summaryrefslogtreecommitdiff
diff options
context:
space:
mode:
authorwww-data <www-data@mail.pglaf.org>2026-01-15 14:42:59 -0800
committerwww-data <www-data@mail.pglaf.org>2026-01-15 14:42:59 -0800
commit5ee421f1423c1601be8ad3465d29694fde2a8e65 (patch)
treed3e645d4fde249df39f0dcc8afa256a72be2c37f
Initial commit of ebook 77714 filesHEADmain
-rw-r--r--.gitattributes3
-rwxr-xr-x77714-0.txt7469
-rwxr-xr-x77714-h/77714-h.htm11878
-rwxr-xr-x77714-h/images/cover.jpgbin0 -> 428992 bytes
-rw-r--r--LICENSE.txt11
-rw-r--r--README.md2
6 files changed, 19363 insertions, 0 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes
new file mode 100644
index 0000000..6833f05
--- /dev/null
+++ b/.gitattributes
@@ -0,0 +1,3 @@
+* text=auto
+*.txt text
+*.md text
diff --git a/77714-0.txt b/77714-0.txt
new file mode 100755
index 0000000..6dd31ad
--- /dev/null
+++ b/77714-0.txt
@@ -0,0 +1,7469 @@
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77714 ***
+
+ RACCONTI
+ POETICI
+
+ DI ALESSANDRO PUSCHIN
+
+ POETA RUSSO,
+
+
+ TRADOTTI DA LUIGI DELÂTRE.
+
+
+
+ FIRENZE
+ FELICE LE MONNIER.
+ 1856.
+
+
+
+
+ Proprietà letteraria.
+
+
+
+
+ A SUA ALTEZZA
+
+ IL PRINCIPE LEONE CZERNICHEFF
+
+ AIUTANTE DI CAMPO
+ DI S. M. L’IMPERATOR DELLE RUSSIE.
+
+
+ _Principe_,
+
+_Inclito amante delle arti belle e della poesia, applaudiste altamente
+il mio disegno di volgere in lingua italiana alcuni poemi di Alessandro
+Puschin. E non solo mi deste all’opera conforto, ma voleste ancora
+essere a parte delle mie fatiche, giovandomi col consiglio, ogni qual
+volta il testo russo mi riesciva troppo oscuro e difficile. Bene
+è dunque ragione che in segno di gratitudine io iscriva in fronte
+a questo volumetto il Vostro illustre nome, ormai per sempre unito
+nel mio cuore al nome del principe Viasemschi, il quale, allorchè,
+nell’anno 1842, io visitai San Pietroburgo, si compiacque di darmi la
+prima idea di quei poemi, traducendomene a voce i più stupendi passi._
+
+_Spero che questo libricciuolo vi sarà caro e per l’omaggio reso al
+sommo poeta russo, e perchè queste pagine forse ridesteranno in voi
+la rimembranza dei giorni passati in riva all’Arno, nella città dei
+fiori._
+
+_Credetemi intanto, Principe_,
+
+ _di Vostra Altezza_,
+
+ Umil. servo, affezion. amico
+
+ =Luigi Delâtre=.
+
+_Firenze, a dì 20 di giugno 1856._
+
+
+
+
+CENNI
+
+INTORNO ALLA VITA DI ALESSANDRO PUSCHIN.
+
+
+Alessandro Puschin[1] nacque in Mosca a dì 26 di maggio dell’anno
+1799. Suo padre apparteneva a un’antica famiglia patrizia; sua madre
+discendeva da un negro africano che rapito dal natío paese in età
+di otto anni, fu condotto a Costantinopoli, esposto nel bazar delli
+schiavi e venduto all’ambasciadore di Russia, il quale lo mandò in
+regalo come _oggetto di curiosità_ (diceva egli), allo Zar[2] Pietro
+il Grande. Questi lo fece battezzare, poi lo istituì suo paggio. Ma
+accortosi del singolare ingegno del fanciullo, lo inviò a Parigi,
+ove volle che gli fosse data una educazione liberale estesissima.
+_Hanibal_, così chiamavasi il giovine moro, manifestò gran disposizione
+per le scienze matematiche. Escito di collegio, entrò nell’esercito
+francese, prese parte alla guerra di Spagna, fu ferito, e tornò in
+Russia. Pietro gli conferì il grado di luogotenente. Nel 1727, Hanibal
+fu confinato in Siberia per aver offeso Menscicoff, che governava
+despoticamente in nome del piccolo Pietro II. Nel 1743, l’imperatrice
+Elisabetta lo richiamò dall’esilio, lo insignì di vari titoli, e
+finalmente lo nominò generalissimo. Suo figlio maggiore, Giuseppe
+Hanibal, menò vita agitatissima; ripudiò la prima moglie, ne sposò
+un’altra mediante una falsa fede di decesso; ma accusato di bigamia dal
+proprio fratello, venne condannato ad assegnare un’annua pensione alla
+prima moglie Maria, madre di Nadege, la quale nell’anno 1797, sposò
+Sergio Puschin, e lo rese padre del nostro poeta.
+
+Alessandro portava i segni di questa origine mezza slava, mezza
+africana. Aveva carnagione olivastra, naso alquanto schiacciato, narici
+rilevate e mobili, capelli ruvidi e naturalmente crespi, occhi d’un
+colore cupo indeciso. Focoso, impaziente, appassionato, si lasciava
+facilmente trasportare dallo sdegno; i suoi accessi di furore eran
+tremendi, ma duravan poco tempo, e tosto egli se ne pentiva e se ne
+scusava dicendo: «Non è mia la colpa; è quel diabolico sangue africano
+che mi fa impazzare.» Ciò non ostante, egli adorava sua madre, e
+rispettava altamente il suo zio materno Giovanni.[3]
+
+Il padre di Puschin era uno di quei gentiluomini dei quali Caterina
+II diceva: «Questi signori sanno il loro Molière a menadito.» Aveva
+belle maniere, vestiva con gusto, rispondeva con brio, amava la cucina
+francese e la letteratura francese. Diede a suo figlio per precettore
+un emigrato parigino, il conte di Montfort, versatissimo nelle lettere,
+nella musica e nella pittura. Forse appunto per questa sua varietà
+di cognizioni il conte si occupava pochissimo del suo allievo, il
+quale, abbandonato a sè stesso, profittava della libertà concessagli,
+per introdursi di soppiatto nella biblioteca di suo padre e passarvi
+talvolta notti intere a leggere ogni specie di libri. Ma siccome la
+maggior parte dei libri che la componevano erano francesi, il giovine
+Puschin fu, sin dai più teneri anni, imbevuto di idee francesi. In
+età di undici anni già conosceva tutti i classici di quella nazione, e
+incominciava a scrivere in quella lingua. Lo dilettavano specialmente
+le commedie di Molière, e s’ingegnava ad imitarle in piccole farse
+che egli rappresentava davanti a sua sorella, sopra un teatrino da
+lui fabbricato. Puschin era a un tempo stesso autore e attore; la
+sorellina faceva da pubblico. Una volta recitò uno schermo intitolato
+_L’escamoteur_. Il pubblico fischiò. L’autore si consolò dettando
+contro sè stesso il seguente epigramma:
+
+ Dis-moi, pourquoi L’_Escamoteur_
+ Est-il sifflé par le parterre?
+ Hélas! c’est que le pauvre auteur
+ L’escamota de Molière.
+
+Qui noteremo di passo, che anche l’illustre Gœthe ebbe una educazione
+tutta francese, e che appena giunto all’età di nove anni scrisse una
+commediola francese che fu il suo primo saggio letterario. L’autore
+del _Misogallo_, Vittorio Alfieri, trovossi appresso a poco nelle
+stesse circostanze; e la lingua francese gli era sì familiare, che in
+essa abbozzava le sue tragedie prima di verseggiarle in italiano, come
+attestano i manoscritti suoi depositati nella Biblioteca Laurenziana di
+Firenze.
+
+Questa funesta predilezione per una lingua straniera, avrebbe forse
+privato la Russia di un gran poeta, se la fortuna non avesse posto
+argine al male, scegliendo per istrumento delle sue volontà una umile
+serva, la balia di Puschin nominata Irene Radionovna, la quale ridestò
+nel suo allievo l’amore del patrio idioma. Se egli gallicizzava il
+giorno con suo padre e coi maestri, la sera ridiveniva russo colla
+sua balia, che gli narrava in un linguaggio pittoresco, energico e
+leggiadro, mille istorie e tradizioni popolari, alcune delle quali
+egli, più tardi, trattò in verso.
+
+Quando arrivò all’età di dodici anni, entrò al Liceo di Zárscoie-Seló,
+fondato dall’imperatore Alessandro I. Quell’educazione collettiva
+regolare e monotona, quella disciplina rigida e cavillosa, stettero
+quasi per soffocare i germi dell’ingegno di Puschin. I professori
+malcontenti non davano di lui se non ragguagli sfavorevoli. Uno di
+essi, il signor Cunizin, così si esprimeva riguardo a Puschin, in un
+suo rapporto:
+
+«L’allievo Alessandro Puschin ha intendimento e perspicacità, ma manca
+di applicazione. Non è capace d’occuparsi che di oggetti futili; quindi
+fa pochi progressi negli studi, e men che in altro, nella logica.»
+
+Probabilmente, nel redigere questo certificato di futilità, il
+professore Cunizin pensava ai versi che già Puschin dettava, e che
+facevano le delizie di tutti i suoi condiscepoli. Alcuni di codesti
+saggi capitarono fra mano al celebre poeta Giucovschi traduttore
+dell’Ariosto, di Wieland e d’Omero: meravigliato della grazia che
+osservò in quelli, indirizzò una epistola all’autore, e gli offrì
+in dono uno dei suoi volumi. Puschin, giustamente superbo di tali
+distinzioni, scrisse sopra una pagina del suo giornale: «Giucovschi
+mi ha regalato una sua opera!!!» Questo dono fece epoca nella vita del
+giovine alunno delle Muse.
+
+Nell’anno 1815, scrisse, in occasione della distribuzione dei premii,
+un poemetto intitolato: _Rimembranze di Zárscoie-Seló_. Fu letto
+pubblicamente nell’adunanza solenne alla quale assisteva il venerabile
+Dergiavin, lirico celeberrimo, autore dell’inno _A Dio_, che trovasi
+tradotto in tutte le lingue colte d’Europa. Il conte Rapumovschi
+avendo chiesto se Puschin che scriveva tanto bene in verso, saprebbe
+scrivere egualmente bene in prosa, Dergiavin pose la destra sul capo
+del fanciullo, esclamando: «È nato poeta; sarà assai più utile; non lo
+distogliamo dalla sua vocazione.«
+
+Durante il suo soggiorno nel Liceo, vale a dire dal 1812 al 1817,
+Alessandro Puschin produsse più di cento venti lavori poetici, e
+incominciò il poema di _Ruslano e Liudmila_, che compì nel 1818, e
+diede alle stampe nel 1820. Questo poema, cavato dalle tradizioni
+popolari slave, non incontrò l’esito che poteva aspettare l’autore,
+e suscitò critiche acerbe e violenti, sebbene fosse il primo poema
+in lingua russa che sostenesse la lettura. Fino allora _poema_ e
+_seccatura_ erano stati sinonimi.
+
+Imbevuto delle dottrine liberali di Voltaire e di Rousseau, Alessandro
+Puschin non era un suddito molto rispettoso ed obediente, e ardiva non
+di rado biasimare gli atti del governo. Tale intemperanza di lingua fu
+cagione che l’imperatore lo mandò in bando nella Russia meridionale,
+verso l’anno 1820. Questo viaggio forzato non fu sterile per le
+lettere.
+
+La prima città ove abitò fu Chiceneff. Ivi stava sotto la guardia
+del generale Inzoff, il quale diceva che gli costava meno fatica il
+governare una provincia, che il sorvegliare un poeta. «Dapprima, diceva
+egli, mi toccava avergli sempre gli occhi addosso: ogni giorno qualche
+scapestraggine, qualche pazzia cui bisognava rimediare. Quando era
+troppo indocile lo mettevo in arresto, e ponevo una sentinella alla sua
+porta; ma egli scappava per la finestra.... E allora chi gli correva
+dietro?»
+
+Il generale Inzoff gli permise di fare una gita nella regione del
+Caucaso. Ivi il suo ingegno cambiò indole e natura. «Io divengo
+malvagio, scriveva a un suo amico, o piuttosto, io divengo buono,
+poichè mi stacco dalle cose di questo mondo. Aspettatevi a qualche
+produzione _byroniana_.»
+
+E tenne parola, componendo in quei deserti _Il prigioniero del
+Caucaso_, e il primo canto di _Eugenio Anieghin_.
+
+L’astro di Byron era allora nel suo meriggio, ed eclissava tutti gli
+altri luminari del Parnaso. Puschin, rischiarato da quello, vide le
+cose sotto un nuovo aspetto, e trovò nuovi colori per descriverle.
+Così, mentre il genio di Byron inspirava Lamartine in Francia, si
+suscitava un emulo e quasi un fratello in Russia.
+
+Nel 1822, Puschin lasciò Chiceneff senza avvertire nè il governatore,
+nè alcuno dei suoi conoscenti e amici. Il generale e tutti gli abitanti
+stavano in una mortale inquietezza. Tutti domandavano: «Dov’è? Perchè è
+partito? Che gli sarà successo?»
+
+Frattanto, il poeta fuggitivo si dirigeva verso i confini dell’impero
+in compagnia di.... Chi lo crederebbe? di una truppa di zingari
+erranti. La cronaca scandalosa di quel tempo attribuisce ai soavi
+sguardi, al dolce sorriso, alle belle forme della zingarella _Mariola_,
+la disparizione del poeta.
+
+Tornato a Chiceneff, dovè passare alcuni giorni in prigione, durante i
+quali imaginò e schizzò il suo poema delli _Zingari_. Ma non lo terminò
+che nel 1824, perchè già egli sentiva la necessità di maturar meglio i
+suoi lavori.
+
+Percorse anche la Crimea, e fra le città che visitò, più d’ogni
+altra lo dilettò Bakcisarai, antica residenza dei _khan_ tartari,
+dei quali tuttora esiste il palazzo costruito nel più ricco stile
+dell’architettura moresca. Queste rovine gli suggeriron l’idea del suo
+poema intitolato la _Fontana di Bakcisarai_.
+
+Nel 1824, cessato il suo esilio nella Russia meridionale, egli si recò
+al suo castello di Micailovschi (nel governo di Pscoff). Vi rimase fino
+al mese di settembre del 1826. Non gli era ancora permesso di abitare
+Mosca nè San Pietroburgo; tal divieto fu levato dall’imperatore Nicolò,
+nel giorno del suo incoronamento.
+
+Dalla villa di Micailovschi, così scriveva Puschin ad un amico: «_J’ai
+jeté ma gourme_ nelle provincie meridionali dell’impero. Reduce nel
+_Castel natio_ (sic) mi son trovato solo a solo con me stesso in faccia
+all’elemento russo schietto schietto. Mio padre e la sua comitiva
+francese sono altrove. Finalmente sto in balía della solitudine, quella
+tremenda donna che foggia a modo suo gli spiriti a lei affidati. Per
+forza ho dovuto spogliare il vecchio uomo, raccogliermi in me stesso e
+meditare.»
+
+Nei primi tempi del suo soggiorno a Micailovschi, Puschin parve aver
+affatto rinunziato alle sue follie giovanili. Stava quasi sempre
+solo, studiava molto, lavorava moltissimo, e passava le serate colla
+sua vecchia balia Irene Radionovna, di cui abbiamo già parlato. Egli
+diceva che la buona Irene aveva rifatto la di lui educazione aprendogli
+l’adito al mondo fantastico dei racconti popolari, e che ad essa andava
+debitore della sua cognizione degli usi e delle tradizioni nazionali.
+
+Oltre a queste lezioni private nel proprio domicilio, egli ne prendeva
+anche delle pubbliche per le piazze e per le campagne. Spesse volte
+s’insinuava fra i contadini, frequentava le taverne, ad oggetto di
+cogliere a volo le locuzioni, gli idiotismi che egli dichiarava _tout
+parfumés d’une odeur de terroir_. Un giorno entrò in un salotto di
+Pscoff travestito da _mugìc_ (ossia contadino russo). Fu dileggiato
+molto per quella bizzarria; ma sarebbe stato ammirato invece, se si
+fosse saputo che egli in tal modo si poneva in grado di osservar
+dappresso i costumi popolari. Egli allora preparava il suo dramma
+di _Boris Gadunoff_, nel quale voleva, secondo la sua espressione,
+riprodurre _les traits vivants_ della nazione russa.
+
+«Non v’è cosa inutile in natura (dic’egli in una sua lettera); ogni
+cosa concorre all’armonia universale. Il linguaggio del più oscuro
+_mugìc_, le sue consuetudini e fino al suo _tulup_ (pelliccia) son
+cose degne della penna d’un poeta; soltanto bisogna saperne parlare in
+tempo opportuno. Anche le scene popolari e le rozze beffe della plebe
+appartengono al dominio della poesia. Il poeta non deve mai scendere
+alla trivialità per gusto e per elezione; deve evitare quanto più
+può lo stile plateale; ma quando non può fare altrimenti, deve con
+risoluzione tentar l’impresa....»
+
+«Racine, scrisse Puschin in un’altra occasione, è grande per la
+precisione, la purezza e l’armonia del verso. Ma il disegno e i
+caratteri della sua _Fedra_ sono il colmo della sciocchezza.[4] La
+verosimiglianza delle situazioni è la miglior regola per un poeta
+tragico. Non ho letto nè Calderon, nè Lopez de Vega; ma che genio è
+quel Shakespeare! Mi fa trasecolare! Quanto le tragedie di Byron sono
+meschine accanto a quelle di Shakespeare!...
+
+«I poeti, subito che hanno concepito un personaggio, voglion
+assolutamente che tutto ciò che dice porti l’impronta del suo
+carattere, come vediamo nei pedanti e nei marinai dei romanzi di
+Fielding. Se un cospiratore ha sete e chiede un bicchier d’acqua,
+bisogna che pronunzi quelle parole in un tono che sappia di
+cospirazione. Assioma assurdo! Shakespeare non teme di compromettere i
+suoi personaggi: li fa parlare con tutta la naturalezza, la semplicità
+degli uomini comuni, perchè sa sempre, quando l’azione lo esiga, metter
+loro in bocca un linguaggio adattato alla situazione.»
+
+Il dramma di _Boris Gadunoff_, bagnato di tanti sudori, non ebbe quel
+successo che il poeta presagiva. Ma in ricompensa, gli ultimi canti
+di _Eugenio Anieghin_ fecero furore. Cominciato nel 1825, e terminato
+nel 1832, questo poema viene stimato il più bel parto della musa di
+Puschin. Nei due primi canti si biasimò l’imitazione un po’ servile
+del _Don Juan_ di Byron, e quel personalismo che valse tante censure al
+bardo inglese. Ma nei canti seguenti, il poeta introdusse pitture così
+fedeli della società russa, osservazioni così giuste e fine sulle idee
+e sui vizi del secolo, che si conciliò l’ammirazione generale.
+
+A dì 3 settembre del 1826, come più sopra accennammo, Puschin
+ottenne il permesso di tornare a Mosca. Giunto in questa capitale,
+fu presentato all’imperatore Nicolò che gli fece una gentilissima
+accoglienza e gli disse tralle altre cose: «Uno scrittore dotato di
+eminenti facoltà mentali deve applicare il suo ingegno a tramandare ai
+posteri le virtù del proprio paese.»
+
+Tutto quell’anno passò in feste e in banchetti. Ognuno voleva vedere
+e udire il gran poeta, le cui opere godevano di sì alta fama. Non
+trovò un solo istante per lavorare. «Da molto tempo in qua, scriveva,
+non impugno più la penna, perchè troppe mani mi conviene stringere, e
+troppi mazzetti di fiori offrire. Frattanto m’inebrio, non già di vino,
+ma di soavi sguardi, e di quel fumo di gloria che poi non è mica così
+acre come i poeti voglion far credere.»
+
+Nel 1827, Puschin tornò a San Pietroburgo, e si diede a una operosità
+instancabile. «Mi pagano, scriveva, _un ducato_ ogni verso che mi
+sfugge dalla penna.» Questa asserzione, che è esattissima, egli
+ripeteva con una certa vanità, e pretendeva far credere che non
+componeva se non per guadagnar danaro. Lo che però non è vero, giacchè
+fu appunto allora che egli si accinse a scrivere in prosa. «Conviene,
+diceva, accrescere il numero di quei che leggono; e per raggiunger tale
+scopo bisogna che coloro che scrivono adoprino la forma più accessibile
+al popolo, cioè la prosa.»
+
+Il suo primo frutto in questo genere, fu una novella intitolata: _Il
+negro di Pietro il Grande._ Poi pubblicò cinque altre novelle sotto
+lo pseudonimo di Bielchin; poi la _Dama di picche_ e la _Figlia del
+capitano_.
+
+Nel 1829, messe in luce il poema di _Pultava_, tratto dalla istoria
+russa. Lo scrisse in uno stile più purgato, più energico di quanto
+aveva scritto fino allora. Nondimeno il pubblico gustò poco questo
+nuovo capo-lavoro. Puschin provò molta afflizione di tale smacco.
+Per qualche tempo tenne broncio, poi si ritirò nella sua villa di
+Micailovschi. Lì si dilettò assai in vedere l’effetto che produceva
+tra quei buoni campagnoli. «Son divenuto l’oggetto della curiosità
+generale, dice in una sua lettera; _Munito_[5] non ecciterebbe maggiore
+attenzione. Quell’originale di N. N. ha fatto credere a un branco
+di bambini, i quali domandavano che cosa fosse il Puschin, esser io
+un fantoccio di zucchero da dividersi in tanti pezzi al _dessert_. I
+bambini vennero colla speranza di mangiarmi a modo di confetto.»
+
+Puschin voleva svincolare la letteratura russa dalla imitazione
+straniera, e dal così detto stile classico. I numerosi fautori di
+questa scuola non gli potevano perdonare tale audacia, e gli mossero
+aspra guerra. Avvezzi a quell’antica schiavitù, rifiutavano la libertà
+che veniva loro offerta. Così i cani nati fra i ceppi amano le loro
+catene, e s’avventano con furore contro chiunque tenti di spezzarle.
+Simil sorte attende tutti i novatori, tutti coloro che dicono alle
+vili turbe: «Il giaciglio ove state è buio ed insalubre; venite
+fuori all’aria aperta e pura, al chiaro sole!» La gente li respinge a
+sassate. Vuol marcire nel covile in cui marcirono i suoi padri, e in
+quello vuole che marciscano i suoi figli.
+
+Si pubblicavano in San Pietroburgo molti giornali, alcuni dei quali
+pagarono al gran poeta il debito tributo di lode, ma i più, fosse
+ignoranza, fosse gelosia, lo criticarono e insultarono in modo sì
+sconcio e villano, che peggio non si poteva trattare un malfattore.
+Puschin, da vero gentiluomo e da vero letterato, non si degnò mai di
+rispondere alle contumelie di quella inetta ciurmaglia; nè forse mai
+gettò la vista su quei fogli schifosi, i cui insulti onorano, perchè
+dettati dall’invidia, e le cui lodi contaminano, perchè sempre sospette
+di venalità.
+
+Gli amici di Puschin però menarono sì gran rumore di quelle inique e
+incessanti aggressioni, che alla fine egli medesimo non potè a meno di
+accorarsene; mentre avrebbe dovuto andarne superbo, poichè il biasimo
+ingiusto è un omaggio che la stoltezza rende alla virtù; e, come dice
+Schiller,
+
+ Das unrecht leiden schmeichelt grosse seelen.
+
+Verso il mese di marzo dello stesso anno 1829, sparve subitamente senza
+far parola a nessuno, e qualche settimana dopo la sua partenza, si
+intese con stupore che il gran poeta erasi trasferito all’esercito del
+Caucaso. Ognuno fece le sue congetture intorno a questo inaspettato
+viaggio; i più crederono che Puschin fosse ito a cercar nuove
+ispirazioni in quelle contrade longinque, dalle quali doveva tornare
+(dicevano) con un’ampia mèsse di nuovi poemi. Ma lo scopo suo non era
+precisamente tale, giacchè in una sua lettera di quel tempo trovasi
+questo passo:
+
+«Io ho veduto il popolano russo maneggiare la zappa: voglio vederlo
+maneggiare lo schioppo.»
+
+L’esercito marciava allora verso l’Armenia sotto il comando del conte
+Paschievice; Puschin ottenne dal generale il permesso di fare quella
+campagna in qualità di volontario.
+
+«Je suis, scrive Puschin, le seul pékin dans le camp; aussi nos soldats
+(de fameux durs à cuire, par parenthèse) me prennent pour un prêtre
+luthérien, ce qui ne contribue pas à me mettre en bonne odeur auprès de
+leurs orthodoxies.»
+
+Assistè all’assedio e alla presa di Cars e di Erzerum; fece varie
+escursioni nelle provincie circostanti; quindi tornò a San Pietroburgo,
+non già con un pacco di versi, come pretendevano i prognosticanti, ma
+con l’animo più sereno e più placido di quando era partito.
+
+Nel 1830, il barone Delvig suo amico fondò la _Gazzetta letteraria_.
+Puschin cooperò a questa pubblicazione, e in essa comparve come
+prosatore non più pseudonimo, inserendovi articoli di critica, i quali
+però non sembrarono degni della sua alta riputazione.
+
+Fralle sue carte di questa epoca si sono rinvenute alcune note scritte
+col lapis, due delle quali riporteremo nella lingua in cui furono
+estese, per saggio del suo stile nella sua seconda lingua materna.
+
+«Depuis quelque temps l’on commence à parler beaucoup de nationalité à
+propos de littérature, et l’on se plaint de l’absence de cet élément
+indispensable. Mais nul encore n’a songé à en faire une définition
+rationnelle. Les uns prétendent que la nationalité en fait de
+littérature, ou plutôt le _popularisme_ dans la bonne acception du mot,
+consiste dans le choix des sujets tirés exclusivement de l’histoire
+du pays. D’autres la voient dans les mots, les tours de phrase, les
+expressions, c’est-à-dire qu’ils se réjouissent d’entendre parler le
+russe perdes Russes! Singulière découverte!
+
+»Le mérite du caractère national dans un écrivain ne peut être
+complètement apprécié que par ses compatriotes; pour les étrangers
+ce mérite n’existe pas, et peut même leur paraître un défaut et non
+une qualité. Un critique allemand se moque de la politesse outrée
+des héros de Racine; un français sourit en voyant la provocation
+brutale de Carion dans Caldéron.... Et pourtant tout cela porte le
+cachet national. Il y a une foule de traditions, d’usages, d’idées
+et même de sentiments qui appartiennent exclusivement à tel ou tel
+peuple. Le climat, le genre de vie, la religion, donnent à chaque
+peuple une physionomie qui lui est propre, et cette physionomie doit
+nécessairement se refléter plus on moins dans la poésie en Russie....»
+
+Qui finisce questa annotazione che ci rivela alcuni principii di
+Puschin in materia poetica. L’altra che abbiamo promesso di citare è
+politica.
+
+«.... La grande époque de la renaissance n’eut aucune influence sur la
+Russie. La secousse salutaire imprimée par les croisades n’exerça pas
+de réaction sur nos mœurs. Mais, en revanche, la Russie avait une haute
+prédestination.... Ses plaines immenses engloutirent les forces des
+Mongols, et arrêtèrent les barbares aux confins extrêmes de l’Europe.
+Les Mongols n’osèrent s’aventurer plus loin, en laissant derrière eux
+la Russie, toute vaincue qu’elle était.»
+
+Sin dall’anno 1828, Puschin aveva conosciuta in Mosca la signorina
+Natalia Ganceroff, la cui bellezza veramente straordinaria colpiva
+tutti d’ammirazione. Un poeta non poteva essere insensibile a tante
+attrattive. Puschin ne fu vivamente commosso.
+
+Nel 1830, la corte si trasportò a Mosca. La presenza dell’imperial
+famiglia diede luogo a conviti, a feste di ballo, nelle quali spiccò
+quasi sola la bellezza di Natalia Ganceroff. Tutti ne parlavano con
+maraviglia. La fama di quel trionfo giunse alli orecchi di Puschin,
+il quale trovavasi allora in San Pietroburgo. Lasciò immantinente
+quella capitale e si recò a Mosca. Chi può sapere che sentimento
+s’impadronisse di lui in quel frangente, se l’amore, la gelosia o la
+vanità? Comunque sia, a’ dì 21 di aprile di quell’anno, Puschin chiese
+in isposa _la bella delle belle_, come egli la chiamava, e in quello
+stesso giorno essa gli veniva concessa.
+
+«Je voulais me livrer cette année-ci» dice egli ad un amico, «à des
+études philologiques, et me voilà dans la psychologie jusqu’au cou.
+J’étudie la _carte de Tendre_, et je file le parfait amour, ce qui
+prouve que l’homme propose et que la femme dispose!»
+
+Dopo tre mesi di corteggiamento, Puschin lasciò Mosca per andar a
+prender possesso della villa di Boldino che gli era offerta in dono
+dalla sua famiglia in occasione del suo futuro matrimonio. Vi rimase
+quattro mesi, durante i quali mise in ordine le sue poesie, e ne
+compose alcune nuove.
+
+Il colera frattanto infieriva in Mosca ove stava la sua giovine sposa.
+Puschin non si mosse da Boldino. Si scusò dicendo che non era possibile
+di traversare i cordoni sanitari. Ma la verità si è che la Musa
+esercitava ancora un grande impero sul cuore di Puschin, e che egli era
+più idoneo alla vita celibe che alla vita coniugale.
+
+Le nozze furono celebrate in Mosca il dì 8 febbraio dell’anno 1831.
+Un mese dopo, i nuovi sposi si domiciliavano a Zárscoie-Seló, e quivi
+incominciò Puschin a sentire le noie e i tormenti del matrimonio. Nelle
+sue lettere si lagna del suo nuovo stato, e in particolare della spesa
+enorme cui lo astringe.
+
+«Fais-moi savoir, de grâce,» scrive ad un amico «quelle est la quantité
+de viande nécessaire pour la nourriture de deux êtres humains dont
+l’un est un peu de la race des Péris (sua moglie), et l’autre très
+peu mangeur de sa nature. Mon Vatel[6] consomme des quartiers de bœuf
+capables d’alimenter l’estomac de plusieurs Gargantuas. Tu me feras
+plaisir en m’apprenant aussi quelle est à peu près la quantité de sucre
+que peut consommer un modeste ménage. Madame ma sommelière prétend
+qu’il lui en faut une livre et demie pour les jours ordinaires, et
+autant, je crois, en plus pour les jours extraordinaires. J’engage ma
+belle Péri à meure sous clef thé et sucre, mais elle affirme qu’elle
+a bien assez de tenir sous clef ma personne. Je fais le gros dos à
+ce propos. Ici à Tsarsoe-Sélo je ne tiens pas équipage, et pourtant
+l’argent coule comme une fontaine: que sera-ce donc, mon Dieu! quand
+les quadrupèdes viendront se joindre aux bipèdes, pour manger au
+ratelier du poète?»
+
+Qualche tempo dopo gli era assegnato un impiego di cinque mila rubli
+all’anno, colla facoltà di consultare gli archivi di Stato. Puschin si
+valse di questo permesso per raccogliere i materiali ad una istoria di
+Pietro il Grande, di cui però non lasciò se non brevissimi squarci.
+
+Nello stesso luogo dimorava il poeta Giucovschi, già mentovato più
+sopra, col quale Puschin contrasse una amicizia la quale non dovea
+cessare che colla vita.
+
+Un altro intimo amico di Puschin, il barone Delvig, di cui fu già
+parlato, editore della _Gazzetta letteraria_ e dei _Fiori del Norte_,
+morì il dì 14 di gennaio del 1831. Questa perdita immerse Puschin nella
+più profonda disperazione. Fra i molti ricordi che consacrò a Delvig,
+troviamo il seguente in una lettera:
+
+«J’ai connu Delvig au Lycée. Je fus témoin, le premier, de l’indicible
+développement de son âme poétique... Je lisais avec lui Derjavine
+et Joukovsky. Je m’entretenais avec lui de tout ce qui agite l’âme,
+de tout ce qui remue le cœur. Sa vie est riche non en évènements
+romanesques, mais en beaux sentiments, en confiance et en bon sens
+lumineux.»
+
+L’anno seguente, Puschin continuò i _Fiori del Norte_, a profitto
+della famiglia di Delvig, e vi inserì varie sue piccole poesie. Nel
+1832, pubblicò un altro volume di quella raccolta, e fu l’ultimo. Nello
+stesso anno si diede con impegno allo studio dei documenti per la vita
+di Pietro il Grande. Le memorie relative al ribelle Pugacceff destarono
+in lui una sì viva curiosità, che determinò di trattare separatamente
+l’istoria di quella insurrezione, e tosto pose mano all’opera. Volendo
+poi dare al suo lavoro quel colorito di verità che risulta dalla
+perfetta cognizione non solo del carattere dei personaggi, ma bensì del
+teatro degli eventi, si trasferì, nel 1833, nella Russia orientale per
+visitare i luoghi illustrati dalle lotte e dalla sconfitta del famoso
+settario. La monografia della ribellione di Pugacceff comparve nel
+1834.
+
+Nel 1836, Puschin fu nominato gentiluomo di camera dello Zar Nicolò;
+ma la perdita di sua madre, succeduta poco dopo, gli amareggiò tal
+piacere. Accompagnò quella sacra spoglia al cimitero di Sviatogorschi,
+e, quasi presago della propria prossima fine, egli segnò, accanto alla
+fossa della cara genitrice, il posto ove voleva essere seppellito.
+
+Tutti i biografi stendono un velo sulle cause della morte di Puschin.
+Ci è dunque forza imitare in parte il loro silenzio. Ci contenteremo
+di notare che Puschin, a dritto o a torto, credendosi tradito dalla
+consorte, sfidò in duello colui ch’egli sospettava d’avergli rapito
+l’onore, e in quel duello ricevè una insanabile ferita. Trasportato
+nella sua dimora, visse ancora due giorni in mezzo ad atroci torture.
+
+Il poeta Giucovschi, testimone degli ultimi momenti di Puschin,
+ne scrisse una narrazione circostanziata, di cui riferiremo la
+conclusione.
+
+«La mattina del 27 (gennaio 1837), disse al dottore Spaschi: «Mia
+moglie! chiamate mia moglie!» Poi volle vedere i figli. Dormivano;
+gli furono arrecati mezzo immersi nel sonno. Li guardò l’un dopo
+l’altro con attenzione e in silenzio; pose loro la destra sul capo, li
+benedisse, e accennò che si riportassero via. «Chi è qui?» domandò poi.
+Gli fu risposto: «Viasemschi e Giucovschi...» — «Fateli approssimare,»
+sclamò con voce bassa e fioca, Io presi la sua mano e la baciai,
+ma non potei far parola, e mi allontanai. Mi richiamò a sè: «Di’
+all’imperatore» soggiunse, «che mi rincresce di morire; che sarei stato
+tutto suo. Digli che gli auguro un lungo regno, e che bramo sia sempre
+contento di suo figlio, contento della Russia!» Poi disse addio al
+principe Viasemschi. Il conte Vielhorschi s’avvicinò allora, e Puschin
+gli strinse la mano. Sentiva la morte accorrere a gran passi; si
+affrettava di prender commiato dagli amici. Si tastò il polso, e disse:
+«La morte s’appressa....»
+
+»Allorchè si sparse per la città la notizia che Puschin stava in
+pericolo di morte, l’anticamera dell’appartamento si empì di gente.
+Era un flusso e riflusso continuo di persone d’ogni ceto che venivano
+ad informarsi dello stato di salute del gran poeta. Chi non poteva
+venire da per sè, mandava il servitore. Regnava una afflizione, un
+lutto generale nella città. Tutti prendevano una parte sincera al
+nostro cordoglio, e molti ne piangevano. Nè gli stranieri domiciliati
+in San Pietroburgo manifestarono meno simpatia dei Russi medesimi. In
+noi era naturale l’angoscia; ma essi come mai la dividevano? È facile
+la risposta. Tutti gli animi cólti son concordi in ammirare l’ingegno,
+e quando lascia questa terra anzi tempo, tutti lo piangono come un
+fratello diletto. Puschin non apparteneva alla Russia sola, ma al mondo
+intero; quindi è che tanti forestieri deploravano la sua precoce fine,
+con rammarico eguale al nostro.
+
+»Puschin mandò il dottor Dal a confortar sua moglie, sebbene egli
+stesso non avesse più nessuna speranza. Una volta domandò a Dal: «Che
+ora è?» Poi soggiunse: «Quanto tempo.... dovrò ancora.... soffrire!...
+Oh! per pietà.... più presto....» E ripeteva sovente: «Finirà in
+breve?... più presto per pietà!...» Ma in totale tollerò i suoi
+patimenti con una rassegnazione mirabile. Quando li spasimi divenivano
+troppo acuti, si torceva le mani, e mandava un sospiro, ma così basso
+che appena si poteva udire. «Ti convien soffrire molto, amico,» diceva
+Dal; «ma non trattenere i sospiri; ti faranno bene.» — «No,» replicava
+Puschin interrompendolo; «non voglio.... gemere.... mia moglie.... mi
+sentirebbe.... non voglio lasciarmi vincere.... dal dolore....»
+
+»Escii alle cinque della mattina, e tornai due ore dopo. Sembrandomi
+che avesse passato la notte con bastante calma, io sperava di trovarlo
+migliorato. Ma quando arrivai fui crudelmente disingannato. Arendt
+(altro amico di Puschin) mi assicurò che non compirebbe la giornata. Di
+fatto, il polso s’affievoliva di minuto in minuto; le mani divenivano
+fredde. Teneva gli occhi chiusi; di quando in quando alzava la
+destra per prendere del ghiaccio e fregarsene la fronte. Verso le due
+pomeridiane aprì li occhi, e domandò della conserva di lamponi. Gliene
+recarono una tazza. «Chiamate mia moglie,» sclamò con voce sonora;
+«ditele che mi faccia mangiare.» Essa venne, si pose ginocchioni a
+capo del letto, gli porse una cucchiaiata di conserva, e appoggiò la
+sua fronte su quella del moribondo. Puschin l’accarezzò dicendo: «Via,
+via, non sarà nulla; sto meglio, grazie a Dio; ritirati.» La quiete con
+che parlò, illuse la povera donna che si allontanò raggiante di gioia.
+«Ora,» disse al dottore Spaschi, «sta meglio.» In quel punto cominciava
+l’agonia. Eravamo tre intorno al letto: Vielhorschi, Turghenieff ed io.
+Dal mi disse all’orecchio: «Egli si spenge.» Con tutto ciò, serbava
+ogni sua facoltà intellettuale. Una volta stese la mano a Dal, e
+gliela strinse dicendo: «Alzami; più su;... più su....» Dal lo prese
+per le spalle, e lo tenne alzato; allora aprì gli occhi; rasserenò il
+sembiante e gridò: «Ho finito di vivere!» E lo ripetè, soggiungendo:
+«Non posso respirare; mi sento soffocare!» Furono queste le sue parole
+estreme. Tenevo lo sguardo fisso sopra di lui, e osservai che gli si
+gonfiava il petto. Volevo cogliere il suo ultimo sospiro sulle sue
+labbra; ma mi sfuggì. Puschin pareva dormire, ed era passato di vita
+senza che ce ne accorgessimo. Scorsero due minuti di profondo silenzio,
+dopo i quali chiesi: «Come sta?» — «È spento,» rispose Dal.
+
+»Erano le due e tre quarti pomeridiane del giorno 29 di gennaio....
+Fortunatamente pensai a far modellare in gesso il suo volto. I
+lineamenti non erano cangiati. L’espressione della fisionomia non era
+quella del dolore, ma bensì d’un sonno placido e felice. Quel giorno
+andai a desinare dal conte Vielhorschi, nella cui casa trovavansi
+tutti coloro che avevano assistito agli ultimi momenti di Puschin.
+Puschin stesso era stato invitato a quel pranzo, ordinato dal conte
+per celebrare l’anniversario della mia nascita. La seguente mattina,
+collocammo il corpo del poeta nel feretro, nel quale rimase esposto per
+ventiquattro ore. Più di dieci mila persone vennero a visitarlo: alcune
+lacrimavano; altre si fermavano estatiche a contemplarlo. Quella fredda
+immobilità da una parte, quella confusa agitazione dall’altra, quelle
+preghiere, quei lamenti in mezzo a quel tumulto, formavano un contrasto
+singolare, ed istillavano nel cuore una dolce e misteriosa melancolia.
+Il dì primo di febbraio, il corpo fu condotto alla chiesa delle
+Scuderie Imperiali, nella quale ebbe luogo la funzione funebre. I più
+illustri personaggi della capitale, e molti ambasciadori delle potenze
+estere, vollero essere presenti. Il terzo giorno ci adunammo per
+l’ultima volta intorno a quelle care reliquie; fu cantato l’offizio; fu
+deposto il feretro in una slitta che partì a mezza notte. La seguii per
+qualche tempo cogli occhi al lume di luna; poi svoltò una cantonata, e
+persi di vista per sempre tutto quello che in Puschin era terrestre.
+
+»La slitta attraversò il borgo di Micailoschi, e passò davanti alla
+piccola villa di Boldino nel governo di Pscoff, e sotto ai due pini che
+il poeta ha cantati.[7] Giunse al convento di Sviatogorschi la sera del
+5 febbraio. Il dì seguente, i monaci cantarono l’offizio, e inumarono
+il corpo nel terreno scelto dal poeta medesimo, presso alla fossa di
+sua madre.»
+
+Chiunque leggerà nel poema d’_Eugenio Anieghin_ la storia dell’infelice
+poeta Vladimiro, ucciso in duello dall’amico, sul fior degli anni, non
+potrà a meno di vedere in quella tragica fine come un presentimento
+e quasi una predizione della fine riserbata dalla sorte al nostro
+Puschin. Quasi tutte le circostanze di quel racconto concordano con
+quelle, purtroppo reali, della catastrofe qui sopra da noi accennata.
+Con giusta ragione, dunque, credevano gli antichi essere i poeti anche
+profeti.
+
+Byron morì di trenta otto anni e tre mesi; Puschin, di trentasette e
+otto mesi. Somigliò al bardo inglese nell’animo irrequieto, nello stile
+impetuoso come l’animo, nella vita errante, nella precoce morte.
+
+Fu certamente uno dei più potenti ingegni poetici di questo secolo,
+illustrato da Schiller, Gœthe, Byron, Moore, Manzoni, Lamartine e
+Vittorio Hugo. Non gli mancò che di vivere in un clima meno aspro,
+in una società più pittoresca, in un paese più libero, per dare alla
+sua fantasia tutto quello slancio di cui era capace; mentre, nelle
+condizioni in cui visse, dovè comprimerla sovente, come appare pur
+troppo in molti passi dei suoi scritti mutilati dalla censura.
+
+Nessuno prima di lui aveva maneggiato la poesia russa con quella
+disinvoltura e quella facilità che è uno dei distintivi della vera
+ispirazione. Troppo impaziente per limare attentamente i suoi versi,
+riesce talvolta negletto, ma non mai languido nè freddo. Il suo stile
+è sempre chiaro e limpido come un cristallo; qualità rara prima
+di Puschin, e di cui va debitore al suo grande amore della lingua
+francese, nella quale niente di oscuro può entrare. La stessa qualità
+attinse Gœthe alla stessa fonte.
+
+L’azione dei poemi di Puschin è semplicissima. Così è in molti
+capo-lavori antichi e moderni, nell’_Iliade_, nell’_Odissea_,
+nell’_Eneide_, nel _Fausto_, nel _Paolo e Virginia_, nel _Don
+Juan_. L’interesse del racconto non risulta dalla moltiplicità delle
+peripezie, dalla complicazione dell’intreccio, ma bensì dall’abile
+svolgimento d’una o due situazioni principali, dalla maestria colla
+quale il poeta delinea i caratteri, analizza le passioni, descrive
+gli accessorii. Questi pregi essenziali possedeva Puschin in altissimo
+grado, ed essi risplendono in tutti i suoi lavori.
+
+Non sembrami fondata l’opinione di alcuni critici che dichiarano
+Puschin un servile imitatore di Byron. Certamente l’influenza di Byron
+è manifesta nelli scritti del poeta russo, ma essa non vi predomina mai
+a segno di togliergli la sua libertà d’azione e d’inceppargli le ali; è
+un vento che lo sorregge nel suo volo ma che non lo trascina mai contro
+il suo volere.
+
+I Greci, per più secoli, protetti dalla sorte, liberi ed opulenti,
+vincitori dei barbari invasori, si diedero a cantare non già le doglie,
+ma i diletti della esistenza; non già le bellezze del mondo invisibile,
+ma quelle del mondo visibile pieno per essi di ninfe e di dei, di mirti
+ed allori. La loro poesia era la poesia della vita.
+
+Fra gli orientali avvolti in continue calamità, ebbe origine la
+contemplazione solitaria (_rêverie_). Fra essi per la prima volta
+risuonarono quelle parole tremende: «Maledetto il giorno in cui fui
+generato! Sia quel giorno cancellato dal numero dei giorni!...» Dai
+lamenti di Giobbe e di Geremia derivò la poesia della disperazione,
+del disprezzo d’ogni cosa mondana, la poesia delle rovine e della
+morte; quella poesia infine che senza posa mostra all’uomo il sepolcro
+spalancato. Ma mentre Giobbe in mezzo alle tenebre del dubbio e del
+dolore fa risplendere l’autorità d’un Dio onnipotente e benefico,
+i poeti della melancolia sopprimono quasi del tutto quell’alta
+intervenzione e abbandonano l’uomo a sè stesso su questo suolo deserto
+composto delle nostre ceneri e intriso delle nostre lacrime. Tale è
+l’impressione che ti lasciano nell’animo le _Confessioni_ di Rousseau,
+il _Werther_ di Gœthe, il _René_ di Chateaubriand, il _Childe Harold_
+di Byron. Vi sono poi quelli che levato via il principio del bene vi
+sostituiscono a dirittura il principio del male e fanno l’uomo un
+vil ludibrio d’una cieca ed iniqua fatalità. Da tale atroce teoria
+procedono il _Candido_ di Voltaire, il _Don Juan_ di Byron.
+
+Puschin non trascorre in tali eccessi. La sua Musa è piuttosto ilare
+che mordace, piuttosto graziosa che grave. Il suo _Eugenio Anieghin_,
+che a prima vista sembra partecipare assai del _Don Juan_, somiglia,
+ora ad un leggiadro idillio, ora ad una festosa novelletta, e quel c’ha
+di tragico è condito di tanta amenità che non t’inspira orrore.
+
+ * * *
+
+Prima di chiudere questo preambolo, fa d’uopo ch’io dia alcuni
+schiarimenti intorno alla mia traduzione. Quando si tratta d’un libro
+greco o latino, il traduttore è astretto a una esattezza scrupolosa,
+perchè ogni scritto di quei tempi è un monumento prezioso per la
+scienza, più ancor che per le lettere. Ma quando si tratta d’un autore
+moderno, il traduttore, credo, può prendere qualche licenza col testo
+per renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho
+aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena adombrato
+dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti inutili che facevano
+inciampo all’andatura del racconto; ho trasposto alcune particolarità
+che il poeta russo non aveva collocate nel loro ordine logico.
+
+Darò qui due esempi delle libertà da me prese.
+
+Nella strofa seconda del capitolo quarto del poema d’_Eugenio
+Anieghin_, il poeta dice:
+
+«La brina[8] ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante.
+(Il lettore s’aspetta forse che io metta alla rima alcune _rose_;[9] ma
+se le porti il diavolo).»
+
+Questa parentesi che è graziosa in russo, riesce in italiano una
+freddura. Ho dunque creduto bene di ometterìa.
+
+Il poema della _Fontana di Bakcisarai_, comincia in questo modo:
+
+«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella
+di lui bocca. I vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al
+minaccioso khan. _La calma regna nel palazzo_; tutti con rispettosa
+attenzione spiano ec.»
+
+Ho tradotto nel seguente modo:
+
+«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella
+di lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano
+silenziosi intorno al minaccioso khan. Tutti ec.»
+
+Evidentemente, quella circostanza della _calma_ va dove l’ho collocata
+io; perchè dove l’ha messa il poeta genera confusione, e interrompe
+senza utilità il corso del racconto.
+
+Puschin nell’_Eugenio Anieghin_ descrivendo i costumi della società
+galante, adopra un gran numero di voci francesi. Le ho mantenute nella
+mia traduzione perchè la maggior parte di esse sono note a tutti i
+lettori e usate anche in Italia nel discorso familiare. Il poeta vuole
+evidentemente deridere il linguaggio dei _dandy_ imitandolo.
+
+Solamente dopo finita questa traduzione, intesi che due poemi di
+Puschin: _Il prigioniero del Caucaso_ e _La fontana di Bakcisarai_,
+sono stati recati in versi italiani dal signor marchese Boccella. Ma
+per quanta diligenza abbia usata, non m’è venuto fatto di incontrare
+quel volume.
+
+Alcuni pezzi lirici del Puschin egregiamente volti in italiano dal
+signor Ignazio Ciampi, comparvero, l’anno scorso, in un volumetto
+stampato nella tipografia Le Monnier.[10]
+
+
+
+
+Forse un cenno intorno alla lingua russa non riescirà discaro ai
+lettori dei racconti di Alessandro Puschin.
+
+Ad eccezione del Turco, del Finnico, dell’Ungherese e del Basco, tutte
+le lingue europee derivano dal Sanscrito, antico idioma indiano. Queste
+lingue erano nell’origine cinque o sei sole, che poi si suddivisero in
+infiniti dialetti. Ecco un breve quadro sinottico della famiglia:
+
+ =Sanscrito=.
+ |
+ | _Celtico._
+ | |
+ | | Erso.
+ | | Irlandese.
+ | | Gaelico ec.
+ |
+ | _Greco._
+ | |
+ | | Dorico.
+ | | Attico.
+ | | Ionio.
+ | | Eolico ec.
+ | | Romaico ossia greco moderno.
+ |
+ | _Latino._
+ | |
+ | | Etrusco ed ombro.
+ | | Osco.
+ | | Provenzale. Italiano. Spagnuolo. Portoghese.
+ | | Vallacco. Francese ec.
+ |
+ | _Gotico e Teutonico._
+ | |
+ | | Svedese.
+ | | Danese.
+ | | Tedesco.
+ | | Orlandese.
+ | | Inglese ec.
+ |
+ | _Slavone._
+ | |
+ | | Lituano.
+ | | Russo.
+ | | Illirico.
+ | | Pollacco.
+ | | Boemo ec.
+
+In tutte queste lingue le radici primordiali sono le stesse; il
+sistema di declinazione e di coniugazione è lo stesso; il metodo di
+derivazione e di composizione è lo stesso. Chi dubitasse di tal verità
+consulti le opere ove se ne trova la dimostrazione, e in ispecie: la
+_grammatica comparativa_ di Francesco Bopp, le _Ricerche etimologiche_
+di Federico Pott, il Sunto di questi lavori, fatto dall’Eichhoff nel
+libro intitolato _Parallèle des langues de l’Europe et de l’Inde_, e
+finalmente il mio libro: _La langue française dans ses rapports avec le
+sanscrit et avec les autres langues indo-européennes_.
+
+La lingua russa deriva direttamente dallo slavone. Non v’è mischiato
+nessuno altro idioma, e presenta in ogni sua parte un carattere
+omogeneo, regolare, armonico, che manca a molti idiomi moderni più
+coltivati e più illustri.
+
+Per la declinazione, la lingua russa e la pollacca sono le sole
+europee che possano gareggiare col latino. La lingua russa non
+conosce li articoli, quel flagello dei dialetti neo-latini; esprime
+le relazioni dei vocaboli fra loro, a forza di desinenze come il
+Latino e il Sanscrito. Il Sanscrito ha otto casi: il _nominativo_,
+l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il _dativo_, l’_ablativo_, il
+_genitivo_, il _locativo_, il _vocativo_. Il russo e il pollacco ne
+hanno sette: il _nominativo_, l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il
+_dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. Il latino ne ha
+sei: il _nominativo_, l’_accusativo_, il _dativo_, l’_ablativo_, il
+_genitivo_, il _vocativo_. Il greco ne ha cinque: il _nominativo_,
+l’_accusativo_, il _dativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. La
+coniugazione sanscrita è molto ricca e complicata: la greca sola le
+può stare a confronto: la latina è povera in paragone di quelle, e la
+russa e la pollacca sono ancor più povere della latina; ma suppliscono
+ai tempi che loro mancano, mediante gli ausiliari _avere_ ed _essere_.
+Ciò nondimeno la lingua russa e la pollacca sono di tutte le europee
+le più alte a tradurre i testi latini con una concisione che gli altri
+idiomi, carichi di articoli, di particelle, di ausiliari, non possono
+raggiungere.
+
+
+
+
+IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO.
+
+
+I.
+
+I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle soglie dell’_aúl_.[11]
+I loro ragionamenti versano intorno ai pericoli della guerra, alla
+bellezza dei destrieri, alle delizie della vita alpestre; narrano
+le loro incursioni nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro
+sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi de’
+loro accorti capitani, la distruzione dei borghi incendiati e le tenere
+carezze delle captive dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo
+al silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori. Ma
+tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere che strascina dietro a
+sè un giovine prigioniero legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il
+Circasso vincitore. A quel grido tutto l’accampamento accorre in furia,
+e ogni cuore freme di vendetta. Il prigioniero muto, intirizzito, giace
+immobile colla testa bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non
+bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte sembra che già
+imbruni la di lui faccia e un feral gelo gli serpe per l’ossa.
+
+Rimane steso a terra, abbandonato e solo. Verso mezzo giorno, una
+lieta scintilla di sole gli irradia la fronte: ristorato da quel dolce
+calore, si sente rinascere, e pian piano solleva dal suolo il debil
+fianco; gira lentamente gli occhi intorno, e ovunque li fissa, niente
+altro distingue che monti inaccessibili, asilo d’un popolo di predoni,
+riparo e rôcca naturale dei Circassi. Serba appena una imagine confusa
+dell’accaduto; ma ode tintinnire le catene che gli gravano i piedi:
+quell’orribil suono gli richiama a mente la sua condizione funesta; e
+allora, più non scorge nè terra nè cielo. Addio, cara e santa libertà!
+Egli è schiavo.
+
+Ha per covile un recinto di pali fortissimi, contiguo alle capanne
+dei masnadieri. I Circassi vagano per la pianura; l’_aúl_ è vuoto
+d’abitanti; nessuno osserva il giovine Russo. Dinanzi a lui schiudonsi
+le profonde valli del Caucaso ammantate di verdeggianti selve; al di
+sopra schieransi in anfiteatro i gioghi e le guglie irte di ghiaccio.
+Un sentiero tristo e solingo sale e scende su quelle pendici, e
+svanisce per quelle foreste. A tal vista, il petto dell’infelice
+palpita commosso da violenti affetti.... Quel sentiero conduce in
+Russia, nella contrada ove altero, avventuroso, passò i più belli
+anni suoi; ove assaporò le prime gioie della vita, ove amò tanto,
+ove tanto soffrì, ove, finalmente, dopo aver lasciato nel vortice
+delle passioni la speranza, l’allegria, il desiderio, recuperò una
+seconda volta le illusioni dell’età fiorita. Adesso egli conosce gli
+uomini, e sa valutare a dovere questa nostra fugace esistenza. Fra i
+fiori dell’amicizia ha incontrato il laccio del tradimento; nel nappo
+dell’amore ha sorbito un veleno; ludibrio d’una vanità ch’egli pur da
+gran tempo aborriva, bersaglio della maldicenza bifida e della onesta
+calunnia, egli lasciò il patrio nido, e apostata della società, spiegò
+l’ali verso una riva longinqua, colla libertà per guida e per compagna.
+
+Ma ormai son caduti nel nulla tutti i suoi progetti, le ultime sue
+illusioni son andate fallite: egli è schiavo. Posa il capo sopra un
+masso che indorano li estremi riflessi del crepuscolo vespertino,
+e aspetta la morte. Già la luce del giorno è spenta. Uno strepito
+tumultuoso sorge in lontananza; i malandrini riedono agli _aúl_, armati
+di falci. La brace sfavilla nei focolari; a poco a poco il rumore si
+va placando, la calma e il riposo occupano la terra. La luna dirada
+l’oscurità e a quel tremolo bagliore l’occhio discerne nella valle un
+ruscelletto che saltella spumante di balza in balza, e le nuvole che
+s’attorcono qual turbante alle vette serene dei monti. Ma chi s’avanza
+con passo cauto e lento sotto la face dell’astro notturno? Il Russo
+si desta; vede una fanciulla circassa che a lui s’appressa; la mira
+con mestizia, ed esclama: “È un sogno quel ch’io miro, è una larva
+suscitata dalla mia delirante fantasia?”.... Col bel volto suffuso d’un
+sorriso di simpatia la vergine s’inginocchia accanto al prigioniero, e
+gli mesce una tazza di _kumi_[12] rinfrescante. Egli afferra la tazza,
+ma non pensa a gustarne; sugge invece i soavi raggi che piovono da
+quei begli occhi, e invaghito della vezzosa incognita, si affatica,
+ma indarno, di comprendere i suoni che vibrano su quelle rosee labbra.
+Non penetra il senso delle parole non udite avanti, ma capisce bensì la
+grazia di quello sguardo, il rossore di quelle guance, l’intonazione di
+quella voce che gli dice: “Coraggio!” Già il prigioniero si sente meno
+sconsolato. Gli si ravvivan le forze; erge il capo languido, e appaga
+l’ardente sete nella bevanda offertagli. Poi ricompone la testa sopra
+il sasso; ma non rimuove più la vista dalla gentil donzella, la quale
+sen sta a lungo seduta accanto a lui per confortarlo; e sebben egli non
+possa intenderla, pure essa segue a parlargli e parlandogli sospira; e
+i di lei biondi cigli s’imperlano di lacrime.
+
+Il tempo passa come onda. Il prigioniero incatenato mena i giorni pei
+monti custodendo la greggia. Il gelido arco d’una grotta lo difende
+dagli ardori del sole; e quando l’eburnea luna sorge sui colli, la
+gentil verginella, sboccando da un sentiero coperto e misterioso, gli
+arreca del _kumi_, del miele e della candida farina di miglio; divide
+seco lui quel pasto clandestino, e frattanto contempla assiduamente
+lo straniero. Finita la cena, gli modula le canzoni della Georgia;
+gli spiega coi gesti i termini che gli riescono oscuri, e fa di tutto
+per imprimergli nella mente qualche parola circassa. Essa ama per la
+prima volta, per la prima volta prova la voluttà; ma il Russo non può
+corrispondere a quell’affetto ingenuo, leale, sviscerato; forse teme
+di raccendere una antica fiamma da gran tempo sopita. La gioventù non
+fugge improvvisamente, la virtù sua non ci abbandona a un tratto, e
+spesse volte in età matura godiamo un diletto inaspettato: ma non ti
+ritroviamo mai più, cara illusione del primo amore, delirio celeste
+della prima passione; no, tu non torni più mai.
+
+Il prigioniero dissimulava il rammarico della sua perduta libertà,
+e sembrava essersi per disperazione rassegnato al suo nuovo e crudel
+destino. Durante le fresche ore mattutine, egli si reca a stento fra
+gli ispidi scogli; getta l’avido sguardo sulle lontane schiene dei
+monti grigi, cerulei, biondeggianti, maraviglioso quadro dipinto dalla
+natura. Le loro ardue sommità gli appariscono quai troni delle nevi
+eterne e delle tempeste. Framezzo a quei vertici sublimi spiccasi
+l’Elboro, colosso bicipite, cinto d’un diadema di gelo il cui splendore
+gareggia col chiaror degli astri. Allorchè scoppiavan le saette e
+rimbombava la voce del tuono mista a quella dei turbini, oh quante
+volte il prigioniero si fermò immobile sul cucuzzolo d’un poggio che
+sovrastava all’_aúl_! Le nubi fluttuavano come mare sotto ai suoi
+piedi; una colonna di polvere rotava per la steppa; il cervo impaurito
+ricoveravasi nelle caverne; le aquile si libravano inquiete intorno
+ai precipizi, e assordavano l’eco con acuti schiamazzi; il calpestío
+dei cavalli, il muggito degli armenti, facevan coro al suon della
+bufera. La grandine e la pioggia scrosciavano sui prati pei fori delle
+nuvole indorate dallo splendor dei lampi; mille torrenti, nati in un
+momento sulle groppe dei monti, squarciavano il terreno in ogni dove,
+e rovinavano abbasso levando seco ingenti blocchi di granito.... Il
+prigioniero frattanto solo sulle alture dietro il nembo e la folgore,
+aspettava che riedesse il sole apportator di calma, e ascoltava con
+secreto diletto l’impotente furore della burrasca.
+
+Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli i costumi di quei popoli,
+le loro pratiche religiose, il loro modo d’educazione. Ammirava
+la semplicità, l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari.
+L’incantava la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità dei loro
+passi, la robustezza delle loro braccia; si compiaceva in vedere il
+giovine circasso, il quale, colla berretta a punta sulla testa, colla
+_burca_[13] sulle spalle, incurvando il petto sul pomo della sella,
+assettando il piccol piede nelle staffe, varca i deserti illimitati
+sull’ali d’un destriero, e così s’indura da fanciullo ai pericoli
+della vita errante del bandito. Il Russo esamina con curiosità
+l’abbigliamento bellico di quegli eroi selvaggi. Ogni Circasso va irto
+di ferro; nell’armi sue ripone egli il suo onore e il suo bene; sempre
+ha indosso una maglia, un archibugio, una faretra, una balestra, uno
+stiletto, un laccio, e una sciabola compagna fedele delle sue fatiche
+e dei suoi riposi. Tale peso è per lui lieve, e porta quelli attrezzi
+in modo, che nemmen quando egli cammina fanno il minimo rumore. Fante
+o cavaliere, ogni Circasso ha aspetto truce e indomito, e combatte
+senza posa i neghittosi Cosacchi. Il Circasso ha per tesoro e per
+amico costante e paziente il suo corsiero, figlio dei più belli
+stalloni dell’Asia. Con questo si appiatta in un antro o fra l’erba
+fitta; tutto a un tratto, si slancia come fulmine sul viandante; in
+men che nol dico, abbatte l’infelice, gli avvolge un laccio al corpo,
+e dietro se lo tira a traverso i burroni e i dirupi. Il cavallo tocca
+terra col ventre; si fa strada dappertutto, per le paludi, per le
+macchie, pei dumeti, pei greppi e per le frane: una striscia di sangue
+segna i luoghi ove passa. Ecco, cápita a un torrente che trabocca: ma
+non perciò s’arresta; s’avventa impavido nel baratro spumoso, e il
+prigioniero immerso in seno alla voragine assaggia l’acqua torbida,
+e invoca la morte a liberarlo da tanti mali. Ma il vigoroso cavallo
+ha già raggiunto la riva e già riprende il suo corso a traverso il
+deserto.
+
+Alcune volte il Circasso ferma uno stipite sbarbicato che nuota in
+preda alle acque; e quando il cupo drappo della notte involve i colli,
+l’avventuriere depone sulle radici, o appende ai rami degli alberi
+circostanti la targa, la _burca_, la lorica, l’elmo, e non serba presso
+sè che il turcasso e l’arco; quindi entra pian piano e con risoluzione
+nelle rapide onde. La terra tace; il fiume ferve e rugge; il tronco
+galleggiante sen porta, come navicella, l’animoso sgherro. I Cosacchi
+sparsi sulle sponde e sulle erte, appoggiati alle aste, considerano
+il torrente scevri d’ogni sospetto, e già l’omicida sta loro vicino e
+li minaccia. A che pensi, o Cosacco? Riepiloghi forse le tue antiche
+prodezze, le veglie nei bivacchi, le preghiere alzate al cielo avanti
+la lotta per la patria? O rimembranze perfide!... Addio i liberi
+villaggi, il tetto paterno, il maestoso Tanai, le zuffe ardenti e le
+belle fanciulle! Il barbaro nemico già ti adocchia; la freccia scocca
+dall’arco, parte, sibila.... e il misero Cosacco, ferito a morte
+stramazza al suolo. Ma quando imperversano gli elementi, il Circasso
+se ne sta tranquillo colla sua famiglia accanto al focolare acceso;
+e allora, se il viandante stanco, sorpreso dalle tenebre, entra nel
+tugurio del guerriero e si asside sopra uno scanno, il padrone si
+rizza per far lieta accoglienza al forestiero, gli augura la buona
+venuta, e gli fa empire una ciotola di _tcikir_[14] odoroso. Lo
+straniero imbacuccato nel suo gabbano stillante di pioggia, riposa in
+sicurezza nella casipola affumicata, e, la mattina seguente, lascia con
+rincrescimento il queto ospizio ove ha pernottato.
+
+Fu un tempo in cui i giovani si adunavano per festeggiare il santo
+Beiram con mille giochi diversi. Ora, dividendo fra loro un turcasso
+pieno, trafiggevano coi pennuti strali l’aquila spaziante fralle nubi;
+ora, al cenno convenuto, piombavano impetuosi dal sommo di un colle, e
+come daini che radono appena il piano, correvano tutti a gara pei campi
+polverosi.
+
+Ma la pace monotona genera tedio nei cuori nati alle battaglie; e
+non di rado fra i divertimenti dei giorni d’ozio sorgevano tremende
+contese. Spesse volte in mezzo ai tripudi ed ai banchetti si vedevan
+balenar le scimitarre, e le teste degli schiavi rotolare a terra fra
+gli applausi feroci dei fanciulli.
+
+Il Russo si contentava d’assistere a quei sanguinosi scherzi, ma non
+vi prendeva parte. Anche egli avea provato la febbre della gloria e
+ambito una illustre fine. Martire d’un onore spietato, anche egli avea
+veduto la morte da vicino, esponendosi con calma e con fermezza alle
+palle micidiali dei duelli. Forse gli torna in mente, contemplando quei
+certami e quei simposi, il tempo in cui circondato d’amici egli sedea
+con essi a lauta mensa? — Forse lo ange la rimembranza dei dì spariti,
+delle speranze perdute? — oppure osserva con gaudio quei semplici
+e barbari diporti e con curiosità vi studia quasi in uno specchio,
+i costumi di quel popolo? Frattanto occulta in profondo silenzio
+l’agitazion del cuore, e non ne lascia trasparire il minimo segno sulla
+altera sua fronte. I fieri Circassi meravigliati del di lui contegno
+sdegnoso e audace, gli risparmiano le fatiche della servitù, superbi di
+possedere un tale schiavo.
+
+
+II.
+
+La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la conoscesti l’ebbrezza
+dell’anima, l’estasi e la beatitudine dei sensi. Le tue luci divampano
+d’amore e di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte,
+t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante di giubbilo e di
+brama, più non pensi che a lui solo, ed esclami: “O gentil prigioniero,
+rasserena lo sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo,
+oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco nel deserto, o
+arbitro del mio fato! Amami! Nessuno innanzi a te m’avea baciato gli
+occhi; niun Circasso dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla mia
+coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile. So che sorte
+mi attende: il padre e il fratello voglion vendermi a prezzo d’oro a un
+ricco cui aborrisco; ma supplicherò il padre e il fratello, e se non
+li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una forza irresistibile,
+soprannaturale, mi spinge verso di te; io t’amo, o gentil prigioniero,
+e l’anima mia è tutta tua....”
+
+Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far motto, la appassionata
+giovinetta, e ascolta con un tetro presentimento quelle affettuose
+parole. L’immagine dei giorni andati gli si affaccia al pensiero,
+e oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto.... La vista
+di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza più che piombo.
+Finalmente confida alla pietosa le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le
+dice; “non son degno della tua bontà. Non perder meco i dì preziosi di
+gioventù; dona il cuore a uno che meriti di goderlo e che ti vendichi
+della mia freddezza. Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua
+bellezza, il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini
+accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo privo di desideri
+e d’entusiasmo. Mira sulla mia fronte tutti gli indizi d’un infelice
+amore e d’una interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire
+le mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi prima,
+allorquando io credeva alla speranza e ai sogni del cuore? Ormai è
+troppo tardi. Io son morto alla felicità; tramontò per me l’astro
+del piacere; i miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce
+dell’amore....
+
+”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto coll’indifferenza, le
+lacrime di due begli occhi con un gelido riso! Dura condizione quella
+d’un amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra donna fralle
+braccia d’una appassionata fanciulla!...
+
+”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e immersa nella voluttà,
+lasci scorrere inosservato il tempo fugace, io, astratto, meditabondo,
+discerno innanzi a me, quasi in sogno, le sembianze della mia diletta;
+io la chiamo per nome; a lei mi appresso; non vedo, non sento più altro
+che lei: e mentre io giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non
+te, ma quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di lacrime
+l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna, e, senza di essa, l’anima
+mia è simile ad una vedova derelitta e tribolata....
+
+”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce, le acerbe memorie, e
+il pianto che non puoi divider meco. Udisti le mie sciagure; dammi un
+amplesso e separiamoci. Dolore di donna poco dura; presto ti scorderai
+di me; sopravverrà la noia, e amerai di nuovo.”
+
+La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse, col ciglio
+asciutto; il di lei sguardo torbido e immoto esprimeva un rimprovero;
+pallida come uno spettro essa tremava, e teneva la fredda mano
+impalmata in quella dello straniero; finalmente sfogò l’interno affanno
+in questo modo:
+
+“O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per la vita prima di conoscere
+i tuoi casi? Poche notti la giovine circassa ha riposato nel tuo letto,
+e poche furono le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno esse
+mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi, o forestiero, lasciarmi
+nell’errore; potevi, tacendo, illudermi, e almeno pietosamente
+bearmi di finte carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure
+umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante il tuo sonno
+irrequieto.... Non hai voluto. Ma chi è mai questa bella che adori?
+Tu ami, o Russo, e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo
+lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio martíre....”
+
+Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo della fanciulla. La
+rampogna venne meno sulla di lei bocca. Priva di sentimento, stretta
+alle ginocchia dello straniero, appena aveva essa la forza di trarre il
+fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra così parlolle:
+“Non piangere, o infelice! Anch’io provo gli oltraggi dell’avversa
+fortuna e i rigori dell’indifferenza. Amo, e non sono amato.... amo
+solo, soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra meteora
+che si dilegua nella valle deserta.... Morrò lontano dal lido a me
+caro; queste steppe mi saran sepoltura.... e il ferro di queste catene
+righerà le mie ossa esiliate....”
+
+Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati di candida neve
+si illuminano dalla parte d’oriente, i due sventurati si separano
+in silenzio colla testa bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da
+quell’ora in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo
+intorno all’_aúl_. L’aurora succede all’aurora; la sera sussegue
+alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene. Se guizza una
+camoscia fra i burroni, se un daino balza fralle nebbie, egli scuote i
+suoi ceppi e mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen viene
+furtivamente ad assalire l’_aúl_, e a liberare i Russi ivi detenuti.
+Chiama.... ma nessun risponde, e non ode altro suono che il mormorío
+delle acque e lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare
+dell’uomo, si rintanano nelle loro buche.
+
+Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei monti il grido di guerra
+circasso: _i cavalli! i cavalli!_ Quindi un correre, un urlare confuso
+nell’accampamento, uno strascicar di bridoni, un nereggiar di _burche_,
+un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli.... tutto l’_aúl_ parte
+per una spedizione. Gli indomiti alunni di Marte precipitano a guisa
+di cataratte dalle alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le
+opulenti campagne del Cubano.
+
+Ma ora, l’_aúl_ giace sepolto nel riposo. I cani vigilanti cucciano
+al sole davanti alle soglie; i bambini brunetti e nudi ruzzano
+e schiamazzano in libertà; i vecchi siedono attorno in crocchio
+venerando; il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande
+azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali cantati dalle
+ragazze, e a quella melodia sembra loro di sentirsi ringiovanire.
+
+ CANZONE CIRCASSA.
+
+ I.
+
+ Regna il silenzio sulla steppa vasta;
+ Tace il Caucaso avvolto in velo bianco;
+ Dorme il Cosacco spensierato e stanco
+ Col capo chino sulla fulgid’asta.
+ Mira quell’onde, o amico, e quelle spume:
+ I Cecceneti scendono sul fiume.
+
+ II.
+
+ Va il Cosacco in barchetta per pescare,
+ Ma del lido non sa tutti i ripieghi.
+ Bada, o Cosacco, che tu non t’anneghi
+ Come un bambino che non sa notare
+ E che pur di varcare il rio presume:
+ Il Circasso t’aspetta in riva al fiume.
+
+ III.
+
+ In riva al fiumicel con lento passo
+ Van le fanciulle a coglier le viole,
+ O tesson qua e là gaie carole.
+ Scappate, o forosette! ecco il Circasso
+ Che rapir le ragazze ha per costume:
+ Il Circasso vi coglie in riva al fiume.
+
+Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda, il Russo macchinava
+la fuga; ma i ceppi suoi son gravi, il flutto è alto, la corrente
+è veloce. Frattanto la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti
+s’annebbiano; appena di quando in quando echeggia nelle valli la pedata
+di un corsiero; cessò il crocitar dell’aquila; i cervi riposano nelle
+boscaglie ombrose sull’orlo de’ fiumi; gli _aúl_ s’addormentano, e il
+roseo barlume della luna riverbera sulle capanne bianche dei Circassi.
+
+Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben noto: scorge un
+velo femminile che svolazza al vento: è dessa. Vacillante, smorta, la
+figlia del deserto non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia
+adombra quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti sul seno
+e sulle spalle. Nella destra stringe una lima, colla sinistra un
+pugnale; diresti che move a una congiura o a un assalto notturno. Fisa
+lo sguardo sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i Circassi
+non ti possono incontrare. Affréttati.... non perder l’ora propizia....
+Togli questo pugnale; nessuno scoprirà la tua traccia nella caliginosa
+oscurità....”
+
+Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano incerta si accinge
+a rompere gli anelli che gli accerchiano i piedi. Il ferro cigola
+sotto la lima mordace: una lacrima involontaria zampilla dal ciglio
+della giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,” essa
+esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela l’amore e il dolore che
+le straziano il petto. La brezza stridula gonfia e sbatte la di lei
+gonna. “O fida amica,” grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo
+fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci regioni; vientene
+meco....”
+
+“Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa, “il calice della vita
+è per me esausto. Ho provato tutto; ho gustato la felicità. Passò
+quel tempo; non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?...
+raggiungila, adorala; a che sospiro io così?... che dritto ho io ai
+tuoi affetti? Addio!... ogni istante del giorno io ti benedirò....
+addio!... dimentica le mie torture, e porgimi la mano per l’ultima
+volta....”
+
+Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le braccia, ne circonda
+la bella Circassa, e con un lungo bacio di separazione, suggellano la
+sincerità del loro amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano
+silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa nel rio;
+già nuota e fa biancheggiar l’acqua intorno; già approda agli scogli
+opposti, già li agguanta e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo
+e un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati, e volge in
+giro la vista.... l’argentea spuma risplende sulla cresta dell’onda,
+ma la giovine Circassa non appare nè sul margine del fiume nè a piè
+del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito di zeffiro fra i
+giunchi del lido; e già i vortici formatisi sull’acqua a poco a poco si
+cancellano nella corrente imbrillantata dalla luna.
+
+Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo all’_aúl_ circondato
+di siepi, ai prati ove menava a pascer le pecorelle, ai dirupi ove
+trascinava le sue catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno,
+mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un inno di libertà.
+Le dense tenebre incominciano a diradarsi; i primi albori lambiscono
+le cime; l’aurora spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero
+che conduce in Russia: già le baionette dei Cosacchi gli scintillano
+davanti fra le nebbie mattutine, e i soldati in vedetta sui poggi
+annunziano il suo arrivo.
+
+
+EPILOGO.
+
+Così la Musa, leggiadra compagna delle mie ore d’ozio, si slanciava
+ai confini dell’Asia, e coglieva i fiori selvatici del Caucaso per
+farsene una ghirlanda. L’allettavan i bizzarri arredi di quella
+stirpe bellicosa, e più d’una fiata la bella Camena mi apparve in
+quell’acconciamento insolito. Addobbata in tal guisa, essa vagava sola
+intorno alle capanne abbandonate, e porgeva orecchio alle ballatelle
+delle fanciulle derelitte. Essa amava quelle tribù militari, quei
+Cosacchi baldanzosi e sempre all’erta, quei tumuli, quelle tombe,
+quei cavalli. Dea del canto e dei racconti, carca d’un tesoro di
+rimembranze, forse un dì fia ch’essa illustri le leggende antiche del
+Caucaso. Narrerà il gran duello di Mistislao; gl’inganni e l’empietà
+delle belle Georgiane che scannarono i Russi innamorati; celebrerà il
+glorioso istante in cui la nostra aquila bicipite oscurò colle ali il
+Caucaso sbigottito; quando il primo fulmine di guerra scoppiò sul Terek
+petroso, quando vi romoreggiò il primo tamburo russo, e quando l’audace
+Zizianof vi portò la strage.... Celebrerò le tue gesta eroiche, o
+Cotliarevschi flagello dei Circassi! Ovunque movevi le orme, cadevano,
+perivano le turbe, come mietute da inevitabil lue. — Ora, hai scinto
+la lama ultrice, hai fatto divorzio colla guerra. Screziato di nobili
+ferite, assaggi le delizie della domestica felicità e della pace, che
+pur ti grava e ti incresce.... Ma, ascoltate! l’Oriente grida: _armi,
+armi!_... Umilia la canuta fronte, sottoponti al giogo, o Caucaso! Ecco
+Ermolof. E il bèllico richiamo già cessa e tutto obbedisce al brando
+moscovita. Superbi figli del Caucaso, combatteste e foste esterminati;
+nè il vostro coraggio, nè le vostre loriche fatate, nè gli aspri
+monti, nè i veloci corridori, nè l’amore di quella vostra barbara
+indipendenza, bastò a salvarvi! Simili ai discendenti di Bati,[15]
+dimenticherete un giorno i vostri progenitori, ingentilirete i vostri
+costumi, e getterete via le vostre frecce crudeli. Il viandante potrà
+arrischiarsi senza timore nelle angustie ove ora vi postate in agguato;
+e la voce della tradizione tramanderà ai posteri la fama del vostro
+castigo.
+
+
+
+
+IL CONTE NULIN.
+
+
+Presto! Presto! I corni rimbombano; i bracchieri in gran gala stanno in
+sella sin dall’alba; i levrieri saltellano nei guinzagli. Il signore
+s’avanza sul verone, colle mani puntellate ai fianchi; esamina ogni
+cosa, e una amabile serietà gli splende sul volto. Ha indosso un
+soprabito tartaro, un coltello turco a cintola, una boccetta di rum
+ad armacollo, e un corno appeso a una catena di bronzo. Sua moglie,
+colla scuffia da notte in capo, con un semplice fazzoletto sulle
+spalle, tutta sonnacchiosa e indispettita, osserva dalla finestra
+quella turba d’uomini e di cani. Arriva il cavallo del padrone. Questi
+impugna la criniera, inforca gli arcioni, e grida alla consorte: “Non
+m’aspettare!” E tosto sprona, e via.
+
+Negli ultimi giorni di settembre (per parlare come si parla in prosa)
+la campagna è noiosa; piove, fa della mota, tira vento, neviscola, e
+i lupi ululano intorno alle ville. Ma questo appunto è ciò che piace
+al cacciatore! Sdegna egli le mollezze della vita; lancia il corsiero
+nelle vaste campagne; cangia ogni sera soggiorno; bestemmiando,
+inzuppandosi, e mangiando a più non posso, insegue le fiere e ne fa
+orrenda strage.
+
+Ma che sarà della signora, durante l’assenza del marito? Non le mancano
+le faccende. Salare i funghi, pascere le oche, ordinare il pranzo e
+la cena, sorvegliare la cantina e il granaio. L’occhio della padrona è
+necessario in ogni dove; vede bene e vede tutto.
+
+Sventuratamente, la nostra eroina.... (Ah che mi sono scordato di dirvi
+il suo nome! Suo marito la chiamava Taliuccia; — noi la chiameremo
+Natalía Pavlovna.) Natalía Pavlovna dunque non s’intendeva punto dei
+suoi interessi domestici, per la ragione che era stata educata, non già
+nella casa paterna, ma in una pensione nobile diretta da una emigrata
+francese, madama Falbalà.
+
+Sta a sedere innanzi alla finestra; sul tavolino giace aperto il
+quarto volume d’un romanzo sentimentale intitolato: _Amours d’Elisa
+et d’Armand ou La correspondance de deux familles_; romanzo classico,
+antico, lungo, lungo, lungo, morale, decente e scevro di sottigliezze
+romantiche.
+
+Natalía Pavlovna cominciò a leggerlo con attenzione; ma, frastornata
+dalla zuffa d’un becco con un cane, s’affacciò alla grata per mirar la
+giostra. I monelli di strada si smascellavan dalle risa; le tacchine
+dell’orto incalzavano, stridendo, un gallo fradicio; tre anatre
+sguazzavano in una pozzanghera; una vecchia attraversava il cortile
+fangoso per andare a stendere la biancheria nel chiuso; il cielo
+s’annuvolava; pareva che volesse nevicare.... tutto a un tratto s’udì
+in lontananza un tintinnío di sonagli.
+
+Chi ha vissuto un pezzo in una villa isolata, sa per esperienza quanto
+il distante squillo dei sonagli esalta il cuore e la immaginazione.
+Forse sarà qualche amico attardato, qualche compagno della
+nostra gioventù.... Forse sarà _dessa_?... Dio mio!... s’accosta,
+s’accosta.... Il cuore ci balza in petto. Il rumore s’appressa sempre
+più... ma ohimè! già s’indebolisce, si dilegua e svanisce dietro il
+monte.
+
+Natalía Pavlovna vola al balcone. Quella musica la rallegra; guarda e
+scorge una calescia che corre accanto al mulino al di là del fiume....
+ora passa il ponte.... vien da lei senza dubbio... no.... svolta a
+sinistra. — Natalía la segue cogli occhi, e quasi piange dal dolore.
+Ma di subito.... oh che fortuna! Nello scender la china, la calescia
+ribalta.
+
+“Filippo, Basilio! Ehi di casa! Presto! è ribaltata una calescia!
+Conducetela qua, e invitate a pranzo il viaggiatore.... ma sarà
+vivo?... andate a domandarne.... presto, presto!”
+
+Il servitore parte. Natalía Pavlovna accomoda in fretta i suoi ricci,
+si getta uno scialle in dosso, tira le cortine, spinge una sedia, e
+aspetta: quanto le converrà aspettare? Finalmente arrivano; arrivano
+finalmente. Impillaccherato dalla melletta della strada, tristo e
+mezzo sciancato, s’avanza l’equipaggio. Segue il signore zoppicando.
+Il cameriere francese non si sgomenta; va ripetendo: _allons! courage!_
+Salgono sul verone; entrano nel vestibolo. Mentre il cameriere _Picard_
+brontola, e si adira; mentre il signore introdotto a porte spalancate
+in una stanza separata, s’occupa della sua toelette; domanderete
+forse chi è costui? Egli è il conte Nulin che torna dall’estero, ove
+dissipò in pazzie e in mode tutte le sue rendite future. Ora, onusto
+di _fracchi_, di _gilè_, di cappelli, di ventagli, di mantelli, di
+fascette, di spille, di bottoni da camicia, di occhialini, di _foular_,
+di calze ricamate a giorno, egli si trasporta a Pietroburgo per farvisi
+vedere come un animal curioso. Ha inoltre nei suoi bauli un libro serio
+di monsieur Guizot, un _album_ di pessime caricature, un nuovo romanzo
+di Walter Scott, la raccolta dei _bons mots_ della corte di Francia,
+le ultime canzoni di Béranger, gli ultimi componimenti di Rossini e di
+Paer, ec. ec. ec.
+
+Già la tavola è apparecchiata; è battuta l’ora di pranzo; la padrona
+aspetta con impazienza; l’uscio s’apre; il conte comparisce. Natalía
+Pavlovna si alza a metà e chiede garbatamente come egli sta di salute e
+come sta la sua gamba.... Il conte risponde: “Non sarà nulla.”
+
+Siedono a mensa. — Egli avvicina la sua posata a quella di Natalía;
+appiccano conversazione. Il conte impreca alla santa Russia; non
+comprende che uno possa vivere fra quelle nevi eterne. Sospira e
+anela Parigi. — “Che si recita di bello al teatro?” — “Il teatro è
+orfano.... _c’est bien mauvais; ça fait pitié_. Talma divien sordo
+e scade; _Mademoiselle_ Mars, oimè, invecchia. In ricompensa, c’è
+_Potier, le grand Potier_! Solo questo cantante mantiene la sua
+antica riputazione.” — “Quali sono gli scrittori di moda?” — “Sempre
+D’Arlincourt e Lamartine.” — “Hanno imitatori anche presso di noi.”
+— “Dite davvero? Poffar di bacco! L’ingegno incomincia a svilupparsi
+anche in Russia. Piaccia a Dio che alla fine c’inciviliamo!” — “Come
+si portano i busti?” — “Molto bassi.... quasi sino al.... ecco, fin
+qui.... Permetta ch’io esamini il di lei vestiario.... appunto così....
+_ruches_, nastri; questo è proprio un modello; tutto insomma mi par
+assai conforme alle ultime mode.” — “Ce le mandano per il telegrafo.” —
+“Vuol’ella sentire un grazioso _vaudeville_?”
+
+E il conte si mette a canterellare.
+
+“Ma, conte, voi non mangiate.” — “Son sazio.” — “Se così è....”
+
+Sorgono da tavola. La giovine padrona è straordinariamente allegra. Il
+conte si dimentica di Parigi, e ammira la di lei leggiadria. Passano
+la serata in festa e in riso. Il conte non cape in sè dal diletto. Lo
+sguardo della signora esprime la benevolenza, e talora si china a terra
+fiso e languido. Sta per suonar mezza notte; i servi russano da gran
+tempo nell’anticamera; il gallo ha già strillato più volte; la guardia
+notturna picchia sulla lastra di ferro;[16] le candele consumate stanno
+per estinguersi. Natalía Pavlovna si rizza.
+
+— “È tardi,” sclama; “i letti son pronti. Riposi bene....” Il galante
+conte, mezzo innamorato, si leva a malincuore, e bacia la mano della
+sua gentile ostessa. Ma che vedo? Ove non trascorre la civetteria delle
+donne? L’incantatrice, Dio le perdoni, ha dato una lieve stretta di
+mano a Nulin.
+
+Natalía Pavlovna è spogliata; sta davanti a lei la sua cameriera
+Prascovia. Amici cari, la detta Prascovia è la confidente dei capricci
+di Natalía; cuce, lava, porta le ambasciate, chiede in regalo i vestiti
+usati, di quando in quando fa ridere il padrone, e qualche volta lo
+sgrida, e mènte con impudenza in faccia alla padrona. Adesso discorre
+gravemente del conte, delle sue faccende; conosce appuntino ogni suo
+negozio. Dio sa come ha potuto istruirsene! Finalmente la padrona le
+impone silenzio: — “Chétati, tu mi secchi!” Domanda la camiciola e la
+scuffia da notte; s’insinua nel letto e manda via la cameriera.
+
+Frattanto Picard spoglia il conte. Il conte si corca e chiede un
+sigaro. _Monsieur Picard_ glielo arreca, e al tempo stesso una boccia
+d’acqua, una tazza d’argento, una bugia di bronzo, uno smoccolatoio a
+molla, uno svegliarino, e un romanzo non ancor tagliato.
+
+Nulin dà una scorsa alle pagine di Walter Scott. Ma il suo pensiero è
+altrove. Una atroce cura lo martira; egli dice fra sè: “Sono io forse
+innamorato? Possibile?... Che caso strano! Sarebbe bella davvero...
+Pare ch’io non dispiaccia alla signora di queste soglie....” E così
+meditando smorzò il lume.
+
+Un caldo insoffribile lo assale; non dorme; e il diavolo neppure, il
+quale gli suscita in testa mille idee incongrue. Il nostro focoso
+protagonista si rappresenta al vivo lo sguardo significante della
+padrona; quella statura rotondetta e grassoccia, quella voce soave
+veramente femminile, quel volto, quelle carnagioni cui la sanità rende
+più fresche del rossetto. Si rimembra il gentil tocco della punta di
+quel piedino; si ricorda esattamente che Natalía gli ha stretta la
+mano con quella sua manina negligente. È uno stolido; doveva rimanere
+con lei e cogliere il momento opportuno. Ma non è ancora troppo tardi,
+la porta sta sempre aperta, senza dubbio. Così divisando, indossa
+una guarnacca di seta a più colori, rovescia una seggiola in mezzo al
+buio, e, colla speranza di ottenere il suo desire, si dirige, nuovo
+Tarquinio, verso quella Lucrezia, pronto ad ogni incontro.
+
+Così talvolta un gatto astuto, smorfioso favorito delle serve, si
+pone in agguato presso al focolare; s’inoltra bel bello, furtivamente,
+socchiude le palpebre, ruzza colla coda, sguaina gli artigli, e a un
+tratto acchiappa l’infelice sorcio.
+
+L’innamorato conte s’aggira nelle tenebre, e si fa strada brancolando;
+oppresso dall’ansia del cuore, può appena trarre il fiato, e trepida
+quando ode il tavolato scricchiolargli sotto ai piedi. Giunge alle
+bramate mura, volta la maniglia d’ottone della toppa, e l’uscio pian
+pianino cede. Egli getta un’occhiata nella camera: la fiamma della
+lampada mezzo estinta diffonde un fioco bagliore nell’alcova. La
+padrona riposa placidamente o finge di riposare.
+
+Egli entra, fruga, torna addietro, e finalmente si butta in
+ginocchioni. Essa.... Ora, con suo permesso, prego le signore di San
+Pietroburgo d’imaginarsi che spavento provò al destarsi la nostra
+Natalía Pavlovna, e di decidere che cosa conveniva che facesse.
+
+Spalancando i suoi grandi occhi, essa mira il conte; il nostro eroe
+esterna con calore la sua passione, e già la sua mano audace preme
+quella della dama.... Essa allora riprende coraggio; accesa d’un
+generoso sdegno, ripiena di pudica superbia, e forse anche, vo’
+credere, di paura, balza dal letto, e vibrando il braccio, dà a
+Tarquinio uno schiaffo; sì, uno schiaffo, e che schiaffo!
+
+Rosso di vergogna e fremente di rabbia, il conte inghiotte
+quell’oltraggio. Non so come sarebbe andata a finire la faccenda, se
+il cane barbetto che si mise a guaire non avesse svegliato Prascovia.
+Il conte, sentendola venire, dà le gambe a imbelle fuga, maledicendo la
+sua dimora in quella casa e i capricci delle donne.
+
+Come Natalía, Prascovia e Nulin passassero il resto di quella notte,
+pensalo tu, lettore, se il puoi; io non intendo aiutarti a figurartelo.
+
+La mattina seguente, il conte s’alza in silenzio, si veste
+svogliatamente, si mette, sbadigliando, a limar le sue unghie color
+di rosa, s’annoda con negligenza la cravatta, e non si liscia gli
+inanellati capelli colla spazzola inumidita. A che egli pensi, io
+non so; ma ora lo invitano a prendere il tè. Che fare? Il conte,
+comprimendo la stizza della sua balordaggine e il suo secreto furore,
+esce dalla stanza.
+
+La giovine civetta abbassando gli occhi beffardi, e mordendosi le
+labbra di cinabro, parla con modestia di cose indifferenti. Confuso a
+prima giunta, poco a poco rianimandosi, il conte risponde sorridendo.
+Era appena un’ora che stavano insieme, e già il conte scherzava con
+disinvoltura, e si sentiva di bel nuovo innamorato, quando s’udì uno
+strepito nel vestibolo. Qualcheduno è entrato. Chi sarà mai?
+
+“Taliuccia, bene alzata.” — “Chi vedo! Conte, ecco mio marito. Mio
+caro, il conte Nulin.” — “Me ne rallegro assai. Che tempo scellerato!
+Ho veduto la vostra calescia bell’e pronta dal fabbro. Taliuccia!
+abbiamo inseguito una lepre bigia nei boschi vicini. Ehi! acquavite.
+Conte, vi prego d’assaggiarla; vien di lontano. Rimarrete a pranzo con
+noi.” — “Grazie, non posso; ho fretta di partire.” — “Conte, io ve ne
+supplico. Mia moglie ed io ve ne saremo grati. Ci siamo intesi; voi
+restate.”
+
+Il conte però, stizzito e disperato, s’ostina a voler andarsene.
+Picard, che si è ristorato le forze con un buon sorso di vino, si
+lagna di dover di nuovo ripor la roba. Già due servitori attaccano i
+bauli sulla imperiale. Tutto è in ordine; la calescia è introdotta nel
+cortile, e il conte parte....
+
+Questa storiella potrebbe finir qui, amici miei, ma aggiungerò due
+parolette.
+
+Quando fu sparito l’equipaggio, la signora narrò al marito tutto
+l’accaduto, e scrisse l’impresa del conte a tutti i di lei conoscenti.
+Ma chi fu quello che più ne rise con Natalía Pavlovna? Voi non lo
+indovinereste giammai. — Forse lo sposo? — Oibò. Non fu lo sposo.
+S’adirò fortemente; disse che il conte era un matto, uno sguaiato, e
+che lo caccerebbe a furia di cani come una lepre.
+
+Colui che più ne rise, fu un vicinante di Natalía, un giovinotto di
+ventitrè anni, nominato Lidin.
+
+Ora, amici cari, chi ardirà sostenere che al secol nostro, una donna
+fedele al consorte non sia prodigio?
+
+
+
+
+LI ZINGARI.
+
+
+Una nomade truppa di Zingari perlustra le steppe della Bessarabia.
+Oggi essi pernottano presso a un fiume sotto le loro trabacche lacere.
+La loro dimora è gaia come la libertà, e il loro sonno è quieto
+nell’aperta campagna. Il fuoco arde fralle ruote dei carri mezzo
+ricoperti di tappeti; la famiglia seduta in cerchio allestisce la
+cena; un orso addomesticato riposa dietro le tende; i cavalli pascono
+nei prati vicini. Ogni cura, ogni faccenda si adempie con piacere;
+i preparativi per proseguire il viaggio sin dallo spuntar del dì
+seguente, vengon alleviati dai canti delle donne; i gridi dei fanciulli
+si mischiano alle battute del martello sulla incudine. Ma già la calma
+subentra a tutto quel fracasso: l’accampamento dorme, e appena s’ode
+nel deserto il latrar d’un cane o il nitrir di un cavallo. Tutti i
+fuochi sono spenti, ogni cosa tace; la luna solitaria spazia nel vasto
+empireo, e imbianca coi suoi raggi quel villaggio ambulante. Tutti
+dormono nelle tende, fuorchè un vecchio seduto davanti a un bracere che
+esala i suoi ultimi vampi. Il vecchio volge lo sguardo sulle pianure
+circostanti sepolte nelle tenebre. La giovine sua figlia, avvezza a una
+libertà assoluta, se n’è ita per diletto nelle steppe: essa tornerà,
+ma intanto la notte è sopraggiunta. Già la luna s’asconde fra i vapori
+dell’orizzonte, e Zemfira non riede, e la cena frugale del buon padre
+si raffredda.
+
+Finalmente essa comparisce. Uno straniero, incognito al vecchio
+zingaro, le tien dietro a passi frettolosi. “Padre mio,” esclama la
+ragazza; “ti adduco un ospite; l’ho incontrato dietro a un tumulo del
+deserto, e l’ho persuaso a star con noi. Egli brama viver come noi; la
+legge lo proscrive, io gli sarò compagna. Si chiama Alecco; è pronto a
+seguirci dovunque andremo.”
+
+_Il Vecchio_. Me ne rallegro: puoi restar fino a domani all’ombra della
+nostra tenda, o unirti a noi e non ci lasciar più, come a te piace.
+Acconsento a divider teco il pane e il letto. Sii nostro; assuefátti al
+nostro modo di esistenza, alla nostra povertà errante e indipendente.
+Colla nuova aurora partiremo assieme sullo stesso carro: scegli un
+mestiere che ti torni a genio; lavora il ferro, o canta storie, o mena
+a ballar l’orso per le strade.
+
+_Alecco_. Io resto.
+
+_Zemfira_. Egli sarà mio. Chi ardirebbe rapirmelo? Ma si fa tardi;
+la luna è sparita, la nebbia vela i campi, il sonno mi grava le
+palpebre....
+
+ * * *
+
+Spunta l’alba. Il vecchio s’aggira pian piano intorno alla tenda
+silenziosa. “Alzati, Zemfira,” egli grida; “già il sole splende:
+svegliati, mio ospite, è ora di partire; lasciate, figli miei, le molli
+piume.”
+
+Tutti gli zingari si levano con gran rumore; ripiegano i padiglioni,
+rimovono i carri, attaccano i cavalli, e tutti insieme si inoltrano
+nelle steppe inabitate. Aprono la marcia gli asinelli con ceste appese
+ai fianchi, nelle quali s’annidano i pargoletti; i mariti, i fratelli,
+le mogli, le fanciulle, gli anziani e i giovanotti vengono in secondo
+luogo. Le strida, lo strepito, gl’inni festosi, il ronzio delle
+zampogne, l’abbaiare dei cani, il cigolío delle ruote, il brontolar
+dell’orso, il fragor incessante delle sue catene, la bizzarra varietà
+di quelli abbigliamenti tutti diversi, la nudità di quei bambini e di
+quei vecchi formano una confusione strana, selvaggia, orrenda, ma in
+mezzo a cui regna una allegria, una vivacità, che fa un bel contrasto
+colla nostra esistenza cittadina, effemminata e monotona come i
+ritornelli delli schiavi.
+
+Alecco rivolgeva spesso la testa a guatare la pianura che
+attraversavano, e non sapeva spiegarsi in che modo quella vista gli
+angosciava il cuore. La bella Zemfira dagli occhi neri gli siede
+allato. Egli è libero in questo vasto mondo; il sole brilla sereno e
+gaio sul suo capo; perchè mai si affligge e geme? Che cura lo punge e
+morde?
+
+L’augelletto del cielo non conosce nè cura nè fatica; non s’affanna a
+fabbricare un nido eterno; nelle lunghe notti dorme sui ramoscelli.
+Quando il giorno appare, l’augelletto sente la voce di Dio, scuote
+le penne e canta. Passa la primavera, passa l’estate ardente, e
+sopravviene l’autunno ammantato di nebbie e di burrasche; l’uomo
+s’annoia, l’uomo s’attrista, ma l’augelletto vola alle terre lontane,
+ai climi tiepidi, e al di là del mare ceruleo ritrova la primavera.
+
+Esule, fuggitivo, Alecco simile all’augelletto spensierato, non ha
+covo stabile nè abitudine fissa. Ogni strada lo conduce al suo scopo,
+ogni coltrice gli concede un dolce riposo; nel destarsi la mattina
+offre a Dio la sua giornata, e i trambusti della vita non poterono mai
+estirpare la sua indolenza. Talvolta la sua stella sembrava invitarlo a
+calcare il sentiero della gloria, talvolta la fortuna e la voluttà gli
+largivano i loro favori; spesso il fulmine mugghiava sulla sua fronte
+isolata, ma egli dormiva sicuro in mezzo alle tempeste come in mezzo
+alla calma, e continuava a ignorare la violenza del destino perfido e
+ceco. Oh come le passioni tiranneggiavano il suo cuore! Con che tumulto
+esse fervevano nel suo egro seno! Quanto è che si placarono? Per quanto
+tempo si sono placate? Aspettiamo.
+
+_Zemfira_. Dimmi, dolce amico, non rimpiangi quel che abbandonasti per
+sempre?
+
+_Alecco_. Che ho io abbandonato?
+
+_Zemfira_. La patria, i concittadini.
+
+_Alecco_. Perchè li rimpiangerei? Se tu conoscessi, se tu potessi
+figurarti quanto è angustiata e schiava la vita delle città! Ivi gli
+uomini, ammucchiati e stretti come piante in un orto, non respirano
+mai il rezzo del mattino nè l’olezzo vernale dei prati; si vergognano
+d’amare, bandiscono il pensiero, mercano la libertà, chinano la fronte
+davanti agli idoli e ne implorano oro e catene. Che ho io abbandonato?
+Il dolor del tradimento, la prepotenza del pregiudizio, la persecuzione
+del volgo insano, e l’opprobrio splendido.
+
+_Zemfira_. Ma lì vi sono palazzi immensi, variegati tappeti, giochi,
+banchetti festosi; lì le fanciulle vestono sì ricchi abiti!
+
+_Alecco_. Che vale l’allegria delle città? ove non è amore, non può
+esser piacere: e le fanciulle.... Quanto sei più bella di loro benchè
+priva di preziosi addobbi, di perle e di collane! Non mutar idea, o mia
+diletta! — Ed io altro non bramo che divider teco l’amore, l’ozio e il
+mio volontario esilio....
+
+_Il Vecchio_. Sebbene nato in una opulenta città, tu ci ami; ma la
+libertà non sempre è cara a chi visse nella mollezza. Ascolta una
+nostra tradizione: un abitante del sud fu mandato in bando fra noi dal
+suo signore. Io sapeva il suo nome; ma era difficile a pronunziarsi, e
+l’ho dimenticato. Quantunque avanzato d’età, aveva un cuore giovine,
+un tratto vivace; possedeva il dono maraviglioso del canto, e la
+sua voce somigliava al mormorío delle onde. Tutti gli volevano bene.
+Viveva sulle sponde del Danubio, non faceva male a nessuno e divertiva
+la gente coi suoi racconti. Non sapeva egli far altro; era debole
+e timido come un bambino. I suoi vicini acchiappavan per lui gli
+uccelli e i pesci colle reti; quando il rapido fiume s’agghiacciava, e
+fischiavano i turbini invernali, i suoi conoscenti lo involtavano di
+calde pellicce; ma non potè mai assuefarsi ai disagi d’una esistenza
+così stentata. Egli s’aggirava intorno smunto, squallido, dichiarava
+che l’ira di Dio lo puniva per i suoi peccati, e aspettava l’ora della
+sua liberazione. Malcontento di tutto e sempre afflitto, vagava sulle
+spiaggie del Danubio spargendo amare lacrime al sovvenire del suo
+lontano paese. E quando fu per morire, ci scongiurò che portassimo le
+sue triste ossa verso il sud, ma nè anche dopo morte potè egli trovare
+il riposo in questa terra da lui aborrita.
+
+_Alecco_. Tal fu la sorte dei tuoi figli, o Roma, o potente rettrice
+delle nazioni. Vate dell’amore, poeta degli Dei, dimmi, che cosa è la
+gloria? Un’eco del sepolcro, un grido della fama, un suono che sorvola
+di generazione in generazione: — oppure un racconto del nomade Zingaro
+sotto l’ombra della sua tenda affumicata?
+
+ * * *
+
+Due anni passarono. La pacifica famiglia degli Zingari tuttora corre a
+caso per le campagne. Dappertutto, come altre volte, incontrano buona
+accoglienza, e vivono in pace fra di loro e cogli altri. Sciolto dai
+ceppi della civiltà, Alecco è libero come essi; e con essi conduce una
+esistenza vagabonda scevra di cure e di timori. Più non rimembra il
+tempo passato, e s’è avvezzo alla vita zingaresca. Gli piace dormire
+all’ombra delle tende instabili, gli piace l’ozio perpetuo in che
+vive coi suoi compagni, e ama persino la loro lingua inculta e scarsa.
+L’orso strappato dalla tana natia, ospite irsuto della di lui baracca,
+danza pesantemente e grugnisce nei villaggi, lungo le strade delle
+steppe, nei casali, davanti alla turba cauta e prudente, e dappertutto
+va rodendo le importune sue catene. Il vecchio, puntellato al suo
+bordone, batte con indolenza il tamburino, Alecco guida la belva
+cantando, Zemfira va in giro a raccogliere il tributo volontario dei
+contadini. La notte soprarriva, tutti e tre cuociono il miglio non
+macinato. Il padre dorme, tutto tace, tutto è quiete e oscurità nel
+padiglione.
+
+Il vecchio refocilla al sole di primavera il suo sangue gelato
+dall’età; la giovinetta canta una canzone d’amore allato ad una culla.
+Alecco ascolta, e freme.
+
+_Zemfira_.
+
+ Vecchio marito,
+ Sposo aborrito,
+ Scannami pure
+ Colla tua scure;
+ Io ti disprezzo,
+ Mi fai ribrezzo;
+ Un altro adoro,
+ Per lui mi moro.
+
+_Alecco_. Chetati. Codesta aria mi secca. Non mi piacciono quelle
+parole feroci.
+
+_Zemfira_. Non ti piacciono? Che mi importa? Io canto per me e non per
+te.
+
+ Vecchio marito,
+ Sposo aborrito,
+ Da te trafitta,
+ Io starò zitta;
+ Il nome tuo
+ Bestemmierò;
+ Il nome suo
+ Non ti dirò.
+ Per lui sol canto;
+ È l’idol mio;
+ Ei m’ama tanto!
+ Ma più l’amo io.
+
+_Alecco_. Cessa, Zemfira, cessa....
+
+_Zemfira_. Che l’hai capita la mia canzone?
+
+_Alecco_. Zemfira!...
+
+_Zemfira_. Adirati pure; io canto per te. (Se ne va cantando _Vecchio
+marito_).
+
+_Il Vecchio_. Me ne ricordo; questa frottola fu composta quando ero
+giovine; e d’allora in poi si canta per sollazzar le brigate. La mia
+Mariola la cantava nelle steppe del Cagul, durante le notti d’inverno,
+mentre cullava la figlia davanti al fuoco. I tempi andati si van
+sempre più cancellando dalla mia memoria, ma questo scherzo vi si è
+profondamente impresso.
+
+ * * *
+
+Tutto tace; la luna inostra quella parte del cielo ove il sole
+sparisce. Zemfira risveglia suo padre. “O padre mio, Alecco mi
+spaventa. Ascolta, in mezzo a un sonno agitato egli geme e piange.”
+
+_Il Vecchio_. Non lo toccare e non parlare. Ti dirò una credenza russa:
+verso la mezza notte il genio familiare opprime il respiro di coloro
+che dormono; parte prima dell’alba. Rimanti meco.
+
+_Zemfira_. O padre mio! Egli mormora il nome di Zemfira!
+
+_Il Vecchio_. Cerca di te anche dormendo, tu gli sei più cara di tutto.
+
+_Zemfira_. Non me n’interessa più del suo amore. Sono annoiata; il mio
+cuore ha sete di libertà, e di già io.... ma.... senti. Egli pronunzia
+un altro nome!
+
+_Il Vecchio_. Che nome?
+
+_Zemfira_. Senti come anela e digrigna i denti. Che cosa orrenda!... Io
+lo sveglierò.
+
+_Il Vecchio_. Non fare; non scacciare lo spirito della notte, se ne
+andrà da sè.
+
+_Zemfira_. Si è voltato, si alza, mi chiama, si è destato. Io vo presso
+di lui. Addio, padre; raddormentati.
+
+ * * *
+
+_Alecco_. Ove sei ita?
+
+_Zemfira_. Da mio padre. Un demone ti toglieva il respiro e ti
+tormentava l’anima mentre dormivi. Mi hai fatto paura. Tu digrignavi i
+denti, e proferivi il mio nome.
+
+_Alecco_. Mi sei apparsa in sogno. Mi sembrava trovarti con....
+insomma, ho fatto un sogno spaventevole.
+
+_Zemfira_. Non prestar fede alle visioni notturne.
+
+_Alecco_. Ah ch’io non credo a nulla, nè ai sogni, nè alle proteste
+affettuose, nè al tuo amore.
+
+ * * *
+
+_Il Vecchio_. Perchè mai, giovine insensato, sospiri continuamente?
+Qui ognuno è libero, il cielo è chiaro, ed è celebre la bellezza delle
+donne. Non piangere, la mestizia ti ucciderebbe.
+
+_Alecco_. O padre! essa non mi ama più.
+
+_Il Vecchio_. Plácati. Essa è bambina. Il tuo sospetto è senza
+fondamento, tu ami sul serio, ma le fanciulle scherzano. Mira! la
+luna signora dell’etra passeggia pei campi azzurrini del cielo; fonde
+egualmente i suoi raggi sopra tutta la natura. Se talora s’imbatte in
+una nuvola, l’illumina splendidamente, ma tosto trapassa a un’altra, nè
+vi si fermerà a lungo. Chi potrà assegnarle un posto fisso e dirle: non
+andrai più oltre? Chi potrà dire a un giovin cuore: ama una sola volta,
+non cangiar mai d’amore? Plácati.
+
+_Alecco_. Essa mi amava tanto! Teneramente adagiata fralle mie
+braccia, quante notti felici condusse meco nel deserto! Quante
+volte quell’allegria spontanea, quel cicalio infantile, quel bacio
+inebriante, seppero in un momento dissipare le mie ambasce! Ma che?
+Zemfira mi tradisce! Zemfira mi dimentica.
+
+_Il Vecchio_. Odi. Io ti narrerò un fatto che mi concerne. In un tempo
+remoto, quando il Moscovita non minacciava ancora il Danubio....
+— Vedi, Alecco, ch’io sto per dirti una antica istoria. — Quando
+obbedivamo al Sultano, e un pascià ci signoreggiava dalle alte torri
+di Accherman.... Io era giovine in quel tempo; e l’anima mia ardeva
+d’amore; e non un sol pelo grigio deturpava i miei ricci neri. — Fra
+tante belle una ve n’era. Io l’amai come s’ama la vita, e alfine la
+feci mia propria.
+
+Ahi che la mia giovinezza svanì come stella cadente! E la stagione del
+piacere sparì più presto ancora. Mariola mi amò un anno solo.
+
+Un giorno incontrammo sul margine del Cagul una banda di Zingari
+stranieri che piantarono le loro tende vicino alle nostre sul monte,
+e vi stettero due notti. La terza notte s’allontanarono. Mariola se
+ne andò con essi mentre io dormiva tranquillamente, e abbandonò la
+mia povera figliuoletta. L’aurora spuntò, mi destai, non ritrovai più
+la mia compagna. Cerco, chiamo, nessun indizio. L’orfanella Zemfira
+piangeva, e io piangeva con essa. — D’allora in poi, io giurai odio a
+tutte le donne — e son rimasto sempre solo nella mia tenda.
+
+_Alecco_. Ma come non volasti sulle tracce della perfida e ingrata?
+Come non immergesti un pugnale nel cuore della traditrice e del suo
+drudo?
+
+_Il Vecchio_. Come? La gioventù è più volubile degli augelli. Chi potrà
+mai incatenar l’amore? Il piacere è concesso a tutti vicendevolmente;
+quel che fu, non sarà più.
+
+_Alecco_. Io non la penso così. Io non so rinunziare senza contrasto
+ai miei dritti, o, se mai cedo, mi vendico poi altrimenti. No. Se
+io trovassi il mio nemico addormentato sui flutti del mare, non lo
+risparmierei; lo sommergerei nell’abisso senza nessun rimorso; gli
+farei vergogna del suo subito spavento alla mia vista; udirei con
+diletto i suoi lamenti, e riderei nel vederlo piombare al fondo.
+
+ * * *
+
+_Un giovine Zingaro_. Un altro bacio solo! solo!
+
+_Zemfira_. È tardi: mio marito è geloso e cattivo.
+
+_Lo Zingaro_. Uno solo.... più lento.... è l’ultimo....
+
+_Zemfira_. Addio! prima che egli ritorni.
+
+_Lo Zingaro_. Parla: quando ci rivedremo?
+
+_Zemfira_. Stasera, quando sorge la luna — là dietro il tumulo — su
+quella stessa altura....
+
+_Lo Zingaro_. M’inganni! non verrai!
+
+_Zemfira_. Scappa.... Eccolo! Ci verrò, carino!
+
+ * * *
+
+Alecco dorme. Una funesta visione perturba il suo sonno; si desta
+cacciando un grido di gelosia, e gira le braccia attorno. Ma la sua
+mano tremante non incontra altro che le fredde coperte: — la sua
+consorte è lungi. — Solleva il fianco fremente e ascolta; nulla ode;
+la rabbia lo divora; fiamma e gelo gli scorrono per le vene; balza
+dal letto, esce dalla tenda, vaga intorno ai carri; i campi tacciono,
+tutto è silenzio e tenebre. La luna s’asconde fra i vapori; le stelle
+spargono una incerta luce. — Alecco scorge alcuni levissimi vestigi
+sull’erba rugiadosa; li segue impaziente, e lo guidano al tumulo.
+Sull’orlo della strada una tomba biancheggia in lontananza; ivi conduce
+egli i vacillanti passi, con un presentimento tetro; le sue labbra
+tremano, tremano i suoi ginocchi. — S’avanza, e a un tratto — è un
+sogno? — vede presso a sè due ombre, e ode sulla tomba un mormorío
+profano.
+
+_Prima voce_. Io mi parto.
+
+_Seconda voce_. Ferma, amor mio.
+
+_Prima voce_. Bisogna ch’io mi parta, amico.
+
+_Seconda voce_. Aspetta un poco; rimani sino all’alba.
+
+_Prima voce_. È già tardi.
+
+_Seconda voce_. Come sei timida in amore! Aspetta un minuto.
+
+_Prima voce_. Tu mi perdi.
+
+_Seconda voce_. Un momento.
+
+_Prima voce_. Se mio marito si desta, e non mi trova....
+
+_Alecco_. Già son desto.... Dove andate? — Non vi allontanate....
+Stavate molto bene su questa tomba....
+
+_Zemfira_. Amico mio, fuggi, fuggi!
+
+_Alecco_. Férmati. — Dove vai, o gentil giovanetto? — Muori. (_gli dà
+una coltellata._)
+
+_Zemfira_. Alecco!
+
+_Lo Zingaro_. Io spiro.
+
+_Zemfira_. Alecco! Tu l’hai ucciso.... mira!... sei tutto cosperso di
+sangue.... Che hai fatto?...
+
+_Alecco_. Niente. Ora pasciti del suo amore....
+
+_Zemfira_. Prosiegui. Io non ti temo; io disprezzo le tue minacce; io
+maledico la tua crudeltà.
+
+_Alecco_. Muori anche tu!... (_la ferisce._)
+
+_Zemfira_. Muoro amandolo.
+
+ * * *
+
+L’aurora ingemma il balzo d’Oriente. Alecco, col pugnale in mano, siede
+dietro al poggio sulla lapida rosseggiante di sangue. Due cadaveri
+giacciono innanzi a lui; il suo volto incute spavento in chi lo vede;
+gli zingari lo circondano esterrefatti e tremanti. Mentre si scava una
+fossa in disparte, le donne addolorate accorrono in fila a baciare,
+secondo l’uso, gli occhi dei due morti. Il vecchio padre sen sta tutto
+solo mirando in muta angoscia la figlia diletta. Gli zingari sollevano
+i due corpi, li trasportano alla fossa e li ascondono nella fredda
+terra. Alecco considera tutto da lontano. Quando cadde l’ultima palata
+di polvere, Alecco si chinò poco a poco e stramazzò sul prato.
+
+Allora il vecchio, avanzandosi, sclamò: “Vattene, uomo superbo e
+spietato! Siamo selvaggi; non abbiamo leggi; non conosciamo i tormenti
+nè i supplizi; ci fanno orrore i gemiti e gli omicidi; non vogliamo fra
+noi un assassino. Non sei nato per la vita errante: per te solo vuoi
+la libertà; la tua vista ci spaventerebbe; noi siamo timidi e umani; tu
+sei audace e feroce; lasciaci, pártiti, vattene in pace!”
+
+Dice, e la truppa nomada ripiegando le tende, escì con gran fracasso
+dalla valle dolorosa, e in breve ora si dileguò nella steppa immensa.
+Un solo carro coperto d’un povero tappeto rimase nella funesta pianura.
+Così, allorchè, avanti l’inverno, al tempo delle nebbie matutine,
+uno sciame tardivo di gru si alza dai campi e stridendo s’indrizza a
+mezzogiorno, talvolta avviene che una di esse colpita da piombo mortale
+resta addietro afflitta, coll’ala pendente e insanguinata.
+
+Sopraggiunse la notte. Nessuno accese il fuoco sotto la tenda del
+maledetto che non potè gustare le dolcezze del sonno.
+
+
+EPILOGO.
+
+Così, colla magia del canto io evocava nella mia mente le imagini dei
+giorni andati, oscuri o sereni. Nel paese ove tanto tempo rimbombarono
+le folgori della guerra, ove il Russo determinò i confini della potenza
+turca; ove la nostra vecchia aquila bicipite fa legge e impera tuttora,
+io incontrai un tranquillo accampamento di Zingari figli della libertà.
+Ma la felicità nemmeno fra voi è da cercarsi, o miseri rampolli della
+natura! Sotto i vostri padiglioni laceri s’aggirano sogni funebri e
+tormentosi, i vostri carri vagabondi non vi sottraggono alle ambasce;
+chè anche nei deserti regnano le passioni fatali, e l’uomo vi è, come
+altrove, bersaglio del destino.
+
+
+
+
+LA FONTANA DI BAKCISARAI.
+
+
+PREFAZIONE.
+
+L’argomento del seguente poema riposa sopra una tradizione tuttora viva
+in Crimea. A poca distanza dal palazzo dei Khan in Bakcisarai, si vede
+un sepolcro costruito nel gusto saracinesco con una cupola emisferica.
+Si pretende che questo monumento fosse inalzato da Cherim Ghirei sulle
+ceneri d’una sua schiava ch’egli amava appassionatamente. La detta
+schiava era pollacca, e apparteneva alla famiglia dei Potozchi. Un
+viaggiatore russo, Muravieff Apostol, crede che questa tradizione non
+abbia nessun fondamento. Il celebre poeta pollacco Mizkiewic, che fu,
+come Puschin, esiliato in Crimea, e che ha dedicato quattro sonetti
+alla descrizione di Bakcisarai, propende ad ammettere come vera la
+tradizione popolare.
+
+Citeremo questi sonetti perchè possono servire di preambolo al poema
+del Puschin, e perchè crediamo far cosa grata al lettore, offrendogli
+un’occasione di confrontare i due più insigni poeti slavi di questo
+secolo, ispirati dallo stesso soggetto.
+
+Il quinto sonetto si riferisce a una montagna di Crimea (l’Aiu-dag) cui
+Puschin allude nell’ultimo verso del suo poema.
+
+
+I.
+
+BAKCISARAI DI GIORNO.
+
+La reggia di Ghirei è tuttora vasta ma deserta. Le locuste saltellano,
+le vipere s’attorcono pei veroni e pei portici spazzati altre volte
+dalla fronte dei pascià, e per quelle mura ove risiedeva l’autorità
+sovrana, ove s’annidava l’amore.
+
+
+L’ellera parasita insinuandosi per le finestre variopinte s’arrampica
+alle pareti e agli archi; le piante usurpano il posto dell’uomo in
+nome della natura, e scrivono sui muri, nel linguaggio di Baltazare:
+_Ruina_.
+
+
+In mezzo alla sala sta una vasca di marmo tuttora incolume. Fu questa
+la fontana dell’_harem_; e spargendo lacrime di perle, essa grida nella
+solitudine:
+
+
+“Ove siete, amore, potenza e gloria? Dovevate durare de’ secoli; l’onda
+tuttora scaturisce dalla polla. O vergogna! siete spariti, e la fontana
+resta.”
+
+
+II.
+
+BAKCISARAI DI NOTTE.
+
+I devoti musulmani escono dalle meschite. L’eco dell’_izam_[17]
+si dilegua in lontananza; l’aurora dal volto di rubino si scolora;
+l’argentea regina della notte move a riposar col suo diletto.
+
+
+L’eterne lampade del cielo rilucono nell’_harem_; una nuvoletta
+naviga a traverso le stelle pei campi di zaffiro, simile ad un cigno
+sonnolento sopra un lago; ha di neve il petto, e porta in fronte una
+ghirlanda d’oro.
+
+
+L’ombra scende dai minaretti e dalle cime dei cipressi; laggiù
+nereggiano in giro i colossi granitici del Caucaso, simili a demoni
+seduti a consiglio nella corte d’Eblis,[18] sotto il padiglion delle
+tenebre.
+
+
+Di quando in quando, dalle loro vette scocca un baleno che ratto come
+un _faris_[19] attraversa i silenziosi deserti del vasto azzurro.
+
+
+III.
+
+LA TOMBA DI MARIA POTOZCA.
+
+Ti sfiorasti, o giovine rosa, nella terra della primavera eterna, in
+mezzo ai giardini deliziosi! Nè potevi più vivere, dacchè le ore del
+passato, nell’involarsi quali auree farfalle, t’avean lasciato nel seno
+il verme della rimembranza.
+
+
+Verso settentrione scintillano le costellazioni della Polonia....
+Perchè tanti astri splendono in quella parte dell’etra? Forse il tuo
+sguardo fiammante pria di estinguersi nel sepolcro lasciò in cielo
+quegli eterni segni sfavillanti?
+
+
+O Pollacca! Io pure morrò qui, in solitario lutto. Possa la mano
+dell’amicizia spargere sulle mie ossa un pugno di terra.
+
+
+Spesso i viandanti confavellan fra loro presso alla tua tomba; il suono
+del patrio idioma mi desterà dal sonno della morte, e forse un poeta
+pensando a te e vedendo il mio sasso vicino, scioglierà un inno anche
+alla mia memoria.
+
+
+IV.
+
+LE TOMBE DELL’HAREM.
+
+(Mirza parla al Pellegrino.)
+
+Un grappolo immaturo della vigna d’amore fu qui colto per la mensa
+d’Allah. Qui il nero feretro, conca dell’eternità, furò giovani ancora
+e precipitò nelle tenebre le perle orientali, delizia e tesoro del
+mare.
+
+
+Il velo dell’oblio e del tempo le involve; un turbante scolpito sulla
+loro fossa riluce nella campagna simile alla bandiera dell’esercito
+delle ombre, e appiè della lapida appena rimangono le iscrizioni incise
+dalla mano d’un _giaur_.[20]
+
+
+O rose dell’Eden! I vostri giorni si sfiorarono sul rio di purità,
+sotto le fronde del pudore, ascose per sempre agli occhi degli
+infedeli.
+
+
+Adesso gli sguardi dello straniero contaminano le vostre tombe e io lo
+permetto. Perdona, o gran profeta! Solo l’occhio di quello straniero le
+mira con lacrime.
+
+
+V.
+
+L’AIU-DAG.
+
+Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde spumanti che
+s’avanzano, strette in lunghe file, come nere coorti tumultuose, o che,
+simili a banchi di neve, rifrangono i raggi del sole in mille archi
+baleni.
+
+
+Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono il lido come
+un esercito di cetacei; occupano la terra in trionfo, e, volte tosto in
+precipitosa fuga, lasciano dietro a sè conchiglie, perle e coralli.
+
+
+In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso attrae sul tuo capo
+le tempeste; ma subito che impugni la cetra, esse senza offenderti,
+
+
+Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a sè canti
+immortali, coi quali i secoli futuri intesseran ghirlanda alle tue
+tempie.
+
+
+Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo _Viaggio di Crimea_ le
+vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e allude alla tradizione
+surriferita; ma non sembra rigettarla come spuria. Ecco uno squarcio
+della sua relazione:
+
+“Nell’_harem_ circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni e di
+sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano le donne
+del _Khan_. Ma sono tutte deserte; appena qua e là scorgemmo qualche
+avanzo dell’incrostatura di legno; alle finestre alcuni brani di vetro
+colorito, e alle pareti alcune spere veneziane nelle quali le odalische
+talvolta si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che
+ispirò al Puschin il suo poema della _Fontana di Bakcisarai_....
+
+”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special menzione.
+Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e spiccantisi sopra un
+fondo chiaro e variegato. In queste fontane si trova adunato quanto il
+gusto asiatico ha di più squisito, e l’architettura orientale di più
+elegante. Una di esse diede il titolo al poema del Puschin....”
+
+ (_Viaggio_ ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.)
+
+
+
+
+Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di
+lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano
+silenziosi intorno al minaccioso _Khan_.[21] Tutti con rispettosa
+attenzione spiano su quella fronte accigliata i segni della rabbia e
+del dolore, il monarca altero fa un cenno colla destra impaziente e
+tutti riverenti si ritirano.
+
+Solo nella sua stanza, respira più liberamente, e i moti del suo cuore
+si riflettono con maggiore energia sulla sua fronte. Così il cristallo
+ondoso d’un golfo riproduce fedelmente l’imagine delle procellose nubi.
+Che cosa mai sconvolge quell’anima superba? Che progetto assorbe i
+pensieri di Ghirei? Forse vuol muover guerra ai Russi, imporre leggi
+alla Polonia? Forse lo divora la sete di sanguinosa vendetta? Oppure
+scoprì una congiura nell’esercito? O finalmente lo inquietano l’odio
+dei suoi popoli e le insidie dello scaltro Genovese?
+
+No: egli è sazio ormai di gloria militare. La sua mano micidiale si
+riposa dalle fatiche bèlliche, e la passione della guerra non gli
+infiamma più la mente.
+
+Forse penetrò il tradimento nel suo _harem_, e qualche _odalisca_
+educata nella schiavitù e nella mollezza, diede il cuore a un _giaur_?
+
+No: le timide spose di Ghirei non ardiscono nè pensare nè desiderare,
+e sebbene oppresse da una tetra noia, esse non concepiscono idea di
+tradimento. Rinchiuse in un carcere invigilato da custodi assidui e
+inesorabili, ivi splendono in voluttuosa quiete come fiori esotici
+sotto le vetrine di una stufa. Per esse, i giorni, i mesi, gli anni
+fuggono in monotona fila, portando via seco a mano a mano la gioventù e
+l’amore. I dì passano tutti simili fra loro, e le ore sembrano lente.
+L’ozio e la pigrizia sono gli arbitri dell’_harem_; ben di rado vi
+s’insinua il piacere. Quando le giovani recluse provano l’angoscia e il
+tedio, lo dissipano cambiando abbigliamento, giocando, chiacchierando,
+oppure passeggiando in leggiadra schiera al mormorar delle acque
+zampillanti, al rezzo dei platani fronzuti. Un malizioso eunuco le
+segue in ogni parte; non possono sottrarsi alla sua vista. Il di lui
+sguardo scorge tutto, il di lui orecchio ode tutto. Per sua cura fu
+stabilita una regola di vita invariabile. Sua unica legge è il volere
+del Khan, e l’adempie colla stessa scrupolosità che i precetti del
+Corano. L’eunuco non sa che sia amore; impassibile come una statua,
+egli accoglie con indifferenza le beffe, la rabbia, le mortificazioni,
+gli oltraggi d’una petulanza impudica, il disprezzo, le preghiere, i
+languidi sguardi, i flebili sospiri, le timide lagnanze. Egli conosce
+bene l’indole delle donne, sa quanta sia l’astuzia femminile in libertà
+e in cattività. Nè le tenere occhiate, nè le mute rampogne, nè le
+lacrime hanno potenza su lui; egli ormai più non ci crede.
+
+Quando le belle prigioniere, spargendo i lunghi crini al vento, vanno,
+durante i calori dell’estate, ad attuffarsi nel ruscello e spandono
+sulle rosee membra l’onda argentea della fonte, l’eunuco testimone
+eterno delle loro azioni fa sentinella al bagno. Mira senza emozione
+quelle elette forme nude. Quando spiega la notte il nero suo manto,
+l’eunuco schiude una porta obediente, s’avanza a passi taciti sui
+tappeti morbidi, striscia quatto quatto di letto in letto; agitato da
+continua tema, osserva attentamente le belle addormentate, e ascolta il
+loro bisbiglio notturno; nota i sospiri, gli aliti, i minimi fremiti;
+di tutto fa tesoro, — e guai a colei che sognando proferisse un nome
+straniero! Guai a colei che confidasse alla benevola compagna qualche
+sfrenata e matta cupidigia!
+
+Qual mai sarà dunque la causa dell’ira di Ghirei? La pipa gli s’è
+spenta fra le mani, il servo aspetta immobile sulla soglia gli ordini
+del suo signore e osa appena respirare. Il regnante pensieroso si rizza
+in piedi; la porta s’apre avanti a lui. Silenzioso egli s’avvia alla
+dimora delle donne altre volte a lui sì care.
+
+Esse, aspettando il _Khan_, si sono assise in vari gruppi attorno a una
+fontana gorgogliante. Con infantile gaudio, mirano il pesce che guizza
+in quello specchio liquido o rasenta il fondo della marmorea vasca.
+Alcune di esse vi gettano per diletto i loro orecchini d’oro. Frattanto
+le ancelle portano in giro i sorbetti odoriferi; poi intuonano un canto
+sonoro e gaio che fa echeggiar le sale.
+
+
+ CANZONE TARTARA.
+
+I.
+
+Largisce il cielo agli uomini il compenso delle pene e delle lacrime:
+beato il _Fachir_[22] che vede la Mecca nei tristi anni della sua
+vecchiaia.
+
+II.
+
+Beato colui che s’illustra morendo sulle gloriose sponde del Danubio:
+una celeste fanciulla gli volerà incontro, sorridendo d’amore.
+
+III.
+
+Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di calma e di mollezza ti
+accarezza come rosa, nel recinto dell’_harem_.
+
+ * * *
+
+Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore, la perla
+dell’_harem_? Afflitta e pallida non ode le sue lodi; come una palma
+rabbuffata dai venti, essa piega la giovine testa; più niente può
+piacerle. Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più.
+
+Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o Zarema? I bruni capelli
+ti cingono due volte la nivea fronte; gli occhi tuoi son più chiari del
+giorno, più neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere
+gli slanci delle focose passioni? Qual bacio tenero è più vivo delle
+tue carezze? Come mai un cuore pieno della tua imagine può palpitare
+per una altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei disdegna i
+tuoi favori, e consuma le gelide ore della notte nella mestizia e nella
+solitudine, dacchè una principessa polacca abita il suo _harem_.
+
+Non è molto che la giovane Maria vive sotto estranio clima: poco fa,
+essa fioriva nella propria famiglia accanto a un padre affettuoso
+che la chiamava sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca
+volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva che la sorte
+della diletta figlia fosse splendida come un dì di primavera; che nè
+anche il minimo duolo conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata,
+si ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza, quelle ore festose
+e gioconde che si dileguano come lieve sogno. Ogni cosa in lei destava
+maraviglia: l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi d’un
+azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli dell’arte e allegrava
+i banchetti domestici coi suoni melodici dell’arpa. Molti potenti
+e ricchi signori chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi
+sospiravan per lei di secreto amore. Ma la vergine tranquilla e candida
+non conosceva ancora le passioni, e nel castello del padre dedicava
+l’ore dell’ozio a scherzare colle care compagne.
+
+Non durò molto quella felicità. Una orda di Tartari si sparse per la
+Polonia, colla rapidità d’un torrente che invade le pianure, o d’un
+incendio che divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla
+guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti sollazzi e i
+giuochi; spariscono i villaggi e i querceti. Il magnifico castello
+è desolato, la camera di Maria è vuota e muta. — Nella cappella del
+palazzo ove in lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con
+intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una nuova sepoltura.
+Il padre è morto, la figlia è schiava. Un avaro straniero possiede
+il castello e spreme con estorsioni tiranniche gli infelici abitatori
+della campagna.
+
+La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa; ma la bella vi
+si strugge in pianto e in gemiti, nè può assuefarsi alla prigionia cui
+è ridotta. La di lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il
+sonno breve del _Khan_, il quale fa di tutto onde lenir la doglia della
+sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle leggi dell’_harem_.
+Essa entra nel bagno senza altri testimoni che una serva. Il truce
+custode delle odalische non penetra da lei nè di giorno nè di notte;
+non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate, nè osa
+neppure fissarle gli occhi in volto. Il principe medesimo non ardisce
+turbare il riposo della vergine prigioniera: le concesse di vivere sola
+nella più estrema parte della reggia, e diresti che in quel misterioso
+ricetto s’annida qualche ente più che mortale. Ivi perpetua arde
+una lampada davanti all’imagine della Madre di Dio; ivi la speranza,
+ultimo conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la
+sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della patria vicina
+e così cara, e si lamenta e chiama le dolci compagne che l’invidiano
+forse. Mentre in tutto il palazzo domina la mollezza e la follia,
+un angolo di quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della
+castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza d’una vita
+dissoluta, il cuore talvolta riman puro e serba intatto il suo sacro
+deposito: il sentimento della divinità....
+
+Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride si vestono di tenebre;
+in lontananza, fra le fronde immote degli allori, io odo il gorgheggiar
+del rosignolo... La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un coro
+di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le colline, le selve.
+Le donne agili e snelle come ombre passano per le vie di Bakcisarai, e
+vanno nelle case degli amici a spendere le ore disoccupate della sera.
+
+La reggia tace; l’_harem_ giace immerso in pacifico sonno; nessuno
+strepito interrompe la quiete notturna. Il fido e vigilante eunuco
+ha adempito la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma l’ansia
+assidua gli amareggia quella breve requie. Il sospetto atroce del
+tradimento non cessa un istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un
+calpestío, ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio
+incerto, si solleva spaventato, tremante e ascolta con orrore....
+ma ogni cosa tace intorno, e nessun suono s’ode in vicinanza, fuori
+quello delle acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione di
+marmo, e l’inno che il rosignolo modula nella oscurità alla rosa sua
+compagna diletta e inseparabile. L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma
+invano.... poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre.
+
+Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso Oriente! Quanto
+soavi scorrono quelle ore per gli adoratori del Profeta! Che lusso
+splende nelle loro magioni, nei giardini incantati, ne’ silenziosi
+e impenetrabili _harem_, ove sotto il candido raggio della luna, par
+ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e d’amore!
+
+Le donne dormono. Una sola veglia; respirando appena essa balza
+da letto; con mano frettolosa schiude la porta, e con passo snello
+s’inoltra nelle ombre della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il
+vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile e astuto;
+il suo riposo non è che apparente.... essa passa leggera come spettro.
+
+Titubante e sbigottita, arriva ad una porta, gira lentamente la
+maniglia della serratura; entra, guarda intorno, un secreto terrore
+s’insignorisce d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la fiammella
+dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente lumeggiato da quella
+lampada, una piccola imagine della Beata Vergine, e un crocifisso,
+simbolo sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo
+della Georgiana la grata rimembranza e il dolce eco dei giorni remoti.
+S’arresta innanzi al letto della bella Maria. Il colore d’un sonno
+giovenile inostra quelle guance ove rifulge un melancolico sorriso,
+sebben tuttora vi appaiano i vestigi di lacrime recenti. Così talvolta
+il riflesso della luna imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia.
+E Zarema, curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden,
+sceso in terra a consolare la misera prigioniera del serraglio. — Il
+di lei cuore si stringe angosciosamente; i di lei ginocchi si piegano
+a suo malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere i voti
+miei....”
+
+Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti, risvegliano la
+principessa. Vede con timore la giovine incognita prostrata al suolo;
+tutta confusa, la rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a
+questa ora, in queste mura? Che brami?...”
+
+— “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni mia speranza è in te
+riposta.... Fui felice un tempo.... viveva in sicurtà e in gioia.... ma
+svanì ormai ogni mio bene; io muoro. Ascoltami.
+
+”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei miei primi anni
+sono altamente impresse nella mia memoria, ed io rimembro tuttora i
+monti alzati al cielo, i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti
+impenetrabili, altre leggi, altri costumi; ma per che decreto della
+sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto mi sovviene del
+mare e d’un uomo ritto sopra un albero di nave sopra le vele....
+Fin adesso la paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in
+pace all’ombra dell’_harem_, e aspettava i primi diletti d’amore
+con paziente ansia e trepidazione. I miei secreti desiderii vennero
+esauditi. Ghirei rinunziò alla guerra sanguinosa, per addarsi alla
+dolce voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò nelle mura
+dell’_harem_. Venimmo tutte al cospetto del nostro signore, con un
+palpito di incerta speranza. Egli fissò sopra di me il suo sguardo
+tranquillo e sereno.... Da quel giorno in poi, godevamo una felicità
+perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto, nè la gelosia
+crudele, nè il disgusto, avevano interrotto la nostra unione.... Ma
+tu gli apparisti, o Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un
+empio disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude l’orecchio
+alle mie rimostranze; i sospiri miei lo molestano, non mi degna più
+delle sue attenzioni nè del suo amichevole consorzio. Non sei complice
+della sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io lo so;
+quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto l’_harem_, potresti
+gareggiar meco; ma io son nata alle passioni, mentre tu non puoi amare
+come amo io; perchè, dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore?
+Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze mi ardono come
+fiamma; egli s’unì a me con solenne giuramento; da gran tempo, egli
+ed io, non abbiam che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà
+mi uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi a te. Io ti
+supplico, non osando accusarti.... ah rendimi la gioia e la pace;
+rendimi il mio Ghirei, qual era prima.... Non replicar parola.... egli
+è mio; egli delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo,
+coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai; giurami.... sebben
+io ora adori il Corano, crebbi nella tua fede, che era la fede di
+mia madre.... giurami per il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con
+Ghirei.... Ma senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè
+del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.”
+
+Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla. L’innocente
+giovinetta ode per la prima volta il linguaggio delle passioni
+tormentose, l’ode con maraviglia e con spavento. — Che lacrime, che
+preghiere potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la minaccia?
+Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa condizione? Se Ghirei
+potesse dimenticarla per sempre nel di lei longinquo carcere, o se
+volesse troncare innanzi tempo il sottile stame della di lei vita!
+Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa valle di dolore! Le sue
+ore di beatitudine svanirono e non torneranno più! Che farebbe essa
+nel deserto di questo mondo? È tempo di partire; Maria è aspettata in
+cielo, nel seno della calma e del sorriso eterno.
+
+Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella è sparita in un
+momento; novello angelo di Dio, essa splende ora nel tanto sospirato
+paradiso. Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico della sua
+disperata prigionia o qualche altro dolore?... Nessuno può dirlo. —
+Solo è certo che la gentil Maria cessò di vivere. — L’orrendo serraglio
+è vuoto. Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di Tartari
+egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo di sangue come
+prima, s’abbandona di nuovo al turbine della guerra, ma serba aperta
+nel cuore la piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo alla
+battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un tratto s’arresta;
+Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito e attonito, impallidisce come
+côlto da subíto terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un
+torrente d’amare lacrime.
+
+Ghirei sdegna e dimentica il suo _harem_; le sue donne sventurate
+invecchiano e languono in quelle triste soglie sotto la custodia
+dell’eunuco. La Georgiana più non trovasi in mezzo ad esse; già da un
+pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso delle onde. Nella
+notte in cui morì la principessa finirono gli strazi della di lei
+gelosa rivale. Qualunque fosse la colpa della bella Georgiana, atroce,
+immane fu il castigo.
+
+Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco le circostanti valli del
+Caucaso e le tranquille campagne della Russia, tornò nella Tauride, e
+fece edificare, in onore di Maria, una fontana marmorea in un angolo
+recondito della reggia. Una mezza luna d’argento vi splendea sotto
+l’ombra d’una croce, empia confusione dei due riti, e segno manifesto
+di ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una iscrizione
+che il tempo edace non ha ancora consunta. Dietro a questa fabbrica
+bizzarra, l’acqua mormora in una vasca di marmo dalla quale risale in
+lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran piangere la sorte di
+Maria. Tale una madre inconsolabile spande perenne tributo di pianto
+sulla lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del paese
+conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel funebre monumento la
+fontana delle lacrime.
+
+Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti della capitale,
+io visitai il palazzo di Bakcisarai sepolto nell’oblio. Errai per le
+silenziose sale, ove risiedeva il feroce _Khan_ flagello dei popoli,
+e ove reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i giorni
+ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza tuttora respira
+nelle stanze e nei giardini inabitati: le acque scherzano, le rose
+rosseggiano, i grappoli s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla
+sulle pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne prigioniere
+consumavano il fior degli anni loro, gemendo in secreto, e contando
+i grani delle loro corone d’ambra.[23] Vidi il cimitero dei _Khan_,
+ultima dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri, cinte
+d’un turbante di sasso, pareva che mi dichiarassero apertamente
+i decreti del fato. Ove sono i _Khan_? Ov’è l’_harem_? Tutto tace
+all’intorno, tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro
+pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il rombo delle
+fontane m’immerse in una involontaria meditazione, in mezzo a cui
+scòrsi un’ombra di fanciulla che spaziava nel lucido azzurro....
+
+Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che imagine era quella che
+m’inseguiva nell’_harem_ deserto, e ch’io non poteva respingere, nè
+evitare? Forse la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa
+di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata tenera, e quelle
+forme ancora terrestri.
+
+Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico della gloria e
+dell’amore, io in breve vi rivedrò, o gaie spiagge del Salghir.
+Perlustrerò di nuovo le falde amene dei monti marittimi, e i flutti
+cerulei della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione
+incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive e sente: i colli, i
+boschi, le vigne onuste di rubini e di topazi, le valli ombrose e
+fresche, i ruscelletti garruli, fiancheggiati di pioppi.... tutto
+eccita l’ammirazione del viandante, il quale scorrendo a cavallo la
+strada in riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino
+d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti dell’Eusino che lampeggiano
+al sole, e spumano e mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh....
+
+
+
+
+EUGENIO ANIEGHIN.[24]
+
+
+
+
+CAPITOLO PRIMO.
+
+ Si affretta di vivere, s’affanna a godere.
+ VIASEMSKI.
+
+
+“Mio zio, uomo d’illibati costumi, godeva la stima di tutti ed era
+giunto al colmo dei suoi desiderii, quando in un subito ammalò sul
+serio. L’esempio suo potrà servir di norma ai posteri; ma che seccatura
+per me vegliar dì e notte accanto al suo letto nè osare discostarmene
+di un passo! Che brutta ipocrisia è confortare un moribondo,
+assettargli i guanciali, porgergli con volto afflitto le medicine,
+mentre si dice in disparte con un sospiro d’impazienza: “Ti levasse via
+il diavolo, maladetto vecchio!”
+
+Viaggiando per la posta in mezzo a un nuvolo di polvere, così
+fantasticava fra sè un giovine scapestrato, erede, per voler di Giove,
+di tutti i suoi consanguinei. Ammiratori di _Ruslano e Liudmila_,[25]
+permettete che questa volta io, senza altri preamboli vi faccia fare
+amicizia col protagonista di questo mio nuovo romanzo. Il mio buono
+Eugenio Anieghin nacque sulle sponde della Neva ove forse nasceste
+voi pure, ove forse faceste bella figura, o miei lettori! Anch’io
+le conosco, e ci ho spesso passeggiato; ma il clima del norte m’è
+contrario.[26]
+
+Il padre d’Eugenio, dopo aver servito lo Stato con onore, viveva di
+debiti; dava tre feste di ballo all’anno e finì spiantato. La sorte
+dapprima favorì Eugenio; egli ebbe per balia una _Madame_; quindi un
+_Monsieur_ per aio. Cresceva un po’ vispo, ma amabile. Quel povero
+diavolo di abate francese non volendo stancar la mente del suo alunno,
+lo istruiva scherzando e ridendo. Alieno dai precetti d’una austera
+morale, non lo sgridava che per celia, e lo menava a spasso nel
+Giardino d’estate.
+
+Quando Eugenio arrivò all’età delle vaghe speranze e della tenera
+melancolia, _monsieur l’abbé_ fu licenziato. Ecco Anieghin finalmente
+libero. Pettinato all’ultima moda, attillato come un _dandy_ di
+Londra, Anieghin si lanciò nei saloni eleganti. Scriveva e parlava in
+francese molto bene; danzava con garbo la marcusa; salutava con gran
+disinvoltura: che potevasi esigere di più! L’alta società lo dichiarò
+spiritoso e compito.
+
+Tutti abbiamo studiato qualche coserella in un modo qualunque. Possiamo
+dunque spacciarci per dottori. A detta di giudici competenti e severi,
+Anieghin era un ragazzo erudito ma un po’ pedante. Aveva il felice
+talento di ciarlare di tutto con grazia. Quando nasceva una discussione
+grave, sapeva tacere col muso serio d’un intelligente e divagar le
+signore coi suoi frizzi satirici e spontanei.
+
+La lingua del Lazio è oggimai fuor d’uso: Eugenio, a dir vero, la
+conosceva abbastanza per decifrare una epigrafe, per chiacchierare di
+Giovenale, per cacciare un _vale_ in fondo a una lettera e citare a
+mente, storpiandoli un poco, due versi di Virgilio. Non si sentiva gran
+vocazione a rovistar nella muffa cronologica dell’istoria del globo; ma
+sapeva appuntino gli aneddoti curiosi dai tempi di Romolo ai nostri.
+
+Ricusò di sacrificar mezza la vita a studiar prosodia, e ad onta
+delle nostre premure non giunse mai a poter distinguere un iambo da un
+coreo. Bestemmiava Omero e Teocrito; leggeva Adamo Smith e diveniva
+un profondo economista; esaminava per qual modo uno Stato sussiste e
+s’arricchisce, e perchè l’oro non gli è necessario quando possiede i
+prodotti primi. Il padre di Anieghin non capiva niente a queste teorie,
+e ipotecava i suoi beni.
+
+Mi manca il tempo per dire appieno tutto ciò che Eugenio sapeva. Ma
+la scienza in cui primeggiava, la scienza a cui dalle fasce egli si
+applicò con impegno, con studio, con diletto; la scienza che occupava
+le sue intere giornate e vinceva la sua naturale indolenza, era la
+scienza di quella tenera passione che Nasone cantò sulla lira e per
+la quale chiuse la vita, come un martire, nelle atroci steppe della
+Moldavia, lungi dalla sua cara Italia......
+
+Benchè così novizio, già sapeva comporre il volto a suo beneplacito,
+occultare le sue speranze, simular la gelosia, asserire, persuadere,
+mostrarsi or feroce or languido, or superbo, or umile, or attento,
+or indifferente. Come sapeva a vicenda esser silenzioso e discreto,
+o focoso ed eloquente! Che espansione, che calore nel suo carteggio
+intimo! Non sospirava che per un solo oggetto, non adorava che una
+sola donna e per essa dimenticava il resto. L’occhio suo esprimeva ora
+la tenerezza e la timidità, ora l’audacia, e a volte s’irrugiadava di
+obedienti lacrime.
+
+Sapeva comparire sempre nuovo alle belle, sapeva commoverle con finte
+disperazioni, ammaliarle con melate lusinghe, coglier l’istante
+di debolezza, accalappiare l’innocenza burlando, sperdere a forza
+di logica e di passione i pregiudizi dell’inesperienza, aspettare
+una carezza involontaria, implorare ed esigere una dichiarazione,
+sorprendere i primi palpiti di un cuore vergine, inseguire senza
+posa la preda, e alfine ottenere dalla impietosita un misterioso
+appuntamento in cui le dava lezioni particolari d’amore. Oh, come
+sapeva confondere l’astuzia delle civette sfacciate! Quando voleva
+sfrattare i rivali, con che impudenza li denigrava! Che insidie tendeva
+sui loro passi! Ma voi, fortunati sposi, rimanevate suoi amici. Il
+marito scaltro, antico discepolo di Faublas; l’incredulo vecchio,
+maestoso capricorno, sempre contento di sè stesso, del suo secolo e di
+sua moglie, piaggiavano a gara il nostro Eugenio.
+
+Talvolta, mentre era tuttora in letto gli pioveva in camera un diluvio
+di bigliettini. Che saranno mai? Inviti? Di fatto, a un tempo stesso
+è pregato a conversazione in tre case diverse. In una v’è festa di
+ballo; in un’altra, ricreazione di bambini. In quale di questi posti
+si condurrà il nostro scapato? Con quale comincerà il suo giro? Poco
+importa, purchè vada in tutti. Frattanto si veste da mattino, prende il
+suo largo _bolivar_,[27] corre al _boulevard_, passeggia in su e in giù
+finchè il suo infallibile _Breguet_[28] gli segni l’ora del pranzo.
+
+Fa buio. Egli si accomoda in una slitta. “Ehi davanti! Ehi davanti!”
+gridano da ogni parte i cocchieri. Una polvere bianca inargenta il
+bavero del suo soprabito. Si ferma da Talon, credendo che ivi già
+lo aspetti N. N. Entra, e i tappi balzano al soffitto e il vino
+della cometa[29] si mesce a torrenti. I servi gli imbandiscono un
+_roast-beef_ sanguinolento, un piatto di tartufi, delizie della
+gioventù e onore della cucina francese; e l’incorruttibile pasticcio
+di Strasburgo[30] torreggia davanti a lui fra un formaggio _vivente_ di
+Limburgo e una piramide d’aurei ananassi.
+
+La sete eccitata dalle bollenti costolette richiede per estinguersi
+altre libazioni; — ma la lancetta dell’orologio già annunzia che
+è principiata la nuova pantomima. Mordace Aristarco del teatro,
+incostante adoratore di tutte le attrici, onorato cittadino delle
+quinte, Anieghin si trasporta al teatro, ove già tutti i dilettanti
+stanno pronti ad applaudire le capriole delle danzatrici, a fischiar
+Fedra e Cleopatra, a richiamar Maina[31] coll’unico scopo di farsi
+osservare dalla gente.
+
+Magico recinto nel quale echeggiarono i carmi dell’arguto Von
+Visin,[32] re dell’ironia e amico della libertà! Lì Oseroff[33] divise
+colla giovine Semenova[34] l’omaggio del nostro pianto e del nostro
+fanatismo; lì Calienin[35] rivelò al pubblico russo il genio sublime
+di Cornelio; lì il caustico Sciachovschi lanciò il susurrante sciame
+delle sue commedie; lì Didelot[36] s’incoronò d’immortali allori; lì,
+all’ombra di quelle decorazioni, passarono i miei dolci anni primieri.
+
+Care dive, che fu di voi? Porgete orecchio alla mia voce addolorata:
+siete sempre quali io vi vidi, oppure altre dive vi hanno supplite ma
+non pareggiate? Udrò io ancora i vostri concenti? Mirerò ancora il volo
+della Terpsicore russa, ovvero la mia vista sconsolata non incontrerà
+più nessuna fisionomia nota sulla vedova scena, e dovrò io, freddo
+spettatore dell’allegria comune, appuntare indarno il canocchiale sopra
+una adunanza sconosciuta, e, sbadigliando in disparte, contentarmi
+delle reminiscenze del tempo trascorso?
+
+La sala è zeppa di gente; i palchi brulicano; la platea e l’anfiteatro
+fervono, il lubbione trepida d’impazienza. Il sipario s’alza con un
+grato stroscío.... Sfavillante di luce, mezza aerea, docile al cenno
+dell’arco armonico, circondata d’una schiera di ninfe, ecco s’avanza
+Istomina[37] radendo appena il suolo colla cima d’un piede, mentre
+l’altro lentamente aleggia. Ora essa saltella, ora spazia più lieve
+che piuma al soffio d’Eolo, ora curva il bel fianco, ora lo drizza, e
+intreccia e batte in tempo gli agili calcagni.
+
+Tutti gli astanti dan segni di satisfazione. Anieghin entra,
+calpestando la gente si fa strada fra le poltrone, alza il doppio tubo
+ottico ai palchi ove stanno signore ch’egli non conosce ed esamina
+l’un dopo l’altro tutti gli ordini. Ha già veduto ogni cosa e nulla
+gli garba, nè i sembianti nè le _toelette_.[38] Saluta i conoscenti che
+scorge in varie parti, poi si volge agli attori con occhio disattento,
+gira la testa sbadigliando e susurra: “Convien mutar tutto; assai tempo
+ho sofferto i _ballets_; persino Didelot m’è venuto a uggia.”
+
+Gli amori, i diavoli tuttora sgambettano e tempestano sulla scena; già
+i lacchè stracchi russano nel vestibolo sulle pellicce dei padroni. Gli
+spettatori si soffiano il naso, tossono, fischiano, picchiano le mani.
+Dentro e fuori rifulgono mille lumi; i cavalli intirizziti dal freddo
+scuotono i finimenti; i cocchieri, ritti intorno ai braceri, maledicono
+i loro signori e si percuotono i fianchi colle palme per riscaldarsi.
+Già Anieghin è uscito; va a casa a mettere un nuovo _costume_.
+
+Potrò io mai fedelmente descrivere il gabinetto appartato, ove
+l’esemplare discepolo delle mode si vestiva, si spogliava e si
+rivestiva? Tutte quelle bagattelle che Londra in sì gran copia fabbrica
+per contentare i nostri capricci e ci manda quindi a traverso il
+Baltico in ricambio di legno e di sego; tutte quelle galanterie che
+il gusto e la provvida industria di Parigi inventa per dilettar la
+vista, per pascere il lusso e la mollezza del mondo elegante, tutto
+ciò adornava il gabinetto del nostro filosofo di diciotto anni. Pipe
+turche con bocchini d’ambra; lavori di porcellana e di bronzo; boccette
+di cristallo piene d’essenze odorose; pettini e lime d’acciaio; forbici
+dritte o curve; spazzole di trenta specie per le unghie e per i denti,
+ingrombravano i suoi tavolini. Rousseau (fo questa osservazione fra
+parentesi), Rousseau non poteva perdonare a Grimm di essersi nettato le
+unghie in sua presenza.[39] O magniloquente mentecatto! Il propugnatore
+della libertà e del dritto, in questo caso, ha certamente torto. Un
+uomo può essere assennato e pulirsi le unghie. Perchè voler lottare
+senza pro contro il secolo? L’uso è autocrata della società. Il mio
+Eugenio, paventando come un altro ***, i sarcasmi degli invidiosi,
+era, per dirla in una parola, un pedante della moda, uno zerbino coi
+fiocchi. Se ne stava talvolta almeno tre ore di seguito innanzi allo
+specchio, ed esciva dal suo _boudoir_, acconciato come una Venere
+notturna che sen va al veglione mascherata da uomo.
+
+Potrei qui dilungarmi in descrivere la toelette d’Eugenio, e attrarre
+l’attenzione degli eruditi sul suo abbigliamento; ma convien
+ch’io rinunzi a tale impresa, poichè la lingua russa non ha voci
+corrispondenti a _pantalon, frac, gilet_. E d’altronde m’accorgo e
+confesso con schiettezza, che il mio sciagurato stile pur troppo è
+già zeppo di espressioni esotiche, sebben per iscansarle io spesso
+scartabelli il Dizionario dell’Accademia.
+
+Ma ora di tutt’altro dobbiamo intrattenerci. Fa d’uopo che ci rechiamo
+alla festa di ballo ove Anieghin s’avvia in una calescia da nolo. Sulle
+facciate oscure delle case, pel lastricato silenzioso delle strade, i
+fanali delle carrozze spandono un giocondo chiarore che si refrange
+in mille archibaleni sulla neve. Il nostro eroe smonta all’ingresso
+d’un suntuoso palazzo, splendidamente illuminato. Si vedono passare
+e ripassare alle finestre, innumerevoli ombre e profili di teste di
+signore e di cavalieri.
+
+Anieghin si slancia nel peristilio, vola come strale davanti allo
+introduttore svizzero[40], sul pavimento di marmo. Si liscia i capelli
+colla mano, ed entra nella sala di conversazione. È piena gremita di
+gente, e i musicanti cominciano a essere stanchi. Gli invitati danzano
+la masurca. Dappertutto chiasso e calca straordinaria; ronzano gli
+speroni dei _chevaliers gardes_,[41] guizzano e trepidano i piedini
+delle gentili dame; infiniti sguardi ardenti li accompagnano, e
+l’armonia dei violini soffoca il cinguettío delle gelose donne alla
+moda.
+
+Nei miei giorni di felicità e di desiderio, io ammattiva per le
+feste di ballo. Non conosco luogo più propizio per far dichiarazioni
+d’amore, e consegnar viglietti teneri. O rispettabili mariti! Io vi
+offro i miei servizi, e vi prego d’attendere alle mie parole: vi voglio
+salvar l’onore. Voi pure, buone madri, osservate con maggior rigore la
+condotta delle vostre figlie, abbiate sempre gli occhiali a cavalcioni
+sul naso.... Non crediate però ch’io.... Dio me ne scampi e liberi!
+Parlo così, perchè già da un pezzo io non pecco più.
+
+Ahimè, che ho perduto molta parte di mia vita in diporti frivoli!
+Eppure mi talenterebbero tuttora le feste di ballo, se non offendessero
+la morale! Io amo la petulante gioventù, la folla, il brio, l’allegria,
+gli addobbi ricercati delle belle; ma più di tutto io vagheggio i loro
+piedini. Peccato però, che in tutta la Russia si trovino appena tre
+paia di bei piedi muliebri! Ma fra questi uno ve n’ha, ch’io non potrò
+sì tosto dimenticare! Tribolato, spassionato, desto o svegliato, io
+gli ho sempre presenti, e ogni notte vengono a stuzzicarmi in sogno.
+In nessun tempo, in nessun clima li potrò io obliare. Ahi, piedini,
+piedini! Dove siete adesso? Sotto qual zona premete i fiorellini di
+primavera? Avvezzi alla mollezza orientale, non stampaste orma sulle
+orride nevi del settentrione; vi bisognava la morbidezza dei tappeti di
+Persia. Per voi, io scordai la gloria, l’ambizione, il paese degli avi
+miei, e la mia prigionia. L’incanto dei miei anni giovanili svanì come
+sull’erba dei prati la traccia vostra.
+
+Il seno di Diana, le gote di Flora, o amici cari, mi fan trasecolare,
+ma più seducenti ancora mi sembrano i piedini di Terpsicore. Essa,
+lasciando travedere l’ambíto guiderdone degli amanti, trascina dietro
+a sè un turbine di voti e di sospiri. Io adoro quei piedini: di
+primavera, sopra lo smalto delle lande; d’inverno, innanzi agli alari
+del caminetto, sul tavolato lucido dei saloni, sotto le lunghe tovaglie
+delle mense, e presso al mare sul granito d’uno scoglio.
+
+Un giorno, io ed essa, eravam sul lido poco prima di una burrasca. Oh
+come io invidiava le onde che venivano in tumultuosa fila a lambirle
+amorosamente i piedi! No, durante il voluttuoso corso della mia
+gioventù, non bramai con tanto affetto di baciare le labbra purpuree, o
+le rosee guance, o il petto tremulo delle nuove Armide, come bramai in
+quel punto di baciare quei piedini.
+
+Mi rimembro d’un’altra circostanza. Talvolta in un sogno felice parmi
+tener l’arcione della sua sella, e stringer fra mano quel piedino
+adorato. A quel pensiero mi si riscalda la fantasia, a quel contatto
+mi ribolle il sangue nelle vene agghiacciate: soffro ancora, amo
+ancora.... ma già troppo a lungo la mia garrula Musa celebrò le
+belle superbe: esse non meritano nè gli ardori nè i carmi che esse ci
+ispirano. Le parole e il cuore di quelle lusinghiere sono così volubili
+come i loro piedi.
+
+Ma dov’è il mio Anieghin? Mezzo addormentato esce dalla festa di ballo,
+e va a gustare un istante di riposo. Già il rimbombo dei tamburi ha
+svegliato l’abitante instancabile di San Pietroburgo. Il mercante balza
+da letto, il rivendugliolo va in giro colle sue ceste, il cocchiere
+s’incammina alla stazione consueta. La contadina di Octa corre colle
+sue brocche di latte, e fa crepitar la neve sotto ai suoi solleciti
+passi. Il gradito fracasso del mattino si rinnovella dappertutto: le
+imposte si spalancano; il fumo delle stufe serpeggia per l’aria in
+ghirlande azzurrine, e l’accurato fornaio tedesco col berretto bianco
+in testa ha già aperto più volte lo sportellino della sua bottega.
+
+Frattanto il figlio del piacere e del fasto, sbalordito dal frastuono
+delle feste, converte il mattino in notte, e dorme placidamente fra
+beate visioni. Si desterà dopo le dodici; continuerà la stessa vita
+varia eppure uniforme, e domani farà quel che fece ieri. Domanderete
+forse se il mio Eugenio, indipendente sul più bel fior degli anni, fra
+i trionfi, gli amori e le delizie, godesse la felicità? Domanderete se
+fra i lauti conviti egli fosse tranquillo e sano?...
+
+No: i sensi suoi già divennero ottusi e languidi. Il rumore del
+mondo lo importuna; le belle non son più il precipuo oggetto dei suoi
+pensieri. La perfidia delle donne lo ha disgustato; è stucco degli
+amici e dell’amicizia, perchè non può sempre condire di sciampagna le
+bistecche e i pasticci di Strasburgo, nè sciorinar motti e frottole
+quando gli duole il capo; e benchè egli fosse un discolo solenne,
+abiurò finalmente gli alterchi, le sciabole e le pistole.
+
+Un morbo, le cui cause già da gran tempo si sarebbero dovute indagare;
+un contagio fratello dello _spleen_ inglese, vale a dire l’ipocondria
+russa, lo invase poco a poco. La Dio mercè egli non cercò di farsi
+saltar le cervella, ma si svogliò di tutto. Divenne burbero e tetro
+come _Childe Harold_. Nè i pettegolezzi della città, nè il gioco del
+_boston_, nè le provocatrici occhiate, nè i sospiri indiscreti lo
+commovevano, e non vi badava nemmeno.
+
+In primo luogo, egli abbandonò le fantastiche dame della alta
+società. A dir vero, il _bon ton_ d’oggigiorno è bastantemente
+seccante. Sebbene alcune signore siano in grado di spiegare Say e
+Bentham, ciò non ostante, ad onta di quell’innocuo cicalío, la loro
+compagnia è intollerabile. Di più esse sono così caste, così maestose,
+così spiritose, così pie, così guardinghe, così puntuali, così
+inespugnabili, che la sola vista loro ti appicca lo _spleen_.
+
+E voi, o forosette, cui ad ora avanzata un rapido _droschi_ mena in
+giro per le vie di San Pietroburgo, il mio Eugenio piantò lì anche
+voi. Disertore dei divertimenti sregolati, Anieghin si rinserrò
+nella sua camera, prese carta e calamaio, e volle scrivere; ma quella
+applicazione improba gli fiaccò le forze. Quindi egli non entrò nella
+sella di quelli uomini violenti, che io non condannerò perchè io sono
+di quel numero uno.
+
+Nuovamente in preda all’ozio, straziato dall’inedia del cuore, schierò
+un battaglione di libri sulli scaffali della sua biblioteca, e s’assise
+col lodevole intento di far suo proprio l’ingegno altrui. Lesse, lesse,
+lesse, ma senza scopo e senza frutto; ove trovò la noia, ove l’inganno
+e la follia. Tale autore non ha coscienza, tale altro non ha giudizio;
+ciascuno ha le sue prevenzioni e i suoi vizi. Gli antichi sono un
+po’ vieti, e i moderni delirano sugli antichi. Mandò all’aria i libri
+come le donne, e avvolse in un drappo bruno la biblioteca, e i suoi
+polverosi tesori.
+
+Io conobbi Anieghin verso quell’epoca di sua vita. Appunto aveva io,
+come lui, scosso di recente il giogo delle convenzioni sociali e delle
+vanità mondane. Mi piacque la fisionomia d’Eugenio. Quella sua indole
+astratta e cogitabonda, quella stranezza di maniere e d’idee, congiunta
+a una sagacità rara e ad un senno squisito, m’empì di meraviglia.
+Io fremeva di sdegno; egli sen stava quieto e meditabondo. Ambedue
+sapevamo per prova come scherzino le passioni; ambedue satolli della
+esistenza, dovevamo soffrire nel mattino della vita gli oltraggi della
+ceca fortuna, e dei nostri simili.
+
+Chi ha vissuto e riflettuto, non può fare a meno di sprezzare gli
+uomini, nel secreto del cuore. L’imagine dei dì passati, che non
+torneranno più, è una tortura per un’anima sensibile. Il rammarico, il
+pentimento, la mordono e la rodono come serpenti, e per essa non v’ha
+più vera gioia. Tali sentimenti infondono nella conversazione di chi li
+prova una grazia, un fascino onnipossente. Dapprincipio, il linguaggio
+d’Anieghin mi turbò; ma poco a poco mi assuefeci alle acerbe invettive,
+ai sarcasmi pungenti e atrabiliari, che discorrendo scoccava, or qua or
+là, come tanti strali mortiferi.
+
+Nella stagion d’estate, quando il cielo si specchiava limpido e terso
+nel cristallo della Neva; quante volte, a quell’ora di notte in cui più
+non brillava il sorriso della luna, errando insieme lungo le sponde
+del fiume, ci narrammo a vicenda gli episodi romanzeschi dei nostri
+primi amori! Ridivenivamo sensibili e noncuranti, oppure ci inebriavamo
+in silenzio dei grati olezzi della verdura, in mezzo a quelle tenebre
+sfolgoranti di stelle. Trasferiti in idea dal tempo presente sì amaro,
+nel passato sì dolce, provavamo quel che proverebbe un galeotto, il
+quale addormentatosi nell’orror dell’ergastolo, si destasse in seno a
+un fiorito boschetto.
+
+Immerso nell’abisso delle sue rimembranze, talvolta Eugenio se ne
+stava aggomitato[42] sul granito, come il personaggio descritto dal
+poeta.[43] Alta quiete regnava intorno, non s’udiva altro strepito
+che il grido delle sentinelle, e di quando in quando il fragore delle
+ruote d’un _droschi_ nel quartiere della Miliona. Al più al più, una
+barchetta a remi solcava lentamente la superficie unita del gran fiume;
+e ci molcea l’orecchio un suon di corno misto a un canto flebile in
+lontananza. Ma più soave assai echeggia nelle ombre opache l’armonia
+delle ottave del Tasso.
+
+O lagune dell’adriaco mare, o Brenta! Io vi vedrò; io andrò a ispirarmi
+al susurro delle vostre acque. La vostra voce è sacra ai figli
+d’Apollo; essa mi è nota per la cetra altera d’Albione,[44] mia maestra
+e donna. Io assaporerò la voluttà delle notti dell’aurea Italia; io
+vogherò in una misteriosa gondola al fianco d’una leggiadra veneziana,
+ora loquace, ora taciturna, che addestrerà le mie labbra a modular la
+favella di Petrarca, e d’amore.
+
+Ricupererò io mai la libertà? Io la chiamo, io la sospiro con fervore.
+Vo spaziando qua e là in riva al mare;[45] invoco la burrasca; fo segni
+alle antenne delle navi. Quando potrò io intraprendere un tragitto
+periglioso sui flutti lottanti coi venti, per le oblique vie del
+pelago? È tempo che io fugga il lido fastidioso e queste aure aborrite;
+è tempo ch’io voli sotto un cielo più mite, sulle spiagge dell’Africa
+natia,[46] a pensare a questa nebulosa Russia, ove ho sofferto, ove ho
+amato, ove giace sepolto il mio cuore.
+
+Anieghin stava per far vela meco verso estranee regioni, quando piacque
+al barbaro destino di separarci per lungo tratto. Il padre d’Anieghin
+passò da questa vita. Un branco d’accaniti creditori assalì Eugenio.
+Tutti avevano dritti legittimi e istromenti validi. Eugenio che
+abominava le liti, contento delle sue mediocri sostanze, cesse loro
+l’eredità paterna; non credendo scapitar gran cosa, e pronosticando
+forse la prossima fine d’un suo vecchio zio. E, in fatti, di lì a
+poco, gli giunse la notizia che quel galantuomo era in punto d’agonia,
+e bramava, prima di spirare, dargli l’estremo addio. Eugenio, subito
+ricevuta la lettera dell’intendente, montò in posta, anticipatamente
+sbadigliando dalla noia, e preparandosi a dovere, per qualche danaro,
+gemere, piangere, e far quella commedia cui si allude nell’esordio di
+questa veridica istoria. Ma quando Eugenio giunse al villaggio dello
+zio, trovò il buon vecchio già basito e in procinto di andarsene
+sotterra.
+
+Il cortile era pieno di servitori. Da ogni banda accorrevano amici e
+nemici per godere della vista dei funerali. Si seppellì il defunto. I
+preti e i curiosi gozzovigliarono in suo onore, e quindi, ben pasciuti,
+si ritirarono con gravità e sussiego, come persone che han compito
+un dovere sacrosanto. Ecco Anieghin divenuto campagnuolo, possessore
+assoluto di manifatture, di canali, di selve, di poderi, esso, fin
+ad ora, scialacquatore di prima riga, e recalcitrante ad ogni freno!
+Eccolo che consente a trasformare il suo antico vivere disordinato in
+una esistenza regolata e sicura.
+
+Per ben due giorni interi la solitudine dei campi, la frescura
+crepuscolare dei querceti, il mormorío d’un placido ruscelletto, gli
+tornarono a genio. Nel terzo giorno, i boschi, i poggi, le valli,
+non lo dilettarono più tanto; anzi gli cagionarono un tedio mortale.
+Finalmente s’accorse e fu convinto, che la noia penetra anche nelle
+borgate rustiche, quantunque non vi si trovino nè strade, nè palazzi,
+nè carte da gioco, nè feste di ballo, nè poesie. L’ipocondria
+accompagnava Eugenio in ogni luogo, e lo inseguiva come una ombra, o
+una sposa fedele.
+
+Io son nato per la vita quieta, per la calma delle ville. Il suono
+della cetra pare più melodioso in quel silenzio; le visioni della mente
+son più vive. Ivi mi pasco d’innocenti piaceri, navigo sul liquido
+cristallo d’un lago; nè conosco altra legge, che il dolce _far niente_.
+La libertà e la mollezza occupano le mie giornate; leggo un poco, dormo
+un poco; più non mi cale di quel vano fiato di vento, che si appella
+gloria. In somma, io passo il tempo come lo passava nella mia infanzia
+scevro di cure e di pensieri.
+
+Fiori, amori, verdura, campagna, riposo, siete i miei Dei tutelari.
+Mi rallegro sempre quando mi accade di notare qualche divario fra
+il carattere d’Eugenio e il mio. Senza di ciò, i lettori malevoli, i
+coniatori d’ingegnose calunnie, riconoscendomi forse a qualche indizio,
+andrebbero poi vociferando, che ho qui delineato il mio ritratto,
+secondo l’esempio di Byron, poeta dell’orgoglio. Perchè mai sarebbe più
+difficile di dettar poemi sopra gli altri, che sopra noi medesimi?
+
+Io farò una osservazione. Tutti i poeti si lasciano abbindolar
+dall’amore ideale. Tempo fa, io adorava certi cari oggetti, la cui
+effigie mi è rimasta impressa in fondo al cuore. La Musa poi prestò un
+corpo a quelle vaghe imagini, e celebrò la fanciulla dei monti[47] e le
+captive delle sponde del Salghir.[48] Adesso, amici miei, non di rado
+mi dirigete questa domanda: “Per chi palpitano le corde del tuo liuto?
+A quale delle gelose vergini sacrasti i tuoi concenti? Quale bella,
+destando in te l’entusiasmo, premiò i tuoi carmi con una occhiata?
+Chi è quella che divinizzi ora nelle tue carte?” Nessuna, o amici, lo
+giuro. Pur troppo esperimentai le ambasce forsennate di Cupido. Felice
+colui che accoppia il fuoco d’amore a quel di poesia, e così duplica il
+sacro furore dell’ispirazione ad esempio di Petrarca, il quale leniva
+il suo affanno cantando, e a un tempo stesso s’irradiava di gloria. Ma
+io, quando corteggiavo le donne, ero stolto e muto.
+
+La fiamma d’amore si estinse e rimasi al buio. Allora la Musa m’apparve
+e dissipò la caligine del mio intelletto. Libero omai, cerco ancora
+di combinare l’armonia del metro col sentimento e la ragione; scrivo,
+e con tale esercizio placo gli spasimi del cuore. La mia penna non
+si balocca più a schizzare, fra i versi non finiti, piedini e volti
+di donne. La cenere spenta non riarde più. Io tuttora patisco; ma è
+esausta la fonte delle lacrime, e in breve ogni traccia d’agitazione
+sarà sparita. Allora m’accingerò a comporre un poema in venticinque
+canti. Ho già ideato il nesso dell’azione, e stabilito il nome
+dell’eroe.
+
+Intanto eccomi giunto al fine del primo capitolo di questa favola. L’ho
+riveduto con accuratezza; vi ho scoperto un monte di contradizioni,
+ma non vo’ sprecar tempo in tôrle via. Adempirò il mio dovere verso la
+censura, e regalerò questo nuovo frutto ai giornalisti, acciocchè se lo
+mangino. Vattene adunque sulle rive della Neva, o neonato parto del mio
+ingegno! Possa tu produrre colà i soliti effetti delle cose illustri:
+le maligne interpretazioni, i clamori pazzi, e gli improperi.
+
+
+
+
+CAPITOLO SECONDO.
+
+ O rus!
+ ORAZIO.
+
+ O Russia!
+ _Traduzione libera_.
+
+
+La terra ove s’annoiava[49] Eugenio era un delizioso asilo nel quale
+un amante dei piaceri semplici avrebbe goduto una perfetta felicità.
+La casa signorile si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a
+piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte. Intorno intorno
+verdeggiavano e fiorivano ameni campi indorati di mèssi e prati
+ubertosi ove spaziavano gli armenti. Qua e là un villaggetto o un
+vasto giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca ove venivano le
+Driadi a meditare.
+
+Il venerabile castello era costrutto come devono essere tutti i
+castelli; straordinariamente solido e tranquillo, secondo l’uso
+dei nostri giudiziosi avi. Sale ampie ed alte, arazzi appesi alle
+pareti, ritratti d’antenati e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto
+ciò ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè. D’altronde,
+l’amico badava pochissimo all’architettura e alla mobilia, atteso che
+sbadigliava nei saloni moderni come negli antichi.
+
+Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio per quaranta anni
+di seguito s’era affacciato alla finestra, aveva quistionato colla
+governante e acciaccato mosche.
+
+Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di quercia, due scaffali,
+un tavolino, un divano di piuma senza alcuna macchia d’inchiostro.
+Anieghin aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa;
+nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro e un
+lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato da mille faccende,
+non leggeva altri libri.
+
+Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per accorciare il tempo,
+determinò di stabilire un ordine nuovo nella azienda del suo dominio.
+Filantropo segregato fralle selve, egli convertì in un lieve tributo
+annuo gli oblighi feudali;[50] e il servo redento benedì il nuovo
+signore. Ma un possidente spilorcio e inumano sbuffò di rabbia
+all’annunzio di tale azione che considerava come una enormità. Un
+altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono in dichiarare
+Eugenio un matto pernicioso.
+
+Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita; ma siccome tosto
+che udiva un _droschi_ per la strada maestra Eugenio inforcava la sella
+d’un focoso stallone, i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento
+ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano essi, “è un
+ignorante, uno scapestrato, un _frammassone_. I suoi vini fini se li
+tracanna tutti lui; non bacia la mano alle signore; dice sempre _sì_
+e _no_; non v’aggiunge mai _signore_ o _signora_.” Tale era l’opinione
+della gente intorno ad Anieghin.
+
+Giunse allora nel villaggio un altro possidente che diede un nuovo
+pascolo alle chiacchiere degli oziosi. Chiamavasi Vladimiro Lenschi.
+Allievo di Gottinga, fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine
+e bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi studi: dei
+principii liberali, un’anima ardente e un po’ bizzarra, un linguaggio
+esaltato, e capelli lunghi sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato
+dalla fredda perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava alla
+lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle vaghe zittelle. Era
+Lenschi d’una grande ingenuità di spirito, si lasciava facilmente
+illudere dalla speranza, dalle apparenze e dalle fanfaronate della
+gente. Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde menzogne. La
+vita umana gli sembrava un enimma interessante; si rompeva la testa
+a scrutarlo, e si figurava che dalla soluzione di quello dovesse
+scaturire qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima sorella della
+sua, di quell’anima che, secondo egli credeva, anelava d’unirsi alla
+compagna destinatale dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante,
+languiva nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci d’ogni
+sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer per lui la
+prigionia e la morte, e non esitassero mai a rintuzzare le calunnie....
+
+L’indignazione, la pietà, il sacro amore del bene, la sete della
+gloria, sin dai primi anni, gli fecero palpitare il cuore. Sen giva
+peregrino per la terra senza altra compagnia che la sua cetra.
+Ammiratore di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla
+poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di coltivar le muse.
+Celebrava nelle sue rime i generosi sentimenti, l’entusiasmo giovanile
+e l’aurea semplicità; suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi canti
+eran puri come i pensieri d’una vergine candida, come il sonno d’un
+fanciullo nella culla, come, in un ciel sereno, il raggio della luna,
+regina dei sospiri teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione,
+la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle rose, il fiore
+di sua gioventù appassito in sulla diciottesima primavera e i lontani
+paesi ove in seno della solitudine egli aveva sparso tante amare
+lacrime.
+
+In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva valutare i meriti di
+Lenschi, il quale fuggiva con premura i tumultuosi banchetti dei
+possidenti circonvicini, le loro conversazioni serie intorno al
+vino, alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia.
+Dalla natura degli argomenti, si può desumere che i discorsi di quei
+barbassori non ridondavano nè di estro poetico, nè di delicatezza, nè
+di acume, nè di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle loro
+carissime mogli era molto più sciocco ancora.
+
+Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona, Lenschi
+veniva accolto in ogni casa come s’accoglie un genero futuro. Tale è
+la consuetudine dei villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie
+per il signorino mezzo russo.[51] Subito che egli entrava, la compagnia
+si metteva a ragionare degli incomodi della vita celibe. Se invitavano
+Lenschi a prendere una tazza di tè, la Dunia era incombensata di
+mescerlo. Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!”
+Quindi un servitore recava una chitarra, e Dunia incominciava a
+miagolare:
+
+ Oh! vieni a me, nel mio palazzo d’oro![52]
+
+Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare alle panie del
+matrimonio, e niente altro ambiva che contrarre più stretta familiarità
+con Eugenio. L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio e
+la brace, non son più diversi fra loro di quello che fossero Lenschi
+e Anieghin; eppure divennero amici sviscerati. A prima giunta, quel
+reciproco contrasto cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni giorno
+a cavallo o a piedi, fece sì che divennero compagni inseparabili. Così,
+pur troppo è vero, la scioperatezza è il nodo che ravvicina e unisce
+gli uomini.
+
+Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati dall’orgoglio,
+reputiamo noi stessi come tante unità e gli altri come tanti zeri.
+Tutti ci crediamo nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi
+nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci; ogni affetto
+ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio era più tollerante; conosceva
+gli uomini e li disprezzava in genere, ma faceva in particolare alcune
+eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei quali rispettava
+l’opinione. Ascoltava Lenschi con un sorriso; quel linguaggio colorato
+ed eloquente, quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio
+sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove per Anieghin. Si
+asteneva da ogni parola che potesse agghiacciar quell’ardore, pensando
+fra sè: sarei insano e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità
+momentanea. Pur troppo l’esperienza lo disingannerà. Lasciamogli quella
+sua fiducia nella perfezione umana e non estinguiamo anzi tempo quel
+fuoco giovenile; non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori.
+
+Non v’era cosa che non servisse loro di testo a qualche controversia
+e che non li portasse alla riflessione. Le gesta delle generazioni
+antiche, i frutti della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei
+secoli, i funebri misteri della tomba, il destino e la vita, porgevano
+a vicenda ésca alle loro disquisizioni. Lenschi, nel calore della
+disputa, leggeva a modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici,
+e l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione, sebbene da gran
+tempo li conoscesse.
+
+Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti erano le
+passioni. Eugenio, già da qualche tempo sfuggito a quella insolente
+tirannia, ne ragionava con un involontario sospiro di rincrescimento.
+Beato chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe sottrarsi
+al loro impero! Ma più felice colui che non le conobbe mai, che vinse
+l’amore colla fuga, e l’odio colla maldicenza! Di quando in quando
+egli sbadiglia cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare
+da gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il capitale
+tramandatogli dagli avi.
+
+Quando stanchi della agitazione del mondo ci ricovriamo prudentemente
+sotto l’insegna della calma e del riposo; quando la fiamma che ci
+consumava è spenta; quando la febbre delle passioni, le loro estasi, le
+loro ubíe, i loro richiami tardivi, non ci incutono più che disprezzo;
+tranquilli alfine non senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la
+descrizione delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci rinverdi
+e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido obliato in fondo al suo
+tugurio, porge volentieri orecchio ai racconti dei militi novizi che
+tornano dalla guerra.
+
+La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa; è sempre pronta a
+confidare i suoi odii e i suoi amori, i suoi affanni ed i suoi gaudi.
+Anieghin, veterano dell’esercito d’amore, accoglieva a muso serio le
+confessioni del poeta, il quale, devoto alla religione del cuore,
+svelava con ingenuità ogni ripiego della sua coscienza. Eugenio in
+breve fu istruito di tutti i suoi secreti teneri e dolci, secreti che
+già da un pezzo ci son noti.
+
+Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti soli sono ancora capaci
+d’amare. Sempre, dappertutto, un sol pensiero, un sol desire, un sol
+tormento gli occupava l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi
+anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse, nè la vista dei paesi
+forestieri, nè lo strepito delle feste, nè lo studio delle scienze,
+poterono alterare i sentimenti suoi puri e virtuosi.
+
+Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle passioni, s’invaghì
+della vezzosa Olga di cui divideva le cure e i trastulli infantili
+sotto il baldacchino dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici,
+vedendo il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano e
+incoronavano sposi.[53] Olga, tutta spirante bellezza e innocenza,
+fioriva nella solitudine, fra le soglie avite e sotto gli occhi
+paterni, come un mughetto ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura,
+ignoto alle farfalle e alle api.
+
+Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine cuore, ed egli,
+trasumanato da quel caro dono, sacrò alla vezzosa i primi lai della
+cetra. Addio, aurei sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli
+ricercò le selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle,
+la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo altre volte
+come ad una fida amica per offrirle le nostre lacrime, grato sfogo
+dell’interno affanno.... Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per
+confidenti, invece della luna, i lampioni delle cantonate.
+
+Sempre modesta, sempre obediente, allegra come l’aurora, sincera
+e semplice come l’anima d’un poeta, buona e timida come un bacio
+d’amore.... occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di
+sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre, voce soave,
+Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo odierno qualunque,
+vi troverai il di lei ritratto esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho
+veduto e ammirato; ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa,
+lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di Taziana[54] sorella
+maggiore di Olga. Sarà la prima volta che simil nome comparirà nelle
+pagine di un romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole e
+sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora appartenne più
+alle serve che alle padrone. È forza confessare che non mettiamo molto
+gusto nella scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto che
+mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione, ma soltanto
+l’affettazione e le smorfie di quella.
+
+Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione di ligustri e rose,
+nè la bellezza di Olga sua sorella, avevan finora potuto attrarre
+sopra di lei l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica,
+paurosa come una damma selvatica, l’avresti creduta straniera nella
+propria famiglia. Non sapeva, a forze di lusinghe, cattare la buona
+grazia dei genitori. Non si associava alle danze nè ai giuochi delle
+fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola e muta, per giorni
+interi, nel cantuccio d’una finestra; o ascoltare, di sera, novelle
+orribili e strane.
+
+Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva animare colle
+finzioni della vivace fantasia i suoi solitari ozi. I delicati suoi
+diti non avevan mai toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo per
+screziar la tela di fogliami e figure di seta.
+
+Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder una ragazza che si
+esercita colla docile sua bambola alle ipocrisie, alle etichette
+della società, e ripete a quel pezzo di legno le riprensioni che ha
+ricevute dalla mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole nè
+conversar con loro dei pettegolezzi della città o delle ultime mode.
+Quando la balia adunava in uno spazioso giardino tutte le fanciulle
+del vicinato per giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava
+altrove. Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano.
+Ad essa piaceva più anticipare sopra un balcone lo spuntar dell’alba,
+quando a poco a poco le stelle si ritirano dall’emisfero scolorato;
+quando la terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto
+messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde e sui prati. Nelle
+notti d’inverno, quando il pigro Oriente riposa sotto i raggi smorti
+della luna annuvolata, Taziana sempre desta all’ora solita esciva da
+letto al chiaror d’una lucerna.
+
+Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi le tennero luogo di
+tutto. In special maniera s’affezionò ai racconti di Richardson e di
+Rousseau. Il padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo, non
+leggeva mai. Considerava i libri come innocui giocattoli, nè si curava
+di scoprire quali insidiosi volumi si appiattassero sino al mattino
+sotto il guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente
+Richardson, non già per averlo letto, non già perchè anteponesse
+Grandisson a Lovelace; ma perchè sua cugina, la principessa Alina di
+Mosca, citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In quell’epoca,
+il signor Larin non era ancora che suo pretendente, ma senza speme.
+Essa ardeva per un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo
+spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente della guardia,
+famoso damerino e giocatore. Essa, ad esempio di lui, andava sempre
+vestita di moda e con gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della
+fanciulla la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo consenso.
+L’assennato marito, volendo dissipare il di lei cordoglio, si trasportò
+immantinente nelle sue possessioni, e lì la povera signora, circondata
+da Dio sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in procinto
+di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle cure domestiche, s’avvezzò
+al suo nuovo stato, si placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro
+largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine adunque
+sopì quella angoscia, che nulla poteva mitigare. Una grande scoperta
+che essa fece terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli ozi
+della villa, trovò un ottimo secreto per governare autocraticamente il
+consorte, e d’allora in avanti ogni cosa camminò a meraviglia.
+
+Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi per l’inverno, teneva il
+conto delle spese, radeva la testa ai giovani coscritti,[55] andava al
+bagno il sabato, e quando era di mal umore picchiava le serve, senza
+mai chieder licenza ai marito.
+
+Scriveva col suo sangue negli _album_ delle giovini amiche, cangiava
+per vezzo il nome di Prascovia in quello di Paolina; portava fascette
+molto strette, parlava con una cantilena, pronunziava la N russa col
+naso, come una N francese;[56] ma tosto smesse tutto ciò, e dimenticò
+gli _album_, i versi teneri, la principessa Paolina e le fascette;
+chiamò bonariamente Aculca, la cameriera che prima chiamava Celina,
+e in somma, incominciò a far uso di scuffie semplici, e di gonnelle
+ovattate.
+
+Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava mai nei di
+lei negozi, e aveva messa in lei una fiducia scevra d’ogni sospetto.
+Pranzavano ambedue in veste da camera. La vita loro scorreva in
+perfetta quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano a
+veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo, e ridere un
+poco di questo e di quello. Così passava il tempo. Si pregava Olga
+di preparare il tè; poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire,
+ciascun se ne tornava a casa propria.
+
+Essi osservavano nella loro placida esistenza gli usi e i costumi
+antichi. In tempo di carnevale facevano le frittelle. Il _cvas_[57]
+era la loro unica bevanda, e a mensa, offrivano i piatti a ciascun
+convitato, secondo la sua qualità e il suo rango. In tal guisa
+invecchiarono insieme. La porta del sepolcro si aprì poi per essi, e
+il fortunato sposo ricevè allora una nuova corona. Morì un’ora avanti
+desinare. I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente degli
+altri parenti. Era un uomo schietto e buono; e nel posto ove giacciono
+le sue ossa, si erge un monumento funebre, con questa iscrizione:
+_Sotto questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile peccatore,
+servitore del Signore, e brigadiere_.
+
+Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò il modesto
+monumento dell’amico, diede un sospiro alla sua memoria, e rimase un
+istante pensoso e afflitto. Poi sclamò: “_Poor Yorick!_[58] egli mi
+tenne fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua medaglia
+d’Occiacoff![59] Mi promise Olga in isposa, dicendo: Quando verrà
+quel giorno?...” E oppresso dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla
+pietra un funereo madrigale. Siccome poi continuava in quella vena
+poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe per suo padre e per
+sua madre.... Ahi che le generazioni, quasi mèssi caduche, germogliano,
+per voler della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano, si
+inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a quelle.... La nostra
+razza fragile e fugace, cresce, si agita, ferve, e precipita al fine
+nell’abisso funesto, in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un
+momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal mondo per occupare il
+nostro posto.
+
+Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile esistenza! Io ne fo poca
+stima, perchè ne conosco tutta la vanità. Son ceco alle illusioni,
+ma talvolta le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e mi
+rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe d’escir di vita, senza
+lasciar nel mondo orma del mio passaggio! Non scrivo già per la fama:
+vorrei poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche amico
+serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e del mio amore. Forse
+troverò quell’amico; e questa strofa da me composta, non piomberà
+in grembo a Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il mio
+ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi era poeta!” Accogli
+dunque le mie grazie, o cultore delle pacifiche Pieridi, o tu la cui
+mano pietosa adunerà le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto
+di sempre verdi allori!
+
+
+
+
+CAPITOLO TERZO.
+
+ Elle était fille, elle était amoureuse.
+ MALFILATRE.
+
+
+“Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...”
+
+“Addio, Anieghin, è tempo che io vada.”
+
+“Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?”
+
+“Dai Larin.”
+
+“Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere in tal guisa i tuoi
+istanti?”
+
+“Niente affatto.”
+
+“Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli. Non è così?... Una
+sempliciotta famiglia russa; gran cordialità per gli invitati; tortelli
+di panna; i soliti ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al
+bestiame.”
+
+“Non ci vedo nessun male.”
+
+“Il male, caro amico, è la noia.”
+
+“Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco una società senza
+pretensione ove posso....”
+
+“Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per amor del cielo. Tu
+parli.... ma odi, Lenschi! non potrei vederla io questa Fillide,
+oggetto dei tuoi pensieri, delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera?
+Presentami.”
+
+“Tu mi beffi.”
+
+“Oibò.”
+
+“Acconsento.”
+
+“Quando?”
+
+“Adesso subito.”
+
+“Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.”
+
+I due amici entrano, e si presentano. La famiglia li colma di tutte le
+gentilezze proprie dell’antica ospitalità. Si imbandiscono i tortelli
+nei piattini, e si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un
+desco incerato.
+
+ . . . . . . .
+
+Tornano a casa nel loro _droschi_ per la strada più corta, e con gran
+fretta.
+
+Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri due personaggi.
+
+“Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?”
+
+“È un vizio, Lenschi.”
+
+“Sei forse più annoiato di prima?”
+
+“No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la campagna. Cammina più
+presto, cocchiere! Che brutti posti! A proposito: la Larin è una buona
+vecchiotta molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di mirtillo
+m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi, chi è Taziana?”
+
+“È quella ragazza melancolica e taciturna come Svetlana...[60] quella
+che è entrata e s’è messa a sedere alla finestra.”
+
+“Come mai ti sei innamorato della minore?”
+
+“Perchè?”
+
+“Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta come sei tu. Non v’è
+vivacità nella fisonomia d’Olga. Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck.
+Ha il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù su quello
+stolto orizzonte.”
+
+Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più parola per tutto il resto
+del cammino.
+
+Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa dei Larin produsse
+una grande impressione, e diede che ciarlare a tutti i vicinanti. Si
+almanaccarono mille congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò
+senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana. Alcuni persino
+asserirono, che il matrimonio era già stabilito, ma differito per il
+motivo che non si era potuto trovare un anello di moda. In quanto
+allo sposalizio di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo
+combinato.
+
+Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi; eppure in
+secreto, provava una certa dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio
+le s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente s’innamorò.
+Così il seme caduto nel seno della terra, germoglia sotto i raggi di
+primavera. Da un pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata
+dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante; da gran
+tempo, una inquietezza profonda angustiava quel giovine petto; e
+quell’anima inesperta aspettava qualcheduno.
+
+Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È desso! Ormai i giorni e
+le notti, il sonno e la veglia, sono pieni di lui; tutto parla di lui
+senza posa all’animo della gentil giovinetta. Il resto le viene a noia,
+e l’aura dei complimenti, e le cure premurose dei servitori. Immersa
+nella meditazione e nel dolore, non attende più agli amici di casa;
+maledice la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata.
+
+Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali! Con che voluttà
+gusta ora i raggiri e gli inganni dei seduttori famosi! Tutti
+quei caratteri ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di _Giulia
+Volmare_,[61] _Malec Adel, De Linard_, il martire _Werther_, e
+l’impareggiabile _Grandisson_, che sembra a noi un eroe soporifico, si
+condensarono tutti, nella mente di Taziana, in un solo tipo, si fusero
+tutti nella persona di Anieghin.
+
+Taziana, figurandosi essere la protagonista dei suoi romanzi
+prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora Delfina,[62] passeggia
+sola pei boschi con quei pericolosi libri. In essi cerca e trova
+l’espressione della fiamma secreta che nutre in seno, e di quei
+sogni che provengono da una troppa pienezza di vita. Essa sospira,
+e appropriandosi le estasi e gli strazi altrui medita e compone
+sconsideratamente una lettera diretta al caro idolo suo.... Ma il
+nostro amico, comunque egli la pensi, non è un Grandisson.
+
+Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che consuonava al
+tuon dell’argomento, ci rappresentavano il loro protagonista come
+un vero modello di perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un
+ingegno sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò perseguitato
+dall’iniquità del mondo. Acceso d’una passione sincera e illibata,
+animato d’un continuo entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar
+sè stesso per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il vizio
+vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata.
+
+Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa l’effetto d’un narcotico.
+Il vizio solo ci sembra piacevole in sè stesso e nei romanzi nei
+quali trionfa. Le chimere della Musa britannica turbano il sonno
+delle fanciulle di men di dodici anni, che han sempre presente al
+pensiero o il fantastico _Vampiro_, o _Melmoth_ l’oscuro avventuriere,
+o il _Giudeo errante_, o il _Corsaro_, o il misterioso _Sbogar_.[63]
+Almeno Lord Byron con lodevole audacia improntò di romantica mestizia
+l’egoismo disperato.
+
+Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì io cesserò di
+verseggiare, se così vuole il cielo. — Un altro demone s’impossesserà
+di me, e sprezzando le minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la
+vile prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo modesto.
+Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti atroci, nè delitti
+secreti, — ma vi racconterò con semplicità le tradizioni di qualche
+famiglia russa, le illusioni ridenti dell’amore, e i costumi dei
+nostri antenati. Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o d’un
+buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva a un ruscello, sotto un
+vecchio tiglio; gli spasimi crudeli della gelosia e della separazione
+e le lacrime della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei miei
+personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente li cingerò
+del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò allora le espressioni
+appassionate, le dichiarazioni eloquenti che mi scaturivan dal cuore
+nei tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti alla mia bella,
+ma che adesso mi sono tutte quante uscite dalla mente.
+
+Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco che hai rimesso il
+tuo destino in poter d’un tiranno alla moda. Perirai, mia cara; ma
+frattanto ti pasci di speranze, invochi una tragica felicità, assapori
+il soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose
+visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti comparisce un ricetto
+propizio agli amorosi colloqui; e ovunque porti i passi hai davanti
+agli occhi la soave imagine del tuo astuto tentatore.
+
+In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va a gemere nel giardino.
+Tutto a un tratto abbassa i cigli a terra, e non può andar più oltre.
+Il seno suo ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di
+porpora, il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie ronzano, le
+luci si oscurano....[64] Soprarriva la notte; la luna fa la ronda nella
+volta cerulea del firmamento; il rosignolo esala i suoi melodici trilli
+nella caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non riposa, ma
+confavella a bassa voce colla balia.
+
+“Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!... Apri la finestra e
+pónti a sedere accanto a me.”
+
+“Che hai, Taziana, che hai?...”
+
+“Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo passato....”
+
+“Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi, di malvagi spiriti e
+di fanciulle, ma mi son fuggite dalla mente.... quel che sapevo non lo
+so più.”
+
+“Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai stata innamorata?”
+
+“Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava ancora d’amore; e se ci
+avessi pensato, mia matrigna buon’anima m’avrebbe ammazzata.”
+
+“Come dunque facesti per maritarti?”
+
+“Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il mio Gianni, era più
+giovine di me.... io avevo tredici anni. Una comare venne dai miei
+genitori, e finalmente mio padre benedì la nostra unione. Io piansi
+tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli ad onta dei
+miei urli, e mi menarono cantando in chiesa. Così entrai in una nuova
+famiglia.... Ma, Taziana, tu non mi ascolti....”
+
+“Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto per singhiozzare, per
+prorompere in pianto.”
+
+“Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti e ti conservi!
+Domandami quel che gradisci.... Lascia ch’io ti spruzzi il viso d’acqua
+santa.... Sei tutta bollente....”
+
+“Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia.... io sono....
+innamorata....
+
+“Dio ti guardi, figliuola mia!”
+
+E borbottando una orazione, la buona vecchia colla sua mano grinzosa,
+benedì la giovinetta.
+
+“Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza.
+
+“Ma, carina, ti dico che stai male di salute.”
+
+“Lasciami; io sono innamorata.”
+
+Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume il pallido volto,
+i capelli snodati, le calde lagrime di Taziana, e insieme la vecchia
+canuta la quale stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello
+con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso. La natura intera
+raccolta e silenziosa sembrava meditare ai raggi della luna. Taziana
+collo sguardo fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove....
+Le salta in testa una idea:
+
+“Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi carta e calamaio;
+approssima il tavolino, fra poco mi ricoricherò.... Buona notte.”
+
+Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina. Colla testa
+puntellata sul gomito, Taziana scrive. Eugenio le sta sempre presente.
+Trasfonde in una imprudente epistola tutto l’innocente amore che le
+ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana, per chi codesta
+lettera?
+
+Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e pudiche come
+l’inverno, inesorabili, incorruttibili, incomprensibili. Io ammirava
+il loro orgoglio di moda, la loro naturale virtù, e confesso che le
+scansavo e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto sulla loro
+fronte: _Lasciate ogni speranza_.... come sulla soglia dell’inferno.
+Ispirare amore lo stimano una calamità; e loro diletto è spaventare i
+cuori. Può darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle sponde
+della Neva.
+
+Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti altre dee capricciose,
+egoiste, ed indifferenti ai sospiri e alle lodi. Ma qual fu il mio
+stupore quando m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano
+l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro a forza di finezze, e
+di promesse! E il credulo giovinetto, accecato dall’amore, tornava a
+ripigliare le antiche catene.
+
+Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse perchè, nella sua cara
+semplicità, essa non s’accorge del suo fallo e confida pazzamente
+in un dolce errore? Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione
+del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione inquieta,
+ingegno fervido, volontà risoluta e ostinata, cuore tenero e ardente?
+Non le perdonerete forse la sua imprudenza?
+
+Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana ama per davvero, e da
+bambina che è, s’abbandona all’amore senza riserva nè condizioni. Essa
+non calcola; non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce pregio ai
+favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente al laccio. Prima di
+tutto stimoliam la vanità col pungolo della speranza; sbraniamo poi il
+cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia. Senza di ciò,
+il prigioniero, tosto satollo di voluttà, cercherebbe ad ogni istante
+di rompere i suoi ceppi.”
+
+Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar l’onore del mio
+paese natío, io dovrò tradurre nel nostro idioma la lettera di Taziana.
+Questa fanciulla non leggeva i nostri giornali e durava gran fatica
+ad esternare i suoi concetti nella lingua materna; quindi è che essa
+scriveva in francese.... Che ci ho che fare io? Convien ch’io lo
+confessi. Finora le nostre signore non han mai espresso il loro amore
+in volgare russo e questa superba favella è rimasta fin qui estranea
+allo stile epistolare. So che si vogliono obligare le donne a legger
+libri russi. In coscienza ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una bella
+signora col _Bene intenzionato_ fra mano?[65] Lo domando a voi, giovani
+poeti; non è egli vero che tutte le leggiadre seduttrici alle quali,
+pei vostri peccati, dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono a
+stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita? Non è egli vero
+che una lingua straniera è divenuta loro più familiare della propria?
+
+Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di ballo o sul verone,
+all’ora della partenza, un seminarista con uno scialle giallo o un
+accademico con una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro
+vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar russo senza
+solecismi. Forse un dì fia, in cui, per mia sventura, una nuova
+generazione di figlie d’Eva, cedendo alla supplice voce della stampa,
+si degnerà di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di moda.
+Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato agli usi antichi. Un
+balbettío scorretto e indolente, una pronunzia incerta e tremebonda mi
+ecciterà nel seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi
+di tal difetto. I gallicismi mi son cari come i primi errori di mia
+gioventù, come i poemetti di Bagdanovis.[66] Ma basta così. È tempo
+ch’io mi occupi della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola,
+— eppure, eppure — sto in dubbio se la manterrò. So che le molli elegie
+di Parny[67] non godon più la stima comune.
+
+Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi! Se tu fossi
+qua, ti farei una domanda indiscreta. Ti pregherei di tradurre in
+armoniosi metri la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove sei?
+Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa. Ma divezzato dagli
+elogi, egli erra solo sotto il cielo finnico, e non ode il mio appello.
+
+Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo conservo come una
+reliquia; lo leggo con un secreto affanno e non so saziarmi di
+scorrerlo. Chi potè insegnare a Taziana quella eloquenza piena di
+venustà e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico,
+persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo. Ecco intanto una
+traduzione insufficiente e imperfetta, un fievole eco di quella musica
+del cuore; in somma il Freischuetz,[68] cantato da una compagnia di
+principianti.
+
+ _Lettera di Taziana a Anieghin._
+
+“Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che posso io dire di più? Ora,
+voi avete il diritto di disprezzarmi. Ma spero che compatirete alla
+mia misera sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima, io voleva
+tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la mia debolezza, se avessi
+potuto lusingarmi di vedervi nella nostra villa di quando in quando;
+per esempio una volta per settimana, e di udire almeno la vostra voce,
+di scambiar qualche parola e poi pensare sempre, sempre a voi, a voi
+solo, sino al nuovo incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la
+campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si dice che noi non vi
+siamo cari punto, sebbene vi amiamo con sincerità. Perchè ci veniste
+a visitare? In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto e
+non avrei provato le pene che provo. Col tempo avrei domato forse le
+ribellioni di questa anima irrequieta e inesperta, avrei trovato un
+amico veritiero; sarei stata sposa fedele e virtuosa madre...
+
+”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il cuore. Così sta scritto
+nel libro del destino; così vuole la mia stella; io son tua.... tutta
+la mia vita è stata la preparazione di questo affetto per te. — So che
+Dio a me ti invia per esser mio protettore fino alla tomba.... già da
+gran tempo mi apparivi in visioni notturne.... prima di vederti già ti
+conoscevo e t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento soave
+mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno! Appena ti scorsi, io ti
+riconobbi; rimasi immota e muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso!
+Non è egli vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato
+mentre io andava a soccorrere i poveri o quando in chiesa mi sforzava
+di sedare le mie angosce alzando preghiere all’Eterno. Non sei tu che
+sovente spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera e ti
+chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi susurri all’orecchio
+parole di speranza e d’amore? Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o
+il mio perfido tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò
+è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata. E così sia.
+D’ora innanzi, io rimetto la mia sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie
+lacrime nel tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola....
+nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io perirò tacendo.
+Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo le mie speranze o sperdi le mie
+illusioni tacciandole di delitto.
+
+”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi sento svenire dalla
+vergogna e dal terrore — ma la vostra onoratezza mi rassicura e in essa
+confido.”
+
+Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema nella di lei mano.
+L’ostia rosata si secca sulla sua lingua inaridita. La vezzosa piega
+il bel capo e a quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla. In
+quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori. Taziana guarda
+e ascolta. La valle s’ammanta di nuvole; il torrente risplende come
+un nastro d’argento; il corno dei pastori desta i contadini; l’alba
+brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora. Sta seduta
+colla testa bassa. Non si sa risolvere a stampare il suo sigillo sulla
+lettera. La serva Filippevna dal crin grigio, arreca il tè sopra un
+vassoio.
+
+“Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi.... ma che miro?
+sei bell’e vestita! O cara lodoletta mattutina! Che paura mi mettesti
+ieri sera! Ma grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo
+incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un papavero.”
+
+“O balia, fammi un piacere....”
+
+“Due, figliuola. Comanda pure....”
+
+“Non credere già.... non sospettar mica.... non dir di no, veh!”
+
+“Come è vero il vangelo, io ti servirò.”
+
+“Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino dal.... dal vicinante
+A.... con questo biglietto.... e intimagli che non mi nomini, che non
+dica....”
+
+“Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta così smemorata e ci
+son tanti vicinanti intorno a noi che non li saprei nemmeno contare.”
+
+“Come sei poco furba, balia mia!”
+
+“Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è affievolito
+l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa anche io; indovinavo il volere
+dei padroni a un cenno, a un alito....”
+
+“O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno del tuo ingegno.... To’;
+questo biglietto è per Anieghin.”
+
+“Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima mia; sai che son dura
+di zucca.... ma perchè torni ad esser così pallida?”
+
+“Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto il tuo nipotino.”
+
+Un giorno passa; non vien risposta. Un altro giorno arriva, egual
+silenzio. Smorta come un fantasma e vestita sin dall’alba, Taziana
+aspetta: quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante di Olga.
+
+“Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona di casa. “Egli ci ha
+del tutto dimenticati.”
+
+Taziana a quelle parole arrossì e tremò.
+
+“Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi alla vecchia. “Credo che
+abbia lettere da scrivere....”
+
+Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una rampogna amara.
+
+Incominciava a far buio. Il _samovar_ di rame[69] splende sulla tavola,
+e riscalda la lettiera di porcellana chinese, intorno alla quale
+s’aggira un sottile vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga
+scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto porge la panna.
+Intanto Taziana, astratta, ritta davanti alla finestra, soffiava sui
+cristalli e vi segnava col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un
+E accoppiato a un A. E l’anima di Taziana era mesta e gli occhi suoi
+traboccavan di lacrime. Tutto a un tratto, s’ode un rumore. Il sangue
+le si agghiaccia nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio.
+Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo, quindi al verone,
+balza nel cortile e sparisce nel giardino. Sembra aver ali ai piedi.
+Non ardisce volger l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i
+ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto. Si dirige
+al ruscello per mezzo ai _parterre_, calpesta e schiaccia gli stipiti
+dei lilla, e anelante e spossata si lascia cader sopra un sedile.
+
+“Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di me!” Abbacinata
+dalla passione, essa si pasce di speranza, palpita, geme e aspetta....
+Quando verrà egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse
+per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti, cantando
+in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso ripiego trovato dall’astuzia
+signorile per impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li vanno
+staccando dalla pianta.
+
+CANTO DELLE SERVE.
+
+ Sull’erba folta
+ Delle campagne,
+ Andiam, compagne,
+ Alla raccolta.
+ Per le viottole,
+ Narrando favole.
+ Cantando frottole,
+ Cogliam le fravole
+ E l’uva spina
+ Carca di brina.
+ Dal nostro canto
+ Sedotti, intanto,
+ I garzoncelli
+ Leggiadri e snelli
+ Verranno a tresca
+ Sull’erba fresca.
+ A lui che amiamo,
+ Al nostro rege,
+ In sen gettiamo
+ Fiori e ciriege,
+ Nero mirtillo,
+ Verde serpillo!
+ Il canto dolce
+ Le pene molce;
+ Al cuor che geme
+ Rende la speme;
+ I voti appaga;
+ Sana ogni piaga.
+ Cantiam, cantiamo!
+
+Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione a quelle rustiche
+melodie; ma s’aggira impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti
+del suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue guance. Ma più
+l’ora s’avanza, più il turbamento della giovinetta va crescendo. Tale
+vediamo la farfalletta dibattere le ali variegate tralle mani di un
+protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce fralle biade
+quando scorge il cacciatore che s’inginocchia in mezzo ai cespugli, per
+appuntare l’arme.
+
+Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina verso il viale, ma non vi
+aveva fatto dieci passi allorchè s’imbattè in Eugenio. Questi le parve
+in quel momento non già quel ch’era prima, ma uno spettro minaccioso,
+con occhi rutilanti di sdegno. Taziana si ferma quasi percossa dal
+fulmine. Ma non mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di
+quell’incontro. Questo capitolo è già troppo lungo. Sono stanco di
+lavorare e convien ch’io vada a passeggiare e a riposarmi un poco.
+Terminerò poi l’istoria in un modo qualunque.
+
+
+
+
+CAPITOLO QUARTO.
+
+ La morale est dans la nature des choses.
+ NECKER.
+
+
+Meno amiamo una donna, più siam certi di andarle a genio e di
+acchiapparla al vischio della seduzione. Fu un tempo in cui l’empio
+libertinaggio si spacciava impudentemente per vero amore; insidiava
+e tradiva con fredda premeditazione e con impunità. Ma tali scherzi
+licenziosi van lasciati ormai a quei vecchi scimmiotti decantati
+dai nostri antichi; gli allori di _Lovelace_[70] si sono avvizziti e
+sbiaditi insieme coi lacchi rossi e le perrucche a buccoloni.
+
+Come può un uomo assoggettarsi a una eterna ipocrisia, ripetere senza
+fine le medesime nenie, affaticarsi a persuadere cose di cui tutti son
+da gran tempo persuasi; combatter sempre le stesse obiezioni, sempre
+confutare quelli stessi pregiudizi che non esisterono mai nemmeno
+presso le bambine di tredici anni? Chi non ha provato quanto son cosa
+dura le minacce, le suppliche, le imprecazioni, le paure imaginarie,
+le bugie, le calunnie, gli anelli, le lacrime, i sospetti delle zie
+e delle madri, l’amicizia insoffribile di un marito? Così appunto
+pensava il mio Eugenio. Nella sua prima gioventù, fu in balía di fatale
+smarrimento e di indomabili passioni. Effemminato dalla mollezza e dal
+lusso, illuso per un poco dagli uni, disingannato tosto dagli altri,
+consumato dal desiderio, disgustato dei suoi successi efimeri; sempre
+occupato a trasformare i suoi sbadigli in sorrisi, e sentendo sempre
+in mezzo allo strepito e al silenzio la voce della coscienza che lo
+rimbrottava: così visse Eugenio per ben due lustri; così lasciò perire
+il più bel fior degli anni suoi.
+
+Ora, egli non circonveniva più le fanciulle; tendeva le reti alle
+donne. Se lo ributtavano, tosto si consolava; se lo gabbavano,
+godeva di prender qualche sosta. Le corteggiava senza fanatismo, e
+le abbandonava senza rammarico, appena memore dei loro favori e de’
+loro furori.... In simil guisa, uno straniero indifferente, invitato
+a una partita di whist, si pone a sedere, gioca, e quando finisce il
+trattenimento, se ne torna a casa passo passo e s’addormenta senza
+saper dove anderà a conversazione la sera susseguente.
+
+Comunque sia, il biglietto di Taziana commosse profondamente Anieghin.
+L’ingenua manifestazione di quel sogno virginale sconvolse tutti i
+suoi pensieri. Si raffigurò subito Taziana, e quel sembiante scolorato
+e quell’aria melancolica; e l’anima sua piombò in una molle e vaga
+contemplazione. Forse sentì risvegliarsi l’antico ardore e l’antica
+baldanza; ma la rintuzzò; chè non volle tradir la fiducia d’una
+fanciulla inesperta.
+
+Ora, vi ricondurrò, lettore, al luogo ove i nostri personaggi
+s’incontrarono.
+
+Per ben due minuti tacquero. Quindi Anieghin s’appropinquò a Taziana
+dicendo:
+
+“Voi mi avete scritto un biglietto. Non dite di no. Ho fra mano la
+confessione d’un’anima credula e ingenua.
+
+”Il vostro candore mi è caro. Il vostro affetto ridestò quasi
+l’agitazione in un petto da gran tempo tranquillo. Ma non voglio
+lusingarvi; voglio contraccambiare la vostra schiettezza con una
+schiettezza non minore. Datemi ascolto un momento. Io mi sottometto
+alla vostra sentenza.
+
+”Se io potessi circonscrivere la mia esistenza nella sfera domestica;
+se il destino propizio mi volesse fare sposo e padre; se gli onesti
+piaceri della vita di famiglia potessero un istante affascinarmi;
+io non prenderei per certo altra consorte che voi. Vi dichiaro senza
+nessuna iperbole poetica che trovo in voi quel tipo ideale che mi son
+dipinto nella mente, e che vi sceglierei qual socia dei miei tristi
+giorni, quale simbolo e modello d’ogni cosa bella. E credo che con voi
+io sarei felice quanto mi sia concesso di essere.
+
+”Ma io non son nato per la felicità! Quando la buona ventura mi si
+para davanti, io le volto le spalle. Ammiro il vostro merito, bramerei
+goderlo; ma ne son indegno. Credetemi, il matrimonio sarebbe per noi un
+vero martoro. Più vi avrei amato prima di possedervi, meno vi amerei
+dopo. Vi mettereste a piangere. Le vostre lacrime non mi moverebbero,
+anzi mi accanirebbero sempre più. Queste son alcune delle rose di cui
+ci cingerebbe l’imeneo per molti e molti anni.
+
+”Non credo v’abbia al mondo spettacolo più tristo di quello d’una
+povera moglie che geme dì e notte nell’abbandono e aspetta il marito,
+il quale, sebbene conosca la virtù e i pregi di lei, si mostra sempre
+barbaro, accigliato, arrabbiato, freddamente geloso, e sempre bestemmia
+il suo destino. Questo è il mio ritratto. Cercavate voi un tale sposo,
+o anima casta e pura, quando mi scriveste con tanto senno e tanta
+grazia? No, vi risparmi il cielo una tale sciagura. Le illusioni sono
+come le ore; passano e non tornan più. Le mie non possono rivivere. Vi
+amo come s’ama una sorella e forse anche con maggior fervore. Uditemi
+dunque senza ira. Spesso accade che una fanciulla sostituisce a un
+errore un altro errore, come l’albero all’aura di primavera rinnovella
+le foglie. Così prefisse il fato. Amate ancora, ma.... sappiate
+moderarvi; non tutti intenderebbero il vostro linguaggio come l’ho
+inteso io. L’inesperienza, può condurre ad un abisso....”
+
+In tal modo finì la predica d’Eugenio. Taziana l’ascoltò col respiro
+interrotto dall’angoscia, cogli occhi accecati dalle lacrime, nè
+ardì fare una sola osservazione. Egli le porse la mano. Essa la prese
+mestamente o _meccanicamente_ (come dicon taluni), e vi si appoggiò in
+silenzio. Poi fece il giro del viridario, e se ne tornò a casa colla
+testa bassa. Entrarono insieme nel salone, e nessuno fiatò parola. La
+vita di campagna ha le sue franchige e i suoi cari privilegi come la
+città di Mosca.
+
+Confesserete meco, lettore, che il nostro amico agì molto garbatamente
+colla misera Taziana. Non era la prima volta che egli dava saggio di
+generosità, sebben la malizia della gente lo accusasse d’ogni vizio.
+I nemici e gli amici (espressioni quasi sinonime) gareggiavano di zelo
+a diffamarlo. Ciascun di noi in questo mondo ha i suoi nemici; ma Dio
+ci liberi dagli amici![71] Io ne ho avuti tanti, o amici miei! E sa il
+cielo se la loro amicizia mi fu _cara_!
+
+Ma procuriamo di sbandire le larve insane e funebri che ci assediano.
+Intanto, fra parentesi, noterò una verità. Non havvi ciarla assurda
+e plateale; non havvi calunnia vile e sucida nata nel fango dei
+postriboli e ampliata dalla scelleraggine del _gran mondo_,[72] che
+il vostro amico non ripeta le mille volte in un crocchio di persone
+oneste, senza la menoma malizia nè perfidia; anzi con un sorriso di
+benevolenza; imperocchè egli, in fatti, vi è devoto, e vi ama come un
+prossimo consanguineo.
+
+Hem! Hem! Pregiatissimo lettore! Sta sana tutta la vostra famiglia?...
+Ma forse gradireste sapere che cosa io intenda per famiglia. Ve lo
+definirò in poche righe. Nostra famiglia sono coloro cui ci corre
+obligo di adulare, di accarezzare, di venerare con tutto il cuore;
+coloro che, secondo l’uso di questo paese, dobbiamo abbracciare
+nel giorno di Natale, o ai quali dobbiamo mandare a capo d’anno un
+biglietto di visita per la posta, affinchè durante i dodici mesi
+seguenti essi non pensino più a noi.... Che Dio conceda loro lunga
+vita!
+
+L’affezione d’una tenera fanciulla è più salda di quella degli amici
+e dei parenti. In mezzo alle peripezie più dolorose essa ti conserva
+i tuoi diritti e ti conforta. È vero. Ma il torrente della moda,
+l’incostanza della natura, l’opinione tiranna della società.... e poi,
+il bel sesso è mobile qual piuma al vento.[73] Sicchè la vostra fedele
+compagna, al fin dei conti, cede alla tentazione, e il diavolo manda a
+spasso la vostra felicità!
+
+Chi dunque dovremo amare? A chi dovremo credere? Chi non ci tradisce?
+Chi pesa tutti i nostri atti, tutti i nostri detti, con esattezza, alla
+nostra bilancia? Chi non semina calunnie sui nostri passi? Chi non ci
+lusinga con assiduità? Per chi non sono i nostri difetti un flagello?
+Chi non ci secca mai? Onorevolissimo mio lettore, non perdere i momenti
+a inseguire fantasmi fuggitivi e inarrivabili: ama te medesimo come si
+conviene. Non troverai al mondo oggetto più degno della tua carità.
+
+Quale fu il seguito dell’abboccamento? Ahimè! Si può facilmente
+indovinare. Gli stimoli della passione non cessarono di travagliare
+quell’anima gentile avida di tempeste. La fiamma che pur prima divorava
+Taziana, crebbe anzi che scemare. L’ala del sonno più non blandì le sue
+palpebre. La salute, fragranza e miele della vita, il sorriso, la calma
+infantile sparirono come una meteora. La gioventù di Taziana languisce
+nell’affanno. Così talvolta l’orror d’una procella aduggia le prime ore
+d’un giorno di primavera. La bellezza di Taziana si sfiora e muore. La
+vaga verginella si scolora, si spenge e tace. Non v’ha più cosa alcuna
+che possa rallegrarla nè interessarla.[74] I vicinanti crollando la
+testa con aria d’importanza, ripetono fra loro: “Sarebbe tempo che
+le si desse marito.” Ma lasciamola stare per adesso, e passiamo a
+descrivere le delizie d’un amore fortunato. La compassione quasi mi
+tronca il respiro; scusate, cari lettori, voglio tanto bene alla povera
+Taziana!
+
+D’ora in ora più allacciato dalla vezzosa Olga, Vladimiro si abbandona
+tutto a quella piacevole schiavitù. Sempre sta presso ad essa. La sera
+siedono insieme nell’angolo più oscuro della di lei camera; la mattina
+errano nel giardino colle mani giunte e intrecciate. Vladimiro, ebro
+d’amore, ma paralizzato dal rispetto; appena alcune volte ardisce,
+imbaldanzito dal sorriso d’Olga, scherzare coi di lei biondi ricci e
+baciarle il lembo della vesta.
+
+Di quando in quando, le legge un romanzo morale, il cui autore conosce
+la natura umana meglio che non la conosca Chateaubriand. Vladimiro
+arrossendo salta talvolta due o tre pagine di seguito, perchè piene
+di fandonie insulse, di fantasticaggini pericolose per una giovinetta.
+Oppure, lontani da tutta la gente, seduti col gomito appoggiato sulla
+tavola, assorti in profonde riflessioni, giocano a scacchi; e Lenschi,
+preoccupato d’altro che del gioco, prende l’alfiere per una pedina.
+
+Se torna a casa, anche lì pensa unicamente alla sua Olga. Orna
+d’imagini i fogli volanti del di lei Album. Vi rappresenta colla penna
+e coi colori, ora un tratto di paese, ora un monumento funebre, ora il
+tempio di Citerea, ora una colomba sopra una lira. Talvolta, fra mezzo
+ai nomi e ai ricordi, egli introduce furtivamente un distico amoroso,
+timido attestato dei suoi sospiri, indizio d’una speme, sempre eguale
+dopo tanti anni di costanza.
+
+Ti è accaduto mai, lettore, di vedere l’_album_ di qualche signorina
+provinciale tutto coperto di scarabocchi, in principio, in mezzo e in
+fine? A ogni pagina inciampi in versi tradizionali intorno a una amistà
+fedele, zeppi di sgrammaticature, e troppo lunghi o troppo corti. Sul
+frontispizio si legge: _Qu’écrirez vous sur ces tablettes?_ Poi al
+basso: _t. à. v. Annette_. In fondo al volume ti si presenta questa
+frase trita e triviale: “Scriva più di me chi ti ama più di me.” Non
+morranno mai i due cuori accompagnati da faci e da fiori; le promesse
+di affetto invariabile “sino all’orlo della tomba,” e qua e là una
+facezia inserita da qualche gioviale militare.
+
+Vi protesto, amici, che volentieri metterei due versi in un tale
+_album_, essendo io persuaso che tutti i ghiribizzi del mio cervello
+meritano uno sguardo indulgente, e che i posteri non sederanno a
+scranna per decidere con un sogghigno acerbo se ci sia o non ci sia
+livore in quei miei strambotti.
+
+In quanto a voi, tomi scompagnati della biblioteca del Diavolo,
+patiboli dei rimatori di moda, album sontuosi, fregiati dal
+maraviglioso pennello di Tolstoi o dalla penna di Baratinschi,[75]
+v’incenerisca il fulmine di Giove! Quando una magnifica signora mi
+consegna il di lei in-quarto, avvampo di stizza e d’ira, e aguzzo in
+fondo al cuore un epigramma; ma intanto convien ch’io schiccheri un
+madrigale.
+
+Lenschi non tornisce madrigali per l’album della sua diletta. Il suo
+stile non sfavilla di sottili concetti, ma solo spira amore. Nota
+quanto di bello ode e mira in Olga, e l’elegia scaturisce limpida,
+serena, improntata di verità. Così, o Sascoff, canti le smanie del tuo
+cuore, e le attrattive di una incognita diva, e un giorno, il cielo dei
+tuoi carmi ti offrirà un diario compiuto degli eventi di tua vita.
+
+Ma zitto! Che è stato? Un aristarco arcigno ci ordina di buttare nella
+fogna la ghirlanduccia dell’elegia, e grida a’ nostri fratelli in
+Apollo: — Cessate omai l’eterno piagnisteo. Cessate di gracchiar sul
+tempo che passò. Addatevi a qualche altro esercizio! — Bravo! E ci
+additi una tromba, una maschera, un pugnale, e ci esorti a risuscitare
+le idee morte da due mila anni. Non è questo che brami? — Oibò! —
+Che dunque? — Sciorinate odi, odi pindariche come quelle dei nostri
+antichi. — Capisco; odi solenni e trionfali! Rimembra ciò che dice il
+satirista: lirico esimio, preferiresti forse una dottrina straniera
+a quella dei nostri scoraggiti rimatori? — L’elegia non ha nulla di
+buono. Il suo scopo è miserabile. L’ode al contrario ha uno scopo
+nobile e sublime. — Qui potremmo attaccar lite, ma io me ne sto zitto:
+non voglio armar due secoli l’un contro l’altro.
+
+Forse l’estro poetico di Vladimiro, secondato dall’entusiasmo, avrebbe
+partorito una ode. Ma Olga non l’avrebbe letta. È mai accaduto a un
+poeta elegiaco di declamare i suoi versi alla sua Fillide? Dicesi
+che l’uomo non possa provar gioia maggiore di quella. Beato, infatto,
+colui che confida i suoi canti alla persona che li ha ispirati. Beato
+colui.... ma chi sa? Forse la giovinetta languida sta pensando a
+tutt’altro.
+
+In quanto a me soglio communicare i frutti delle mie poetiche fatiche
+alla mia vecchia governante, che mi guidò e nutrì fanciullo. Oppure
+incontrando un vicinante a qualche desinare seccagginoso, lo afferro
+per la falda del vestito, lo blocco nel vano d’una finestra e gli
+faccio ingozzare una tragedia. Finalmente (e questo è la pretta verità)
+sazio di tristezza e di rime vo a costeggiare la spiaggia del lago ove
+si trastulla un branco d’anatre salvatiche, le quali al suon delle mie
+strofe scappano via a rotta di collo.
+
+Che fa Anieghin? A proposito, amici: abbiate un poco di pazienza: io vi
+descriverò le sue occupazioni quotidiane. Egli vive come un anacoreta.
+D’estate si alza alle sei e immantinente scende, in maniche di camicia,
+sul margine del fiumicello che bagna il piede alla collina. Emulo del
+cigno di Gulnara,[76] egli varca quell’altro Ellesponto; poi sorbisce
+la sua tazza di caffè, dà una scorsa a una smunta gazzetta e quindi
+si veste. Il passeggio, la lettura, il sonno, il rezzo degli alberi;
+talvolta i saporiti baci d’una candida ninfa dalle pupille nere; un
+cavallo impetuoso, docile al freno; un convito bizzarro; una bottiglia
+di vino chiaro; la solitudine; il silenzio; tali sono i pii oggetti che
+solleticano i sensi e appagan le voglie d’Anieghin. Affezionato a quel
+tenor di vita, lasciava passare i dì senza contarli; dimenticava in
+seno alla indolenza la città e gli amici e la noia delle gale e delle
+feste.
+
+Nel nostro emisfero boreale, l’estate, sozza caricatura dell’inverno
+d’Italia, appena è comparsa, che già è sparita. Ognuno lo sa, e lo
+sappiamo noi stessi sebben non lo vogliamo confessare. Già il vento
+d’autunno mugghia sul nostro capo; già il sole si mostra men sovente;
+già i giorni divengon più corti; la corona frondosa dei boschi si
+sfoglia con un lugubre gemito; le atre nebbie s’accumulano sulla terra;
+una stridula caravana di cicogne s’invola verso l’austro. S’approssima
+la stagion molesta; novembre è alle nostre spalle.
+
+L’aurora sorge in mezzo a densi e gelidi vapori; il suono dei lavori
+agresti cessò nelle campagne; il lupo corre per le strade colla lupa
+affamata; il destriero lo annusa da lontano e nitrisce; il viaggiatore
+scaltro volge frettolosamente il corso verso i monti. Il mandriano
+non mena più le vacche sin dall’alba alla pastura, e non le chiama
+più a raccolta col corno verso l’ora del meriggio; la contadinella
+fila e canta, e una lucernina[77] sua sola compagna nelle lunghe notti
+illumina la sua povera cameretta.
+
+La brina ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. Più
+liscio d’un impiantito alla francese, il ruscello luccica incrostato
+di ghiaccio. Uno stormo di monelli striscia con gran chiasso su quel
+cristallo unito. Una grossa oca che si strascina appena sulle zampe
+rosse, volendo mettersi a nuoto sull’acqua, s’avanza con cautela,
+sdrucciola e casca. Facciamo lietissimo viso ai primi fiocchi di neve;
+ci par vedere piover dal cielo un nembo di candide stelle. Che si può
+fare allora in una villa isolata? Forse passeggiare? Ma la monotona
+nudità della natura funesta e dismaga la vista. Cavalcare per le steppe
+disabitate? Ma ad ogni passo il cavallo può scivolare e stramazzare
+al suolo col cavaliero. Sedere a tavolino e accingersi a legger De
+Pradt[78] e Walter Scott? — Non vuoi? — Verifica i tuoi conti; adirati;
+bevi; e la lunga serata ti parrà breve. Così pure ti parrà quella di
+domane, e per tal modo passerai l’inverno assai giocondamente.
+
+Anieghin, come un altro Childe Harold, si diede alla meditazione e
+all’ozio. Ogni mattina fa un bagno freddo; poi prende una stecca mezza
+rotta e gioca da sè solo al biliardo con due palle d’avorio, fino al
+far della sera. Allora lascia il biliardo e la stecca; fa apparecchiare
+davanti al caminetto, e aspetta. Ecco Lenschi in una _troica_[79] di
+cavalli bigi.... — Presto! la cena!
+
+In onore del poeta si è messa in ghiaccio una preziosa bottiglia
+della vedova Cliquot o del Moët.[80] Il vino di Sciampagna è il vero
+Ippocrene. Coi suoi schizzi e colla schiuma somiglia a tante cose!
+Io gli son schiavo. Quante volte gli ho sacrificato il mio ultimo
+denaro! Ve ne ricordate, amici? Quante migliaia di baie, di facezie,
+di versi, di dispute e di gai progetti zampillavano da quelle magiche
+bottiglie! Ma adesso l’effervescenza di quel petulante liquore offende
+la debolezza del mio stomaco e preferisco alla Sciampagna pazza il
+prudente Bordò. Coll’Ai[81] io sto in fiera guerra. L’Ai somiglia a
+una ganza briosa, instabile, vana, e che ha mille grilli in testa.
+Ma tu, o Bordò, somigli ad un sincero amico, che ci riman fedele così
+nell’avversa come nella prospera fortuna; che ci segue in ogni luogo,
+sempre pronto a giovarci e a rallegrarci. Io bevo alla tua salute, o
+Bordò, nostro Acate e nostro Pilade!
+
+Il fuoco si estingue. Il rosso carbone impolverato di cenere manda
+appena un cenno di fumo leggero, ed esala le sue ultime vampe. Il
+vapore delle pipe si fa strada per la cappa del camino. Un boccale
+rilucente bolle tuttora sul tavolino. La caligine notturna si spande
+sulla terra.... A quell’ora che si chiama _fra cane e lupo_ mi diletta
+oltre modo il cicalio d’un amico e un bicchiere di buon vino.... il
+perchè poi nol so.
+
+Adesso i due compagni discorrono col cuore in mano: “Che fanno i nostri
+vicinanti? Che fa Taziana? Che fa la tua graziosa Olga?”
+
+“Mescimi ancora un mezzo bicchiere di quel néttare.... così....
+basta.... Tutta la famiglia sta bene, e ti saluta. Come divengon belle
+le spalle di Olga! Che busto! Che anima!... Andremo un giorno da loro;
+te ne saranno grati. Ci sei comparso di volo, due volte appena: non
+lasci loro più vedere la punta del tuo naso. Ma che scapato io sono!...
+Ti invitano a conversazione per sabato prossimo.”
+
+“Me?”
+
+“Si, è il giorno onomastico di Taziana. La Olga e sua madre ti pregano
+di andarvi e non ammettono scusa nè rifiuto.”
+
+“Vi sarà molta gente, — molta feccia.”
+
+“Nessuno, te l’accerto. Cioè, ci saranno i loro parenti. Andiamoci.
+Fammi questa finezza!”
+
+“Va là, io acconsento.”
+
+“Come sei garbato!”
+
+Così dicendo, Vladimiro fece un brindisi alla sua bella, e vuotò il
+suo bicchiere. Poi ricominciò a parlare... di che?.... d’Olga! così
+sono fatti gli innamorati. Vladimiro ansava di giubilo. Il beato
+istante veniva fra due settimane. La corona fiorita d’amore, il
+misterioso talamo d’imeneo dovevano guiderdonare la sua costanza. Egli
+non scorgeva in prospettiva gli impicci, le brighe del matrimonio
+padre d’infiniti sbadigli. Mentre noi altri aderenti della vita
+celibe ci raffiguriamo la vita coniugale come una trista serie di
+scene formidande, come un romanzo sul genere di quelli di Augusto
+Lafontaine...[82] il mio povero Lenschi era nato e destinato a quella
+sorta di esistenza.
+
+Fu amato.... o almeno credè d’essere amato.... e fu felice. Avventuroso
+colui che crede; colui che sbandisce la fredda ragione e s’addormenta
+nella calma della fede come un viandante ubriaco sulle piume, ovvero
+(per usare similitudine più vaga) come una farfalletta sul fiore di
+cui pur ora ha delibato il succo! Ma guai a colui che tutto prevede,
+che non si lascia mai abbagliar dalle illusioni, che da ogni atto, da
+ogni parola fa distillare un sospetto, un delitto! Guai al cuore che
+l’esperienza del mondo agghiacciò e il di cui adito è chiuso al soave
+oblio, al grato errore!
+
+
+
+
+CAPITOLO QUINTO.
+
+ Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca
+ quelle orrende novità.
+ GIVCOVSCHI.
+
+
+In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura sospirava l’arrivo
+dell’inverno. Finalmente nevicò nella notte del terzo giorno di
+gennaro. Taziana si destò di buon mattino e scorse per i vetri della
+finestra i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello bianco.
+I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi pendon fiocchi
+d’argento; un tappeto scintillante e morbido copre le montagne; e le
+gazze saltellano e ciaramellano nel cortile.
+
+Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta; il suo ronzino
+trotta veloce su quel terreno soffice e sicuro,[83] la _chibitca_[84]
+vola e lascia appena dietro a sè un’orma fuggitiva; il postiglione
+siede a cassetta con una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa
+alla vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero nel suo
+carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma mentre così scherza
+gli si gelano le dita; gli dolgono e ne ride: frattanto sua madre lo
+garrisce dalla finestra.
+
+Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna attrattiva per voi; tutte
+queste circostanze vi sembrano triviali e poco degne della musa. Un
+altro poeta, ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo
+la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti della
+rea stagione.[85] Vi incanterà, ne son convinto, quella sua festosa
+descrizione d’una misteriosa passeggiata in slitta. Frattanto io non
+voglio entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della giovine
+Finlandese.[86]
+
+Taziana, da vera Russa, amava, non so come, l’inverno settentrionale,
+la brina lampeggiante al sole, le slitte, il roseo riverbero della
+neve sotto il crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania.
+I nostri avi celebravano questa festa nella propria casa. Le serve
+predicean l’avvenire alle giovani padrone e ogni anno promettevano loro
+un militare per sposo e un viaggio.
+
+Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari, ai sogni, alla
+cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza di questo astro le
+pronosticava non so che di particolare che le faceva gonfiare il
+petto. Se uno smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si
+lisciava il muso colla zampa, Taziana ne augurava che dovevan venir
+visite. Se vedeva il disco bicorne di Diana volto a ponente, tremava
+e impallidiva. Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno,
+Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi voti del suo
+cuore. Se a caso incontrava per via un frate nero o se una lepre snella
+attraversava il prato innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore
+si fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in quello sbigottimento
+stesso trovava una secreta voluttà. Così ci fabbricò natura amante dei
+contrasti e degli estremi.
+
+Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno s’affanna a indovinare
+ciò che avverrà nell’anno novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati
+che non si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si estende
+vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono nel futuro cogli occhiali i
+vecchi che han perduto tutto senza scampo e che già toccano alla fossa.
+— Poco importa — la speranza tuttora li alletta colle stesse lusinghe
+di altre volte.
+
+Taziana spia con occhio attento il cero che si attuffa nell’onda, e il
+cui aspetto tondo e liscio annunzia qualche caso strano.[87] Diversi
+anelli escono in fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta
+fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i contadini sono
+ricchi: scavano argento colla marra. Sia felice e illustre colui per
+chi cantiamo.”
+
+Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia qualche danno. La
+fanciulla vorrebbe piuttosto sentire un altro ritornello. Taziana, per
+consiglio della balia, volle esorcizzare di notte.
+
+L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli astri gravita
+nell’etere con tanto accordo e tanta quiete.... Taziana scende nel
+cortile in veste scoperta e presenta uno specchio ai raggi della
+luna.... Ma nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido
+miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno.... la
+fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e plasmando la voce in
+suon più dolce di quella della zampogna, gli domanda il suo nome. Egli
+la guarda in faccia e risponde: “Agatone.”[88]
+
+Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate sulla tavola
+della sala da bagno. In un subito si sente presa d’un brivido; e
+io.... anch’io raccapriccio all’idea di Svetlana.... ma noi non
+farem sortilegi colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si
+spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e salta in letto.
+Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno a lei. Tutto tace, Taziana
+dorme.
+
+Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di camminare sopra un
+campicello cosperso di neve e offuscato dalla nebbia. Un torrente non
+incatenato dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia oscuro
+e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio. Due pertiche
+appiccicate insieme dal gelo, formano, da una ripa all’altra, un
+ponticello tremolo e periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro
+mugghiente si ferma come priva di senno.
+
+Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e guarda intorno; ma
+non vede nessuno che le porga la mano per aiutarla a tragittare. Tutto
+a un tratto, i massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale
+orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette a grugnire e offre
+alla fanciulla la sua zampa irta d’acuti artigli. Essa vi si appoggia
+con tremore e varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra
+sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè ardisce volger
+indietro gli occhi; ma non può sottrarsi alla assiduità di quel turpe
+lacchè. Arrivano a una selva. Gli abeti stanno immobili nella loro
+accigliata maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve;
+il raggio delle lampade celesti penetra scintillante nella chioma
+dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi; cessa ogni indizio di
+strada — la neve ingombra tutto e i cespugli e i burroni. Pur Taziana
+avanza sempre, sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo
+ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli orecchini d’oro.
+Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto e non osa raccoglierli,
+e si vergogna persino di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode
+grugnir l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante,
+priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso destramente la rialza
+e se la pone indosso. Essa non resiste, non si muove, non respira.
+Egli la porta a traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio
+mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma dentro la capanna
+rimbomba un suon di voci e di stromenti. — “Qui sta il mio compare,”
+grida l’orso; “entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo
+s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia.
+
+La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio di bicchieri come
+a un convito di funerali. Non comprendendo niente a ciò che succede,
+s’avvicina pian piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti
+mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna bovine; l’altro ha
+una testa di gallo; quà una strega con barba di becco, là uno scheletro
+attillato e altero; più in là un nano con una coda esile, e mezzo gru,
+mezzo gatto.
+
+Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero a cavallo sopra una
+aragna; una oca con un teschio coperto d’una berretta rossa; un molino
+che sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto latrati,
+risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida d’uomini, calpestío di
+cavalli.
+
+Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè in mezzo a quelle
+bestie orrende, scorse.... chi mai?... Colui che le è sì caro e sì
+tremendo; il protagonista di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a
+quella tavola e di quando in quando getta una occhiata verso l’uscio.
+Fa un gesto: tutti si rannicchiano; beve: tutti tracannano e urlano;
+sogghigna: tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia: tutti
+tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non v’ha più dubbio.
+Taziana comincia ad aver meno paura; e con curiosità, si prova a
+tirar chetamente la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si
+smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio; Anieghin cogli
+occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente; tutti fanno lo stesso, ed
+egli sta per escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan
+le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le manca la voce. Eugenio
+spinge la porta. Alla vista della fanciulla tutti i demoni e tutti i
+mostri cacciano un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la
+sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi, colle code,
+colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti, colle corna,
+colle branche adunche: tutti ruggiscono: “È mia, è mia!”
+
+“È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto tutta la frotta maledetta
+sparve. La cara verginella rimase nelle fredde tenebre, sola col suo
+amico. Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la pone sopra
+uno sgabello zoppicante e adagia il capo sulla di lei spalla. Ma ecco
+sopravviene Olga; Lenschi le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin
+vibra il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni
+visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa sempre più aspro. Eugenio
+impugna uno stiletto e atterra Lenschi; una oscurità fitta regna
+intorno; un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla....
+Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro nella sua stanza.
+I purpurei strali dell’alba si rifrangono nelle brine dell’invetriata;
+s’apre l’uscio. Olga entra più vermiglia dell’aurora nordica e più
+leggera di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto in
+sogno?”
+
+Taziana tuttora in letto non bada alle parole d’Olga. Scorre l’una
+dopo l’altra le pagine d’un libro e non fa motto. Questo libro
+non racchiudeva nè graziose finzioni poetiche, nè savi consigli
+filosofici, nè imagini. — Non era un volume di Virgilio, o di Racine,
+o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca; non era un fascicolo
+del _Journal des modes_ sì caro alle signore. Era l’interprete dei
+sogni di Martino Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini.
+Questa sublime opera, un mercante ambulante la portò nel villaggio e
+la vendè a Taziana per tre rubli e mezzo con di giunta una _Malvina_
+scompagnata, una raccolta di favole popolari, una grammatica, due
+_Petreidi_[89] e un terzo volume di Marmontel. Martino Zadeca divenne
+in breve il libro prediletto di Taziana. Egli la consola in ogni sua
+afflizione, e dorme ogni notte con lei.
+
+Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso e lo cerca nel gran
+repertorio delle visioni notturne. Ma nell’indice finale per ordine
+alfabetico non trova altri vocaboli che _abete, bosco, burrasca,
+neve, orto, oscurità, ponte, turbine_, eccetera. Martino Zadeca non
+solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno presagisce una
+moltitudine di disgrazie. Per più giorni Taziana se ne accora e ne
+paventa.
+
+Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel giorno anniversario della
+sua festa. Sin dal mattino la casa Larin è piena di gente. I vicinanti
+vi si trasportano con tutta la loro famiglia in chibitca, in britsca,
+in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un bisbiglio confuso; nei
+salotti nuovi visi. Chi grida, chi ride; i cagnolini guaiscono, le
+signorine s’abbracciano; tutti si salutano; le balie s’arrabbiano; i
+bambini vagiscono.
+
+Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta moglie; venne Gvosdin,
+esimio economista, dovizioso padrone di miserrimi servi; vennero gli
+Scotinin, consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età di due
+fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff, damerino campagnolo;
+venne mio cugino Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto
+militare noto a tutti;[90] venne Flianoff consigliere fuor d’impiego,
+famoso attaccabrighe, vecchia volpe, pappalecco, angariatore e gran
+buffone. Colla famiglia di Panfilo Carlicoff, venne _Monsieur_ Triquet,
+furfantello pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca
+rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò di tasca un madrigale
+sull’aria favorita dei bambini: _Réveillez vous, belle endormie_. Quel
+madrigale trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco;
+Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio, lo richiamò alla
+luce; ma prima ebbe l’accortezza di porvi _belle Tatiana_ invece di
+_belle Nina_.
+
+Venne il comandante della guarnigione del borgo, idolo delle ragazze
+aggrinzite e decrepite, trastullatore di tutte le madri del paese.
+Entrò esclamando: “Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica del
+reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere! balleremo.”
+
+Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In questo mentre si serve
+il desinare. I commensali vanno a tavola due a due tenendosi per mano.
+Le signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto. Fanno
+il segno di croce, cianciano un poco e si pongono a sedere.
+
+Per qualche tempo non pensano che a mangiare. Le mascelle macinano;
+i piatti, i bicchieri s’empiono e si vuotano sovente. Poco a poco
+s’annaspa una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno vi bada;
+tutti schiamazzano, ridono, leticano. Di repente la porta si spalanca.
+Lenschi e Anieghin compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona.
+
+I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno rimuove la posata
+e la seggiola per far loco; i due amici si accomodano. La padrona li
+ha collocati in faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana di
+mattina, e più tremante della capriola inseguita dai cacciatori, non
+ardisce levar gli occhi ottenebrati. Un ardore insolito le serpe per
+le membra; si sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno i due
+amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli occhi e sta per cadere
+in deliquio. Ma la volontà e la ragione trionfano di quella debolezza
+momentanea. Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento e
+rimase a tavola.
+
+Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe degli
+svenimenti femminili; ne aveva vedute tante! Già gl’incresceva assai
+d’essersi lasciato cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma
+quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta, abbassò gli
+occhi dalla stizza, maledì Lenschi, giurò di fargli dei rimproveri e
+di vendicarsi in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte a
+schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati.
+
+Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto la confusione di
+Taziana. — Tosto attrasse la vista e l’attenzione sua un pasticcio di
+carne che per gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto
+e il _blanc manger_ una bottiglia di vino di Zimlianschi[91] sigillata.
+Portano per beverlo un assetto di bicchieri lunghi, sottili e svelti
+come la tua vita, o Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere
+dell’anima mia, che m’hai tante volte inebriato d’amore!
+
+Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino ferve e fuma. Allora,
+con un aspetto grave, Triquet s’alza armato del suo madrigale. La
+compagnia ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta che viva.
+Triquet volgendosi ad essa col foglio in mano si mette a cantare
+stuonando. Applausi, urli d’entusiasmo ricompensano il poeta. È
+forza che Taziana gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel
+suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna il prezioso
+manoscritto. Seguirono i complimenti e gli auguri; Taziana ringraziò
+tutti. Quando toccò ad Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e
+stanca, quel turbamento interno, commossero il crudele. La salutò senza
+aprir bocca, ma il suo sguardo parlò abbastanza. Provava egli veramente
+un certo affetto, oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta?
+Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo esprimeva la
+simpatia e rese il respiro a Taziana.
+
+Si respingono le seggiole con gran rimbombo. La folla si precipita
+dalla sala da pranzo nel salotto. Tale un ronzante sciame di pecchie
+esce dall’alveare e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli
+ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono intorno al
+caminetto. Le signorine cinguettano in un angolo. I tappeti verdi[92]
+e il boston invitano i giocatori fanatici, le _ombre_ allettano i
+vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle sue bandiere
+chiunque per interesse sa superar la noia. Già questi ultimi han fatto
+otto partite, già otto volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno
+diligentemente le ore del desinare, della merenda e della cena. In
+campagna, queste ore si conoscono senza grande sforzo, lo stomaco ci fa
+da orologio esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che in
+questo mio poema io ragiono spesso di banchetti, di pietanze e di tappi
+come fai tu, o divino Omero, idolo nostro da tre mila anni in qua!
+
+Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender ciascheduna una tazza
+di tè, quando si sente dietro la porta della sala grande un concerto
+di flauto e di fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti
+metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride dei villaggi
+circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi a Taziana; Triquet alla
+Carlicoff, ragazza di matura età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa
+della signora Pustiacoff. Il ballo incomincia.
+
+Nella prima parte di questo romanzo (vedi il primo capitolo) volevo
+dipingere i balli di San Pietroburgo, alla maniera dell’Albano. Ma
+diviato da vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai dietro
+alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini! e mi smarrii, e perdei
+il filo del mio racconto. Ma col dileguarsi dei miei belli anni io
+diverrò più savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò
+questo quinto canto da ogni digressione superflua.
+
+Il walzer imperversa come un turbine e passa monotono e pazzo come la
+gioventù. Una coppia succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta
+s’appressa, Anieghin, esultando di soppiatto, danza con Olga, poi
+quando è stanca la fa sedere e discorre seco di vari oggetti. Due
+minuti dopo, eccolo che vola di nuovo con essa. Tutti stupiscono.
+Lenschi stesso non può credere ai propri occhi.
+
+I musicanti suonano la masurca. Anticamente quando echeggiava
+quell’aria, tutto oscillava nelle vaste sale; le invetriate si
+sconnettevano; il tavolato si spaccava sotto i tacchi dei danzatori.
+Adesso non è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza quanto le
+signore l’impiantito spalmato di lacca. Ma nelle piccole città e nei
+villaggi la masurca conserva tuttora la sua bellezza, i suoi antichi
+onori: cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il
+resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla; la moda! malattia
+epidemica dei nuovi Russi.
+
+Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio, Taziana ed Olga. Anieghin
+danza con Olga, le parla all’orecchio, le stringe la mano. — Le di
+lei guance arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta in
+sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito di gelosia, la
+fine della masurca. Allora invita Olga al _cotillon_.... Ma essa
+ricusa.... Ricusa! E perchè? È già impegnata con Eugenio. Come! Essa
+sarebbe capace!... No, non è possibile. Appena escita dalle fasce
+sarebbe una _coquette_! Già conoscerebbe i raggiri della civetteria e
+saprebbe mentire e spergiurare! Lenschi non può sopportare un colpo sì
+improvviso. Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un cavallo e
+parte. Due pistole, due palle scioglieranno il problema.
+
+
+
+
+CAPITOLO SESTO.
+
+ Là sotto giorni nebulosi e brevi
+ Nasce una gente cui il morir non dole.
+ PETRARCA.
+
+
+Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, contento della sua
+vendetta, divenne pensoso e astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca
+Vladimiro e l’eterno _cotillon_ le viene a noia. Ma questo finisce. Si
+va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, dal vestibolo sino
+alla soffitta, è trasformata in un dormitorio per gli ospiti. Tutti
+sentono il bisogno d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare
+sotto il proprio tetto.
+
+Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel salotto colla sua
+pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff e Flianoff, il quale soffre
+d’una piccola indisposizione, si sono coricati sopra le sedie della
+sala da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un vecchio
+berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le signorine occupano le
+camere di Olga e di Taziana. Ma questa infelice, puntellata a una
+finestra, per la quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura
+campagna.
+
+La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza dei suoi sguardi,
+il suo trattare strano verso di Olga, son tante spine che stimolano la
+curiosità di Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto.
+Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il cuore; le sembra che
+sotto ai suoi passi si spalanchi e muggisca un abisso. “Io perirò,”
+essa esclama: “ma perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno;
+perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.”
+
+Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio entra in scena. A
+cinque verste[93] della villa di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva
+e vive tuttora un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle bettole
+e capo d’una combriccola di barattieri e di furfanti; ora campagnolo
+semplice, e buono, ottimo padre (benchè celibe), amico fidato,
+possidente pacifico e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora!
+— La voce lusinghiera della fama lodava il suo coraggio tremendo. Colla
+sua pistola egli toccava un asse alla distanza di cinque sagene.[94]
+Aggiungeremo però, che un giorno in un combattimento, essendo ubriaco
+come uno svizzero, tombolò da cavallo nella mota, e restò prigioniero
+dei Francesi; prezioso ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe
+volentieri rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per poter
+ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,[95] tre bottiglie di vino di
+Borgogna. Altre volte egli sapeva motteggiar con spirito, trappolare
+i balordi, e sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le sue
+burle non restarono sempre impunite, e anch’egli talvolta si lasciò
+infinocchiare come un babbione. Sapeva discutere con brio, replicare
+con sagacità o con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare
+a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, farli sfidare
+in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare in tre, e quindi
+disonorarli con qualche ghierabaldana. _Sed alia tempora!_ La temerità
+passa colla gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata.
+Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle burrasche del mondo
+sotto l’ombra dei ciriegi e delle acazie. Lì viveva da vero filosofo,
+piantava cavoli come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava l’A.
+B. C. ai bambini.
+
+Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui carattere, ma apprezzava
+il suo giudizio e le sue riflessioni intorno agli uomini e alle cose.
+Si frequentarono un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato di
+vedere un mattino Zarieschi entrar in camera sua. Dopo i complimenti
+usuali, Zarieschi interrompendo la conversazione che stava per
+intavolarsi, e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio un biglietto
+di Vladimiro. Anieghin si trasse alla finestra e lesse a bassa voce.
+
+Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un _cartello_. Lenschi,
+garbatamente e freddamente, invitava Eugenio a battersi con lui. La
+prima mossa d’Eugenio fu di dire al messaggero senza altra spiegazione
+ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star di più; s’alzò in
+silenzio, e se ne tornò a casa ove aveva molto da fare. Ma Eugenio,
+abbandonato alle proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso
+e non senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, e si
+trovò colpevole in molti riguardi. In primo luogo, aveva dileggiato
+con troppa crudeltà un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva
+spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena perdonabile
+ad uno scapestrato di diciotto anni. Eugenio, che amava Lenschi di
+tutto cuore, dovea in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei
+pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, ma qual uomo di
+senno e d’onore. Dovea palesare i suoi sentimenti, e non incollerirsi
+come belva; doveva disarmare quella suscettività giovanile. “Ma ora è
+troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. Un duellista per mestiere
+si è ingerito in questa faccenda, è maligno, è imbroglione, gran
+parlatore. Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo;
+ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” Ecco l’opinione
+pubblica! Il puntiglio è la molla che ci fa agire, è il pernio sul
+quale gravita il mondo.
+
+Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta in casa la risposta.
+Il suo eloquente vicinante gliela arreca in trionfo. Che festa
+per il geloso! Temeva che il suo antagonista non la scappasse con
+qualche pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il suo
+petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani all’alba, essi
+si incontreranno presso al molino; caricheranno le loro pistole, e
+spareranno alle gambe o alla testa.
+
+Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava ormai come una
+civetta, non voleva vederla prima del combattimento. Guardò all’oriuolo
+e al sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue vicine.
+Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla colla sua venuta; ma
+sbagliava. Olga scese, come prima, dal verone per andargli incontro,
+leggera, graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata da quel
+ch’era antecedentemente.
+
+“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” chiese Olga.
+
+A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il suo furore, se
+ne stette colla bocca chiusa, e si grattò il naso. La gelosia, il
+dispetto, la rabbia, sparirono davanti a quello sguardo sereno, a quel
+contegno ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla Olga con
+occhio di compassione; vede che è ancora amato! Già il pentimento lo
+assale; sta per implorar perdono; trema, non trova le parole.... è
+felice.... è quasi guarito.
+
+Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la forza di ricordare alla
+fanciulla gli eventi della precedente sera. “Io sarò,” egli pensa, “il
+di lei liberatore; non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere quel
+giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle lusinghe. Non tollererò che
+un verme impuro e velenoso roda lo stelo di quel giglio candido, nè che
+quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca all’alito del vizio.”
+Tutto ciò significava, amici miei: son risoluto di battermi coll’amico.
+
+Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il cuore della mia Taziana!
+Se Taziana avesse potuto prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro
+dovevan contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le di lei premure
+avrebbero forse rappattumato i due rivali. Ma nessuno fino ora s’è
+accorto nemmen per sogno di questa passione. Anieghin non parla più
+di nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola avrebbe potuto
+indovinar tutto, ma non è gran fatto perspicace.
+
+Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, ora espansivo e lieto;
+ma gli alunni delle Muse sono sempre così. Coi capelli arruffati egli
+siede al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo gli occhi
+ad Olga esclama: “Io son felice, non è vero? È tardi. Convien che io
+parta.” Intanto soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla
+gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in viso: “Che
+avete?” grida. “Niente,” egli risponde e raggiunge la porta.
+
+Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si spoglia, e apre
+un volume di Schiller. Ma sempre lo stesso pensiero l’opprime, e
+l’impedisce di dormire. Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza
+ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive _currenti
+calamo_ alcuni versi pieni d’amorose inezie, ma sonori e dolci. Poi,
+nel suo entusiasmo lirico, se li rilegge ad alta voce. Per fortuna
+questi versi mi sono caduti fra mano; eccoli.
+
+ Dalla fortuna oppresso
+ Aspetto impazïente il dì venturo.
+ Parla, o sfinge crudel, tetro futuro:
+ Mi cingerai d’alloro o di cipresso?
+ Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso?
+ Cadrò trafitto da letal saetta
+ Oppur dal gran cimento escirò illeso?
+ Qualunque sia la sorte che m’aspetta
+ Io dirò rassegnato e disdegnoso:
+ Benedetta la veglia e benedetta
+ L’ora del gran riposo.
+ Forse, questa sarà l’ultima guerra
+ Del rio destin che bersagliar mi suole.
+ Domani riderà, come oggi, il sole,
+ E canterà la terra;
+ Ma privo ormai d’udito e di veduta
+ Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso,
+ Ombra squallida e muta,
+ Spazierò per le tenebre d’abisso.
+ Divorerà il mio nome il ceco oblio:
+ Ma tu, casta colomba,
+ Forse a sparger verrai di tanto in tanto
+ Qualche stilla di pianto
+ Sulla precoce e solitaria tomba;
+ E dirai sospirando: “Egli fu mio:
+ ”A me sola sacrò la cetra, il cuore,
+ ”E dei begli anni il fiore....”
+ E mi ripeterai l’ultimo addio.
+
+Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli dettò. Un critico li
+chiamerebbe romantici; io però non so vederci cica di romanticismo;
+ma lasciamo stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò
+pensando all’_ideale_. Parola alla moda! Ma aveva appena socchiuso le
+ciglia, quando il suo vicinante entrò nella stanza e lo destò dicendo:
+“Su, su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di certo.”
+
+Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. Le ombre della
+notte si diradano, il gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole
+ascende l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano e volano
+in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal letto. Finalmente tira
+le cortine, guarda, e s’accorge che già da gran tempo avrebbe dovuto
+trovarsi sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere francese
+Guillot accorre in fretta, gli porge la veste da camera, le pantofole
+e la camicia. Anieghin si abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi
+ad accompagnarlo colla scatola delle pistole. La slitta è pronta.
+Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo colle pistole di
+Lepage,[96] e al cocchiere di avanzar nella campagna verso due piccole
+quercie.
+
+Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da profondo agronomo,
+biasimava il modo in che era fatto un pagliaio.
+
+Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” esclamò Zarieschi “il
+vostro secondo?” Zarieschi classico e pedante nei duelli si sdegnava
+d’una tale infrazione ai veri principii della monomachia. Permetteva
+che si stendesse al piano un uomo per una bagattella, purchè si
+osservassero le regole dell’arte e le austere tradizioni degli antichi;
+lo che è da lodarsi in lui.
+
+“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: Monsieur Guillot. Spero che
+non vi opporrete a tale scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un
+galantuomo.”
+
+Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò a Lenschi:
+
+“Ebbene, cominciamo!”
+
+“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro.
+
+E si portarono dietro il molino.
+
+Mentre Zarieschi e il _galantuomo_ fissavano a quattro occhi le
+condizioni del combattimento, gli antagonisti stavano fermi colle
+ciglia basse.
+
+Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? Quanto è che l’uno
+sitisce il sangue dell’altro? Quanto è che dividevano gli ozi, le pene,
+la mensa, i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro l’altro
+come due nemici ereditari, tramano, quasi in un sogno spaventoso e
+incomprensibile, la loro mutua distrazione. Non sarebbe meglio che si
+separassero ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? Ma il
+coraggio della gente ha una singolar paura della falsa vergogna.
+
+Già le pistole splendono. Risuona il martello della bacchetta. La
+palla rotola nel cannone, il cane stride per la prima volta. Versano la
+polvere grigiastra nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata e
+fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si rimpiatta dietro
+un tronco vicino. I due avversari gettano i loro mantelli. Zarieschi
+ha misurato con esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa
+distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano le pistole.
+
+“Ora partite!”
+
+I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, quattro passi,
+quattro passi verso la tomba. Eugenio avanzando sempre alza pian piano
+la sua pistola. Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo
+l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin spara. È giunto
+l’istante prefisso dal fato. Il poeta senza proferir parola lascia
+sfuggir l’arme, si posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi
+offuscati annunziano la morte, ma non esprimono nè la doglia nè il
+rimprovero. Tale struggesi al calor del mattino la valanga che brillava
+sul pendío di un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre al
+moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli fu. Il poeta spirò
+anzi tempo. Sorse la burrasca, e il gentil fiore si seccò sbocciato
+appena, e il fuoco sacro si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla
+sua faccia domina una quiete che fa spavento. La palla gli ha colpito
+il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante dalla ferita. Poco fa,
+quel cuore palpitava di poesia, di speranza, d’amore, quel sangue
+ferveva di vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come in
+una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, i cristalli son
+intonacati. La padrona di casa non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: —
+se n’è smarrita ogni traccia.
+
+È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico con salaci epigrammi; è
+un piacere vederlo allorchè mitriato di superbe corna, si mira in uno
+specchio e si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore
+vedere che vi si riconosce ed esclama: “io son quello!” Ma il _nec
+plus ultra_ d’ogni piacere, è apprestargli una onorevole sepoltura,
+e appuntargli un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo però
+_ad patres_, è uno scherzo di che, io credo, voi non siete gran fatto
+ghiotto.
+
+Se dunque vi accade di uccidere un giovine amico che vi offese _inter
+pocula_ con un ghigno o una risposta insolente, o con qualche altra
+bazzecola, e se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente
+in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima vostra quando
+lo vedrete steso a terra, in preda all’agonia, già gelido, già livido,
+sordo al vostro disperato appello?
+
+Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre l’arme funesta,
+contempla l’infelice Lenschi.
+
+“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi.
+
+Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin tutto tremante
+s’allontana e chiama i servitori. Zarieschi adagia con premura il
+cadavere nella slitta, e trasferisce quel tristo deposito nella propria
+dimora. I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, imbiancano
+il morso di spuma, e volano come strali.
+
+Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è perito nel più bel
+fiore delle sue speranze, prima d’aver dato al mondo i delicati frutti.
+Ov’è adesso quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso di
+generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? Ove sono quei
+fervidi slanci d’amore, quella sete di gloria, quell’affetto allo
+studio, quell’orror del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree
+visioni della vita celestiale, illusioni della divina poesia?
+
+Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. La sua cetra
+ammutolita avanti l’ora, potea destare un eco durevole nei secoli
+venturi. Forse un alto grado gli era riservato nella scala sociale.
+L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo ingegno. Perì per
+noi quel creatore spirito! E chiuso nell’avello non udirà l’inno nè le
+benedizioni dei popoli alzarsi qual incenso in suo onore....
+
+Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un ricco appannaggio. Avrebbe
+lasciato i generosi impulsi della gioventù stagnare ed estinguersi
+nell’inazione. Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato
+le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe provato tutte
+le beatitudini della vita: avrebbe marcito nella sua villa con una
+guarnacca imbottita in dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la
+podagra; avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato,
+e finalmente ammalatosi, sarebbe morto nel suo letto attorniato di
+figliuoli, di donnicciuole e di dottori.
+
+Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, il poeta, il
+sognatore[97] melancolico, soccombè per la mano d’un amico! A sinistra,
+quando si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono le
+loro radici; sotto a quelli serpeggia un ruscelletto che deriva dalla
+valle vicina. Ivi l’agricoltore cerca il riposo; ivi i mietitori vanno
+a empir d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione
+dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde sotto l’ombra opaca,
+sorge adesso la sua umile sepoltura.
+
+Allorchè incomincia la pioggia di primavera a strosciar sull’erbe
+dei prati, il pastorello, cantando i _Pescatori del Volga_, viene
+talvolta lì a lavorar le sue scarpe di scorza. E la giovine signora
+che passa l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna,
+sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, e mentre colla
+mano sinistra stringe la briglia di canapa, rimuove colla destra il
+velo del cappello, e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma
+il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento proseguendo il
+suo corso nell’aperta pianura, tutta meditabonda, compiange la trista
+fine di Lenschi e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante,
+oppure presto si consolò della sua perdita? Dov’è adesso la sorella
+d’Olga? Ov’è il disprezzatore della società, il disertore delle donne
+alla moda, il capriccioso originale che uccise il giovine poeta?”
+
+Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,[98] ma non
+oggi. Sebbene io ami svisceratamente il mio eroe, io devo ora lasciarlo
+in disparte, ma per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età
+vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a lungo ho bazzicata e
+accarezzata. Lo confesso e me ne pento. Ma fortunatamente la mia penna
+non ha più la smania di schiccherar baie canore: pensieri più gravi,
+cure più nobili occupano la mia mente nella solitudine e in seno alla
+società.
+
+Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo tormento. Ma ormai
+non ho più speranza; e mi rincrescono le mie passate inquietudini. O
+illusioni! illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene con
+giovinezza? È egli vero che questa già perda per me la sua brillante
+corona? È egli vero che la primavera di mia vita è spenta per sempre,
+spenta senza una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà più?
+È egli vero che fra poco avrò trent’anni?
+
+Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio del mio corso; è forza
+ch’io ne convenga. Dunque separiamoci da buoni amici, o mia spensierata
+gioventù! Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del
+trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i tuoi doni; te ne
+ringrazio cordialmente. Sotto le tue ali, nel tumulto e nella calma, io
+ho goduto assai; basta così! Ora, con animo sereno, entro in una nuova
+via per divezzarmi della vita passata.
+
+Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo ove i miei dì
+fuggirono inavveduti in mezzo alle passioni, alla indolenza, alle
+astrazioni d’un ingegno riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva
+la mia fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al mio
+ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che si ghiacci, che
+s’induri e finalmente si impetrisca nel letargo d’una società morta!
+Fuga da me lungi gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli
+astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della fortuna; gli
+scellerati ridicoli e seccanti, i giudici parziali e cavillatori, le
+civette bacchettone, gli schiavi volontari, i tradimenti eleganti del
+_gran mondo_, le sentenze spietate della vanità impudente; la trista
+fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo e anneghiamo
+insieme, o cari amici!
+
+
+
+
+CAPITOLO SETTIMO.
+
+ Mosca, figlia diletta della Russia, ove troverò
+ una città che ti somigli?
+ DIMITRIEFF.
+
+ Chi può non amare la paterna Mosca?
+ BARATINSCHI.
+
+ Guai a Mosca! Che cos’è aver veduto il mondo!
+ Ove si sta meglio? — Dove non si sta.
+ GRIBOIEDOFF.
+
+
+La neve strutta dai raggi dissolventi di primavera, precipita dai monti
+vicini in ruscelli torbidi, e allaga le campagna. La natura mezza
+addormentata accoglie con un dolce sorriso il mattino dell’anno. Il
+cielo splende azzurrino. I boschi, tuttora trasparenti, si adornano
+d’una tenera lanugine di verdura. Le api abbandonano i loro palazzi
+di cera per andare a predare i fiori novelli. Le valli si asciugano
+e si smaltano; la greggia bela e il rosignolo garrisce nel silenzio
+notturno.
+
+Quanto mi affligge il tuo ritorno, o primavera, primavera stagione
+d’amore! Che crudele agitazione regna nel mio sangue e nel mio
+spirito! Con che mesta voluttà io godo del zeffiretto che mi aleggia
+intorno nella mia solitudine agreste! Mi è forse vietato il piacere?
+o tutto ciò che diletta e ravviva, tutto ciò che esulta e brilla,
+deve sembrare orrido e tetro a chi è morto al mondo? Il susurro delle
+nuove giovinette fronde che subentrano a quelle dell’autunno decorso,
+ci richiama forse a mente qualche amara perdita nostra, sicchè non
+ci possiamo rallegrare del rinascimento dei fiori? O, comparando con
+angoscia i nostri belli anni ai bei giorni, il ritorno di questi ci fa
+più aspramente risentire la fuga di quelli? Forse anche ci apparisce
+in una visione poetica qualche antica primavera, la cui idea ci ripone
+sotto occhio una regione remota, una serata serena al lume della
+luna....
+
+Onesti poltroni, savi epicurei, mortali indifferenti e beati,
+uccelletti nutriti nel nido di Levscin,[99] Priami delle campagne, e
+voi sensibili dame, la primavera vi chiama in villa. Ecco il tempo del
+caldo, dei fiori, del lavoro; il tempo delle passeggiate fantastiche,
+delle notti scandalose. In villa, amici miei! Presto, presto, salite
+nelle carrozze cariche a più non posso, salite nelle diligenze;
+evadetevi dal carcere delle città.
+
+E tu, lettor benevolo, sali nella tua calescia e abbandona la
+affaccendata metropoli dove hai passato l’inverno in feste e in gioco.
+Vieni in compagnia della mia capricciosa Musa a udire il mormorio
+crescente delle selve, lungo il ruscello innominato, presso alla
+borgata ove Eugenio, anacoreta atrabiliare e ozioso, viveva poco fa in
+vicinanza della giovine Taziana, di quella mia diletta visionaria....
+Egli non vi sta più, ma vi ha lasciato un’indelebile traccia.
+
+Fra quell’anfiteatro di montagne andiamo là dove un’acqua limpida
+serpeggiando per i verdi prati scende al fiume a traverso una macchia
+di tigli. Là il rosignolo, poeta della primavera, canta tutta la notte,
+e mischia i suoi trilli al garrir della fonte; lì sboccia la rosa
+selvatica; là s’inalza una pietra sepolcrale adombrata da due pini
+annosi. Si legge sulla lapida questa iscrizione:
+
+“Qui giace Vladimiro Lenschi, che morì giovane della morte dei
+valorosi, nell’anno...... in età di..... — Riposa in pace, o gentil
+vate.”
+
+Altre volte, una ghirlandetta misteriosa appesa ai ramoscelli curvi,
+si librava al soffio matutino; altre volte, verso sera, due amiche
+visitavano quel luogo, e abbracciate, piangevano su quella tomba,
+al chiaror della luna. Ma adesso il monumento funebre è obliato. Sul
+terreno che lo circonda non s’improntan più le consuete orme.... la
+ghirlandetta rorida più non tremola ai ramoscelli del pino. Solo il
+pastorello canuto e infermo vi viene come prima a lavorar, cantando, le
+sue rozze scarpe di scorza.
+
+Povero Lenschi! La giovinetta stanca cessò di piangere e mancò di
+costanza nel dolore. Un altro attrasse li sguardi di lei, un altro
+seppe, a forza di premure, sopire il di lei affanno; un Ulano l’ha
+invaghita. Eccola appiè dell’altare.... essa arrossisce sotto la corona
+nuziale, e china modestamente il capo; li occhi suoi volti a terra
+sfavillano d’amore; un dolce sorriso splende sulle sue labbra.
+
+Povero Lenschi! Nel tuo sepolcro, nel palazzo della muta eternità, ti
+sdegnasti di quel tradimento? Oppure, addormentato in grembo a Lete,
+insensibile e beato, rimanesti indifferente a tal perfidia? Chè forse
+dopo la tomba più non ci cal di questa terra.... Nè la terra più si
+cura di noi. La voce degli amici, dei nemici, delle amanti, in un
+subito tace. I voraci eredi si disputano i brani del nostro avere, come
+cani famelici un osso.
+
+La bella Olga più non adorna la magione dei Larin. L’Ulano, schiavo del
+suo dovere, fu costretto di raggiunger il suo reggimento. La vecchia
+madre nel separarsi dalla cara figlia sparse tante lacrime e tanto
+patì, che parve dovesse spirar l’anima. Taziana stette col ciglio
+asciutto, ma tinse il volto afflitto d’un biancor di morte. Quando i
+parenti e gli amici escirono sul verone e poi si strinsero intorno alla
+carrozza degli sposi per dare loro un ultimo addio, Taziana seguì la
+folla; e quando la carrozza partì, l’accompagnò cogli occhi; e anche
+dopo che fu sparita, li tenne a lungo fissi in quella direzione.
+
+Ormai Taziana è sola, affatto sola! La compagna della sua infanzia,
+la sua favorita tortorella Olga le è rapita dal fato, le è strappata
+dal seno per sempre. Come un’ombra essa erra senza scopo nel giardino
+deserto; ma nè in quello nè in casa trova consolazione nè sollievo.
+Vorrebbe piangere, ma le lacrime non sgorgano dal ciglio inaridito e
+pare che il cuore le si schianti in due pezzi.
+
+In quella crudele solitudine, la sua passione diviene più violenta;
+amore le parla più altamente del lontano Anieghin. Essa non lo vedrà
+più; essa deve odiare in lui l’assassino di suo fratello.... Il poeta è
+spento.... e già più nessuno si sovvien di lui; già la sua fidanzata si
+è donata ad un altro; la memoria del poeta si è spersa come un vapore
+nel vasto azzurro cielo. Due soli cuori forse, tuttora pensano a lui e
+si rammaricano.... ma perchè rammaricarsi?
+
+È notte oscura. Il fiume scorre silenzioso. Il melolonta ronza intorno
+agli alberi. Le danze s’intrecciano. Il fuoco dei pescatori splende
+sulla riva opposta. Taziana, immersa nelle sue meditazioni, vaga per
+la campagna all’argenteo chiarore della luna.... avanza, avanza....
+Finalmente scorge sulla cima d’un colle una casa signorile, una
+borgata, un boschetto a piè d’un poggio, e un giardino bagnato da un
+ruscello. Taziana contempla quella dimora e il suo cuore batte più
+forte e più presto. Un momento sta titubante e incerta: “Andrò io più
+oltre, o tornerò indietro? Egli non è più qui... nessuno mi conosce...
+darò una occhiata alla casa e all’orto....” E la fanciulla prosiegue il
+suo cammino, respirando appena... gira attorno lo sguardo inquieto...
+ed entra nel cortile abbandonato. I cani le si slanciano incontro
+abbaiando. I ragazzi accorrono in fretta alle strida della giovinetta
+spaventata. Scacciano i mastini a forza di bastoni e si fanno i
+protettori dell’incognita.
+
+“Si può vedere quella casa?” domandò Taziana.
+
+Immantinente i ragazzi vanno da Anisia, a cercar la chiave del
+vestibolo. Questa si fece incontro alla visitatrice e le aprì le porte.
+
+Taziana entra nella casa in cui poco fa viveva il nostro protagonista.
+Guarda, e vede una stecca di bigliardo giacente in un angolo del
+salotto e un frustino da cavallerizza sopra un divano. La contadina
+che la conduce, le dice: “Ecco il caminetto; qui il padrone se ne stava
+seduto tutto solo. Qui desinava secolui nell’inverno il signor Lenschi,
+defunto. Mi segua per di qua. Ecco lo studio del padrone. Qui dormiva;
+qui beveva il caffè. Qui ascoltava i rapporti dell’intendente e leggeva
+in un libro la mattina.... Anche l’antico padrone dimorava in questa
+stanza. Tutte le domeniche, presso a questa finestra, mettendosi gli
+occhiali, giuocava meco al _duraccèc_.[100] Dio abbia pietà della anima
+sua e gli dia pace nella fossa, dentro la nostra madre terra!”
+
+Taziana considerava tutto con attenzione e con intenerimento; ogni
+minima cosa le sembrava cara, e le destava in seno un sentimento
+mezzo gaio e mezzo tristo. La tavola colla lampada estinta; i libri
+ammucchiati senza ordine; il letto coperto d’un pesante coltrone;
+un ritratto di Lord Byron; una colonnetta sormontata da una statua
+di bronzo, col cappello abbassato sulla fronte tetra e colle braccia
+conserte al petto.... Taziana esamina tutto.... e poi s’affaccia per
+goder della campagna rischiarata dal pallido raggio della luna....
+
+Quasi incantata, non può decidersi a lasciare quel gabinetto. Ma si
+fa tardi. Il vento è freddo, la valle è buia, e il villaggio dorme
+velato di vapori grigi. Già la luna tramonta... è tempo che la bella
+pellegrina rieda al paterno tetto. Procura di celar la sua emozione, ma
+non può pertanto reprimere un sospiro. Si dispone a partire; ma prima
+di lasciar quelle mura chiede licenza ad Anisia di tornare un’altra
+volta nel castello deserto per dare una scorsa ai libri sparsi sul
+tavolino.
+
+Il giorno seguente, di buon mattino, Taziana era nel gabinetto
+d’Eugenio; e rimasta sola, in quella solitudine, in quel silenzio,
+dimenticando il mondo intero, s’abbandonò liberamente al suo dolore
+e proruppe in pianto. Poi, si mise a frugare nei libri. Dapprima
+non voleva aprirli, ma i titoli strani e disparati la empirono di
+meraviglia e lesse con avidità, e un mondo nuovo apparve alla sua
+vista. Sebbene, come sappiamo, Eugenio avesse da gran tempo rinunziato
+alla lettura, e ceduto ai tarli la sua biblioteca, pure teneva presso
+di sè alcuni volumi, quali, per esempio, i poemi dell’autore del
+_Giaur_ e di _Don Giovanni_, e due o tre romanzi che rappresentavano
+i costumi contemporanei con bastante esattezza: quella immoralità,
+quell’egoismo, quella secchezza d’idee, mista di melancolia e
+d’irritazione che ferve e s’agita nel vuoto.
+
+Alcune pagine portavano impresse le tracce di una unghia tagliente
+che avea segnati con strisce i passi più notevoli. Taziana fermò
+particolarmente su questi la sua attenzione. S’istruì con un palpito di
+quelle osservazioni, di quei pensieri, che avean colpito Anieghin e che
+egli aveva meditati e ponderati a lungo. Qua e là sui margini un punto
+interrogativo, una croce o alcune righe scritte col lapis rivelavano i
+più interni sensi del nostro eroe.
+
+Adesso, Taziana incomincia a comprendere un po’ meglio, la Dio mercè,
+il carattere di colui per cui essa sospira in forza d’una tirannica
+fatalità. Chi è egli questo originale pernicioso e tristo?... Un
+cittadino dell’inferno o del cielo, un angelo o un demonio ribelle?
+Forse un fantasma, una copia vana, un moscovita con in dosso un
+mantello di Harold, una interpretazione dei capricci altrui, un
+indice alfabetico delle parole di moda, in somma una parodia? Potè
+Taziana indovinare quella sciarada? Potè trovare la soluzione di quel
+logogrifo?
+
+Le ore volano. Taziana non riflette che sua madre l’aspetta da un
+pezzo. Due vicinanti sono venuti a veglia in casa sua, e discorrono
+appunto di lei.
+
+“Taziana non è più bambina,” dice una vecchia sdentata, tossendo.
+
+“È vero,” replica la madre. “Olga era più giovine. È tempo ch’io mariti
+anche Taziana; ma come si fa? Sempre risponde: non voglio. Ed è sempre
+pensierosa e va a passeggiar sola pei boschi.”
+
+“Che non sarebbe innamorata?”
+
+“Di chi mai?”
+
+“Buianoff la corteggiava.”
+
+“Fu rifiutato.”
+
+“Giovanni Pietuscoff l’ha chiesta in isposa.”
+
+“Fu respinto anche esso. L’Ussaro Puictin è stato qualche tempo
+quartierato da noi. Correva dietro a Taziana come un matto; ne era
+innamorato cotto. Io diceva fra me: forse questo sarà più felice degli
+altri.... Eppure non ci fu verso.”
+
+“Sapete che? Andate a Mosca con vostra figlia, cara signora Larin.
+Quello è il gran mercato delle giovani da marito. E si dice che ci sia
+gran mancanza di donne. Andateci.”
+
+“Cara amica, ho poche entrate, e a Mosca si spende molto.”
+
+“Avete abbastanza per camparci un inverno, e, caso mai, io vi presterò
+l’occorrente.”
+
+La buona vecchia gustò assai questo consiglio ragionevole e stimato.
+Contò il suo denaro, e stabilì immediatamente d’andare a stare
+l’inverno a Mosca. Taziana intese con orrore un tal progetto. La fa
+raccapricciar l’idea di dover mostrare a una società che non la perdona
+a nulla nè a nessuno, la loro semplicità provinciale; la loro toelette
+usata e fuor di moda, il loro linguaggio antiquato e scarso! Di dovere
+esporsi alla critica dei damerini e delle galanti dame di quella
+capitale! Oibò! oibò! Più saggio e più sicuro partito è lasciarla in
+fondo alle sue macchie natie.
+
+Eppure convien che se ne svelga. S’alza coi primi albori, se ne va
+pei campi e mirandoli con tenerezza, esclama: “Addio valli quiete, e
+voi vette dei monti amici, e voi fronde delle amiche selve! Addio bel
+cielo, addio ridente natura. Cambio questa vita pacifica e grata con
+una vita piena di illustre tumulto e di splendide ambasce! Addio, mia
+dolce libertà! Dove men vado? perchè men vado? Che avvenire mi serba la
+sorte?”
+
+Le sue girate divengono ora più lunghe. A ogni passo, si sente
+fascinata dalla leggiadria d’un colle o d’un ruscello. Si affretta di
+conversare coi suoi boschetti, coi suoi prati, come si suol fare con
+antichi compagni che si debbono tosto lasciar per sempre. Ma l’estate
+già volge al suo termine; l’aurato autunno già nasce. La natura,
+pallida, tremante, appare magnificamente adorna, come una vittima che
+procede all’altare. Borea spingendo davanti a sè le nubi, già sbuffa,
+sibila, e l’inverno lo segue.
+
+L’inverno è giunto; appende serti e festoni d’argento ai ramoscelli
+nudi degli alberi; stende candidi tappeti sulle pianure, sui poggi;
+ferma i ruscelli e li trasforma in alabastro. La brina, il ghiaccio
+ci assediano da ogni banda, e ci dilettiamo di questi scherzi della
+natura. Ma Taziana questa volta non vi prende piacere. Non muove a
+salutar l’inverno, come era solita; non va a respirar la prima polvere
+del gelo, nè a fregarsi il volto, le spalle e il seno, colla prima neve
+caduta sui tetti; Taziana maledice l’inverno, che la rapisce al suo
+nido.
+
+L’ora prefissa s’avanza. La decrepita carrozza dimenticata nella
+rimessa, è tratta fuori, esaminata, rispalmata, rassettata. Tre
+_chibitche_ trasportano la mobilia della casa, le marmitte, le
+seggiole, i cassettoni, i vasetti di conserva, le materasse, i piumini,
+i gabbioni del pollame, le pentole, le tazze, insomma, ogni sorta
+di arnesi. Una caterva di servitori e di contadini è adunata nel
+cortile; chi chiacchiera, chi piange; diciotto carogne sono attaccate
+alla carrozza. I cuochi allestiscono la colazione. Le _chibitche_
+sono cariche in modo che sembran montagne ambulanti; le vecchie si
+bisticciano coi cocchieri barbuti. Il corriere inforca una brenna
+emaciata e irsuta. I buoni augurii, i voti sinceri, gli addii ripetuti
+echeggiano intorno. I padroni entrano in carrozza; la venerabile
+vettura si scuote, crepita, si strascica sino alla porta del recinto.
+
+“Addio, cari luoghi tranquilli... addio grata solitudine... ti rivedrò
+io mai?...”
+
+E un torrente di lacrime scorre dagli occhi di Taziana.
+
+Tra cinquecento anni incirca, secondo i calcoli dei filosofi, verrà,
+per l’effetto dei progressi della civiltà moderna, un giorno in cui
+si riformerà il nostro sistema di communicazione, e allora una rete
+di strade unirà le provincie della Russia. Allora, i ponti di bronzo
+accavalcheranno le acque con un solo arco; le montagne si traforeranno;
+si scaveranno ardite gallerie sotto gli alvei dei fiumi e in ciascuna
+stazione i fedeli cristiani troveranno una buona trattoria.
+
+Per adesso non abbiamo buone strade; i ponti di legno marciscono
+negletti; le cimici e le pulci non ti lasciano un istante di posa nelle
+stazioni postali; di trattorie, non si sa nulla. La pomposa lista delle
+vivande affissa alla parete d’una sala gelata, non serve ad altro che
+ad aguzzare invano l’appetito dei miseri viaggiatori. Frattanto, ritti
+davanti a un fuoco lento, i rustici ciclopi del villaggio ribattono
+sull’incudine coi loro martelli russi i fragili ferramenti delle
+carrozze europee, e benedicono le rotaie e le frane della patria, che
+loro procurano quel po’ di lavoro.
+
+Ma, in tempo d’inverno, il viaggiare è facile e piacevole in questo
+paese. Le strade sono allora dritte e piatte come i versi scipiti
+dei nostri poetastri alla moda. I nostri aurighi sono coraggiosi, i
+nostri cavalli instancabili, e i pali delle verste,[101] sì grati alla
+vista, ci volano davanti così fitti come le sbarre d’un cancello.
+Sventuratamente la signora Larin andava coi propri cavalli e non
+con quelli della posta, per non incorrere una spesa esorbitante. Il
+tragitto durò una settimana; ma Taziana non si lagnò di tal lentezza,
+anzi ne fu lieta.
+
+Già son vicini a Mosca, alla bianca Mosca dalle mille cupole
+impennacchiate di croci che lampeggiano al sole come folgori! O amici!
+Come io gioiva quando a un tratto io scopriva quell’anfiteatro di
+chiese, di campanili, di giardini, di palazzi! Quante volte nel mio
+tristo esilio, errando qua e là, io pensai a te, Mosca mia! Oh quante
+cose racchiuse in questo solo nome! Che significato presenta a un cuore
+russo!
+
+Ecco il castello di Pietro Primo, attorniato di querce e superbo della
+sua antica gloria. Ivi indarno Napoleone, accecato dalla fortuna e
+dall’orgoglio, aspettava che la vecchia capitale gli s’inginocchiasse
+davanti porgendogli le chiavi del Cremlino.... No. — Mosca non gli
+andò incontro colla testa bassa. Non preparò per l’eroe impaziente, nè
+banchetti, nè regali; preparò un incendio. Dalle finestre di questo
+castello, l’invasore, immerso nelle sue riflessioni, contemplò le
+fiamme minacciose.
+
+Addio, teatro d’illustri memorie, addio venerabile reggia! Avanti!
+avanti! Già le colonne delle barriere biancheggiano; già l’equipaggio
+s’inoltra nella Tverscaia attraverso le vie cave. Fuggono come ombre
+i casotti delle sentinelle, le vecchie serve, i monelli, le botteghe,
+i lampioni, i palazzi, i giardini; le slitte, gli orti, i mercanti, i
+tuguri, i contadini, i _boulevards_, le torri, i cosacchi, le farmacie,
+i magazzini di modiste, i balconi, i leoni dei portoni, e gli stormi di
+cornacchie svolazzanti intorno alle croci. Durò due ore intere questa
+corsa.
+
+Finalmente la carrozza si fermò davanti a una casa nel vicolo di
+Caraton. Le nostre viaggiatrici smontano da una vecchia zia che soffre
+di etisia da quattro anni in qua. Apre loro l’uscio un Calmucco canuto,
+cogli occhiali sul naso, con un _caftano_ logoro indosso e una calza
+in mano.[102] La principessa sdraiata sopra un divano del salotto,
+accoglie le straniere con un grande urlo di sorpresa e di piacere. Le
+due vecchie s’abbracciano piangendo e facendo mille esclamazioni.
+
+“Principessa, _mon ange_!”
+
+“_Pachette!_”
+
+“_Aline!_”
+
+“Chi l’avrebbe detto!”
+
+“È tanto che non ci siamo vedute!”
+
+“Sarà per qualche giorno, eh?”
+
+“Cara cugina!”
+
+“Siedi.... Che buona idea è stata questa!... È proprio una combinazione
+da romanzo!”
+
+“Ti presento mia figlia Taziana.”
+
+“Ah Taziana! vieni quà... Mi par proprio di sognare! Cugina, ti ricordi
+di Grandisson?”
+
+“Che Grandisson?... ah, Grandisson!... Sì, sì, me lo ricordo, me lo
+ricordo. Dov’è adesso?”
+
+“Sta in Mosca, da Simeone. Mi ha fatto visita la vigilia di Natale.
+Poco tempo fa ammogliò il figliuolo.”
+
+“E quel cane... ma ne parleremo a lungo un’altra volta, vero? Dimani,
+presenteremo Taziana a tutta la famiglia. Che disgrazia! posso appena
+reggermi in piedi; non esco quasi più di casa. Ma voi siete stracche
+del viaggio... Andiamo a riposare tutti assieme... ahi, che non ho
+forza..... mi duole il petto... non solo il dispiacere, ma anche il
+piacere mi stanca e opprime.... cara mia, non son più buona a nulla....
+è una gran brutta cosa la vecchiaia....”
+
+E così dicendo, tutta ansante incominciò a tossire senza cessar di
+piangere.
+
+Le finezze, le premure gentili della ammalata cattivano Taziana;
+la quale contuttociò non può avvezzarsi alla sua nuova dimora tanto
+diversa di quella che ha testè lasciata. Nel suo nuovo letto, addobbato
+di cortine di seta, essa non può dormire; e il suono mattinale
+delle campane banditore delle fatiche quotidiane, la desta nel più
+bel momento dei suoi sogni. Allora si alza, e s’asside presso alla
+finestra. La caligine crepuscolare si dirada; l’aria si rischiara; ma
+Taziana non scorge le sue campagne dilette, e altro non vede innanzi a
+sè che un cortile incognito, una scuderia, una cucina e una palizzata.
+
+Ogni giorno Taziana è condotta a qualche pranzo di famiglia, è
+presentata a qualche avola o zia a cui poco bada. Ai parenti che vengon
+di lontano si fa sempre buona accoglienza, si prodigano gli elogi e le
+carezze, e si offre il pane e il sale.
+
+“Come è cresciuta Taziana! È molto che io t’ho fatto da comare!”
+
+“E io che t’ho tenuta sulle braccia!”
+
+“E io che t’ho tirata per gli orecchi!”
+
+“E io che t’ho dato tanto pan di zenzero!”
+
+E le mamme e le nonne ripetevano in coro:
+
+“Oh, come gli anni passano presto!”
+
+Ma non v’è nulla di cambiato presso quella buona gente. Tutto è rimasto
+nell’antico stato. La principessa Elena, la zia, porta sempre una
+scuffia di tulle; Luceria Lvovna s’impiastra sempre il viso di biacca;
+Ivan Petrovicc è sempre lo stesso ciuco di prima; Semen Petrovicc
+è sempre lo stesso spilorcio di prima; Pelagia Nicolavna ha sempre
+l’amico Monsieur Finemouche, il can levriero e il marito, il quale è
+sempre socio assiduo del club, sempre pacifico, sempre sordo, e sempre
+mangia e beve per due.
+
+A prima giunta, le giovinette Grazie di Mosca esaminano Taziana
+da capo a piedi senza far motto; la trovano qualche poco strana,
+provinciale, svenevole, affettata, alquanto palliduccia e magretta, ma
+in totale belloccia. Poi obedendo allo istinto di natura si fanno sue
+amiche, la menano a casa loro, l’abbracciano, le stringono le mani,
+le acconciano i capelli secondo la moda, e finalmente le palesano i
+loro secreti di cuore, secreti di fanciulle! le conquiste proprie e
+le altrui, le speranze, le furberie, i desiderii. Le loro innocenti
+conversazioni passano lievissimamente cosperse di maldicenza. Quindi
+esigono gentilmente che Taziana contraccambi quelle confidenze con
+una confessione ingenua. Ma essa ascolta quei discorsi senza diletto,
+non li comprende, e copre di silenzio e di mistero i pensieri del suo
+cuore, il tesoro delle sue lacrime e della sua sorte ventura, e non ne
+fa parte a nessuno.
+
+Taziana brama di assistere alle grandi conversazioni; ma non vi sente
+che futilità sconnesse, sonore bagattelle, freddure; il linguaggio è
+sterile e secco, e persino la maldicenza vi è sciocca e noiosa.
+
+In mezzo a quella confusione d’inchieste, di brighe, di pettegolezzi
+non balena una sola idea in ventiquattro ore, nemmen per caso, nemmen
+per disavvedutezza; il cuore non si muove nemmeno per burla e lo
+spirito si caria e si petrifica. Nè anche ciarlando di cose ridicole,
+sai trovare una parola arguta, o mondo elegante e frivolo!
+
+I giovanotti sfaccendati mirano Taziana con affettazione, e parlano
+di essa fra loro poco favorevolmente. Un bell’ingegno stravagante la
+dichiara _ideale_, e piantandosi sulla soglia della porta si dispone
+a recitarle una elegia, quando passerà. Un certo B***, che l’aveva
+veduta dalla sua fastidiosa zia, s’asside allato alla fanciulla e
+cerca d’innamorarla coi suoi insulsi complimenti. Un venerando vecchio,
+vedendola favellare con B***, domandò chi era, e ricompose in onore di
+lei la sua arruffata parrucca.
+
+Ma in quel tempio nel quale Melpomene furibonda alza la sua tremenda
+voce e sventola il suo mantello screziato di lustrini davanti a un
+pubblico di ghiaccio; colà dove Talia dolcemente sonnacchia nè ode
+che rari applausi da’ suoi ammiratori; colà ove la gioventù non bada
+se non a Terpsicore sola, il che si vedeva già a tempo vostro, si è
+veduto a tempo mio e si vedrà in ogni tempo; là nessuno fece attenzione
+a Taziana. Nè gli occhialini delle gelose dame, nè le _jumelles_ degli
+intelligenti in materia di bellezza feminile, si fissarono sopra di lei
+dai palchi o dai posti distinti.
+
+La menarono anche al Casino dei Nobili. Ivi calca orrenda, tumulto
+atroce, calore carbonizzante. Il mugghiar dell’orchestra, il fulgore
+delle lumiere, il ronzio dei gruppi di gente, il turbine delle
+coppie danzanti, il brillante emiciclo delle signore, il loro aereo
+abbigliamento, l’andirivieni continuo, — tutto ciò ti rapisce fuori di
+te. Ivi, i _dandy_ insigni fan mostra della loro sfacciataggine, dei
+loro _gilè_, dei loro _binocles_ superflui. Qui, gli ussari in congedo,
+appariscono un momento, cianciano, trionfano e s’involano.
+
+Nell’ombra della notte, molte stelle rilucono; e molte belle rifulgono
+nella città di Mosca. La luna però, più chiara di tutti gli astri,
+regna senza rivale nei vasti campi di zaffiro.[103] Quella di che io
+non oso sospirare il nome risplende sola fra tutte le donne. Con qual
+celestiale maestà s’avanza! Pare che il suo piedino non tocchi il
+suolo. Che grazia in quel seno! Che languore in quegli occhi! Ma fermo,
+fermo! Bastante tributo già pagasti alla amorosa insania.
+
+Il frastuono, le voci, il correre, gli inchini, la galoppa, la masurca,
+il valzer... Taziana intanto seduta presso ad una colonna, fra due
+zie, non osservata da nessuno, mira tutto, niente vede. Aborrisce quel
+fracasso; quel calore la soffoca. Pensa alla sua vita agreste, al suo
+villaggio, ai suoi poveri contadini, al cantuccio solitario ove mormora
+il ruscello limpido; pensa ai suoi fiori, ai suoi romanzi, all’oscurità
+del viale di tigli, nel quale egli le apparve.
+
+Così erra la fantasia di lei.
+
+Frattanto un grave generale non cessa di adocchiarla.
+
+Le zie ammiccano fra di loro, e spingono Taziana col gomito, dicendole
+sotto voce:
+
+“Guarda un po’ a sinistra! presto!...”
+
+“A sinistra? Dove? Che ci è?”
+
+“Comunque sia, guarda, ti dico... In quel gruppo di persone,
+vedi? Davanti a te... lì... dove sono due uniformi.... Ma ora egli
+s’allontana... Si mette da banda...”
+
+“Chi? Quel grosso generale?”
+
+Ora, conviene che ci congratuliamo con Taziana della sua vittoria,
+e la lasciamo andare. Prenderemo un’altra via per seguire il nostro
+protagonista.
+
+A proposito. Dimenticai di porre una invocazione in fronte a questo
+poema. Ma meglio tardi che mai. Eccola.
+
+“Canto un giovine amico mio e la moltitudine dei suoi capricci.
+Dégnati, o epica Musa, di secondare la mia lunga impresa. Porgimi il
+tuo sostegno valido affinchè io non esca del seminato....”
+
+E tanto basta. Ho reso al classicismo il debito omaggio: il mio poema
+ha una invocazione!
+
+
+
+
+CAPITOLO OTTAVO.
+
+ Fare thee well, and if for ever.
+ Still for ever fare thee well.
+ BYRON.
+
+
+Allorchè io fioriva tranquillamente nei giardini del Liceo; allorchè
+io leggeva molto Apuleio e niente affatto Cicerone; la Musa m’apparve
+un giorno di primavera nella valle misteriosa, presso alle acque
+che scorrevano in silenzio. La mia cella di studente s’illuminò a un
+tratto. La Musa mi vi imbandì lauti rinfreschi; mi insegnò a celebrare
+i piaceri della gioventù, la nostra antica gloria e i trepidi sogni del
+cuore. Quando la menai fuori meco nella società, la gente l’accolse
+con benevolenza e mi fece animo a proseguire d’amarla. Il vecchio
+Dergiavin[104] volle conoscermi, e mi benedì nei suoi ultimi istanti di
+vita.
+
+Facendo mia unica legge il mio capriccio, intarsiai nei miei scritti
+ogni mia bizzarria e impressione. Lanciai la Musa in mezzo allo
+strepito dei banchetti e delle dispute, e divenne il terrore delle
+guardie notturne. Pagò coi carmi il suo scotto in quei conviti,
+scherzando come una baccante, bevendo e cantando in onore dei
+commensali. E la gioventù corse dietro ai suoi passi ed io insuperbiva
+cogli amici di possedere sì leggiadra compagna.
+
+Io poi abbandonai la loro società, e ne fuggii lontano. La Musa mi
+seguì. Quante volte coi suoi racconti amabili essa addolcì il mio amaro
+esilio! Quante volte, fra i dirupi del Caucaso, montò a cavallo meco
+come un’altra Leonora[105] al lume di luna! Quante volte sulle spiagge
+della Tauride mi condusse attraverso le nebbie oscure a udire il rombo
+dell’Eusino, il perenne inno delle Nereidi, la danza eterna delle onde,
+il vasto concento del mare in onore del padre dei mondi!
+
+Lungi dalle città pompose e dai festini illustri, essa visitò nelle
+infelici steppe della Moldavia le tranquille tende della razza
+vagabonda delli Zingari. E fra quelle divenne selvaggia, e obliando il
+linguaggio degli Dei, favellò un idioma strano e indigente, e modulò
+canzoni mezzo barbare..... Ma in un subito, cambiò il destino della mia
+Musa. Eccola seduta nel mio giardino, vestita da signorina nobile, con
+un pensiero melancolico negli occhi e un volume francese fralle mani.
+
+Ora per la prima volta io la meno a un _raut_ del _gran mondo_.
+Io guardo le sue bellezze con un brivido di gelosia. Essa passa
+tralle file strette delli aristocratici, dei zerbini militari, dei
+diplomatici, delle dame orgogliose. Si asside in silenzio, gira gli
+occhi attorno e si diverte a veder passare le signore in gran gala che
+salutano la padrona di casa, e compongono poi nel salotto un quadro
+vivente di cui i signori formano, per così dire, la cornice. Ammira
+l’ordine perfetto delle società oligarchiche, la calma d’una nobile
+alterigia e quella confusione di qualità e di età diverse.
+
+Ma chi è costui che se ne sta muto e tetro nella folla loquace e
+scintillante? Sembra straniero a tutti. Passano innanzi a lui tutte
+quelle figure come una serie di noiose apparizioni. Gli sta impresso
+in fronte lo spleen o l’arroganza afflitta. Perchè trovasi egli qui?
+Sarebbe forse Eugenio?.... Possibile!...
+
+“Sì, è desso.”
+
+“Da quando in qua tornò? È sempre lo stesso originale o s’è corretto?
+Ditemi, perchè mai torna a star fra noi? Che parte vuol fare, che
+personaggio vuol rappresentare da vero commediante ch’egli è? Farà il
+Melmoth, il Cosmopolita, il Patriota, il Childe Harold, il Quacchero,
+il Tartufo? Che maschera presceglierà?... O forse si contenterà
+d’essere un galantuomo come voi ed io, come tutti siamo?”
+
+“Comunque sia, io gli darò almeno il consiglio di rinunziare a quella
+moda rancida. È assai lungo tempo ch’egli gabba il mondo...”
+
+“Lo conoscete?”
+
+“Sì, e no.”
+
+“Perchè dunque lo trattate con tanta acrimonia?”
+
+Forse perchè ci travagliamo indefessamente a giudicar di tutto; perchè
+l’imprudenza d’un’anima focosa o ferisce o allegra la nullità[106]
+egoistica; perchè lo spirito amante di libertà e di spazio, forza gli
+altri a fargli posto; perchè troppo spesso acconsentiamo ad accettar
+ciarle per fatti; perchè la stoltezza è credula e maligna, perchè le
+cianciafruscole hanno importanza per gli uomini d’importanza, e perchè
+la mediocrità sola è all’altezza delle nostre spalle, e non ci sembra
+stramba e folle?
+
+Fortunato colui che in gioventù fu giovine; colui che maturò nella
+giusta stagione; che seppe sopportar con coraggio il freddo ognor
+crescente dell’età, che non si pascè di sogni ambiziosi e grandi; che
+non allontanò da sè il profano volgo; che di venti anni fu un damerino
+e un bravo, e di trenta anni prese una moglie adorna d’una buona dote;
+che di cinquanta anni si liberò dei suoi debiti particolari, e altri;
+che zitto zitto, piano piano, acquistò riputazione, onori e ricchezze;
+e di cui tutti s’accordano a dire: il tal di tale è un’ottima persona.
+
+È un tormento il pensare che la gioventù ci fu data invano, che la
+tradiamo, e che ci tradisce ad ogni istante; il veder che le nostre
+migliori brame, le nostre più floride speranze, si sono sbiadite e
+sperse come le foglie dei boschi al vento d’autunno. È affannoso il
+mirare davanti a sè in prospettiva una infinita serie di pranzi e dover
+considerar la vita come una funzione e seguir le pedate della gente
+senza poter dividere nè le opinioni, nè le passioni delle masse.
+
+Converrete meco, lettore, che è una posizione intollerabile quella
+d’un uomo, il quale divenuto l’oggetto delle critiche universali, è
+dichiarato dalle persone di senno un originale pretenzioso, o un matto
+feroce, o un mostro diabolico, o finalmente il fratello carnale del mio
+demonio familiare. Anieghin, (io torno a intrattenervene), Anieghin,
+dopo di avere ucciso in duello l’amico; dopo di avere vissuto sino a
+ventisei anni senza scopo e senza giudizio, languiva in una inerzia
+fracida, senza impiego, senza moglie, senza occupazione, e non sapeva
+prender gusto a nulla. Lo _spleen_ s’indonnò di lui; volle mutare
+aria (pensiero funesto, croce volontaria d’un gran numero di ricchi).
+Lasciò il suo villaggio, la solitudine delle selve e dei campi, ove di
+continuo gli appariva una ombra sanguinosa, e incominciò a viaggiare a
+caso e in preda a una idea unica. Ma i viaggi, come tutto il resto, lo
+annoiarono. Tornò a casa, e, come Ciaschi, dalla nave passò al festino.
+
+E la folla ondeggia e mormora, e una notizia vola di bocca in bocca....
+Una dama accompagnata da un grave generale, s’approssima alla padrona
+di casa. Non è nè premurosa nè sdegnosa nè loquace. Non guarda la gente
+con disprezzo, non cerca, non allice gli applausi e l’attenzione, non
+fa smorfie e contorsioni; ha un tratto nobile, semplice, modesto, e
+tutti l’ammirano. Essa è il più perfetto modello del _comme il faut_. —
+Scusate: anche questa è una espressione che ci manca.
+
+Le giovani signore si assidevano già presso ad essa; le vecchie le
+sorridevano, i cavalieri la salutavano profondamente, e cercavano
+di ottenere un suo sguardo; le fanciulle attraversavano il salotto
+con passo più lento quando passavano avanti a lei, e il generale che
+l’accompagnava, alzava il ceffo e le spalle più di tutti gli astanti.
+Essa non poteva dirsi bella, ma in tutta la sua persona, dal sommo
+della testa alla punta dei piedi, non avresti potuto scoprire ombra di
+ciò, che nei crocchi aristocratici di Londra, si chiama _vulgar_...
+Vorrei tradurre questo termine, ma non posso.... è nuovo nel nostro
+idioma, e temo che non ci voglia allignare. Farebbe all’uopo in un
+epigramma.[107] Ma riedo alle nostre dame. La vezzosa di cui parlavamo,
+tanto più vezzosa ch’era naturale nelle sue maniere, stava accanto a
+Nina Voronsca la Cleopatra della Neva. — Eppure la bellezza abbagliante
+di questa non eclissava quella della sua vicina. Perchè? Perchè Nina
+era una statua.
+
+“Se non erro,” pensava Eugenio, “è dessa.” Ma sì; è appunto dessa....
+No.... Come! Da un oscuro villaggio nelle steppe!...”
+
+E prendendo l’occhialino che non lasciava mai, lo volge spesso su
+quella signora, i cui lineamenti gli rimembrano una persona obliata da
+un pezzo.
+
+“Principe, non conoscereste quella che discorre coll’ambasciador di
+Spagna, e che ha un turbante chermisi?”
+
+Il Principe osserva Anieghin con stupore.
+
+“Ah!” sclama, “è vero che non vai più in società da molto tempo.
+Aspetta, io ti presenterò a lei.”
+
+“Ma chi è essa?”
+
+“È mia moglie.”
+
+“Sei ammogliato! Non lo sapevo. Da quando in qua?”
+
+“Da circa due anni.”
+
+“Con chi?”
+
+“Con una Larin.”
+
+“Taziana?...”
+
+“La conosci?”
+
+“Io sono loro vicinante.”
+
+“Dunque vieni.”
+
+Il Principe s’accosta alla consorte, e le presenta il suo collaterale
+ed amico. La Principessa lo saluta. E qualunque si fosse il turbamento,
+l’emozione, la meraviglia che essa provò in quel punto, seppe celarla
+in modo, che serbò la sua gravità, la sua calma, e riverì Eugenio con
+indifferenza.
+
+No; essa non abbrividì, non impallidì, non arrossì a vicenda. Non
+increspò le ciglia, non si presse nemmen le labbra. Anieghin la
+contemplava attentamente, ma non poteva rinvenire in lei la Taziana
+d’altre volte. Volle dirigerle qualche parola, ma gli mancò la voce.
+Allora, la Principessa gli domandò da quanto tempo era giunto, e se
+veniva dalla loro provincia. Quindi i di lei occhi stanchi si fermarono
+sul generale, ed egli ed essa sparvero. Eugenio rimase immobile e
+stordito.
+
+È questa quella stessa Taziana, alla quale l’austero Eugenio, nel
+principio della nostra istoria, dava lezioni di morale, in una villa
+remota e agreste; quella Taziana, della quale egli conserva tuttora un
+biglietto, schietta espression d’un cuore che svela apertamente il suo
+secreto?... È questa, quella stessa fanciulla, oppure è una altra? Come
+mai quella fanciulla ch’egli respinse con tanto stoicismo, e che lo
+amava tanto, divenne sì indifferente e sì ardita verso di lui?
+
+Egli lascia il salotto troppo angusto. Torna a casa tutto pensieroso.
+Il suo sonno tardivo è tramezzato di visioni or triste or liete. Si
+desta; il cameriere gli consegna uno scritto. Il Principe NN. lo invita
+gentilmente a una _soirée_.[108]
+
+“Dio! da lei!... ci andrò; ci andrò.”
+
+E in gran fretta scarabocchia due righe di risposta.
+
+Che gli accade? Che farnetica? Che cosa ribolle in fondo a quella anima
+indolente ed egoista? La stizza, la vanità, o l’amore supplizio della
+gioventù?
+
+Anieghin nuovamente conta le ore; nuovamente troppo lunghi gli sembrano
+i giorni. Battono le dieci; egli esce, vola, entra nel palazzo, e
+tremante, s’inoltra nel salotto. Trova Taziana sola, e passano alcuni
+minuti a quattro occhi. Anieghin non può parlare; turbato, smarrito,
+anelante, risponde appena. Mille idee strambe gli girano per la testa.
+Non cessa di contemplar Taziana. Essa se ne sta tranquilla e tutta in
+sè raccolta.
+
+Sopravviene il marito e interrompe quel penoso _tête à tête_. Egli
+rammenta ad Eugenio le beffe e le malizie della loro infanzia, e
+ne ridono di buon animo. Frattanto gli invitati arrivano. I sali
+grossolani della malignità mondana condiscono la loro conversazione.
+Ma intorno alla principessa il discorso è brillante di spirito senza
+leziosaggine; di quando in quando vi balena un raggio di profondo
+buon senso; e sempre ne stanno lontane le massime d’eterna verità,
+le pedanterie, e quelle parole svergognate che inquietano gli orecchi
+delicati.
+
+Il fiore della nobiltà, i nomoteti della moda; quegli stolidi
+inevitabili, quelle caricature che incontransi dappertutto,
+s’accoglievano lì. Lì s’adunavano le signore attempate, con ceffi da
+mascheroni e scuffie fregiate di rose; lì capitavano alcune fanciulle
+che non sorridean mai; lì un ambasciatore che perorava sulle faccende
+dello Stato; lì un vecchio dai crini profumati che motteggiava come
+al tempo di prima, con sottigliezza e con garbo, maniera che anche al
+dì d’oggi piace. Eravi anche un dilettante d’epigrammi, il quale tutto
+criticava, e biasimava la troppa dolcezza del tè, la goffaggine delle
+signore, il contegno dei signori, le dottrine d’un romanzo oscuro, il
+monogramma fatto per due sorelle, le bugie delle gazzette, la guerra,
+la neve, e sua moglie. Eravi N. N. celebre per la sua infamia; N. N.
+per cui, o Saint-Priest,[109] spuntasti tanti lapis sugli album di
+San Pietroburgo. Eravi un secondo dittatore dei balli, che stava ritto
+fralle due porte,[110] attillato come un figurino del giornale delle
+mode, bianco e rosso come un cherubino, stringato, mutolo e immoto.
+Eravi un viaggiatore volante; eravi un impertinente inamidato, che
+moveva tutti a riso colla sua aria affaccendata; uno sguardo scambiato
+in silenzio fra gli astanti, esprimeva l’opinione che si aveva di lui.
+
+Per tutta quella sera, Anieghin non badò che a Taziana sola. Taziana
+però non è più quella ragazzina timida, innamorata, povera e semplice;
+ma una principessa maestosa e fredda, una dea innaccessibile e
+superba della imperiale Neva. O uomini! Somigliate tutti alla vostra
+prima madre Eva. Ciò che vi fu concesso in dono, non vi alletta; il
+serpente ognora vi tira a sè sotto l’albero della scienza. Solo il
+frutto vietato vi tenta, e senza quello il paradiso più non vi sembra
+paradiso.
+
+Come è cangiata Taziana! Come s’è bene compenetrata dello spirito del
+suo nuovo rango! Come si è presto appropriato i modi d’una dignità
+stentata! Chi ardirebbe cercare l’umile campagnola di tempo fa, in
+quella altera e disinvolta legislatrice dei saloni? Ed egli potè
+infiammare quel cuore! Alzando li occhi afflitti alla luna, nelle
+quiete notti, a lui essa pensava intanto che venisse il sonno; e con
+lui la gentil vergine sperava finire tranquilla il sentiero della vita.
+
+Ogni età è soggetta alle smanie d’amore, ma mentre sono benefiche alla
+virtuosa giovinezza come la pioggia di primavera ai campi, sono funeste
+alla vecchiaia. Le procelle delle passioni rinfrescano, rinnovellano,
+maturano i cuori di venti anni, e fan loro produrre splendidi fiori
+e saporiti frutti. Ma nell’età provetta e infeconda, il ravvivamento
+degli affetti non genera che doglia e pianto, simile alle piogge
+d’autunno che sfrondano i boschi, e convertono i prati ameni in fetidi
+pantani.
+
+Non v’ha loco a dubbio: Eugenio è perdutamente invaghito di Taziana.
+Passa i giorni e le notti in amorosi vaneggiamenti. Sordo alle severe
+rimostranze della ragione, ogni mattino egli va a far sentinella sul
+verone o nel vestibolo; la segue come ombra il corpo; si stima beato
+se gli vien concesso di assettarle il soffice _boa_ sulle spalle, di
+stringerle amichevolmente la mano, di farle strada a traverso la folla
+variopinta dei lacchè, o di raccogliere il fazzoletto cadutole a terra.
+
+Ma checchè egli faccia per piacerle e per mostrarle il suo affetto e il
+suo tormento, essa non se ne accorge. Lo accoglie con gentilezza, gli
+dirige due o tre parole; talvolta gli fa un lieve inchino, talvolta non
+lo guata nemmeno; insomma non ha traccia di civetteria; quindi è che il
+_gran mondo_ non la può patire.
+
+Anieghin soffre, le sue guance si scolorano e Taziana non se ne avvede,
+o non se ne cura. Anieghin divien scarno e macilento, e quasi quasi
+volge all’etisia. Gli amici lo esortano a consultare un medico; tutti
+lo consigliano ad andare a far le bagnature, ma egli è più disposto a
+scendere da Plutone, che a lasciar la capitale. Taziana non gliene sa
+grado; così sono le donne! Egli s’ostina; spera, sospira; e intanto
+istecchisce. Finalmente, più audace di quello che sarebbe forse in
+buona salute, stende con mano infiacchita dalla febbre un biglietto
+appassionato, diretto alla principessa. Quantunque egli non avesse
+gran fiducia nelle lettere, pure, spinto dalla violenza della passione,
+prese la penna e così sfogò il cuore.
+
+Ecco la sua dichiarazione tale e quale.
+
+“Signora! Io lo prevedo, vi offenderà questa franca confessione d’un
+secreto amore. Che amaro disdegno rifulgerà nei vostri superbi sguardi!
+
+”Che voglio io? Perchè vi schiudo il mio cuore? Perchè vi porgo io così
+l’opportunità di deridermi e di vendicarvi?
+
+”V’incontrai altre volte per caso; credei scorgere in voi una scintilla
+di affetto, ma non volli prestar fede agli occhi miei, non diedi
+libera carriera alla mia consueta smania, non volli rinunziare alla mia
+libertà.
+
+”Una sola cosa ci ha disuniti.... Lenschi cadde misera vittima della
+sua suscettività.... Io mi divelsi da tutto ciò che m’era caro....
+Straniero a tutti gli uomini, non amando più niente, io pensava che
+la libertà e la pace potessero supplire la felicità. Dio mio! Come io
+errava! Come sono punito!
+
+”No: vedervi ad ogni istante; seguirvi in ogni luogo; cogliere alla
+sfuggita i vostri sorrisi, i vostri raggi, i vostri moti; udir la
+vostra voce, ammirare le vostre perfette doti; spasimar per voi nelle
+torture, agonizzare e spengersi.... questa è la felicità!
+
+”Mi era offerta e l’ho respinta!... per voi, io vo vagando a caso nel
+mondo; per voi mi è cara la luce, mi è caro il tempo; per voi, consumo
+in molesta inazione gli anni largitimi dal fato che già da per loro
+erano assai tristi.... Io so che i miei momenti son contati; ma se deve
+la mia vita prolungarsi, se deve arrivare fino a domani, convien ch’io
+speri di vedervi nella giornata....
+
+”Nelle mie preghiere, io temo d’incontrare il vostro truce sguardo,
+e d’udire le vostre rampogne. Se sapeste quanto è tormentosa la sete
+d’amore, come arde il petto e il sangue.... Se sapeste come è difficile
+placare la passione col ragionamento; come è crudele volervi abbracciar
+le ginocchia, e spargere piangendo a’ vostri piedi, le preci, le
+lacrime, tutto ciò che esprime il dolore e l’affetto, e frattanto dover
+imprigionare li sguardi e le parole in una gelida etichetta; dover
+conversare con voi tranquillamente, e mirarvi con volto sereno!
+
+”Ma ormai, non ho più forza di tenermi a freno. Io son vostro; io
+m’abbandono al mio destino.”
+
+Nessuna risposta. Scrive un secondo, un terzo biglietto; medesimo
+silenzio. Va in una _soirée_.... appena entrato, la incontra.... com’è
+severa!... Essa non lo guarda, non gli parla, è fredda come il dì
+dell’Epifania. Eugenio fa di tutto per reprimere la sua indignazione.
+Le scocca una occhiata investigatrice. Dov’è la timidezza, dov’è la
+simpatia, dov’è il pianto?... Non ve n’ha più vestigio. Eugenio non
+anela che ira e vendetta.
+
+Se almeno potesse credere tal condotta suggerita dal timore che il
+marito o la gente indovinino le conseguenze d’una debolezza momentanea!
+Ma così non è.... Non v’ha speranza alcuna.
+
+Eugenio esce, maledicendo la sua stolidezza, e poi abbandonandovisi
+di nuovo fa divorzio colla società. Solo nel suo quieto gabinetto, si
+ricorda quel tempo in cui una aspra ipocondria lo tartassava persino
+nel _gran mondo_, lo ghermiva, lo incarcerava in un cantuccio oscuro
+e ve lo tenea rinchiuso a chiave. Ricominciò a leggere senza criterio.
+Lesse Gibbon, Rousseau, Manzoni, Herder,[111] Chamfort,[112] Madama di
+Staël, Bichat,[113] Tissot;[114] lesse lo scettico Bayle;[115] lesse
+Fontenelle,[116] e non volendo mostrarsi parziale, lesse anche alcune
+opere nostre: gli almanacchi e i giornali, che mi fan ripassar le mie
+lezioni e che mi pettinano pel dì delle feste con certi complimenti
+pieni di garbo.
+
+_E sempre bene._
+
+Ma ahimè! Egli leggeva cogli occhi; la mente come farfalla errava
+lontan dal libro. I sogni, i desiderii, i patimenti suoi vincono
+ogni suo sentimento. Fra le righe stampate, egli ne legge altre
+tutte diverse, cogli occhi della mente. Queste righe imaginarie
+assorbono tutta la sua attenzione. Esse gli ricordano il tempo passato
+ora sereno, ora fosco; mille progetti, farneticaggini, minacce,
+interpetrazioni, prognostici; una lunga istoria strana, eppur vera, e
+le lettere d’una gentil fanciulla. E profondandosi ognor più in quella
+fantasmagoria, ravvisa in mezzo a una oscurità diafana lo spettro
+instabile del Faraone. Poi, cangia la scena, ed egli scorge un giovine
+giacente sulla neve come sopra un letto e che sembra dormire... E
+ode queste parole: “Come! morto!” Talvolta rivede i suoi nemici da
+gran tempo obliati, i suoi calunniatori insolenti e codardi, le belle
+traditrici che adorava, i perfidi parasiti che lo adulavano; talvolta
+distingue una villa circuita d’alberi, e, alla finestra, discerne
+essa... essa sempre!
+
+S’interna cotanto in tali rimembranze, che sta per perderne il
+giudizio. Diverrà maniaco o poeta. Buon per noi se si fosse appigliato
+a questo ultimo partito. E lo poteva, chè di già incominciava a
+comprendere il meccanesimo del verso russo. Quando, seduto solo al
+caminetto davanti a una bella fiamma, lasciando cadere nel fuoco ora
+una pantofola, ora un giornale, canterellava: _Benedetta_, o _Idol
+mio_, Eugenio pareva proprio un poeta.
+
+I giorni passano. L’atmosfera s’intiepidisce, l’inverno fugge. Eugenio
+non verseggia, non muore, non impazza. La primavera lo ristora. Un bel
+mattino egli abbandona le doppie finestre, il caminetto, la stanza ove
+ha invernato come una marmotta e se ne va a spasso in slitta lungo
+la Neva. I blocchi di ghiaccio galleggianti sul fiume scintillano
+al sole. La neve strutta e calpestata dai pedoni cangia le strade in
+pozzanghere.
+
+Ove si avvia Eugenio con passo sì sollecito, a traverso quel fango?
+L’avete indovinato per l’appunto. Va da lei, va da Taziana, il nostro
+incorreggibile originale. Entra più morto che vivo. Non trova nessuno
+nell’anticamera, nessuno nel salotto. Si trae più avanti.... apre una
+porta. Che vede? Vede la principessa, in _déshabillé_, pallida, sola,
+occupata a leggere un foglio. E mentre legge colla guancia puntellata
+sulla mano, le sgorga un torrente di lacrime dal ciglio.
+
+Chi mai in quel momento non avrebbe compatito al suo dolore e inteso il
+suo secreto! Chi non avrebbe riconosciuto nella principessa Taziana,
+Taziana la campagnola! Eugenio in un accesso di pietà e di amore le
+si butta in ginocchio davanti. Essa freme e tace; lo contempla senza
+spavento, senza cruccio. I di lui occhi addolorati, spenti, l’atto
+supplichevole, i muti rimproveri, le attestano la sua sincerità.
+Ecco rinasce l’ingenua verginella di prima, colle sue illusioni,
+colla sua leggiadra semplicità. Non lo rialza da terra, non torce gli
+sguardi lontan da lui, non ritira a sè la mano che egli copre di baci
+ardenti..... Che mai pensa? Dopo un lungo intervallo di silenzio, essa
+esclama:
+
+“Basta. Levatevi. Conviene ch’io mi spieghi schiettamente. Anieghin,
+vi rimembra di quella sera in cui per caso ci incontrammo in un viale
+del giardino, di quella sera in cui ascoltai sì umilmente le vostre
+ammonizioni? Oggi tocca a me ad ammonirvi. Allora io era più giovane,
+e, credo, più bella... e io vi amava.... Che mi deste in iscambio del
+mio amore? Come mi corrispondeste? Foste rigido e spietato.... Non
+è egli vero? L’affetto d’una timida fanciulla non vi parve una gran
+novità. Ahi che tuttora mi si gela il sangue nelle vene quando mi
+rappresento quello sguardo gelido e quel rabbuffo acerbo!... Ma non
+vi appongo biasimo..... agiste nobilmente in quel funesto istante;
+mi trattaste come io meritava.... ve ne son grata di cuore..... Ma
+in quelle campagne, priva di vani onori, io non vi piacqui... Perchè
+mai mi inseguite adesso? Perchè son divenuta l’oggetto delle vostre
+attenzioni? Sarebbe forse perchè adesso io vivo nell’alta società;
+perchè sono ricca e illustre; perchè mio marito è stato mutilato nelle
+guerre; perchè la corte ci ricerca e ci vuol bene? Forse perchè adesso
+il mio disonore sarebbe noto a tutti e vi procaccerebbe una scandalosa
+celebrità nei saloni del _gran mondo_!...
+
+”Io piango.... Poichè non avete dimenticata la vostra Taziana, sappiate
+che in quanto lo comportano le mie forze, io preferisco i vostri
+pungenti sarcasmi, i vostri discorsi seri e indifferenti, a questa
+passione oltraggiosa, a queste lettere, a queste lacrime. Allora,
+avevate almeno compassione delle mie follie infantili, rispettavate la
+mia inesperienza... Ma adesso!... Che motivo vi conduce ai miei piedi!
+Oh piccolezza! Come mai potete fare il cuore e l’intelletto schiavi
+d’un affetto passeggero?
+
+”Questa vita fastosa, opulenta, inorpellata, non mi tocca; li applausi,
+le lusinghe della gente, i miei palazzi, le mie riunioni brillanti, non
+mi dilettano. Io darei volentieri tutti quelli stracci, tutte quelle
+mascherate, tutto quel lustro, quel fracasso e quel fumo, per uno
+scaffale di libri, per un giardinetto inculto, per la nostra modesta
+villetta, per i luoghi ove vi scorsi la prima volta, Anieghin; sì, li
+darei per l’umile cimitero ove riposa la mia povera balia sotto l’ombra
+d’un salcio e d’una croce....
+
+”E la felicità m’era sì facile e sì vicina!... Ma la mia sorte è
+ormai decisa. Forse fui imprudente; ma mia madre mi scongiurava
+piangendo..... ogni condizione era eguale per la misera Taziana.... io
+mi maritai....
+
+”Convien che mi lasciate. Io ve ne prego. So che siete ancor capace
+d’un nobile sforzo, e d’una azione virtuosa... Io vi amo... perchè
+celarvelo? ma appartengo a un altro.... Gli sarò fedele fino alla
+morte!”
+
+Così dicendo sparve.
+
+Eugenio rimane simile ad un uomo colpito dal fulmine. Gli sembra che
+ogni suo sentimento roti in preda a un turbine. Ma ode un rumor di
+sproni..... Arriva il generale... In questo momento tremendo, lettore,
+ci separiamo dal nostro protagonista per molto tempo, anzi per sempre.
+Gli abbiam tenuto dietro assai nei suoi errori... Siamo giunti alla
+meta. Rallegriamocene, o miei cari! Vi pareva mille anni, non è vero?
+
+Chiunque tu ti sia, lettore, benevolo o malevolo, ti voglio lasciar
+come si lascia un amico. Addio. Busca in queste strofe disadorne ciò
+che più ti talenta. Ma qualunque sia l’oggetto che in esse cercherai;
+o il riflesso delle tue passioni giovenili o il sollievo dei tuoi
+diligenti studi, o le descrizioni pittoresche, o i concetti arguti,
+o le sgrammaticature, prego Dio che ti ci faccia trovare una dolce
+diversione alle tue fatiche, alle tue passioni, alle baruffe sciocche
+dei giornali. Ora separiamoci. Addio!
+
+Addio, mio bisbetico satellite, mio fedele ideale; addio mio
+libricciuolo vispo e grave, brioso e serio, sebben sì piccolino. Vostra
+mercè, io conobbi tutto ciò che ambiscono i poeti: l’oblio della vita
+e il consorzio pacifico degli amici in mezzo al fracasso del mondo. Son
+molti anni che la pittrice fantasia mi adombrò nella mente l’imagine di
+Taziana e di Eugenio; ma in quel disegno appena accennato non appariva
+ancora molto chiaro lo scioglimento di questo libero dramma.
+
+Tra quelli ai quali io lessi, nei crocchi ch’io frequento, i primi
+squarci di questo lavoro, “alcuni più non esistono; altri son lontani”
+(per servirmi di una frase di Saadi).[117] Ho coronato l’opera, ma essi
+non la vedranno venire in luce. Tu pure mi fosti rapita, o bella che
+mi suggeristi il tipo della mia Taziana!... Molte, molte son le vittime
+dell’Orco!... molte! Felice colui che s’alza dal banchetto della vita,
+prima di vedere il fondo del bicchiere; che non finisce il suo romanzo,
+e che lo lascia in tronco come io lascio il mio.
+
+
+
+
+PULTAVA.
+
+
+PREFAZIONE.
+
+Una delle avventure di Mazeppa, illustrata dalla penna di Lord Byron
+e dal pennello di Orazio Vernet, ha reso popolare fra noi il nome di
+quell’eroe dei Cosacchi.
+
+Byron descrisse i fatti della giovinezza di Mazeppa. Puschin nel poema
+di _Pultava_ narra le relazioni di Mazeppa colla figlia di Cocciu-bei,
+la battaglia in cui Carlo XII e l’etmanno[118] furono vinti, e dopo la
+quale doverono ricovrarsi in Turchia.
+
+Caviamo i seguenti ragguagli dalla _Biografia universale_. Nominato che
+fu etmanno dei Cosacchi, guadagnò la fiducia di Pietro il grande; il
+quale, sodisfatto di trovare in lui un ausiliare zelante e coraggioso,
+lo insignì del cordone di Sant’Andrea. Creato quindi principe
+dell’Ucrania, Mazeppa deliberò di francarsi da una parte subalterna che
+da lungo tempo pesava alla sua indole ambiziosa ed attiva. Carlo XII ed
+i suoi Svedesi, proseguendo il loro cammino vittorioso, avevano dato un
+re alla Polonia e minacciavano il territorio russo. L’etmanno allora si
+sottrasse alla dominazione dello zar e trattò colli Svedesi. Si afferma
+che già durante le campagne di Polonia Mazeppa avesse scandagliato i
+principali del paese, e si fosse impegnato di ridurre l’Ucrania sotto
+l’obedienza di Stanislao Leczinski, a patto che la Severia gli sarebbe
+ceduta a titolo di sovranità. Comunque sia di tale primo passo, sia che
+Mazeppa si fosse conservato polacco nel cuore, o piuttosto che cercasse
+di assicurarsi un potere indipendente, tese le braccia a Carlo XII,
+e profferse di mettere a disposizione sua tutte le forze e i tesori
+dell’Ucrania. Intanto velava con arte le sue sorde pratiche; e affin
+di meglio velare i suoi disegni, finse di volgere i suoi pensieri
+alla morte. Più che sessagenario, ma ancora pieno di vigore, parve
+assumere ad un tratto i segni della decrepitezza. Attorniato da medici,
+stava abitualmente in letto, affettava l’esterno dell’uomo debole
+e sofferente. Evitava d’ubriacarsi per timore di svelare in mezzo
+all’ebrezza il secreto della sua defezione, e raddoppiava d’affabilità
+al fine di procurarsi l’affezione dei suoi primari offiziali. Cercando
+d’irritare lo zar contro i Cosacchi Zaporoghi, gli rappresentava
+che la loro indisciplina gli aveva costato una somma di cento mila
+scudi pagati ad una caravana di mercanti greci da essi spogliati, e
+toglieva a provargli che era interesse della Russia di domare quel
+popolo indocile. In pari tempo travagliava i Zaporoghi, insinuando loro
+che Pietro aveva giurato la loro perdita; voleva cedere la piccola
+Russia alla Polonia, e frattanto assoggettarli ad una disciplina
+regolare. Le cose erano in tale stato, quando lo zar n’ebbe sentore
+per la dichiarazione di Vassi Cocciu-bei, generale dei Cosacchi, e
+d’Iscra suo parente, colonnello di Pultava. Pietro non volle creder
+nulla da principio e pieno di fiducia inviò sotto buona scorta i due
+denunziatori all’etmanno, il quale li fece decapitare ai 14 di luglio
+dell’anno 1708. Mazeppa minacciato fu sollecito a fortificare le sue
+piazze d’arme; ma tale lotta diseguale ebbe un altro risultato di
+quello che egli credeva. La città capitale di Mazeppa (Baturino) cadde
+coi suoi tesori e colle munizioni in potere dei Russi; la forca fu il
+supplizio degli aderenti dell’etmanno, al quale fu tagliata la testa
+in effigie. Divenuto odioso ai suoi soldati dopo la scoperta del suo
+tradimento, gli riuscì a stento di raccoglierne un piccolo numero,
+e si recò da fuggitivo presso Carlo XII il quale s’avanzava verso
+l’Ucrania. Il conquistatore preferì il consiglio di Mazeppa a quello
+dei generali svedesi, e s’implicò nelle pianure di Pultava. Dopo la
+rotta dell’esercito svedese sotto le mura di quella città, Mazeppa si
+ricoverò in Valachia, poi a Bender dove morì nel 1709. Li storici non
+si accordano sulla età che aveva allora.
+
+L’istoria non parla degli amori di Mazeppa con Maria figlia di
+Cocciu-bei. Questi però vivono nelle tradizioni popolari, delle quali
+Puschin si è giovato per la composizione del suo poema.
+
+
+I.
+
+Cocciu-bei è ricco e illustre. Possiede immensi prati, nei quali
+errano, senza pastoie e senza guardie, i suoi armenti di cavalli.
+Possiede, intorno a Pultava, molte ville cinte di giardini; ha in
+quantità pellicce, raso, argento, in casa e sotto chiave. Ma non
+insuperbisce Cocciu-bei dei suoi chiomati corsieri, nè dei suoi dominii
+aviti, nè dell’oro che gli pagan in tributo le orde della Crimea; il
+vecchio Cocciu-bei si gloria della sua figlia vezzosa.
+
+Io lo giuro: in tutta Pultava non si trova una fanciulla da paragonarsi
+a Maria. Essa è fresca come un fior di primavera accarezzato dalli
+zeffiri sotto l’ombra dei boschetti. Essa è svelta come i pioppi che
+di Chief adornano i colli. I suoi moti ti rammentano le ondulazioni
+del cigno sulle acque, o li slanci del daino nelle selve. Il suo seno
+è candido come spuma; i suoi ricci neri s’affollano intorno alla sua
+fronte, come nuvolette intorno a un poggio; i suoi occhi son stelle
+serene; la sua bocca è una rosa nascente. Ma non per la sua sola
+bellezza, caduco fiore! vola di gente in gente la fama di Maria; tutti
+l’ammirano per la sua modestia, per il suo giudizio. Quindi è che dalla
+Ucrania e dalla Russia accorrono i signori a chieder la sua mano; ma la
+schiva Maria teme la corona nuziale, come altra teme le catene. Ricusa
+tutti i pretendenti.
+
+L’etmanno stesso domanda Maria per sua sposa. È vecchio; è infiacchito
+dagli anni, dalle guerre, dalle cure, dalle fatiche; ma ha veduto
+Maria, e a quella vista gli si è rinvigorito il cuore, ed ha riamato.
+
+Amore in un giovin cuore, presto arde e presto si smorza. Cresce e
+decresce, arriva e passa in un momento; ogni giorno cangia.
+
+Nel cuore indurito d’un vegliardo, amore non trova adito così facile,
+nè esca così pronta; non si appicca così presto, ma quando s’è
+appiccato più non s’estingue; è un fuoco perenne, che non cessa se non
+colla vita.
+
+Quel che odi, non è una damma che fugge veloce all’udire fremere le ali
+dell’aquila; è la giovinetta che spazia nel vestibolo del palazzo, e
+tutta ansante aspetta la sua sentenza.
+
+La madre, fremente di sdegno, le viene incontro, e stringendole la mano
+le dice:
+
+“Vecchio senza pudore e senza onore! No; tanto che saremo al mondo,
+egli non otterrà il suo intento. Egli, che dovrebbe essere il
+protettore e l’amico di questa fanciulla che tenne al fonte del
+battesimo.... insensato! sull’occaso della vita, vuole esserle sposo!”
+
+Maria trema. Un pallore sepolcrale le invade il volto, e fredda e quasi
+estinta stramazza sul verone.
+
+Tornò in sè un momento, poi richiuse nuovamente gli occhi, senza far
+parola. Il padre e la madre si accingono a placar quel turbamento, a
+dissipar quello affanno e quel timore, a ristorar la calma in quella
+mente. Ma indarno.
+
+Due giorni passano. Maria, vacillante e squallida come ombra, ora
+piange, ora sospira; non mangia, non beve, non dorme. Il terzo giorno,
+la sua stanza era vuota.
+
+Come e quando essa sparisse nessuno seppe. Un pescatore udì, a notte
+avanzata, un corsiere galoppare, un Cosacco parlare nella sua lingua,
+e una donna bisbigliare; — e la mattina seguente, si scoprirono, sulla
+rugiada dei prati, le orme di otto unghie di cavallo.
+
+Non solo le guance d’un bel giovine, vestite di molle lanugine, non
+solo un volto cerchiato di biondi inanellati crini; ma anche l’aspetto
+austero d’un vegliardo, le rughe della fronte, i capelli grigi, possono
+destare nel cuore d’una tenera fanciulla sogni e deliri amorosi.
+
+L’orrenda notizia giunge all’orecchio di Cocciu-bei. Maria ha
+calpestato il pudore, ha tradito l’onore per darsi nelle braccia d’un
+ladrone: oh vitupero!... Il padre e la madre non vogliono credere alla
+voce che corre. Ma quando ogni dubbio si convertì in certezza; quando
+la loro onta fu patente, compresero finalmente la perversità della
+figlia; videro perchè rifiutava tutti i pretendenti, perchè fingeva di
+aborrire il nodo coniugale; perchè piangeva e sospirava in disparte,
+perchè ascoltava con tanto diletto i racconti dell’etmanno durante i
+banchetti, quando il vino spumava nelle tazze; perchè essa non cantava
+altri stornelli, che quelli composti da esso nella sua giovinezza
+povera e ingloriosa; perchè essa con animo virile amava l’ondeggiare
+della cavalleria, il fragore delle armi, il clangor delle trombe; e i
+clamori della gente quando appariva il _bunciuc_[119] e la clava[120]
+del dominatore della Piccola Russia.
+
+Cocciu-bei è ricco e illustre. Ha molti amici fidi; vuol lavar nel
+sangue il suo obbrobrio. Può sollevar Pultava; può nella propria reggia
+assalire il traditore, e col dritto d’un padre offeso immergergli....
+ma no, ad un altro partito s’appiglia Cocciu-bei.
+
+In quel tempo, la Russia adolescente raccoglieva tutte le sue forze
+per combattere lo straniero, sotto l’egida del sommo Pietro. Il fato
+le assegnò a maestro dell’arte della guerra il formidabil Carlo; lo
+svedese paladino più d’una improvisa e sanguinosa lezione le diede in
+quella crudele scienza. La Russia s’educò sotto tale severa disciplina,
+e si temperò sotto i colpi della sorte. Così il martello pesante
+sfracella il vetro, ma foggia il brando degli eroi.
+
+Il temerario Carlo incoronato di efimeri allori avanzava sull’orlo
+di un precipizio. Moveva verso l’antica Mosca, sbaragliando le coorti
+russe come il turbine sperde la polvere della valle e sterpa le piante
+inaridite. Seguiva la strada, che calcò a’ giorni nostri un altro
+potente nemico della Russia.
+
+L’Ucrania ferveva in secreto. Da lungo tempo portava in seno il fomite
+d’un grande incendio. I partitanti dell’antica barbarie sospiravano una
+lotta nazionale, e mormorando incitavano l’etmanno a sottrarsi alla
+dominazione straniera e a spezzar le loro catene. Carlo, impaziente,
+correva incontro ai loro applausi e alle loro lusinghe. “È tempo! è
+tempo!” ripetevasi da ogni lato intorno a Mazeppa. Ma il canuto etmanno
+rimane devoto e obediente allo Zar Pietro. Non travia dalla consueta
+austerità: non dà ascolto alle vane dicerie; e tranquillo e sereno
+passa la vita fra i banchetti.
+
+“Che fa l’etmanno?” sclamava la gioventù. “È affievolito; è vecchio
+decrepito; gli anni e le fatiche hanno smorzato in lui il primiero
+generoso ardore. Perchè quella mano imbelle tuttora serba la clava?
+Questa sarebbe l’ora opportuna di mover guerra all’aborrita Moscovia.
+Se il venerando Doroscenco, o l’impetuoso Samoiloff, o Palei, o
+Gardienco,[121] capitanassero il nostro esercito, i Cosacchi non
+perirebbero miseramente fralle nevi di un lontano paese, e la Piccola
+Russia avrebbe ricuperato le sue bandiere.[122]
+
+In tal modo la gioventù temeraria, avida di pericolose novità,
+dimentica della passata schiavitù, dei felici sforzi di Bogdan,
+delle sacre pugne, dei trattati e della gloria degli avi, insorgeva
+contro Mazeppa. Ma l’età senile agisce con prudenza, e avanza con
+circospezione; nelle cose ardue, non prende un partito se non dopo
+assidua riflessione. Chi può addentrarsi nelli abissi del mare
+lastricati d’immobile ghiaccio? Chi può penetrare li arcani tenebrosi
+d’una anima astuta e dissimulata? I pensieri e i disegni di Mazeppa,
+frutto di passioni a lungo combattute, dormono nel profondo del suo
+petto, e vi si maturano in silenzio. Chi sa quello che egli stia
+tramando adesso? Più Mazeppa è cauto, furbo e malizioso, più si
+dimostra improvido negli atti, e semplice nella conversazione.
+
+Oh, con che despotica autorità egli sa governare le menti! Con che
+destrezza sa attrarre a sè i cuori, scandagliarne le più intime
+latebre, e indovinarne i più arcani pensieri! Come sa nei conviti e
+nelle adunanze, compiere tutte le parti, assumere tutte le maschere!
+Loda i tempi passati coi vecchi venerandi, vanta la libertà coi
+riottosi, denigra i principi coi malcontenti, sparge lacrime cogli
+oppressi, discute gravemente cogli idioti. Pochi, forse, sanno quanto è
+feroce l’anima sua: egli non rifugge dal delitto per nuocere al nemico;
+dacchè vide la luce, non perdonò mai una ingiuria; estende le sue mire
+ambiziose oltre i termini vietati; per lui non v’ha cosa sacra; non
+serba memoria dei beneficii, non ama nessuno; è pronto a spargere il
+sangue come l’acqua; disprezza la libertà, e non conosce carità di
+patria. Da gran tempo ordisce in secreto un gran progetto, un disegno
+tremendo. Ma uno sguardo sagace ha scoperto le sue trame.
+
+“No, audace scellerato!” esclama Cocciu-bei digrignando i denti; “no;
+non la vincerai. Io risparmierò la tua reggia, carcere di mia figlia;
+non morrai nelle fiamme d’un incendio; non cadrai sotto il brando dei
+Cosacchi. No, iniquo! perirai fralle mani del boia di Mosca! Perirai
+sul patibolo, in mezzo a mille torture, chiedendo invano perdono,
+maledicendo il giorno e l’ora in cui battezzasti Maria, e il banchetto
+in cui ti pôrsi colma di vino la tazza d’onore, e la notte in cui ci
+furasti, rapace avvoltoio, la nostra diletta colomba!”
+
+Sì, fu un tempo in che Cocciu-bei e Mazeppa erano amici, e dividevano
+i pensieri e i piaceri, come il sale, la panna e il pane. Insieme
+volavano contro al fuoco nemico sui loro agili destrieri, e non di rado
+sedevano lungamente insieme a consiglio secreto. L’etmanno dissimulato
+svelava in parte a Cocciu-bei i profondi ripieghi della sua mente
+rivoltosa, insaziabile, e gli prediceva in termini coperti e misteriosi
+imminenti novità, conferenze, sedizioni. In quel tempo Cocciu-bei era
+ligio e devoto a Mazeppa. Ma adesso, inferocito dalla perdita della
+figlia, non ha più che una idea, che un oggetto: o morire, o trucidar
+Mazeppa, e vendicare il disonore di Maria.
+
+Frattanto cela a tutti il suo ardito disegno, finge di non più
+occuparsi che del suo dolore e della tomba. Non vuole nessun male a
+Mazeppa; sua figlia è sola colpevole. Ed egli le perdona, purchè dia
+conto al cielo dell’onta ridondata alla famiglia da quell’infrazione
+d’ogni legge divina ed umana....
+
+Mentre così parla, Cocciu-bei, con occhi di lince, va cercando nella
+turba dei familiari e aderenti suoi alcuni compagni impavidi, esperti e
+fidati. Espone alla consorte il progetto che già da gran tempo gli cova
+in seno; ed essa, ebra di rabbia feminile, aggiunge esca alla fiamma
+di che arde il bei. Nella calma notturna, nel talamo tranquillo, essa,
+simile a un demone crudele, lo stimola alla vendetta, lo rampogna,
+piange, gli fa coraggio, esige un giuramento solenne, e il principe
+giura.
+
+Il gran colpo è risoluto. L’intrepido Iscra s’associa a Cocciu-bei:
+“La caduta del nostro nemico è certa,” dicono fra loro. “Ma chi è il
+baldanzoso, che pien di zelo per il bene del paese oserà portare ai piè
+di Pietro una dinunzia contro il potente traditore?”
+
+Tra i Cosacchi di Pultava disdegnati dalla infelice fanciulla uno ve
+n’era che l’aveva amata sin dai primi giovenili anni. La sera e la
+mattina, sulle sponde del fiume, sotto l’ombra dei ciriegi, egli stava
+aspettando Maria, smaniava se non la vedeva, e si stimava beato se
+passava un sol momento seco. L’amava senza speme; non la premeva mai
+d’importune preghiere; non avrebbe potuto sopravvivere a un rifiuto.
+Quando i pretendenti accorrevano in folla intorno ad essa, egli si
+ritirava mesto e silenzioso. Allorchè il ratto di Maria si divulgò
+fra i Cosacchi, la gente spietata perse ogni rispetto per Maria e
+la derise, ma egli le serbò l’antica riverenza e l’antico affetto.
+Allorchè per caso si pronunziava davanti a lui il nome di Mazeppa, egli
+impallidiva, si mordeva le labbra, e abbassava gli occhi al suolo.
+
+ IL COSACCO MESSAGGERO.
+
+ Di chi è quel corsier dall’alta groppa
+ Che ratto corre per la steppa bruna?
+ Chi è quei cavaliero che galoppa
+ Al chiaror delle stelle e della luna?
+
+ Fan cenno indarno al cavaliero stracco
+ I cavi spechi ed i boschetti foschi;
+ Non vuol prender riposo, il buon cosacco
+ Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi.
+
+ Splende il suo brando come vetro terso;
+ Gli balza al fianco un borsellin d’argento;
+ E il suo nobil corsier di schiuma asperso
+ Spiega la lunga chioma al vago vento.
+
+ Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro;
+ Il gaio aspetto dei ducati adora;
+ Come un parente il suo caval gli è caro,
+ Ma il suo berretto gli è più caro ancora.
+
+ Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto
+ La borsa, il brando, il destrier, la vesta;
+ Ma non darà il berretto a verun costo;
+ Più volentieri egli daria la testa.
+
+ Perchè mai quel Cosacco audace e rude
+ Tanto cura un berretto informe e tetro?
+ Perchè il berretto la denunzia acclude
+ Che Cocciu-bei manda all’augusto Pietro.
+
+Mazeppa intanto, imperterrito, indomito, continua le sue brighe e i
+suoi raggiri. Il gesuita Zalenschi[123] suo fido sicario prepara una
+sommossa popolare, e gli promette il trono. Simili agli assassini, si
+concertano di notte; compongono in cifre le loro lettere, stabiliscono
+la tariffa del tradimento, mettono a prezzo la testa di Pietro,
+trafficano della fede delli schiavi. Un incognito giunge dall’etmanno;
+non si sa d’onde venga; il secretario Orlic[124] lo introduce e lo
+riconduce.
+
+Gli scaltri emissari di Mazeppa van seminando dappertutto la zizania e
+l’insubordinazione: Bulavin, capo dei Cosacchi del Don, chiama all’armi
+le sue tribù; le orde nomadi e selvatiche fervono; e persino i coloni
+che abitano presso alle cataratte del Dniepr insultano l’autorità di
+Pietro.
+
+Mazeppa volge lo sguardo e la mente in ogni lato; spedisce lettere in
+ogni paese; a forza di minacce e di lusinghe stacca Bakcisarai dalla
+sovranità di Mosca. Il re di Polonia accoglie in Varsavia i legati
+di Mazeppa; il pascià di Crimea in Occiacof, Pietro e Carlo nei loro
+accampamenti. L’ipocrita etmanno adopra ogni mezzo per procacciarsi
+il sostegno dei principi; la sua volontà è di ferro; la sua ambizione
+corre alla meta per mille vie tortuose ma sicure.
+
+Ma come rabbrividisce quando a un tratto il fulmine scoppia sul suo
+capo! Come trema quando i boiari[125] di Mosca suoi amici[126] mandano
+a lui nemico della Russia la denunzia scritta a Pultava, e invece delle
+meritate rampogne gli prodigano le condoglianze come ad una vittima!
+
+Lo Zar Pietro, avverso alle delazioni, preoccupato delle guerre, non
+bada alla denunzia; s’affretta di tranquillare quel Giuda e giura di
+attutar per sempre la calunnia infliggendole un esemplare castigo.
+
+Mazeppa, oppresso da un finto dolore, alza la supplichevole voce al
+suo sovrano. “Dio sa,” dic’egli, “e il mondo vede se l’umile etmanno
+da dodici anni in qua sia stato devoto allo Zar, e in ricompensa di
+questa sua devozione colmato di benefizi dal suo signore... Oh quanto
+è ceca e folle la malignità! Come mai, Mazeppa giunto all’orlo della
+fossa vorrebbe ordir congiure e oscurar la sua antica rinomanza? Non ha
+egli negato i soccorsi chiestigli da Stanislao; non ha egli rispinto
+la corona offertagli dall’Ucrania e consegnato allo Zar, come doveva,
+i trattati e il carteggio secreto? Non chiuse egli l’orecchio alle
+suggestioni del Khan dei Tartari, alle esortazioni della Sublime Porta?
+Non ha forse egli sempre manifestato il suo zelo contro i nemici dello
+Zar; non li ha egli combattuti col senno e colla mano, con indefesso
+ardore e con pericolo della propria vita? Ed ora un vile rivale ardisce
+coprir di obbrobrio i miei capelli grigi! E chi è il mio accusatore?...
+Iscra, Cocciu-bei, che furono sì lungo tempo miei compagni...”
+
+E l’etmanno domanda con lacrime il loro sangue; non sarà pago fin che
+non li vedrà puniti.
+
+Feroce vecchio, di chi esigi la testa? Di colui la cui figlia ti
+stringe fralle braccia. Ma l’etmanno soffoca la voce della coscienza
+che lo rimbrotta.
+
+“Perchè quell’insano” egli dice “mi sfida a disegual tenzone? Il
+superbo da sè stesso affila la scure che gli mozzerà il capo. Ove corre
+cogli occhi serrati? Su che fonda le sue speranze?... No; l’affetto mio
+per la figlia non salverà il padre. Convien che l’amante ceda il passo
+al regnante... altrimenti, son perduto.”
+
+O Maria, gentil Maria, rosa della Circassia! tu non sai che serpente
+tu ti scaldi in seno. Ma qual forza ignota, incomprensibile, potè
+indurti ad amare quel guerriero ruvido e perverso e a sacrificargli
+tutto? il suo crin canuto e inanellato, le sue profonde rughe, il
+suo occhio incavato e scintillante, i suoi ragionamenti artifiziosi
+fanno le tue delizie. Per lui abbandonasti i tuoi parenti; preferisti
+al tuo verginal letto fra le soglie paterne, il talamo scandaloso
+dell’avventuriere. Come potè quel vecchio affascinarti coi suoi sguardi
+foschi? Come potè incantarti coi suoi discorsi perfidi? Timida e
+riverente alzi su lui le tue luci accecate dall’amore; lo accarezzi
+con passione.... La tua infamia t’è cara; vanti il suo ingegno e la sua
+bellezza; ti ascrivi il tuo amore a virtù; e perdesti nella tua caduta
+persino la forza del pentimento.
+
+Maria non teme la vergogna: non le cale della sua reputazione. Sfida i
+rimbrotti della gente, quando la altera cervice del vegliardo riposa
+sui ginocchi di lei; quando il prode con lei favellando dimentica
+le cure e le pene del comando, e palesa alla timida fanciulla i suoi
+secreti più tremendi. Essa non rimpiange i passati giorni d’innocenza
+e di quiete infantile; ma di tanto in tanto un pensiero tetro come
+una procella attraversa quell’anima serena; si raffigura il cordoglio
+del padre e della madre; li vede framezzo a un velo di lacrime, orbi e
+soli, nella loro infelice vecchiaia; le sembra di udire i loro lamenti
+e le rampogne... Oh! se essa sapesse ciò che già sa tutta l’Ucrania! Ma
+la funesta verità le è tuttora occulta.
+
+
+II.
+
+Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono quel cuore. Maria con
+tenerezza mira il consorte. Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli
+ripete dolci asserzioni d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono a
+sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento figge gli occhi
+a terra, e non risponde che con un gelido silenzio a quelle graziose
+premure, a quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente la
+bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per te ho rinunziato a
+tutto. Io coll’amarti non bramava che una cosa: essere amata. Per te
+distrussi io la mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi quella
+notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti di amarmi. Perchè non
+m’ami più?”
+
+_Mazeppa_. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare: lascia codesti
+edaci sospetti. La passione ti tormenta e ti rende ingiusta. Credimi,
+Maria; io ti amo più della gloria, più dell’autorità sovrana.
+
+_Maria_. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo mai l’un senza
+l’altro? Ora, tu mi fuggi; io t’importuno. Meni i giorni interi nei
+banchetti, nei crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non pensi
+più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito o col gesuita.
+Contraccambi il mio sincero amore con una fredda urbanità. Poco fa
+bevesti alla salute di Dulsca. Chi è cotesta Dulsca?
+
+_Mazeppa_. Sei gelosa? Come puoi supporre che un uomo della mia
+età solleciti i favori d’una disdegnosa giovinetta? Come potrei io
+avvilirmi a segno di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le
+donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio ai zerbinotti
+imbelli.
+
+_Maria_. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza.
+
+_Mazeppa_. Mi preme la tua tranquillità, Maria; dunque ascolta. Abbiamo
+concepito una alta impresa; siamo in procinto di porla a esecuzione;
+squillò l’ora del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi la
+fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo dei tuoi protettori
+e dei tuoi tiranni di Varsavia o di Mosca. È tempo che tu rompa i
+tuoi ceppi, e ricuperi l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della
+libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto; i due re trattano
+meco; e fra poco forse, in mezzo alle rovine e alle battaglie, io
+erigerò un nuovo trono. Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il
+gesuita e l’incognito guidano la mia barca a buon porto. Per le loro
+mani mi pervengono le istruzioni e i consigli dei re. Questi sono
+secreti molto gravi per il tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata?
+
+_Maria_. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh! come converrà al
+tuo capo canuto la corona dei Zar!
+
+_Mazeppa_. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione si prepara;
+ma chi sa quale ne sarà l’esito?
+
+_Maria_. Per te non temo. Sei così potente! Non ne dubito; il trono ti
+aspetta.
+
+_Mazeppa_. E se fosse il patibolo?
+
+_Maria_. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei sopravvivere a te? Ma
+no; tu porti le insegne dei principi.
+
+_Mazeppa_. Mi ami?
+
+_Maria_. Io! se t’amo?
+
+_Mazeppa_. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito?
+
+_Maria_. A che una tal domanda? Essa mi spaventa. Io fo di tutto
+per obliare la mia famiglia. Io l’ho disonorata; forse..... orrendo
+sospetto! mio padre m’ha maledetta! e per chi?...
+
+_Mazeppa_. Mi ami dunque più del genitore? Non rispondi....
+
+_Maria_. Dio mio!
+
+_Mazeppa_. Rispondi alfine.
+
+_Maria_. Rispondi tu per me.
+
+_Mazeppa_. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o il marito; se potessi
+scegliere fra loro, chi salveresti? chi condanneresti?
+
+_Maria_. Basta così. Non mi squarciare il cuore. Tu mi tenti.
+
+_Mazeppa_. Rispondi.
+
+_Maria_. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie d’orrore.... Ah! non
+adirarti! Sono pronta a sacrificar tutto per te; — ma simili domande mi
+straziano senza utilità. Lasciale.
+
+_Mazeppa_. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti.
+
+ * * *
+
+La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento
+stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolan le mobili fronde
+dei pioppi. La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa
+Bianca,[127] sui giardini e sul castello dell’etmanno. La campagna
+intorno intorno tace. Ma una grande agitazione e confusione regna nel
+palazzo. Affacciato alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in
+profonde riflessioni guarda il cielo con tristezza.
+
+Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore incontro alla morte;
+non gli cale della vita. Che è per lui la tomba? Un grato letto. È
+pronto a coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il modo
+in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare ai piedi dell’aborrito
+seduttore di sua figlia, gli incresce di morire in silenzio, come bove
+al macello, e per ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo
+nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar seco nella fossa
+i suoi compagni; di udir le loro maledizioni immeritate; di incontrare
+lo sguardo trionfante dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto
+la scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del suo odio e
+mandatario delle sue vendette!
+
+Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia e i dolci amici, le
+sue ricchezze, la sua gloria, i canti della gentil Maria, la antica
+casa nella quale egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica e
+il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto ciò che ora egli
+abbandona, e perchè?
+
+La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo sventurato bei,
+risvegliato da quel suono, pensa fra sè; “Ecco il banditore della Croce
+che viene per scortarmi al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati,
+il medico delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo immolato
+per noi. Mi reca il corpo e il sangue del mio Dio, per rinfrancarmi
+l’animo, per darmi la virtù di disprezzar la morte e di acquistar
+l’eterna vita!”
+
+E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente le preghiere
+e le lacrime. Ma colui che entra nel suo carcere non è un sacerdote;
+è Orlic, ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo egli
+grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a turbare il mio ultimo sonno?”
+
+_Orlic_. L’esame tuo non è finito. Rispondi.
+
+_Cocciu-bei_. Già risposi. Parti e lasciami in pace.
+
+_Orlic_. L’etmanno nostro signore esige un’altra rivelazione.
+
+_Cocciu-bei_. Di che? Io già confessai tutto ciò che voleste. Tutte
+le mie dichiarazioni sono menzognere. Io son perfido e tendo insidie.
+L’etmanno è probo. Che volete di più?
+
+_Orlic_. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori, e che gli hai
+nascosti a Dicagne. Convien che tu paghi i delitti col sangue, e che il
+tuo oro passi nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la
+fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori?
+
+_Cocciu-bei_. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto mi largiva in
+questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro era l’onore; le torture me
+l’han rapito: il secondo era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie
+braccia, Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora mi resta: è
+la speme della vendetta. Questo lo porto meco nella tomba.
+
+_Orlic_. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto di lasciar la vita,
+di più gravi pensieri devi pascer la mente. Non è tempo di scherni
+nè di beffe. Se non vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove
+s’asconde il tuo tesoro?
+
+_Cocciu-bei_. Barbaro mancipio! Quando cesserai le tue dimande inutili?
+Aspetta che io giaccia nel sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio
+palazzo, conta il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue;
+fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini, abbatti le mie
+case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà le mie ricchezze. Ho detto.
+Lasciami in pace, per l’amor di Dio.
+
+_Orlic_. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa l’effetto del
+tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto. Non vuoi? — Ebbene, alla
+tortura! Olà, boia!”
+
+Il boia comparve.... Oh notte atroce!
+
+ * * *
+
+Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove assopisce i rimorsi della
+sua coscienza?
+
+Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera della giovinetta, che
+nulla sa della prigionia del padre. Egli china la testa sul letto della
+bella che dorme, e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non posso
+graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più convien ch’io tratti con
+rigore i miei nemici, e tutti coloro che ricusan di piegarsi al mio
+scettro. Non v’ha scampo: il delatore e il suo complice periranno.”
+
+Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge:
+
+“O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo annunzio? Fin qui essa
+ignora tutto! ma il secreto non può celarsi più a lungo. Il colpo della
+fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama volerà attorno
+spandendo l’infausta notizia.... Ora vedo a chi riserba il cielo le
+più severe prove.... Colui solo può sfidare la folgore che non unì una
+donna al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso carro l’intrepido
+destriero e la timida damma. Commessi una imprudenza; ora ne pago il
+fio. Tutti quei dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li
+recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia.... E che le
+offro io in contraccambio?... Che dono le appresto?... Ahimè lasso!...”
+
+E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla sulle piume. Le
+labbra son socchiuse, il respiro è quieto; il cuore batte lentamente
+in quel niveo seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce
+la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina verso il
+solitario suo giardino.
+
+La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento
+stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolano le argentee
+fronde dei pioppi. Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo
+dell’etmanno. Le faci della notte lo mirano e lo spiano come tanti
+occhi indagatori. I pioppi stretti in lunga fila, crollando di tanto
+in tanto il capo, susurrano fra loro, come giudici al fôro. L’aria è
+ardente come la vampa d’una fornace.
+
+Un flebil grido, un gemito indistinto sembra escir dalle mura del
+castello. Forse fu un suono imaginario, lo strido d’un gufo, o l’urlo
+d’una belva, o il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a
+quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un grido festoso,
+con quel grido di guerra, che tante volte alzò sul campo della strage
+e della gloria, quando scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in
+compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso Cocciu-bei, or suo
+accusatore.
+
+La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli, i colli, i piani
+rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano; il corso dei fiumi
+biancheggia. Dappertutto penetra il soave brulichío mattutino. L’uomo
+si desta....
+
+Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente. Tutto a un tratto
+sente, in mezzo al sonno, un passo che s’avanza verso il letto, e
+una mano che le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude
+abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende le bianche
+braccia sorridendo, e con voce amorosa bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?”
+
+Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta Maria guarda
+intorno e vede.... vede sua madre!
+
+_La madre_. Taci, taci. Non ci perdere ambedue. Mi introdussi qui
+furtivamente col favor delle tenebre per chiederti una grazia. Oggi è
+il supplizio. Tu sola puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre.
+
+_La figlia_. Che padre? Che supplizio?
+
+_La madre_. Come? Non sai?... Eppure non vivi in un deserto. Vivi in un
+palazzo. Dovresti sapere che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo;
+che lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a Mazeppa la
+propria famiglia; tu dormi, allorchè l’atroce sentenza si legge,
+allorchè si affila la bipenne, allorchè il carnefice l’alza sopra tuo
+padre! Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti,
+figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai piedi suoi, salva
+il genitore, sii il nostro angelo tutelare; un tuo detto molcerà
+quel cuore, un tuo sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi,
+scongiura; l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti l’onore, i
+genitori, Dio medesimo.
+
+_La figlia_. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il supplizio....
+mia madre è qui, in questo castello; mia madre m’implora.... no, o io
+deliro, o è un sogno....
+
+_La madre_. No, in nome di Dio, non è un sogno, non è una illusione....
+Come non sai ancora che tuo padre consunto di rabbia, non potendo
+tollerare il disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò
+fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane chimere; — che,
+martire della verità, se Dio non lo libera miracolosamente, egli oggi
+verrà giustiziato per comando del suo nemico, in presenza di tutto
+l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella torre del
+castello?
+
+_La figlia_. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero padre!...
+
+E la fanciulla ricade sul letto fredda come un cadavere.
+
+La piazza brulica di gente. Le lance scintillano. Il tamburo rimbomba.
+I cavalieri galoppano; i fantaccini marciano in ordine. La moltitudine
+ondeggia e serpeggia; i cuori palpitano.
+
+Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco infame e scherza.
+Ora afferra la scure pesante, e la fa saltellare fralle sue mani, ora
+motteggia e ride colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli
+alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano.... Ma un alto
+clamore ergesi al cielo; quindi a quello succede un profondo silenzio.
+Appena un calpestío di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato
+di guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno sopra un
+corsiero nero.... Sulla strada di Chieff ecco apparire una carretta.
+Tutti gli occhi si volgono curiosi verso quella.
+
+In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato, riconciliato con
+Dio, confortato dalla fede, l’innocente Cocciu-bei. Accanto a lui è
+Iscra, suo compagno, non men di lui sereno e tranquillo.
+
+La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta alle nubi. I preti
+cantano in coro il vespro dei morti. Il popolo prega a bassa voce
+per il riposo di quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei
+loro persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono sul palco.
+Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone la testa sul ceppo. La
+moltitudine tace come una adunanza di ombre e di spettri. La bipenne
+balena, sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una altra testa
+ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa. Il carnefice, contento
+della sua destrezza, ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote
+con mano nerboruta davanti al popolo.
+
+Il supplizio è compito. La folla indifferente si dirada, si disperde,
+e già ciascuno torna al proprio tetto parlando dei propri interessi.
+Il campo poco a poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate
+dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano, inorridite, sul teatro
+dell’esecuzione. “È troppo tardi,” dice loro un passeggero accennando
+al patibolo che si andava scomponendo.
+
+Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre due Cosacchi ponevano
+un feretro di quercia sopra un carro.
+
+Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla sua comitiva, e
+s’allontana dal campo maledetto. L’abbandono in che si trova lo
+sgomenta. Nessuno gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce
+al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima parola. I servi
+tremanti esitano a rispondere... Colpito di stupore, Mazeppa passa
+alla stanza di Maria; la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra
+qua e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il vivaio; non
+scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!” Chiama a sè i fedeli
+servitori, le agili guardie. Accorrono al cenno del signore. I cavalli
+nitriscono. Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente
+volano in ogni direzione.
+
+Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno ha udito, nessuno
+ha veduto dove essa sia andata. Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia.
+I suoi servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima angoscia,
+l’etmanno si rinchiude nella sua stanza. Sta tutta la notte accanto al
+letto della bella, senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal
+rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una dopo l’altra. I
+cavalli appena possono più reggersi in gambe; le cinghie, le unghie, le
+briglie, le selle sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue;
+ma nessun messo reca notizie di Maria.
+
+La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere, e sua madre terminò
+nell’esilio e nella solitudine la misera esistenza.
+
+
+III.
+
+Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir lo svolgimento
+delle sue macchinazioni. Perseverante nelle sue imprese, continua
+le trattative col monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene
+secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un letto, e finge
+sognati mali. Si circonda d’una turba di medici, geme, invoca il cielo
+e gli chiede la sua guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della
+vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a lasciar questo mondo
+caduco per il mondo eterno. Brama i soccorsi della religione da lui
+oltraggiata, e un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin
+canuto dello spergiuro Mazeppa.
+
+Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara di nascosto
+giuochi solenni, in onore dello Svedese, fra mezzo alle antiche tombe
+nemiche. Ma Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la guerra
+nell’Ucrania.
+
+Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in vita. Quel moribondo,
+che ieri stava per scendere nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il
+magnanimo Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo esercito
+schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde della Desna. Poco fa
+curvato e rotto dal peso dell’età, a un tratto egli si drizza sano
+e forte, simile a quell’astuto porporato che buttò via le grucce,
+quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia vola sull’ale
+della fama. L’Ucrania freme di sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro,
+e umilia ai piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo sdegno
+rapido si spande come fiamma; arde la guerra civile.
+
+Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema rimbomba nelle
+cattedrali; il boia incenerisce l’effigie di Mazeppa. Il consiglio
+supremo cassa l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama
+dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei e d’Iscra. Unendo
+le proprie lacrime alle loro, egli le colma di favori e di cortesie,
+e loro rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa, il valoroso
+Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove languiva esiliato, negli
+accampamenti dello Zar. La ribellione, abbandonata a sè medesima,
+si affievolisce e sfascia. L’audace Ceccel[128] e il principe dei
+Zaporoghi lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai, favorito
+della vittoria, che la corona getti per l’elmo, tu pur morrai, dacchè
+sei giunto in vista delle mura di Pultava.
+
+Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. Vi piomba come
+il fulmine. I due eserciti si assediano l’un l’altro in mezzo
+alla pianura. Così il gladiatore, già battuto in vari incontri,
+anticipatamente pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario da gran
+tempo aspettato. Il potente Carlo non vede intorno a Pietro le masse
+imbelli disperse a Narva, ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben
+armate, leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti baionette.
+
+Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.”
+
+Il sonno regna negli accampamenti. In una sola tenda, si ode ancora un
+susurro di voci:
+
+“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo troppo affrettati di allearci
+a Carlo. Egli non ha nessuna delle doti che si richiedono in un buon
+generale. Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo a domandar
+da cena al suo nemico;[129] motteggiare gentilmente sulle bombe che
+gli cascano vicino;[130] approssimarsi di notte, in gran silenzio,
+alle trincere nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli
+ferita per ferita,[131] ma non sa lottar contro un emulo potente e
+perseverante; vorrebbe governar la sorte come si governa un reggimento,
+a suon di tamburo; è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile;
+confidando follemente nella sua stella, stima superflua la prudenza;
+abbagliato dai suoi primi successi, non pone mente alla attuale
+superiorità delle forze russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si
+fiaccherà le corna. Vecchio come io sono, io non doveva fanatizzarmi
+per quel temerario; mi lasciai illudere dall’apparenza, come un
+inesperto e debile fanciullo.
+
+_Orlic_. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo ancora d’entrare in
+trattative con Pietro, e di riparare il nostro fallo. Lo Zar sconfitto
+da noi non ci ricuserà il suo perdono e la sua alleanza.
+
+_Mazeppa_. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi non può riconciliarsi
+meco. Già da gran tempo la mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira
+e di rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, sotto le
+mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella tenda del feroce Pietro. Il vino
+ferveva nelle coppe, e non meno di quello bolliva il nostro sangue
+incalorito dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una parola acerba.
+I convitati impallidirono. Il principe infuriato lasciò cader la coppa,
+e minaccioso mi tirò pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi
+quell’oltraggio; ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui nutrito
+la vendetta in seno, come una madre il caro pargoletto. Aspettavo il
+momento propizio. È giunto. Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro;
+il nome di Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono la spina
+della sua corona. Volentieri darebbe le sue più grandiose città,
+le sue più belle ore di vita per potermi tener un’altra volta per i
+baffi.... Ci resta tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per
+chi parteggeremo.
+
+Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e s’addormentò.
+
+La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni mugghiano sui
+poggi e nelle valli. Un purpureo vapore s’alza, ondeggiando per
+l’aria indorato dai raggi mattutini. I reggimenti serrano le file;
+i bersaglieri si sparpagliano per le macchie. Le bombe scoppiano; le
+palle fischiano; le fredde baionette avanzano. Li Svedesi attraversano
+il fuoco delle trincere; la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria
+la segue, e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. Il lugubre
+campo traballa e arde in mille luoghi; ma appare chiaro da vari segni
+che l’incostante fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni
+svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, cadono
+stese al suolo come mèsse falciata. Rosen si ricovera nelle gole dei
+monti; il prode Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano gli
+Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura lo splendore delle
+loro bandiere, e, grazie all’assistenza del Dio delle battaglie, ogni
+nostro passo avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro
+esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di offiziali, lo Zar esce
+della sua tenda. Li occhi suoi scintillano di gioia. Il suo sembiante
+incute spavento. I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come
+un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero fedele.
+Impetuoso e tranquillo, il nobile animale freme annasando da lontano
+la strage e il fuoco, scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e
+superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto della mischia.
+
+Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di fiamma. Come i
+mietitori, i guerrieri riposano. I Cosacchi volteggiano all’intorno.
+I reggimenti sparsi si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il
+cannone più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna echeggia un
+immenso evviva. Pietro si mostra ai suoi soldati.
+
+Passa rapidamente davanti alle truppe, potente e sereno come Marte.
+Collo sguardo misura il terreno. Lo scortano in schiera folta i suoi
+compagni fidi fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del
+governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i Bour, i Repnin.
+
+Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata dai suoi servitori,
+pallido, immoto, gravemente ferito, fa la rassegna delle sue truppe
+decimate. Lo seguono i suoi generali. Sta immerso in profonda
+meditazione. Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli sconvolge
+il cuore. Diresti che la guerra desiata ha tolto a Carlo il senno
+e la ragione. Fa un gesto colla destra, e immantinente li Svedesi
+assaliscono i Russi.
+
+E l’esercito dello Zar marcia contro a quello del re, in mezzo a un
+velo di lampi e di fumo. Incomincia la battaglia, la battaglia di
+Pultava!
+
+Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente dei proiettili, le
+falangi si urtano come muraglie vive, cadono al suolo disfatte, son
+supplite da altre fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la
+terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti d’acciaro volano
+come nembo procelloso. Risuonano le briglie, le sciabole; i cavalieri
+s’aggrediscono con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di metallo
+accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, rugghiano, sbranano,
+rotolano nella polvere, e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi,
+rovesciano, trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, rombo di
+tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, nitriti; dappertutto la
+morte e l’inferno.
+
+In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani contemplano
+tranquillamente la battaglia, giudicano ogni evoluzione di truppe,
+predicono la perdita o la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a
+bassa voce.
+
+Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo Zar? Sostenuto da due
+Cosacchi, acceso di sublime emulazione, osserva con occhio esperto
+i movimenti dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e
+al suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da ogni parte. Il
+vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e già sta vicino alla fossa.
+Ma perchè lampeggiano i suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si
+copre d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento lo
+fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il fumo del campo il suo
+nemico Mazeppa, e a quella vista orrenda maledice la sua vecchiezza
+imbelle.... Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia,
+attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di parenti, di anziani, e
+di guardie.
+
+Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa rivolge la testa. Il fucile
+tuttora fuma tralle mani di Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito
+a morte, stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero cosperso
+di polvere e di spuma, sentendosi libero, fugge di carriera, e si perde
+nella rosseggiante campagna. Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno,
+colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa s’accosta al
+moribondo per interrogarlo, ma già ha spirato l’anima. Le sue pupille
+spente tuttora insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della
+Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora le sillabe adorate
+del nome di Maria.
+
+L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; li Svedesi cedono. O
+glorioso istante! o glorioso miracolo! Facciamo un ultimo sforzo, e li
+Svedesi si danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le spade
+si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti coprono il piano in
+mucchi così spessi, come li sciami delle locuste nere.
+
+Pietro dà un gran convito.[132] Raggiante di felicità e di gloria,
+egli siede all’alto della mensa. Arrivano in mezzo alle acclamazioni
+dei soldati tutti i generali russi e svedesi. Pietro accoglie con
+amorevolezza gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore dei
+suoi maestri nella grande arte della guerra.
+
+Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è il nostro più esimio
+maestro, quel reale dottor di guerra, cui Pietro ha finalmente superato
+e vinto? Dov’è Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia non
+fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non fu inviato al patibolo?
+
+Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a traverso le steppe tacite
+e nude. La sventura li ha congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo
+vicino infondono al monarca nuove forze. Egli oblia la sua profonda
+ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai Russi, e appena la
+caterva tumultuosa dei servi può tenergli dietro.
+
+Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando la vista intorno
+sul vasto orizzonte del deserto. Giungono ad una villa.... Perchè
+raccapriccia Mazeppa? Perchè passa sì rapido davanti a quella
+abitazione? Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta
+aperta verso il prato, gli richiamano alla mente qualche antico
+orribile evento? O profanatore d’ogni cosa sacra! Riconosci quella
+dimora altre volte sì gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu
+scherzavi a mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci l’umile
+asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, nel quale rapisti la
+bella durante una oscurissima notte?.... Lo riconosci?
+
+Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono lungo le rive del
+ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi si adagiano sull’erba fralle
+rupi della sponda. Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si
+ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è inquieto; non può
+gustare un istante di riposo. Tutto a un tratto, una voce lo chiama
+nelle tenebre. Si riscuote, mira; vede una figura che si china sopra
+lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come sotto alla scure.
+Una donna coi capelli sparsi, cogli occhi fiammeggianti e cavi, magra,
+squallida, livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della
+luna.
+
+_Mazeppa_. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?...
+
+_Maria_. Piano, piano, amico! È poco che mio padre e mia madre sono
+andati a letto.... fermo.... potrebbero udirci....
+
+_Mazeppa_. Maria! Misera Maria! Torna in te.... Dio mio.... che hai?...
+
+_Maria_. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca favola hanno inventata!
+Essa mi ha detto in secreto che il mio povero padre è morto, e m’ha
+mostrato di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi
+alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma di lupo.... Essa voleva
+ingannarmi!... Come non si vergogna di straziarmi?... E perchè mi
+strazia? Affinchè io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?”
+
+Il suo amante la ode con immensa compassione. Frattanto Maria,
+trascinata dalla sconvolta fantasia, seguita a sragionare.
+
+“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza strepitosa, quella
+plebe, quelle due teste... Mia madre mi conduceva a quella festa...
+Ma dove stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando nell’orror
+della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si fa tardi.... Ah che folli
+pensieri mi assalgono.... Ti tenevo per un altro, buon vecchio....
+Lasciami. L’occhio tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme....
+Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia e voluttà
+il suo linguaggio.... i suoi baffi son più candidi che neve, e i tuoi
+rosseggiano di sangue.”
+
+E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più agile d’una cervetta
+saltella, corre, e sparisce nella oscurità.
+
+L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color di porpora. I
+cosacchi accendevano il fuoco e facevan cuocere il riso. Le guardie
+menavano i cavalli all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su,
+Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” Ma l’etmanno
+non dormiva. L’angoscia lo opprime e gli toglie il respiro. Sella in
+silenzio il suo corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo
+sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti per sempre.
+
+Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati alteri, imperiosi,
+violenti? Sparvero dalla faccia della terra; e con essi sparve ogni
+vestigio delle loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle
+loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti un monumento
+durevole al tuo nome, nell’impero del settentrione, da te creato
+e incivilito. In quella parte ove una lunga fila di molini alati
+circonda i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti mugghianti
+vagano tranquillamente intorno alle tombe degli eroi, vedonsi gli
+avanzi sparsi d’un tugurio; tre gradini del quale, mezzo sepolti nel
+suolo e ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. Solo
+coi suoi servitori palatini, quel temerario guerriero sostenne fra
+quelle mura l’impeto dei battaglioni turchi, e arrese la spada come
+Mazeppa la clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il sepolcro
+dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, una volta l’anno,
+l’eco della antica cattedrale ripete quel nome maledetto.
+
+Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono sotto la stessa lapida.
+La chiesa ha collocato le loro ossa fra quelle dei credenti e dei
+giusti. Tuttora vivono in Dicagne le alte querce piantate in loro onore
+dagli amici piangenti.
+
+In quanto a Maria.... La tradizione non parla di essa. Un velo
+impenetrabile copre i suoi patimenti, le sue sventure, la sua fine. Ma
+di quando in quando un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti
+alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, cita per
+incidenza ai giovani cosacchi il nome della colpevole e infelice Maria.
+
+
+ FINE.
+
+
+
+
+INDICE.
+
+
+ Cenni intorno alla Vita di Alessandro Puschin Pag. VII
+ Il Prigioniero del Caucaso 1
+ Il Conte Nulin 21
+ Li Zingari 33
+ La Fontana di Bakcisarai 49
+ Eugenio Anieghin 73
+ Pultava 203
+
+
+
+
+Errata-Corrige.
+
+
+ Pag. 25, lin. 1. attardato _leggasi_ ritardato
+ » 131, » 23. livore — lepore
+ » 142, » 32. cuore — nome
+ » 153, » 14. asse — asso
+
+
+
+
+NOTE:
+
+
+[1] L’_s_ che sussegue all’_u_ deve pronunziarsi come l’_sc_ in
+_scisso_. Non potendo rappresentare quella pronunzia esattamente,
+abbiamo scelto l’ortografia che meno se n’allontana. In Francese, si
+può scrivere il nome di Puschin come va pronunziato, cioè _Pouchkine_.
+
+[2] Così si pronunzia e così va scritto e non già _czar_, come lo
+scrivono i giornali, sebbene tal maniera di scrivere quella voce sia
+condannata da tutti coloro che sanno un poco di russo.
+
+[3] Alessandro Puschin non è il solo esempio di uno scrittore mezzo
+moro: il romanziere Alessandro Dumas è figlio di un mulatto, e porta
+sulla fisionomia tutti i caratteri di quella razza.
+
+[4] Il celebre critico tedesco Federico Schlegel ha fatto un bellissimo
+parallelo fra l’_Ippolito Stefanoforo_ di Euripide e la _Fedra_ di
+Racine; rileva tutte le mende della tragedia francese e tutti i pregi
+della greca alla quale assegna la palma.
+
+[5] Cane che leggeva, ballava e tirava di spada.
+
+[6] Celebre cuoco di Luigi XIV. Il nome di Vatel si usa per antonomasia.
+
+[7] Vedi a pag. 163 di questo volume.
+
+[8] In russo _morosui_.
+
+[9] In russo _rosui_.
+
+[10] Un vol. di 32 pag. in-8.
+
+[11] _Aúl_ chiamano i Circassi i loro accampamenti o villaggi.
+
+[12] Bevanda fatta d’acqua e di latte di cavalla agro.
+
+[13] Sorta di ferraiuolo di panno nero e di pelliccia.
+
+[14] Così chiamano i Circassi il vino.
+
+[15] Antico re e conquistatore tartaro.
+
+[16] V’è nei villaggi russi un ispettore che percorre le strade di
+notte picchiando sopra delle lastre di ferro.
+
+[17] Invito alla preghiera.
+
+[18] Il diavolo, dal greco διαβολος.
+
+[19] Cavaliere arabo.
+
+[20] Un infedele, un miscredente.
+
+[21] Nome dei re dei Tartari.
+
+[22] Sorta di monaco che fa voto di povertà.
+
+[23] È noto che i Musulmani hanno sempre in mano una corona, chiamata
+Cespì, che ha altrettanti grani quanti sono gli attributi dati dal
+profeta a Dio. Mentre scorrono quei grani ripassano in mente le qualità
+di Allah.
+
+[24] Questo nome si scrive _Onieghin_, ma si pronunzia _Anieghin_.
+L’abbiamo scritto come si pronunzia.
+
+[25] Titolo del primo poema composto da Puschin.
+
+[26] Questo capitolo fu scritto in Bessarabia, ove Puschin fu mandato
+per ordine superiore.
+
+[27] Cappello così denominato dal famoso fondatore della Bolivia.
+
+[28] Celebre orologiaro.
+
+[29] Vino dell’anno 1811 nel quale comparve la cometa di Giulio Cesare.
+
+[30] Pasticci rinomatissimi fatti di fegato di oche.
+
+[31] Attrice.
+
+[32] Poeta comico.
+
+[33] Poeta tragico.
+
+[34] Attrice.
+
+[35] Traduttore di Cornelio.
+
+[36] Direttore del ballo.
+
+[37] Ballerina.
+
+[38] _Toelette_ e _costume_ sono francesismi legittimati dall’uso.
+
+[39] “Tout le monde sut qu’il mettait du blanc; et moi, qui
+n’en croyais rien, je commençai de le croire, non seulement par
+l’embellissement de son teint et pour avoir trouvé des tasses de blanc
+sur sa toilette, mais parce qu’entrant un matin dans sa chambre, je
+le trouvai brossant ses ongles avec une petite vergette faite exprès,
+ouvrage qu’il continua fièrement devant moi. Je jugeai qu’un homme
+qui passe deux heures tous les matins a brosser ses ongles, peut bien
+passer quelques instants à remplir de blanc les creux de sa peau.
+
+ _Confessions_ de Jean Jacques Rousseau, liv. VII.
+
+Rousseau volendo riformare la società, incominciò dal vestiario. Così
+fecero tutti i grandi riformatori. Così fece Pietro il Grande in Russia
+nel secolo decimo settimo; così ha fatto, ai giorni nostri, il Sultano
+Mahmud in Turchia. Rousseau depose la perrucca; tutti i contemporanei
+l’imitarono, e colla perrucca deposero l’idee inerenti a quella, le
+idee barbare e stolte del medio evo. Così nacque il _costume_ moderno
+che ebbe per cuna Parigi. Tutto il mondo accettò le mode di Parigi;
+tutti i popoli presero, per così dire, la livrea francese. E d’allora
+in poi tutti i popoli, _volens, nolens_, stanno sotto l’influenza
+francese. Ma l’unità di vestiario addurrà l’unità di misure, di moneta
+e di lingua.... dove ci fermeremo in tale strada? Forse tutti i popoli
+formeranno fra qualche secolo un sol popolo!... Puschin ha ben ragione
+di dare grande importanza alle cose di moda.
+
+[40] _Le Suisse_, ossia introduttore, secondo l’uso di Francia. Così
+chiamato perchè i primi che adempirono quello officio erano Svizzeri,
+ma poi furono anche Francesi, come per esempio Petit-Jean, il quale
+dice nei _Plaideurs_ di Racine:
+
+ Il m’avait fait venir d’Amiens pour être _Suisse_.
+ Atto I, Sc. I.
+
+[41] Guardie particolari dell’imperatore.
+
+[42] _Aggomitare_ non si trova nei vocabolari, ma essendo necessario si
+può usare.
+
+[43] Allusione a certi versi scritti dal poeta Muravieff.
+
+[44] Lord Byron, che abitò molto Venezia e vi compose un canto di
+_Childe Harold_, la tragedia dei _Due Foscari_, e altri poemi.
+
+[45] Puschin era allora in Odessa.
+
+[46] Dicemmo nella Biografia che Puschin dal lato di sua madre
+discendeva da un negro africano.
+
+[47] Nel _Prigioniero del Caucaso_.
+
+[48] Nella _Fontana di Bakcisarai_.
+
+[49] “_Il n’y a que les sots qui s’ennuient_” dice Beaumarchais
+(_Barbier de Séville_, atto I, scena II), e ha ragione. Puschin vuol
+significare che la scioperatezza genera la noia, e che i _dandy_ si
+annoiano perchè sono scioperati. Ma perchè scioperati? Perchè stolti.
+
+[50] In russo _barsccinu_, in francese _corvée_.
+
+[51] Cioè che per educazione è francese o tedesco.
+
+[52] Primo verso d’un canto popolare russo.
+
+[53] Nella cerimonia del matrimonio, secondo il rito greco, si mette
+una corona di fiori sul capo degli sposi.
+
+[54] Nome in uso nelle classi popolari soltanto.
+
+[55] È uso in Russia di tagliare parte dei capelli ai giovinotti che
+devono arruolarsi.
+
+[56] Cioè secondo la pronunzia viziosa di molti francesi.
+
+[57] Bevanda fermentata che bevono le povere genti.
+
+[58] I beccamorti scavando una fossa (nel quarto atto dell’Amleto di
+Shakespeare) ravvisano il cranio d’un buffone del re chiamato Yorick.
+Amleto piange sopra di esso perchè l’aveva veduto in vita rallegrare
+con le sue celie i conviti del re, ed esclama: _Poor Yorick!_
+
+[59] Luogo famoso per una battaglia fra i Russi e i Turchi nella quale
+questi ebbero la peggio.
+
+[60] Svetlana è una fata rinomata per la sua bianchezza e per la sua
+potenza.
+
+[61] _Giulia Volmare_ nella _Nuova Eloisa_ di G. G. Rousseau; _Malec
+Adel_, romanzo di Madama Cottin; _Gustavo de Linard_, romanzo di Madama
+di Krudner, la celebre amica di Alessandro I e istigatrice della Santa
+Alleanza.
+
+[62] _Delfina_, romanzo di Madama di Stäel.
+
+[63] _Il Vampiro_, romanzo del Polidori, medico di Lord Byron;
+_Melmoth_, di Mathurin; _Giovanni Sbogar_, di Carlo Nodier.
+
+[64] Imitazione della famosa ode di Saffo, il cui senso è questo:
+
+ Agli immortali Dei simil mi sembra
+ L’avventuroso che ti siede a lato,
+ E a sè vicino ode suonar la tua
+ Voce soave,
+ E il tuo soave riso. A me nel seno
+ Quando m’appari, il cuor ferve e rimbalza;
+ E il labro ansante, quando ti rimiro,
+ Non trova accento.
+ Muta è la lingua e come rotta. Fiamma
+ Sottil mi corre su per ogni vena;
+ Fugge la luce dalle mie pupille,
+ Ronzan gli orecchi.
+ Freddo sudor m’inonda tutta; un brivido
+ Tutta m’invade; qual recisa pianta
+ Mi discoloro, e, come s’io morissi,
+ Perdo il respiro.
+
+[65] Giornale morale e seccante.
+
+[66] Poeta anacreontico.
+
+[67] Poeta elegiaco francese.
+
+[68] _Freischuetz_, è il capo lavoro del gran componista Maria Weber.
+
+[69] Macchina che serve a scaldar l’acqua per il tè. _Samovar_
+significa _che bolle da sè_, αὺτοζἐων.
+
+[70] Il seduttore di _Clarissa Harlowe_ in un romanzo di Richardson.
+
+[71] Questo pensiero pare tolto da un distico trovato scritto sopra un
+muro dei pozzi di Venezia:
+
+ Da chi mi fido mi guardi Dio,
+ Di chi non mi fido mi guarderò io.
+
+[72] Gallicismo inevitabile.
+
+[73] Pensiero antico quanto i mondi e che Puschin esprime esattamente
+nelli stessi termini del _Viscardello_.
+
+[74] Altro gallicismo necessario.
+
+[75] Poeta lirico, amico di Puschin.
+
+[76] Personaggio del _Corsaro_ di Lord Byron. Ognun sa che Lord Byron
+volle attraversare a nuoto lo stretto dei Dardanelli, ad imitazione di
+Leandro che lo varcava per andar da Ero.
+
+[77] In russo _luccinca_ che è propriamente un pezzetto di legno che
+serve ai contadini di candela.
+
+[78] Famoso pubblicista.
+
+[79] Equipaggio con _tre_ cavalli. _Tri_, tre.
+
+[80] Che fabbricano il miglior vino di Sciampagna.
+
+[81] Vino d’Ungheria.
+
+[82] Autore tedesco la cui famiglia era oriunda francese. Scrisse molti
+romanzi d’argomento domestico.
+
+[83] Bisogna sapere che non essendovi in Russia buone strade maestre,
+le communicazioni sono mercè della neve più facili d’inverno che di
+primavera e d’estate.
+
+[84] Sorta di carrozza.
+
+[85] La _Prima neve_, poema del Principe Viasemschi celebre poeta
+tuttora vivente.
+
+[86] In un’ode di Baratinschi.
+
+[87] Pratiche superstiziose usate dal popol russo per conoscere il
+futuro.
+
+[88] Questo è il modo che adoperano le ragazze superstiziose per sapere
+il cuore del loro futuro sposo.
+
+[89] Poema russo nel genere classico, cioè noioso.
+
+[90] Allusione ad una satira scritta da uno zio di Puschin e intitolata
+_Il vicinante pericoloso_. Il nome di questo personaggio ridicolo è
+appunto Buianoff e il poeta lo rappresenta come qui lo vediamo.
+
+[91] Vino di Crimea.
+
+[92] Cioè le tavole da gioco.
+
+[93] Versta, distanza di cinquecento tese ossia di tremila piedi.
+
+[94] _Sagena_, tesa (6 piedi).
+
+[95] Celebre trattore del _Palais royal_.
+
+[96] Celebre fabbricante d’armi in Parigi.
+
+[97] Chiedo venia al lettore per questa espressione poco italiana.
+È forza ch’io l’adoperi per significare ciò che i russi chiamano
+_metstatel_, i tedeschi _schwaermer_, i francesi _rêveur_.
+
+[98] Altra espressione che puzza di francesismo. Ma è d’uso sì comune
+che non mi fo scrupolo di adoprarla.
+
+[99] Autore di opere economiche.
+
+[100] Specie di tavola reale.
+
+[101] Le verste sono segnate da un palo altissimo; e siccome le verste
+sono corte, a ogni momento, andando presto, se ne vede uno.
+
+[102] Stava facendo la calzetta secondo l’uso delle provincie.
+
+[103] Imitazione dell’esordio della prima Olimpiade di Pindaro.
+
+[104] Celebre lirico russo, di cui parlammo nella Biografia di Puschin.
+
+[105] Principale personaggio d’una ballata di Burger. Leonora non può
+darsi pace della morte dell’amante; l’ombra di questi viene a prenderla
+a cavallo e la porta seco in inferno.
+
+[106] Perdonino i puristi questo neologismo.
+
+[107] Vuole dire che il _vulgar_ è frequente nella società russa.
+
+[108] Mi rincresce assai di adoperare tante voci francesi; ma non si
+può fare altrimenti quando si descrivono i costumi dell’alta società.
+Mi rincora il pensare che quasi tutti i termini francesi o i gallicismi
+da me innestati in questa traduzione sono consecrati dall’uso e suonano
+giornalmente sulle labbra delle persone bennate.
+
+[109] Disegnatore francese.
+
+[110] Nelle case russe sono sempre doppie le porte e le finestre.
+
+[111] Filosofo tedesco, autore delle _Idee sull’umanità_.
+
+[112] Filosofo e novelliere francese.
+
+[113] Fisiologista francese, autore del libro _Della vita e della
+morte_.
+
+[114] Medico francese, autore del libro sull’_Onanismo_.
+
+[115] Filosofo francese, autore d’un dizionario critico dal quale
+Voltaire trasse i suoi più validi argomenti.
+
+[116] Filosofo francese, autore del libro sulla _Pluralità dei mondi_,
+primo tentativo fatto in Europa per rendere la scienza accessibile a
+tutte le intelligenze.
+
+[117] Poeta persiano, autore del _Gulistan_ (giardino delle rose) e di
+altri poemi celebri.
+
+[118] _Hetmann_ o _ataman_ chiamano i Cosacchi il loro comandante.
+_Het-man_ vien dal tedesco _hauptmann_, capitano.
+
+[119] Coda di cavallo che serve d’insegna.
+
+[120] Distintivo dell’etmanno.
+
+[121] Tutti nemici dei Russi. Samoiloff fu bandito in Siberia, e
+Gardienco fu decapitato per ordine di Pietro I.
+
+[122] Venti mila soldati della Piccola Russia erano stati mandati in
+Finlandia da Mazeppa.
+
+[123] Zalenschi, sbandito dalla patria, divenne il primario agente di
+Mazeppa.
+
+[124] Orlic, stato secretario di Mazeppa, fu fatto, dopo la morte
+di questo, etmanno della Piccola Russia da Carlo XII. Quando Carlo
+fu sconfitto, Orlic si ritirò in Turchia, abbracciò la religione
+islamitica, e morì a Bender nel 1726.
+
+[125] _Boiar_ significa propriamente guerriero; divenne poi sinonimo di
+nobile.
+
+[126] Due boiari di Mosca parteggiavano per Mazeppa. Furono
+orribilmente castigati.
+
+[127] Una delle chiese di Chieff.
+
+[128] Ceccel combatte l’esercito di Mencicoff.
+
+[129] Ciò fece Carlo in Dresda, dal re Augusto. Vedi Voltaire,
+_Histoire de Charles XII_.
+
+[130] “Una bomba!” sclamò il secretario di Carlo. — “Ebbene, ripigliò
+il re, che hanno le bombe che fare colla lettera ch’io ti detto?” Ma
+ciò successe più tardi.
+
+[131] Carlo visitando di notte li accampamenti russi s’accostò a un
+crocchio di cosacchi seduti intorno a un fuoco. Sparò il suo schioppo
+e ne ferì uno. I cosacchi risposero con tre colpi, uno dei quali ferì
+Carlo alla gamba.
+
+[132] L’empereur moscovite, pénétré d’une joie qu’il ne se mettait
+pas en peine de dissimuler, recevait sur le champ de bataille les
+prisonniers qu’on lui amenait en foule, et demandait à tout moment:
+“Où est donc mon frère Charles?...” Alors, prenant un verre de vin: “A
+la santé,” dit-il, “de mes maîtres dans l’art de la guerre!” Renschild
+lui demanda qui étaient ceux qu’il honorait d’un si beau titre. “Vous,
+Messieurs les généraux suédois,” reprit le Tsar. “Votre Majesté est
+donc bien ingrate,” reprit le comte, “d’avoir tant maltraité ses
+maîtres.”
+
+ Voltaire, _Histoire de Charles XII_.
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
+pag. 244 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77714 ***
diff --git a/77714-h/77714-h.htm b/77714-h/77714-h.htm
new file mode 100755
index 0000000..42eb2b9
--- /dev/null
+++ b/77714-h/77714-h.htm
@@ -0,0 +1,11878 @@
+<!DOCTYPE html>
+<html lang="it">
+<head>
+ <meta charset="UTF-8">
+ <meta name="viewport" content="width=device-width, initial-scale=1">
+ <title>Racconti poetici | Project Gutenberg</title>
+ <link rel="icon" href="images/cover.jpg" type="image/x-cover">
+ <style>
+body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;}
+
+p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;}
+p.indl {text-align: left; margin-left: 5%;}
+p.indr {text-align: right; margin-right: 5%;}
+.center {text-align: center; text-indent: 0;}
+.title {text-align: center; font-size: 110%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em;}
+
+div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;}
+div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;}
+div.titlepage p {text-align: inherit;}
+div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;}
+div.verso p {text-align: inherit;}
+div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;}
+div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;}
+div.chapter h2 {page-break-before: avoid;}
+
+h1,h2,h3 {text-align: center; font-style: normal;
+font-weight: normal; line-height: 1.5;}
+h1 {font-size: 150%;}
+h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;}
+h3 {font-size: 120%; margin-top: 1.5em;}
+h3.nosp {margin-top: 0em;}
+
+span.smaller {display: block; font-size: 70%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;}
+
+hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;}
+hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;}
+hr.tiny {width: 10%; margin: 1.5em 45%;}
+hr.tbs {width: 20%; margin: 1.5em 40%; visibility: hidden;}
+hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;}
+.x-ebookmaker hr.silver {display: none;}
+
+a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;}
+a.tagtitle {vertical-align: .3em; font-size: small; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em;}
+div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;}
+.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;}
+div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;}
+div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;}
+div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;}
+
+.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;}
+
+.pad4 {margin-top: 4em;}
+.pad2 {margin-top: 2em;}
+.pad1 {margin-top: 1em;}
+
+.dots {text-align: center; letter-spacing: .5em; margin-top: 1.5em; margin-bottom: 1.5em;}
+
+.small {font-size: 85%;}
+.large {font-size: 115%;}
+.x-large {font-size: 130%;}
+.main-t {font-size: 200%;}
+.smcap {font-variant: small-caps;}
+.lowercase {text-transform: lowercase;}
+
+table {margin: auto; border-collapse: collapse;}
+.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em;}
+.indice td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em;}
+.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;}
+
+.ag {width: 90%; font-size: 85%; line-height: 1em; margin: 1em 5%;}
+.ag td {padding-left: 0.3em;}
+.bl {border-left: thin solid black;}
+
+.gener {max-width: 90%; line-height: 1em; margin-top: 1em; font-size: 95%;}
+.gener td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em; padding-right: 0.5em;}
+.gener td.num {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;}
+.gener td.center {text-align: center; text-indent: 0;}
+
+.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em;
+ margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;}
+.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;}
+.tnote p {padding: 0 1em;}
+
+.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;}
+.inl {display: inline-block;}
+.stanza {margin: 1em auto;}
+.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;}
+.poem p.i02 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -2em;}
+.poem p.i03 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -1em;}
+.poem p.i05 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 1em;}
+.poem p.i08 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 4em;}
+.poem p.i09 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 5em;}
+.poem p.i10 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 6em;}
+.poem-container {text-align: right;}
+
+</style>
+</head>
+<body>
+<div style='text-align:center'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77714 ***</div>
+
+<div class="booktitle">
+<h1>
+RACCONTI POETICI
+</h1>
+</div>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="titlepage">
+<p class="main-t">
+RACCONTI<br>
+POETICI
+</p>
+
+<p class="pad2 large">
+DI ALESSANDRO PUSCHIN
+</p>
+
+<p class="pad1">
+POETA RUSSO,
+</p>
+
+<p class="pad2">
+TRADOTTI DA LUIGI DELÂTRE.
+</p>
+
+<p class="pad4">
+FIRENZE<br>
+<span class="small">FELICE LE MONNIER.</span><br>
+1856.
+</p>
+</div>
+
+<div class="verso">
+<hr class="mid">
+<p>
+Proprietà letteraria.
+</p>
+<hr class="mid">
+</div>
+
+<div class="somm">
+<hr>
+<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
+<hr>
+</div>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span>
+</p>
+
+<p class="center">
+A SUA ALTEZZA
+</p>
+
+<p class="center">
+IL PRINCIPE LEONE CZERNICHEFF
+</p>
+
+<p class="center">
+AIUTANTE DI CAMPO<br>
+DI S. M. L’IMPERATOR DELLE RUSSIE.
+</p>
+</div>
+
+<p class="pad2 indl">
+<i>Principe</i>,
+</p>
+
+<p>
+<i>Inclito amante delle arti belle e della poesia,
+applaudiste altamente il mio disegno di volgere in
+lingua italiana alcuni poemi di Alessandro Puschin.
+E non solo mi deste all’opera conforto, ma voleste
+ancora essere a parte delle mie fatiche, giovandomi
+col consiglio, ogni qual volta il testo russo mi
+riesciva troppo oscuro e difficile. Bene è dunque
+ragione che in segno di gratitudine io iscriva in
+fronte a questo volumetto il Vostro illustre nome,
+ormai per sempre unito nel mio cuore al nome del
+principe Viasemschi, il quale, allorchè, nell’anno
+1842, io visitai San Pietroburgo, si compiacque di
+darmi la prima idea di quei poemi, traducendomene
+a voce i più stupendi passi.</i>
+</p>
+
+<p>
+<i>Spero che questo libricciuolo vi sarà caro e per
+<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span>
+l’omaggio reso al sommo poeta russo, e perchè queste
+pagine forse ridesteranno in voi la rimembranza dei
+giorni passati in riva all’Arno, nella città dei fiori.</i>
+</p>
+
+<p>
+<i>Credetemi intanto, Principe</i>,
+</p>
+
+<p class="indl">
+<i>di Vostra Altezza</i>,
+</p>
+
+<p class="indr">
+Umil. servo, affezion. amico
+</p>
+
+<p class="indr">
+<b>Luigi Delâtre</b>.
+</p>
+
+<p>
+<i>Firenze, a dì 20 di giugno 1856.</i>
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span>
+</p>
+
+<h2 id="vita">CENNI
+<span class="smaller">INTORNO ALLA VITA DI ALESSANDRO PUSCHIN.</span></h2>
+</div>
+
+<p>
+Alessandro Puschin&#8205;<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> nacque in Mosca a dì 26 di maggio
+dell’anno 1799. Suo padre apparteneva a un’antica famiglia
+patrizia; sua madre discendeva da un negro africano
+che rapito dal natío paese in età di otto anni, fu condotto a
+Costantinopoli, esposto nel bazar delli schiavi e venduto
+all’ambasciadore di Russia, il quale lo mandò in regalo
+come <i>oggetto di curiosità</i> (diceva egli), allo Zar&#8205;<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> Pietro il
+Grande. Questi lo fece battezzare, poi lo istituì suo paggio.
+Ma accortosi del singolare ingegno del fanciullo, lo inviò a
+Parigi, ove volle che gli fosse data una educazione liberale
+estesissima. <i>Hanibal</i>, così chiamavasi il giovine moro, manifestò
+gran disposizione per le scienze matematiche. Escito
+di collegio, entrò nell’esercito francese, prese parte alla
+guerra di Spagna, fu ferito, e tornò in Russia. Pietro gli
+conferì il grado di luogotenente. Nel 1727, Hanibal fu confinato
+in Siberia per aver offeso Menscicoff, che governava
+despoticamente in nome del piccolo Pietro II. Nel 1743,
+l’imperatrice Elisabetta lo richiamò dall’esilio, lo insignì
+<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span>
+di vari titoli, e finalmente lo nominò generalissimo. Suo
+figlio maggiore, Giuseppe Hanibal, menò vita agitatissima;
+ripudiò la prima moglie, ne sposò un’altra mediante una
+falsa fede di decesso; ma accusato di bigamia dal proprio
+fratello, venne condannato ad assegnare un’annua pensione
+alla prima moglie Maria, madre di Nadege, la quale nell’anno
+1797, sposò Sergio Puschin, e lo rese padre del nostro
+poeta.
+</p>
+
+<p>
+Alessandro portava i segni di questa origine mezza
+slava, mezza africana. Aveva carnagione olivastra, naso alquanto
+schiacciato, narici rilevate e mobili, capelli ruvidi
+e naturalmente crespi, occhi d’un colore cupo indeciso.
+Focoso, impaziente, appassionato, si lasciava facilmente
+trasportare dallo sdegno; i suoi accessi di furore eran tremendi,
+ma duravan poco tempo, e tosto egli se ne pentiva
+e se ne scusava dicendo: «Non è mia la colpa; è quel diabolico
+sangue africano che mi fa impazzare.» Ciò non ostante,
+egli adorava sua madre, e rispettava altamente il suo
+zio materno Giovanni.&#8205;<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>
+</p>
+
+<p>
+Il padre di Puschin era uno di quei gentiluomini dei
+quali Caterina II diceva: «Questi signori sanno il loro Molière
+a menadito.» Aveva belle maniere, vestiva con gusto,
+rispondeva con brio, amava la cucina francese e la letteratura
+francese. Diede a suo figlio per precettore un emigrato
+parigino, il conte di Montfort, versatissimo nelle lettere,
+nella musica e nella pittura. Forse appunto per questa sua
+varietà di cognizioni il conte si occupava pochissimo del suo
+allievo, il quale, abbandonato a sè stesso, profittava della
+libertà concessagli, per introdursi di soppiatto nella biblioteca
+di suo padre e passarvi talvolta notti intere a leggere
+ogni specie di libri. Ma siccome la maggior parte dei libri
+<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span>
+che la componevano erano francesi, il giovine Puschin fu,
+sin dai più teneri anni, imbevuto di idee francesi. In età di
+undici anni già conosceva tutti i classici di quella nazione,
+e incominciava a scrivere in quella lingua. Lo dilettavano
+specialmente le commedie di Molière, e s’ingegnava ad
+imitarle in piccole farse che egli rappresentava davanti a
+sua sorella, sopra un teatrino da lui fabbricato. Puschin
+era a un tempo stesso autore e attore; la sorellina faceva
+da pubblico. Una volta recitò uno schermo intitolato <i>L’escamoteur</i>.
+Il pubblico fischiò. L’autore si consolò dettando
+contro sè stesso il seguente epigramma:
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Dis-moi, pourquoi L’<i>Escamoteur</i></p>
+<p class="i01">Est-il sifflé par le parterre?</p>
+<p class="i01">Hélas! c’est que le pauvre auteur</p>
+<p class="i05"> L’escamota de Molière.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+Qui noteremo di passo, che anche l’illustre Gœthe
+ebbe una educazione tutta francese, e che appena giunto
+all’età di nove anni scrisse una commediola francese che
+fu il suo primo saggio letterario. L’autore del <i>Misogallo</i>,
+Vittorio Alfieri, trovossi appresso a poco nelle stesse circostanze;
+e la lingua francese gli era sì familiare, che in essa
+abbozzava le sue tragedie prima di verseggiarle in italiano,
+come attestano i manoscritti suoi depositati nella Biblioteca
+Laurenziana di Firenze.
+</p>
+
+<p>
+Questa funesta predilezione per una lingua straniera,
+avrebbe forse privato la Russia di un gran poeta, se la fortuna
+non avesse posto argine al male, scegliendo per istrumento
+delle sue volontà una umile serva, la balia di Puschin
+nominata Irene Radionovna, la quale ridestò nel suo
+allievo l’amore del patrio idioma. Se egli gallicizzava il
+giorno con suo padre e coi maestri, la sera ridiveniva russo
+colla sua balia, che gli narrava in un linguaggio pittoresco,
+energico e leggiadro, mille istorie e tradizioni popolari, alcune
+delle quali egli, più tardi, trattò in verso.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span>
+</p>
+
+<p>
+Quando arrivò all’età di dodici anni, entrò al Liceo di
+Zárscoie-Seló, fondato dall’imperatore Alessandro I. Quell’educazione
+collettiva regolare e monotona, quella disciplina
+rigida e cavillosa, stettero quasi per soffocare i germi
+dell’ingegno di Puschin. I professori malcontenti non davano
+di lui se non ragguagli sfavorevoli. Uno di essi, il signor
+Cunizin, così si esprimeva riguardo a Puschin, in un
+suo rapporto:
+</p>
+
+<p>
+«L’allievo Alessandro Puschin ha intendimento e perspicacità,
+ma manca di applicazione. Non è capace d’occuparsi
+che di oggetti futili; quindi fa pochi progressi
+negli studi, e men che in altro, nella logica.»
+</p>
+
+<p>
+Probabilmente, nel redigere questo certificato di futilità,
+il professore Cunizin pensava ai versi che già Puschin
+dettava, e che facevano le delizie di tutti i suoi condiscepoli.
+Alcuni di codesti saggi capitarono fra mano al celebre
+poeta Giucovschi traduttore dell’Ariosto, di Wieland e
+d’Omero: meravigliato della grazia che osservò in quelli,
+indirizzò una epistola all’autore, e gli offrì in dono uno dei
+suoi volumi. Puschin, giustamente superbo di tali distinzioni,
+scrisse sopra una pagina del suo giornale: «Giucovschi
+mi ha regalato una sua opera!!!» Questo dono fece
+epoca nella vita del giovine alunno delle Muse.
+</p>
+
+<p>
+Nell’anno 1815, scrisse, in occasione della distribuzione
+dei premii, un poemetto intitolato: <i>Rimembranze di Zárscoie-Seló</i>.
+Fu letto pubblicamente nell’adunanza solenne
+alla quale assisteva il venerabile Dergiavin, lirico celeberrimo,
+autore dell’inno <i>A Dio</i>, che trovasi tradotto in tutte
+le lingue colte d’Europa. Il conte Rapumovschi avendo
+chiesto se Puschin che scriveva tanto bene in verso, saprebbe
+scrivere egualmente bene in prosa, Dergiavin pose
+la destra sul capo del fanciullo, esclamando: «È nato poeta;
+sarà assai più utile; non lo distogliamo dalla sua vocazione.«
+</p>
+
+<p>
+Durante il suo soggiorno nel Liceo, vale a dire dal 1812
+<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span>
+al 1817, Alessandro Puschin produsse più di cento venti
+lavori poetici, e incominciò il poema di <i>Ruslano e Liudmila</i>,
+che compì nel 1818, e diede alle stampe nel 1820. Questo
+poema, cavato dalle tradizioni popolari slave, non incontrò
+l’esito che poteva aspettare l’autore, e suscitò critiche
+acerbe e violenti, sebbene fosse il primo poema in lingua
+russa che sostenesse la lettura. Fino allora <i>poema</i> e <i>seccatura</i>
+erano stati sinonimi.
+</p>
+
+<p>
+Imbevuto delle dottrine liberali di Voltaire e di Rousseau,
+Alessandro Puschin non era un suddito molto rispettoso
+ed obediente, e ardiva non di rado biasimare gli atti del
+governo. Tale intemperanza di lingua fu cagione che l’imperatore
+lo mandò in bando nella Russia meridionale, verso
+l’anno 1820. Questo viaggio forzato non fu sterile per le
+lettere.
+</p>
+
+<p>
+La prima città ove abitò fu Chiceneff. Ivi stava sotto
+la guardia del generale Inzoff, il quale diceva che gli costava
+meno fatica il governare una provincia, che il sorvegliare
+un poeta. «Dapprima, diceva egli, mi toccava avergli
+sempre gli occhi addosso: ogni giorno qualche scapestraggine,
+qualche pazzia cui bisognava rimediare.
+Quando era troppo indocile lo mettevo in arresto, e ponevo
+una sentinella alla sua porta; ma egli scappava per
+la finestra.... E allora chi gli correva dietro?»
+</p>
+
+<p>
+Il generale Inzoff gli permise di fare una gita nella regione
+del Caucaso. Ivi il suo ingegno cambiò indole e natura.
+«Io divengo malvagio, scriveva a un suo amico, o piuttosto,
+io divengo buono, poichè mi stacco dalle cose di
+questo mondo. Aspettatevi a qualche produzione <i>byroniana</i>.»
+</p>
+
+<p>
+E tenne parola, componendo in quei deserti <i>Il prigioniero
+del Caucaso</i>, e il primo canto di <i>Eugenio Anieghin</i>.
+</p>
+
+<p>
+L’astro di Byron era allora nel suo meriggio, ed eclissava
+tutti gli altri luminari del Parnaso. Puschin, rischiarato
+da quello, vide le cose sotto un nuovo aspetto, e trovò
+<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span>
+nuovi colori per descriverle. Così, mentre il genio di Byron
+inspirava Lamartine in Francia, si suscitava un emulo
+e quasi un fratello in Russia.
+</p>
+
+<p>
+Nel 1822, Puschin lasciò Chiceneff senza avvertire nè il
+governatore, nè alcuno dei suoi conoscenti e amici. Il generale
+e tutti gli abitanti stavano in una mortale inquietezza.
+Tutti domandavano: «Dov’è? Perchè è partito? Che gli
+sarà successo?»
+</p>
+
+<p>
+Frattanto, il poeta fuggitivo si dirigeva verso i confini
+dell’impero in compagnia di.... Chi lo crederebbe? di una
+truppa di zingari erranti. La cronaca scandalosa di quel
+tempo attribuisce ai soavi sguardi, al dolce sorriso, alle
+belle forme della zingarella <i>Mariola</i>, la disparizione del
+poeta.
+</p>
+
+<p>
+Tornato a Chiceneff, dovè passare alcuni giorni in
+prigione, durante i quali imaginò e schizzò il suo poema
+delli <i>Zingari</i>. Ma non lo terminò che nel 1824, perchè già
+egli sentiva la necessità di maturar meglio i suoi lavori.
+</p>
+
+<p>
+Percorse anche la Crimea, e fra le città che visitò, più
+d’ogni altra lo dilettò Bakcisarai, antica residenza dei <i>khan</i>
+tartari, dei quali tuttora esiste il palazzo costruito nel più
+ricco stile dell’architettura moresca. Queste rovine gli suggeriron
+l’idea del suo poema intitolato la <i>Fontana di Bakcisarai</i>.
+</p>
+
+<p>
+Nel 1824, cessato il suo esilio nella Russia meridionale,
+egli si recò al suo castello di Micailovschi (nel governo di
+Pscoff). Vi rimase fino al mese di settembre del 1826. Non
+gli era ancora permesso di abitare Mosca nè San Pietroburgo;
+tal divieto fu levato dall’imperatore Nicolò, nel
+giorno del suo incoronamento.
+</p>
+
+<p>
+Dalla villa di Micailovschi, così scriveva Puschin ad un
+amico: «<i>J’ai jeté ma gourme</i> nelle provincie meridionali
+dell’impero. Reduce nel <i>Castel natio</i> (sic) mi son trovato
+solo a solo con me stesso in faccia all’elemento russo
+schietto schietto. Mio padre e la sua comitiva francese
+<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span>
+sono altrove. Finalmente sto in balía della solitudine,
+quella tremenda donna che foggia a modo suo gli spiriti
+a lei affidati. Per forza ho dovuto spogliare il vecchio
+uomo, raccogliermi in me stesso e meditare.»
+</p>
+
+<p>
+Nei primi tempi del suo soggiorno a Micailovschi, Puschin
+parve aver affatto rinunziato alle sue follie giovanili.
+Stava quasi sempre solo, studiava molto, lavorava moltissimo,
+e passava le serate colla sua vecchia balia Irene
+Radionovna, di cui abbiamo già parlato. Egli diceva che
+la buona Irene aveva rifatto la di lui educazione aprendogli
+l’adito al mondo fantastico dei racconti popolari, e che ad
+essa andava debitore della sua cognizione degli usi e delle
+tradizioni nazionali.
+</p>
+
+<p>
+Oltre a queste lezioni private nel proprio domicilio,
+egli ne prendeva anche delle pubbliche per le piazze e per
+le campagne. Spesse volte s’insinuava fra i contadini, frequentava
+le taverne, ad oggetto di cogliere a volo le locuzioni,
+gli idiotismi che egli dichiarava <i>tout parfumés d’une
+odeur de terroir</i>. Un giorno entrò in un salotto di Pscoff travestito
+da <i>mugìc</i> (ossia contadino russo). Fu dileggiato molto
+per quella bizzarria; ma sarebbe stato ammirato invece, se
+si fosse saputo che egli in tal modo si poneva in grado di
+osservar dappresso i costumi popolari. Egli allora preparava
+il suo dramma di <i>Boris Gadunoff</i>, nel quale voleva, secondo
+la sua espressione, riprodurre <i>les traits vivants</i> della nazione
+russa.
+</p>
+
+<p>
+«Non v’è cosa inutile in natura (dic’egli in una sua
+lettera); ogni cosa concorre all’armonia universale. Il
+linguaggio del più oscuro <i>mugìc</i>, le sue consuetudini e
+fino al suo <i>tulup</i> (pelliccia) son cose degne della penna
+d’un poeta; soltanto bisogna saperne parlare in tempo
+opportuno. Anche le scene popolari e le rozze beffe della
+plebe appartengono al dominio della poesia. Il poeta non
+deve mai scendere alla trivialità per gusto e per elezione;
+deve evitare quanto più può lo stile plateale; ma quando
+<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span>
+non può fare altrimenti, deve con risoluzione tentar l’impresa....»
+</p>
+
+<p>
+«Racine, scrisse Puschin in un’altra occasione, è grande
+per la precisione, la purezza e l’armonia del verso. Ma
+il disegno e i caratteri della sua <i>Fedra</i> sono il colmo della
+sciocchezza.&#8205;<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> La verosimiglianza delle situazioni è la miglior
+regola per un poeta tragico. Non ho letto nè Calderon,
+nè Lopez de Vega; ma che genio è quel Shakespeare!
+Mi fa trasecolare! Quanto le tragedie di Byron sono
+meschine accanto a quelle di Shakespeare!...
+</p>
+
+<p>
+«I poeti, subito che hanno concepito un personaggio,
+voglion assolutamente che tutto ciò che dice porti l’impronta
+del suo carattere, come vediamo nei pedanti e
+nei marinai dei romanzi di Fielding. Se un cospiratore
+ha sete e chiede un bicchier d’acqua, bisogna che pronunzi
+quelle parole in un tono che sappia di cospirazione.
+Assioma assurdo! Shakespeare non teme di compromettere
+i suoi personaggi: li fa parlare con tutta la naturalezza,
+la semplicità degli uomini comuni, perchè sa
+sempre, quando l’azione lo esiga, metter loro in bocca
+un linguaggio adattato alla situazione.»
+</p>
+
+<p>
+Il dramma di <i>Boris Gadunoff</i>, bagnato di tanti sudori,
+non ebbe quel successo che il poeta presagiva. Ma in ricompensa,
+gli ultimi canti di <i>Eugenio Anieghin</i> fecero furore.
+Cominciato nel 1825, e terminato nel 1832, questo
+poema viene stimato il più bel parto della musa di Puschin.
+Nei due primi canti si biasimò l’imitazione un po’ servile
+del <i>Don Juan</i> di Byron, e quel personalismo che valse tante
+censure al bardo inglese. Ma nei canti seguenti, il poeta
+introdusse pitture così fedeli della società russa, osservazioni
+<span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span>
+così giuste e fine sulle idee e sui vizi del secolo,
+che si conciliò l’ammirazione generale.
+</p>
+
+<p>
+A dì 3 settembre del 1826, come più sopra accennammo,
+Puschin ottenne il permesso di tornare a Mosca. Giunto in
+questa capitale, fu presentato all’imperatore Nicolò che gli
+fece una gentilissima accoglienza e gli disse tralle altre
+cose: «Uno scrittore dotato di eminenti facoltà mentali
+deve applicare il suo ingegno a tramandare ai posteri le
+virtù del proprio paese.»
+</p>
+
+<p>
+Tutto quell’anno passò in feste e in banchetti. Ognuno
+voleva vedere e udire il gran poeta, le cui opere godevano
+di sì alta fama. Non trovò un solo istante per lavorare.
+«Da molto tempo in qua, scriveva, non impugno
+più la penna, perchè troppe mani mi conviene stringere,
+e troppi mazzetti di fiori offrire. Frattanto m’inebrio,
+non già di vino, ma di soavi sguardi, e di quel
+fumo di gloria che poi non è mica così acre come i poeti
+voglion far credere.»
+</p>
+
+<p>
+Nel 1827, Puschin tornò a San Pietroburgo, e si diede
+a una operosità instancabile. «Mi pagano, scriveva, <i>un
+ducato</i> ogni verso che mi sfugge dalla penna.» Questa
+asserzione, che è esattissima, egli ripeteva con una certa
+vanità, e pretendeva far credere che non componeva se
+non per guadagnar danaro. Lo che però non è vero, giacchè
+fu appunto allora che egli si accinse a scrivere in prosa.
+«Conviene, diceva, accrescere il numero di quei che leggono;
+e per raggiunger tale scopo bisogna che coloro che
+scrivono adoprino la forma più accessibile al popolo,
+cioè la prosa.»
+</p>
+
+<p>
+Il suo primo frutto in questo genere, fu una novella
+intitolata: <i>Il negro di Pietro il Grande.</i> Poi pubblicò cinque
+altre novelle sotto lo pseudonimo di Bielchin; poi la
+<i>Dama di picche</i> e la <i>Figlia del capitano</i>.
+</p>
+
+<p>
+Nel 1829, messe in luce il poema di <i>Pultava</i>, tratto
+dalla istoria russa. Lo scrisse in uno stile più purgato, più
+<span class="pagenum" id="Page_xvi">[xvi]</span>
+energico di quanto aveva scritto fino allora. Nondimeno il
+pubblico gustò poco questo nuovo capo-lavoro. Puschin
+provò molta afflizione di tale smacco. Per qualche tempo
+tenne broncio, poi si ritirò nella sua villa di Micailovschi.
+Lì si dilettò assai in vedere l’effetto che produceva
+tra quei buoni campagnoli. «Son divenuto l’oggetto della
+curiosità generale, dice in una sua lettera; <i>Munito</i>&#8205;<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> non
+ecciterebbe maggiore attenzione. Quell’originale di N. N.
+ha fatto credere a un branco di bambini, i quali domandavano
+che cosa fosse il Puschin, esser io un fantoccio
+di zucchero da dividersi in tanti pezzi al <i>dessert</i>. I bambini
+vennero colla speranza di mangiarmi a modo di confetto.»
+</p>
+
+<p>
+Puschin voleva svincolare la letteratura russa dalla
+imitazione straniera, e dal così detto stile classico. I numerosi
+fautori di questa scuola non gli potevano perdonare
+tale audacia, e gli mossero aspra guerra. Avvezzi a quell’antica
+schiavitù, rifiutavano la libertà che veniva loro offerta.
+Così i cani nati fra i ceppi amano le loro catene, e
+s’avventano con furore contro chiunque tenti di spezzarle.
+Simil sorte attende tutti i novatori, tutti coloro che dicono
+alle vili turbe: «Il giaciglio ove state è buio ed insalubre;
+venite fuori all’aria aperta e pura, al chiaro sole!» La
+gente li respinge a sassate. Vuol marcire nel covile in cui
+marcirono i suoi padri, e in quello vuole che marciscano i
+suoi figli.
+</p>
+
+<p>
+Si pubblicavano in San Pietroburgo molti giornali, alcuni
+dei quali pagarono al gran poeta il debito tributo di
+lode, ma i più, fosse ignoranza, fosse gelosia, lo criticarono
+e insultarono in modo sì sconcio e villano, che peggio non
+si poteva trattare un malfattore. Puschin, da vero gentiluomo
+e da vero letterato, non si degnò mai di rispondere alle
+contumelie di quella inetta ciurmaglia; nè forse mai gettò
+<span class="pagenum" id="Page_xvii">[xvii]</span>
+la vista su quei fogli schifosi, i cui insulti onorano, perchè
+dettati dall’invidia, e le cui lodi contaminano, perchè sempre
+sospette di venalità.
+</p>
+
+<p>
+Gli amici di Puschin però menarono sì gran rumore di
+quelle inique e incessanti aggressioni, che alla fine egli
+medesimo non potè a meno di accorarsene; mentre avrebbe
+dovuto andarne superbo, poichè il biasimo ingiusto è
+un omaggio che la stoltezza rende alla virtù; e, come dice
+Schiller,
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Das unrecht leiden schmeichelt grosse seelen.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+Verso il mese di marzo dello stesso anno 1829, sparve
+subitamente senza far parola a nessuno, e qualche settimana
+dopo la sua partenza, si intese con stupore che il
+gran poeta erasi trasferito all’esercito del Caucaso. Ognuno
+fece le sue congetture intorno a questo inaspettato viaggio;
+i più crederono che Puschin fosse ito a cercar nuove ispirazioni
+in quelle contrade longinque, dalle quali doveva
+tornare (dicevano) con un’ampia mèsse di nuovi poemi. Ma
+lo scopo suo non era precisamente tale, giacchè in una sua
+lettera di quel tempo trovasi questo passo:
+</p>
+
+<p>
+«Io ho veduto il popolano russo maneggiare la zappa:
+voglio vederlo maneggiare lo schioppo.»
+</p>
+
+<p>
+L’esercito marciava allora verso l’Armenia sotto il comando
+del conte Paschievice; Puschin ottenne dal generale
+il permesso di fare quella campagna in qualità di volontario.
+</p>
+
+<p>
+«Je suis, scrive Puschin, le seul pékin dans le camp;
+aussi nos soldats (de fameux durs à cuire, par parenthèse)
+me prennent pour un prêtre luthérien, ce qui ne
+contribue pas à me mettre en bonne odeur auprès de
+leurs orthodoxies.»
+</p>
+
+<p>
+Assistè all’assedio e alla presa di Cars e di Erzerum;
+fece varie escursioni nelle provincie circostanti; quindi
+<span class="pagenum" id="Page_xviii">[xviii]</span>
+tornò a San Pietroburgo, non già con un pacco di versi,
+come pretendevano i prognosticanti, ma con l’animo più
+sereno e più placido di quando era partito.
+</p>
+
+<p>
+Nel 1830, il barone Delvig suo amico fondò la <i>Gazzetta
+letteraria</i>. Puschin cooperò a questa pubblicazione,
+e in essa comparve come prosatore non più pseudonimo,
+inserendovi articoli di critica, i quali però non sembrarono
+degni della sua alta riputazione.
+</p>
+
+<p>
+Fralle sue carte di questa epoca si sono rinvenute alcune
+note scritte col lapis, due delle quali riporteremo
+nella lingua in cui furono estese, per saggio del suo stile
+nella sua seconda lingua materna.
+</p>
+
+<p>
+«Depuis quelque temps l’on commence à parler beaucoup
+de nationalité à propos de littérature, et l’on se plaint
+de l’absence de cet élément indispensable. Mais nul encore
+n’a songé à en faire une définition rationnelle. Les
+uns prétendent que la nationalité en fait de littérature, ou
+plutôt le <i>popularisme</i> dans la bonne acception du mot,
+consiste dans le choix des sujets tirés exclusivement de
+l’histoire du pays. D’autres la voient dans les mots, les
+tours de phrase, les expressions, c’est-à-dire qu’ils se réjouissent
+d’entendre parler le russe perdes Russes! Singulière
+découverte!
+</p>
+
+<p>
+»Le mérite du caractère national dans un écrivain ne
+peut être complètement apprécié que par ses compatriotes;
+pour les étrangers ce mérite n’existe pas, et peut
+même leur paraître un défaut et non une qualité. Un
+critique allemand se moque de la politesse outrée des
+héros de Racine; un français sourit en voyant la provocation
+brutale de Carion dans Caldéron.... Et pourtant
+tout cela porte le cachet national. Il y a une foule de
+traditions, d’usages, d’idées et même de sentiments qui
+appartiennent exclusivement à tel ou tel peuple. Le climat,
+le genre de vie, la religion, donnent à chaque peuple
+une physionomie qui lui est propre, et cette physionomie
+<span class="pagenum" id="Page_xix">[xix]</span>
+doit nécessairement se refléter plus on moins dans
+la poésie en Russie....»
+</p>
+
+<p>
+Qui finisce questa annotazione che ci rivela alcuni principii
+di Puschin in materia poetica. L’altra che abbiamo
+promesso di citare è politica.
+</p>
+
+<p>
+«.... La grande époque de la renaissance n’eut aucune
+influence sur la Russie. La secousse salutaire imprimée
+par les croisades n’exerça pas de réaction sur nos mœurs.
+Mais, en revanche, la Russie avait une haute prédestination....
+Ses plaines immenses engloutirent les forces des
+Mongols, et arrêtèrent les barbares aux confins extrêmes de
+l’Europe. Les Mongols n’osèrent s’aventurer plus loin, en
+laissant derrière eux la Russie, toute vaincue qu’elle était.»
+</p>
+
+<p>
+Sin dall’anno 1828, Puschin aveva conosciuta in Mosca
+la signorina Natalia Ganceroff, la cui bellezza veramente
+straordinaria colpiva tutti d’ammirazione. Un poeta
+non poteva essere insensibile a tante attrattive. Puschin
+ne fu vivamente commosso.
+</p>
+
+<p>
+Nel 1830, la corte si trasportò a Mosca. La presenza
+dell’imperial famiglia diede luogo a conviti, a feste di ballo,
+nelle quali spiccò quasi sola la bellezza di Natalia
+Ganceroff. Tutti ne parlavano con maraviglia. La
+fama di quel trionfo giunse alli orecchi di Puschin, il quale
+trovavasi allora in San Pietroburgo. Lasciò immantinente
+quella capitale e si recò a Mosca. Chi può sapere che sentimento
+s’impadronisse di lui in quel frangente, se l’amore,
+la gelosia o la vanità? Comunque sia, a’ dì 21 di aprile
+di quell’anno, Puschin chiese in isposa <i>la bella delle belle</i>,
+come egli la chiamava, e in quello stesso giorno essa gli
+veniva concessa.
+</p>
+
+<p>
+«Je voulais me livrer cette année-ci» dice egli ad un
+amico, «à des études philologiques, et me voilà dans la
+psychologie jusqu’au cou. J’étudie la <i>carte de Tendre</i>, et
+je file le parfait amour, ce qui prouve que l’homme propose
+et que la femme dispose!»
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_xx">[xx]</span>
+</p>
+
+<p>
+Dopo tre mesi di corteggiamento, Puschin lasciò Mosca
+per andar a prender possesso della villa di Boldino che gli
+era offerta in dono dalla sua famiglia in occasione del suo
+futuro matrimonio. Vi rimase quattro mesi, durante i quali
+mise in ordine le sue poesie, e ne compose alcune nuove.
+</p>
+
+<p>
+Il colera frattanto infieriva in Mosca ove stava la sua giovine
+sposa. Puschin non si mosse da Boldino. Si scusò dicendo
+che non era possibile di traversare i cordoni sanitari.
+Ma la verità si è che la Musa esercitava ancora un grande
+impero sul cuore di Puschin, e che egli era più idoneo alla
+vita celibe che alla vita coniugale.
+</p>
+
+<p>
+Le nozze furono celebrate in Mosca il dì 8 febbraio dell’anno
+1831. Un mese dopo, i nuovi sposi si domiciliavano
+a Zárscoie-Seló, e quivi incominciò Puschin a sentire le
+noie e i tormenti del matrimonio. Nelle sue lettere si lagna
+del suo nuovo stato, e in particolare della spesa enorme
+cui lo astringe.
+</p>
+
+<p>
+«Fais-moi savoir, de grâce,» scrive ad un amico «quelle
+est la quantité de viande nécessaire pour la nourriture de
+deux êtres humains dont l’un est un peu de la race des
+Péris (sua moglie), et l’autre très peu mangeur de sa nature.
+Mon Vatel&#8205;<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> consomme des quartiers de bœuf capables
+d’alimenter l’estomac de plusieurs Gargantuas. Tu me
+feras plaisir en m’apprenant aussi quelle est à peu près
+la quantité de sucre que peut consommer un modeste
+ménage. Madame ma sommelière prétend qu’il lui en faut
+une livre et demie pour les jours ordinaires, et autant,
+je crois, en plus pour les jours extraordinaires. J’engage
+ma belle Péri à meure sous clef thé et sucre, mais elle
+affirme qu’elle a bien assez de tenir sous clef ma personne.
+Je fais le gros dos à ce propos. Ici à Tsarsoe-Sélo
+je ne tiens pas équipage, et pourtant l’argent coule
+<span class="pagenum" id="Page_xxi">[xxi]</span>
+comme une fontaine: que sera-ce donc, mon Dieu! quand
+les quadrupèdes viendront se joindre aux bipèdes, pour
+manger au ratelier du poète?»
+</p>
+
+<p>
+Qualche tempo dopo gli era assegnato un impiego di
+cinque mila rubli all’anno, colla facoltà di consultare gli
+archivi di Stato. Puschin si valse di questo permesso per
+raccogliere i materiali ad una istoria di Pietro il Grande, di
+cui però non lasciò se non brevissimi squarci.
+</p>
+
+<p>
+Nello stesso luogo dimorava il poeta Giucovschi, già
+mentovato più sopra, col quale Puschin contrasse una amicizia
+la quale non dovea cessare che colla vita.
+</p>
+
+<p>
+Un altro intimo amico di Puschin, il barone Delvig,
+di cui fu già parlato, editore della <i>Gazzetta letteraria</i> e
+dei <i>Fiori del Norte</i>, morì il dì 14 di gennaio del 1831. Questa
+perdita immerse Puschin nella più profonda disperazione.
+Fra i molti ricordi che consacrò a Delvig, troviamo il seguente
+in una lettera:
+</p>
+
+<p>
+«J’ai connu Delvig au Lycée. Je fus témoin, le premier,
+de l’indicible développement de son âme poétique...
+Je lisais avec lui Derjavine et Joukovsky. Je m’entretenais
+avec lui de tout ce qui agite l’âme, de tout ce qui
+remue le cœur. Sa vie est riche non en évènements romanesques,
+mais en beaux sentiments, en confiance et en
+bon sens lumineux.»
+</p>
+
+<p>
+L’anno seguente, Puschin continuò i <i>Fiori del Norte</i>,
+a profitto della famiglia di Delvig, e vi inserì varie sue piccole
+poesie. Nel 1832, pubblicò un altro volume di quella
+raccolta, e fu l’ultimo. Nello stesso anno si diede con impegno
+allo studio dei documenti per la vita di Pietro il
+Grande. Le memorie relative al ribelle Pugacceff destarono
+in lui una sì viva curiosità, che determinò di trattare separatamente
+l’istoria di quella insurrezione, e tosto pose mano
+all’opera. Volendo poi dare al suo lavoro quel colorito
+di verità che risulta dalla perfetta cognizione non solo del
+carattere dei personaggi, ma bensì del teatro degli eventi,
+<span class="pagenum" id="Page_xxii">[xxii]</span>
+si trasferì, nel 1833, nella Russia orientale per visitare i
+luoghi illustrati dalle lotte e dalla sconfitta del famoso settario.
+La monografia della ribellione di Pugacceff comparve
+nel 1834.
+</p>
+
+<p>
+Nel 1836, Puschin fu nominato gentiluomo di camera
+dello Zar Nicolò; ma la perdita di sua madre, succeduta poco
+dopo, gli amareggiò tal piacere. Accompagnò quella sacra
+spoglia al cimitero di Sviatogorschi, e, quasi presago della
+propria prossima fine, egli segnò, accanto alla fossa della
+cara genitrice, il posto ove voleva essere seppellito.
+</p>
+
+<p>
+Tutti i biografi stendono un velo sulle cause della morte
+di Puschin. Ci è dunque forza imitare in parte il loro silenzio.
+Ci contenteremo di notare che Puschin, a dritto o a
+torto, credendosi tradito dalla consorte, sfidò in duello colui
+ch’egli sospettava d’avergli rapito l’onore, e in quel
+duello ricevè una insanabile ferita. Trasportato nella sua
+dimora, visse ancora due giorni in mezzo ad atroci torture.
+</p>
+
+<p>
+Il poeta Giucovschi, testimone degli ultimi momenti
+di Puschin, ne scrisse una narrazione circostanziata, di cui
+riferiremo la conclusione.
+</p>
+
+<p>
+«La mattina del 27 (gennaio 1837), disse al dottore
+Spaschi: «Mia moglie! chiamate mia moglie!» Poi volle
+vedere i figli. Dormivano; gli furono arrecati mezzo immersi
+nel sonno. Li guardò l’un dopo l’altro con attenzione
+e in silenzio; pose loro la destra sul capo, li benedisse,
+e accennò che si riportassero via. «Chi è qui?» domandò
+poi. Gli fu risposto: «Viasemschi e Giucovschi...» — «Fateli
+approssimare,» sclamò con voce bassa e fioca,
+Io presi la sua mano e la baciai, ma non potei far parola,
+e mi allontanai. Mi richiamò a sè: «Di’ all’imperatore»
+soggiunse, «che mi rincresce di morire; che sarei stato
+tutto suo. Digli che gli auguro un lungo regno, e che
+bramo sia sempre contento di suo figlio, contento della
+Russia!» Poi disse addio al principe Viasemschi. Il conte
+<span class="pagenum" id="Page_xxiii">[xxiii]</span>
+Vielhorschi s’avvicinò allora, e Puschin gli strinse la mano.
+Sentiva la morte accorrere a gran passi; si affrettava di
+prender commiato dagli amici. Si tastò il polso, e disse:
+«La morte s’appressa....»
+</p>
+
+<p>
+»Allorchè si sparse per la città la notizia che Puschin
+stava in pericolo di morte, l’anticamera dell’appartamento
+si empì di gente. Era un flusso e riflusso continuo
+di persone d’ogni ceto che venivano ad informarsi
+dello stato di salute del gran poeta. Chi non poteva venire
+da per sè, mandava il servitore. Regnava una afflizione,
+un lutto generale nella città. Tutti prendevano
+una parte sincera al nostro cordoglio, e molti ne piangevano.
+Nè gli stranieri domiciliati in San Pietroburgo manifestarono
+meno simpatia dei Russi medesimi. In noi
+era naturale l’angoscia; ma essi come mai la dividevano?
+È facile la risposta. Tutti gli animi cólti son concordi in
+ammirare l’ingegno, e quando lascia questa terra anzi
+tempo, tutti lo piangono come un fratello diletto. Puschin
+non apparteneva alla Russia sola, ma al mondo intero;
+quindi è che tanti forestieri deploravano la sua precoce
+fine, con rammarico eguale al nostro.
+</p>
+
+<p>
+»Puschin mandò il dottor Dal a confortar sua moglie,
+sebbene egli stesso non avesse più nessuna speranza.
+Una volta domandò a Dal: «Che ora è?» Poi soggiunse:
+«Quanto tempo.... dovrò ancora.... soffrire!... Oh! per
+pietà.... più presto....» E ripeteva sovente: «Finirà in
+breve?... più presto per pietà!...» Ma in totale tollerò i
+suoi patimenti con una rassegnazione mirabile. Quando li
+spasimi divenivano troppo acuti, si torceva le mani, e
+mandava un sospiro, ma così basso che appena si poteva
+udire. «Ti convien soffrire molto, amico,» diceva Dal;
+«ma non trattenere i sospiri; ti faranno bene.» — «No,»
+replicava Puschin interrompendolo; «non voglio.... gemere....
+mia moglie.... mi sentirebbe.... non voglio lasciarmi
+vincere.... dal dolore....»
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_xxiv">[xxiv]</span>
+</p>
+
+<p>
+»Escii alle cinque della mattina, e tornai due ore dopo.
+Sembrandomi che avesse passato la notte con bastante
+calma, io sperava di trovarlo migliorato. Ma quando
+arrivai fui crudelmente disingannato. Arendt (altro amico
+di Puschin) mi assicurò che non compirebbe la giornata.
+Di fatto, il polso s’affievoliva di minuto in minuto; le
+mani divenivano fredde. Teneva gli occhi chiusi; di quando
+in quando alzava la destra per prendere del ghiaccio e
+fregarsene la fronte. Verso le due pomeridiane aprì li
+occhi, e domandò della conserva di lamponi. Gliene recarono
+una tazza. «Chiamate mia moglie,» sclamò con
+voce sonora; «ditele che mi faccia mangiare.» Essa venne,
+si pose ginocchioni a capo del letto, gli porse una
+cucchiaiata di conserva, e appoggiò la sua fronte su quella
+del moribondo. Puschin l’accarezzò dicendo: «Via, via,
+non sarà nulla; sto meglio, grazie a Dio; ritirati.» La
+quiete con che parlò, illuse la povera donna che si allontanò
+raggiante di gioia. «Ora,» disse al dottore Spaschi,
+«sta meglio.» In quel punto cominciava l’agonia. Eravamo
+tre intorno al letto: Vielhorschi, Turghenieff ed io. Dal
+mi disse all’orecchio: «Egli si spenge.» Con tutto ciò,
+serbava ogni sua facoltà intellettuale. Una volta stese la
+mano a Dal, e gliela strinse dicendo: «Alzami; più su;...
+più su....» Dal lo prese per le spalle, e lo tenne alzato;
+allora aprì gli occhi; rasserenò il sembiante e gridò: «Ho
+finito di vivere!» E lo ripetè, soggiungendo: «Non posso
+respirare; mi sento soffocare!» Furono queste le sue
+parole estreme. Tenevo lo sguardo fisso sopra di lui, e
+osservai che gli si gonfiava il petto. Volevo cogliere il suo
+ultimo sospiro sulle sue labbra; ma mi sfuggì. Puschin
+pareva dormire, ed era passato di vita senza che ce ne
+accorgessimo. Scorsero due minuti di profondo silenzio,
+dopo i quali chiesi: «Come sta?» — «È spento,» rispose
+Dal.
+</p>
+
+<p>
+»Erano le due e tre quarti pomeridiane del giorno 29 di
+<span class="pagenum" id="Page_xxv">[xxv]</span>
+gennaio.... Fortunatamente pensai a far modellare in
+gesso il suo volto. I lineamenti non erano cangiati. L’espressione
+della fisionomia non era quella del dolore, ma
+bensì d’un sonno placido e felice. Quel giorno andai a desinare
+dal conte Vielhorschi, nella cui casa trovavansi
+tutti coloro che avevano assistito agli ultimi momenti di
+Puschin. Puschin stesso era stato invitato a quel pranzo,
+ordinato dal conte per celebrare l’anniversario della mia
+nascita. La seguente mattina, collocammo il corpo del
+poeta nel feretro, nel quale rimase esposto per ventiquattro
+ore. Più di dieci mila persone vennero a visitarlo:
+alcune lacrimavano; altre si fermavano estatiche a contemplarlo.
+Quella fredda immobilità da una parte, quella
+confusa agitazione dall’altra, quelle preghiere, quei lamenti
+in mezzo a quel tumulto, formavano un contrasto
+singolare, ed istillavano nel cuore una dolce e misteriosa
+melancolia. Il dì primo di febbraio, il corpo fu condotto
+alla chiesa delle Scuderie Imperiali, nella quale ebbe
+luogo la funzione funebre. I più illustri personaggi della
+capitale, e molti ambasciadori delle potenze estere, vollero
+essere presenti. Il terzo giorno ci adunammo per
+l’ultima volta intorno a quelle care reliquie; fu cantato
+l’offizio; fu deposto il feretro in una slitta che partì a
+mezza notte. La seguii per qualche tempo cogli occhi al
+lume di luna; poi svoltò una cantonata, e persi di vista
+per sempre tutto quello che in Puschin era terrestre.
+</p>
+
+<p>
+»La slitta attraversò il borgo di Micailoschi, e passò
+davanti alla piccola villa di Boldino nel governo di Pscoff,
+e sotto ai due pini che il poeta ha cantati.&#8205;<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> Giunse al
+convento di Sviatogorschi la sera del 5 febbraio. Il dì seguente,
+i monaci cantarono l’offizio, e inumarono il
+corpo nel terreno scelto dal poeta medesimo, presso alla
+fossa di sua madre.»
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_xxvi">[xxvi]</span>
+</p>
+
+<p>
+Chiunque leggerà nel poema d’<i>Eugenio Anieghin</i> la
+storia dell’infelice poeta Vladimiro, ucciso in duello dall’amico,
+sul fior degli anni, non potrà a meno di vedere
+in quella tragica fine come un presentimento e quasi una
+predizione della fine riserbata dalla sorte al nostro Puschin.
+Quasi tutte le circostanze di quel racconto concordano con
+quelle, purtroppo reali, della catastrofe qui sopra da noi
+accennata. Con giusta ragione, dunque, credevano gli antichi
+essere i poeti anche profeti.
+</p>
+
+<p>
+Byron morì di trenta otto anni e tre mesi; Puschin, di
+trentasette e otto mesi. Somigliò al bardo inglese nell’animo
+irrequieto, nello stile impetuoso come l’animo, nella
+vita errante, nella precoce morte.
+</p>
+
+<p>
+Fu certamente uno dei più potenti ingegni poetici
+di questo secolo, illustrato da Schiller, Gœthe, Byron,
+Moore, Manzoni, Lamartine e Vittorio Hugo. Non gli mancò
+che di vivere in un clima meno aspro, in una società più
+pittoresca, in un paese più libero, per dare alla sua fantasia
+tutto quello slancio di cui era capace; mentre, nelle
+condizioni in cui visse, dovè comprimerla sovente, come
+appare pur troppo in molti passi dei suoi scritti mutilati
+dalla censura.
+</p>
+
+<p>
+Nessuno prima di lui aveva maneggiato la poesia russa
+con quella disinvoltura e quella facilità che è uno dei distintivi
+della vera ispirazione. Troppo impaziente per limare
+attentamente i suoi versi, riesce talvolta negletto, ma non
+mai languido nè freddo. Il suo stile è sempre chiaro e
+limpido come un cristallo; qualità rara prima di Puschin,
+e di cui va debitore al suo grande amore della lingua francese,
+nella quale niente di oscuro può entrare. La stessa
+qualità attinse Gœthe alla stessa fonte.
+</p>
+
+<p>
+L’azione dei poemi di Puschin è semplicissima. Così
+è in molti capo-lavori antichi e moderni, nell’<i>Iliade</i>, nell’<i>Odissea</i>,
+nell’<i>Eneide</i>, nel <i>Fausto</i>, nel <i>Paolo e Virginia</i>,
+nel <i>Don Juan</i>. L’interesse del racconto non risulta dalla
+<span class="pagenum" id="Page_xxvii">[xxvii]</span>
+moltiplicità delle peripezie, dalla complicazione dell’intreccio,
+ma bensì dall’abile svolgimento d’una o due situazioni
+principali, dalla maestria colla quale il poeta delinea i caratteri,
+analizza le passioni, descrive gli accessorii. Questi
+pregi essenziali possedeva Puschin in altissimo grado, ed
+essi risplendono in tutti i suoi lavori.
+</p>
+
+<p>
+Non sembrami fondata l’opinione di alcuni critici che
+dichiarano Puschin un servile imitatore di Byron. Certamente
+l’influenza di Byron è manifesta nelli scritti del
+poeta russo, ma essa non vi predomina mai a segno di togliergli
+la sua libertà d’azione e d’inceppargli le ali; è un
+vento che lo sorregge nel suo volo ma che non lo trascina
+mai contro il suo volere.
+</p>
+
+<p>
+I Greci, per più secoli, protetti dalla sorte, liberi ed
+opulenti, vincitori dei barbari invasori, si diedero a cantare
+non già le doglie, ma i diletti della esistenza; non già
+le bellezze del mondo invisibile, ma quelle del mondo visibile
+pieno per essi di ninfe e di dei, di mirti ed allori.
+La loro poesia era la poesia della vita.
+</p>
+
+<p>
+Fra gli orientali avvolti in continue calamità, ebbe origine
+la contemplazione solitaria (<i>rêverie</i>). Fra essi per la prima
+volta risuonarono quelle parole tremende: «Maledetto
+il giorno in cui fui generato! Sia quel giorno cancellato
+dal numero dei giorni!...» Dai lamenti di Giobbe e di
+Geremia derivò la poesia della disperazione, del disprezzo
+d’ogni cosa mondana, la poesia delle rovine e della morte;
+quella poesia infine che senza posa mostra all’uomo il sepolcro
+spalancato. Ma mentre Giobbe in mezzo alle tenebre
+del dubbio e del dolore fa risplendere l’autorità d’un Dio
+onnipotente e benefico, i poeti della melancolia sopprimono
+quasi del tutto quell’alta intervenzione e abbandonano
+l’uomo a sè stesso su questo suolo deserto composto delle
+nostre ceneri e intriso delle nostre lacrime. Tale è l’impressione
+che ti lasciano nell’animo le <i>Confessioni</i> di Rousseau,
+il <i>Werther</i> di Gœthe, il <i>René</i> di Chateaubriand, il
+<span class="pagenum" id="Page_xxviii">[xxviii]</span>
+<i>Childe Harold</i> di Byron. Vi sono poi quelli che levato via
+il principio del bene vi sostituiscono a dirittura il principio
+del male e fanno l’uomo un vil ludibrio d’una cieca ed iniqua
+fatalità. Da tale atroce teoria procedono il <i>Candido</i> di
+Voltaire, il <i>Don Juan</i> di Byron.
+</p>
+
+<p>
+Puschin non trascorre in tali eccessi. La sua Musa è
+piuttosto ilare che mordace, piuttosto graziosa che grave.
+Il suo <i>Eugenio Anieghin</i>, che a prima vista sembra partecipare
+assai del <i>Don Juan</i>, somiglia, ora ad un leggiadro idillio,
+ora ad una festosa novelletta, e quel c’ha di tragico è condito
+di tanta amenità che non t’inspira orrore.
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+Prima di chiudere questo preambolo, fa d’uopo ch’io dia
+alcuni schiarimenti intorno alla mia traduzione. Quando si
+tratta d’un libro greco o latino, il traduttore è astretto a una
+esattezza scrupolosa, perchè ogni scritto di quei tempi è un
+monumento prezioso per la scienza, più ancor che per le
+lettere. Ma quando si tratta d’un autore moderno, il traduttore,
+credo, può prendere qualche licenza col testo per
+renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho
+aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena
+adombrato dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti
+inutili che facevano inciampo all’andatura del racconto; ho
+trasposto alcune particolarità che il poeta russo non aveva
+collocate nel loro ordine logico.
+</p>
+
+<p>
+Darò qui due esempi delle libertà da me prese.
+</p>
+
+<p>
+Nella strofa seconda del capitolo quarto del poema
+d’<i>Eugenio Anieghin</i>, il poeta dice:
+</p>
+
+<p>
+«La brina&#8205;<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> ingemma i prati e screpola sotto i passi
+del camminante. (Il lettore s’aspetta forse che io metta
+alla rima alcune <i>rose</i>;&#8205;<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> ma se le porti il diavolo).»
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_xxix">[xxix]</span>
+</p>
+
+<p>
+Questa parentesi che è graziosa in russo, riesce in italiano
+una freddura. Ho dunque creduto bene di ometterìa.
+</p>
+
+<p>
+Il poema della <i>Fontana di Bakcisarai</i>, comincia in questo
+modo:
+</p>
+
+<p>
+«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra
+fuma nella di lui bocca. I vili cortigiani s’affollano
+silenziosi intorno al minaccioso khan. <i>La calma regna
+nel palazzo</i>; tutti con rispettosa attenzione spiano ec.»
+</p>
+
+<p>
+Ho tradotto nel seguente modo:
+</p>
+
+<p>
+«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra
+fuma nella di lui bocca. La calma regna nel palazzo;
+i vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al minaccioso
+khan. Tutti ec.»
+</p>
+
+<p>
+Evidentemente, quella circostanza della <i>calma</i> va dove
+l’ho collocata io; perchè dove l’ha messa il poeta genera
+confusione, e interrompe senza utilità il corso del racconto.
+</p>
+
+<p>
+Puschin nell’<i>Eugenio Anieghin</i> descrivendo i costumi
+della società galante, adopra un gran numero di voci francesi.
+Le ho mantenute nella mia traduzione perchè la maggior
+parte di esse sono note a tutti i lettori e usate anche
+in Italia nel discorso familiare. Il poeta vuole evidentemente
+deridere il linguaggio dei <i>dandy</i> imitandolo.
+</p>
+
+<p>
+Solamente dopo finita questa traduzione, intesi che due
+poemi di Puschin: <i>Il prigioniero del Caucaso</i> e <i>La fontana
+di Bakcisarai</i>, sono stati recati in versi italiani dal signor
+marchese Boccella. Ma per quanta diligenza abbia usata,
+non m’è venuto fatto di incontrare quel volume.
+</p>
+
+<p>
+Alcuni pezzi lirici del Puschin egregiamente volti in
+italiano dal signor Ignazio Ciampi, comparvero, l’anno
+scorso, in un volumetto stampato nella tipografia Le Monnier.&#8205;<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_xxxi">[xxxi]</span>
+</p>
+
+<h2 title="Cenno sulla lingua russa">&nbsp;</h2>
+</div>
+
+<p>
+Forse un cenno intorno alla lingua russa non riescirà
+discaro ai lettori dei racconti di Alessandro Puschin.
+</p>
+
+<p>
+Ad eccezione del Turco, del Finnico, dell’Ungherese
+e del Basco, tutte le lingue europee derivano dal Sanscrito,
+antico idioma indiano. Queste lingue erano nell’origine
+cinque o sei sole, che poi si suddivisero in infiniti dialetti.
+Ecco un breve quadro sinottico della famiglia:
+</p>
+
+<table class="ag">
+ <tr>
+ <td colspan="3"><b>Sanscrito</b>.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Celtico.</i></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Erso.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Irlandese.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Gaelico ec.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Greco.</i></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Dorico.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Attico.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Ionio.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Eolico ec.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Romaico ossia greco moderno.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Latino.</i></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Etrusco ed ombro.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Osco.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Provenzale. Italiano. Spagnuolo. Portoghese. Vallacco. Francese ec.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Gotico e Teutonico.</i></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Svedese.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Danese.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Tedesco.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Orlandese.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Inglese ec.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td colspan="2" class="bl"> <i>Slavone.</i></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Lituano.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Russo.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Illirico.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Pollacco.</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>&nbsp;</td> <td class="bl">&nbsp;</td> <td class="bl">Boemo ec.</td>
+ </tr>
+</table>
+
+<p>
+In tutte queste lingue le radici primordiali sono le
+stesse; il sistema di declinazione e di coniugazione è lo
+stesso; il metodo di derivazione e di composizione è lo
+stesso. Chi dubitasse di tal verità consulti le opere ove se
+ne trova la dimostrazione, e in ispecie: la <i>grammatica comparativa</i>
+di Francesco Bopp, le <i>Ricerche etimologiche</i> di
+Federico Pott, il Sunto di questi lavori, fatto dall’Eichhoff
+nel libro intitolato <i>Parallèle des langues de l’Europe et de
+<span class="pagenum" id="Page_xxxii">[xxxii]</span>
+l’Inde</i>, e finalmente il mio libro: <i>La langue française dans
+ses rapports avec le sanscrit et avec les autres langues indo-européennes</i>.
+</p>
+
+<p>
+La lingua russa deriva direttamente dallo slavone. Non
+v’è mischiato nessuno altro idioma, e presenta in ogni sua
+parte un carattere omogeneo, regolare, armonico, che manca
+a molti idiomi moderni più coltivati e più illustri.
+</p>
+
+<p>
+Per la declinazione, la lingua russa e la pollacca sono
+le sole europee che possano gareggiare col latino. La lingua
+russa non conosce li articoli, quel flagello dei dialetti
+neo-latini; esprime le relazioni dei vocaboli fra loro, a
+forza di desinenze come il Latino e il Sanscrito. Il Sanscrito
+ha otto casi: il <i>nominativo</i>, l’<i>accusativo</i>, l’<i>instrumentale</i>,
+il <i>dativo</i>, l’<i>ablativo</i>, il <i>genitivo</i>, il <i>locativo</i>, il <i>vocativo</i>. Il
+russo e il pollacco ne hanno sette: il <i>nominativo</i>, l’<i>accusativo</i>,
+l’<i>instrumentale</i>, il <i>dativo</i>, l’<i>ablativo</i>, il <i>genitivo</i>, il
+<i>vocativo</i>. Il latino ne ha sei: il <i>nominativo</i>, l’<i>accusativo</i>, il
+<i>dativo</i>, l’<i>ablativo</i>, il <i>genitivo</i>, il <i>vocativo</i>. Il greco ne ha
+cinque: il <i>nominativo</i>, l’<i>accusativo</i>, il <i>dativo</i>, il <i>genitivo</i>,
+il <i>vocativo</i>. La coniugazione sanscrita è molto ricca e complicata:
+la greca sola le può stare a confronto: la latina è
+povera in paragone di quelle, e la russa e la pollacca sono
+ancor più povere della latina; ma suppliscono ai tempi che
+loro mancano, mediante gli ausiliari <i>avere</i> ed <i>essere</i>. Ciò
+nondimeno la lingua russa e la pollacca sono di tutte le
+europee le più alte a tradurre i testi latini con una concisione
+che gli altri idiomi, carichi di articoli, di particelle,
+di ausiliari, non possono raggiungere.
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p>
+
+<h2 id="caucaso">IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO.</h2>
+</div>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
+</p>
+
+<h3>I.</h3>
+
+<p>
+I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle
+soglie dell’<i>aúl</i>.&#8205;<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a> I loro ragionamenti versano intorno
+ai pericoli della guerra, alla bellezza dei destrieri,
+alle delizie della vita alpestre; narrano le loro incursioni
+nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro
+sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi
+de’ loro accorti capitani, la distruzione dei
+borghi incendiati e le tenere carezze delle captive
+dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo al
+silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori.
+Ma tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere
+che strascina dietro a sè un giovine prigioniero
+legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il Circasso
+vincitore. A quel grido tutto l’accampamento
+accorre in furia, e ogni cuore freme di vendetta. Il
+prigioniero muto, intirizzito, giace immobile colla testa
+bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non
+bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte
+sembra che già imbruni la di lui faccia e un feral
+gelo gli serpe per l’ossa.
+</p>
+
+<p>
+Rimane steso a terra, abbandonato e solo. Verso
+mezzo giorno, una lieta scintilla di sole gli irradia la
+<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
+fronte: ristorato da quel dolce calore, si sente rinascere,
+e pian piano solleva dal suolo il debil fianco;
+gira lentamente gli occhi intorno, e ovunque li fissa,
+niente altro distingue che monti inaccessibili, asilo
+d’un popolo di predoni, riparo e rôcca naturale dei
+Circassi. Serba appena una imagine confusa dell’accaduto;
+ma ode tintinnire le catene che gli gravano
+i piedi: quell’orribil suono gli richiama a mente
+la sua condizione funesta; e allora, più non scorge nè
+terra nè cielo. Addio, cara e santa libertà! Egli è
+schiavo.
+</p>
+
+<p>
+Ha per covile un recinto di pali fortissimi, contiguo
+alle capanne dei masnadieri. I Circassi vagano
+per la pianura; l’<i>aúl</i> è vuoto d’abitanti; nessuno
+osserva il giovine Russo. Dinanzi a lui schiudonsi le
+profonde valli del Caucaso ammantate di verdeggianti
+selve; al di sopra schieransi in anfiteatro i gioghi e le
+guglie irte di ghiaccio. Un sentiero tristo e solingo sale
+e scende su quelle pendici, e svanisce per quelle foreste.
+A tal vista, il petto dell’infelice palpita commosso
+da violenti affetti.... Quel sentiero conduce in Russia,
+nella contrada ove altero, avventuroso, passò i
+più belli anni suoi; ove assaporò le prime gioie della
+vita, ove amò tanto, ove tanto soffrì, ove, finalmente,
+dopo aver lasciato nel vortice delle passioni la speranza,
+l’allegria, il desiderio, recuperò una seconda
+volta le illusioni dell’età fiorita. Adesso egli conosce
+gli uomini, e sa valutare a dovere questa nostra fugace
+esistenza. Fra i fiori dell’amicizia ha incontrato il
+laccio del tradimento; nel nappo dell’amore ha sorbito
+un veleno; ludibrio d’una vanità ch’egli pur da gran
+tempo aborriva, bersaglio della maldicenza bifida e
+<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
+della onesta calunnia, egli lasciò il patrio nido, e
+apostata della società, spiegò l’ali verso una riva longinqua,
+colla libertà per guida e per compagna.
+</p>
+
+<p>
+Ma ormai son caduti nel nulla tutti i suoi progetti,
+le ultime sue illusioni son andate fallite: egli
+è schiavo. Posa il capo sopra un masso che indorano li
+estremi riflessi del crepuscolo vespertino, e aspetta la
+morte. Già la luce del giorno è spenta. Uno strepito
+tumultuoso sorge in lontananza; i malandrini riedono
+agli <i>aúl</i>, armati di falci. La brace sfavilla nei focolari;
+a poco a poco il rumore si va placando, la calma e
+il riposo occupano la terra. La luna dirada l’oscurità
+e a quel tremolo bagliore l’occhio discerne nella valle
+un ruscelletto che saltella spumante di balza in balza,
+e le nuvole che s’attorcono qual turbante alle vette
+serene dei monti. Ma chi s’avanza con passo cauto
+e lento sotto la face dell’astro notturno? Il Russo si
+desta; vede una fanciulla circassa che a lui s’appressa;
+la mira con mestizia, ed esclama: “È un
+sogno quel ch’io miro, è una larva suscitata dalla mia
+delirante fantasia?”.... Col bel volto suffuso d’un
+sorriso di simpatia la vergine s’inginocchia accanto
+al prigioniero, e gli mesce una tazza di <i>kumi</i>&#8205;<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> rinfrescante.
+Egli afferra la tazza, ma non pensa a gustarne;
+sugge invece i soavi raggi che piovono da
+quei begli occhi, e invaghito della vezzosa incognita,
+si affatica, ma indarno, di comprendere i suoni che vibrano
+su quelle rosee labbra. Non penetra il senso
+delle parole non udite avanti, ma capisce bensì la
+grazia di quello sguardo, il rossore di quelle guance,
+<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
+l’intonazione di quella voce che gli dice: “Coraggio!”
+Già il prigioniero si sente meno sconsolato.
+Gli si ravvivan le forze; erge il capo languido, e
+appaga l’ardente sete nella bevanda offertagli. Poi
+ricompone la testa sopra il sasso; ma non rimuove più
+la vista dalla gentil donzella, la quale sen sta a lungo
+seduta accanto a lui per confortarlo; e sebben egli
+non possa intenderla, pure essa segue a parlargli e
+parlandogli sospira; e i di lei biondi cigli s’imperlano
+di lacrime.
+</p>
+
+<p>
+Il tempo passa come onda. Il prigioniero incatenato
+mena i giorni pei monti custodendo la greggia.
+Il gelido arco d’una grotta lo difende dagli ardori del
+sole; e quando l’eburnea luna sorge sui colli, la gentil
+verginella, sboccando da un sentiero coperto e misterioso,
+gli arreca del <i>kumi</i>, del miele e della candida
+farina di miglio; divide seco lui quel pasto clandestino,
+e frattanto contempla assiduamente lo straniero. Finita
+la cena, gli modula le canzoni della Georgia; gli
+spiega coi gesti i termini che gli riescono oscuri, e fa
+di tutto per imprimergli nella mente qualche parola
+circassa. Essa ama per la prima volta, per la prima
+volta prova la voluttà; ma il Russo non può corrispondere
+a quell’affetto ingenuo, leale, sviscerato;
+forse teme di raccendere una antica fiamma da gran
+tempo sopita. La gioventù non fugge improvvisamente,
+la virtù sua non ci abbandona a un tratto, e
+spesse volte in età matura godiamo un diletto inaspettato:
+ma non ti ritroviamo mai più, cara illusione
+del primo amore, delirio celeste della prima passione;
+no, tu non torni più mai.
+</p>
+
+<p>
+Il prigioniero dissimulava il rammarico della sua
+<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
+perduta libertà, e sembrava essersi per disperazione
+rassegnato al suo nuovo e crudel destino. Durante
+le fresche ore mattutine, egli si reca a stento
+fra gli ispidi scogli; getta l’avido sguardo sulle lontane
+schiene dei monti grigi, cerulei, biondeggianti,
+maraviglioso quadro dipinto dalla natura. Le loro
+ardue sommità gli appariscono quai troni delle nevi
+eterne e delle tempeste. Framezzo a quei vertici sublimi
+spiccasi l’Elboro, colosso bicipite, cinto d’un
+diadema di gelo il cui splendore gareggia col chiaror
+degli astri. Allorchè scoppiavan le saette e rimbombava
+la voce del tuono mista a quella dei turbini, oh
+quante volte il prigioniero si fermò immobile sul cucuzzolo
+d’un poggio che sovrastava all’<i>aúl</i>! Le nubi
+fluttuavano come mare sotto ai suoi piedi; una colonna
+di polvere rotava per la steppa; il cervo impaurito
+ricoveravasi nelle caverne; le aquile si libravano
+inquiete intorno ai precipizi, e assordavano l’eco
+con acuti schiamazzi; il calpestío dei cavalli, il
+muggito degli armenti, facevan coro al suon della
+bufera. La grandine e la pioggia scrosciavano
+sui prati pei fori delle nuvole indorate dallo splendor
+dei lampi; mille torrenti, nati in un momento sulle
+groppe dei monti, squarciavano il terreno in ogni
+dove, e rovinavano abbasso levando seco ingenti
+blocchi di granito.... Il prigioniero frattanto solo sulle
+alture dietro il nembo e la folgore, aspettava che riedesse
+il sole apportator di calma, e ascoltava con
+secreto diletto l’impotente furore della burrasca.
+</p>
+
+<p>
+Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli
+i costumi di quei popoli, le loro pratiche religiose, il
+loro modo d’educazione. Ammirava la semplicità,
+<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
+l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari. L’incantava
+la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità
+dei loro passi, la robustezza delle loro braccia; si
+compiaceva in vedere il giovine circasso, il quale,
+colla berretta a punta sulla testa, colla <i>burca</i>&#8205;<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> sulle
+spalle, incurvando il petto sul pomo della sella, assettando
+il piccol piede nelle staffe, varca i deserti illimitati
+sull’ali d’un destriero, e così s’indura da
+fanciullo ai pericoli della vita errante del bandito. Il
+Russo esamina con curiosità l’abbigliamento bellico
+di quegli eroi selvaggi. Ogni Circasso va irto di ferro;
+nell’armi sue ripone egli il suo onore e il suo
+bene; sempre ha indosso una maglia, un archibugio,
+una faretra, una balestra, uno stiletto, un laccio, e
+una sciabola compagna fedele delle sue fatiche e dei
+suoi riposi. Tale peso è per lui lieve, e porta quelli
+attrezzi in modo, che nemmen quando egli cammina
+fanno il minimo rumore. Fante o cavaliere, ogni
+Circasso ha aspetto truce e indomito, e combatte
+senza posa i neghittosi Cosacchi. Il Circasso ha per
+tesoro e per amico costante e paziente il suo corsiero,
+figlio dei più belli stalloni dell’Asia. Con questo si
+appiatta in un antro o fra l’erba fitta; tutto a un
+tratto, si slancia come fulmine sul viandante; in men
+che nol dico, abbatte l’infelice, gli avvolge un laccio
+al corpo, e dietro se lo tira a traverso i burroni e i
+dirupi. Il cavallo tocca terra col ventre; si fa strada
+dappertutto, per le paludi, per le macchie, pei dumeti,
+pei greppi e per le frane: una striscia di sangue
+segna i luoghi ove passa. Ecco, cápita a un torrente
+<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
+che trabocca: ma non perciò s’arresta; s’avventa
+impavido nel baratro spumoso, e il prigioniero immerso
+in seno alla voragine assaggia l’acqua torbida,
+e invoca la morte a liberarlo da tanti mali. Ma il vigoroso
+cavallo ha già raggiunto la riva e già riprende
+il suo corso a traverso il deserto.
+</p>
+
+<p>
+Alcune volte il Circasso ferma uno stipite
+sbarbicato che nuota in preda alle acque; e quando
+il cupo drappo della notte involve i colli, l’avventuriere
+depone sulle radici, o appende ai rami degli alberi
+circostanti la targa, la <i>burca</i>, la lorica, l’elmo,
+e non serba presso sè che il turcasso e l’arco; quindi
+entra pian piano e con risoluzione nelle rapide onde.
+La terra tace; il fiume ferve e rugge; il tronco galleggiante
+sen porta, come navicella, l’animoso sgherro.
+I Cosacchi sparsi sulle sponde e sulle erte, appoggiati
+alle aste, considerano il torrente scevri d’ogni
+sospetto, e già l’omicida sta loro vicino e li minaccia.
+A che pensi, o Cosacco? Riepiloghi forse le tue
+antiche prodezze, le veglie nei bivacchi, le preghiere
+alzate al cielo avanti la lotta per la patria? O rimembranze
+perfide!... Addio i liberi villaggi, il tetto paterno,
+il maestoso Tanai, le zuffe ardenti e le belle
+fanciulle! Il barbaro nemico già ti adocchia; la freccia
+scocca dall’arco, parte, sibila.... e il misero Cosacco,
+ferito a morte stramazza al suolo. Ma quando
+imperversano gli elementi, il Circasso se ne sta tranquillo
+colla sua famiglia accanto al focolare acceso;
+e allora, se il viandante stanco, sorpreso dalle tenebre,
+entra nel tugurio del guerriero e si asside
+sopra uno scanno, il padrone si rizza per far lieta accoglienza
+al forestiero, gli augura la buona venuta,
+<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
+e gli fa empire una ciotola di <i>tcikir</i>&#8205;<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> odoroso. Lo straniero
+imbacuccato nel suo gabbano stillante di pioggia,
+riposa in sicurezza nella casipola affumicata, e,
+la mattina seguente, lascia con rincrescimento il
+queto ospizio ove ha pernottato.
+</p>
+
+<p>
+Fu un tempo in cui i giovani si adunavano per
+festeggiare il santo Beiram con mille giochi diversi.
+Ora, dividendo fra loro un turcasso pieno,
+trafiggevano coi pennuti strali l’aquila spaziante
+fralle nubi; ora, al cenno convenuto, piombavano
+impetuosi dal sommo di un colle, e come daini che
+radono appena il piano, correvano tutti a gara pei
+campi polverosi.
+</p>
+
+<p>
+Ma la pace monotona genera tedio nei cuori
+nati alle battaglie; e non di rado fra i divertimenti dei
+giorni d’ozio sorgevano tremende contese. Spesse
+volte in mezzo ai tripudi ed ai banchetti si vedevan
+balenar le scimitarre, e le teste degli schiavi rotolare
+a terra fra gli applausi feroci dei fanciulli.
+</p>
+
+<p>
+Il Russo si contentava d’assistere a quei sanguinosi
+scherzi, ma non vi prendeva parte. Anche egli
+avea provato la febbre della gloria e ambito una illustre
+fine. Martire d’un onore spietato, anche egli
+avea veduto la morte da vicino, esponendosi con calma
+e con fermezza alle palle micidiali dei duelli. Forse
+gli torna in mente, contemplando quei certami e quei
+simposi, il tempo in cui circondato d’amici egli sedea
+con essi a lauta mensa? — Forse lo ange la rimembranza
+dei dì spariti, delle speranze perdute? — oppure
+osserva con gaudio quei semplici e barbari
+diporti e con curiosità vi studia quasi in uno specchio,
+<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
+i costumi di quel popolo? Frattanto occulta in
+profondo silenzio l’agitazion del cuore, e non ne lascia
+trasparire il minimo segno sulla altera sua fronte.
+I fieri Circassi meravigliati del di lui contegno
+sdegnoso e audace, gli risparmiano le fatiche della
+servitù, superbi di possedere un tale schiavo.
+</p>
+
+<h3>II.</h3>
+
+<p>
+La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la
+conoscesti l’ebbrezza dell’anima, l’estasi e la beatitudine
+dei sensi. Le tue luci divampano d’amore e
+di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte,
+t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante
+di giubbilo e di brama, più non pensi che a lui
+solo, ed esclami: “O gentil prigioniero, rasserena lo
+sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo,
+oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco
+nel deserto, o arbitro del mio fato! Amami! Nessuno
+innanzi a te m’avea baciato gli occhi; niun Circasso
+dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla
+mia coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile.
+So che sorte mi attende: il padre e il fratello
+voglion vendermi a prezzo d’oro a un ricco cui aborrisco;
+ma supplicherò il padre e il fratello, e se non
+li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una
+forza irresistibile, soprannaturale, mi spinge verso
+di te; io t’amo, o gentil prigioniero, e l’anima mia
+è tutta tua....”
+</p>
+
+<p>
+Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far
+motto, la appassionata giovinetta, e ascolta con un
+tetro presentimento quelle affettuose parole. L’immagine
+dei giorni andati gli si affaccia al pensiero, e
+<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
+oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto....
+La vista di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza
+più che piombo. Finalmente confida alla pietosa
+le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le dice;
+“non son degno della tua bontà. Non perder meco i
+dì preziosi di gioventù; dona il cuore a uno che meriti
+di goderlo e che ti vendichi della mia freddezza.
+Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua bellezza,
+il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini
+accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo
+privo di desideri e d’entusiasmo. Mira sulla mia
+fronte tutti gli indizi d’un infelice amore e d’una
+interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire le
+mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi
+prima, allorquando io credeva alla speranza e ai
+sogni del cuore? Ormai è troppo tardi. Io son morto
+alla felicità; tramontò per me l’astro del piacere; i
+miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce dell’amore....
+</p>
+
+<p>
+”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto
+coll’indifferenza, le lacrime di due begli occhi
+con un gelido riso! Dura condizione quella d’un
+amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra
+donna fralle braccia d’una appassionata fanciulla!...
+</p>
+
+<p>
+”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e
+immersa nella voluttà, lasci scorrere inosservato il
+tempo fugace, io, astratto, meditabondo, discerno innanzi
+a me, quasi in sogno, le sembianze della mia
+diletta; io la chiamo per nome; a lei mi appresso;
+non vedo, non sento più altro che lei: e mentre io
+giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non te, ma
+quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di
+<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
+lacrime l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna,
+e, senza di essa, l’anima mia è simile ad una
+vedova derelitta e tribolata....
+</p>
+
+<p>
+”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce,
+le acerbe memorie, e il pianto che non puoi divider
+meco. Udisti le mie sciagure; dammi un amplesso
+e separiamoci. Dolore di donna poco dura;
+presto ti scorderai di me; sopravverrà la noia, e
+amerai di nuovo.”
+</p>
+
+<p>
+La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse,
+col ciglio asciutto; il di lei sguardo torbido e
+immoto esprimeva un rimprovero; pallida come uno
+spettro essa tremava, e teneva la fredda mano impalmata
+in quella dello straniero; finalmente sfogò
+l’interno affanno in questo modo:
+</p>
+
+<p>
+“O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per
+la vita prima di conoscere i tuoi casi? Poche notti
+la giovine circassa ha riposato nel tuo letto, e poche furono
+le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno
+esse mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi,
+o forestiero, lasciarmi nell’errore; potevi, tacendo,
+illudermi, e almeno pietosamente bearmi di finte
+carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure
+umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante
+il tuo sonno irrequieto.... Non hai voluto. Ma
+chi è mai questa bella che adori? Tu ami, o Russo,
+e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo
+lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio
+martíre....”
+</p>
+
+<p>
+Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo
+della fanciulla. La rampogna venne meno sulla di lei
+bocca. Priva di sentimento, stretta alle ginocchia dello
+<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
+straniero, appena aveva essa la forza di trarre il
+fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra
+così parlolle: “Non piangere, o infelice! Anch’io
+provo gli oltraggi dell’avversa fortuna e i rigori dell’indifferenza.
+Amo, e non sono amato.... amo solo,
+soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra
+meteora che si dilegua nella valle deserta.... Morrò
+lontano dal lido a me caro; queste steppe mi saran
+sepoltura.... e il ferro di queste catene righerà le mie
+ossa esiliate....”
+</p>
+
+<p>
+Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati
+di candida neve si illuminano dalla parte d’oriente,
+i due sventurati si separano in silenzio colla testa
+bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da quell’ora
+in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo
+intorno all’<i>aúl</i>. L’aurora succede all’aurora; la sera
+sussegue alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene.
+Se guizza una camoscia fra i burroni, se un
+daino balza fralle nebbie, egli scuote i suoi ceppi e
+mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen
+viene furtivamente ad assalire l’<i>aúl</i>, e a liberare i
+Russi ivi detenuti. Chiama.... ma nessun risponde, e
+non ode altro suono che il mormorío delle acque e
+lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare dell’uomo,
+si rintanano nelle loro buche.
+</p>
+
+<p>
+Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei
+monti il grido di guerra circasso: <i>i cavalli! i cavalli!</i>
+Quindi un correre, un urlare confuso nell’accampamento,
+uno strascicar di bridoni, un nereggiar
+di <i>burche</i>, un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli....
+tutto l’<i>aúl</i> parte per una spedizione. Gli indomiti
+alunni di Marte precipitano a guisa di cataratte dalle
+<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
+alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le opulenti
+campagne del Cubano.
+</p>
+
+<p>
+Ma ora, l’<i>aúl</i> giace sepolto nel riposo. I cani
+vigilanti cucciano al sole davanti alle soglie; i bambini
+brunetti e nudi ruzzano e schiamazzano in libertà;
+i vecchi siedono attorno in crocchio venerando;
+il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande
+azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali
+cantati dalle ragazze, e a quella melodia sembra
+loro di sentirsi ringiovanire.
+</p>
+
+<p class="pad1 center">
+CANZONE CIRCASSA.
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i09"> I.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Regna il silenzio sulla steppa vasta;</p>
+<p class="i02"> Tace il Caucaso avvolto in velo bianco;</p>
+<p class="i02"> Dorme il Cosacco spensierato e stanco</p>
+<p class="i02"> Col capo chino sulla fulgid’asta.</p>
+<p class="i02"> Mira quell’onde, o amico, e quelle spume:</p>
+<p class="i02"> I Cecceneti scendono sul fiume.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i09"> II.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Va il Cosacco in barchetta per pescare,</p>
+<p class="i02"> Ma del lido non sa tutti i ripieghi.</p>
+<p class="i02"> Bada, o Cosacco, che tu non t’anneghi</p>
+<p class="i02"> Come un bambino che non sa notare</p>
+<p class="i02"> E che pur di varcare il rio presume:</p>
+<p class="i02"> Il Circasso t’aspetta in riva al fiume.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i09"> III.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">In riva al fiumicel con lento passo</p>
+<p class="i02"> Van le fanciulle a coglier le viole,</p>
+<p class="i02"> O tesson qua e là gaie carole.</p>
+<p class="i02"> Scappate, o forosette! ecco il Circasso</p>
+<p class="i02"> Che rapir le ragazze ha per costume:</p>
+<p class="i02"> Il Circasso vi coglie in riva al fiume.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
+</p>
+
+<p>
+Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda,
+il Russo macchinava la fuga; ma i ceppi suoi
+son gravi, il flutto è alto, la corrente è veloce. Frattanto
+la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti s’annebbiano;
+appena di quando in quando echeggia
+nelle valli la pedata di un corsiero; cessò il crocitar
+dell’aquila; i cervi riposano nelle boscaglie ombrose
+sull’orlo de’ fiumi; gli <i>aúl</i> s’addormentano, e il roseo
+barlume della luna riverbera sulle capanne bianche
+dei Circassi.
+</p>
+
+<p>
+Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben
+noto: scorge un velo femminile che svolazza al vento:
+è dessa. Vacillante, smorta, la figlia del deserto
+non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia adombra
+quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti
+sul seno e sulle spalle. Nella destra stringe una lima,
+colla sinistra un pugnale; diresti che move a una
+congiura o a un assalto notturno. Fisa lo sguardo
+sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i
+Circassi non ti possono incontrare. Affréttati.... non
+perder l’ora propizia.... Togli questo pugnale; nessuno
+scoprirà la tua traccia nella caliginosa oscurità....”
+</p>
+
+<p>
+Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano
+incerta si accinge a rompere gli anelli che gli accerchiano
+i piedi. Il ferro cigola sotto la lima mordace:
+una lacrima involontaria zampilla dal ciglio della
+giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,”
+essa esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela
+l’amore e il dolore che le straziano il petto. La brezza
+stridula gonfia e sbatte la di lei gonna. “O fida amica,”
+grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo
+<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
+fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci
+regioni; vientene meco....”
+</p>
+
+<p>
+“Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa,
+“il calice della vita è per me esausto. Ho provato
+tutto; ho gustato la felicità. Passò quel tempo;
+non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?...
+raggiungila, adorala; a che sospiro io così?...
+che dritto ho io ai tuoi affetti? Addio!... ogni istante
+del giorno io ti benedirò.... addio!... dimentica le mie
+torture, e porgimi la mano per l’ultima volta....”
+</p>
+
+<p>
+Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le
+braccia, ne circonda la bella Circassa, e con un lungo
+bacio di separazione, suggellano la sincerità del loro
+amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano
+silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa
+nel rio; già nuota e fa biancheggiar l’acqua
+intorno; già approda agli scogli opposti, già li agguanta
+e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo e
+un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati,
+e volge in giro la vista.... l’argentea spuma
+risplende sulla cresta dell’onda, ma la giovine Circassa
+non appare nè sul margine del fiume nè a piè
+del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito
+di zeffiro fra i giunchi del lido; e già i vortici formatisi
+sull’acqua a poco a poco si cancellano nella
+corrente imbrillantata dalla luna.
+</p>
+
+<p>
+Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo
+all’<i>aúl</i> circondato di siepi, ai prati ove menava a
+pascer le pecorelle, ai dirupi ove trascinava le sue
+catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno,
+mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un
+inno di libertà. Le dense tenebre incominciano a
+<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
+diradarsi; i primi albori lambiscono le cime; l’aurora
+spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero
+che conduce in Russia: già le baionette dei
+Cosacchi gli scintillano davanti fra le nebbie mattutine,
+e i soldati in vedetta sui poggi annunziano il
+suo arrivo.
+</p>
+
+<h3><span class="smcap">Epilogo.</span></h3>
+
+<p>
+Così la Musa, leggiadra compagna delle mie ore
+d’ozio, si slanciava ai confini dell’Asia, e coglieva i
+fiori selvatici del Caucaso per farsene una ghirlanda.
+L’allettavan i bizzarri arredi di quella stirpe bellicosa,
+e più d’una fiata la bella Camena mi apparve in
+quell’acconciamento insolito. Addobbata in tal guisa,
+essa vagava sola intorno alle capanne abbandonate,
+e porgeva orecchio alle ballatelle delle fanciulle derelitte.
+Essa amava quelle tribù militari, quei Cosacchi
+baldanzosi e sempre all’erta, quei tumuli,
+quelle tombe, quei cavalli. Dea del canto e dei racconti,
+carca d’un tesoro di rimembranze, forse un dì
+fia ch’essa illustri le leggende antiche del Caucaso.
+Narrerà il gran duello di Mistislao; gl’inganni e
+l’empietà delle belle Georgiane che scannarono i
+Russi innamorati; celebrerà il glorioso istante in cui
+la nostra aquila bicipite oscurò colle ali il Caucaso
+sbigottito; quando il primo fulmine di guerra scoppiò
+sul Terek petroso, quando vi romoreggiò il primo
+tamburo russo, e quando l’audace Zizianof vi portò
+la strage.... Celebrerò le tue gesta eroiche, o Cotliarevschi
+flagello dei Circassi! Ovunque movevi le orme,
+cadevano, perivano le turbe, come mietute da
+<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
+inevitabil lue. — Ora, hai scinto la lama ultrice, hai
+fatto divorzio colla guerra. Screziato di nobili ferite,
+assaggi le delizie della domestica felicità e della pace,
+che pur ti grava e ti incresce.... Ma, ascoltate!
+l’Oriente grida: <i>armi, armi!</i>... Umilia la canuta fronte,
+sottoponti al giogo, o Caucaso! Ecco Ermolof. E il
+bèllico richiamo già cessa e tutto obbedisce al brando
+moscovita. Superbi figli del Caucaso, combatteste e
+foste esterminati; nè il vostro coraggio, nè le vostre
+loriche fatate, nè gli aspri monti, nè i veloci corridori,
+nè l’amore di quella vostra barbara indipendenza,
+bastò a salvarvi! Simili ai discendenti di Bati,&#8205;<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> dimenticherete
+un giorno i vostri progenitori, ingentilirete
+i vostri costumi, e getterete via le vostre
+frecce crudeli. Il viandante potrà arrischiarsi senza
+timore nelle angustie ove ora vi postate in agguato;
+e la voce della tradizione tramanderà ai posteri la
+fama del vostro castigo.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p>
+
+<h2 id="nulin">IL CONTE NULIN.</h2>
+</div>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
+</p>
+
+<p>
+Presto! Presto! I corni rimbombano; i bracchieri
+in gran gala stanno in sella sin dall’alba; i
+levrieri saltellano nei guinzagli. Il signore s’avanza
+sul verone, colle mani puntellate ai fianchi; esamina
+ogni cosa, e una amabile serietà gli splende sul volto.
+Ha indosso un soprabito tartaro, un coltello turco
+a cintola, una boccetta di rum ad armacollo, e un
+corno appeso a una catena di bronzo. Sua moglie,
+colla scuffia da notte in capo, con un semplice fazzoletto
+sulle spalle, tutta sonnacchiosa e indispettita,
+osserva dalla finestra quella turba d’uomini e di
+cani. Arriva il cavallo del padrone. Questi impugna
+la criniera, inforca gli arcioni, e grida alla consorte:
+“Non m’aspettare!” E tosto sprona, e via.
+</p>
+
+<p>
+Negli ultimi giorni di settembre (per parlare come
+si parla in prosa) la campagna è noiosa; piove,
+fa della mota, tira vento, neviscola, e i lupi ululano
+intorno alle ville. Ma questo appunto è ciò che piace
+al cacciatore! Sdegna egli le mollezze della vita;
+lancia il corsiero nelle vaste campagne; cangia ogni
+sera soggiorno; bestemmiando, inzuppandosi, e mangiando
+a più non posso, insegue le fiere e ne fa orrenda
+strage.
+</p>
+
+<p>
+Ma che sarà della signora, durante l’assenza del
+<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
+marito? Non le mancano le faccende. Salare i funghi,
+pascere le oche, ordinare il pranzo e la cena,
+sorvegliare la cantina e il granaio. L’occhio della padrona
+è necessario in ogni dove; vede bene e vede
+tutto.
+</p>
+
+<p>
+Sventuratamente, la nostra eroina.... (Ah che
+mi sono scordato di dirvi il suo nome! Suo marito la
+chiamava Taliuccia; — noi la chiameremo Natalía
+Pavlovna.) Natalía Pavlovna dunque non s’intendeva
+punto dei suoi interessi domestici, per la ragione
+che era stata educata, non già nella casa paterna,
+ma in una pensione nobile diretta da una emigrata
+francese, madama Falbalà.
+</p>
+
+<p>
+Sta a sedere innanzi alla finestra; sul tavolino
+giace aperto il quarto volume d’un romanzo sentimentale
+intitolato: <i>Amours d’Elisa et d’Armand ou
+La correspondance de deux familles</i>; romanzo classico,
+antico, lungo, lungo, lungo, morale, decente e scevro
+di sottigliezze romantiche.
+</p>
+
+<p>
+Natalía Pavlovna cominciò a leggerlo con attenzione;
+ma, frastornata dalla zuffa d’un becco con
+un cane, s’affacciò alla grata per mirar la giostra.
+I monelli di strada si smascellavan dalle risa; le
+tacchine dell’orto incalzavano, stridendo, un gallo
+fradicio; tre anatre sguazzavano in una pozzanghera;
+una vecchia attraversava il cortile fangoso per
+andare a stendere la biancheria nel chiuso; il cielo
+s’annuvolava; pareva che volesse nevicare.... tutto a
+un tratto s’udì in lontananza un tintinnío di sonagli.
+</p>
+
+<p>
+Chi ha vissuto un pezzo in una villa isolata,
+sa per esperienza quanto il distante squillo dei sonagli
+esalta il cuore e la immaginazione. Forse sarà
+<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
+qualche amico attardato, qualche compagno della nostra
+gioventù.... Forse sarà <i>dessa</i>?... Dio mio!... s’accosta,
+s’accosta.... Il cuore ci balza in petto. Il rumore
+s’appressa sempre più... ma ohimè! già s’indebolisce,
+si dilegua e svanisce dietro il monte.
+</p>
+
+<p>
+Natalía Pavlovna vola al balcone. Quella musica
+la rallegra; guarda e scorge una calescia che
+corre accanto al mulino al di là del fiume.... ora passa
+il ponte.... vien da lei senza dubbio... no.... svolta a
+sinistra. — Natalía la segue cogli occhi, e quasi piange
+dal dolore. Ma di subito.... oh che fortuna! Nello
+scender la china, la calescia ribalta.
+</p>
+
+<p>
+“Filippo, Basilio! Ehi di casa! Presto! è ribaltata
+una calescia! Conducetela qua, e invitate a pranzo
+il viaggiatore.... ma sarà vivo?... andate a domandarne....
+presto, presto!”
+</p>
+
+<p>
+Il servitore parte. Natalía Pavlovna accomoda
+in fretta i suoi ricci, si getta uno scialle in dosso,
+tira le cortine, spinge una sedia, e aspetta: quanto
+le converrà aspettare? Finalmente arrivano; arrivano
+finalmente. Impillaccherato dalla melletta della
+strada, tristo e mezzo sciancato, s’avanza l’equipaggio.
+Segue il signore zoppicando. Il cameriere
+francese non si sgomenta; va ripetendo: <i>allons! courage!</i>
+Salgono sul verone; entrano nel vestibolo.
+Mentre il cameriere <i>Picard</i> brontola, e si adira;
+mentre il signore introdotto a porte spalancate in
+una stanza separata, s’occupa della sua toelette;
+domanderete forse chi è costui? Egli è il conte
+Nulin che torna dall’estero, ove dissipò in pazzie e
+in mode tutte le sue rendite future. Ora, onusto di
+<i>fracchi</i>, di <i>gilè</i>, di cappelli, di ventagli, di mantelli,
+<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
+di fascette, di spille, di bottoni da camicia, di occhialini,
+di <i>foular</i>, di calze ricamate a giorno, egli
+si trasporta a Pietroburgo per farvisi vedere come
+un animal curioso. Ha inoltre nei suoi bauli un libro
+serio di monsieur Guizot, un <i>album</i> di pessime caricature,
+un nuovo romanzo di Walter Scott, la raccolta
+dei <i>bons mots</i> della corte di Francia, le ultime
+canzoni di Béranger, gli ultimi componimenti di Rossini
+e di Paer, ec. ec. ec.
+</p>
+
+<p>
+Già la tavola è apparecchiata; è battuta l’ora
+di pranzo; la padrona aspetta con impazienza; l’uscio
+s’apre; il conte comparisce. Natalía Pavlovna si alza
+a metà e chiede garbatamente come egli sta di salute
+e come sta la sua gamba.... Il conte risponde:
+“Non sarà nulla.”
+</p>
+
+<p>
+Siedono a mensa. — Egli avvicina la sua posata
+a quella di Natalía; appiccano conversazione.
+Il conte impreca alla santa Russia; non comprende
+che uno possa vivere fra quelle nevi eterne. Sospira
+e anela Parigi. — “Che si recita di bello al teatro?” — “Il
+teatro è orfano.... <i>c’est bien mauvais; ça
+fait pitié</i>. Talma divien sordo e scade; <i>Mademoiselle</i>
+Mars, oimè, invecchia. In ricompensa, c’è <i>Potier,
+le grand Potier</i>! Solo questo cantante mantiene la
+sua antica riputazione.” — “Quali sono gli scrittori
+di moda?” — “Sempre D’Arlincourt e Lamartine.” — “Hanno
+imitatori anche presso di noi.” — “Dite
+davvero? Poffar di bacco! L’ingegno incomincia a
+svilupparsi anche in Russia. Piaccia a Dio che alla
+fine c’inciviliamo!” — “Come si portano i busti?” — “Molto
+bassi.... quasi sino al.... ecco, fin qui....
+Permetta ch’io esamini il di lei vestiario.... appunto
+<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
+così.... <i>ruches</i>, nastri; questo è proprio un modello;
+tutto insomma mi par assai conforme alle ultime
+mode.” — “Ce le mandano per il telegrafo.” — “Vuol’ella
+sentire un grazioso <i>vaudeville</i>?”
+</p>
+
+<p>
+E il conte si mette a canterellare.
+</p>
+
+<p>
+“Ma, conte, voi non mangiate.” — “Son sazio.” — “Se
+così è....”
+</p>
+
+<p>
+Sorgono da tavola. La giovine padrona è straordinariamente
+allegra. Il conte si dimentica di Parigi,
+e ammira la di lei leggiadria. Passano la serata in festa
+e in riso. Il conte non cape in sè dal diletto.
+Lo sguardo della signora esprime la benevolenza, e
+talora si china a terra fiso e languido. Sta per suonar
+mezza notte; i servi russano da gran tempo nell’anticamera;
+il gallo ha già strillato più volte; la
+guardia notturna picchia sulla lastra di ferro;&#8205;<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> le
+candele consumate stanno per estinguersi. Natalía
+Pavlovna si rizza.
+</p>
+
+<p>
+— “È tardi,” sclama; “i letti son pronti. Riposi
+bene....” Il galante conte, mezzo innamorato,
+si leva a malincuore, e bacia la mano della sua gentile
+ostessa. Ma che vedo? Ove non trascorre la civetteria
+delle donne? L’incantatrice, Dio le perdoni,
+ha dato una lieve stretta di mano a Nulin.
+</p>
+
+<p>
+Natalía Pavlovna è spogliata; sta davanti a lei la
+sua cameriera Prascovia. Amici cari, la detta Prascovia
+è la confidente dei capricci di Natalía; cuce, lava,
+porta le ambasciate, chiede in regalo i vestiti usati,
+di quando in quando fa ridere il padrone, e qualche
+volta lo sgrida, e mènte con impudenza in faccia
+<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
+alla padrona. Adesso discorre gravemente del conte,
+delle sue faccende; conosce appuntino ogni suo negozio.
+Dio sa come ha potuto istruirsene! Finalmente
+la padrona le impone silenzio: — “Chétati, tu mi
+secchi!” Domanda la camiciola e la scuffia da notte;
+s’insinua nel letto e manda via la cameriera.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto Picard spoglia il conte. Il conte si
+corca e chiede un sigaro. <i>Monsieur Picard</i> glielo arreca,
+e al tempo stesso una boccia d’acqua, una tazza
+d’argento, una bugia di bronzo, uno smoccolatoio
+a molla, uno svegliarino, e un romanzo non ancor
+tagliato.
+</p>
+
+<p>
+Nulin dà una scorsa alle pagine di Walter Scott.
+Ma il suo pensiero è altrove. Una atroce cura lo martira;
+egli dice fra sè: “Sono io forse innamorato? Possibile?...
+Che caso strano! Sarebbe bella davvero...
+Pare ch’io non dispiaccia alla signora di queste soglie....”
+E così meditando smorzò il lume.
+</p>
+
+<p>
+Un caldo insoffribile lo assale; non dorme; e il
+diavolo neppure, il quale gli suscita in testa mille
+idee incongrue. Il nostro focoso protagonista si rappresenta
+al vivo lo sguardo significante della padrona;
+quella statura rotondetta e grassoccia, quella
+voce soave veramente femminile, quel volto, quelle
+carnagioni cui la sanità rende più fresche del rossetto.
+Si rimembra il gentil tocco della punta di quel piedino;
+si ricorda esattamente che Natalía gli ha stretta
+la mano con quella sua manina negligente. È uno
+stolido; doveva rimanere con lei e cogliere il momento
+opportuno. Ma non è ancora troppo tardi, la
+porta sta sempre aperta, senza dubbio. Così divisando,
+indossa una guarnacca di seta a più colori,
+<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
+rovescia una seggiola in mezzo al buio, e, colla speranza
+di ottenere il suo desire, si dirige, nuovo Tarquinio,
+verso quella Lucrezia, pronto ad ogni incontro.
+</p>
+
+<p>
+Così talvolta un gatto astuto, smorfioso favorito
+delle serve, si pone in agguato presso al focolare;
+s’inoltra bel bello, furtivamente, socchiude le palpebre,
+ruzza colla coda, sguaina gli artigli, e a un
+tratto acchiappa l’infelice sorcio.
+</p>
+
+<p>
+L’innamorato conte s’aggira nelle tenebre, e si
+fa strada brancolando; oppresso dall’ansia del cuore,
+può appena trarre il fiato, e trepida quando ode il
+tavolato scricchiolargli sotto ai piedi. Giunge alle
+bramate mura, volta la maniglia d’ottone della
+toppa, e l’uscio pian pianino cede. Egli getta un’occhiata
+nella camera: la fiamma della lampada mezzo
+estinta diffonde un fioco bagliore nell’alcova. La
+padrona riposa placidamente o finge di riposare.
+</p>
+
+<p>
+Egli entra, fruga, torna addietro, e finalmente
+si butta in ginocchioni. Essa.... Ora, con suo permesso,
+prego le signore di San Pietroburgo d’imaginarsi
+che spavento provò al destarsi la nostra
+Natalía Pavlovna, e di decidere che cosa conveniva
+che facesse.
+</p>
+
+<p>
+Spalancando i suoi grandi occhi, essa mira il
+conte; il nostro eroe esterna con calore la sua passione,
+e già la sua mano audace preme quella della
+dama.... Essa allora riprende coraggio; accesa d’un
+generoso sdegno, ripiena di pudica superbia, e forse
+anche, vo’ credere, di paura, balza dal letto, e vibrando
+il braccio, dà a Tarquinio uno schiaffo; sì,
+uno schiaffo, e che schiaffo!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
+</p>
+
+<p>
+Rosso di vergogna e fremente di rabbia, il conte
+inghiotte quell’oltraggio. Non so come sarebbe andata
+a finire la faccenda, se il cane barbetto che si
+mise a guaire non avesse svegliato Prascovia. Il
+conte, sentendola venire, dà le gambe a imbelle fuga,
+maledicendo la sua dimora in quella casa e i capricci
+delle donne.
+</p>
+
+<p>
+Come Natalía, Prascovia e Nulin passassero il
+resto di quella notte, pensalo tu, lettore, se il puoi;
+io non intendo aiutarti a figurartelo.
+</p>
+
+<p>
+La mattina seguente, il conte s’alza in silenzio,
+si veste svogliatamente, si mette, sbadigliando, a
+limar le sue unghie color di rosa, s’annoda con negligenza
+la cravatta, e non si liscia gli inanellati capelli
+colla spazzola inumidita. A che egli pensi, io non
+so; ma ora lo invitano a prendere il tè. Che fare?
+Il conte, comprimendo la stizza della sua balordaggine
+e il suo secreto furore, esce dalla stanza.
+</p>
+
+<p>
+La giovine civetta abbassando gli occhi beffardi,
+e mordendosi le labbra di cinabro, parla con modestia
+di cose indifferenti. Confuso a prima giunta,
+poco a poco rianimandosi, il conte risponde sorridendo.
+Era appena un’ora che stavano insieme, e già
+il conte scherzava con disinvoltura, e si sentiva di
+bel nuovo innamorato, quando s’udì uno strepito nel
+vestibolo. Qualcheduno è entrato. Chi sarà mai?
+</p>
+
+<p>
+“Taliuccia, bene alzata.” — “Chi vedo! Conte,
+ecco mio marito. Mio caro, il conte Nulin.” — “Me
+ne rallegro assai. Che tempo scellerato! Ho veduto
+la vostra calescia bell’e pronta dal fabbro. Taliuccia!
+abbiamo inseguito una lepre bigia nei boschi
+vicini. Ehi! acquavite. Conte, vi prego d’assaggiarla;
+<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
+vien di lontano. Rimarrete a pranzo con noi.” — “Grazie,
+non posso; ho fretta di partire.” — “Conte,
+io ve ne supplico. Mia moglie ed io ve ne saremo
+grati. Ci siamo intesi; voi restate.”
+</p>
+
+<p>
+Il conte però, stizzito e disperato, s’ostina a
+voler andarsene. Picard, che si è ristorato le forze
+con un buon sorso di vino, si lagna di dover di nuovo
+ripor la roba. Già due servitori attaccano i bauli
+sulla imperiale. Tutto è in ordine; la calescia è introdotta
+nel cortile, e il conte parte....
+</p>
+
+<p>
+Questa storiella potrebbe finir qui, amici miei,
+ma aggiungerò due parolette.
+</p>
+
+<p>
+Quando fu sparito l’equipaggio, la signora narrò
+al marito tutto l’accaduto, e scrisse l’impresa
+del conte a tutti i di lei conoscenti. Ma chi fu quello
+che più ne rise con Natalía Pavlovna? Voi non lo
+indovinereste giammai. — Forse lo sposo? — Oibò.
+Non fu lo sposo. S’adirò fortemente; disse che il
+conte era un matto, uno sguaiato, e che lo caccerebbe
+a furia di cani come una lepre.
+</p>
+
+<p>
+Colui che più ne rise, fu un vicinante di Natalía,
+un giovinotto di ventitrè anni, nominato Lidin.
+</p>
+
+<p>
+Ora, amici cari, chi ardirà sostenere che al secol
+nostro, una donna fedele al consorte non sia
+prodigio?
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span></p>
+
+<h2 id="zingari">LI ZINGARI.</h2>
+</div>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
+</p>
+
+<p>
+Una nomade truppa di Zingari perlustra le steppe
+della Bessarabia. Oggi essi pernottano presso a un
+fiume sotto le loro trabacche lacere. La loro dimora è
+gaia come la libertà, e il loro sonno è quieto nell’aperta
+campagna. Il fuoco arde fralle ruote dei carri mezzo
+ricoperti di tappeti; la famiglia seduta in cerchio allestisce
+la cena; un orso addomesticato riposa dietro
+le tende; i cavalli pascono nei prati vicini. Ogni cura,
+ogni faccenda si adempie con piacere; i preparativi
+per proseguire il viaggio sin dallo spuntar del dì seguente,
+vengon alleviati dai canti delle donne; i gridi
+dei fanciulli si mischiano alle battute del martello
+sulla incudine. Ma già la calma subentra a tutto quel
+fracasso: l’accampamento dorme, e appena s’ode nel
+deserto il latrar d’un cane o il nitrir di un cavallo.
+Tutti i fuochi sono spenti, ogni cosa tace; la luna
+solitaria spazia nel vasto empireo, e imbianca coi suoi
+raggi quel villaggio ambulante. Tutti dormono nelle
+tende, fuorchè un vecchio seduto davanti a un bracere
+che esala i suoi ultimi vampi. Il vecchio volge
+lo sguardo sulle pianure circostanti sepolte nelle tenebre.
+La giovine sua figlia, avvezza a una libertà
+assoluta, se n’è ita per diletto nelle steppe: essa tornerà,
+ma intanto la notte è sopraggiunta. Già la luna
+<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
+s’asconde fra i vapori dell’orizzonte, e Zemfira non
+riede, e la cena frugale del buon padre si raffredda.
+</p>
+
+<p>
+Finalmente essa comparisce. Uno straniero, incognito
+al vecchio zingaro, le tien dietro a passi
+frettolosi. “Padre mio,” esclama la ragazza; “ti
+adduco un ospite; l’ho incontrato dietro a un tumulo
+del deserto, e l’ho persuaso a star con noi. Egli brama
+viver come noi; la legge lo proscrive, io gli sarò
+compagna. Si chiama Alecco; è pronto a seguirci
+dovunque andremo.”
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Me ne rallegro: puoi restar fino a domani
+all’ombra della nostra tenda, o unirti a noi e
+non ci lasciar più, come a te piace. Acconsento a
+divider teco il pane e il letto. Sii nostro; assuefátti
+al nostro modo di esistenza, alla nostra povertà errante
+e indipendente. Colla nuova aurora partiremo
+assieme sullo stesso carro: scegli un mestiere che
+ti torni a genio; lavora il ferro, o canta storie, o mena
+a ballar l’orso per le strade.
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Io resto.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Egli sarà mio. Chi ardirebbe rapirmelo?
+Ma si fa tardi; la luna è sparita, la nebbia vela i campi,
+il sonno mi grava le palpebre....
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+Spunta l’alba. Il vecchio s’aggira pian piano
+intorno alla tenda silenziosa. “Alzati, Zemfira,” egli
+grida; “già il sole splende: svegliati, mio ospite, è ora
+di partire; lasciate, figli miei, le molli piume.”
+</p>
+
+<p>
+Tutti gli zingari si levano con gran rumore; ripiegano
+i padiglioni, rimovono i carri, attaccano i
+cavalli, e tutti insieme si inoltrano nelle steppe inabitate.
+<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
+Aprono la marcia gli asinelli con ceste appese ai
+fianchi, nelle quali s’annidano i pargoletti; i mariti, i
+fratelli, le mogli, le fanciulle, gli anziani e i giovanotti
+vengono in secondo luogo. Le strida, lo strepito,
+gl’inni festosi, il ronzio delle zampogne, l’abbaiare
+dei cani, il cigolío delle ruote, il brontolar dell’orso,
+il fragor incessante delle sue catene, la bizzarra
+varietà di quelli abbigliamenti tutti diversi, la nudità
+di quei bambini e di quei vecchi formano una confusione
+strana, selvaggia, orrenda, ma in mezzo a cui
+regna una allegria, una vivacità, che fa un bel contrasto
+colla nostra esistenza cittadina, effemminata e
+monotona come i ritornelli delli schiavi.
+</p>
+
+<p>
+Alecco rivolgeva spesso la testa a guatare la
+pianura che attraversavano, e non sapeva spiegarsi
+in che modo quella vista gli angosciava il cuore. La
+bella Zemfira dagli occhi neri gli siede allato. Egli è
+libero in questo vasto mondo; il sole brilla sereno e
+gaio sul suo capo; perchè mai si affligge e geme?
+Che cura lo punge e morde?
+</p>
+
+<p>
+L’augelletto del cielo non conosce nè cura nè
+fatica; non s’affanna a fabbricare un nido eterno;
+nelle lunghe notti dorme sui ramoscelli. Quando il
+giorno appare, l’augelletto sente la voce di Dio, scuote
+le penne e canta. Passa la primavera, passa l’estate
+ardente, e sopravviene l’autunno ammantato di nebbie
+e di burrasche; l’uomo s’annoia, l’uomo s’attrista,
+ma l’augelletto vola alle terre lontane, ai climi
+tiepidi, e al di là del mare ceruleo ritrova la
+primavera.
+</p>
+
+<p>
+Esule, fuggitivo, Alecco simile all’augelletto
+spensierato, non ha covo stabile nè abitudine fissa.
+<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
+Ogni strada lo conduce al suo scopo, ogni coltrice
+gli concede un dolce riposo; nel destarsi la
+mattina offre a Dio la sua giornata, e i trambusti della
+vita non poterono mai estirpare la sua indolenza.
+Talvolta la sua stella sembrava invitarlo a calcare il
+sentiero della gloria, talvolta la fortuna e la voluttà
+gli largivano i loro favori; spesso il fulmine mugghiava
+sulla sua fronte isolata, ma egli dormiva sicuro
+in mezzo alle tempeste come in mezzo alla calma,
+e continuava a ignorare la violenza del destino
+perfido e ceco. Oh come le passioni tiranneggiavano
+il suo cuore! Con che tumulto esse fervevano nel
+suo egro seno! Quanto è che si placarono? Per
+quanto tempo si sono placate? Aspettiamo.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Dimmi, dolce amico, non rimpiangi quel
+che abbandonasti per sempre?
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Che ho io abbandonato?
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. La patria, i concittadini.
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Perchè li rimpiangerei? Se tu conoscessi,
+se tu potessi figurarti quanto è angustiata e schiava
+la vita delle città! Ivi gli uomini, ammucchiati e
+stretti come piante in un orto, non respirano mai il
+rezzo del mattino nè l’olezzo vernale dei prati; si
+vergognano d’amare, bandiscono il pensiero, mercano
+la libertà, chinano la fronte davanti agli idoli e
+ne implorano oro e catene. Che ho io abbandonato?
+Il dolor del tradimento, la prepotenza del pregiudizio,
+la persecuzione del volgo insano, e l’opprobrio
+splendido.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Ma lì vi sono palazzi immensi, variegati
+tappeti, giochi, banchetti festosi; lì le fanciulle
+vestono sì ricchi abiti!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Che vale l’allegria delle città? ove non
+è amore, non può esser piacere: e le fanciulle....
+Quanto sei più bella di loro benchè priva di preziosi
+addobbi, di perle e di collane! Non mutar idea,
+o mia diletta! — Ed io altro non bramo che divider
+teco l’amore, l’ozio e il mio volontario esilio....
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Sebbene nato in una opulenta città,
+tu ci ami; ma la libertà non sempre è cara a chi
+visse nella mollezza. Ascolta una nostra tradizione:
+un abitante del sud fu mandato in bando fra noi dal
+suo signore. Io sapeva il suo nome; ma era difficile
+a pronunziarsi, e l’ho dimenticato. Quantunque avanzato
+d’età, aveva un cuore giovine, un tratto vivace;
+possedeva il dono maraviglioso del canto, e la sua
+voce somigliava al mormorío delle onde. Tutti gli
+volevano bene. Viveva sulle sponde del Danubio, non
+faceva male a nessuno e divertiva la gente coi suoi
+racconti. Non sapeva egli far altro; era debole e timido
+come un bambino. I suoi vicini acchiappavan
+per lui gli uccelli e i pesci colle reti; quando il rapido
+fiume s’agghiacciava, e fischiavano i turbini invernali,
+i suoi conoscenti lo involtavano di calde pellicce;
+ma non potè mai assuefarsi ai disagi d’una esistenza
+così stentata. Egli s’aggirava intorno smunto, squallido,
+dichiarava che l’ira di Dio lo puniva per i suoi
+peccati, e aspettava l’ora della sua liberazione. Malcontento
+di tutto e sempre afflitto, vagava sulle spiaggie
+del Danubio spargendo amare lacrime al sovvenire
+del suo lontano paese. E quando fu per morire,
+ci scongiurò che portassimo le sue triste ossa verso
+il sud, ma nè anche dopo morte potè egli trovare il
+riposo in questa terra da lui aborrita.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Tal fu la sorte dei tuoi figli, o Roma, o
+potente rettrice delle nazioni. Vate dell’amore, poeta
+degli Dei, dimmi, che cosa è la gloria? Un’eco del
+sepolcro, un grido della fama, un suono che sorvola
+di generazione in generazione: — oppure un racconto
+del nomade Zingaro sotto l’ombra della sua tenda
+affumicata?
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+Due anni passarono. La pacifica famiglia degli
+Zingari tuttora corre a caso per le campagne. Dappertutto,
+come altre volte, incontrano buona accoglienza,
+e vivono in pace fra di loro e cogli altri. Sciolto
+dai ceppi della civiltà, Alecco è libero come essi; e
+con essi conduce una esistenza vagabonda scevra di
+cure e di timori. Più non rimembra il tempo passato,
+e s’è avvezzo alla vita zingaresca. Gli piace dormire
+all’ombra delle tende instabili, gli piace l’ozio
+perpetuo in che vive coi suoi compagni, e ama persino
+la loro lingua inculta e scarsa. L’orso strappato dalla
+tana natia, ospite irsuto della di lui baracca, danza
+pesantemente e grugnisce nei villaggi, lungo le strade
+delle steppe, nei casali, davanti alla turba cauta e
+prudente, e dappertutto va rodendo le importune sue
+catene. Il vecchio, puntellato al suo bordone, batte
+con indolenza il tamburino, Alecco guida la belva
+cantando, Zemfira va in giro a raccogliere il tributo
+volontario dei contadini. La notte soprarriva, tutti e
+tre cuociono il miglio non macinato. Il padre dorme,
+tutto tace, tutto è quiete e oscurità nel padiglione.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
+</p>
+
+<p>
+Il vecchio refocilla al sole di primavera il suo
+sangue gelato dall’età; la giovinetta canta una canzone
+d’amore allato ad una culla. Alecco ascolta, e
+freme.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>.
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Vecchio marito,</p>
+<p class="i01">Sposo aborrito,</p>
+<p class="i01">Scannami pure</p>
+<p class="i01">Colla tua scure;</p>
+<p class="i01">Io ti disprezzo,</p>
+<p class="i01">Mi fai ribrezzo;</p>
+<p class="i01">Un altro adoro,</p>
+<p class="i01">Per lui mi moro.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Chetati. Codesta aria mi secca. Non mi
+piacciono quelle parole feroci.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Non ti piacciono? Che mi importa? Io
+canto per me e non per te.
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Vecchio marito,</p>
+<p class="i01">Sposo aborrito,</p>
+<p class="i01">Da te trafitta,</p>
+<p class="i01">Io starò zitta;</p>
+<p class="i01">Il nome tuo</p>
+<p class="i01">Bestemmierò;</p>
+<p class="i01">Il nome suo</p>
+<p class="i01">Non ti dirò.</p>
+<p class="i01">Per lui sol canto;</p>
+<p class="i01">È l’idol mio;</p>
+<p class="i01">Ei m’ama tanto!</p>
+<p class="i01">Ma più l’amo io.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Cessa, Zemfira, cessa....
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Che l’hai capita la mia canzone?
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Zemfira!...
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Adirati pure; io canto per te. (Se ne va
+cantando <i>Vecchio marito</i>).
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Me ne ricordo; questa frottola fu composta
+quando ero giovine; e d’allora in poi si canta
+per sollazzar le brigate. La mia Mariola la cantava
+nelle steppe del Cagul, durante le notti d’inverno,
+mentre cullava la figlia davanti al fuoco. I tempi andati
+si van sempre più cancellando dalla mia memoria,
+ma questo scherzo vi si è profondamente impresso.
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+Tutto tace; la luna inostra quella parte del cielo
+ove il sole sparisce. Zemfira risveglia suo padre. “O
+padre mio, Alecco mi spaventa. Ascolta, in mezzo a
+un sonno agitato egli geme e piange.”
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Non lo toccare e non parlare. Ti dirò
+una credenza russa: verso la mezza notte il genio familiare
+opprime il respiro di coloro che dormono;
+parte prima dell’alba. Rimanti meco.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. O padre mio! Egli mormora il nome
+di Zemfira!
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Cerca di te anche dormendo, tu gli
+sei più cara di tutto.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Non me n’interessa più del suo amore.
+Sono annoiata; il mio cuore ha sete di libertà, e di
+già io.... ma.... senti. Egli pronunzia un altro nome!
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Che nome?
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Senti come anela e digrigna i denti.
+Che cosa orrenda!... Io lo sveglierò.
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Non fare; non scacciare lo spirito
+della notte, se ne andrà da sè.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Si è voltato, si alza, mi chiama, si è
+destato. Io vo presso di lui. Addio, padre; raddormentati.
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Ove sei ita?
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Da mio padre. Un demone ti toglieva il
+respiro e ti tormentava l’anima mentre dormivi. Mi
+hai fatto paura. Tu digrignavi i denti, e proferivi il
+mio nome.
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Mi sei apparsa in sogno. Mi sembrava
+trovarti con.... insomma, ho fatto un sogno spaventevole.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Non prestar fede alle visioni notturne.
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Ah ch’io non credo a nulla, nè ai sogni,
+nè alle proteste affettuose, nè al tuo amore.
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Perchè mai, giovine insensato, sospiri
+continuamente? Qui ognuno è libero, il cielo è
+chiaro, ed è celebre la bellezza delle donne. Non
+piangere, la mestizia ti ucciderebbe.
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. O padre! essa non mi ama più.
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Plácati. Essa è bambina. Il tuo sospetto
+è senza fondamento, tu ami sul serio, ma le
+fanciulle scherzano. Mira! la luna signora dell’etra
+passeggia pei campi azzurrini del cielo; fonde egualmente
+i suoi raggi sopra tutta la natura. Se talora
+s’imbatte in una nuvola, l’illumina splendidamente,
+ma tosto trapassa a un’altra, nè vi si fermerà a
+lungo. Chi potrà assegnarle un posto fisso e dirle:
+non andrai più oltre? Chi potrà dire a un giovin
+<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
+cuore: ama una sola volta, non cangiar mai d’amore?
+Plácati.
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Essa mi amava tanto! Teneramente adagiata
+fralle mie braccia, quante notti felici condusse
+meco nel deserto! Quante volte quell’allegria spontanea,
+quel cicalio infantile, quel bacio inebriante, seppero
+in un momento dissipare le mie ambasce! Ma
+che? Zemfira mi tradisce! Zemfira mi dimentica.
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Odi. Io ti narrerò un fatto che mi
+concerne. In un tempo remoto, quando il Moscovita
+non minacciava ancora il Danubio.... — Vedi, Alecco,
+ch’io sto per dirti una antica istoria. — Quando obbedivamo
+al Sultano, e un pascià ci signoreggiava
+dalle alte torri di Accherman.... Io era giovine in quel
+tempo; e l’anima mia ardeva d’amore; e non un
+sol pelo grigio deturpava i miei ricci neri. — Fra
+tante belle una ve n’era. Io l’amai come s’ama la
+vita, e alfine la feci mia propria.
+</p>
+
+<p>
+Ahi che la mia giovinezza svanì come stella
+cadente! E la stagione del piacere sparì più presto
+ancora. Mariola mi amò un anno solo.
+</p>
+
+<p>
+Un giorno incontrammo sul margine del Cagul
+una banda di Zingari stranieri che piantarono le loro
+tende vicino alle nostre sul monte, e vi stettero due
+notti. La terza notte s’allontanarono. Mariola se ne
+andò con essi mentre io dormiva tranquillamente, e
+abbandonò la mia povera figliuoletta. L’aurora spuntò,
+mi destai, non ritrovai più la mia compagna.
+Cerco, chiamo, nessun indizio. L’orfanella Zemfira
+piangeva, e io piangeva con essa. — D’allora in poi,
+io giurai odio a tutte le donne — e son rimasto sempre
+solo nella mia tenda.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Ma come non volasti sulle tracce della
+perfida e ingrata? Come non immergesti un pugnale
+nel cuore della traditrice e del suo drudo?
+</p>
+
+<p>
+<i>Il Vecchio</i>. Come? La gioventù è più volubile
+degli augelli. Chi potrà mai incatenar l’amore? Il
+piacere è concesso a tutti vicendevolmente; quel che
+fu, non sarà più.
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Io non la penso così. Io non so rinunziare
+senza contrasto ai miei dritti, o, se mai cedo,
+mi vendico poi altrimenti. No. Se io trovassi il mio
+nemico addormentato sui flutti del mare, non lo risparmierei;
+lo sommergerei nell’abisso senza nessun
+rimorso; gli farei vergogna del suo subito spavento
+alla mia vista; udirei con diletto i suoi lamenti,
+e riderei nel vederlo piombare al fondo.
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+<i>Un giovine Zingaro</i>. Un altro bacio solo! solo!
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. È tardi: mio marito è geloso e cattivo.
+</p>
+
+<p>
+<i>Lo Zingaro</i>. Uno solo.... più lento.... è l’ultimo....
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Addio! prima che egli ritorni.
+</p>
+
+<p>
+<i>Lo Zingaro</i>. Parla: quando ci rivedremo?
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Stasera, quando sorge la luna — là
+dietro il tumulo — su quella stessa altura....
+</p>
+
+<p>
+<i>Lo Zingaro</i>. M’inganni! non verrai!
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Scappa.... Eccolo! Ci verrò, carino!
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+Alecco dorme. Una funesta visione perturba il
+suo sonno; si desta cacciando un grido di gelosia, e
+gira le braccia attorno. Ma la sua mano tremante non
+<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
+incontra altro che le fredde coperte: — la sua consorte
+è lungi. — Solleva il fianco fremente e ascolta; nulla
+ode; la rabbia lo divora; fiamma e gelo gli scorrono
+per le vene; balza dal letto, esce dalla tenda,
+vaga intorno ai carri; i campi tacciono, tutto è
+silenzio e tenebre. La luna s’asconde fra i vapori;
+le stelle spargono una incerta luce. — Alecco scorge
+alcuni levissimi vestigi sull’erba rugiadosa; li segue
+impaziente, e lo guidano al tumulo. Sull’orlo della
+strada una tomba biancheggia in lontananza; ivi
+conduce egli i vacillanti passi, con un presentimento
+tetro; le sue labbra tremano, tremano i suoi ginocchi. — S’avanza,
+e a un tratto — è un sogno? — vede
+presso a sè due ombre, e ode sulla tomba un
+mormorío profano.
+</p>
+
+<p>
+<i>Prima voce</i>. Io mi parto.
+</p>
+
+<p>
+<i>Seconda voce</i>. Ferma, amor mio.
+</p>
+
+<p>
+<i>Prima voce</i>. Bisogna ch’io mi parta, amico.
+</p>
+
+<p>
+<i>Seconda voce</i>. Aspetta un poco; rimani sino all’alba.
+</p>
+
+<p>
+<i>Prima voce</i>. È già tardi.
+</p>
+
+<p>
+<i>Seconda voce</i>. Come sei timida in amore! Aspetta
+un minuto.
+</p>
+
+<p>
+<i>Prima voce</i>. Tu mi perdi.
+</p>
+
+<p>
+<i>Seconda voce</i>. Un momento.
+</p>
+
+<p>
+<i>Prima voce</i>. Se mio marito si desta, e non mi
+trova....
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Già son desto.... Dove andate? — Non vi
+allontanate.... Stavate molto bene su questa tomba....
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Amico mio, fuggi, fuggi!
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Férmati. — Dove vai, o gentil giovanetto? — Muori.
+(<i>gli dà una coltellata.</i>)
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Alecco!
+</p>
+
+<p>
+<i>Lo Zingaro</i>. Io spiro.
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Alecco! Tu l’hai ucciso.... mira!... sei
+tutto cosperso di sangue.... Che hai fatto?...
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Niente. Ora pasciti del suo amore....
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Prosiegui. Io non ti temo; io disprezzo
+le tue minacce; io maledico la tua crudeltà.
+</p>
+
+<p>
+<i>Alecco</i>. Muori anche tu!... (<i>la ferisce.</i>)
+</p>
+
+<p>
+<i>Zemfira</i>. Muoro amandolo.
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+L’aurora ingemma il balzo d’Oriente. Alecco,
+col pugnale in mano, siede dietro al poggio sulla lapida
+rosseggiante di sangue. Due cadaveri giacciono
+innanzi a lui; il suo volto incute spavento in chi lo
+vede; gli zingari lo circondano esterrefatti e tremanti.
+Mentre si scava una fossa in disparte, le donne
+addolorate accorrono in fila a baciare, secondo l’uso,
+gli occhi dei due morti. Il vecchio padre sen sta tutto
+solo mirando in muta angoscia la figlia diletta. Gli
+zingari sollevano i due corpi, li trasportano alla fossa
+e li ascondono nella fredda terra. Alecco considera
+tutto da lontano. Quando cadde l’ultima palata di
+polvere, Alecco si chinò poco a poco e stramazzò sul
+prato.
+</p>
+
+<p>
+Allora il vecchio, avanzandosi, sclamò: “Vattene,
+uomo superbo e spietato! Siamo selvaggi; non
+abbiamo leggi; non conosciamo i tormenti nè i supplizi;
+ci fanno orrore i gemiti e gli omicidi; non
+vogliamo fra noi un assassino. Non sei nato per la
+vita errante: per te solo vuoi la libertà; la tua vista
+<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
+ci spaventerebbe; noi siamo timidi e umani; tu sei
+audace e feroce; lasciaci, pártiti, vattene in pace!”
+</p>
+
+<p>
+Dice, e la truppa nomada ripiegando le tende,
+escì con gran fracasso dalla valle dolorosa, e in breve
+ora si dileguò nella steppa immensa. Un solo carro
+coperto d’un povero tappeto rimase nella funesta
+pianura. Così, allorchè, avanti l’inverno, al tempo
+delle nebbie matutine, uno sciame tardivo di gru
+si alza dai campi e stridendo s’indrizza a mezzogiorno,
+talvolta avviene che una di esse colpita da
+piombo mortale resta addietro afflitta, coll’ala pendente
+e insanguinata.
+</p>
+
+<p>
+Sopraggiunse la notte. Nessuno accese il fuoco
+sotto la tenda del maledetto che non potè gustare
+le dolcezze del sonno.
+</p>
+
+<h3><span class="smcap">Epilogo.</span></h3>
+
+<p>
+Così, colla magia del canto io evocava nella mia
+mente le imagini dei giorni andati, oscuri o sereni.
+Nel paese ove tanto tempo rimbombarono le folgori
+della guerra, ove il Russo determinò i confini della
+potenza turca; ove la nostra vecchia aquila bicipite
+fa legge e impera tuttora, io incontrai un tranquillo
+accampamento di Zingari figli della libertà. Ma la
+felicità nemmeno fra voi è da cercarsi, o miseri rampolli
+della natura! Sotto i vostri padiglioni laceri
+s’aggirano sogni funebri e tormentosi, i vostri carri
+vagabondi non vi sottraggono alle ambasce; chè anche
+nei deserti regnano le passioni fatali, e l’uomo
+vi è, come altrove, bersaglio del destino.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span></p>
+
+<h2 id="fontana">LA FONTANA DI BAKCISARAI.</h2>
+</div>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
+</p>
+
+<h3>PREFAZIONE.</h3>
+
+<p>
+L’argomento del seguente poema riposa sopra una
+tradizione tuttora viva in Crimea. A poca distanza dal palazzo
+dei Khan in Bakcisarai, si vede un sepolcro costruito
+nel gusto saracinesco con una cupola emisferica. Si pretende
+che questo monumento fosse inalzato da Cherim Ghirei sulle
+ceneri d’una sua schiava ch’egli amava appassionatamente.
+La detta schiava era pollacca, e apparteneva alla famiglia
+dei Potozchi. Un viaggiatore russo, Muravieff Apostol, crede
+che questa tradizione non abbia nessun fondamento. Il celebre
+poeta pollacco Mizkiewic, che fu, come Puschin, esiliato
+in Crimea, e che ha dedicato quattro sonetti alla descrizione
+di Bakcisarai, propende ad ammettere come vera
+la tradizione popolare.
+</p>
+
+<p>
+Citeremo questi sonetti perchè possono servire di
+preambolo al poema del Puschin, e perchè crediamo far cosa
+grata al lettore, offrendogli un’occasione di confrontare i
+due più insigni poeti slavi di questo secolo, ispirati dallo
+stesso soggetto.
+</p>
+
+<p>
+Il quinto sonetto si riferisce a una montagna di Crimea
+(l’Aiu-dag) cui Puschin allude nell’ultimo verso del
+suo poema.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
+</p>
+
+<h3>I.
+<span class="smaller">BAKCISARAI DI GIORNO.</span></h3>
+
+<p>
+La reggia di Ghirei è tuttora vasta ma deserta. Le
+locuste saltellano, le vipere s’attorcono pei veroni e pei
+portici spazzati altre volte dalla fronte dei pascià, e per
+quelle mura ove risiedeva l’autorità sovrana, ove s’annidava
+l’amore.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+L’ellera parasita insinuandosi per le finestre variopinte
+s’arrampica alle pareti e agli archi; le piante usurpano
+il posto dell’uomo in nome della natura, e scrivono
+sui muri, nel linguaggio di Baltazare: <i>Ruina</i>.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+In mezzo alla sala sta una vasca di marmo tuttora incolume.
+Fu questa la fontana dell’<i>harem</i>; e spargendo lacrime
+di perle, essa grida nella solitudine:
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+“Ove siete, amore, potenza e gloria? Dovevate durare
+de’ secoli; l’onda tuttora scaturisce dalla polla. O vergogna!
+siete spariti, e la fontana resta.”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
+</p>
+
+<h3>II.
+<span class="smaller">BAKCISARAI DI NOTTE.</span></h3>
+
+<p>
+I devoti musulmani escono dalle meschite. L’eco dell’<i>izam</i>&#8205;<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>
+si dilegua in lontananza; l’aurora dal volto di rubino
+si scolora; l’argentea regina della notte move a riposar
+col suo diletto.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+L’eterne lampade del cielo rilucono nell’<i>harem</i>; una
+nuvoletta naviga a traverso le stelle pei campi di zaffiro,
+simile ad un cigno sonnolento sopra un lago; ha di neve il
+petto, e porta in fronte una ghirlanda d’oro.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+L’ombra scende dai minaretti e dalle cime dei cipressi;
+laggiù nereggiano in giro i colossi granitici del Caucaso,
+simili a demoni seduti a consiglio nella corte d’Eblis,&#8205;<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> sotto
+il padiglion delle tenebre.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Di quando in quando, dalle loro vette scocca un baleno
+che ratto come un <i>faris</i>&#8205;<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a> attraversa i silenziosi deserti del
+vasto azzurro.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
+</p>
+
+<h3>III.
+<span class="smaller">LA TOMBA DI MARIA POTOZCA.</span></h3>
+
+<p>
+Ti sfiorasti, o giovine rosa, nella terra della primavera
+eterna, in mezzo ai giardini deliziosi! Nè potevi più vivere,
+dacchè le ore del passato, nell’involarsi quali auree farfalle,
+t’avean lasciato nel seno il verme della rimembranza.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Verso settentrione scintillano le costellazioni della Polonia....
+Perchè tanti astri splendono in quella parte dell’etra?
+Forse il tuo sguardo fiammante pria di estinguersi
+nel sepolcro lasciò in cielo quegli eterni segni sfavillanti?
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+O Pollacca! Io pure morrò qui, in solitario lutto. Possa
+la mano dell’amicizia spargere sulle mie ossa un pugno
+di terra.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Spesso i viandanti confavellan fra loro presso alla
+tua tomba; il suono del patrio idioma mi desterà dal sonno
+della morte, e forse un poeta pensando a te e vedendo il
+mio sasso vicino, scioglierà un inno anche alla mia memoria.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
+</p>
+
+<h3>IV.
+<span class="smaller">LE TOMBE DELL’HAREM.<br>
+(Mirza parla al Pellegrino.)</span></h3>
+
+<p>
+Un grappolo immaturo della vigna d’amore fu qui
+colto per la mensa d’Allah. Qui il nero feretro, conca dell’eternità,
+furò giovani ancora e precipitò nelle tenebre le
+perle orientali, delizia e tesoro del mare.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Il velo dell’oblio e del tempo le involve; un turbante
+scolpito sulla loro fossa riluce nella campagna simile alla
+bandiera dell’esercito delle ombre, e appiè della lapida appena
+rimangono le iscrizioni incise dalla mano d’un <i>giaur</i>.&#8205;<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+O rose dell’Eden! I vostri giorni si sfiorarono sul rio di
+purità, sotto le fronde del pudore, ascose per sempre agli
+occhi degli infedeli.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Adesso gli sguardi dello straniero contaminano le vostre
+tombe e io lo permetto. Perdona, o gran profeta! Solo
+l’occhio di quello straniero le mira con lacrime.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
+</p>
+
+<h3>V.
+<span class="smaller">L’AIU-DAG.</span></h3>
+
+<p>
+Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde
+spumanti che s’avanzano, strette in lunghe file, come
+nere coorti tumultuose, o che, simili a banchi di neve, rifrangono
+i raggi del sole in mille archi baleni.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono
+il lido come un esercito di cetacei; occupano la
+terra in trionfo, e, volte tosto in precipitosa fuga, lasciano
+dietro a sè conchiglie, perle e coralli.
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso
+attrae sul tuo capo le tempeste; ma subito che impugni
+la cetra, esse senza offenderti,
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a
+sè canti immortali, coi quali i secoli futuri intesseran
+ghirlanda alle tue tempie.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
+</p>
+
+<hr class="tbs">
+
+<p>
+Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo <i>Viaggio
+di Crimea</i> le vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e
+allude alla tradizione surriferita; ma non sembra rigettarla
+come spuria. Ecco uno squarcio della sua relazione:
+</p>
+
+<p>
+“Nell’<i>harem</i> circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni
+e di sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano
+le donne del <i>Khan</i>. Ma sono tutte deserte; appena
+qua e là scorgemmo qualche avanzo dell’incrostatura di
+legno; alle finestre alcuni brani di vetro colorito, e alle pareti
+alcune spere veneziane nelle quali le odalische talvolta
+si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che
+ispirò al Puschin il suo poema della <i>Fontana di Bakcisarai</i>....
+</p>
+
+<p>
+”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special
+menzione. Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e
+spiccantisi sopra un fondo chiaro e variegato. In queste
+fontane si trova adunato quanto il gusto asiatico ha di più
+squisito, e l’architettura orientale di più elegante. Una di
+esse diede il titolo al poema del Puschin....”
+</p>
+
+<p class="indr">
+(<i>Viaggio</i> ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.)
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
+</p>
+
+<h2 title="La fontana di Bakcisarai">&nbsp;</h2>
+</div>
+
+<p>
+Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa
+d’ambra fuma nella di lui bocca. La calma regna
+nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano silenziosi
+intorno al minaccioso <i>Khan</i>.&#8205;<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> Tutti con rispettosa attenzione
+spiano su quella fronte accigliata i segni
+della rabbia e del dolore, il monarca altero fa un
+cenno colla destra impaziente e tutti riverenti si ritirano.
+</p>
+
+<p>
+Solo nella sua stanza, respira più liberamente, e
+i moti del suo cuore si riflettono con maggiore energia
+sulla sua fronte. Così il cristallo ondoso d’un
+golfo riproduce fedelmente l’imagine delle procellose
+nubi. Che cosa mai sconvolge quell’anima superba?
+Che progetto assorbe i pensieri di Ghirei?
+Forse vuol muover guerra ai Russi, imporre leggi alla
+Polonia? Forse lo divora la sete di sanguinosa vendetta?
+Oppure scoprì una congiura nell’esercito?
+O finalmente lo inquietano l’odio dei suoi popoli e
+le insidie dello scaltro Genovese?
+</p>
+
+<p>
+No: egli è sazio ormai di gloria militare. La sua
+mano micidiale si riposa dalle fatiche bèlliche, e la
+passione della guerra non gli infiamma più la mente.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
+</p>
+
+<p>
+Forse penetrò il tradimento nel suo <i>harem</i>, e
+qualche <i>odalisca</i> educata nella schiavitù e nella mollezza,
+diede il cuore a un <i>giaur</i>?
+</p>
+
+<p>
+No: le timide spose di Ghirei non ardiscono nè
+pensare nè desiderare, e sebbene oppresse da una tetra
+noia, esse non concepiscono idea di tradimento.
+Rinchiuse in un carcere invigilato da custodi assidui
+e inesorabili, ivi splendono in voluttuosa quiete
+come fiori esotici sotto le vetrine di una stufa. Per
+esse, i giorni, i mesi, gli anni fuggono in monotona
+fila, portando via seco a mano a mano la gioventù e
+l’amore. I dì passano tutti simili fra loro, e le ore
+sembrano lente. L’ozio e la pigrizia sono gli arbitri
+dell’<i>harem</i>; ben di rado vi s’insinua il piacere. Quando
+le giovani recluse provano l’angoscia e il tedio, lo
+dissipano cambiando abbigliamento, giocando, chiacchierando,
+oppure passeggiando in leggiadra schiera
+al mormorar delle acque zampillanti, al rezzo dei
+platani fronzuti. Un malizioso eunuco le segue in
+ogni parte; non possono sottrarsi alla sua vista. Il
+di lui sguardo scorge tutto, il di lui orecchio ode tutto.
+Per sua cura fu stabilita una regola di vita invariabile.
+Sua unica legge è il volere del Khan, e l’adempie
+colla stessa scrupolosità che i precetti del Corano.
+L’eunuco non sa che sia amore; impassibile
+come una statua, egli accoglie con indifferenza le beffe,
+la rabbia, le mortificazioni, gli oltraggi d’una petulanza
+impudica, il disprezzo, le preghiere, i languidi
+sguardi, i flebili sospiri, le timide lagnanze. Egli conosce
+bene l’indole delle donne, sa quanta sia l’astuzia
+femminile in libertà e in cattività. Nè le tenere
+occhiate, nè le mute rampogne, nè le lacrime
+<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
+hanno potenza su lui; egli ormai più non ci crede.
+</p>
+
+<p>
+Quando le belle prigioniere, spargendo i lunghi
+crini al vento, vanno, durante i calori dell’estate, ad
+attuffarsi nel ruscello e spandono sulle rosee membra
+l’onda argentea della fonte, l’eunuco testimone eterno
+delle loro azioni fa sentinella al bagno. Mira senza
+emozione quelle elette forme nude. Quando spiega la
+notte il nero suo manto, l’eunuco schiude una
+porta obediente, s’avanza a passi taciti sui tappeti
+morbidi, striscia quatto quatto di letto in letto; agitato
+da continua tema, osserva attentamente le belle addormentate,
+e ascolta il loro bisbiglio notturno; nota
+i sospiri, gli aliti, i minimi fremiti; di tutto fa tesoro, — e
+guai a colei che sognando proferisse un
+nome straniero! Guai a colei che confidasse alla benevola
+compagna qualche sfrenata e matta cupidigia!
+</p>
+
+<p>
+Qual mai sarà dunque la causa dell’ira di Ghirei?
+La pipa gli s’è spenta fra le mani, il servo aspetta
+immobile sulla soglia gli ordini del suo signore e
+osa appena respirare. Il regnante pensieroso si rizza
+in piedi; la porta s’apre avanti a lui. Silenzioso
+egli s’avvia alla dimora delle donne altre volte a lui
+sì care.
+</p>
+
+<p>
+Esse, aspettando il <i>Khan</i>, si sono assise in vari
+gruppi attorno a una fontana gorgogliante. Con infantile
+gaudio, mirano il pesce che guizza in quello
+specchio liquido o rasenta il fondo della marmorea
+vasca. Alcune di esse vi gettano per diletto i loro
+orecchini d’oro. Frattanto le ancelle portano in giro
+i sorbetti odoriferi; poi intuonano un canto sonoro e
+gaio che fa echeggiar le sale.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
+</p>
+
+<p class="pad1 center">
+CANZONE TARTARA.
+</p>
+
+<p class="center">
+I.
+</p>
+
+<p>
+Largisce il cielo agli uomini il compenso delle
+pene e delle lacrime: beato il <i>Fachir</i>&#8205;<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> che vede la
+Mecca nei tristi anni della sua vecchiaia.
+</p>
+
+<p class="center">
+II.
+</p>
+
+<p>
+Beato colui che s’illustra morendo sulle gloriose
+sponde del Danubio: una celeste fanciulla gli volerà
+incontro, sorridendo d’amore.
+</p>
+
+<p class="center">
+III.
+</p>
+
+<p>
+Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di
+calma e di mollezza ti accarezza come rosa, nel recinto
+dell’<i>harem</i>.
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore,
+la perla dell’<i>harem</i>? Afflitta e pallida non
+ode le sue lodi; come una palma rabbuffata dai venti,
+essa piega la giovine testa; più niente può piacerle.
+Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più.
+</p>
+
+<p>
+Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o
+Zarema? I bruni capelli ti cingono due volte la nivea
+fronte; gli occhi tuoi son più chiari del giorno, più
+neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere
+gli slanci delle focose passioni? Qual bacio
+tenero è più vivo delle tue carezze? Come mai un
+<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
+cuore pieno della tua imagine può palpitare per una
+altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei
+disdegna i tuoi favori, e consuma le gelide ore della
+notte nella mestizia e nella solitudine, dacchè una
+principessa polacca abita il suo <i>harem</i>.
+</p>
+
+<p>
+Non è molto che la giovane Maria vive sotto
+estranio clima: poco fa, essa fioriva nella propria famiglia
+accanto a un padre affettuoso che la chiamava
+sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca
+volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva
+che la sorte della diletta figlia fosse splendida come
+un dì di primavera; che nè anche il minimo duolo
+conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata, si
+ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza,
+quelle ore festose e gioconde che si dileguano come
+lieve sogno. Ogni cosa in lei destava maraviglia:
+l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi
+d’un azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli
+dell’arte e allegrava i banchetti domestici coi suoni
+melodici dell’arpa. Molti potenti e ricchi signori
+chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi sospiravan
+per lei di secreto amore. Ma la vergine
+tranquilla e candida non conosceva ancora le passioni,
+e nel castello del padre dedicava l’ore dell’ozio
+a scherzare colle care compagne.
+</p>
+
+<p>
+Non durò molto quella felicità. Una orda di
+Tartari si sparse per la Polonia, colla rapidità d’un
+torrente che invade le pianure, o d’un incendio che
+divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla
+guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti
+sollazzi e i giuochi; spariscono i villaggi e i querceti.
+Il magnifico castello è desolato, la camera di Maria
+<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
+è vuota e muta. — Nella cappella del palazzo ove in
+lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con
+intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una
+nuova sepoltura. Il padre è morto, la figlia è schiava.
+Un avaro straniero possiede il castello e spreme con
+estorsioni tiranniche gli infelici abitatori della campagna.
+</p>
+
+<p>
+La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa;
+ma la bella vi si strugge in pianto e in gemiti,
+nè può assuefarsi alla prigionia cui è ridotta. La di
+lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il sonno
+breve del <i>Khan</i>, il quale fa di tutto onde lenir la doglia
+della sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle
+leggi dell’<i>harem</i>. Essa entra nel bagno senza altri
+testimoni che una serva. Il truce custode delle odalische
+non penetra da lei nè di giorno nè di notte;
+non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate,
+nè osa neppure fissarle gli occhi in volto. Il
+principe medesimo non ardisce turbare il riposo della
+vergine prigioniera: le concesse di vivere sola nella
+più estrema parte della reggia, e diresti che in quel
+misterioso ricetto s’annida qualche ente più che
+mortale. Ivi perpetua arde una lampada davanti all’imagine
+della Madre di Dio; ivi la speranza, ultimo
+conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la
+sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della
+patria vicina e così cara, e si lamenta e chiama le dolci
+compagne che l’invidiano forse. Mentre in tutto il
+palazzo domina la mollezza e la follia, un angolo di
+quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della
+castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza
+d’una vita dissoluta, il cuore talvolta riman puro
+<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
+e serba intatto il suo sacro deposito: il sentimento
+della divinità....
+</p>
+
+<p>
+Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride
+si vestono di tenebre; in lontananza, fra le fronde
+immote degli allori, io odo il gorgheggiar del rosignolo...
+La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un
+coro di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le
+colline, le selve. Le donne agili e snelle come ombre
+passano per le vie di Bakcisarai, e vanno nelle
+case degli amici a spendere le ore disoccupate della
+sera.
+</p>
+
+<p>
+La reggia tace; l’<i>harem</i> giace immerso in pacifico
+sonno; nessuno strepito interrompe la quiete
+notturna. Il fido e vigilante eunuco ha adempito
+la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma
+l’ansia assidua gli amareggia quella breve requie.
+Il sospetto atroce del tradimento non cessa un
+istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un calpestío,
+ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio
+incerto, si solleva spaventato, tremante e
+ascolta con orrore.... ma ogni cosa tace intorno, e
+nessun suono s’ode in vicinanza, fuori quello delle
+acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione
+di marmo, e l’inno che il rosignolo modula
+nella oscurità alla rosa sua compagna diletta e inseparabile.
+L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma invano....
+poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre.
+</p>
+
+<p>
+Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso
+Oriente! Quanto soavi scorrono quelle ore per gli adoratori
+del Profeta! Che lusso splende nelle loro magioni,
+nei giardini incantati, ne’ silenziosi e impenetrabili
+<i>harem</i>, ove sotto il candido raggio della luna,
+<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
+par ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e
+d’amore!
+</p>
+
+<p>
+Le donne dormono. Una sola veglia; respirando
+appena essa balza da letto; con mano frettolosa
+schiude la porta, e con passo snello s’inoltra nelle ombre
+della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il
+vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile
+e astuto; il suo riposo non è che apparente....
+essa passa leggera come spettro.
+</p>
+
+<p>
+Titubante e sbigottita, arriva ad una porta,
+gira lentamente la maniglia della serratura; entra,
+guarda intorno, un secreto terrore s’insignorisce
+d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la
+fiammella dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente
+lumeggiato da quella lampada, una piccola
+imagine della Beata Vergine, e un crocifisso, simbolo
+sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo
+della Georgiana la grata rimembranza e il
+dolce eco dei giorni remoti. S’arresta innanzi al
+letto della bella Maria. Il colore d’un sonno giovenile
+inostra quelle guance ove rifulge un melancolico
+sorriso, sebben tuttora vi appaiano i vestigi di
+lacrime recenti. Così talvolta il riflesso della luna
+imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia. E Zarema,
+curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden,
+sceso in terra a consolare la misera prigioniera
+del serraglio. — Il di lei cuore si stringe angosciosamente;
+i di lei ginocchi si piegano a suo
+malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere
+i voti miei....”
+</p>
+
+<p>
+Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti,
+risvegliano la principessa. Vede con timore la giovine
+<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
+incognita prostrata al suolo; tutta confusa, la
+rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a
+questa ora, in queste mura? Che brami?...”
+</p>
+
+<p>
+— “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni
+mia speranza è in te riposta.... Fui felice un tempo....
+viveva in sicurtà e in gioia.... ma svanì ormai
+ogni mio bene; io muoro. Ascoltami.
+</p>
+
+<p>
+”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei
+miei primi anni sono altamente impresse nella mia
+memoria, ed io rimembro tuttora i monti alzati al cielo,
+i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti impenetrabili,
+altre leggi, altri costumi; ma per che decreto
+della sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto
+mi sovviene del mare e d’un uomo ritto sopra
+un albero di nave sopra le vele.... Fin adesso la
+paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in
+pace all’ombra dell’<i>harem</i>, e aspettava i primi diletti
+d’amore con paziente ansia e trepidazione. I
+miei secreti desiderii vennero esauditi. Ghirei rinunziò
+alla guerra sanguinosa, per addarsi alla dolce
+voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò
+nelle mura dell’<i>harem</i>. Venimmo tutte al cospetto del
+nostro signore, con un palpito di incerta speranza.
+Egli fissò sopra di me il suo sguardo tranquillo e sereno....
+Da quel giorno in poi, godevamo una felicità
+perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto,
+nè la gelosia crudele, nè il disgusto, avevano
+interrotto la nostra unione.... Ma tu gli apparisti, o
+Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un empio
+disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude
+l’orecchio alle mie rimostranze; i sospiri miei lo
+molestano, non mi degna più delle sue attenzioni nè
+<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
+del suo amichevole consorzio. Non sei complice della
+sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io
+lo so; quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto
+l’<i>harem</i>, potresti gareggiar meco; ma io son nata alle
+passioni, mentre tu non puoi amare come amo io; perchè,
+dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore?
+Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze
+mi ardono come fiamma; egli s’unì a me con solenne
+giuramento; da gran tempo, egli ed io, non abbiam
+che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà mi
+uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi
+a te. Io ti supplico, non osando accusarti.... ah rendimi
+la gioia e la pace; rendimi il mio Ghirei, qual
+era prima.... Non replicar parola.... egli è mio; egli
+delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo,
+coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai;
+giurami.... sebben io ora adori il Corano, crebbi nella
+tua fede, che era la fede di mia madre.... giurami per
+il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con Ghirei.... Ma
+senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè
+del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.”
+</p>
+
+<p>
+Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla.
+L’innocente giovinetta ode per la prima volta il
+linguaggio delle passioni tormentose, l’ode con maraviglia
+e con spavento. — Che lacrime, che preghiere
+potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la
+minaccia? Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa
+condizione? Se Ghirei potesse dimenticarla
+per sempre nel di lei longinquo carcere, o se volesse
+troncare innanzi tempo il sottile stame della di
+lei vita! Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa
+valle di dolore! Le sue ore di beatitudine svanirono
+<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
+e non torneranno più! Che farebbe essa nel deserto
+di questo mondo? È tempo di partire; Maria è
+aspettata in cielo, nel seno della calma e del sorriso
+eterno.
+</p>
+
+<p>
+Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella
+è sparita in un momento; novello angelo di
+Dio, essa splende ora nel tanto sospirato paradiso.
+Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico
+della sua disperata prigionia o qualche altro dolore?...
+Nessuno può dirlo. — Solo è certo che la gentil Maria
+cessò di vivere. — L’orrendo serraglio è vuoto.
+Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di
+Tartari egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo
+di sangue come prima, s’abbandona di nuovo
+al turbine della guerra, ma serba aperta nel cuore la
+piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo
+alla battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un
+tratto s’arresta; Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito
+e attonito, impallidisce come côlto da subíto
+terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un
+torrente d’amare lacrime.
+</p>
+
+<p>
+Ghirei sdegna e dimentica il suo <i>harem</i>; le sue
+donne sventurate invecchiano e languono in quelle
+triste soglie sotto la custodia dell’eunuco. La Georgiana
+più non trovasi in mezzo ad esse; già da un
+pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso
+delle onde. Nella notte in cui morì la principessa
+finirono gli strazi della di lei gelosa rivale. Qualunque
+fosse la colpa della bella Georgiana, atroce,
+immane fu il castigo.
+</p>
+
+<p>
+Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco
+le circostanti valli del Caucaso e le tranquille campagne
+<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
+della Russia, tornò nella Tauride, e fece edificare,
+in onore di Maria, una fontana marmorea in
+un angolo recondito della reggia. Una mezza luna
+d’argento vi splendea sotto l’ombra d’una croce,
+empia confusione dei due riti, e segno manifesto di
+ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una
+iscrizione che il tempo edace non ha ancora consunta.
+Dietro a questa fabbrica bizzarra, l’acqua
+mormora in una vasca di marmo dalla quale risale
+in lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran
+piangere la sorte di Maria. Tale una madre inconsolabile
+spande perenne tributo di pianto sulla
+lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del
+paese conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel
+funebre monumento la fontana delle lacrime.
+</p>
+
+<p>
+Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti
+della capitale, io visitai il palazzo di Bakcisarai
+sepolto nell’oblio. Errai per le silenziose sale,
+ove risiedeva il feroce <i>Khan</i> flagello dei popoli, e ove
+reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i
+giorni ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza
+tuttora respira nelle stanze e nei giardini inabitati:
+le acque scherzano, le rose rosseggiano, i grappoli
+s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla sulle
+pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne
+prigioniere consumavano il fior degli anni loro, gemendo
+in secreto, e contando i grani delle loro corone
+d’ambra.&#8205;<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> Vidi il cimitero dei <i>Khan</i>, ultima
+<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
+dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri,
+cinte d’un turbante di sasso, pareva che mi
+dichiarassero apertamente i decreti del fato. Ove
+sono i <i>Khan</i>? Ov’è l’<i>harem</i>? Tutto tace all’intorno,
+tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro
+pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il
+rombo delle fontane m’immerse in una involontaria
+meditazione, in mezzo a cui scòrsi un’ombra di
+fanciulla che spaziava nel lucido azzurro....
+</p>
+
+<p>
+Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che
+imagine era quella che m’inseguiva nell’<i>harem</i> deserto,
+e ch’io non poteva respingere, nè evitare? Forse
+la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa
+di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata
+tenera, e quelle forme ancora terrestri.
+</p>
+
+<p>
+Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico
+della gloria e dell’amore, io in breve vi rivedrò, o
+gaie spiagge del Salghir. Perlustrerò di nuovo le
+falde amene dei monti marittimi, e i flutti cerulei
+della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione
+incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive
+e sente: i colli, i boschi, le vigne onuste di rubini e di
+topazi, le valli ombrose e fresche, i ruscelletti garruli,
+fiancheggiati di pioppi.... tutto eccita l’ammirazione
+del viandante, il quale scorrendo a cavallo la strada in
+riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino
+d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti
+dell’Eusino che lampeggiano al sole, e spumano e
+mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh....
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p>
+
+<h2 id="eugenio">EUGENIO ANIEGHIN.&#8205;<a class="tagtitle" id="tag24" href="#note24">[24]</a></h2>
+</div>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
+</p>
+
+<h3 class="nosp">CAPITOLO PRIMO.</h3>
+</div>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl"><div class="stanza">
+<p class="i01">Si affretta di vivere, s’affanna a godere.</p>
+<p class="i10"> <span class="smcap">Viasemski</span>.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<p>
+“Mio zio, uomo d’illibati costumi, godeva la
+stima di tutti ed era giunto al colmo dei suoi desiderii,
+quando in un subito ammalò sul serio. L’esempio
+suo potrà servir di norma ai posteri; ma che seccatura
+per me vegliar dì e notte accanto al suo letto
+nè osare discostarmene di un passo! Che brutta ipocrisia
+è confortare un moribondo, assettargli i guanciali,
+porgergli con volto afflitto le medicine, mentre
+si dice in disparte con un sospiro d’impazienza:
+“Ti levasse via il diavolo, maladetto vecchio!”
+</p>
+
+<p>
+Viaggiando per la posta in mezzo a un nuvolo
+di polvere, così fantasticava fra sè un giovine scapestrato,
+erede, per voler di Giove, di tutti i suoi consanguinei.
+Ammiratori di <i>Ruslano e Liudmila</i>,&#8205;<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> permettete
+che questa volta io, senza altri preamboli vi faccia
+fare amicizia col protagonista di questo mio
+nuovo romanzo. Il mio buono Eugenio Anieghin
+nacque sulle sponde della Neva ove forse nasceste
+voi pure, ove forse faceste bella figura, o miei
+lettori! Anch’io le conosco, e ci ho spesso passeggiato;
+ma il clima del norte m’è contrario.&#8205;<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
+</p>
+
+<p>
+Il padre d’Eugenio, dopo aver servito lo Stato
+con onore, viveva di debiti; dava tre feste di ballo
+all’anno e finì spiantato. La sorte dapprima favorì
+Eugenio; egli ebbe per balia una <i>Madame</i>; quindi un
+<i>Monsieur</i> per aio. Cresceva un po’ vispo, ma amabile.
+Quel povero diavolo di abate francese non volendo
+stancar la mente del suo alunno, lo istruiva scherzando
+e ridendo. Alieno dai precetti d’una austera
+morale, non lo sgridava che per celia, e lo menava
+a spasso nel Giardino d’estate.
+</p>
+
+<p>
+Quando Eugenio arrivò all’età delle vaghe speranze
+e della tenera melancolia, <i>monsieur l’abbé</i> fu
+licenziato. Ecco Anieghin finalmente libero. Pettinato
+all’ultima moda, attillato come un <i>dandy</i> di Londra,
+Anieghin si lanciò nei saloni eleganti. Scriveva
+e parlava in francese molto bene; danzava con
+garbo la marcusa; salutava con gran disinvoltura:
+che potevasi esigere di più! L’alta società lo dichiarò
+spiritoso e compito.
+</p>
+
+<p>
+Tutti abbiamo studiato qualche coserella in un
+modo qualunque. Possiamo dunque spacciarci per dottori.
+A detta di giudici competenti e severi, Anieghin
+era un ragazzo erudito ma un po’ pedante. Aveva il
+felice talento di ciarlare di tutto con grazia. Quando
+nasceva una discussione grave, sapeva tacere col
+muso serio d’un intelligente e divagar le signore
+coi suoi frizzi satirici e spontanei.
+</p>
+
+<p>
+La lingua del Lazio è oggimai fuor d’uso: Eugenio,
+a dir vero, la conosceva abbastanza per decifrare
+una epigrafe, per chiacchierare di Giovenale,
+per cacciare un <i>vale</i> in fondo a una lettera e citare
+a mente, storpiandoli un poco, due versi di Virgilio.
+<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
+Non si sentiva gran vocazione a rovistar nella
+muffa cronologica dell’istoria del globo; ma sapeva
+appuntino gli aneddoti curiosi dai tempi di Romolo
+ai nostri.
+</p>
+
+<p>
+Ricusò di sacrificar mezza la vita a studiar
+prosodia, e ad onta delle nostre premure non giunse
+mai a poter distinguere un iambo da un coreo. Bestemmiava
+Omero e Teocrito; leggeva Adamo Smith
+e diveniva un profondo economista; esaminava per
+qual modo uno Stato sussiste e s’arricchisce, e perchè
+l’oro non gli è necessario quando possiede i
+prodotti primi. Il padre di Anieghin non capiva
+niente a queste teorie, e ipotecava i suoi beni.
+</p>
+
+<p>
+Mi manca il tempo per dire appieno tutto ciò
+che Eugenio sapeva. Ma la scienza in cui primeggiava,
+la scienza a cui dalle fasce egli si applicò con
+impegno, con studio, con diletto; la scienza che
+occupava le sue intere giornate e vinceva la sua naturale
+indolenza, era la scienza di quella tenera passione
+che Nasone cantò sulla lira e per la quale chiuse
+la vita, come un martire, nelle atroci steppe della
+Moldavia, lungi dalla sua cara Italia......
+</p>
+
+<p>
+Benchè così novizio, già sapeva comporre il volto
+a suo beneplacito, occultare le sue speranze, simular
+la gelosia, asserire, persuadere, mostrarsi or feroce
+or languido, or superbo, or umile, or attento, or
+indifferente. Come sapeva a vicenda esser silenzioso
+e discreto, o focoso ed eloquente! Che espansione,
+che calore nel suo carteggio intimo! Non sospirava
+che per un solo oggetto, non adorava che una sola
+donna e per essa dimenticava il resto. L’occhio
+suo esprimeva ora la tenerezza e la timidità, ora
+<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
+l’audacia, e a volte s’irrugiadava di obedienti lacrime.
+</p>
+
+<p>
+Sapeva comparire sempre nuovo alle belle, sapeva
+commoverle con finte disperazioni, ammaliarle
+con melate lusinghe, coglier l’istante di debolezza,
+accalappiare l’innocenza burlando, sperdere a forza
+di logica e di passione i pregiudizi dell’inesperienza,
+aspettare una carezza involontaria, implorare ed
+esigere una dichiarazione, sorprendere i primi palpiti
+di un cuore vergine, inseguire senza posa la
+preda, e alfine ottenere dalla impietosita un misterioso
+appuntamento in cui le dava lezioni particolari
+d’amore. Oh, come sapeva confondere l’astuzia delle
+civette sfacciate! Quando voleva sfrattare i rivali, con
+che impudenza li denigrava! Che insidie tendeva sui
+loro passi! Ma voi, fortunati sposi, rimanevate suoi
+amici. Il marito scaltro, antico discepolo di Faublas;
+l’incredulo vecchio, maestoso capricorno, sempre
+contento di sè stesso, del suo secolo e di sua moglie,
+piaggiavano a gara il nostro Eugenio.
+</p>
+
+<p>
+Talvolta, mentre era tuttora in letto gli pioveva
+in camera un diluvio di bigliettini. Che saranno
+mai? Inviti? Di fatto, a un tempo stesso è
+pregato a conversazione in tre case diverse. In una
+v’è festa di ballo; in un’altra, ricreazione di bambini.
+In quale di questi posti si condurrà il nostro
+scapato? Con quale comincerà il suo giro? Poco importa,
+purchè vada in tutti. Frattanto si veste da
+mattino, prende il suo largo <i>bolivar</i>,&#8205;<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> corre al <i>boulevard</i>,
+passeggia in su e in giù finchè il suo infallibile
+<i>Breguet</i>&#8205;<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> gli segni l’ora del pranzo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
+</p>
+
+<p>
+Fa buio. Egli si accomoda in una slitta. “Ehi
+davanti! Ehi davanti!” gridano da ogni parte i
+cocchieri. Una polvere bianca inargenta il bavero del
+suo soprabito. Si ferma da Talon, credendo che ivi già
+lo aspetti N. N. Entra, e i tappi balzano al soffitto e
+il vino della cometa&#8205;<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> si mesce a torrenti. I servi gli
+imbandiscono un <i>roast-beef</i> sanguinolento, un piatto
+di tartufi, delizie della gioventù e onore della cucina
+francese; e l’incorruttibile pasticcio di Strasburgo&#8205;<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>
+torreggia davanti a lui fra un formaggio <i>vivente</i> di
+Limburgo e una piramide d’aurei ananassi.
+</p>
+
+<p>
+La sete eccitata dalle bollenti costolette richiede
+per estinguersi altre libazioni; — ma la lancetta dell’orologio
+già annunzia che è principiata la nuova
+pantomima. Mordace Aristarco del teatro, incostante
+adoratore di tutte le attrici, onorato cittadino delle
+quinte, Anieghin si trasporta al teatro, ove già tutti i
+dilettanti stanno pronti ad applaudire le capriole delle
+danzatrici, a fischiar Fedra e Cleopatra, a richiamar
+Maina&#8205;<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> coll’unico scopo di farsi osservare dalla gente.
+</p>
+
+<p>
+Magico recinto nel quale echeggiarono i carmi
+dell’arguto Von Visin,&#8205;<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> re dell’ironia e amico della
+libertà! Lì Oseroff&#8205;<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> divise colla giovine Semenova&#8205;<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>
+l’omaggio del nostro pianto e del nostro fanatismo;
+lì Calienin&#8205;<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> rivelò al pubblico russo il genio sublime
+<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
+di Cornelio; lì il caustico Sciachovschi lanciò il susurrante
+sciame delle sue commedie; lì Didelot&#8205;<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a> s’incoronò
+d’immortali allori; lì, all’ombra di quelle
+decorazioni, passarono i miei dolci anni primieri.
+</p>
+
+<p>
+Care dive, che fu di voi? Porgete orecchio alla
+mia voce addolorata: siete sempre quali io vi vidi,
+oppure altre dive vi hanno supplite ma non pareggiate?
+Udrò io ancora i vostri concenti? Mirerò ancora
+il volo della Terpsicore russa, ovvero la mia vista
+sconsolata non incontrerà più nessuna fisionomia
+nota sulla vedova scena, e dovrò io, freddo spettatore
+dell’allegria comune, appuntare indarno il canocchiale
+sopra una adunanza sconosciuta, e, sbadigliando
+in disparte, contentarmi delle reminiscenze del tempo
+trascorso?
+</p>
+
+<p>
+La sala è zeppa di gente; i palchi brulicano;
+la platea e l’anfiteatro fervono, il lubbione trepida
+d’impazienza. Il sipario s’alza con un grato stroscío....
+Sfavillante di luce, mezza aerea, docile al
+cenno dell’arco armonico, circondata d’una schiera
+di ninfe, ecco s’avanza Istomina&#8205;<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a> radendo appena
+il suolo colla cima d’un piede, mentre l’altro lentamente
+aleggia. Ora essa saltella, ora spazia più lieve
+che piuma al soffio d’Eolo, ora curva il bel fianco, ora
+lo drizza, e intreccia e batte in tempo gli agili calcagni.
+</p>
+
+<p>
+Tutti gli astanti dan segni di satisfazione. Anieghin
+entra, calpestando la gente si fa strada fra le
+poltrone, alza il doppio tubo ottico ai palchi ove
+stanno signore ch’egli non conosce ed esamina l’un
+dopo l’altro tutti gli ordini. Ha già veduto ogni cosa
+<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
+e nulla gli garba, nè i sembianti nè le <i>toelette</i>.&#8205;<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> Saluta
+i conoscenti che scorge in varie parti, poi si
+volge agli attori con occhio disattento, gira la testa
+sbadigliando e susurra: “Convien mutar tutto; assai
+tempo ho sofferto i <i>ballets</i>; persino Didelot m’è venuto
+a uggia.”
+</p>
+
+<p>
+Gli amori, i diavoli tuttora sgambettano e tempestano
+sulla scena; già i lacchè stracchi russano nel
+vestibolo sulle pellicce dei padroni. Gli spettatori si
+soffiano il naso, tossono, fischiano, picchiano le mani.
+Dentro e fuori rifulgono mille lumi; i cavalli intirizziti
+dal freddo scuotono i finimenti; i cocchieri, ritti
+intorno ai braceri, maledicono i loro signori e si percuotono
+i fianchi colle palme per riscaldarsi. Già Anieghin
+è uscito; va a casa a mettere un nuovo <i>costume</i>.
+</p>
+
+<p>
+Potrò io mai fedelmente descrivere il gabinetto
+appartato, ove l’esemplare discepolo delle mode si
+vestiva, si spogliava e si rivestiva? Tutte quelle bagattelle
+che Londra in sì gran copia fabbrica per contentare
+i nostri capricci e ci manda quindi a traverso
+il Baltico in ricambio di legno e di sego; tutte quelle
+galanterie che il gusto e la provvida industria di Parigi
+inventa per dilettar la vista, per pascere il lusso
+e la mollezza del mondo elegante, tutto ciò adornava
+il gabinetto del nostro filosofo di diciotto
+anni. Pipe turche con bocchini d’ambra; lavori di
+porcellana e di bronzo; boccette di cristallo piene
+d’essenze odorose; pettini e lime d’acciaio; forbici
+dritte o curve; spazzole di trenta specie per le unghie
+e per i denti, ingrombravano i suoi tavolini. Rousseau
+(fo questa osservazione fra parentesi), Rousseau non
+<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
+poteva perdonare a Grimm di essersi nettato le unghie
+in sua presenza.&#8205;<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> O magniloquente mentecatto!
+Il propugnatore della libertà e del dritto, in questo
+caso, ha certamente torto. Un uomo può essere assennato
+e pulirsi le unghie. Perchè voler lottare senza
+pro contro il secolo? L’uso è autocrata della società.
+Il mio Eugenio, paventando come un altro ***, i
+sarcasmi degli invidiosi, era, per dirla in una parola,
+un pedante della moda, uno zerbino coi fiocchi. Se ne
+stava talvolta almeno tre ore di seguito innanzi allo
+specchio, ed esciva dal suo <i>boudoir</i>, acconciato come
+una Venere notturna che sen va al veglione mascherata
+da uomo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
+</p>
+
+<p>
+Potrei qui dilungarmi in descrivere la toelette
+d’Eugenio, e attrarre l’attenzione degli eruditi sul suo
+abbigliamento; ma convien ch’io rinunzi a tale impresa,
+poichè la lingua russa non ha voci corrispondenti a
+<i>pantalon, frac, gilet</i>. E d’altronde m’accorgo e confesso
+con schiettezza, che il mio sciagurato stile pur troppo è
+già zeppo di espressioni esotiche, sebben per iscansarle
+io spesso scartabelli il Dizionario dell’Accademia.
+</p>
+
+<p>
+Ma ora di tutt’altro dobbiamo intrattenerci. Fa
+d’uopo che ci rechiamo alla festa di ballo ove Anieghin
+s’avvia in una calescia da nolo. Sulle facciate
+oscure delle case, pel lastricato silenzioso delle
+strade, i fanali delle carrozze spandono un giocondo
+chiarore che si refrange in mille archibaleni sulla
+neve. Il nostro eroe smonta all’ingresso d’un suntuoso
+palazzo, splendidamente illuminato. Si vedono
+passare e ripassare alle finestre, innumerevoli ombre
+e profili di teste di signore e di cavalieri.
+</p>
+
+<p>
+Anieghin si slancia nel peristilio, vola come strale
+davanti allo introduttore svizzero&#8205;<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>, sul pavimento di
+marmo. Si liscia i capelli colla mano, ed entra
+nella sala di conversazione. È piena gremita di gente,
+e i musicanti cominciano a essere stanchi. Gli invitati
+danzano la masurca. Dappertutto chiasso e calca
+straordinaria; ronzano gli speroni dei <i>chevaliers gardes</i>,&#8205;<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>
+guizzano e trepidano i piedini delle gentili dame;
+<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
+infiniti sguardi ardenti li accompagnano, e l’armonia
+dei violini soffoca il cinguettío delle gelose donne
+alla moda.
+</p>
+
+<p>
+Nei miei giorni di felicità e di desiderio, io ammattiva
+per le feste di ballo. Non conosco luogo più
+propizio per far dichiarazioni d’amore, e consegnar
+viglietti teneri. O rispettabili mariti! Io vi offro
+i miei servizi, e vi prego d’attendere alle mie parole:
+vi voglio salvar l’onore. Voi pure, buone madri,
+osservate con maggior rigore la condotta delle
+vostre figlie, abbiate sempre gli occhiali a cavalcioni
+sul naso.... Non crediate però ch’io.... Dio me ne
+scampi e liberi! Parlo così, perchè già da un pezzo
+io non pecco più.
+</p>
+
+<p>
+Ahimè, che ho perduto molta parte di mia vita
+in diporti frivoli! Eppure mi talenterebbero tuttora
+le feste di ballo, se non offendessero la morale! Io
+amo la petulante gioventù, la folla, il brio, l’allegria,
+gli addobbi ricercati delle belle; ma più di tutto io
+vagheggio i loro piedini. Peccato però, che in tutta
+la Russia si trovino appena tre paia di bei piedi
+muliebri! Ma fra questi uno ve n’ha, ch’io non potrò
+sì tosto dimenticare! Tribolato, spassionato, desto o
+svegliato, io gli ho sempre presenti, e ogni notte vengono
+a stuzzicarmi in sogno. In nessun tempo, in
+nessun clima li potrò io obliare. Ahi, piedini, piedini!
+Dove siete adesso? Sotto qual zona premete i
+fiorellini di primavera? Avvezzi alla mollezza orientale,
+non stampaste orma sulle orride nevi del settentrione;
+vi bisognava la morbidezza dei tappeti di
+Persia. Per voi, io scordai la gloria, l’ambizione, il
+paese degli avi miei, e la mia prigionia. L’incanto
+<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
+dei miei anni giovanili svanì come sull’erba dei
+prati la traccia vostra.
+</p>
+
+<p>
+Il seno di Diana, le gote di Flora, o amici cari,
+mi fan trasecolare, ma più seducenti ancora mi sembrano
+i piedini di Terpsicore. Essa, lasciando travedere
+l’ambíto guiderdone degli amanti, trascina dietro
+a sè un turbine di voti e di sospiri. Io adoro quei
+piedini: di primavera, sopra lo smalto delle lande;
+d’inverno, innanzi agli alari del caminetto, sul
+tavolato lucido dei saloni, sotto le lunghe tovaglie
+delle mense, e presso al mare sul granito d’uno
+scoglio.
+</p>
+
+<p>
+Un giorno, io ed essa, eravam sul lido poco
+prima di una burrasca. Oh come io invidiava le onde
+che venivano in tumultuosa fila a lambirle amorosamente
+i piedi! No, durante il voluttuoso corso
+della mia gioventù, non bramai con tanto affetto di
+baciare le labbra purpuree, o le rosee guance, o il
+petto tremulo delle nuove Armide, come bramai in
+quel punto di baciare quei piedini.
+</p>
+
+<p>
+Mi rimembro d’un’altra circostanza. Talvolta
+in un sogno felice parmi tener l’arcione della sua
+sella, e stringer fra mano quel piedino adorato. A
+quel pensiero mi si riscalda la fantasia, a quel contatto
+mi ribolle il sangue nelle vene agghiacciate:
+soffro ancora, amo ancora.... ma già troppo a lungo
+la mia garrula Musa celebrò le belle superbe: esse
+non meritano nè gli ardori nè i carmi che esse ci
+ispirano. Le parole e il cuore di quelle lusinghiere
+sono così volubili come i loro piedi.
+</p>
+
+<p>
+Ma dov’è il mio Anieghin? Mezzo addormentato
+esce dalla festa di ballo, e va a gustare un
+<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
+istante di riposo. Già il rimbombo dei tamburi ha
+svegliato l’abitante instancabile di San Pietroburgo.
+Il mercante balza da letto, il rivendugliolo va in giro
+colle sue ceste, il cocchiere s’incammina alla stazione
+consueta. La contadina di Octa corre colle sue
+brocche di latte, e fa crepitar la neve sotto ai suoi
+solleciti passi. Il gradito fracasso del mattino si rinnovella
+dappertutto: le imposte si spalancano; il fumo
+delle stufe serpeggia per l’aria in ghirlande azzurrine,
+e l’accurato fornaio tedesco col berretto
+bianco in testa ha già aperto più volte lo sportellino
+della sua bottega.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto il figlio del piacere e del fasto, sbalordito
+dal frastuono delle feste, converte il mattino in
+notte, e dorme placidamente fra beate visioni. Si desterà
+dopo le dodici; continuerà la stessa vita varia
+eppure uniforme, e domani farà quel che fece ieri. Domanderete
+forse se il mio Eugenio, indipendente sul
+più bel fior degli anni, fra i trionfi, gli amori e le
+delizie, godesse la felicità? Domanderete se fra i lauti
+conviti egli fosse tranquillo e sano?...
+</p>
+
+<p>
+No: i sensi suoi già divennero ottusi e languidi.
+Il rumore del mondo lo importuna; le belle non son
+più il precipuo oggetto dei suoi pensieri. La perfidia
+delle donne lo ha disgustato; è stucco degli amici e
+dell’amicizia, perchè non può sempre condire di
+sciampagna le bistecche e i pasticci di Strasburgo,
+nè sciorinar motti e frottole quando gli duole il capo;
+e benchè egli fosse un discolo solenne, abiurò finalmente
+gli alterchi, le sciabole e le pistole.
+</p>
+
+<p>
+Un morbo, le cui cause già da gran tempo si sarebbero
+dovute indagare; un contagio fratello dello
+<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
+<i>spleen</i> inglese, vale a dire l’ipocondria russa, lo invase
+poco a poco. La Dio mercè egli non cercò di farsi
+saltar le cervella, ma si svogliò di tutto. Divenne
+burbero e tetro come <i>Childe Harold</i>. Nè i pettegolezzi
+della città, nè il gioco del <i>boston</i>, nè le provocatrici
+occhiate, nè i sospiri indiscreti lo commovevano,
+e non vi badava nemmeno.
+</p>
+
+<p>
+In primo luogo, egli abbandonò le fantastiche
+dame della alta società. A dir vero, il <i>bon ton</i> d’oggigiorno
+è bastantemente seccante. Sebbene alcune signore
+siano in grado di spiegare Say e Bentham,
+ciò non ostante, ad onta di quell’innocuo cicalío, la
+loro compagnia è intollerabile. Di più esse sono così
+caste, così maestose, così spiritose, così pie, così
+guardinghe, così puntuali, così inespugnabili, che la
+sola vista loro ti appicca lo <i>spleen</i>.
+</p>
+
+<p>
+E voi, o forosette, cui ad ora avanzata un rapido
+<i>droschi</i> mena in giro per le vie di San Pietroburgo, il
+mio Eugenio piantò lì anche voi. Disertore dei divertimenti
+sregolati, Anieghin si rinserrò nella sua
+camera, prese carta e calamaio, e volle scrivere; ma
+quella applicazione improba gli fiaccò le forze. Quindi
+egli non entrò nella sella di quelli uomini violenti,
+che io non condannerò perchè io sono di quel numero
+uno.
+</p>
+
+<p>
+Nuovamente in preda all’ozio, straziato dall’inedia
+del cuore, schierò un battaglione di libri
+sulli scaffali della sua biblioteca, e s’assise col lodevole
+intento di far suo proprio l’ingegno altrui. Lesse,
+lesse, lesse, ma senza scopo e senza frutto; ove
+trovò la noia, ove l’inganno e la follia. Tale autore
+non ha coscienza, tale altro non ha giudizio; ciascuno
+<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
+ha le sue prevenzioni e i suoi vizi. Gli antichi
+sono un po’ vieti, e i moderni delirano sugli antichi.
+Mandò all’aria i libri come le donne, e avvolse
+in un drappo bruno la biblioteca, e i suoi polverosi
+tesori.
+</p>
+
+<p>
+Io conobbi Anieghin verso quell’epoca di sua
+vita. Appunto aveva io, come lui, scosso di recente
+il giogo delle convenzioni sociali e delle vanità mondane.
+Mi piacque la fisionomia d’Eugenio. Quella sua
+indole astratta e cogitabonda, quella stranezza di maniere
+e d’idee, congiunta a una sagacità rara e ad
+un senno squisito, m’empì di meraviglia. Io fremeva
+di sdegno; egli sen stava quieto e meditabondo. Ambedue
+sapevamo per prova come scherzino le passioni;
+ambedue satolli della esistenza, dovevamo soffrire
+nel mattino della vita gli oltraggi della ceca fortuna,
+e dei nostri simili.
+</p>
+
+<p>
+Chi ha vissuto e riflettuto, non può fare a meno
+di sprezzare gli uomini, nel secreto del cuore. L’imagine
+dei dì passati, che non torneranno più, è una
+tortura per un’anima sensibile. Il rammarico, il
+pentimento, la mordono e la rodono come serpenti,
+e per essa non v’ha più vera gioia. Tali sentimenti
+infondono nella conversazione di chi li prova una
+grazia, un fascino onnipossente. Dapprincipio, il
+linguaggio d’Anieghin mi turbò; ma poco a poco
+mi assuefeci alle acerbe invettive, ai sarcasmi pungenti
+e atrabiliari, che discorrendo scoccava, or qua
+or là, come tanti strali mortiferi.
+</p>
+
+<p>
+Nella stagion d’estate, quando il cielo si specchiava
+limpido e terso nel cristallo della Neva;
+quante volte, a quell’ora di notte in cui più non
+<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
+brillava il sorriso della luna, errando insieme lungo
+le sponde del fiume, ci narrammo a vicenda gli episodi
+romanzeschi dei nostri primi amori! Ridivenivamo
+sensibili e noncuranti, oppure ci inebriavamo
+in silenzio dei grati olezzi della verdura, in mezzo a
+quelle tenebre sfolgoranti di stelle. Trasferiti in idea
+dal tempo presente sì amaro, nel passato sì dolce,
+provavamo quel che proverebbe un galeotto, il quale
+addormentatosi nell’orror dell’ergastolo, si destasse
+in seno a un fiorito boschetto.
+</p>
+
+<p>
+Immerso nell’abisso delle sue rimembranze,
+talvolta Eugenio se ne stava aggomitato&#8205;<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> sul granito,
+come il personaggio descritto dal poeta.&#8205;<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> Alta quiete
+regnava intorno, non s’udiva altro strepito che il
+grido delle sentinelle, e di quando in quando il fragore
+delle ruote d’un <i>droschi</i> nel quartiere della Miliona.
+Al più al più, una barchetta a remi solcava
+lentamente la superficie unita del gran fiume; e ci
+molcea l’orecchio un suon di corno misto a un canto
+flebile in lontananza. Ma più soave assai echeggia
+nelle ombre opache l’armonia delle ottave del Tasso.
+</p>
+
+<p>
+O lagune dell’adriaco mare, o Brenta! Io vi
+vedrò; io andrò a ispirarmi al susurro delle vostre
+acque. La vostra voce è sacra ai figli d’Apollo; essa
+mi è nota per la cetra altera d’Albione,&#8205;<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> mia maestra
+e donna. Io assaporerò la voluttà delle notti
+dell’aurea Italia; io vogherò in una misteriosa gondola
+<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
+al fianco d’una leggiadra veneziana, ora loquace,
+ora taciturna, che addestrerà le mie labbra a modular
+la favella di Petrarca, e d’amore.
+</p>
+
+<p>
+Ricupererò io mai la libertà? Io la chiamo, io
+la sospiro con fervore. Vo spaziando qua e là in riva
+al mare;&#8205;<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> invoco la burrasca; fo segni alle antenne
+delle navi. Quando potrò io intraprendere un tragitto
+periglioso sui flutti lottanti coi venti, per le oblique
+vie del pelago? È tempo che io fugga il lido fastidioso
+e queste aure aborrite; è tempo ch’io voli
+sotto un cielo più mite, sulle spiagge dell’Africa natia,&#8205;<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>
+a pensare a questa nebulosa Russia, ove ho sofferto,
+ove ho amato, ove giace sepolto il mio cuore.
+</p>
+
+<p>
+Anieghin stava per far vela meco verso estranee
+regioni, quando piacque al barbaro destino di separarci
+per lungo tratto. Il padre d’Anieghin passò da
+questa vita. Un branco d’accaniti creditori assalì
+Eugenio. Tutti avevano dritti legittimi e istromenti
+validi. Eugenio che abominava le liti, contento delle
+sue mediocri sostanze, cesse loro l’eredità paterna;
+non credendo scapitar gran cosa, e pronosticando
+forse la prossima fine d’un suo vecchio zio. E, in
+fatti, di lì a poco, gli giunse la notizia che quel galantuomo
+era in punto d’agonia, e bramava, prima
+di spirare, dargli l’estremo addio. Eugenio, subito ricevuta
+la lettera dell’intendente, montò in posta, anticipatamente
+sbadigliando dalla noia, e preparandosi
+a dovere, per qualche danaro, gemere, piangere, e
+far quella commedia cui si allude nell’esordio di
+<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
+questa veridica istoria. Ma quando Eugenio giunse
+al villaggio dello zio, trovò il buon vecchio già basito
+e in procinto di andarsene sotterra.
+</p>
+
+<p>
+Il cortile era pieno di servitori. Da ogni banda
+accorrevano amici e nemici per godere della vista
+dei funerali. Si seppellì il defunto. I preti e i curiosi
+gozzovigliarono in suo onore, e quindi, ben pasciuti,
+si ritirarono con gravità e sussiego, come persone
+che han compito un dovere sacrosanto. Ecco Anieghin
+divenuto campagnuolo, possessore assoluto di
+manifatture, di canali, di selve, di poderi, esso, fin
+ad ora, scialacquatore di prima riga, e recalcitrante
+ad ogni freno! Eccolo che consente a trasformare il
+suo antico vivere disordinato in una esistenza regolata
+e sicura.
+</p>
+
+<p>
+Per ben due giorni interi la solitudine dei campi,
+la frescura crepuscolare dei querceti, il mormorío
+d’un placido ruscelletto, gli tornarono a genio. Nel
+terzo giorno, i boschi, i poggi, le valli, non lo dilettarono
+più tanto; anzi gli cagionarono un tedio mortale.
+Finalmente s’accorse e fu convinto, che la noia
+penetra anche nelle borgate rustiche, quantunque non
+vi si trovino nè strade, nè palazzi, nè carte da gioco,
+nè feste di ballo, nè poesie. L’ipocondria accompagnava
+Eugenio in ogni luogo, e lo inseguiva come
+una ombra, o una sposa fedele.
+</p>
+
+<p>
+Io son nato per la vita quieta, per la calma
+delle ville. Il suono della cetra pare più melodioso in
+quel silenzio; le visioni della mente son più vive.
+Ivi mi pasco d’innocenti piaceri, navigo sul liquido
+cristallo d’un lago; nè conosco altra legge, che il dolce
+<i>far niente</i>. La libertà e la mollezza occupano le mie
+<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
+giornate; leggo un poco, dormo un poco; più non
+mi cale di quel vano fiato di vento, che si appella
+gloria. In somma, io passo il tempo come lo passava
+nella mia infanzia scevro di cure e di pensieri.
+</p>
+
+<p>
+Fiori, amori, verdura, campagna, riposo, siete i
+miei Dei tutelari. Mi rallegro sempre quando mi accade
+di notare qualche divario fra il carattere d’Eugenio
+e il mio. Senza di ciò, i lettori malevoli, i coniatori
+d’ingegnose calunnie, riconoscendomi forse a
+qualche indizio, andrebbero poi vociferando, che ho
+qui delineato il mio ritratto, secondo l’esempio
+di Byron, poeta dell’orgoglio. Perchè mai sarebbe
+più difficile di dettar poemi sopra gli altri, che sopra
+noi medesimi?
+</p>
+
+<p>
+Io farò una osservazione. Tutti i poeti si lasciano
+abbindolar dall’amore ideale. Tempo fa, io adorava
+certi cari oggetti, la cui effigie mi è rimasta impressa
+in fondo al cuore. La Musa poi prestò un corpo a
+quelle vaghe imagini, e celebrò la fanciulla dei
+monti&#8205;<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a> e le captive delle sponde del Salghir.&#8205;<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>
+Adesso, amici miei, non di rado mi dirigete questa
+domanda: “Per chi palpitano le corde del tuo liuto?
+A quale delle gelose vergini sacrasti i tuoi concenti?
+Quale bella, destando in te l’entusiasmo, premiò i tuoi
+carmi con una occhiata? Chi è quella che divinizzi
+ora nelle tue carte?” Nessuna, o amici, lo giuro.
+Pur troppo esperimentai le ambasce forsennate di
+Cupido. Felice colui che accoppia il fuoco d’amore a
+quel di poesia, e così duplica il sacro furore dell’ispirazione
+ad esempio di Petrarca, il quale leniva
+<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
+il suo affanno cantando, e a un tempo stesso
+s’irradiava di gloria. Ma io, quando corteggiavo le
+donne, ero stolto e muto.
+</p>
+
+<p>
+La fiamma d’amore si estinse e rimasi al buio.
+Allora la Musa m’apparve e dissipò la caligine del
+mio intelletto. Libero omai, cerco ancora di combinare
+l’armonia del metro col sentimento e la ragione;
+scrivo, e con tale esercizio placo gli spasimi del
+cuore. La mia penna non si balocca più a schizzare,
+fra i versi non finiti, piedini e volti di donne.
+La cenere spenta non riarde più. Io tuttora patisco;
+ma è esausta la fonte delle lacrime, e in breve ogni
+traccia d’agitazione sarà sparita. Allora m’accingerò
+a comporre un poema in venticinque canti. Ho già
+ideato il nesso dell’azione, e stabilito il nome dell’eroe.
+</p>
+
+<p>
+Intanto eccomi giunto al fine del primo capitolo
+di questa favola. L’ho riveduto con accuratezza; vi
+ho scoperto un monte di contradizioni, ma non vo’
+sprecar tempo in tôrle via. Adempirò il mio dovere
+verso la censura, e regalerò questo nuovo frutto ai
+giornalisti, acciocchè se lo mangino. Vattene adunque
+sulle rive della Neva, o neonato parto del mio
+ingegno! Possa tu produrre colà i soliti effetti delle
+cose illustri: le maligne interpretazioni, i clamori
+pazzi, e gli improperi.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
+</p>
+
+<h3>CAPITOLO SECONDO.</h3>
+</div>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl"><div class="stanza">
+<p class="i01">O rus!</p>
+<p class="i03"> <span class="smcap">Orazio</span>.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">O Russia!</p>
+<p class="i03"> <i>Traduzione libera</i>.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<p>
+La terra ove s’annoiava&#8205;<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a> Eugenio era un delizioso
+asilo nel quale un amante dei piaceri semplici
+avrebbe goduto una perfetta felicità. La casa signorile
+si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a
+piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte.
+Intorno intorno verdeggiavano e fiorivano ameni
+campi indorati di mèssi e prati ubertosi ove spaziavano
+gli armenti. Qua e là un villaggetto o un vasto
+giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca
+ove venivano le Driadi a meditare.
+</p>
+
+<p>
+Il venerabile castello era costrutto come devono
+essere tutti i castelli; straordinariamente solido e
+tranquillo, secondo l’uso dei nostri giudiziosi avi. Sale
+ampie ed alte, arazzi appesi alle pareti, ritratti d’antenati
+e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto ciò
+ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè.
+D’altronde, l’amico badava pochissimo all’architettura
+e alla mobilia, atteso che sbadigliava nei
+saloni moderni come negli antichi.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
+</p>
+
+<p>
+Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio
+per quaranta anni di seguito s’era affacciato alla
+finestra, aveva quistionato colla governante e acciaccato
+mosche.
+</p>
+
+<p>
+Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di
+quercia, due scaffali, un tavolino, un divano di piuma
+senza alcuna macchia d’inchiostro. Anieghin
+aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa;
+nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro
+e un lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato
+da mille faccende, non leggeva altri libri.
+</p>
+
+<p>
+Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per
+accorciare il tempo, determinò di stabilire un ordine
+nuovo nella azienda del suo dominio. Filantropo
+segregato fralle selve, egli convertì in un
+lieve tributo annuo gli oblighi feudali;&#8205;<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a> e il servo
+redento benedì il nuovo signore. Ma un possidente
+spilorcio e inumano sbuffò di rabbia all’annunzio di
+tale azione che considerava come una enormità. Un
+altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono
+in dichiarare Eugenio un matto pernicioso.
+</p>
+
+<p>
+Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita;
+ma siccome tosto che udiva un <i>droschi</i> per la strada
+maestra Eugenio inforcava la sella d’un focoso stallone,
+i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento
+ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano
+essi, “è un ignorante, uno scapestrato, un <i>frammassone</i>.
+I suoi vini fini se li tracanna tutti lui; non
+bacia la mano alle signore; dice sempre <i>sì</i> e <i>no</i>; non
+<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
+v’aggiunge mai <i>signore</i> o <i>signora</i>.” Tale era l’opinione
+della gente intorno ad Anieghin.
+</p>
+
+<p>
+Giunse allora nel villaggio un altro possidente che
+diede un nuovo pascolo alle chiacchiere degli oziosi.
+Chiamavasi Vladimiro Lenschi. Allievo di Gottinga,
+fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine e
+bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi
+studi: dei principii liberali, un’anima ardente e un
+po’ bizzarra, un linguaggio esaltato, e capelli lunghi
+sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato dalla fredda
+perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava
+alla lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle
+vaghe zittelle. Era Lenschi d’una grande ingenuità
+di spirito, si lasciava facilmente illudere dalla speranza,
+dalle apparenze e dalle fanfaronate della gente.
+Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde
+menzogne. La vita umana gli sembrava un enimma
+interessante; si rompeva la testa a scrutarlo, e si
+figurava che dalla soluzione di quello dovesse scaturire
+qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima
+sorella della sua, di quell’anima che, secondo egli
+credeva, anelava d’unirsi alla compagna destinatale
+dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante, languiva
+nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci
+d’ogni sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer
+per lui la prigionia e la morte, e non esitassero
+mai a rintuzzare le calunnie....
+</p>
+
+<p>
+L’indignazione, la pietà, il sacro amore del
+bene, la sete della gloria, sin dai primi anni, gli fecero
+palpitare il cuore. Sen giva peregrino per la
+terra senza altra compagnia che la sua cetra. Ammiratore
+di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla
+<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
+poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di
+coltivar le muse. Celebrava nelle sue rime i generosi
+sentimenti, l’entusiasmo giovanile e l’aurea semplicità;
+suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi
+canti eran puri come i pensieri d’una vergine candida,
+come il sonno d’un fanciullo nella culla, come, in
+un ciel sereno, il raggio della luna, regina dei sospiri
+teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione,
+la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle
+rose, il fiore di sua gioventù appassito in sulla diciottesima
+primavera e i lontani paesi ove in seno della
+solitudine egli aveva sparso tante amare lacrime.
+</p>
+
+<p>
+In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva
+valutare i meriti di Lenschi, il quale fuggiva con
+premura i tumultuosi banchetti dei possidenti circonvicini,
+le loro conversazioni serie intorno al vino,
+alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia.
+Dalla natura degli argomenti, si può desumere
+che i discorsi di quei barbassori non ridondavano nè
+di estro poetico, nè di delicatezza, nè di acume, nè
+di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle
+loro carissime mogli era molto più sciocco ancora.
+</p>
+
+<p>
+Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona,
+Lenschi veniva accolto in ogni casa come s’accoglie
+un genero futuro. Tale è la consuetudine dei
+villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie per
+il signorino mezzo russo.&#8205;<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> Subito che egli entrava,
+la compagnia si metteva a ragionare degli incomodi
+della vita celibe. Se invitavano Lenschi a prendere
+una tazza di tè, la Dunia era incombensata di mescerlo.
+<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
+Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!”
+Quindi un servitore recava una chitarra,
+e Dunia incominciava a miagolare:
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Oh! vieni a me, nel mio palazzo d’oro!&#8205;<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a></p>
+</div></div>
+
+<p>
+Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare
+alle panie del matrimonio, e niente altro ambiva
+che contrarre più stretta familiarità con Eugenio.
+L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio
+e la brace, non son più diversi fra loro di quello
+che fossero Lenschi e Anieghin; eppure divennero
+amici sviscerati. A prima giunta, quel reciproco contrasto
+cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni
+giorno a cavallo o a piedi, fece sì che divennero
+compagni inseparabili. Così, pur troppo è vero, la scioperatezza
+è il nodo che ravvicina e unisce gli uomini.
+</p>
+
+<p>
+Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati
+dall’orgoglio, reputiamo noi stessi come tante
+unità e gli altri come tanti zeri. Tutti ci crediamo
+nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi
+nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci;
+ogni affetto ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio
+era più tollerante; conosceva gli uomini e li disprezzava
+in genere, ma faceva in particolare alcune
+eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei
+quali rispettava l’opinione. Ascoltava Lenschi con
+un sorriso; quel linguaggio colorato ed eloquente,
+quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio
+sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove
+per Anieghin. Si asteneva da ogni parola che potesse
+<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
+agghiacciar quell’ardore, pensando fra sè: sarei insano
+e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità momentanea.
+Pur troppo l’esperienza lo disingannerà.
+Lasciamogli quella sua fiducia nella perfezione umana
+e non estinguiamo anzi tempo quel fuoco giovenile;
+non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori.
+</p>
+
+<p>
+Non v’era cosa che non servisse loro di testo
+a qualche controversia e che non li portasse alla riflessione.
+Le gesta delle generazioni antiche, i frutti
+della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei secoli,
+i funebri misteri della tomba, il destino e la
+vita, porgevano a vicenda ésca alle loro disquisizioni.
+Lenschi, nel calore della disputa, leggeva a
+modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici, e
+l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione,
+sebbene da gran tempo li conoscesse.
+</p>
+
+<p>
+Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti
+erano le passioni. Eugenio, già da qualche
+tempo sfuggito a quella insolente tirannia, ne ragionava
+con un involontario sospiro di rincrescimento. Beato
+chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe
+sottrarsi al loro impero! Ma più felice colui che non
+le conobbe mai, che vinse l’amore colla fuga, e l’odio
+colla maldicenza! Di quando in quando egli sbadiglia
+cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare da
+gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il
+capitale tramandatogli dagli avi.
+</p>
+
+<p>
+Quando stanchi della agitazione del mondo ci
+ricovriamo prudentemente sotto l’insegna della calma
+e del riposo; quando la fiamma che ci consumava
+è spenta; quando la febbre delle passioni, le
+loro estasi, le loro ubíe, i loro richiami tardivi, non
+<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
+ci incutono più che disprezzo; tranquilli alfine non
+senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la descrizione
+delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci
+rinverdi e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido
+obliato in fondo al suo tugurio, porge volentieri orecchio
+ai racconti dei militi novizi che tornano dalla
+guerra.
+</p>
+
+<p>
+La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa;
+è sempre pronta a confidare i suoi odii e i suoi amori,
+i suoi affanni ed i suoi gaudi. Anieghin, veterano dell’esercito
+d’amore, accoglieva a muso serio le confessioni
+del poeta, il quale, devoto alla religione del
+cuore, svelava con ingenuità ogni ripiego della sua
+coscienza. Eugenio in breve fu istruito di tutti i suoi
+secreti teneri e dolci, secreti che già da un pezzo
+ci son noti.
+</p>
+
+<p>
+Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti
+soli sono ancora capaci d’amare. Sempre, dappertutto,
+un sol pensiero, un sol desire, un sol tormento gli occupava
+l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi
+anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse,
+nè la vista dei paesi forestieri, nè lo strepito delle
+feste, nè lo studio delle scienze, poterono alterare i
+sentimenti suoi puri e virtuosi.
+</p>
+
+<p>
+Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle
+passioni, s’invaghì della vezzosa Olga di cui divideva
+le cure e i trastulli infantili sotto il baldacchino
+dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici, vedendo
+il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano
+e incoronavano sposi.&#8205;<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> Olga, tutta spirante bellezza
+<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
+e innocenza, fioriva nella solitudine, fra le soglie
+avite e sotto gli occhi paterni, come un mughetto
+ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura, ignoto
+alle farfalle e alle api.
+</p>
+
+<p>
+Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine
+cuore, ed egli, trasumanato da quel caro dono,
+sacrò alla vezzosa i primi lai della cetra. Addio, aurei
+sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli ricercò le
+selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle,
+la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo
+altre volte come ad una fida amica per offrirle le
+nostre lacrime, grato sfogo dell’interno affanno....
+Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per confidenti,
+invece della luna, i lampioni delle cantonate.
+</p>
+
+<p>
+Sempre modesta, sempre obediente, allegra
+come l’aurora, sincera e semplice come l’anima
+d’un poeta, buona e timida come un bacio d’amore....
+occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di
+sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre,
+voce soave, Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo
+odierno qualunque, vi troverai il di lei ritratto
+esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho veduto e ammirato;
+ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa,
+lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di
+Taziana&#8205;<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> sorella maggiore di Olga. Sarà la prima
+volta che simil nome comparirà nelle pagine di un
+romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole
+e sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora
+appartenne più alle serve che alle padrone. È forza
+confessare che non mettiamo molto gusto nella
+<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
+scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto
+che mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione,
+ma soltanto l’affettazione e le smorfie di quella.
+</p>
+
+<p>
+Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione
+di ligustri e rose, nè la bellezza di Olga
+sua sorella, avevan finora potuto attrarre sopra di lei
+l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica,
+paurosa come una damma selvatica, l’avresti
+creduta straniera nella propria famiglia. Non sapeva,
+a forze di lusinghe, cattare la buona grazia dei genitori.
+Non si associava alle danze nè ai giuochi
+delle fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola
+e muta, per giorni interi, nel cantuccio d’una finestra;
+o ascoltare, di sera, novelle orribili e strane.
+</p>
+
+<p>
+Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva
+animare colle finzioni della vivace fantasia
+i suoi solitari ozi. I delicati suoi diti non avevan mai
+toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo
+per screziar la tela di fogliami e figure di seta.
+</p>
+
+<p>
+Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder
+una ragazza che si esercita colla docile sua bambola
+alle ipocrisie, alle etichette della società, e ripete a quel
+pezzo di legno le riprensioni che ha ricevute dalla
+mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole
+nè conversar con loro dei pettegolezzi della città o
+delle ultime mode. Quando la balia adunava in uno
+spazioso giardino tutte le fanciulle del vicinato per
+giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava altrove.
+Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano.
+Ad essa piaceva più anticipare sopra un
+balcone lo spuntar dell’alba, quando a poco a poco le
+stelle si ritirano dall’emisfero scolorato; quando la
+<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
+terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto
+messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde
+e sui prati. Nelle notti d’inverno, quando il pigro
+Oriente riposa sotto i raggi smorti della luna annuvolata,
+Taziana sempre desta all’ora solita esciva
+da letto al chiaror d’una lucerna.
+</p>
+
+<p>
+Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi
+le tennero luogo di tutto. In special maniera s’affezionò
+ai racconti di Richardson e di Rousseau. Il
+padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo,
+non leggeva mai. Considerava i libri come innocui
+giocattoli, nè si curava di scoprire quali insidiosi
+volumi si appiattassero sino al mattino sotto il
+guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente
+Richardson, non già per averlo letto, non
+già perchè anteponesse Grandisson a Lovelace; ma
+perchè sua cugina, la principessa Alina di Mosca,
+citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In
+quell’epoca, il signor Larin non era ancora che
+suo pretendente, ma senza speme. Essa ardeva per
+un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo
+spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente
+della guardia, famoso damerino e giocatore. Essa, ad
+esempio di lui, andava sempre vestita di moda e con
+gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della fanciulla
+la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo
+consenso. L’assennato marito, volendo dissipare il
+di lei cordoglio, si trasportò immantinente nelle sue
+possessioni, e lì la povera signora, circondata da Dio
+sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in
+procinto di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle
+cure domestiche, s’avvezzò al suo nuovo stato, si
+<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
+placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro
+largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine
+adunque sopì quella angoscia, che nulla poteva
+mitigare. Una grande scoperta che essa fece
+terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli
+ozi della villa, trovò un ottimo secreto per governare
+autocraticamente il consorte, e d’allora in avanti
+ogni cosa camminò a meraviglia.
+</p>
+
+<p>
+Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi
+per l’inverno, teneva il conto delle spese, radeva
+la testa ai giovani coscritti,&#8205;<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> andava al bagno il sabato,
+e quando era di mal umore picchiava le serve, senza
+mai chieder licenza ai marito.
+</p>
+
+<p>
+Scriveva col suo sangue negli <i>album</i> delle giovini
+amiche, cangiava per vezzo il nome di Prascovia
+in quello di Paolina; portava fascette molto strette,
+parlava con una cantilena, pronunziava la N russa
+col naso, come una N francese;&#8205;<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a> ma tosto smesse
+tutto ciò, e dimenticò gli <i>album</i>, i versi teneri, la
+principessa Paolina e le fascette; chiamò bonariamente
+Aculca, la cameriera che prima chiamava
+Celina, e in somma, incominciò a far uso di scuffie
+semplici, e di gonnelle ovattate.
+</p>
+
+<p>
+Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava
+mai nei di lei negozi, e aveva messa in lei
+una fiducia scevra d’ogni sospetto. Pranzavano ambedue
+in veste da camera. La vita loro scorreva in perfetta
+quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano
+a veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo,
+<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
+e ridere un poco di questo e di quello. Così
+passava il tempo. Si pregava Olga di preparare il tè;
+poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire,
+ciascun se ne tornava a casa propria.
+</p>
+
+<p>
+Essi osservavano nella loro placida esistenza
+gli usi e i costumi antichi. In tempo di carnevale
+facevano le frittelle. Il <i>cvas</i>&#8205;<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a> era la loro unica bevanda,
+e a mensa, offrivano i piatti a ciascun convitato,
+secondo la sua qualità e il suo rango. In tal
+guisa invecchiarono insieme. La porta del sepolcro
+si aprì poi per essi, e il fortunato sposo ricevè allora
+una nuova corona. Morì un’ora avanti desinare.
+I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente
+degli altri parenti. Era un uomo schietto e
+buono; e nel posto ove giacciono le sue ossa, si erge
+un monumento funebre, con questa iscrizione: <i>Sotto
+questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile
+peccatore, servitore del Signore, e brigadiere</i>.
+</p>
+
+<p>
+Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò
+il modesto monumento dell’amico, diede un
+sospiro alla sua memoria, e rimase un istante pensoso
+e afflitto. Poi sclamò: “<i>Poor Yorick!</i>&#8205;<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a> egli mi tenne
+fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua
+medaglia d’Occiacoff!&#8205;<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a> Mi promise Olga in isposa,
+dicendo: Quando verrà quel giorno?...” E oppresso
+dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla pietra un funereo
+<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
+madrigale. Siccome poi continuava in quella vena
+poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe
+per suo padre e per sua madre.... Ahi che le generazioni,
+quasi mèssi caduche, germogliano, per voler
+della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano,
+si inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a
+quelle.... La nostra razza fragile e fugace, cresce, si
+agita, ferve, e precipita al fine nell’abisso funesto,
+in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un
+momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal
+mondo per occupare il nostro posto.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile
+esistenza! Io ne fo poca stima, perchè ne conosco
+tutta la vanità. Son ceco alle illusioni, ma talvolta
+le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e
+mi rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe
+d’escir di vita, senza lasciar nel mondo orma del
+mio passaggio! Non scrivo già per la fama: vorrei
+poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche
+amico serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e
+del mio amore. Forse troverò quell’amico; e questa
+strofa da me composta, non piomberà in grembo a
+Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il
+mio ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi
+era poeta!” Accogli dunque le mie grazie, o cultore
+delle pacifiche Pieridi, o tu la cui mano pietosa adunerà
+le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto
+di sempre verdi allori!
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
+</p>
+
+<h3>CAPITOLO TERZO.</h3>
+</div>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl"><div class="stanza">
+<p class="i01">Elle était fille, elle était amoureuse.</p>
+<p class="i08"> <span class="smcap">Malfilatre</span>.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<p>
+“Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...”
+</p>
+
+<p>
+“Addio, Anieghin, è tempo che io vada.”
+</p>
+
+<p>
+“Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?”
+</p>
+
+<p>
+“Dai Larin.”
+</p>
+
+<p>
+“Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere
+in tal guisa i tuoi istanti?”
+</p>
+
+<p>
+“Niente affatto.”
+</p>
+
+<p>
+“Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli.
+Non è così?... Una sempliciotta famiglia russa; gran
+cordialità per gli invitati; tortelli di panna; i soliti
+ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al bestiame.”
+</p>
+
+<p>
+“Non ci vedo nessun male.”
+</p>
+
+<p>
+“Il male, caro amico, è la noia.”
+</p>
+
+<p>
+“Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco
+una società senza pretensione ove posso....”
+</p>
+
+<p>
+“Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per
+amor del cielo. Tu parli.... ma odi, Lenschi! non potrei
+vederla io questa Fillide, oggetto dei tuoi pensieri,
+delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera? Presentami.”
+</p>
+
+<p>
+“Tu mi beffi.”
+</p>
+
+<p>
+“Oibò.”
+</p>
+
+<p>
+“Acconsento.”
+</p>
+
+<p>
+“Quando?”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
+</p>
+
+<p>
+“Adesso subito.”
+</p>
+
+<p>
+“Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.”
+</p>
+
+<p>
+I due amici entrano, e si presentano. La famiglia
+li colma di tutte le gentilezze proprie dell’antica
+ospitalità. Si imbandiscono i tortelli nei piattini, e
+si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un
+desco incerato.
+</p>
+
+<p class="dots">················</p>
+
+<p>
+Tornano a casa nel loro <i>droschi</i> per la strada
+più corta, e con gran fretta.
+</p>
+
+<p>
+Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri
+due personaggi.
+</p>
+
+<p>
+“Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?”
+</p>
+
+<p>
+“È un vizio, Lenschi.”
+</p>
+
+<p>
+“Sei forse più annoiato di prima?”
+</p>
+
+<p>
+“No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la
+campagna. Cammina più presto, cocchiere! Che brutti
+posti! A proposito: la Larin è una buona vecchiotta
+molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di
+mirtillo m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi,
+chi è Taziana?”
+</p>
+
+<p>
+“È quella ragazza melancolica e taciturna come
+Svetlana...&#8205;<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> quella che è entrata e s’è messa a
+sedere alla finestra.”
+</p>
+
+<p>
+“Come mai ti sei innamorato della minore?”
+</p>
+
+<p>
+“Perchè?”
+</p>
+
+<p>
+“Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta
+come sei tu. Non v’è vivacità nella fisonomia d’Olga.
+Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck. Ha
+<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
+il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù
+su quello stolto orizzonte.”
+</p>
+
+<p>
+Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più
+parola per tutto il resto del cammino.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa
+dei Larin produsse una grande impressione, e diede
+che ciarlare a tutti i vicinanti. Si almanaccarono mille
+congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò
+senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana.
+Alcuni persino asserirono, che il matrimonio era già
+stabilito, ma differito per il motivo che non si era potuto
+trovare un anello di moda. In quanto allo sposalizio
+di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo
+combinato.
+</p>
+
+<p>
+Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi;
+eppure in secreto, provava una certa
+dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio le
+s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente
+s’innamorò. Così il seme caduto nel seno della
+terra, germoglia sotto i raggi di primavera. Da un
+pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata
+dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante;
+da gran tempo, una inquietezza profonda
+angustiava quel giovine petto; e quell’anima inesperta
+aspettava qualcheduno.
+</p>
+
+<p>
+Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È
+desso! Ormai i giorni e le notti, il sonno e la veglia,
+sono pieni di lui; tutto parla di lui senza posa all’animo
+della gentil giovinetta. Il resto le viene a
+noia, e l’aura dei complimenti, e le cure premurose
+dei servitori. Immersa nella meditazione e nel
+dolore, non attende più agli amici di casa; maledice
+<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
+la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata.
+</p>
+
+<p>
+Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali!
+Con che voluttà gusta ora i raggiri e gli
+inganni dei seduttori famosi! Tutti quei caratteri
+ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di <i>Giulia Volmare</i>,&#8205;<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>
+<i>Malec Adel, De Linard</i>, il martire <i>Werther</i>,
+e l’impareggiabile <i>Grandisson</i>, che sembra a noi un
+eroe soporifico, si condensarono tutti, nella mente di
+Taziana, in un solo tipo, si fusero tutti nella persona
+di Anieghin.
+</p>
+
+<p>
+Taziana, figurandosi essere la protagonista dei
+suoi romanzi prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora
+Delfina,&#8205;<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> passeggia sola pei boschi con quei pericolosi
+libri. In essi cerca e trova l’espressione della
+fiamma secreta che nutre in seno, e di quei sogni
+che provengono da una troppa pienezza di vita.
+Essa sospira, e appropriandosi le estasi e gli strazi
+altrui medita e compone sconsideratamente una lettera
+diretta al caro idolo suo.... Ma il nostro amico,
+comunque egli la pensi, non è un Grandisson.
+</p>
+
+<p>
+Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che
+consuonava al tuon dell’argomento, ci rappresentavano
+il loro protagonista come un vero modello di
+perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un ingegno
+sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò
+perseguitato dall’iniquità del mondo. Acceso d’una
+<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
+passione sincera e illibata, animato d’un continuo
+entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar sè stesso
+per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il
+vizio vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata.
+</p>
+
+<p>
+Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa
+l’effetto d’un narcotico. Il vizio solo ci sembra
+piacevole in sè stesso e nei romanzi nei quali trionfa.
+Le chimere della Musa britannica turbano il
+sonno delle fanciulle di men di dodici anni, che han
+sempre presente al pensiero o il fantastico <i>Vampiro</i>,
+o <i>Melmoth</i> l’oscuro avventuriere, o il <i>Giudeo errante</i>,
+o il <i>Corsaro</i>, o il misterioso <i>Sbogar</i>.&#8205;<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> Almeno Lord
+Byron con lodevole audacia improntò di romantica
+mestizia l’egoismo disperato.
+</p>
+
+<p>
+Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì
+io cesserò di verseggiare, se così vuole il cielo. — Un
+altro demone s’impossesserà di me, e sprezzando le
+minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la vile
+prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo
+modesto. Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti
+atroci, nè delitti secreti, — ma vi racconterò con semplicità
+le tradizioni di qualche famiglia russa, le illusioni
+ridenti dell’amore, e i costumi dei nostri antenati.
+Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o
+d’un buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva
+a un ruscello, sotto un vecchio tiglio; gli spasimi
+crudeli della gelosia e della separazione e le lacrime
+della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei
+miei personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente
+<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
+li cingerò del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò
+allora le espressioni appassionate, le dichiarazioni
+eloquenti che mi scaturivan dal cuore nei
+tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti
+alla mia bella, ma che adesso mi sono tutte quante
+uscite dalla mente.
+</p>
+
+<p>
+Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco
+che hai rimesso il tuo destino in poter d’un tiranno
+alla moda. Perirai, mia cara; ma frattanto ti pasci
+di speranze, invochi una tragica felicità, assapori il
+soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose
+visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti
+comparisce un ricetto propizio agli amorosi colloqui;
+e ovunque porti i passi hai davanti agli occhi la soave
+imagine del tuo astuto tentatore.
+</p>
+
+<p>
+In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va
+a gemere nel giardino. Tutto a un tratto abbassa i
+cigli a terra, e non può andar più oltre. Il seno suo
+ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di porpora,
+il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie
+ronzano, le luci si oscurano....&#8205;<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a> Soprarriva la notte;
+<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
+la luna fa la ronda nella volta cerulea del firmamento;
+il rosignolo esala i suoi melodici trilli nella
+caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non
+riposa, ma confavella a bassa voce colla balia.
+</p>
+
+<p>
+“Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!...
+Apri la finestra e pónti a sedere accanto a me.”
+</p>
+
+<p>
+“Che hai, Taziana, che hai?...”
+</p>
+
+<p>
+“Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo
+passato....”
+</p>
+
+<p>
+“Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi,
+di malvagi spiriti e di fanciulle, ma mi son fuggite
+dalla mente.... quel che sapevo non lo so più.”
+</p>
+
+<p>
+“Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai
+stata innamorata?”
+</p>
+
+<p>
+“Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava
+ancora d’amore; e se ci avessi pensato, mia matrigna
+buon’anima m’avrebbe ammazzata.”
+</p>
+
+<p>
+“Come dunque facesti per maritarti?”
+</p>
+
+<p>
+“Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il
+mio Gianni, era più giovine di me.... io avevo tredici
+anni. Una comare venne dai miei genitori, e finalmente
+mio padre benedì la nostra unione. Io piansi
+tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli
+ad onta dei miei urli, e mi menarono cantando in
+chiesa. Così entrai in una nuova famiglia.... Ma, Taziana,
+tu non mi ascolti....”
+</p>
+
+<p>
+“Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto
+per singhiozzare, per prorompere in pianto.”
+</p>
+
+<p>
+“Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti
+e ti conservi! Domandami quel che gradisci.... Lascia
+ch’io ti spruzzi il viso d’acqua santa.... Sei tutta
+bollente....”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
+</p>
+
+<p>
+“Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia....
+io sono.... innamorata....
+</p>
+
+<p>
+“Dio ti guardi, figliuola mia!”
+</p>
+
+<p>
+E borbottando una orazione, la buona vecchia
+colla sua mano grinzosa, benedì la giovinetta.
+</p>
+
+<p>
+“Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza.
+</p>
+
+<p>
+“Ma, carina, ti dico che stai male di salute.”
+</p>
+
+<p>
+“Lasciami; io sono innamorata.”
+</p>
+
+<p>
+Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume
+il pallido volto, i capelli snodati, le calde lagrime
+di Taziana, e insieme la vecchia canuta la quale
+stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello
+con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso.
+La natura intera raccolta e silenziosa sembrava
+meditare ai raggi della luna. Taziana collo sguardo
+fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove....
+Le salta in testa una idea:
+</p>
+
+<p>
+“Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi
+carta e calamaio; approssima il tavolino, fra
+poco mi ricoricherò.... Buona notte.”
+</p>
+
+<p>
+Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina.
+Colla testa puntellata sul gomito, Taziana scrive.
+Eugenio le sta sempre presente. Trasfonde in
+una imprudente epistola tutto l’innocente amore che
+le ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana,
+per chi codesta lettera?
+</p>
+
+<p>
+Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e
+pudiche come l’inverno, inesorabili, incorruttibili,
+incomprensibili. Io ammirava il loro orgoglio di moda,
+la loro naturale virtù, e confesso che le scansavo
+e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto
+<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
+sulla loro fronte: <i>Lasciate ogni speranza</i>.... come sulla
+soglia dell’inferno. Ispirare amore lo stimano una
+calamità; e loro diletto è spaventare i cuori. Può
+darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle
+sponde della Neva.
+</p>
+
+<p>
+Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti
+altre dee capricciose, egoiste, ed indifferenti ai sospiri
+e alle lodi. Ma qual fu il mio stupore quando
+m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano
+l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro
+a forza di finezze, e di promesse! E il credulo
+giovinetto, accecato dall’amore, tornava a ripigliare
+le antiche catene.
+</p>
+
+<p>
+Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse
+perchè, nella sua cara semplicità, essa non s’accorge
+del suo fallo e confida pazzamente in un dolce errore?
+Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione
+del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione
+inquieta, ingegno fervido, volontà risoluta
+e ostinata, cuore tenero e ardente? Non le perdonerete
+forse la sua imprudenza?
+</p>
+
+<p>
+Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana
+ama per davvero, e da bambina che è, s’abbandona
+all’amore senza riserva nè condizioni. Essa non calcola;
+non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce
+pregio ai favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente
+al laccio. Prima di tutto stimoliam la vanità
+col pungolo della speranza; sbraniamo poi il
+cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia.
+Senza di ciò, il prigioniero, tosto satollo di voluttà,
+cercherebbe ad ogni istante di rompere i suoi
+ceppi.”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
+</p>
+
+<p>
+Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar
+l’onore del mio paese natío, io dovrò tradurre
+nel nostro idioma la lettera di Taziana. Questa fanciulla
+non leggeva i nostri giornali e durava gran
+fatica ad esternare i suoi concetti nella lingua materna;
+quindi è che essa scriveva in francese.... Che
+ci ho che fare io? Convien ch’io lo confessi. Finora
+le nostre signore non han mai espresso il loro amore
+in volgare russo e questa superba favella è rimasta
+fin qui estranea allo stile epistolare. So che si vogliono
+obligare le donne a legger libri russi. In coscienza
+ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una
+bella signora col <i>Bene intenzionato</i> fra mano?&#8205;<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> Lo
+domando a voi, giovani poeti; non è egli vero che
+tutte le leggiadre seduttrici alle quali, pei vostri peccati,
+dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono
+a stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita?
+Non è egli vero che una lingua straniera è divenuta
+loro più familiare della propria?
+</p>
+
+<p>
+Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di
+ballo o sul verone, all’ora della partenza, un seminarista
+con uno scialle giallo o un accademico con
+una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro
+vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar
+russo senza solecismi. Forse un dì fia, in cui, per
+mia sventura, una nuova generazione di figlie d’Eva,
+cedendo alla supplice voce della stampa, si degnerà
+di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di
+moda. Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato
+agli usi antichi. Un balbettío scorretto e indolente,
+una pronunzia incerta e tremebonda mi ecciterà nel
+<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
+seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi
+di tal difetto. I gallicismi mi son cari come
+i primi errori di mia gioventù, come i poemetti di
+Bagdanovis.&#8205;<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a> Ma basta così. È tempo ch’io mi occupi
+della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola, — eppure,
+eppure — sto in dubbio se la manterrò.
+So che le molli elegie di Parny&#8205;<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> non godon più la
+stima comune.
+</p>
+
+<p>
+Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi!
+Se tu fossi qua, ti farei una domanda indiscreta.
+Ti pregherei di tradurre in armoniosi metri
+la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove
+sei? Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa.
+Ma divezzato dagli elogi, egli erra solo sotto
+il cielo finnico, e non ode il mio appello.
+</p>
+
+<p>
+Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo
+conservo come una reliquia; lo leggo con un secreto
+affanno e non so saziarmi di scorrerlo. Chi potè insegnare
+a Taziana quella eloquenza piena di venustà
+e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico,
+persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo.
+Ecco intanto una traduzione insufficiente e imperfetta,
+un fievole eco di quella musica del cuore; in
+somma il Freischuetz,&#8205;<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a> cantato da una compagnia di
+principianti.
+</p>
+
+<p class="pad1 center">
+<i>Lettera di Taziana a Anieghin.</i>
+</p>
+
+<p>
+“Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che
+posso io dire di più? Ora, voi avete il diritto di disprezzarmi.
+<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
+Ma spero che compatirete alla mia misera
+sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima,
+io voleva tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la
+mia debolezza, se avessi potuto lusingarmi di vedervi
+nella nostra villa di quando in quando; per esempio
+una volta per settimana, e di udire almeno la vostra
+voce, di scambiar qualche parola e poi pensare
+sempre, sempre a voi, a voi solo, sino al nuovo
+incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la
+campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si
+dice che noi non vi siamo cari punto, sebbene vi
+amiamo con sincerità. Perchè ci veniste a visitare?
+In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto
+e non avrei provato le pene che provo. Col tempo
+avrei domato forse le ribellioni di questa anima irrequieta
+e inesperta, avrei trovato un amico veritiero;
+sarei stata sposa fedele e virtuosa madre...
+</p>
+
+<p>
+”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il
+cuore. Così sta scritto nel libro del destino; così
+vuole la mia stella; io son tua.... tutta la mia vita è
+stata la preparazione di questo affetto per te. — So
+che Dio a me ti invia per esser mio protettore fino
+alla tomba.... già da gran tempo mi apparivi in visioni
+notturne.... prima di vederti già ti conoscevo e
+t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento
+soave mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno!
+Appena ti scorsi, io ti riconobbi; rimasi immota e
+muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso! Non è egli
+vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato
+mentre io andava a soccorrere i poveri o quando
+in chiesa mi sforzava di sedare le mie angosce alzando
+preghiere all’Eterno. Non sei tu che sovente
+<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
+spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera
+e ti chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi
+susurri all’orecchio parole di speranza e d’amore?
+Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o il mio perfido
+tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò
+è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata.
+E così sia. D’ora innanzi, io rimetto la mia
+sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie lacrime nel
+tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola....
+nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io
+perirò tacendo. Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo
+le mie speranze o sperdi le mie illusioni tacciandole
+di delitto.
+</p>
+
+<p>
+”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi
+sento svenire dalla vergogna e dal terrore — ma
+la vostra onoratezza mi rassicura e in essa confido.”
+</p>
+
+<p class="pad2">
+Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema
+nella di lei mano. L’ostia rosata si secca sulla sua
+lingua inaridita. La vezzosa piega il bel capo e a
+quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla.
+In quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori.
+Taziana guarda e ascolta. La valle s’ammanta di
+nuvole; il torrente risplende come un nastro d’argento;
+il corno dei pastori desta i contadini; l’alba
+brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora.
+Sta seduta colla testa bassa. Non si sa risolvere a
+stampare il suo sigillo sulla lettera. La serva Filippevna
+dal crin grigio, arreca il tè sopra un vassoio.
+</p>
+
+<p>
+“Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi....
+ma che miro? sei bell’e vestita! O cara lodoletta
+mattutina! Che paura mi mettesti ieri sera! Ma
+<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
+grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo
+incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un
+papavero.”
+</p>
+
+<p>
+“O balia, fammi un piacere....”
+</p>
+
+<p>
+“Due, figliuola. Comanda pure....”
+</p>
+
+<p>
+“Non credere già.... non sospettar mica.... non
+dir di no, veh!”
+</p>
+
+<p>
+“Come è vero il vangelo, io ti servirò.”
+</p>
+
+<p>
+“Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino
+dal.... dal vicinante A.... con questo biglietto.... e intimagli
+che non mi nomini, che non dica....”
+</p>
+
+<p>
+“Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta
+così smemorata e ci son tanti vicinanti intorno
+a noi che non li saprei nemmeno contare.”
+</p>
+
+<p>
+“Come sei poco furba, balia mia!”
+</p>
+
+<p>
+“Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è
+affievolito l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa
+anche io; indovinavo il volere dei padroni a un cenno,
+a un alito....”
+</p>
+
+<p>
+“O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno
+del tuo ingegno.... To’; questo biglietto è per Anieghin.”
+</p>
+
+<p>
+“Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima
+mia; sai che son dura di zucca.... ma perchè torni ad
+esser così pallida?”
+</p>
+
+<p>
+“Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto
+il tuo nipotino.”
+</p>
+
+<p>
+Un giorno passa; non vien risposta. Un altro
+giorno arriva, egual silenzio. Smorta come un fantasma
+e vestita sin dall’alba, Taziana aspetta:
+quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante
+di Olga.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
+</p>
+
+<p>
+“Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona
+di casa. “Egli ci ha del tutto dimenticati.”
+</p>
+
+<p>
+Taziana a quelle parole arrossì e tremò.
+</p>
+
+<p>
+“Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi
+alla vecchia. “Credo che abbia lettere da scrivere....”
+</p>
+
+<p>
+Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una
+rampogna amara.
+</p>
+
+<p>
+Incominciava a far buio. Il <i>samovar</i> di rame&#8205;<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>
+splende sulla tavola, e riscalda la lettiera di porcellana
+chinese, intorno alla quale s’aggira un sottile
+vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga
+scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto
+porge la panna. Intanto Taziana, astratta, ritta davanti
+alla finestra, soffiava sui cristalli e vi segnava
+col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un E accoppiato
+a un A. E l’anima di Taziana era mesta
+e gli occhi suoi traboccavan di lacrime. Tutto a un
+tratto, s’ode un rumore. Il sangue le si agghiaccia
+nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio.
+Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo,
+quindi al verone, balza nel cortile e sparisce nel
+giardino. Sembra aver ali ai piedi. Non ardisce volger
+l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i
+ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto.
+Si dirige al ruscello per mezzo ai <i>parterre</i>, calpesta
+e schiaccia gli stipiti dei lilla, e anelante e spossata
+si lascia cader sopra un sedile.
+</p>
+
+<p>
+“Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di
+me!” Abbacinata dalla passione, essa si pasce di
+speranza, palpita, geme e aspetta.... Quando verrà
+<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
+egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse
+per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti,
+cantando in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso
+ripiego trovato dall’astuzia signorile per
+impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li
+vanno staccando dalla pianta.
+</p>
+
+<p class="pad1 center">
+CANTO DELLE SERVE.
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Sull’erba folta</p>
+<p class="i01">Delle campagne,</p>
+<p class="i01">Andiam, compagne,</p>
+<p class="i01">Alla raccolta.</p>
+<p class="i01">Per le viottole,</p>
+<p class="i01">Narrando favole.</p>
+<p class="i01">Cantando frottole,</p>
+<p class="i01">Cogliam le fravole</p>
+<p class="i01">E l’uva spina</p>
+<p class="i01">Carca di brina.</p>
+<p class="i01">Dal nostro canto</p>
+<p class="i01">Sedotti, intanto,</p>
+<p class="i01">I garzoncelli</p>
+<p class="i01">Leggiadri e snelli</p>
+<p class="i01">Verranno a tresca</p>
+<p class="i01">Sull’erba fresca.</p>
+<p class="i01">A lui che amiamo,</p>
+<p class="i01">Al nostro rege,</p>
+<p class="i01">In sen gettiamo</p>
+<p class="i01">Fiori e ciriege,</p>
+<p class="i01">Nero mirtillo,</p>
+<p class="i01">Verde serpillo!</p>
+<p class="i01">Il canto dolce</p>
+<p class="i01">Le pene molce;</p>
+<p class="i01">Al cuor che geme</p>
+<p class="i01">Rende la speme;</p>
+<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span></p>
+<p class="i01">I voti appaga;</p>
+<p class="i01">Sana ogni piaga.</p>
+<p class="i01">Cantiam, cantiamo!</p>
+</div></div>
+
+<p>
+Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione
+a quelle rustiche melodie; ma s’aggira
+impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti del
+suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue
+guance. Ma più l’ora s’avanza, più il turbamento
+della giovinetta va crescendo. Tale vediamo la farfalletta
+dibattere le ali variegate tralle mani di un
+protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce
+fralle biade quando scorge il cacciatore che s’inginocchia
+in mezzo ai cespugli, per appuntare l’arme.
+</p>
+
+<p>
+Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina
+verso il viale, ma non vi aveva fatto dieci passi allorchè
+s’imbattè in Eugenio. Questi le parve in
+quel momento non già quel ch’era prima, ma uno
+spettro minaccioso, con occhi rutilanti di sdegno.
+Taziana si ferma quasi percossa dal fulmine. Ma non
+mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di quell’incontro.
+Questo capitolo è già troppo lungo. Sono
+stanco di lavorare e convien ch’io vada a passeggiare
+e a riposarmi un poco. Terminerò poi l’istoria
+in un modo qualunque.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
+</p>
+
+<h3>CAPITOLO QUARTO.</h3>
+</div>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl"><div class="stanza">
+<p class="i01">La morale est dans la nature des choses.</p>
+<p class="i10"> <span class="smcap">Necker</span>.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<p>
+Meno amiamo una donna, più siam certi di
+andarle a genio e di acchiapparla al vischio della
+seduzione. Fu un tempo in cui l’empio libertinaggio
+si spacciava impudentemente per vero amore; insidiava
+e tradiva con fredda premeditazione e con impunità.
+Ma tali scherzi licenziosi van lasciati ormai
+a quei vecchi scimmiotti decantati dai nostri antichi;
+gli allori di <i>Lovelace</i>&#8205;<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> si sono avvizziti e sbiaditi insieme
+coi lacchi rossi e le perrucche a buccoloni.
+</p>
+
+<p>
+Come può un uomo assoggettarsi a una eterna
+ipocrisia, ripetere senza fine le medesime nenie,
+affaticarsi a persuadere cose di cui tutti son da gran
+tempo persuasi; combatter sempre le stesse obiezioni,
+sempre confutare quelli stessi pregiudizi che non
+esisterono mai nemmeno presso le bambine di tredici
+anni? Chi non ha provato quanto son cosa
+dura le minacce, le suppliche, le imprecazioni,
+le paure imaginarie, le bugie, le calunnie, gli anelli,
+le lacrime, i sospetti delle zie e delle madri, l’amicizia
+insoffribile di un marito? Così appunto pensava
+il mio Eugenio. Nella sua prima gioventù, fu in
+balía di fatale smarrimento e di indomabili passioni.
+Effemminato dalla mollezza e dal lusso, illuso per un
+<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
+poco dagli uni, disingannato tosto dagli altri, consumato
+dal desiderio, disgustato dei suoi successi efimeri;
+sempre occupato a trasformare i suoi sbadigli in sorrisi,
+e sentendo sempre in mezzo allo strepito e al
+silenzio la voce della coscienza che lo rimbrottava:
+così visse Eugenio per ben due lustri; così lasciò perire
+il più bel fior degli anni suoi.
+</p>
+
+<p>
+Ora, egli non circonveniva più le fanciulle;
+tendeva le reti alle donne. Se lo ributtavano, tosto si
+consolava; se lo gabbavano, godeva di prender qualche
+sosta. Le corteggiava senza fanatismo, e le abbandonava
+senza rammarico, appena memore dei
+loro favori e de’ loro furori.... In simil guisa, uno
+straniero indifferente, invitato a una partita di whist,
+si pone a sedere, gioca, e quando finisce il trattenimento,
+se ne torna a casa passo passo e s’addormenta
+senza saper dove anderà a conversazione la
+sera susseguente.
+</p>
+
+<p>
+Comunque sia, il biglietto di Taziana commosse
+profondamente Anieghin. L’ingenua manifestazione
+di quel sogno virginale sconvolse tutti i suoi pensieri.
+Si raffigurò subito Taziana, e quel sembiante
+scolorato e quell’aria melancolica; e l’anima
+sua piombò in una molle e vaga contemplazione.
+Forse sentì risvegliarsi l’antico ardore e l’antica baldanza;
+ma la rintuzzò; chè non volle tradir la fiducia
+d’una fanciulla inesperta.
+</p>
+
+<p>
+Ora, vi ricondurrò, lettore, al luogo ove i nostri
+personaggi s’incontrarono.
+</p>
+
+<p>
+Per ben due minuti tacquero. Quindi Anieghin
+s’appropinquò a Taziana dicendo:
+</p>
+
+<p>
+“Voi mi avete scritto un biglietto. Non dite di
+<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
+no. Ho fra mano la confessione d’un’anima credula
+e ingenua.
+</p>
+
+<p>
+”Il vostro candore mi è caro. Il vostro affetto
+ridestò quasi l’agitazione in un petto da gran tempo
+tranquillo. Ma non voglio lusingarvi; voglio contraccambiare
+la vostra schiettezza con una schiettezza
+non minore. Datemi ascolto un momento. Io mi sottometto
+alla vostra sentenza.
+</p>
+
+<p>
+”Se io potessi circonscrivere la mia esistenza
+nella sfera domestica; se il destino propizio mi volesse
+fare sposo e padre; se gli onesti piaceri della
+vita di famiglia potessero un istante affascinarmi; io
+non prenderei per certo altra consorte che voi. Vi
+dichiaro senza nessuna iperbole poetica che trovo in
+voi quel tipo ideale che mi son dipinto nella mente,
+e che vi sceglierei qual socia dei miei tristi giorni,
+quale simbolo e modello d’ogni cosa bella. E
+credo che con voi io sarei felice quanto mi sia concesso
+di essere.
+</p>
+
+<p>
+”Ma io non son nato per la felicità! Quando la
+buona ventura mi si para davanti, io le volto le spalle.
+Ammiro il vostro merito, bramerei goderlo; ma ne
+son indegno. Credetemi, il matrimonio sarebbe per
+noi un vero martoro. Più vi avrei amato prima di
+possedervi, meno vi amerei dopo. Vi mettereste a
+piangere. Le vostre lacrime non mi moverebbero,
+anzi mi accanirebbero sempre più. Queste son alcune
+delle rose di cui ci cingerebbe l’imeneo per molti
+e molti anni.
+</p>
+
+<p>
+”Non credo v’abbia al mondo spettacolo più
+tristo di quello d’una povera moglie che geme dì e
+notte nell’abbandono e aspetta il marito, il quale,
+<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
+sebbene conosca la virtù e i pregi di lei, si mostra
+sempre barbaro, accigliato, arrabbiato, freddamente
+geloso, e sempre bestemmia il suo destino.
+Questo è il mio ritratto. Cercavate voi un tale sposo,
+o anima casta e pura, quando mi scriveste con tanto
+senno e tanta grazia? No, vi risparmi il cielo una
+tale sciagura. Le illusioni sono come le ore; passano
+e non tornan più. Le mie non possono rivivere.
+Vi amo come s’ama una sorella e forse anche con
+maggior fervore. Uditemi dunque senza ira. Spesso
+accade che una fanciulla sostituisce a un errore un
+altro errore, come l’albero all’aura di primavera
+rinnovella le foglie. Così prefisse il fato. Amate ancora,
+ma.... sappiate moderarvi; non tutti intenderebbero
+il vostro linguaggio come l’ho inteso io. L’inesperienza,
+può condurre ad un abisso....”
+</p>
+
+<p>
+In tal modo finì la predica d’Eugenio. Taziana
+l’ascoltò col respiro interrotto dall’angoscia, cogli
+occhi accecati dalle lacrime, nè ardì fare una sola
+osservazione. Egli le porse la mano. Essa la prese
+mestamente o <i>meccanicamente</i> (come dicon taluni),
+e vi si appoggiò in silenzio. Poi fece il giro del viridario,
+e se ne tornò a casa colla testa bassa. Entrarono
+insieme nel salone, e nessuno fiatò parola. La
+vita di campagna ha le sue franchige e i suoi cari
+privilegi come la città di Mosca.
+</p>
+
+<p>
+Confesserete meco, lettore, che il nostro amico
+agì molto garbatamente colla misera Taziana. Non
+era la prima volta che egli dava saggio di generosità,
+sebben la malizia della gente lo accusasse
+d’ogni vizio. I nemici e gli amici (espressioni
+quasi sinonime) gareggiavano di zelo a diffamarlo.
+<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
+Ciascun di noi in questo mondo ha i suoi nemici; ma
+Dio ci liberi dagli amici!&#8205;<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> Io ne ho avuti tanti, o
+amici miei! E sa il cielo se la loro amicizia mi fu
+<i>cara</i>!
+</p>
+
+<p>
+Ma procuriamo di sbandire le larve insane e
+funebri che ci assediano. Intanto, fra parentesi, noterò
+una verità. Non havvi ciarla assurda e plateale;
+non havvi calunnia vile e sucida nata nel fango dei
+postriboli e ampliata dalla scelleraggine del <i>gran
+mondo</i>,&#8205;<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> che il vostro amico non ripeta le mille volte
+in un crocchio di persone oneste, senza la menoma
+malizia nè perfidia; anzi con un sorriso di benevolenza;
+imperocchè egli, in fatti, vi è devoto, e
+vi ama come un prossimo consanguineo.
+</p>
+
+<p>
+Hem! Hem! Pregiatissimo lettore! Sta sana tutta
+la vostra famiglia?... Ma forse gradireste sapere che
+cosa io intenda per famiglia. Ve lo definirò in poche
+righe. Nostra famiglia sono coloro cui ci corre obligo
+di adulare, di accarezzare, di venerare con tutto
+il cuore; coloro che, secondo l’uso di questo paese,
+dobbiamo abbracciare nel giorno di Natale, o ai quali
+dobbiamo mandare a capo d’anno un biglietto di
+visita per la posta, affinchè durante i dodici mesi seguenti
+essi non pensino più a noi.... Che Dio conceda
+loro lunga vita!
+</p>
+
+<p>
+L’affezione d’una tenera fanciulla è più salda
+di quella degli amici e dei parenti. In mezzo alle
+<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
+peripezie più dolorose essa ti conserva i tuoi diritti e
+ti conforta. È vero. Ma il torrente della moda, l’incostanza
+della natura, l’opinione tiranna della società....
+e poi, il bel sesso è mobile qual piuma al
+vento.&#8205;<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> Sicchè la vostra fedele compagna, al fin dei
+conti, cede alla tentazione, e il diavolo manda a spasso
+la vostra felicità!
+</p>
+
+<p>
+Chi dunque dovremo amare? A chi dovremo
+credere? Chi non ci tradisce? Chi pesa tutti i nostri
+atti, tutti i nostri detti, con esattezza, alla nostra
+bilancia? Chi non semina calunnie sui nostri passi?
+Chi non ci lusinga con assiduità? Per chi non sono i
+nostri difetti un flagello? Chi non ci secca mai? Onorevolissimo
+mio lettore, non perdere i momenti a
+inseguire fantasmi fuggitivi e inarrivabili: ama te
+medesimo come si conviene. Non troverai al mondo
+oggetto più degno della tua carità.
+</p>
+
+<p>
+Quale fu il seguito dell’abboccamento? Ahimè!
+Si può facilmente indovinare. Gli stimoli della passione
+non cessarono di travagliare quell’anima gentile
+avida di tempeste. La fiamma che pur prima divorava
+Taziana, crebbe anzi che scemare. L’ala del
+sonno più non blandì le sue palpebre. La salute, fragranza
+e miele della vita, il sorriso, la calma infantile
+sparirono come una meteora. La gioventù di Taziana
+languisce nell’affanno. Così talvolta l’orror
+d’una procella aduggia le prime ore d’un giorno di
+primavera. La bellezza di Taziana si sfiora e muore.
+La vaga verginella si scolora, si spenge e tace. Non
+v’ha più cosa alcuna che possa rallegrarla nè
+<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
+interessarla.&#8205;<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> I vicinanti crollando la testa con aria d’importanza,
+ripetono fra loro: “Sarebbe tempo che le
+si desse marito.” Ma lasciamola stare per adesso, e
+passiamo a descrivere le delizie d’un amore fortunato.
+La compassione quasi mi tronca il respiro; scusate,
+cari lettori, voglio tanto bene alla povera Taziana!
+</p>
+
+<p>
+D’ora in ora più allacciato dalla vezzosa Olga,
+Vladimiro si abbandona tutto a quella piacevole schiavitù.
+Sempre sta presso ad essa. La sera siedono insieme
+nell’angolo più oscuro della di lei camera; la
+mattina errano nel giardino colle mani giunte e intrecciate.
+Vladimiro, ebro d’amore, ma paralizzato dal
+rispetto; appena alcune volte ardisce, imbaldanzito
+dal sorriso d’Olga, scherzare coi di lei biondi ricci e
+baciarle il lembo della vesta.
+</p>
+
+<p>
+Di quando in quando, le legge un romanzo morale,
+il cui autore conosce la natura umana meglio
+che non la conosca Chateaubriand. Vladimiro arrossendo
+salta talvolta due o tre pagine di seguito, perchè
+piene di fandonie insulse, di fantasticaggini pericolose
+per una giovinetta. Oppure, lontani da tutta
+la gente, seduti col gomito appoggiato sulla tavola,
+assorti in profonde riflessioni, giocano a scacchi; e
+Lenschi, preoccupato d’altro che del gioco, prende
+l’alfiere per una pedina.
+</p>
+
+<p>
+Se torna a casa, anche lì pensa unicamente alla
+sua Olga. Orna d’imagini i fogli volanti del di
+lei Album. Vi rappresenta colla penna e coi colori,
+ora un tratto di paese, ora un monumento funebre,
+ora il tempio di Citerea, ora una colomba sopra una
+<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
+lira. Talvolta, fra mezzo ai nomi e ai ricordi, egli
+introduce furtivamente un distico amoroso, timido
+attestato dei suoi sospiri, indizio d’una speme,
+sempre eguale dopo tanti anni di costanza.
+</p>
+
+<p>
+Ti è accaduto mai, lettore, di vedere l’<i>album</i> di
+qualche signorina provinciale tutto coperto di scarabocchi,
+in principio, in mezzo e in fine? A ogni pagina
+inciampi in versi tradizionali intorno a una amistà fedele,
+zeppi di sgrammaticature, e troppo lunghi o
+troppo corti. Sul frontispizio si legge: <i>Qu’écrirez vous
+sur ces tablettes?</i> Poi al basso: <i>t. à. v. Annette</i>. In fondo
+al volume ti si presenta questa frase trita e triviale:
+“Scriva più di me chi ti ama più di me.” Non morranno
+mai i due cuori accompagnati da faci e da
+fiori; le promesse di affetto invariabile “sino all’orlo
+della tomba,” e qua e là una facezia inserita da
+qualche gioviale militare.
+</p>
+
+<p>
+Vi protesto, amici, che volentieri metterei due
+versi in un tale <i>album</i>, essendo io persuaso che tutti
+i ghiribizzi del mio cervello meritano uno sguardo
+indulgente, e che i posteri non sederanno a scranna
+per decidere con un sogghigno acerbo se ci sia o
+non ci sia livore in quei miei strambotti.
+</p>
+
+<p>
+In quanto a voi, tomi scompagnati della biblioteca
+del Diavolo, patiboli dei rimatori di moda, album
+sontuosi, fregiati dal maraviglioso pennello di
+Tolstoi o dalla penna di Baratinschi,&#8205;<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a> v’incenerisca
+il fulmine di Giove! Quando una magnifica signora
+mi consegna il di lei in-quarto, avvampo di stizza
+e d’ira, e aguzzo in fondo al cuore un epigramma;
+ma intanto convien ch’io schiccheri un madrigale.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
+</p>
+
+<p>
+Lenschi non tornisce madrigali per l’album della
+sua diletta. Il suo stile non sfavilla di sottili concetti,
+ma solo spira amore. Nota quanto di bello ode e mira
+in Olga, e l’elegia scaturisce limpida, serena, improntata
+di verità. Così, o Sascoff, canti le smanie
+del tuo cuore, e le attrattive di una incognita diva,
+e un giorno, il cielo dei tuoi carmi ti offrirà un diario
+compiuto degli eventi di tua vita.
+</p>
+
+<p>
+Ma zitto! Che è stato? Un aristarco arcigno ci
+ordina di buttare nella fogna la ghirlanduccia dell’elegia,
+e grida a’ nostri fratelli in Apollo: — Cessate
+omai l’eterno piagnisteo. Cessate di gracchiar sul
+tempo che passò. Addatevi a qualche altro esercizio! — Bravo!
+E ci additi una tromba, una maschera, un
+pugnale, e ci esorti a risuscitare le idee morte da
+due mila anni. Non è questo che brami? — Oibò! — Che
+dunque? — Sciorinate odi, odi pindariche
+come quelle dei nostri antichi. — Capisco;
+odi solenni e trionfali! Rimembra ciò che dice il
+satirista: lirico esimio, preferiresti forse una dottrina
+straniera a quella dei nostri scoraggiti rimatori? — L’elegia
+non ha nulla di buono. Il suo scopo è
+miserabile. L’ode al contrario ha uno scopo nobile
+e sublime. — Qui potremmo attaccar lite, ma io me ne
+sto zitto: non voglio armar due secoli l’un contro
+l’altro.
+</p>
+
+<p>
+Forse l’estro poetico di Vladimiro, secondato
+dall’entusiasmo, avrebbe partorito una ode. Ma Olga
+non l’avrebbe letta. È mai accaduto a un poeta elegiaco
+di declamare i suoi versi alla sua Fillide? Dicesi
+che l’uomo non possa provar gioia maggiore di quella.
+Beato, infatto, colui che confida i suoi canti alla
+<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
+persona che li ha ispirati. Beato colui.... ma chi sa?
+Forse la giovinetta languida sta pensando a tutt’altro.
+</p>
+
+<p>
+In quanto a me soglio communicare i frutti delle
+mie poetiche fatiche alla mia vecchia governante,
+che mi guidò e nutrì fanciullo. Oppure incontrando
+un vicinante a qualche desinare seccagginoso, lo afferro
+per la falda del vestito, lo blocco nel vano
+d’una finestra e gli faccio ingozzare una tragedia. Finalmente
+(e questo è la pretta verità) sazio di
+tristezza e di rime vo a costeggiare la spiaggia del
+lago ove si trastulla un branco d’anatre salvatiche,
+le quali al suon delle mie strofe scappano via a rotta
+di collo.
+</p>
+
+<p>
+Che fa Anieghin? A proposito, amici: abbiate
+un poco di pazienza: io vi descriverò le sue occupazioni
+quotidiane. Egli vive come un anacoreta.
+D’estate si alza alle sei e immantinente scende, in
+maniche di camicia, sul margine del fiumicello che
+bagna il piede alla collina. Emulo del cigno di Gulnara,&#8205;<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>
+egli varca quell’altro Ellesponto; poi sorbisce
+la sua tazza di caffè, dà una scorsa a una smunta
+gazzetta e quindi si veste. Il passeggio, la lettura,
+il sonno, il rezzo degli alberi; talvolta i saporiti
+baci d’una candida ninfa dalle pupille nere; un
+cavallo impetuoso, docile al freno; un convito bizzarro;
+una bottiglia di vino chiaro; la solitudine;
+il silenzio; tali sono i pii oggetti che solleticano i
+sensi e appagan le voglie d’Anieghin. Affezionato a
+quel tenor di vita, lasciava passare i dì senza contarli;
+<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
+dimenticava in seno alla indolenza la città e
+gli amici e la noia delle gale e delle feste.
+</p>
+
+<p>
+Nel nostro emisfero boreale, l’estate, sozza
+caricatura dell’inverno d’Italia, appena è comparsa,
+che già è sparita. Ognuno lo sa, e lo sappiamo
+noi stessi sebben non lo vogliamo confessare. Già il
+vento d’autunno mugghia sul nostro capo; già il
+sole si mostra men sovente; già i giorni divengon
+più corti; la corona frondosa dei boschi si sfoglia
+con un lugubre gemito; le atre nebbie s’accumulano
+sulla terra; una stridula caravana di cicogne
+s’invola verso l’austro. S’approssima la stagion
+molesta; novembre è alle nostre spalle.
+</p>
+
+<p>
+L’aurora sorge in mezzo a densi e gelidi vapori;
+il suono dei lavori agresti cessò nelle campagne;
+il lupo corre per le strade colla lupa affamata;
+il destriero lo annusa da lontano e nitrisce; il viaggiatore
+scaltro volge frettolosamente il corso verso
+i monti. Il mandriano non mena più le vacche sin
+dall’alba alla pastura, e non le chiama più a raccolta
+col corno verso l’ora del meriggio; la contadinella
+fila e canta, e una lucernina&#8205;<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a> sua sola compagna
+nelle lunghe notti illumina la sua povera cameretta.
+</p>
+
+<p>
+La brina ingemma i prati e screpola sotto i
+passi del camminante. Più liscio d’un impiantito
+alla francese, il ruscello luccica incrostato di ghiaccio.
+Uno stormo di monelli striscia con gran chiasso
+su quel cristallo unito. Una grossa oca che si strascina
+appena sulle zampe rosse, volendo mettersi
+<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
+a nuoto sull’acqua, s’avanza con cautela, sdrucciola
+e casca. Facciamo lietissimo viso ai primi fiocchi di
+neve; ci par vedere piover dal cielo un nembo di
+candide stelle. Che si può fare allora in una villa
+isolata? Forse passeggiare? Ma la monotona nudità
+della natura funesta e dismaga la vista. Cavalcare per
+le steppe disabitate? Ma ad ogni passo il cavallo può
+scivolare e stramazzare al suolo col cavaliero. Sedere
+a tavolino e accingersi a legger De Pradt&#8205;<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> e
+Walter Scott? — Non vuoi? — Verifica i tuoi
+conti; adirati; bevi; e la lunga serata ti parrà breve.
+Così pure ti parrà quella di domane, e per tal
+modo passerai l’inverno assai giocondamente.
+</p>
+
+<p>
+Anieghin, come un altro Childe Harold, si
+diede alla meditazione e all’ozio. Ogni mattina fa
+un bagno freddo; poi prende una stecca mezza rotta
+e gioca da sè solo al biliardo con due palle d’avorio,
+fino al far della sera. Allora lascia il biliardo
+e la stecca; fa apparecchiare davanti al caminetto,
+e aspetta. Ecco Lenschi in una <i>troica</i>&#8205;<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> di cavalli
+bigi.... — Presto! la cena!
+</p>
+
+<p>
+In onore del poeta si è messa in ghiaccio una
+preziosa bottiglia della vedova Cliquot o del Moët.&#8205;<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>
+Il vino di Sciampagna è il vero Ippocrene. Coi suoi
+schizzi e colla schiuma somiglia a tante cose! Io gli
+son schiavo. Quante volte gli ho sacrificato il mio
+ultimo denaro! Ve ne ricordate, amici? Quante migliaia
+di baie, di facezie, di versi, di dispute e di gai
+progetti zampillavano da quelle magiche bottiglie!
+<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
+Ma adesso l’effervescenza di quel petulante liquore
+offende la debolezza del mio stomaco e preferisco
+alla Sciampagna pazza il prudente Bordò. Coll’Ai&#8205;<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>
+io sto in fiera guerra. L’Ai somiglia a una ganza
+briosa, instabile, vana, e che ha mille grilli in testa.
+Ma tu, o Bordò, somigli ad un sincero amico, che
+ci riman fedele così nell’avversa come nella prospera
+fortuna; che ci segue in ogni luogo, sempre
+pronto a giovarci e a rallegrarci. Io bevo alla tua
+salute, o Bordò, nostro Acate e nostro Pilade!
+</p>
+
+<p>
+Il fuoco si estingue. Il rosso carbone impolverato
+di cenere manda appena un cenno di fumo leggero,
+ed esala le sue ultime vampe. Il vapore delle
+pipe si fa strada per la cappa del camino. Un boccale
+rilucente bolle tuttora sul tavolino. La caligine
+notturna si spande sulla terra.... A quell’ora che si
+chiama <i>fra cane e lupo</i> mi diletta oltre modo il cicalio
+d’un amico e un bicchiere di buon vino.... il perchè
+poi nol so.
+</p>
+
+<p>
+Adesso i due compagni discorrono col cuore in
+mano: “Che fanno i nostri vicinanti? Che fa Taziana?
+Che fa la tua graziosa Olga?”
+</p>
+
+<p>
+“Mescimi ancora un mezzo bicchiere di quel
+néttare.... così.... basta.... Tutta la famiglia sta bene,
+e ti saluta. Come divengon belle le spalle di Olga!
+Che busto! Che anima!... Andremo un giorno da
+loro; te ne saranno grati. Ci sei comparso di volo,
+due volte appena: non lasci loro più vedere la punta
+del tuo naso. Ma che scapato io sono!... Ti invitano
+a conversazione per sabato prossimo.”
+</p>
+
+<p>
+“Me?”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
+</p>
+
+<p>
+“Si, è il giorno onomastico di Taziana. La Olga
+e sua madre ti pregano di andarvi e non ammettono
+scusa nè rifiuto.”
+</p>
+
+<p>
+“Vi sarà molta gente, — molta feccia.”
+</p>
+
+<p>
+“Nessuno, te l’accerto. Cioè, ci saranno i loro
+parenti. Andiamoci. Fammi questa finezza!”
+</p>
+
+<p>
+“Va là, io acconsento.”
+</p>
+
+<p>
+“Come sei garbato!”
+</p>
+
+<p>
+Così dicendo, Vladimiro fece un brindisi alla
+sua bella, e vuotò il suo bicchiere. Poi ricominciò a
+parlare... di che?.... d’Olga! così sono fatti gli innamorati.
+Vladimiro ansava di giubilo. Il beato
+istante veniva fra due settimane. La corona fiorita
+d’amore, il misterioso talamo d’imeneo dovevano
+guiderdonare la sua costanza. Egli non scorgeva in
+prospettiva gli impicci, le brighe del matrimonio padre
+d’infiniti sbadigli. Mentre noi altri aderenti della
+vita celibe ci raffiguriamo la vita coniugale come
+una trista serie di scene formidande, come un romanzo
+sul genere di quelli di Augusto Lafontaine...&#8205;<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>
+il mio povero Lenschi era nato e destinato a quella
+sorta di esistenza.
+</p>
+
+<p>
+Fu amato.... o almeno credè d’essere amato....
+e fu felice. Avventuroso colui che crede; colui che
+sbandisce la fredda ragione e s’addormenta nella
+calma della fede come un viandante ubriaco sulle
+piume, ovvero (per usare similitudine più vaga) come
+una farfalletta sul fiore di cui pur ora ha delibato il
+succo! Ma guai a colui che tutto prevede, che non
+si lascia mai abbagliar dalle illusioni, che da ogni atto,
+<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
+da ogni parola fa distillare un sospetto, un delitto!
+Guai al cuore che l’esperienza del mondo agghiacciò
+e il di cui adito è chiuso al soave oblio, al grato
+errore!
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
+</p>
+
+<h3>CAPITOLO QUINTO.</h3>
+</div>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl"><div class="stanza">
+<p class="i01">Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca</p>
+<p class="i02"> quelle orrende novità.</p>
+<p class="i10"><span class="smcap lowercase">GIVCOVSCHI</span>.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<p>
+In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura
+sospirava l’arrivo dell’inverno. Finalmente nevicò
+nella notte del terzo giorno di gennaro. Taziana si
+destò di buon mattino e scorse per i vetri della finestra
+i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello
+bianco. I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi
+pendon fiocchi d’argento; un tappeto scintillante
+e morbido copre le montagne; e le gazze
+saltellano e ciaramellano nel cortile.
+</p>
+
+<p>
+Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta;
+il suo ronzino trotta veloce su quel terreno soffice e
+sicuro,&#8205;<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> la <i>chibitca</i>&#8205;<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> vola e lascia appena dietro a sè
+un’orma fuggitiva; il postiglione siede a cassetta con
+una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa alla
+vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero
+nel suo carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma
+mentre così scherza gli si gelano le dita; gli dolgono
+e ne ride: frattanto sua madre lo garrisce dalla
+finestra.
+</p>
+
+<p>
+Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna
+attrattiva per voi; tutte queste circostanze vi sembrano
+<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
+triviali e poco degne della musa. Un altro poeta,
+ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo
+la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti
+della rea stagione.&#8205;<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a> Vi incanterà, ne son
+convinto, quella sua festosa descrizione d’una misteriosa
+passeggiata in slitta. Frattanto io non voglio
+entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della
+giovine Finlandese.&#8205;<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>
+</p>
+
+<p>
+Taziana, da vera Russa, amava, non so come,
+l’inverno settentrionale, la brina lampeggiante al
+sole, le slitte, il roseo riverbero della neve sotto il
+crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania.
+I nostri avi celebravano questa festa nella propria
+casa. Le serve predicean l’avvenire alle giovani
+padrone e ogni anno promettevano loro un militare
+per sposo e un viaggio.
+</p>
+
+<p>
+Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari,
+ai sogni, alla cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza
+di questo astro le pronosticava non so che
+di particolare che le faceva gonfiare il petto. Se uno
+smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si lisciava
+il muso colla zampa, Taziana ne augurava
+che dovevan venir visite. Se vedeva il disco bicorne
+di Diana volto a ponente, tremava e impallidiva.
+Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno,
+Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi
+voti del suo cuore. Se a caso incontrava per via un
+frate nero o se una lepre snella attraversava il prato
+innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore si
+<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
+fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in
+quello sbigottimento stesso trovava una secreta voluttà.
+Così ci fabbricò natura amante dei contrasti e
+degli estremi.
+</p>
+
+<p>
+Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno
+s’affanna a indovinare ciò che avverrà nell’anno
+novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati che non
+si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si
+estende vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono
+nel futuro cogli occhiali i vecchi che han perduto
+tutto senza scampo e che già toccano alla fossa. — Poco
+importa — la speranza tuttora li alletta
+colle stesse lusinghe di altre volte.
+</p>
+
+<p>
+Taziana spia con occhio attento il cero che si
+attuffa nell’onda, e il cui aspetto tondo e liscio annunzia
+qualche caso strano.&#8205;<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> Diversi anelli escono in
+fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta
+fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i
+contadini sono ricchi: scavano argento colla marra.
+Sia felice e illustre colui per chi cantiamo.”
+</p>
+
+<p>
+Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia
+qualche danno. La fanciulla vorrebbe piuttosto sentire
+un altro ritornello. Taziana, per consiglio della
+balia, volle esorcizzare di notte.
+</p>
+
+<p>
+L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli
+astri gravita nell’etere con tanto accordo e tanta
+quiete.... Taziana scende nel cortile in veste scoperta
+e presenta uno specchio ai raggi della luna.... Ma
+nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido
+miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno....
+<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
+la fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e
+plasmando la voce in suon più dolce di quella della
+zampogna, gli domanda il suo nome. Egli la guarda
+in faccia e risponde: “Agatone.”&#8205;<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>
+</p>
+
+<p>
+Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate
+sulla tavola della sala da bagno. In un subito si
+sente presa d’un brivido; e io.... anch’io raccapriccio
+all’idea di Svetlana.... ma noi non farem sortilegi
+colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si
+spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e
+salta in letto. Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno
+a lei. Tutto tace, Taziana dorme.
+</p>
+
+<p>
+Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di
+camminare sopra un campicello cosperso di neve e
+offuscato dalla nebbia. Un torrente non incatenato
+dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia
+oscuro e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio.
+Due pertiche appiccicate insieme dal gelo, formano,
+da una ripa all’altra, un ponticello tremolo e
+periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro mugghiente
+si ferma come priva di senno.
+</p>
+
+<p>
+Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e
+guarda intorno; ma non vede nessuno che le porga la
+mano per aiutarla a tragittare. Tutto a un tratto, i
+massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale
+orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette
+a grugnire e offre alla fanciulla la sua zampa irta
+d’acuti artigli. Essa vi si appoggia con tremore e
+varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra
+sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè
+<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
+ardisce volger indietro gli occhi; ma non può sottrarsi
+alla assiduità di quel turpe lacchè. Arrivano a una selva.
+Gli abeti stanno immobili nella loro accigliata
+maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve;
+il raggio delle lampade celesti penetra scintillante
+nella chioma dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi;
+cessa ogni indizio di strada — la neve ingombra tutto
+e i cespugli e i burroni. Pur Taziana avanza sempre,
+sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo
+ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli
+orecchini d’oro. Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto
+e non osa raccoglierli, e si vergogna persino
+di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode grugnir
+l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante,
+priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso
+destramente la rialza e se la pone indosso. Essa non
+resiste, non si muove, non respira. Egli la porta a
+traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio
+mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma
+dentro la capanna rimbomba un suon di voci e di
+stromenti. — “Qui sta il mio compare,” grida l’orso;
+“entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo
+s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia.
+</p>
+
+<p>
+La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio
+di bicchieri come a un convito di funerali. Non comprendendo
+niente a ciò che succede, s’avvicina pian
+piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti
+mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna
+bovine; l’altro ha una testa di gallo; quà una strega
+con barba di becco, là uno scheletro attillato e altero;
+più in là un nano con una coda esile, e mezzo
+gru, mezzo gatto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
+</p>
+
+<p>
+Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero
+a cavallo sopra una aragna; una oca con un teschio
+coperto d’una berretta rossa; un molino che
+sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto
+latrati, risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida
+d’uomini, calpestío di cavalli.
+</p>
+
+<p>
+Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè
+in mezzo a quelle bestie orrende, scorse.... chi
+mai?... Colui che le è sì caro e sì tremendo; il protagonista
+di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a
+quella tavola e di quando in quando getta una occhiata
+verso l’uscio. Fa un gesto: tutti si rannicchiano;
+beve: tutti tracannano e urlano; sogghigna:
+tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia:
+tutti tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non
+v’ha più dubbio. Taziana comincia ad aver meno
+paura; e con curiosità, si prova a tirar chetamente
+la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si
+smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio;
+Anieghin cogli occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente;
+tutti fanno lo stesso, ed egli sta per
+escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan
+le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le
+manca la voce. Eugenio spinge la porta. Alla vista
+della fanciulla tutti i demoni e tutti i mostri cacciano
+un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la
+sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi,
+colle code, colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti,
+colle corna, colle branche adunche: tutti
+ruggiscono: “È mia, è mia!”
+</p>
+
+<p>
+“È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto
+tutta la frotta maledetta sparve. La cara verginella
+<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
+rimase nelle fredde tenebre, sola col suo amico.
+Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la
+pone sopra uno sgabello zoppicante e adagia il capo
+sulla di lei spalla. Ma ecco sopravviene Olga; Lenschi
+le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin vibra
+il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni
+visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa
+sempre più aspro. Eugenio impugna uno stiletto e
+atterra Lenschi; una oscurità fitta regna intorno;
+un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla....
+Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro
+nella sua stanza. I purpurei strali dell’alba si rifrangono
+nelle brine dell’invetriata; s’apre l’uscio. Olga
+entra più vermiglia dell’aurora nordica e più leggera
+di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto
+in sogno?”
+</p>
+
+<p>
+Taziana tuttora in letto non bada alle parole
+d’Olga. Scorre l’una dopo l’altra le pagine d’un libro
+e non fa motto. Questo libro non racchiudeva nè
+graziose finzioni poetiche, nè savi consigli filosofici,
+nè imagini. — Non era un volume di Virgilio,
+o di Racine, o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca;
+non era un fascicolo del <i>Journal des modes</i> sì
+caro alle signore. Era l’interprete dei sogni di Martino
+Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini.
+Questa sublime opera, un mercante ambulante la
+portò nel villaggio e la vendè a Taziana per tre rubli
+e mezzo con di giunta una <i>Malvina</i> scompagnata,
+una raccolta di favole popolari, una grammatica,
+due <i>Petreidi</i>&#8205;<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> e un terzo volume di Marmontel.
+Martino Zadeca divenne in breve il libro prediletto
+<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
+di Taziana. Egli la consola in ogni sua afflizione, e
+dorme ogni notte con lei.
+</p>
+
+<p>
+Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso
+e lo cerca nel gran repertorio delle visioni notturne.
+Ma nell’indice finale per ordine alfabetico non trova
+altri vocaboli che <i>abete, bosco, burrasca, neve, orto,
+oscurità, ponte, turbine</i>, eccetera. Martino Zadeca non
+solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno
+presagisce una moltitudine di disgrazie. Per più
+giorni Taziana se ne accora e ne paventa.
+</p>
+
+<p>
+Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel
+giorno anniversario della sua festa. Sin dal mattino
+la casa Larin è piena di gente. I vicinanti vi si trasportano
+con tutta la loro famiglia in chibitca, in
+britsca, in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un
+bisbiglio confuso; nei salotti nuovi visi. Chi grida,
+chi ride; i cagnolini guaiscono, le signorine s’abbracciano;
+tutti si salutano; le balie s’arrabbiano;
+i bambini vagiscono.
+</p>
+
+<p>
+Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta
+moglie; venne Gvosdin, esimio economista, dovizioso
+padrone di miserrimi servi; vennero gli Scotinin,
+consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età
+di due fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff,
+damerino campagnolo; venne mio cugino
+Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto militare
+noto a tutti;&#8205;<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a> venne Flianoff consigliere fuor
+d’impiego, famoso attaccabrighe, vecchia volpe,
+pappalecco, angariatore e gran buffone. Colla famiglia
+<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
+di Panfilo Carlicoff, venne <i>Monsieur</i> Triquet, furfantello
+pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca
+rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò
+di tasca un madrigale sull’aria favorita dei bambini:
+<i>Réveillez vous, belle endormie</i>. Quel madrigale
+trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco;
+Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio,
+lo richiamò alla luce; ma prima ebbe l’accortezza
+di porvi <i>belle Tatiana</i> invece di <i>belle Nina</i>.
+</p>
+
+<p>
+Venne il comandante della guarnigione del borgo,
+idolo delle ragazze aggrinzite e decrepite, trastullatore
+di tutte le madri del paese. Entrò esclamando:
+“Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica
+del reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere!
+balleremo.”
+</p>
+
+<p>
+Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In
+questo mentre si serve il desinare. I commensali
+vanno a tavola due a due tenendosi per mano. Le
+signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto.
+Fanno il segno di croce, cianciano un poco
+e si pongono a sedere.
+</p>
+
+<p>
+Per qualche tempo non pensano che a mangiare.
+Le mascelle macinano; i piatti, i bicchieri s’empiono
+e si vuotano sovente. Poco a poco s’annaspa
+una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno
+vi bada; tutti schiamazzano, ridono, leticano.
+Di repente la porta si spalanca. Lenschi e Anieghin
+compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona.
+</p>
+
+<p>
+I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno
+rimuove la posata e la seggiola per far loco; i due
+amici si accomodano. La padrona li ha collocati in
+<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
+faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana
+di mattina, e più tremante della capriola inseguita
+dai cacciatori, non ardisce levar gli occhi ottenebrati.
+Un ardore insolito le serpe per le membra; si
+sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno
+i due amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli
+occhi e sta per cadere in deliquio. Ma la volontà e
+la ragione trionfano di quella debolezza momentanea.
+Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento
+e rimase a tavola.
+</p>
+
+<p>
+Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe
+degli svenimenti femminili; ne aveva
+vedute tante! Già gl’incresceva assai d’essersi lasciato
+cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma
+quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta,
+abbassò gli occhi dalla stizza, maledì Lenschi,
+giurò di fargli dei rimproveri e di vendicarsi
+in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte
+a schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati.
+</p>
+
+<p>
+Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto
+la confusione di Taziana. — Tosto attrasse la
+vista e l’attenzione sua un pasticcio di carne che per
+gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto
+e il <i>blanc manger</i> una bottiglia di vino di Zimlianschi&#8205;<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>
+sigillata. Portano per beverlo un assetto di
+bicchieri lunghi, sottili e svelti come la tua vita, o
+Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere dell’anima
+mia, che m’hai tante volte inebriato
+d’amore!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
+</p>
+
+<p>
+Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino
+ferve e fuma. Allora, con un aspetto grave, Triquet
+s’alza armato del suo madrigale. La compagnia
+ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta
+che viva. Triquet volgendosi ad essa col foglio in
+mano si mette a cantare stuonando. Applausi, urli
+d’entusiasmo ricompensano il poeta. È forza che Taziana
+gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel
+suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna
+il prezioso manoscritto. Seguirono i complimenti e
+gli auguri; Taziana ringraziò tutti. Quando toccò ad
+Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e stanca,
+quel turbamento interno, commossero il crudele. La
+salutò senza aprir bocca, ma il suo sguardo parlò
+abbastanza. Provava egli veramente un certo affetto,
+oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta?
+Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo
+esprimeva la simpatia e rese il respiro a Taziana.
+</p>
+
+<p>
+Si respingono le seggiole con gran rimbombo.
+La folla si precipita dalla sala da pranzo nel salotto.
+Tale un ronzante sciame di pecchie esce dall’alveare
+e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli
+ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono
+intorno al caminetto. Le signorine cinguettano
+in un angolo. I tappeti verdi&#8205;<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a> e il boston
+invitano i giocatori fanatici, le <i>ombre</i> allettano i
+vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle
+sue bandiere chiunque per interesse sa superar la
+noia. Già questi ultimi han fatto otto partite, già otto
+volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno diligentemente
+<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
+le ore del desinare, della merenda e
+della cena. In campagna, queste ore si conoscono
+senza grande sforzo, lo stomaco ci fa da orologio
+esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che
+in questo mio poema io ragiono spesso di banchetti,
+di pietanze e di tappi come fai tu, o divino Omero,
+idolo nostro da tre mila anni in qua!
+</p>
+
+<p>
+Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender
+ciascheduna una tazza di tè, quando si sente dietro
+la porta della sala grande un concerto di flauto e di
+fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti
+metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride
+dei villaggi circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi
+a Taziana; Triquet alla Carlicoff, ragazza di matura
+età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa della signora
+Pustiacoff. Il ballo incomincia.
+</p>
+
+<p>
+Nella prima parte di questo romanzo (vedi il
+primo capitolo) volevo dipingere i balli di San Pietroburgo,
+alla maniera dell’Albano. Ma diviato da
+vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai
+dietro alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini!
+e mi smarrii, e perdei il filo del mio racconto.
+Ma col dileguarsi dei miei belli anni io diverrò più
+savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò
+questo quinto canto da ogni digressione superflua.
+</p>
+
+<p>
+Il walzer imperversa come un turbine e passa
+monotono e pazzo come la gioventù. Una coppia
+succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta s’appressa,
+Anieghin, esultando di soppiatto, danza con
+Olga, poi quando è stanca la fa sedere e discorre
+seco di vari oggetti. Due minuti dopo, eccolo che vola
+<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
+di nuovo con essa. Tutti stupiscono. Lenschi stesso
+non può credere ai propri occhi.
+</p>
+
+<p>
+I musicanti suonano la masurca. Anticamente
+quando echeggiava quell’aria, tutto oscillava nelle
+vaste sale; le invetriate si sconnettevano; il tavolato
+si spaccava sotto i tacchi dei danzatori. Adesso non
+è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza
+quanto le signore l’impiantito spalmato di lacca.
+Ma nelle piccole città e nei villaggi la masurca conserva
+tuttora la sua bellezza, i suoi antichi onori:
+cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il
+resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla;
+la moda! malattia epidemica dei nuovi Russi.
+</p>
+
+<p>
+Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio,
+Taziana ed Olga. Anieghin danza con Olga, le parla
+all’orecchio, le stringe la mano. — Le di lei guance
+arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta
+in sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito
+di gelosia, la fine della masurca. Allora invita Olga al
+<i>cotillon</i>.... Ma essa ricusa.... Ricusa! E perchè? È
+già impegnata con Eugenio. Come! Essa sarebbe capace!...
+No, non è possibile. Appena escita dalle fasce
+sarebbe una <i>coquette</i>! Già conoscerebbe i raggiri
+della civetteria e saprebbe mentire e spergiurare!
+Lenschi non può sopportare un colpo sì improvviso.
+Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un
+cavallo e parte. Due pistole, due palle scioglieranno
+il problema.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
+</p>
+
+<h3>CAPITOLO SESTO.</h3>
+</div>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl"><div class="stanza">
+<p class="i01">Là sotto giorni nebulosi e brevi</p>
+<p class="i01">Nasce una gente cui il morir non dole.</p>
+<p class="i10"> <span class="smcap">Petrarca</span>.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<p>
+Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin,
+contento della sua vendetta, divenne pensoso e
+astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca Vladimiro
+e l’eterno <i>cotillon</i> le viene a noia. Ma questo finisce.
+Si va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa,
+dal vestibolo sino alla soffitta, è trasformata in un
+dormitorio per gli ospiti. Tutti sentono il bisogno
+d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare
+sotto il proprio tetto.
+</p>
+
+<p>
+Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel
+salotto colla sua pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff
+e Flianoff, il quale soffre d’una piccola indisposizione,
+si sono coricati sopra le sedie della sala
+da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un
+vecchio berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le
+signorine occupano le camere di Olga e di Taziana.
+Ma questa infelice, puntellata a una finestra, per la
+quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura
+campagna.
+</p>
+
+<p>
+La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza
+dei suoi sguardi, il suo trattare strano verso di
+Olga, son tante spine che stimolano la curiosità di
+Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto.
+Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il
+cuore; le sembra che sotto ai suoi passi si spalanchi
+<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
+e muggisca un abisso. “Io perirò,” essa esclama: “ma
+perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno;
+perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.”
+</p>
+
+<p>
+Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio
+entra in scena. A cinque verste&#8205;<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> della villa
+di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva e vive tuttora
+un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle
+bettole e capo d’una combriccola di barattieri e di
+furfanti; ora campagnolo semplice, e buono, ottimo
+padre (benchè celibe), amico fidato, possidente pacifico
+e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora! — La
+voce lusinghiera della fama lodava il
+suo coraggio tremendo. Colla sua pistola egli toccava
+un asse alla distanza di cinque sagene.&#8205;<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> Aggiungeremo
+però, che un giorno in un combattimento, essendo
+ubriaco come uno svizzero, tombolò da cavallo
+nella mota, e restò prigioniero dei Francesi; prezioso
+ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe volentieri
+rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per
+poter ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,&#8205;<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>
+tre bottiglie di vino di Borgogna. Altre volte egli sapeva
+motteggiar con spirito, trappolare i balordi, e
+sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le
+sue burle non restarono sempre impunite, e anch’egli
+talvolta si lasciò infinocchiare come un babbione.
+Sapeva discutere con brio, replicare con sagacità o
+con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare
+a proposito; sapeva inimicare due giovani amici,
+farli sfidare in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare
+in tre, e quindi disonorarli con qualche ghierabaldana.
+<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
+<i>Sed alia tempora!</i> La temerità passa colla
+gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata.
+Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle
+burrasche del mondo sotto l’ombra dei ciriegi e delle
+acazie. Lì viveva da vero filosofo, piantava cavoli
+come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava
+l’A. B. C. ai bambini.
+</p>
+
+<p>
+Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui
+carattere, ma apprezzava il suo giudizio e le sue riflessioni
+intorno agli uomini e alle cose. Si frequentarono
+un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato
+di vedere un mattino Zarieschi entrar in
+camera sua. Dopo i complimenti usuali, Zarieschi
+interrompendo la conversazione che stava per intavolarsi,
+e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio
+un biglietto di Vladimiro. Anieghin si trasse
+alla finestra e lesse a bassa voce.
+</p>
+
+<p>
+Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un <i>cartello</i>.
+Lenschi, garbatamente e freddamente, invitava
+Eugenio a battersi con lui. La prima mossa d’Eugenio
+fu di dire al messaggero senza altra spiegazione
+ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star
+di più; s’alzò in silenzio, e se ne tornò a casa ove
+aveva molto da fare. Ma Eugenio, abbandonato alle
+proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso e non
+senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza,
+e si trovò colpevole in molti riguardi. In
+primo luogo, aveva dileggiato con troppa crudeltà
+un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva
+spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena
+perdonabile ad uno scapestrato di diciotto anni.
+Eugenio, che amava Lenschi di tutto cuore, dovea
+<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
+in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei
+pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato,
+ma qual uomo di senno e d’onore. Dovea palesare
+i suoi sentimenti, e non incollerirsi come belva;
+doveva disarmare quella suscettività giovanile.
+“Ma ora è troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto.
+Un duellista per mestiere si è ingerito in questa faccenda,
+è maligno, è imbroglione, gran parlatore.
+Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo;
+ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...”
+Ecco l’opinione pubblica! Il puntiglio è la molla che
+ci fa agire, è il pernio sul quale gravita il mondo.
+</p>
+
+<p>
+Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta
+in casa la risposta. Il suo eloquente vicinante gliela
+arreca in trionfo. Che festa per il geloso! Temeva
+che il suo antagonista non la scappasse con qualche
+pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il
+suo petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani
+all’alba, essi si incontreranno presso al molino;
+caricheranno le loro pistole, e spareranno alle
+gambe o alla testa.
+</p>
+
+<p>
+Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava
+ormai come una civetta, non voleva vederla
+prima del combattimento. Guardò all’oriuolo e al
+sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue
+vicine. Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla
+colla sua venuta; ma sbagliava. Olga scese, come
+prima, dal verone per andargli incontro, leggera,
+graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata
+da quel ch’era antecedentemente.
+</p>
+
+<p>
+“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?”
+chiese Olga.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
+</p>
+
+<p>
+A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il
+suo furore, se ne stette colla bocca chiusa, e si
+grattò il naso. La gelosia, il dispetto, la rabbia, sparirono
+davanti a quello sguardo sereno, a quel contegno
+ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla
+Olga con occhio di compassione; vede che è
+ancora amato! Già il pentimento lo assale; sta per
+implorar perdono; trema, non trova le parole.... è
+felice.... è quasi guarito.
+</p>
+
+<p>
+Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la
+forza di ricordare alla fanciulla gli eventi della precedente
+sera. “Io sarò,” egli pensa, “il di lei liberatore;
+non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere
+quel giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle
+lusinghe. Non tollererò che un verme impuro e velenoso
+roda lo stelo di quel giglio candido, nè che
+quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca
+all’alito del vizio.” Tutto ciò significava, amici miei:
+son risoluto di battermi coll’amico.
+</p>
+
+<p>
+Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il
+cuore della mia Taziana! Se Taziana avesse potuto
+prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro dovevan
+contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le
+di lei premure avrebbero forse rappattumato i due
+rivali. Ma nessuno fino ora s’è accorto nemmen per
+sogno di questa passione. Anieghin non parla più di
+nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola
+avrebbe potuto indovinar tutto, ma non è gran fatto
+perspicace.
+</p>
+
+<p>
+Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè,
+ora espansivo e lieto; ma gli alunni delle Muse
+sono sempre così. Coi capelli arruffati egli siede
+<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
+al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo
+gli occhi ad Olga esclama: “Io son felice,
+non è vero? È tardi. Convien che io parta.” Intanto
+soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla
+gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in
+viso: “Che avete?” grida. “Niente,” egli risponde
+e raggiunge la porta.
+</p>
+
+<p>
+Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si
+spoglia, e apre un volume di Schiller. Ma sempre lo
+stesso pensiero l’opprime, e l’impedisce di dormire.
+Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza
+ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive
+<i>currenti calamo</i> alcuni versi pieni d’amorose inezie,
+ma sonori e dolci. Poi, nel suo entusiasmo lirico, se li
+rilegge ad alta voce. Per fortuna questi versi mi sono
+caduti fra mano; eccoli.
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Dalla fortuna oppresso</p>
+<p class="i02"> Aspetto impazïente il dì venturo.</p>
+<p class="i02"> Parla, o sfinge crudel, tetro futuro:</p>
+<p class="i02"> Mi cingerai d’alloro o di cipresso?</p>
+<p class="i02"> Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso?</p>
+<p class="i02"> Cadrò trafitto da letal saetta</p>
+<p class="i02"> Oppur dal gran cimento escirò illeso?</p>
+<p class="i02"> Qualunque sia la sorte che m’aspetta</p>
+<p class="i02"> Io dirò rassegnato e disdegnoso:</p>
+<p class="i02"> Benedetta la veglia e benedetta</p>
+<p class="i02"> L’ora del gran riposo.</p>
+<p class="i02"> Forse, questa sarà l’ultima guerra</p>
+<p class="i02"> Del rio destin che bersagliar mi suole.</p>
+<p class="i02"> Domani riderà, come oggi, il sole,</p>
+<p class="i02"> E canterà la terra;</p>
+<p class="i02"> Ma privo ormai d’udito e di veduta</p>
+<p class="i02"> Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso,</p>
+<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span></p>
+<p class="i02"> Ombra squallida e muta,</p>
+<p class="i02"> Spazierò per le tenebre d’abisso.</p>
+<p class="i02"> Divorerà il mio nome il ceco oblio:</p>
+<p class="i02"> Ma tu, casta colomba,</p>
+<p class="i02"> Forse a sparger verrai di tanto in tanto</p>
+<p class="i02"> Qualche stilla di pianto</p>
+<p class="i02"> Sulla precoce e solitaria tomba;</p>
+<p class="i02"> E dirai sospirando: “Egli fu mio:</p>
+<p class="i02"> ”A me sola sacrò la cetra, il cuore,</p>
+<p class="i02"> ”E dei begli anni il fiore....”</p>
+<p class="i02"> E mi ripeterai l’ultimo addio.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli
+dettò. Un critico li chiamerebbe romantici; io però
+non so vederci cica di romanticismo; ma lasciamo
+stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò
+pensando all’<i>ideale</i>. Parola alla moda! Ma
+aveva appena socchiuso le ciglia, quando il suo vicinante
+entrò nella stanza e lo destò dicendo: “Su,
+su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di
+certo.”
+</p>
+
+<p>
+Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente.
+Le ombre della notte si diradano, il
+gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole ascende
+l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano
+e volano in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal
+letto. Finalmente tira le cortine, guarda, e s’accorge
+che già da gran tempo avrebbe dovuto trovarsi
+sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere
+francese Guillot accorre in fretta, gli porge la veste
+da camera, le pantofole e la camicia. Anieghin si
+abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi ad accompagnarlo
+colla scatola delle pistole. La slitta è pronta.
+<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
+Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo
+colle pistole di Lepage,&#8205;<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a> e al cocchiere di avanzar
+nella campagna verso due piccole quercie.
+</p>
+
+<p>
+Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da
+profondo agronomo, biasimava il modo in che era
+fatto un pagliaio.
+</p>
+
+<p>
+Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è”
+esclamò Zarieschi “il vostro secondo?” Zarieschi classico
+e pedante nei duelli si sdegnava d’una tale infrazione
+ai veri principii della monomachia. Permetteva
+che si stendesse al piano un uomo per una
+bagattella, purchè si osservassero le regole dell’arte
+e le austere tradizioni degli antichi; lo che è da lodarsi
+in lui.
+</p>
+
+<p>
+“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo:
+Monsieur Guillot. Spero che non vi opporrete a tale
+scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un galantuomo.”
+</p>
+
+<p>
+Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò
+a Lenschi:
+</p>
+
+<p>
+“Ebbene, cominciamo!”
+</p>
+
+<p>
+“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro.
+</p>
+
+<p>
+E si portarono dietro il molino.
+</p>
+
+<p>
+Mentre Zarieschi e il <i>galantuomo</i> fissavano a
+quattro occhi le condizioni del combattimento, gli
+antagonisti stavano fermi colle ciglia basse.
+</p>
+
+<p>
+Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici?
+Quanto è che l’uno sitisce il sangue dell’altro?
+Quanto è che dividevano gli ozi, le pene, la mensa,
+i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro
+l’altro come due nemici ereditari, tramano, quasi in
+<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
+un sogno spaventoso e incomprensibile, la loro mutua
+distrazione. Non sarebbe meglio che si separassero
+ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra?
+Ma il coraggio della gente ha una singolar paura
+della falsa vergogna.
+</p>
+
+<p>
+Già le pistole splendono. Risuona il martello
+della bacchetta. La palla rotola nel cannone, il cane
+stride per la prima volta. Versano la polvere grigiastra
+nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata
+e fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si
+rimpiatta dietro un tronco vicino. I due avversari
+gettano i loro mantelli. Zarieschi ha misurato con
+esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa
+distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano
+le pistole.
+</p>
+
+<p>
+“Ora partite!”
+</p>
+
+<p>
+I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale,
+quattro passi, quattro passi verso la tomba. Eugenio
+avanzando sempre alza pian piano la sua pistola.
+Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo
+l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin
+spara. È giunto l’istante prefisso dal fato. Il
+poeta senza proferir parola lascia sfuggir l’arme, si
+posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi offuscati
+annunziano la morte, ma non esprimono nè
+la doglia nè il rimprovero. Tale struggesi al calor
+del mattino la valanga che brillava sul pendío di
+un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre
+al moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli
+fu. Il poeta spirò anzi tempo. Sorse la burrasca, e il
+gentil fiore si seccò sbocciato appena, e il fuoco sacro
+si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla sua
+<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
+faccia domina una quiete che fa spavento. La palla
+gli ha colpito il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante
+dalla ferita. Poco fa, quel cuore palpitava di
+poesia, di speranza, d’amore, quel sangue ferveva di
+vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come
+in una abitazione abbandonata, le imposte son serrate,
+i cristalli son intonacati. La padrona di casa
+non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: — se n’è smarrita
+ogni traccia.
+</p>
+
+<p>
+È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico
+con salaci epigrammi; è un piacere vederlo allorchè
+mitriato di superbe corna, si mira in uno specchio e
+si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore
+vedere che vi si riconosce ed esclama: “io
+son quello!” Ma il <i>nec plus ultra</i> d’ogni piacere, è
+apprestargli una onorevole sepoltura, e appuntargli
+un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo
+però <i>ad patres</i>, è uno scherzo di che, io credo, voi
+non siete gran fatto ghiotto.
+</p>
+
+<p>
+Se dunque vi accade di uccidere un giovine
+amico che vi offese <i>inter pocula</i> con un ghigno o una
+risposta insolente, o con qualche altra bazzecola, e
+se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente
+in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima
+vostra quando lo vedrete steso a terra, in preda
+all’agonia, già gelido, già livido, sordo al vostro disperato
+appello?
+</p>
+
+<p>
+Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre
+l’arme funesta, contempla l’infelice Lenschi.
+</p>
+
+<p>
+“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi.
+</p>
+
+<p>
+Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin
+tutto tremante s’allontana e chiama i servitori.
+<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
+Zarieschi adagia con premura il cadavere nella slitta,
+e trasferisce quel tristo deposito nella propria dimora.
+I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano,
+imbiancano il morso di spuma, e volano come strali.
+</p>
+
+<p>
+Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è
+perito nel più bel fiore delle sue speranze, prima
+d’aver dato al mondo i delicati frutti. Ov’è adesso
+quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso
+di generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci?
+Ove sono quei fervidi slanci d’amore, quella
+sete di gloria, quell’affetto allo studio, quell’orror
+del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree
+visioni della vita celestiale, illusioni della divina
+poesia?
+</p>
+
+<p>
+Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria.
+La sua cetra ammutolita avanti l’ora, potea destare
+un eco durevole nei secoli venturi. Forse un
+alto grado gli era riservato nella scala sociale.
+L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo
+ingegno. Perì per noi quel creatore spirito! E chiuso
+nell’avello non udirà l’inno nè le benedizioni dei
+popoli alzarsi qual incenso in suo onore....
+</p>
+
+<p>
+Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un
+ricco appannaggio. Avrebbe lasciato i generosi impulsi
+della gioventù stagnare ed estinguersi nell’inazione.
+Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato
+le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe
+provato tutte le beatitudini della vita: avrebbe marcito
+nella sua villa con una guarnacca imbottita in
+dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la podagra;
+avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato,
+e finalmente ammalatosi, sarebbe morto
+<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
+nel suo letto attorniato di figliuoli, di donnicciuole e
+di dottori.
+</p>
+
+<p>
+Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato,
+il poeta, il sognatore&#8205;<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a> melancolico, soccombè
+per la mano d’un amico! A sinistra, quando
+si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono
+le loro radici; sotto a quelli serpeggia un
+ruscelletto che deriva dalla valle vicina. Ivi l’agricoltore
+cerca il riposo; ivi i mietitori vanno a empir
+d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione
+dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde
+sotto l’ombra opaca, sorge adesso la sua umile sepoltura.
+</p>
+
+<p>
+Allorchè incomincia la pioggia di primavera a
+strosciar sull’erbe dei prati, il pastorello, cantando
+i <i>Pescatori del Volga</i>, viene talvolta lì a lavorar le
+sue scarpe di scorza. E la giovine signora che passa
+l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna,
+sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento,
+e mentre colla mano sinistra stringe la briglia
+di canapa, rimuove colla destra il velo del cappello,
+e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma
+il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento
+proseguendo il suo corso nell’aperta pianura, tutta
+meditabonda, compiange la trista fine di Lenschi
+e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante,
+oppure presto si consolò della sua perdita?
+Dov’è adesso la sorella d’Olga? Ov’è il disprezzatore
+della società, il disertore delle donne alla moda,
+<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
+il capriccioso originale che uccise il giovine
+poeta?”
+</p>
+
+<p>
+Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,&#8205;<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>
+ma non oggi. Sebbene io ami svisceratamente
+il mio eroe, io devo ora lasciarlo in disparte, ma
+per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età
+vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a
+lungo ho bazzicata e accarezzata. Lo confesso e me
+ne pento. Ma fortunatamente la mia penna non ha
+più la smania di schiccherar baie canore: pensieri
+più gravi, cure più nobili occupano la mia mente nella
+solitudine e in seno alla società.
+</p>
+
+<p>
+Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo
+tormento. Ma ormai non ho più speranza; e mi
+rincrescono le mie passate inquietudini. O illusioni!
+illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene
+con giovinezza? È egli vero che questa già perda per
+me la sua brillante corona? È egli vero che la primavera
+di mia vita è spenta per sempre, spenta senza
+una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà
+più? È egli vero che fra poco avrò trent’anni?
+</p>
+
+<p>
+Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio
+del mio corso; è forza ch’io ne convenga. Dunque
+separiamoci da buoni amici, o mia spensierata gioventù!
+Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del
+trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i
+tuoi doni; te ne ringrazio cordialmente. Sotto le tue
+ali, nel tumulto e nella calma, io ho goduto assai;
+basta così! Ora, con animo sereno, entro in una
+nuova via per divezzarmi della vita passata.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
+</p>
+
+<p>
+Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo
+ove i miei dì fuggirono inavveduti in mezzo alle
+passioni, alla indolenza, alle astrazioni d’un ingegno
+riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva la mia
+fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al
+mio ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che
+si ghiacci, che s’induri e finalmente si impetrisca
+nel letargo d’una società morta! Fuga da me lungi
+gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli
+astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della
+fortuna; gli scellerati ridicoli e seccanti, i giudici
+parziali e cavillatori, le civette bacchettone, gli schiavi
+volontari, i tradimenti eleganti del <i>gran mondo</i>,
+le sentenze spietate della vanità impudente; la trista
+fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo
+e anneghiamo insieme, o cari amici!
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
+</p>
+
+<h3>CAPITOLO SETTIMO.</h3>
+</div>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl"><div class="stanza">
+<p class="i01">Mosca, figlia diletta della Russia, ove troverò</p>
+<p class="i02"> una città che ti somigli?</p>
+<p class="i10"> <span class="smcap">Dimitrieff</span>.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Chi può non amare la paterna Mosca?</p>
+<p class="i10"> <span class="smcap">Baratinschi</span>.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Guai a Mosca! Che cos’è aver veduto il mondo!</p>
+<p class="i01">Ove si sta meglio? — Dove non si sta.</p>
+<p class="i10"> <span class="smcap">Griboiedoff</span>.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<p>
+La neve strutta dai raggi dissolventi di primavera,
+precipita dai monti vicini in ruscelli torbidi, e
+allaga le campagna. La natura mezza addormentata
+accoglie con un dolce sorriso il mattino dell’anno. Il
+cielo splende azzurrino. I boschi, tuttora trasparenti,
+si adornano d’una tenera lanugine di verdura. Le
+api abbandonano i loro palazzi di cera per andare a
+predare i fiori novelli. Le valli si asciugano e si
+smaltano; la greggia bela e il rosignolo garrisce nel
+silenzio notturno.
+</p>
+
+<p>
+Quanto mi affligge il tuo ritorno, o primavera,
+primavera stagione d’amore! Che crudele agitazione
+regna nel mio sangue e nel mio spirito! Con che
+mesta voluttà io godo del zeffiretto che mi aleggia
+intorno nella mia solitudine agreste! Mi è forse vietato
+il piacere? o tutto ciò che diletta e ravviva, tutto
+ciò che esulta e brilla, deve sembrare orrido e tetro a
+chi è morto al mondo? Il susurro delle nuove giovinette
+fronde che subentrano a quelle dell’autunno decorso,
+ci richiama forse a mente qualche amara perdita
+<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
+nostra, sicchè non ci possiamo rallegrare del rinascimento
+dei fiori? O, comparando con angoscia i nostri
+belli anni ai bei giorni, il ritorno di questi
+ci fa più aspramente risentire la fuga di quelli? Forse
+anche ci apparisce in una visione poetica qualche
+antica primavera, la cui idea ci ripone sotto
+occhio una regione remota, una serata serena al lume
+della luna....
+</p>
+
+<p>
+Onesti poltroni, savi epicurei, mortali indifferenti
+e beati, uccelletti nutriti nel nido di Levscin,&#8205;<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>
+Priami delle campagne, e voi sensibili dame, la
+primavera vi chiama in villa. Ecco il tempo del caldo,
+dei fiori, del lavoro; il tempo delle passeggiate
+fantastiche, delle notti scandalose. In villa, amici
+miei! Presto, presto, salite nelle carrozze cariche a
+più non posso, salite nelle diligenze; evadetevi dal
+carcere delle città.
+</p>
+
+<p>
+E tu, lettor benevolo, sali nella tua calescia e
+abbandona la affaccendata metropoli dove hai passato
+l’inverno in feste e in gioco. Vieni in compagnia
+della mia capricciosa Musa a udire il mormorio crescente
+delle selve, lungo il ruscello innominato,
+presso alla borgata ove Eugenio, anacoreta atrabiliare
+e ozioso, viveva poco fa in vicinanza della giovine
+Taziana, di quella mia diletta visionaria.... Egli
+non vi sta più, ma vi ha lasciato un’indelebile traccia.
+</p>
+
+<p>
+Fra quell’anfiteatro di montagne andiamo là
+dove un’acqua limpida serpeggiando per i verdi prati
+scende al fiume a traverso una macchia di tigli. Là
+il rosignolo, poeta della primavera, canta tutta la
+<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
+notte, e mischia i suoi trilli al garrir della fonte; lì
+sboccia la rosa selvatica; là s’inalza una pietra sepolcrale
+adombrata da due pini annosi. Si legge sulla
+lapida questa iscrizione:
+</p>
+
+<p>
+“Qui giace Vladimiro Lenschi, che morì giovane
+della morte dei valorosi, nell’anno...... in età
+di..... — Riposa in pace, o gentil vate.”
+</p>
+
+<p>
+Altre volte, una ghirlandetta misteriosa appesa
+ai ramoscelli curvi, si librava al soffio matutino;
+altre volte, verso sera, due amiche visitavano
+quel luogo, e abbracciate, piangevano su quella
+tomba, al chiaror della luna. Ma adesso il monumento
+funebre è obliato. Sul terreno che lo circonda non
+s’improntan più le consuete orme.... la ghirlandetta
+rorida più non tremola ai ramoscelli del pino. Solo
+il pastorello canuto e infermo vi viene come prima
+a lavorar, cantando, le sue rozze scarpe di scorza.
+</p>
+
+<p>
+Povero Lenschi! La giovinetta stanca cessò di
+piangere e mancò di costanza nel dolore. Un altro
+attrasse li sguardi di lei, un altro seppe, a forza di
+premure, sopire il di lei affanno; un Ulano l’ha invaghita.
+Eccola appiè dell’altare.... essa arrossisce sotto
+la corona nuziale, e china modestamente il capo; li
+occhi suoi volti a terra sfavillano d’amore; un dolce
+sorriso splende sulle sue labbra.
+</p>
+
+<p>
+Povero Lenschi! Nel tuo sepolcro, nel palazzo
+della muta eternità, ti sdegnasti di quel tradimento?
+Oppure, addormentato in grembo a Lete, insensibile
+e beato, rimanesti indifferente a tal perfidia? Chè
+forse dopo la tomba più non ci cal di questa terra....
+Nè la terra più si cura di noi. La voce degli amici,
+dei nemici, delle amanti, in un subito tace. I voraci
+<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
+eredi si disputano i brani del nostro avere, come
+cani famelici un osso.
+</p>
+
+<p>
+La bella Olga più non adorna la magione dei
+Larin. L’Ulano, schiavo del suo dovere, fu costretto
+di raggiunger il suo reggimento. La vecchia madre
+nel separarsi dalla cara figlia sparse tante lacrime
+e tanto patì, che parve dovesse spirar l’anima.
+Taziana stette col ciglio asciutto, ma tinse il volto
+afflitto d’un biancor di morte. Quando i parenti
+e gli amici escirono sul verone e poi si strinsero intorno
+alla carrozza degli sposi per dare loro un ultimo
+addio, Taziana seguì la folla; e quando la carrozza
+partì, l’accompagnò cogli occhi; e anche dopo che
+fu sparita, li tenne a lungo fissi in quella direzione.
+</p>
+
+<p>
+Ormai Taziana è sola, affatto sola! La compagna
+della sua infanzia, la sua favorita tortorella Olga le
+è rapita dal fato, le è strappata dal seno per sempre.
+Come un’ombra essa erra senza scopo nel giardino
+deserto; ma nè in quello nè in casa trova consolazione
+nè sollievo. Vorrebbe piangere, ma le lacrime
+non sgorgano dal ciglio inaridito e pare che il cuore
+le si schianti in due pezzi.
+</p>
+
+<p>
+In quella crudele solitudine, la sua passione diviene
+più violenta; amore le parla più altamente del
+lontano Anieghin. Essa non lo vedrà più; essa deve
+odiare in lui l’assassino di suo fratello.... Il poeta è
+spento.... e già più nessuno si sovvien di lui; già la
+sua fidanzata si è donata ad un altro; la memoria
+del poeta si è spersa come un vapore nel vasto azzurro
+cielo. Due soli cuori forse, tuttora pensano a
+lui e si rammaricano.... ma perchè rammaricarsi?
+</p>
+
+<p>
+È notte oscura. Il fiume scorre silenzioso. Il
+<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
+melolonta ronza intorno agli alberi. Le danze s’intrecciano.
+Il fuoco dei pescatori splende sulla riva
+opposta. Taziana, immersa nelle sue meditazioni,
+vaga per la campagna all’argenteo chiarore della
+luna.... avanza, avanza.... Finalmente scorge sulla
+cima d’un colle una casa signorile, una borgata,
+un boschetto a piè d’un poggio, e un giardino bagnato
+da un ruscello. Taziana contempla quella dimora
+e il suo cuore batte più forte e più presto. Un
+momento sta titubante e incerta: “Andrò io più oltre,
+o tornerò indietro? Egli non è più qui... nessuno mi
+conosce... darò una occhiata alla casa e all’orto....”
+E la fanciulla prosiegue il suo cammino, respirando
+appena... gira attorno lo sguardo inquieto... ed
+entra nel cortile abbandonato. I cani le si slanciano
+incontro abbaiando. I ragazzi accorrono in fretta
+alle strida della giovinetta spaventata. Scacciano i
+mastini a forza di bastoni e si fanno i protettori
+dell’incognita.
+</p>
+
+<p>
+“Si può vedere quella casa?” domandò Taziana.
+</p>
+
+<p>
+Immantinente i ragazzi vanno da Anisia, a
+cercar la chiave del vestibolo. Questa si fece incontro
+alla visitatrice e le aprì le porte.
+</p>
+
+<p>
+Taziana entra nella casa in cui poco fa viveva il
+nostro protagonista. Guarda, e vede una stecca di bigliardo
+giacente in un angolo del salotto e un frustino
+da cavallerizza sopra un divano. La contadina
+che la conduce, le dice: “Ecco il caminetto; qui
+il padrone se ne stava seduto tutto solo. Qui desinava
+secolui nell’inverno il signor Lenschi, defunto.
+Mi segua per di qua. Ecco lo studio del padrone.
+<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
+Qui dormiva; qui beveva il caffè. Qui ascoltava
+i rapporti dell’intendente e leggeva in un libro
+la mattina.... Anche l’antico padrone dimorava in
+questa stanza. Tutte le domeniche, presso a questa
+finestra, mettendosi gli occhiali, giuocava meco al
+<i>duraccèc</i>.&#8205;<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> Dio abbia pietà della anima sua e gli dia
+pace nella fossa, dentro la nostra madre terra!”
+</p>
+
+<p>
+Taziana considerava tutto con attenzione e con
+intenerimento; ogni minima cosa le sembrava cara,
+e le destava in seno un sentimento mezzo gaio e
+mezzo tristo. La tavola colla lampada estinta; i libri
+ammucchiati senza ordine; il letto coperto d’un pesante
+coltrone; un ritratto di Lord Byron; una colonnetta
+sormontata da una statua di bronzo, col cappello
+abbassato sulla fronte tetra e colle braccia conserte
+al petto.... Taziana esamina tutto.... e poi s’affaccia per
+goder della campagna rischiarata dal pallido raggio
+della luna....
+</p>
+
+<p>
+Quasi incantata, non può decidersi a lasciare
+quel gabinetto. Ma si fa tardi. Il vento è freddo,
+la valle è buia, e il villaggio dorme velato di vapori
+grigi. Già la luna tramonta... è tempo che la bella
+pellegrina rieda al paterno tetto. Procura di celar
+la sua emozione, ma non può pertanto reprimere
+un sospiro. Si dispone a partire; ma prima di lasciar
+quelle mura chiede licenza ad Anisia di tornare
+un’altra volta nel castello deserto per dare una
+scorsa ai libri sparsi sul tavolino.
+</p>
+
+<p>
+Il giorno seguente, di buon mattino, Taziana
+era nel gabinetto d’Eugenio; e rimasta sola, in
+quella solitudine, in quel silenzio, dimenticando il
+<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
+mondo intero, s’abbandonò liberamente al suo dolore
+e proruppe in pianto. Poi, si mise a frugare
+nei libri. Dapprima non voleva aprirli, ma i titoli
+strani e disparati la empirono di meraviglia e lesse
+con avidità, e un mondo nuovo apparve alla sua vista.
+Sebbene, come sappiamo, Eugenio avesse da
+gran tempo rinunziato alla lettura, e ceduto ai tarli
+la sua biblioteca, pure teneva presso di sè alcuni volumi,
+quali, per esempio, i poemi dell’autore del
+<i>Giaur</i> e di <i>Don Giovanni</i>, e due o tre romanzi che
+rappresentavano i costumi contemporanei con bastante
+esattezza: quella immoralità, quell’egoismo,
+quella secchezza d’idee, mista di melancolia e d’irritazione
+che ferve e s’agita nel vuoto.
+</p>
+
+<p>
+Alcune pagine portavano impresse le tracce di
+una unghia tagliente che avea segnati con strisce i
+passi più notevoli. Taziana fermò particolarmente
+su questi la sua attenzione. S’istruì con un palpito
+di quelle osservazioni, di quei pensieri, che avean
+colpito Anieghin e che egli aveva meditati e ponderati
+a lungo. Qua e là sui margini un punto interrogativo,
+una croce o alcune righe scritte col lapis
+rivelavano i più interni sensi del nostro eroe.
+</p>
+
+<p>
+Adesso, Taziana incomincia a comprendere un
+po’ meglio, la Dio mercè, il carattere di colui per
+cui essa sospira in forza d’una tirannica fatalità.
+Chi è egli questo originale pernicioso e tristo?... Un
+cittadino dell’inferno o del cielo, un angelo o un
+demonio ribelle? Forse un fantasma, una copia vana,
+un moscovita con in dosso un mantello di Harold,
+una interpretazione dei capricci altrui, un indice
+alfabetico delle parole di moda, in somma una parodia?
+<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
+Potè Taziana indovinare quella sciarada? Potè trovare
+la soluzione di quel logogrifo?
+</p>
+
+<p>
+Le ore volano. Taziana non riflette che sua
+madre l’aspetta da un pezzo. Due vicinanti sono
+venuti a veglia in casa sua, e discorrono appunto
+di lei.
+</p>
+
+<p>
+“Taziana non è più bambina,” dice una vecchia
+sdentata, tossendo.
+</p>
+
+<p>
+“È vero,” replica la madre. “Olga era più giovine.
+È tempo ch’io mariti anche Taziana; ma
+come si fa? Sempre risponde: non voglio. Ed è sempre
+pensierosa e va a passeggiar sola pei boschi.”
+</p>
+
+<p>
+“Che non sarebbe innamorata?”
+</p>
+
+<p>
+“Di chi mai?”
+</p>
+
+<p>
+“Buianoff la corteggiava.”
+</p>
+
+<p>
+“Fu rifiutato.”
+</p>
+
+<p>
+“Giovanni Pietuscoff l’ha chiesta in isposa.”
+</p>
+
+<p>
+“Fu respinto anche esso. L’Ussaro Puictin è
+stato qualche tempo quartierato da noi. Correva
+dietro a Taziana come un matto; ne era innamorato
+cotto. Io diceva fra me: forse questo sarà più
+felice degli altri.... Eppure non ci fu verso.”
+</p>
+
+<p>
+“Sapete che? Andate a Mosca con vostra figlia,
+cara signora Larin. Quello è il gran mercato delle
+giovani da marito. E si dice che ci sia gran mancanza
+di donne. Andateci.”
+</p>
+
+<p>
+“Cara amica, ho poche entrate, e a Mosca si
+spende molto.”
+</p>
+
+<p>
+“Avete abbastanza per camparci un inverno,
+e, caso mai, io vi presterò l’occorrente.”
+</p>
+
+<p>
+La buona vecchia gustò assai questo consiglio
+ragionevole e stimato. Contò il suo denaro, e stabilì
+<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
+immediatamente d’andare a stare l’inverno a Mosca.
+Taziana intese con orrore un tal progetto. La fa
+raccapricciar l’idea di dover mostrare a una società
+che non la perdona a nulla nè a nessuno, la loro
+semplicità provinciale; la loro toelette usata e fuor
+di moda, il loro linguaggio antiquato e scarso! Di
+dovere esporsi alla critica dei damerini e delle galanti
+dame di quella capitale! Oibò! oibò! Più saggio
+e più sicuro partito è lasciarla in fondo alle sue
+macchie natie.
+</p>
+
+<p>
+Eppure convien che se ne svelga. S’alza coi primi
+albori, se ne va pei campi e mirandoli con tenerezza,
+esclama: “Addio valli quiete, e voi vette dei
+monti amici, e voi fronde delle amiche selve! Addio
+bel cielo, addio ridente natura. Cambio questa vita
+pacifica e grata con una vita piena di illustre tumulto
+e di splendide ambasce! Addio, mia dolce
+libertà! Dove men vado? perchè men vado? Che
+avvenire mi serba la sorte?”
+</p>
+
+<p>
+Le sue girate divengono ora più lunghe. A ogni
+passo, si sente fascinata dalla leggiadria d’un colle
+o d’un ruscello. Si affretta di conversare coi suoi boschetti,
+coi suoi prati, come si suol fare con antichi
+compagni che si debbono tosto lasciar per sempre.
+Ma l’estate già volge al suo termine; l’aurato autunno
+già nasce. La natura, pallida, tremante, appare
+magnificamente adorna, come una vittima che
+procede all’altare. Borea spingendo davanti a sè le
+nubi, già sbuffa, sibila, e l’inverno lo segue.
+</p>
+
+<p>
+L’inverno è giunto; appende serti e festoni d’argento
+ai ramoscelli nudi degli alberi; stende candidi
+tappeti sulle pianure, sui poggi; ferma i ruscelli
+<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
+e li trasforma in alabastro. La brina, il ghiaccio
+ci assediano da ogni banda, e ci dilettiamo di questi
+scherzi della natura. Ma Taziana questa volta non
+vi prende piacere. Non muove a salutar l’inverno,
+come era solita; non va a respirar la prima polvere
+del gelo, nè a fregarsi il volto, le spalle e il
+seno, colla prima neve caduta sui tetti; Taziana
+maledice l’inverno, che la rapisce al suo nido.
+</p>
+
+<p>
+L’ora prefissa s’avanza. La decrepita carrozza
+dimenticata nella rimessa, è tratta fuori, esaminata,
+rispalmata, rassettata. Tre <i>chibitche</i> trasportano la
+mobilia della casa, le marmitte, le seggiole, i cassettoni,
+i vasetti di conserva, le materasse, i piumini,
+i gabbioni del pollame, le pentole, le tazze,
+insomma, ogni sorta di arnesi. Una caterva di servitori
+e di contadini è adunata nel cortile; chi chiacchiera,
+chi piange; diciotto carogne sono attaccate
+alla carrozza. I cuochi allestiscono la colazione. Le
+<i>chibitche</i> sono cariche in modo che sembran montagne
+ambulanti; le vecchie si bisticciano coi cocchieri
+barbuti. Il corriere inforca una brenna emaciata
+e irsuta. I buoni augurii, i voti sinceri, gli addii
+ripetuti echeggiano intorno. I padroni entrano in
+carrozza; la venerabile vettura si scuote, crepita,
+si strascica sino alla porta del recinto.
+</p>
+
+<p>
+“Addio, cari luoghi tranquilli... addio grata solitudine...
+ti rivedrò io mai?...”
+</p>
+
+<p>
+E un torrente di lacrime scorre dagli occhi di
+Taziana.
+</p>
+
+<p>
+Tra cinquecento anni incirca, secondo i calcoli
+dei filosofi, verrà, per l’effetto dei progressi della civiltà
+moderna, un giorno in cui si riformerà il nostro
+<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
+sistema di communicazione, e allora una rete
+di strade unirà le provincie della Russia. Allora, i
+ponti di bronzo accavalcheranno le acque con un
+solo arco; le montagne si traforeranno; si scaveranno
+ardite gallerie sotto gli alvei dei fiumi e in ciascuna
+stazione i fedeli cristiani troveranno una buona
+trattoria.
+</p>
+
+<p>
+Per adesso non abbiamo buone strade; i ponti
+di legno marciscono negletti; le cimici e le pulci
+non ti lasciano un istante di posa nelle stazioni postali;
+di trattorie, non si sa nulla. La pomposa lista
+delle vivande affissa alla parete d’una sala gelata, non
+serve ad altro che ad aguzzare invano l’appetito dei
+miseri viaggiatori. Frattanto, ritti davanti a un fuoco
+lento, i rustici ciclopi del villaggio ribattono sull’incudine
+coi loro martelli russi i fragili ferramenti
+delle carrozze europee, e benedicono le rotaie e le
+frane della patria, che loro procurano quel po’ di
+lavoro.
+</p>
+
+<p>
+Ma, in tempo d’inverno, il viaggiare è facile
+e piacevole in questo paese. Le strade sono allora
+dritte e piatte come i versi scipiti dei nostri poetastri
+alla moda. I nostri aurighi sono coraggiosi, i
+nostri cavalli instancabili, e i pali delle verste,&#8205;<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> sì
+grati alla vista, ci volano davanti così fitti come le
+sbarre d’un cancello. Sventuratamente la signora
+Larin andava coi propri cavalli e non con quelli
+della posta, per non incorrere una spesa esorbitante.
+Il tragitto durò una settimana; ma Taziana
+non si lagnò di tal lentezza, anzi ne fu lieta.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
+</p>
+
+<p>
+Già son vicini a Mosca, alla bianca Mosca dalle
+mille cupole impennacchiate di croci che lampeggiano
+al sole come folgori! O amici! Come io gioiva
+quando a un tratto io scopriva quell’anfiteatro di
+chiese, di campanili, di giardini, di palazzi! Quante
+volte nel mio tristo esilio, errando qua e là, io
+pensai a te, Mosca mia! Oh quante cose racchiuse
+in questo solo nome! Che significato presenta a un
+cuore russo!
+</p>
+
+<p>
+Ecco il castello di Pietro Primo, attorniato di
+querce e superbo della sua antica gloria. Ivi indarno
+Napoleone, accecato dalla fortuna e dall’orgoglio, aspettava
+che la vecchia capitale gli s’inginocchiasse davanti
+porgendogli le chiavi del Cremlino.... No. — Mosca
+non gli andò incontro colla testa bassa. Non preparò
+per l’eroe impaziente, nè banchetti, nè regali;
+preparò un incendio. Dalle finestre di questo castello,
+l’invasore, immerso nelle sue riflessioni, contemplò
+le fiamme minacciose.
+</p>
+
+<p>
+Addio, teatro d’illustri memorie, addio venerabile
+reggia! Avanti! avanti! Già le colonne delle
+barriere biancheggiano; già l’equipaggio s’inoltra
+nella Tverscaia attraverso le vie cave. Fuggono come
+ombre i casotti delle sentinelle, le vecchie serve, i
+monelli, le botteghe, i lampioni, i palazzi, i giardini;
+le slitte, gli orti, i mercanti, i tuguri, i contadini,
+i <i>boulevards</i>, le torri, i cosacchi, le farmacie,
+i magazzini di modiste, i balconi, i leoni dei portoni,
+e gli stormi di cornacchie svolazzanti intorno alle
+croci. Durò due ore intere questa corsa.
+</p>
+
+<p>
+Finalmente la carrozza si fermò davanti a una
+casa nel vicolo di Caraton. Le nostre viaggiatrici
+<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
+smontano da una vecchia zia che soffre di etisia da
+quattro anni in qua. Apre loro l’uscio un Calmucco
+canuto, cogli occhiali sul naso, con un <i>caftano</i> logoro
+indosso e una calza in mano.&#8205;<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a> La principessa sdraiata
+sopra un divano del salotto, accoglie le straniere
+con un grande urlo di sorpresa e di piacere. Le due
+vecchie s’abbracciano piangendo e facendo mille
+esclamazioni.
+</p>
+
+<p>
+“Principessa, <i>mon ange</i>!”
+</p>
+
+<p>
+“<i>Pachette!</i>”
+</p>
+
+<p>
+“<i>Aline!</i>”
+</p>
+
+<p>
+“Chi l’avrebbe detto!”
+</p>
+
+<p>
+“È tanto che non ci siamo vedute!”
+</p>
+
+<p>
+“Sarà per qualche giorno, eh?”
+</p>
+
+<p>
+“Cara cugina!”
+</p>
+
+<p>
+“Siedi.... Che buona idea è stata questa!... È
+proprio una combinazione da romanzo!”
+</p>
+
+<p>
+“Ti presento mia figlia Taziana.”
+</p>
+
+<p>
+“Ah Taziana! vieni quà... Mi par proprio di
+sognare! Cugina, ti ricordi di Grandisson?”
+</p>
+
+<p>
+“Che Grandisson?... ah, Grandisson!... Sì, sì,
+me lo ricordo, me lo ricordo. Dov’è adesso?”
+</p>
+
+<p>
+“Sta in Mosca, da Simeone. Mi ha fatto visita
+la vigilia di Natale. Poco tempo fa ammogliò il
+figliuolo.”
+</p>
+
+<p>
+“E quel cane... ma ne parleremo a lungo un’altra
+volta, vero? Dimani, presenteremo Taziana a
+tutta la famiglia. Che disgrazia! posso appena reggermi
+in piedi; non esco quasi più di casa. Ma voi
+siete stracche del viaggio... Andiamo a riposare tutti
+assieme... ahi, che non ho forza..... mi duole il petto...
+<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
+non solo il dispiacere, ma anche il piacere mi stanca
+e opprime.... cara mia, non son più buona a nulla....
+è una gran brutta cosa la vecchiaia....”
+</p>
+
+<p>
+E così dicendo, tutta ansante incominciò a tossire
+senza cessar di piangere.
+</p>
+
+<p>
+Le finezze, le premure gentili della ammalata
+cattivano Taziana; la quale contuttociò non può avvezzarsi
+alla sua nuova dimora tanto diversa di
+quella che ha testè lasciata. Nel suo nuovo letto, addobbato
+di cortine di seta, essa non può dormire; e
+il suono mattinale delle campane banditore delle fatiche
+quotidiane, la desta nel più bel momento dei
+suoi sogni. Allora si alza, e s’asside presso alla finestra.
+La caligine crepuscolare si dirada; l’aria si rischiara;
+ma Taziana non scorge le sue campagne
+dilette, e altro non vede innanzi a sè che un cortile
+incognito, una scuderia, una cucina e una palizzata.
+</p>
+
+<p>
+Ogni giorno Taziana è condotta a qualche pranzo
+di famiglia, è presentata a qualche avola o zia a cui
+poco bada. Ai parenti che vengon di lontano si fa
+sempre buona accoglienza, si prodigano gli elogi e
+le carezze, e si offre il pane e il sale.
+</p>
+
+<p>
+“Come è cresciuta Taziana! È molto che io t’ho
+fatto da comare!”
+</p>
+
+<p>
+“E io che t’ho tenuta sulle braccia!”
+</p>
+
+<p>
+“E io che t’ho tirata per gli orecchi!”
+</p>
+
+<p>
+“E io che t’ho dato tanto pan di zenzero!”
+</p>
+
+<p>
+E le mamme e le nonne ripetevano in coro:
+</p>
+
+<p>
+“Oh, come gli anni passano presto!”
+</p>
+
+<p>
+Ma non v’è nulla di cambiato presso quella
+buona gente. Tutto è rimasto nell’antico stato. La
+principessa Elena, la zia, porta sempre una scuffia
+<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
+di tulle; Luceria Lvovna s’impiastra sempre il viso
+di biacca; Ivan Petrovicc è sempre lo stesso ciuco di
+prima; Semen Petrovicc è sempre lo stesso spilorcio
+di prima; Pelagia Nicolavna ha sempre l’amico Monsieur
+Finemouche, il can levriero e il marito, il
+quale è sempre socio assiduo del club, sempre pacifico,
+sempre sordo, e sempre mangia e beve per due.
+</p>
+
+<p>
+A prima giunta, le giovinette Grazie di Mosca
+esaminano Taziana da capo a piedi senza far motto;
+la trovano qualche poco strana, provinciale, svenevole,
+affettata, alquanto palliduccia e magretta, ma in
+totale belloccia. Poi obedendo allo istinto di natura
+si fanno sue amiche, la menano a casa loro, l’abbracciano,
+le stringono le mani, le acconciano i capelli
+secondo la moda, e finalmente le palesano i loro secreti
+di cuore, secreti di fanciulle! le conquiste
+proprie e le altrui, le speranze, le furberie, i desiderii.
+Le loro innocenti conversazioni passano lievissimamente
+cosperse di maldicenza. Quindi esigono
+gentilmente che Taziana contraccambi quelle confidenze
+con una confessione ingenua. Ma essa ascolta
+quei discorsi senza diletto, non li comprende, e copre
+di silenzio e di mistero i pensieri del suo cuore, il
+tesoro delle sue lacrime e della sua sorte ventura, e
+non ne fa parte a nessuno.
+</p>
+
+<p>
+Taziana brama di assistere alle grandi conversazioni;
+ma non vi sente che futilità sconnesse, sonore
+bagattelle, freddure; il linguaggio è sterile e
+secco, e persino la maldicenza vi è sciocca e noiosa.
+</p>
+
+<p>
+In mezzo a quella confusione d’inchieste, di
+brighe, di pettegolezzi non balena una sola idea in
+ventiquattro ore, nemmen per caso, nemmen per
+<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
+disavvedutezza; il cuore non si muove nemmeno
+per burla e lo spirito si caria e si petrifica. Nè anche
+ciarlando di cose ridicole, sai trovare una parola
+arguta, o mondo elegante e frivolo!
+</p>
+
+<p>
+I giovanotti sfaccendati mirano Taziana con affettazione,
+e parlano di essa fra loro poco favorevolmente.
+Un bell’ingegno stravagante la dichiara <i>ideale</i>,
+e piantandosi sulla soglia della porta si dispone a
+recitarle una elegia, quando passerà. Un certo B***,
+che l’aveva veduta dalla sua fastidiosa zia, s’asside
+allato alla fanciulla e cerca d’innamorarla coi
+suoi insulsi complimenti. Un venerando vecchio,
+vedendola favellare con B***, domandò chi era, e
+ricompose in onore di lei la sua arruffata parrucca.
+</p>
+
+<p>
+Ma in quel tempio nel quale Melpomene furibonda
+alza la sua tremenda voce e sventola il suo
+mantello screziato di lustrini davanti a un pubblico
+di ghiaccio; colà dove Talia dolcemente sonnacchia
+nè ode che rari applausi da’ suoi ammiratori; colà
+ove la gioventù non bada se non a Terpsicore sola,
+il che si vedeva già a tempo vostro, si è veduto a
+tempo mio e si vedrà in ogni tempo; là nessuno fece
+attenzione a Taziana. Nè gli occhialini delle gelose
+dame, nè le <i>jumelles</i> degli intelligenti in materia di
+bellezza feminile, si fissarono sopra di lei dai palchi
+o dai posti distinti.
+</p>
+
+<p>
+La menarono anche al Casino dei Nobili. Ivi
+calca orrenda, tumulto atroce, calore carbonizzante.
+Il mugghiar dell’orchestra, il fulgore delle lumiere,
+il ronzio dei gruppi di gente, il turbine delle coppie
+danzanti, il brillante emiciclo delle signore, il loro
+aereo abbigliamento, l’andirivieni continuo, — tutto
+<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
+ciò ti rapisce fuori di te. Ivi, i <i>dandy</i> insigni fan mostra
+della loro sfacciataggine, dei loro <i>gilè</i>, dei loro <i>binocles</i>
+superflui. Qui, gli ussari in congedo, appariscono
+un momento, cianciano, trionfano e s’involano.
+</p>
+
+<p>
+Nell’ombra della notte, molte stelle rilucono; e
+molte belle rifulgono nella città di Mosca. La luna
+però, più chiara di tutti gli astri, regna senza rivale
+nei vasti campi di zaffiro.&#8205;<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> Quella di che io non
+oso sospirare il nome risplende sola fra tutte le donne.
+Con qual celestiale maestà s’avanza! Pare che il suo
+piedino non tocchi il suolo. Che grazia in quel seno!
+Che languore in quegli occhi! Ma fermo, fermo!
+Bastante tributo già pagasti alla amorosa insania.
+</p>
+
+<p>
+Il frastuono, le voci, il correre, gli inchini, la
+galoppa, la masurca, il valzer... Taziana intanto seduta
+presso ad una colonna, fra due zie, non osservata
+da nessuno, mira tutto, niente vede. Aborrisce
+quel fracasso; quel calore la soffoca. Pensa alla sua
+vita agreste, al suo villaggio, ai suoi poveri contadini,
+al cantuccio solitario ove mormora il ruscello
+limpido; pensa ai suoi fiori, ai suoi romanzi, all’oscurità
+del viale di tigli, nel quale egli le apparve.
+</p>
+
+<p>
+Così erra la fantasia di lei.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto un grave generale non cessa di adocchiarla.
+</p>
+
+<p>
+Le zie ammiccano fra di loro, e spingono Taziana
+col gomito, dicendole sotto voce:
+</p>
+
+<p>
+“Guarda un po’ a sinistra! presto!...”
+</p>
+
+<p>
+“A sinistra? Dove? Che ci è?”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
+</p>
+
+<p>
+“Comunque sia, guarda, ti dico... In quel gruppo
+di persone, vedi? Davanti a te... lì... dove sono due
+uniformi.... Ma ora egli s’allontana... Si mette da
+banda...”
+</p>
+
+<p>
+“Chi? Quel grosso generale?”
+</p>
+
+<p>
+Ora, conviene che ci congratuliamo con Taziana
+della sua vittoria, e la lasciamo andare. Prenderemo
+un’altra via per seguire il nostro protagonista.
+</p>
+
+<p>
+A proposito. Dimenticai di porre una invocazione
+in fronte a questo poema. Ma meglio tardi che
+mai. Eccola.
+</p>
+
+<p>
+“Canto un giovine amico mio e la moltitudine
+dei suoi capricci. Dégnati, o epica Musa, di secondare
+la mia lunga impresa. Porgimi il tuo sostegno
+valido affinchè io non esca del seminato....”
+</p>
+
+<p>
+E tanto basta. Ho reso al classicismo il debito
+omaggio: il mio poema ha una invocazione!
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
+</p>
+
+<h3>CAPITOLO OTTAVO.</h3>
+</div>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl"><div class="stanza">
+<p class="i01">Fare thee well, and if for ever.</p>
+<p class="i01">Still for ever fare thee well.</p>
+<p class="i09"> <span class="smcap">Byron</span>.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<p>
+Allorchè io fioriva tranquillamente nei giardini
+del Liceo; allorchè io leggeva molto Apuleio
+e niente affatto Cicerone; la Musa m’apparve un
+giorno di primavera nella valle misteriosa, presso
+alle acque che scorrevano in silenzio. La mia cella
+di studente s’illuminò a un tratto. La Musa mi vi imbandì
+lauti rinfreschi; mi insegnò a celebrare i piaceri
+della gioventù, la nostra antica gloria e i trepidi
+sogni del cuore. Quando la menai fuori meco nella
+società, la gente l’accolse con benevolenza e mi fece
+animo a proseguire d’amarla. Il vecchio Dergiavin&#8205;<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>
+volle conoscermi, e mi benedì nei suoi ultimi istanti
+di vita.
+</p>
+
+<p>
+Facendo mia unica legge il mio capriccio, intarsiai
+nei miei scritti ogni mia bizzarria e impressione.
+Lanciai la Musa in mezzo allo strepito dei banchetti
+e delle dispute, e divenne il terrore delle guardie notturne.
+Pagò coi carmi il suo scotto in quei conviti,
+scherzando come una baccante, bevendo e cantando
+in onore dei commensali. E la gioventù corse
+dietro ai suoi passi ed io insuperbiva cogli amici di
+possedere sì leggiadra compagna.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
+</p>
+
+<p>
+Io poi abbandonai la loro società, e ne fuggii
+lontano. La Musa mi seguì. Quante volte coi suoi
+racconti amabili essa addolcì il mio amaro esilio!
+Quante volte, fra i dirupi del Caucaso, montò a cavallo
+meco come un’altra Leonora&#8205;<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a> al lume di
+luna! Quante volte sulle spiagge della Tauride mi
+condusse attraverso le nebbie oscure a udire il rombo
+dell’Eusino, il perenne inno delle Nereidi, la danza
+eterna delle onde, il vasto concento del mare in
+onore del padre dei mondi!
+</p>
+
+<p>
+Lungi dalle città pompose e dai festini illustri,
+essa visitò nelle infelici steppe della Moldavia le
+tranquille tende della razza vagabonda delli Zingari.
+E fra quelle divenne selvaggia, e obliando il linguaggio
+degli Dei, favellò un idioma strano e indigente,
+e modulò canzoni mezzo barbare..... Ma in un
+subito, cambiò il destino della mia Musa. Eccola seduta
+nel mio giardino, vestita da signorina nobile,
+con un pensiero melancolico negli occhi e un volume
+francese fralle mani.
+</p>
+
+<p>
+Ora per la prima volta io la meno a un <i>raut</i> del
+<i>gran mondo</i>. Io guardo le sue bellezze con un brivido
+di gelosia. Essa passa tralle file strette delli aristocratici,
+dei zerbini militari, dei diplomatici, delle dame
+orgogliose. Si asside in silenzio, gira gli occhi attorno
+e si diverte a veder passare le signore in gran gala che
+salutano la padrona di casa, e compongono poi nel salotto
+un quadro vivente di cui i signori formano, per
+così dire, la cornice. Ammira l’ordine perfetto delle
+<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
+società oligarchiche, la calma d’una nobile alterigia
+e quella confusione di qualità e di età diverse.
+</p>
+
+<p>
+Ma chi è costui che se ne sta muto e tetro
+nella folla loquace e scintillante? Sembra straniero a
+tutti. Passano innanzi a lui tutte quelle figure come
+una serie di noiose apparizioni. Gli sta impresso in
+fronte lo spleen o l’arroganza afflitta. Perchè trovasi
+egli qui? Sarebbe forse Eugenio?.... Possibile!...
+</p>
+
+<p>
+“Sì, è desso.”
+</p>
+
+<p>
+“Da quando in qua tornò? È sempre lo stesso originale
+o s’è corretto? Ditemi, perchè mai torna a star
+fra noi? Che parte vuol fare, che personaggio vuol
+rappresentare da vero commediante ch’egli è? Farà il
+Melmoth, il Cosmopolita, il Patriota, il Childe Harold,
+il Quacchero, il Tartufo? Che maschera presceglierà?...
+O forse si contenterà d’essere un galantuomo
+come voi ed io, come tutti siamo?”
+</p>
+
+<p>
+“Comunque sia, io gli darò almeno il consiglio
+di rinunziare a quella moda rancida. È assai lungo
+tempo ch’egli gabba il mondo...”
+</p>
+
+<p>
+“Lo conoscete?”
+</p>
+
+<p>
+“Sì, e no.”
+</p>
+
+<p>
+“Perchè dunque lo trattate con tanta acrimonia?”
+</p>
+
+<p>
+Forse perchè ci travagliamo indefessamente a
+giudicar di tutto; perchè l’imprudenza d’un’anima
+focosa o ferisce o allegra la nullità&#8205;<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> egoistica;
+perchè lo spirito amante di libertà e di spazio, forza gli
+altri a fargli posto; perchè troppo spesso acconsentiamo
+ad accettar ciarle per fatti; perchè la stoltezza è
+credula e maligna, perchè le cianciafruscole hanno
+importanza per gli uomini d’importanza, e perchè la
+<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
+mediocrità sola è all’altezza delle nostre spalle, e
+non ci sembra stramba e folle?
+</p>
+
+<p>
+Fortunato colui che in gioventù fu giovine; colui
+che maturò nella giusta stagione; che seppe sopportar
+con coraggio il freddo ognor crescente dell’età,
+che non si pascè di sogni ambiziosi e grandi; che
+non allontanò da sè il profano volgo; che di venti
+anni fu un damerino e un bravo, e di trenta anni
+prese una moglie adorna d’una buona dote; che di
+cinquanta anni si liberò dei suoi debiti particolari, e
+altri; che zitto zitto, piano piano, acquistò riputazione,
+onori e ricchezze; e di cui tutti s’accordano
+a dire: il tal di tale è un’ottima persona.
+</p>
+
+<p>
+È un tormento il pensare che la gioventù ci fu
+data invano, che la tradiamo, e che ci tradisce ad ogni
+istante; il veder che le nostre migliori brame, le nostre
+più floride speranze, si sono sbiadite e sperse
+come le foglie dei boschi al vento d’autunno. È affannoso
+il mirare davanti a sè in prospettiva una infinita
+serie di pranzi e dover considerar la vita come
+una funzione e seguir le pedate della gente senza
+poter dividere nè le opinioni, nè le passioni delle
+masse.
+</p>
+
+<p>
+Converrete meco, lettore, che è una posizione
+intollerabile quella d’un uomo, il quale divenuto l’oggetto
+delle critiche universali, è dichiarato dalle
+persone di senno un originale pretenzioso, o un
+matto feroce, o un mostro diabolico, o finalmente il
+fratello carnale del mio demonio familiare. Anieghin,
+(io torno a intrattenervene), Anieghin, dopo di avere
+ucciso in duello l’amico; dopo di avere vissuto sino
+a ventisei anni senza scopo e senza giudizio, languiva
+<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
+in una inerzia fracida, senza impiego, senza
+moglie, senza occupazione, e non sapeva prender gusto
+a nulla. Lo <i>spleen</i> s’indonnò di lui; volle mutare
+aria (pensiero funesto, croce volontaria d’un gran numero
+di ricchi). Lasciò il suo villaggio, la solitudine
+delle selve e dei campi, ove di continuo gli appariva
+una ombra sanguinosa, e incominciò a viaggiare a
+caso e in preda a una idea unica. Ma i viaggi, come
+tutto il resto, lo annoiarono. Tornò a casa, e, come
+Ciaschi, dalla nave passò al festino.
+</p>
+
+<p>
+E la folla ondeggia e mormora, e una notizia
+vola di bocca in bocca.... Una dama accompagnata
+da un grave generale, s’approssima alla padrona di
+casa. Non è nè premurosa nè sdegnosa nè loquace.
+Non guarda la gente con disprezzo, non cerca, non
+allice gli applausi e l’attenzione, non fa smorfie e
+contorsioni; ha un tratto nobile, semplice, modesto,
+e tutti l’ammirano. Essa è il più perfetto modello
+del <i>comme il faut</i>. — Scusate: anche questa è una
+espressione che ci manca.
+</p>
+
+<p>
+Le giovani signore si assidevano già presso ad
+essa; le vecchie le sorridevano, i cavalieri la salutavano
+profondamente, e cercavano di ottenere un suo
+sguardo; le fanciulle attraversavano il salotto con
+passo più lento quando passavano avanti a lei, e il
+generale che l’accompagnava, alzava il ceffo e le
+spalle più di tutti gli astanti. Essa non poteva dirsi
+bella, ma in tutta la sua persona, dal sommo della
+testa alla punta dei piedi, non avresti potuto scoprire
+ombra di ciò, che nei crocchi aristocratici di Londra,
+si chiama <i>vulgar</i>... Vorrei tradurre questo termine,
+ma non posso.... è nuovo nel nostro idioma, e temo
+<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
+che non ci voglia allignare. Farebbe all’uopo in un
+epigramma.&#8205;<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a> Ma riedo alle nostre dame. La vezzosa
+di cui parlavamo, tanto più vezzosa ch’era naturale
+nelle sue maniere, stava accanto a Nina Voronsca la
+Cleopatra della Neva. — Eppure la bellezza abbagliante
+di questa non eclissava quella della sua vicina.
+Perchè? Perchè Nina era una statua.
+</p>
+
+<p>
+“Se non erro,” pensava Eugenio, “è dessa.” Ma
+sì; è appunto dessa.... No.... Come! Da un oscuro
+villaggio nelle steppe!...”
+</p>
+
+<p>
+E prendendo l’occhialino che non lasciava mai,
+lo volge spesso su quella signora, i cui lineamenti gli
+rimembrano una persona obliata da un pezzo.
+</p>
+
+<p>
+“Principe, non conoscereste quella che discorre
+coll’ambasciador di Spagna, e che ha un turbante
+chermisi?”
+</p>
+
+<p>
+Il Principe osserva Anieghin con stupore.
+</p>
+
+<p>
+“Ah!” sclama, “è vero che non vai più in società
+da molto tempo. Aspetta, io ti presenterò a
+lei.”
+</p>
+
+<p>
+“Ma chi è essa?”
+</p>
+
+<p>
+“È mia moglie.”
+</p>
+
+<p>
+“Sei ammogliato! Non lo sapevo. Da quando
+in qua?”
+</p>
+
+<p>
+“Da circa due anni.”
+</p>
+
+<p>
+“Con chi?”
+</p>
+
+<p>
+“Con una Larin.”
+</p>
+
+<p>
+“Taziana?...”
+</p>
+
+<p>
+“La conosci?”
+</p>
+
+<p>
+“Io sono loro vicinante.”
+</p>
+
+<p>
+“Dunque vieni.”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
+</p>
+
+<p>
+Il Principe s’accosta alla consorte, e le presenta
+il suo collaterale ed amico. La Principessa lo saluta. E
+qualunque si fosse il turbamento, l’emozione, la meraviglia
+che essa provò in quel punto, seppe celarla
+in modo, che serbò la sua gravità, la sua calma, e
+riverì Eugenio con indifferenza.
+</p>
+
+<p>
+No; essa non abbrividì, non impallidì, non arrossì
+a vicenda. Non increspò le ciglia, non si presse
+nemmen le labbra. Anieghin la contemplava attentamente,
+ma non poteva rinvenire in lei la Taziana
+d’altre volte. Volle dirigerle qualche parola, ma gli
+mancò la voce. Allora, la Principessa gli domandò
+da quanto tempo era giunto, e se veniva dalla loro
+provincia. Quindi i di lei occhi stanchi si fermarono
+sul generale, ed egli ed essa sparvero. Eugenio rimase
+immobile e stordito.
+</p>
+
+<p>
+È questa quella stessa Taziana, alla quale l’austero
+Eugenio, nel principio della nostra istoria, dava
+lezioni di morale, in una villa remota e agreste;
+quella Taziana, della quale egli conserva tuttora un
+biglietto, schietta espression d’un cuore che svela
+apertamente il suo secreto?... È questa, quella stessa
+fanciulla, oppure è una altra? Come mai quella fanciulla
+ch’egli respinse con tanto stoicismo, e che lo
+amava tanto, divenne sì indifferente e sì ardita verso
+di lui?
+</p>
+
+<p>
+Egli lascia il salotto troppo angusto. Torna a
+casa tutto pensieroso. Il suo sonno tardivo è tramezzato
+di visioni or triste or liete. Si desta; il cameriere
+gli consegna uno scritto. Il Principe NN. lo invita
+gentilmente a una <i>soirée</i>.&#8205;<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
+</p>
+
+<p>
+“Dio! da lei!... ci andrò; ci andrò.”
+</p>
+
+<p>
+E in gran fretta scarabocchia due righe di risposta.
+</p>
+
+<p>
+Che gli accade? Che farnetica? Che cosa ribolle
+in fondo a quella anima indolente ed egoista? La
+stizza, la vanità, o l’amore supplizio della gioventù?
+</p>
+
+<p>
+Anieghin nuovamente conta le ore; nuovamente
+troppo lunghi gli sembrano i giorni. Battono le dieci;
+egli esce, vola, entra nel palazzo, e tremante,
+s’inoltra nel salotto. Trova Taziana sola, e passano
+alcuni minuti a quattro occhi. Anieghin non può
+parlare; turbato, smarrito, anelante, risponde appena.
+Mille idee strambe gli girano per la testa. Non
+cessa di contemplar Taziana. Essa se ne sta tranquilla
+e tutta in sè raccolta.
+</p>
+
+<p>
+Sopravviene il marito e interrompe quel penoso
+<i>tête à tête</i>. Egli rammenta ad Eugenio le beffe e
+le malizie della loro infanzia, e ne ridono di buon
+animo. Frattanto gli invitati arrivano. I sali grossolani
+della malignità mondana condiscono la loro conversazione.
+Ma intorno alla principessa il discorso
+è brillante di spirito senza leziosaggine; di quando in
+quando vi balena un raggio di profondo buon senso;
+e sempre ne stanno lontane le massime d’eterna verità,
+le pedanterie, e quelle parole svergognate che
+inquietano gli orecchi delicati.
+</p>
+
+<p>
+Il fiore della nobiltà, i nomoteti della moda; quegli
+<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
+stolidi inevitabili, quelle caricature che incontransi
+dappertutto, s’accoglievano lì. Lì s’adunavano
+le signore attempate, con ceffi da mascheroni e scuffie
+fregiate di rose; lì capitavano alcune fanciulle che
+non sorridean mai; lì un ambasciatore che perorava
+sulle faccende dello Stato; lì un vecchio dai crini
+profumati che motteggiava come al tempo di prima,
+con sottigliezza e con garbo, maniera che anche al
+dì d’oggi piace. Eravi anche un dilettante d’epigrammi,
+il quale tutto criticava, e biasimava la
+troppa dolcezza del tè, la goffaggine delle signore, il
+contegno dei signori, le dottrine d’un romanzo oscuro,
+il monogramma fatto per due sorelle, le bugie
+delle gazzette, la guerra, la neve, e sua moglie. Eravi
+N. N. celebre per la sua infamia; N. N. per cui,
+o Saint-Priest,&#8205;<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> spuntasti tanti lapis sugli album di
+San Pietroburgo. Eravi un secondo dittatore dei balli,
+che stava ritto fralle due porte,&#8205;<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> attillato come un
+figurino del giornale delle mode, bianco e rosso come
+un cherubino, stringato, mutolo e immoto. Eravi
+un viaggiatore volante; eravi un impertinente inamidato,
+che moveva tutti a riso colla sua aria affaccendata;
+uno sguardo scambiato in silenzio fra gli
+astanti, esprimeva l’opinione che si aveva di lui.
+</p>
+
+<p>
+Per tutta quella sera, Anieghin non badò che
+a Taziana sola. Taziana però non è più quella ragazzina
+timida, innamorata, povera e semplice; ma
+una principessa maestosa e fredda, una dea innaccessibile
+e superba della imperiale Neva. O uomini! Somigliate
+tutti alla vostra prima madre Eva. Ciò che
+<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
+vi fu concesso in dono, non vi alletta; il serpente
+ognora vi tira a sè sotto l’albero della scienza. Solo
+il frutto vietato vi tenta, e senza quello il paradiso
+più non vi sembra paradiso.
+</p>
+
+<p>
+Come è cangiata Taziana! Come s’è bene compenetrata
+dello spirito del suo nuovo rango! Come
+si è presto appropriato i modi d’una dignità stentata!
+Chi ardirebbe cercare l’umile campagnola di
+tempo fa, in quella altera e disinvolta legislatrice
+dei saloni? Ed egli potè infiammare quel cuore!
+Alzando li occhi afflitti alla luna, nelle quiete notti,
+a lui essa pensava intanto che venisse il sonno; e
+con lui la gentil vergine sperava finire tranquilla
+il sentiero della vita.
+</p>
+
+<p>
+Ogni età è soggetta alle smanie d’amore, ma
+mentre sono benefiche alla virtuosa giovinezza come
+la pioggia di primavera ai campi, sono funeste
+alla vecchiaia. Le procelle delle passioni rinfrescano,
+rinnovellano, maturano i cuori di venti anni, e fan
+loro produrre splendidi fiori e saporiti frutti. Ma nell’età
+provetta e infeconda, il ravvivamento degli
+affetti non genera che doglia e pianto, simile alle
+piogge d’autunno che sfrondano i boschi, e convertono
+i prati ameni in fetidi pantani.
+</p>
+
+<p>
+Non v’ha loco a dubbio: Eugenio è perdutamente
+invaghito di Taziana. Passa i giorni e le notti
+in amorosi vaneggiamenti. Sordo alle severe rimostranze
+della ragione, ogni mattino egli va a far sentinella
+sul verone o nel vestibolo; la segue come ombra
+il corpo; si stima beato se gli vien concesso di
+assettarle il soffice <i>boa</i> sulle spalle, di stringerle
+amichevolmente la mano, di farle strada a traverso
+<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
+la folla variopinta dei lacchè, o di raccogliere il fazzoletto
+cadutole a terra.
+</p>
+
+<p>
+Ma checchè egli faccia per piacerle e per mostrarle
+il suo affetto e il suo tormento, essa non se ne
+accorge. Lo accoglie con gentilezza, gli dirige due
+o tre parole; talvolta gli fa un lieve inchino, talvolta
+non lo guata nemmeno; insomma non ha traccia di
+civetteria; quindi è che il <i>gran mondo</i> non la può
+patire.
+</p>
+
+<p>
+Anieghin soffre, le sue guance si scolorano
+e Taziana non se ne avvede, o non se ne cura.
+Anieghin divien scarno e macilento, e quasi quasi
+volge all’etisia. Gli amici lo esortano a consultare
+un medico; tutti lo consigliano ad andare a far le
+bagnature, ma egli è più disposto a scendere da
+Plutone, che a lasciar la capitale. Taziana non gliene
+sa grado; così sono le donne! Egli s’ostina;
+spera, sospira; e intanto istecchisce. Finalmente,
+più audace di quello che sarebbe forse in buona
+salute, stende con mano infiacchita dalla febbre un
+biglietto appassionato, diretto alla principessa. Quantunque
+egli non avesse gran fiducia nelle lettere,
+pure, spinto dalla violenza della passione, prese la
+penna e così sfogò il cuore.
+</p>
+
+<p>
+Ecco la sua dichiarazione tale e quale.
+</p>
+
+<p>
+“Signora! Io lo prevedo, vi offenderà questa
+franca confessione d’un secreto amore. Che amaro
+disdegno rifulgerà nei vostri superbi sguardi!
+</p>
+
+<p>
+”Che voglio io? Perchè vi schiudo il mio cuore?
+Perchè vi porgo io così l’opportunità di deridermi
+e di vendicarvi?
+</p>
+
+<p>
+”V’incontrai altre volte per caso; credei scorgere
+<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
+in voi una scintilla di affetto, ma non volli
+prestar fede agli occhi miei, non diedi libera carriera
+alla mia consueta smania, non volli rinunziare alla
+mia libertà.
+</p>
+
+<p>
+”Una sola cosa ci ha disuniti.... Lenschi cadde
+misera vittima della sua suscettività.... Io mi divelsi
+da tutto ciò che m’era caro.... Straniero a tutti gli
+uomini, non amando più niente, io pensava che la
+libertà e la pace potessero supplire la felicità. Dio
+mio! Come io errava! Come sono punito!
+</p>
+
+<p>
+”No: vedervi ad ogni istante; seguirvi in ogni
+luogo; cogliere alla sfuggita i vostri sorrisi, i vostri
+raggi, i vostri moti; udir la vostra voce, ammirare
+le vostre perfette doti; spasimar per voi nelle torture,
+agonizzare e spengersi.... questa è la felicità!
+</p>
+
+<p>
+”Mi era offerta e l’ho respinta!... per voi, io vo
+vagando a caso nel mondo; per voi mi è cara la
+luce, mi è caro il tempo; per voi, consumo in molesta
+inazione gli anni largitimi dal fato che già da
+per loro erano assai tristi.... Io so che i miei momenti
+son contati; ma se deve la mia vita prolungarsi,
+se deve arrivare fino a domani, convien ch’io
+speri di vedervi nella giornata....
+</p>
+
+<p>
+”Nelle mie preghiere, io temo d’incontrare il
+vostro truce sguardo, e d’udire le vostre rampogne.
+Se sapeste quanto è tormentosa la sete d’amore, come
+arde il petto e il sangue.... Se sapeste come è
+difficile placare la passione col ragionamento; come
+è crudele volervi abbracciar le ginocchia, e spargere
+piangendo a’ vostri piedi, le preci, le lacrime,
+tutto ciò che esprime il dolore e l’affetto, e frattanto
+dover imprigionare li sguardi e le parole in una gelida
+<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
+etichetta; dover conversare con voi tranquillamente,
+e mirarvi con volto sereno!
+</p>
+
+<p>
+”Ma ormai, non ho più forza di tenermi a
+freno. Io son vostro; io m’abbandono al mio destino.”
+</p>
+
+<p>
+Nessuna risposta. Scrive un secondo, un terzo
+biglietto; medesimo silenzio. Va in una <i>soirée</i>.... appena
+entrato, la incontra.... com’è severa!... Essa
+non lo guarda, non gli parla, è fredda come il dì
+dell’Epifania. Eugenio fa di tutto per reprimere la
+sua indignazione. Le scocca una occhiata investigatrice.
+Dov’è la timidezza, dov’è la simpatia, dov’è
+il pianto?... Non ve n’ha più vestigio. Eugenio non
+anela che ira e vendetta.
+</p>
+
+<p>
+Se almeno potesse credere tal condotta suggerita
+dal timore che il marito o la gente indovinino
+le conseguenze d’una debolezza momentanea! Ma
+così non è.... Non v’ha speranza alcuna.
+</p>
+
+<p>
+Eugenio esce, maledicendo la sua stolidezza, e
+poi abbandonandovisi di nuovo fa divorzio colla società.
+Solo nel suo quieto gabinetto, si ricorda quel
+tempo in cui una aspra ipocondria lo tartassava
+persino nel <i>gran mondo</i>, lo ghermiva, lo incarcerava
+in un cantuccio oscuro e ve lo tenea rinchiuso
+a chiave. Ricominciò a leggere senza criterio.
+Lesse Gibbon, Rousseau, Manzoni, Herder,&#8205;<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>
+Chamfort,&#8205;<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a> Madama di Staël, Bichat,&#8205;<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> Tissot;&#8205;<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> lesse
+<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
+lo scettico Bayle;&#8205;<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a> lesse Fontenelle,&#8205;<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a> e non volendo
+mostrarsi parziale, lesse anche alcune opere nostre:
+gli almanacchi e i giornali, che mi fan ripassar le
+mie lezioni e che mi pettinano pel dì delle feste
+con certi complimenti pieni di garbo.
+</p>
+
+<p>
+<i>E sempre bene.</i>
+</p>
+
+<p>
+Ma ahimè! Egli leggeva cogli occhi; la mente
+come farfalla errava lontan dal libro. I sogni, i
+desiderii, i patimenti suoi vincono ogni suo sentimento.
+Fra le righe stampate, egli ne legge altre
+tutte diverse, cogli occhi della mente. Queste righe
+imaginarie assorbono tutta la sua attenzione. Esse
+gli ricordano il tempo passato ora sereno, ora fosco;
+mille progetti, farneticaggini, minacce, interpetrazioni,
+prognostici; una lunga istoria strana, eppur
+vera, e le lettere d’una gentil fanciulla. E profondandosi
+ognor più in quella fantasmagoria, ravvisa
+in mezzo a una oscurità diafana lo spettro instabile
+del Faraone. Poi, cangia la scena, ed egli scorge
+un giovine giacente sulla neve come sopra un letto e
+che sembra dormire... E ode queste parole: “Come!
+morto!” Talvolta rivede i suoi nemici da gran
+tempo obliati, i suoi calunniatori insolenti e codardi,
+le belle traditrici che adorava, i perfidi
+parasiti che lo adulavano; talvolta distingue una
+villa circuita d’alberi, e, alla finestra, discerne essa...
+essa sempre!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
+</p>
+
+<p>
+S’interna cotanto in tali rimembranze, che sta
+per perderne il giudizio. Diverrà maniaco o poeta.
+Buon per noi se si fosse appigliato a questo ultimo
+partito. E lo poteva, chè di già incominciava a comprendere
+il meccanesimo del verso russo. Quando,
+seduto solo al caminetto davanti a una bella fiamma,
+lasciando cadere nel fuoco ora una pantofola,
+ora un giornale, canterellava: <i>Benedetta</i>, o <i>Idol mio</i>,
+Eugenio pareva proprio un poeta.
+</p>
+
+<p>
+I giorni passano. L’atmosfera s’intiepidisce,
+l’inverno fugge. Eugenio non verseggia, non muore,
+non impazza. La primavera lo ristora. Un bel mattino
+egli abbandona le doppie finestre, il caminetto,
+la stanza ove ha invernato come una marmotta e se
+ne va a spasso in slitta lungo la Neva. I blocchi di
+ghiaccio galleggianti sul fiume scintillano al sole. La
+neve strutta e calpestata dai pedoni cangia le strade
+in pozzanghere.
+</p>
+
+<p>
+Ove si avvia Eugenio con passo sì sollecito, a
+traverso quel fango? L’avete indovinato per l’appunto.
+Va da lei, va da Taziana, il nostro incorreggibile
+originale. Entra più morto che vivo. Non trova
+nessuno nell’anticamera, nessuno nel salotto. Si trae
+più avanti.... apre una porta. Che vede? Vede la
+principessa, in <i>déshabillé</i>, pallida, sola, occupata a
+leggere un foglio. E mentre legge colla guancia puntellata
+sulla mano, le sgorga un torrente di lacrime
+dal ciglio.
+</p>
+
+<p>
+Chi mai in quel momento non avrebbe compatito
+al suo dolore e inteso il suo secreto! Chi non
+avrebbe riconosciuto nella principessa Taziana, Taziana
+la campagnola! Eugenio in un accesso di pietà
+<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
+e di amore le si butta in ginocchio davanti. Essa
+freme e tace; lo contempla senza spavento, senza
+cruccio. I di lui occhi addolorati, spenti, l’atto supplichevole,
+i muti rimproveri, le attestano la sua sincerità.
+Ecco rinasce l’ingenua verginella di prima,
+colle sue illusioni, colla sua leggiadra semplicità. Non
+lo rialza da terra, non torce gli sguardi lontan da
+lui, non ritira a sè la mano che egli copre di baci
+ardenti..... Che mai pensa? Dopo un lungo intervallo
+di silenzio, essa esclama:
+</p>
+
+<p>
+“Basta. Levatevi. Conviene ch’io mi spieghi
+schiettamente. Anieghin, vi rimembra di quella sera
+in cui per caso ci incontrammo in un viale del giardino,
+di quella sera in cui ascoltai sì umilmente le
+vostre ammonizioni? Oggi tocca a me ad ammonirvi.
+Allora io era più giovane, e, credo, più bella... e io vi
+amava.... Che mi deste in iscambio del mio amore?
+Come mi corrispondeste? Foste rigido e spietato....
+Non è egli vero? L’affetto d’una timida fanciulla non
+vi parve una gran novità. Ahi che tuttora mi si gela
+il sangue nelle vene quando mi rappresento quello
+sguardo gelido e quel rabbuffo acerbo!... Ma non vi
+appongo biasimo..... agiste nobilmente in quel funesto
+istante; mi trattaste come io meritava.... ve
+ne son grata di cuore..... Ma in quelle campagne,
+priva di vani onori, io non vi piacqui... Perchè mai
+mi inseguite adesso? Perchè son divenuta l’oggetto
+delle vostre attenzioni? Sarebbe forse perchè
+adesso io vivo nell’alta società; perchè sono ricca e
+illustre; perchè mio marito è stato mutilato nelle
+guerre; perchè la corte ci ricerca e ci vuol bene?
+Forse perchè adesso il mio disonore sarebbe noto a
+<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
+tutti e vi procaccerebbe una scandalosa celebrità nei
+saloni del <i>gran mondo</i>!...
+</p>
+
+<p>
+”Io piango.... Poichè non avete dimenticata la
+vostra Taziana, sappiate che in quanto lo comportano
+le mie forze, io preferisco i vostri pungenti sarcasmi,
+i vostri discorsi seri e indifferenti, a questa
+passione oltraggiosa, a queste lettere, a queste lacrime.
+Allora, avevate almeno compassione delle
+mie follie infantili, rispettavate la mia inesperienza...
+Ma adesso!... Che motivo vi conduce ai miei piedi!
+Oh piccolezza! Come mai potete fare il cuore e l’intelletto
+schiavi d’un affetto passeggero?
+</p>
+
+<p>
+”Questa vita fastosa, opulenta, inorpellata, non
+mi tocca; li applausi, le lusinghe della gente, i miei
+palazzi, le mie riunioni brillanti, non mi dilettano.
+Io darei volentieri tutti quelli stracci, tutte
+quelle mascherate, tutto quel lustro, quel fracasso e
+quel fumo, per uno scaffale di libri, per un giardinetto
+inculto, per la nostra modesta villetta, per i luoghi
+ove vi scorsi la prima volta, Anieghin; sì, li darei
+per l’umile cimitero ove riposa la mia povera balia
+sotto l’ombra d’un salcio e d’una croce....
+</p>
+
+<p>
+”E la felicità m’era sì facile e sì vicina!... Ma
+la mia sorte è ormai decisa. Forse fui imprudente;
+ma mia madre mi scongiurava piangendo..... ogni
+condizione era eguale per la misera Taziana.... io mi
+maritai....
+</p>
+
+<p>
+”Convien che mi lasciate. Io ve ne prego. So
+che siete ancor capace d’un nobile sforzo, e d’una
+azione virtuosa... Io vi amo... perchè celarvelo? ma
+appartengo a un altro.... Gli sarò fedele fino alla
+morte!”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
+</p>
+
+<p>
+Così dicendo sparve.
+</p>
+
+<p>
+Eugenio rimane simile ad un uomo colpito dal
+fulmine. Gli sembra che ogni suo sentimento roti in
+preda a un turbine. Ma ode un rumor di sproni.....
+Arriva il generale... In questo momento tremendo, lettore,
+ci separiamo dal nostro protagonista per molto
+tempo, anzi per sempre. Gli abbiam tenuto dietro
+assai nei suoi errori... Siamo giunti alla meta. Rallegriamocene,
+o miei cari! Vi pareva mille anni,
+non è vero?
+</p>
+
+<p>
+Chiunque tu ti sia, lettore, benevolo o malevolo,
+ti voglio lasciar come si lascia un amico. Addio. Busca
+in queste strofe disadorne ciò che più ti talenta.
+Ma qualunque sia l’oggetto che in esse cercherai;
+o il riflesso delle tue passioni giovenili o il sollievo
+dei tuoi diligenti studi, o le descrizioni pittoresche,
+o i concetti arguti, o le sgrammaticature, prego Dio
+che ti ci faccia trovare una dolce diversione alle tue
+fatiche, alle tue passioni, alle baruffe sciocche dei
+giornali. Ora separiamoci. Addio!
+</p>
+
+<p>
+Addio, mio bisbetico satellite, mio fedele ideale;
+addio mio libricciuolo vispo e grave, brioso e serio,
+sebben sì piccolino. Vostra mercè, io conobbi tutto
+ciò che ambiscono i poeti: l’oblio della vita e il consorzio
+pacifico degli amici in mezzo al fracasso del
+mondo. Son molti anni che la pittrice fantasia mi
+adombrò nella mente l’imagine di Taziana e di Eugenio;
+ma in quel disegno appena accennato non appariva
+ancora molto chiaro lo scioglimento di questo
+libero dramma.
+</p>
+
+<p>
+Tra quelli ai quali io lessi, nei crocchi ch’io
+frequento, i primi squarci di questo lavoro, “alcuni
+<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
+più non esistono; altri son lontani” (per servirmi di
+una frase di Saadi).&#8205;<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a> Ho coronato l’opera, ma essi non
+la vedranno venire in luce. Tu pure mi fosti rapita,
+o bella che mi suggeristi il tipo della mia Taziana!...
+Molte, molte son le vittime dell’Orco!... molte! Felice
+colui che s’alza dal banchetto della vita, prima
+di vedere il fondo del bicchiere; che non finisce il
+suo romanzo, e che lo lascia in tronco come io lascio
+il mio.
+</p>
+
+<div class="chapter">
+<p><span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span></p>
+
+<h2 id="pultava">PULTAVA.</h2>
+</div>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
+</p>
+
+<h3>PREFAZIONE.</h3>
+
+<p>
+Una delle avventure di Mazeppa, illustrata dalla penna
+di Lord Byron e dal pennello di Orazio Vernet, ha reso
+popolare fra noi il nome di quell’eroe dei Cosacchi.
+</p>
+
+<p>
+Byron descrisse i fatti della giovinezza di Mazeppa.
+Puschin nel poema di <i>Pultava</i> narra le relazioni di Mazeppa
+colla figlia di Cocciu-bei, la battaglia in cui Carlo XII e
+l’etmanno&#8205;<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> furono vinti, e dopo la quale doverono ricovrarsi
+in Turchia.
+</p>
+
+<p>
+Caviamo i seguenti ragguagli dalla <i>Biografia universale</i>.
+Nominato che fu etmanno dei Cosacchi, guadagnò la fiducia
+di Pietro il grande; il quale, sodisfatto di trovare in lui un
+ausiliare zelante e coraggioso, lo insignì del cordone di
+Sant’Andrea. Creato quindi principe dell’Ucrania, Mazeppa
+deliberò di francarsi da una parte subalterna che da lungo
+tempo pesava alla sua indole ambiziosa ed attiva. Carlo XII
+ed i suoi Svedesi, proseguendo il loro cammino vittorioso,
+avevano dato un re alla Polonia e minacciavano il territorio
+russo. L’etmanno allora si sottrasse alla dominazione
+dello zar e trattò colli Svedesi. Si afferma che già durante
+le campagne di Polonia Mazeppa avesse scandagliato i principali
+del paese, e si fosse impegnato di ridurre l’Ucrania
+sotto l’obedienza di Stanislao Leczinski, a patto che la
+Severia gli sarebbe ceduta a titolo di sovranità. Comunque
+sia di tale primo passo, sia che Mazeppa si fosse conservato
+polacco nel cuore, o piuttosto che cercasse di assicurarsi
+un potere indipendente, tese le braccia a Carlo XII, e
+<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
+profferse di mettere a disposizione sua tutte le forze e i tesori
+dell’Ucrania. Intanto velava con arte le sue sorde pratiche;
+e affin di meglio velare i suoi disegni, finse di volgere
+i suoi pensieri alla morte. Più che sessagenario, ma ancora
+pieno di vigore, parve assumere ad un tratto i segni della
+decrepitezza. Attorniato da medici, stava abitualmente in
+letto, affettava l’esterno dell’uomo debole e sofferente.
+Evitava d’ubriacarsi per timore di svelare in mezzo all’ebrezza
+il secreto della sua defezione, e raddoppiava
+d’affabilità al fine di procurarsi l’affezione dei suoi primari
+offiziali. Cercando d’irritare lo zar contro i Cosacchi Zaporoghi,
+gli rappresentava che la loro indisciplina gli aveva
+costato una somma di cento mila scudi pagati ad una caravana
+di mercanti greci da essi spogliati, e toglieva a provargli
+che era interesse della Russia di domare quel popolo
+indocile. In pari tempo travagliava i Zaporoghi, insinuando
+loro che Pietro aveva giurato la loro perdita; voleva cedere
+la piccola Russia alla Polonia, e frattanto assoggettarli ad
+una disciplina regolare. Le cose erano in tale stato, quando
+lo zar n’ebbe sentore per la dichiarazione di Vassi Cocciu-bei,
+generale dei Cosacchi, e d’Iscra suo parente, colonnello
+di Pultava. Pietro non volle creder nulla da principio e
+pieno di fiducia inviò sotto buona scorta i due denunziatori
+all’etmanno, il quale li fece decapitare ai 14 di luglio dell’anno
+1708. Mazeppa minacciato fu sollecito a fortificare le
+sue piazze d’arme; ma tale lotta diseguale ebbe un altro
+risultato di quello che egli credeva. La città capitale di
+Mazeppa (Baturino) cadde coi suoi tesori e colle munizioni
+in potere dei Russi; la forca fu il supplizio degli aderenti
+dell’etmanno, al quale fu tagliata la testa in effigie. Divenuto
+odioso ai suoi soldati dopo la scoperta del suo tradimento,
+gli riuscì a stento di raccoglierne un piccolo numero, e si
+recò da fuggitivo presso Carlo XII il quale s’avanzava verso
+l’Ucrania. Il conquistatore preferì il consiglio di Mazeppa
+a quello dei generali svedesi, e s’implicò nelle pianure di
+Pultava. Dopo la rotta dell’esercito svedese sotto le mura
+di quella città, Mazeppa si ricoverò in Valachia, poi a Bender
+<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
+dove morì nel 1709. Li storici non si accordano sulla
+età che aveva allora.
+</p>
+
+<p>
+L’istoria non parla degli amori di Mazeppa con Maria
+figlia di Cocciu-bei. Questi però vivono nelle tradizioni popolari,
+delle quali Puschin si è giovato per la composizione
+del suo poema.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
+</p>
+
+<h3>I.</h3>
+
+<p>
+Cocciu-bei è ricco e illustre. Possiede immensi
+prati, nei quali errano, senza pastoie e senza guardie,
+i suoi armenti di cavalli. Possiede, intorno a Pultava,
+molte ville cinte di giardini; ha in quantità
+pellicce, raso, argento, in casa e sotto chiave. Ma non
+insuperbisce Cocciu-bei dei suoi chiomati corsieri, nè
+dei suoi dominii aviti, nè dell’oro che gli pagan in
+tributo le orde della Crimea; il vecchio Cocciu-bei
+si gloria della sua figlia vezzosa.
+</p>
+
+<p>
+Io lo giuro: in tutta Pultava non si trova una
+fanciulla da paragonarsi a Maria. Essa è fresca come
+un fior di primavera accarezzato dalli zeffiri sotto
+l’ombra dei boschetti. Essa è svelta come i pioppi
+che di Chief adornano i colli. I suoi moti ti rammentano
+le ondulazioni del cigno sulle acque, o li slanci
+del daino nelle selve. Il suo seno è candido come
+spuma; i suoi ricci neri s’affollano intorno alla sua
+fronte, come nuvolette intorno a un poggio; i suoi
+occhi son stelle serene; la sua bocca è una rosa nascente.
+Ma non per la sua sola bellezza, caduco fiore!
+vola di gente in gente la fama di Maria; tutti
+l’ammirano per la sua modestia, per il suo giudizio.
+Quindi è che dalla Ucrania e dalla Russia accorrono
+i signori a chieder la sua mano; ma la schiva Maria
+<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
+teme la corona nuziale, come altra teme le catene.
+Ricusa tutti i pretendenti.
+</p>
+
+<p>
+L’etmanno stesso domanda Maria per sua sposa.
+È vecchio; è infiacchito dagli anni, dalle guerre,
+dalle cure, dalle fatiche; ma ha veduto Maria, e
+a quella vista gli si è rinvigorito il cuore, ed ha
+riamato.
+</p>
+
+<p>
+Amore in un giovin cuore, presto arde e presto
+si smorza. Cresce e decresce, arriva e passa in un
+momento; ogni giorno cangia.
+</p>
+
+<p>
+Nel cuore indurito d’un vegliardo, amore non
+trova adito così facile, nè esca così pronta; non si
+appicca così presto, ma quando s’è appiccato più
+non s’estingue; è un fuoco perenne, che non cessa
+se non colla vita.
+</p>
+
+<p>
+Quel che odi, non è una damma che fugge veloce
+all’udire fremere le ali dell’aquila; è la giovinetta
+che spazia nel vestibolo del palazzo, e tutta
+ansante aspetta la sua sentenza.
+</p>
+
+<p>
+La madre, fremente di sdegno, le viene incontro,
+e stringendole la mano le dice:
+</p>
+
+<p>
+“Vecchio senza pudore e senza onore! No;
+tanto che saremo al mondo, egli non otterrà il suo
+intento. Egli, che dovrebbe essere il protettore e
+l’amico di questa fanciulla che tenne al fonte del
+battesimo.... insensato! sull’occaso della vita, vuole
+esserle sposo!”
+</p>
+
+<p>
+Maria trema. Un pallore sepolcrale le invade il
+volto, e fredda e quasi estinta stramazza sul verone.
+</p>
+
+<p>
+Tornò in sè un momento, poi richiuse nuovamente
+gli occhi, senza far parola. Il padre e la madre
+<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
+si accingono a placar quel turbamento, a dissipar
+quello affanno e quel timore, a ristorar la calma
+in quella mente. Ma indarno.
+</p>
+
+<p>
+Due giorni passano. Maria, vacillante e squallida
+come ombra, ora piange, ora sospira; non mangia,
+non beve, non dorme. Il terzo giorno, la sua stanza
+era vuota.
+</p>
+
+<p>
+Come e quando essa sparisse nessuno seppe. Un
+pescatore udì, a notte avanzata, un corsiere galoppare,
+un Cosacco parlare nella sua lingua, e una
+donna bisbigliare; — e la mattina seguente, si scoprirono,
+sulla rugiada dei prati, le orme di otto unghie
+di cavallo.
+</p>
+
+<p>
+Non solo le guance d’un bel giovine, vestite di
+molle lanugine, non solo un volto cerchiato di biondi
+inanellati crini; ma anche l’aspetto austero d’un vegliardo,
+le rughe della fronte, i capelli grigi, possono
+destare nel cuore d’una tenera fanciulla sogni e deliri
+amorosi.
+</p>
+
+<p>
+L’orrenda notizia giunge all’orecchio di Cocciu-bei.
+Maria ha calpestato il pudore, ha tradito l’onore
+per darsi nelle braccia d’un ladrone: oh vitupero!...
+Il padre e la madre non vogliono credere alla voce
+che corre. Ma quando ogni dubbio si convertì in certezza;
+quando la loro onta fu patente, compresero
+finalmente la perversità della figlia; videro perchè
+rifiutava tutti i pretendenti, perchè fingeva di aborrire
+il nodo coniugale; perchè piangeva e sospirava
+in disparte, perchè ascoltava con tanto diletto i racconti
+dell’etmanno durante i banchetti, quando il
+vino spumava nelle tazze; perchè essa non cantava
+altri stornelli, che quelli composti da esso nella
+<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
+sua giovinezza povera e ingloriosa; perchè essa con
+animo virile amava l’ondeggiare della cavalleria, il
+fragore delle armi, il clangor delle trombe; e i clamori
+della gente quando appariva il <i>bunciuc</i>&#8205;<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> e la
+clava&#8205;<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a> del dominatore della Piccola Russia.
+</p>
+
+<p>
+Cocciu-bei è ricco e illustre. Ha molti amici fidi;
+vuol lavar nel sangue il suo obbrobrio. Può sollevar
+Pultava; può nella propria reggia assalire il
+traditore, e col dritto d’un padre offeso immergergli....
+ma no, ad un altro partito s’appiglia Cocciu-bei.
+</p>
+
+<p>
+In quel tempo, la Russia adolescente raccoglieva
+tutte le sue forze per combattere lo straniero,
+sotto l’egida del sommo Pietro. Il fato le assegnò a
+maestro dell’arte della guerra il formidabil Carlo; lo
+svedese paladino più d’una improvisa e sanguinosa
+lezione le diede in quella crudele scienza. La Russia
+s’educò sotto tale severa disciplina, e si temperò
+sotto i colpi della sorte. Così il martello pesante sfracella
+il vetro, ma foggia il brando degli eroi.
+</p>
+
+<p>
+Il temerario Carlo incoronato di efimeri allori
+avanzava sull’orlo di un precipizio. Moveva verso
+l’antica Mosca, sbaragliando le coorti russe come il
+turbine sperde la polvere della valle e sterpa le piante
+inaridite. Seguiva la strada, che calcò a’ giorni
+nostri un altro potente nemico della Russia.
+</p>
+
+<p>
+L’Ucrania ferveva in secreto. Da lungo tempo
+portava in seno il fomite d’un grande incendio. I
+partitanti dell’antica barbarie sospiravano una lotta
+nazionale, e mormorando incitavano l’etmanno a
+sottrarsi alla dominazione straniera e a spezzar le
+<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
+loro catene. Carlo, impaziente, correva incontro ai
+loro applausi e alle loro lusinghe. “È tempo! è tempo!”
+ripetevasi da ogni lato intorno a Mazeppa. Ma
+il canuto etmanno rimane devoto e obediente allo
+Zar Pietro. Non travia dalla consueta austerità: non
+dà ascolto alle vane dicerie; e tranquillo e sereno
+passa la vita fra i banchetti.
+</p>
+
+<p>
+“Che fa l’etmanno?” sclamava la gioventù.
+“È affievolito; è vecchio decrepito; gli anni e le fatiche
+hanno smorzato in lui il primiero generoso ardore.
+Perchè quella mano imbelle tuttora serba la clava?
+Questa sarebbe l’ora opportuna di mover guerra
+all’aborrita Moscovia. Se il venerando Doroscenco, o
+l’impetuoso Samoiloff, o Palei, o Gardienco,&#8205;<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a> capitanassero
+il nostro esercito, i Cosacchi non perirebbero
+miseramente fralle nevi di un lontano paese, e la
+Piccola Russia avrebbe ricuperato le sue bandiere.&#8205;<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>
+</p>
+
+<p>
+In tal modo la gioventù temeraria, avida di pericolose
+novità, dimentica della passata schiavitù, dei
+felici sforzi di Bogdan, delle sacre pugne, dei trattati
+e della gloria degli avi, insorgeva contro Mazeppa.
+Ma l’età senile agisce con prudenza, e avanza
+con circospezione; nelle cose ardue, non prende un
+partito se non dopo assidua riflessione. Chi può addentrarsi
+nelli abissi del mare lastricati d’immobile
+ghiaccio? Chi può penetrare li arcani tenebrosi
+d’una anima astuta e dissimulata? I pensieri e i disegni
+di Mazeppa, frutto di passioni a lungo combattute,
+<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
+dormono nel profondo del suo petto, e vi si
+maturano in silenzio. Chi sa quello che egli stia tramando
+adesso? Più Mazeppa è cauto, furbo e malizioso,
+più si dimostra improvido negli atti, e semplice
+nella conversazione.
+</p>
+
+<p>
+Oh, con che despotica autorità egli sa governare
+le menti! Con che destrezza sa attrarre a sè i cuori,
+scandagliarne le più intime latebre, e indovinarne
+i più arcani pensieri! Come sa nei conviti e nelle
+adunanze, compiere tutte le parti, assumere tutte le
+maschere! Loda i tempi passati coi vecchi venerandi,
+vanta la libertà coi riottosi, denigra i principi coi
+malcontenti, sparge lacrime cogli oppressi, discute
+gravemente cogli idioti. Pochi, forse, sanno quanto è
+feroce l’anima sua: egli non rifugge dal delitto per
+nuocere al nemico; dacchè vide la luce, non perdonò
+mai una ingiuria; estende le sue mire ambiziose
+oltre i termini vietati; per lui non v’ha cosa sacra;
+non serba memoria dei beneficii, non ama nessuno;
+è pronto a spargere il sangue come l’acqua; disprezza
+la libertà, e non conosce carità di patria. Da gran
+tempo ordisce in secreto un gran progetto, un disegno
+tremendo. Ma uno sguardo sagace ha scoperto
+le sue trame.
+</p>
+
+<p>
+“No, audace scellerato!” esclama Cocciu-bei
+digrignando i denti; “no; non la vincerai. Io risparmierò
+la tua reggia, carcere di mia figlia; non morrai
+nelle fiamme d’un incendio; non cadrai sotto
+il brando dei Cosacchi. No, iniquo! perirai fralle
+mani del boia di Mosca! Perirai sul patibolo, in mezzo
+a mille torture, chiedendo invano perdono, maledicendo
+il giorno e l’ora in cui battezzasti Maria, e il
+<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
+banchetto in cui ti pôrsi colma di vino la tazza
+d’onore, e la notte in cui ci furasti, rapace avvoltoio,
+la nostra diletta colomba!”
+</p>
+
+<p>
+Sì, fu un tempo in che Cocciu-bei e Mazeppa
+erano amici, e dividevano i pensieri e i piaceri, come
+il sale, la panna e il pane. Insieme volavano contro
+al fuoco nemico sui loro agili destrieri, e non di
+rado sedevano lungamente insieme a consiglio secreto.
+L’etmanno dissimulato svelava in parte a Cocciu-bei
+i profondi ripieghi della sua mente rivoltosa,
+insaziabile, e gli prediceva in termini coperti e misteriosi
+imminenti novità, conferenze, sedizioni. In
+quel tempo Cocciu-bei era ligio e devoto a Mazeppa.
+Ma adesso, inferocito dalla perdita della figlia, non ha
+più che una idea, che un oggetto: o morire, o trucidar
+Mazeppa, e vendicare il disonore di Maria.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto cela a tutti il suo ardito disegno, finge
+di non più occuparsi che del suo dolore e della
+tomba. Non vuole nessun male a Mazeppa; sua figlia
+è sola colpevole. Ed egli le perdona, purchè dia
+conto al cielo dell’onta ridondata alla famiglia da
+quell’infrazione d’ogni legge divina ed umana....
+</p>
+
+<p>
+Mentre così parla, Cocciu-bei, con occhi di lince,
+va cercando nella turba dei familiari e aderenti
+suoi alcuni compagni impavidi, esperti e fidati.
+Espone alla consorte il progetto che già da gran
+tempo gli cova in seno; ed essa, ebra di rabbia feminile,
+aggiunge esca alla fiamma di che arde il bei.
+Nella calma notturna, nel talamo tranquillo, essa, simile
+a un demone crudele, lo stimola alla vendetta,
+lo rampogna, piange, gli fa coraggio, esige un giuramento
+solenne, e il principe giura.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
+</p>
+
+<p>
+Il gran colpo è risoluto. L’intrepido Iscra s’associa
+a Cocciu-bei: “La caduta del nostro nemico
+è certa,” dicono fra loro. “Ma chi è il baldanzoso, che
+pien di zelo per il bene del paese oserà portare ai
+piè di Pietro una dinunzia contro il potente traditore?”
+</p>
+
+<p>
+Tra i Cosacchi di Pultava disdegnati dalla infelice
+fanciulla uno ve n’era che l’aveva amata sin dai
+primi giovenili anni. La sera e la mattina, sulle
+sponde del fiume, sotto l’ombra dei ciriegi, egli
+stava aspettando Maria, smaniava se non la vedeva,
+e si stimava beato se passava un sol momento seco.
+L’amava senza speme; non la premeva mai d’importune
+preghiere; non avrebbe potuto sopravvivere
+a un rifiuto. Quando i pretendenti accorrevano in
+folla intorno ad essa, egli si ritirava mesto e silenzioso.
+Allorchè il ratto di Maria si divulgò fra i Cosacchi,
+la gente spietata perse ogni rispetto per Maria
+e la derise, ma egli le serbò l’antica riverenza e
+l’antico affetto. Allorchè per caso si pronunziava
+davanti a lui il nome di Mazeppa, egli impallidiva,
+si mordeva le labbra, e abbassava gli occhi al suolo.
+</p>
+
+<p class="pad1 center">
+IL COSACCO MESSAGGERO.
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Di chi è quel corsier dall’alta groppa</p>
+<p class="i01">Che ratto corre per la steppa bruna?</p>
+<p class="i01">Chi è quei cavaliero che galoppa</p>
+<p class="i01">Al chiaror delle stelle e della luna?</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Fan cenno indarno al cavaliero stracco</p>
+<p class="i01">I cavi spechi ed i boschetti foschi;</p>
+<p class="i01">Non vuol prender riposo, il buon cosacco</p>
+<p class="i01">Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span></p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Splende il suo brando come vetro terso;</p>
+<p class="i01">Gli balza al fianco un borsellin d’argento;</p>
+<p class="i01">E il suo nobil corsier di schiuma asperso</p>
+<p class="i01">Spiega la lunga chioma al vago vento.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro;</p>
+<p class="i01">Il gaio aspetto dei ducati adora;</p>
+<p class="i01">Come un parente il suo caval gli è caro,</p>
+<p class="i01">Ma il suo berretto gli è più caro ancora.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto</p>
+<p class="i01">La borsa, il brando, il destrier, la vesta;</p>
+<p class="i01">Ma non darà il berretto a verun costo;</p>
+<p class="i01">Più volentieri egli daria la testa.</p>
+
+</div><div class="stanza">
+<p class="i01">Perchè mai quel Cosacco audace e rude</p>
+<p class="i01">Tanto cura un berretto informe e tetro?</p>
+<p class="i01">Perchè il berretto la denunzia acclude</p>
+<p class="i01">Che Cocciu-bei manda all’augusto Pietro.</p>
+</div></div>
+
+<p>
+Mazeppa intanto, imperterrito, indomito, continua
+le sue brighe e i suoi raggiri. Il gesuita Zalenschi&#8205;<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>
+suo fido sicario prepara una sommossa popolare,
+e gli promette il trono. Simili agli assassini, si concertano
+di notte; compongono in cifre le loro lettere,
+stabiliscono la tariffa del tradimento, mettono a prezzo
+la testa di Pietro, trafficano della fede delli schiavi.
+Un incognito giunge dall’etmanno; non si sa d’onde
+venga; il secretario Orlic&#8205;<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> lo introduce e lo riconduce.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
+</p>
+
+<p>
+Gli scaltri emissari di Mazeppa van seminando
+dappertutto la zizania e l’insubordinazione: Bulavin,
+capo dei Cosacchi del Don, chiama all’armi
+le sue tribù; le orde nomadi e selvatiche fervono;
+e persino i coloni che abitano presso alle cataratte
+del Dniepr insultano l’autorità di Pietro.
+</p>
+
+<p>
+Mazeppa volge lo sguardo e la mente in ogni
+lato; spedisce lettere in ogni paese; a forza di minacce
+e di lusinghe stacca Bakcisarai dalla sovranità
+di Mosca. Il re di Polonia accoglie in Varsavia
+i legati di Mazeppa; il pascià di Crimea in Occiacof,
+Pietro e Carlo nei loro accampamenti. L’ipocrita
+etmanno adopra ogni mezzo per procacciarsi il sostegno
+dei principi; la sua volontà è di ferro; la sua
+ambizione corre alla meta per mille vie tortuose ma
+sicure.
+</p>
+
+<p>
+Ma come rabbrividisce quando a un tratto il fulmine
+scoppia sul suo capo! Come trema quando i
+boiari&#8205;<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> di Mosca suoi amici&#8205;<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> mandano a lui nemico
+della Russia la denunzia scritta a Pultava, e invece
+delle meritate rampogne gli prodigano le condoglianze
+come ad una vittima!
+</p>
+
+<p>
+Lo Zar Pietro, avverso alle delazioni, preoccupato
+delle guerre, non bada alla denunzia; s’affretta
+di tranquillare quel Giuda e giura di attutar per sempre
+la calunnia infliggendole un esemplare castigo.
+</p>
+
+<p>
+Mazeppa, oppresso da un finto dolore, alza la supplichevole
+voce al suo sovrano. “Dio sa,” dic’egli,
+<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
+“e il mondo vede se l’umile etmanno da dodici anni
+in qua sia stato devoto allo Zar, e in ricompensa di
+questa sua devozione colmato di benefizi dal suo signore...
+Oh quanto è ceca e folle la malignità! Come
+mai, Mazeppa giunto all’orlo della fossa vorrebbe
+ordir congiure e oscurar la sua antica rinomanza? Non
+ha egli negato i soccorsi chiestigli da Stanislao;
+non ha egli rispinto la corona offertagli dall’Ucrania
+e consegnato allo Zar, come doveva, i trattati e il
+carteggio secreto? Non chiuse egli l’orecchio alle
+suggestioni del Khan dei Tartari, alle esortazioni
+della Sublime Porta? Non ha forse egli sempre manifestato
+il suo zelo contro i nemici dello Zar; non
+li ha egli combattuti col senno e colla mano, con
+indefesso ardore e con pericolo della propria vita?
+Ed ora un vile rivale ardisce coprir di obbrobrio i miei
+capelli grigi! E chi è il mio accusatore?... Iscra, Cocciu-bei,
+che furono sì lungo tempo miei compagni...”
+</p>
+
+<p>
+E l’etmanno domanda con lacrime il loro sangue;
+non sarà pago fin che non li vedrà puniti.
+</p>
+
+<p>
+Feroce vecchio, di chi esigi la testa? Di colui la
+cui figlia ti stringe fralle braccia. Ma l’etmanno soffoca
+la voce della coscienza che lo rimbrotta.
+</p>
+
+<p>
+“Perchè quell’insano” egli dice “mi sfida a disegual
+tenzone? Il superbo da sè stesso affila la scure
+che gli mozzerà il capo. Ove corre cogli occhi serrati?
+Su che fonda le sue speranze?... No; l’affetto
+mio per la figlia non salverà il padre. Convien che
+l’amante ceda il passo al regnante... altrimenti, son
+perduto.”
+</p>
+
+<p>
+O Maria, gentil Maria, rosa della Circassia! tu non
+sai che serpente tu ti scaldi in seno. Ma qual forza
+<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
+ignota, incomprensibile, potè indurti ad amare quel
+guerriero ruvido e perverso e a sacrificargli tutto?
+il suo crin canuto e inanellato, le sue profonde rughe,
+il suo occhio incavato e scintillante, i suoi ragionamenti
+artifiziosi fanno le tue delizie. Per lui abbandonasti
+i tuoi parenti; preferisti al tuo verginal letto fra le
+soglie paterne, il talamo scandaloso dell’avventuriere.
+Come potè quel vecchio affascinarti coi suoi sguardi
+foschi? Come potè incantarti coi suoi discorsi perfidi?
+Timida e riverente alzi su lui le tue luci accecate
+dall’amore; lo accarezzi con passione.... La tua
+infamia t’è cara; vanti il suo ingegno e la sua bellezza;
+ti ascrivi il tuo amore a virtù; e perdesti nella
+tua caduta persino la forza del pentimento.
+</p>
+
+<p>
+Maria non teme la vergogna: non le cale della
+sua reputazione. Sfida i rimbrotti della gente, quando
+la altera cervice del vegliardo riposa sui ginocchi di
+lei; quando il prode con lei favellando dimentica
+le cure e le pene del comando, e palesa alla timida
+fanciulla i suoi secreti più tremendi. Essa non rimpiange
+i passati giorni d’innocenza e di quiete infantile;
+ma di tanto in tanto un pensiero tetro come una
+procella attraversa quell’anima serena; si raffigura
+il cordoglio del padre e della madre; li vede framezzo
+a un velo di lacrime, orbi e soli, nella loro
+infelice vecchiaia; le sembra di udire i loro lamenti
+e le rampogne... Oh! se essa sapesse ciò che già sa
+tutta l’Ucrania! Ma la funesta verità le è tuttora
+occulta.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
+</p>
+
+<h3>II.</h3>
+
+<p>
+Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono
+quel cuore. Maria con tenerezza mira il consorte.
+Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli ripete dolci asserzioni
+d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono
+a sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento
+figge gli occhi a terra, e non risponde che
+con un gelido silenzio a quelle graziose premure, a
+quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente
+la bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per
+te ho rinunziato a tutto. Io coll’amarti non bramava
+che una cosa: essere amata. Per te distrussi io la
+mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi
+quella notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti
+di amarmi. Perchè non m’ami più?”
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare:
+lascia codesti edaci sospetti. La passione ti
+tormenta e ti rende ingiusta. Credimi, Maria; io ti
+amo più della gloria, più dell’autorità sovrana.
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo
+mai l’un senza l’altro? Ora, tu mi fuggi; io
+t’importuno. Meni i giorni interi nei banchetti, nei
+crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non
+pensi più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito
+o col gesuita. Contraccambi il mio sincero amore con
+una fredda urbanità. Poco fa bevesti alla salute di
+Dulsca. Chi è cotesta Dulsca?
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Sei gelosa? Come puoi supporre che
+un uomo della mia età solleciti i favori d’una disdegnosa
+<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
+giovinetta? Come potrei io avvilirmi a segno
+di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le
+donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio
+ai zerbinotti imbelli.
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza.
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Mi preme la tua tranquillità, Maria;
+dunque ascolta. Abbiamo concepito una alta impresa;
+siamo in procinto di porla a esecuzione; squillò l’ora
+del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi
+la fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo
+dei tuoi protettori e dei tuoi tiranni di Varsavia o
+di Mosca. È tempo che tu rompa i tuoi ceppi, e ricuperi
+l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della
+libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto;
+i due re trattano meco; e fra poco forse, in mezzo
+alle rovine e alle battaglie, io erigerò un nuovo trono.
+Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il gesuita
+e l’incognito guidano la mia barca a buon porto.
+Per le loro mani mi pervengono le istruzioni e i consigli
+dei re. Questi sono secreti molto gravi per il
+tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata?
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh!
+come converrà al tuo capo canuto la corona dei Zar!
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione
+si prepara; ma chi sa quale ne sarà l’esito?
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Per te non temo. Sei così potente! Non
+ne dubito; il trono ti aspetta.
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. E se fosse il patibolo?
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei
+sopravvivere a te? Ma no; tu porti le insegne
+dei principi.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Mi ami?
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Io! se t’amo?
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito?
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. A che una tal domanda? Essa mi spaventa.
+Io fo di tutto per obliare la mia famiglia.
+Io l’ho disonorata; forse..... orrendo sospetto! mio
+padre m’ha maledetta! e per chi?...
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Mi ami dunque più del genitore? Non
+rispondi....
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Dio mio!
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Rispondi alfine.
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Rispondi tu per me.
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o
+il marito; se potessi scegliere fra loro, chi salveresti?
+chi condanneresti?
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Basta così. Non mi squarciare il cuore.
+Tu mi tenti.
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Rispondi.
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie
+d’orrore.... Ah! non adirarti! Sono pronta a sacrificar
+tutto per te; — ma simili domande mi straziano
+senza utilità. Lasciale.
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti.
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle
+brillano. Il vento stanco dorme nelle caverne alpestri.
+Appena tremolan le mobili fronde dei pioppi.
+La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa
+Bianca,&#8205;<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> sui giardini e sul castello dell’etmanno.
+<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
+La campagna intorno intorno tace. Ma una grande
+agitazione e confusione regna nel palazzo. Affacciato
+alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in profonde
+riflessioni guarda il cielo con tristezza.
+</p>
+
+<p>
+Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore
+incontro alla morte; non gli cale della vita.
+Che è per lui la tomba? Un grato letto. È pronto a
+coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il
+modo in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare
+ai piedi dell’aborrito seduttore di sua figlia, gli incresce
+di morire in silenzio, come bove al macello, e per
+ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo
+nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar
+seco nella fossa i suoi compagni; di udir le loro maledizioni
+immeritate; di incontrare lo sguardo trionfante
+dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto la
+scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del
+suo odio e mandatario delle sue vendette!
+</p>
+
+<p>
+Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia
+e i dolci amici, le sue ricchezze, la sua gloria, i
+canti della gentil Maria, la antica casa nella quale
+egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica
+e il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto
+ciò che ora egli abbandona, e perchè?
+</p>
+
+<p>
+La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo
+sventurato bei, risvegliato da quel suono, pensa fra sè;
+“Ecco il banditore della Croce che viene per scortarmi
+al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati, il medico
+delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo
+immolato per noi. Mi reca il corpo e il sangue del
+mio Dio, per rinfrancarmi l’animo, per darmi la virtù
+di disprezzar la morte e di acquistar l’eterna vita!”
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
+</p>
+
+<p>
+E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente
+le preghiere e le lacrime. Ma colui che
+entra nel suo carcere non è un sacerdote; è Orlic,
+ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo
+egli grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a
+turbare il mio ultimo sonno?”
+</p>
+
+<p>
+<i>Orlic</i>. L’esame tuo non è finito. Rispondi.
+</p>
+
+<p>
+<i>Cocciu-bei</i>. Già risposi. Parti e lasciami in pace.
+</p>
+
+<p>
+<i>Orlic</i>. L’etmanno nostro signore esige un’altra
+rivelazione.
+</p>
+
+<p>
+<i>Cocciu-bei</i>. Di che? Io già confessai tutto ciò che
+voleste. Tutte le mie dichiarazioni sono menzognere.
+Io son perfido e tendo insidie. L’etmanno è probo.
+Che volete di più?
+</p>
+
+<p>
+<i>Orlic</i>. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori,
+e che gli hai nascosti a Dicagne. Convien che
+tu paghi i delitti col sangue, e che il tuo oro passi
+nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la
+fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori?
+</p>
+
+<p>
+<i>Cocciu-bei</i>. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto
+mi largiva in questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro
+era l’onore; le torture me l’han rapito: il secondo
+era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie braccia,
+Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora
+mi resta: è la speme della vendetta. Questo lo porto
+meco nella tomba.
+</p>
+
+<p>
+<i>Orlic</i>. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto
+di lasciar la vita, di più gravi pensieri devi pascer la
+mente. Non è tempo di scherni nè di beffe. Se non
+vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove s’asconde
+il tuo tesoro?
+</p>
+
+<p>
+<i>Cocciu-bei</i>. Barbaro mancipio! Quando cesserai
+<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
+le tue dimande inutili? Aspetta che io giaccia nel
+sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio palazzo, conta
+il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue;
+fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini,
+abbatti le mie case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà
+le mie ricchezze. Ho detto. Lasciami in pace,
+per l’amor di Dio.
+</p>
+
+<p>
+<i>Orlic</i>. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa
+l’effetto del tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto.
+Non vuoi? — Ebbene, alla tortura! Olà, boia!”
+</p>
+
+<p>
+Il boia comparve.... Oh notte atroce!
+</p>
+
+<hr class="tiny">
+
+<p>
+Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove
+assopisce i rimorsi della sua coscienza?
+</p>
+
+<p>
+Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera
+della giovinetta, che nulla sa della prigionia del padre.
+Egli china la testa sul letto della bella che dorme,
+e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non
+posso graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più
+convien ch’io tratti con rigore i miei nemici, e tutti
+coloro che ricusan di piegarsi al mio scettro. Non v’ha
+scampo: il delatore e il suo complice periranno.”
+</p>
+
+<p>
+Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge:
+</p>
+
+<p>
+“O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo
+annunzio? Fin qui essa ignora tutto! ma il secreto
+non può celarsi più a lungo. Il colpo della
+fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama
+volerà attorno spandendo l’infausta notizia.... Ora
+vedo a chi riserba il cielo le più severe prove.... Colui
+solo può sfidare la folgore che non unì una donna
+<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
+al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso
+carro l’intrepido destriero e la timida damma. Commessi
+una imprudenza; ora ne pago il fio. Tutti quei
+dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li
+recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia....
+E che le offro io in contraccambio?... Che
+dono le appresto?... Ahimè lasso!...”
+</p>
+
+<p>
+E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla
+sulle piume. Le labbra son socchiuse, il respiro
+è quieto; il cuore batte lentamente in quel niveo
+seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce
+la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina
+verso il solitario suo giardino.
+</p>
+
+<p>
+La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle
+brillano. Il vento stanco dorme nelle caverne alpestri.
+Appena tremolano le argentee fronde dei pioppi.
+Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo dell’etmanno.
+Le faci della notte lo mirano e lo
+spiano come tanti occhi indagatori. I pioppi stretti
+in lunga fila, crollando di tanto in tanto il capo, susurrano
+fra loro, come giudici al fôro. L’aria è ardente
+come la vampa d’una fornace.
+</p>
+
+<p>
+Un flebil grido, un gemito indistinto sembra
+escir dalle mura del castello. Forse fu un suono imaginario,
+lo strido d’un gufo, o l’urlo d’una belva, o
+il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a
+quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un
+grido festoso, con quel grido di guerra, che tante
+volte alzò sul campo della strage e della gloria, quando
+scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in
+compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso
+Cocciu-bei, or suo accusatore.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
+</p>
+
+<p>
+La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli,
+i colli, i piani rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano;
+il corso dei fiumi biancheggia. Dappertutto penetra
+il soave brulichío mattutino. L’uomo si desta....
+</p>
+
+<p>
+Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente.
+Tutto a un tratto sente, in mezzo al sonno,
+un passo che s’avanza verso il letto, e una mano che
+le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude
+abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende
+le bianche braccia sorridendo, e con voce amorosa
+bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?”
+</p>
+
+<p>
+Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta
+Maria guarda intorno e vede.... vede sua madre!
+</p>
+
+<p>
+<i>La madre</i>. Taci, taci. Non ci perdere ambedue.
+Mi introdussi qui furtivamente col favor delle tenebre
+per chiederti una grazia. Oggi è il supplizio. Tu sola
+puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre.
+</p>
+
+<p>
+<i>La figlia</i>. Che padre? Che supplizio?
+</p>
+
+<p>
+<i>La madre</i>. Come? Non sai?... Eppure non vivi
+in un deserto. Vivi in un palazzo. Dovresti sapere
+che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo; che
+lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a
+Mazeppa la propria famiglia; tu dormi, allorchè
+l’atroce sentenza si legge, allorchè si affila la bipenne,
+allorchè il carnefice l’alza sopra tuo padre!
+Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti,
+figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai
+piedi suoi, salva il genitore, sii il nostro angelo tutelare;
+un tuo detto molcerà quel cuore, un tuo
+sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi, scongiura;
+l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti
+l’onore, i genitori, Dio medesimo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>La figlia</i>. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il
+supplizio.... mia madre è qui, in questo castello; mia
+madre m’implora.... no, o io deliro, o è un sogno....
+</p>
+
+<p>
+<i>La madre</i>. No, in nome di Dio, non è un sogno,
+non è una illusione.... Come non sai ancora che tuo
+padre consunto di rabbia, non potendo tollerare il
+disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò
+fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane
+chimere; — che, martire della verità, se Dio non
+lo libera miracolosamente, egli oggi verrà giustiziato
+per comando del suo nemico, in presenza di tutto
+l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella
+torre del castello?
+</p>
+
+<p>
+<i>La figlia</i>. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero
+padre!...
+</p>
+
+<p>
+E la fanciulla ricade sul letto fredda come un
+cadavere.
+</p>
+
+<p>
+La piazza brulica di gente. Le lance scintillano.
+Il tamburo rimbomba. I cavalieri galoppano; i fantaccini
+marciano in ordine. La moltitudine ondeggia
+e serpeggia; i cuori palpitano.
+</p>
+
+<p>
+Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco
+infame e scherza. Ora afferra la scure pesante, e la
+fa saltellare fralle sue mani, ora motteggia e ride
+colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli
+alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano....
+Ma un alto clamore ergesi al cielo; quindi a quello
+succede un profondo silenzio. Appena un calpestío
+di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato di
+guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno
+sopra un corsiero nero.... Sulla strada di Chieff
+<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
+ecco apparire una carretta. Tutti gli occhi si volgono
+curiosi verso quella.
+</p>
+
+<p>
+In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato,
+riconciliato con Dio, confortato dalla fede, l’innocente
+Cocciu-bei. Accanto a lui è Iscra, suo compagno,
+non men di lui sereno e tranquillo.
+</p>
+
+<p>
+La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta
+alle nubi. I preti cantano in coro il vespro dei
+morti. Il popolo prega a bassa voce per il riposo di
+quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei loro
+persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono
+sul palco. Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone
+la testa sul ceppo. La moltitudine tace come una
+adunanza di ombre e di spettri. La bipenne balena,
+sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una
+altra testa ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa.
+Il carnefice, contento della sua destrezza,
+ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote con mano
+nerboruta davanti al popolo.
+</p>
+
+<p>
+Il supplizio è compito. La folla indifferente si
+dirada, si disperde, e già ciascuno torna al proprio
+tetto parlando dei propri interessi. Il campo poco a
+poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate
+dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano,
+inorridite, sul teatro dell’esecuzione. “È troppo tardi,”
+dice loro un passeggero accennando al patibolo
+che si andava scomponendo.
+</p>
+
+<p>
+Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre
+due Cosacchi ponevano un feretro di quercia sopra
+un carro.
+</p>
+
+<p>
+Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla
+sua comitiva, e s’allontana dal campo maledetto.
+<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
+L’abbandono in che si trova lo sgomenta. Nessuno
+gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce
+al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima
+parola. I servi tremanti esitano a rispondere... Colpito
+di stupore, Mazeppa passa alla stanza di Maria;
+la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra qua
+e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il
+vivaio; non scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!”
+Chiama a sè i fedeli servitori, le agili guardie.
+Accorrono al cenno del signore. I cavalli nitriscono.
+Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente
+volano in ogni direzione.
+</p>
+
+<p>
+Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno
+ha udito, nessuno ha veduto dove essa sia andata.
+Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia. I suoi
+servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima
+angoscia, l’etmanno si rinchiude nella sua
+stanza. Sta tutta la notte accanto al letto della bella,
+senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal
+rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una
+dopo l’altra. I cavalli appena possono più reggersi
+in gambe; le cinghie, le unghie, le briglie, le selle
+sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue;
+ma nessun messo reca notizie di Maria.
+</p>
+
+<p>
+La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere,
+e sua madre terminò nell’esilio e nella solitudine
+la misera esistenza.
+</p>
+
+<h3>III.</h3>
+
+<p>
+Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir
+lo svolgimento delle sue macchinazioni. Perseverante
+<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
+nelle sue imprese, continua le trattative col
+monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene
+secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un
+letto, e finge sognati mali. Si circonda d’una turba
+di medici, geme, invoca il cielo e gli chiede la sua
+guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della
+vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a
+lasciar questo mondo caduco per il mondo eterno.
+Brama i soccorsi della religione da lui oltraggiata, e
+un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin
+canuto dello spergiuro Mazeppa.
+</p>
+
+<p>
+Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara
+di nascosto giuochi solenni, in onore dello
+Svedese, fra mezzo alle antiche tombe nemiche. Ma
+Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la
+guerra nell’Ucrania.
+</p>
+
+<p>
+Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in
+vita. Quel moribondo, che ieri stava per scendere
+nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il magnanimo
+Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo
+esercito schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde
+della Desna. Poco fa curvato e rotto dal peso
+dell’età, a un tratto egli si drizza sano e forte, simile
+a quell’astuto porporato che buttò via le grucce,
+quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia
+vola sull’ale della fama. L’Ucrania freme di
+sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro, e umilia ai
+piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo
+sdegno rapido si spande come fiamma; arde la
+guerra civile.
+</p>
+
+<p>
+Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema
+rimbomba nelle cattedrali; il boia incenerisce
+<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
+l’effigie di Mazeppa. Il consiglio supremo cassa
+l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama
+dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei
+e d’Iscra. Unendo le proprie lacrime alle loro,
+egli le colma di favori e di cortesie, e loro
+rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa,
+il valoroso Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove
+languiva esiliato, negli accampamenti dello Zar. La
+ribellione, abbandonata a sè medesima, si affievolisce
+e sfascia. L’audace Ceccel&#8205;<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> e il principe dei Zaporoghi
+lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai,
+favorito della vittoria, che la corona getti per
+l’elmo, tu pur morrai, dacchè sei giunto in vista
+delle mura di Pultava.
+</p>
+
+<p>
+Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti.
+Vi piomba come il fulmine. I due eserciti si assediano
+l’un l’altro in mezzo alla pianura. Così il
+gladiatore, già battuto in vari incontri, anticipatamente
+pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario
+da gran tempo aspettato. Il potente Carlo non vede
+intorno a Pietro le masse imbelli disperse a Narva,
+ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben armate,
+leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti
+baionette.
+</p>
+
+<p>
+Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.”
+</p>
+
+<p>
+Il sonno regna negli accampamenti. In una sola
+tenda, si ode ancora un susurro di voci:
+</p>
+
+<p>
+“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo
+troppo affrettati di allearci a Carlo. Egli non ha nessuna
+delle doti che si richiedono in un buon generale.
+<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
+Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo
+a domandar da cena al suo nemico;&#8205;<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a> motteggiare
+gentilmente sulle bombe che gli cascano vicino;&#8205;<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>
+approssimarsi di notte, in gran silenzio, alle trincere
+nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli
+ferita per ferita,&#8205;<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> ma non sa lottar contro un emulo
+potente e perseverante; vorrebbe governar la sorte
+come si governa un reggimento, a suon di tamburo;
+è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile;
+confidando follemente nella sua stella, stima superflua
+la prudenza; abbagliato dai suoi primi successi,
+non pone mente alla attuale superiorità delle forze
+russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si fiaccherà
+le corna. Vecchio come io sono, io non doveva
+fanatizzarmi per quel temerario; mi lasciai illudere
+dall’apparenza, come un inesperto e debile fanciullo.
+</p>
+
+<p>
+<i>Orlic</i>. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo
+ancora d’entrare in trattative con Pietro, e di riparare
+il nostro fallo. Lo Zar sconfitto da noi non ci
+ricuserà il suo perdono e la sua alleanza.
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi
+non può riconciliarsi meco. Già da gran tempo la
+mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira e di
+rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno,
+<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
+sotto le mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella
+tenda del feroce Pietro. Il vino ferveva nelle coppe,
+e non meno di quello bolliva il nostro sangue incalorito
+dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una
+parola acerba. I convitati impallidirono. Il principe
+infuriato lasciò cader la coppa, e minaccioso mi tirò
+pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi quell’oltraggio;
+ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui
+nutrito la vendetta in seno, come una madre il caro
+pargoletto. Aspettavo il momento propizio. È giunto.
+Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro; il nome di
+Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono
+la spina della sua corona. Volentieri darebbe le sue
+più grandiose città, le sue più belle ore di vita per
+potermi tener un’altra volta per i baffi.... Ci resta
+tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per
+chi parteggeremo.
+</p>
+
+<p>
+Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e
+s’addormentò.
+</p>
+
+<p>
+La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni
+mugghiano sui poggi e nelle valli. Un purpureo
+vapore s’alza, ondeggiando per l’aria indorato dai
+raggi mattutini. I reggimenti serrano le file; i bersaglieri
+si sparpagliano per le macchie. Le bombe
+scoppiano; le palle fischiano; le fredde baionette
+avanzano. Li Svedesi attraversano il fuoco delle trincere;
+la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria la segue,
+e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte.
+Il lugubre campo traballa e arde in mille luoghi;
+ma appare chiaro da vari segni che l’incostante
+fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni
+svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano,
+<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
+cadono stese al suolo come mèsse falciata.
+Rosen si ricovera nelle gole dei monti; il prode
+Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano
+gli Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura
+lo splendore delle loro bandiere, e, grazie all’assistenza
+del Dio delle battaglie, ogni nostro passo
+avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro
+esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di
+offiziali, lo Zar esce della sua tenda. Li occhi suoi
+scintillano di gioia. Il suo sembiante incute spavento.
+I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come
+un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero
+fedele. Impetuoso e tranquillo, il nobile animale
+freme annasando da lontano la strage e il fuoco,
+scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e
+superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto
+della mischia.
+</p>
+
+<p>
+Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di
+fiamma. Come i mietitori, i guerrieri riposano. I
+Cosacchi volteggiano all’intorno. I reggimenti sparsi
+si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il cannone
+più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna
+echeggia un immenso evviva. Pietro si mostra ai
+suoi soldati.
+</p>
+
+<p>
+Passa rapidamente davanti alle truppe, potente
+e sereno come Marte. Collo sguardo misura il terreno.
+Lo scortano in schiera folta i suoi compagni fidi
+fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del
+governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i
+Bour, i Repnin.
+</p>
+
+<p>
+Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata
+dai suoi servitori, pallido, immoto, gravemente ferito,
+<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
+fa la rassegna delle sue truppe decimate. Lo seguono
+i suoi generali. Sta immerso in profonda meditazione.
+Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli
+sconvolge il cuore. Diresti che la guerra desiata ha
+tolto a Carlo il senno e la ragione. Fa un gesto colla
+destra, e immantinente li Svedesi assaliscono i
+Russi.
+</p>
+
+<p>
+E l’esercito dello Zar marcia contro a quello
+del re, in mezzo a un velo di lampi e di fumo. Incomincia
+la battaglia, la battaglia di Pultava!
+</p>
+
+<p>
+Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente
+dei proiettili, le falangi si urtano come muraglie vive,
+cadono al suolo disfatte, son supplite da altre
+fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la
+terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti
+d’acciaro volano come nembo procelloso. Risuonano
+le briglie, le sciabole; i cavalieri s’aggrediscono
+con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di
+metallo accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano,
+rugghiano, sbranano, rotolano nella polvere,
+e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi, rovesciano,
+trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto,
+rombo di tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii,
+nitriti; dappertutto la morte e l’inferno.
+</p>
+
+<p>
+In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani
+contemplano tranquillamente la battaglia, giudicano
+ogni evoluzione di truppe, predicono la perdita o
+la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a bassa
+voce.
+</p>
+
+<p>
+Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo
+Zar? Sostenuto da due Cosacchi, acceso di sublime
+emulazione, osserva con occhio esperto i movimenti
+<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
+dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e al
+suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da
+ogni parte. Il vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e
+già sta vicino alla fossa. Ma perchè lampeggiano i
+suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si copre
+d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento
+lo fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il
+fumo del campo il suo nemico Mazeppa, e a quella
+vista orrenda maledice la sua vecchiezza imbelle....
+Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia,
+attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di
+parenti, di anziani, e di guardie.
+</p>
+
+<p>
+Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa
+rivolge la testa. Il fucile tuttora fuma tralle mani di
+Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito a morte,
+stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero
+cosperso di polvere e di spuma, sentendosi libero,
+fugge di carriera, e si perde nella rosseggiante campagna.
+Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno,
+colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa
+s’accosta al moribondo per interrogarlo, ma
+già ha spirato l’anima. Le sue pupille spente tuttora
+insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della
+Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora
+le sillabe adorate del nome di Maria.
+</p>
+
+<p>
+L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano;
+li Svedesi cedono. O glorioso istante! o glorioso miracolo!
+Facciamo un ultimo sforzo, e li Svedesi si
+danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le
+spade si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti
+coprono il piano in mucchi così spessi, come li sciami
+delle locuste nere.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
+</p>
+
+<p>
+Pietro dà un gran convito.&#8205;<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a> Raggiante di felicità
+e di gloria, egli siede all’alto della mensa. Arrivano
+in mezzo alle acclamazioni dei soldati tutti i generali
+russi e svedesi. Pietro accoglie con amorevolezza
+gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore
+dei suoi maestri nella grande arte della guerra.
+</p>
+
+<p>
+Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è
+il nostro più esimio maestro, quel reale dottor di guerra,
+cui Pietro ha finalmente superato e vinto? Dov’è
+Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia
+non fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non
+fu inviato al patibolo?
+</p>
+
+<p>
+Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a
+traverso le steppe tacite e nude. La sventura li ha
+congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo vicino infondono
+al monarca nuove forze. Egli oblia la sua
+profonda ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai
+Russi, e appena la caterva tumultuosa dei servi può
+tenergli dietro.
+</p>
+
+<p>
+Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando
+la vista intorno sul vasto orizzonte del deserto. Giungono
+ad una villa.... Perchè raccapriccia Mazeppa?
+Perchè passa sì rapido davanti a quella abitazione?
+Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta
+<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
+aperta verso il prato, gli richiamano alla mente
+qualche antico orribile evento? O profanatore d’ogni
+cosa sacra! Riconosci quella dimora altre volte sì
+gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu scherzavi a
+mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci
+l’umile asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto,
+nel quale rapisti la bella durante una oscurissima
+notte?.... Lo riconosci?
+</p>
+
+<p>
+Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono
+lungo le rive del ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi
+si adagiano sull’erba fralle rupi della sponda.
+Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si
+ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è
+inquieto; non può gustare un istante di riposo. Tutto
+a un tratto, una voce lo chiama nelle tenebre. Si
+riscuote, mira; vede una figura che si china sopra
+lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come
+sotto alla scure. Una donna coi capelli sparsi, cogli
+occhi fiammeggianti e cavi, magra, squallida,
+livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della
+luna.
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?...
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Piano, piano, amico! È poco che mio
+padre e mia madre sono andati a letto.... fermo....
+potrebbero udirci....
+</p>
+
+<p>
+<i>Mazeppa</i>. Maria! Misera Maria! Torna in te....
+Dio mio.... che hai?...
+</p>
+
+<p>
+<i>Maria</i>. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca
+favola hanno inventata! Essa mi ha detto in secreto
+che il mio povero padre è morto, e m’ha mostrato
+di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi
+alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma
+<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
+di lupo.... Essa voleva ingannarmi!... Come non si
+vergogna di straziarmi?... E perchè mi strazia? Affinchè
+io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?”
+</p>
+
+<p>
+Il suo amante la ode con immensa compassione.
+Frattanto Maria, trascinata dalla sconvolta fantasia,
+seguita a sragionare.
+</p>
+
+<p>
+“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza
+strepitosa, quella plebe, quelle due teste...
+Mia madre mi conduceva a quella festa... Ma dove
+stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando
+nell’orror della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si
+fa tardi.... Ah che folli pensieri mi assalgono.... Ti
+tenevo per un altro, buon vecchio.... Lasciami. L’occhio
+tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme....
+Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia
+e voluttà il suo linguaggio.... i suoi baffi son più
+candidi che neve, e i tuoi rosseggiano di sangue.”
+</p>
+
+<p>
+E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più
+agile d’una cervetta saltella, corre, e sparisce nella
+oscurità.
+</p>
+
+<p>
+L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color
+di porpora. I cosacchi accendevano il fuoco e facevan
+cuocere il riso. Le guardie menavano i cavalli
+all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su,
+Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.”
+Ma l’etmanno non dormiva. L’angoscia lo opprime
+e gli toglie il respiro. Sella in silenzio il suo
+corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo
+sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti
+per sempre.
+</p>
+
+<p>
+Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati
+alteri, imperiosi, violenti? Sparvero dalla faccia
+<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
+della terra; e con essi sparve ogni vestigio delle
+loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle
+loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti
+un monumento durevole al tuo nome, nell’impero
+del settentrione, da te creato e incivilito. In quella
+parte ove una lunga fila di molini alati circonda
+i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti
+mugghianti vagano tranquillamente intorno alle tombe
+degli eroi, vedonsi gli avanzi sparsi d’un tugurio;
+tre gradini del quale, mezzo sepolti nel suolo e
+ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo.
+Solo coi suoi servitori palatini, quel temerario
+guerriero sostenne fra quelle mura l’impeto dei battaglioni
+turchi, e arrese la spada come Mazeppa la
+clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il
+sepolcro dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente,
+una volta l’anno, l’eco della antica cattedrale
+ripete quel nome maledetto.
+</p>
+
+<p>
+Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono
+sotto la stessa lapida. La chiesa ha collocato le loro
+ossa fra quelle dei credenti e dei giusti. Tuttora vivono
+in Dicagne le alte querce piantate in loro onore
+dagli amici piangenti.
+</p>
+
+<p>
+In quanto a Maria.... La tradizione non parla di
+essa. Un velo impenetrabile copre i suoi patimenti,
+le sue sventure, la sua fine. Ma di quando in quando
+un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti
+alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa,
+cita per incidenza ai giovani cosacchi il nome
+della colpevole e infelice Maria.
+</p>
+
+<p class="pad2 center large">
+FINE.
+</p>
+
+<hr class="silver">
+
+<div class="somm">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="indice" href="#indfront">
+INDICE.</a></h2>
+
+<table class="indice">
+ <tr>
+ <td>Cenni intorno alla Vita di Alessandro Puschin</td> <td class="pag"><a href="#vita">Pag. <span class="smcap lowercase">VII</span></a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>Il Prigioniero del Caucaso</td> <td class="pag"><a href="#caucaso">1</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>Il Conte Nulin</td> <td class="pag"><a href="#nulin">21</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>Li Zingari</td> <td class="pag"><a href="#zingari">33</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>La Fontana di Bakcisarai</td> <td class="pag"><a href="#fontana">49</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>Eugenio Anieghin</td> <td class="pag"><a href="#eugenio">73</a></td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td>Pultava</td> <td class="pag"><a href="#pultava">203</a></td>
+ </tr>
+</table>
+
+<hr>
+</div>
+
+<div class="chapter">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
+</p>
+
+<p class="title">
+Errata-Corrige.
+</p>
+
+<table class="gener">
+ <tr>
+ <td class="center">Pag.</td> <td class="num">25,</td> <td class="center">lin.</td> <td class="num">1.</td> <td>attardato</td> <td class="center"><i>leggasi</i></td> <td>ritardato</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="center">»</td> <td class="num">131,</td> <td class="center">»</td> <td class="num">23.</td> <td>livore</td> <td class="center">—</td> <td>lepore</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="center">»</td> <td class="num">142,</td> <td class="center">»</td> <td class="num">32.</td> <td>cuore</td> <td class="center">—</td> <td>nome</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td class="center">»</td> <td class="num">153,</td> <td class="center">»</td> <td class="num">14.</td> <td>asse</td> <td class="center">—</td> <td>asso</td>
+ </tr>
+</table>
+<hr>
+
+</div>
+
+<div class="footnotes">
+
+<h2>
+NOTE:
+</h2>
+
+<div class="footnote" id="note1">
+<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&#160;&#160;</span>L’<i>s</i> che sussegue all’<i>u</i> deve pronunziarsi come l’<i>sc</i> in <i>scisso</i>.
+Non potendo rappresentare quella pronunzia esattamente, abbiamo
+scelto l’ortografia che meno se n’allontana. In Francese, si può scrivere
+il nome di Puschin come va pronunziato, cioè <i>Pouchkine</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note2">
+<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&#160;&#160;</span>Così si pronunzia e così va scritto e non già <i>czar</i>, come lo
+scrivono i giornali, sebbene tal maniera di scrivere quella voce sia condannata
+da tutti coloro che sanno un poco di russo.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note3">
+<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&#160;&#160;</span>Alessandro Puschin non è il solo esempio di uno scrittore
+mezzo moro: il romanziere Alessandro Dumas è figlio di un mulatto,
+e porta sulla fisionomia tutti i caratteri di quella razza.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note4">
+<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&#160;&#160;</span>Il celebre critico tedesco Federico Schlegel ha fatto un bellissimo
+parallelo fra l’<i>Ippolito Stefanoforo</i> di Euripide e la <i>Fedra</i> di
+Racine; rileva tutte le mende della tragedia francese e tutti i pregi
+della greca alla quale assegna la palma.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note5">
+<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&#160;&#160;</span>Cane che leggeva, ballava e tirava di spada.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note6">
+<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&#160;&#160;</span>Celebre cuoco di Luigi XIV. Il nome di Vatel si usa per antonomasia.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note7">
+<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&#160;&#160;</span>Vedi a pag. 163 di questo volume.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note8">
+<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&#160;&#160;</span>In russo <i>morosui</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note9">
+<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&#160;&#160;</span>In russo <i>rosui</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note10">
+<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&#160;&#160;</span>Un vol. di 32 pag. in-8.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note11">
+<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&#160;&#160;</span><i>Aúl</i> chiamano i Circassi i loro accampamenti o villaggi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note12">
+<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&#160;&#160;</span>Bevanda fatta d’acqua e di latte di cavalla agro.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note13">
+<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&#160;&#160;</span>Sorta di ferraiuolo di panno nero e di pelliccia.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note14">
+<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&#160;&#160;</span>Così chiamano i Circassi il vino.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note15">
+<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&#160;&#160;</span>Antico re e conquistatore tartaro.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note16">
+<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&#160;&#160;</span>V’è nei villaggi russi un ispettore che percorre le strade di notte
+picchiando sopra delle lastre di ferro.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note17">
+<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&#160;&#160;</span>Invito alla preghiera.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note18">
+<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&#160;&#160;</span>Il diavolo, dal greco διαβολος.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note19">
+<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&#160;&#160;</span>Cavaliere arabo.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note20">
+<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&#160;&#160;</span>Un infedele, un miscredente.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note21">
+<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&#160;&#160;</span>Nome dei re dei Tartari.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note22">
+<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&#160;&#160;</span>Sorta di monaco che fa voto di povertà.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note23">
+<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&#160;&#160;</span>È noto che i Musulmani hanno sempre in mano una corona,
+chiamata Cespì, che ha altrettanti grani quanti sono gli attributi
+dati dal profeta a Dio. Mentre scorrono quei grani ripassano in mente
+le qualità di Allah.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note24">
+<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&#160;&#160;</span>Questo nome si scrive <i>Onieghin</i>, ma si pronunzia <i>Anieghin</i>.
+L’abbiamo scritto come si pronunzia.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note25">
+<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&#160;&#160;</span>Titolo del primo poema composto da Puschin.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note26">
+<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&#160;&#160;</span>Questo capitolo fu scritto in Bessarabia, ove Puschin fu mandato
+per ordine superiore.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note27">
+<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&#160;&#160;</span>Cappello così denominato dal famoso fondatore della Bolivia.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note28">
+<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&#160;&#160;</span>Celebre orologiaro.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note29">
+<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&#160;&#160;</span>Vino dell’anno 1811 nel quale comparve la cometa di Giulio
+Cesare.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note30">
+<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&#160;&#160;</span>Pasticci rinomatissimi fatti di fegato di oche.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note31">
+<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&#160;&#160;</span>Attrice.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note32">
+<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&#160;&#160;</span>Poeta comico.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note33">
+<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&#160;&#160;</span>Poeta tragico.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note34">
+<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&#160;&#160;</span>Attrice.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note35">
+<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&#160;&#160;</span>Traduttore di Cornelio.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note36">
+<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&#160;&#160;</span>Direttore del ballo.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note37">
+<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&#160;&#160;</span>Ballerina.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note38">
+<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&#160;&#160;</span><i>Toelette</i> e <i>costume</i> sono francesismi legittimati dall’uso.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note39">
+<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&#160;&#160;</span>“Tout le monde sut qu’il mettait du blanc; et moi, qui n’en
+croyais rien, je commençai de le croire, non seulement par l’embellissement
+de son teint et pour avoir trouvé des tasses de blanc sur sa
+toilette, mais parce qu’entrant un matin dans sa chambre, je le trouvai
+brossant ses ongles avec une petite vergette faite exprès, ouvrage qu’il
+continua fièrement devant moi. Je jugeai qu’un homme qui passe
+deux heures tous les matins a brosser ses ongles, peut bien passer quelques
+instants à remplir de blanc les creux de sa peau.
+</p>
+
+<p class="indr">
+<i>Confessions</i> de Jean Jacques Rousseau, liv. <span class="smcap lowercase">VII</span>.
+</p>
+
+<p>
+Rousseau volendo riformare la società, incominciò dal vestiario.
+Così fecero tutti i grandi riformatori. Così fece Pietro il Grande in Russia
+nel secolo decimo settimo; così ha fatto, ai giorni nostri, il Sultano
+Mahmud in Turchia. Rousseau depose la perrucca; tutti i contemporanei
+l’imitarono, e colla perrucca deposero l’idee inerenti a quella, le
+idee barbare e stolte del medio evo. Così nacque il <i>costume</i> moderno
+che ebbe per cuna Parigi. Tutto il mondo accettò le mode di Parigi;
+tutti i popoli presero, per così dire, la livrea francese. E d’allora in poi
+tutti i popoli, <i>volens, nolens</i>, stanno sotto l’influenza francese. Ma l’unità
+di vestiario addurrà l’unità di misure, di moneta e di lingua.... dove ci
+fermeremo in tale strada? Forse tutti i popoli formeranno fra qualche
+secolo un sol popolo!... Puschin ha ben ragione di dare grande importanza
+alle cose di moda.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note40">
+<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&#160;&#160;</span><i>Le Suisse</i>, ossia introduttore, secondo l’uso di Francia. Così
+chiamato perchè i primi che adempirono quello officio erano Svizzeri,
+ma poi furono anche Francesi, come per esempio Petit-Jean, il quale
+dice nei <i>Plaideurs</i> di Racine:
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Il m’avait fait venir d’Amiens pour être <i>Suisse</i>.</p>
+<p class="i10"> Atto I, Sc. I.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note41">
+<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&#160;&#160;</span>Guardie particolari dell’imperatore.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note42">
+<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&#160;&#160;</span><i>Aggomitare</i> non si trova nei vocabolari, ma essendo necessario
+si può usare.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note43">
+<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&#160;&#160;</span>Allusione a certi versi scritti dal poeta Muravieff.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note44">
+<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&#160;&#160;</span>Lord Byron, che abitò molto Venezia e vi compose un canto di
+<i>Childe Harold</i>, la tragedia dei <i>Due Foscari</i>, e altri poemi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note45">
+<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&#160;&#160;</span>Puschin era allora in Odessa.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note46">
+<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&#160;&#160;</span>Dicemmo nella Biografia che Puschin dal lato di sua madre
+discendeva da un negro africano.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note47">
+<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&#160;&#160;</span>Nel <i>Prigioniero del Caucaso</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note48">
+<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&#160;&#160;</span>Nella <i>Fontana di Bakcisarai</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note49">
+<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&#160;&#160;</span>“<i>Il n’y a que les sots qui s’ennuient</i>” dice Beaumarchais
+(<i>Barbier de Séville</i>, atto I, scena II), e ha ragione. Puschin vuol significare
+che la scioperatezza genera la noia, e che i <i>dandy</i> si annoiano
+perchè sono scioperati. Ma perchè scioperati? Perchè stolti.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note50">
+<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&#160;&#160;</span>In russo <i>barsccinu</i>, in francese <i>corvée</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note51">
+<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&#160;&#160;</span>Cioè che per educazione è francese o tedesco.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note52">
+<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&#160;&#160;</span>Primo verso d’un canto popolare russo.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note53">
+<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&#160;&#160;</span>Nella cerimonia del matrimonio, secondo il rito greco, si mette
+una corona di fiori sul capo degli sposi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note54">
+<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&#160;&#160;</span>Nome in uso nelle classi popolari soltanto.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note55">
+<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&#160;&#160;</span>È uso in Russia di tagliare parte dei capelli ai giovinotti che
+devono arruolarsi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note56">
+<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&#160;&#160;</span>Cioè secondo la pronunzia viziosa di molti francesi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note57">
+<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&#160;&#160;</span>Bevanda fermentata che bevono le povere genti.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note58">
+<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&#160;&#160;</span>I beccamorti scavando una fossa (nel quarto atto dell’Amleto di
+Shakespeare) ravvisano il cranio d’un buffone del re chiamato Yorick.
+Amleto piange sopra di esso perchè l’aveva veduto in vita rallegrare con
+le sue celie i conviti del re, ed esclama: <i>Poor Yorick!</i></p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note59">
+<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&#160;&#160;</span>Luogo famoso per una battaglia fra i Russi e i Turchi nella quale
+questi ebbero la peggio.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note60">
+<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&#160;&#160;</span>Svetlana è una fata rinomata per la sua bianchezza e per la sua
+potenza.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note61">
+<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&#160;&#160;</span><i>Giulia Volmare</i> nella <i>Nuova Eloisa</i> di G. G. Rousseau; <i>Malec
+Adel</i>, romanzo di Madama Cottin; <i>Gustavo de Linard</i>, romanzo di
+Madama di Krudner, la celebre amica di Alessandro I e istigatrice
+della Santa Alleanza.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note62">
+<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&#160;&#160;</span><i>Delfina</i>, romanzo di Madama di Stäel.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note63">
+<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&#160;&#160;</span><i>Il Vampiro</i>, romanzo del Polidori, medico di Lord Byron;
+<i>Melmoth</i>, di Mathurin; <i>Giovanni Sbogar</i>, di Carlo Nodier.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note64">
+<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&#160;&#160;</span>Imitazione della famosa ode di Saffo, il cui senso è questo:
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Agli immortali Dei simil mi sembra</p>
+<p class="i01">L’avventuroso che ti siede a lato,</p>
+<p class="i01">E a sè vicino ode suonar la tua</p>
+<p class="i09"> Voce soave,</p>
+<p class="i01">E il tuo soave riso. A me nel seno</p>
+<p class="i01">Quando m’appari, il cuor ferve e rimbalza;</p>
+<p class="i01">E il labro ansante, quando ti rimiro,</p>
+<p class="i09"> Non trova accento.</p>
+<p class="i01">Muta è la lingua e come rotta. Fiamma</p>
+<p class="i01">Sottil mi corre su per ogni vena;</p>
+<p class="i01">Fugge la luce dalle mie pupille,</p>
+<p class="i09"> Ronzan gli orecchi.</p>
+<p class="i01">Freddo sudor m’inonda tutta; un brivido</p>
+<p class="i01">Tutta m’invade; qual recisa pianta</p>
+<p class="i01">Mi discoloro, e, come s’io morissi,</p>
+<p class="i09"> Perdo il respiro.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note65">
+<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&#160;&#160;</span>Giornale morale e seccante.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note66">
+<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&#160;&#160;</span>Poeta anacreontico.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note67">
+<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&#160;&#160;</span>Poeta elegiaco francese.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note68">
+<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&#160;&#160;</span><i>Freischuetz</i>, è il capo lavoro del gran componista Maria Weber.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note69">
+<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&#160;&#160;</span>Macchina che serve a scaldar l’acqua per il tè. <i>Samovar</i> significa
+<i>che bolle da sè</i>, αὺτοζἐων.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note70">
+<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&#160;&#160;</span>Il seduttore di <i>Clarissa Harlowe</i> in un romanzo di Richardson.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note71">
+<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&#160;&#160;</span>Questo pensiero pare tolto da un distico trovato scritto sopra
+un muro dei pozzi di Venezia:
+</p>
+
+<div class="poem"><div class="stanza">
+<p class="i01">Da chi mi fido mi guardi Dio,</p>
+<p class="i01">Di chi non mi fido mi guarderò io.</p>
+</div></div>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note72">
+<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&#160;&#160;</span>Gallicismo inevitabile.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note73">
+<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&#160;&#160;</span>Pensiero antico quanto i mondi e che Puschin esprime esattamente
+nelli stessi termini del <i>Viscardello</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note74">
+<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&#160;&#160;</span>Altro gallicismo necessario.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note75">
+<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&#160;&#160;</span>Poeta lirico, amico di Puschin.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note76">
+<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&#160;&#160;</span>Personaggio del <i>Corsaro</i> di Lord Byron. Ognun sa che Lord
+Byron volle attraversare a nuoto lo stretto dei Dardanelli, ad imitazione
+di Leandro che lo varcava per andar da Ero.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note77">
+<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&#160;&#160;</span>In russo <i>luccinca</i> che è propriamente un pezzetto di legno che
+serve ai contadini di candela.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note78">
+<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&#160;&#160;</span>Famoso pubblicista.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note79">
+<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&#160;&#160;</span>Equipaggio con <i>tre</i> cavalli. <i>Tri</i>, tre.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note80">
+<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&#160;&#160;</span>Che fabbricano il miglior vino di Sciampagna.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note81">
+<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&#160;&#160;</span>Vino d’Ungheria.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note82">
+<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&#160;&#160;</span>Autore tedesco la cui famiglia era oriunda francese. Scrisse molti
+romanzi d’argomento domestico.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note83">
+<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&#160;&#160;</span>Bisogna sapere che non essendovi in Russia buone strade maestre,
+le communicazioni sono mercè della neve più facili d’inverno
+che di primavera e d’estate.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note84">
+<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&#160;&#160;</span>Sorta di carrozza.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note85">
+<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&#160;&#160;</span>La <i>Prima neve</i>, poema del Principe Viasemschi celebre poeta
+tuttora vivente.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note86">
+<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&#160;&#160;</span>In un’ode di Baratinschi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note87">
+<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&#160;&#160;</span>Pratiche superstiziose usate dal popol russo per conoscere il
+futuro.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note88">
+<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&#160;&#160;</span>Questo è il modo che adoperano le ragazze superstiziose per
+sapere il cuore del loro futuro sposo.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note89">
+<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&#160;&#160;</span>Poema russo nel genere classico, cioè noioso.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note90">
+<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&#160;&#160;</span>Allusione ad una satira scritta da uno zio di Puschin e intitolata
+<i>Il vicinante pericoloso</i>. Il nome di questo personaggio ridicolo
+è appunto Buianoff e il poeta lo rappresenta come qui lo vediamo.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note91">
+<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&#160;&#160;</span>Vino di Crimea.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note92">
+<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&#160;&#160;</span>Cioè le tavole da gioco.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note93">
+<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&#160;&#160;</span>Versta, distanza di cinquecento tese ossia di tremila piedi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note94">
+<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&#160;&#160;</span><i>Sagena</i>, tesa (6 piedi).</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note95">
+<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&#160;&#160;</span>Celebre trattore del <i>Palais royal</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note96">
+<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&#160;&#160;</span>Celebre fabbricante d’armi in Parigi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note97">
+<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&#160;&#160;</span>Chiedo venia al lettore per questa espressione poco italiana. È
+forza ch’io l’adoperi per significare ciò che i russi chiamano <i>metstatel</i>,
+i tedeschi <i>schwaermer</i>, i francesi <i>rêveur</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note98">
+<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&#160;&#160;</span>Altra espressione che puzza di francesismo. Ma è d’uso sì comune
+che non mi fo scrupolo di adoprarla.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note99">
+<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&#160;&#160;</span>Autore di opere economiche.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note100">
+<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&#160;&#160;</span>Specie di tavola reale.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note101">
+<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&#160;&#160;</span>Le verste sono segnate da un palo altissimo; e siccome le verste
+sono corte, a ogni momento, andando presto, se ne vede uno.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note102">
+<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&#160;&#160;</span>Stava facendo la calzetta secondo l’uso delle provincie.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note103">
+<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&#160;&#160;</span>Imitazione dell’esordio della prima Olimpiade di Pindaro.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note104">
+<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&#160;&#160;</span>Celebre lirico russo, di cui parlammo nella Biografia di Puschin.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note105">
+<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&#160;&#160;</span>Principale personaggio d’una ballata di Burger. Leonora non può
+darsi pace della morte dell’amante; l’ombra di questi viene a prenderla
+a cavallo e la porta seco in inferno.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note106">
+<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&#160;&#160;</span>Perdonino i puristi questo neologismo.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note107">
+<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&#160;&#160;</span>Vuole dire che il <i>vulgar</i> è frequente nella società russa.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note108">
+<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&#160;&#160;</span>Mi rincresce assai di adoperare tante voci francesi; ma non si
+può fare altrimenti quando si descrivono i costumi dell’alta società.
+Mi rincora il pensare che quasi tutti i termini francesi o i gallicismi
+da me innestati in questa traduzione sono consecrati dall’uso e suonano
+giornalmente sulle labbra delle persone bennate.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note109">
+<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&#160;&#160;</span>Disegnatore francese.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note110">
+<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&#160;&#160;</span>Nelle case russe sono sempre doppie le porte e le finestre.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note111">
+<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&#160;&#160;</span>Filosofo tedesco, autore delle <i>Idee sull’umanità</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note112">
+<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&#160;&#160;</span>Filosofo e novelliere francese.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note113">
+<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&#160;&#160;</span>Fisiologista francese, autore del libro <i>Della vita e della morte</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note114">
+<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&#160;&#160;</span>Medico francese, autore del libro sull’<i>Onanismo</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note115">
+<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&#160;&#160;</span>Filosofo francese, autore d’un dizionario critico dal quale Voltaire
+trasse i suoi più validi argomenti.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note116">
+<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&#160;&#160;</span>Filosofo francese, autore del libro sulla <i>Pluralità dei mondi</i>,
+primo tentativo fatto in Europa per rendere la scienza accessibile a tutte
+le intelligenze.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note117">
+<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&#160;&#160;</span>Poeta persiano, autore del <i>Gulistan</i> (giardino delle rose) e di
+altri poemi celebri.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note118">
+<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&#160;&#160;</span><i>Hetmann</i> o <i>ataman</i> chiamano i Cosacchi il loro comandante.
+<i>Het-man</i> vien dal tedesco <i>hauptmann</i>, capitano.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note119">
+<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&#160;&#160;</span>Coda di cavallo che serve d’insegna.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note120">
+<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&#160;&#160;</span>Distintivo dell’etmanno.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note121">
+<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&#160;&#160;</span>Tutti nemici dei Russi. Samoiloff fu bandito in Siberia, e
+Gardienco fu decapitato per ordine di Pietro I.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note122">
+<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&#160;&#160;</span>Venti mila soldati della Piccola Russia erano stati mandati in
+Finlandia da Mazeppa.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note123">
+<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&#160;&#160;</span>Zalenschi, sbandito dalla patria, divenne il primario agente di
+Mazeppa.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note124">
+<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&#160;&#160;</span>Orlic, stato secretario di Mazeppa, fu fatto, dopo la morte di
+questo, etmanno della Piccola Russia da Carlo XII. Quando Carlo fu
+sconfitto, Orlic si ritirò in Turchia, abbracciò la religione islamitica,
+e morì a Bender nel 1726.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note125">
+<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&#160;&#160;</span><i>Boiar</i> significa propriamente guerriero; divenne poi sinonimo
+di nobile.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note126">
+<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&#160;&#160;</span>Due boiari di Mosca parteggiavano per Mazeppa. Furono orribilmente
+castigati.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note127">
+<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&#160;&#160;</span>Una delle chiese di Chieff.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note128">
+<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&#160;&#160;</span>Ceccel combatte l’esercito di Mencicoff.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note129">
+<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&#160;&#160;</span>Ciò fece Carlo in Dresda, dal re Augusto. Vedi Voltaire, <i>Histoire
+de Charles XII</i>.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note130">
+<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&#160;&#160;</span>“Una bomba!” sclamò il secretario di Carlo. — “Ebbene, ripigliò
+il re, che hanno le bombe che fare colla lettera ch’io ti detto?” Ma ciò
+successe più tardi.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note131">
+<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&#160;&#160;</span>Carlo visitando di notte li accampamenti russi s’accostò a un
+crocchio di cosacchi seduti intorno a un fuoco. Sparò il suo schioppo
+e ne ferì uno. I cosacchi risposero con tre colpi, uno dei quali ferì Carlo
+alla gamba.</p>
+</div>
+
+<div class="footnote" id="note132">
+<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&#160;&#160;</span>L’empereur moscovite, pénétré d’une joie qu’il ne se mettait
+pas en peine de dissimuler, recevait sur le champ de bataille les prisonniers
+qu’on lui amenait en foule, et demandait à tout moment: “Où
+est donc mon frère Charles?...” Alors, prenant un verre de vin: “A la
+santé,” dit-il, “de mes maîtres dans l’art de la guerre!” Renschild lui
+demanda qui étaient ceux qu’il honorait d’un si beau titre. “Vous, Messieurs
+les généraux suédois,” reprit le Tsar. “Votre Majesté est donc
+bien ingrate,” reprit le comte, “d’avoir tant maltraité ses maîtres.”
+</p>
+
+<p class="indr">
+Voltaire, <i>Histoire de Charles XII</i>.
+</p>
+</div>
+</div>
+
+<div class="tnote">
+<p class="tntitle">
+Nota del Trascrittore
+</p>
+
+<p>
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
+minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
+pag. 244 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.
+</p>
+
+<p>
+Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
+</p>
+</div>
+
+<div style='text-align:center'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77714 ***</div>
+</body>
+</html>
diff --git a/77714-h/images/cover.jpg b/77714-h/images/cover.jpg
new file mode 100755
index 0000000..f12b25a
--- /dev/null
+++ b/77714-h/images/cover.jpg
Binary files differ
diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt
new file mode 100644
index 0000000..6c72794
--- /dev/null
+++ b/LICENSE.txt
@@ -0,0 +1,11 @@
+This book, including all associated images, markup, improvements,
+metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be
+in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES.
+
+Procedures for determining public domain status are described in
+the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org.
+
+No investigation has been made concerning possible copyrights in
+jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize
+this eBook outside of the United States should confirm copyright
+status under the laws that apply to them.
diff --git a/README.md b/README.md
new file mode 100644
index 0000000..50741d7
--- /dev/null
+++ b/README.md
@@ -0,0 +1,2 @@
+Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for eBook #77714
+(https://www.gutenberg.org/ebooks/77714)