non posso; ho fretta di partire.” — “Conte, +io ve ne supplico. Mia moglie ed io ve ne saremo +grati. Ci siamo intesi; voi restate.” +</p> + +<p> +Il conte però, stizzito e disperato, s’ostina a +voler andarsene. Picard, che si è ristorato le forze +con un buon sorso di vino, si lagna di dover di nuovo +ripor la roba. Già due servitori attaccano i bauli +sulla imperiale. Tutto è in ordine; la calescia è introdotta +nel cortile, e il conte parte.... +</p> + +<p> +Questa storiella potrebbe finir qui, amici miei, +ma aggiungerò due parolette. +</p> + +<p> +Quando fu sparito l’equipaggio, la signora narrò +al marito tutto l’accaduto, e scrisse l’impresa +del conte a tutti i di lei conoscenti. Ma chi fu quello +che più ne rise con Natalía Pavlovna? Voi non lo +indovinereste giammai. — Forse lo sposo? — Oibò. +Non fu lo sposo. S’adirò fortemente; disse che il +conte era un matto, uno sguaiato, e che lo caccerebbe +a furia di cani come una lepre. +</p> + +<p> +Colui che più ne rise, fu un vicinante di Natalía, +un giovinotto di ventitrè anni, nominato Lidin. +</p> + +<p> +Ora, amici cari, chi ardirà sostenere che al secol +nostro, una donna fedele al consorte non sia +prodigio? +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span></p> + +<h2 id="zingari">LI ZINGARI.</h2> +</div> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> +</p> + +<p> +Una nomade truppa di Zingari perlustra le steppe +della Bessarabia. Oggi essi pernottano presso a un +fiume sotto le loro trabacche lacere. La loro dimora è +gaia come la libertà, e il loro sonno è quieto nell’aperta +campagna. Il fuoco arde fralle ruote dei carri mezzo +ricoperti di tappeti; la famiglia seduta in cerchio allestisce +la cena; un orso addomesticato riposa dietro +le tende; i cavalli pascono nei prati vicini. Ogni cura, +ogni faccenda si adempie con piacere; i preparativi +per proseguire il viaggio sin dallo spuntar del dì seguente, +vengon alleviati dai canti delle donne; i gridi +dei fanciulli si mischiano alle battute del martello +sulla incudine. Ma già la calma subentra a tutto quel +fracasso: l’accampamento dorme, e appena s’ode nel +deserto il latrar d’un cane o il nitrir di un cavallo. +Tutti i fuochi sono spenti, ogni cosa tace; la luna +solitaria spazia nel vasto empireo, e imbianca coi suoi +raggi quel villaggio ambulante. Tutti dormono nelle +tende, fuorchè un vecchio seduto davanti a un bracere +che esala i suoi ultimi vampi. Il vecchio volge +lo sguardo sulle pianure circostanti sepolte nelle tenebre. +La giovine sua figlia, avvezza a una libertà +assoluta, se n’è ita per diletto nelle steppe: essa tornerà, +ma intanto la notte è sopraggiunta. Già la luna +<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> +s’asconde fra i vapori dell’orizzonte, e Zemfira non +riede, e la cena frugale del buon padre si raffredda. +</p> + +<p> +Finalmente essa comparisce. Uno straniero, incognito +al vecchio zingaro, le tien dietro a passi +frettolosi. “Padre mio,” esclama la ragazza; “ti +adduco un ospite; l’ho incontrato dietro a un tumulo +del deserto, e l’ho persuaso a star con noi. Egli brama +viver come noi; la legge lo proscrive, io gli sarò +compagna. Si chiama Alecco; è pronto a seguirci +dovunque andremo.” +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Me ne rallegro: puoi restar fino a domani +all’ombra della nostra tenda, o unirti a noi e +non ci lasciar più, come a te piace. Acconsento a +divider teco il pane e il letto. Sii nostro; assuefátti +al nostro modo di esistenza, alla nostra povertà errante +e indipendente. Colla nuova aurora partiremo +assieme sullo stesso carro: scegli un mestiere che +ti torni a genio; lavora il ferro, o canta storie, o mena +a ballar l’orso per le strade. +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Io resto. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Egli sarà mio. Chi ardirebbe rapirmelo? +Ma si fa tardi; la luna è sparita, la nebbia vela i campi, +il sonno mi grava le palpebre.... +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +Spunta l’alba. Il vecchio s’aggira pian piano +intorno alla tenda silenziosa. “Alzati, Zemfira,” egli +grida; “già il sole splende: svegliati, mio ospite, è ora +di partire; lasciate, figli miei, le molli piume.” +</p> + +<p> +Tutti gli zingari si levano con gran rumore; ripiegano +i padiglioni, rimovono i carri, attaccano i +cavalli, e tutti insieme si inoltrano nelle steppe inabitate. +<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> +Aprono la marcia gli asinelli con ceste appese ai +fianchi, nelle quali s’annidano i pargoletti; i mariti, i +fratelli, le mogli, le fanciulle, gli anziani e i giovanotti +vengono in secondo luogo. Le strida, lo strepito, +gl’inni festosi, il ronzio delle zampogne, l’abbaiare +dei cani, il cigolío delle ruote, il brontolar dell’orso, +il fragor incessante delle sue catene, la bizzarra +varietà di quelli abbigliamenti tutti diversi, la nudità +di quei bambini e di quei vecchi formano una confusione +strana, selvaggia, orrenda, ma in mezzo a cui +regna una allegria, una vivacità, che fa un bel contrasto +colla nostra esistenza cittadina, effemminata e +monotona come i ritornelli delli schiavi. +</p> + +<p> +Alecco rivolgeva spesso la testa a guatare la +pianura che attraversavano, e non sapeva spiegarsi +in che modo quella vista gli angosciava il cuore. La +bella Zemfira dagli occhi neri gli siede allato. Egli è +libero in questo vasto mondo; il sole brilla sereno e +gaio sul suo capo; perchè mai si affligge e geme? +Che cura lo punge e morde? +</p> + +<p> +L’augelletto del cielo non conosce nè cura nè +fatica; non s’affanna a fabbricare un nido eterno; +nelle lunghe notti dorme sui ramoscelli. Quando il +giorno appare, l’augelletto sente la voce di Dio, scuote +le penne e canta. Passa la primavera, passa l’estate +ardente, e sopravviene l’autunno ammantato di nebbie +e di burrasche; l’uomo s’annoia, l’uomo s’attrista, +ma l’augelletto vola alle terre lontane, ai climi +tiepidi, e al di là del mare ceruleo ritrova la +primavera. +</p> + +<p> +Esule, fuggitivo, Alecco simile all’augelletto +spensierato, non ha covo stabile nè abitudine fissa. +<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> +Ogni strada lo conduce al suo scopo, ogni coltrice +gli concede un dolce riposo; nel destarsi la +mattina offre a Dio la sua giornata, e i trambusti della +vita non poterono mai estirpare la sua indolenza. +Talvolta la sua stella sembrava invitarlo a calcare il +sentiero della gloria, talvolta la fortuna e la voluttà +gli largivano i loro favori; spesso il fulmine mugghiava +sulla sua fronte isolata, ma egli dormiva sicuro +in mezzo alle tempeste come in mezzo alla calma, +e continuava a ignorare la violenza del destino +perfido e ceco. Oh come le passioni tiranneggiavano +il suo cuore! Con che tumulto esse fervevano nel +suo egro seno! Quanto è che si placarono? Per +quanto tempo si sono placate? Aspettiamo. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Dimmi, dolce amico, non rimpiangi quel +che abbandonasti per sempre? +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Che ho io abbandonato? +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. La patria, i concittadini. +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Perchè li rimpiangerei? Se tu conoscessi, +se tu potessi figurarti quanto è angustiata e schiava +la vita delle città! Ivi gli uomini, ammucchiati e +stretti come piante in un orto, non respirano mai il +rezzo del mattino nè l’olezzo vernale dei prati; si +vergognano d’amare, bandiscono il pensiero, mercano +la libertà, chinano la fronte davanti agli idoli e +ne implorano oro e catene. Che ho io abbandonato? +Il dolor del tradimento, la prepotenza del pregiudizio, +la persecuzione del volgo insano, e l’opprobrio +splendido. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Ma lì vi sono palazzi immensi, variegati +tappeti, giochi, banchetti festosi; lì le fanciulle +vestono sì ricchi abiti! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Che vale l’allegria delle città? ove non +è amore, non può esser piacere: e le fanciulle.... +Quanto sei più bella di loro benchè priva di preziosi +addobbi, di perle e di collane! Non mutar idea, +o mia diletta! — Ed io altro non bramo che divider +teco l’amore, l’ozio e il mio volontario esilio.... +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Sebbene nato in una opulenta città, +tu ci ami; ma la libertà non sempre è cara a chi +visse nella mollezza. Ascolta una nostra tradizione: +un abitante del sud fu mandato in bando fra noi dal +suo signore. Io sapeva il suo nome; ma era difficile +a pronunziarsi, e l’ho dimenticato. Quantunque avanzato +d’età, aveva un cuore giovine, un tratto vivace; +possedeva il dono maraviglioso del canto, e la sua +voce somigliava al mormorío delle onde. Tutti gli +volevano bene. Viveva sulle sponde del Danubio, non +faceva male a nessuno e divertiva la gente coi suoi +racconti. Non sapeva egli far altro; era debole e timido +come un bambino. I suoi vicini acchiappavan +per lui gli uccelli e i pesci colle reti; quando il rapido +fiume s’agghiacciava, e fischiavano i turbini invernali, +i suoi conoscenti lo involtavano di calde pellicce; +ma non potè mai assuefarsi ai disagi d’una esistenza +così stentata. Egli s’aggirava intorno smunto, squallido, +dichiarava che l’ira di Dio lo puniva per i suoi +peccati, e aspettava l’ora della sua liberazione. Malcontento +di tutto e sempre afflitto, vagava sulle spiaggie +del Danubio spargendo amare lacrime al sovvenire +del suo lontano paese. E quando fu per morire, +ci scongiurò che portassimo le sue triste ossa verso +il sud, ma nè anche dopo morte potè egli trovare il +riposo in questa terra da lui aborrita. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Tal fu la sorte dei tuoi figli, o Roma, o +potente rettrice delle nazioni. Vate dell’amore, poeta +degli Dei, dimmi, che cosa è la gloria? Un’eco del +sepolcro, un grido della fama, un suono che sorvola +di generazione in generazione: — oppure un racconto +del nomade Zingaro sotto l’ombra della sua tenda +affumicata? +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +Due anni passarono. La pacifica famiglia degli +Zingari tuttora corre a caso per le campagne. Dappertutto, +come altre volte, incontrano buona accoglienza, +e vivono in pace fra di loro e cogli altri. Sciolto +dai ceppi della civiltà, Alecco è libero come essi; e +con essi conduce una esistenza vagabonda scevra di +cure e di timori. Più non rimembra il tempo passato, +e s’è avvezzo alla vita zingaresca. Gli piace dormire +all’ombra delle tende instabili, gli piace l’ozio +perpetuo in che vive coi suoi compagni, e ama persino +la loro lingua inculta e scarsa. L’orso strappato dalla +tana natia, ospite irsuto della di lui baracca, danza +pesantemente e grugnisce nei villaggi, lungo le strade +delle steppe, nei casali, davanti alla turba cauta e +prudente, e dappertutto va rodendo le importune sue +catene. Il vecchio, puntellato al suo bordone, batte +con indolenza il tamburino, Alecco guida la belva +cantando, Zemfira va in giro a raccogliere il tributo +volontario dei contadini. La notte soprarriva, tutti e +tre cuociono il miglio non macinato. Il padre dorme, +tutto tace, tutto è quiete e oscurità nel padiglione. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> +</p> + +<p> +Il vecchio refocilla al sole di primavera il suo +sangue gelato dall’età; la giovinetta canta una canzone +d’amore allato ad una culla. Alecco ascolta, e +freme. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Vecchio marito,</p> +<p class="i01">Sposo aborrito,</p> +<p class="i01">Scannami pure</p> +<p class="i01">Colla tua scure;</p> +<p class="i01">Io ti disprezzo,</p> +<p class="i01">Mi fai ribrezzo;</p> +<p class="i01">Un altro adoro,</p> +<p class="i01">Per lui mi moro.</p> +</div></div> + +<p> +<i>Alecco</i>. Chetati. Codesta aria mi secca. Non mi +piacciono quelle parole feroci. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Non ti piacciono? Che mi importa? Io +canto per me e non per te. +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Vecchio marito,</p> +<p class="i01">Sposo aborrito,</p> +<p class="i01">Da te trafitta,</p> +<p class="i01">Io starò zitta;</p> +<p class="i01">Il nome tuo</p> +<p class="i01">Bestemmierò;</p> +<p class="i01">Il nome suo</p> +<p class="i01">Non ti dirò.</p> +<p class="i01">Per lui sol canto;</p> +<p class="i01">È l’idol mio;</p> +<p class="i01">Ei m’ama tanto!</p> +<p class="i01">Ma più l’amo io.</p> +</div></div> + +<p> +<i>Alecco</i>. Cessa, Zemfira, cessa.... +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Che l’hai capita la mia canzone? +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Zemfira!... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Adirati pure; io canto per te. (Se ne va +cantando <i>Vecchio marito</i>). +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Me ne ricordo; questa frottola fu composta +quando ero giovine; e d’allora in poi si canta +per sollazzar le brigate. La mia Mariola la cantava +nelle steppe del Cagul, durante le notti d’inverno, +mentre cullava la figlia davanti al fuoco. I tempi andati +si van sempre più cancellando dalla mia memoria, +ma questo scherzo vi si è profondamente impresso. +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +Tutto tace; la luna inostra quella parte del cielo +ove il sole sparisce. Zemfira risveglia suo padre. “O +padre mio, Alecco mi spaventa. Ascolta, in mezzo a +un sonno agitato egli geme e piange.” +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Non lo toccare e non parlare. Ti dirò +una credenza russa: verso la mezza notte il genio familiare +opprime il respiro di coloro che dormono; +parte prima dell’alba. Rimanti meco. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. O padre mio! Egli mormora il nome +di Zemfira! +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Cerca di te anche dormendo, tu gli +sei più cara di tutto. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Non me n’interessa più del suo amore. +Sono annoiata; il mio cuore ha sete di libertà, e di +già io.... ma.... senti. Egli pronunzia un altro nome! +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Che nome? +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Senti come anela e digrigna i denti. +Che cosa orrenda!... Io lo sveglierò. +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Non fare; non scacciare lo spirito +della notte, se ne andrà da sè. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Si è voltato, si alza, mi chiama, si è +destato. Io vo presso di lui. Addio, padre; raddormentati. +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +<i>Alecco</i>. Ove sei ita? +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Da mio padre. Un demone ti toglieva il +respiro e ti tormentava l’anima mentre dormivi. Mi +hai fatto paura. Tu digrignavi i denti, e proferivi il +mio nome. +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Mi sei apparsa in sogno. Mi sembrava +trovarti con.... insomma, ho fatto un sogno spaventevole. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Non prestar fede alle visioni notturne. +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Ah ch’io non credo a nulla, nè ai sogni, +nè alle proteste affettuose, nè al tuo amore. +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Perchè mai, giovine insensato, sospiri +continuamente? Qui ognuno è libero, il cielo è +chiaro, ed è celebre la bellezza delle donne. Non +piangere, la mestizia ti ucciderebbe. +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. O padre! essa non mi ama più. +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Plácati. Essa è bambina. Il tuo sospetto +è senza fondamento, tu ami sul serio, ma le +fanciulle scherzano. Mira! la luna signora dell’etra +passeggia pei campi azzurrini del cielo; fonde egualmente +i suoi raggi sopra tutta la natura. Se talora +s’imbatte in una nuvola, l’illumina splendidamente, +ma tosto trapassa a un’altra, nè vi si fermerà a +lungo. Chi potrà assegnarle un posto fisso e dirle: +non andrai più oltre? Chi potrà dire a un giovin +<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> +cuore: ama una sola volta, non cangiar mai d’amore? +Plácati. +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Essa mi amava tanto! Teneramente adagiata +fralle mie braccia, quante notti felici condusse +meco nel deserto! Quante volte quell’allegria spontanea, +quel cicalio infantile, quel bacio inebriante, seppero +in un momento dissipare le mie ambasce! Ma +che? Zemfira mi tradisce! Zemfira mi dimentica. +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Odi. Io ti narrerò un fatto che mi +concerne. In un tempo remoto, quando il Moscovita +non minacciava ancora il Danubio.... — Vedi, Alecco, +ch’io sto per dirti una antica istoria. — Quando obbedivamo +al Sultano, e un pascià ci signoreggiava +dalle alte torri di Accherman.... Io era giovine in quel +tempo; e l’anima mia ardeva d’amore; e non un +sol pelo grigio deturpava i miei ricci neri. — Fra +tante belle una ve n’era. Io l’amai come s’ama la +vita, e alfine la feci mia propria. +</p> + +<p> +Ahi che la mia giovinezza svanì come stella +cadente! E la stagione del piacere sparì più presto +ancora. Mariola mi amò un anno solo. +</p> + +<p> +Un giorno incontrammo sul margine del Cagul +una banda di Zingari stranieri che piantarono le loro +tende vicino alle nostre sul monte, e vi stettero due +notti. La terza notte s’allontanarono. Mariola se ne +andò con essi mentre io dormiva tranquillamente, e +abbandonò la mia povera figliuoletta. L’aurora spuntò, +mi destai, non ritrovai più la mia compagna. +Cerco, chiamo, nessun indizio. L’orfanella Zemfira +piangeva, e io piangeva con essa. — D’allora in poi, +io giurai odio a tutte le donne — e son rimasto sempre +solo nella mia tenda. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Ma come non volasti sulle tracce della +perfida e ingrata? Come non immergesti un pugnale +nel cuore della traditrice e del suo drudo? +</p> + +<p> +<i>Il Vecchio</i>. Come? La gioventù è più volubile +degli augelli. Chi potrà mai incatenar l’amore? Il +piacere è concesso a tutti vicendevolmente; quel che +fu, non sarà più. +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Io non la penso così. Io non so rinunziare +senza contrasto ai miei dritti, o, se mai cedo, +mi vendico poi altrimenti. No. Se io trovassi il mio +nemico addormentato sui flutti del mare, non lo risparmierei; +lo sommergerei nell’abisso senza nessun +rimorso; gli farei vergogna del suo subito spavento +alla mia vista; udirei con diletto i suoi lamenti, +e riderei nel vederlo piombare al fondo. +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +<i>Un giovine Zingaro</i>. Un altro bacio solo! solo! +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. È tardi: mio marito è geloso e cattivo. +</p> + +<p> +<i>Lo Zingaro</i>. Uno solo.... più lento.... è l’ultimo.... +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Addio! prima che egli ritorni. +</p> + +<p> +<i>Lo Zingaro</i>. Parla: quando ci rivedremo? +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Stasera, quando sorge la luna — là +dietro il tumulo — su quella stessa altura.... +</p> + +<p> +<i>Lo Zingaro</i>. M’inganni! non verrai! +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Scappa.... Eccolo! Ci verrò, carino! +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +Alecco dorme. Una funesta visione perturba il +suo sonno; si desta cacciando un grido di gelosia, e +gira le braccia attorno. Ma la sua mano tremante non +<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> +incontra altro che le fredde coperte: — la sua consorte +è lungi. — Solleva il fianco fremente e ascolta; nulla +ode; la rabbia lo divora; fiamma e gelo gli scorrono +per le vene; balza dal letto, esce dalla tenda, +vaga intorno ai carri; i campi tacciono, tutto è +silenzio e tenebre. La luna s’asconde fra i vapori; +le stelle spargono una incerta luce. — Alecco scorge +alcuni levissimi vestigi sull’erba rugiadosa; li segue +impaziente, e lo guidano al tumulo. Sull’orlo della +strada una tomba biancheggia in lontananza; ivi +conduce egli i vacillanti passi, con un presentimento +tetro; le sue labbra tremano, tremano i suoi ginocchi. — S’avanza, +e a un tratto — è un sogno? — vede +presso a sè due ombre, e ode sulla tomba un +mormorío profano. +</p> + +<p> +<i>Prima voce</i>. Io mi parto. +</p> + +<p> +<i>Seconda voce</i>. Ferma, amor mio. +</p> + +<p> +<i>Prima voce</i>. Bisogna ch’io mi parta, amico. +</p> + +<p> +<i>Seconda voce</i>. Aspetta un poco; rimani sino all’alba. +</p> + +<p> +<i>Prima voce</i>. È già tardi. +</p> + +<p> +<i>Seconda voce</i>. Come sei timida in amore! Aspetta +un minuto. +</p> + +<p> +<i>Prima voce</i>. Tu mi perdi. +</p> + +<p> +<i>Seconda voce</i>. Un momento. +</p> + +<p> +<i>Prima voce</i>. Se mio marito si desta, e non mi +trova.... +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Già son desto.... Dove andate? — Non vi +allontanate.... Stavate molto bene su questa tomba.... +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Amico mio, fuggi, fuggi! +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Férmati. — Dove vai, o gentil giovanetto? — Muori. +(<i>gli dà una coltellata.</i>) +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Alecco! +</p> + +<p> +<i>Lo Zingaro</i>. Io spiro. +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Alecco! Tu l’hai ucciso.... mira!... sei +tutto cosperso di sangue.... Che hai fatto?... +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Niente. Ora pasciti del suo amore.... +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Prosiegui. Io non ti temo; io disprezzo +le tue minacce; io maledico la tua crudeltà. +</p> + +<p> +<i>Alecco</i>. Muori anche tu!... (<i>la ferisce.</i>) +</p> + +<p> +<i>Zemfira</i>. Muoro amandolo. +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +L’aurora ingemma il balzo d’Oriente. Alecco, +col pugnale in mano, siede dietro al poggio sulla lapida +rosseggiante di sangue. Due cadaveri giacciono +innanzi a lui; il suo volto incute spavento in chi lo +vede; gli zingari lo circondano esterrefatti e tremanti. +Mentre si scava una fossa in disparte, le donne +addolorate accorrono in fila a baciare, secondo l’uso, +gli occhi dei due morti. Il vecchio padre sen sta tutto +solo mirando in muta angoscia la figlia diletta. Gli +zingari sollevano i due corpi, li trasportano alla fossa +e li ascondono nella fredda terra. Alecco considera +tutto da lontano. Quando cadde l’ultima palata di +polvere, Alecco si chinò poco a poco e stramazzò sul +prato. +</p> + +<p> +Allora il vecchio, avanzandosi, sclamò: “Vattene, +uomo superbo e spietato! Siamo selvaggi; non +abbiamo leggi; non conosciamo i tormenti nè i supplizi; +ci fanno orrore i gemiti e gli omicidi; non +vogliamo fra noi un assassino. Non sei nato per la +vita errante: per te solo vuoi la libertà; la tua vista +<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> +ci spaventerebbe; noi siamo timidi e umani; tu sei +audace e feroce; lasciaci, pártiti, vattene in pace!” +</p> + +<p> +Dice, e la truppa nomada ripiegando le tende, +escì con gran fracasso dalla valle dolorosa, e in breve +ora si dileguò nella steppa immensa. Un solo carro +coperto d’un povero tappeto rimase nella funesta +pianura. Così, allorchè, avanti l’inverno, al tempo +delle nebbie matutine, uno sciame tardivo di gru +si alza dai campi e stridendo s’indrizza a mezzogiorno, +talvolta avviene che una di esse colpita da +piombo mortale resta addietro afflitta, coll’ala pendente +e insanguinata. +</p> + +<p> +Sopraggiunse la notte. Nessuno accese il fuoco +sotto la tenda del maledetto che non potè gustare +le dolcezze del sonno. +</p> + +<h3><span class="smcap">Epilogo.</span></h3> + +<p> +Così, colla magia del canto io evocava nella mia +mente le imagini dei giorni andati, oscuri o sereni. +Nel paese ove tanto tempo rimbombarono le folgori +della guerra, ove il Russo determinò i confini della +potenza turca; ove la nostra vecchia aquila bicipite +fa legge e impera tuttora, io incontrai un tranquillo +accampamento di Zingari figli della libertà. Ma la +felicità nemmeno fra voi è da cercarsi, o miseri rampolli +della natura! Sotto i vostri padiglioni laceri +s’aggirano sogni funebri e tormentosi, i vostri carri +vagabondi non vi sottraggono alle ambasce; chè anche +nei deserti regnano le passioni fatali, e l’uomo +vi è, come altrove, bersaglio del destino. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span></p> + +<h2 id="fontana">LA FONTANA DI BAKCISARAI.</h2> +</div> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> +</p> + +<h3>PREFAZIONE.</h3> + +<p> +L’argomento del seguente poema riposa sopra una +tradizione tuttora viva in Crimea. A poca distanza dal palazzo +dei Khan in Bakcisarai, si vede un sepolcro costruito +nel gusto saracinesco con una cupola emisferica. Si pretende +che questo monumento fosse inalzato da Cherim Ghirei sulle +ceneri d’una sua schiava ch’egli amava appassionatamente. +La detta schiava era pollacca, e apparteneva alla famiglia +dei Potozchi. Un viaggiatore russo, Muravieff Apostol, crede +che questa tradizione non abbia nessun fondamento. Il celebre +poeta pollacco Mizkiewic, che fu, come Puschin, esiliato +in Crimea, e che ha dedicato quattro sonetti alla descrizione +di Bakcisarai, propende ad ammettere come vera +la tradizione popolare. +</p> + +<p> +Citeremo questi sonetti perchè possono servire di +preambolo al poema del Puschin, e perchè crediamo far cosa +grata al lettore, offrendogli un’occasione di confrontare i +due più insigni poeti slavi di questo secolo, ispirati dallo +stesso soggetto. +</p> + +<p> +Il quinto sonetto si riferisce a una montagna di Crimea +(l’Aiu-dag) cui Puschin allude nell’ultimo verso del +suo poema. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> +</p> + +<h3>I. +<span class="smaller">BAKCISARAI DI GIORNO.</span></h3> + +<p> +La reggia di Ghirei è tuttora vasta ma deserta. Le +locuste saltellano, le vipere s’attorcono pei veroni e pei +portici spazzati altre volte dalla fronte dei pascià, e per +quelle mura ove risiedeva l’autorità sovrana, ove s’annidava +l’amore. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +L’ellera parasita insinuandosi per le finestre variopinte +s’arrampica alle pareti e agli archi; le piante usurpano +il posto dell’uomo in nome della natura, e scrivono +sui muri, nel linguaggio di Baltazare: <i>Ruina</i>. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +In mezzo alla sala sta una vasca di marmo tuttora incolume. +Fu questa la fontana dell’<i>harem</i>; e spargendo lacrime +di perle, essa grida nella solitudine: +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +“Ove siete, amore, potenza e gloria? Dovevate durare +de’ secoli; l’onda tuttora scaturisce dalla polla. O vergogna! +siete spariti, e la fontana resta.” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> +</p> + +<h3>II. +<span class="smaller">BAKCISARAI DI NOTTE.</span></h3> + +<p> +I devoti musulmani escono dalle meschite. L’eco dell’<i>izam</i>‍<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> +si dilegua in lontananza; l’aurora dal volto di rubino +si scolora; l’argentea regina della notte move a riposar +col suo diletto. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +L’eterne lampade del cielo rilucono nell’<i>harem</i>; una +nuvoletta naviga a traverso le stelle pei campi di zaffiro, +simile ad un cigno sonnolento sopra un lago; ha di neve il +petto, e porta in fronte una ghirlanda d’oro. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +L’ombra scende dai minaretti e dalle cime dei cipressi; +laggiù nereggiano in giro i colossi granitici del Caucaso, +simili a demoni seduti a consiglio nella corte d’Eblis,‍<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> sotto +il padiglion delle tenebre. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Di quando in quando, dalle loro vette scocca un baleno +che ratto come un <i>faris</i>‍<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a> attraversa i silenziosi deserti del +vasto azzurro. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> +</p> + +<h3>III. +<span class="smaller">LA TOMBA DI MARIA POTOZCA.</span></h3> + +<p> +Ti sfiorasti, o giovine rosa, nella terra della primavera +eterna, in mezzo ai giardini deliziosi! Nè potevi più vivere, +dacchè le ore del passato, nell’involarsi quali auree farfalle, +t’avean lasciato nel seno il verme della rimembranza. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Verso settentrione scintillano le costellazioni della Polonia.... +Perchè tanti astri splendono in quella parte dell’etra? +Forse il tuo sguardo fiammante pria di estinguersi +nel sepolcro lasciò in cielo quegli eterni segni sfavillanti? +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +O Pollacca! Io pure morrò qui, in solitario lutto. Possa +la mano dell’amicizia spargere sulle mie ossa un pugno +di terra. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Spesso i viandanti confavellan fra loro presso alla +tua tomba; il suono del patrio idioma mi desterà dal sonno +della morte, e forse un poeta pensando a te e vedendo il +mio sasso vicino, scioglierà un inno anche alla mia memoria. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> +</p> + +<h3>IV. +<span class="smaller">LE TOMBE DELL’HAREM.<br> +(Mirza parla al Pellegrino.)</span></h3> + +<p> +Un grappolo immaturo della vigna d’amore fu qui +colto per la mensa d’Allah. Qui il nero feretro, conca dell’eternità, +furò giovani ancora e precipitò nelle tenebre le +perle orientali, delizia e tesoro del mare. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Il velo dell’oblio e del tempo le involve; un turbante +scolpito sulla loro fossa riluce nella campagna simile alla +bandiera dell’esercito delle ombre, e appiè della lapida appena +rimangono le iscrizioni incise dalla mano d’un <i>giaur</i>.‍<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +O rose dell’Eden! I vostri giorni si sfiorarono sul rio di +purità, sotto le fronde del pudore, ascose per sempre agli +occhi degli infedeli. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Adesso gli sguardi dello straniero contaminano le vostre +tombe e io lo permetto. Perdona, o gran profeta! Solo +l’occhio di quello straniero le mira con lacrime. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> +</p> + +<h3>V. +<span class="smaller">L’AIU-DAG.</span></h3> + +<p> +Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde +spumanti che s’avanzano, strette in lunghe file, come +nere coorti tumultuose, o che, simili a banchi di neve, rifrangono +i raggi del sole in mille archi baleni. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono +il lido come un esercito di cetacei; occupano la +terra in trionfo, e, volte tosto in precipitosa fuga, lasciano +dietro a sè conchiglie, perle e coralli. +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso +attrae sul tuo capo le tempeste; ma subito che impugni +la cetra, esse senza offenderti, +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a +sè canti immortali, coi quali i secoli futuri intesseran +ghirlanda alle tue tempie. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> +</p> + +<hr class="tbs"> + +<p> +Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo <i>Viaggio +di Crimea</i> le vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e +allude alla tradizione surriferita; ma non sembra rigettarla +come spuria. Ecco uno squarcio della sua relazione: +</p> + +<p> +“Nell’<i>harem</i> circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni +e di sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano +le donne del <i>Khan</i>. Ma sono tutte deserte; appena +qua e là scorgemmo qualche avanzo dell’incrostatura di +legno; alle finestre alcuni brani di vetro colorito, e alle pareti +alcune spere veneziane nelle quali le odalische talvolta +si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che +ispirò al Puschin il suo poema della <i>Fontana di Bakcisarai</i>.... +</p> + +<p> +”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special +menzione. Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e +spiccantisi sopra un fondo chiaro e variegato. In queste +fontane si trova adunato quanto il gusto asiatico ha di più +squisito, e l’architettura orientale di più elegante. Una di +esse diede il titolo al poema del Puschin....” +</p> + +<p class="indr"> +(<i>Viaggio</i> ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.) +</p> + +<hr class="silver"> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> +</p> + +<h2 title="La fontana di Bakcisarai"> </h2> +</div> + +<p> +Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa +d’ambra fuma nella di lui bocca. La calma regna +nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano silenziosi +intorno al minaccioso <i>Khan</i>.‍<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> Tutti con rispettosa attenzione +spiano su quella fronte accigliata i segni +della rabbia e del dolore, il monarca altero fa un +cenno colla destra impaziente e tutti riverenti si ritirano. +</p> + +<p> +Solo nella sua stanza, respira più liberamente, e +i moti del suo cuore si riflettono con maggiore energia +sulla sua fronte. Così il cristallo ondoso d’un +golfo riproduce fedelmente l’imagine delle procellose +nubi. Che cosa mai sconvolge quell’anima superba? +Che progetto assorbe i pensieri di Ghirei? +Forse vuol muover guerra ai Russi, imporre leggi alla +Polonia? Forse lo divora la sete di sanguinosa vendetta? +Oppure scoprì una congiura nell’esercito? +O finalmente lo inquietano l’odio dei suoi popoli e +le insidie dello scaltro Genovese? +</p> + +<p> +No: egli è sazio ormai di gloria militare. La sua +mano micidiale si riposa dalle fatiche bèlliche, e la +passione della guerra non gli infiamma più la mente. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> +</p> + +<p> +Forse penetrò il tradimento nel suo <i>harem</i>, e +qualche <i>odalisca</i> educata nella schiavitù e nella mollezza, +diede il cuore a un <i>giaur</i>? +</p> + +<p> +No: le timide spose di Ghirei non ardiscono nè +pensare nè desiderare, e sebbene oppresse da una tetra +noia, esse non concepiscono idea di tradimento. +Rinchiuse in un carcere invigilato da custodi assidui +e inesorabili, ivi splendono in voluttuosa quiete +come fiori esotici sotto le vetrine di una stufa. Per +esse, i giorni, i mesi, gli anni fuggono in monotona +fila, portando via seco a mano a mano la gioventù e +l’amore. I dì passano tutti simili fra loro, e le ore +sembrano lente. L’ozio e la pigrizia sono gli arbitri +dell’<i>harem</i>; ben di rado vi s’insinua il piacere. Quando +le giovani recluse provano l’angoscia e il tedio, lo +dissipano cambiando abbigliamento, giocando, chiacchierando, +oppure passeggiando in leggiadra schiera +al mormorar delle acque zampillanti, al rezzo dei +platani fronzuti. Un malizioso eunuco le segue in +ogni parte; non possono sottrarsi alla sua vista. Il +di lui sguardo scorge tutto, il di lui orecchio ode tutto. +Per sua cura fu stabilita una regola di vita invariabile. +Sua unica legge è il volere del Khan, e l’adempie +colla stessa scrupolosità che i precetti del Corano. +L’eunuco non sa che sia amore; impassibile +come una statua, egli accoglie con indifferenza le beffe, +la rabbia, le mortificazioni, gli oltraggi d’una petulanza +impudica, il disprezzo, le preghiere, i languidi +sguardi, i flebili sospiri, le timide lagnanze. Egli conosce +bene l’indole delle donne, sa quanta sia l’astuzia +femminile in libertà e in cattività. Nè le tenere +occhiate, nè le mute rampogne, nè le lacrime +<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> +hanno potenza su lui; egli ormai più non ci crede. +</p> + +<p> +Quando le belle prigioniere, spargendo i lunghi +crini al vento, vanno, durante i calori dell’estate, ad +attuffarsi nel ruscello e spandono sulle rosee membra +l’onda argentea della fonte, l’eunuco testimone eterno +delle loro azioni fa sentinella al bagno. Mira senza +emozione quelle elette forme nude. Quando spiega la +notte il nero suo manto, l’eunuco schiude una +porta obediente, s’avanza a passi taciti sui tappeti +morbidi, striscia quatto quatto di letto in letto; agitato +da continua tema, osserva attentamente le belle addormentate, +e ascolta il loro bisbiglio notturno; nota +i sospiri, gli aliti, i minimi fremiti; di tutto fa tesoro, — e +guai a colei che sognando proferisse un +nome straniero! Guai a colei che confidasse alla benevola +compagna qualche sfrenata e matta cupidigia! +</p> + +<p> +Qual mai sarà dunque la causa dell’ira di Ghirei? +La pipa gli s’è spenta fra le mani, il servo aspetta +immobile sulla soglia gli ordini del suo signore e +osa appena respirare. Il regnante pensieroso si rizza +in piedi; la porta s’apre avanti a lui. Silenzioso +egli s’avvia alla dimora delle donne altre volte a lui +sì care. +</p> + +<p> +Esse, aspettando il <i>Khan</i>, si sono assise in vari +gruppi attorno a una fontana gorgogliante. Con infantile +gaudio, mirano il pesce che guizza in quello +specchio liquido o rasenta il fondo della marmorea +vasca. Alcune di esse vi gettano per diletto i loro +orecchini d’oro. Frattanto le ancelle portano in giro +i sorbetti odoriferi; poi intuonano un canto sonoro e +gaio che fa echeggiar le sale. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> +</p> + +<p class="pad1 center"> +CANZONE TARTARA. +</p> + +<p class="center"> +I. +</p> + +<p> +Largisce il cielo agli uomini il compenso delle +pene e delle lacrime: beato il <i>Fachir</i>‍<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> che vede la +Mecca nei tristi anni della sua vecchiaia. +</p> + +<p class="center"> +II. +</p> + +<p> +Beato colui che s’illustra morendo sulle gloriose +sponde del Danubio: una celeste fanciulla gli volerà +incontro, sorridendo d’amore. +</p> + +<p class="center"> +III. +</p> + +<p> +Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di +calma e di mollezza ti accarezza come rosa, nel recinto +dell’<i>harem</i>. +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore, +la perla dell’<i>harem</i>? Afflitta e pallida non +ode le sue lodi; come una palma rabbuffata dai venti, +essa piega la giovine testa; più niente può piacerle. +Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più. +</p> + +<p> +Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o +Zarema? I bruni capelli ti cingono due volte la nivea +fronte; gli occhi tuoi son più chiari del giorno, più +neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere +gli slanci delle focose passioni? Qual bacio +tenero è più vivo delle tue carezze? Come mai un +<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> +cuore pieno della tua imagine può palpitare per una +altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei +disdegna i tuoi favori, e consuma le gelide ore della +notte nella mestizia e nella solitudine, dacchè una +principessa polacca abita il suo <i>harem</i>. +</p> + +<p> +Non è molto che la giovane Maria vive sotto +estranio clima: poco fa, essa fioriva nella propria famiglia +accanto a un padre affettuoso che la chiamava +sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca +volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva +che la sorte della diletta figlia fosse splendida come +un dì di primavera; che nè anche il minimo duolo +conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata, si +ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza, +quelle ore festose e gioconde che si dileguano come +lieve sogno. Ogni cosa in lei destava maraviglia: +l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi +d’un azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli +dell’arte e allegrava i banchetti domestici coi suoni +melodici dell’arpa. Molti potenti e ricchi signori +chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi sospiravan +per lei di secreto amore. Ma la vergine +tranquilla e candida non conosceva ancora le passioni, +e nel castello del padre dedicava l’ore dell’ozio +a scherzare colle care compagne. +</p> + +<p> +Non durò molto quella felicità. Una orda di +Tartari si sparse per la Polonia, colla rapidità d’un +torrente che invade le pianure, o d’un incendio che +divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla +guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti +sollazzi e i giuochi; spariscono i villaggi e i querceti. +Il magnifico castello è desolato, la camera di Maria +<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> +è vuota e muta. — Nella cappella del palazzo ove in +lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con +intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una +nuova sepoltura. Il padre è morto, la figlia è schiava. +Un avaro straniero possiede il castello e spreme con +estorsioni tiranniche gli infelici abitatori della campagna. +</p> + +<p> +La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa; +ma la bella vi si strugge in pianto e in gemiti, +nè può assuefarsi alla prigionia cui è ridotta. La di +lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il sonno +breve del <i>Khan</i>, il quale fa di tutto onde lenir la doglia +della sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle +leggi dell’<i>harem</i>. Essa entra nel bagno senza altri +testimoni che una serva. Il truce custode delle odalische +non penetra da lei nè di giorno nè di notte; +non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate, +nè osa neppure fissarle gli occhi in volto. Il +principe medesimo non ardisce turbare il riposo della +vergine prigioniera: le concesse di vivere sola nella +più estrema parte della reggia, e diresti che in quel +misterioso ricetto s’annida qualche ente più che +mortale. Ivi perpetua arde una lampada davanti all’imagine +della Madre di Dio; ivi la speranza, ultimo +conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la +sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della +patria vicina e così cara, e si lamenta e chiama le dolci +compagne che l’invidiano forse. Mentre in tutto il +palazzo domina la mollezza e la follia, un angolo di +quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della +castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza +d’una vita dissoluta, il cuore talvolta riman puro +<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> +e serba intatto il suo sacro deposito: il sentimento +della divinità.... +</p> + +<p> +Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride +si vestono di tenebre; in lontananza, fra le fronde +immote degli allori, io odo il gorgheggiar del rosignolo... +La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un +coro di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le +colline, le selve. Le donne agili e snelle come ombre +passano per le vie di Bakcisarai, e vanno nelle +case degli amici a spendere le ore disoccupate della +sera. +</p> + +<p> +La reggia tace; l’<i>harem</i> giace immerso in pacifico +sonno; nessuno strepito interrompe la quiete +notturna. Il fido e vigilante eunuco ha adempito +la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma +l’ansia assidua gli amareggia quella breve requie. +Il sospetto atroce del tradimento non cessa un +istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un calpestío, +ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio +incerto, si solleva spaventato, tremante e +ascolta con orrore.... ma ogni cosa tace intorno, e +nessun suono s’ode in vicinanza, fuori quello delle +acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione +di marmo, e l’inno che il rosignolo modula +nella oscurità alla rosa sua compagna diletta e inseparabile. +L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma invano.... +poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre. +</p> + +<p> +Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso +Oriente! Quanto soavi scorrono quelle ore per gli adoratori +del Profeta! Che lusso splende nelle loro magioni, +nei giardini incantati, ne’ silenziosi e impenetrabili +<i>harem</i>, ove sotto il candido raggio della luna, +<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> +par ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e +d’amore! +</p> + +<p> +Le donne dormono. Una sola veglia; respirando +appena essa balza da letto; con mano frettolosa +schiude la porta, e con passo snello s’inoltra nelle ombre +della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il +vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile +e astuto; il suo riposo non è che apparente.... +essa passa leggera come spettro. +</p> + +<p> +Titubante e sbigottita, arriva ad una porta, +gira lentamente la maniglia della serratura; entra, +guarda intorno, un secreto terrore s’insignorisce +d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la +fiammella dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente +lumeggiato da quella lampada, una piccola +imagine della Beata Vergine, e un crocifisso, simbolo +sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo +della Georgiana la grata rimembranza e il +dolce eco dei giorni remoti. S’arresta innanzi al +letto della bella Maria. Il colore d’un sonno giovenile +inostra quelle guance ove rifulge un melancolico +sorriso, sebben tuttora vi appaiano i vestigi di +lacrime recenti. Così talvolta il riflesso della luna +imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia. E Zarema, +curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden, +sceso in terra a consolare la misera prigioniera +del serraglio. — Il di lei cuore si stringe angosciosamente; +i di lei ginocchi si piegano a suo +malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere +i voti miei....” +</p> + +<p> +Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti, +risvegliano la principessa. Vede con timore la giovine +<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> +incognita prostrata al suolo; tutta confusa, la +rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a +questa ora, in queste mura? Che brami?...” +</p> + +<p> +— “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni +mia speranza è in te riposta.... Fui felice un tempo.... +viveva in sicurtà e in gioia.... ma svanì ormai +ogni mio bene; io muoro. Ascoltami. +</p> + +<p> +”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei +miei primi anni sono altamente impresse nella mia +memoria, ed io rimembro tuttora i monti alzati al cielo, +i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti impenetrabili, +altre leggi, altri costumi; ma per che decreto +della sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto +mi sovviene del mare e d’un uomo ritto sopra +un albero di nave sopra le vele.... Fin adesso la +paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in +pace all’ombra dell’<i>harem</i>, e aspettava i primi diletti +d’amore con paziente ansia e trepidazione. I +miei secreti desiderii vennero esauditi. Ghirei rinunziò +alla guerra sanguinosa, per addarsi alla dolce +voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò +nelle mura dell’<i>harem</i>. Venimmo tutte al cospetto del +nostro signore, con un palpito di incerta speranza. +Egli fissò sopra di me il suo sguardo tranquillo e sereno.... +Da quel giorno in poi, godevamo una felicità +perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto, +nè la gelosia crudele, nè il disgusto, avevano +interrotto la nostra unione.... Ma tu gli apparisti, o +Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un empio +disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude +l’orecchio alle mie rimostranze; i sospiri miei lo +molestano, non mi degna più delle sue attenzioni nè +<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> +del suo amichevole consorzio. Non sei complice della +sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io +lo so; quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto +l’<i>harem</i>, potresti gareggiar meco; ma io son nata alle +passioni, mentre tu non puoi amare come amo io; perchè, +dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore? +Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze +mi ardono come fiamma; egli s’unì a me con solenne +giuramento; da gran tempo, egli ed io, non abbiam +che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà mi +uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi +a te. Io ti supplico, non osando accusarti.... ah rendimi +la gioia e la pace; rendimi il mio Ghirei, qual +era prima.... Non replicar parola.... egli è mio; egli +delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo, +coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai; +giurami.... sebben io ora adori il Corano, crebbi nella +tua fede, che era la fede di mia madre.... giurami per +il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con Ghirei.... Ma +senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè +del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.” +</p> + +<p> +Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla. +L’innocente giovinetta ode per la prima volta il +linguaggio delle passioni tormentose, l’ode con maraviglia +e con spavento. — Che lacrime, che preghiere +potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la +minaccia? Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa +condizione? Se Ghirei potesse dimenticarla +per sempre nel di lei longinquo carcere, o se volesse +troncare innanzi tempo il sottile stame della di +lei vita! Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa +valle di dolore! Le sue ore di beatitudine svanirono +<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> +e non torneranno più! Che farebbe essa nel deserto +di questo mondo? È tempo di partire; Maria è +aspettata in cielo, nel seno della calma e del sorriso +eterno. +</p> + +<p> +Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella +è sparita in un momento; novello angelo di +Dio, essa splende ora nel tanto sospirato paradiso. +Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico +della sua disperata prigionia o qualche altro dolore?... +Nessuno può dirlo. — Solo è certo che la gentil Maria +cessò di vivere. — L’orrendo serraglio è vuoto. +Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di +Tartari egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo +di sangue come prima, s’abbandona di nuovo +al turbine della guerra, ma serba aperta nel cuore la +piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo +alla battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un +tratto s’arresta; Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito +e attonito, impallidisce come côlto da subíto +terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un +torrente d’amare lacrime. +</p> + +<p> +Ghirei sdegna e dimentica il suo <i>harem</i>; le sue +donne sventurate invecchiano e languono in quelle +triste soglie sotto la custodia dell’eunuco. La Georgiana +più non trovasi in mezzo ad esse; già da un +pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso +delle onde. Nella notte in cui morì la principessa +finirono gli strazi della di lei gelosa rivale. Qualunque +fosse la colpa della bella Georgiana, atroce, +immane fu il castigo. +</p> + +<p> +Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco +le circostanti valli del Caucaso e le tranquille campagne +<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> +della Russia, tornò nella Tauride, e fece edificare, +in onore di Maria, una fontana marmorea in +un angolo recondito della reggia. Una mezza luna +d’argento vi splendea sotto l’ombra d’una croce, +empia confusione dei due riti, e segno manifesto di +ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una +iscrizione che il tempo edace non ha ancora consunta. +Dietro a questa fabbrica bizzarra, l’acqua +mormora in una vasca di marmo dalla quale risale +in lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran +piangere la sorte di Maria. Tale una madre inconsolabile +spande perenne tributo di pianto sulla +lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del +paese conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel +funebre monumento la fontana delle lacrime. +</p> + +<p> +Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti +della capitale, io visitai il palazzo di Bakcisarai +sepolto nell’oblio. Errai per le silenziose sale, +ove risiedeva il feroce <i>Khan</i> flagello dei popoli, e ove +reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i +giorni ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza +tuttora respira nelle stanze e nei giardini inabitati: +le acque scherzano, le rose rosseggiano, i grappoli +s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla sulle +pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne +prigioniere consumavano il fior degli anni loro, gemendo +in secreto, e contando i grani delle loro corone +d’ambra.‍<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> Vidi il cimitero dei <i>Khan</i>, ultima +<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> +dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri, +cinte d’un turbante di sasso, pareva che mi +dichiarassero apertamente i decreti del fato. Ove +sono i <i>Khan</i>? Ov’è l’<i>harem</i>? Tutto tace all’intorno, +tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro +pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il +rombo delle fontane m’immerse in una involontaria +meditazione, in mezzo a cui scòrsi un’ombra di +fanciulla che spaziava nel lucido azzurro.... +</p> + +<p> +Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che +imagine era quella che m’inseguiva nell’<i>harem</i> deserto, +e ch’io non poteva respingere, nè evitare? Forse +la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa +di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata +tenera, e quelle forme ancora terrestri. +</p> + +<p> +Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico +della gloria e dell’amore, io in breve vi rivedrò, o +gaie spiagge del Salghir. Perlustrerò di nuovo le +falde amene dei monti marittimi, e i flutti cerulei +della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione +incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive +e sente: i colli, i boschi, le vigne onuste di rubini e di +topazi, le valli ombrose e fresche, i ruscelletti garruli, +fiancheggiati di pioppi.... tutto eccita l’ammirazione +del viandante, il quale scorrendo a cavallo la strada in +riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino +d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti +dell’Eusino che lampeggiano al sole, e spumano e +mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh.... +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p> + +<h2 id="eugenio">EUGENIO ANIEGHIN.‍<a class="tagtitle" id="tag24" href="#note24">[24]</a></h2> +</div> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> +</p> + +<h3 class="nosp">CAPITOLO PRIMO.</h3> +</div> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"><div class="stanza"> +<p class="i01">Si affretta di vivere, s’affanna a godere.</p> +<p class="i10"> <span class="smcap">Viasemski</span>.</p> +</div></div> +</div> + +<p> +“Mio zio, uomo d’illibati costumi, godeva la +stima di tutti ed era giunto al colmo dei suoi desiderii, +quando in un subito ammalò sul serio. L’esempio +suo potrà servir di norma ai posteri; ma che seccatura +per me vegliar dì e notte accanto al suo letto +nè osare discostarmene di un passo! Che brutta ipocrisia +è confortare un moribondo, assettargli i guanciali, +porgergli con volto afflitto le medicine, mentre +si dice in disparte con un sospiro d’impazienza: +“Ti levasse via il diavolo, maladetto vecchio!” +</p> + +<p> +Viaggiando per la posta in mezzo a un nuvolo +di polvere, così fantasticava fra sè un giovine scapestrato, +erede, per voler di Giove, di tutti i suoi consanguinei. +Ammiratori di <i>Ruslano e Liudmila</i>,‍<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> permettete +che questa volta io, senza altri preamboli vi faccia +fare amicizia col protagonista di questo mio +nuovo romanzo. Il mio buono Eugenio Anieghin +nacque sulle sponde della Neva ove forse nasceste +voi pure, ove forse faceste bella figura, o miei +lettori! Anch’io le conosco, e ci ho spesso passeggiato; +ma il clima del norte m’è contrario.‍<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> +</p> + +<p> +Il padre d’Eugenio, dopo aver servito lo Stato +con onore, viveva di debiti; dava tre feste di ballo +all’anno e finì spiantato. La sorte dapprima favorì +Eugenio; egli ebbe per balia una <i>Madame</i>; quindi un +<i>Monsieur</i> per aio. Cresceva un po’ vispo, ma amabile. +Quel povero diavolo di abate francese non volendo +stancar la mente del suo alunno, lo istruiva scherzando +e ridendo. Alieno dai precetti d’una austera +morale, non lo sgridava che per celia, e lo menava +a spasso nel Giardino d’estate. +</p> + +<p> +Quando Eugenio arrivò all’età delle vaghe speranze +e della tenera melancolia, <i>monsieur l’abbé</i> fu +licenziato. Ecco Anieghin finalmente libero. Pettinato +all’ultima moda, attillato come un <i>dandy</i> di Londra, +Anieghin si lanciò nei saloni eleganti. Scriveva +e parlava in francese molto bene; danzava con +garbo la marcusa; salutava con gran disinvoltura: +che potevasi esigere di più! L’alta società lo dichiarò +spiritoso e compito. +</p> + +<p> +Tutti abbiamo studiato qualche coserella in un +modo qualunque. Possiamo dunque spacciarci per dottori. +A detta di giudici competenti e severi, Anieghin +era un ragazzo erudito ma un po’ pedante. Aveva il +felice talento di ciarlare di tutto con grazia. Quando +nasceva una discussione grave, sapeva tacere col +muso serio d’un intelligente e divagar le signore +coi suoi frizzi satirici e spontanei. +</p> + +<p> +La lingua del Lazio è oggimai fuor d’uso: Eugenio, +a dir vero, la conosceva abbastanza per decifrare +una epigrafe, per chiacchierare di Giovenale, +per cacciare un <i>vale</i> in fondo a una lettera e citare +a mente, storpiandoli un poco, due versi di Virgilio. +<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> +Non si sentiva gran vocazione a rovistar nella +muffa cronologica dell’istoria del globo; ma sapeva +appuntino gli aneddoti curiosi dai tempi di Romolo +ai nostri. +</p> + +<p> +Ricusò di sacrificar mezza la vita a studiar +prosodia, e ad onta delle nostre premure non giunse +mai a poter distinguere un iambo da un coreo. Bestemmiava +Omero e Teocrito; leggeva Adamo Smith +e diveniva un profondo economista; esaminava per +qual modo uno Stato sussiste e s’arricchisce, e perchè +l’oro non gli è necessario quando possiede i +prodotti primi. Il padre di Anieghin non capiva +niente a queste teorie, e ipotecava i suoi beni. +</p> + +<p> +Mi manca il tempo per dire appieno tutto ciò +che Eugenio sapeva. Ma la scienza in cui primeggiava, +la scienza a cui dalle fasce egli si applicò con +impegno, con studio, con diletto; la scienza che +occupava le sue intere giornate e vinceva la sua naturale +indolenza, era la scienza di quella tenera passione +che Nasone cantò sulla lira e per la quale chiuse +la vita, come un martire, nelle atroci steppe della +Moldavia, lungi dalla sua cara Italia...... +</p> + +<p> +Benchè così novizio, già sapeva comporre il volto +a suo beneplacito, occultare le sue speranze, simular +la gelosia, asserire, persuadere, mostrarsi or feroce +or languido, or superbo, or umile, or attento, or +indifferente. Come sapeva a vicenda esser silenzioso +e discreto, o focoso ed eloquente! Che espansione, +che calore nel suo carteggio intimo! Non sospirava +che per un solo oggetto, non adorava che una sola +donna e per essa dimenticava il resto. L’occhio +suo esprimeva ora la tenerezza e la timidità, ora +<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> +l’audacia, e a volte s’irrugiadava di obedienti lacrime. +</p> + +<p> +Sapeva comparire sempre nuovo alle belle, sapeva +commoverle con finte disperazioni, ammaliarle +con melate lusinghe, coglier l’istante di debolezza, +accalappiare l’innocenza burlando, sperdere a forza +di logica e di passione i pregiudizi dell’inesperienza, +aspettare una carezza involontaria, implorare ed +esigere una dichiarazione, sorprendere i primi palpiti +di un cuore vergine, inseguire senza posa la +preda, e alfine ottenere dalla impietosita un misterioso +appuntamento in cui le dava lezioni particolari +d’amore. Oh, come sapeva confondere l’astuzia delle +civette sfacciate! Quando voleva sfrattare i rivali, con +che impudenza li denigrava! Che insidie tendeva sui +loro passi! Ma voi, fortunati sposi, rimanevate suoi +amici. Il marito scaltro, antico discepolo di Faublas; +l’incredulo vecchio, maestoso capricorno, sempre +contento di sè stesso, del suo secolo e di sua moglie, +piaggiavano a gara il nostro Eugenio. +</p> + +<p> +Talvolta, mentre era tuttora in letto gli pioveva +in camera un diluvio di bigliettini. Che saranno +mai? Inviti? Di fatto, a un tempo stesso è +pregato a conversazione in tre case diverse. In una +v’è festa di ballo; in un’altra, ricreazione di bambini. +In quale di questi posti si condurrà il nostro +scapato? Con quale comincerà il suo giro? Poco importa, +purchè vada in tutti. Frattanto si veste da +mattino, prende il suo largo <i>bolivar</i>,‍<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> corre al <i>boulevard</i>, +passeggia in su e in giù finchè il suo infallibile +<i>Breguet</i>‍<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> gli segni l’ora del pranzo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> +</p> + +<p> +Fa buio. Egli si accomoda in una slitta. “Ehi +davanti! Ehi davanti!” gridano da ogni parte i +cocchieri. Una polvere bianca inargenta il bavero del +suo soprabito. Si ferma da Talon, credendo che ivi già +lo aspetti N. N. Entra, e i tappi balzano al soffitto e +il vino della cometa‍<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> si mesce a torrenti. I servi gli +imbandiscono un <i>roast-beef</i> sanguinolento, un piatto +di tartufi, delizie della gioventù e onore della cucina +francese; e l’incorruttibile pasticcio di Strasburgo‍<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a> +torreggia davanti a lui fra un formaggio <i>vivente</i> di +Limburgo e una piramide d’aurei ananassi. +</p> + +<p> +La sete eccitata dalle bollenti costolette richiede +per estinguersi altre libazioni; — ma la lancetta dell’orologio +già annunzia che è principiata la nuova +pantomima. Mordace Aristarco del teatro, incostante +adoratore di tutte le attrici, onorato cittadino delle +quinte, Anieghin si trasporta al teatro, ove già tutti i +dilettanti stanno pronti ad applaudire le capriole delle +danzatrici, a fischiar Fedra e Cleopatra, a richiamar +Maina‍<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> coll’unico scopo di farsi osservare dalla gente. +</p> + +<p> +Magico recinto nel quale echeggiarono i carmi +dell’arguto Von Visin,‍<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> re dell’ironia e amico della +libertà! Lì Oseroff‍<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> divise colla giovine Semenova‍<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a> +l’omaggio del nostro pianto e del nostro fanatismo; +lì Calienin‍<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> rivelò al pubblico russo il genio sublime +<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> +di Cornelio; lì il caustico Sciachovschi lanciò il susurrante +sciame delle sue commedie; lì Didelot‍<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a> s’incoronò +d’immortali allori; lì, all’ombra di quelle +decorazioni, passarono i miei dolci anni primieri. +</p> + +<p> +Care dive, che fu di voi? Porgete orecchio alla +mia voce addolorata: siete sempre quali io vi vidi, +oppure altre dive vi hanno supplite ma non pareggiate? +Udrò io ancora i vostri concenti? Mirerò ancora +il volo della Terpsicore russa, ovvero la mia vista +sconsolata non incontrerà più nessuna fisionomia +nota sulla vedova scena, e dovrò io, freddo spettatore +dell’allegria comune, appuntare indarno il canocchiale +sopra una adunanza sconosciuta, e, sbadigliando +in disparte, contentarmi delle reminiscenze del tempo +trascorso? +</p> + +<p> +La sala è zeppa di gente; i palchi brulicano; +la platea e l’anfiteatro fervono, il lubbione trepida +d’impazienza. Il sipario s’alza con un grato stroscío.... +Sfavillante di luce, mezza aerea, docile al +cenno dell’arco armonico, circondata d’una schiera +di ninfe, ecco s’avanza Istomina‍<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a> radendo appena +il suolo colla cima d’un piede, mentre l’altro lentamente +aleggia. Ora essa saltella, ora spazia più lieve +che piuma al soffio d’Eolo, ora curva il bel fianco, ora +lo drizza, e intreccia e batte in tempo gli agili calcagni. +</p> + +<p> +Tutti gli astanti dan segni di satisfazione. Anieghin +entra, calpestando la gente si fa strada fra le +poltrone, alza il doppio tubo ottico ai palchi ove +stanno signore ch’egli non conosce ed esamina l’un +dopo l’altro tutti gli ordini. Ha già veduto ogni cosa +<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> +e nulla gli garba, nè i sembianti nè le <i>toelette</i>.‍<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> Saluta +i conoscenti che scorge in varie parti, poi si +volge agli attori con occhio disattento, gira la testa +sbadigliando e susurra: “Convien mutar tutto; assai +tempo ho sofferto i <i>ballets</i>; persino Didelot m’è venuto +a uggia.” +</p> + +<p> +Gli amori, i diavoli tuttora sgambettano e tempestano +sulla scena; già i lacchè stracchi russano nel +vestibolo sulle pellicce dei padroni. Gli spettatori si +soffiano il naso, tossono, fischiano, picchiano le mani. +Dentro e fuori rifulgono mille lumi; i cavalli intirizziti +dal freddo scuotono i finimenti; i cocchieri, ritti +intorno ai braceri, maledicono i loro signori e si percuotono +i fianchi colle palme per riscaldarsi. Già Anieghin +è uscito; va a casa a mettere un nuovo <i>costume</i>. +</p> + +<p> +Potrò io mai fedelmente descrivere il gabinetto +appartato, ove l’esemplare discepolo delle mode si +vestiva, si spogliava e si rivestiva? Tutte quelle bagattelle +che Londra in sì gran copia fabbrica per contentare +i nostri capricci e ci manda quindi a traverso +il Baltico in ricambio di legno e di sego; tutte quelle +galanterie che il gusto e la provvida industria di Parigi +inventa per dilettar la vista, per pascere il lusso +e la mollezza del mondo elegante, tutto ciò adornava +il gabinetto del nostro filosofo di diciotto +anni. Pipe turche con bocchini d’ambra; lavori di +porcellana e di bronzo; boccette di cristallo piene +d’essenze odorose; pettini e lime d’acciaio; forbici +dritte o curve; spazzole di trenta specie per le unghie +e per i denti, ingrombravano i suoi tavolini. Rousseau +(fo questa osservazione fra parentesi), Rousseau non +<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> +poteva perdonare a Grimm di essersi nettato le unghie +in sua presenza.‍<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> O magniloquente mentecatto! +Il propugnatore della libertà e del dritto, in questo +caso, ha certamente torto. Un uomo può essere assennato +e pulirsi le unghie. Perchè voler lottare senza +pro contro il secolo? L’uso è autocrata della società. +Il mio Eugenio, paventando come un altro ***, i +sarcasmi degli invidiosi, era, per dirla in una parola, +un pedante della moda, uno zerbino coi fiocchi. Se ne +stava talvolta almeno tre ore di seguito innanzi allo +specchio, ed esciva dal suo <i>boudoir</i>, acconciato come +una Venere notturna che sen va al veglione mascherata +da uomo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> +</p> + +<p> +Potrei qui dilungarmi in descrivere la toelette +d’Eugenio, e attrarre l’attenzione degli eruditi sul suo +abbigliamento; ma convien ch’io rinunzi a tale impresa, +poichè la lingua russa non ha voci corrispondenti a +<i>pantalon, frac, gilet</i>. E d’altronde m’accorgo e confesso +con schiettezza, che il mio sciagurato stile pur troppo è +già zeppo di espressioni esotiche, sebben per iscansarle +io spesso scartabelli il Dizionario dell’Accademia. +</p> + +<p> +Ma ora di tutt’altro dobbiamo intrattenerci. Fa +d’uopo che ci rechiamo alla festa di ballo ove Anieghin +s’avvia in una calescia da nolo. Sulle facciate +oscure delle case, pel lastricato silenzioso delle +strade, i fanali delle carrozze spandono un giocondo +chiarore che si refrange in mille archibaleni sulla +neve. Il nostro eroe smonta all’ingresso d’un suntuoso +palazzo, splendidamente illuminato. Si vedono +passare e ripassare alle finestre, innumerevoli ombre +e profili di teste di signore e di cavalieri. +</p> + +<p> +Anieghin si slancia nel peristilio, vola come strale +davanti allo introduttore svizzero‍<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>, sul pavimento di +marmo. Si liscia i capelli colla mano, ed entra +nella sala di conversazione. È piena gremita di gente, +e i musicanti cominciano a essere stanchi. Gli invitati +danzano la masurca. Dappertutto chiasso e calca +straordinaria; ronzano gli speroni dei <i>chevaliers gardes</i>,‍<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a> +guizzano e trepidano i piedini delle gentili dame; +<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> +infiniti sguardi ardenti li accompagnano, e l’armonia +dei violini soffoca il cinguettío delle gelose donne +alla moda. +</p> + +<p> +Nei miei giorni di felicità e di desiderio, io ammattiva +per le feste di ballo. Non conosco luogo più +propizio per far dichiarazioni d’amore, e consegnar +viglietti teneri. O rispettabili mariti! Io vi offro +i miei servizi, e vi prego d’attendere alle mie parole: +vi voglio salvar l’onore. Voi pure, buone madri, +osservate con maggior rigore la condotta delle +vostre figlie, abbiate sempre gli occhiali a cavalcioni +sul naso.... Non crediate però ch’io.... Dio me ne +scampi e liberi! Parlo così, perchè già da un pezzo +io non pecco più. +</p> + +<p> +Ahimè, che ho perduto molta parte di mia vita +in diporti frivoli! Eppure mi talenterebbero tuttora +le feste di ballo, se non offendessero la morale! Io +amo la petulante gioventù, la folla, il brio, l’allegria, +gli addobbi ricercati delle belle; ma più di tutto io +vagheggio i loro piedini. Peccato però, che in tutta +la Russia si trovino appena tre paia di bei piedi +muliebri! Ma fra questi uno ve n’ha, ch’io non potrò +sì tosto dimenticare! Tribolato, spassionato, desto o +svegliato, io gli ho sempre presenti, e ogni notte vengono +a stuzzicarmi in sogno. In nessun tempo, in +nessun clima li potrò io obliare. Ahi, piedini, piedini! +Dove siete adesso? Sotto qual zona premete i +fiorellini di primavera? Avvezzi alla mollezza orientale, +non stampaste orma sulle orride nevi del settentrione; +vi bisognava la morbidezza dei tappeti di +Persia. Per voi, io scordai la gloria, l’ambizione, il +paese degli avi miei, e la mia prigionia. L’incanto +<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> +dei miei anni giovanili svanì come sull’erba dei +prati la traccia vostra. +</p> + +<p> +Il seno di Diana, le gote di Flora, o amici cari, +mi fan trasecolare, ma più seducenti ancora mi sembrano +i piedini di Terpsicore. Essa, lasciando travedere +l’ambíto guiderdone degli amanti, trascina dietro +a sè un turbine di voti e di sospiri. Io adoro quei +piedini: di primavera, sopra lo smalto delle lande; +d’inverno, innanzi agli alari del caminetto, sul +tavolato lucido dei saloni, sotto le lunghe tovaglie +delle mense, e presso al mare sul granito d’uno +scoglio. +</p> + +<p> +Un giorno, io ed essa, eravam sul lido poco +prima di una burrasca. Oh come io invidiava le onde +che venivano in tumultuosa fila a lambirle amorosamente +i piedi! No, durante il voluttuoso corso +della mia gioventù, non bramai con tanto affetto di +baciare le labbra purpuree, o le rosee guance, o il +petto tremulo delle nuove Armide, come bramai in +quel punto di baciare quei piedini. +</p> + +<p> +Mi rimembro d’un’altra circostanza. Talvolta +in un sogno felice parmi tener l’arcione della sua +sella, e stringer fra mano quel piedino adorato. A +quel pensiero mi si riscalda la fantasia, a quel contatto +mi ribolle il sangue nelle vene agghiacciate: +soffro ancora, amo ancora.... ma già troppo a lungo +la mia garrula Musa celebrò le belle superbe: esse +non meritano nè gli ardori nè i carmi che esse ci +ispirano. Le parole e il cuore di quelle lusinghiere +sono così volubili come i loro piedi. +</p> + +<p> +Ma dov’è il mio Anieghin? Mezzo addormentato +esce dalla festa di ballo, e va a gustare un +<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> +istante di riposo. Già il rimbombo dei tamburi ha +svegliato l’abitante instancabile di San Pietroburgo. +Il mercante balza da letto, il rivendugliolo va in giro +colle sue ceste, il cocchiere s’incammina alla stazione +consueta. La contadina di Octa corre colle sue +brocche di latte, e fa crepitar la neve sotto ai suoi +solleciti passi. Il gradito fracasso del mattino si rinnovella +dappertutto: le imposte si spalancano; il fumo +delle stufe serpeggia per l’aria in ghirlande azzurrine, +e l’accurato fornaio tedesco col berretto +bianco in testa ha già aperto più volte lo sportellino +della sua bottega. +</p> + +<p> +Frattanto il figlio del piacere e del fasto, sbalordito +dal frastuono delle feste, converte il mattino in +notte, e dorme placidamente fra beate visioni. Si desterà +dopo le dodici; continuerà la stessa vita varia +eppure uniforme, e domani farà quel che fece ieri. Domanderete +forse se il mio Eugenio, indipendente sul +più bel fior degli anni, fra i trionfi, gli amori e le +delizie, godesse la felicità? Domanderete se fra i lauti +conviti egli fosse tranquillo e sano?... +</p> + +<p> +No: i sensi suoi già divennero ottusi e languidi. +Il rumore del mondo lo importuna; le belle non son +più il precipuo oggetto dei suoi pensieri. La perfidia +delle donne lo ha disgustato; è stucco degli amici e +dell’amicizia, perchè non può sempre condire di +sciampagna le bistecche e i pasticci di Strasburgo, +nè sciorinar motti e frottole quando gli duole il capo; +e benchè egli fosse un discolo solenne, abiurò finalmente +gli alterchi, le sciabole e le pistole. +</p> + +<p> +Un morbo, le cui cause già da gran tempo si sarebbero +dovute indagare; un contagio fratello dello +<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> +<i>spleen</i> inglese, vale a dire l’ipocondria russa, lo invase +poco a poco. La Dio mercè egli non cercò di farsi +saltar le cervella, ma si svogliò di tutto. Divenne +burbero e tetro come <i>Childe Harold</i>. Nè i pettegolezzi +della città, nè il gioco del <i>boston</i>, nè le provocatrici +occhiate, nè i sospiri indiscreti lo commovevano, +e non vi badava nemmeno. +</p> + +<p> +In primo luogo, egli abbandonò le fantastiche +dame della alta società. A dir vero, il <i>bon ton</i> d’oggigiorno +è bastantemente seccante. Sebbene alcune signore +siano in grado di spiegare Say e Bentham, +ciò non ostante, ad onta di quell’innocuo cicalío, la +loro compagnia è intollerabile. Di più esse sono così +caste, così maestose, così spiritose, così pie, così +guardinghe, così puntuali, così inespugnabili, che la +sola vista loro ti appicca lo <i>spleen</i>. +</p> + +<p> +E voi, o forosette, cui ad ora avanzata un rapido +<i>droschi</i> mena in giro per le vie di San Pietroburgo, il +mio Eugenio piantò lì anche voi. Disertore dei divertimenti +sregolati, Anieghin si rinserrò nella sua +camera, prese carta e calamaio, e volle scrivere; ma +quella applicazione improba gli fiaccò le forze. Quindi +egli non entrò nella sella di quelli uomini violenti, +che io non condannerò perchè io sono di quel numero +uno. +</p> + +<p> +Nuovamente in preda all’ozio, straziato dall’inedia +del cuore, schierò un battaglione di libri +sulli scaffali della sua biblioteca, e s’assise col lodevole +intento di far suo proprio l’ingegno altrui. Lesse, +lesse, lesse, ma senza scopo e senza frutto; ove +trovò la noia, ove l’inganno e la follia. Tale autore +non ha coscienza, tale altro non ha giudizio; ciascuno +<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> +ha le sue prevenzioni e i suoi vizi. Gli antichi +sono un po’ vieti, e i moderni delirano sugli antichi. +Mandò all’aria i libri come le donne, e avvolse +in un drappo bruno la biblioteca, e i suoi polverosi +tesori. +</p> + +<p> +Io conobbi Anieghin verso quell’epoca di sua +vita. Appunto aveva io, come lui, scosso di recente +il giogo delle convenzioni sociali e delle vanità mondane. +Mi piacque la fisionomia d’Eugenio. Quella sua +indole astratta e cogitabonda, quella stranezza di maniere +e d’idee, congiunta a una sagacità rara e ad +un senno squisito, m’empì di meraviglia. Io fremeva +di sdegno; egli sen stava quieto e meditabondo. Ambedue +sapevamo per prova come scherzino le passioni; +ambedue satolli della esistenza, dovevamo soffrire +nel mattino della vita gli oltraggi della ceca fortuna, +e dei nostri simili. +</p> + +<p> +Chi ha vissuto e riflettuto, non può fare a meno +di sprezzare gli uomini, nel secreto del cuore. L’imagine +dei dì passati, che non torneranno più, è una +tortura per un’anima sensibile. Il rammarico, il +pentimento, la mordono e la rodono come serpenti, +e per essa non v’ha più vera gioia. Tali sentimenti +infondono nella conversazione di chi li prova una +grazia, un fascino onnipossente. Dapprincipio, il +linguaggio d’Anieghin mi turbò; ma poco a poco +mi assuefeci alle acerbe invettive, ai sarcasmi pungenti +e atrabiliari, che discorrendo scoccava, or qua +or là, come tanti strali mortiferi. +</p> + +<p> +Nella stagion d’estate, quando il cielo si specchiava +limpido e terso nel cristallo della Neva; +quante volte, a quell’ora di notte in cui più non +<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> +brillava il sorriso della luna, errando insieme lungo +le sponde del fiume, ci narrammo a vicenda gli episodi +romanzeschi dei nostri primi amori! Ridivenivamo +sensibili e noncuranti, oppure ci inebriavamo +in silenzio dei grati olezzi della verdura, in mezzo a +quelle tenebre sfolgoranti di stelle. Trasferiti in idea +dal tempo presente sì amaro, nel passato sì dolce, +provavamo quel che proverebbe un galeotto, il quale +addormentatosi nell’orror dell’ergastolo, si destasse +in seno a un fiorito boschetto. +</p> + +<p> +Immerso nell’abisso delle sue rimembranze, +talvolta Eugenio se ne stava aggomitato‍<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> sul granito, +come il personaggio descritto dal poeta.‍<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> Alta quiete +regnava intorno, non s’udiva altro strepito che il +grido delle sentinelle, e di quando in quando il fragore +delle ruote d’un <i>droschi</i> nel quartiere della Miliona. +Al più al più, una barchetta a remi solcava +lentamente la superficie unita del gran fiume; e ci +molcea l’orecchio un suon di corno misto a un canto +flebile in lontananza. Ma più soave assai echeggia +nelle ombre opache l’armonia delle ottave del Tasso. +</p> + +<p> +O lagune dell’adriaco mare, o Brenta! Io vi +vedrò; io andrò a ispirarmi al susurro delle vostre +acque. La vostra voce è sacra ai figli d’Apollo; essa +mi è nota per la cetra altera d’Albione,‍<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> mia maestra +e donna. Io assaporerò la voluttà delle notti +dell’aurea Italia; io vogherò in una misteriosa gondola +<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> +al fianco d’una leggiadra veneziana, ora loquace, +ora taciturna, che addestrerà le mie labbra a modular +la favella di Petrarca, e d’amore. +</p> + +<p> +Ricupererò io mai la libertà? Io la chiamo, io +la sospiro con fervore. Vo spaziando qua e là in riva +al mare;‍<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> invoco la burrasca; fo segni alle antenne +delle navi. Quando potrò io intraprendere un tragitto +periglioso sui flutti lottanti coi venti, per le oblique +vie del pelago? È tempo che io fugga il lido fastidioso +e queste aure aborrite; è tempo ch’io voli +sotto un cielo più mite, sulle spiagge dell’Africa natia,‍<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> +a pensare a questa nebulosa Russia, ove ho sofferto, +ove ho amato, ove giace sepolto il mio cuore. +</p> + +<p> +Anieghin stava per far vela meco verso estranee +regioni, quando piacque al barbaro destino di separarci +per lungo tratto. Il padre d’Anieghin passò da +questa vita. Un branco d’accaniti creditori assalì +Eugenio. Tutti avevano dritti legittimi e istromenti +validi. Eugenio che abominava le liti, contento delle +sue mediocri sostanze, cesse loro l’eredità paterna; +non credendo scapitar gran cosa, e pronosticando +forse la prossima fine d’un suo vecchio zio. E, in +fatti, di lì a poco, gli giunse la notizia che quel galantuomo +era in punto d’agonia, e bramava, prima +di spirare, dargli l’estremo addio. Eugenio, subito ricevuta +la lettera dell’intendente, montò in posta, anticipatamente +sbadigliando dalla noia, e preparandosi +a dovere, per qualche danaro, gemere, piangere, e +far quella commedia cui si allude nell’esordio di +<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> +questa veridica istoria. Ma quando Eugenio giunse +al villaggio dello zio, trovò il buon vecchio già basito +e in procinto di andarsene sotterra. +</p> + +<p> +Il cortile era pieno di servitori. Da ogni banda +accorrevano amici e nemici per godere della vista +dei funerali. Si seppellì il defunto. I preti e i curiosi +gozzovigliarono in suo onore, e quindi, ben pasciuti, +si ritirarono con gravità e sussiego, come persone +che han compito un dovere sacrosanto. Ecco Anieghin +divenuto campagnuolo, possessore assoluto di +manifatture, di canali, di selve, di poderi, esso, fin +ad ora, scialacquatore di prima riga, e recalcitrante +ad ogni freno! Eccolo che consente a trasformare il +suo antico vivere disordinato in una esistenza regolata +e sicura. +</p> + +<p> +Per ben due giorni interi la solitudine dei campi, +la frescura crepuscolare dei querceti, il mormorío +d’un placido ruscelletto, gli tornarono a genio. Nel +terzo giorno, i boschi, i poggi, le valli, non lo dilettarono +più tanto; anzi gli cagionarono un tedio mortale. +Finalmente s’accorse e fu convinto, che la noia +penetra anche nelle borgate rustiche, quantunque non +vi si trovino nè strade, nè palazzi, nè carte da gioco, +nè feste di ballo, nè poesie. L’ipocondria accompagnava +Eugenio in ogni luogo, e lo inseguiva come +una ombra, o una sposa fedele. +</p> + +<p> +Io son nato per la vita quieta, per la calma +delle ville. Il suono della cetra pare più melodioso in +quel silenzio; le visioni della mente son più vive. +Ivi mi pasco d’innocenti piaceri, navigo sul liquido +cristallo d’un lago; nè conosco altra legge, che il dolce +<i>far niente</i>. La libertà e la mollezza occupano le mie +<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> +giornate; leggo un poco, dormo un poco; più non +mi cale di quel vano fiato di vento, che si appella +gloria. In somma, io passo il tempo come lo passava +nella mia infanzia scevro di cure e di pensieri. +</p> + +<p> +Fiori, amori, verdura, campagna, riposo, siete i +miei Dei tutelari. Mi rallegro sempre quando mi accade +di notare qualche divario fra il carattere d’Eugenio +e il mio. Senza di ciò, i lettori malevoli, i coniatori +d’ingegnose calunnie, riconoscendomi forse a +qualche indizio, andrebbero poi vociferando, che ho +qui delineato il mio ritratto, secondo l’esempio +di Byron, poeta dell’orgoglio. Perchè mai sarebbe +più difficile di dettar poemi sopra gli altri, che sopra +noi medesimi? +</p> + +<p> +Io farò una osservazione. Tutti i poeti si lasciano +abbindolar dall’amore ideale. Tempo fa, io adorava +certi cari oggetti, la cui effigie mi è rimasta impressa +in fondo al cuore. La Musa poi prestò un corpo a +quelle vaghe imagini, e celebrò la fanciulla dei +monti‍<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a> e le captive delle sponde del Salghir.‍<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a> +Adesso, amici miei, non di rado mi dirigete questa +domanda: “Per chi palpitano le corde del tuo liuto? +A quale delle gelose vergini sacrasti i tuoi concenti? +Quale bella, destando in te l’entusiasmo, premiò i tuoi +carmi con una occhiata? Chi è quella che divinizzi +ora nelle tue carte?” Nessuna, o amici, lo giuro. +Pur troppo esperimentai le ambasce forsennate di +Cupido. Felice colui che accoppia il fuoco d’amore a +quel di poesia, e così duplica il sacro furore dell’ispirazione +ad esempio di Petrarca, il quale leniva +<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> +il suo affanno cantando, e a un tempo stesso +s’irradiava di gloria. Ma io, quando corteggiavo le +donne, ero stolto e muto. +</p> + +<p> +La fiamma d’amore si estinse e rimasi al buio. +Allora la Musa m’apparve e dissipò la caligine del +mio intelletto. Libero omai, cerco ancora di combinare +l’armonia del metro col sentimento e la ragione; +scrivo, e con tale esercizio placo gli spasimi del +cuore. La mia penna non si balocca più a schizzare, +fra i versi non finiti, piedini e volti di donne. +La cenere spenta non riarde più. Io tuttora patisco; +ma è esausta la fonte delle lacrime, e in breve ogni +traccia d’agitazione sarà sparita. Allora m’accingerò +a comporre un poema in venticinque canti. Ho già +ideato il nesso dell’azione, e stabilito il nome dell’eroe. +</p> + +<p> +Intanto eccomi giunto al fine del primo capitolo +di questa favola. L’ho riveduto con accuratezza; vi +ho scoperto un monte di contradizioni, ma non vo’ +sprecar tempo in tôrle via. Adempirò il mio dovere +verso la censura, e regalerò questo nuovo frutto ai +giornalisti, acciocchè se lo mangino. Vattene adunque +sulle rive della Neva, o neonato parto del mio +ingegno! Possa tu produrre colà i soliti effetti delle +cose illustri: le maligne interpretazioni, i clamori +pazzi, e gli improperi. +</p> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> +</p> + +<h3>CAPITOLO SECONDO.</h3> +</div> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"><div class="stanza"> +<p class="i01">O rus!</p> +<p class="i03"> <span class="smcap">Orazio</span>.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">O Russia!</p> +<p class="i03"> <i>Traduzione libera</i>.</p> +</div></div> +</div> + +<p> +La terra ove s’annoiava‍<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a> Eugenio era un delizioso +asilo nel quale un amante dei piaceri semplici +avrebbe goduto una perfetta felicità. La casa signorile +si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a +piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte. +Intorno intorno verdeggiavano e fiorivano ameni +campi indorati di mèssi e prati ubertosi ove spaziavano +gli armenti. Qua e là un villaggetto o un vasto +giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca +ove venivano le Driadi a meditare. +</p> + +<p> +Il venerabile castello era costrutto come devono +essere tutti i castelli; straordinariamente solido e +tranquillo, secondo l’uso dei nostri giudiziosi avi. Sale +ampie ed alte, arazzi appesi alle pareti, ritratti d’antenati +e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto ciò +ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè. +D’altronde, l’amico badava pochissimo all’architettura +e alla mobilia, atteso che sbadigliava nei +saloni moderni come negli antichi. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> +</p> + +<p> +Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio +per quaranta anni di seguito s’era affacciato alla +finestra, aveva quistionato colla governante e acciaccato +mosche. +</p> + +<p> +Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di +quercia, due scaffali, un tavolino, un divano di piuma +senza alcuna macchia d’inchiostro. Anieghin +aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa; +nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro +e un lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato +da mille faccende, non leggeva altri libri. +</p> + +<p> +Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per +accorciare il tempo, determinò di stabilire un ordine +nuovo nella azienda del suo dominio. Filantropo +segregato fralle selve, egli convertì in un +lieve tributo annuo gli oblighi feudali;‍<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a> e il servo +redento benedì il nuovo signore. Ma un possidente +spilorcio e inumano sbuffò di rabbia all’annunzio di +tale azione che considerava come una enormità. Un +altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono +in dichiarare Eugenio un matto pernicioso. +</p> + +<p> +Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita; +ma siccome tosto che udiva un <i>droschi</i> per la strada +maestra Eugenio inforcava la sella d’un focoso stallone, +i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento +ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano +essi, “è un ignorante, uno scapestrato, un <i>frammassone</i>. +I suoi vini fini se li tracanna tutti lui; non +bacia la mano alle signore; dice sempre <i>sì</i> e <i>no</i>; non +<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> +v’aggiunge mai <i>signore</i> o <i>signora</i>.” Tale era l’opinione +della gente intorno ad Anieghin. +</p> + +<p> +Giunse allora nel villaggio un altro possidente che +diede un nuovo pascolo alle chiacchiere degli oziosi. +Chiamavasi Vladimiro Lenschi. Allievo di Gottinga, +fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine e +bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi +studi: dei principii liberali, un’anima ardente e un +po’ bizzarra, un linguaggio esaltato, e capelli lunghi +sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato dalla fredda +perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava +alla lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle +vaghe zittelle. Era Lenschi d’una grande ingenuità +di spirito, si lasciava facilmente illudere dalla speranza, +dalle apparenze e dalle fanfaronate della gente. +Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde +menzogne. La vita umana gli sembrava un enimma +interessante; si rompeva la testa a scrutarlo, e si +figurava che dalla soluzione di quello dovesse scaturire +qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima +sorella della sua, di quell’anima che, secondo egli +credeva, anelava d’unirsi alla compagna destinatale +dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante, languiva +nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci +d’ogni sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer +per lui la prigionia e la morte, e non esitassero +mai a rintuzzare le calunnie.... +</p> + +<p> +L’indignazione, la pietà, il sacro amore del +bene, la sete della gloria, sin dai primi anni, gli fecero +palpitare il cuore. Sen giva peregrino per la +terra senza altra compagnia che la sua cetra. Ammiratore +di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla +<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> +poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di +coltivar le muse. Celebrava nelle sue rime i generosi +sentimenti, l’entusiasmo giovanile e l’aurea semplicità; +suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi +canti eran puri come i pensieri d’una vergine candida, +come il sonno d’un fanciullo nella culla, come, in +un ciel sereno, il raggio della luna, regina dei sospiri +teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione, +la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle +rose, il fiore di sua gioventù appassito in sulla diciottesima +primavera e i lontani paesi ove in seno della +solitudine egli aveva sparso tante amare lacrime. +</p> + +<p> +In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva +valutare i meriti di Lenschi, il quale fuggiva con +premura i tumultuosi banchetti dei possidenti circonvicini, +le loro conversazioni serie intorno al vino, +alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia. +Dalla natura degli argomenti, si può desumere +che i discorsi di quei barbassori non ridondavano nè +di estro poetico, nè di delicatezza, nè di acume, nè +di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle +loro carissime mogli era molto più sciocco ancora. +</p> + +<p> +Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona, +Lenschi veniva accolto in ogni casa come s’accoglie +un genero futuro. Tale è la consuetudine dei +villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie per +il signorino mezzo russo.‍<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> Subito che egli entrava, +la compagnia si metteva a ragionare degli incomodi +della vita celibe. Se invitavano Lenschi a prendere +una tazza di tè, la Dunia era incombensata di mescerlo. +<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> +Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!” +Quindi un servitore recava una chitarra, +e Dunia incominciava a miagolare: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Oh! vieni a me, nel mio palazzo d’oro!‍<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a></p> +</div></div> + +<p> +Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare +alle panie del matrimonio, e niente altro ambiva +che contrarre più stretta familiarità con Eugenio. +L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio +e la brace, non son più diversi fra loro di quello +che fossero Lenschi e Anieghin; eppure divennero +amici sviscerati. A prima giunta, quel reciproco contrasto +cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni +giorno a cavallo o a piedi, fece sì che divennero +compagni inseparabili. Così, pur troppo è vero, la scioperatezza +è il nodo che ravvicina e unisce gli uomini. +</p> + +<p> +Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati +dall’orgoglio, reputiamo noi stessi come tante +unità e gli altri come tanti zeri. Tutti ci crediamo +nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi +nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci; +ogni affetto ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio +era più tollerante; conosceva gli uomini e li disprezzava +in genere, ma faceva in particolare alcune +eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei +quali rispettava l’opinione. Ascoltava Lenschi con +un sorriso; quel linguaggio colorato ed eloquente, +quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio +sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove +per Anieghin. Si asteneva da ogni parola che potesse +<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> +agghiacciar quell’ardore, pensando fra sè: sarei insano +e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità momentanea. +Pur troppo l’esperienza lo disingannerà. +Lasciamogli quella sua fiducia nella perfezione umana +e non estinguiamo anzi tempo quel fuoco giovenile; +non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori. +</p> + +<p> +Non v’era cosa che non servisse loro di testo +a qualche controversia e che non li portasse alla riflessione. +Le gesta delle generazioni antiche, i frutti +della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei secoli, +i funebri misteri della tomba, il destino e la +vita, porgevano a vicenda ésca alle loro disquisizioni. +Lenschi, nel calore della disputa, leggeva a +modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici, e +l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione, +sebbene da gran tempo li conoscesse. +</p> + +<p> +Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti +erano le passioni. Eugenio, già da qualche +tempo sfuggito a quella insolente tirannia, ne ragionava +con un involontario sospiro di rincrescimento. Beato +chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe +sottrarsi al loro impero! Ma più felice colui che non +le conobbe mai, che vinse l’amore colla fuga, e l’odio +colla maldicenza! Di quando in quando egli sbadiglia +cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare da +gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il +capitale tramandatogli dagli avi. +</p> + +<p> +Quando stanchi della agitazione del mondo ci +ricovriamo prudentemente sotto l’insegna della calma +e del riposo; quando la fiamma che ci consumava +è spenta; quando la febbre delle passioni, le +loro estasi, le loro ubíe, i loro richiami tardivi, non +<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> +ci incutono più che disprezzo; tranquilli alfine non +senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la descrizione +delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci +rinverdi e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido +obliato in fondo al suo tugurio, porge volentieri orecchio +ai racconti dei militi novizi che tornano dalla +guerra. +</p> + +<p> +La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa; +è sempre pronta a confidare i suoi odii e i suoi amori, +i suoi affanni ed i suoi gaudi. Anieghin, veterano dell’esercito +d’amore, accoglieva a muso serio le confessioni +del poeta, il quale, devoto alla religione del +cuore, svelava con ingenuità ogni ripiego della sua +coscienza. Eugenio in breve fu istruito di tutti i suoi +secreti teneri e dolci, secreti che già da un pezzo +ci son noti. +</p> + +<p> +Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti +soli sono ancora capaci d’amare. Sempre, dappertutto, +un sol pensiero, un sol desire, un sol tormento gli occupava +l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi +anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse, +nè la vista dei paesi forestieri, nè lo strepito delle +feste, nè lo studio delle scienze, poterono alterare i +sentimenti suoi puri e virtuosi. +</p> + +<p> +Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle +passioni, s’invaghì della vezzosa Olga di cui divideva +le cure e i trastulli infantili sotto il baldacchino +dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici, vedendo +il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano +e incoronavano sposi.‍<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> Olga, tutta spirante bellezza +<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> +e innocenza, fioriva nella solitudine, fra le soglie +avite e sotto gli occhi paterni, come un mughetto +ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura, ignoto +alle farfalle e alle api. +</p> + +<p> +Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine +cuore, ed egli, trasumanato da quel caro dono, +sacrò alla vezzosa i primi lai della cetra. Addio, aurei +sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli ricercò le +selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle, +la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo +altre volte come ad una fida amica per offrirle le +nostre lacrime, grato sfogo dell’interno affanno.... +Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per confidenti, +invece della luna, i lampioni delle cantonate. +</p> + +<p> +Sempre modesta, sempre obediente, allegra +come l’aurora, sincera e semplice come l’anima +d’un poeta, buona e timida come un bacio d’amore.... +occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di +sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre, +voce soave, Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo +odierno qualunque, vi troverai il di lei ritratto +esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho veduto e ammirato; +ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa, +lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di +Taziana‍<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> sorella maggiore di Olga. Sarà la prima +volta che simil nome comparirà nelle pagine di un +romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole +e sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora +appartenne più alle serve che alle padrone. È forza +confessare che non mettiamo molto gusto nella +<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> +scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto +che mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione, +ma soltanto l’affettazione e le smorfie di quella. +</p> + +<p> +Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione +di ligustri e rose, nè la bellezza di Olga +sua sorella, avevan finora potuto attrarre sopra di lei +l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica, +paurosa come una damma selvatica, l’avresti +creduta straniera nella propria famiglia. Non sapeva, +a forze di lusinghe, cattare la buona grazia dei genitori. +Non si associava alle danze nè ai giuochi +delle fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola +e muta, per giorni interi, nel cantuccio d’una finestra; +o ascoltare, di sera, novelle orribili e strane. +</p> + +<p> +Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva +animare colle finzioni della vivace fantasia +i suoi solitari ozi. I delicati suoi diti non avevan mai +toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo +per screziar la tela di fogliami e figure di seta. +</p> + +<p> +Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder +una ragazza che si esercita colla docile sua bambola +alle ipocrisie, alle etichette della società, e ripete a quel +pezzo di legno le riprensioni che ha ricevute dalla +mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole +nè conversar con loro dei pettegolezzi della città o +delle ultime mode. Quando la balia adunava in uno +spazioso giardino tutte le fanciulle del vicinato per +giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava altrove. +Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano. +Ad essa piaceva più anticipare sopra un +balcone lo spuntar dell’alba, quando a poco a poco le +stelle si ritirano dall’emisfero scolorato; quando la +<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> +terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto +messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde +e sui prati. Nelle notti d’inverno, quando il pigro +Oriente riposa sotto i raggi smorti della luna annuvolata, +Taziana sempre desta all’ora solita esciva +da letto al chiaror d’una lucerna. +</p> + +<p> +Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi +le tennero luogo di tutto. In special maniera s’affezionò +ai racconti di Richardson e di Rousseau. Il +padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo, +non leggeva mai. Considerava i libri come innocui +giocattoli, nè si curava di scoprire quali insidiosi +volumi si appiattassero sino al mattino sotto il +guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente +Richardson, non già per averlo letto, non +già perchè anteponesse Grandisson a Lovelace; ma +perchè sua cugina, la principessa Alina di Mosca, +citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In +quell’epoca, il signor Larin non era ancora che +suo pretendente, ma senza speme. Essa ardeva per +un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo +spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente +della guardia, famoso damerino e giocatore. Essa, ad +esempio di lui, andava sempre vestita di moda e con +gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della fanciulla +la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo +consenso. L’assennato marito, volendo dissipare il +di lei cordoglio, si trasportò immantinente nelle sue +possessioni, e lì la povera signora, circondata da Dio +sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in +procinto di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle +cure domestiche, s’avvezzò al suo nuovo stato, si +<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> +placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro +largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine +adunque sopì quella angoscia, che nulla poteva +mitigare. Una grande scoperta che essa fece +terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli +ozi della villa, trovò un ottimo secreto per governare +autocraticamente il consorte, e d’allora in avanti +ogni cosa camminò a meraviglia. +</p> + +<p> +Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi +per l’inverno, teneva il conto delle spese, radeva +la testa ai giovani coscritti,‍<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> andava al bagno il sabato, +e quando era di mal umore picchiava le serve, senza +mai chieder licenza ai marito. +</p> + +<p> +Scriveva col suo sangue negli <i>album</i> delle giovini +amiche, cangiava per vezzo il nome di Prascovia +in quello di Paolina; portava fascette molto strette, +parlava con una cantilena, pronunziava la N russa +col naso, come una N francese;‍<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a> ma tosto smesse +tutto ciò, e dimenticò gli <i>album</i>, i versi teneri, la +principessa Paolina e le fascette; chiamò bonariamente +Aculca, la cameriera che prima chiamava +Celina, e in somma, incominciò a far uso di scuffie +semplici, e di gonnelle ovattate. +</p> + +<p> +Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava +mai nei di lei negozi, e aveva messa in lei +una fiducia scevra d’ogni sospetto. Pranzavano ambedue +in veste da camera. La vita loro scorreva in perfetta +quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano +a veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo, +<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> +e ridere un poco di questo e di quello. Così +passava il tempo. Si pregava Olga di preparare il tè; +poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire, +ciascun se ne tornava a casa propria. +</p> + +<p> +Essi osservavano nella loro placida esistenza +gli usi e i costumi antichi. In tempo di carnevale +facevano le frittelle. Il <i>cvas</i>‍<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a> era la loro unica bevanda, +e a mensa, offrivano i piatti a ciascun convitato, +secondo la sua qualità e il suo rango. In tal +guisa invecchiarono insieme. La porta del sepolcro +si aprì poi per essi, e il fortunato sposo ricevè allora +una nuova corona. Morì un’ora avanti desinare. +I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente +degli altri parenti. Era un uomo schietto e +buono; e nel posto ove giacciono le sue ossa, si erge +un monumento funebre, con questa iscrizione: <i>Sotto +questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile +peccatore, servitore del Signore, e brigadiere</i>. +</p> + +<p> +Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò +il modesto monumento dell’amico, diede un +sospiro alla sua memoria, e rimase un istante pensoso +e afflitto. Poi sclamò: “<i>Poor Yorick!</i>‍<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a> egli mi tenne +fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua +medaglia d’Occiacoff!‍<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a> Mi promise Olga in isposa, +dicendo: Quando verrà quel giorno?...” E oppresso +dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla pietra un funereo +<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> +madrigale. Siccome poi continuava in quella vena +poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe +per suo padre e per sua madre.... Ahi che le generazioni, +quasi mèssi caduche, germogliano, per voler +della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano, +si inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a +quelle.... La nostra razza fragile e fugace, cresce, si +agita, ferve, e precipita al fine nell’abisso funesto, +in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un +momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal +mondo per occupare il nostro posto. +</p> + +<p> +Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile +esistenza! Io ne fo poca stima, perchè ne conosco +tutta la vanità. Son ceco alle illusioni, ma talvolta +le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e +mi rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe +d’escir di vita, senza lasciar nel mondo orma del +mio passaggio! Non scrivo già per la fama: vorrei +poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche +amico serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e +del mio amore. Forse troverò quell’amico; e questa +strofa da me composta, non piomberà in grembo a +Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il +mio ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi +era poeta!” Accogli dunque le mie grazie, o cultore +delle pacifiche Pieridi, o tu la cui mano pietosa adunerà +le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto +di sempre verdi allori! +</p> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> +</p> + +<h3>CAPITOLO TERZO.</h3> +</div> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"><div class="stanza"> +<p class="i01">Elle était fille, elle était amoureuse.</p> +<p class="i08"> <span class="smcap">Malfilatre</span>.</p> +</div></div> +</div> + +<p> +“Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...” +</p> + +<p> +“Addio, Anieghin, è tempo che io vada.” +</p> + +<p> +“Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?” +</p> + +<p> +“Dai Larin.” +</p> + +<p> +“Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere +in tal guisa i tuoi istanti?” +</p> + +<p> +“Niente affatto.” +</p> + +<p> +“Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli. +Non è così?... Una sempliciotta famiglia russa; gran +cordialità per gli invitati; tortelli di panna; i soliti +ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al bestiame.” +</p> + +<p> +“Non ci vedo nessun male.” +</p> + +<p> +“Il male, caro amico, è la noia.” +</p> + +<p> +“Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco +una società senza pretensione ove posso....” +</p> + +<p> +“Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per +amor del cielo. Tu parli.... ma odi, Lenschi! non potrei +vederla io questa Fillide, oggetto dei tuoi pensieri, +delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera? Presentami.” +</p> + +<p> +“Tu mi beffi.” +</p> + +<p> +“Oibò.” +</p> + +<p> +“Acconsento.” +</p> + +<p> +“Quando?” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> +</p> + +<p> +“Adesso subito.” +</p> + +<p> +“Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.” +</p> + +<p> +I due amici entrano, e si presentano. La famiglia +li colma di tutte le gentilezze proprie dell’antica +ospitalità. Si imbandiscono i tortelli nei piattini, e +si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un +desco incerato. +</p> + +<p class="dots">················</p> + +<p> +Tornano a casa nel loro <i>droschi</i> per la strada +più corta, e con gran fretta. +</p> + +<p> +Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri +due personaggi. +</p> + +<p> +“Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?” +</p> + +<p> +“È un vizio, Lenschi.” +</p> + +<p> +“Sei forse più annoiato di prima?” +</p> + +<p> +“No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la +campagna. Cammina più presto, cocchiere! Che brutti +posti! A proposito: la Larin è una buona vecchiotta +molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di +mirtillo m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi, +chi è Taziana?” +</p> + +<p> +“È quella ragazza melancolica e taciturna come +Svetlana...‍<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> quella che è entrata e s’è messa a +sedere alla finestra.” +</p> + +<p> +“Come mai ti sei innamorato della minore?” +</p> + +<p> +“Perchè?” +</p> + +<p> +“Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta +come sei tu. Non v’è vivacità nella fisonomia d’Olga. +Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck. Ha +<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> +il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù +su quello stolto orizzonte.” +</p> + +<p> +Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più +parola per tutto il resto del cammino. +</p> + +<p> +Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa +dei Larin produsse una grande impressione, e diede +che ciarlare a tutti i vicinanti. Si almanaccarono mille +congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò +senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana. +Alcuni persino asserirono, che il matrimonio era già +stabilito, ma differito per il motivo che non si era potuto +trovare un anello di moda. In quanto allo sposalizio +di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo +combinato. +</p> + +<p> +Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi; +eppure in secreto, provava una certa +dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio le +s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente +s’innamorò. Così il seme caduto nel seno della +terra, germoglia sotto i raggi di primavera. Da un +pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata +dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante; +da gran tempo, una inquietezza profonda +angustiava quel giovine petto; e quell’anima inesperta +aspettava qualcheduno. +</p> + +<p> +Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È +desso! Ormai i giorni e le notti, il sonno e la veglia, +sono pieni di lui; tutto parla di lui senza posa all’animo +della gentil giovinetta. Il resto le viene a +noia, e l’aura dei complimenti, e le cure premurose +dei servitori. Immersa nella meditazione e nel +dolore, non attende più agli amici di casa; maledice +<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> +la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata. +</p> + +<p> +Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali! +Con che voluttà gusta ora i raggiri e gli +inganni dei seduttori famosi! Tutti quei caratteri +ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di <i>Giulia Volmare</i>,‍<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a> +<i>Malec Adel, De Linard</i>, il martire <i>Werther</i>, +e l’impareggiabile <i>Grandisson</i>, che sembra a noi un +eroe soporifico, si condensarono tutti, nella mente di +Taziana, in un solo tipo, si fusero tutti nella persona +di Anieghin. +</p> + +<p> +Taziana, figurandosi essere la protagonista dei +suoi romanzi prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora +Delfina,‍<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> passeggia sola pei boschi con quei pericolosi +libri. In essi cerca e trova l’espressione della +fiamma secreta che nutre in seno, e di quei sogni +che provengono da una troppa pienezza di vita. +Essa sospira, e appropriandosi le estasi e gli strazi +altrui medita e compone sconsideratamente una lettera +diretta al caro idolo suo.... Ma il nostro amico, +comunque egli la pensi, non è un Grandisson. +</p> + +<p> +Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che +consuonava al tuon dell’argomento, ci rappresentavano +il loro protagonista come un vero modello di +perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un ingegno +sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò +perseguitato dall’iniquità del mondo. Acceso d’una +<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> +passione sincera e illibata, animato d’un continuo +entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar sè stesso +per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il +vizio vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata. +</p> + +<p> +Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa +l’effetto d’un narcotico. Il vizio solo ci sembra +piacevole in sè stesso e nei romanzi nei quali trionfa. +Le chimere della Musa britannica turbano il +sonno delle fanciulle di men di dodici anni, che han +sempre presente al pensiero o il fantastico <i>Vampiro</i>, +o <i>Melmoth</i> l’oscuro avventuriere, o il <i>Giudeo errante</i>, +o il <i>Corsaro</i>, o il misterioso <i>Sbogar</i>.‍<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> Almeno Lord +Byron con lodevole audacia improntò di romantica +mestizia l’egoismo disperato. +</p> + +<p> +Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì +io cesserò di verseggiare, se così vuole il cielo. — Un +altro demone s’impossesserà di me, e sprezzando le +minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la vile +prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo +modesto. Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti +atroci, nè delitti secreti, — ma vi racconterò con semplicità +le tradizioni di qualche famiglia russa, le illusioni +ridenti dell’amore, e i costumi dei nostri antenati. +Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o +d’un buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva +a un ruscello, sotto un vecchio tiglio; gli spasimi +crudeli della gelosia e della separazione e le lacrime +della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei +miei personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente +<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> +li cingerò del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò +allora le espressioni appassionate, le dichiarazioni +eloquenti che mi scaturivan dal cuore nei +tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti +alla mia bella, ma che adesso mi sono tutte quante +uscite dalla mente. +</p> + +<p> +Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco +che hai rimesso il tuo destino in poter d’un tiranno +alla moda. Perirai, mia cara; ma frattanto ti pasci +di speranze, invochi una tragica felicità, assapori il +soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose +visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti +comparisce un ricetto propizio agli amorosi colloqui; +e ovunque porti i passi hai davanti agli occhi la soave +imagine del tuo astuto tentatore. +</p> + +<p> +In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va +a gemere nel giardino. Tutto a un tratto abbassa i +cigli a terra, e non può andar più oltre. Il seno suo +ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di porpora, +il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie +ronzano, le luci si oscurano....‍<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a> Soprarriva la notte; +<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> +la luna fa la ronda nella volta cerulea del firmamento; +il rosignolo esala i suoi melodici trilli nella +caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non +riposa, ma confavella a bassa voce colla balia. +</p> + +<p> +“Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!... +Apri la finestra e pónti a sedere accanto a me.” +</p> + +<p> +“Che hai, Taziana, che hai?...” +</p> + +<p> +“Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo +passato....” +</p> + +<p> +“Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi, +di malvagi spiriti e di fanciulle, ma mi son fuggite +dalla mente.... quel che sapevo non lo so più.” +</p> + +<p> +“Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai +stata innamorata?” +</p> + +<p> +“Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava +ancora d’amore; e se ci avessi pensato, mia matrigna +buon’anima m’avrebbe ammazzata.” +</p> + +<p> +“Come dunque facesti per maritarti?” +</p> + +<p> +“Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il +mio Gianni, era più giovine di me.... io avevo tredici +anni. Una comare venne dai miei genitori, e finalmente +mio padre benedì la nostra unione. Io piansi +tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli +ad onta dei miei urli, e mi menarono cantando in +chiesa. Così entrai in una nuova famiglia.... Ma, Taziana, +tu non mi ascolti....” +</p> + +<p> +“Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto +per singhiozzare, per prorompere in pianto.” +</p> + +<p> +“Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti +e ti conservi! Domandami quel che gradisci.... Lascia +ch’io ti spruzzi il viso d’acqua santa.... Sei tutta +bollente....” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> +</p> + +<p> +“Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia.... +io sono.... innamorata.... +</p> + +<p> +“Dio ti guardi, figliuola mia!” +</p> + +<p> +E borbottando una orazione, la buona vecchia +colla sua mano grinzosa, benedì la giovinetta. +</p> + +<p> +“Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza. +</p> + +<p> +“Ma, carina, ti dico che stai male di salute.” +</p> + +<p> +“Lasciami; io sono innamorata.” +</p> + +<p> +Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume +il pallido volto, i capelli snodati, le calde lagrime +di Taziana, e insieme la vecchia canuta la quale +stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello +con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso. +La natura intera raccolta e silenziosa sembrava +meditare ai raggi della luna. Taziana collo sguardo +fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove.... +Le salta in testa una idea: +</p> + +<p> +“Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi +carta e calamaio; approssima il tavolino, fra +poco mi ricoricherò.... Buona notte.” +</p> + +<p> +Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina. +Colla testa puntellata sul gomito, Taziana scrive. +Eugenio le sta sempre presente. Trasfonde in +una imprudente epistola tutto l’innocente amore che +le ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana, +per chi codesta lettera? +</p> + +<p> +Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e +pudiche come l’inverno, inesorabili, incorruttibili, +incomprensibili. Io ammirava il loro orgoglio di moda, +la loro naturale virtù, e confesso che le scansavo +e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto +<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> +sulla loro fronte: <i>Lasciate ogni speranza</i>.... come sulla +soglia dell’inferno. Ispirare amore lo stimano una +calamità; e loro diletto è spaventare i cuori. Può +darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle +sponde della Neva. +</p> + +<p> +Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti +altre dee capricciose, egoiste, ed indifferenti ai sospiri +e alle lodi. Ma qual fu il mio stupore quando +m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano +l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro +a forza di finezze, e di promesse! E il credulo +giovinetto, accecato dall’amore, tornava a ripigliare +le antiche catene. +</p> + +<p> +Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse +perchè, nella sua cara semplicità, essa non s’accorge +del suo fallo e confida pazzamente in un dolce errore? +Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione +del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione +inquieta, ingegno fervido, volontà risoluta +e ostinata, cuore tenero e ardente? Non le perdonerete +forse la sua imprudenza? +</p> + +<p> +Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana +ama per davvero, e da bambina che è, s’abbandona +all’amore senza riserva nè condizioni. Essa non calcola; +non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce +pregio ai favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente +al laccio. Prima di tutto stimoliam la vanità +col pungolo della speranza; sbraniamo poi il +cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia. +Senza di ciò, il prigioniero, tosto satollo di voluttà, +cercherebbe ad ogni istante di rompere i suoi +ceppi.” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> +</p> + +<p> +Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar +l’onore del mio paese natío, io dovrò tradurre +nel nostro idioma la lettera di Taziana. Questa fanciulla +non leggeva i nostri giornali e durava gran +fatica ad esternare i suoi concetti nella lingua materna; +quindi è che essa scriveva in francese.... Che +ci ho che fare io? Convien ch’io lo confessi. Finora +le nostre signore non han mai espresso il loro amore +in volgare russo e questa superba favella è rimasta +fin qui estranea allo stile epistolare. So che si vogliono +obligare le donne a legger libri russi. In coscienza +ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una +bella signora col <i>Bene intenzionato</i> fra mano?‍<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> Lo +domando a voi, giovani poeti; non è egli vero che +tutte le leggiadre seduttrici alle quali, pei vostri peccati, +dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono +a stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita? +Non è egli vero che una lingua straniera è divenuta +loro più familiare della propria? +</p> + +<p> +Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di +ballo o sul verone, all’ora della partenza, un seminarista +con uno scialle giallo o un accademico con +una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro +vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar +russo senza solecismi. Forse un dì fia, in cui, per +mia sventura, una nuova generazione di figlie d’Eva, +cedendo alla supplice voce della stampa, si degnerà +di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di +moda. Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato +agli usi antichi. Un balbettío scorretto e indolente, +una pronunzia incerta e tremebonda mi ecciterà nel +<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> +seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi +di tal difetto. I gallicismi mi son cari come +i primi errori di mia gioventù, come i poemetti di +Bagdanovis.‍<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a> Ma basta così. È tempo ch’io mi occupi +della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola, — eppure, +eppure — sto in dubbio se la manterrò. +So che le molli elegie di Parny‍<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> non godon più la +stima comune. +</p> + +<p> +Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi! +Se tu fossi qua, ti farei una domanda indiscreta. +Ti pregherei di tradurre in armoniosi metri +la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove +sei? Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa. +Ma divezzato dagli elogi, egli erra solo sotto +il cielo finnico, e non ode il mio appello. +</p> + +<p> +Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo +conservo come una reliquia; lo leggo con un secreto +affanno e non so saziarmi di scorrerlo. Chi potè insegnare +a Taziana quella eloquenza piena di venustà +e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico, +persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo. +Ecco intanto una traduzione insufficiente e imperfetta, +un fievole eco di quella musica del cuore; in +somma il Freischuetz,‍<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a> cantato da una compagnia di +principianti. +</p> + +<p class="pad1 center"> +<i>Lettera di Taziana a Anieghin.</i> +</p> + +<p> +“Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che +posso io dire di più? Ora, voi avete il diritto di disprezzarmi. +<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> +Ma spero che compatirete alla mia misera +sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima, +io voleva tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la +mia debolezza, se avessi potuto lusingarmi di vedervi +nella nostra villa di quando in quando; per esempio +una volta per settimana, e di udire almeno la vostra +voce, di scambiar qualche parola e poi pensare +sempre, sempre a voi, a voi solo, sino al nuovo +incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la +campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si +dice che noi non vi siamo cari punto, sebbene vi +amiamo con sincerità. Perchè ci veniste a visitare? +In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto +e non avrei provato le pene che provo. Col tempo +avrei domato forse le ribellioni di questa anima irrequieta +e inesperta, avrei trovato un amico veritiero; +sarei stata sposa fedele e virtuosa madre... +</p> + +<p> +”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il +cuore. Così sta scritto nel libro del destino; così +vuole la mia stella; io son tua.... tutta la mia vita è +stata la preparazione di questo affetto per te. — So +che Dio a me ti invia per esser mio protettore fino +alla tomba.... già da gran tempo mi apparivi in visioni +notturne.... prima di vederti già ti conoscevo e +t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento +soave mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno! +Appena ti scorsi, io ti riconobbi; rimasi immota e +muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso! Non è egli +vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato +mentre io andava a soccorrere i poveri o quando +in chiesa mi sforzava di sedare le mie angosce alzando +preghiere all’Eterno. Non sei tu che sovente +<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> +spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera +e ti chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi +susurri all’orecchio parole di speranza e d’amore? +Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o il mio perfido +tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò +è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata. +E così sia. D’ora innanzi, io rimetto la mia +sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie lacrime nel +tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola.... +nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io +perirò tacendo. Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo +le mie speranze o sperdi le mie illusioni tacciandole +di delitto. +</p> + +<p> +”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi +sento svenire dalla vergogna e dal terrore — ma +la vostra onoratezza mi rassicura e in essa confido.” +</p> + +<p class="pad2"> +Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema +nella di lei mano. L’ostia rosata si secca sulla sua +lingua inaridita. La vezzosa piega il bel capo e a +quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla. +In quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori. +Taziana guarda e ascolta. La valle s’ammanta di +nuvole; il torrente risplende come un nastro d’argento; +il corno dei pastori desta i contadini; l’alba +brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora. +Sta seduta colla testa bassa. Non si sa risolvere a +stampare il suo sigillo sulla lettera. La serva Filippevna +dal crin grigio, arreca il tè sopra un vassoio. +</p> + +<p> +“Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi.... +ma che miro? sei bell’e vestita! O cara lodoletta +mattutina! Che paura mi mettesti ieri sera! Ma +<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> +grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo +incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un +papavero.” +</p> + +<p> +“O balia, fammi un piacere....” +</p> + +<p> +“Due, figliuola. Comanda pure....” +</p> + +<p> +“Non credere già.... non sospettar mica.... non +dir di no, veh!” +</p> + +<p> +“Come è vero il vangelo, io ti servirò.” +</p> + +<p> +“Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino +dal.... dal vicinante A.... con questo biglietto.... e intimagli +che non mi nomini, che non dica....” +</p> + +<p> +“Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta +così smemorata e ci son tanti vicinanti intorno +a noi che non li saprei nemmeno contare.” +</p> + +<p> +“Come sei poco furba, balia mia!” +</p> + +<p> +“Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è +affievolito l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa +anche io; indovinavo il volere dei padroni a un cenno, +a un alito....” +</p> + +<p> +“O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno +del tuo ingegno.... To’; questo biglietto è per Anieghin.” +</p> + +<p> +“Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima +mia; sai che son dura di zucca.... ma perchè torni ad +esser così pallida?” +</p> + +<p> +“Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto +il tuo nipotino.” +</p> + +<p> +Un giorno passa; non vien risposta. Un altro +giorno arriva, egual silenzio. Smorta come un fantasma +e vestita sin dall’alba, Taziana aspetta: +quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante +di Olga. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> +</p> + +<p> +“Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona +di casa. “Egli ci ha del tutto dimenticati.” +</p> + +<p> +Taziana a quelle parole arrossì e tremò. +</p> + +<p> +“Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi +alla vecchia. “Credo che abbia lettere da scrivere....” +</p> + +<p> +Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una +rampogna amara. +</p> + +<p> +Incominciava a far buio. Il <i>samovar</i> di rame‍<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> +splende sulla tavola, e riscalda la lettiera di porcellana +chinese, intorno alla quale s’aggira un sottile +vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga +scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto +porge la panna. Intanto Taziana, astratta, ritta davanti +alla finestra, soffiava sui cristalli e vi segnava +col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un E accoppiato +a un A. E l’anima di Taziana era mesta +e gli occhi suoi traboccavan di lacrime. Tutto a un +tratto, s’ode un rumore. Il sangue le si agghiaccia +nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio. +Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo, +quindi al verone, balza nel cortile e sparisce nel +giardino. Sembra aver ali ai piedi. Non ardisce volger +l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i +ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto. +Si dirige al ruscello per mezzo ai <i>parterre</i>, calpesta +e schiaccia gli stipiti dei lilla, e anelante e spossata +si lascia cader sopra un sedile. +</p> + +<p> +“Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di +me!” Abbacinata dalla passione, essa si pasce di +speranza, palpita, geme e aspetta.... Quando verrà +<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> +egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse +per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti, +cantando in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso +ripiego trovato dall’astuzia signorile per +impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li +vanno staccando dalla pianta. +</p> + +<p class="pad1 center"> +CANTO DELLE SERVE. +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Sull’erba folta</p> +<p class="i01">Delle campagne,</p> +<p class="i01">Andiam, compagne,</p> +<p class="i01">Alla raccolta.</p> +<p class="i01">Per le viottole,</p> +<p class="i01">Narrando favole.</p> +<p class="i01">Cantando frottole,</p> +<p class="i01">Cogliam le fravole</p> +<p class="i01">E l’uva spina</p> +<p class="i01">Carca di brina.</p> +<p class="i01">Dal nostro canto</p> +<p class="i01">Sedotti, intanto,</p> +<p class="i01">I garzoncelli</p> +<p class="i01">Leggiadri e snelli</p> +<p class="i01">Verranno a tresca</p> +<p class="i01">Sull’erba fresca.</p> +<p class="i01">A lui che amiamo,</p> +<p class="i01">Al nostro rege,</p> +<p class="i01">In sen gettiamo</p> +<p class="i01">Fiori e ciriege,</p> +<p class="i01">Nero mirtillo,</p> +<p class="i01">Verde serpillo!</p> +<p class="i01">Il canto dolce</p> +<p class="i01">Le pene molce;</p> +<p class="i01">Al cuor che geme</p> +<p class="i01">Rende la speme;</p> +<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span></p> +<p class="i01">I voti appaga;</p> +<p class="i01">Sana ogni piaga.</p> +<p class="i01">Cantiam, cantiamo!</p> +</div></div> + +<p> +Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione +a quelle rustiche melodie; ma s’aggira +impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti del +suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue +guance. Ma più l’ora s’avanza, più il turbamento +della giovinetta va crescendo. Tale vediamo la farfalletta +dibattere le ali variegate tralle mani di un +protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce +fralle biade quando scorge il cacciatore che s’inginocchia +in mezzo ai cespugli, per appuntare l’arme. +</p> + +<p> +Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina +verso il viale, ma non vi aveva fatto dieci passi allorchè +s’imbattè in Eugenio. Questi le parve in +quel momento non già quel ch’era prima, ma uno +spettro minaccioso, con occhi rutilanti di sdegno. +Taziana si ferma quasi percossa dal fulmine. Ma non +mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di quell’incontro. +Questo capitolo è già troppo lungo. Sono +stanco di lavorare e convien ch’io vada a passeggiare +e a riposarmi un poco. Terminerò poi l’istoria +in un modo qualunque. +</p> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> +</p> + +<h3>CAPITOLO QUARTO.</h3> +</div> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"><div class="stanza"> +<p class="i01">La morale est dans la nature des choses.</p> +<p class="i10"> <span class="smcap">Necker</span>.</p> +</div></div> +</div> + +<p> +Meno amiamo una donna, più siam certi di +andarle a genio e di acchiapparla al vischio della +seduzione. Fu un tempo in cui l’empio libertinaggio +si spacciava impudentemente per vero amore; insidiava +e tradiva con fredda premeditazione e con impunità. +Ma tali scherzi licenziosi van lasciati ormai +a quei vecchi scimmiotti decantati dai nostri antichi; +gli allori di <i>Lovelace</i>‍<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> si sono avvizziti e sbiaditi insieme +coi lacchi rossi e le perrucche a buccoloni. +</p> + +<p> +Come può un uomo assoggettarsi a una eterna +ipocrisia, ripetere senza fine le medesime nenie, +affaticarsi a persuadere cose di cui tutti son da gran +tempo persuasi; combatter sempre le stesse obiezioni, +sempre confutare quelli stessi pregiudizi che non +esisterono mai nemmeno presso le bambine di tredici +anni? Chi non ha provato quanto son cosa +dura le minacce, le suppliche, le imprecazioni, +le paure imaginarie, le bugie, le calunnie, gli anelli, +le lacrime, i sospetti delle zie e delle madri, l’amicizia +insoffribile di un marito? Così appunto pensava +il mio Eugenio. Nella sua prima gioventù, fu in +balía di fatale smarrimento e di indomabili passioni. +Effemminato dalla mollezza e dal lusso, illuso per un +<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> +poco dagli uni, disingannato tosto dagli altri, consumato +dal desiderio, disgustato dei suoi successi efimeri; +sempre occupato a trasformare i suoi sbadigli in sorrisi, +e sentendo sempre in mezzo allo strepito e al +silenzio la voce della coscienza che lo rimbrottava: +così visse Eugenio per ben due lustri; così lasciò perire +il più bel fior degli anni suoi. +</p> + +<p> +Ora, egli non circonveniva più le fanciulle; +tendeva le reti alle donne. Se lo ributtavano, tosto si +consolava; se lo gabbavano, godeva di prender qualche +sosta. Le corteggiava senza fanatismo, e le abbandonava +senza rammarico, appena memore dei +loro favori e de’ loro furori.... In simil guisa, uno +straniero indifferente, invitato a una partita di whist, +si pone a sedere, gioca, e quando finisce il trattenimento, +se ne torna a casa passo passo e s’addormenta +senza saper dove anderà a conversazione la +sera susseguente. +</p> + +<p> +Comunque sia, il biglietto di Taziana commosse +profondamente Anieghin. L’ingenua manifestazione +di quel sogno virginale sconvolse tutti i suoi pensieri. +Si raffigurò subito Taziana, e quel sembiante +scolorato e quell’aria melancolica; e l’anima +sua piombò in una molle e vaga contemplazione. +Forse sentì risvegliarsi l’antico ardore e l’antica baldanza; +ma la rintuzzò; chè non volle tradir la fiducia +d’una fanciulla inesperta. +</p> + +<p> +Ora, vi ricondurrò, lettore, al luogo ove i nostri +personaggi s’incontrarono. +</p> + +<p> +Per ben due minuti tacquero. Quindi Anieghin +s’appropinquò a Taziana dicendo: +</p> + +<p> +“Voi mi avete scritto un biglietto. Non dite di +<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> +no. Ho fra mano la confessione d’un’anima credula +e ingenua. +</p> + +<p> +”Il vostro candore mi è caro. Il vostro affetto +ridestò quasi l’agitazione in un petto da gran tempo +tranquillo. Ma non voglio lusingarvi; voglio contraccambiare +la vostra schiettezza con una schiettezza +non minore. Datemi ascolto un momento. Io mi sottometto +alla vostra sentenza. +</p> + +<p> +”Se io potessi circonscrivere la mia esistenza +nella sfera domestica; se il destino propizio mi volesse +fare sposo e padre; se gli onesti piaceri della +vita di famiglia potessero un istante affascinarmi; io +non prenderei per certo altra consorte che voi. Vi +dichiaro senza nessuna iperbole poetica che trovo in +voi quel tipo ideale che mi son dipinto nella mente, +e che vi sceglierei qual socia dei miei tristi giorni, +quale simbolo e modello d’ogni cosa bella. E +credo che con voi io sarei felice quanto mi sia concesso +di essere. +</p> + +<p> +”Ma io non son nato per la felicità! Quando la +buona ventura mi si para davanti, io le volto le spalle. +Ammiro il vostro merito, bramerei goderlo; ma ne +son indegno. Credetemi, il matrimonio sarebbe per +noi un vero martoro. Più vi avrei amato prima di +possedervi, meno vi amerei dopo. Vi mettereste a +piangere. Le vostre lacrime non mi moverebbero, +anzi mi accanirebbero sempre più. Queste son alcune +delle rose di cui ci cingerebbe l’imeneo per molti +e molti anni. +</p> + +<p> +”Non credo v’abbia al mondo spettacolo più +tristo di quello d’una povera moglie che geme dì e +notte nell’abbandono e aspetta il marito, il quale, +<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> +sebbene conosca la virtù e i pregi di lei, si mostra +sempre barbaro, accigliato, arrabbiato, freddamente +geloso, e sempre bestemmia il suo destino. +Questo è il mio ritratto. Cercavate voi un tale sposo, +o anima casta e pura, quando mi scriveste con tanto +senno e tanta grazia? No, vi risparmi il cielo una +tale sciagura. Le illusioni sono come le ore; passano +e non tornan più. Le mie non possono rivivere. +Vi amo come s’ama una sorella e forse anche con +maggior fervore. Uditemi dunque senza ira. Spesso +accade che una fanciulla sostituisce a un errore un +altro errore, come l’albero all’aura di primavera +rinnovella le foglie. Così prefisse il fato. Amate ancora, +ma.... sappiate moderarvi; non tutti intenderebbero +il vostro linguaggio come l’ho inteso io. L’inesperienza, +può condurre ad un abisso....” +</p> + +<p> +In tal modo finì la predica d’Eugenio. Taziana +l’ascoltò col respiro interrotto dall’angoscia, cogli +occhi accecati dalle lacrime, nè ardì fare una sola +osservazione. Egli le porse la mano. Essa la prese +mestamente o <i>meccanicamente</i> (come dicon taluni), +e vi si appoggiò in silenzio. Poi fece il giro del viridario, +e se ne tornò a casa colla testa bassa. Entrarono +insieme nel salone, e nessuno fiatò parola. La +vita di campagna ha le sue franchige e i suoi cari +privilegi come la città di Mosca. +</p> + +<p> +Confesserete meco, lettore, che il nostro amico +agì molto garbatamente colla misera Taziana. Non +era la prima volta che egli dava saggio di generosità, +sebben la malizia della gente lo accusasse +d’ogni vizio. I nemici e gli amici (espressioni +quasi sinonime) gareggiavano di zelo a diffamarlo. +<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> +Ciascun di noi in questo mondo ha i suoi nemici; ma +Dio ci liberi dagli amici!‍<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> Io ne ho avuti tanti, o +amici miei! E sa il cielo se la loro amicizia mi fu +<i>cara</i>! +</p> + +<p> +Ma procuriamo di sbandire le larve insane e +funebri che ci assediano. Intanto, fra parentesi, noterò +una verità. Non havvi ciarla assurda e plateale; +non havvi calunnia vile e sucida nata nel fango dei +postriboli e ampliata dalla scelleraggine del <i>gran +mondo</i>,‍<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> che il vostro amico non ripeta le mille volte +in un crocchio di persone oneste, senza la menoma +malizia nè perfidia; anzi con un sorriso di benevolenza; +imperocchè egli, in fatti, vi è devoto, e +vi ama come un prossimo consanguineo. +</p> + +<p> +Hem! Hem! Pregiatissimo lettore! Sta sana tutta +la vostra famiglia?... Ma forse gradireste sapere che +cosa io intenda per famiglia. Ve lo definirò in poche +righe. Nostra famiglia sono coloro cui ci corre obligo +di adulare, di accarezzare, di venerare con tutto +il cuore; coloro che, secondo l’uso di questo paese, +dobbiamo abbracciare nel giorno di Natale, o ai quali +dobbiamo mandare a capo d’anno un biglietto di +visita per la posta, affinchè durante i dodici mesi seguenti +essi non pensino più a noi.... Che Dio conceda +loro lunga vita! +</p> + +<p> +L’affezione d’una tenera fanciulla è più salda +di quella degli amici e dei parenti. In mezzo alle +<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> +peripezie più dolorose essa ti conserva i tuoi diritti e +ti conforta. È vero. Ma il torrente della moda, l’incostanza +della natura, l’opinione tiranna della società.... +e poi, il bel sesso è mobile qual piuma al +vento.‍<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> Sicchè la vostra fedele compagna, al fin dei +conti, cede alla tentazione, e il diavolo manda a spasso +la vostra felicità! +</p> + +<p> +Chi dunque dovremo amare? A chi dovremo +credere? Chi non ci tradisce? Chi pesa tutti i nostri +atti, tutti i nostri detti, con esattezza, alla nostra +bilancia? Chi non semina calunnie sui nostri passi? +Chi non ci lusinga con assiduità? Per chi non sono i +nostri difetti un flagello? Chi non ci secca mai? Onorevolissimo +mio lettore, non perdere i momenti a +inseguire fantasmi fuggitivi e inarrivabili: ama te +medesimo come si conviene. Non troverai al mondo +oggetto più degno della tua carità. +</p> + +<p> +Quale fu il seguito dell’abboccamento? Ahimè! +Si può facilmente indovinare. Gli stimoli della passione +non cessarono di travagliare quell’anima gentile +avida di tempeste. La fiamma che pur prima divorava +Taziana, crebbe anzi che scemare. L’ala del +sonno più non blandì le sue palpebre. La salute, fragranza +e miele della vita, il sorriso, la calma infantile +sparirono come una meteora. La gioventù di Taziana +languisce nell’affanno. Così talvolta l’orror +d’una procella aduggia le prime ore d’un giorno di +primavera. La bellezza di Taziana si sfiora e muore. +La vaga verginella si scolora, si spenge e tace. Non +v’ha più cosa alcuna che possa rallegrarla nè +<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> +interessarla.‍<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> I vicinanti crollando la testa con aria d’importanza, +ripetono fra loro: “Sarebbe tempo che le +si desse marito.” Ma lasciamola stare per adesso, e +passiamo a descrivere le delizie d’un amore fortunato. +La compassione quasi mi tronca il respiro; scusate, +cari lettori, voglio tanto bene alla povera Taziana! +</p> + +<p> +D’ora in ora più allacciato dalla vezzosa Olga, +Vladimiro si abbandona tutto a quella piacevole schiavitù. +Sempre sta presso ad essa. La sera siedono insieme +nell’angolo più oscuro della di lei camera; la +mattina errano nel giardino colle mani giunte e intrecciate. +Vladimiro, ebro d’amore, ma paralizzato dal +rispetto; appena alcune volte ardisce, imbaldanzito +dal sorriso d’Olga, scherzare coi di lei biondi ricci e +baciarle il lembo della vesta. +</p> + +<p> +Di quando in quando, le legge un romanzo morale, +il cui autore conosce la natura umana meglio +che non la conosca Chateaubriand. Vladimiro arrossendo +salta talvolta due o tre pagine di seguito, perchè +piene di fandonie insulse, di fantasticaggini pericolose +per una giovinetta. Oppure, lontani da tutta +la gente, seduti col gomito appoggiato sulla tavola, +assorti in profonde riflessioni, giocano a scacchi; e +Lenschi, preoccupato d’altro che del gioco, prende +l’alfiere per una pedina. +</p> + +<p> +Se torna a casa, anche lì pensa unicamente alla +sua Olga. Orna d’imagini i fogli volanti del di +lei Album. Vi rappresenta colla penna e coi colori, +ora un tratto di paese, ora un monumento funebre, +ora il tempio di Citerea, ora una colomba sopra una +<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> +lira. Talvolta, fra mezzo ai nomi e ai ricordi, egli +introduce furtivamente un distico amoroso, timido +attestato dei suoi sospiri, indizio d’una speme, +sempre eguale dopo tanti anni di costanza. +</p> + +<p> +Ti è accaduto mai, lettore, di vedere l’<i>album</i> di +qualche signorina provinciale tutto coperto di scarabocchi, +in principio, in mezzo e in fine? A ogni pagina +inciampi in versi tradizionali intorno a una amistà fedele, +zeppi di sgrammaticature, e troppo lunghi o +troppo corti. Sul frontispizio si legge: <i>Qu’écrirez vous +sur ces tablettes?</i> Poi al basso: <i>t. à. v. Annette</i>. In fondo +al volume ti si presenta questa frase trita e triviale: +“Scriva più di me chi ti ama più di me.” Non morranno +mai i due cuori accompagnati da faci e da +fiori; le promesse di affetto invariabile “sino all’orlo +della tomba,” e qua e là una facezia inserita da +qualche gioviale militare. +</p> + +<p> +Vi protesto, amici, che volentieri metterei due +versi in un tale <i>album</i>, essendo io persuaso che tutti +i ghiribizzi del mio cervello meritano uno sguardo +indulgente, e che i posteri non sederanno a scranna +per decidere con un sogghigno acerbo se ci sia o +non ci sia livore in quei miei strambotti. +</p> + +<p> +In quanto a voi, tomi scompagnati della biblioteca +del Diavolo, patiboli dei rimatori di moda, album +sontuosi, fregiati dal maraviglioso pennello di +Tolstoi o dalla penna di Baratinschi,‍<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a> v’incenerisca +il fulmine di Giove! Quando una magnifica signora +mi consegna il di lei in-quarto, avvampo di stizza +e d’ira, e aguzzo in fondo al cuore un epigramma; +ma intanto convien ch’io schiccheri un madrigale. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> +</p> + +<p> +Lenschi non tornisce madrigali per l’album della +sua diletta. Il suo stile non sfavilla di sottili concetti, +ma solo spira amore. Nota quanto di bello ode e mira +in Olga, e l’elegia scaturisce limpida, serena, improntata +di verità. Così, o Sascoff, canti le smanie +del tuo cuore, e le attrattive di una incognita diva, +e un giorno, il cielo dei tuoi carmi ti offrirà un diario +compiuto degli eventi di tua vita. +</p> + +<p> +Ma zitto! Che è stato? Un aristarco arcigno ci +ordina di buttare nella fogna la ghirlanduccia dell’elegia, +e grida a’ nostri fratelli in Apollo: — Cessate +omai l’eterno piagnisteo. Cessate di gracchiar sul +tempo che passò. Addatevi a qualche altro esercizio! — Bravo! +E ci additi una tromba, una maschera, un +pugnale, e ci esorti a risuscitare le idee morte da +due mila anni. Non è questo che brami? — Oibò! — Che +dunque? — Sciorinate odi, odi pindariche +come quelle dei nostri antichi. — Capisco; +odi solenni e trionfali! Rimembra ciò che dice il +satirista: lirico esimio, preferiresti forse una dottrina +straniera a quella dei nostri scoraggiti rimatori? — L’elegia +non ha nulla di buono. Il suo scopo è +miserabile. L’ode al contrario ha uno scopo nobile +e sublime. — Qui potremmo attaccar lite, ma io me ne +sto zitto: non voglio armar due secoli l’un contro +l’altro. +</p> + +<p> +Forse l’estro poetico di Vladimiro, secondato +dall’entusiasmo, avrebbe partorito una ode. Ma Olga +non l’avrebbe letta. È mai accaduto a un poeta elegiaco +di declamare i suoi versi alla sua Fillide? Dicesi +che l’uomo non possa provar gioia maggiore di quella. +Beato, infatto, colui che confida i suoi canti alla +<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> +persona che li ha ispirati. Beato colui.... ma chi sa? +Forse la giovinetta languida sta pensando a tutt’altro. +</p> + +<p> +In quanto a me soglio communicare i frutti delle +mie poetiche fatiche alla mia vecchia governante, +che mi guidò e nutrì fanciullo. Oppure incontrando +un vicinante a qualche desinare seccagginoso, lo afferro +per la falda del vestito, lo blocco nel vano +d’una finestra e gli faccio ingozzare una tragedia. Finalmente +(e questo è la pretta verità) sazio di +tristezza e di rime vo a costeggiare la spiaggia del +lago ove si trastulla un branco d’anatre salvatiche, +le quali al suon delle mie strofe scappano via a rotta +di collo. +</p> + +<p> +Che fa Anieghin? A proposito, amici: abbiate +un poco di pazienza: io vi descriverò le sue occupazioni +quotidiane. Egli vive come un anacoreta. +D’estate si alza alle sei e immantinente scende, in +maniche di camicia, sul margine del fiumicello che +bagna il piede alla collina. Emulo del cigno di Gulnara,‍<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> +egli varca quell’altro Ellesponto; poi sorbisce +la sua tazza di caffè, dà una scorsa a una smunta +gazzetta e quindi si veste. Il passeggio, la lettura, +il sonno, il rezzo degli alberi; talvolta i saporiti +baci d’una candida ninfa dalle pupille nere; un +cavallo impetuoso, docile al freno; un convito bizzarro; +una bottiglia di vino chiaro; la solitudine; +il silenzio; tali sono i pii oggetti che solleticano i +sensi e appagan le voglie d’Anieghin. Affezionato a +quel tenor di vita, lasciava passare i dì senza contarli; +<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> +dimenticava in seno alla indolenza la città e +gli amici e la noia delle gale e delle feste. +</p> + +<p> +Nel nostro emisfero boreale, l’estate, sozza +caricatura dell’inverno d’Italia, appena è comparsa, +che già è sparita. Ognuno lo sa, e lo sappiamo +noi stessi sebben non lo vogliamo confessare. Già il +vento d’autunno mugghia sul nostro capo; già il +sole si mostra men sovente; già i giorni divengon +più corti; la corona frondosa dei boschi si sfoglia +con un lugubre gemito; le atre nebbie s’accumulano +sulla terra; una stridula caravana di cicogne +s’invola verso l’austro. S’approssima la stagion +molesta; novembre è alle nostre spalle. +</p> + +<p> +L’aurora sorge in mezzo a densi e gelidi vapori; +il suono dei lavori agresti cessò nelle campagne; +il lupo corre per le strade colla lupa affamata; +il destriero lo annusa da lontano e nitrisce; il viaggiatore +scaltro volge frettolosamente il corso verso +i monti. Il mandriano non mena più le vacche sin +dall’alba alla pastura, e non le chiama più a raccolta +col corno verso l’ora del meriggio; la contadinella +fila e canta, e una lucernina‍<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a> sua sola compagna +nelle lunghe notti illumina la sua povera cameretta. +</p> + +<p> +La brina ingemma i prati e screpola sotto i +passi del camminante. Più liscio d’un impiantito +alla francese, il ruscello luccica incrostato di ghiaccio. +Uno stormo di monelli striscia con gran chiasso +su quel cristallo unito. Una grossa oca che si strascina +appena sulle zampe rosse, volendo mettersi +<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> +a nuoto sull’acqua, s’avanza con cautela, sdrucciola +e casca. Facciamo lietissimo viso ai primi fiocchi di +neve; ci par vedere piover dal cielo un nembo di +candide stelle. Che si può fare allora in una villa +isolata? Forse passeggiare? Ma la monotona nudità +della natura funesta e dismaga la vista. Cavalcare per +le steppe disabitate? Ma ad ogni passo il cavallo può +scivolare e stramazzare al suolo col cavaliero. Sedere +a tavolino e accingersi a legger De Pradt‍<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> e +Walter Scott? — Non vuoi? — Verifica i tuoi +conti; adirati; bevi; e la lunga serata ti parrà breve. +Così pure ti parrà quella di domane, e per tal +modo passerai l’inverno assai giocondamente. +</p> + +<p> +Anieghin, come un altro Childe Harold, si +diede alla meditazione e all’ozio. Ogni mattina fa +un bagno freddo; poi prende una stecca mezza rotta +e gioca da sè solo al biliardo con due palle d’avorio, +fino al far della sera. Allora lascia il biliardo +e la stecca; fa apparecchiare davanti al caminetto, +e aspetta. Ecco Lenschi in una <i>troica</i>‍<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> di cavalli +bigi.... — Presto! la cena! +</p> + +<p> +In onore del poeta si è messa in ghiaccio una +preziosa bottiglia della vedova Cliquot o del Moët.‍<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> +Il vino di Sciampagna è il vero Ippocrene. Coi suoi +schizzi e colla schiuma somiglia a tante cose! Io gli +son schiavo. Quante volte gli ho sacrificato il mio +ultimo denaro! Ve ne ricordate, amici? Quante migliaia +di baie, di facezie, di versi, di dispute e di gai +progetti zampillavano da quelle magiche bottiglie! +<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> +Ma adesso l’effervescenza di quel petulante liquore +offende la debolezza del mio stomaco e preferisco +alla Sciampagna pazza il prudente Bordò. Coll’Ai‍<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a> +io sto in fiera guerra. L’Ai somiglia a una ganza +briosa, instabile, vana, e che ha mille grilli in testa. +Ma tu, o Bordò, somigli ad un sincero amico, che +ci riman fedele così nell’avversa come nella prospera +fortuna; che ci segue in ogni luogo, sempre +pronto a giovarci e a rallegrarci. Io bevo alla tua +salute, o Bordò, nostro Acate e nostro Pilade! +</p> + +<p> +Il fuoco si estingue. Il rosso carbone impolverato +di cenere manda appena un cenno di fumo leggero, +ed esala le sue ultime vampe. Il vapore delle +pipe si fa strada per la cappa del camino. Un boccale +rilucente bolle tuttora sul tavolino. La caligine +notturna si spande sulla terra.... A quell’ora che si +chiama <i>fra cane e lupo</i> mi diletta oltre modo il cicalio +d’un amico e un bicchiere di buon vino.... il perchè +poi nol so. +</p> + +<p> +Adesso i due compagni discorrono col cuore in +mano: “Che fanno i nostri vicinanti? Che fa Taziana? +Che fa la tua graziosa Olga?” +</p> + +<p> +“Mescimi ancora un mezzo bicchiere di quel +néttare.... così.... basta.... Tutta la famiglia sta bene, +e ti saluta. Come divengon belle le spalle di Olga! +Che busto! Che anima!... Andremo un giorno da +loro; te ne saranno grati. Ci sei comparso di volo, +due volte appena: non lasci loro più vedere la punta +del tuo naso. Ma che scapato io sono!... Ti invitano +a conversazione per sabato prossimo.” +</p> + +<p> +“Me?” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> +</p> + +<p> +“Si, è il giorno onomastico di Taziana. La Olga +e sua madre ti pregano di andarvi e non ammettono +scusa nè rifiuto.” +</p> + +<p> +“Vi sarà molta gente, — molta feccia.” +</p> + +<p> +“Nessuno, te l’accerto. Cioè, ci saranno i loro +parenti. Andiamoci. Fammi questa finezza!” +</p> + +<p> +“Va là, io acconsento.” +</p> + +<p> +“Come sei garbato!” +</p> + +<p> +Così dicendo, Vladimiro fece un brindisi alla +sua bella, e vuotò il suo bicchiere. Poi ricominciò a +parlare... di che?.... d’Olga! così sono fatti gli innamorati. +Vladimiro ansava di giubilo. Il beato +istante veniva fra due settimane. La corona fiorita +d’amore, il misterioso talamo d’imeneo dovevano +guiderdonare la sua costanza. Egli non scorgeva in +prospettiva gli impicci, le brighe del matrimonio padre +d’infiniti sbadigli. Mentre noi altri aderenti della +vita celibe ci raffiguriamo la vita coniugale come +una trista serie di scene formidande, come un romanzo +sul genere di quelli di Augusto Lafontaine...‍<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> +il mio povero Lenschi era nato e destinato a quella +sorta di esistenza. +</p> + +<p> +Fu amato.... o almeno credè d’essere amato.... +e fu felice. Avventuroso colui che crede; colui che +sbandisce la fredda ragione e s’addormenta nella +calma della fede come un viandante ubriaco sulle +piume, ovvero (per usare similitudine più vaga) come +una farfalletta sul fiore di cui pur ora ha delibato il +succo! Ma guai a colui che tutto prevede, che non +si lascia mai abbagliar dalle illusioni, che da ogni atto, +<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> +da ogni parola fa distillare un sospetto, un delitto! +Guai al cuore che l’esperienza del mondo agghiacciò +e il di cui adito è chiuso al soave oblio, al grato +errore! +</p> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> +</p> + +<h3>CAPITOLO QUINTO.</h3> +</div> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"><div class="stanza"> +<p class="i01">Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca</p> +<p class="i02"> quelle orrende novità.</p> +<p class="i10"><span class="smcap lowercase">GIVCOVSCHI</span>.</p> +</div></div> +</div> + +<p> +In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura +sospirava l’arrivo dell’inverno. Finalmente nevicò +nella notte del terzo giorno di gennaro. Taziana si +destò di buon mattino e scorse per i vetri della finestra +i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello +bianco. I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi +pendon fiocchi d’argento; un tappeto scintillante +e morbido copre le montagne; e le gazze +saltellano e ciaramellano nel cortile. +</p> + +<p> +Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta; +il suo ronzino trotta veloce su quel terreno soffice e +sicuro,‍<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> la <i>chibitca</i>‍<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> vola e lascia appena dietro a sè +un’orma fuggitiva; il postiglione siede a cassetta con +una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa alla +vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero +nel suo carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma +mentre così scherza gli si gelano le dita; gli dolgono +e ne ride: frattanto sua madre lo garrisce dalla +finestra. +</p> + +<p> +Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna +attrattiva per voi; tutte queste circostanze vi sembrano +<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> +triviali e poco degne della musa. Un altro poeta, +ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo +la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti +della rea stagione.‍<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a> Vi incanterà, ne son +convinto, quella sua festosa descrizione d’una misteriosa +passeggiata in slitta. Frattanto io non voglio +entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della +giovine Finlandese.‍<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a> +</p> + +<p> +Taziana, da vera Russa, amava, non so come, +l’inverno settentrionale, la brina lampeggiante al +sole, le slitte, il roseo riverbero della neve sotto il +crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania. +I nostri avi celebravano questa festa nella propria +casa. Le serve predicean l’avvenire alle giovani +padrone e ogni anno promettevano loro un militare +per sposo e un viaggio. +</p> + +<p> +Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari, +ai sogni, alla cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza +di questo astro le pronosticava non so che +di particolare che le faceva gonfiare il petto. Se uno +smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si lisciava +il muso colla zampa, Taziana ne augurava +che dovevan venir visite. Se vedeva il disco bicorne +di Diana volto a ponente, tremava e impallidiva. +Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno, +Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi +voti del suo cuore. Se a caso incontrava per via un +frate nero o se una lepre snella attraversava il prato +innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore si +<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> +fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in +quello sbigottimento stesso trovava una secreta voluttà. +Così ci fabbricò natura amante dei contrasti e +degli estremi. +</p> + +<p> +Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno +s’affanna a indovinare ciò che avverrà nell’anno +novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati che non +si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si +estende vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono +nel futuro cogli occhiali i vecchi che han perduto +tutto senza scampo e che già toccano alla fossa. — Poco +importa — la speranza tuttora li alletta +colle stesse lusinghe di altre volte. +</p> + +<p> +Taziana spia con occhio attento il cero che si +attuffa nell’onda, e il cui aspetto tondo e liscio annunzia +qualche caso strano.‍<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> Diversi anelli escono in +fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta +fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i +contadini sono ricchi: scavano argento colla marra. +Sia felice e illustre colui per chi cantiamo.” +</p> + +<p> +Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia +qualche danno. La fanciulla vorrebbe piuttosto sentire +un altro ritornello. Taziana, per consiglio della +balia, volle esorcizzare di notte. +</p> + +<p> +L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli +astri gravita nell’etere con tanto accordo e tanta +quiete.... Taziana scende nel cortile in veste scoperta +e presenta uno specchio ai raggi della luna.... Ma +nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido +miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno.... +<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> +la fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e +plasmando la voce in suon più dolce di quella della +zampogna, gli domanda il suo nome. Egli la guarda +in faccia e risponde: “Agatone.”‍<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a> +</p> + +<p> +Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate +sulla tavola della sala da bagno. In un subito si +sente presa d’un brivido; e io.... anch’io raccapriccio +all’idea di Svetlana.... ma noi non farem sortilegi +colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si +spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e +salta in letto. Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno +a lei. Tutto tace, Taziana dorme. +</p> + +<p> +Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di +camminare sopra un campicello cosperso di neve e +offuscato dalla nebbia. Un torrente non incatenato +dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia +oscuro e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio. +Due pertiche appiccicate insieme dal gelo, formano, +da una ripa all’altra, un ponticello tremolo e +periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro mugghiente +si ferma come priva di senno. +</p> + +<p> +Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e +guarda intorno; ma non vede nessuno che le porga la +mano per aiutarla a tragittare. Tutto a un tratto, i +massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale +orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette +a grugnire e offre alla fanciulla la sua zampa irta +d’acuti artigli. Essa vi si appoggia con tremore e +varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra +sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè +<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> +ardisce volger indietro gli occhi; ma non può sottrarsi +alla assiduità di quel turpe lacchè. Arrivano a una selva. +Gli abeti stanno immobili nella loro accigliata +maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve; +il raggio delle lampade celesti penetra scintillante +nella chioma dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi; +cessa ogni indizio di strada — la neve ingombra tutto +e i cespugli e i burroni. Pur Taziana avanza sempre, +sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo +ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli +orecchini d’oro. Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto +e non osa raccoglierli, e si vergogna persino +di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode grugnir +l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante, +priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso +destramente la rialza e se la pone indosso. Essa non +resiste, non si muove, non respira. Egli la porta a +traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio +mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma +dentro la capanna rimbomba un suon di voci e di +stromenti. — “Qui sta il mio compare,” grida l’orso; +“entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo +s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia. +</p> + +<p> +La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio +di bicchieri come a un convito di funerali. Non comprendendo +niente a ciò che succede, s’avvicina pian +piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti +mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna +bovine; l’altro ha una testa di gallo; quà una strega +con barba di becco, là uno scheletro attillato e altero; +più in là un nano con una coda esile, e mezzo +gru, mezzo gatto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> +</p> + +<p> +Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero +a cavallo sopra una aragna; una oca con un teschio +coperto d’una berretta rossa; un molino che +sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto +latrati, risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida +d’uomini, calpestío di cavalli. +</p> + +<p> +Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè +in mezzo a quelle bestie orrende, scorse.... chi +mai?... Colui che le è sì caro e sì tremendo; il protagonista +di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a +quella tavola e di quando in quando getta una occhiata +verso l’uscio. Fa un gesto: tutti si rannicchiano; +beve: tutti tracannano e urlano; sogghigna: +tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia: +tutti tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non +v’ha più dubbio. Taziana comincia ad aver meno +paura; e con curiosità, si prova a tirar chetamente +la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si +smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio; +Anieghin cogli occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente; +tutti fanno lo stesso, ed egli sta per +escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan +le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le +manca la voce. Eugenio spinge la porta. Alla vista +della fanciulla tutti i demoni e tutti i mostri cacciano +un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la +sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi, +colle code, colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti, +colle corna, colle branche adunche: tutti +ruggiscono: “È mia, è mia!” +</p> + +<p> +“È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto +tutta la frotta maledetta sparve. La cara verginella +<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> +rimase nelle fredde tenebre, sola col suo amico. +Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la +pone sopra uno sgabello zoppicante e adagia il capo +sulla di lei spalla. Ma ecco sopravviene Olga; Lenschi +le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin vibra +il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni +visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa +sempre più aspro. Eugenio impugna uno stiletto e +atterra Lenschi; una oscurità fitta regna intorno; +un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla.... +Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro +nella sua stanza. I purpurei strali dell’alba si rifrangono +nelle brine dell’invetriata; s’apre l’uscio. Olga +entra più vermiglia dell’aurora nordica e più leggera +di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto +in sogno?” +</p> + +<p> +Taziana tuttora in letto non bada alle parole +d’Olga. Scorre l’una dopo l’altra le pagine d’un libro +e non fa motto. Questo libro non racchiudeva nè +graziose finzioni poetiche, nè savi consigli filosofici, +nè imagini. — Non era un volume di Virgilio, +o di Racine, o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca; +non era un fascicolo del <i>Journal des modes</i> sì +caro alle signore. Era l’interprete dei sogni di Martino +Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini. +Questa sublime opera, un mercante ambulante la +portò nel villaggio e la vendè a Taziana per tre rubli +e mezzo con di giunta una <i>Malvina</i> scompagnata, +una raccolta di favole popolari, una grammatica, +due <i>Petreidi</i>‍<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> e un terzo volume di Marmontel. +Martino Zadeca divenne in breve il libro prediletto +<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> +di Taziana. Egli la consola in ogni sua afflizione, e +dorme ogni notte con lei. +</p> + +<p> +Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso +e lo cerca nel gran repertorio delle visioni notturne. +Ma nell’indice finale per ordine alfabetico non trova +altri vocaboli che <i>abete, bosco, burrasca, neve, orto, +oscurità, ponte, turbine</i>, eccetera. Martino Zadeca non +solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno +presagisce una moltitudine di disgrazie. Per più +giorni Taziana se ne accora e ne paventa. +</p> + +<p> +Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel +giorno anniversario della sua festa. Sin dal mattino +la casa Larin è piena di gente. I vicinanti vi si trasportano +con tutta la loro famiglia in chibitca, in +britsca, in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un +bisbiglio confuso; nei salotti nuovi visi. Chi grida, +chi ride; i cagnolini guaiscono, le signorine s’abbracciano; +tutti si salutano; le balie s’arrabbiano; +i bambini vagiscono. +</p> + +<p> +Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta +moglie; venne Gvosdin, esimio economista, dovizioso +padrone di miserrimi servi; vennero gli Scotinin, +consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età +di due fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff, +damerino campagnolo; venne mio cugino +Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto militare +noto a tutti;‍<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a> venne Flianoff consigliere fuor +d’impiego, famoso attaccabrighe, vecchia volpe, +pappalecco, angariatore e gran buffone. Colla famiglia +<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> +di Panfilo Carlicoff, venne <i>Monsieur</i> Triquet, furfantello +pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca +rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò +di tasca un madrigale sull’aria favorita dei bambini: +<i>Réveillez vous, belle endormie</i>. Quel madrigale +trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco; +Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio, +lo richiamò alla luce; ma prima ebbe l’accortezza +di porvi <i>belle Tatiana</i> invece di <i>belle Nina</i>. +</p> + +<p> +Venne il comandante della guarnigione del borgo, +idolo delle ragazze aggrinzite e decrepite, trastullatore +di tutte le madri del paese. Entrò esclamando: +“Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica +del reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere! +balleremo.” +</p> + +<p> +Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In +questo mentre si serve il desinare. I commensali +vanno a tavola due a due tenendosi per mano. Le +signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto. +Fanno il segno di croce, cianciano un poco +e si pongono a sedere. +</p> + +<p> +Per qualche tempo non pensano che a mangiare. +Le mascelle macinano; i piatti, i bicchieri s’empiono +e si vuotano sovente. Poco a poco s’annaspa +una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno +vi bada; tutti schiamazzano, ridono, leticano. +Di repente la porta si spalanca. Lenschi e Anieghin +compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona. +</p> + +<p> +I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno +rimuove la posata e la seggiola per far loco; i due +amici si accomodano. La padrona li ha collocati in +<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> +faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana +di mattina, e più tremante della capriola inseguita +dai cacciatori, non ardisce levar gli occhi ottenebrati. +Un ardore insolito le serpe per le membra; si +sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno +i due amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli +occhi e sta per cadere in deliquio. Ma la volontà e +la ragione trionfano di quella debolezza momentanea. +Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento +e rimase a tavola. +</p> + +<p> +Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe +degli svenimenti femminili; ne aveva +vedute tante! Già gl’incresceva assai d’essersi lasciato +cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma +quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta, +abbassò gli occhi dalla stizza, maledì Lenschi, +giurò di fargli dei rimproveri e di vendicarsi +in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte +a schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati. +</p> + +<p> +Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto +la confusione di Taziana. — Tosto attrasse la +vista e l’attenzione sua un pasticcio di carne che per +gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto +e il <i>blanc manger</i> una bottiglia di vino di Zimlianschi‍<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a> +sigillata. Portano per beverlo un assetto di +bicchieri lunghi, sottili e svelti come la tua vita, o +Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere dell’anima +mia, che m’hai tante volte inebriato +d’amore! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> +</p> + +<p> +Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino +ferve e fuma. Allora, con un aspetto grave, Triquet +s’alza armato del suo madrigale. La compagnia +ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta +che viva. Triquet volgendosi ad essa col foglio in +mano si mette a cantare stuonando. Applausi, urli +d’entusiasmo ricompensano il poeta. È forza che Taziana +gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel +suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna +il prezioso manoscritto. Seguirono i complimenti e +gli auguri; Taziana ringraziò tutti. Quando toccò ad +Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e stanca, +quel turbamento interno, commossero il crudele. La +salutò senza aprir bocca, ma il suo sguardo parlò +abbastanza. Provava egli veramente un certo affetto, +oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta? +Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo +esprimeva la simpatia e rese il respiro a Taziana. +</p> + +<p> +Si respingono le seggiole con gran rimbombo. +La folla si precipita dalla sala da pranzo nel salotto. +Tale un ronzante sciame di pecchie esce dall’alveare +e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli +ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono +intorno al caminetto. Le signorine cinguettano +in un angolo. I tappeti verdi‍<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a> e il boston +invitano i giocatori fanatici, le <i>ombre</i> allettano i +vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle +sue bandiere chiunque per interesse sa superar la +noia. Già questi ultimi han fatto otto partite, già otto +volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno diligentemente +<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> +le ore del desinare, della merenda e +della cena. In campagna, queste ore si conoscono +senza grande sforzo, lo stomaco ci fa da orologio +esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che +in questo mio poema io ragiono spesso di banchetti, +di pietanze e di tappi come fai tu, o divino Omero, +idolo nostro da tre mila anni in qua! +</p> + +<p> +Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender +ciascheduna una tazza di tè, quando si sente dietro +la porta della sala grande un concerto di flauto e di +fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti +metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride +dei villaggi circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi +a Taziana; Triquet alla Carlicoff, ragazza di matura +età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa della signora +Pustiacoff. Il ballo incomincia. +</p> + +<p> +Nella prima parte di questo romanzo (vedi il +primo capitolo) volevo dipingere i balli di San Pietroburgo, +alla maniera dell’Albano. Ma diviato da +vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai +dietro alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini! +e mi smarrii, e perdei il filo del mio racconto. +Ma col dileguarsi dei miei belli anni io diverrò più +savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò +questo quinto canto da ogni digressione superflua. +</p> + +<p> +Il walzer imperversa come un turbine e passa +monotono e pazzo come la gioventù. Una coppia +succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta s’appressa, +Anieghin, esultando di soppiatto, danza con +Olga, poi quando è stanca la fa sedere e discorre +seco di vari oggetti. Due minuti dopo, eccolo che vola +<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> +di nuovo con essa. Tutti stupiscono. Lenschi stesso +non può credere ai propri occhi. +</p> + +<p> +I musicanti suonano la masurca. Anticamente +quando echeggiava quell’aria, tutto oscillava nelle +vaste sale; le invetriate si sconnettevano; il tavolato +si spaccava sotto i tacchi dei danzatori. Adesso non +è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza +quanto le signore l’impiantito spalmato di lacca. +Ma nelle piccole città e nei villaggi la masurca conserva +tuttora la sua bellezza, i suoi antichi onori: +cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il +resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla; +la moda! malattia epidemica dei nuovi Russi. +</p> + +<p> +Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio, +Taziana ed Olga. Anieghin danza con Olga, le parla +all’orecchio, le stringe la mano. — Le di lei guance +arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta +in sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito +di gelosia, la fine della masurca. Allora invita Olga al +<i>cotillon</i>.... Ma essa ricusa.... Ricusa! E perchè? È +già impegnata con Eugenio. Come! Essa sarebbe capace!... +No, non è possibile. Appena escita dalle fasce +sarebbe una <i>coquette</i>! Già conoscerebbe i raggiri +della civetteria e saprebbe mentire e spergiurare! +Lenschi non può sopportare un colpo sì improvviso. +Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un +cavallo e parte. Due pistole, due palle scioglieranno +il problema. +</p> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> +</p> + +<h3>CAPITOLO SESTO.</h3> +</div> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"><div class="stanza"> +<p class="i01">Là sotto giorni nebulosi e brevi</p> +<p class="i01">Nasce una gente cui il morir non dole.</p> +<p class="i10"> <span class="smcap">Petrarca</span>.</p> +</div></div> +</div> + +<p> +Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, +contento della sua vendetta, divenne pensoso e +astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca Vladimiro +e l’eterno <i>cotillon</i> le viene a noia. Ma questo finisce. +Si va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, +dal vestibolo sino alla soffitta, è trasformata in un +dormitorio per gli ospiti. Tutti sentono il bisogno +d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare +sotto il proprio tetto. +</p> + +<p> +Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel +salotto colla sua pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff +e Flianoff, il quale soffre d’una piccola indisposizione, +si sono coricati sopra le sedie della sala +da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un +vecchio berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le +signorine occupano le camere di Olga e di Taziana. +Ma questa infelice, puntellata a una finestra, per la +quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura +campagna. +</p> + +<p> +La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza +dei suoi sguardi, il suo trattare strano verso di +Olga, son tante spine che stimolano la curiosità di +Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto. +Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il +cuore; le sembra che sotto ai suoi passi si spalanchi +<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> +e muggisca un abisso. “Io perirò,” essa esclama: “ma +perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno; +perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.” +</p> + +<p> +Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio +entra in scena. A cinque verste‍<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> della villa +di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva e vive tuttora +un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle +bettole e capo d’una combriccola di barattieri e di +furfanti; ora campagnolo semplice, e buono, ottimo +padre (benchè celibe), amico fidato, possidente pacifico +e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora! — La +voce lusinghiera della fama lodava il +suo coraggio tremendo. Colla sua pistola egli toccava +un asse alla distanza di cinque sagene.‍<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> Aggiungeremo +però, che un giorno in un combattimento, essendo +ubriaco come uno svizzero, tombolò da cavallo +nella mota, e restò prigioniero dei Francesi; prezioso +ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe volentieri +rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per +poter ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,‍<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a> +tre bottiglie di vino di Borgogna. Altre volte egli sapeva +motteggiar con spirito, trappolare i balordi, e +sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le +sue burle non restarono sempre impunite, e anch’egli +talvolta si lasciò infinocchiare come un babbione. +Sapeva discutere con brio, replicare con sagacità o +con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare +a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, +farli sfidare in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare +in tre, e quindi disonorarli con qualche ghierabaldana. +<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> +<i>Sed alia tempora!</i> La temerità passa colla +gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata. +Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle +burrasche del mondo sotto l’ombra dei ciriegi e delle +acazie. Lì viveva da vero filosofo, piantava cavoli +come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava +l’A. B. C. ai bambini. +</p> + +<p> +Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui +carattere, ma apprezzava il suo giudizio e le sue riflessioni +intorno agli uomini e alle cose. Si frequentarono +un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato +di vedere un mattino Zarieschi entrar in +camera sua. Dopo i complimenti usuali, Zarieschi +interrompendo la conversazione che stava per intavolarsi, +e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio +un biglietto di Vladimiro. Anieghin si trasse +alla finestra e lesse a bassa voce. +</p> + +<p> +Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un <i>cartello</i>. +Lenschi, garbatamente e freddamente, invitava +Eugenio a battersi con lui. La prima mossa d’Eugenio +fu di dire al messaggero senza altra spiegazione +ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star +di più; s’alzò in silenzio, e se ne tornò a casa ove +aveva molto da fare. Ma Eugenio, abbandonato alle +proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso e non +senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, +e si trovò colpevole in molti riguardi. In +primo luogo, aveva dileggiato con troppa crudeltà +un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva +spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena +perdonabile ad uno scapestrato di diciotto anni. +Eugenio, che amava Lenschi di tutto cuore, dovea +<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> +in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei +pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, +ma qual uomo di senno e d’onore. Dovea palesare +i suoi sentimenti, e non incollerirsi come belva; +doveva disarmare quella suscettività giovanile. +“Ma ora è troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. +Un duellista per mestiere si è ingerito in questa faccenda, +è maligno, è imbroglione, gran parlatore. +Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo; +ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” +Ecco l’opinione pubblica! Il puntiglio è la molla che +ci fa agire, è il pernio sul quale gravita il mondo. +</p> + +<p> +Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta +in casa la risposta. Il suo eloquente vicinante gliela +arreca in trionfo. Che festa per il geloso! Temeva +che il suo antagonista non la scappasse con qualche +pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il +suo petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani +all’alba, essi si incontreranno presso al molino; +caricheranno le loro pistole, e spareranno alle +gambe o alla testa. +</p> + +<p> +Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava +ormai come una civetta, non voleva vederla +prima del combattimento. Guardò all’oriuolo e al +sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue +vicine. Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla +colla sua venuta; ma sbagliava. Olga scese, come +prima, dal verone per andargli incontro, leggera, +graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata +da quel ch’era antecedentemente. +</p> + +<p> +“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” +chiese Olga. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> +</p> + +<p> +A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il +suo furore, se ne stette colla bocca chiusa, e si +grattò il naso. La gelosia, il dispetto, la rabbia, sparirono +davanti a quello sguardo sereno, a quel contegno +ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla +Olga con occhio di compassione; vede che è +ancora amato! Già il pentimento lo assale; sta per +implorar perdono; trema, non trova le parole.... è +felice.... è quasi guarito. +</p> + +<p> +Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la +forza di ricordare alla fanciulla gli eventi della precedente +sera. “Io sarò,” egli pensa, “il di lei liberatore; +non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere +quel giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle +lusinghe. Non tollererò che un verme impuro e velenoso +roda lo stelo di quel giglio candido, nè che +quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca +all’alito del vizio.” Tutto ciò significava, amici miei: +son risoluto di battermi coll’amico. +</p> + +<p> +Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il +cuore della mia Taziana! Se Taziana avesse potuto +prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro dovevan +contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le +di lei premure avrebbero forse rappattumato i due +rivali. Ma nessuno fino ora s’è accorto nemmen per +sogno di questa passione. Anieghin non parla più di +nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola +avrebbe potuto indovinar tutto, ma non è gran fatto +perspicace. +</p> + +<p> +Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, +ora espansivo e lieto; ma gli alunni delle Muse +sono sempre così. Coi capelli arruffati egli siede +<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> +al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo +gli occhi ad Olga esclama: “Io son felice, +non è vero? È tardi. Convien che io parta.” Intanto +soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla +gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in +viso: “Che avete?” grida. “Niente,” egli risponde +e raggiunge la porta. +</p> + +<p> +Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si +spoglia, e apre un volume di Schiller. Ma sempre lo +stesso pensiero l’opprime, e l’impedisce di dormire. +Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza +ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive +<i>currenti calamo</i> alcuni versi pieni d’amorose inezie, +ma sonori e dolci. Poi, nel suo entusiasmo lirico, se li +rilegge ad alta voce. Per fortuna questi versi mi sono +caduti fra mano; eccoli. +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Dalla fortuna oppresso</p> +<p class="i02"> Aspetto impazïente il dì venturo.</p> +<p class="i02"> Parla, o sfinge crudel, tetro futuro:</p> +<p class="i02"> Mi cingerai d’alloro o di cipresso?</p> +<p class="i02"> Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso?</p> +<p class="i02"> Cadrò trafitto da letal saetta</p> +<p class="i02"> Oppur dal gran cimento escirò illeso?</p> +<p class="i02"> Qualunque sia la sorte che m’aspetta</p> +<p class="i02"> Io dirò rassegnato e disdegnoso:</p> +<p class="i02"> Benedetta la veglia e benedetta</p> +<p class="i02"> L’ora del gran riposo.</p> +<p class="i02"> Forse, questa sarà l’ultima guerra</p> +<p class="i02"> Del rio destin che bersagliar mi suole.</p> +<p class="i02"> Domani riderà, come oggi, il sole,</p> +<p class="i02"> E canterà la terra;</p> +<p class="i02"> Ma privo ormai d’udito e di veduta</p> +<p class="i02"> Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso,</p> +<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span></p> +<p class="i02"> Ombra squallida e muta,</p> +<p class="i02"> Spazierò per le tenebre d’abisso.</p> +<p class="i02"> Divorerà il mio nome il ceco oblio:</p> +<p class="i02"> Ma tu, casta colomba,</p> +<p class="i02"> Forse a sparger verrai di tanto in tanto</p> +<p class="i02"> Qualche stilla di pianto</p> +<p class="i02"> Sulla precoce e solitaria tomba;</p> +<p class="i02"> E dirai sospirando: “Egli fu mio:</p> +<p class="i02"> ”A me sola sacrò la cetra, il cuore,</p> +<p class="i02"> ”E dei begli anni il fiore....”</p> +<p class="i02"> E mi ripeterai l’ultimo addio.</p> +</div></div> + +<p> +Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli +dettò. Un critico li chiamerebbe romantici; io però +non so vederci cica di romanticismo; ma lasciamo +stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò +pensando all’<i>ideale</i>. Parola alla moda! Ma +aveva appena socchiuso le ciglia, quando il suo vicinante +entrò nella stanza e lo destò dicendo: “Su, +su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di +certo.” +</p> + +<p> +Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. +Le ombre della notte si diradano, il +gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole ascende +l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano +e volano in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal +letto. Finalmente tira le cortine, guarda, e s’accorge +che già da gran tempo avrebbe dovuto trovarsi +sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere +francese Guillot accorre in fretta, gli porge la veste +da camera, le pantofole e la camicia. Anieghin si +abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi ad accompagnarlo +colla scatola delle pistole. La slitta è pronta. +<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> +Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo +colle pistole di Lepage,‍<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a> e al cocchiere di avanzar +nella campagna verso due piccole quercie. +</p> + +<p> +Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da +profondo agronomo, biasimava il modo in che era +fatto un pagliaio. +</p> + +<p> +Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” +esclamò Zarieschi “il vostro secondo?” Zarieschi classico +e pedante nei duelli si sdegnava d’una tale infrazione +ai veri principii della monomachia. Permetteva +che si stendesse al piano un uomo per una +bagattella, purchè si osservassero le regole dell’arte +e le austere tradizioni degli antichi; lo che è da lodarsi +in lui. +</p> + +<p> +“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: +Monsieur Guillot. Spero che non vi opporrete a tale +scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un galantuomo.” +</p> + +<p> +Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò +a Lenschi: +</p> + +<p> +“Ebbene, cominciamo!” +</p> + +<p> +“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro. +</p> + +<p> +E si portarono dietro il molino. +</p> + +<p> +Mentre Zarieschi e il <i>galantuomo</i> fissavano a +quattro occhi le condizioni del combattimento, gli +antagonisti stavano fermi colle ciglia basse. +</p> + +<p> +Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? +Quanto è che l’uno sitisce il sangue dell’altro? +Quanto è che dividevano gli ozi, le pene, la mensa, +i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro +l’altro come due nemici ereditari, tramano, quasi in +<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> +un sogno spaventoso e incomprensibile, la loro mutua +distrazione. Non sarebbe meglio che si separassero +ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? +Ma il coraggio della gente ha una singolar paura +della falsa vergogna. +</p> + +<p> +Già le pistole splendono. Risuona il martello +della bacchetta. La palla rotola nel cannone, il cane +stride per la prima volta. Versano la polvere grigiastra +nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata +e fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si +rimpiatta dietro un tronco vicino. I due avversari +gettano i loro mantelli. Zarieschi ha misurato con +esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa +distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano +le pistole. +</p> + +<p> +“Ora partite!” +</p> + +<p> +I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, +quattro passi, quattro passi verso la tomba. Eugenio +avanzando sempre alza pian piano la sua pistola. +Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo +l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin +spara. È giunto l’istante prefisso dal fato. Il +poeta senza proferir parola lascia sfuggir l’arme, si +posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi offuscati +annunziano la morte, ma non esprimono nè +la doglia nè il rimprovero. Tale struggesi al calor +del mattino la valanga che brillava sul pendío di +un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre +al moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli +fu. Il poeta spirò anzi tempo. Sorse la burrasca, e il +gentil fiore si seccò sbocciato appena, e il fuoco sacro +si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla sua +<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> +faccia domina una quiete che fa spavento. La palla +gli ha colpito il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante +dalla ferita. Poco fa, quel cuore palpitava di +poesia, di speranza, d’amore, quel sangue ferveva di +vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come +in una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, +i cristalli son intonacati. La padrona di casa +non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: — se n’è smarrita +ogni traccia. +</p> + +<p> +È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico +con salaci epigrammi; è un piacere vederlo allorchè +mitriato di superbe corna, si mira in uno specchio e +si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore +vedere che vi si riconosce ed esclama: “io +son quello!” Ma il <i>nec plus ultra</i> d’ogni piacere, è +apprestargli una onorevole sepoltura, e appuntargli +un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo +però <i>ad patres</i>, è uno scherzo di che, io credo, voi +non siete gran fatto ghiotto. +</p> + +<p> +Se dunque vi accade di uccidere un giovine +amico che vi offese <i>inter pocula</i> con un ghigno o una +risposta insolente, o con qualche altra bazzecola, e +se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente +in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima +vostra quando lo vedrete steso a terra, in preda +all’agonia, già gelido, già livido, sordo al vostro disperato +appello? +</p> + +<p> +Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre +l’arme funesta, contempla l’infelice Lenschi. +</p> + +<p> +“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi. +</p> + +<p> +Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin +tutto tremante s’allontana e chiama i servitori. +<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> +Zarieschi adagia con premura il cadavere nella slitta, +e trasferisce quel tristo deposito nella propria dimora. +I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, +imbiancano il morso di spuma, e volano come strali. +</p> + +<p> +Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è +perito nel più bel fiore delle sue speranze, prima +d’aver dato al mondo i delicati frutti. Ov’è adesso +quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso +di generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? +Ove sono quei fervidi slanci d’amore, quella +sete di gloria, quell’affetto allo studio, quell’orror +del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree +visioni della vita celestiale, illusioni della divina +poesia? +</p> + +<p> +Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. +La sua cetra ammutolita avanti l’ora, potea destare +un eco durevole nei secoli venturi. Forse un +alto grado gli era riservato nella scala sociale. +L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo +ingegno. Perì per noi quel creatore spirito! E chiuso +nell’avello non udirà l’inno nè le benedizioni dei +popoli alzarsi qual incenso in suo onore.... +</p> + +<p> +Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un +ricco appannaggio. Avrebbe lasciato i generosi impulsi +della gioventù stagnare ed estinguersi nell’inazione. +Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato +le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe +provato tutte le beatitudini della vita: avrebbe marcito +nella sua villa con una guarnacca imbottita in +dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la podagra; +avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato, +e finalmente ammalatosi, sarebbe morto +<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> +nel suo letto attorniato di figliuoli, di donnicciuole e +di dottori. +</p> + +<p> +Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, +il poeta, il sognatore‍<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a> melancolico, soccombè +per la mano d’un amico! A sinistra, quando +si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono +le loro radici; sotto a quelli serpeggia un +ruscelletto che deriva dalla valle vicina. Ivi l’agricoltore +cerca il riposo; ivi i mietitori vanno a empir +d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione +dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde +sotto l’ombra opaca, sorge adesso la sua umile sepoltura. +</p> + +<p> +Allorchè incomincia la pioggia di primavera a +strosciar sull’erbe dei prati, il pastorello, cantando +i <i>Pescatori del Volga</i>, viene talvolta lì a lavorar le +sue scarpe di scorza. E la giovine signora che passa +l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna, +sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, +e mentre colla mano sinistra stringe la briglia +di canapa, rimuove colla destra il velo del cappello, +e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma +il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento +proseguendo il suo corso nell’aperta pianura, tutta +meditabonda, compiange la trista fine di Lenschi +e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante, +oppure presto si consolò della sua perdita? +Dov’è adesso la sorella d’Olga? Ov’è il disprezzatore +della società, il disertore delle donne alla moda, +<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> +il capriccioso originale che uccise il giovine +poeta?” +</p> + +<p> +Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,‍<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> +ma non oggi. Sebbene io ami svisceratamente +il mio eroe, io devo ora lasciarlo in disparte, ma +per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età +vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a +lungo ho bazzicata e accarezzata. Lo confesso e me +ne pento. Ma fortunatamente la mia penna non ha +più la smania di schiccherar baie canore: pensieri +più gravi, cure più nobili occupano la mia mente nella +solitudine e in seno alla società. +</p> + +<p> +Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo +tormento. Ma ormai non ho più speranza; e mi +rincrescono le mie passate inquietudini. O illusioni! +illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene +con giovinezza? È egli vero che questa già perda per +me la sua brillante corona? È egli vero che la primavera +di mia vita è spenta per sempre, spenta senza +una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà +più? È egli vero che fra poco avrò trent’anni? +</p> + +<p> +Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio +del mio corso; è forza ch’io ne convenga. Dunque +separiamoci da buoni amici, o mia spensierata gioventù! +Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del +trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i +tuoi doni; te ne ringrazio cordialmente. Sotto le tue +ali, nel tumulto e nella calma, io ho goduto assai; +basta così! Ora, con animo sereno, entro in una +nuova via per divezzarmi della vita passata. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> +</p> + +<p> +Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo +ove i miei dì fuggirono inavveduti in mezzo alle +passioni, alla indolenza, alle astrazioni d’un ingegno +riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva la mia +fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al +mio ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che +si ghiacci, che s’induri e finalmente si impetrisca +nel letargo d’una società morta! Fuga da me lungi +gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli +astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della +fortuna; gli scellerati ridicoli e seccanti, i giudici +parziali e cavillatori, le civette bacchettone, gli schiavi +volontari, i tradimenti eleganti del <i>gran mondo</i>, +le sentenze spietate della vanità impudente; la trista +fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo +e anneghiamo insieme, o cari amici! +</p> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> +</p> + +<h3>CAPITOLO SETTIMO.</h3> +</div> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"><div class="stanza"> +<p class="i01">Mosca, figlia diletta della Russia, ove troverò</p> +<p class="i02"> una città che ti somigli?</p> +<p class="i10"> <span class="smcap">Dimitrieff</span>.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Chi può non amare la paterna Mosca?</p> +<p class="i10"> <span class="smcap">Baratinschi</span>.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Guai a Mosca! Che cos’è aver veduto il mondo!</p> +<p class="i01">Ove si sta meglio? — Dove non si sta.</p> +<p class="i10"> <span class="smcap">Griboiedoff</span>.</p> +</div></div> +</div> + +<p> +La neve strutta dai raggi dissolventi di primavera, +precipita dai monti vicini in ruscelli torbidi, e +allaga le campagna. La natura mezza addormentata +accoglie con un dolce sorriso il mattino dell’anno. Il +cielo splende azzurrino. I boschi, tuttora trasparenti, +si adornano d’una tenera lanugine di verdura. Le +api abbandonano i loro palazzi di cera per andare a +predare i fiori novelli. Le valli si asciugano e si +smaltano; la greggia bela e il rosignolo garrisce nel +silenzio notturno. +</p> + +<p> +Quanto mi affligge il tuo ritorno, o primavera, +primavera stagione d’amore! Che crudele agitazione +regna nel mio sangue e nel mio spirito! Con che +mesta voluttà io godo del zeffiretto che mi aleggia +intorno nella mia solitudine agreste! Mi è forse vietato +il piacere? o tutto ciò che diletta e ravviva, tutto +ciò che esulta e brilla, deve sembrare orrido e tetro a +chi è morto al mondo? Il susurro delle nuove giovinette +fronde che subentrano a quelle dell’autunno decorso, +ci richiama forse a mente qualche amara perdita +<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> +nostra, sicchè non ci possiamo rallegrare del rinascimento +dei fiori? O, comparando con angoscia i nostri +belli anni ai bei giorni, il ritorno di questi +ci fa più aspramente risentire la fuga di quelli? Forse +anche ci apparisce in una visione poetica qualche +antica primavera, la cui idea ci ripone sotto +occhio una regione remota, una serata serena al lume +della luna.... +</p> + +<p> +Onesti poltroni, savi epicurei, mortali indifferenti +e beati, uccelletti nutriti nel nido di Levscin,‍<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a> +Priami delle campagne, e voi sensibili dame, la +primavera vi chiama in villa. Ecco il tempo del caldo, +dei fiori, del lavoro; il tempo delle passeggiate +fantastiche, delle notti scandalose. In villa, amici +miei! Presto, presto, salite nelle carrozze cariche a +più non posso, salite nelle diligenze; evadetevi dal +carcere delle città. +</p> + +<p> +E tu, lettor benevolo, sali nella tua calescia e +abbandona la affaccendata metropoli dove hai passato +l’inverno in feste e in gioco. Vieni in compagnia +della mia capricciosa Musa a udire il mormorio crescente +delle selve, lungo il ruscello innominato, +presso alla borgata ove Eugenio, anacoreta atrabiliare +e ozioso, viveva poco fa in vicinanza della giovine +Taziana, di quella mia diletta visionaria.... Egli +non vi sta più, ma vi ha lasciato un’indelebile traccia. +</p> + +<p> +Fra quell’anfiteatro di montagne andiamo là +dove un’acqua limpida serpeggiando per i verdi prati +scende al fiume a traverso una macchia di tigli. Là +il rosignolo, poeta della primavera, canta tutta la +<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> +notte, e mischia i suoi trilli al garrir della fonte; lì +sboccia la rosa selvatica; là s’inalza una pietra sepolcrale +adombrata da due pini annosi. Si legge sulla +lapida questa iscrizione: +</p> + +<p> +“Qui giace Vladimiro Lenschi, che morì giovane +della morte dei valorosi, nell’anno...... in età +di..... — Riposa in pace, o gentil vate.” +</p> + +<p> +Altre volte, una ghirlandetta misteriosa appesa +ai ramoscelli curvi, si librava al soffio matutino; +altre volte, verso sera, due amiche visitavano +quel luogo, e abbracciate, piangevano su quella +tomba, al chiaror della luna. Ma adesso il monumento +funebre è obliato. Sul terreno che lo circonda non +s’improntan più le consuete orme.... la ghirlandetta +rorida più non tremola ai ramoscelli del pino. Solo +il pastorello canuto e infermo vi viene come prima +a lavorar, cantando, le sue rozze scarpe di scorza. +</p> + +<p> +Povero Lenschi! La giovinetta stanca cessò di +piangere e mancò di costanza nel dolore. Un altro +attrasse li sguardi di lei, un altro seppe, a forza di +premure, sopire il di lei affanno; un Ulano l’ha invaghita. +Eccola appiè dell’altare.... essa arrossisce sotto +la corona nuziale, e china modestamente il capo; li +occhi suoi volti a terra sfavillano d’amore; un dolce +sorriso splende sulle sue labbra. +</p> + +<p> +Povero Lenschi! Nel tuo sepolcro, nel palazzo +della muta eternità, ti sdegnasti di quel tradimento? +Oppure, addormentato in grembo a Lete, insensibile +e beato, rimanesti indifferente a tal perfidia? Chè +forse dopo la tomba più non ci cal di questa terra.... +Nè la terra più si cura di noi. La voce degli amici, +dei nemici, delle amanti, in un subito tace. I voraci +<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> +eredi si disputano i brani del nostro avere, come +cani famelici un osso. +</p> + +<p> +La bella Olga più non adorna la magione dei +Larin. L’Ulano, schiavo del suo dovere, fu costretto +di raggiunger il suo reggimento. La vecchia madre +nel separarsi dalla cara figlia sparse tante lacrime +e tanto patì, che parve dovesse spirar l’anima. +Taziana stette col ciglio asciutto, ma tinse il volto +afflitto d’un biancor di morte. Quando i parenti +e gli amici escirono sul verone e poi si strinsero intorno +alla carrozza degli sposi per dare loro un ultimo +addio, Taziana seguì la folla; e quando la carrozza +partì, l’accompagnò cogli occhi; e anche dopo che +fu sparita, li tenne a lungo fissi in quella direzione. +</p> + +<p> +Ormai Taziana è sola, affatto sola! La compagna +della sua infanzia, la sua favorita tortorella Olga le +è rapita dal fato, le è strappata dal seno per sempre. +Come un’ombra essa erra senza scopo nel giardino +deserto; ma nè in quello nè in casa trova consolazione +nè sollievo. Vorrebbe piangere, ma le lacrime +non sgorgano dal ciglio inaridito e pare che il cuore +le si schianti in due pezzi. +</p> + +<p> +In quella crudele solitudine, la sua passione diviene +più violenta; amore le parla più altamente del +lontano Anieghin. Essa non lo vedrà più; essa deve +odiare in lui l’assassino di suo fratello.... Il poeta è +spento.... e già più nessuno si sovvien di lui; già la +sua fidanzata si è donata ad un altro; la memoria +del poeta si è spersa come un vapore nel vasto azzurro +cielo. Due soli cuori forse, tuttora pensano a +lui e si rammaricano.... ma perchè rammaricarsi? +</p> + +<p> +È notte oscura. Il fiume scorre silenzioso. Il +<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> +melolonta ronza intorno agli alberi. Le danze s’intrecciano. +Il fuoco dei pescatori splende sulla riva +opposta. Taziana, immersa nelle sue meditazioni, +vaga per la campagna all’argenteo chiarore della +luna.... avanza, avanza.... Finalmente scorge sulla +cima d’un colle una casa signorile, una borgata, +un boschetto a piè d’un poggio, e un giardino bagnato +da un ruscello. Taziana contempla quella dimora +e il suo cuore batte più forte e più presto. Un +momento sta titubante e incerta: “Andrò io più oltre, +o tornerò indietro? Egli non è più qui... nessuno mi +conosce... darò una occhiata alla casa e all’orto....” +E la fanciulla prosiegue il suo cammino, respirando +appena... gira attorno lo sguardo inquieto... ed +entra nel cortile abbandonato. I cani le si slanciano +incontro abbaiando. I ragazzi accorrono in fretta +alle strida della giovinetta spaventata. Scacciano i +mastini a forza di bastoni e si fanno i protettori +dell’incognita. +</p> + +<p> +“Si può vedere quella casa?” domandò Taziana. +</p> + +<p> +Immantinente i ragazzi vanno da Anisia, a +cercar la chiave del vestibolo. Questa si fece incontro +alla visitatrice e le aprì le porte. +</p> + +<p> +Taziana entra nella casa in cui poco fa viveva il +nostro protagonista. Guarda, e vede una stecca di bigliardo +giacente in un angolo del salotto e un frustino +da cavallerizza sopra un divano. La contadina +che la conduce, le dice: “Ecco il caminetto; qui +il padrone se ne stava seduto tutto solo. Qui desinava +secolui nell’inverno il signor Lenschi, defunto. +Mi segua per di qua. Ecco lo studio del padrone. +<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> +Qui dormiva; qui beveva il caffè. Qui ascoltava +i rapporti dell’intendente e leggeva in un libro +la mattina.... Anche l’antico padrone dimorava in +questa stanza. Tutte le domeniche, presso a questa +finestra, mettendosi gli occhiali, giuocava meco al +<i>duraccèc</i>.‍<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> Dio abbia pietà della anima sua e gli dia +pace nella fossa, dentro la nostra madre terra!” +</p> + +<p> +Taziana considerava tutto con attenzione e con +intenerimento; ogni minima cosa le sembrava cara, +e le destava in seno un sentimento mezzo gaio e +mezzo tristo. La tavola colla lampada estinta; i libri +ammucchiati senza ordine; il letto coperto d’un pesante +coltrone; un ritratto di Lord Byron; una colonnetta +sormontata da una statua di bronzo, col cappello +abbassato sulla fronte tetra e colle braccia conserte +al petto.... Taziana esamina tutto.... e poi s’affaccia per +goder della campagna rischiarata dal pallido raggio +della luna.... +</p> + +<p> +Quasi incantata, non può decidersi a lasciare +quel gabinetto. Ma si fa tardi. Il vento è freddo, +la valle è buia, e il villaggio dorme velato di vapori +grigi. Già la luna tramonta... è tempo che la bella +pellegrina rieda al paterno tetto. Procura di celar +la sua emozione, ma non può pertanto reprimere +un sospiro. Si dispone a partire; ma prima di lasciar +quelle mura chiede licenza ad Anisia di tornare +un’altra volta nel castello deserto per dare una +scorsa ai libri sparsi sul tavolino. +</p> + +<p> +Il giorno seguente, di buon mattino, Taziana +era nel gabinetto d’Eugenio; e rimasta sola, in +quella solitudine, in quel silenzio, dimenticando il +<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> +mondo intero, s’abbandonò liberamente al suo dolore +e proruppe in pianto. Poi, si mise a frugare +nei libri. Dapprima non voleva aprirli, ma i titoli +strani e disparati la empirono di meraviglia e lesse +con avidità, e un mondo nuovo apparve alla sua vista. +Sebbene, come sappiamo, Eugenio avesse da +gran tempo rinunziato alla lettura, e ceduto ai tarli +la sua biblioteca, pure teneva presso di sè alcuni volumi, +quali, per esempio, i poemi dell’autore del +<i>Giaur</i> e di <i>Don Giovanni</i>, e due o tre romanzi che +rappresentavano i costumi contemporanei con bastante +esattezza: quella immoralità, quell’egoismo, +quella secchezza d’idee, mista di melancolia e d’irritazione +che ferve e s’agita nel vuoto. +</p> + +<p> +Alcune pagine portavano impresse le tracce di +una unghia tagliente che avea segnati con strisce i +passi più notevoli. Taziana fermò particolarmente +su questi la sua attenzione. S’istruì con un palpito +di quelle osservazioni, di quei pensieri, che avean +colpito Anieghin e che egli aveva meditati e ponderati +a lungo. Qua e là sui margini un punto interrogativo, +una croce o alcune righe scritte col lapis +rivelavano i più interni sensi del nostro eroe. +</p> + +<p> +Adesso, Taziana incomincia a comprendere un +po’ meglio, la Dio mercè, il carattere di colui per +cui essa sospira in forza d’una tirannica fatalità. +Chi è egli questo originale pernicioso e tristo?... Un +cittadino dell’inferno o del cielo, un angelo o un +demonio ribelle? Forse un fantasma, una copia vana, +un moscovita con in dosso un mantello di Harold, +una interpretazione dei capricci altrui, un indice +alfabetico delle parole di moda, in somma una parodia? +<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> +Potè Taziana indovinare quella sciarada? Potè trovare +la soluzione di quel logogrifo? +</p> + +<p> +Le ore volano. Taziana non riflette che sua +madre l’aspetta da un pezzo. Due vicinanti sono +venuti a veglia in casa sua, e discorrono appunto +di lei. +</p> + +<p> +“Taziana non è più bambina,” dice una vecchia +sdentata, tossendo. +</p> + +<p> +“È vero,” replica la madre. “Olga era più giovine. +È tempo ch’io mariti anche Taziana; ma +come si fa? Sempre risponde: non voglio. Ed è sempre +pensierosa e va a passeggiar sola pei boschi.” +</p> + +<p> +“Che non sarebbe innamorata?” +</p> + +<p> +“Di chi mai?” +</p> + +<p> +“Buianoff la corteggiava.” +</p> + +<p> +“Fu rifiutato.” +</p> + +<p> +“Giovanni Pietuscoff l’ha chiesta in isposa.” +</p> + +<p> +“Fu respinto anche esso. L’Ussaro Puictin è +stato qualche tempo quartierato da noi. Correva +dietro a Taziana come un matto; ne era innamorato +cotto. Io diceva fra me: forse questo sarà più +felice degli altri.... Eppure non ci fu verso.” +</p> + +<p> +“Sapete che? Andate a Mosca con vostra figlia, +cara signora Larin. Quello è il gran mercato delle +giovani da marito. E si dice che ci sia gran mancanza +di donne. Andateci.” +</p> + +<p> +“Cara amica, ho poche entrate, e a Mosca si +spende molto.” +</p> + +<p> +“Avete abbastanza per camparci un inverno, +e, caso mai, io vi presterò l’occorrente.” +</p> + +<p> +La buona vecchia gustò assai questo consiglio +ragionevole e stimato. Contò il suo denaro, e stabilì +<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> +immediatamente d’andare a stare l’inverno a Mosca. +Taziana intese con orrore un tal progetto. La fa +raccapricciar l’idea di dover mostrare a una società +che non la perdona a nulla nè a nessuno, la loro +semplicità provinciale; la loro toelette usata e fuor +di moda, il loro linguaggio antiquato e scarso! Di +dovere esporsi alla critica dei damerini e delle galanti +dame di quella capitale! Oibò! oibò! Più saggio +e più sicuro partito è lasciarla in fondo alle sue +macchie natie. +</p> + +<p> +Eppure convien che se ne svelga. S’alza coi primi +albori, se ne va pei campi e mirandoli con tenerezza, +esclama: “Addio valli quiete, e voi vette dei +monti amici, e voi fronde delle amiche selve! Addio +bel cielo, addio ridente natura. Cambio questa vita +pacifica e grata con una vita piena di illustre tumulto +e di splendide ambasce! Addio, mia dolce +libertà! Dove men vado? perchè men vado? Che +avvenire mi serba la sorte?” +</p> + +<p> +Le sue girate divengono ora più lunghe. A ogni +passo, si sente fascinata dalla leggiadria d’un colle +o d’un ruscello. Si affretta di conversare coi suoi boschetti, +coi suoi prati, come si suol fare con antichi +compagni che si debbono tosto lasciar per sempre. +Ma l’estate già volge al suo termine; l’aurato autunno +già nasce. La natura, pallida, tremante, appare +magnificamente adorna, come una vittima che +procede all’altare. Borea spingendo davanti a sè le +nubi, già sbuffa, sibila, e l’inverno lo segue. +</p> + +<p> +L’inverno è giunto; appende serti e festoni d’argento +ai ramoscelli nudi degli alberi; stende candidi +tappeti sulle pianure, sui poggi; ferma i ruscelli +<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> +e li trasforma in alabastro. La brina, il ghiaccio +ci assediano da ogni banda, e ci dilettiamo di questi +scherzi della natura. Ma Taziana questa volta non +vi prende piacere. Non muove a salutar l’inverno, +come era solita; non va a respirar la prima polvere +del gelo, nè a fregarsi il volto, le spalle e il +seno, colla prima neve caduta sui tetti; Taziana +maledice l’inverno, che la rapisce al suo nido. +</p> + +<p> +L’ora prefissa s’avanza. La decrepita carrozza +dimenticata nella rimessa, è tratta fuori, esaminata, +rispalmata, rassettata. Tre <i>chibitche</i> trasportano la +mobilia della casa, le marmitte, le seggiole, i cassettoni, +i vasetti di conserva, le materasse, i piumini, +i gabbioni del pollame, le pentole, le tazze, +insomma, ogni sorta di arnesi. Una caterva di servitori +e di contadini è adunata nel cortile; chi chiacchiera, +chi piange; diciotto carogne sono attaccate +alla carrozza. I cuochi allestiscono la colazione. Le +<i>chibitche</i> sono cariche in modo che sembran montagne +ambulanti; le vecchie si bisticciano coi cocchieri +barbuti. Il corriere inforca una brenna emaciata +e irsuta. I buoni augurii, i voti sinceri, gli addii +ripetuti echeggiano intorno. I padroni entrano in +carrozza; la venerabile vettura si scuote, crepita, +si strascica sino alla porta del recinto. +</p> + +<p> +“Addio, cari luoghi tranquilli... addio grata solitudine... +ti rivedrò io mai?...” +</p> + +<p> +E un torrente di lacrime scorre dagli occhi di +Taziana. +</p> + +<p> +Tra cinquecento anni incirca, secondo i calcoli +dei filosofi, verrà, per l’effetto dei progressi della civiltà +moderna, un giorno in cui si riformerà il nostro +<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> +sistema di communicazione, e allora una rete +di strade unirà le provincie della Russia. Allora, i +ponti di bronzo accavalcheranno le acque con un +solo arco; le montagne si traforeranno; si scaveranno +ardite gallerie sotto gli alvei dei fiumi e in ciascuna +stazione i fedeli cristiani troveranno una buona +trattoria. +</p> + +<p> +Per adesso non abbiamo buone strade; i ponti +di legno marciscono negletti; le cimici e le pulci +non ti lasciano un istante di posa nelle stazioni postali; +di trattorie, non si sa nulla. La pomposa lista +delle vivande affissa alla parete d’una sala gelata, non +serve ad altro che ad aguzzare invano l’appetito dei +miseri viaggiatori. Frattanto, ritti davanti a un fuoco +lento, i rustici ciclopi del villaggio ribattono sull’incudine +coi loro martelli russi i fragili ferramenti +delle carrozze europee, e benedicono le rotaie e le +frane della patria, che loro procurano quel po’ di +lavoro. +</p> + +<p> +Ma, in tempo d’inverno, il viaggiare è facile +e piacevole in questo paese. Le strade sono allora +dritte e piatte come i versi scipiti dei nostri poetastri +alla moda. I nostri aurighi sono coraggiosi, i +nostri cavalli instancabili, e i pali delle verste,‍<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> sì +grati alla vista, ci volano davanti così fitti come le +sbarre d’un cancello. Sventuratamente la signora +Larin andava coi propri cavalli e non con quelli +della posta, per non incorrere una spesa esorbitante. +Il tragitto durò una settimana; ma Taziana +non si lagnò di tal lentezza, anzi ne fu lieta. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> +</p> + +<p> +Già son vicini a Mosca, alla bianca Mosca dalle +mille cupole impennacchiate di croci che lampeggiano +al sole come folgori! O amici! Come io gioiva +quando a un tratto io scopriva quell’anfiteatro di +chiese, di campanili, di giardini, di palazzi! Quante +volte nel mio tristo esilio, errando qua e là, io +pensai a te, Mosca mia! Oh quante cose racchiuse +in questo solo nome! Che significato presenta a un +cuore russo! +</p> + +<p> +Ecco il castello di Pietro Primo, attorniato di +querce e superbo della sua antica gloria. Ivi indarno +Napoleone, accecato dalla fortuna e dall’orgoglio, aspettava +che la vecchia capitale gli s’inginocchiasse davanti +porgendogli le chiavi del Cremlino.... No. — Mosca +non gli andò incontro colla testa bassa. Non preparò +per l’eroe impaziente, nè banchetti, nè regali; +preparò un incendio. Dalle finestre di questo castello, +l’invasore, immerso nelle sue riflessioni, contemplò +le fiamme minacciose. +</p> + +<p> +Addio, teatro d’illustri memorie, addio venerabile +reggia! Avanti! avanti! Già le colonne delle +barriere biancheggiano; già l’equipaggio s’inoltra +nella Tverscaia attraverso le vie cave. Fuggono come +ombre i casotti delle sentinelle, le vecchie serve, i +monelli, le botteghe, i lampioni, i palazzi, i giardini; +le slitte, gli orti, i mercanti, i tuguri, i contadini, +i <i>boulevards</i>, le torri, i cosacchi, le farmacie, +i magazzini di modiste, i balconi, i leoni dei portoni, +e gli stormi di cornacchie svolazzanti intorno alle +croci. Durò due ore intere questa corsa. +</p> + +<p> +Finalmente la carrozza si fermò davanti a una +casa nel vicolo di Caraton. Le nostre viaggiatrici +<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> +smontano da una vecchia zia che soffre di etisia da +quattro anni in qua. Apre loro l’uscio un Calmucco +canuto, cogli occhiali sul naso, con un <i>caftano</i> logoro +indosso e una calza in mano.‍<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a> La principessa sdraiata +sopra un divano del salotto, accoglie le straniere +con un grande urlo di sorpresa e di piacere. Le due +vecchie s’abbracciano piangendo e facendo mille +esclamazioni. +</p> + +<p> +“Principessa, <i>mon ange</i>!” +</p> + +<p> +“<i>Pachette!</i>” +</p> + +<p> +“<i>Aline!</i>” +</p> + +<p> +“Chi l’avrebbe detto!” +</p> + +<p> +“È tanto che non ci siamo vedute!” +</p> + +<p> +“Sarà per qualche giorno, eh?” +</p> + +<p> +“Cara cugina!” +</p> + +<p> +“Siedi.... Che buona idea è stata questa!... È +proprio una combinazione da romanzo!” +</p> + +<p> +“Ti presento mia figlia Taziana.” +</p> + +<p> +“Ah Taziana! vieni quà... Mi par proprio di +sognare! Cugina, ti ricordi di Grandisson?” +</p> + +<p> +“Che Grandisson?... ah, Grandisson!... Sì, sì, +me lo ricordo, me lo ricordo. Dov’è adesso?” +</p> + +<p> +“Sta in Mosca, da Simeone. Mi ha fatto visita +la vigilia di Natale. Poco tempo fa ammogliò il +figliuolo.” +</p> + +<p> +“E quel cane... ma ne parleremo a lungo un’altra +volta, vero? Dimani, presenteremo Taziana a +tutta la famiglia. Che disgrazia! posso appena reggermi +in piedi; non esco quasi più di casa. Ma voi +siete stracche del viaggio... Andiamo a riposare tutti +assieme... ahi, che non ho forza..... mi duole il petto... +<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> +non solo il dispiacere, ma anche il piacere mi stanca +e opprime.... cara mia, non son più buona a nulla.... +è una gran brutta cosa la vecchiaia....” +</p> + +<p> +E così dicendo, tutta ansante incominciò a tossire +senza cessar di piangere. +</p> + +<p> +Le finezze, le premure gentili della ammalata +cattivano Taziana; la quale contuttociò non può avvezzarsi +alla sua nuova dimora tanto diversa di +quella che ha testè lasciata. Nel suo nuovo letto, addobbato +di cortine di seta, essa non può dormire; e +il suono mattinale delle campane banditore delle fatiche +quotidiane, la desta nel più bel momento dei +suoi sogni. Allora si alza, e s’asside presso alla finestra. +La caligine crepuscolare si dirada; l’aria si rischiara; +ma Taziana non scorge le sue campagne +dilette, e altro non vede innanzi a sè che un cortile +incognito, una scuderia, una cucina e una palizzata. +</p> + +<p> +Ogni giorno Taziana è condotta a qualche pranzo +di famiglia, è presentata a qualche avola o zia a cui +poco bada. Ai parenti che vengon di lontano si fa +sempre buona accoglienza, si prodigano gli elogi e +le carezze, e si offre il pane e il sale. +</p> + +<p> +“Come è cresciuta Taziana! È molto che io t’ho +fatto da comare!” +</p> + +<p> +“E io che t’ho tenuta sulle braccia!” +</p> + +<p> +“E io che t’ho tirata per gli orecchi!” +</p> + +<p> +“E io che t’ho dato tanto pan di zenzero!” +</p> + +<p> +E le mamme e le nonne ripetevano in coro: +</p> + +<p> +“Oh, come gli anni passano presto!” +</p> + +<p> +Ma non v’è nulla di cambiato presso quella +buona gente. Tutto è rimasto nell’antico stato. La +principessa Elena, la zia, porta sempre una scuffia +<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> +di tulle; Luceria Lvovna s’impiastra sempre il viso +di biacca; Ivan Petrovicc è sempre lo stesso ciuco di +prima; Semen Petrovicc è sempre lo stesso spilorcio +di prima; Pelagia Nicolavna ha sempre l’amico Monsieur +Finemouche, il can levriero e il marito, il +quale è sempre socio assiduo del club, sempre pacifico, +sempre sordo, e sempre mangia e beve per due. +</p> + +<p> +A prima giunta, le giovinette Grazie di Mosca +esaminano Taziana da capo a piedi senza far motto; +la trovano qualche poco strana, provinciale, svenevole, +affettata, alquanto palliduccia e magretta, ma in +totale belloccia. Poi obedendo allo istinto di natura +si fanno sue amiche, la menano a casa loro, l’abbracciano, +le stringono le mani, le acconciano i capelli +secondo la moda, e finalmente le palesano i loro secreti +di cuore, secreti di fanciulle! le conquiste +proprie e le altrui, le speranze, le furberie, i desiderii. +Le loro innocenti conversazioni passano lievissimamente +cosperse di maldicenza. Quindi esigono +gentilmente che Taziana contraccambi quelle confidenze +con una confessione ingenua. Ma essa ascolta +quei discorsi senza diletto, non li comprende, e copre +di silenzio e di mistero i pensieri del suo cuore, il +tesoro delle sue lacrime e della sua sorte ventura, e +non ne fa parte a nessuno. +</p> + +<p> +Taziana brama di assistere alle grandi conversazioni; +ma non vi sente che futilità sconnesse, sonore +bagattelle, freddure; il linguaggio è sterile e +secco, e persino la maldicenza vi è sciocca e noiosa. +</p> + +<p> +In mezzo a quella confusione d’inchieste, di +brighe, di pettegolezzi non balena una sola idea in +ventiquattro ore, nemmen per caso, nemmen per +<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> +disavvedutezza; il cuore non si muove nemmeno +per burla e lo spirito si caria e si petrifica. Nè anche +ciarlando di cose ridicole, sai trovare una parola +arguta, o mondo elegante e frivolo! +</p> + +<p> +I giovanotti sfaccendati mirano Taziana con affettazione, +e parlano di essa fra loro poco favorevolmente. +Un bell’ingegno stravagante la dichiara <i>ideale</i>, +e piantandosi sulla soglia della porta si dispone a +recitarle una elegia, quando passerà. Un certo B***, +che l’aveva veduta dalla sua fastidiosa zia, s’asside +allato alla fanciulla e cerca d’innamorarla coi +suoi insulsi complimenti. Un venerando vecchio, +vedendola favellare con B***, domandò chi era, e +ricompose in onore di lei la sua arruffata parrucca. +</p> + +<p> +Ma in quel tempio nel quale Melpomene furibonda +alza la sua tremenda voce e sventola il suo +mantello screziato di lustrini davanti a un pubblico +di ghiaccio; colà dove Talia dolcemente sonnacchia +nè ode che rari applausi da’ suoi ammiratori; colà +ove la gioventù non bada se non a Terpsicore sola, +il che si vedeva già a tempo vostro, si è veduto a +tempo mio e si vedrà in ogni tempo; là nessuno fece +attenzione a Taziana. Nè gli occhialini delle gelose +dame, nè le <i>jumelles</i> degli intelligenti in materia di +bellezza feminile, si fissarono sopra di lei dai palchi +o dai posti distinti. +</p> + +<p> +La menarono anche al Casino dei Nobili. Ivi +calca orrenda, tumulto atroce, calore carbonizzante. +Il mugghiar dell’orchestra, il fulgore delle lumiere, +il ronzio dei gruppi di gente, il turbine delle coppie +danzanti, il brillante emiciclo delle signore, il loro +aereo abbigliamento, l’andirivieni continuo, — tutto +<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> +ciò ti rapisce fuori di te. Ivi, i <i>dandy</i> insigni fan mostra +della loro sfacciataggine, dei loro <i>gilè</i>, dei loro <i>binocles</i> +superflui. Qui, gli ussari in congedo, appariscono +un momento, cianciano, trionfano e s’involano. +</p> + +<p> +Nell’ombra della notte, molte stelle rilucono; e +molte belle rifulgono nella città di Mosca. La luna +però, più chiara di tutti gli astri, regna senza rivale +nei vasti campi di zaffiro.‍<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> Quella di che io non +oso sospirare il nome risplende sola fra tutte le donne. +Con qual celestiale maestà s’avanza! Pare che il suo +piedino non tocchi il suolo. Che grazia in quel seno! +Che languore in quegli occhi! Ma fermo, fermo! +Bastante tributo già pagasti alla amorosa insania. +</p> + +<p> +Il frastuono, le voci, il correre, gli inchini, la +galoppa, la masurca, il valzer... Taziana intanto seduta +presso ad una colonna, fra due zie, non osservata +da nessuno, mira tutto, niente vede. Aborrisce +quel fracasso; quel calore la soffoca. Pensa alla sua +vita agreste, al suo villaggio, ai suoi poveri contadini, +al cantuccio solitario ove mormora il ruscello +limpido; pensa ai suoi fiori, ai suoi romanzi, all’oscurità +del viale di tigli, nel quale egli le apparve. +</p> + +<p> +Così erra la fantasia di lei. +</p> + +<p> +Frattanto un grave generale non cessa di adocchiarla. +</p> + +<p> +Le zie ammiccano fra di loro, e spingono Taziana +col gomito, dicendole sotto voce: +</p> + +<p> +“Guarda un po’ a sinistra! presto!...” +</p> + +<p> +“A sinistra? Dove? Che ci è?” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> +</p> + +<p> +“Comunque sia, guarda, ti dico... In quel gruppo +di persone, vedi? Davanti a te... lì... dove sono due +uniformi.... Ma ora egli s’allontana... Si mette da +banda...” +</p> + +<p> +“Chi? Quel grosso generale?” +</p> + +<p> +Ora, conviene che ci congratuliamo con Taziana +della sua vittoria, e la lasciamo andare. Prenderemo +un’altra via per seguire il nostro protagonista. +</p> + +<p> +A proposito. Dimenticai di porre una invocazione +in fronte a questo poema. Ma meglio tardi che +mai. Eccola. +</p> + +<p> +“Canto un giovine amico mio e la moltitudine +dei suoi capricci. Dégnati, o epica Musa, di secondare +la mia lunga impresa. Porgimi il tuo sostegno +valido affinchè io non esca del seminato....” +</p> + +<p> +E tanto basta. Ho reso al classicismo il debito +omaggio: il mio poema ha una invocazione! +</p> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> +</p> + +<h3>CAPITOLO OTTAVO.</h3> +</div> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"><div class="stanza"> +<p class="i01">Fare thee well, and if for ever.</p> +<p class="i01">Still for ever fare thee well.</p> +<p class="i09"> <span class="smcap">Byron</span>.</p> +</div></div> +</div> + +<p> +Allorchè io fioriva tranquillamente nei giardini +del Liceo; allorchè io leggeva molto Apuleio +e niente affatto Cicerone; la Musa m’apparve un +giorno di primavera nella valle misteriosa, presso +alle acque che scorrevano in silenzio. La mia cella +di studente s’illuminò a un tratto. La Musa mi vi imbandì +lauti rinfreschi; mi insegnò a celebrare i piaceri +della gioventù, la nostra antica gloria e i trepidi +sogni del cuore. Quando la menai fuori meco nella +società, la gente l’accolse con benevolenza e mi fece +animo a proseguire d’amarla. Il vecchio Dergiavin‍<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a> +volle conoscermi, e mi benedì nei suoi ultimi istanti +di vita. +</p> + +<p> +Facendo mia unica legge il mio capriccio, intarsiai +nei miei scritti ogni mia bizzarria e impressione. +Lanciai la Musa in mezzo allo strepito dei banchetti +e delle dispute, e divenne il terrore delle guardie notturne. +Pagò coi carmi il suo scotto in quei conviti, +scherzando come una baccante, bevendo e cantando +in onore dei commensali. E la gioventù corse +dietro ai suoi passi ed io insuperbiva cogli amici di +possedere sì leggiadra compagna. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> +</p> + +<p> +Io poi abbandonai la loro società, e ne fuggii +lontano. La Musa mi seguì. Quante volte coi suoi +racconti amabili essa addolcì il mio amaro esilio! +Quante volte, fra i dirupi del Caucaso, montò a cavallo +meco come un’altra Leonora‍<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a> al lume di +luna! Quante volte sulle spiagge della Tauride mi +condusse attraverso le nebbie oscure a udire il rombo +dell’Eusino, il perenne inno delle Nereidi, la danza +eterna delle onde, il vasto concento del mare in +onore del padre dei mondi! +</p> + +<p> +Lungi dalle città pompose e dai festini illustri, +essa visitò nelle infelici steppe della Moldavia le +tranquille tende della razza vagabonda delli Zingari. +E fra quelle divenne selvaggia, e obliando il linguaggio +degli Dei, favellò un idioma strano e indigente, +e modulò canzoni mezzo barbare..... Ma in un +subito, cambiò il destino della mia Musa. Eccola seduta +nel mio giardino, vestita da signorina nobile, +con un pensiero melancolico negli occhi e un volume +francese fralle mani. +</p> + +<p> +Ora per la prima volta io la meno a un <i>raut</i> del +<i>gran mondo</i>. Io guardo le sue bellezze con un brivido +di gelosia. Essa passa tralle file strette delli aristocratici, +dei zerbini militari, dei diplomatici, delle dame +orgogliose. Si asside in silenzio, gira gli occhi attorno +e si diverte a veder passare le signore in gran gala che +salutano la padrona di casa, e compongono poi nel salotto +un quadro vivente di cui i signori formano, per +così dire, la cornice. Ammira l’ordine perfetto delle +<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> +società oligarchiche, la calma d’una nobile alterigia +e quella confusione di qualità e di età diverse. +</p> + +<p> +Ma chi è costui che se ne sta muto e tetro +nella folla loquace e scintillante? Sembra straniero a +tutti. Passano innanzi a lui tutte quelle figure come +una serie di noiose apparizioni. Gli sta impresso in +fronte lo spleen o l’arroganza afflitta. Perchè trovasi +egli qui? Sarebbe forse Eugenio?.... Possibile!... +</p> + +<p> +“Sì, è desso.” +</p> + +<p> +“Da quando in qua tornò? È sempre lo stesso originale +o s’è corretto? Ditemi, perchè mai torna a star +fra noi? Che parte vuol fare, che personaggio vuol +rappresentare da vero commediante ch’egli è? Farà il +Melmoth, il Cosmopolita, il Patriota, il Childe Harold, +il Quacchero, il Tartufo? Che maschera presceglierà?... +O forse si contenterà d’essere un galantuomo +come voi ed io, come tutti siamo?” +</p> + +<p> +“Comunque sia, io gli darò almeno il consiglio +di rinunziare a quella moda rancida. È assai lungo +tempo ch’egli gabba il mondo...” +</p> + +<p> +“Lo conoscete?” +</p> + +<p> +“Sì, e no.” +</p> + +<p> +“Perchè dunque lo trattate con tanta acrimonia?” +</p> + +<p> +Forse perchè ci travagliamo indefessamente a +giudicar di tutto; perchè l’imprudenza d’un’anima +focosa o ferisce o allegra la nullità‍<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> egoistica; +perchè lo spirito amante di libertà e di spazio, forza gli +altri a fargli posto; perchè troppo spesso acconsentiamo +ad accettar ciarle per fatti; perchè la stoltezza è +credula e maligna, perchè le cianciafruscole hanno +importanza per gli uomini d’importanza, e perchè la +<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> +mediocrità sola è all’altezza delle nostre spalle, e +non ci sembra stramba e folle? +</p> + +<p> +Fortunato colui che in gioventù fu giovine; colui +che maturò nella giusta stagione; che seppe sopportar +con coraggio il freddo ognor crescente dell’età, +che non si pascè di sogni ambiziosi e grandi; che +non allontanò da sè il profano volgo; che di venti +anni fu un damerino e un bravo, e di trenta anni +prese una moglie adorna d’una buona dote; che di +cinquanta anni si liberò dei suoi debiti particolari, e +altri; che zitto zitto, piano piano, acquistò riputazione, +onori e ricchezze; e di cui tutti s’accordano +a dire: il tal di tale è un’ottima persona. +</p> + +<p> +È un tormento il pensare che la gioventù ci fu +data invano, che la tradiamo, e che ci tradisce ad ogni +istante; il veder che le nostre migliori brame, le nostre +più floride speranze, si sono sbiadite e sperse +come le foglie dei boschi al vento d’autunno. È affannoso +il mirare davanti a sè in prospettiva una infinita +serie di pranzi e dover considerar la vita come +una funzione e seguir le pedate della gente senza +poter dividere nè le opinioni, nè le passioni delle +masse. +</p> + +<p> +Converrete meco, lettore, che è una posizione +intollerabile quella d’un uomo, il quale divenuto l’oggetto +delle critiche universali, è dichiarato dalle +persone di senno un originale pretenzioso, o un +matto feroce, o un mostro diabolico, o finalmente il +fratello carnale del mio demonio familiare. Anieghin, +(io torno a intrattenervene), Anieghin, dopo di avere +ucciso in duello l’amico; dopo di avere vissuto sino +a ventisei anni senza scopo e senza giudizio, languiva +<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> +in una inerzia fracida, senza impiego, senza +moglie, senza occupazione, e non sapeva prender gusto +a nulla. Lo <i>spleen</i> s’indonnò di lui; volle mutare +aria (pensiero funesto, croce volontaria d’un gran numero +di ricchi). Lasciò il suo villaggio, la solitudine +delle selve e dei campi, ove di continuo gli appariva +una ombra sanguinosa, e incominciò a viaggiare a +caso e in preda a una idea unica. Ma i viaggi, come +tutto il resto, lo annoiarono. Tornò a casa, e, come +Ciaschi, dalla nave passò al festino. +</p> + +<p> +E la folla ondeggia e mormora, e una notizia +vola di bocca in bocca.... Una dama accompagnata +da un grave generale, s’approssima alla padrona di +casa. Non è nè premurosa nè sdegnosa nè loquace. +Non guarda la gente con disprezzo, non cerca, non +allice gli applausi e l’attenzione, non fa smorfie e +contorsioni; ha un tratto nobile, semplice, modesto, +e tutti l’ammirano. Essa è il più perfetto modello +del <i>comme il faut</i>. — Scusate: anche questa è una +espressione che ci manca. +</p> + +<p> +Le giovani signore si assidevano già presso ad +essa; le vecchie le sorridevano, i cavalieri la salutavano +profondamente, e cercavano di ottenere un suo +sguardo; le fanciulle attraversavano il salotto con +passo più lento quando passavano avanti a lei, e il +generale che l’accompagnava, alzava il ceffo e le +spalle più di tutti gli astanti. Essa non poteva dirsi +bella, ma in tutta la sua persona, dal sommo della +testa alla punta dei piedi, non avresti potuto scoprire +ombra di ciò, che nei crocchi aristocratici di Londra, +si chiama <i>vulgar</i>... Vorrei tradurre questo termine, +ma non posso.... è nuovo nel nostro idioma, e temo +<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> +che non ci voglia allignare. Farebbe all’uopo in un +epigramma.‍<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a> Ma riedo alle nostre dame. La vezzosa +di cui parlavamo, tanto più vezzosa ch’era naturale +nelle sue maniere, stava accanto a Nina Voronsca la +Cleopatra della Neva. — Eppure la bellezza abbagliante +di questa non eclissava quella della sua vicina. +Perchè? Perchè Nina era una statua. +</p> + +<p> +“Se non erro,” pensava Eugenio, “è dessa.” Ma +sì; è appunto dessa.... No.... Come! Da un oscuro +villaggio nelle steppe!...” +</p> + +<p> +E prendendo l’occhialino che non lasciava mai, +lo volge spesso su quella signora, i cui lineamenti gli +rimembrano una persona obliata da un pezzo. +</p> + +<p> +“Principe, non conoscereste quella che discorre +coll’ambasciador di Spagna, e che ha un turbante +chermisi?” +</p> + +<p> +Il Principe osserva Anieghin con stupore. +</p> + +<p> +“Ah!” sclama, “è vero che non vai più in società +da molto tempo. Aspetta, io ti presenterò a +lei.” +</p> + +<p> +“Ma chi è essa?” +</p> + +<p> +“È mia moglie.” +</p> + +<p> +“Sei ammogliato! Non lo sapevo. Da quando +in qua?” +</p> + +<p> +“Da circa due anni.” +</p> + +<p> +“Con chi?” +</p> + +<p> +“Con una Larin.” +</p> + +<p> +“Taziana?...” +</p> + +<p> +“La conosci?” +</p> + +<p> +“Io sono loro vicinante.” +</p> + +<p> +“Dunque vieni.” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> +</p> + +<p> +Il Principe s’accosta alla consorte, e le presenta +il suo collaterale ed amico. La Principessa lo saluta. E +qualunque si fosse il turbamento, l’emozione, la meraviglia +che essa provò in quel punto, seppe celarla +in modo, che serbò la sua gravità, la sua calma, e +riverì Eugenio con indifferenza. +</p> + +<p> +No; essa non abbrividì, non impallidì, non arrossì +a vicenda. Non increspò le ciglia, non si presse +nemmen le labbra. Anieghin la contemplava attentamente, +ma non poteva rinvenire in lei la Taziana +d’altre volte. Volle dirigerle qualche parola, ma gli +mancò la voce. Allora, la Principessa gli domandò +da quanto tempo era giunto, e se veniva dalla loro +provincia. Quindi i di lei occhi stanchi si fermarono +sul generale, ed egli ed essa sparvero. Eugenio rimase +immobile e stordito. +</p> + +<p> +È questa quella stessa Taziana, alla quale l’austero +Eugenio, nel principio della nostra istoria, dava +lezioni di morale, in una villa remota e agreste; +quella Taziana, della quale egli conserva tuttora un +biglietto, schietta espression d’un cuore che svela +apertamente il suo secreto?... È questa, quella stessa +fanciulla, oppure è una altra? Come mai quella fanciulla +ch’egli respinse con tanto stoicismo, e che lo +amava tanto, divenne sì indifferente e sì ardita verso +di lui? +</p> + +<p> +Egli lascia il salotto troppo angusto. Torna a +casa tutto pensieroso. Il suo sonno tardivo è tramezzato +di visioni or triste or liete. Si desta; il cameriere +gli consegna uno scritto. Il Principe NN. lo invita +gentilmente a una <i>soirée</i>.‍<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a> +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> +</p> + +<p> +“Dio! da lei!... ci andrò; ci andrò.” +</p> + +<p> +E in gran fretta scarabocchia due righe di risposta. +</p> + +<p> +Che gli accade? Che farnetica? Che cosa ribolle +in fondo a quella anima indolente ed egoista? La +stizza, la vanità, o l’amore supplizio della gioventù? +</p> + +<p> +Anieghin nuovamente conta le ore; nuovamente +troppo lunghi gli sembrano i giorni. Battono le dieci; +egli esce, vola, entra nel palazzo, e tremante, +s’inoltra nel salotto. Trova Taziana sola, e passano +alcuni minuti a quattro occhi. Anieghin non può +parlare; turbato, smarrito, anelante, risponde appena. +Mille idee strambe gli girano per la testa. Non +cessa di contemplar Taziana. Essa se ne sta tranquilla +e tutta in sè raccolta. +</p> + +<p> +Sopravviene il marito e interrompe quel penoso +<i>tête à tête</i>. Egli rammenta ad Eugenio le beffe e +le malizie della loro infanzia, e ne ridono di buon +animo. Frattanto gli invitati arrivano. I sali grossolani +della malignità mondana condiscono la loro conversazione. +Ma intorno alla principessa il discorso +è brillante di spirito senza leziosaggine; di quando in +quando vi balena un raggio di profondo buon senso; +e sempre ne stanno lontane le massime d’eterna verità, +le pedanterie, e quelle parole svergognate che +inquietano gli orecchi delicati. +</p> + +<p> +Il fiore della nobiltà, i nomoteti della moda; quegli +<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> +stolidi inevitabili, quelle caricature che incontransi +dappertutto, s’accoglievano lì. Lì s’adunavano +le signore attempate, con ceffi da mascheroni e scuffie +fregiate di rose; lì capitavano alcune fanciulle che +non sorridean mai; lì un ambasciatore che perorava +sulle faccende dello Stato; lì un vecchio dai crini +profumati che motteggiava come al tempo di prima, +con sottigliezza e con garbo, maniera che anche al +dì d’oggi piace. Eravi anche un dilettante d’epigrammi, +il quale tutto criticava, e biasimava la +troppa dolcezza del tè, la goffaggine delle signore, il +contegno dei signori, le dottrine d’un romanzo oscuro, +il monogramma fatto per due sorelle, le bugie +delle gazzette, la guerra, la neve, e sua moglie. Eravi +N. N. celebre per la sua infamia; N. N. per cui, +o Saint-Priest,‍<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> spuntasti tanti lapis sugli album di +San Pietroburgo. Eravi un secondo dittatore dei balli, +che stava ritto fralle due porte,‍<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> attillato come un +figurino del giornale delle mode, bianco e rosso come +un cherubino, stringato, mutolo e immoto. Eravi +un viaggiatore volante; eravi un impertinente inamidato, +che moveva tutti a riso colla sua aria affaccendata; +uno sguardo scambiato in silenzio fra gli +astanti, esprimeva l’opinione che si aveva di lui. +</p> + +<p> +Per tutta quella sera, Anieghin non badò che +a Taziana sola. Taziana però non è più quella ragazzina +timida, innamorata, povera e semplice; ma +una principessa maestosa e fredda, una dea innaccessibile +e superba della imperiale Neva. O uomini! Somigliate +tutti alla vostra prima madre Eva. Ciò che +<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> +vi fu concesso in dono, non vi alletta; il serpente +ognora vi tira a sè sotto l’albero della scienza. Solo +il frutto vietato vi tenta, e senza quello il paradiso +più non vi sembra paradiso. +</p> + +<p> +Come è cangiata Taziana! Come s’è bene compenetrata +dello spirito del suo nuovo rango! Come +si è presto appropriato i modi d’una dignità stentata! +Chi ardirebbe cercare l’umile campagnola di +tempo fa, in quella altera e disinvolta legislatrice +dei saloni? Ed egli potè infiammare quel cuore! +Alzando li occhi afflitti alla luna, nelle quiete notti, +a lui essa pensava intanto che venisse il sonno; e +con lui la gentil vergine sperava finire tranquilla +il sentiero della vita. +</p> + +<p> +Ogni età è soggetta alle smanie d’amore, ma +mentre sono benefiche alla virtuosa giovinezza come +la pioggia di primavera ai campi, sono funeste +alla vecchiaia. Le procelle delle passioni rinfrescano, +rinnovellano, maturano i cuori di venti anni, e fan +loro produrre splendidi fiori e saporiti frutti. Ma nell’età +provetta e infeconda, il ravvivamento degli +affetti non genera che doglia e pianto, simile alle +piogge d’autunno che sfrondano i boschi, e convertono +i prati ameni in fetidi pantani. +</p> + +<p> +Non v’ha loco a dubbio: Eugenio è perdutamente +invaghito di Taziana. Passa i giorni e le notti +in amorosi vaneggiamenti. Sordo alle severe rimostranze +della ragione, ogni mattino egli va a far sentinella +sul verone o nel vestibolo; la segue come ombra +il corpo; si stima beato se gli vien concesso di +assettarle il soffice <i>boa</i> sulle spalle, di stringerle +amichevolmente la mano, di farle strada a traverso +<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> +la folla variopinta dei lacchè, o di raccogliere il fazzoletto +cadutole a terra. +</p> + +<p> +Ma checchè egli faccia per piacerle e per mostrarle +il suo affetto e il suo tormento, essa non se ne +accorge. Lo accoglie con gentilezza, gli dirige due +o tre parole; talvolta gli fa un lieve inchino, talvolta +non lo guata nemmeno; insomma non ha traccia di +civetteria; quindi è che il <i>gran mondo</i> non la può +patire. +</p> + +<p> +Anieghin soffre, le sue guance si scolorano +e Taziana non se ne avvede, o non se ne cura. +Anieghin divien scarno e macilento, e quasi quasi +volge all’etisia. Gli amici lo esortano a consultare +un medico; tutti lo consigliano ad andare a far le +bagnature, ma egli è più disposto a scendere da +Plutone, che a lasciar la capitale. Taziana non gliene +sa grado; così sono le donne! Egli s’ostina; +spera, sospira; e intanto istecchisce. Finalmente, +più audace di quello che sarebbe forse in buona +salute, stende con mano infiacchita dalla febbre un +biglietto appassionato, diretto alla principessa. Quantunque +egli non avesse gran fiducia nelle lettere, +pure, spinto dalla violenza della passione, prese la +penna e così sfogò il cuore. +</p> + +<p> +Ecco la sua dichiarazione tale e quale. +</p> + +<p> +“Signora! Io lo prevedo, vi offenderà questa +franca confessione d’un secreto amore. Che amaro +disdegno rifulgerà nei vostri superbi sguardi! +</p> + +<p> +”Che voglio io? Perchè vi schiudo il mio cuore? +Perchè vi porgo io così l’opportunità di deridermi +e di vendicarvi? +</p> + +<p> +”V’incontrai altre volte per caso; credei scorgere +<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> +in voi una scintilla di affetto, ma non volli +prestar fede agli occhi miei, non diedi libera carriera +alla mia consueta smania, non volli rinunziare alla +mia libertà. +</p> + +<p> +”Una sola cosa ci ha disuniti.... Lenschi cadde +misera vittima della sua suscettività.... Io mi divelsi +da tutto ciò che m’era caro.... Straniero a tutti gli +uomini, non amando più niente, io pensava che la +libertà e la pace potessero supplire la felicità. Dio +mio! Come io errava! Come sono punito! +</p> + +<p> +”No: vedervi ad ogni istante; seguirvi in ogni +luogo; cogliere alla sfuggita i vostri sorrisi, i vostri +raggi, i vostri moti; udir la vostra voce, ammirare +le vostre perfette doti; spasimar per voi nelle torture, +agonizzare e spengersi.... questa è la felicità! +</p> + +<p> +”Mi era offerta e l’ho respinta!... per voi, io vo +vagando a caso nel mondo; per voi mi è cara la +luce, mi è caro il tempo; per voi, consumo in molesta +inazione gli anni largitimi dal fato che già da +per loro erano assai tristi.... Io so che i miei momenti +son contati; ma se deve la mia vita prolungarsi, +se deve arrivare fino a domani, convien ch’io +speri di vedervi nella giornata.... +</p> + +<p> +”Nelle mie preghiere, io temo d’incontrare il +vostro truce sguardo, e d’udire le vostre rampogne. +Se sapeste quanto è tormentosa la sete d’amore, come +arde il petto e il sangue.... Se sapeste come è +difficile placare la passione col ragionamento; come +è crudele volervi abbracciar le ginocchia, e spargere +piangendo a’ vostri piedi, le preci, le lacrime, +tutto ciò che esprime il dolore e l’affetto, e frattanto +dover imprigionare li sguardi e le parole in una gelida +<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> +etichetta; dover conversare con voi tranquillamente, +e mirarvi con volto sereno! +</p> + +<p> +”Ma ormai, non ho più forza di tenermi a +freno. Io son vostro; io m’abbandono al mio destino.” +</p> + +<p> +Nessuna risposta. Scrive un secondo, un terzo +biglietto; medesimo silenzio. Va in una <i>soirée</i>.... appena +entrato, la incontra.... com’è severa!... Essa +non lo guarda, non gli parla, è fredda come il dì +dell’Epifania. Eugenio fa di tutto per reprimere la +sua indignazione. Le scocca una occhiata investigatrice. +Dov’è la timidezza, dov’è la simpatia, dov’è +il pianto?... Non ve n’ha più vestigio. Eugenio non +anela che ira e vendetta. +</p> + +<p> +Se almeno potesse credere tal condotta suggerita +dal timore che il marito o la gente indovinino +le conseguenze d’una debolezza momentanea! Ma +così non è.... Non v’ha speranza alcuna. +</p> + +<p> +Eugenio esce, maledicendo la sua stolidezza, e +poi abbandonandovisi di nuovo fa divorzio colla società. +Solo nel suo quieto gabinetto, si ricorda quel +tempo in cui una aspra ipocondria lo tartassava +persino nel <i>gran mondo</i>, lo ghermiva, lo incarcerava +in un cantuccio oscuro e ve lo tenea rinchiuso +a chiave. Ricominciò a leggere senza criterio. +Lesse Gibbon, Rousseau, Manzoni, Herder,‍<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a> +Chamfort,‍<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a> Madama di Staël, Bichat,‍<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> Tissot;‍<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> lesse +<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> +lo scettico Bayle;‍<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a> lesse Fontenelle,‍<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a> e non volendo +mostrarsi parziale, lesse anche alcune opere nostre: +gli almanacchi e i giornali, che mi fan ripassar le +mie lezioni e che mi pettinano pel dì delle feste +con certi complimenti pieni di garbo. +</p> + +<p> +<i>E sempre bene.</i> +</p> + +<p> +Ma ahimè! Egli leggeva cogli occhi; la mente +come farfalla errava lontan dal libro. I sogni, i +desiderii, i patimenti suoi vincono ogni suo sentimento. +Fra le righe stampate, egli ne legge altre +tutte diverse, cogli occhi della mente. Queste righe +imaginarie assorbono tutta la sua attenzione. Esse +gli ricordano il tempo passato ora sereno, ora fosco; +mille progetti, farneticaggini, minacce, interpetrazioni, +prognostici; una lunga istoria strana, eppur +vera, e le lettere d’una gentil fanciulla. E profondandosi +ognor più in quella fantasmagoria, ravvisa +in mezzo a una oscurità diafana lo spettro instabile +del Faraone. Poi, cangia la scena, ed egli scorge +un giovine giacente sulla neve come sopra un letto e +che sembra dormire... E ode queste parole: “Come! +morto!” Talvolta rivede i suoi nemici da gran +tempo obliati, i suoi calunniatori insolenti e codardi, +le belle traditrici che adorava, i perfidi +parasiti che lo adulavano; talvolta distingue una +villa circuita d’alberi, e, alla finestra, discerne essa... +essa sempre! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> +</p> + +<p> +S’interna cotanto in tali rimembranze, che sta +per perderne il giudizio. Diverrà maniaco o poeta. +Buon per noi se si fosse appigliato a questo ultimo +partito. E lo poteva, chè di già incominciava a comprendere +il meccanesimo del verso russo. Quando, +seduto solo al caminetto davanti a una bella fiamma, +lasciando cadere nel fuoco ora una pantofola, +ora un giornale, canterellava: <i>Benedetta</i>, o <i>Idol mio</i>, +Eugenio pareva proprio un poeta. +</p> + +<p> +I giorni passano. L’atmosfera s’intiepidisce, +l’inverno fugge. Eugenio non verseggia, non muore, +non impazza. La primavera lo ristora. Un bel mattino +egli abbandona le doppie finestre, il caminetto, +la stanza ove ha invernato come una marmotta e se +ne va a spasso in slitta lungo la Neva. I blocchi di +ghiaccio galleggianti sul fiume scintillano al sole. La +neve strutta e calpestata dai pedoni cangia le strade +in pozzanghere. +</p> + +<p> +Ove si avvia Eugenio con passo sì sollecito, a +traverso quel fango? L’avete indovinato per l’appunto. +Va da lei, va da Taziana, il nostro incorreggibile +originale. Entra più morto che vivo. Non trova +nessuno nell’anticamera, nessuno nel salotto. Si trae +più avanti.... apre una porta. Che vede? Vede la +principessa, in <i>déshabillé</i>, pallida, sola, occupata a +leggere un foglio. E mentre legge colla guancia puntellata +sulla mano, le sgorga un torrente di lacrime +dal ciglio. +</p> + +<p> +Chi mai in quel momento non avrebbe compatito +al suo dolore e inteso il suo secreto! Chi non +avrebbe riconosciuto nella principessa Taziana, Taziana +la campagnola! Eugenio in un accesso di pietà +<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> +e di amore le si butta in ginocchio davanti. Essa +freme e tace; lo contempla senza spavento, senza +cruccio. I di lui occhi addolorati, spenti, l’atto supplichevole, +i muti rimproveri, le attestano la sua sincerità. +Ecco rinasce l’ingenua verginella di prima, +colle sue illusioni, colla sua leggiadra semplicità. Non +lo rialza da terra, non torce gli sguardi lontan da +lui, non ritira a sè la mano che egli copre di baci +ardenti..... Che mai pensa? Dopo un lungo intervallo +di silenzio, essa esclama: +</p> + +<p> +“Basta. Levatevi. Conviene ch’io mi spieghi +schiettamente. Anieghin, vi rimembra di quella sera +in cui per caso ci incontrammo in un viale del giardino, +di quella sera in cui ascoltai sì umilmente le +vostre ammonizioni? Oggi tocca a me ad ammonirvi. +Allora io era più giovane, e, credo, più bella... e io vi +amava.... Che mi deste in iscambio del mio amore? +Come mi corrispondeste? Foste rigido e spietato.... +Non è egli vero? L’affetto d’una timida fanciulla non +vi parve una gran novità. Ahi che tuttora mi si gela +il sangue nelle vene quando mi rappresento quello +sguardo gelido e quel rabbuffo acerbo!... Ma non vi +appongo biasimo..... agiste nobilmente in quel funesto +istante; mi trattaste come io meritava.... ve +ne son grata di cuore..... Ma in quelle campagne, +priva di vani onori, io non vi piacqui... Perchè mai +mi inseguite adesso? Perchè son divenuta l’oggetto +delle vostre attenzioni? Sarebbe forse perchè +adesso io vivo nell’alta società; perchè sono ricca e +illustre; perchè mio marito è stato mutilato nelle +guerre; perchè la corte ci ricerca e ci vuol bene? +Forse perchè adesso il mio disonore sarebbe noto a +<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> +tutti e vi procaccerebbe una scandalosa celebrità nei +saloni del <i>gran mondo</i>!... +</p> + +<p> +”Io piango.... Poichè non avete dimenticata la +vostra Taziana, sappiate che in quanto lo comportano +le mie forze, io preferisco i vostri pungenti sarcasmi, +i vostri discorsi seri e indifferenti, a questa +passione oltraggiosa, a queste lettere, a queste lacrime. +Allora, avevate almeno compassione delle +mie follie infantili, rispettavate la mia inesperienza... +Ma adesso!... Che motivo vi conduce ai miei piedi! +Oh piccolezza! Come mai potete fare il cuore e l’intelletto +schiavi d’un affetto passeggero? +</p> + +<p> +”Questa vita fastosa, opulenta, inorpellata, non +mi tocca; li applausi, le lusinghe della gente, i miei +palazzi, le mie riunioni brillanti, non mi dilettano. +Io darei volentieri tutti quelli stracci, tutte +quelle mascherate, tutto quel lustro, quel fracasso e +quel fumo, per uno scaffale di libri, per un giardinetto +inculto, per la nostra modesta villetta, per i luoghi +ove vi scorsi la prima volta, Anieghin; sì, li darei +per l’umile cimitero ove riposa la mia povera balia +sotto l’ombra d’un salcio e d’una croce.... +</p> + +<p> +”E la felicità m’era sì facile e sì vicina!... Ma +la mia sorte è ormai decisa. Forse fui imprudente; +ma mia madre mi scongiurava piangendo..... ogni +condizione era eguale per la misera Taziana.... io mi +maritai.... +</p> + +<p> +”Convien che mi lasciate. Io ve ne prego. So +che siete ancor capace d’un nobile sforzo, e d’una +azione virtuosa... Io vi amo... perchè celarvelo? ma +appartengo a un altro.... Gli sarò fedele fino alla +morte!” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> +</p> + +<p> +Così dicendo sparve. +</p> + +<p> +Eugenio rimane simile ad un uomo colpito dal +fulmine. Gli sembra che ogni suo sentimento roti in +preda a un turbine. Ma ode un rumor di sproni..... +Arriva il generale... In questo momento tremendo, lettore, +ci separiamo dal nostro protagonista per molto +tempo, anzi per sempre. Gli abbiam tenuto dietro +assai nei suoi errori... Siamo giunti alla meta. Rallegriamocene, +o miei cari! Vi pareva mille anni, +non è vero? +</p> + +<p> +Chiunque tu ti sia, lettore, benevolo o malevolo, +ti voglio lasciar come si lascia un amico. Addio. Busca +in queste strofe disadorne ciò che più ti talenta. +Ma qualunque sia l’oggetto che in esse cercherai; +o il riflesso delle tue passioni giovenili o il sollievo +dei tuoi diligenti studi, o le descrizioni pittoresche, +o i concetti arguti, o le sgrammaticature, prego Dio +che ti ci faccia trovare una dolce diversione alle tue +fatiche, alle tue passioni, alle baruffe sciocche dei +giornali. Ora separiamoci. Addio! +</p> + +<p> +Addio, mio bisbetico satellite, mio fedele ideale; +addio mio libricciuolo vispo e grave, brioso e serio, +sebben sì piccolino. Vostra mercè, io conobbi tutto +ciò che ambiscono i poeti: l’oblio della vita e il consorzio +pacifico degli amici in mezzo al fracasso del +mondo. Son molti anni che la pittrice fantasia mi +adombrò nella mente l’imagine di Taziana e di Eugenio; +ma in quel disegno appena accennato non appariva +ancora molto chiaro lo scioglimento di questo +libero dramma. +</p> + +<p> +Tra quelli ai quali io lessi, nei crocchi ch’io +frequento, i primi squarci di questo lavoro, “alcuni +<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> +più non esistono; altri son lontani” (per servirmi di +una frase di Saadi).‍<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a> Ho coronato l’opera, ma essi non +la vedranno venire in luce. Tu pure mi fosti rapita, +o bella che mi suggeristi il tipo della mia Taziana!... +Molte, molte son le vittime dell’Orco!... molte! Felice +colui che s’alza dal banchetto della vita, prima +di vedere il fondo del bicchiere; che non finisce il +suo romanzo, e che lo lascia in tronco come io lascio +il mio. +</p> + +<div class="chapter"> +<p><span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span></p> + +<h2 id="pultava">PULTAVA.</h2> +</div> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> +</p> + +<h3>PREFAZIONE.</h3> + +<p> +Una delle avventure di Mazeppa, illustrata dalla penna +di Lord Byron e dal pennello di Orazio Vernet, ha reso +popolare fra noi il nome di quell’eroe dei Cosacchi. +</p> + +<p> +Byron descrisse i fatti della giovinezza di Mazeppa. +Puschin nel poema di <i>Pultava</i> narra le relazioni di Mazeppa +colla figlia di Cocciu-bei, la battaglia in cui Carlo XII e +l’etmanno‍<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> furono vinti, e dopo la quale doverono ricovrarsi +in Turchia. +</p> + +<p> +Caviamo i seguenti ragguagli dalla <i>Biografia universale</i>. +Nominato che fu etmanno dei Cosacchi, guadagnò la fiducia +di Pietro il grande; il quale, sodisfatto di trovare in lui un +ausiliare zelante e coraggioso, lo insignì del cordone di +Sant’Andrea. Creato quindi principe dell’Ucrania, Mazeppa +deliberò di francarsi da una parte subalterna che da lungo +tempo pesava alla sua indole ambiziosa ed attiva. Carlo XII +ed i suoi Svedesi, proseguendo il loro cammino vittorioso, +avevano dato un re alla Polonia e minacciavano il territorio +russo. L’etmanno allora si sottrasse alla dominazione +dello zar e trattò colli Svedesi. Si afferma che già durante +le campagne di Polonia Mazeppa avesse scandagliato i principali +del paese, e si fosse impegnato di ridurre l’Ucrania +sotto l’obedienza di Stanislao Leczinski, a patto che la +Severia gli sarebbe ceduta a titolo di sovranità. Comunque +sia di tale primo passo, sia che Mazeppa si fosse conservato +polacco nel cuore, o piuttosto che cercasse di assicurarsi +un potere indipendente, tese le braccia a Carlo XII, e +<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> +profferse di mettere a disposizione sua tutte le forze e i tesori +dell’Ucrania. Intanto velava con arte le sue sorde pratiche; +e affin di meglio velare i suoi disegni, finse di volgere +i suoi pensieri alla morte. Più che sessagenario, ma ancora +pieno di vigore, parve assumere ad un tratto i segni della +decrepitezza. Attorniato da medici, stava abitualmente in +letto, affettava l’esterno dell’uomo debole e sofferente. +Evitava d’ubriacarsi per timore di svelare in mezzo all’ebrezza +il secreto della sua defezione, e raddoppiava +d’affabilità al fine di procurarsi l’affezione dei suoi primari +offiziali. Cercando d’irritare lo zar contro i Cosacchi Zaporoghi, +gli rappresentava che la loro indisciplina gli aveva +costato una somma di cento mila scudi pagati ad una caravana +di mercanti greci da essi spogliati, e toglieva a provargli +che era interesse della Russia di domare quel popolo +indocile. In pari tempo travagliava i Zaporoghi, insinuando +loro che Pietro aveva giurato la loro perdita; voleva cedere +la piccola Russia alla Polonia, e frattanto assoggettarli ad +una disciplina regolare. Le cose erano in tale stato, quando +lo zar n’ebbe sentore per la dichiarazione di Vassi Cocciu-bei, +generale dei Cosacchi, e d’Iscra suo parente, colonnello +di Pultava. Pietro non volle creder nulla da principio e +pieno di fiducia inviò sotto buona scorta i due denunziatori +all’etmanno, il quale li fece decapitare ai 14 di luglio dell’anno +1708. Mazeppa minacciato fu sollecito a fortificare le +sue piazze d’arme; ma tale lotta diseguale ebbe un altro +risultato di quello che egli credeva. La città capitale di +Mazeppa (Baturino) cadde coi suoi tesori e colle munizioni +in potere dei Russi; la forca fu il supplizio degli aderenti +dell’etmanno, al quale fu tagliata la testa in effigie. Divenuto +odioso ai suoi soldati dopo la scoperta del suo tradimento, +gli riuscì a stento di raccoglierne un piccolo numero, e si +recò da fuggitivo presso Carlo XII il quale s’avanzava verso +l’Ucrania. Il conquistatore preferì il consiglio di Mazeppa +a quello dei generali svedesi, e s’implicò nelle pianure di +Pultava. Dopo la rotta dell’esercito svedese sotto le mura +di quella città, Mazeppa si ricoverò in Valachia, poi a Bender +<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> +dove morì nel 1709. Li storici non si accordano sulla +età che aveva allora. +</p> + +<p> +L’istoria non parla degli amori di Mazeppa con Maria +figlia di Cocciu-bei. Questi però vivono nelle tradizioni popolari, +delle quali Puschin si è giovato per la composizione +del suo poema. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> +</p> + +<h3>I.</h3> + +<p> +Cocciu-bei è ricco e illustre. Possiede immensi +prati, nei quali errano, senza pastoie e senza guardie, +i suoi armenti di cavalli. Possiede, intorno a Pultava, +molte ville cinte di giardini; ha in quantità +pellicce, raso, argento, in casa e sotto chiave. Ma non +insuperbisce Cocciu-bei dei suoi chiomati corsieri, nè +dei suoi dominii aviti, nè dell’oro che gli pagan in +tributo le orde della Crimea; il vecchio Cocciu-bei +si gloria della sua figlia vezzosa. +</p> + +<p> +Io lo giuro: in tutta Pultava non si trova una +fanciulla da paragonarsi a Maria. Essa è fresca come +un fior di primavera accarezzato dalli zeffiri sotto +l’ombra dei boschetti. Essa è svelta come i pioppi +che di Chief adornano i colli. I suoi moti ti rammentano +le ondulazioni del cigno sulle acque, o li slanci +del daino nelle selve. Il suo seno è candido come +spuma; i suoi ricci neri s’affollano intorno alla sua +fronte, come nuvolette intorno a un poggio; i suoi +occhi son stelle serene; la sua bocca è una rosa nascente. +Ma non per la sua sola bellezza, caduco fiore! +vola di gente in gente la fama di Maria; tutti +l’ammirano per la sua modestia, per il suo giudizio. +Quindi è che dalla Ucrania e dalla Russia accorrono +i signori a chieder la sua mano; ma la schiva Maria +<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> +teme la corona nuziale, come altra teme le catene. +Ricusa tutti i pretendenti. +</p> + +<p> +L’etmanno stesso domanda Maria per sua sposa. +È vecchio; è infiacchito dagli anni, dalle guerre, +dalle cure, dalle fatiche; ma ha veduto Maria, e +a quella vista gli si è rinvigorito il cuore, ed ha +riamato. +</p> + +<p> +Amore in un giovin cuore, presto arde e presto +si smorza. Cresce e decresce, arriva e passa in un +momento; ogni giorno cangia. +</p> + +<p> +Nel cuore indurito d’un vegliardo, amore non +trova adito così facile, nè esca così pronta; non si +appicca così presto, ma quando s’è appiccato più +non s’estingue; è un fuoco perenne, che non cessa +se non colla vita. +</p> + +<p> +Quel che odi, non è una damma che fugge veloce +all’udire fremere le ali dell’aquila; è la giovinetta +che spazia nel vestibolo del palazzo, e tutta +ansante aspetta la sua sentenza. +</p> + +<p> +La madre, fremente di sdegno, le viene incontro, +e stringendole la mano le dice: +</p> + +<p> +“Vecchio senza pudore e senza onore! No; +tanto che saremo al mondo, egli non otterrà il suo +intento. Egli, che dovrebbe essere il protettore e +l’amico di questa fanciulla che tenne al fonte del +battesimo.... insensato! sull’occaso della vita, vuole +esserle sposo!” +</p> + +<p> +Maria trema. Un pallore sepolcrale le invade il +volto, e fredda e quasi estinta stramazza sul verone. +</p> + +<p> +Tornò in sè un momento, poi richiuse nuovamente +gli occhi, senza far parola. Il padre e la madre +<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> +si accingono a placar quel turbamento, a dissipar +quello affanno e quel timore, a ristorar la calma +in quella mente. Ma indarno. +</p> + +<p> +Due giorni passano. Maria, vacillante e squallida +come ombra, ora piange, ora sospira; non mangia, +non beve, non dorme. Il terzo giorno, la sua stanza +era vuota. +</p> + +<p> +Come e quando essa sparisse nessuno seppe. Un +pescatore udì, a notte avanzata, un corsiere galoppare, +un Cosacco parlare nella sua lingua, e una +donna bisbigliare; — e la mattina seguente, si scoprirono, +sulla rugiada dei prati, le orme di otto unghie +di cavallo. +</p> + +<p> +Non solo le guance d’un bel giovine, vestite di +molle lanugine, non solo un volto cerchiato di biondi +inanellati crini; ma anche l’aspetto austero d’un vegliardo, +le rughe della fronte, i capelli grigi, possono +destare nel cuore d’una tenera fanciulla sogni e deliri +amorosi. +</p> + +<p> +L’orrenda notizia giunge all’orecchio di Cocciu-bei. +Maria ha calpestato il pudore, ha tradito l’onore +per darsi nelle braccia d’un ladrone: oh vitupero!... +Il padre e la madre non vogliono credere alla voce +che corre. Ma quando ogni dubbio si convertì in certezza; +quando la loro onta fu patente, compresero +finalmente la perversità della figlia; videro perchè +rifiutava tutti i pretendenti, perchè fingeva di aborrire +il nodo coniugale; perchè piangeva e sospirava +in disparte, perchè ascoltava con tanto diletto i racconti +dell’etmanno durante i banchetti, quando il +vino spumava nelle tazze; perchè essa non cantava +altri stornelli, che quelli composti da esso nella +<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> +sua giovinezza povera e ingloriosa; perchè essa con +animo virile amava l’ondeggiare della cavalleria, il +fragore delle armi, il clangor delle trombe; e i clamori +della gente quando appariva il <i>bunciuc</i>‍<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> e la +clava‍<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a> del dominatore della Piccola Russia. +</p> + +<p> +Cocciu-bei è ricco e illustre. Ha molti amici fidi; +vuol lavar nel sangue il suo obbrobrio. Può sollevar +Pultava; può nella propria reggia assalire il +traditore, e col dritto d’un padre offeso immergergli.... +ma no, ad un altro partito s’appiglia Cocciu-bei. +</p> + +<p> +In quel tempo, la Russia adolescente raccoglieva +tutte le sue forze per combattere lo straniero, +sotto l’egida del sommo Pietro. Il fato le assegnò a +maestro dell’arte della guerra il formidabil Carlo; lo +svedese paladino più d’una improvisa e sanguinosa +lezione le diede in quella crudele scienza. La Russia +s’educò sotto tale severa disciplina, e si temperò +sotto i colpi della sorte. Così il martello pesante sfracella +il vetro, ma foggia il brando degli eroi. +</p> + +<p> +Il temerario Carlo incoronato di efimeri allori +avanzava sull’orlo di un precipizio. Moveva verso +l’antica Mosca, sbaragliando le coorti russe come il +turbine sperde la polvere della valle e sterpa le piante +inaridite. Seguiva la strada, che calcò a’ giorni +nostri un altro potente nemico della Russia. +</p> + +<p> +L’Ucrania ferveva in secreto. Da lungo tempo +portava in seno il fomite d’un grande incendio. I +partitanti dell’antica barbarie sospiravano una lotta +nazionale, e mormorando incitavano l’etmanno a +sottrarsi alla dominazione straniera e a spezzar le +<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> +loro catene. Carlo, impaziente, correva incontro ai +loro applausi e alle loro lusinghe. “È tempo! è tempo!” +ripetevasi da ogni lato intorno a Mazeppa. Ma +il canuto etmanno rimane devoto e obediente allo +Zar Pietro. Non travia dalla consueta austerità: non +dà ascolto alle vane dicerie; e tranquillo e sereno +passa la vita fra i banchetti. +</p> + +<p> +“Che fa l’etmanno?” sclamava la gioventù. +“È affievolito; è vecchio decrepito; gli anni e le fatiche +hanno smorzato in lui il primiero generoso ardore. +Perchè quella mano imbelle tuttora serba la clava? +Questa sarebbe l’ora opportuna di mover guerra +all’aborrita Moscovia. Se il venerando Doroscenco, o +l’impetuoso Samoiloff, o Palei, o Gardienco,‍<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a> capitanassero +il nostro esercito, i Cosacchi non perirebbero +miseramente fralle nevi di un lontano paese, e la +Piccola Russia avrebbe ricuperato le sue bandiere.‍<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a> +</p> + +<p> +In tal modo la gioventù temeraria, avida di pericolose +novità, dimentica della passata schiavitù, dei +felici sforzi di Bogdan, delle sacre pugne, dei trattati +e della gloria degli avi, insorgeva contro Mazeppa. +Ma l’età senile agisce con prudenza, e avanza +con circospezione; nelle cose ardue, non prende un +partito se non dopo assidua riflessione. Chi può addentrarsi +nelli abissi del mare lastricati d’immobile +ghiaccio? Chi può penetrare li arcani tenebrosi +d’una anima astuta e dissimulata? I pensieri e i disegni +di Mazeppa, frutto di passioni a lungo combattute, +<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> +dormono nel profondo del suo petto, e vi si +maturano in silenzio. Chi sa quello che egli stia tramando +adesso? Più Mazeppa è cauto, furbo e malizioso, +più si dimostra improvido negli atti, e semplice +nella conversazione. +</p> + +<p> +Oh, con che despotica autorità egli sa governare +le menti! Con che destrezza sa attrarre a sè i cuori, +scandagliarne le più intime latebre, e indovinarne +i più arcani pensieri! Come sa nei conviti e nelle +adunanze, compiere tutte le parti, assumere tutte le +maschere! Loda i tempi passati coi vecchi venerandi, +vanta la libertà coi riottosi, denigra i principi coi +malcontenti, sparge lacrime cogli oppressi, discute +gravemente cogli idioti. Pochi, forse, sanno quanto è +feroce l’anima sua: egli non rifugge dal delitto per +nuocere al nemico; dacchè vide la luce, non perdonò +mai una ingiuria; estende le sue mire ambiziose +oltre i termini vietati; per lui non v’ha cosa sacra; +non serba memoria dei beneficii, non ama nessuno; +è pronto a spargere il sangue come l’acqua; disprezza +la libertà, e non conosce carità di patria. Da gran +tempo ordisce in secreto un gran progetto, un disegno +tremendo. Ma uno sguardo sagace ha scoperto +le sue trame. +</p> + +<p> +“No, audace scellerato!” esclama Cocciu-bei +digrignando i denti; “no; non la vincerai. Io risparmierò +la tua reggia, carcere di mia figlia; non morrai +nelle fiamme d’un incendio; non cadrai sotto +il brando dei Cosacchi. No, iniquo! perirai fralle +mani del boia di Mosca! Perirai sul patibolo, in mezzo +a mille torture, chiedendo invano perdono, maledicendo +il giorno e l’ora in cui battezzasti Maria, e il +<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> +banchetto in cui ti pôrsi colma di vino la tazza +d’onore, e la notte in cui ci furasti, rapace avvoltoio, +la nostra diletta colomba!” +</p> + +<p> +Sì, fu un tempo in che Cocciu-bei e Mazeppa +erano amici, e dividevano i pensieri e i piaceri, come +il sale, la panna e il pane. Insieme volavano contro +al fuoco nemico sui loro agili destrieri, e non di +rado sedevano lungamente insieme a consiglio secreto. +L’etmanno dissimulato svelava in parte a Cocciu-bei +i profondi ripieghi della sua mente rivoltosa, +insaziabile, e gli prediceva in termini coperti e misteriosi +imminenti novità, conferenze, sedizioni. In +quel tempo Cocciu-bei era ligio e devoto a Mazeppa. +Ma adesso, inferocito dalla perdita della figlia, non ha +più che una idea, che un oggetto: o morire, o trucidar +Mazeppa, e vendicare il disonore di Maria. +</p> + +<p> +Frattanto cela a tutti il suo ardito disegno, finge +di non più occuparsi che del suo dolore e della +tomba. Non vuole nessun male a Mazeppa; sua figlia +è sola colpevole. Ed egli le perdona, purchè dia +conto al cielo dell’onta ridondata alla famiglia da +quell’infrazione d’ogni legge divina ed umana.... +</p> + +<p> +Mentre così parla, Cocciu-bei, con occhi di lince, +va cercando nella turba dei familiari e aderenti +suoi alcuni compagni impavidi, esperti e fidati. +Espone alla consorte il progetto che già da gran +tempo gli cova in seno; ed essa, ebra di rabbia feminile, +aggiunge esca alla fiamma di che arde il bei. +Nella calma notturna, nel talamo tranquillo, essa, simile +a un demone crudele, lo stimola alla vendetta, +lo rampogna, piange, gli fa coraggio, esige un giuramento +solenne, e il principe giura. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> +</p> + +<p> +Il gran colpo è risoluto. L’intrepido Iscra s’associa +a Cocciu-bei: “La caduta del nostro nemico +è certa,” dicono fra loro. “Ma chi è il baldanzoso, che +pien di zelo per il bene del paese oserà portare ai +piè di Pietro una dinunzia contro il potente traditore?” +</p> + +<p> +Tra i Cosacchi di Pultava disdegnati dalla infelice +fanciulla uno ve n’era che l’aveva amata sin dai +primi giovenili anni. La sera e la mattina, sulle +sponde del fiume, sotto l’ombra dei ciriegi, egli +stava aspettando Maria, smaniava se non la vedeva, +e si stimava beato se passava un sol momento seco. +L’amava senza speme; non la premeva mai d’importune +preghiere; non avrebbe potuto sopravvivere +a un rifiuto. Quando i pretendenti accorrevano in +folla intorno ad essa, egli si ritirava mesto e silenzioso. +Allorchè il ratto di Maria si divulgò fra i Cosacchi, +la gente spietata perse ogni rispetto per Maria +e la derise, ma egli le serbò l’antica riverenza e +l’antico affetto. Allorchè per caso si pronunziava +davanti a lui il nome di Mazeppa, egli impallidiva, +si mordeva le labbra, e abbassava gli occhi al suolo. +</p> + +<p class="pad1 center"> +IL COSACCO MESSAGGERO. +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Di chi è quel corsier dall’alta groppa</p> +<p class="i01">Che ratto corre per la steppa bruna?</p> +<p class="i01">Chi è quei cavaliero che galoppa</p> +<p class="i01">Al chiaror delle stelle e della luna?</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Fan cenno indarno al cavaliero stracco</p> +<p class="i01">I cavi spechi ed i boschetti foschi;</p> +<p class="i01">Non vuol prender riposo, il buon cosacco</p> +<p class="i01">Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span></p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Splende il suo brando come vetro terso;</p> +<p class="i01">Gli balza al fianco un borsellin d’argento;</p> +<p class="i01">E il suo nobil corsier di schiuma asperso</p> +<p class="i01">Spiega la lunga chioma al vago vento.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro;</p> +<p class="i01">Il gaio aspetto dei ducati adora;</p> +<p class="i01">Come un parente il suo caval gli è caro,</p> +<p class="i01">Ma il suo berretto gli è più caro ancora.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto</p> +<p class="i01">La borsa, il brando, il destrier, la vesta;</p> +<p class="i01">Ma non darà il berretto a verun costo;</p> +<p class="i01">Più volentieri egli daria la testa.</p> + +</div><div class="stanza"> +<p class="i01">Perchè mai quel Cosacco audace e rude</p> +<p class="i01">Tanto cura un berretto informe e tetro?</p> +<p class="i01">Perchè il berretto la denunzia acclude</p> +<p class="i01">Che Cocciu-bei manda all’augusto Pietro.</p> +</div></div> + +<p> +Mazeppa intanto, imperterrito, indomito, continua +le sue brighe e i suoi raggiri. Il gesuita Zalenschi‍<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a> +suo fido sicario prepara una sommossa popolare, +e gli promette il trono. Simili agli assassini, si concertano +di notte; compongono in cifre le loro lettere, +stabiliscono la tariffa del tradimento, mettono a prezzo +la testa di Pietro, trafficano della fede delli schiavi. +Un incognito giunge dall’etmanno; non si sa d’onde +venga; il secretario Orlic‍<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> lo introduce e lo riconduce. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> +</p> + +<p> +Gli scaltri emissari di Mazeppa van seminando +dappertutto la zizania e l’insubordinazione: Bulavin, +capo dei Cosacchi del Don, chiama all’armi +le sue tribù; le orde nomadi e selvatiche fervono; +e persino i coloni che abitano presso alle cataratte +del Dniepr insultano l’autorità di Pietro. +</p> + +<p> +Mazeppa volge lo sguardo e la mente in ogni +lato; spedisce lettere in ogni paese; a forza di minacce +e di lusinghe stacca Bakcisarai dalla sovranità +di Mosca. Il re di Polonia accoglie in Varsavia +i legati di Mazeppa; il pascià di Crimea in Occiacof, +Pietro e Carlo nei loro accampamenti. L’ipocrita +etmanno adopra ogni mezzo per procacciarsi il sostegno +dei principi; la sua volontà è di ferro; la sua +ambizione corre alla meta per mille vie tortuose ma +sicure. +</p> + +<p> +Ma come rabbrividisce quando a un tratto il fulmine +scoppia sul suo capo! Come trema quando i +boiari‍<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> di Mosca suoi amici‍<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> mandano a lui nemico +della Russia la denunzia scritta a Pultava, e invece +delle meritate rampogne gli prodigano le condoglianze +come ad una vittima! +</p> + +<p> +Lo Zar Pietro, avverso alle delazioni, preoccupato +delle guerre, non bada alla denunzia; s’affretta +di tranquillare quel Giuda e giura di attutar per sempre +la calunnia infliggendole un esemplare castigo. +</p> + +<p> +Mazeppa, oppresso da un finto dolore, alza la supplichevole +voce al suo sovrano. “Dio sa,” dic’egli, +<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> +“e il mondo vede se l’umile etmanno da dodici anni +in qua sia stato devoto allo Zar, e in ricompensa di +questa sua devozione colmato di benefizi dal suo signore... +Oh quanto è ceca e folle la malignità! Come +mai, Mazeppa giunto all’orlo della fossa vorrebbe +ordir congiure e oscurar la sua antica rinomanza? Non +ha egli negato i soccorsi chiestigli da Stanislao; +non ha egli rispinto la corona offertagli dall’Ucrania +e consegnato allo Zar, come doveva, i trattati e il +carteggio secreto? Non chiuse egli l’orecchio alle +suggestioni del Khan dei Tartari, alle esortazioni +della Sublime Porta? Non ha forse egli sempre manifestato +il suo zelo contro i nemici dello Zar; non +li ha egli combattuti col senno e colla mano, con +indefesso ardore e con pericolo della propria vita? +Ed ora un vile rivale ardisce coprir di obbrobrio i miei +capelli grigi! E chi è il mio accusatore?... Iscra, Cocciu-bei, +che furono sì lungo tempo miei compagni...” +</p> + +<p> +E l’etmanno domanda con lacrime il loro sangue; +non sarà pago fin che non li vedrà puniti. +</p> + +<p> +Feroce vecchio, di chi esigi la testa? Di colui la +cui figlia ti stringe fralle braccia. Ma l’etmanno soffoca +la voce della coscienza che lo rimbrotta. +</p> + +<p> +“Perchè quell’insano” egli dice “mi sfida a disegual +tenzone? Il superbo da sè stesso affila la scure +che gli mozzerà il capo. Ove corre cogli occhi serrati? +Su che fonda le sue speranze?... No; l’affetto +mio per la figlia non salverà il padre. Convien che +l’amante ceda il passo al regnante... altrimenti, son +perduto.” +</p> + +<p> +O Maria, gentil Maria, rosa della Circassia! tu non +sai che serpente tu ti scaldi in seno. Ma qual forza +<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> +ignota, incomprensibile, potè indurti ad amare quel +guerriero ruvido e perverso e a sacrificargli tutto? +il suo crin canuto e inanellato, le sue profonde rughe, +il suo occhio incavato e scintillante, i suoi ragionamenti +artifiziosi fanno le tue delizie. Per lui abbandonasti +i tuoi parenti; preferisti al tuo verginal letto fra le +soglie paterne, il talamo scandaloso dell’avventuriere. +Come potè quel vecchio affascinarti coi suoi sguardi +foschi? Come potè incantarti coi suoi discorsi perfidi? +Timida e riverente alzi su lui le tue luci accecate +dall’amore; lo accarezzi con passione.... La tua +infamia t’è cara; vanti il suo ingegno e la sua bellezza; +ti ascrivi il tuo amore a virtù; e perdesti nella +tua caduta persino la forza del pentimento. +</p> + +<p> +Maria non teme la vergogna: non le cale della +sua reputazione. Sfida i rimbrotti della gente, quando +la altera cervice del vegliardo riposa sui ginocchi di +lei; quando il prode con lei favellando dimentica +le cure e le pene del comando, e palesa alla timida +fanciulla i suoi secreti più tremendi. Essa non rimpiange +i passati giorni d’innocenza e di quiete infantile; +ma di tanto in tanto un pensiero tetro come una +procella attraversa quell’anima serena; si raffigura +il cordoglio del padre e della madre; li vede framezzo +a un velo di lacrime, orbi e soli, nella loro +infelice vecchiaia; le sembra di udire i loro lamenti +e le rampogne... Oh! se essa sapesse ciò che già sa +tutta l’Ucrania! Ma la funesta verità le è tuttora +occulta. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> +</p> + +<h3>II.</h3> + +<p> +Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono +quel cuore. Maria con tenerezza mira il consorte. +Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli ripete dolci asserzioni +d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono +a sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento +figge gli occhi a terra, e non risponde che +con un gelido silenzio a quelle graziose premure, a +quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente +la bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per +te ho rinunziato a tutto. Io coll’amarti non bramava +che una cosa: essere amata. Per te distrussi io la +mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi +quella notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti +di amarmi. Perchè non m’ami più?” +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare: +lascia codesti edaci sospetti. La passione ti +tormenta e ti rende ingiusta. Credimi, Maria; io ti +amo più della gloria, più dell’autorità sovrana. +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo +mai l’un senza l’altro? Ora, tu mi fuggi; io +t’importuno. Meni i giorni interi nei banchetti, nei +crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non +pensi più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito +o col gesuita. Contraccambi il mio sincero amore con +una fredda urbanità. Poco fa bevesti alla salute di +Dulsca. Chi è cotesta Dulsca? +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Sei gelosa? Come puoi supporre che +un uomo della mia età solleciti i favori d’una disdegnosa +<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> +giovinetta? Come potrei io avvilirmi a segno +di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le +donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio +ai zerbinotti imbelli. +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza. +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Mi preme la tua tranquillità, Maria; +dunque ascolta. Abbiamo concepito una alta impresa; +siamo in procinto di porla a esecuzione; squillò l’ora +del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi +la fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo +dei tuoi protettori e dei tuoi tiranni di Varsavia o +di Mosca. È tempo che tu rompa i tuoi ceppi, e ricuperi +l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della +libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto; +i due re trattano meco; e fra poco forse, in mezzo +alle rovine e alle battaglie, io erigerò un nuovo trono. +Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il gesuita +e l’incognito guidano la mia barca a buon porto. +Per le loro mani mi pervengono le istruzioni e i consigli +dei re. Questi sono secreti molto gravi per il +tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata? +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh! +come converrà al tuo capo canuto la corona dei Zar! +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione +si prepara; ma chi sa quale ne sarà l’esito? +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Per te non temo. Sei così potente! Non +ne dubito; il trono ti aspetta. +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. E se fosse il patibolo? +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei +sopravvivere a te? Ma no; tu porti le insegne +dei principi. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Mi ami? +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Io! se t’amo? +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito? +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. A che una tal domanda? Essa mi spaventa. +Io fo di tutto per obliare la mia famiglia. +Io l’ho disonorata; forse..... orrendo sospetto! mio +padre m’ha maledetta! e per chi?... +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Mi ami dunque più del genitore? Non +rispondi.... +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Dio mio! +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Rispondi alfine. +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Rispondi tu per me. +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o +il marito; se potessi scegliere fra loro, chi salveresti? +chi condanneresti? +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Basta così. Non mi squarciare il cuore. +Tu mi tenti. +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Rispondi. +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie +d’orrore.... Ah! non adirarti! Sono pronta a sacrificar +tutto per te; — ma simili domande mi straziano +senza utilità. Lasciale. +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti. +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle +brillano. Il vento stanco dorme nelle caverne alpestri. +Appena tremolan le mobili fronde dei pioppi. +La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa +Bianca,‍<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> sui giardini e sul castello dell’etmanno. +<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> +La campagna intorno intorno tace. Ma una grande +agitazione e confusione regna nel palazzo. Affacciato +alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in profonde +riflessioni guarda il cielo con tristezza. +</p> + +<p> +Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore +incontro alla morte; non gli cale della vita. +Che è per lui la tomba? Un grato letto. È pronto a +coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il +modo in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare +ai piedi dell’aborrito seduttore di sua figlia, gli incresce +di morire in silenzio, come bove al macello, e per +ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo +nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar +seco nella fossa i suoi compagni; di udir le loro maledizioni +immeritate; di incontrare lo sguardo trionfante +dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto la +scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del +suo odio e mandatario delle sue vendette! +</p> + +<p> +Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia +e i dolci amici, le sue ricchezze, la sua gloria, i +canti della gentil Maria, la antica casa nella quale +egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica +e il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto +ciò che ora egli abbandona, e perchè? +</p> + +<p> +La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo +sventurato bei, risvegliato da quel suono, pensa fra sè; +“Ecco il banditore della Croce che viene per scortarmi +al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati, il medico +delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo +immolato per noi. Mi reca il corpo e il sangue del +mio Dio, per rinfrancarmi l’animo, per darmi la virtù +di disprezzar la morte e di acquistar l’eterna vita!” +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> +</p> + +<p> +E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente +le preghiere e le lacrime. Ma colui che +entra nel suo carcere non è un sacerdote; è Orlic, +ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo +egli grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a +turbare il mio ultimo sonno?” +</p> + +<p> +<i>Orlic</i>. L’esame tuo non è finito. Rispondi. +</p> + +<p> +<i>Cocciu-bei</i>. Già risposi. Parti e lasciami in pace. +</p> + +<p> +<i>Orlic</i>. L’etmanno nostro signore esige un’altra +rivelazione. +</p> + +<p> +<i>Cocciu-bei</i>. Di che? Io già confessai tutto ciò che +voleste. Tutte le mie dichiarazioni sono menzognere. +Io son perfido e tendo insidie. L’etmanno è probo. +Che volete di più? +</p> + +<p> +<i>Orlic</i>. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori, +e che gli hai nascosti a Dicagne. Convien che +tu paghi i delitti col sangue, e che il tuo oro passi +nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la +fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori? +</p> + +<p> +<i>Cocciu-bei</i>. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto +mi largiva in questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro +era l’onore; le torture me l’han rapito: il secondo +era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie braccia, +Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora +mi resta: è la speme della vendetta. Questo lo porto +meco nella tomba. +</p> + +<p> +<i>Orlic</i>. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto +di lasciar la vita, di più gravi pensieri devi pascer la +mente. Non è tempo di scherni nè di beffe. Se non +vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove s’asconde +il tuo tesoro? +</p> + +<p> +<i>Cocciu-bei</i>. Barbaro mancipio! Quando cesserai +<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> +le tue dimande inutili? Aspetta che io giaccia nel +sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio palazzo, conta +il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue; +fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini, +abbatti le mie case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà +le mie ricchezze. Ho detto. Lasciami in pace, +per l’amor di Dio. +</p> + +<p> +<i>Orlic</i>. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa +l’effetto del tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto. +Non vuoi? — Ebbene, alla tortura! Olà, boia!” +</p> + +<p> +Il boia comparve.... Oh notte atroce! +</p> + +<hr class="tiny"> + +<p> +Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove +assopisce i rimorsi della sua coscienza? +</p> + +<p> +Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera +della giovinetta, che nulla sa della prigionia del padre. +Egli china la testa sul letto della bella che dorme, +e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non +posso graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più +convien ch’io tratti con rigore i miei nemici, e tutti +coloro che ricusan di piegarsi al mio scettro. Non v’ha +scampo: il delatore e il suo complice periranno.” +</p> + +<p> +Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge: +</p> + +<p> +“O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo +annunzio? Fin qui essa ignora tutto! ma il secreto +non può celarsi più a lungo. Il colpo della +fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama +volerà attorno spandendo l’infausta notizia.... Ora +vedo a chi riserba il cielo le più severe prove.... Colui +solo può sfidare la folgore che non unì una donna +<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> +al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso +carro l’intrepido destriero e la timida damma. Commessi +una imprudenza; ora ne pago il fio. Tutti quei +dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li +recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia.... +E che le offro io in contraccambio?... Che +dono le appresto?... Ahimè lasso!...” +</p> + +<p> +E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla +sulle piume. Le labbra son socchiuse, il respiro +è quieto; il cuore batte lentamente in quel niveo +seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce +la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina +verso il solitario suo giardino. +</p> + +<p> +La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle +brillano. Il vento stanco dorme nelle caverne alpestri. +Appena tremolano le argentee fronde dei pioppi. +Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo dell’etmanno. +Le faci della notte lo mirano e lo +spiano come tanti occhi indagatori. I pioppi stretti +in lunga fila, crollando di tanto in tanto il capo, susurrano +fra loro, come giudici al fôro. L’aria è ardente +come la vampa d’una fornace. +</p> + +<p> +Un flebil grido, un gemito indistinto sembra +escir dalle mura del castello. Forse fu un suono imaginario, +lo strido d’un gufo, o l’urlo d’una belva, o +il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a +quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un +grido festoso, con quel grido di guerra, che tante +volte alzò sul campo della strage e della gloria, quando +scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in +compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso +Cocciu-bei, or suo accusatore. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> +</p> + +<p> +La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli, +i colli, i piani rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano; +il corso dei fiumi biancheggia. Dappertutto penetra +il soave brulichío mattutino. L’uomo si desta.... +</p> + +<p> +Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente. +Tutto a un tratto sente, in mezzo al sonno, +un passo che s’avanza verso il letto, e una mano che +le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude +abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende +le bianche braccia sorridendo, e con voce amorosa +bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?” +</p> + +<p> +Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta +Maria guarda intorno e vede.... vede sua madre! +</p> + +<p> +<i>La madre</i>. Taci, taci. Non ci perdere ambedue. +Mi introdussi qui furtivamente col favor delle tenebre +per chiederti una grazia. Oggi è il supplizio. Tu sola +puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre. +</p> + +<p> +<i>La figlia</i>. Che padre? Che supplizio? +</p> + +<p> +<i>La madre</i>. Come? Non sai?... Eppure non vivi +in un deserto. Vivi in un palazzo. Dovresti sapere +che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo; che +lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a +Mazeppa la propria famiglia; tu dormi, allorchè +l’atroce sentenza si legge, allorchè si affila la bipenne, +allorchè il carnefice l’alza sopra tuo padre! +Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti, +figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai +piedi suoi, salva il genitore, sii il nostro angelo tutelare; +un tuo detto molcerà quel cuore, un tuo +sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi, scongiura; +l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti +l’onore, i genitori, Dio medesimo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> +</p> + +<p> +<i>La figlia</i>. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il +supplizio.... mia madre è qui, in questo castello; mia +madre m’implora.... no, o io deliro, o è un sogno.... +</p> + +<p> +<i>La madre</i>. No, in nome di Dio, non è un sogno, +non è una illusione.... Come non sai ancora che tuo +padre consunto di rabbia, non potendo tollerare il +disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò +fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane +chimere; — che, martire della verità, se Dio non +lo libera miracolosamente, egli oggi verrà giustiziato +per comando del suo nemico, in presenza di tutto +l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella +torre del castello? +</p> + +<p> +<i>La figlia</i>. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero +padre!... +</p> + +<p> +E la fanciulla ricade sul letto fredda come un +cadavere. +</p> + +<p> +La piazza brulica di gente. Le lance scintillano. +Il tamburo rimbomba. I cavalieri galoppano; i fantaccini +marciano in ordine. La moltitudine ondeggia +e serpeggia; i cuori palpitano. +</p> + +<p> +Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco +infame e scherza. Ora afferra la scure pesante, e la +fa saltellare fralle sue mani, ora motteggia e ride +colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli +alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano.... +Ma un alto clamore ergesi al cielo; quindi a quello +succede un profondo silenzio. Appena un calpestío +di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato di +guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno +sopra un corsiero nero.... Sulla strada di Chieff +<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> +ecco apparire una carretta. Tutti gli occhi si volgono +curiosi verso quella. +</p> + +<p> +In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato, +riconciliato con Dio, confortato dalla fede, l’innocente +Cocciu-bei. Accanto a lui è Iscra, suo compagno, +non men di lui sereno e tranquillo. +</p> + +<p> +La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta +alle nubi. I preti cantano in coro il vespro dei +morti. Il popolo prega a bassa voce per il riposo di +quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei loro +persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono +sul palco. Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone +la testa sul ceppo. La moltitudine tace come una +adunanza di ombre e di spettri. La bipenne balena, +sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una +altra testa ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa. +Il carnefice, contento della sua destrezza, +ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote con mano +nerboruta davanti al popolo. +</p> + +<p> +Il supplizio è compito. La folla indifferente si +dirada, si disperde, e già ciascuno torna al proprio +tetto parlando dei propri interessi. Il campo poco a +poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate +dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano, +inorridite, sul teatro dell’esecuzione. “È troppo tardi,” +dice loro un passeggero accennando al patibolo +che si andava scomponendo. +</p> + +<p> +Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre +due Cosacchi ponevano un feretro di quercia sopra +un carro. +</p> + +<p> +Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla +sua comitiva, e s’allontana dal campo maledetto. +<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> +L’abbandono in che si trova lo sgomenta. Nessuno +gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce +al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima +parola. I servi tremanti esitano a rispondere... Colpito +di stupore, Mazeppa passa alla stanza di Maria; +la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra qua +e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il +vivaio; non scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!” +Chiama a sè i fedeli servitori, le agili guardie. +Accorrono al cenno del signore. I cavalli nitriscono. +Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente +volano in ogni direzione. +</p> + +<p> +Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno +ha udito, nessuno ha veduto dove essa sia andata. +Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia. I suoi +servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima +angoscia, l’etmanno si rinchiude nella sua +stanza. Sta tutta la notte accanto al letto della bella, +senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal +rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una +dopo l’altra. I cavalli appena possono più reggersi +in gambe; le cinghie, le unghie, le briglie, le selle +sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue; +ma nessun messo reca notizie di Maria. +</p> + +<p> +La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere, +e sua madre terminò nell’esilio e nella solitudine +la misera esistenza. +</p> + +<h3>III.</h3> + +<p> +Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir +lo svolgimento delle sue macchinazioni. Perseverante +<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> +nelle sue imprese, continua le trattative col +monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene +secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un +letto, e finge sognati mali. Si circonda d’una turba +di medici, geme, invoca il cielo e gli chiede la sua +guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della +vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a +lasciar questo mondo caduco per il mondo eterno. +Brama i soccorsi della religione da lui oltraggiata, e +un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin +canuto dello spergiuro Mazeppa. +</p> + +<p> +Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara +di nascosto giuochi solenni, in onore dello +Svedese, fra mezzo alle antiche tombe nemiche. Ma +Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la +guerra nell’Ucrania. +</p> + +<p> +Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in +vita. Quel moribondo, che ieri stava per scendere +nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il magnanimo +Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo +esercito schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde +della Desna. Poco fa curvato e rotto dal peso +dell’età, a un tratto egli si drizza sano e forte, simile +a quell’astuto porporato che buttò via le grucce, +quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia +vola sull’ale della fama. L’Ucrania freme di +sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro, e umilia ai +piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo +sdegno rapido si spande come fiamma; arde la +guerra civile. +</p> + +<p> +Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema +rimbomba nelle cattedrali; il boia incenerisce +<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> +l’effigie di Mazeppa. Il consiglio supremo cassa +l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama +dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei +e d’Iscra. Unendo le proprie lacrime alle loro, +egli le colma di favori e di cortesie, e loro +rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa, +il valoroso Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove +languiva esiliato, negli accampamenti dello Zar. La +ribellione, abbandonata a sè medesima, si affievolisce +e sfascia. L’audace Ceccel‍<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> e il principe dei Zaporoghi +lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai, +favorito della vittoria, che la corona getti per +l’elmo, tu pur morrai, dacchè sei giunto in vista +delle mura di Pultava. +</p> + +<p> +Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. +Vi piomba come il fulmine. I due eserciti si assediano +l’un l’altro in mezzo alla pianura. Così il +gladiatore, già battuto in vari incontri, anticipatamente +pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario +da gran tempo aspettato. Il potente Carlo non vede +intorno a Pietro le masse imbelli disperse a Narva, +ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben armate, +leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti +baionette. +</p> + +<p> +Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.” +</p> + +<p> +Il sonno regna negli accampamenti. In una sola +tenda, si ode ancora un susurro di voci: +</p> + +<p> +“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo +troppo affrettati di allearci a Carlo. Egli non ha nessuna +delle doti che si richiedono in un buon generale. +<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> +Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo +a domandar da cena al suo nemico;‍<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a> motteggiare +gentilmente sulle bombe che gli cascano vicino;‍<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> +approssimarsi di notte, in gran silenzio, alle trincere +nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli +ferita per ferita,‍<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> ma non sa lottar contro un emulo +potente e perseverante; vorrebbe governar la sorte +come si governa un reggimento, a suon di tamburo; +è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile; +confidando follemente nella sua stella, stima superflua +la prudenza; abbagliato dai suoi primi successi, +non pone mente alla attuale superiorità delle forze +russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si fiaccherà +le corna. Vecchio come io sono, io non doveva +fanatizzarmi per quel temerario; mi lasciai illudere +dall’apparenza, come un inesperto e debile fanciullo. +</p> + +<p> +<i>Orlic</i>. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo +ancora d’entrare in trattative con Pietro, e di riparare +il nostro fallo. Lo Zar sconfitto da noi non ci +ricuserà il suo perdono e la sua alleanza. +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi +non può riconciliarsi meco. Già da gran tempo la +mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira e di +rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, +<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> +sotto le mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella +tenda del feroce Pietro. Il vino ferveva nelle coppe, +e non meno di quello bolliva il nostro sangue incalorito +dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una +parola acerba. I convitati impallidirono. Il principe +infuriato lasciò cader la coppa, e minaccioso mi tirò +pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi quell’oltraggio; +ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui +nutrito la vendetta in seno, come una madre il caro +pargoletto. Aspettavo il momento propizio. È giunto. +Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro; il nome di +Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono +la spina della sua corona. Volentieri darebbe le sue +più grandiose città, le sue più belle ore di vita per +potermi tener un’altra volta per i baffi.... Ci resta +tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per +chi parteggeremo. +</p> + +<p> +Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e +s’addormentò. +</p> + +<p> +La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni +mugghiano sui poggi e nelle valli. Un purpureo +vapore s’alza, ondeggiando per l’aria indorato dai +raggi mattutini. I reggimenti serrano le file; i bersaglieri +si sparpagliano per le macchie. Le bombe +scoppiano; le palle fischiano; le fredde baionette +avanzano. Li Svedesi attraversano il fuoco delle trincere; +la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria la segue, +e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. +Il lugubre campo traballa e arde in mille luoghi; +ma appare chiaro da vari segni che l’incostante +fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni +svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, +<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> +cadono stese al suolo come mèsse falciata. +Rosen si ricovera nelle gole dei monti; il prode +Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano +gli Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura +lo splendore delle loro bandiere, e, grazie all’assistenza +del Dio delle battaglie, ogni nostro passo +avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro +esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di +offiziali, lo Zar esce della sua tenda. Li occhi suoi +scintillano di gioia. Il suo sembiante incute spavento. +I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come +un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero +fedele. Impetuoso e tranquillo, il nobile animale +freme annasando da lontano la strage e il fuoco, +scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e +superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto +della mischia. +</p> + +<p> +Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di +fiamma. Come i mietitori, i guerrieri riposano. I +Cosacchi volteggiano all’intorno. I reggimenti sparsi +si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il cannone +più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna +echeggia un immenso evviva. Pietro si mostra ai +suoi soldati. +</p> + +<p> +Passa rapidamente davanti alle truppe, potente +e sereno come Marte. Collo sguardo misura il terreno. +Lo scortano in schiera folta i suoi compagni fidi +fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del +governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i +Bour, i Repnin. +</p> + +<p> +Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata +dai suoi servitori, pallido, immoto, gravemente ferito, +<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> +fa la rassegna delle sue truppe decimate. Lo seguono +i suoi generali. Sta immerso in profonda meditazione. +Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli +sconvolge il cuore. Diresti che la guerra desiata ha +tolto a Carlo il senno e la ragione. Fa un gesto colla +destra, e immantinente li Svedesi assaliscono i +Russi. +</p> + +<p> +E l’esercito dello Zar marcia contro a quello +del re, in mezzo a un velo di lampi e di fumo. Incomincia +la battaglia, la battaglia di Pultava! +</p> + +<p> +Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente +dei proiettili, le falangi si urtano come muraglie vive, +cadono al suolo disfatte, son supplite da altre +fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la +terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti +d’acciaro volano come nembo procelloso. Risuonano +le briglie, le sciabole; i cavalieri s’aggrediscono +con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di +metallo accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, +rugghiano, sbranano, rotolano nella polvere, +e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi, rovesciano, +trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, +rombo di tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, +nitriti; dappertutto la morte e l’inferno. +</p> + +<p> +In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani +contemplano tranquillamente la battaglia, giudicano +ogni evoluzione di truppe, predicono la perdita o +la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a bassa +voce. +</p> + +<p> +Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo +Zar? Sostenuto da due Cosacchi, acceso di sublime +emulazione, osserva con occhio esperto i movimenti +<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> +dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e al +suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da +ogni parte. Il vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e +già sta vicino alla fossa. Ma perchè lampeggiano i +suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si copre +d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento +lo fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il +fumo del campo il suo nemico Mazeppa, e a quella +vista orrenda maledice la sua vecchiezza imbelle.... +Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia, +attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di +parenti, di anziani, e di guardie. +</p> + +<p> +Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa +rivolge la testa. Il fucile tuttora fuma tralle mani di +Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito a morte, +stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero +cosperso di polvere e di spuma, sentendosi libero, +fugge di carriera, e si perde nella rosseggiante campagna. +Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno, +colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa +s’accosta al moribondo per interrogarlo, ma +già ha spirato l’anima. Le sue pupille spente tuttora +insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della +Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora +le sillabe adorate del nome di Maria. +</p> + +<p> +L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; +li Svedesi cedono. O glorioso istante! o glorioso miracolo! +Facciamo un ultimo sforzo, e li Svedesi si +danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le +spade si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti +coprono il piano in mucchi così spessi, come li sciami +delle locuste nere. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> +</p> + +<p> +Pietro dà un gran convito.‍<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a> Raggiante di felicità +e di gloria, egli siede all’alto della mensa. Arrivano +in mezzo alle acclamazioni dei soldati tutti i generali +russi e svedesi. Pietro accoglie con amorevolezza +gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore +dei suoi maestri nella grande arte della guerra. +</p> + +<p> +Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è +il nostro più esimio maestro, quel reale dottor di guerra, +cui Pietro ha finalmente superato e vinto? Dov’è +Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia +non fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non +fu inviato al patibolo? +</p> + +<p> +Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a +traverso le steppe tacite e nude. La sventura li ha +congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo vicino infondono +al monarca nuove forze. Egli oblia la sua +profonda ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai +Russi, e appena la caterva tumultuosa dei servi può +tenergli dietro. +</p> + +<p> +Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando +la vista intorno sul vasto orizzonte del deserto. Giungono +ad una villa.... Perchè raccapriccia Mazeppa? +Perchè passa sì rapido davanti a quella abitazione? +Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta +<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> +aperta verso il prato, gli richiamano alla mente +qualche antico orribile evento? O profanatore d’ogni +cosa sacra! Riconosci quella dimora altre volte sì +gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu scherzavi a +mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci +l’umile asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, +nel quale rapisti la bella durante una oscurissima +notte?.... Lo riconosci? +</p> + +<p> +Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono +lungo le rive del ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi +si adagiano sull’erba fralle rupi della sponda. +Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si +ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è +inquieto; non può gustare un istante di riposo. Tutto +a un tratto, una voce lo chiama nelle tenebre. Si +riscuote, mira; vede una figura che si china sopra +lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come +sotto alla scure. Una donna coi capelli sparsi, cogli +occhi fiammeggianti e cavi, magra, squallida, +livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della +luna. +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?... +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Piano, piano, amico! È poco che mio +padre e mia madre sono andati a letto.... fermo.... +potrebbero udirci.... +</p> + +<p> +<i>Mazeppa</i>. Maria! Misera Maria! Torna in te.... +Dio mio.... che hai?... +</p> + +<p> +<i>Maria</i>. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca +favola hanno inventata! Essa mi ha detto in secreto +che il mio povero padre è morto, e m’ha mostrato +di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi +alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma +<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> +di lupo.... Essa voleva ingannarmi!... Come non si +vergogna di straziarmi?... E perchè mi strazia? Affinchè +io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?” +</p> + +<p> +Il suo amante la ode con immensa compassione. +Frattanto Maria, trascinata dalla sconvolta fantasia, +seguita a sragionare. +</p> + +<p> +“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza +strepitosa, quella plebe, quelle due teste... +Mia madre mi conduceva a quella festa... Ma dove +stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando +nell’orror della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si +fa tardi.... Ah che folli pensieri mi assalgono.... Ti +tenevo per un altro, buon vecchio.... Lasciami. L’occhio +tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme.... +Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia +e voluttà il suo linguaggio.... i suoi baffi son più +candidi che neve, e i tuoi rosseggiano di sangue.” +</p> + +<p> +E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più +agile d’una cervetta saltella, corre, e sparisce nella +oscurità. +</p> + +<p> +L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color +di porpora. I cosacchi accendevano il fuoco e facevan +cuocere il riso. Le guardie menavano i cavalli +all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su, +Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” +Ma l’etmanno non dormiva. L’angoscia lo opprime +e gli toglie il respiro. Sella in silenzio il suo +corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo +sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti +per sempre. +</p> + +<p> +Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati +alteri, imperiosi, violenti? Sparvero dalla faccia +<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> +della terra; e con essi sparve ogni vestigio delle +loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle +loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti +un monumento durevole al tuo nome, nell’impero +del settentrione, da te creato e incivilito. In quella +parte ove una lunga fila di molini alati circonda +i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti +mugghianti vagano tranquillamente intorno alle tombe +degli eroi, vedonsi gli avanzi sparsi d’un tugurio; +tre gradini del quale, mezzo sepolti nel suolo e +ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. +Solo coi suoi servitori palatini, quel temerario +guerriero sostenne fra quelle mura l’impeto dei battaglioni +turchi, e arrese la spada come Mazeppa la +clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il +sepolcro dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, +una volta l’anno, l’eco della antica cattedrale +ripete quel nome maledetto. +</p> + +<p> +Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono +sotto la stessa lapida. La chiesa ha collocato le loro +ossa fra quelle dei credenti e dei giusti. Tuttora vivono +in Dicagne le alte querce piantate in loro onore +dagli amici piangenti. +</p> + +<p> +In quanto a Maria.... La tradizione non parla di +essa. Un velo impenetrabile copre i suoi patimenti, +le sue sventure, la sua fine. Ma di quando in quando +un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti +alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, +cita per incidenza ai giovani cosacchi il nome +della colpevole e infelice Maria. +</p> + +<p class="pad2 center large"> +FINE. +</p> + +<hr class="silver"> + +<div class="somm"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> +</p> + +<h2><a id="indice" href="#indfront"> +INDICE.</a></h2> + +<table class="indice"> + <tr> + <td>Cenni intorno alla Vita di Alessandro Puschin</td> <td class="pag"><a href="#vita">Pag. <span class="smcap lowercase">VII</span></a></td> + </tr> + <tr> + <td>Il Prigioniero del Caucaso</td> <td class="pag"><a href="#caucaso">1</a></td> + </tr> + <tr> + <td>Il Conte Nulin</td> <td class="pag"><a href="#nulin">21</a></td> + </tr> + <tr> + <td>Li Zingari</td> <td class="pag"><a href="#zingari">33</a></td> + </tr> + <tr> + <td>La Fontana di Bakcisarai</td> <td class="pag"><a href="#fontana">49</a></td> + </tr> + <tr> + <td>Eugenio Anieghin</td> <td class="pag"><a href="#eugenio">73</a></td> + </tr> + <tr> + <td>Pultava</td> <td class="pag"><a href="#pultava">203</a></td> + </tr> +</table> + +<hr> +</div> + +<div class="chapter"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> +</p> + +<p class="title"> +Errata-Corrige. +</p> + +<table class="gener"> + <tr> + <td class="center">Pag.</td> <td class="num">25,</td> <td class="center">lin.</td> <td class="num">1.</td> <td>attardato</td> <td class="center"><i>leggasi</i></td> <td>ritardato</td> + </tr> + <tr> + <td class="center">»</td> <td class="num">131,</td> <td class="center">»</td> <td class="num">23.</td> <td>livore</td> <td class="center">—</td> <td>lepore</td> + </tr> + <tr> + <td class="center">»</td> <td class="num">142,</td> <td class="center">»</td> <td class="num">32.</td> <td>cuore</td> <td class="center">—</td> <td>nome</td> + </tr> + <tr> + <td class="center">»</td> <td class="num">153,</td> <td class="center">»</td> <td class="num">14.</td> <td>asse</td> <td class="center">—</td> <td>asso</td> + </tr> +</table> +<hr> + +</div> + +<div class="footnotes"> + +<h2> +NOTE: +</h2> + +<div class="footnote" id="note1"> +<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.  </span>L’<i>s</i> che sussegue all’<i>u</i> deve pronunziarsi come l’<i>sc</i> in <i>scisso</i>. +Non potendo rappresentare quella pronunzia esattamente, abbiamo +scelto l’ortografia che meno se n’allontana. In Francese, si può scrivere +il nome di Puschin come va pronunziato, cioè <i>Pouchkine</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note2"> +<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.  </span>Così si pronunzia e così va scritto e non già <i>czar</i>, come lo +scrivono i giornali, sebbene tal maniera di scrivere quella voce sia condannata +da tutti coloro che sanno un poco di russo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note3"> +<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.  </span>Alessandro Puschin non è il solo esempio di uno scrittore +mezzo moro: il romanziere Alessandro Dumas è figlio di un mulatto, +e porta sulla fisionomia tutti i caratteri di quella razza.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note4"> +<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.  </span>Il celebre critico tedesco Federico Schlegel ha fatto un bellissimo +parallelo fra l’<i>Ippolito Stefanoforo</i> di Euripide e la <i>Fedra</i> di +Racine; rileva tutte le mende della tragedia francese e tutti i pregi +della greca alla quale assegna la palma.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note5"> +<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.  </span>Cane che leggeva, ballava e tirava di spada.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note6"> +<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.  </span>Celebre cuoco di Luigi XIV. Il nome di Vatel si usa per antonomasia.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note7"> +<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.  </span>Vedi a pag. 163 di questo volume.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note8"> +<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.  </span>In russo <i>morosui</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note9"> +<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.  </span>In russo <i>rosui</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note10"> +<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.  </span>Un vol. di 32 pag. in-8.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note11"> +<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.  </span><i>Aúl</i> chiamano i Circassi i loro accampamenti o villaggi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note12"> +<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.  </span>Bevanda fatta d’acqua e di latte di cavalla agro.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note13"> +<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.  </span>Sorta di ferraiuolo di panno nero e di pelliccia.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note14"> +<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.  </span>Così chiamano i Circassi il vino.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note15"> +<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.  </span>Antico re e conquistatore tartaro.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note16"> +<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.  </span>V’è nei villaggi russi un ispettore che percorre le strade di notte +picchiando sopra delle lastre di ferro.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note17"> +<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.  </span>Invito alla preghiera.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note18"> +<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.  </span>Il diavolo, dal greco διαβολος.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note19"> +<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.  </span>Cavaliere arabo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note20"> +<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.  </span>Un infedele, un miscredente.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note21"> +<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.  </span>Nome dei re dei Tartari.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note22"> +<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.  </span>Sorta di monaco che fa voto di povertà.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note23"> +<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.  </span>È noto che i Musulmani hanno sempre in mano una corona, +chiamata Cespì, che ha altrettanti grani quanti sono gli attributi +dati dal profeta a Dio. Mentre scorrono quei grani ripassano in mente +le qualità di Allah.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note24"> +<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.  </span>Questo nome si scrive <i>Onieghin</i>, ma si pronunzia <i>Anieghin</i>. +L’abbiamo scritto come si pronunzia.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note25"> +<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.  </span>Titolo del primo poema composto da Puschin.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note26"> +<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.  </span>Questo capitolo fu scritto in Bessarabia, ove Puschin fu mandato +per ordine superiore.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note27"> +<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.  </span>Cappello così denominato dal famoso fondatore della Bolivia.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note28"> +<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.  </span>Celebre orologiaro.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note29"> +<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.  </span>Vino dell’anno 1811 nel quale comparve la cometa di Giulio +Cesare.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note30"> +<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.  </span>Pasticci rinomatissimi fatti di fegato di oche.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note31"> +<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.  </span>Attrice.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note32"> +<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.  </span>Poeta comico.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note33"> +<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.  </span>Poeta tragico.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note34"> +<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.  </span>Attrice.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note35"> +<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.  </span>Traduttore di Cornelio.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note36"> +<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.  </span>Direttore del ballo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note37"> +<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.  </span>Ballerina.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note38"> +<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.  </span><i>Toelette</i> e <i>costume</i> sono francesismi legittimati dall’uso.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note39"> +<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.  </span>“Tout le monde sut qu’il mettait du blanc; et moi, qui n’en +croyais rien, je commençai de le croire, non seulement par l’embellissement +de son teint et pour avoir trouvé des tasses de blanc sur sa +toilette, mais parce qu’entrant un matin dans sa chambre, je le trouvai +brossant ses ongles avec une petite vergette faite exprès, ouvrage qu’il +continua fièrement devant moi. Je jugeai qu’un homme qui passe +deux heures tous les matins a brosser ses ongles, peut bien passer quelques +instants à remplir de blanc les creux de sa peau. +</p> + +<p class="indr"> +<i>Confessions</i> de Jean Jacques Rousseau, liv. <span class="smcap lowercase">VII</span>. +</p> + +<p> +Rousseau volendo riformare la società, incominciò dal vestiario. +Così fecero tutti i grandi riformatori. Così fece Pietro il Grande in Russia +nel secolo decimo settimo; così ha fatto, ai giorni nostri, il Sultano +Mahmud in Turchia. Rousseau depose la perrucca; tutti i contemporanei +l’imitarono, e colla perrucca deposero l’idee inerenti a quella, le +idee barbare e stolte del medio evo. Così nacque il <i>costume</i> moderno +che ebbe per cuna Parigi. Tutto il mondo accettò le mode di Parigi; +tutti i popoli presero, per così dire, la livrea francese. E d’allora in poi +tutti i popoli, <i>volens, nolens</i>, stanno sotto l’influenza francese. Ma l’unità +di vestiario addurrà l’unità di misure, di moneta e di lingua.... dove ci +fermeremo in tale strada? Forse tutti i popoli formeranno fra qualche +secolo un sol popolo!... Puschin ha ben ragione di dare grande importanza +alle cose di moda.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note40"> +<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.  </span><i>Le Suisse</i>, ossia introduttore, secondo l’uso di Francia. Così +chiamato perchè i primi che adempirono quello officio erano Svizzeri, +ma poi furono anche Francesi, come per esempio Petit-Jean, il quale +dice nei <i>Plaideurs</i> di Racine: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Il m’avait fait venir d’Amiens pour être <i>Suisse</i>.</p> +<p class="i10"> Atto I, Sc. I.</p> +</div></div> +</div> + +<div class="footnote" id="note41"> +<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.  </span>Guardie particolari dell’imperatore.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note42"> +<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.  </span><i>Aggomitare</i> non si trova nei vocabolari, ma essendo necessario +si può usare.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note43"> +<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.  </span>Allusione a certi versi scritti dal poeta Muravieff.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note44"> +<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.  </span>Lord Byron, che abitò molto Venezia e vi compose un canto di +<i>Childe Harold</i>, la tragedia dei <i>Due Foscari</i>, e altri poemi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note45"> +<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.  </span>Puschin era allora in Odessa.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note46"> +<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.  </span>Dicemmo nella Biografia che Puschin dal lato di sua madre +discendeva da un negro africano.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note47"> +<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.  </span>Nel <i>Prigioniero del Caucaso</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note48"> +<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.  </span>Nella <i>Fontana di Bakcisarai</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note49"> +<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.  </span>“<i>Il n’y a que les sots qui s’ennuient</i>” dice Beaumarchais +(<i>Barbier de Séville</i>, atto I, scena II), e ha ragione. Puschin vuol significare +che la scioperatezza genera la noia, e che i <i>dandy</i> si annoiano +perchè sono scioperati. Ma perchè scioperati? Perchè stolti.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note50"> +<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.  </span>In russo <i>barsccinu</i>, in francese <i>corvée</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note51"> +<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.  </span>Cioè che per educazione è francese o tedesco.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note52"> +<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.  </span>Primo verso d’un canto popolare russo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note53"> +<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.  </span>Nella cerimonia del matrimonio, secondo il rito greco, si mette +una corona di fiori sul capo degli sposi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note54"> +<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.  </span>Nome in uso nelle classi popolari soltanto.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note55"> +<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.  </span>È uso in Russia di tagliare parte dei capelli ai giovinotti che +devono arruolarsi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note56"> +<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.  </span>Cioè secondo la pronunzia viziosa di molti francesi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note57"> +<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.  </span>Bevanda fermentata che bevono le povere genti.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note58"> +<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.  </span>I beccamorti scavando una fossa (nel quarto atto dell’Amleto di +Shakespeare) ravvisano il cranio d’un buffone del re chiamato Yorick. +Amleto piange sopra di esso perchè l’aveva veduto in vita rallegrare con +le sue celie i conviti del re, ed esclama: <i>Poor Yorick!</i></p> +</div> + +<div class="footnote" id="note59"> +<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.  </span>Luogo famoso per una battaglia fra i Russi e i Turchi nella quale +questi ebbero la peggio.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note60"> +<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.  </span>Svetlana è una fata rinomata per la sua bianchezza e per la sua +potenza.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note61"> +<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.  </span><i>Giulia Volmare</i> nella <i>Nuova Eloisa</i> di G. G. Rousseau; <i>Malec +Adel</i>, romanzo di Madama Cottin; <i>Gustavo de Linard</i>, romanzo di +Madama di Krudner, la celebre amica di Alessandro I e istigatrice +della Santa Alleanza.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note62"> +<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.  </span><i>Delfina</i>, romanzo di Madama di Stäel.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note63"> +<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.  </span><i>Il Vampiro</i>, romanzo del Polidori, medico di Lord Byron; +<i>Melmoth</i>, di Mathurin; <i>Giovanni Sbogar</i>, di Carlo Nodier.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note64"> +<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.  </span>Imitazione della famosa ode di Saffo, il cui senso è questo: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Agli immortali Dei simil mi sembra</p> +<p class="i01">L’avventuroso che ti siede a lato,</p> +<p class="i01">E a sè vicino ode suonar la tua</p> +<p class="i09"> Voce soave,</p> +<p class="i01">E il tuo soave riso. A me nel seno</p> +<p class="i01">Quando m’appari, il cuor ferve e rimbalza;</p> +<p class="i01">E il labro ansante, quando ti rimiro,</p> +<p class="i09"> Non trova accento.</p> +<p class="i01">Muta è la lingua e come rotta. Fiamma</p> +<p class="i01">Sottil mi corre su per ogni vena;</p> +<p class="i01">Fugge la luce dalle mie pupille,</p> +<p class="i09"> Ronzan gli orecchi.</p> +<p class="i01">Freddo sudor m’inonda tutta; un brivido</p> +<p class="i01">Tutta m’invade; qual recisa pianta</p> +<p class="i01">Mi discoloro, e, come s’io morissi,</p> +<p class="i09"> Perdo il respiro.</p> +</div></div> +</div> + +<div class="footnote" id="note65"> +<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.  </span>Giornale morale e seccante.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note66"> +<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.  </span>Poeta anacreontico.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note67"> +<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.  </span>Poeta elegiaco francese.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note68"> +<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.  </span><i>Freischuetz</i>, è il capo lavoro del gran componista Maria Weber.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note69"> +<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.  </span>Macchina che serve a scaldar l’acqua per il tè. <i>Samovar</i> significa +<i>che bolle da sè</i>, αὺτοζἐων.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note70"> +<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.  </span>Il seduttore di <i>Clarissa Harlowe</i> in un romanzo di Richardson.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note71"> +<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.  </span>Questo pensiero pare tolto da un distico trovato scritto sopra +un muro dei pozzi di Venezia: +</p> + +<div class="poem"><div class="stanza"> +<p class="i01">Da chi mi fido mi guardi Dio,</p> +<p class="i01">Di chi non mi fido mi guarderò io.</p> +</div></div> +</div> + +<div class="footnote" id="note72"> +<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.  </span>Gallicismo inevitabile.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note73"> +<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.  </span>Pensiero antico quanto i mondi e che Puschin esprime esattamente +nelli stessi termini del <i>Viscardello</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note74"> +<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.  </span>Altro gallicismo necessario.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note75"> +<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.  </span>Poeta lirico, amico di Puschin.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note76"> +<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.  </span>Personaggio del <i>Corsaro</i> di Lord Byron. Ognun sa che Lord +Byron volle attraversare a nuoto lo stretto dei Dardanelli, ad imitazione +di Leandro che lo varcava per andar da Ero.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note77"> +<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.  </span>In russo <i>luccinca</i> che è propriamente un pezzetto di legno che +serve ai contadini di candela.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note78"> +<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.  </span>Famoso pubblicista.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note79"> +<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.  </span>Equipaggio con <i>tre</i> cavalli. <i>Tri</i>, tre.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note80"> +<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.  </span>Che fabbricano il miglior vino di Sciampagna.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note81"> +<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.  </span>Vino d’Ungheria.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note82"> +<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.  </span>Autore tedesco la cui famiglia era oriunda francese. Scrisse molti +romanzi d’argomento domestico.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note83"> +<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.  </span>Bisogna sapere che non essendovi in Russia buone strade maestre, +le communicazioni sono mercè della neve più facili d’inverno +che di primavera e d’estate.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note84"> +<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.  </span>Sorta di carrozza.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note85"> +<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.  </span>La <i>Prima neve</i>, poema del Principe Viasemschi celebre poeta +tuttora vivente.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note86"> +<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.  </span>In un’ode di Baratinschi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note87"> +<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.  </span>Pratiche superstiziose usate dal popol russo per conoscere il +futuro.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note88"> +<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.  </span>Questo è il modo che adoperano le ragazze superstiziose per +sapere il cuore del loro futuro sposo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note89"> +<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.  </span>Poema russo nel genere classico, cioè noioso.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note90"> +<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.  </span>Allusione ad una satira scritta da uno zio di Puschin e intitolata +<i>Il vicinante pericoloso</i>. Il nome di questo personaggio ridicolo +è appunto Buianoff e il poeta lo rappresenta come qui lo vediamo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note91"> +<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.  </span>Vino di Crimea.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note92"> +<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.  </span>Cioè le tavole da gioco.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note93"> +<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.  </span>Versta, distanza di cinquecento tese ossia di tremila piedi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note94"> +<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.  </span><i>Sagena</i>, tesa (6 piedi).</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note95"> +<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.  </span>Celebre trattore del <i>Palais royal</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note96"> +<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.  </span>Celebre fabbricante d’armi in Parigi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note97"> +<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.  </span>Chiedo venia al lettore per questa espressione poco italiana. È +forza ch’io l’adoperi per significare ciò che i russi chiamano <i>metstatel</i>, +i tedeschi <i>schwaermer</i>, i francesi <i>rêveur</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note98"> +<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.  </span>Altra espressione che puzza di francesismo. Ma è d’uso sì comune +che non mi fo scrupolo di adoprarla.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note99"> +<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.  </span>Autore di opere economiche.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note100"> +<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.  </span>Specie di tavola reale.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note101"> +<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.  </span>Le verste sono segnate da un palo altissimo; e siccome le verste +sono corte, a ogni momento, andando presto, se ne vede uno.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note102"> +<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.  </span>Stava facendo la calzetta secondo l’uso delle provincie.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note103"> +<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.  </span>Imitazione dell’esordio della prima Olimpiade di Pindaro.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note104"> +<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.  </span>Celebre lirico russo, di cui parlammo nella Biografia di Puschin.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note105"> +<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.  </span>Principale personaggio d’una ballata di Burger. Leonora non può +darsi pace della morte dell’amante; l’ombra di questi viene a prenderla +a cavallo e la porta seco in inferno.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note106"> +<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.  </span>Perdonino i puristi questo neologismo.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note107"> +<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.  </span>Vuole dire che il <i>vulgar</i> è frequente nella società russa.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note108"> +<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.  </span>Mi rincresce assai di adoperare tante voci francesi; ma non si +può fare altrimenti quando si descrivono i costumi dell’alta società. +Mi rincora il pensare che quasi tutti i termini francesi o i gallicismi +da me innestati in questa traduzione sono consecrati dall’uso e suonano +giornalmente sulle labbra delle persone bennate.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note109"> +<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.  </span>Disegnatore francese.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note110"> +<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.  </span>Nelle case russe sono sempre doppie le porte e le finestre.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note111"> +<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.  </span>Filosofo tedesco, autore delle <i>Idee sull’umanità</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note112"> +<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.  </span>Filosofo e novelliere francese.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note113"> +<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.  </span>Fisiologista francese, autore del libro <i>Della vita e della morte</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note114"> +<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.  </span>Medico francese, autore del libro sull’<i>Onanismo</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note115"> +<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.  </span>Filosofo francese, autore d’un dizionario critico dal quale Voltaire +trasse i suoi più validi argomenti.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note116"> +<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.  </span>Filosofo francese, autore del libro sulla <i>Pluralità dei mondi</i>, +primo tentativo fatto in Europa per rendere la scienza accessibile a tutte +le intelligenze.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note117"> +<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.  </span>Poeta persiano, autore del <i>Gulistan</i> (giardino delle rose) e di +altri poemi celebri.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note118"> +<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.  </span><i>Hetmann</i> o <i>ataman</i> chiamano i Cosacchi il loro comandante. +<i>Het-man</i> vien dal tedesco <i>hauptmann</i>, capitano.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note119"> +<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.  </span>Coda di cavallo che serve d’insegna.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note120"> +<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.  </span>Distintivo dell’etmanno.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note121"> +<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.  </span>Tutti nemici dei Russi. Samoiloff fu bandito in Siberia, e +Gardienco fu decapitato per ordine di Pietro I.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note122"> +<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.  </span>Venti mila soldati della Piccola Russia erano stati mandati in +Finlandia da Mazeppa.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note123"> +<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.  </span>Zalenschi, sbandito dalla patria, divenne il primario agente di +Mazeppa.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note124"> +<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.  </span>Orlic, stato secretario di Mazeppa, fu fatto, dopo la morte di +questo, etmanno della Piccola Russia da Carlo XII. Quando Carlo fu +sconfitto, Orlic si ritirò in Turchia, abbracciò la religione islamitica, +e morì a Bender nel 1726.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note125"> +<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.  </span><i>Boiar</i> significa propriamente guerriero; divenne poi sinonimo +di nobile.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note126"> +<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.  </span>Due boiari di Mosca parteggiavano per Mazeppa. Furono orribilmente +castigati.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note127"> +<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.  </span>Una delle chiese di Chieff.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note128"> +<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.  </span>Ceccel combatte l’esercito di Mencicoff.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note129"> +<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.  </span>Ciò fece Carlo in Dresda, dal re Augusto. Vedi Voltaire, <i>Histoire +de Charles XII</i>.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note130"> +<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.  </span>“Una bomba!” sclamò il secretario di Carlo. — “Ebbene, ripigliò +il re, che hanno le bombe che fare colla lettera ch’io ti detto?” Ma ciò +successe più tardi.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note131"> +<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.  </span>Carlo visitando di notte li accampamenti russi s’accostò a un +crocchio di cosacchi seduti intorno a un fuoco. Sparò il suo schioppo +e ne ferì uno. I cosacchi risposero con tre colpi, uno dei quali ferì Carlo +alla gamba.</p> +</div> + +<div class="footnote" id="note132"> +<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.  </span>L’empereur moscovite, pénétré d’une joie qu’il ne se mettait +pas en peine de dissimuler, recevait sur le champ de bataille les prisonniers +qu’on lui amenait en foule, et demandait à tout moment: “Où +est donc mon frère Charles?...” Alors, prenant un verre de vin: “A la +santé,” dit-il, “de mes maîtres dans l’art de la guerre!” Renschild lui +demanda qui étaient ceux qu’il honorait d’un si beau titre. “Vous, Messieurs +les généraux suédois,” reprit le Tsar. “Votre Majesté est donc +bien ingrate,” reprit le comte, “d’avoir tant maltraité ses maîtres.” +</p> + +<p class="indr"> +Voltaire, <i>Histoire de Charles XII</i>. +</p> +</div> +</div> + +<div class="tnote"> +<p class="tntitle"> +Nota del Trascrittore +</p> + +<p> +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione +minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a +pag. 244 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo. +</p> + +<p> +Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. +</p> +</div> + +<div style='text-align:center'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77714 ***</div> +</body> +</html> diff --git a/77714-h/images/cover.jpg b/77714-h/images/cover.jpg Binary files differnew file mode 100755 index 0000000..f12b25a --- /dev/null +++ b/77714-h/images/cover.jpg diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6c72794 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This book, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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