diff options
Diffstat (limited to '76652-0.txt')
| -rw-r--r-- | 76652-0.txt | 13692 |
1 files changed, 13692 insertions, 0 deletions
diff --git a/76652-0.txt b/76652-0.txt new file mode 100644 index 0000000..b18abcf --- /dev/null +++ b/76652-0.txt @@ -0,0 +1,13692 @@ + +*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 76652 *** + + + C. AUGUSTO VECCHJ. + + + POMPEI. + + + SECONDA EDIZIONE, + RIVEDUTA E AMPLIATA DALL’AUTORE. + + + + FIRENZE. + SUCCESSORI LE MONNIER. + 1868. + + + + + Proprietà letteraria. + + + + + [Illustrazione: DIS MANIBUS POMPEIANORUM] + + + + +DUE PAROLE SU QUESTA SECONDA EDIZIONE. + + +È nel mondo una nobile e poetica scienza, la quale risveglia i morti +— strappa dalle loro ossa i secolari lenzuoli — gli aiuta ad escir +dai sepolcri — e, rimpolpati e rifatti, gli veste graziosamente dei +loro pepli, delle loro tuniche, delle loro stole, delle loro clamidi +leggere. Nè ancor paga, cotesta fata benefica raccoglie nel vasto +carnaio una infinità di oggetti svariati e belli, coperti dalla polvere +dell’obblio, e gli restituisce a quelli che un giorno li maneggiarono. +Quindi, sorretta dal suo fine criterio e dai consigli di una illustre +sorella, rifà vivi uomini e cose dinanzi alla riscossa e curiosa +fantasia. + +Le due parenti — l’Archeologia e la Storia — a me soccorsero nell’arduo +tentativo di questo nuovo genere di letteratura italiana che per la +seconda volta offro ai lettori. Le iscrizioni graffite e i ruderi +eloquenti operarono il resto. + +Le varie epoche dei racconti sono istoriche. Istorici i nomi di quei +che parlano e agiscono, possibilmente e quasi sempre collocati sulla +scena che loro fu propria. Molte frasi ch’escono da quelle bocche le +deciferai sulle pareti, mute per dieciotto secoli. + +Ho abitato, dì e notte, per cinque mesi continovi la città dei morti. +Ed i morti risposero alle mie premurose e studiate evocazioni. + +Al pari degli antichi artisti di sangue pelasgo-italiota non lavorai +pei ricchi o per piacere ai potenti, sì, pel Dio unico, per la Libertà, +per la Patria. + + _Di Pompei, ai 25 marzo 1865_ + + C. AUG. VECCHJ. + + + + +I TEMPLI. + +SCENE RELIGIOSE IN POMPEI. + +=Anni di Roma 673 — Anni avanti il Cristo 81.= + + + AL MINISTRO DEI CULTI IN ITALIA + + GIUSEPPE PISANELLI. + + I. + + +La notte volge alla metà del suo corso. Erano gli ultimi giorni di +febbraio. Soffiava lo scirocco, uno di quei venti caldi ed umidi che +sopraccaricano il corpo di fatica e l’anima di eccitazione. — Sul +firmamento non una stella. — Al basso udivasi il fragore monotono e +cupo che fa il mare agitato rompendosi con impeto sugli scogli e sui +ciottoli rotondati. Anche la terra sembrava sprofondata nella tristezza +temporanea di quelle regioni scosse e rimbalzanti sovente dai gassi +sotterranei dell’igne eterno. — Genti meno preoccupate di quelle cui +si parava dinanzi un simile quadro non avrebbero potuto non esserne +impensierite. + +Due uomini camminavano l’uno accanto dell’altro. Non parlavano. Esciti +dalla porta occidentale che menava ad Herculanum, costeggiarono le +mura a dritta sulla via per cui si andava a Sarnus, senza traversare +Pompei. E non le lasciarono che nello avviarsi per una strada male +incassata che menava sulla collina. In una rivolta, uno di essi battè +il ferro sur un pezzo di silice, bruciò un poco di amianto inzolfato +sull’esca ed accese una lanterna di bronzo senza coperchio. Egli era +vestito di una trabea di porpora con fasce di scarlatto. — I capelli +già grigi lasciavano scoperta la sua energica fronte, illuminata da un +occhio solo. Ma quell’unico, e le labbra sottili, e il naso aquilino, +e la fredda impassibilità del viso accentuato, facevano chiara, in un +destro osservatore, la furberia della mente e la impudenza del cuore. +— L’altro era un uomo in sui cinquant’anni: di quegli esseri dalle +gote infossate e di colore olivastro, dallo sguardo ora spento, ora +eccitato, a seconda della passione unica che or desta consolazioni, +ora dubbi, ora timori. Aveva sul capo un piccolo berretto di lana +bianca, ed uno scuro mantello coprivagli la persona. Poco sensibile +al disonore e alla infamia, tutti i mezzi gli erano sembrati onesti +per formarsi un peculio e riscattare la sua libertà: prostituzione, +ladronecci, complicità alle abbominazioni del padrone, usure. Egli +chiamavasi Pothus. — Ma siccome era stato schiavo di M. Plazio, +rimase pur schiavo dell’uso, che voleva il nome dello antico padrone +precedesse il suo proprio. Laonde nel sigillo con cui marcava ogni sua +cosa era scritto: PLATIUS POTHVS. — Esercitava la mercatura. Vendeva +stoffe che faceva venire di Taranto e dall’Oriente. Egli riceveva merci +dalle città commercianti della Campania, e specialmente da Nola, da +Acerra e da Nocera, e le spediva lontano. — Ora a lui premeva, pria di +spedire un grosso carico in Egitto, saperne la fortuna, interrogandone +un aruspice. Erasi pertanto indirizzato a Taranis, e questi gli aveva +indicato l’ora ed il luogo nel _pomærium_, sopra un posto elevato, per +cercare gli auspicii. + +Cotesta geldra d’impostori non apparteneva a nessun collegio dei +sacerdoti latini, nè ad alcuna gerarchia religiosa. La impudenza gli +aveva cacciati innanzi. La stupidezza gli aveva accolti. Lo interesse +pauroso li carezzava. — Essi avevano doppie funzioni: predicevano +lo avvenire studiando gli avvenimenti anteriori od i fenomeni, o ne +chiedevano la rivelazione alle viscere delle vittime. Oltre a ciò +spandevano nel volgo le novelle più strane ed incredibili... e forse +per ciò credute. Furono gli aruspici che inventarono i sacrifizi +umani — e la frottola delle pioggie di latte, di sangue e di mattoni +cotti — e le statue degli Dei che sudavano — e le lagrime sgorgate +dagli occhi di Vesta — e le case cangianti di posto — e un lupo che +sguaina una daga — e un bue che parla — e i galli divenuti galline +e le galline galli — e il cielo macchiato di sangue — e la luna +triplice nel firmamento — e il sole apparso di notte — e le torce +ardenti traversanti lo spazio — ed altre fandonie da mercato a queste +simiglianti. — Essi venivano dall’Etruria ed erano ricerchi come quelli +che sapevano l’arte della osservazione, della interpretazione e della +congiurazione. + +E il popolo li pagava e li teneva grassi e gaudenti. — Ma quando +incontravansi e si narravano a vicenda le cose occorse e la bestialità +del popolo che credeva alle loro menzogne, e la doppiezza dei +magistrati che fingevano di prestar fede alle loro predizioni, e la +ipocrisia dei generali che facevan loro sparare i polli per sapere pria +di rompere sull’inimico le sorti della battaglia, e’ si sbellicavano +dalle risa e scherzavano sull’Olimpo che essi ed i sacerdoti di ogni +culto avevano popolato colle incarnazioni di tutti i bisogni della +terra, e propiziavano alla umana paura che non si stancherebbe mai di +offerire il grosso contingente alla malizia degl’impostori — cangino +pur essi il nome col succedersi dei secoli. + +I due erano giunti là dove volevano. Sotto i loro piedi posava il +sobborgo Felice colla doppia fila di sepolcreti. — Taranis fece sedere +lo affrancato sopra una pietra colla faccia rivolta al mare — cioè +a mezzodì — ed egli rimase in piedi a sinistra colla testa coperta. +L’impostore diresse una preghiera agli dei che insultava cogli atti, si +girò verso l’Oriente e col _lituus_ — piccolo bastone senza nodi, dalla +punta ricurva — divise il cielo in diverse regioni — che addimandavansi +_templa_ nel gergo di quei ghiottoni — e fissò un punto lontano dove +l’occhio giungeva. — Quindi, passato il bastone augurale nella mano +manca, posò la destra sul capo del liberto di Plazio, sempre velato. — +E, + +— _Jupiter pater, si est fas_, se il destino permette che cotesto +Plazio Pothus, di cui tocco la testa, abbia fortuna nel commercio che +imprende, invia a noi segni certi della tua volontà _inter eos fines +quos feci_, nei templi che ho tracciato nell’orizzonte. — + +Nel firmamento alcun segno. — Lo scirocco aveva annuvolato il cielo, e +perciò nessuna stella brillava per poter dire a quel gianfrullone nello +scoprirgli gli occhi: + +— Guarda! In quell’astro sta il lieto destino che il padre della natura +ti annuncia per mezzo del suo umile servo. — + +Ambidue stettero alcun tempo nella più completa immobilità. Quindi +l’aruspice brontolò, crollando il capo: + +— Nulla!... Almeno avessimo portato gli _oscines_ od i _præpetes_, gli +uccelli che dicono col volo, col becco o col canto. A domani..... o, se +vuoi, ora, in tua casa. + +— Andiamo — + +ripetè l’altro, levandosi e gittando un grosso sospiro: + +— E sapremo dai polli quello che il sommo Giove non volle +annunciarci. — + +Discesero. — Passarono a fianco di una tomba isolata; e, + +— Sono Taranis, di Volaterra, in Etruria. — + +E mostrò il lituo al soldato che, escito dalla _ædicula_ a diritta +presso la porta della città, veniva loro incontro per sapere chi +fossero. + +Entrati nella via Domizia, si fermarono in faccia alla cisterna +pubblica, destinata a supplire alle fontane quando per soverchio di +siccità l’acqua mancasse. + +E salito l’opposto margine, entrarono nella casa, costruita sulle +antiche mura e declinantesi per via di terrazzi sino al mare. +Traversarono l’atrio, discesero una scala, ed eccoli in una stanza +inferiore illuminata da due lampade di bronzo. Uno schiavo vegliante +aveva ricevuto un ordine. — La voce stridente dei polli, sorpresi nel +sonno, chiarì quale ei si fosse. — La gabbia fu posata sul mosaico. Il +prete etrusco le pose dinanzi l’_offa pultis_, sminuzzando la pasta +nella mangiatoia. Da principio i gallinacei parea rifiutassero la +offerta. — Erano impauriti, agitati e guardavano i lumi. Ma quando si +avvidero del perchè erano stati svegliati, si gettarono furiosi su quei +pezzi di carne, di farina e di cacio, facendo tripudio. + +— _Pascuntur_. — Lieto augurio. — _Tripudium solistimum_. Le ali si +aprono con giubilo. Tu ottenesti lieto presagio..... Ma se tu vuoi +l’_animalis hostia_, io son pronto a leggere la predizione sulla +vittima immolata. — Consenti a pagare la offerta agli Dei? — + +L’altro estrasse dal seno una borsa di pelle e l’aperse. E l’aruspice +— che dalla fisonomia, dalle parole e dagli atti potrebbe facilmente +parere un nostro contemporaneo — gittatovi sopra l’avido sguardo e la +mano, contò. + +— Cinquanta.... centoventi e cinque — cento venticinque danari +— _Medium sestertium_. — Sta bene. — Gli è quel che ci vuole per +allontanare il _prodigium_, cioè lo avvenimento sinistro. — + +E tratto un coltello vittimario, tolse la vita ad un pollo e lo sparò. +Strappò dal corpo il cuor palpitante, il fegato, il polmone ed il +fiele; e postili sulla tavola, disse: + +— Ecco dinanzi ai tuoi occhi _pars inimici et pars familiaris_ — +quella che concerne coloro che possono contrariare i tuoi commerci e +quella che te risguarda.... — Oh! il fegato ha due lobi. — È eccellente +presagio. — Anzi, vedi, si ripiega in dentro a partire dal basso della +fibra. Ciò vuol dinotare grandezza e felicità. — Il cuore spande sangue +vermiglio. Il grasso è sulla punta dei visceri — Le vene, nè livide, nè +tese. — Fa partire le navi; chè i venti lor saranno propizi. — + +Pothus a quei nunci rideva convulsivamente e stringeva i pugni quasi vi +avesse afferrato i grossi lucri predetti da quell’impostore. Il quale, +tracannato d’un fiato un grosso calice di _merum vetus_ che il mercante +volle mescergli da una piccola anfora, strinse la mano al gaglioffo, e, +salito al piano superiore, partì. + +I sacerdoti non mai satolli, collo esagerare il sentimento religioso +— che è uno istinto della umanità — o collo intenderlo malamente, +spinsero i timorati a passar la giornata in preghiere ed in sacrifici +per ottenere che i loro figliuoli loro sopravvivessero — _superstites +essent_. — Onde questi furono chiamati superstiziosi; e quelli +decaddero prima dalla stima dei filosofi e poi dalla credulità del +popolo che leggeva nei loro vizi la inutile loro missione, nelle +loro parole la mala fede, nei loro atti il mendacio. Da principio +la vittima offerta era intera bruciata sull’ara del nume; ed il +mele ed i vini squisiti crepitavano sulle brage. — Ma i ghiottoni e +gli avari cominciarono a farsi casuisti. E pensarono che — gl’Iddii +respirando solamente l’odore delle vittime — bastava farne rosolar +dalle fiamme la testa ed i piedi — _pars Deorum_ — e serbare le parti +delicate e carnose al festino dei loro triclini, le quali chiamarono +_polluctum_ dal verbo _pollucere_ che significa consacrare. Più tardi +— incoraggiati dalla stupidezza degli uomini che guardavano e non +vedevano — propagarono la novella, aver ottenuto da Giove che la parte +degli Dei sarebbero le ossa. E le carni devolute ai sacerdoti. — E +quando erano esuberanti, le mandarono ai questori del tesoro che le +facevano vendere a profitto dello erario. Fattisi ricchi e delicati, +non vollero più insudiciarsi nel sangue come beccai, e tolsero a loro +servigio i _popes_, vittimari che compirono la loro bisogna. E una +parte del _polluctum_ la dispensarono alle amiche devote — che ai +nostri tempi vestono da monache o in abito pinzochero — e l’altra più +grossolana ai loro sacrestani che la vendevano ai tavernai. + +Avanti di uccidere l’animale, il sacerdote gli gittava sul capo un +pizzico di farina mescolata col sale. — Se la bestia non si ritraeva +impaurita, dichiaravasi acconcia al sacrificio. — Comprendesi +facilmente che la spaventavano se la fosse magra e non di loro gusto. +— La ceremonia dicevasi _immolatio_ da _mola_, la pietra conforme +con cui macinavasi il grano, il più stimabile dei beni. Ed il sale +impiegavasi nel rito come simbolo della purezza dell’anima. Le +libazioni le facevano col vino di una vigna potata. — E pur domandavano +all’offerente se il fulmine fosse mai caduto nella cantina od un uomo +appiccatosi sul ramo di un albero vicino. + +Il primo omaggio di vino o d’incenso era propiziato a Giano, il +portiere del cielo, affinchè facesse giungere la preghiera a quello +fra gli Dei che volevasi invocare. Il vino si versava con un simpulo +a goccia a goccia sul fuoco; e l’olio ad onde perchè ardesse senza far +puzzo. + +Gl’Iddii maggiori erano dodici. — Giove, il re dell’Olimpo, cui +sacrificavasi il bue bianco o maculato. — Giunone, sorella e moglie +sua, cui s’immolava una vacca. — A Minerva lo stesso animale. E a +queste sole vittime si doravano le corna. — Vesta, la Deessa del fuoco +eterno, dovevasi contentare del sacrificio bene involontario che sei +donne le facevano della loro verginità; sterile come la natura del +fuoco che alimentavano continuo sull’ara; il quale era emanazione +celeste, perchè ogni anno alle calende di marzo lo si faceva accendere +dal sole col mezzo di un vaso metallico concavo, di forma conica +rettangola. Quelle misere erano le guardiane degli Dei particolari del +popolo romano e sopratutto del Palladio, da cui dipendevano le sorti +liete della grande Repubblica. — A Cerere, Dea delle biade, si uccideva +una scrofa, perchè distruggitrice delle mietiture. — Nettuno, Dio del +mare — Apollo, della musica, della poesia e della medicina — e Marte, +della guerra, erano i soli cui potesse offerirsi un toro bianco. — +A Venere, la Iddia dell’amore e della bellezza, si davano colombe. — +Mercurio, Dio della eloquenza e del commercio, prendeva tutto. — Diana, +Dea della caccia e delle Foreste, facevasi contenta col dono di una +cerva. — Plutone, lo affummicato rettore del Tartaro, chiedeva capri, +becchi e tori neri. — Queste dodici divinità erano chiamate consentes, +perchè formavano il consiglio supremo del Fato, potenza costituzionale +dai poteri limitati e corretti dalle varie passioni umane che +s’indiavano attorno al suo trono temuto. + +Lo appetito viene mangiando. — Laonde gli uomini antichi non si +tennero beati e soddisfatti di un re e del suo ministero. Vollero +altresì il corpo legislativo, composto dapprima dagli Dei scelti, +come Saturno, che rappresentò il tempo; — Giano, l’annata; Rea, la +Deessa della terra; — Bacco, il Dio del vino; — Vulcano, del fuoco; — +Febo, dell’astro vivificatore; — la Luna, la patrona degli amanti; — +e il Genio, che presiedeva alle opere degli umani. — Quindi spedirono +al parlamento i piccoli Dii, cioè: i semones, gli uomini deificati — +Ercole; Castore e Polluce; Enea; Romolo; Pane; Fauno; Silvano; Palete, +Iddia del gregge; Vertunno, delle stagioni; Pomona, dei giardini e dei +prati; Flora, dei fiori; Termine, dei termini; Robigo, della ruggine; +Fascino, dei sortilegi; Averrunco, che allontana le calamità; Vacuna, +patrona degl’infingardi e del riposo; Laverna, dei ladri; Mefite, del +puzzo; Cloacina, dei luoghi immondi; Imene, del matrimonio. — Tutte +le ninfe dei boschi, delle fontane, delle montagne, dei fiumi, del +mare partirono anch’esse. Nè i giudici dello inferno le lasciarono +andar sole; e tanto più che le videro accompagnate dalla Pietà, dal +Pudore, dalla Fede, e.... dalla Speranza. La Febbre corse lor dietro. +— E le madri impaurite pei cari figliuoli, elessero, senza bisogno +di ballottaggio, Vitunno che ministra ad essi il soffio della vita; +— Sentino, che dà il sentimento; — Presa e Postverta, che gli mette +in buona postura nell’utero; — Ops li soccorre; — Vaticano loro apre +la bocca e li fa vagire; — Rumina che gl’inspira a suggere il latte +dal seno materno; — Potina gli consiglia a bere; — Educa, a mangiare; +— Cunina veglia presso la culla; — Ageronia è attenta a tutti i loro +movimenti. — Nè questi bastando al genio affettuoso delle madri, esse +ne nominarono altri per acclamazione. E furono Juventas che accompagna +il figliuolo già grande; — Barbato, che gli adorna il mento di peli; +— Stimula, che il punzecchia di desiderii; — Volupia, necessaria +alla generazione; — Numeria, gli dà la scienza dei numeri; — Camena, +gl’insegna il canto; — Strenua, lo rende un eroe; — Consus, gl’inspira +nobili consigli; — e Jugatinus presiede al suo matrimonio. + +Quando i sacerdoti si avvidero che il Fato — inviolabile — non parlava; +— e il gran consiglio — responsabile — non facea motto; — e i _semones_ +in nome dei loro uffici parea che convalidassero senza opposizione la +scelta delle deità, fatta nei collegi elettorali degli uomini, senza +votarsi il capo nei riguardi legali, ne crearono essi, di proprio moto, +per alzata e seduta; e non fu cosa sulla terra di cui non mandassero +il rappresentante negli stalli del parlamento celeste. — I gloriosi +avi nostri carezzarono quelle sacre fandonie, perchè necessarie ad +infrenare il popolo ignorante, riottoso e spavaldo, ch’essi volevano +condurre al dominio del mondo. E quando i numi fur troppi, gli divisero +in _ordo et populus_, cioè in _Dii majorum gentium_ ed in _Dii minorum +gentium_. — Ma venne un giorno in cui si stancarono di quella docilità +dimostrata e parlarono e scrissero del Dio unico e lo confessarono +morendo. — D’allora in poi, a poco a poco, i deputati delle umane +sciocchezze disertarono l’olimpico Parlamento, che fu riempiuto +dall’occhio incommensurabile della ragione. Le loro statue le abbiam +nei Musei, nei giardini, nelle pubbliche piazze. — Un altro Olimpo pur +sorse — sul calco di quello antico — meno poetico, molto ridicolo e +troppo triviale. Fu popoloso in secoli d’ignoranza, in tempi di fine +ipocrisia, e nei giorni lunghi della tirannia dello spirito. — Di lassù +venivano i fulmini per punire i peccati degli uomini. E l’uomo afferrò +quel fulmine, lo chiuse in una macchina e lo fece il fattorino dei suoi +pensieri. — Di lassù venivano le febbri, il vaiuolo, gli stravasi di +sangue e tutti i guasti della fragile natura umana. E l’uomo studiò +la medecina e la farmacopea, inventò strumenti chirurgici, ed i morbi +furono domati. — Di lassù venivano i venti furiosi che inabissavano +le navi o le mandavano erranti a genio dei loro soffi. E l’uomo +inventò la bussola ed un meccanismo che rende inutile lo sforzo dei +venti contrari. — Gl’idoli sono tutti già esciti, anche una volta, +dall’Olimpo della ragione. Alcuni vennero nei Musei a far compagnia +ai predecessori. Altri rimangono ancora sugli altari, vergognosi e +raumiliati nel vedere il riso intelligente che destano e la nessuna +pietà di chi gli coltiva. Ei sanno pur troppo che omai seggono sulle +ruine. + +Ora la descrizione di una cerimonia solenne in Pompei. + +Il Flamine-Diale è sul peristilio del tempio di Giove. Ha la testa +coperta di un elmo bianco, sormontato da un breve cono allungato e +cinto da un fiocco di lana, che simboleggia il fulmine nel nume. Veste +la toga pretesta e va di pari coi grandi magistrati. — Non vi ha un +nodo sulle sue vesti che la sacerdotessa sua moglie filò di lana, tessè +e cucì. La calzatura fu tagliata dalla pelle di un animale ucciso. Sul +dito gli splende un anello a giorno ed unito. La consorte gli è presso +e lo assiste. Sacerdoti minori lo attorniano. + +I duumviri, gli edili, i decurioni, i cavalieri salgono la gradinata +del tempio. Nel Foro è il popolo; e, separate dagli uomini — perchè +nulla si opponga alla decenza ed alla gravità della pia cerimonia — +sono le donne adorne delle loro vesti bianche e sfarzose. + +Non canti di allegrezza, ma accenti di sdegno. — Non rendimenti di +grazie, ma suppliche levate al cielo perchè venga allontanato dalla +città di Pompei un crudele disastro, una tremenda sciagura. Un coro di +fanciulli e di vergini cantano in note lamentevoli l’inno del dolore. +— Alcuni soldati e centurioni sono appoggiati ai piedistalli; e, senza +parola, rimangono impassibili spettatori di quella scena. + +Gli è che da tempo Pompædio Silo aveva inalberato lo stendardo della +rivolta nella Marsica; e — tranne Aiserninum e Lucera — tutte le città +adriache e tirrene avevano fatto eco a quel grido di guerra. Roma +invero stancava la Italia. Per estendere la sua potenza, ne esauriva +le ricchezze, ne toglieva i soldati e gli dava compagni d’armi ai +cittadini romani, accordando loro l’unica eguaglianza in faccia alla +morte. Corfinium, piccola terra tra il monte Corno e la Maiella, fu +decretata città capitale degl’Italioti. Capua in un versante degli +Appennini, Asculum Picenum nell’altro, tenevano acceso il fuoco +sacro della libertà e dello affrancamento dall’Urbe. Si combatteva da +parecchi mesi e vincevasi. — Ma Silla aveva preso Stabia per assalto, +ne trucidava i difensori e metteva in fiamme le case e i monumenti. +I Pompeiani vedevano quello strazio dalle loro mura; lo reputarono +presagio della sorte che gli attendeva; decisero animosamente di +difendersi, ed intanto di placare l’ira celeste con una espiazione +solenne, offerendo sacrifizi a Giove, agli Dei maggiori e alle divinità +inferiori e recitando preghiere, dette _obsecrationes_. + +Sotto la gradinata del tempio sono due buoi di manto bianchissimo; +sette vacche ed un toro, grassi tanto che stentano a muoversi. Hanno +le corna dorate, la fronte incoronata di fiori, ed il corpo cinto da +una stola terminante con una frangia. — Un vittimario, nudo sino alla +cintura, e coperti i fianchi da una stoffa di porpora, era presso +ogni bestia, tenendola con una corda che le stringeva il muso e colla +sinistra sosteneva un martello rotondo e a lungo manico che appoggiava +sulla spalla. Taluno impugnava la scure invece del martello. + +Dietro di essi erano i _cultrarii_ ed i _popes_, aventi appeso alla +cintura un grosso astuccio guarnito di parecchi coltelli. Alcuni +fanciulli tenevano un vaso di bronzo con acqua lustrale e nell’altra +mano un aspersorio come una coda di cavallo con manico ornato. Altri, +una cassetta quadrata, piena di farina e di sale, per la consacrazione +delle vittime. Vi erano anche i suonatori di flauto. + +Il Flamine si avanza e discende. — I vicini lo seguono. Dopo i +magistrati vengono i collegi sacerdotali. — Essi erano coronati di rami +di quercia. + +La processione — cui prende parte il popolo tutto — percorre le grandi +vie della città e va verso le XII torri per sempre più animare i +soldati che sono sopra le mura. Quindi il numeroso corteo — compiuto +il giro — si approssima al tempio dalla diritta via della fontana di +Mercurio. — I buoi erano già sul peristilio. — Vi ascesero i sacerdoti +ed i magistrati. Gli altri taciti e pensierosi ristanno. + +Sotto quel portico elevasi lo altare dei sacrifizi: chè non immolavasi +mai nello interno dei templi. Ghirlande di verbena cingono l’ara. Il +Flamine si avanza. — Prende lo incenso dall’_acerra_ ov’era chiuso; +lo spande sul _præfericulum_ e ne volge il fumo alla statua del re +dell’Olimpo. — Quindi liba il vino in onore di Giano. + +Seguìto dai sacerdoti, entra nel tempio e saluta Giove portando la mano +destra alla bocca. Voltosi a manca, fa lo stesso saluto alla porta. +Quando gli altri lo ebbero imitato tutti si assisero nella cella e — +racchiuso il capo nel lembo della toga per evitare distrazioni — ognuno +prega a voce bassa o mentalmente. — Dopo alcuni momenti, il Flamine si +leva, esce dalla edicola e grida alla folla adunata. + +— _Favete linguis._ — + +Raccomandato così il silenzio all’assemblea, si appressa allo altare, +si purifica le mani coll’acqua contenuta in un vaso senza piede, detto +_futilis_, e le asciuga con un tessuto di bianco lino. Allora i popi si +accostarono colle vittime. — Ei le asperse di quell’acqua; gittò sulle +loro teste farina e sale; e disse loro: + +— Sia addoppiato il valor vostro, perchè possiate, o buoi, essere +accetti ai sommi iddii. — + +Impolverò lo altare di farina e di sale; così, i coltelli +sacrificatori. — Spinse quindi leggermente la lama di uno di essi dalla +fronte alla coda. Tagliò un ciuffo dei più lunghi peli tra le corna di +un bue, lo gittò sulle fiamme, e disse, libando altro vino: + +— Sii aumentato per questo vino nuovo. — _Macte hoc vino inferio +esto._ — + +E a ciascuna consacrazione di animale pronunciava il nome di Dio o +della Deessa a cui faceva la oblazione. Così, offerì due buoi a Giove; +due vacche a Giunone; due a Minerva, due alla Iddia della Salute +pubblica; una alla Felicità; ed un toro all’esercito che difendeva il +paese. — Quindi, voltosi al simulacro: + +— O sommo Giove, magnanimo e grande, se tu difendi questo tuo popolo +devoto, se tu ispiri coraggio nei suoi difensori, se tu disperdi il +pericolo che noi tutti circonda, in nome dei collegi sacerdotali qui +uniti, noi ti votiamo due buoi dalle corna dorate. — + +Ed alla celeste sorella e consorte. + +— O Giunone, regina, accetta anche tu la preghiera rivolta al signor +dell’Olimpo. Allora ti offriremo due vacche dalle corna dorate. — + +Così alle altre Iddie. + +Compiuto il rituale, un vittimario a lui si accosta e dice: + +— Posso? — + +E avendone ricevuto l’ordine, scaglia violentemente un colpo di +martello sulla fronte del bue. Questo vacilla sui piedi e cade. — Gli +accoltellatori lo ghermiscono per le corna e gli cacciano l’acuta lama +nel cuore. Il sangue sgorga nella patere di bronzo, gorgoglia e fuma. +Il Flamine ne raccoglie con una patella e lo gitta sullo altare dei +sacrifizi. — I _jecurarii_ aprono il ventre della vittima, e poi che +gli auguri hanno trovato in perfetto stato le viscere, la scuoiano, +la spezzano, e mettono in un solo paniere le gambe ed il cuore che, +impolverati di farina d’orzo, presentano al Flamine. Le fiamme sacre +accolgono la parte del Dio e la consumano. + +Come quel bue, così vengono uccisi, sparati e divisi il toro e +le vacche. — E nell’atto i suonatori di flauto non cessano di far +echeggiar l’aere dei loro fischi acuti e discordanti. + +Il Flamine-Diale terminò la cerimonia con una invocazione a Vesta e +disse agli assistenti: + +— _I licet._ — Voi potete ritirarvi. — + +Allora un sacerdote di Venere se gli accostò e lo richiese: + +— Noi versiamo in grave periglio. La escita dalle mura è impossibile. +E dove ritirarsi? Se Silla entra qui..... e vita e tesori. Tu i cui +capelli e le cui unghie son sacre, non avrai la persona rispettata da +quei crudeli. Tu che hai la porta della casa ornata di lauri; e se un +uom di delitti vi penetra, si è obbligati scioglierlo dalle catene e +gittarle dallo impluvio nella strada. Tu che impedisci uno schiavo +sia fustigato, se giunge ad abbracciare le tue ginocchia,.... di’, +credi tu alla influenza di Giove nello allontanamento dei mali che ci +minacciano? + +Il Flamine guardò fiso il compagno, e veramente non sapea che +rispondere. Era la prima volta che una simile interrogazione veniva +innanzi alla sua mente, in faccia al grave e certo pericolo. Egli era +tal uomo, cui un misterioso sentimento di adorazione fa vedere in un +paesaggio, ove avanza con passo distratto, un tempio che lo ritiene; +il cui orecchio risuona d’ignoti rumori; sorta di musica spirituale +che innonda l’anima di gioia segreta e l’apparecchia a consolanti +apparizioni. Il suo cuore appetiva la pace: ma sentiva il morso del +dubbio nella liturgia che amministrava. Il mondo futuro lo intravedeva +in una nube caliginosa ed oscura; ed avrebbe assai volentieri fatto +sommessione a colui che lo avesse posto sur una via semplice e certa +che nel fondo ha la statua della fede trionfante. + +— Ma se non Giove, e chi? — + +Un sorriso ironico e doloroso sfiorò sulle labbra di Anchario, il +vecchio ministro nel tempio di Venere. Da molti anni e lunghi egli +seguiva i sogni di una fede impossibile con pratiche misteriose. Le +bizzarre confidenze tra la Iddia seduttrice e la carne sedotta erano +le invenzioni furbe della sua mente. Finchè la gioventù e la forza +lo tennero, lo interesse, il lieto vivere e le grossolane delizie +arrestarono la coscienza del vero sulle sue labbra impudiche. Quando +le cose vive partirono da lui sulle ali larghe e fugaci, ei si vide +sprofondato nel vuoto e deposto sur una landa arida e nuda. Siccome +Vulcano, era caduto dall’empireo nella pozzanghera di una fede zoppa e +sciancata. + +— Lo arcano ch’è nei cieli consola la mia tristezza e si fa mio custode +da che mi vidi spostato dal mio antico sostegno. — Giove, Giunone, +Venere, Marte sono i sacri luoghi comuni della vita, e gli sfato. — Un +Dio solo è lassù che la realtà non offende. — + +— Ma credi tu che a noi pensi e provvegga alla nostra salvezza? + +Il canuto pose la mano sul petto e rispose: + +— Io comincio a credere che in noi esista e ci faccia arbitri delle +nostre sorti. — Quando il popolo romano volle, vinse; e non gli Dei +combatterono per lui. — Quando tu, schiavo delle abitudini sociali +di questi tempi, vuoi escire dall’audace immoralità che ne circonda, +sprigiona lo accento eroico del cuore e vincerai ogni disperata +ventura. — Fida in me. — La morte mi fa già i suoi segni e può rendermi +libero da un istante all’altro. Allorchè i nostri soldati e la gioventù +popolana combatteranno sulle mura..... e i Sanniti ci aiutino..... +saremo salvi dalla sventura che ci soprasta. — + +— E gli Dei? — + +— Gli Dei — sgombere le tenebre del nembo ruinoso — gli rivedrai +impassibili sui loro stalli di marmo, innanzi le lampade votive e tra i +vortici del fumo delle pelli bruciate. — + +I due Flamini si divisero. Il più vecchio pareva avesse sedato le +agitazioni del cuore. — Il più giovane si avviò verso la sua casa +costernato e dolente. — Incontrò il popolo che raumiliato dallo +infortunio correva dall’un tempio nell’altro per offerir voti e preci +agli Iddii salvatori. E lo salutavano riverenti, ponendo la mano destra +alla bocca e baciandogli il lembo della toga. Un solo sentimento tutti +occupava — la processione espiatrice. — Drappelli di giovanetti di +ambedue i sessi — _patrimi e matrimi_, perchè nati di sangue equestre +con padri e madri viventi — di forme bellissime, schierati in ordine e +coronati di fiori, cantavano inni sacri. E i magistrati gli seguivano +come lui avevano pur dianzi seguito. — Ma quella turba la vedeva come +fantasmi. Le realtà della vita — preoccupato com’era — pareano lontane +lontane dal suo corpo angosciato. + +Egli abitava in una delle ultime case della via che ha la fontana dalla +testa di Mercurio nel mezzo. Quando udì dalle mura una voce cui molte +rispondono: + +— Soldati, all’armi!.... Ecco Silla colle legioni..... sangue sannita e +greco vi scorre nelle vene. Venere Fisica vi protegga! — Difendete gli +altari, le vostre donne, i vostri figli..... l’onore del nome. — + +Ma le legioni romane non attaccavano la città. — La cavalleria +foraggiava nelle campagne vicine allo Anfiteatro e sollevava un nembo +di polvere sotto le zampe dei cavalli. — E un altro grido ben presto +scoppia dai petti agitati: + +— È Cluvenzio, il generale dei Sanniti che giunge. — Marte gli arrida. +— Viva Vitelia, madre alla patria e ai suoi difensori! — + +Silla si sentì insultato dallo ardir di Cluvenzio. E rapidamente move +innanzi al nemico. Questo riceve l’urto poderoso e lo respinge con +perdita. I Pompeiani escono dalla porta occidentale e da quella di +Sarnus. Il generale romano che aveva rinculato verso il padule — ove +tempo innanzi Cassinio rischiò di essere sconfitto da Spartaco, — +raccoglie i suoi e li caccia alla riscossa. Il combattimento fu lungo +e ostinato. Cluvenzio dovette piegare e ritirarsi. E lo indomani, +avendo ricevuto un soccorso di Galli, profittava della lezione di +audacia offertagli da Silla e ritornava sul campo ove aveva lasciato i +suoi morti. Ma il suo competitore era tetragono in faccia al destino. +Lo accoglie, lo preme nei fianchi, lo mira vacillante, lo siegue, lo +raggiunge presso Nola, sfascia le sue ordinanze e lo uccide. + +Felicemente per Pompei, Silla volea il consolato nell’Urbe. Nè ebbe +l’agio di soffermarsi per castigare i Pompeiani e i loro torpidi numi. +Lo ardente pensiero lo spingeva a Roma per reprimervi la rivolta che +vi aveva eccitato il tribuno P. Sulpicio, alla istigazione di Mario, +suo emulo. Laonde condusse le sue legioni nel paese degli Irpini e nel +Sannio, devastò Capua e non vi lasciò gente viva che la necessaria per +la cultura delle terre. Spedì Publio Silla, suo nipote, a Pompei e lo +pose a capo delle tre coorti di veterani, come corpo di osservazione. +Ordinò che il municipio si convertisse in colonia militare — il che +impediva che la magistratura potesse trattare alleanze politiche e +private senza il permesso di Roma — ed impose un tributo in uomini ed +in pecunia. La colonia s’ebbe due nomi: quello di _Veneria_, desunto +dalla divinità protettrice della città; e l’altro di _Cornelia_, +ritolto dalla illustre famiglia, cui egli apparteneva. I Pompeiani +accettarono. — Non vollero però concedere i diritti di cittadinanza ai +soldati a piedi e a cavallo che formavano le tre coorti. — Il nipote +inalberò. — Accaddero risse, turbolenze, disordini. — Publio venne +richiamato; fu difeso da Cicerone. Quindi assoluto. — Ma i coloni +militari dovettero abitare fuori della città nella parte occidentale. +Si costruì per essi un sobborgo che ebbe nome di _Pagus Felix_ e li +comandò il valoroso generale Ninnio Mulo, di cui Silla aveva stima ben +meritata. + +Cotesti avvenimenti erano giunti in buon punto per una classe di +sacerdoti, i meglio austeri nelle forme, i più destri nel maneggio +della cosa religiosa. Erano i ministri di un culto — e più che di un +culto — di una setta misteriosa sorta sulle sponde del Nilo, da Orfeo +trasportata in Eleusis e dai Greci introdotta in Pompei. Esercitavano +le cerimonie comuni e vi aggiungevano pie frodi ed oracoli meditati +dalla dottrina e dalla prudenza, e maniere gravi e gentili che +incutevano soggezione e rispetto. + +Nel tempio — uno dei più completi e dei più ricchi che fossero +in Pompei — era una edicola isolata — non lungi dallo altare dei +sacrifizi — coperta al di fuori di eleganti bassirilievi di stucco, +rappresentanti Marte e Venere, Mercurio e una ninfa, delfini, genii +ed amori con sacerdotesse e donne che pregano. Al di dentro era la +scala per cui si scendeva in una cripta, ove gl’iniziati ai misteri +— pria di subire le loro prove fisiche e morali — toglievano il bagno +di purificazione. Dietro il santuario stava la grande sala alla quale +cinque porte ad arco concedeano lo accesso. Colà penetravano i soli +iniziati che accomunavano le loro preci, le loro esortazioni, i loro +canti e le loro processioni solenni. Pitture squisite ne decoravano le +pareti. E tutte eran simboli di cose strane ed ignote. + +Sopra il santuario — sollevato dal suolo e disposto nel fondo del +peribolo, circuito da un portico di colonne doriche — posava la statua +della iddia, di bianco marmo, dagli occhi, dalle ciglia e dai capelli +rossi, dal peplo indorato; il cui corpo ignudo era coperto da un +velo finissimo — collantesi sulle membra — e di una leggera tinta di +porpora. Nella mano dritta stringeva un sistro di bronzo, e coll’altra, +distesa lungo la coscia, tenea la chiave regolatrice delle inondazioni +del Nilo, simbolo dell’abbondanza e della fertilità. + +Quella Iddia avea nome Iside — cioè — chi fu, chi è, chi sarà. Nessun +mortale osò levare il velo che copria le sue forme. — Il solo Apuleio +nè parlò a modo di enimma quando scrisse: — «Mi accostai ai limiti +della morte. Calpestando co’ piedi la soglia di Proserpina, ritornai +a traverso ogni elemento. Nel mezzo della notte parvemi che il sole +splendesse di viva luce. E mi trovai in presenza degli Dei supremi ed +infimi e gli adorai da presso.» — Sembra che i misteri isiaci fossero +di tre gradi — la purificazione allo ingresso della tomba — il giudizio +dei morti e la dottrina di una vita futura — la contemplazione del +lume eterno nell’essenziale e nell’universale. — Gl’iniziati subivano +quattro piccole prove e tre grandi. Il sublime segreto doveva essere la +virtù e la saggezza che colla ipocrisia seduceva i profani, col volgo +ingannato domava la forza brutale e tendeva al dominio della terra +colla redenzione dello spirito umano. + +L’oracolo della Iddia aveva tardato a rispondere. Finalmente aveva +detto: + +— «Il popolo compirà la sua missione di giustizia e di carità. E la +città sarà salva. Si presti fede alle mie parole.» — + +Lo aspetto dei sacerdoti non avea nulla di timido e d’incerto. I +loro occhi neri, brillanti sopra i candidi lini che li coprivano +maestosamente, ispiravano una tranquillità profonda che afferrava la +coscienza degli accorsi in folla nel tempio. E quando giunse il nuncio +che il paese era salvo e le bocche entusiaste lo ripeterono in ogni +canto, i doni alla egizia deità furono ricchi e copiosi. E il credito +dei suoi sacerdoti crebbe a cento doppi. + +Dissipate le paure, il popolo — semi-osco, semi-etrusco, semi-greco, +semi-latino, tutto meridionale — si diè alla più grande allegrezza. E +i Luperchi — i Flamini del dio Pane — una gliene prestarono delle più +bizzarre e delle più originali. + +Sui clivi del Vesvius erano caverne grigiastre, di cui le antiche +eruzioni di lava — che non eran più nella memoria degli uomini — +avevano formato le volte ruvide e spugnose. Quivi essi abitavano. +Erano sozzi, selvaggi, brutali, inintelligenti, e vivevano ignudi in +ogni stagione, ed erano in venerazione presso i campagnuoli, perchè +nunciavano i cangiamenti della temperatura, guarivano gli animali e +predicevano i buoni ricolti e i rovesci di pioggia. I villici — omai +salvi dalle scorrerie degli amici e degli inimici — corsero ad essi +e li trovarono russanti nei loro spechi sul fieno. Entrarono in un +rustico tempio formato da quattro alberi forcuti e coperto da una +tettoia di radiche nere di lupini. Il loro dio Pane era una mostruosità +fatta di legno coll’accetta. Gl’immolarono una capra ed un cane. Si +tinsero del loro sangue caldo la fronte. Si unsero il sudicio corpo +col grasso delle due bestie. Ne cucinarono sui tizzoni le carni e +ne mangiarono a furia con feroci smorfie di gioia. — Terminato il +sacrificio espiatorio, tagliarono le pelli ancor sanguinose e di alcuni +pezzi si cinsero i fianchi e di alcuni brandelli fecero fruste per +allontanare i curiosi sul loro passaggio. Così corsero a slascio pei +campi e nelle vicinanze di Pompei. Urlavano inni in una lingua ignota +e frustavano, correndo, quanti incontravano. Le donne particolarmente +si facevano loro innanzi per aver parte di quella flagellazione; +avvegnachè in quei tempi credessero come la staffilata di un Luperco +avesse la virtù di cangiare in prolifica una donna sterile. Siccome ai +nostri tempi pur credono la stessa virtù nel cordone che cinge i lombi +non casti di un frataccio da zoccoli e da cappuccio. — Più d’uno però +che si permise una brutta distrazione, vacillante e vagellante, se ne +andò anzi tempo _ad canes_. — I devoti ch’esercitarono quella pratica +liturgica sui crani e sulle costole di quei bipedi senza ragione, +scavarono una fossa sotto un albero da frutto e gli fecero utili mal +loro grado. + +In quel giorno di abbandonata gioia non si guardava sottilmente alle +cose. Ognuno occupavasi a suo modo delle proprie devozioni. — E nel +vero, eravi di che. I preti — oltre i parecchi fani, fatti erigere +sontuosamente dai decurioni col denaro del popolo — oltre i _Dii +patellarii_, ch’erano i Lari delle case, adorati alle calende, agl’idi, +alle none, nei dì di festa ed anche ogni giorno — avevano ispirato le +genti bietolone — che formano la maggioranza nell’umanità — ad erigere +altari agli Dei pubblici, agli Dei ignoti — pel comodo della plebe, +pei bisogni degli stranieri — sulle crocivie. — Gli è perciò che furono +chiamati Lari Compitali da _compita_, crocicchi. — Cosa fatta capo ha. +— Napoli, Palermo, e le città minori dell’ostro avevano pure in questi +giorni i loro Compitali sur ogni strada, sotto la forma di donne o di +uomini lividi e sanguinosi. I loro padri abbatterono furiosamente la +idolatria e fecero calce delle statue di Giove e di Marte; e con quelle +di Venere e di Mercurio fusero campane. I loro figli ristabilirono +l’antica fede. Ma, avendo perduto la nozione del bello, adorarono +le mostruosità, e, non ha molto, accendevano i lumi ed appendevano +gingilli d’oro e di argento su quanto di più brutto ed osceno veniva +fuori dallo scalpello di un Lupercale. + +Consultato il divo Apollo sui sacrifizi da offerirsi ai Lari Compitali, +il feroce prete — che trovossi alla instituzione di quel culto — +rispose per lui — _caput pro capite_. — Allora Tarquinio pose sui +piccoli altari capi mozzi di miseri bambini. Giunio Bruto, dopo la +cacciata di quel tiranno, tradusse meglio l’oracolo ed offerì teste di +aglio e di papaveri. Più tardi gli fecero lieti dei primi fiori delle +stagioni. — In Pompei eravene uno presso la fontana del Lupo, più in su +della bottega del lattaio, che ha per insegna una capra di terra cotta. +Era dedicato al padre dell’Olimpo. Gli altri Lari — protettori dei +quatrivi e delle strade — si dicevano figliuoli a Mercurio e prodotti +dalla ninfa Lara. E i loro altari — oltre allo aver banchi di riposo +pei viandanti — servivano altresì di asilo ai rei perseguitati. Laonde +Plauto narra nella Mostellaria come Tranione temendo di ricevere da +Teuropide i colpi che aveva sì ben meritati, si assise sul Compitale +dinanzi la casa di lui. E Properzio canta _Triviae lumina ferre Deae_, +di Cinzia che correva a portar lampade sugli altari di Diana Trivia. + +Il selciato aveva perduto le sue tristezze. — Nell’odissea di quel +giorno faceva le parti dell’Oceano. — Salti, gridi, rumori per +tutto. Ogni _impedimenta_ diveniva tribuna. Ogni Compitale, teatro. E +gridavano: + +— Trionfo, trionfo! Marte e Venere Fisica ci salvarono! Giano aprì +la porta dell’Olimpo e fece escirne gli Dei soccorritori. O Lari, +accordateci pace e protezione. Onore ad Iside e ai suoi sacerdoti. +Trionfo e gloria agli Dei immortali! — + +E lungo le vie, e nelle _pistrinae_, e nelle _popinae_ — dovunque +era scolpito, od in terra cotta, il simbolo del Dio degli orti — le +facili e proterve fanciulle intessevano corone di rose e di frutti e le +inchiodavano come cornice intorno a quel segno della forza muscolare, +dell’abbondanza, della ricchezza della natura. Ed un uomo opulento, +— M. Epidio Prisco, poco più innanzi della fontana di Venere, gli +sacrificò un asinello, le cui carni servirono la sera al banchettare +gioioso degli schiavi in una taverna. + +Intanto l’angiolo delle ore estreme, raccolte le sue ali sanguigne, +correva con passi frettolosi sul campo della offesa e della difesa. +Alle grida della battaglia erano succeduti flebili lamenti — appello +lontano ai loro cari di quei feriti che la Morte pietosa baciava sulla +bocca per soffocarvi il dolore. — La terra era spogliata di ogni suo +riso. Il sole cadeva. L’ombra uniforme spargevasi su tutto. — Membra +mozze — carni stracciate — sangue aggrumito e nero. — E sopra la +faccia della penisola, il pensiero degli Italioti — oltraggiato, ma non +defunto — attendendo per secoli l’ora della grande vittoria. + +Epidio Rufo Italico — il figliuolo di Prisco — fu trasportato nella +casa paterna — quella dal lungo podio sporgente, sormontato da una +ringhiera di ferro che dalle estremità menava alla porta mercè le +due gradinate a rivolta. Acte gittò un grido e semispenta lo strinse +al suo cuore. Egli premè convulso gli occhi e le pallide guance di +quell’afflitta, girò lo sguardo intorno alla camera piena di memorie, +di tenerezze e di singhiozzi, ov’erano il padre, la sposa, la felicità +dei suoi giovani anni. E stringendo colla mano il petto piagato, +prosciolse le membra. — Aveva dato lo eterno vale al padre in lagrime, +alla sposa svenuta, alla felicità morta! + + + + +LA CAMPAGNA. + +SCENE DELLA VITA RUSTICA. + +=Anni di Roma 695 — Anni avanti il Cristo 59.= + + + A GIUSEPPE GARIBALDI. + + II. + + +Re Gige reputavasi lo avventurato tra i mortali — Per meglio assicurare +la sua fede, interrogò l’oracolo di Delfo. Nè dubitava di una lieta +risposta. + +— Di’ il nome del più felice fra gli uomini. — + +— Due nomi; non uno — Fedio ed Aglao. — + +Piccato nel vivo, mandò attorno i suoi consiglieri. Spedì messaggi per +ogni dove, affine di rintracciare quegli ignoti individui che nel paese +nessuno conoscea nè di persona, nè di nomèa. Dopo molte ricerche il re +venne a sapere, che Fedio era morto, difendendo dai prepotenti il sacro +suolo della sua patria; e che Aglao ancor viveva in Arcadia, coltivando +colle sue mani un povero campicello, lasciatogli dai suoi padri. + +L’oracolo volle significare a quel re, la felicità non essere chiusa +nei forzieri d’oro, nella corona gemmata, nelle braccia di una donna +amica e nel numero grande degli adulatori alla fortuna, — sibbene, +nello esercizio dei doveri di un cittadino, quali sono precipuamente, +servire il proprio paese e coltivare il suo campo. + +Se in Roma fosse il culto del vero Iddio, e si compiacesse rispondere +oracoli, ed un re gli chiedesse il nome del più felice tra tutti gli +umani, risponderebbe: + +— Giuseppe Garibaldi! — + +Ebbene! — I nostri avi gloriosi vivevano la sua vita in Caprera. +Compiuto lo ufficio di consolo, di senatore, di duumviro, di decurione, +di pretore, di edile, di questore, di tribuno di soldati, correvano +ai piaceri della vita campestre; circondati da uomini laboriosi e +contenti, vedeano coronate le modeste fatiche da una ricompensa sicura; +godevano la tranquillità e la pace in seno di una famiglia felice; +sfatavano le brighe che traggono seco notti affannose; studiavano ad un +tempo la natura e le arti; e terminavano la loro carriera, o nel bacio +degli affettuosi figliuoli, o cogli occhi irradiati dalla vittoria sul +campo di battaglia della repubblica. + +Due uomini montarono a cavallo — salendo sur un sasso elevato sull’orlo +della via, come di aiuto — allo escire della porta di Herculanum, in +Pompei. L’uno era giovane e l’altro nella piena maturità. — E siccome +il cielo annuvolato minacciava la pioggia, eransi avvolti in una veste +di pelle detta _scortea_ e sul capo avevano il _petasus_, berretto a +larghe ali. — Di qua e di là della via erano vigne, olivi, pioppi, +ciliegi, mandorli e fichi. Lo aspetto di una ricca cultura e del +fertilissimo territorio offeriva uno spettacolo maraviglioso. + +— Sì. — Ho deciso. — Quei coloni non mi vanno. Gli è vero che tutto è +a loro rischio e pericolo. Ma per fornirmi delle legna convenute, mi +tagliano il bosco che io stesso piantai. I primi frutti raramente li +portano in casa. E i denari del fitto a centellini. — Il lustro scade. +Siamo presso alle calende di marzo. E ritoglierò la terra per conto +proprio. + +— Credo, anche lo agente che tu mandavi sul luogo per raccogliere le +parti di frutti convenute, ti fosse mal fido. — Gli è che ognun tira +l’acqua al suo prato. — + +Ben dici. — Ma gli schiavi — razza incurante e onerosa — che colà +impiegherò, converrà sorvegliarli. Al mio vicino lasciarono deperire +il gregge; e i buoi e le vacche ed i muli li affittavano a chi loro li +chiedeva. Per abito, quei pigri coltivano male, lasciano rubare le uve, +o le rubano per sè. E sul registro segnano minori quantità di grano +raccolto e più semenza di quella impiegata. — Come regolare la cosa? +Di uso se ne seminano da quattro a cinque _modii_ per jugero, secondo +la bontà del terreno. E il ricolto è diverso se si semina in autunno +o all’appressare del verno; se in un tempo umido, od in tempo secco; e +secondo la pioggia abbondante o la neve. + +— Le visite le faremo frequenti — _Frons occipitio prior est_. — +È proverbio trito. L’occhio dello schiavo non può valer quello del +padrone. — E perciò leggeva l’altro dì nel trattato di Agricoltura di +Magone, il cartaginese: _Qui agrum parabit domum vendat_. — + +— _Est modus in rebus._ — Senza abbandonare la città, e i propri uffici +pur doverosi, e la educazione dei figliuoli, si può allontanare il +grappolo guasto dal sano e non permettere che la incuria — a conti +fatti — costi più della debita oculatezza. Imperocchè, siavi un adagio +non meno vero dello accennato poc’anzi, il quale dice: _Laboriosior est +negligentia quam diligentia_. — + +I cavalli si posero al trotto. — Un aquazzone irruento per pochi +istanti calmò ben presto la nuvola di polvere che le zampe ferrate +agitavano. Rimessisi al passo, il più anziano proseguì: + +— Dio Pluvio, invece di offenderci, ci giovò. Ed è tutto un beneficio +di lui su queste terre, composte di pomici infrante e di ceneri, +vomitate in tempi remotissimi dal vecchio Vesvius. — In continovo +accordo col dio di Delo, noi abbiamo fertili e prosperosi i campi di +ogni bene e di ogni delizia....... Non credere già, o mio Lucio, ch’io +voglia condannarmi, o condannarti a viaggi troppo frequenti ai raggi +della canicola. Farò la scelta di un onesto _villicus_ che il buon +vecchio Coecilio Casella mi proporrà; e cotesto schiavo dirigerà in +capo, sotto i miei consigli ed i tuoi, i rustici lavori. Mi ha pur +promesso un valente _promus_ per la fattura dei vini. Quelli avuti +sinora sono dolciumi che guastano lo stomaco. — Voglio del buon falerno +che a dieci e a quindici anni consoli. — E del surrentino, adatto ai +convalescenti. — E di quello di Cales, leggero e profumato. — Ed il +cecubo secco, generoso e confortante. E quello eccellente di Setin, il +quale possiede le più notevoli qualità digestive. + +— Ve’, padre, la bella casa che sorge ridente sul pendìo del colle — +Non parmi vi sieno colonne, nè portici. — Oh! Una sola statua. + +— Sì, figliuolo mio. Una sola — quella della Libertà, dallo sguardo +aperto, dalle braccia robuste, dalla prestanza di tutte le forme. — La +situazione che tu ammirasti attira l’attenzione; e la vastità dei campi +allo intorno annuncia la ricchezza di chi li possiede; e l’un delubro +rivela i nobili pensieri del cittadino che presso dimora. — È Casella +il suo nome, il vecchio amico che tu non conosci, perchè non abita più +la città. Egli fu _Meddixtutticus_, il primo dei magistrati municipali +quand’io era pur giovanetto. Era stato _suffectus_, succedaneo al +comandante gli eserciti ai tempi che furono. Quindi egli stesso ordinò +le battaglie a difesa ed a gloria del nome sannita. Ha l’animo austero +che conservò la impronta dei tempi. + +— Comprendo io bene un vecchio generale che si toglie dallo sguardo +del popolo di altra età e che pure è costretto a rispettare; che si +sottrae dalla folla dei clienti importuni; e coltivi nel suo pacifico +ritiro; e si circondi di una numerosa famiglia di schiavi — ricordo +vivo del potere già esercitato. — Ma il repubblicano del mattino sarà +il Tarquinio della sera su quanti lo attorniano. + +— Poichè siamo presso il viale che ver lui mena, andiamo. Voglio, senza +risponderti, che tu lo conosca e lo giudichi. — + +Una strada ascendente, attelata da pioppi italici e da una siepe di +albospino, aprivasi da un cancello di legno, presso il quale da un +lato era una camera per l’_ostiarius_ e dall’altro un simile fabbricato +in _opus recticulatum_ — ossia muratura a scacchi di tufo, riquadrata +negli angoli da mattoni sopraposti — che aveva la iscrizione a grossi +caratteri rossi + + CAVE CANEM + +e sotto, la stia, dove abitava lo incatenato ed abbaiante molosso. + +Per essa i due si avviarono al galoppo. — Giunti presso il simulacro +della Iddia colà venerata, smontarono ed il maturo diè ordine allo +schiavo accorso di menare i cavalli nella stalla, mentr’essi sarebbero +iti a sorprendere il suo padrone. + +Nelle diverse aiuole piene dei fiori della stagione erano viole, +mandorli a fior doppio, rose di Preneste e giacinti. Più oltre era un +largo bacino, circondato da zolle erbose e pieno di acque limpidissime, +incanalate da una sorgente lontana. Dai verzieri coronati di bosso +si andava verso il bosco e si scendea nell’orto. — Colaggiù, curvato +dagli anni e dalla specie di lavoro che allor lo occupava, era Coecilio +Casella, presso il quale i due sopraggiunti movevano. Al rumore dei +passi sulle sabbie crepitanti, il vecchio levossi; e riconosciuto lo +amico, corsegli incontro e abbracciollo. + +— O mio Vestorio Tucca, salve — _Si tu vales, et ego valeo._ — +Raccoglieva baccelli pel mio desinare. + +— _Gratulor tibi prius. Deinde ad me convertar._ — Questi che mi +accompagna è Lucio, il figliuol mio, il quale arde del desio di +conoscerti. — + +Quel canuto baciò sulla gota il giovanetto; e, presolo per la mano, lo +invitò col padre a sedere sur un banco di pietra. + +— Voi camminaste. — Io fatigai. — Ognuno acquistò il diritto di +riposarsi..... quantunque per la mia età quel diritto io il tema +invece di bramarlo. — Questi alberi che ci adombrano colle foglie +nascenti, io gli piantai e gl’innestai di mia mano. — Vedi giù, +davanti la _fructuaria_, dov’è quella fabbrica disposta intorno ad +una corte? I miei giovani schiavi fanno buche presso gli alberi di +olivo per seppellirvi ritagli di pelli, piedi e corna di animali — +possente concime che si forma e mette tre anni a consumarsi. Ebbene! +Essi raddoppiano di zelo allo aspetto di me vecchio, che divido i loro +sudori e le loro cure. — Qui, nè tiranno, nè schiavi. Laonde lo stato +di quei miseri più sopportabile. + +— Ah! tu sei sempre degno d’impero, perchè sapesti servire! + +— Il tuo figliuolo osserva, con vagante e smanioso sguardo, le varie +culture della mia villa. — Giacchè il sole ci volge i suoi tepidi +raggi, permetti che a lui — non indifferente — mostri le occupazioni +mie e dei miei servi, ed i risultati che ne otteniamo. + +— Grazie, o mio, della somma bontà che ti muove. — Ho molto caro che +Lucio apprenda da tanto esempio — non la cultura dei campi soltanto — +sibbene la virtù del tuo carattere antico. + +— Qui sopra, o amici, è un colle, bene esposto all’oriente, ove cresce +un vigneto delle specie migliori. — Non tutte erano nostrane. — Ora sì, +mercè le mie cure. — Andiamo a vederle. — Sbottonano già. — + +E lo adusto vecchio, appoggiandosi al braccio di Lucio, seguitò: + +— La vite annosa si piace appoggiarsi su giovane olmo. — E anch’io +così. — Però, ti prego, non affrettare i tuoi passi, com’io non +allenterò i miei. Cercheremo riescirci gradevoli, quantunque Lucina +non assistesse lo stesso giorno al parto delle nostre madri. — +Faremo bugiardo il proverbio che dice: _Pares cum paribus facillime +congregantur_. + +Mira! Cotesta strada larga che noi ascendiamo appellasi _cardinal_ con +parola etrusca, perchè taglia il terreno dall’ostro al settentrione, +verso i poli del mondo. Le vie traversali si chiamano _decumanus_. — E +sono sì larghe, perchè i carri non abbiano difficile il passo in tempo +della vendemmia. — Laonde, lo aspetto intero di una vigna si presenta +distribuito in regolari quadrati, detti _hortus_, cioè giardino. — +Ciascun gode di una divisione siffatta — il padrone che sa le piante +egualmente esposte al sole ed al vento e con facilità può sorvegliarle +— ed i servi, che veggono ad ogni colpo di vanga accelerarsi il termine +del proprio còmpito. — Ogni _hortus_ contiene cento cinquanta viti ed è +largo un mezzo jugero quadrato. Le propagini si attelano in _quincunx_ +e traversalmente alla ascensione del terreno, a fine di mantenere le +terre ed impedire alle pioggie ruinose di cacciarle tutte nel piano. +Alcuni fanno crescere la vigna sui pioppi come nella Campania; altri +sulle canne come in Arpinum; altri su pali tenuti insieme da corde di +crine, come in Brundusium; altri sugli olmi come nella Emilia; altri su +brevi pali, come presso i Maruccini e i Peligni; altri aggioga i tralci +tra un albero e un altro, come presso i Piceni e i Galli-Cisalpini; +altri la lascia sdraiata per terra, come nell’isola Pandataria, ma di +tal modo mangiano il suo frutto le volpi, i ratti e i coltivatori assai +più che il padrone. — Io, come vedi, uso la forca, che è quel palo +fisso nella terra perpendicolarmente, su cui posano in traverso altre +pertiche che la vite abbraccia coi suoi viticchi. Così godo di due +vantaggi in una volta — il terreno caldo e secco è riparato dai raggi +ardenti del sole — ed i grappoli maturano meglio e fruiscono di una +ventilazione salubre. + +Gli Etruschi tagliavano la vigna nel marzo. E gli Osci, padri nostri, +l’appresero a fare nel dominio dei primi. I Latini la lasciavano libera +e ne ottenevano un liquor fermentato che inacidiva ben presto. Re Numa, +per costringere il suo popolo a praticare il buon sistema, dichiarò +in una legge come ogni libazione fatta con vino prodotto da vite +non potata fosse orribile sacrilegio. — Agl’idi di maggio io faccio +spampinare poco innanzi la fioritura. E rinnovo la operazione — qui +che fa caldo — quando il grappolo è formato. E i miei servi vangano e +concimano il vigneto due volte l’anno al levarsi delle Pleiadi — quando +tolgono i primi pampini e rimboccano il ceppo con letame paglioso e un +po’ di sale — e allora che i racemi imbiondano e anneriscono. + +— Una volta, o Casella, due curiose specie di uva, che la industria ti +aveva additato, qui mi mostrasti. — Ne mangiai e ne ho lieto ricordo. +— Sii cortese nel farne motto al mio Lucio, che è tutt’orecchi per +ascoltarti. + +— Tutto l’_hortus_ superiore, ch’è di prospetto, è composto di tali +viti che danno il buon da mangiare. — Ecco come io mi vi adoperai. +Presi quattro ramicelli di diverse specie, delle qualità migliori. Li +ligai forte e li cacciai in un tubo di terra cotta, lasciando due soli +bottoni fuori. Quindi, in una fossa, ricoperta di letame. — Corsi due +o tre anni, quando mi avvidi che i ramicelli eransi collimati insieme +e formavano un solo stelo, ruppi il tubo in cui era chiuso, lo piantai +nella terra ed i grappoli che ne colsi a suo tempo offerirono chicchi +di sapore e di colore svariato. + +Operai anche nel modo seguente. — Spaccai una margotta nel mezzo +in tutta la sua lunghezza. Ne trassi il midollo. — Collimate le due +parti, le legai strette senza offenderne i getti. La piantai nella +terra letaminata e l’annaffiai spesso. Ed il frutto che ne mangiai non +produsse mai acini. + +Coteste operazioni sono divertimenti, o Lucio, e non entrano +nell’ordine della cultura. La specie buona s’innesta — ecco il modo +di propagarla, e trarne pro. Ora ti nominerò le migliori qualità ch’io +posseggo. + +L’_amminea_, i cui grani sono coperti di fine lanugine. È della +stessa specie la _gemina_, perchè i grappoli fioriscono a due a due. +— La vite di Nomentum è molto feconda. Ve n’ha di due sorta. Una +la chiamano _rubelliana_, perchè il suo legno è rossastro dentro. +E l’altra _feciniana_, perchè il suo vino dà sedimento copioso. Ho +una moscatella; che pur dicono uva _apia_, perchè ricerca con amore +da quegl’insetti che ce la rendono nel verno col loro mele odoroso. +Un’altra uva dicesi _uncialis_ dal peso dei suoi grossi chicchi. Nel +recinto che qui vedete ne coltivo più di ottanta specie svariate, +che riunite nel tino danno squisitissime qualità di vino. — Che più? +Nominartene una per una fa lungo il discorso ed inutile. Sarebbe lo +stesso dirti il nome di ciascun granello di sabbia agiti Favonio. Ti +basti che ne ho di Chio, di Thasos, di Spagna, della Rhezia, di Sicilia +e del paese degli Allobrogi. — Ora, ridammi il braccio e scendiamo a +vedere l’oliveto. — + +Lucio era incantato della semplicità di quel vecchio illustre e della +bonarietà che spiravano le sue parole. — Si sentiva superbo di essergli +al fianco e pensava quanti in Pompei gl’invidierebbero una tanta +fortuna. + +— Tu, o Vestorio, avrai detto al tuo figlio come quegli alberi cui +ci avviciniamo ed ai quali i Greci attribuirono una origine celeste, +fossero stati qui da essi portati. — In Italia non v’erano. Anzi, +nell’anno di Roma 505, una libra di olio valeva dodici assi. Ed oggi +ce ne danno dieci per un asse. — V’è chi ha scritto, vi è pur chi dice +che quelli che piantano ulivi non ne veggano il frutto. — Errore! — +Ecco, siam giunti. — Vedete i grossi alberi! E tutti da me piantati. +— Antestio, gli ulivi che piantammo gli ultimi, da quanti anni messi +sotterra? — + +— Mio buon padrone, nell’anno del tremuoto........ ed in cui partorì +la mia figliuola. Giunti al quarto mese della germinazione, sono cinque +anni. — + +— Vedete, amici, sono cinque anni, e già compensano le nostre +sollecitudini! — Antestio, togli un ramicello delle tre qualità +migliori commestibili. — Vo’ che le osserviate da presso..... Questa +dalla foglia larga ed argentea al di sotto viene di Spagna e perciò +ai suoi grossi frutti diamo il nome di _orchites_. — Dapprima li +ponghiamo in un bagno caustico, composto di acqua stillata dalla calce +e dalla cenere. Tratto tratto si esaminano tagliandone la polpa col +coltello. Appena si scorge il punto che il ranno è arrivato a mordere, +le olive si tolgono e si lavano con acqua pura. Indi si tornano a +maturare nella salamoia, formando sopra uno strato di steli e di fiori +spezzati di finocchio salvatico. — Queste dalle bacche più larghe le +chiamiamo _pausiane_; esse pure formano la delizia della nostra tavola +nello inverno. L’ultimo ramicello appartiene ad Emerita, terra della +Lusitania. I suoi frutti sono grossi e polputi. — Non abbisognano +di salamoia. Basta esporli durante le fredde notti del decembre e +del gennaio all’aquilone e divengono dopo una decade dolci come uve +passe. — + +Poi, voltosi al monte, riprese: + +— Vesvius — creatore di questa deliziosa contrada e che talvolta, +quasi schiacciasse col suo peso i Titani, freme e traballa — oltre le +pomici, la pozzolana e quelle spugne rossastre di cui ci serviamo per +fabbricare muri leggieri e soffitte, pare ci abbia pur dato una pietra +dura quanto il granito. Me ne servii per molti lavori qui. — Or, sopra +i crepacci della roccia eransi piantati di per sè alcuni caprifichi +salvatichi, i quali portavano le loro frutta con maturità anticipata. +Allora io piantai dinanzi fichi di qualità migliori. + +Perdona, o giovanetto, la parlantina di un vecchio che la vanità ha +sorpreso sul declinare della vita. I miei coetanei sono lodatori di +antiche cose. — Nè io son libero di quel difetto, se difetto è. — Ma +lodo pure le nuove, perchè sono presso la natura che si rinnuova pur +sempre. — Là a diritta ho una piantagione di peri. Mi danno frutta +squisite. Ho la _decimia_ — la _dolabella_, che ha lungo il picciuolo +— la _laurina_, il cui aroma somiglia a quello della corona degli +eroi — la _nardina_, che ha l’odore del nardo — la _superba_, che +chiamasi così per antifrasi, essendo la più piccina della specie — la +_libralia_, che vien colta dopo i primi geli — la _veneria_, dedicata +alla Iddia che a me sorrise e a te sorride benevola, detta così per la +forma elegante e pei suoi vivaci colori. — I cotogni che miri in fondo, +dai rami ricurvi dal peso che l’anno scorso patirono per la quantità +dei suoi frutti pesanti, gli ho piantati per adornare gli altari dei +domestici Iddii e per la loro fragranza. — Là, a sinistra, su quel +terreno più fresco e più pingue, sono alberi di mele che sbocciano +già le loro tenere foglie. Ve’ la primaticcia, che apre la fila. Poi +la _sceptia_, che devesi ad un mio liberto. — Le più ricercate sono +le _appiolae_ — le _claudiae_ — le _manliae_ — le _gestiae_ — tutte +coi nomi di quei che le fecero primi conoscere. — Furono uomini egregi +del vecchio Lazio e del Sannio; i quali, dopo avere condotto i soldati +della repubblica sul sentiero della gloria immortale, tornarono come +me alla onesta quiete dei campi d’ond’erano partiti. — Nessun piange +o muore per queste loro conquiste. — Esse sono tutte ed a tutti +benefiche. — E la pubblica riconoscenza gli nomina e gli nominerà +quantunque volte gli uomini ricorderanno i loro frutti squisiti, +fintanto che i padri trasmetteranno ai figli le due nobili lingue della +libertà e della civiltà. — + +Il vecchio Casella, di curvo che era, sollevò baldo il suo capo +canuto, e due cicatrici mostrò sulla fronte e sul collo. — Il giovane +fu commosso da quello aspetto dopo quelle parole e strinse la mano al +padre suo. Tre diverse fasi di sole erano in presenza — l’alba — il +mezzodì — ed il tramonto. Ma tutte si coloravano di una tinta splendida +ed ardente. — Lucio, dominato dalla fiera inspirazione dell’onore e +della gloria, era grande, magro e un po’ stretto di spalle. Bruno e +dai capelli naturalmente arricciati, aveva un fuoco negli occhi che +rivelava gli entusiasmi del cuore. — Vestorio; di media statura e +tarchiato e forte, aveva seguito la carriera delle armi ed era poeta +come un valente uomo dev’essere; imperocchè il medesimo slancio solleva +di terra — per trasportarle con ala possente verso un nume misterioso +ed ignoto — la mente coraggiosa e la mente inspirata. Nei tempi di +pace adempiva alla pubblica funzione di questore, che la elezione del +popolo gli aveva dato. — Coecilio era un uomo di una forte razza, di +cui non abbiamo che un solo modello ai dì nostri. Nè grande, nè piccolo +di persona. Grave negli atti e nelle parole. Pari sempre alle varie +venture della vita. E tutto lo aspetto raggiante di un velato e mesto +sorriso che nessun pericolo, per tremendo che fosse, avrebbe avuto la +forza di spogliarne il suo labbro. — La emozione di quei tre era come +lo ardore profondo di un sentimento che appena facevasi sospettare +al di fuori — Il vecchio fu il primo a parlare e disse, rivolto agli +amici: + +— Visitammo abbastanza i piedi degli alberi, i miei sono stanchi. +— Forse i vostri, no. — Pure, per tutti stimo conveniente il +riposo. — + +Gli altri assentirono con un cenno del capo. Ed avviandosi verso +l’abitazione, traversarono la parte ove si coltivavano i legumi. + +— Qui sono le piante nominali di famiglie illustri e che sempre più ci +richiamano alla memoria la origine d’onde venimmo. I Pisoni derivarono +da un coltivatore di piselli. — I Lentuli, di lenticchie. — I Fabi, +di fave. — La cura dell’orto fu cura di uomini sommi che le istorie +ricordano. — Qui, di fuori, non sono che gli asparagi che riportai di +Ravenna. — Ah! pur vo’ mostrarti il luogo d’onde io traggo gli aromi. +— Costì sono seminati il _libisticus_, che tien luogo della mirra — +il _cominus_, la cui semente fragrante piace tanto ai colombi — la +_nepitella_, il cui sapore mordente condisce le vivande. — Ma, andiamo +a rifocillare lo stomaco, che ne ha bisogno. — + +Il triclinio di quell’uomo virtuoso era semplice come la sua persona. +— La camera bianca di calce. Tre larghe finestre vi facevano penetrare +il dolce tepore della stagione. Il sole era raggiante. La natura tutta +chiusa in un suo pensiero di amore. — Dopo aversi lavato le mani e +propinato agli Dei domestici della patria, si assisero attorno al +desco, su cui fumava un pezzo di montone arrosto. Pane saporito, latte, +mele, frutta ed erbaggi. — Il vino era mesciuto in coppe di terra di +Nola, ornate di belle pitture. — Gli uccelli cantavano i loro inni +sugli alberi vicini. + +Dopo una seconda abluzione si levarono dal desco. Ed andarono verso una +stanza, ove trovarono il _librarius_, lo schiavo che tenea conto dei +papiri e trascriveva quelli che Casella facea venir di Herculanum e di +Cuma a prestito dai suoi amici. La camera era sopra un terrazzo elevato +e la luce veniva dentro da spiragli praticati sul tetto e coperti da +vetri. Tutto allo intorno era un armadio. E dentro, distesi su lunghe +tavole, posavano le leggi, i plebisciti, i decreti dei magistrati e gli +editti meglio importanti. Venivano quindi gl’istorici, i filosofi, gli +agronomi. + +— Ieri piovve e ben tardi rasserenò. Laonde qui venni, cacciato dai +campi. Pamphilo — questo giovane greco, che ora copia le opere di +Catone — mi fece lettura per più ore del libro. — Io non saprò mai +imitare quel saggio. — + +Vestorio si fe’ tosto a richiedergli: + +— Stupisco della tua severità. — Dinne a noi le cagioni. — + +— Catone studiò forte la economia e la volse all’eccesso. — In +verità, i risparmi oculati dei cittadini fanno fiorente uno Stato. +Ma non bisogna spingerli allo estremo. — Nè avaro — nè dissipatore. +— Rammentati, o Lucio, che anche gli eroi sono soggetti a fallire. +E i grandi uomini debbono continuo studiarsi, onde evitare che i +loro errori non mangino la grossa parte dei benefici effetti delle +immense loro virtù. — Immagina, Vestorio. Egli prescrive di menomare +il cibo agli schiavi quando i fichi maturano e di niegare ad essi la +distribuzione del frumento, quando pei campi e sulle siepi sono bacche +che sappiano in alcun modo surrogarlo. — E raccomanda d’inviarli, +quando sonosi fatti vecchi, al mercato, per non avere a dare alimento +ad uomini inutili. — Ora comprendi ch’io non posso imitarlo. — Io ne +ho alcuni, pieni di giorni al pari di me e sono tutti affrancati. — +E, di abito, soglio ritardare di pochi anni — a seconda della loro +laboriosità — la tonsura dei capelli e il dono del berretto frigio. — +Ed oggi tu, magistrato, procederai legalmente allo affrancamento dei +meritevoli. — Pamphilo, tu sai quali sono. Invitali a radersi le chiome +e ad attenderci sotto il delubro della Dea. + +— Nobile amico! + +— Ecco le mie gioie e i miei teatri; lontano dal fracasso del +mondo. — + +Lo attendere fu corto. Le grida di gioia ed un inno greco, cantato da +giovani donne, annunciò ch’essi potevano discendere. + +Il primo ad essere fatto liberto fu Pamphilo. Coecilio gl’impose la +destra sul capo e pronunciò: + +— Io voglio che questo uomo sia libero e goda dei diritti di +cittadino. — + +Vestorio, poichè l’altro tolse la mano, gli toccò tre volte la testa +con una baccetta. Allora, il padrone lo prese pel braccio, lo fece +girar sui talloni e gli diè un piccolo schiaffo. + +— Ora sei libero. E possa giovarti la libertà che ti rendo per quanto +ti fu grave la condizione in cui io ti conobbi. — + +Il giovane piangendo abbracciò il suo generoso signore. E questi a +lui sussurrò brevi parole all’orecchio. — Quindi la stessa funzione fu +praticata a favore di Sica, di Castricio, di Precilio, di Egypta, di +Mustella, di Thalna e di Cerellia. + +La _vindicta_ era compiuta, allorchè Vestorio ebbe scritto i loro nomi +sur una tavola incerata. Chiamavasi così, perchè Vindicio fu il primo +schiavo cui in Roma venne conceduta la libertà per aver con generosa +denuncia salvato le sorti della repubblica. — Ed allo schiavo si facea +fare un giro sopra se stesso, per indicargli che quindi innanzi poteva +andare dove meglio gli talentasse. Però tutti aggiungevano al loro +nome quello dello antico signore e rimanevano aggregati in certo tal +modo alla famiglia, divenendone clienti. Non potevano sposare nè la +sorella, nè la figlia, nè la vedova di quegli che li aveva affrancati +e si distinguevano dai cittadini nati liberi col coprire la testa del +frigio berretto. Nelle pubbliche magistrature essi e i loro discendenti +potevano aspirare soltanto al grado di maestri dei quatrivi e dei +paghi, o di edili del popolo. + +Coecili Pamphilo, liberto di Casella, aveva portato un papiro. Ed il +vecchio, svoltolo, disse a Vestorio: + +— Ecco il testamento nel quale ho instituito il mio erede universale. — +Privo di famiglia, non voglio che i miei beni sieno venduti alle grida. +— Alconte, mio schiavo, tu che per tanti anni mi accompagnasti nella +vita fortunosa che insieme menammo, sii tu il mio _hæres necessarius_ +e, per cotesto atto, libero. — + +Una gioia singolare circolò nelle vene degli adunati. Tutti baciavano +il lembo della veste del vecchio. Ed egli, con dolce sorriso, +assaporava la loro felicità nuova, come quel padre non ricco il quale +coi suoi risparmi ha raccolto danaro bastante per mandare al ballo le +proprie figliuole, vestite di seta. + +— Ora, ognuno torni alle proprie occupazioni. — + +I tre amici rimasero soli. — Ma dire le soavi emozioni sentite da Lucio +durante la festa della Libertà, è impossibile. — Ed era ancora assopito +in quei dolci pensieri, quando la mano di Coecilio lo scosse. + +— Ti ho mostrato il giardino e il pomario. Debbo ora condurti +nel podere che dà il buono da nutricare questa mia numerosa +famiglia. — + +Si avviarono a sinistra. + +— Per amministrare un campo a dovere occorrono tre cose — acqua — +pascoli — e bosco. — Del bosco ho quanto basti. — Dell’acqua poco. +— Dei pascoli a sufficienza pel mio bestiame. — Per vivere felice +in campagna ne occorrono tre altre — purezza di aria — fertilità di +terreno — e buon vicinato. — L’aria è balsamica — Il suolo è fecondo — +I miei vicini siete voi, o Vestorio; e Lucio Tucca. — + +I due amici lo abbracciarono con affetto. + +— Io vergogno della vastità di questo podere. — Sono quattrocento +iugeri di terreno. — Cincinnato possedeva un orto, e vi piantava +cipolle quando vennero a nunciargli il popolo averlo nominato a suo +dittatore. — Caio Fabrizio era padrone di sei iugeri di terra. — Curio +Dentato, di sette — ... In verità l’onta mia rimanesi inosservata, +quando molti altri posseggono assai di più. — + +Camminavano per campi pieni di graminacee e di rape salvatiche in fiore. + +— Noi calpestiamo ora il terreno che fruttò l’anno scorso. Lo farò +arare a suo tempo, poi che abbia posato. Il terreno che colaggiù +verdeggia mi darà nel mese di Cerere quel prezioso ricolto per cui si +fa lieta la razza umana. — Andiamo là, ove Strobilo lavora coi buoi.... +mirate i suoi solchi diritti!.... Bene... veramente bene! — .... Ehi! +Strobilo, ti felicito.... Eguali tutti! Oh! non può dirsi che il bravo +boaro _delira_! — Tu non esci dalla linea. — + +Lo aratore fu coi buoi presso il padrone. Gli volse e poi li fece +posare per prender fiato; e colla destra teneva le redini e colla +sinistra appoggiossi sullo stimolo di cui si serviva per eccitare gli +animali al lavoro. + +— Io son lieto di poter appagare coll’opera mia l’ottimo dei padroni. — +Hai altro a dirmi? — + +— Vanne, o Strobilo... e che Saturno ti aiuti! — + +Proseguendo oltre, si trovarono nell’aia e poi in faccia alla dimora +dei coltivatori. Il _villicus_ fu primo a presentarsi. Gli altri erano +tutti in movimento al nuncio che Coecilio era venuto da quella parte. +I bambini, che ignorano le teorie dei riguardi e che amano chi li +ama, usi alla di lui naturale bontà, gli corsero incontro gioiosi e +gareggiarono per afferrargli le mani. — Egli li carezzò dolcemente; e +poi: + +— Ebbene? Caro Cilindro, come va la bisogna? + +— Va! — Gli Dei ci concedono pioggia e sole. — Ho fatto seminare i +fagioli e prospereranno. + +— Accompagnaci, se ti piace, nelle dipendenze della casa. — Vedi, +Lucio, nella _equilia_ di contro erano molti cavalli una volta. Come +belli i miei compagni nelle battaglie! Erano delle migliori razze +d’Italia. E ricordo con piacere Signifer, Deceratus, Murrhinus e +Pontifex, i due ultimi feriti insieme con me. — Ora non risponderebbero +allo scopo. Preferisco i buoi e le vacche ai cavalli. — Andiamo a +vederli. — + +Entrarono nella _bubilia_. + +— Ho molta cura del bestiame io. Mira che grandezza e che forza! + +— Ma così belli davvero! + +— Vestorio, ho corso il mondo cogli eserciti e in nessun luogo gli +trovai belli ed adatti per la loro forza al lavoro come nel Lazio. E +gli feci venire dal paese dei Volsci. — Che nobili corna! + +— Di simili buoi dovette far uso Annibale per impaurire di notte i +Romani e scompigliarli nel loro campo. Nelle piccole corna dei buoi +nostrani non avrebbe potuto legar grossi fasci di frasche. + +— Bene rifletti, o Lucio. — Non potetti per difetto di posto costruir +qui la stalla d’inverno e quella di estate. — Ma questa è in tali +condizioni da farne a meno. — Io non li lego. Una specie di giogo li +frena e non vieta loro verun comodo movimento. Tra l’uno e l’altro v’è +spazio bastevole perchè il bovaro possa girare loro intorno, allorchè, +sdraiati, ruminano. — Cilindro, fa aprire l’_ovilia et caprilia_. +— Tengo cotesti animali pur esposti al mezzodì come i buoi, per +allontanare il loro puzzo dalla casa dei coltivatori — che è in faccia +— e perchè sieno alla loro portata. — L’uomo non libero è pigro. Eh! +Bisogna venire a patti colla loro pigrizia! — + +La soffitta di quel locale era più bassa, acciò il calore meglio vi +si concentri. L’ovile aveva un pavimento di mattoni. — E fra il parco +delle pecore e delle capre era uno spazio, coperto di una lettiera +abbondante di ramicelli di felce, su cui posavano le già pronte a +partorire. + +— Vedete pecore di buona razza. — L’ho migliorata, incrociandola +con quella di Taranto. — E ne ho lana copiosa e più bella. — Nelle +_harae_ dei maiali non vi farò entrare. — Sì, nel _gallinarium_. — +Mirate i bei galli! Vi faccio per mezzo di un tubo penetrare un po’ di +fumo; avvegnachè pei polli sia gradevole e salutare. — Colà in fondo +è il _teporarium_ pei conigli che i miei coltivatori mangiano. E il +_chenoboscium_, ove le anitre e le oche mangiano e prendono bagni. +Quel muro alto che vedete lo feci rizzare per due usi — a riparo del +favonio — ed alla moltiplicazione delle lumache. — È il _cocleare_. — +Sul ruvido intonaco è il muschio che le attira ed io ne faccio delizia +della mia mensa. — Costì, sotto al _gallinarium_, è lo _ergastolum_. +Allorchè io compero gli schiavi non li trovo quali io gli vorrei. E +Cilindro deve piegarli. Or quando i miei modi ed i suoi non bastano +allo intento, conviene cacciarli in quel sotterraneo che riceve aria +e luce dalle alte e strette finestre che vedete. — Non li visiteremo +perchè sono bricconi. Ma.... diverranno buoni come gli altri che +abbiamo insieme affrancato. — + +Una donna in sui trent’anni, tarchiata e di buon aspetto, si fa innanzi +a Coecilio, lo saluta e gli stringe la mano. Era la _villica_, la +moglie di Cilindro, ambedue liberti, agli ordini e al servizio del +marito suo, sobria, casta, non superstiziosa, ed avente cura alle none +ed agli idi di ciascun mese — siccome pure alle feste prescritte — di +appendere corone ad Epona, la Dea protettrice del bestiame e di volgere +preghiere per tutti al Lare domestico. + +— Abbi gli Dei propizi, o buona Gymnasia. — Vi è da fare, eh? + +— Il lavoro nudre, o padrone. E col tuo esempio l’uom si migliora. — +Che la Parca perda la forbice il giorno in cui si rammenta che Coecilio +Casella nacque e vive. + +— Accetto lo augurio buono. — Abbi cura delle vesti dei miei schiavi. +E che i bambini sieno puliti. — Ve’, quello dai grandi occhi e il +paffutello che mi ha preso la mano. Ambidue hanno il viso sudicio. + +— Sono la disperazione delle loro madri. Sempre nel fango, che sembran +oche. + +— Ho notato molti crani di asino confitti nei pali qua e là. — È per +congiurarne la mortalità, forse? + +— No, o mio Lucio. — Preservano i campi da influenze maligne. Ma, son +troppe; hai ragione! + +— Che tu fossi divenuta superstiziosa, o Gymnasia?..... Amo la moralità +negli schiavi. Ma non voglio che luperchi schifosi, che aruspici ladri, +che indovini bugiardi, che maghe vagabonde vengano qui a mettere ubbie +nelle vostre teste. — La credulità istupidisce. La ignoranza mangia +i risparmi. Il bisogno del denaro mena al delitto. — .... Ed io non +voglio punire al possibile! — Intendi? — + +Cilindro diè una occhiataccia alla moglie. La quale, confusa dal +rimprovero, si fece rossa e curvò la testa. + +— _Peream male si_..... + +— Basta, o Cilindro. Non vedi? La divenne taciturna come una statua. + +— Sai il mio costume, o padrone — _sequere potius quam ducere funem_. +— Ma Gymnasia farà ch’io mi cangi e la fune la tirerò. — Qui mai più +ribaldi, intendi? Gl’inghiotta Cocito questi ladri delle campagne. + +— Via! O buona, drizza su il capo e menaci alla cucina. — È la sede +della tua magistratura e non vi sarà a ridire colà. — + +Era una vasta camera, a soffitto alto e bene imbiancata. Il focolare +aprivasi largo e con un banco circolare di muro per riscaldarvi +gli schiavi nelle giornate fredde del verno e per asciugarvi negli +acquazzoni estivi. Sulle pareti erano pentoli e tegami e tripodi di +ferro e vassoi di bronzo. — Sopra il pavimento di lapilli impastati +con calce e battuti lungo la parete sollevavansi spessi appoggi di +mattoni murati, sui quali sedevano grossi caldai nettissimi e _calati_ +di piombo per conservare acqua da bere e al servizio della cucina. +Una porta laterale menava ai bagni degli agricoltori, i quali solevano +farvisi netti nei dì festivi e più spesso le loro donne e i bambini. +Sopra i bagni era l’_apotheca_, ove chiudevasi il vino nuovo, perchè +esposto al fumo maturava più agevolmente. + +— Bene, Gymnasia. Sono contento di te. Perdona il rimprovero che ti +feci. _Oculus in agro fertilissimus._ + +— Or dove dormono i tuoi schiavi, Coecilio? + +— Amo, o Vestorio, nel tuo Lucio la curiosità che addottrina. — +Qui, sopra la cucina e le stalle. — I bovari e i pastori, nelle +_bubiliæ_, perchè sieno vigili custodi del mio bestiame. — Credeva di +averti mostrate le loro cellule coi loro numeri sopra, per eccitare +la emulazione e fare ognuno testimonio della incuria dell’altro. +— La corte, colla fontana nel mezzo e, sotto, la cisterna per la +conservazione delle acque piovane, è chiusa dall’_horreum_, magazzino +ove sono in serbo gli aratri, gl’istrumenti di ferro ed i _tympana_, +carri a ruote piene senza raggi, destinati al trasporto dei pesanti +prodotti dell’agro. — Qui, tutto vedemmo che meglio importava. — +Torciamo ora i passi verso la mia dimora, e di là alla _fructuaria_, +dove convengono tutti i ricolti. — Addio, amici. Gli Dei vi concedano +tanti beni, quanti occorrono al vostro vantaggio. — + +Alcune lepri correvano lungo i campi, e si rinselvavano nel bosco. +Le pernici squittivano accenti di amore. In un recinto di reti gli +agnelli spoppati apprendevano a nudrirsi dell’erbe tenerelle che il +tepore primaverile in quelle felici contrade facea germogliare. E +mentre le talpe minavano sordamente la terra, i passeri, le allodole, +i pettirossi e le cingallegre modulavano gentili armonie. La strada, +dov’essi passavano, seguiti da Cilindro, offeriva ai loro sguardi uno +spettacolo visto e rivisto e pur sempre nuovo. Il terreno discendeva +in anfiteatro sino alla riva, abbellito da gruppi di alberi, da +fichi spinosi e da case variopinte, che colle loro terrazze e coi +loro portici parea sorridessero a quel cielo olimpico. L’occhio +abbracciava in una volta il mare senza limite, il golfo di Stabia, +le coste abrupte di Sorrento, l’isola di Capreas, la lunga sponda di +Posilipo, la vaghissima Neapolis, lo artistico e nobile Herculanum e il +vecchio Vesvius, fucina degli spessi tremuoti e più tardi operatore di +distruzione e di morte. — Quei luoghi d’incanto avevano una espressione +di tutta dolcezza; e, come la musica, spandevano pei nervi un fluido, +padre d’idee passionate e triste. Coecilio arrestossi e levando la +mano. + +— O Campania, giardino d’Italia! E tu, fiore del mondo, Pompei! — + +Parlando su cotesto argomento giunsero dove erano diretti i loro passi. +— Il fabbricato aveva in mezzo una corte. — Ciascuna parte era addetta +al suo uso particolare. A diritta era il _torcular_, il molino delle +olive e il pressoio per estrarne l’olio. A lato era la _cella olearia_. +A sinistra aprivasi la _cella vinaria_, il cui pavimento di marmo +inclinavasi verso un bacino che riceveva il mosto dei tini scoppiati +per la forza della fermentazione. — Una grande vasca — _calcatorium_ +— serviva alla pestatura delle uve. Era sollevato sur uno zoccolo di +quattro gradini e due bacini profondi ricevevano il mosto che poi si +versava nei _dolia_ — tini panciuti di terra cotta — posati lungo i +muri. Presso i torchi, in fondo, levavasi la caldaia, dove il mosto +convertivasi in vino cotto. — Poi, nelle anfore conservavasi nella +cantina, luogo chiuso e quasi oscuro, munito di qualche spiraglio verso +il settentrione. + +Sopra era il _penus_ — il luogo ove si conservavano i commestibili +— e l’_oporotheca_, dove si serbavano le frutte in particolare. Nel +primo, le fave raccolte, i piselli, le olive edule, le zucche, le uova +fresche, i meloni ed altre cose simiglianti. — Nell’altro, i fichi, +le mele, le pere, e via dicendo. Quivi il suolo, le pareti e la volta +erano di marmo per intrattenervi vie meglio la frescura. + +Il granaio chiudeva la corte coi suoi magazzini a volta e sollevati +dal suolo. Il pavimento era formato di lapillo, di calce e di sabbia +impastati col sedimento dai vasi da olio novello e non salato. Quando +era battuto ed asciugato, vi si spalmava anche dell’olio buono ed +il fondaco diveniva eccellente, e mai i sorci, i calabroni od altri +animali nocivi vi penetravano. + +— Tu mi chiedesti un _promus_, o Vestorio. — E ti darò Mustella che ama +una tua liberta chiamata Pyrgo; talchè sarà felicissimo nel tuo podere. +E pur mi chiedesti un _villicus_ valente. — E ti darò Castriccio che il +mio Cilindro istruì. È per sposarsi con Cerellia, una delle schiave che +tu stamane legalizzasti liberta. — Noi, mio Lucio, correggiamo un uso +dei repubblicani di Roma. Quando quel gran popolo conquistò la Italia +e la Grecia, si appropriò il territorio dei vinti. — Se era coltivato, +i triumviri addetti all’amministrazione della nuova colonia o lo +vendevano o lo affittavano. Se il popolo aveva seriamente resistito, la +terra si dava agl’incanti; e quegli cui rimaneva pagava alla repubblica +il decimo del prodotto che ne ritirava. La quale tendeva a moltiplicare +ovunque la popolazione agricola che le forniva i più bravi soldati, i +più duri alle fatiche e non pensavano al male. Ma moltiplicandosi le +guerre — e gli uomini liberi, tutti a difesa delle aquile, — la cultura +dei vasti dominii fu giuocoforza affidarla agli schiavi, ch’erano le +popolazioni soggette. Tu hai osservato con quanta carità io li tratti. +— Non tutti così!.... E gl’italici si solleveranno i primi. I Romani +forse li domeranno col ferro o scenderanno a patti.... Verrà giorno +però in cui il lusso, la mollezza e i vizi disegneranno la curva della +caducità di un gran popolo. I campi popolati tutti di schiavi oppressi +saranno teatro a macelli e ad incendii. I crocefissi inchioderanno i +loro crocefissori... Oh! non permettano gli Dei tanta ruina. — + +Il sole illuminava dei suoi ultimi fuochi le cose. Pei due Pompeiani +era tempo di ritirarsi. Ringraziato l’ospite illustre del cortese +accoglimento e della cessione dei propri coltivatori, Vestorio Tucca e +Lucio tolsero da lui commiato e lo baciarono sulla gota. + +Poi che li vide a cavallo, Coecilio Casella fece loro un atto benevolo +colla mano e disse: + +— Il tragitto alla tua casa è breve, o amico. — Ma in viaggio un +giovane allegro e caro, come il tuo figliuolo, vale un _cisium_ leggero +per un pedestre stanco e trafelato. — + + + + +IL FORO. + +LA ELEZIONE DEI MAGISTRATI IN POMPEI. + +=Anni di Roma 705 — Anni avanti il Cristo 49.= + + + A GIUSEPPE FIORELLI. + + III. + + +Il cielo era azzurro e radiante — come spesso — sull’ampio e vaghissimo +cratere partenopeo; una tinta che non è altrove; che infiamma e fa +pensare; che soffia sull’anima gli slanci passionati e le eroiche +rassegnazioni. — Il golfo era circondato da colline verdeggianti sino +al promontorio di Minerva e da un antico vulcano, detto Vesvius, le cui +lave vedevansi lungo la strada che da Pompei sulla riva del mare menava +in Oplonte, Retina ed Herculanum, o sulla via Popilia che guidava a +Nola, o sulla terza che, traversando il copioso Sarno e dividendosi in +due, metteva a Nocera ed a Stabia. — Bella per le sue rive incantate su +cui i poeti favoleggiavano le sirene, ricca pel suo fiume navigabile, +avente l’occhio sur una fertile pianura, e l’altro sulla collina +gremita di case variopinte, la città-emporio — detta perciò dai Greci +ΠΟΜΠΕΙΟΝ — era posizione militare, posto commerciale e luogo di delizie +in una volta. I pittori venivano a cercarvi le loro inspirazioni — i +poeti, i segni sensibili delle armonie della natura — i filosofi, le +felicità profonde nello stracciare un per uno i troppi veli parati +dinanzi al genio dell’uomo — i timidi, gli stanchi, gli uomini di +pecunia, il luogo riposato e tranquillo ove appena giungeva l’eco degli +avvenimenti fragorosi del mondo — i ricchi giovani, le più splendide +illusioni, i sorrisi delle labbra divine, gli sguardi vellutati che +vi passano il cuore e le parole dorate dalla intelligenza o profumate +dal candore che quella sola regione poteva ancora offerire, patronata +siccom’ell’era da Venere Fisica e da Iside misteriosa. + +Correva l’anno di Roma 705. + +Erano le calende di maggio. + +Il quadrante solare e la clessidra di acqua — questa surrogante +l’altro nei tempi oscuri o nebulosi — deposti nei pubblici luoghi, +designavano già la quarta ora, corsa dopo il _diluculum_, parola +colla quale indicavasi la punta del giorno. — Malgrado però quelle +acconce invenzioni di cui Roma seppe godere sol cinque secoli dopo la +sua fondazione, lo _accensus_ — ufficiale subalterno dei _duumviri_ — +urlava a piena gola sui canti delle vie la misura del tempo che il sole +e l’acqua notavano, per meglio aiutare alla intelligenza dei forestieri +e della gente minuta della città e della campagna. + +Sino dal mattino — aperti i cancelli di legno sullo sbocco delle otto +strade che mettevano nel Foro — il vasto recinto era un va e vieni +di fitto popolo di tutte le classi e di varie favelle. Oltre che i +meridionali hanno la tradizionale abitudine di viver meglio fuori +che dentro le proprie dimore — oltre che quel vasto edifizio solevasi +costruire di preferenza presso il porto nelle città marittime o nel +luogo più elevato e centrale in quelle dentro terra — siccome il sito +favorito dei ritrovi, dei commerci e delle riunioni di tutti i pubblici +affari — in quel giorno la Colonia Veneria Cornelia di Pompei era +chiamata alla elezione diretta dei suoi magistrati. + +Sur ogni muro esterno delle case e specialmente sugli angoli dei +quatrivi, erano inscrizioni a grandi lettere di color rosso, mercè +le quali i devoti, i riconoscenti per ricevuti favori, i clienti, +i parassiti e i liberti sollecitavano il pubblico voto a pro dei +loro propri candidati. Per cui leggevansi elogi tributati a nomi +di cittadini e biasimo ai più sconosciuti od immeritevoli dell’alto +ufficio. + +La politica dei padroni del mondo divise i paesi conquistati in città +latine, in città federate, in prefetture ed in colonie. — Erano libere, +ma nella dipendenza di Roma. Laonde non potevano stringere alleanza +tra esse, nè politica, nè privata, senza prima ottenerne il permesso. +— La Italia si divideva in dodici provincie indipendenti con leggi, +con usi più o meno simili a quelli che reggevano la grande metropoli; +e dal golfo di Taranto distendevasi sino al Rubicone, piccolo fiume che +sbocca nell’Adriatico. — E nel Mediterraneo giungeva sino a Luna, città +che gli Etruschi avevano fondato là dove il fiume Magra si gitta nel +mare. — La potente repubblica privava della libertà i popoli manchevoli +alla fede dei suoi trattati. — Se recidivi, gli deportavano tutti +fuori del loro paese. — O ne distruggevano la città. — O confiscavano +una parte del loro territorio. — Tutte le dodici provincie erano più o +meno colonie militari, cioè deposito di un corpo di fanti e di cavalli +in permanente osservazione; e dovevano pagare un tributo in uomini +ed in danaro. — E come puniva le aperte rivolte, così ricompensava le +tacite fedeltà. — E la colonia di Pompei era pur _municipium_. Aveva, +cioè, ricevuto il _munus_, il donativo tutto speciale dei diritti di +cittadinanza romana. — Onde la sua costituzione era pari a quella +dell’Urbe, che divideva i suoi abitanti in tre ordini — senato — +cavalieri — e popolo. La magistratura municipale di Pompei rassegnavasi +in un edile — nei duumviri che rendevano altresì la giustizia — nel +pretore — nel censore — nel questore, gerente del reddito pubblico — +nel patrono della città — nei maestri dei subborghi e dei trivi — ed in +cento decurioni — quelli che in Roma chiamavansi senatori — i quali — +decimando i coloni — formavano il pubblico Consiglio. + +La forma del Foro — che fu l’_agora_ già costruita dai Greci — era +un parallelogrammo molto allungato. Un pavimento regolare di bianco +travertino, su cui sorgevano tutto all’intorno colonne d’ordine dorico +di svelte ed eleganti proporzioni, che sostenevano un porticato di +due piani. — Lungo l’area erano piedistalli rivestiti di marmo pario o +colorato, che presentavano in piedi le statue — votate in vita o dopo +morte — dei cittadini illustri per le loro virtù o per lo esercizio +di gradi eminenti. — Sur altri quattro erano statue equestri ed una +quadriga. — Sull’una estremità — quella che prospetta il mare — si +elevava un arco di trionfo. — E più su, due altri piedistalli con +statue. — Statue di marmo coronavano altresì il tetto del porticato +del Foro. — E nel fondo stava il maestoso edificio — alla cui sommità +giungevasi per una gradinata interna di marmo — il quale era in un +tempo l’_ærarium_ ed il tempio sacro a Giove ed al figlio Esculapio. +Siccome la costruzione di parecchi metri sollevavasi dal suolo, il +piano superiore lo avevano dedicato al principe dell’Olimpo, ed il +sottano a deposito della pubblica pecunia. + +Otto strade diverse menavano al Foro. — Quelle dei due lati del tempio. +— L’altra che veniva dal crocicchio del Lupo. — Una dal canto del +Pecile — luogo riparato dal vento e dal sole, sacro al passeggio, dalle +pareti adorne di pitture sui fasti gloriosi della Colonia — metteva +nell’Araiostylo, l’ambulatorio sotto il portico a lato del tempio di +Venere. — Una veniva dalla marina ed immettevasi nel parallelogrammo +tra il suddetto fano, sacro alla Iddia della plastica bellezza, patrona +della città, e la _Basilica_. — Un’altra questa isolava dalle case +particolari. — Una imboccava nel porticato costeggiando a diritta +la scuola pubblica — ed un’altra ascendeva verso quel punto rilevato +sulla via detta dell’Abbondanza, per la immagine di cotesta divinità +spicciante acqua nel fonte di quel quatrivio. — Passavano per là quei +che entravano in Pompei dalla porta di Stabia. — Ogni sbocco di quelle +vie aveva gradini e pilastri in piedi — _impedimenta_ — e pietre ovali +massiccie rilevate dal selciato — in uso pur queste in tutte le altre +strade della città, a comodo degli abitanti, onde traversassero a piede +asciutto nei casi di grandi acquazzoni — per impedire il passo alle +vetture e ai cavalli e non aggiungere lo strepito delle cose al rumor +delle voci. + +E nel vero, molta gente togata alla romana era colà e parlava a bocca +sfrenata, aggiungendo energicamente il gesto ad ogni detto. — Sotto +il portico gironzavano, arrestandosi tratto tratto i _fæneratores_ — +lepra dei tempi che tante leggi non potettero mai sanar per intero — +i quali usavano i loro brevi capitali, o ne improntavano da altri per +poi prestarli al grosso agio del cinque per cento al mese. La famosa +ritirata della plebe al Monte-Sacro, quindi sul Gianicolo, ebbe origine +dal rifiuto dell’abolizione dei debiti enormi, creati dall’avarizia +dei prestatori. — Una legge recente aveva ordinato che i cambiatori di +moneta — riconosciuti per tali — fossero nel Foro e dessero a prestito +il denaro con usura semissuale — cioè, del sei per cento all’anno. +Non mancavano però gli usurai di accalappiare qualche ignorante e i +forestieri, in un giorno di tanta folla. Erano rizzate sotto i portici +le _tabulæ auctionariæ_, coll’enumerazione scritta dei beni mobili +ed immobili da vendersi in tale ora alla pubblica licitazione. E i +_præcones_ gridavano i meriti di una casa, di un terreno, o dei mobili +di legno, di bronzo o di più fine metallo. — Altrove erano botteghe +posticce, ove si vedevano intorno ai venditori rotoli di cordami e +pacchi di vele. — O tuniche e mantelli di grosso saio con cappuccio, +per gente di campagna e per marinai. — O vasi di terra, fabbricati +nella vicina Nola, di ogni dimensione, di ogni ornato, di ogni prezzo. +— O lucerne, licnoferi, nassiterni, bombille e vasi unguentari. — +O calzari di ogni stoffa e di ogni foggia. — O Dei penati, e voti +di terra cotta o di bronzo. — O astragoli e pallottole di piombo ed +altri giocattoli per bambini. — E tutti gridavano — e tutti urlavano, +vantando la bontà delle loro merci e la mitezza dei prezzi. — V’erano +persino i ristoratori ambulanti, offrenti vini caldi ed acque melate. — +E fra i venditori di cialde, di nastri, di calzari, di stoffe di Tyro e +di Tarentum, di pelli conciate, si aggirava il misero Verna, maestro di +scuola, che con voce supplichevole e monotona, raccomandava a colui che +sarebbe stato eletto edile sè ed i propri discepoli. + +Sotto il portico laterale al tempio di Venere Fisica, in una icona +quadrata, erano costrutte di tufo le pubbliche misure di capacità +di varie grandezze, affidate, per decreto dei decurioni, ai duumviri +Clodio Flacco e Arelliano Caledo. + +Procedendo più oltre, penetravasi nella _Basilica_ — uno degli edifizi +meglio notevoli del Foro — ove i duumviri rendevano la giustizia. + +Di prospetto al tempio di Giove Tonante erano le tre _Curiæ_, luoghi +sacri, ov’erano depositate le scritture dei pubblici archivi. + +Sull’altro lato del Foro, Eumachia, figlia di Lucio, sacerdotessa +pubblica, in nome suo e di Numistro Frontone, suo figliuolo, aveva +costruito di proprio il magnifico monumento del _Chalcidicum_, della +cripta e del portico interno della _Concordia_, ch’era in un tempo +un tribunale per gli affari di commercio ed un luogo riparato dalle +intemperie e dallo strepito della vita pubblica per la trattazione di +essi. — I _fullones_ — che avevano altrove il loro opificio — grati +alla munifica sacerdotessa, le votarono una statua di marmo nell’abside +interno. — Il muro laterale esterno della cripta, riccamente ornato di +cornici, di frontoni e suddiviso in tutta la sua lunghezza di pilastri, +simulanti porte, era l’_album_, ove si pingevano a grandi caratteri +rossi o neri le inscrizioni di pubblico interesse, che risguardavano +le vendite, gli affitti, le feste, gli spettacoli. — Difatti vi si +leggeva lo annuncio che una compagnia di gladiatori avrebbe pugnato +in Pompei l’ultimo giorno di maggio. — E con un altro tutti gli +orefici invocavano Gaio Cuspio Pansa, edile. — E il maestro di scuola, +Valentino, coi suoi discepoli, raccomandava con uno sproposito di +lingua — che non procacciava meriti al saper suo — Sabinio o Rufo, +come edili, degnissimi della repubblica. — Ed un Osco dava nella sua +lingua — ch’era pure una delle favelle del paese, sendo stati i Sanniti +i suoi primi abitanti — lo indirizzo della sua locanda pubblica ai +viaggiatori, colle enumerazioni delle comodità che offeriva. + +Andando anche più in su, si trovava il fano dedicato a Mercurio. — +Quindi il _senaculum_, luogo destinato alle assemblee dei decurioni. +— Ed in fondo erano le _tabernæ argentariæ_, fondachi dove operavano +i loro commerci i cambiatori di moneta, gli orefici e gli scultori nel +bronzo. + +Ai lati del tempio di Giove si elevavano due eleganti archi a trionfo, +eretti ad incliti cittadini per le loro virtù. + +Ascendevasi al sacrario massimo per una doppia gradinata, presso +due larghi piedestalli ornati di statue equestri. Dal _pulpitum_ — +piattaforma spaziosa d’onde i magistrati e gli arringatori concionavano +al popolo — si saliva su più larghi gradini al porticato del tempio, +sostenuto da dodici colonne di ordine corintio, rivestite di bianco +stucco. E sedici colonne eguali, di ordine ionico composito — aventi +le sue volute sulla diagonale, sopportate elegantemente da foglie +di acanto — sostenevano nello interno un altro colonnato corintio +su cui chiudevasi il tetto. La statua gigantesca del nume drizzavasi +dinanzi le tre camere a volta, nel fondo della cella, belle di pittura +architettonica, nelle quali tenevansi gli archivisti degli atti di +deposito erariale. E su tutta la superficie del bianco mosaico — in +mezzo e nello intercolunnio — si aprivano larghi spiragli per dar +aria ed alcuna poca luce allo edificio sottano, ove era custodita la +pubblica pecunia. + +La folla erasi fatta vie più spessa. — Le matrone — cioè le donne +sposate colla _confarreatio_ e non colla semplice _cœmptio_, per cui +queste divenivano soggette dello sposo ed in una continua tutela, e +dalla cui razza non si sceglievano flamini nè vestali — ripeto — le +matrone, a cui tutti avevano ceduto il passo lunghesso le vie, salivano +prime sul terrazzo coperto sopra il portico del Foro per le due scale +disposte alle estremità delle _Curiæ_. Esse vestivano la _stola_, +cioè la lunga vesta di lana bianca che cuopre la metà dei piedi. E si +avviluppavano in un ampio mantello detto _palla_, che non permetteva lo +aspetto della persona. Una truppa di liberte e di schiave lor faceva +corona e largo al tempo stesso. Esse, in grazia del gesto animato con +cui accompagnavano la breve parola, si permettevano tutto al più lo +innocente civettismo di mostrare la bella mano dalle dita affilate e +piene di gemme. — Le altre donne più giovani — e perciò più eleganti +e più libere — che dopo esse salivano, portavano sopra l’acconciatura +del capo finissimi veli, coi quali artificiosamente e per metà celavano +ai desiosi sguardi degli ammiratori il loro viso ovale dal tipo greco. +Ricchi i tessuti delle vesti e di ogni tinta. Ma la porpora primeggiava +tra tutte. — Mutabili nelle loro idee, erano pure svariate le fogge +del loro vestire. Alcune si coprivano colla _regilla_, la quale era una +grande tunica dritta. O colla _impluviata_, una specie di toga femminea +di forma quadrata come l’impluvio di una casa. O col _basilicus_ o +coll’_exoticus_, manti reali o stranieri, colle frange o coi meandri +d’oro. O colla tunica _intusiata, calthula, patagiata, crocotula, +plumatile_, questa sparsa di ricami d’oro leggerissimi al pari delle +piume. — Una di esse, nel porre il breve piede sulla scala, ebbe cura +con tal movimento di disegnare i rotondi contorni della leggiadra +persona. Una bionda, per mostrare il suo petto bianco come la neve, si +volse dalla parte d’onde spirava il vento, perchè zeffiro soffiando sul +suo _linteolum cæsicium_, le scoprisse la spalla sinistra ed una parte +del braccio, tornito dagli amori. — E una bruna vanerella, vestita di +una _mendicula_ molto scollata, lasciava ammirare un suo neo sull’omero +di alabastro. Tutte avevano collato sul loro volto pieno di grazie +piccoli pezzi di pellicola nerastra, di forma rotonda o di mezza luna +— nei di artificio coi quali pretendevano dare maggiore rilievo alle +loro naturali attrattive. E presso che tutte — di bruni capelli — si +ostinavano per moda di averli cangiati in biondi ardenti, in dorati +od in tinta cinerea. E cotesto ottenevanlo col farsi ungere le chiome +dalle loro _ciniflones_ — addette a siffatto mestiere — con una pomata +composta di ragia, di aceto e di olio di lentisco, che imbiondiva +i capelli in una sola notte. — Non eravene una che non avesse sulle +orecchie due e sino tre pendenti d’oro, di pietre preziose e di perle. +— Cotesti gingilli così combinati erano detti _crotales_; perocchè +nello urtarsi formavano un suono, atto a destar l’attenzione e a far +doppio il loro civettismo. — Alcuna passava dall’una mano nell’altra +alcune piccole palle di cristallo di monte e di ambra gialla — le prime +per tener fresca la palma, e le altre per profumarle soavemente. Altre +stringevano i polsi per entro braccialetti d’oro a forma di serpi, che +pesavano da due a tre chilogrammi. + +Giovani — e ben più ridicoli per la loro raffinata ricercatezza — +avevano molte di quelle leggere donne accompagnate dalle loro case o +dai bagni fin là. Anch’essi avevano profumati od arricciati con arte +i capelli. — Ed il mento rasato. — E mani, e braccia, e gambe monde +di pelo dalla pietra pomice. — E chiusi entro le ricche pieghe di +una larga tunica di porpora. Od avvolti in un bruno _lacerna_, veste +militare che l’abitudine delle guerre civili aveva messo in uso ed +in moda. Di alcuno tra essi poteasi dir con Orazio, _ad unguem factus +homo_, cioè, azzimato sino alla perfezione. + +Ai quattro canti del Foro alcuni _viatores_ — che già avevano per +tutte le strade avvisato come l’assemblea popolare fosse per aprirsi +— suonarono le loro trombe. E poi, l’un dopo l’altro gridarono che i +decurioni andassero al loro posto, e quelli i quali avevano diritto di +dare il suffragio apparecchiassero le loro tessere. + +Allora, uomini dalle larghe toghe preteste, orlate da una striscia +di porpora, dalle laticlave e dai bianchi stivaletti, ascesero i +gradini del tempio e si assisero sulle sedie curuli. Altri — al cui +passaggio ognuno deferente faceva inchino col capo — nel traversare il +parallelogrammo salutava con benigno ed orgoglioso sorriso quelli che +tra i suoi conoscenti distingueva tra i gruppi. — A quanti egli e i +suoi somiglianti avevano in quel giorno pagato un piccolo debito, ed il +desinare nelle _popinæ_, e la tessera del teatro! + +Intanto, un giovane accorso rapidamente dalla via della fontana del +Lupo, sparse una novella, la quale venne da molte bocche bentosto +riprodotta, ed offerì nuovo soggetto all’animato disordine, alla +febbrile parola, al gesto impetuoso di quel popolo meridionale. Di +fatti, i curiosi — che si erano spinti fin sotto l’acquedotto dalle +due fontane che simulava il secondo arco trionfale dopo quello a +sinistra a lato del tempio — videro un vecchio circondato da gran +numero di clienti, portare la mano destra alla bocca e contornare +un po’ il suo corpo da diritta a manca dinanzi il grazioso tempio +della Fortuna, edificato dai suoi sur un’area di loro pertinenza. +— Avendo riconosciuto nella folla due militari, strinse gli occhi +affettuosamente e chiamogli: + +— _Læti victores._ — + +I suoi bianchi capelli erano lucidi e ben pettinati. — La toga gli +scendeva sino a terra. — La pretesta era bruna ed il corpo ed il capo +copriva colla _penula_, mantello di viaggio e dei tempi di lutto. — +Era una grande semplicità nella sua persona. Il volto, sovente gaio e +sfiorante in epigrammi nel facile consorzio, si aprì a mesto sorriso +alla vista dei _salutatores_ che in frotta se gli fecero intorno. — +E taluno il chiese del suo mal d’occhi. — Ed altri su ciò che stava +scrivendo. — Ed un terzo, da quando era giunto di Roma. — Ed uno più +intrinseco gli domandò le novelle di Tulliola amata e di Quinto, suo +fratello. — E molti delle importanti notizie dell’Urbe. + +Egli prese il mento colla sua mano sinistra — suo gesto di abitudine — +e mostrando Dolabella, suo genero, e sè stesso in _toga atrata_: + +— L’anima fuggitiva di quella soave creatura ci disse lo eterno vale +dopo averci fatto dono di un suo figliuolo. Anch’esso disertò la +trista dimora degli uomini, ov’era inconsolato il pianto. Ma il lugubre +annoso cipresso starà, quantunque più non senta i profumi della giovane +rosa. — + +E ad un più vicino: + +— Ti è grato l’animo mio. — Attico mi ha diretto Asclepiades, un famoso +_oftalmicus_ della Grecia, che riprova ogni medicina e mi guarisce con +lozioni di acqua fredda. — + +E ad un altro: + +— Scrivo sur un argomento che il dolor mi ha fornito — _De +consolatione._ — Ieri, a notte tarda, giunsi nella mia suburbana, +accompagnatovi dalle lettere consolatrici di M. Bruto, di Servio +Sulpicio, di Lucio Lucceio e di Caio Cesare. — + +E a molti in atto di aver pubbliche novelle: + +— Alcuni deputati di Laodicea vennero ad implorare la libertà della +loro patria. — E noi, per la nostra?... Il dittatore mi colma di +gentilezze e par che tema che io qualcosa desideri. — Arte dei nuovi! +— E più di colui, che intende cancellare dai nostri ricordi il valico +recente e audacissimo sul Rubicone. — + +Cui Numidio Canca — uno dei vecchi militari da lui pur dianzi salutato: + +— E perchè ti confini tu nel tuo Tusculum ed or qui, sì che nell’Urbe +s’ignora se sii ancor tra i viventi? — + +— E vuoi tu, nobile avanzo dei ferri catilinari, che io non rinunci +alla pubblica cosa quando questa più non esiste? Quando la libertà +la dicono pacificata e le nostre vecchie instituzioni le chiamano +moderande, da sorreggersi e persin migliorate?.... La gloria è in +interdetto. — La eloquenza — voi il sapete — è una fiamma che abbisogna +di alimento per ardere di moto per eccitarsi. — + +E Dolabella: + +— E la Repubblica tranquilla, la Repubblica dell’ordine dice che noi +gittavamo tutti gli errori nel cuor fecondo delle masse per quella +maledetta ambizione di popolarità. — Laonde fazioni e lotte continue +tra il patriziato e il popolo minuto. — + +La voce di un giovane allor sorse a dire: + +— Lo editto dittatorio che ha rilegato nel tempio di Marte-Vendicatore +il dibattimento delle cause pubbliche, ha tolto il fermento, la +licenza, la dissennatezza omai generale. — La eloquenza, no, non è +morta. Essa vive e scintilla per fare il bene, procede pel sostegno dei +sani principii e trionferà dei pessimi cittadini. — Che! Son fatte mute +le labbra sublimi che inabissarono Catilina, Verre ed Antonio, surti +per rovesciare a talento le sorti della Patria e del Mondo? — + +Lo elogio espresso dal giovine retore Consinio Mestrio, quantunque +meritato, sommamente piacque a colui si quale era diretto. — Onde +rispose: + +— La mia età mi condanna al triste privilegio di dire: — Ho vissuto. — +Ma... o tirone, quello che tu chiami licenza, io la chiamo libertà.... + +— E pur dai Rostri tu l’accusasti compagna delle sedizioni, ribelle, +arrogante, parricida. — E noi giovani comprendemmo come le pietre +sieno fatte per selciare le vie e non per abbarrarle, e le daghe per +difendere il Campidoglio e non per abbatterlo. — + +Allora dal crocchio emerse la testa di un canuto, sulla cui fronte ogni +dolore lasciato avea la sua ruga, e + +— Parmi non la santa libertà tu rimpianga, ben la rivalità di un uomo +possente, cui tu apristi la strada al salire. — + +— Basta, o amici. Ragioni non mancano. Pur mangerebbero il tempo alle +pubbliche elezioni della Colonia. — M. Clodio Pulcro venga a suo libito +nella mia Pompeiana, ove mi piaccio ed è il solo luogo oramai ove io +sia pienamente contento. — Là parleremo. — + +E sì dicendo ruppe il cerchio dinnanzi coll’atto benevolo della mano. E +fattosi nel Foro, ascese anch’egli la gradinata del tempio. + +Un suo liberto che pur era venuto con lui di Roma, un tal Suculo — che +negli spazi smisurati aveva veduto abbassare il volo alle chimere della +lunga sua vita — accostossi ad un affrancato di sua conoscenza e gli +disse colla palma tesa verso l’orecchio: + +— Oh! Un po’ di umiltà sposata a tanto ingegno! Se un raggio di sole +gli avesse almeno scaldato il cuore! — Terenzia — la buona padrona +che mi diede la libertà — fu da lui reietta e presto dimenticata. — +Tulliola — che aveva i suoi tratti e le sue nobili frasi congiunte ad +una grande anima, ch’egli diceva adorare — morta appena ed obliata. — +Ora, a 58 anni, ha sposato Publilia, giovane, bella e ricca, colla cui +dote ha pagato i molti suoi debiti. + +— Tu mi conoscesti schiavo di Hortensio, nella villa di quel gran +ciarlone, in Bauli. Preso di matta passione pei suoi _piscinarii_, +ammalò quando lesse il decreto del dittatore che vietava si gittassero +più oltre gli schiavi ad ingrassar le murene. Ei soleva parlar con +dispregio di M. Lucullo — il fratello del vincitore di Mithridate — +perchè non aveva nei suoi vivai il quartiere di estate per i suoi pesci +favoriti. — Per cotal gente noi valghiamo meno di un’ostrica di Lucrino +o di Brundusium. E Crasso, l’uomo censoriale, lo illustre, il grave +uomo di Stato, quegli che ama tanto la Repubblica, e nol vid’io porre +una collana di perle e gli orecchini d’oro ad una murena? + +— Udii ben io Domizio, il suo collega nella Censura, rimproverargli +tale sciocchezza in pieno Senato, ed egli testimoniarla senza rossore, +vantandosene come di nobile atto di pietà di cuore. + +— Per Castore e Polluce! V’ha dei giorni in cui, vedendo girare le +verghe e cadere sul corpo dei miei poveri compagni in casa di Aricio +Scauro — quegli che mi comperò dallo antico padrone — la rivolta +mi sembra quasi un dovere. — E quando io mi chiudo nel mio povero +giaciglio la sera, io m’inginocchio dinanzi una Iddia che mi sta nel +fondo del cuore e le canto un inno tacitamente, siccome Spartaco lo +urlò coi coltello da beccaio nello anfiteatro Campano. — Ah! — + +— Tu vai tropp’oltre, fratello. Rammenta che se è vietato gittar gli +uomini ai pesci, non la è così per le fauci dei leoni, delle tigri, +degli orsi. — Sommessione e pazienza. — + +E si separarono. + +Rincarirò sul già detto da quelli schiavi. Era in Roma un Figellio, +poeta assai caro a Cesare e ad Augusto. Ei cantava d’improvviso una +serie lunga di versi su qualunque argomento. E siccome, non sole +parole, ma concetti, ognuno ne maravigliava; e dalla maraviglia il +favore. Nasceva di gente Iliese, rintanata sulle più aspre montagne +della Sardinia. Ribelle ai Romani, nobilmente testarda, combattuta +d’ordine del Senato, carpita dai suoi nidi di aquila e venduta ne’ +pubblici mercati. Solo Nerone, a sedici anni, sposata Ottavia, difese +gl’Iliesi, origine della casa Giulia, perchè di seme troiano, da Ænea +colà trasportato. Figellio era un liberto. Aveva il padre, i congiunti, +i nati nei suoi monti combattuti, morti, martoriati, venduti, dispersi. +O perchè Cicerone l’odiava?... Schiccherava versi d’incanto e tutti ne +lo lodavano. Ed egli, poetastro stentato, non di vena, n’era geloso e +non sapeva frenarsi. + +Uno Scauro, iniquo pretore, ito in Sardinia colle sacca vuote, le +riportava nell’Urbe gravi di argento e di pietre preziose. Cicerone orò +per lui. Aveva bene accusato Verre per missione avutane dai Siculi. +Cangiato il nome, il soggetto era lo stesso. Ma egli spese la sua +splendida eloquenza contro i Sardi derubati e immiseriti, perchè Scauro +fu il primo a complirlo e fecegli udire il sonito dei nummi d’oro, di +cui lo sciupone aveva tanto bisogno. E ritorse il dritto. E raddrizzò +lo storto. + +Erasi allora allora partito dall’Urbe, e i suoi rancori, i suoi +desiderii, le sue speranze attribuiva alla società pur dianzi lasciata. +Pensava che il suo malcontento avrebbe prodotto la rivoluzione. In ogni +baruffa vedea la rivolta. Credeva pianto della patria il pianto del suo +cuore. E i suoi vecchi colleghi, tutti tormentati dalle sue smanie. E +s’ingannava. + +L’uomo politico, cacciato in bando da una fazione avversa, guarda il +presente e lo avvenire a traverso un prisma fallace. Il tempo accresce +le vanità della mente e aduna fiamma nel cuore. L’esule esagera i +meriti suoi. La impazienza gli fa accettare qualunque consorzio. I +riuniti per la medesima causa ragionano intorno a ciò ch’essi erano, +intorno a ciò ch’essi sarebbero; e s’incitano contro il comune nemico; +e si pascono di vittorie e di vendette; e maturano imprese di passione, +non di criterio, che i non tormentati dai medesimi sentimenti — tutto +che amici loro — giudicano disperate, insane e di successo infelice. + +Silla avea detto che in Cesare erano molti Marii. Nelle sue imprese +era cauto, di sguardo lungo ed audace. Trionfava a miracolo. Acquetava +con spettacoli, con desinari fastosi, con giuochi, con larghezze. +Abbelliva la città. Ampliava lo impero. I soldati erano suoi. Deponeva +agevolmente odii e nimicizie. I ricchi, le donne, il popolo, tutti +per lui. Il dado era gettato. Cesare aveva vinto. Or l’Arpinate +farneticava; ed eccitatore di animi, sentiva bene nel profondo la +vanità dei propositi suoi. + +Infrattanto il vecchio M. Tullio Cicerone, riconosciuto od atteso, ebbe +le mani strette con grande espansione da tutti ch’erano pel peristilio +del tempio. Parecchi lo baciarono sulle due gote, segno di affetto +che i Romani prodigavano ai loro amici. — Fattasi un po’ di calma, +Alleio Lucio Libella, col suo collega nel duumvirato Munazio Fausto, si +presentò alla faccia del popolo adunato per ritogliere gli auspicii; +osservò il volo di un aquila a cui gli aruspici diedero la libertà; +una vittima venne immolata sullo altare interno del nume, e i sacerdoti +dichiararono che i padri potevano deliberare. I duumviri, il pretore, +il questore, i magistri dei sobborghi e dei trivii, e i decurioni +andarono l’un dopo l’altro ad offrir al Dio vino ed incenso, e la +seduta fu aperta. + +I primi sedettero sulle sedie curuli del centro. Lo edile ed il +questore più al basso ai lati del _pulpitum_. — Gli altri sedevano alla +rinfusa sotto il colonnato. — E nelle parti laterali, sotto le statue +equestri, erano gli _actuarii_, scribi e schiavi pubblici, incaricati +di raccogliere i discorsi mercè alcune note od abbreviazioni che con +brevi tratti di stilo rappresentavano molte parole. + +— Salute ai tre ordini della Colonia. Gli Dei le siano propizi. — + +Quindi i duumviri indicarono allo edile e al questore che potevano dar +còmpito della loro amministrazione. + +Aufidio Mamusa cominciò dal leggere un disegno di senato-consulto, +ordinando preci nei templi per cinque giorni e la immolazione di cento +vittime sugli altari, per calmare la collera celeste che tratto tratto +manifestavasi nel territorio della Colonia con dannosi tremuoti. — +La legge passava _per discessionem_, cioè, senza discutersi e per +acclamazione. — Quindi parlò delle nuove terme costruite nel fondo +della via dell’Abbondanza, cui erasi aggiunto anche la palestra dei +giuochi ginnastici della gioventù, una biblioteca, una sala da giuoco +ed una di profumeria. — E lo edile seguiva: + +— Il mio collega Cascellio Testa, questore, prese gran cura nella +fattura di cotesto edificio — non solo bisogno — ma lustro della nostra +Colonia. Come Catone e Fabio Massimo egli ha regolato la temperatura +dei getti di acqua calda. I condotti portano pure le onde dai larghi +depositi del Sarno e le si rinnovellano continuo. Una imposta più grave +converrà votare per.... + +Una voce potente tuonò dai portici ed interruppe lo edile. + +— I ricchi hanno i loro _balinea_ domestici, corredati di ogni femminea +ricercatezza. Al popolo bastano le terme dove toglieva i suoi bagni +Scipione l’Africano. Quel terrore dei Cartaginesi bagnava in povero +luogo il suo corpo affaticato dai lavori dell’agricoltura; che il +grand’uomo piacevasi coltivar _more antiquo_ il piccolo predio colle +sue mani gloriose. — Ora, pavimenti istoriati per poco venerabili +piedi! Soffitte dorate e a rilievi sopra capi senza cervello! — Stanze +da giuoco e da unguenti! — Mascherate ridicole! — Ai bei tempi che non +son più, i nostri padri sitivano di guerra e di gloria. — Poveri eroi +del vecchio Sannio! Ora passa un nipote degenere sul margine della via, +e vi sembra che là sia piantato un giardino. + +— Ingiusta è la tua rampogna, Appio Crispo. Altri e diversi i tempi +da te mentovati. Una volta il popolo lavava le braccia e le gambe +allorchè i lavori, cui era addetto, quelle membra particolarmente +gl’insudiciavano. L’abluzione della intera persona non avea luogo che +ogni novenio, nell’epoca dei mercati. — Ora trovi tu male ch’ei si lavi +ogni dì? Che prenda il bagno caldo? Che preferisca le pure linfe alle +torbide? Che le sale ove l’occhio ei riposa siano adorne dalle arti del +bello e i pavimenti abbiano musaici invece di pallidi mattoni? + +— Anche i ricchi si contentavano di una giornaliera abluzione. Ora +passano la loro vita nel bagno. Per Ercole! E la sera, dopo averne +presi otto a vapore, fanno pietà a vederli. Hanno a mala pena la forza +di star ritti e di risponder col gesto se sono salutati. — Vuoi che +anche la plebe si mummifichi al pari di essi? Vuoi ch’essa apprenda a +tergere collo strigilo i suoi profumi invece che i suoi sudori? — + +Un mormorio di grida indistinte udissi in ogni parte del Foro. +Allora il questore levossi in piedi e cominciò a ragionare. Ma le +interpellazioni violente, partendo da vari gruppi sotto i portici, +coprirono il timbro della sua voce. Aveva un bello affannarsi nel dire: + +— Pace, pace! — + +Nessuno gli dava retta, e tutti ad una volta, con gran lusso di gesti, +dicevano: + +— È contro la plebe. + +— No. È per lei che ha fabbricato le Terme. + +— Plutone lo inforchi! — Come? Forzarci a prendere i bagni ogni dì? +Converrebbe essere censuari, o non aver famiglia da nudrire! + +— Sappiate almeno, prima di bociar tanto, contro qual cosa facciate il +vostro richiamo. — Le Terme, come il Tempio, come la Basilica, come il +Teatro, sono lustro e vanto di una città. + +— Io trovo che nel _baptisterium_, dove andai a prendere il bagno +freddo in comune, tutte le delicature enumerate non vi erano. + +— Bestia! — Se fossi entrato nell’_apodyterium_, nella sala a dritta, +ove si depongono le vesti, avresti notato il fastigio degli ornati che +non sono nel tempio. + +— E bene sta. — La plebe è sovrana, finchè i vizi di Rema non l’avranno +venduta — o finchè i suoi propri non dicano il suo prezzo all’uomo che +ha l’occhio dell’aquila. Abbia anch’essa il suo _frigidarium_, il suo +_tepidarium_, il suo _sudatorium_ e il suo _eleotesium_ per spargersi +di profumi sul corpo estenuato dalle fatiche. — + +E con una voce stentorea, addensandola nelle palme chiuse in arco, +proseguiva: + +— Parli lo illustre Cascellio. — I duumviri ristabiliscano il +silenzio. — + +Gli araldi dopo vari tentativi potettero ottenere un po’ di calma. +Allora il questore: + +— Appio Crispo mi permetterà ciò che mai non seppi rifiutare ad alcuno +nella mia non breve vita di magistrato. Potrei dirgli com’egli mal +collochi la sua demofilìa. — Chè, val meglio far gustare ai diseredati +dalla fortuna i comodi della vita domestica, onde averli discreti, +costumati, tranquilli, di quello che averli selvaggi e brutali. — A +mente posata tutti mi daranno ragione e plaudiranno a questo prodotto +della nostra amministrazione. — Or noi prendiamo a nostro carico +la eccedenza della spesa sulla somma che ci venne allogata. — Ed io +pagherò di proprio il mantenimento delle pubbliche nuove Terme, acciò +non dia ragione ad elevare le tasse sulle colonne e sulle terre, o di +lasciarlo a carico del pubblico tesoro. — + +Secondato da un mormorio favorevole dell’assemblea, il questore +tornò alla sua sedia curale. Ma tutti i decurioni lasciarono le loro +e si fecero a stringerlo, a lodarlo, e taluni anche a baciarlo. La +discussione venne continuata pro o contro lo assunto, ognuno terminando +il suo discorso colle parole: + +— _De ea re ita censeo._ — Oppure — _Assentior._ — Oppure — _Assentior +et hoc amplius censeo._ — + +Non levandosi alcuna voce sulle altre questioni dell’amministrazione +municipale, furono tacitamente adottati per buoni i temperamenti +ritolti dall’autorità. — Non così quando Mamusa venne a trattare +della costruzione delle vie interne e delle pretorie, nonchè delle +vicinali, che menavano a piccole borgate e ad oppidi o li traversavano. +Un decurione, breve della persona, dagli occhi piccini ma divoranti +come quelli del tigre, valoroso soldato sotto Silla, il gran +capitano, chiese se gli desse facoltà di parlare. Dotato di una grande +originalità di carattere e d’immenso coraggio — perciò amico fedele al +vero e a tutta la sua parentela — di cuore elevato, mia soffrente gli +entusiasmi del momento, credeva che la parola fosse per correggere gli +errori, per togliere le cose dalle mani incapaci, e per far sorgere di +terra bisogni acquetati, universalmente riconosciuti. Tale era Ninnio +Mulo, il quale discesa la gradinata si apprestava ad arringare sul +pulpito. + +— Tu vuoi, o popolo, ch’io dica la verità, non è vero?... Ho la mano +memore di colpi di daga, ma la lingua non seppe dir mai fiori retorici. +— Fui marinaio — Sono soldato — Do quel che ho — Ebbene! quegli egregi +che seggono dietro di me non fanno il loro dovere. — Sarebbe stato bene +tu non li avessi mai eletti. Ma farai meglio di non li eleggere più. O +popolo! Cotesto ingombro di schiavi di ogni terra del mondo ti degrada, +ti dà i suoi vizi. E omai domandi di esser nudrito e distratto coi +giuochi dello anfiteatro. — Scorgendo qual sia il mezzo di piacerti, +erigono bagni di lusso, rizzano per sè e pei liberti sepolcreti +maestosi che giammai ebbe un salvatore della Repubblica in campo, e con +ingenti spese fanno venire dalle scuole di Capua e di Ravenna compagnie +gladiatorie e di Roma bestie feroci. I tuoi padri sarebbero stati loro +grati per le opere di utilità pubblica, compiute a gloria di tutti. I +porti, le vie interne, le strade consolari; ecco i lavori degni della +tua maestà, o popolo. Giulio Cesare non ha speso pei bagni, egli — ma +per la riparazione della via Appia. + +Guarda or le tue strade urbane — osservane i _margines_ sbocconcellati, +mancanti, alti, bassi, irregolari. — Per iddio Marte! Non sono molte +sere ebbi a snoccolarmi un piede sulla via ove sono le fontane del Toro +e di Sileno — Par greto di fiume. — + +E volgendosi indietro rosso come bragia: + +— Ti fa vergogna, o Mamusa! — + +Poi continuando: + +— Presso la fontana della testa di Venere, sulla via che mena alla +porta di Stabia, ebbi a raccogliere un povero vecchio che aveva perduto +lo equilibrio su quei solchi di pietra — e tutto sanguinoso nel capo, +votava i magistrati alle furie di Averno. — Onta e danno! Ho detto +abbastanza.... Pure aggiungo che la strada per Oplonte ad Herculanum +è impraticabile, e le carra vi s’impaltenano nel verno a non poterne +uscir fuori che a stento. — Strade e... scuole... Anche queste fanno +pietà! Una plebe più istruita e meno profumata fa gli affari della +Repubblica. — + +Quando Ninnio — terminato il discorso che il nobile cuor gli dettava — +si volse alla sua sedia curule, trovò Cicerone che colle aperte braccia +lo accolse e gli disse: + +— Salve, amico. Bene dicesti! — + +Nel Foro molte le voci plaudenti. Scarse sul peristilio del tempio. + +Aufidio Mamusa che avrebbe voluto essere rieletto, non volle rimanere +sotto il peso di tanta censura. — E rispose: + +— L’onorato cittadino che tutti amiamo e stimiamo, equo sempre nei +suoi giudizi, volle esser ingiusto oggi con noi. La via suburbana +dei sepolcri, che appellasi _Domitia_ e che mena a Neapolis, fu +rifatta dai magistrati che ci precedettero nell’arduo incarico. Il +suo stato è eccellente. Solo negli acquazzoni estivi le terre di +alluvione la ingombrano, ed abbiam cura di farla netta dal fango in +ogni circostanza. — Dal tempio della Fortuna sino al crocicchio della +fontana del Toro facemmo selciar di bel nuovo la via colle pietre +del monte Vesvio, e la superficie dei margini fu composta di ciottoli +spianati e murati a livello. Computata la spesa di quel tratto, avremmo +a poco a poco restaurato il resto sino al quatrivio e subito messo mano +a riparare la strada veramente ruinosa che dalle mura sbocca fuor della +porta di Stabia _ad cisiarios_. Se il suffragio popolare continuerà a +farci onore, le mie parole diverranno fatti. + +Allor sorse un uomo dal corpo tarchiato e breve, dallo aspetto +infantile, dalla parola facile e petulante. Volea parer grave — e +non lo era. — Volea essere austero — e non gli era possibile. — Volea +sembrare decente — e tutto glielo vietava! — Egli apparteneva a quella +falange di ambiziosi — leviti dei culti riconosciuti — predella agli +audaci che salgono — difesa a compenso di chi teme e spera — uomini che +impongono ordine e non danno sicurezza al partito che a sè lo chiama. — +Ei cominciò: + +— Ninnio per fermo vince battaglie — e sè stesso non vince. — Regge +a meraviglia le sue coorti ed è la spada di Marte quando a capo dei +veterani si scaglia in mezzo ai nemici. — Ma conosce egli le difficoltà +di una amministrazione civile? — Oh quanto il dire è diverso dal fare! +— Io fui già _curator viarum_, o meglio appartenni al quatuorvirato +dei _viocures_, come il popolo gli appella. Mi si permetta pertanto +di dire col sublime oratore che oggi onora la nostra assemblea: +_cedant arma togae_. — Per istabilire una strada si comincia dallo +aprire un fossato sino al terreno solido. — Livellato il fondo lo si +cuopre di uno strato spesso di fina sabbia. — Allora la costruzione ha +principio collo _statumen_, che è il fondamento, composto di larghe +pietre e piatte, riunite da un cemento durissimo — col _rudus_, che +è una zavorra di sassi, di mattoni, di tegole rotte e di calce — col +_nucleus_ che è uno strato di sabbia e di calce e che ben livellato +forma il nocciolo della strada — colla _summa crusta_, o il _summum +dorsum_, formati da grandi poligoni irregolari di silice o di pietra +vulcanica; quasi dura quanto il ferro. Cotesti lavori chieggono tempo e +danaro. Date denaro e tempo agli egregi magistrati, che ora è un anno +voi nominaste; e le strade e le scuole e tutte le nobili instituzioni +della Colonia risorgeranno. Le ultime guerre civili nocquero ad esse. +Allorchè i partiti si disputavano lo imperio, e il Governo era nei +campi di battaglia, e la pecunia pubblica veniva assorbita dai soldati, +tutte le civili magistrature decaddero. — Una nuova êra è risorta. Già +in Roma alcuni senatori hanno preso il còmpito di dar riparo alle vie +abbandonate da quindici anni. E il dittatore medesimo ha assunto la +ricostruzione della strada Flaminia, che mena dall’Urbe ad Ariminum. +— Gli attuali magistrati io li dichiaro degni della Repubblica, ed al +popolo raccomando la loro rielezione. — + +A quei detti Ninnio sorge con impeto, e tutto rosso per la collera, +grida dal pulpito ov’è corso: + +— No, cittadini — _Oro ut non faciatis._ — + +Una certa agitazione in senso diverso occupò allor l’assemblea. I +clienti si slanciavano nei gruppi per patronare i suffragi pei loro +candidati, dicevano il loro elogio, parlavano della loro condotta +passata e della malleveria per lo avvenire, citavano testimoni e +garanti, o il personaggio sotto i cui ordini avevano portato le +armi, o quegli presso il quale erano stati questori. E taluna volta +aggiungevano verità o calunnie sulla nascita e sui costumi del +competitore che osava presentarsi candidato della magistratura a fronte +del proprio degnissimo. + +In fra tanto i duumviri interrogarono i decurioni un per uno colla +formola: + +— _Dic quid censes_ — + +per sapere se la discussione dovesse esser finita, o passare +immediatamente ai voti. — Venne accettata la seconda proposta. — Allora +furono fatte suonar le trombe per intimare il silenzio e un duumviro +gridò dal pulpito, invitando il popolo a ritirarsi: + +— _Si vobis videtur, discedite_ — + +e lesse ad alta voce il senato-consulto ordinario, il quale ratifica +anticipatamente la scelta dei magistrati futuri del popolo. Ed aggiunse +la nota di quelli le cui funzioni scadevano in tal giorno ed i nomi +degli altri, raccolti dalle rogazioni inscritte in rossi caratteri sui +canti delle vie. Quindi: + +— _Quod bonum, faustum, felixque sit_ — + +cioè, che tutto questo avvenga per il bene, la felicità e la prosperità +pubblica. E si ritirò col collega e cogli altri magistrati da quel +posto sino allora occupato, e cogli altri magistrati discese la +gradinata del tempio, quasi per confondersi colla folla. — Gli era +un mostrare di bel nuovo le loro persone ai cittadini riuniti ed un +testimoniare che si ritiravano in un canto per lasciare una maggiore +libertà di voto alla coscienza del popolo. + +Nell’atto dodici littori coi loro fasci armati di scuri escirono dal +_Senaculum_ e vennero a porsi in mezzo all’area del Foro insieme cogli +araldi, i quali deposero sopra una predella un alto paniere cilindrico, +detto _cista_, dove i cittadini avrebbero gittato i loro voti. I +littori abbassarono rispettosamente i fasci dinanzi l’assemblea in +segno di omaggio alla sovranità del popolo. + +In un luogo designato si distribuivano ai cittadini tre tessere di +bussolo. Una portava incise le due lettere V. R., cioè _uti rogas_, +che indicava l’accettazione delle leggi come erano state richieste. +L’altra portava la sola lettera A. cioè _antiquo_, che voleva dire, +il rifiuto delle leggi proposte. La terza era bianca di cera e su di +essa si scrivevano i nomi dei magistrati cui ognuno dava il suffragio. +— E colà più vive erano le passioni dei partiti. Gli amici andavano, +venivano, correvano dalle centurie dei cavalieri a quelle del popolo — +e sugli occhi dei votanti leggevano la indifferenza, la incertezza od +il partito preso — e seminavano la calunnia — e reiteravano le promesse +— e proclamavano il loro candidato _bonum virum_ — o _verecundissimum_ +— o _dignum reipublicæ_ — o _ædilem optimum_. — E i giovani — sempre i +più bollenti — mettevano in siffatte sollicitazioni lo ardore, lo zelo, +il fuoco, della loro età e correvano a riferire ai loro favoriti tutto +che poteva interessarli. + +Le guerre civili avevano spezzato le nobili tradizioni dei popolani +diritti. — La confusione e la inerzia — i bisogni sureccitati e il +desiderio dei facili guadagni — le immoralità che avevano scoperto il +debole della corazza e sapevano dove spingere la loro punta — tutto +questo aveva fatto del popolo una mandra di pecore, le quali vanno dove +veggono andare gli animali della loro specie. + +Quando una centuria ebbe scritto i suoi nomi, essa aprì il varco tra le +colonne del portico e gittò ostensibilmente le tessere di legno nella +_cista_. Gli addetti alla ricognizione dei suffragi — i _rogatores_ +— colle braccia nude sino alle ascelle, ritiravano le tavole e, dopo +averne volto la superficie bianca verso il popolo, le leggevano a +chiara voce. — Altri, preposti _ad dirimenda suffragia_, le separavano, +le contavano e marcavano sur una loro grande tessera un punto per +ciascuna legge o per ciascun nome di candidato. — Conosciuto il voto +di ogni centuria, un suo araldo — il _praeco_ — ne proclamava il +risultato. — E si udivano battute di mano, o segni di disapprovazione, +a seconda delle opinioni degli uomini. Le donne dall’alto del terrazzo +agitavano anch’esse le braccia bellissime nello udire il trionfo dei +prediletti dal loro cuore. + +Mentre quel fatto importante occupava il popolo nella piazza, Ninnio +traeva M. Tullio Cicerone in un angolo interno del tempio e dicevagli: + +— Ascoltami, o grande cittadino. — Il rovescio della pubblica cosa mi +morde potentemente il cuore. — Talvolta il dolore pieno di maturità +è sì forte, ch’io sento l’arma del suicidio corrermi per le mani, +quasi io mi fossi un uomo senza energia e senza fede. — Tale altra una +disperazione piena di gioventù mi offre il rifugio migliore contro i +disgusti e le tristezze dei miei pensieri. — Io soffro una di quelle +febbri che logorano la cosa immortale — quando esse vengono per +accenderla o per consumarla. — + +E stringendogli forte le mani, riprese: + +— Ho due nobili parenti — la Patria e la Libertà che a vicenda e +simultaneamente io sento madri delle sole virtù che i disinganni +non uccidono mai. — E come te vidi trionfanti quando aveva i piedi +nel sangue e la testa avvolta nella polvere riscossa del campo di +battaglia, così ora mi appaiono avvilite, prostrate e presto uccise +nella visione del mio dolore. — Vuoi tu salvarle dalle mani parricide +di colui che ha assorbito il dominio del mondo e che spossa lo aiuto +delle leggi, travolgendole con pratiche da moneta? — + +— _De illo quem penes est omnis potestas?_ Comprendo il tuo dolore e lo +sento. Con lui la giustizia e i diritti sono violati. Spesso lo udii +ripetere i versi di Euripide. — «Se si ha a violar la giustizia, ciò +si debbe fare per cagione di dominio. Nelle altre cose si debbe aver +rispetto alla pietà inverso la patria.» — La legge è il suo Capriccio. +Gli è perciò ch’io mi son ritirato di Roma. La Curia ed il Foro, vani +nomi. Mi duole esser nato troppo tardi e sorpreso — pria di compiere +il viaggio della mia vita — dalla notte profonda in cui brancola la +pubblica cosa. Ammiro Catone. Ma dipenderà sempre da me lo imitarlo +quando vorrò. Solo mio studio è procacciare che una tal fine non mi si +faccia come a lui necessaria. — + +— Che parli di morte? — Diamola a chi la merita. — Qui sono tre +coorti di veterani — uomini provati sui campi decorosi di nobili +cicatrici, tenuti in conto dalle altre milizie e non ancora corrosi +dall’oro del tiranno. — Me, le coorti e questo paese io ti consegno. — +Accetti? — + +Cicerone si strofinava il mento colla mano sinistra. Dopo una breve +pausa rispondeva: + +— Rifletti, o egregio. Tre coorti che sono? Ed anche fossero dieci, +e più, che sarebbero? E quali le preparazioni per un sì grave +avvenimento? Quell’uomo è potente di genio e di prestigio. Non è +albero che crolli. E se giungi a tagliarlo, ripullula. — Tali i segni +del tempo! — Ho lettere colle quali uomini ignoti mi ringraziano per +aver ottenuto col mio suffragio — così credono! — il titolo di re. +La tirannia si corona di falsi senati-consulti. — E i padri coscritti +hanno tutto obliato. — Son fango! — + +— E Bruto e Cassio.... + +— Vieni domani a trovarmi. — Intanto penserò. — Voglia Iddio non fare +sterile la lotta contro le leggi implacabili che qui distrussero la +Libertà. — + +Ma il grande ingegno presumente e vano di Cicerone non era adatto alla +rigenerazione di un popolo. La calda immaginazione che lampeggiava +sui Rostri e nel Senato gl’impediva di ben conoscere gli uomini e le +cose. — Era anche onesto e il suo animo rifuggiva da quei patti che +le rivoluzioni impongono per aggiungere il trionfo. Tornato in villa, +prese il bagno, si chiuse nella biblioteca e riflettè lunga pezza sulle +cose dettegli da Ninnio. — Lo esempio dei saggi di Atene e di Siracusa +il consigliò a liberamente vivere senza urtare nell’orgoglio dei +prepotenti e senza punto umiliare il proprio carattere. Pianse la sua +patria amaramente — come si piange la morte di un unigenito — e decise +di consolarsene, dandosi allo studio e ai lavori letterari che stimava +non poter essere affatto inutili ai suoi concittadini. — Pria di +coricarsi, scrisse ad Attico sulle proposte ardite fattegli da Ninnio +e gli rivelò la risoluzione presa di andarsene _ante lucem_ a Cuma, +per evitare inutili e perigliosi accordi. — Grande ingegno! Non grande +uomo! + +Lo scrutinio dei voti era terminato. — Si suonarono le trombe per +richiamare l’attenzione pubblica. Uno dei _rogatores_ salì sur un piano +centrale elevato e proclamò quello che gli scribi avrebbero poi notato +nelle _tabulæ publicæ_ insieme colle particolarità e col risultato +della elezione. Per la qual cosa, nel 705 della fondazione di Roma, +vennero eletti a magistrati in Pompei, sedenti Consoli nell’Urbe C. +Claudio Marcello e L. Cornelio Lentulo: + + M · BLATTIVS · M · FILIVS + M · CERRINIVS · M · FILIVS + M · SEPVLLIVS + C · CORNELIVS · RVFVS + M · SALVIVS · EPAPHRA + P · ROGIVS · VARVS · P · FILIVS + M · TITIVS · PLVTVS · LIBERTVS + M · STRONNIVS · LIBERTVS + +La clessidra notava la settima ora. — La folla si disperse per tutte le +direzioni della città e di fuori. Gli eletti, riunitisi, procedettero +verso il tempio; e di là, uno in nome dei colleghi ringraziò il popolo +dei suoi suffragi e promise quello che ogni magistrato promette e non +tiene. Quindi si ritrassero nello interno per sacrificare agli Dei. + +Intanto la novella della elezione era corsa rapidamente. — Le case dei +nuovi brulicavano di clienti, di parassiti e di supplicanti. — Festoni +di lauro inghirlandavano le porte. — Corone di fiori circondavano le +immagini dei maggiori o dei patroni della famiglia. — Innanzi la casa +di Cerrinio v’era distribuzione di pane e di vino. + +— Vedi plebaglia che si nudre della propria venalità! — + +— E il corruttore là dentro, nell’oro e nella porpora! — + +Coteste parole si ricambiavano Crispo e Ninnio, soffermandosi un poco +sul margine opposto, nella via dell’Abbondanza. + + + + +LA STRADA. + +SCENE DIURNE IN POMPEI. + +=Anni di Roma 767 — Anni del Cristo 14.= + + + A GIULIA, EMILIA E MARIA DINO + + A MARIA HACKE. + + IV. + + +— Ho udito un gran caribo stamane. — Suonano il campanello a rompere i +timpani! — Di’. — Sono molti i _visitatores_? + +— Come al solito, padrone. — Troppi. — _Ingentem undam!_ + +— Temerario! — Tu non devi giudicarli. — Solo dirmi se sono _primæ aut +secundæ admissionis_. + +— Di ambedue. — L’_ostiarius_ ne ha picchiato qualcuno colla sua +verga. — Un ortolano tra gli altri con un mazzo di bei carciofi voleva +introdursi _a prima luce_, per forza in cucina. — + +— Non una parola. — Tu saresti com’egli è, se non qui. — Portami +un’acqua melata e aromatica. — Apparecchia il tutto per le abluzioni. — +Disponi la _vestis domestica_... — È buona la temperatura? + +— Il sole indora coi suoi primi raggi i monti Lettuari e il nostro +Vesvius, sacro al padre dei Numi. + +— Vanne. — + +Poi che il liberto escì facendo ricadere sull’apertura del _cubiculum_ +una spessa stoffa di Tyro, il padrone si tolse ignudo dalle coperte di +lana e di pelli di talpa — colle quali era avvolto nel suo letticciuolo +a rilievi di avorio su piedi di bronzo. — Ed asperse di acqua le +membra partitamente. Chiuso in un’ampia veste di lana bianca che gli +scendea sopra i piedi, pose nell’anulare il cerchio di ferro — antica +ricompensa della virtù guerriera — e adattò alle braccia i _calbeos_ di +bronzo, pari a quelli che portavano i militi distinti pel loro valore. +— Il servo rientrò e gli offerse fin una tazza di cristallo la bevanda +richiesta. Ei la sorbì a piccoli sorsi, facendo scoppiettare le labbra. +E rivoltosi al liberto: + +— Ecco la vera essenza della gioia umana, o Crisanto. — Ciò non aveva +nei campi ove ho lasciato il mio sangue. Se può gustarsi qualche cosa +di migliore, io voglio che me lo dicano. — + +Marco Olconio Rufo, figlio di Marco — duumviro incaricato per la +quinta volta di rendere la giustizia, tribuno dei soldati nominato dal +popolo, uomo a cui i pompeiani avevano eretto una statua nel Foro, +a compenso delle molte liberalità sue e specialmente per aver fatto +costruire dal suo liberto, lo architetto Martorio Primo, un tribunale +presso l’_Ecatonstylon_, il gran teatro, una cripta e il muro laterale +del tempio di Venere Fisica per formare lo ambulatorio nel portico +dell’Agora antica — era un generale ritiratosi dall’azione per riposare +la sua vigorosa vecchiezza negli agi della casa avita e presso il +patrimonio della famiglia. L’alta statura, il grave incesso, la memoria +dei fatti compiuti incutevano rispetto. Il suo profilo largamente +delineato accusava una certa durezza procacciatagli dall’abito del +comando che non vuol repliche. Il viso aveva bronzato dalle intemperie +dell’aria. E quando i neri e copiosi sopraccigli si aggrinzavano sui +suoi occhi aggrottati, ai suoi servi parea vedere quel cumulo di nubi +oscure da cui scoppia la folgore. + +L’affluenza dei clienti era grande. — Ve n’erano sulla strada. E +nel vestibolo e nell’atrio secondo la loro condizione. — Nessuno +mormorava. Tutti facevano prova di pazienza la più intrepida, malgrado +lo sguardo sdegnoso e venale dell’ostiario e i titoli di cani e di +piaggiatori ch’egli distribuiva ai miseri che pur faceano di tutto +per ingrazionirselo e renderselo benevolo. Alcuni eransi levati di +notte per attendere presso la porta di Olconio i primi fuochi del +giorno. Nè avevano avuto il tempo di farsi radere. Erano appena coperti +sull’epidermide della toga di rigore, per far presto ad onorare il +patrono in faccia al pubblico e per darsi l’aria di essere cittadini +di un certo ordine agli occhi del cerbero brontolone. Il popolano +indossava il _plebeius amictus_, la così detta _pullata_, ch’era una +tunica corta, di color bruno, senza maniche e discendente poco più +oltre della metà delle coscie. + +— Il patrono è egli desto? — È egli di gaio umore? — Fugli propizio +Morfeo? + +— Via canaglia! Ho anche a rendervi conto di quello che fa il mio +signore? Indietro. O vi sguinzaglio il molosso! + +— Sii più umano. — Prendi questo denaro. — Calmati. — Vedi, non sono +indiscreto io come il _pomarius_ che poc’anzi scacciasti per la sua +audacia. — + +Ma egli era anche più audace. Perchè, entrato dopo aver unto le dure +ferramenta dell’uscio, nel dispetto de’ suoi compagni rimasti al di +fuori, faceva già cenni col capo al cubiculario che vide passar nel +_cavaedium_, il quale non gli diè retta, e poi al _nomenclator_, +servo non meno insolente, che aveva il còmpito di prender nota dei +nomi e delle qualità delle persone venute a complire il padrone e +di soffiargliele all’orecchio a misura che a lui si presentavano. Ma +questi, nell’atto che moveva verso lui, fu richiamato indietro da un +liberto, il quale lo avvertiva come il generale fosse per passare +nel tablino. Di fatto, ecco gli amici che gli vanno incontro e gli +stringono la destra, e gli chieggono della salute e gli augurano +un giorno felice. Egli li chiama a nome; loro dimostra una certa +familiarità; s’informa delle cagioni che a lui li guidarono; dice che +farà per essi ciò che si fa pei propri figliuoli; promette colla sua +influenza di raddrizzare i torti che loro vennero fatti; di assumerne +le difese contro i loro accusatori o di procurare ad essi quella +tranquillità di cui avevano bisogno negli affari pubblici o privati. — +I clienti da parte loro a lui rivelano le proprie cose. — E lo pregano +d’influire al matrimonio d’una figliuola con un ricco suo amico. — Ed +aggiungere un regalo al suo corredo. — E ad aiutarlo di pecunia per +rizzare su la casa screpolata e guasta dal terremoto. — E a proteggerlo +per aggiungere la magistratura cui aspira. — Ed a farlo nominar augure +pei servizi prestati da molti anni nel decurionato. — Ed a procurargli +l’area gratuita nella necropoli sulla Via Popilia che menava a Nola, +ove voleva erigere un sepolcro per sè e pei suoi. + +La Clientela fu una nobile instituzione creata da Romolo per unire in +istretto legame i patrizi ai plebei. Questi dovevano scegliere i loro +_patres_ perchè gli proteggessero. Essi avevano il debito di soccorrere +ai _colentes_ che gli onoravano. Nè potevano mutuamente accusarsi +dinanzi i tribunali. Nè testimoniar contro l’altro. Nè farsi inimici +mai. Ed ove cotesto accadesse e ne fosse constatata la infrazione, +il reo avea il capo mozzo come vittima sacra a Plutone. Una legge +siffatta e tenuta in rispetto per parecchi secoli strinse in vincoli +di famiglia il popolo quirite. Le famiglie patrizie si onorarono di un +gran numero di clienti e li perpetuavano nella loro discendenza come +una tradizione. Ognuno si faceva superbo nell’aumentarlo. E i ricchi e +potenti erano fieri nel rendere buoni uffici. E i bisognevoli temevano +di abusarne chiedendoli. E tutti fecero consistere la felicità nel +buono, nell’onesto, nella parte produttrice della virtù. + +Ma l’ampiezza soverchia di Roma logorò a poco a poco i legami della +vecchia famiglia e non si sentì più l’obbligo rispettivo dei doveri +tra i protettori e i protetti. Per riallacciare i rallentati ricambi, +i necessitosi di aiuto ricorsero all’adulazione, alle viltà, alle +bassezze. E i superbi e i vogliosi di cortigianerie, alle _sportulae_ +ed al _panariolum_, viveri di mediocre qualità che il patrono facea +pubblicamente distribuire sul vestibolo della sua casa alla folla +affamata che vi si stipava. Alcuni invece di vettovaglie davano danaro; +tanto da procurare a quella geldra raumiliata i sandali, una tunica +usata, un poco di fuoco per riscaldarsi, un po’ d’olio per rischiarare +il tugurio e una coperta per avvolgervisi nell’inverno. E quelli, di +rimando, lor davano i titoli i più esagerati, fin quello di _rex_, +quantunque proscritto insiem coi Tarquini. — Era la _Eccellenza_ e la +_Uscenza_ che i popoli meridiani d’Italia appresero nei tristi tempi +dei Vicerè e dei Borboni, con cui per vecchia consuetudine ancor si +salutano — ridendone dentro — malgrado lo espresso decreto del più +accetto tra i dittatori e del più nobile tra gli uomini — il generale +Garibaldi. + +Così in Pompei, ove gli usi di Roma erano penetrati colla conquista. +— Olconio e i suoi eguali in dovizie, in virtù ed in potenza, volendo +ricevere i propri amici e beneficarli, doveva pur ricevere la vile +plebaglia dei chiedoni, dei sopraccarichi di famiglia, dei postulatori +d’impieghi — senza voglia di lavorare — e degli accattoni, pronti +alla menzogna e al mal fare. — Erano cittadini — avevano diritto +al suffragio nelle elezioni alle magistrature annuali. Dunque era +necessario aprir la porta e far entrare quelli che pur dianzi _ibi +fucum faciebant_ — cioè — che colà imitavano il ronzìo delle vespe. + +Il diritto di clientela non era ristretto alle sole persone. — Le +colonie, le città conquistate, le alleate nazioni e i re barbari +imitarono gl’individui e scelsero i loro patroni nell’Urbe, il +_caput mundi_. Così Cicerone patronava i Campani. — Fabio Sanga, gli +Allobrogi. — Catone, l’isola di Cipro ed il reame di Cappadocia. — +Marcello, la Sicilia. — Un patronato siffatto era bello, onorevole, +lusinghiero — il più nobile, il più caro privilegio — quello di fare +il bene, di acquetare i dolori dei popoli, di riparare ai lor danni. — +Anche i deputati al Parlamento italiano potrebbero talvolta suffragare +ai più cari interessi di qualche provincia, o far cange le sorti di +sventurate famiglie, se i ministri — od i loro subordinati — non si +opponessero troppo spesso ai giusti loro richiami. + +Olconio avea già spacciato gli affari col suo piccolo cerchio di amici +o di clienti che facevan parte della _prima admissio_. La educazione +dei tempi chiedeva che quelli della _secunda_ aspettassero il suo +comodo. Rientrò quando a lui parve nella camera e dopo qualche tempo +ne esciva vestito col suo abito da Foro. Preceduto dai primi, riceveva +i saluti e i piati e i desiderii dei secondi. E poi, da essi seguìto e +aiutato dal nomenclatore, parlò affabilmente ai miseri ed abbietti che +gli venivano presentati, dava il buongiorno a tutti; qualcheduno, che +sapeva influente nei trivi, baciava; qualche altro accoglieva con una +stretta di mano; ed il resto salutava gravemente.... duramente quasi. — +Dinanzi la porta era una lettiga, portata sulle spalle da sei schiavi. +Vi si chiude. I più fedeli clienti, di un certo ordine, lo accompagnano +intorno. — Gli altri lo seguitano formando una coorte. — Hanno lasciato +però i loro nomi al nomenclatore, per ricevere più tardi le beneficenze +del munifico _rex_. + +Il corteggio va verso il Foro. — Parecchi se ne incontrano sul posto. +— Quivi discende. — Ed entra nelle Curie. — E si apre l’adito nella +Basilica. — E penetra nel Calcidico. — E va sino al Senacolo. — E per +ogni dove la sua parola è ascoltata, i duumviri acconsentono, gli edili +promettono, il questore non niega. Persino i sacerdoti — gente per +abito arrogante ed egoista — palesano una deferenza ai suoi desiderii. + +Siccom’egli, gli altri. — Dalla terza alla sesta ora del giorno — +cioè dalle otto del mattino a mezzodì — tutta Pompei è in faccende. +— I tribunali rendono la giustizia. — I banchieri lavorano nei loro +fondachi argentari. — I magistrati sono in funzioni. — Gli artigiani +martellano, scolpiscono, dipingono, cuciono, gridano il nome delle cose +che vendono. — I preti inventano frottole e le danno come oracoli in +nome degli Dei, cui dicono di essere ministri. — I fannulloni vanno +nel pubblico bagno. — I villici trasportano le derrate dei campi +per venderle ai tavernai, ai _cauponatores_, ai cittadini che ne +abbisognano, ai fornai; o pur le consegnano ai fattori del padroni che +le fanno vendere nelle due botteghe che si aprono ai lati della porta +della casa. — I naviganti e i mercatori si occupano dei loro commerci +nel porto, nel deposito delle merci venute dal mare e nel portico del +tempio della Concordia. — Gli agenti del pubblico tesoro riscuotono dai +rivenduglioli il centesimo del prezzo delle cose vendute, le esaminano, +verificano il peso del pane e rifiutano dal mercato tutto ciò che +lor paia di pessima qualità. — Gli scribi li seguono per far processo +verbale all’occorrenza sulla pubblica via. + +Poco più in su della taverna di Fortunato, sulla via Domizia, un +cittadino arrestavasi presso l’angolo della bottega del farmacista e +si appresta a compiere un atto nè decente, nè pulito. Uno che passa, lo +picchia sulla spalla e gli dice: + +— Ehi! _Quid agis, dulcissime?... Non est hic locus._ Non hai occhi per +vedere la pittura sul muro? — + +Quegli si ricompose e si disse straniero. Allora l’altro gli aggiunse +in greco che i due serpenti a lato di un modio ripieno di frutti e i +geni domestici dipinti sul muro, significavano — oltre molte cose — che +quel posto chiedeva rispetto. V’erano barili segati. V’erano anfore +rotte in ogni quatrivio per lo affar suo. E gli additava quei mobili +poco discosto col dito. Il forestiero si arrese al monito e ringraziò. +— Gli è che in Pompei, per impedire a chiunque lo sbarazzarsi in ogni +loco della soprabbondanza del fluido che dentro lo tormentava — oltre +aver instituito latrine pubbliche nei posti i più frequentati — ed +una amplissima ve n’ha a lato della prigione nel Foro — collocavano in +ogni crocicchio anfore o barili per accostarvi le immonde aspersioni. E +per guarentirne i luoghi sacri e le passeggiate faceano dipingere quei +serpenti ch’erano pur simbolo di Esculapio e d’Igea. Furono i tavernai +ed i rivenduglioli che inventarono cotesto rimedio per ispaventare i +fanciulli che insudiciavano gli angoli esterni delle loro botteghe. +Alcuni aggiungevano al simbolico spauracchio una inscrizione apposita. +— E i sacerdoti con esse invocavano sul capo dei rei la collera dei +dodici grandi Iddii e particolarmente di Giove e di Diana, i quali +non avrebbero risparmiato la gente grossolana che obliasse ai piedi +di un tempio com’essa non avesse un’anfora od una botte dinanzi. — Il +serpe che divora una pigna era adunque come la croce nera sui canti di +Napoli. — Laonde Persio dice nella Satira prima: + + _Pinge duos angues; pueri, sacer est locus; extra_ + _Mejite._ + +Per tutto è frastuono di voci. — I rivenditori di cose crude o cotte +non si contentano dell’_oculiferium_, cioè della merce che spacciano +posta in mostra. Nè di un quadro di terra cotta in rilievo incastrato +sul muro esterno della bottega. Nè di un dipinto allo encausto, +rappresentante il nume a cui è devoto, o una giostra di gladiatori, +od un combattimento di cui egli abbia o no fatto parte, o lo aspetto +di qualche strana figura che richiami l’attenzione di chi passa. — Nè +li suffraga lo spander legumi, prosciutti, meloni, cataste di cipolle, +di cavoli e di altre cose sul margine e fin sulla via ad abbarrarla. +— No. — Essi debbono urlare i pregi della loro merce e il nome della +regione d’onde provengono e la mitezza dei prezzi. — E i venditori di +vino dispongono anche al di fuori botticelli ed anfore, legati per +tema dei ladruncoli, ed urlano presso la porta, agitando un ramo di +edera. — I beccai infilzano le carni a vista di tutti; a lato di quelle +di capra sospendono rami di mirto per indicare che le provengono da +una prateria di montagna, dove cresce quello arbusto; e gridano alla +loro volta. — Nè stanno cheti i venditori ambulanti di pesci di mare e +dei delicatissimi del Sarno. — Nè quelli stazionari che vendono carni +cotte, bodini, salsicce, lardo, formaggi. — Tutti parlano a voce alta. +— Tutti gesticolano furiosamente. — Tutti hanno argomenti sempre pronti +per arrestare la curiosità dei passanti sulla loro via. + +E chi non dee far le spese per la sua casa, pure è forzato di far +sosta, perchè un monello vuol vendergli per forza una ricotta entro +un piccolo imbuto di vimini; — od una bambina, un cestino di ginestre +ripieno di more o di frutti del gelso nero; — od una graziosa +fanciulla, dagli occhi neri e procaccianti, mazzolini di giacinti, di +rose di Poestum o di pervinche azzurre. + +A tanto baccano onesto, conviene aggiungerne uno nè bello, nè decoroso. +— I marinai erano abituati a bever la _posca_ delle milizie lungo il +viaggio di mare; cioè, una miscela di acqua e di aceto per acquetare la +sete. — Una volta a terra, popolano le taverne — e ne escono cantori +discordanti di canzoni bacchiche ed erotiche. — I villici che hanno +intascato danaro nel _sinus_ della loro tunica, fanno stazioni lungo +le vie là dove veggono agitarsi il ramo dell’edera, e ne vengono +fuori bisticciandosi o cantando, a saltelloni correndo da un margine +all’altro; e inforcato l’asino od il cavallo, con male articolate +ingiurie trebbiano di vergate la misera bestia che deve pur trasportare +un animalaccio più bruto di loro ai domestici lari. + +Un’altra immondezza delle vie era la mendicità di mestiere. Presso +i bagni, sulle gradinate dei templi, ai piedi delle tombe, presso +la porta delle _popinæ_ vedevi questi ladri del sentimento e della +commiserazione tendere la mano, qual lamentando un naufragio che di +ricco che era lo aveva reso povero. + +— Un asse, per carità, nobile patrizio. — Io ne diedi degli assi ai +tempi lieti. — Eolo e Nettuno mi hanno ruinato. — Onore agli Dei, +quantunque avversi. — + +Qual si ferisce o pur fascia la gamba in maniera da parerlo, e +piagnucola e si dice morente per febbre e per fame: + +— Abbi pietà di un infelice, o tu che passi. — Era un _saccarius_. +Mi cadde un peso addosso e mi ha ruinato. Per lo affetto dei tuoi +figliuoli, pei mani dei tuoi nobili avi, un asse al povero facchino da +grano che non può più lavorare e che presto morrà. — + +V’erano altresì alcuni speculatori, i quali datisi al culto di quella +sirena, che si chiama la infingardaggine, e pur vogliosi di viver bene, +offerivano alla lenta e sudicia Iddia lo incenso delle immoralità. +Assoldavano alcuni storpi di Neapolis, di Herculanum, di Capua, di +Poestum, e gli sguinzagliavano il mattino come cani famelici per le +vie della città. Chi recitava la parte di soldato mutilato per la +gloria e la salute della Repubblica. — Quale era stato prigioniero di +Silla nella distruzione di Stabia; e riparatosi sotto i vessilli di +Cluvenzio, generale Sannita, fu ferito gravemente alla battaglia di +Nola; e mostrava una profonda cicatrice sull’occipite e ne accusava +una più larga sul petto coperto. — Chi diceva sommesso essere un gallo +schiavo, fuggito da uno spietato padrone nell’Urbe e chiedeva uno +_stips_ — la più piccola moneta di rame che esistesse. — E la sera lo +speculatore lor dava convenio fuor delle mura in luogo appartato, e si +facea render conto da quei vagabondi delle somme raccolte. + +— E perchè così poco, o malandrino? + +— E tu, brigante, non avrai pianto abbastanza. — To’, una pedata. — +Domani sera, se non porti di più, ti apprenderò io a piangere la tua +sventura davvero. + +— Vile storpiato; ti farò passar per le verghe; così saprai meglio +modulare al pianto la voce. + +— E tutti studiate i modi ingegnosi di questo gobbo di Baiae che ha +saputo ingannare anche me, stamane presso il tempio di Romolo, non +riconoscendolo. — Tieni, o camello. — Oltre ciò che ti spetta, anche +un denaro di buon peso per te. — Vanne a scialare in una _popina_ per +conto mio. — + +Sono passati diciotto secoli e la tradizione rimane ancor verde. Vi ha +tal gente in Napoli che lautamente vive di una siffatta speculazione +ladra ed infame. Il cattolicesimo vi presta la sua mano sacrilega. — +Sozzi frati colla bisaccia sul collo; sozzi preti con un bussolo che +scuotono nelle botteghe nel nome santo di Dio; sozza bordaglia, coperta +di un sacco, cinto da una corda sui lombi, chiede danaro e l’ottiene +a pro di turpi speculatori e per cause non vere. — E quel buon popolo +— il migliore d’Italia per pronta intelligenza, per docilità di +carattere, per esuberanza di cuore — su ricchissimo suolo, vegeta +sudicio, lacero ed infingardo. — Demoralizzato dai preti, commette +opere inique e crudeli. — Abbuiato dalla paura, dimentica il domani +della vita e sciupa il sopravanzo dei suoi guadagni nello inutile +tentativo di spegnere il sacro incendio del purgatorio cattolico, +apostolico, romano. + +Lo _accensus_ grida per le vie popolose il segno del quadrante solare. +— È l’ora sesta. — L’astro maggiore indica il mezzodì. — L’uso, e — più +che l’uso — il clima, impongono la cessazione di ogni fatica. Le porte +delle botteghe si chiudono. I patroni congedano i loro clienti. Qualche +usuraio ancor cerca per le strade una qualche vittima. La plebaglia +torna nelle sue case col beneficio che i _nomenclatores_ hanno a +lei distribuito. — Ognuno desina, e mangia che può. — I ricchi e gli +sfaccendati si gittano quindi sul letto per dormirvi qualche ore. Alle +otto i più diligenti si levano per riprendere il filo degli affari. Ma +alle nove — cioè, tre ore dopo il mezzodì — nessun pensa ad altro che a +ricrearsi o a far panciolle. + +Lungo il canale del Sarno era uno spianato, convenio di tutti i monelli +della città. Le bambine, assise al rezzo dei pioppi, giuocano cogli +astragoli che gittano in aria col dosso della mano e, addoppiandoli, +li riprendono nella palma. — I ragazzi si lanciano a vicenda il +pallone, detto _follis_, lo raccattano e lo ripercuotono. — Altri, su +terreno più duro, fanno girare una trottola, che chiamasi _turbo_, e +a furia di sferzate le imprimono rigiri irregolari; quindi impalatala +sulla mano destra, ve la tengono sin che si fermi. — I più piccini +corrono a cavallo sur una canna. — O col fango costruiscono casucce; +— o formandone un orciuolo, producono un rumore, scaraventandolo con +impeto per terra; — o giuocano a pari e caffo; o lanciano in aria +un asse, scommettendo se nel cadere presenterà la testa di Giano o +la prua del trireme — _capita aut navis_. — I perdenti offerivano il +polpaccio della gamba; e gli altri che avevan vinto, vi applicavano +un colpo a mano spianata; e perchè nessuno ne desse uno di più per +frode, il punito minacciava di una labbrata chiunque si presentasse. +— I più grandi tentavano di far cadere una noce dentro il collo di +un’anfora, conficcata in determinata distanza; o colpivano con una +noce un cumulo di altre tre sormontate di una quarta, e la guadagnava +chi faceva cadere il castello. — Fra gli adulti, ve n’era chi lanciava +colla fionda una pietra a seicento passi entro un fagotto di paglia +sospeso ad un albero; oppur unti di olio si esercitavano alla lotta +come gli atleti; o infintisi soldati, marciavano com’essi, armati di +corti bastoni; o simulando un tribunale e un delitto, si accusava un +incriminato, lo si difendeva, si udivano i testimoni, o si assolveva +o si condannava colla gravità dei magistrati. — Correvano, sudavano, +urlavano. E stanchi, si gittavano nel canale per nettarsi dalla polvere +o per nuotare. — I giovani di venti anni andavano fuori della porta +di Nola e là giuocavano al disco, ch’era di bronzo o di marmo. Lo +afferravano colla palma stringendolo con quattro dita, e lo cingevano +con una correggia allacciata con nodo scorsoio nel polso. Dopo averlo +fatto girare attorno al capo, facevano piccoli passi frettolosi sin +presso un segno solcato per terra; e tenendo il braccio sinistro sul +destro ginocchio e inclinando la persona in avanti, lanciavano il +disco; questo, fischiando, fendeva l’aria e arrestavasi quando la forza +dello slancio lo abbandonava. Il rivale discobolo tentava di superarlo, +e vinceva la scommessa colui che lo spingea più lontano. + +Siffatti divertimenti erano a tutti comuni, al figliuoli dei parenti +agiati siccome a quelli che esercitavano un’arte quale si fosse. E +Ottaviano Augusto, quando, al cessare delle guerre civili, cessò dallo +esercitarsi romanamente nel Campo Marzio a cavallo ed in armi, si +diè per suo esercizio al giuoco della palla piccola e grossa. O per +prendere un poco di esalamento, or pescava coll’amo, or giuocava ai +dadi, or trastullavasi coi bimbi nei giuocolini adatti alla loro età, +purchè fossero aggraziati, vivaci, linguacciuti, chiassoni. Talvolta, +per esercizio ginnastico, inforcava il cavallo e lo faceva andare +di trotto e a saltelloni, o lo spingeva a slascio lungo lo spazio. +E allora vestiva alla leggera, avvolgendosi in un gabbano, detto +_sestertium_, od in mantelletto di cavalleria, nominato _lodicola_. +— Nei tempi anteriori erasi visto Mario, già vecchio e vincitore +dei Cimbri, discendere nel campo di Marte dell’Urbe e gareggiare coi +giovani negli esercizi della milizia. E Pompeo saltare coi più agili e +correre coi più destri. E Catone giuocare alle bocce cogli amici suoi, +come il generale Garibaldi in Caprera coi propri compagni d’arme. + +Poichè ho parlato delle varie età dei giuocatori, i pazienti che +leggono questi miei studi sull’antico mi permettino una breve +digressione dal racconto. Non sarà inutile. + +I nostri avi indicavano la età degli individui della forma delle +vesti. I fanciulli indossavano la toga pretesta e la lasciavano +nell’adolescenza, cioè a dire, alla età di quindici anni. La vita di +un uomo, divisa in cinque periodi, distinguevasi in _pueritia_, in +_adolescentia_, in _juventute_, in _maturitate_, e in _senectute_. +Gli adolescenti nello acquistare i diritti di cittadino, indossavano +la toga virile, di lana bianca e non più orlata dalla striscia di +porpora, come la consolare che essi avevano portato fin da bambini. +I quali — era mente di quei savi — dovevano essere rispettati quanto +i primi magistrati della Repubblica. — Toccava al padre o al parente +più prossimo il rivestire il fanciullo di quella veste. La funzione +era solenne e facevasi in pubblico, sia nella città, sia in paese +straniero. Vi erano invitati tutti i parenti. — In sull’alba, il +giovanetto che aveva dormito vestito colla regilla, in segno di buon +presagio, lasciava la sua _bulta_, e l’appendeva al collo dei Lari +domestici. Quindi tutti accompagnavano lo affrancato dalla infanzia +nel tempio, ove si facean sacrifizi ed offerta agli Dei nell’atto che +gittavasi sulle sue spalle la toga pura. Lo stesso corteggio lo seguiva +nel Foro, come per presentarlo al popolo che da quel dì dovea contarlo +per uno dei suoi membri. + +Cotesta solennità compivasi una volta l’anno il XVI delle calende +di aprile — a’ 17 di marzo — giorno in cui si celebravano le feste +liberali, o di Bacco. Pompei — siccome tutte le città nel dominio +della Repubblica romana — era in tal giorno gremita di gente. In +ogni crocicchio erano assise vecchie donne, coronate di edera, aventi +sulle loro gambe un paniere di paste coperte di bianco mele ch’esse +offerivano, lodandone la dolcezza e il buon gusto, a chi passava. Ad +ogni scambiare di strada vedevansi giovanetti sorridenti, da tenere +occhiate all’abito nuovo, da tempo ambito e sognato; e i genitori e +gli amici, anche lietissimi di quella fanciullesca ambizione. — E vi +era di che. — Il quindicenne diveniva cittadino libero, e sceglieva la +propria carriera. Se l’avvocheria, il padre lo presentava il dì poi al +migliore oratore, perchè glielo addottrinasse. — Se la disciplina delle +armi, lo affidava ad un amico, governatore di una provincia, perchè +gl’insegnasse a difendere la patria, non come soldato — non avendo +ancor prestato giuramento — ma come _contubernalis_, cioè aggregato. +— O lo raccomandava ad un Senatore in Roma, o ad un decurione +nelle colonie e nelle provincie, acciò assistesse alle assemblee ed +acquistasse la scienza governativa. + +L’adolescenza finiva all’età di trent’anni. — La gioventù a quella di +quarantacinque. — La maturità a sessanta. — Oltre quel periodo era la +vecchiezza grave ed assennata. — E qui chiudo la parentesi. + +Infrattanto che i giovani e i minori fanciulli si divertivano presso il +porto e sulla via Popilia, altri erano nelle scuole ad apprendervi a +leggere, a scrivere, a contare. — Quanti scappellotti! Quante nerbate +sulle palme delle mani! Quanti colpi di staffile sulle parti carnose! +Quante stiracchiature di orecchie! — E tutto ciò per inspirare alla +tenera età lo amore al lavoro e l’applicazione allo studio! Anche per +tale riguardo in tempi diversi simiglianti procedimenti. — I preti +ch’educarono la mia generazione fecero di tutto perchè abborrissimo lo +studio. — Iddio perdoni ai morti, come già mortifica i vivi! + +In Pompei si parlavano le tre lingue — la sannita — la greca — la +latina. — Le prime erano di uso domestico. L’ultima s’insegnava. E +per la differenza dei caratteri, conveniva chiarirne la forma ed i +suoni. Sur una tavola erano essi incavati; per modo che il bambino, +passando su quei segni alfabetici il dito e lo stile, cominciava per +distinguerne la immagine, la indicava colla voce e la tracciava poi +colla mano. Collo accoppiamento delle lettere finivano per leggere. Col +pigiare una punta su tavolette di cera, si perfezionavano nel copiare i +_præscripta_, ch’erano esemplari di bella forma di lettere. + +I meglio avanzati in età studiavano la grammatica. Quindi leggevano +Omero e i migliori poeti latini e le arringhe di Ortensio e di +Cicerone. — Talvolta avevano il còmpito d’impararne squarci a memoria e +di scriverne. — Tale altra di esercitarsi in una specie di parafrasi, +che addimandavasi _chria_, la qual cosa consisteva nello ampliare +e commentare una parola sentenziosa od un fatto memorabile. Questi +esercizi i discenti li portavano in casa, per mostrarli ai parenti. + +L’acqua aveva appena marcato l’ora nella clessidra, che un grido di +gioia rintronò nella scuola del Foro. I monelli si levarono in piedi +e corsero all’uscio. Il peggio ardito, in quel momento di disordine, +scagliò la tavola incerata che aveva per mano sulla testa del maestro. +— Tutti fuori e a slascio, facendo un grande baccano. Il misero +vecchio, _minumi pretii_, perchè col suo salario aveva appena di che +sostentare la vita, seguì lo indisciplinato, gridando. Si avvenne col +padre che saliva per la via dell’Abbondanza. + +— Mira la cattiveria del tuo figliuolo tristissimo. Mi ruppe la cute, +qui, nell’orecchio. + +— Forse, o Verna, tu l’hai picchiato ed egli si vendicò. — Riconosco il +mio sangue. — Son certo che, presa persona, nessuno saprà impunemente +ingiuriarlo. + +— E tu così parli?.... Ah! meglio maneggiare il remo che consumare i +miei poveri giorni per gente sì ingrata. — + +Tornò nella scuola brontolando e si fasciò il capo e l’orecchio pesto +con una benda di tela oliata, che parea una lanterna. + +Era la decima ora, cioè le quattro dopo il mezzodì. E i rintocchi +fragorosi di un martello su largo cerchio di bronzo sospeso ad un +chiodo nel muro, si facevano udir di lontano presso il tempio della +Fortuna e nel fondo della via dell’Abbondanza. — _Discus crepuebat._ +— Ciò indicava che i bagni pubblici erano aperti. — E le botteghe +di consumo chiudevansi. — E i cittadini laboriosi e quelli di medio +censo ed i ricchi s’incamminavano verso le Terme. Gli è che, nel +mentre i raggi del sole perdevano un po’ della loro forza, e diveniva +piacevol cosa il riposarsi dalle fatiche o dalle noie della giornata, +i nettatori delle strade entravano dai subburbi coi carri per togliere +le immondezze, il fango, la polvere i rottami dinanzi le case in +costruzione, i concimi delle stalle e gli erbaggi che i rivenduglioli +avevano gittato fuori della soglia. Un decreto degli edili avea pur +fissato quell’ora per introdurre sui muli le legna, i mattoni, la calce +e i pezzi di marmo, affinchè potessero circolare senza incomodo per la +maggior parte dei cittadini. + +Sì le prime Terme come le più grandi ov’era la _palestra_ — vasto +paralellogrammo dedicato alla ginnastica per lo spigliamento delle +membra nei giovani — erano già piene di gente. — Mosaici sui pavimenti. +Stucchi coloriti sulle volte. Mobili di bronzo e bacini di marmo. +Inservienti al bisogno. — In faccia al porticato di colonne scannellate +era il _baptisterium_, ove ognun che voleva si gittava ignudo e sudato +nel bagno freddo in comune. — Quello dei bagni poco lungi del Foro era +rotondo, ristretto e sotto una cupola, d’onde veniva la luce. Nella +prima stanza sotto il colonnato lasciavansi le vesti e di là entravasi +in una sala spaziosa, riccamente ornata, ove pur potevasi togliere il +bagno freddo dalla gente che preferiva prenderlo al coperto. Lungo le +pareti sono sedili per agio di quelli che accompagnano i bagnanti e +conversano con essi od attendono il loro turno. — Nella sala che apresi +a manca è il _tepidarium_, il cui pavimento e le cui pareti tramandano +un dolce calorico, proveniente dal _laconinum_, il fornello dei bagni. +— Quivi erano larghi bacini di marmo e sedili di bronzo per asciugarsi +o riposarsi allorchè si usciva estenuati dal _sudatorium_, sala delle +bagnature a vapore. Il quale, escendo a nuvoli che si spandano da per +tutto nell’apposita sala, va verso la volta di forma emisferica, a +lavori di stucco scannellato, e discende pei regoli successivi lungo +le pareti. L’apertura praticata sul sommo della soffitta era chiusa da +uno scudo di bronzo, e col mezzo di una catena potevasi aprire come +una valvola, nel caso che il calore del caldario divenisse troppo +eccessivo. Quelli che si facevano colà dentro, ansimavano, davano in +singhiozzi, respiravano appena. L’aria infuocata e la grande umidità +non danno requie ad alcuna parte del corpo. — Scuote, opprime, stanca, +accascia, prostra le forze. — Val quanto trovarsi nel focolare di un +incendio. — E non so come i Romani non abbiano scritto nelle dodici +tavole l’applicazione della condanna ad esser bagnato vivo su quei +tristi che intendevano correggere invece di uccidere. + +L’_eleotesium_ era il luogo ove si tengono i profumi e gli unguenti +campani. — In altre piccole stanze posavano bagni di marmo per le +donne di età grave o per uomini difettosi della persona che non amavano +mostrarsi avvizziti e deformi al pubblico sguardo. Ma dal povero plebeo +coperto della sua _pullata_ ai magistrati che indossavano la pretesta, +dagli illustri cittadini agli uomini di piccole fortune, nessuno +sdegnava i pubblici bagni. Unica distinzione era che il ricco veniva +preceduto dai suoi schiavi e seguito dai clienti. Ed il plebeo entrava +solo. + +Le genti agiate frequentavano le Terme per moda, per accidia, per +curiosità e per trovarvi conoscenti ed amici, onde invitarli a cena, +al giuoco dei dadi e ad un’orgia. — I derelitti dalla fortuna, per +raccapezzarvi — chiedendolo — un qualche asse. — E le donne per +stare in esercizio di pettegolezzi, per narrare ed udire la cronaca +scandalosa della città, per osservare da vicino le forme decantate di +una bella e trovarvi alcun che da ridire, e..... per filare un intrigo +amoroso su quel terreno neutrale, ove la folla sapeva celarlo nei +ripieghi dell’uso e della prescrizione medicale. Nelle due Terme le +donne avevano un bagno a parte ed entravano per uscio diverso da quello +degli uomini. — Sur una delle porte della Palestra, nel vicolo, era +scritto: _Mulieres_. + +Non molti gl’inservienti. — Un guardiano del bagno — un _fornicator_, +cioè, quegli che poneva il combustibile nella fornace — e parecchi +schiavi, condannati ai lavori pubblici per delitti. — Questi hanno +nome secondo lo ufficio. Addimandavansi _capsarii_ quelli che serbavano +chiuse in una cassetta le vesti di un bagnante e ne traevano mercede. +— _Aliptae_ o _unctores_, i profumatori cogli unguenti. — _Alipili_, +gli spelatori col mezzo di una pomata, o colla pietra pomice. — +_Tractatores_, i frizionanti nel bagno a vapore. — Per siffatti servigi +le donne conducevano con sè le loro schiave. + +— Ahimè! Come sono stanco. Spero nel tepidario riprendere un po’ di +forza per poi goder meglio i piaceri della mensa. + +— O, non si direbbe che Publio Ametistio abbia fatto oggi sforzi +prodigiosi per passar la giornata? + +— Tu hai, o Statilio, del toro, e le forme ed il nome. Nè sai compatire +ad un gracilino par mio che desinò tre volte e vomitò due. La bella +Iddia vi mette anche del suo. E se la dura a lungo, è miracolo. + +— Taglia la corda e resterai libero. — + +Ed un altro aggiunse, cacciandosi nel bacino pieno d’acqua fumante: + +— Facile a dirsi. _Quisquis amat venit_, dice il poeta. E a sedurre +Ametistio ci vuol meno che far cadere un pettorosso nella pania. + +— O tu, Atimeto. Guazza un po’ meno..... e pensa che hai misurato +l’amico colla tua spanna. — Se potessi dir qui una novella..... Ma nol +debbo, _quia lupus est in fabula_. + +— Hilaro Sulla, or narrala e ci piacerà. — + +Atimeto versò sul curioso Statilio acqua a manciate e profittò del +rumore per dire usassero prudenza; — avvegnachè non il lupo fosse +presente al racconto di una sua debolezza di cuore; ma un altro animale +che aveva di che allontanare ogni fascino. E coll’occhio lo designò. +— Era un uomo adiposo che soffiava nel bacino di contro come un +ippopotamo. Orafo, arricchito dal mestiere, aveva comperato dal padrone +la sua libertà. E più erasi fatto danaroso colle usure a carico dei +giovani spensierati. — Zozzo, liberto di Popidio Ampliato, verso la +cinquantina, aveva domandato ad una bella giovane se voleva essere la +donna sua. La non rispose nè si nè no. Ma il terrore d’istinto — che, +bruttissimo era e guasto dal vaiuolo — egli lo interpretò come eccesso +di gioia. — La vittima venne trascinata sullo altare, coperta di bei +monili e di collane di perle. — Pare che anch’essa lo ricambiasse di +una bella corona. E non era di rose..... Almeno così diceva la mala +lingua di Sulla nel bagno. + +Quei giovani passarono nel sudatorio e si distesero sopra lettucci +di riposo, dove alcuni giovanetti, appena vestiti, cominciarono a +strofinarli con spugne finissime. — Quindi a mani piene pigiavano le +loro carni, li ravvoltolarono per ogni verso e fecero che tutte le +articolazioni scricchiolassero. — Da prima ridevano e scherzavano. +Poi caddero in una prostrazione come per grande stanchezza. — Quel +_malaxare articulos_ era per fermo una operazione dolorosa, quando +i frizionatori non fossero dotati di una certa abilità e destrezza. +Allora questi diedero di mano agli strigili — ch’erano di avorio o +di argento, adorni di bei graffiti, la cui forma somiglia a quella di +una falce concava che possa applicarsi alla rotondità delle membra — +e staccarono dalla dermide tutte le ineguaglianze e le impurità che la +traspirazione vi aveva adunato. + +Trasportati di nuovo dond’erano venuti, gli epilatori li spelarono +con un unguento fatto con semi di salcio nero e con egual dose di +litargirio. — E i profumieri li unsero di distrutto di porco con +elleboro bianco. — Aspersi poi di olio di nardo e di megalio, furono +asciugati con stoffe di lana finissima. — Vennero in ultimo avviluppati +in una _coccina gausapa_ — specie di grande toga scarlatta, vellosa al +di dentro — e deposto ognun di que’ giovani entro una lettiga coperta, +furono ricondotti in casa loro. — Nel congedarsi, Publio Ametistio ebbe +a dura prova la forza di dire, sbadigliando: + +— O, chi verrà alla _comissatio_ meco?..... Prometto _mirabilia!_ + +— Verremo! — + +Statilio Tauro, nel porre il piede nella sua sedia chiusa, voltosi agli +amici, lor disse: + +— Parlare consigli di saviezza a quel caro epicureo è lo stesso che +raccontare una storia ad un asino sordo. — Valete. — + +Intanto che quei giovani infemminiti prendevano il loro bagno +caldissimo che gli slombava, i popolani si procacciavano un sudore +abbondante e senza spesa nella palestra. Gli uni — ignudi nati — +si esercitavano nella lotta; e ciascuno procacciava con sgambetti +di cacciare il compagno per le terre. — Altri bilanciavano le loro +braccia, avendo nei pugni pezzi di piombo. — Altri, giuocavano alla +palla. — Ed altri ancora, colle mani legate sul dorso, prendevano +colla bocca anelli per terra e si rialzavano. E fra i più destri, uno +inginocchiato, rovesciavasi indietro sino a mordersi il tallone dei +piedi. Quindi si tuffavan tutti nell’acqua gioiosamente, con grandi +risa e con più alto baccano. + +Il bagno addetto alle donne è più quieto. Ma il bisbiglio dei vari +tuoni delle voci è anche più discordante. — In una epoca ed in +un paese, ove le vesti dinotavano la condizione di quelle che le +indossano, la nudità assoluta delle persone stabiliva una eguaglianza, +una democrazia, di cui ognuna traeva suo pro per la libertà propria. + +— O che hai, Rufilla, che sei costì tanto cheta. Da che siamo nel +bacino non sferrasti pur anco una parola. + +— Mia cara Aglaia, sto ammirando le carni flosce della mia padrona, +sulle quali sarebbero così bene applicati i colpi di verghe che mi +fece dar non ha molto. — Ne ho ancor le lividure alle reni. — Mira che +pelle. — Toccherà a me domani il renderla bianca di carnagione, nelle +parti visibili, colla cerussa di Rodi. — Buon per lei che un’altra +l’asciuga. — Io la pizzicherei di dispetto. + +— E non hai tu altra sorgente di collera contro di lei?..... Il mio +padrone, ch’è il maggiordomo nella casa di Bleso, disse alla moglie +aver inteso come il marito della tua signora volesse affrancarti +perchè..... sei bruna e piacente. — + +Rufilla sorrise e replicò a bassa voce: + +— Ho rotto pace con molte illusioni, io. — Pur sono ancora in +civettismo colla speranza. Chi sa? Finora alla Iddia bendata non vidi +mai il viso. — Ed in vero non saprei dirti ciò che meglio io desideri. + +— Tu parli come gli aruspici. Pure ti ho inteso. — Venere ti +sorrida! — + +Quando le due schiave si levarono di là per asciugarsi, altre due +parlavano greco nell’atto che le donne loro affibbiavano addosso le +vesti. Sembra che quella lingua esse ignorassero. + +— Dì! — È egli vero, o Lelia, che tu ti mariti? Piacerebbemi. — +È un dabbene quel tuo promesso. — Sia la dolce Iddia propizia ed +entrambi! — + +La giovanetta cui fu volta la domanda era diciottenne, dalla persona +delicata, dal viso pallido, dalle linee rotonde, soavi e fine. Una +leggera lanugine le adombrava l’orlo superiore della bocca. — Sorrise. +— E da quelle fila di perle escì cotesta risposta: + +— Minucia, grazie ai tuoi voti. — Presto. — Altrimenti la vita mi +parrebbe insopportabile. — Quinto Muzio io l’amo e spesso lo sogno con +ardente follia. — Una sera mi ha baciato. — E, fatta sola nella mia +stanza, io ne ho pianto e tremava tutta. — Chè, il bacio di un uomo +non è come il tuo, sai?..... Oh! qual bacio! — Era qualche cosa di +bruciante e di leggero che mi penetrò come il soffio di una carezza nel +cuore. — + +E stringendosi forte mutualmente le mani, partirono. + +Una donna, già completamente vestita, fe’ cenno colla mano ad un’altra +di appressarsi. + +— Esce ora colla sua figlia. — La vedesti nel bagno? Brutta e +manchevole..... E che sa trovarvi egli di bello?..... Io lui desidero e +voglio. Intendi? — Gli diè forse a bere un filtro amoroso, colei? + +— Mia nobile padrona, una sola droga ne apparecchia uno infallibile: +— Amate e sarete amati. — Cotesto è lo avviso della esperienza. — La +umiliazione t’irrita. — Cancellane le tracce. — Lo visiterò domani e — +credimi — ti porterò domani il suo cuore. + +— Torna a vedermi.... nel tempio. — Farò offerte alla Dea protettrice. +— Intanto questa borsa a te per testimoniarti che Giulia sa essere +riconoscente e generosa. — + +Quando la _lena_ escì dalla sala, rimasta sola nel corridoio, la ricca +donna pensò: + +— Io prendo una ben dura lezione, e i miei Giunoni sanno a quali prove +io vo incontro. — In un momento di disgusto lasciai l’uomo al quale +io mi era donata. — M’invaghii perdutamente di Gneo Melissa. S’egli +compenserà il mio grande e miracoloso amore, apparterrò ad un padrone +le cui esigenze aumenteranno sempre. — Accetto la condizione in cui lo +alato Dio mi gittò. Sono doviziosa tanto da pagare i suoi capricci e da +allacciare con catene d’oro il suo cuore. — Ben lungi dal chiedere per +la mia passione quello che follemente desidero, un eterno obblio per +Numanzia, una parola affettuosa per me. — O Venere potente! O Venere +santa! O delizia dell’Olimpo e della terra, fa’ che quell’uomo mi paghi +di amore e dissipi le miserie di questo mio cuor lacerato! — + +Povera donna, a trentacinque anni! Quel piccino fra tutti gl’Iddii, +passando un giorno dinanzi la sua ricca dimora, usò un tratto della sua +eterna malizia e sorridendo le scoccò lo strale. + +Lo indomani fu essa contenta? Lo ignoro! So questo solo. — Era nata +in Pompei col nome di Giulia Felice, figlia di Spurio. — La sua casa +conteneva grandi ricchezze in oggetti d’arte di marmo, d’oro e di +argento. Eravi un sacrario con divinità egizie ed un magnifico tripode +di bronzo cogli attributi del dio di Lampsaco. + + + + +LA BASILICA. + +UNA CONDANNA A MORTE. + +=Anni di Roma 770 — Anni del Cristo 17.= + + + A LEOPOLDO TARANTINI. + + V. + + +In Pompei la gente per bene ristoravasi quattro volte per giorno. Il +_jentaculum_, nel saltar giù dal letticciuolo, consisteva in una fetta +di pane bagnata nel vino — od in pane e cacio — o nel solo vino ove era +stato infuso per tutta notte un bastone di finocchio aromatico detto +_silum_, per cui questi addimandavano _silatum_ il loro asciolvere +— od in una bevanda dolce e profumata da sciacquare la bocca e +toglierle il tanfo della digestione. — Verso la sesta ora — mezzodì — +cominciava il _prandium_, cibo di sostegno sino alla sera. Chiamavasi +ancora _merenda_, da _meridies_; oppure _prandiculum_, tanto la gente +costumata contentavasi di poco. — Un po’ di pane — qualche pasta calda +di forno — o del _liquamen_ di vino stracotto, detto _sapa_, o di +emulsioni di ciliege, di mele apie o di cotogne, addolciate col favo. +— La _cœna_ sì, che era copiosa. Prendevasi _supremo sole_, cioè al +declinare del giorno, quando le faccende pubbliche o le particolari +erano terminate, verso la decima ora, cioè alle nostre quattro di +sera. — Solo i giovani scioperati mangiavano in sull’ora ottava, cioè +alle due dopo il mezzodì. E lo facevano più volte col recere e col +rimangiare; e poi toglievano il bagno caldissimo per debilitarsi ad +aver fame per la _comissatio_, specie di orgia cui Bacco e Venere +presiedevano e che si prolungava lungo la notte. + +A lato dei Lari compitali sulla via non lungi dal Foro, ov’è la +fontana dalla testa del Leone, parecchi giovani si fermano e picchiano +ad una porta. L’ostiario apre, chiede i nomi e lor dà passaggio sul +_prothyrum_ di bianco mosaico su cui sono rappresentati con neri dadi +due lottatori afferratisi. — Erano attesi. — Dal peristilio entrano nel +triclinio, ove altri gli accoglie e gli bacia. — Il padrone del luogo +gli computa e dice: + +— _Septem convivium. Novem convicium._ — + +Una gaia risata festeggiò quel motto spiritoso. Avvegnachè, avesse +detto come sette a desco avrebbero composto un’allegra brigata. Ma +trovandosi in nove, la riunione la sarebbe stata chiassona. — Ed era +ciò che chiedeva. Per le disposizioni e pei mobili di quelle stanze, +i convitati non dovevano essere numerosi. E il buon genere dei tempi +imponeva che non eccedessero le Muse e non fossero da meno delle +Grazie. + + +-------------------------------------------------+ + | | | | | | + | III | VI | V | IV | VII | + | | | | | | + |---------|-----------------------------|---------| + | | | | + | II | | VIII | + | | | | + |---------| |---------| + | | | | + | I | | IX | + | | | | + +---------+ +---------+ + +Compite le abluzioni e le altre formalità di uso, il padre del festino +— _cœnae pater_ — indirizzò una breve prece agli Dei e a suon di flauto +fece le debite libazioni di vino. Quindi distribuì i convitati sul +triclinio nell’ordine seguente. — Sul posto V del _summus lectus_ ei si +sdraiò appoggiandosi al gomito sinistro. Indicò a Psiche di allungarsi +sui cuscini del IV, ed invitava P. Ametistio ad assidersi sul luogo +consolare VI. Sul letto di sinistra si disposero Calliopa, Suavis +ed Issa su III, II e I. E sul _lectus imus_ si adagiarono M. Porcio, +Scapido e Metrodoro nel VII, VIII e IX; questi ultimi erano _umbrae_, +cioè non da lui invitati. + +Il vuoto era riempito da una larga tavola di marmo, ove si disponevano +i _riton_ e le tazze e le scodelle per le vivande. Dietro ognuno era un +servo, _succintus puer_, la cui attenzione era desta dalla scoppiettio +delle dita. + +Gli uomini e le donne ricevettero sul capo corone di edera, di rose, +di viole e di fiori di zafferano. Altre più larghe erano poste ad +armacollo. Sui capelli furono sparse essenze di nardo, di balano e +di altre sostanze odorose. Credevasi che quel verde, quei fiori, quei +profumi, aprendo i pori, facessero facilmente evaporare i fumi del vino +greco ed indigeno. + +Le vivande erano apportate sopra un _ferculum_, grande vassoio di +argento che copriva tutta la tavola. Allorchè il padrone volea che +fosse servita la _mensa secunda_, facea scoppiettare il pollice +coll’indice, e i servi ubbidivano. Così pure per empire i _riton_ coi +ciati, specie di misura con cui si prendeva il liquido e si versava nel +calice che lo invitato stendeva. Cucchiai erano sul desco e piccini +di fine argento. Vi erano coltelli. E pur cannelli di penna d’oca o +fuscellini aguzzi di lentisco per iscalzarsi i denti. Ma gli alimenti +solidi, di pesce e di carne li prendevano colle dita, salvo a lavarle +nel _trullum_, catino che lo schiavo sopportava, ed asciugarle colla +_mappa_ che ognuno recava da sè. — Avevano inventate tante raffinatezze +di lusso, meglio che di uso, e non avevano pensato a distendere una +tovaglia sul desco, a fornire gl’invitati di tovagliuoli e a fabbricar +le forchette con cui infilzare le vivande. + +Dopo aver mangiato e bevuto, ribevvero ancora. Era l’uso di non levarsi +dai soffici cuscini senza prima salutare le donne che sedevano accanto. +Quei begli umori erano discreti. I più perdevano la ragione. Ma nessuno +poteva esimersi dalla regola, abbandonatamente accettata, la quale +prescriveva, _Omnis amica numeratur ab adfuso Falerno_. + +Laonde il _pater cœnae_, volto alla Psiche sua colla tazza ricolma: + +— _Cor cordium, nomen tuum bibo._ — + +E tranne lei, tutti appressarono sei volte le labbra al bicchiere, +ingoiandone i sorsi. Quindi Ametistio: + +— Alla cugina di Venere.... Al fascino dei tuoi sguardi, o Calliopa.... +Io bevo ogni lettera del tuo nome armonioso. — + +Metrodoro aveva Suavis sul corno opposto del triclinio. E lei +guardandolo amorosamente, + +— _Sex cyathos_ per te, o maga del cuore. — + +Scapido, appena sdraiatosi, aveva notato le copiose trecce della +fanciulla che il re del convito, od il caso, gli aveva disposto di +fronte. A forza di vederla, si prese ad amarla. E siccome egli non era +fatto per dispiacere ad alcuna, anch’egli a lei piacque. Veramente +Porcio era il suo amante. Ma quando lo amore s’infiltrava nel cuore +greco-latino, ogni cosa doveva cedere — e ancor cede! — pregiudizi, +interesse, doveri. Scapido bevve quattro sorsi al suo nome. E Porcio, +pur morsicato dalla vanità nel vedere gli sguardi e i sorrisi di lei, +acuti come un dardo, leggeri come il soffio e fragili come la virtù, +rivolti spesso alla persona a lui daccanto, bevve e intero il nome +della passionata pompeiana. Però, brontolando, non si ristette dal +dire: + +— _Alii adnutat, alii adnietat, alium amat et me tenet._ + +Aveva torto. Le donne di tal conio usarono sempre ad uno far segni, con +altri occhieggiare. E se taluno amano, tengono altri per le unghie. + +I servi partirono. + +Rimasti soli, parlarono su quel tema, inesauribile come la musica — +perchè anch’esso è la musica delle anime — che addimandasi amore. Ed +una felicità di una nuova specie ed ignota gl’innondò tutti. Pareva +temessero che qualcuno sarebbe venuto a rapir loro quella serie di ore +beate che nessun certo lor disputava. La rapidità piena del piacere +svanisce come un minuto e stanca. Ma poi torna secolo, carico di +ricordi festosi e delle delizie di un istante — e tanto più nei momenti +in cui si è colpiti dal dardo di un grande dolore. + +Calliopa, dopo aver guardato per qualche tempo Ametistio, tornò a lui; +e, sedutasi sulle sue ginocchia gli mormorò: + +— Mi ami, Publio? + +— Sì, cara; come il mare la sponda. + +— Infido! — + +E appoggiando il gomito sulla sua spalla, velò la faccia. La misera! +— Sulla veste sottile di Laïs essa avea ricamato coi fili d’oro la +ingenua serenità dell’anima e quella freschezza e quella limpidità di +sguardo che ammalia e seduce. Quando la donna si sente così penetrata +dai raggi di un celeste amore, acquista immediatamente un non so che +di dignitoso e di augusto, che spinge gli umani a ringraziarne gli Dei. +Essa intravide d’un tratto dove i suoi nobili sentimenti la spingevano +e pur discerse come la mano amica le mancasse nello avviarsi verso la +landa ignota dei suoi destini. Fidanzata della miseria, o fidanzata +del dolore, sapeva il paese d’ond’era venuta e giurò dentro di non vi +tornare mai più. — E mentre essa pensava, ed anche Ametistio pensava. +— Ma l’una pianse e l’altro rise. — E si ricambiarono un bacio ov’era +chiusa un’antitesi dolorosa. + +— Chi giuoca alle tessere?... Su, poltroni! O crederò che Bacco vi +abbia fuorviato... E tu, Publio, scostati da Calliopa, che da qualche +tempo medita disegni sinistri sulla tua pace. — + +Quegli si svincolò ridendo dalle sue braccia, e: + +— Giammai fui felice coi dadi. — Immagina ora che mi strappi con +violenza di Pafo. — La bella Iddia si vendicherà! — + +Il giuoco delle tessere consisteva in cotesto. — Tre piccoli cubi di +avorio si mettevano entro un cornetto, detto _phimus_; si agitavano +colla mano e si versavano sur una tavola scavata che chiamavasi +_alveolus_. Ogni cubo portava sulle sei facce una serie di punti, +cominciando da • e aumentandosi successivamente su ciascuna superficie, +per unità sino a [Illustrazione: sei puntini] — Le tre facce, che +i dadi mostravano, decidevano del punto. — Allorchè i tre cubi +presentavano ••• il giuocatore perdeva; avvegnachè, egli avesse fatto +il colpo del cane. Quando invece le superficie tutte offerivano il +[Illustrazione: sei puntini], egli vinceva la scommessa, avendo fatto +il colpo di Venere. + +Lo amico giuocò per il primo, e i cubi dissero due, cinque, sei. — +Giuocò Ametistio e presentò i tre assi. — Aveva perduto. + +— Lo vedi?... Il colpo del cane! — Giù cinquanta denari. + +— Accetto. + +Si scuotono i dadi e si mostra il colpo di Venere. — Si scuotono anche +una volta e tornano i tre assi. + +— Hai perduto. — Altri cinquanta? + +— Altri cento. + +— Ah! sei proprio infelice! Ho vinto. + +— Vedremo. — Non potrebbe Venere aiutarmi? — + +Ametistio agita forte il _phimus_ e ne escono uno, uno e tre. + +— È una vera fatalità! — Séguiti il giuoco? + +— Sì; e scommetto un _nummus aureus_. — + +Intanto Porcio e Scapido, assisi presso una tavola, divisa in quadrati +alternativamente bianchi e neri giuocavano ai _lutrunculi_, una +specie dei nostri scacchi. Palamede aveva inventato quel divertimento +nel campo dei Greci per distrarre nobilmente sotto la tenda i re +confederati che assediavano Troia. — Ognuno attelava dinanzi a sè +alcuni pezzi di vetro bianchi per l’uno, neri per l’altro. E col dito, +spingevali innanzi come soldati di un esercito, a piedi e a cavallo, +muniti di torri e guidati dai capi, entusiasmati dalla regina e retti +dal re. La buona tattica consisteva nel sorprendere tra due pezzi il +pezzo di vetro dello avversario e così acquistare il diritto di farlo +prigione e toglierlo dal campo di battaglia. + +Suavis e Psiche si divertivano coi _tali_, ch’erano ossi di astragolo +di montone. Quelli avevamo la loro forma ma erano di argento. + +— Tu hai una destrezza rara, o Psiche. — Quantunque volte io mi provi +a raccattarli tutti e quattro, si sparpagliano in aria, e perdo. +Se il vuoi, io ti darò un tessuto di nodi complicati e te li darò a +sbrogliare. + +— Apparecchialo. — So già la tua perizia nello allacciare i cuori. Non +pensi ad Æliano che si muore di amore per te? Non ha molto il vidi in +teatro ed ei si strugge nel labirinto ove tu lo chiudesti. + +— Gli gioverà lo starvi. — Venere mi diè la missione di vendicarla. + +— Cattiva!... Non la Iddia... te, per la tua leggerezza. + +— O se l’è una mosca!... Lascialo pur nella ragna!.... Provati ora a +disciogliere questo nodo di Gordio. — + +Metrodoro, che aveva assistito alle evoluzioni che Porcio e Scapido +aveano eseguito col loro esercito di vetro, si fermò dietro la sedia +della bionda Suavis. Psiche si provava a sciogliere lo intricato +gomitolo e non riesciva. — Levati gli occhi, disse: + +— Il conterraneo di Alessandro potrà sbrogliarlo, non io. — Che pensi? + +— Io penso che Metrodoro non s’abbia a provarvi. Non dev’egli +apprenderne il segreto. Giammai costruirò un labirinto per lui. Ei +venne a me ed io lo tengo. + +— Il Tartaro m’ingoi, s’io mai lo caccio dal cuore ove egli scrisse il +suo nome. — + +E spingendo il capo indietro, levò la faccia sorridente di amore. — Il +greco curvò la sua e le loro labbra s’incontrarono. + +— Undici volte perdente! — Sei volte il colpo del cane! — Che è questo +mai? — Calliopa, togliti di qui, se ti piace. — Hai la faccia sì seria, +e gli occhi sì lucidi, che temo mi affascini. — + +La bella fanciulla posò la mano sulla spalla di Ametistio, si fece +rossa e poi pallida, e lo guardò di quello sguardo con cui la madre +fissa il figliuolo. — Uno sterile sdegno; lo imbarazzo dell’anima; +la tenerezza profonda; una incantevole illusione ben tosto fugata dal +fantasma della brutta regione in cui per parecchi mesi aveva vissuto; +ecco le parole che dissero quello sguardo innamorato. — Ametistio non +lo notò. — Aveva altre cure che lo occupavano. — E la misera andò a +celar le sue lacrime in un canto della camera — pioggia impetuosa che +distruggeva i fiori ed il verde di una forte passione. + +Scapido e Porcio s’erano tolti dal giuoco e, stirandosi le braccia, si +appressarono alla tavola dove la sorte capricciosa imponeva ai dadi le +sue fantasie. Le donne anch’esse composero il cerchio. + +— Togliti, Metrodoro, di costì. — L’amico dirà che gli nuoci. + +— Danno e sventura! — Una ruina sull’altra! — Uno, sei, due. Ah! +Venere! Ti frangerei volentieri le costole con una mazza. — In verità, +io rinuncio alle tessere e mi ritiro. + +— Quanto perdi, o Ametistio! + +— Chiedine, o Psiche, a quel fortunato. — + +Issa prese sul deschetto il breve bussolo incerato e, fatta l’addizione +delle cifre, pronunciò: + +— Sei mila dugento cinquanta denari. — Psiche, si può dir del tuo +amico, come di Fabio, il temporeggiante, _romanus sedendo vincit_. E +viva lui! — + +Publio Ametistio — giovane, orfano, già ricco, scialacquatore — +apparteneva a quella categoria di uomini amati e maladetti dal fato — +stelle filanti nell’atmosfera della vita, che splendono di vivo lume +per poco; che impallidiscono al passar di una nube; e scompaiono nella +pace della natura, quando tutto irraggia, canta ed ama intorno ad essi. +— I piccoli e i grandi avvenimenti della esistenza gli aveva assaporati +tutti. Pur questa volta l’urto che la ruota della Fortuna gli aveva +dato passando, gli cagionava un fremito dentro che gli rendeva malato +il cuore. — Non ostante, scosse lo altero capo per coronare di un falso +sorriso la necessità, e disse: + +— L’ora è tarda. — Valete, amici. — A domani. + +— A domani, Publio; e quando vorrai. — Ricordati che l’amicizia è la +catena più forte delle nostre affezioni. — + +Allora si fece innanzi Calliopa e prendendogli la mano distratta con un +guardo che dicea molte cose, gli aggiunse: + +— No... Vi è una catena anche più forte e tenace... l’amore! + +— A tutti sia propizio Morfeo. — + +Così mutuamente tutti si salutarono. — E, accompagnati o soli, +reddirono alle loro dimore. + +Ametistio aveva molto giuocato, e perduto, e pagato. Aveva pur molto +speso per giovanili follie e poco omai più gli restava del censo avito. +Avrebbe dovuto arrestarsi e dar ordine alle sue cose. Lo amor proprio, +la vanità lo spinsero oltre. — E in quella sera ei si vide giunto +sull’orlo dello abisso, e la via del regresso era scomparsa. Quando +pose il piede sulla gradinata della strada dell’Abbondanza, un sudor +freddo gl’imperlava la fronte, le gambe gli vacillarono e si appoggiò +ad uno degli _impedimenta_ di sasso. Ma si rimise ben tosto e continuò. +— Continuò con passo regolare e sicuro, col corpo diritto, colla testa +immobile, cogli occhi fissi, come una statua che avesse l’uso delle +sue gambe. — Entrò in casa sua, si fece nel suo cubiculo e si gittò sul +letticciuolo vestito com’era. + +L’anima, ripiegata violentemente sopra sè stessa e compressa per ore +dallo sforzo della volontà, riprendendo i suoi diritti e distendendosi +disordinatamente per tutta la persona, si rifece padrona dei suoi +dolorosi pensieri. E alla luce della lampada vide tremolare sulle +pareti ombre leggere e fugaci e ripresentantisi. Erano i suoi ricordi +or lieti, or tristi. — Era la idea dolorosa del domani. — Ma un’altra +immagine passò a traverso la sua mente febbrile che limò l’acuta +preoccupazione colla speranza; e, tranquillato a metà, chiuse gli occhi +e distese le membra spossate. + +La impotenza generale dei sensi rabbonacciò lo spirito agitato. Le sue +idee navigavano pur sempre nel caos. Ma gli sembrava, nelle tenebre, in +fondo, lontano, di vedere un porto consolatore ove avrebbero trovato +un approdo. Immobile, nè dormente, nè desto, quel crepuscolo della +propria intelligenza leniva in certo tal modo la prostrazione fisica e +morale nelle cui braccia lo aveva gittato il pensiero della vergogna +e la idea di mancare — malgrado suo — allo impegno che il giuoco gli +avea fatto contrarre. A poco a poco aggiornò nella sua mente. — Il +passato aveva preso il di sopra. — Festini — bagni — viaggi — ed amori. +— Adorati fantasimi tornarono ad impadronirsi dei suoi pensieri. — +Cuma, Neapolis, Capua, Tarentum, Brundusium, Roma le vide popolate +di creature graziose, di desiderii appagati, di spettacoli goduti. +Sentì voci gentili ripetergli frasi già udite. Un braccio appoggiarsi +delicatamente sul suo e stringerla con un tremito soave. Ripensò ad +un mazzo di fiori ricambiato da un bacio. Ad una ciocca di capelli +bruni che aveva sfiorato la sua gota. Ad una immagine divina, fremente +di piacere sotto le sue carezze. Ad un banco, in uno xisto, su cui, +lungi di ogni sguardo, erasi assiso presso una idoleggiata, sotto un +odoroso cespo di caprifolio. Ad una brigata di amici che pur dianzi +accoglievalo e gli facea festa. A Calliopa, di cui avea letto nel cuore +lo affetto secreto, folle, insensato. + +— E domani? — + +Cotesta parola, come tarlo rodente, lo svegliava dai sogni e lo +trascinava ai piedi di una triste realtà. + +— Oh! Si allontani la idea! Troverò danaro. — Pagherò. — Indi, +vita nuova. — Un buon matrimonio... la pace e.... l’onore sino alla +morte. — + +E chiuse gli occhi colle dita, per forza, e cacciò lontano ogni +pensiero. Volse la testa sul cuscino, chiamò il sonno... Ma l’anima +vegliava e lo facea dimenare sul letto quasi fosse un fascio di spini. + +— Oh! la crudele espiazione! L’Erebo ha minori tormenti! — E che feci +io che gli altri non fanno? — Essi dormono! — Ed io mi torturo! Sì mi +torturo... e soffro senza speranza... Forse troverò un _fœnerator_... +Che! Tutti ladri! — Gli subisco da un pezzo! Mi fecero il loro +schiavo... mi composero questo crudele destino!... Ma, non ne fui +l’autore io medesimo? La vita mi è a carico... E se io la troncassi, +aiutando la parca insonnita?... — + +Si levò di letto. — Aveva lo aspetto livido, sconvolto. — Si appressò +ad una cassetta di ebano e ne trasse uno stile. Lo esamina con cura, +ne prova la punta acuta e sottile sull’unghia del pollice, lo adatta +tra le due costole sul cuore..... è per pigiarlo dentro colle due mani +e..... si arresta. + +— E l’onore?... E il mio nome?... E merito io la fine di Socrate e di +Catone?... E che direbbero di me morto i miei creditori... e l’ultimo, +se io usassi la prerogativa di un uomo libero che si sottrae dalle +angosce dell’animo?... Giù il ferro di cui non son degno! — + +E lo cacciò sul mosaico della stanza. — Levò la mano in alto e, voltosi +verso lo _impluvium_, ov’erano sotto il portico le statue di stucco dei +suoi maggiori, seguiva: + +— Date venia all’ultimo della vostra stirpe, o miei. — Voi serviste +leggi che io non debbo, nè voglio, mai offendere. — A meno che Giove +non mi dissenni, nè morti, nè viventi eleveranno contro me la loro voce +di spregio. Bocche severe mi dissero leggero, depravato, sciupone. +— Meritai la sentenza! Cercherò danaro. — Me ne daranno quei tristi +ch’io contribuii ad arricchire! — Quindi darò piena ospitalità alla +saggezza. — + +Siffatte idee lo racconsolarono. — Di chiaro giorno escì. — Corse nel +Foro. — Callicles, l’usuraio, disse non aver sesterzi disponibili. — +Toctucio, il liberto ladro che facea commercio di giovanetti greci di +ambo i sessi, rispose avere in casa un capitale morto che pur mangiava +e non poter disporre di un solo quadrante. — Cancer, il sudicio ed +insaziabile affrancato, lamentò il terremoto che gli aveva screpolato +le molte botteghe che affittava e maladì ai _tignarii_ e _cœmentarii_ +di Teanum che nelle travature e nelle ricostruzioni gli assorbivano il +peculio deposto nell’_horreum_ — il magazzino pubblico, ove i cittadini +deponevano la moneta e gli oggetti preziosi sotto la salvaguardia dello +Stato. — Il solo Gurges — la cui avidità gli avea dato quel meritato +soprannome — consentì a trattare, chiese la cifra e promise una +risposta fra tre giorni. — Ma, richiamato quel contentissimo indietro, +gli aggiunse: + +— Il _fœnus_ però sarà centesimale, cioè, mi darai due assi per cento +ogni mese. — Va? + +— Accetto. — + +E a quai patti non avrebbe consentito Publio Ametistio per escire +onorato dalla voragine ov’era caduto? — Stanco, ma rinfrescato dalla +speranza, attese. — Dormì. — Riparò le forze perdute. — Per distrazione +— non per amore — ricercò la compagnia di Calliopa. — Povero, cuore +riannobilitato dal raggio nuovo di una sensazione profonda! + +Intanto Gurges aveva parlato con Alfio, degno collega suo. E questi: + +— Mercurio ti aiuti! Il suo patrimonio lo fuse in bagordi, in vini +squisiti, in bagni, in profumi.... e in usure. Chiedine a Scapzio e a +Matinio, cui Cicerone tagliò le unghie a Salamina. Gli è proprio un +_hilarus nepos_. — Se gli aurei nummi ti vennero a noia, danne.... +Allora torneremo a chiamarti col nome di tuo padre! — + +— Basta. — Quand’anche lo segassi — secondo il prescritto delle XII +Tavole, — di quel corpicino estenuato dai vizi non mi verrebbe gran +parte. — + +Corsi i tre giorni, alla decima ora di sera Ametistio cercò di Gurges +nel Foro. — In casa non era. — Visitò parecchi luoghi. — Domandò ad +alcuno di quella geldra ove fosse. — Frugò inutilmente ogni canto. — +Alla fine trovollo nel porto. — E tra il timore e la speranza: + +— Ebbene? + +— Per Ercole! Non si dirà mai che i miei denari, con tanto sudore +acquistati, passino come un papavero in un formicaio. — Tu credesti il +tuo censo immortale. — _Magister improbus!_ — Lo dasti alle sciupate? +Fa’ che le sciupate tel rendano! — + +A quelle parole Ametistio sentì mancarsi il cuore. — Crollava intero lo +edificio delle sue speranze. Un sudor freddo gli diacciò la fronte. E, +voltosi all’usuraio che con passo frettoloso si allontanava, lo salutò +con tale rampogna: + +— Ti colga la peste, _furcifer_. — + +Era annientato. — Il crepuscolo copriva colle prime ombre le cose. Si +avviò sbalordito verso la città. — Passò sotto l’arco della porta della +Marina. Si assise sui gradini del magazzino della Dogana e appoggiò +la fronte bruciante sulla parete. Le idee tornarono nella sua mente +con tutta la loro chiarezza. D’un tratto si leva e cammina frettoloso. +Si arresta sul piano e poi va innanzi, agitando le braccia come un +insensato e parlando inarticolate parole. Si ferma di nuovo dinanzi il +tempio di Venere Fisica. L’uscio è aperto ed egli entra. — Qual disegno +lo spinge? — Nessuno. — S’inoltra e poggia il capo sull’ara. Per tutto +è silenzio. Nessun rumore. Nessun mormorìo attorno di lui. Alza gli +occhi e mira la statua di marmo della bellissima Iddia, cui tanto +danaro le sue scioperatezze aveano sacrificato. Una lampada votiva +illumina la edicola. Ametistio ripensò alle parole di Gurges — che le +sciupate aveano a rendergli quello che alle sciupate egli avea dato. +Si guardò attorno, ascese la scala di marmo a grandi passi, afferra la +lampada d’oro e fugge. + +Ma il coperchio — rotta la cerniera dall’urto — si stacca e ruzzola +per la gradinata. Un sacerdote, che andava a chiudere la porta del +tempio, ode il rumore, vede un’ombra che passa, il lume spento innanzi +il delubro, immagina la profanazione, corre e grida al ladro, al +sacrilego, all’empio. + +Lo ingresso nel Foro era chiuso. Laonde il misero corre per la via +d’ond’era venuto. — Alcuni che bevevano in un _thermopolium_ si +affacciano sulla strada. — Due marinai ed un soldato vengono dalla +porta della Marina. — Non vi è scampo per lui. Una idea lo prende e la +esegue. — Lancia con quanta forza gli ministra la disperazione il ricco +oggetto che avea fra le mani al di là di un alto muro, il quale serviva +di sostegno al terrapieno per la edificazione di un tempio ad Augusto. + +Il sacerdote lo arresta e al primo cittadino che vede, dice: + +— _Licet te antestari?_ — + +Avendogli risposto affermativamente, ei gli toccò il basso della +orecchia, supponendosi allora che quella fosse la sede della memoria. + +Gli accorsi si accrescono. — Il misero è svenuto nelle loro braccia. — +Altri sacerdoti giungono colle torce. Ed una luce livida rischiara la +persona di quel caduto. — Uno lo riconosce e dice: + +— Publio! il ricco giovane che abita nella via dov’è la fontana di +Medusa!... Oh! non è possibile! + +— Dov’è l’oggetto involato cui i sacerdoti accennano? + +Tutti si scostano. — Quei dalle torce accese le volgono per ogni verso +e nulla trovano. — Allora il soldato si accosta all’orecchio di un +marinaio suo amico, e gli susurra: + +— O che il flamine abbia preso la lampada, e poi voglia averne una di +ferro col sangue delle vene di quello sventurato? + +Altri soldati ed altri curiosi vennero su quel posto. — Ametistio aprì +gli occhi tutto smarrito. — Vide la gente. — Si rimise sui piedi e +toccandosi la fronte riarsa, balbettò: + +— Ove sono?... Oh! il terribile sogno! + +— Dove hai celato la lampada tu? + +— Quale lampada? + +— Quella che tu involasti a Venere sacra. + +— Ah! Gurges lo ha detto. — Pietà di me. — Uccidetemi e sarete +pietosi.... La lampada.... + +— Ebbene?... La lampada? + +— _Venus diobolaris_ l’ha presa. — La venderà a Gurges, o a Cancer.... +E quelle mignatte vomiteranno il mio sangue nella tua bocca, o flamine +impudico.... mignatta del popolo. + +— Bestemmia lo infame. — Trascinatelo al pretore. — + +Un centurione aprì la folla, la interrogò, vide il giovane di nuovo +svenuto e ordinò si chiamassero due schiavi pubblici con una lettiga +per condurlo presso il magistrato. + +— Rendi la lampada, o sacrilego. — La vendetta della Iddia piomberà sul +tuo capo.... — + +L’uomo coperto di ferro distese con autorità la mano sullo incolpato e +disse. + +— Pace, o sacerdoti. — Comprendo il delitto e ne sento l’orrore. — Ma +il giovane parlò poc’anzi in delirio. — Ora è svenuto od è morto. I +magistrati sentenzieranno. — + +Giunta la lettiga, vi fu adagiato Ametistio, venne aperto il passaggio +nel Foro e il trasportarono per quella via. — I sacerdoti, i curiosi, +gli sfaccendati, i perditempo, le bigotte rimasero su quel posto per +lunga ora ad esclamare, a non credere, ad accusare e colle lanterne a +scoprire dove il reo avesse nascosto la lampada rubata. Ma la lampada +non si trovò. + +Il pretore cui presentarono lo incolpato, appena potè riconoscerlo agli +occhi sbarrati, alla faccia livida, alla persona affranta. — Udito il +reato di cui Ametistio era accusato, siccome questo implicava la pena +della _maxima capitis diminutio_, cioè la sottrazione di una testa al +consorzio dei cittadini e alla libertà, dovette ordinare fosse menato +nella pubblica prigione. + +A dritta dello ingresso del Foro dalla viuzza dietro le Terme e dal +trivio della fontana del Lupo, era il posto dedicato alla carcerazione +preventiva. Una piccola e stretta porta di quercia vi dava accesso. Un +pernio di ferro nel centro la faceva aprire a metà. Grosse spranghe +confitte nelle spallette di pietra la facevano immobile al di fuori. +Due scalini mettono in una stanza umida e oscura, non ricevendo +aria e luce che da un piccolo tubo superiore alla porta; e due altri +fanno ascendere ad una seconda, stretta e lunga come la prima. — Le +pareti sono lisce e composte di larghe pietre di taglio, aggiunte +senza cemento. — Così le soffitte. E la costruzione è sì solida da +non offerire ad un rinchiuso veruna speranza di fuga. Nulla di peggio +orribile di quelle due fosse.... + +Colà sur un po’ di paglia venne gittato Ametistio. Il quale, fuori di +senno e quasi immemore delle cose avvenute, potette dormire sino al +dimani. + +La novella corse ben presto per le bocche di tutti in Pompei. — I suoi +amici ne rimasero sprofondati. — Calliopa cadde come corpo esanime; +chè, il dolore che non ha refrigerio di lacrime uccide o quasi. — Il +vincitore alle tessere e quanti furono del numero della sua ultima +festa, credettero o falso il delitto o nato di subita follia. Laonde +deliberarono di farsene essi gli accusatori pubblici — _auctores causæ_ +— per impedire che altri si presentasse e non col loro cuore. Ma il +giudice della questione, il quale senza essere magistrato aveva pure +tutte le attribuzioni di un _quæsitor_, cioè presidente — non volle +che lo incriminato ottenesse dai suoi fidi una persecuzione fiacca, +incompleta per calcolo onde sicurargli la impunità. Accettò meglio +l’atto di accusa prodotto da Stazio Rufo e dai suoi _custodes_, Vatinio +Svezzio e Caio Pedio — sorta di accusatori in secondo, sia chiamati dal +primo come aiuto ai suoi ordini; sia, suo malgrado, per chiarire la di +lui condotta, per sorvegliarlo e costringerlo ad una franca accusa. — +L’atto diceva così: + +«Vivente Tiberio imperatore, e sedenti consoli C. Cecilio Rufo e L. +Pomponio Flacco Grecino, agli VIII degli idi di aprile — dinanzi i +questori Velario Grato e Vibrio Saturnino — Stazio Rufo coi suoi +custodi, dichiaro Publio Ametistio reo di furto di oggetto sacro +e dimanda che secondo le leggi venga condannato alla interdizione +dell’acqua e del fuoco.» + +Il quesitore mandò il libello all’accusato, perchè apparecchiasse la +sua difesa pel giorno di poi. + +Lo indomani un araldo, salito sul pulpito della Basilica — dopo aver +suonato la tromba, ripetè l’atto di accusa, scritto precedentemente +dagli autori della causa. — Quindi colla stessa formalità lo chiarì dal +pulpito del tempio di Giove e dinanzi la porta dello accusato. + +I giudizi sui reati pei quali era prescritta la condanna nel capo +erano dapprima riserbati ai comizi. Occorsi alcuni casi, creduti al +disopra della intelligenza del popolo, o della sua istruzione, si +cominciò a consultare i decurioni, ch’erano una emanazione popolare. +Quindi si pensò di creare un corpo giudiziario permanente, scelto tra +i cittadini i quali pel loro grado sociale o pel loro censo fossero +nella condizione di occuparsi dei pubblici negozi senza alcun danno. +Il popolo — approvando siffatto accordo — serbò per sè i giudizi sulle +cause di alto tradimento e la revisione delle sentenze sui condannati +che a lui si appellassero come a sovrano. + +La Basilica è aperta. — Una folla numerosa occupa il portico e l’atrio. +— Le donne e i curiosi sono sul terrazzo del Foro e dei tempio di +Venere. I più vicini odono. — I più lontani veggono. Ma il vedere vale +quanto lo udire; avvegnachè gli oratori, accompagnando le loro parole +con gesti espressivi e giusti, traducessero a maraviglia il detto +coll’atto. + +I duumviri sono sulle sedie curuli. — Gli accusatori sul pulpito. +— Indietro, a dritta ed a sinistra seggono ottanta uno giudici. — +Sotto la ringhiera, lo araldo e gli scribi. — Una barriera mobile di +legno chiude il tribunale. — E dentro è l’accusato in mezzo ai suoi +difensori, fra i quali uno è il _patronus_, cioè l’oratore e gli altri +sono _advocati_, cioè i chiamati per la loro scienza nel diritto e per +la loro perizia nelle cose giudiziarie. + +Quando gli scribi ebbero dispensate parecchie copie della lista +dei giudici agli assistenti per chiarire come veruno che non fosse +registrato nell’Albo giudiziario usurpava illegalmente siffatto +ufficio, i duumviri fecero prestare giuramento agli ottanta uno +cittadini che avrebbero giudicato secondo le leggi. — E tutti, chiamati +per nome, risposero: + +— _Juro ex mei animi sententia._ — + +I magistrati non giurarono perchè essi in tale circostanza si +limitavano a dirigere i dibattimenti, a proclamare il risultato dei +voti ed a pronunciare l’applicazione della legge. + +Si cominciò dalla audizione dei testimoni. Ognuno di questi giurò pel +sommo Giove — _cujus nomine_ — dice Cicerone nell’arringa a difesa di +Milone — _majores nostri vinctam testimoniorum fidem esse voluerunt_ +— di dire la verità. Il primo chiamato fu Venerio Epafrodite — il +sacerdote del tempio che vide il fuggente e il raggiunse. — Disse della +lampada involata dalla edicola e del solo coperchio trovato ai piedi +dello altare, dei lucignoli unti raccattati lo indomani uno sulla via +corsa dallo accusato e l’altro tra le pieghe della sua toga. — Ymnus +— il venditore d’idromele e di acque aromatiche nel _thermopolium_, +dinanzi il quale quel che correva venne arrestato — narrò le grida del +sacerdote e il passo concitato del giovane, che da uno che prendeva +ristori nella sua bottega udì chiamarsi Publio e aver casa nella +via della fontana di Medusa. — Pupo — il marinaio che venne su dalla +porta della città, ripetè le stesse cose ed aggiunse aver veduto lo +incriminato svenuto e poi udito dalla sua bocca parole sconnesse, o da +ubriaco o da pazzo. — Il centurione Eleno Missilus chiarì quello che +avea visto, cioè, il misero giovane ch’ei stimò morto tra le braccia di +chi il sosteneva. Aver udito parlare di una lampada rubata. Pur quella +lampada non essersi rinvenuta, nè sul posto, nè sui luoghi vicini. + +Stazio Rufo cominciò allora l’accusa. — Dipinse la depravazione dello +incolpato. Le ricche imbandigioni e gli apparecchi della gola aver +sciupato e guasto il suo censo avito. Altri scialacqui, di cui è onesto +il tacere; e l’amplissima villa, non più sua; e i tanti schiavi di +tante lingue; e i bronzi e le pitture di miracolo; e il vestir di seta +come le donne, averlo gittato nelle braccia degli usurai, divoratori +anch’essi del suo patrimonio. — Coteste le cagioni dell’ultima colpa. E +potrebb’egli sconfessarla? + +— No! — + +Il patrono difensore nello udire il monosillabo accusatore del suo +cliente: + +— Rufo, tu obblii il saggio costume degli avi, i quali si espressero +sempre dubbiosamente in giustizia. — Come puoi tu asserire le cose +intime che narri? — Vedesti tu — coi propri occhi tuoi — il furto sacro +commesso? — E dimentichi tu per ventura come le tue arrischiate parole +sappiano strappare un amico da braccia amiche, privare lo Stato di un +cittadino ed egli stesso diminuire? + +— Pace, o Caio Calvenzio. Qui non si trattano piacevolezze. Tu non +vorrai scendere a giuochi retorici. — Fatti. Non altro che fatti. — A +tutti è chiara la vita del tuo cliente. — Egli avea debiti. — Chiese +danaro. — Nessun usurario volle dargliene. — Entra nel tempio di Venere +e ruba. Ruba accecato dalla disperazione. + +— E la lampada ov’è? + +— Non sii formalista, Calvenzio. — La sua tunica e la toga sono unte. +Un lucignolo sulla persona.... Egli stesso non smentisce il reato. — +Ecco quello che io credo..... e i nostri avi anch’essi in simile caso +si sarebbero espressi così. — Ho detto. — Rispondi, se il puoi, sulla +innocenza di lui. + +— Cotesti fatti — se sono fatti, ed io gli nego — non avrebbero +potuta rifar la fortuna di Publio. Poteva vendere la sua casa, e i +suoi bronzi, e le ricche suppellettili, e gli ori e gli argenti, e le +gemme, e gli schiavi; ed avrebbe pagato i suoi debiti cui tu accenni +ed io ignoro. In verità una lampada del peso di III libre e once II e +del valore di 40,800 sesterzi, non può solleticare la cupidigia di un +giovane agiato e spendente come tu dici. — + +Adora sorse l’amico presso cui Ametistio passò l’ultima sera gioiosa +giuocando — il quale, dimentico del danaro scommesso e vinto, erasi +fatto insieme con Metrodoro uno degli _advocati_, non avendo potuto +essere gli _auctores causæ_ — e col viso acceso dalla indignazione, +proferì: + +— E la lampada, per Polluce! E dov’è cotesta lampada? — Abbiamo un +sacerdote interessato che accusa. — Abbiamo un incriminato che non si +difende. — E l’oggetto del reato scomparso! — O Venere lo ha nascosto +agli occhi dei suoi.... sacerdoti, o volò di per sè, come il divo +Romolo, nell’empireo presso la Iddia! — + +Metrodoro era afflittissimo. Teneva la mano dell’amico chiusa nelle +sue. E spesso a voce bassa parlavagli nell’orecchio. — Ma non ne aveva +nessuna confortante risposta. + +— Ebbene! siccome s’intesero i testimoni, si ascolti ora il supposto +reo. S’egli ripeterà ciò che disse agli astanti e poi al pretore, +l’accusa non avrà altra cosa da aggiungere. — + +Un movimento di attenzione si produsse allora nell’assemblea. — I più +lontani si sollevarono sulla punta dei piedi. Uno dei duumviri disse: + +— Parli or l’accusato e si scolpi. — + +— La lampada disparve dal tempio.... Vili ed ipocriti i sacerdoti.... A +Venere non importa che l’olio bruci. Ha il sole che illumina il cielo, +la terra e i pianeti.... + +— Ei bestemmia! + +— Epafrodite impostore!... Nel vostro collegio, quando siete satolli +e il vino v’inebria, ridete fra voi degli Dei e degli uomini. — +Una donna che fu vostra, ed anche mia, lo udiva e mel disse.... — I +colombi di argento e i melagrani d’oro — che anche la mia stupidezza +vi ha confidato, come voti alla Iddia — e non gli vendete voi fuori di +qui?... La lampada.... valea pur essa i miei danari.... e partì. + +— E dov’è ora quel prezioso tra i sacri arredi? + +— Non la trovaste?... Bene sta!... Lo inferno v’inghiotta, o pubblici +ladri!... Quella lampada non rischiarerà più le vostre soppiatte +libidini sacerdotali.... + +— A me, che ti accuso, rispondi semplice e sincero. I giuochi di +parole, di mente smarrita non ti gioveranno. E se lo interrogatorio non +valse a strapparti dal labbro la verità, potrebbe ben la tortura.... + +— Come! insolente; osi tu proporre la prova dei servi ai duumviri sul +mio misero cliente? Il dolore e lo spasimo depongono il falso sempre. + +— Ma la tortura è permessa sur ogni cittadino per causa di congiure +e di sacrilegio. — E qui sacrilegio è negli atti e nelle avventate +parole. — + +Metrodoro si stacca vivamente dalle braccia di Publio, e parla: + +— Uno accusa. — L’altro non dice. — La tortura? Sia! La subisca prima +Epafrodite e quindi il cliente. — Così, se il vero sta nei tendini +distesi e nelle carni lacerate, vedremo. — E se il mio amico risulta +innocente, avrò il libito di chiedere ai magistrati di far marcare +sulla fronte del prete calunniatore K, la stimmate che avrà meritato. + +I membri di tutti i collegi sacerdotali muggirono di rabbia a quelle +parole oltraggiose. — Parecchi giudici ne furono inorriditi. — La +plebaglia ruppe in alti clamori. La tempesta fu sì violenta che lo +araldo ebbe ordine di suonare la tromba e di annunciare che i testimoni +avevano detto, e la udienza era levata. + +Lo indomani del giorno d’intervallo tra un’accusa e l’altra, gli +autori della causa ripetettero l’_anquisitio_, cioè la pena richiesta +al delitto. Corsi anche due giorni, gli accusatori fecero affiggere +nel Foro l’_irrogatio_, cioè uno scritto in cui palesavano la pena +che il crimine sembrava meritasse, ed accusarono per l’ultima volta +lo incriminato, invitando i giudici a pronunciare la sentenza. — +Nelle due comparizioni si procedè alle accuse e alle difese, come +nella prima. — Ametistio non volle difendersi. — I sacerdoti — non +solo nei loro covacci di empietà e di frode — ma nelle taverne e nei +trivi cercarono di persuadere il popolo ad impedire che lo scellerato +sacrilego sfuggisse alla giusta vendetta dei numi. — Sempre gli stessi, +assetati d’oro e di sangue! — Sempre tributari agli Dei delle atroci +loro passioni, chiamandoli vendicativi ed autori dei pubblici disastri. +— Coi giudici usarono altri mezzi — danari a iosa, e per sopra ciò +_noctes mulierum atque adolescentulorum nobilium introductiones +nonnullis judicibus pro mercedis cumulo fuerunt_. Non traduco tali +immondezze. + +In quel giorno tutte le taverne, le botteghe, persino le terme furono +chiuse. — Qualche scriba aveva venduto il suo posto e rimaneva in +piedi. — Lo araldo intimò il silenzio, si fece lo appello dei giudici e +gli autori della causa parlarono per due ore, tempo che la legge loro +accordava. Caio Calvenzio replicò solo e apparecchiò lo uditorio ad +intenderlo col tossire, collo scricchiolare delle dita, con sospiri e +con tristi sguardi or volti al cliente, ora ai giudici, ora al popolo +riunito. Parve agitato da una violenta emozione e la voce tremavagli +nella gola. — Quando ebbe pronunciato: _dixi_, lo araldo gridò +dall’alto: _dixerunt_, e i duumviri offerirono allo accusato ed agli +accusatori il diritto che la legge Pompea loro accordava, di rifiutare +per giudici quelli che loro non andassero a verso. Di ottanta uno ne +rimasero cinquanta uno. — A cotesti vennero distribuite tavolette +di bossolo coperte di uno strato di cera e ciascuno sopra scrisse +la iniziale del voto che la propria coscienza o il turpe maneggio +sacerdotale dettavagli. A voleva dire _Absolvo_ — C _Condemno_ — N L +_Non liquet_ — ciò non è chiaro nella mia mente, se lo incriminato sia +innocente, o colpevole. Ognuno gittò la propria tavoletta in un’urna, +levando la toga per scoprire il braccio e serbando l’iniziale scritta +dalla parte della palma della mano. — Il misero Ametistio venne +condotto per una scala nella prigione ch’era al disotto della tribuna. +— Fatto lo scrutinio dei voti, gli scribi ne diedero il risultato ai +duumviri. Tre giudici opinarono per una più ampia informazione. Dieci +negarono il crimine. Trentotto lo accertarono. + +Allora i duumviri spogliaronsi della toga pretesta in segno di lutto; +ed uno di essi, con aspetto triste e solenne, disse nel silenzio +dell’assemblea: + +— Sembra che Publio Ametistio meriti di essere punito. E a noi piace +interdirgli l’acqua, l’aria ed il fuoco. — E sia crocefisso. — + +E nell’atto che uno degli scribi leggeva la stessa sentenza dallo +spiraglio superiore del carcere a quei che doveva farsi _inanimatus_, +nella sua qualità di _servus pœnæ_, l’altro dei duumviri dicea alla +gente stipata: + +— _I licet._ — + +Così tutti, a poco a poco, vociferando, gesticolando, alcuni gioiosi, +altri addolorati, escirono dalla Basilica e si disseminarono pel +Foro. — Metrodoro, innanzi la prima Curia, arrestò due dei giudici, +mettendosi con violenza nel mezzo di essi. + +— Sapete voi perchè tanto apparato di milizia nei tre accessi del +tribunale e fuori?... Non per evitar turbolenze, no. — Per arrestare +i _manticularii_ che vi sbarazzassero destramente della moneta che +questa notte guadagnaste con tanto onore: — Uomini da conio.... e +insanguinati! — + +Ed un altro, nella via della fontana del Leone, mirando camminare a lui +dinanzi un sacerdote d’Iside, tolse di peso un’anfora spezzata piena di +calce e la cacciò quasi elmetto di flamine sul capo di lui. + +— Tizzone d’Averno, imbiancati se puoi! — + +Finchè quel briccone potè levarsi la mala cuffia di testa e nettar gli +occhi e la barba, il poco riverente cittadino era scomparso. + +Intanto Publio Ametistio aveva ascoltato la sua sentenza con un +coraggio e quasi direi con un orgoglio di razza che dava una smentita +alla poco gagliarda persona sua. — La morte sulla croce! — La sua +vita, tutta di piaceri, non ve lo aveva preparato. — E lo sguardo della +folla! — E lo scherno della plebaglia! — Le idee ed i nomi amici gli si +arruffavano nella mente e lo racconsolavano dello spasimo morale che +allora pativa e della morte crudele cui andava incontro. — Nell’atto +entrano due feroci uomini nella prigione. Uno gli lega le mani dietro +con una corda. L’altro gli appende al petto una tavola che chiarisce +il suo nome e il delitto. Fuori sono soldati che lo attendono. Molta +gente pur v’è — e in ispecie donne con bambini sul braccio o lattanti, +curiose di vederlo una volta e di assistere alla sua crocefissione. — +Una giovane lo guarda, gli lancia un bacio e dice: + +— Oh! se gli è bello, e piacente! Lo avrei amato! Se fossi una +Vestale.... — gli è impossibile lo sperarlo, perchè non si torna +indietro mai.... colla mia presenza avrei potuto dirgli — _sii +libero_.... — e poi più alle fiamme del cuore che a quello dello +altare. + +— Quando ti farai cheta, sguaiata? + +— Quando mi darai a bere del vino. — + +E cavato uno spillone dalle nerissime trecce, scrisse sulla parete: + +— _Suavis, vinaria, valde sitit. Rogo vos valde sitiat._ — + +Traversando il Foro, gli amici che la sventura gli avea risparmiato e +i suoi poveri schiavi, i primi gli baciarono convulsivamente gli occhi +e la bocca, gli altri i piedi, e disperati li lasciarono. — Ametistio +sentì dentro tutto, uno strazio e camminò innanzi. + +Lungo la via dell’Abbondanza e quella della fontana di Venere, fissava +le genti che il riguardavano, smemorato. Vedea doppio e triplo. — Fuori +della porta di Stabia la comitiva si fermò _ad cisiarios_, colà dove si +affittavano i veicoli; e venne consegnato al carnefice, a cui le leggi +censoriali niegavano la luce e l’aria che si respirava in Pompei. + +Spogliato delle sue vesti, fu gittato sur una croce di pioppo. Due gli +tennero le mani distese con una corda. — E il carnefice le inchiodò. — +Poi gli distesero i due piedi riuniti. — E il carnefice li inchiodò. +— Il poveretto soffriva acuti dolori. Ma non dicea verbo. — Quindi i +tre giustizieri levarono di peso la croce e la conficcarono, per la +estremità dove penzolava la testa, in una buca di sasso, assestandola +con due cunei. + +La plebaglia — avida di quegli spettacoli — rimase sul posto sino a +sera. Alle prime ombre partì. — I littori di guardia rimasero seduti +presso un fuoco di frasche ed un’anfora di vino. + +Dopo un’ora, una donna si trascinò colà barcollando. Al chiarore +rossastro vide lo inchiodato a capo in giù e corse a lui. + +— Ametistio! Mi ascolti? — Mi vedi? + +— Calliopa... un bacio... ecco la morte.... Io ti.... atten... + +— Espio tutto sulla tua bocca e muoio! — + +Fu l’ultimo accento di una doppia agonia. — La mattina i soldati si +provarono a rialzare la donna prostrata che colle braccia stringeva +la croce. — Era morta! — Fecero una buca e la seppellirono. E poi +ch’ebbero pigiata la terra sul cadavere: + +— La credi moglie del crocefisso colei? + +— No! — La donna dallo anello non muore di amor disperato! — + + + + +LA NECROPOLI. + +SCENE DI FUNERALI. + +=Anni di Roma 779 — Anni del Cristo 26.= + + + A J. C. HACKE VAN MYNDEN. + + VI. + + +— La tua tragedia, o Sirio Crixsio, non posso accettarla. L’ho letta +— piacerebbe in Herculanum... lo credo — qui, ne dubito forte. — Le +lettere non vi sono in molto onore come nella tua grande città. — La +tua commedia, o Delio, non è adatta alla circostanza. — Se si trattasse +di festeggiare un duumvirato, eh!... Ma noi piangiamo la perdita di un +dabbene, i cui pari non nascono ogni dì. — Andate. — Ci rivedremo in +altra occasione. — + +E voltosi ad un uom vecchio e tarchiato: + +— Salve, _operarum theatralium dux_. Tu puoi acconciar tutto a dovere. +Mi occorrono tre _taurocentas_ e tre _succursores pontarios_. — Le +coppie dei tori le ho già provviste. La giostra nel Foro. — Oltre la +venazione vorrei dare lo spettacolo dei _pugiles catervarios_ insieme +coi _pyctas_, secondo il costume greco. Vi sia musica e pantomima. — Tu +penserai a provveder le macchine, il vestiario, i giostratori e tutto. +— Quanto alla spesa — tu mi conosci — non vi sarà a ridire. — Agisci +con zelo. — La famiglia è ricca e generosa. E vuol fare obliare «lo +assedio di Troia» che tu preparasti nel gran teatro pei funerali di +Munazio Fausto — lo arricchito dal mare — cui Nevoleja Tyche diè quella +testimonianza di amor coniugale. + +— Compresi, Eumenes. La famiglia di Flacco non avrà a dolersi di me. +Ma ier l’altro io vidi il brav’uomo passeggiar nel Pecile. — Vi entrai +per parlar collo edile — ed egli mi strinse la mano e mi chiese del +figliuol mio che — come sai — vive nell’Urbe. — + +Eumenes nello udir lo elogio del suo padrone, valido e sano due +giorni innanzi, sentì tremolare negli occhi le lacrime. Le asciugò +col _sudarium_ che aveva chiuso nelle pieghe della tunica, e con voce +velata rispose: + +— Tornò in casa pieno di salute. Dopo la cena si dolse del mal +di capo e andò a coricarsi. Il _clinicus_ Stertinio lo visitò lo +indomani, prescrisse i suoi _placita_ che io feci comprare dal vicino +_seplasiarius_; e malgrado il medico il consigliasse a rimanersi nel +letto, od almeno in camera, volle uscire e andar nella Curia. — Colà +svenne e fu qui riportato in lettiga. Non parlava. Aveva storta la +bocca, gli occhi sbarrati e la faccia accesa. — Vengono due medici e +gli tastano i polsi, uno di qua, l’altro di là. — Quei mercanti della +salute furono in questo solo di accordo — che il sangue fosse ito con +impeto a cacciarglisi nel cervello. — Ma per rimediare a quel guasto +Stertinio indicava il bagno freddo e Archagathas un bagno caldissimo +ai piedi con farina di senape. Allora si bisticciarono, chiamandosi +_vespillones_, spoglia-cadaveri, e peggio. I figliuoli — per non aver +rimorsi più tardi — usarono interpolatamente i due rimedi. Il bagno +ai piedi parve lo rianimasse un poco. — Coi segni prima e poi collo +stilo sulla cera quel degnissimo di vita affrancò dodici schiavi, si +tolse gli anelli e dandoli a Lelio lo designò suo erede. Il misero +ebbe appena il tempo di collar le sue labbra sulla bocca del vecchio e +riceverne il suo ultimo sospiro. Lydia era svenuta nelle braccia delle +liberte. — Aterio Flacco era vissuto. + +— Consolati, Eumenes. — Il figlio somiglierà a suo padre. + +— Sì, o Filone. È il suo ritratto e dentro e fuori. E il vedrem presto +degno della pubblica cosa. — Ma giacchè tanto spendemmo per quei +due becchini — chiesero ed ottennero dugento denari! — vorrei che il +padrone facesse incidere nella epigrafe: _ignorantia medicorum periit_. + +— Postuma è la sentenza, o fedele. — Non si fischia quando s’inghiotte. +— Sta’ sano. — + +Eumenes era un uomo della seconda gioventù. — Tratti regolari e belli, +velati da una espressione di dolce melanconia. — Neri e ricciuti +capelli gli adombravano il viso. — Spessi sopraccigli celavano i suoi +occhi lucenti, e vi si leggeva l’audacia che inspira la forza fisica, +la contentezza del proprio stato e una certa tinta di arroganza +insolente mista a bontà di carattere che acquistano tutti i servi +i quali invecchiano nella casa del loro padrone. — Era Messenio, +e fu comprato fanciullo da Flacco. Passò per tutti i gradi della +domesticità. — Dapprima _succinctus puer_ nel triclinio. Quindi +_structor_, quegli che apparecchiava il desco e acconciava le vivande +in un ordine simmetrico e studiato; e poi _scissor_ e così abile, +ch’egli sapeva scalzare un’oca pulitamente e sì presto da vederla +intera e tagliata in un attimo. La sua fedeltà e continenza lo fece +salire in fiducia e divenne _promuscondus_, lo ispettore della cantina. +— Allorchè venne assunto allo ufficio di _tricliniarcha_ Flacco lo +affrancò, e qual maggiordomo fu il primo fra tutti i familiari della +casa. + +Per lo addolorato liberto era giorno di grandi faccende quel giorno. +Allorchè Lelio chiuse gli occhi a suo padre e andò a piangere nella +sua camera nelle braccia della sorella, egli dovette correre per +dichiarare la morte del suo padrone e prevenire i _libitinarii_ per +lo apparecchio delle esequie. Cotesti ministri della Dea luttuosa, +avevano nel tempio quanto era necessario per la triste cerimonia — +portatori — guardie — piagnenti — vasi di vetro, di alabastro, di +bronzo, di terra per chiuder le ceneri — legni resinosi — unguenti — +tutto — a seconda del grado della persona morta e della magnificenza +della famiglia. Per questo pagavasi una somma convenuta — _arbitrium_ +— e si gettava in un’urna la moneta che serviva di registro dei +morti nell’anno. — Combinata la spesa, Eumenes tornò in casa coi +_pollinctores_ che dovevano lavare con acqua calda il cadavere, +aromatizzarlo di cinnamomo, di mirra e di nardo, acconciare la faccia +del morto, infarinarla col _pollen_ e colorirla come da vivo. Fecero +però prima la _conclamatio_ per quattro volte, chiamandolo a nome +presso le orecchie, e suonarono le buccine due volte, onde accertarsi +se quell’apparente tranquillità fosse riposo, o sonno eterno. Compiuta +l’opera libitinaria, il cadavere venne esposto sur un letto solenne, +colla faccia scoperta, vestito di bianca toga, nell’atrio, coi piedi +volti verso la strada. — Siccome aveva in gioventù raccattato nel +porto un fanciullo che annegava, fu messa sulla sua testa una corona di +quercia _ob civem servatum_. — Sul _prothyrum_ era un’ara, ove ardevano +profumi. — Dinanzi all’uscio, un grosso ramo di cipresso. — E attorno +alla bara i custodi con altri rami per discacciare le mosche. + +Sette giorni durò la esposizione. — I profumi e gl’incensi bastavano +a dura prova ad attutire il puzzo della materia corrotta. — L’ottavo +in sull’alba, un araldo percorse le vie, i crocicchi ed il Foro. E +gridava: + +— _Aterius Flaccus ollus leto datus est._ — Queglino cui convenisse di +assistere ai funerali, _jam tempus est_. — Si celebreranno giuochi; e +il ministro della dea Libitina avrà un apparitore e dei littori. — + +Qualche ora dopo, la strada e la casa si empivano di gente. — Tutti +vestivano la _penula_ invece della toga che non indossavasi nei +funerali. + +Una _præfica_, armonizzò colla lira una _nenia_, cioè un poemetto +funebre in lode del morto. Quando la cantilena ebbe fine, Lelio e tre +dei suoi parenti più prossimi, vestiti di bruna pretesta, caricarono +il letto funebre sulle loro spalle. E benchè il sole splendesse +sull’orizzonte, il convoglio s’incamminò fra torchi accesi di cera +e di stoppa impegolata. Un _designator_, andava innanzi coi littori +dalla nera tunica. E dietro sfilavano suonatori di _tubæ_, cori di +satiri danzanti un comico ballo chiamato _sicinna_, e la truppa degli +schiavi affrancati con Eumenes alla loro testa, tutti col capo coperto +dal berretto frigio della libertà. Immediatamente seguiva il corpo +del defunto cogli amici, coi parenti, in tunica nera e senza anelli. +Dietro di essi, a distanza di parecchi passi, era Lydia colle vesti +in disordine, coi capelli sparsi, in lacrime e gittando tratto tratto +gridi di dolore. L’accompagnavano alcune amiche devote che nel settenio +non l’avevano lasciata mai sola. Tutte — come la grande afflitta — +erano coperte dal _ricinium_, piccolo mantello bruno. Quindi camminava +una prefica che colla pantomima dell’angoscia che non sentiva dava il +tuono dei gemiti alle serve della famiglia ed alle loro figliuole. — +Chiudevano il corteggio altre prefiche divise in due drappelli, di cui +le prime piangevano percuotendosi il seno e strappandosi i capelli e le +altre cantavano inni ed omei. E ad istanti cangiavano ufficio, cantando +le prime e piangendo le ultime. + +Salito il cadavere sul pulpito del tempio di Giove, il letto fu +innalzato di dietro talmente perchè il popolo riunito il vedesse. +E Lelio pronunciò un discorso, in cui unì agli elogi del padre le +principali azioni della sua vita. Talvolta il misero giovane si +arrestava per piangere. Allora una musica flebile rimpiazzava le +sue parole. E si udì per la piazza ai singhiozzi della figliuola ed +al pianto degli affrancati unirsi qualche voce lamentosa di persone +riconoscenti. + +Nello escire dal Foro la pompa funebre voltò dinanzi al tempio della +Fortuna e più in su prese la via Domizia per escir fuori della porta +di Herculanum. Avvegnachè nel sobborgo Felice fosse la tomba della +famiglia. + +Nell’_Ustrinum_ sorgeva il rogo composto, a modo di un’ara, di legna +secche di elce, di frassino e di pino, decorato di ghirlande di +fiori. Negl’interstizi erano pezzi di pece, perchè aiutassero alla +combustione. Distesovi sopra un lenzuolo di amianto, i libitinari +vi collocarono il cadavere, cui erano stati prima aperti gli occhi +dal figliuolo onde vedessero il cielo, e introdotto tra i denti un +triente — circa due centesimi di lira — per pagare il tragitto al nauta +infernale. — Quindi Lelio e Lydia, baciandolo sulla bocca per l’ultima +volta, avevano gridato con una voce piena di lagrime: + +— _Salve aeternum, aeternumque vale_. — Noi ti seguiremo, o padre, +nell’ordine che la natura ci assegnerà. — + +Allora tutti fecero il giro del rogo, gittandovi sopra ogni maniera di +ultime offerte — oli profumati — balsami — incenso — mirra — cinnamomo +— nardo — e la figliuola una ciocca de’ suoi biondi capelli. — Chiuso +il lenzuolo, l’_ustor_ presentò le due torce accese a Lelio ed a Lydia. +Essi le presero. E, copertisi gli occhi col lembo della veste e volte +le spalle — per provare il ribrezzo sentito nel distruggere quelle +amate reliquie — appiccarono il fuoco al rogo. — Ben presto un turbine +di fumo elevasi in aria. — E pianti, e gemiti, e singhiozzi, e canti +funebri, e suono di trombe con essi. — Colui che aveva presentato le +torcie vegliava sulle fiamme e le attizzava. — Appena la catasta di +legna la divenne cenere e bragia, l’_ustor_ inforcò il lenzuolo pei +nodi e lo depose in terra. Lo aperse. E i parenti, inginocchiatisi, +cercarono con cura le ossa che il fuoco non avea calcinato e lavatele +con vino vecchio e latte e poi asciugatele con veli di lino, le +chiusero in un’urna di alabastro orientale insieme a foglie di rose e +ad aromati. Ivi pure scossero la cenere chiusa nel lapideo lenzuolo. +Allora il _designator_, che avea già cambiato il ramo di cipresso con +un ramo di lauro, fece tre volte il giro intorno ai ragunati per la +trista cerimonia, li purificò con una aspersione di acqua pura; quindi +gli congedò colla parola, + +— _I licet_. — + +Il nono giorno le ceneri vennero deposte nella tomba della famiglia, la +quale trovavasi dietro l’ustrino. Lelio aprì colla chiave la porta di +marmo che girò fischiando sui suoi cardini di bronzo. Si curvò, discese +tre scalini e depose nella nicchia in faccia a sè la ricca urna che +aveva nelle mani. — Levato il coperchio, gittò dentro un anello d’oro +con una pietra su cui era incisa una cerva — il _symbolus_ del padre +morto. — Volse mestamente gli occhi allo intorno e sulla predella vide +l’urna di marmo colle ceneri di sua madre; di vetro, con quelle di una +sorella; e di terra rossa, adorna di bei rilievi, che racchiudea le +reliquie di un fratello morto anzi tempo. Sospirò ed escì. L’ultimo +atto dei funerali era compiuto. E lo fu a suono di trombe, dette +_sitinae_, dal timbro grave e melanconico. + +Tornato in casa, trovò i parenti e gli amici riuniti a banchetto. +Nessuna bocca potè sfiorare gai propositi. Le menti erano afflitte e +preoccupate e tutte miravano un solo spettro. + +Già da due mesi — sendo morti Germanico in Syria e Druso in Roma — +Tiberio imperatore erasi chiuso in Capreas, stanza recondita e di molto +comodo alle sue paure e alle sue crudeli sporcizie. Dodici anni prima, +accompagnando nella Campania Cesare Augusto — marito di sua madre +Livia Drusilla e suo padre adottivo — aveva visto l’isola assai bella +e dilettevole, cinta di rupi scoscese ed altissime ed accessibile sul +mare profondo da una sola banda e ristretta. Era vecchio, dal corpo +brutto, sottile, lungo, chinato e calvo. Aveva il viso chiazzato di +margini e di spesse stianze e piastrelli. Era stomacato dello abbietto +Senato ch’egli spesso svillaneggiava in greco — «o gente nata a +servire» — plaudendo lui distruggitore delle pubbliche libertà. Odiava +sua madre che non volea socia al dominio, e discacciare non la potea +perchè per le sue moine Augusto lo aveva preferito a Germanico, nipote +della sorella Ottavia. Checchè ne fosse, era partito dall’Urbe con +poca corte, per lo più di greci, amando ragionare in tale idioma. Il +pretesto fu il sacrare il Campidoglio di Capua e il tempio di Augusto +in Nola. Lo infinito restitutore di antichi ordini colà guadagnossi +i sopranomi di Biberio Caldio Merone e di Caprineo. I suoi desinari +duravano non ore, ma giorni interi e serviti da fanciulle di corpo +vago ed ignudo. Premiati i maestri di disonesti sollazzi. Ai più alti +uffizi i beoni, i corrotti, gli autori di libri lascivi e di pitture +libidinose. Chiamava suoi piscicoli i bambini coi quali bagnavasi, +sendo incitamento la loro innocente modestia. In più nefande camere, +rizzate qua e là nell’isola erano i ministri di quanto in esse si può. +Ed altri ministri lettigavano per la contrada in cerca di vittime alla +sua sporca e focosa lussuria. + +Ma avaro nello spendere, moderò negli altri lo sciupo nei giuochi e +nelle feste, e scemò le provisioni agli istrioni ed agli accoltellanti. +Pur, se illimitato il castigo ai prevaricatori, illimitate le vie +per deludere la pena ed ovviare il castigo. E tratto tratto vedeva +e puniva. E spegneva i riottosi e ne ghermiva gli averi. E la plebe +diceva nel vedere i ricchi puniti: + +— Cesare coi suoi occhi raccolti vede di notte all’oscuro. Gli altri, +di giorno, per lui. — + +Intanto il Foro rumoreggiava dei giuochi che il fasto della famiglia +in corruccio faceva eseguire, perchè la memoria del padre fosse più +durevole nel cuore del popolo. L’uso era rischioso, irreflessivo ed +audace, nè poteva esser vinto sì di leggieri. + +Tori furiosi corrono a capo ricurvo nella lizza. — I bestiari, scalzi +e vestiti appena di una corta ed ampia tunica senza maniche, gli +attendono, evitano con destrezza l’urto delle loro corna, li feriscono +colla punta di un giavellotto; e quando li veggono arrestarsi confusi, +e sbalorditi raschiare colla zampa il selciato, si presentano loro +dinanzi squassando una stoffa di color chermisino. I soccorritori, +agili anch’essi e quasi nudi, corrono dietro i tori frementi e con alte +grida gli aizzano contro i loro avversari e gli pungono con una lunga +asta, armata nella sua estremità di un ferro acuminato. La bestia nel +parossismo del suo furore si slancia, crede di sbuzzare il nemico e non +trova infilzato alle corna che un cencio che gli annuvola la vista. +Allora altre punzecchiature di dietro; altre sfide dinanzi. E urli +dalla galleria ed oltre lo steccato di legno che circonda l’arena. — +Però che il popolo in quelle venazioni non vedea più la idea pietosa +che la faceva offerire, ma solo lo amor del piacere e lo spirito di +turbolenza che il mena. Per poco che un taurocenta, nel salvarsi da +una cornata, faccia un passo falso e cada, escono tali fischi da quelle +gole, sino a ghiacciare di spavento e di confusione le bestie. Se poi +queste ristanno malgrado i colpi di lancia dei succursori puntari, le +grida, le imprecazioni, le minaccie scoppiano contro di esse. + +Il pugilato succedette alla corsa dei tori. — Frigidus e Vitulus — +rotti agli esercizi violenti e al regime austero della loro professione +di atleti — discendono nel parallelogrammo. — Hulvio e Tetrix — non +meno rinomati dei primi — si mostrano anch’essi. E siccome erano stati +altra volta in Pompei, sono applauditi calorosamente. — Una coppia +verso il tempio. — Un’altra verso le curie, perchè tutti veggano. — +Gli atleti gettano via dalle spalle un ampio mantello e fanno mostra +di larghe membra, di braccia nervose, di ossa gigantesche. Hanno rasi i +capelli, tranne sulla sommità della testa, adorna di un grosso ciuffo, +quasi a garanzia dei colpi che possono ricevere sur una parte così +sensibile e delicata. — Alcuni schiavi allacciano dalla prima falange +della dita sino all’avambraccio un paio di cèsti perfettamente eguali, +formati di sette striscie di cuoio di toro ancor velloso e guarniti di +piastre di ferro o di piombo. + +Appena armati, si assicurano sui loro piedi e levano le braccia in +aria per saggiare se i cèsti sono bene aggiustati. — Dato il segno, +le due coppie gettano la testa indietro e presentano i cèsti allo +avversario. Le mani s’incrociano e il combattimento incomincia. +Frigidus è più leggero; meglio agile; lo soccorre la gioventù. Vitulus +è più provetto e più forte; ma le sue ginocchia non sono ferme ed +ha grosso il respiro. — Hulvio è membruto e saldo sui suoi larghi +fianchi. — E Tetrix non è da meno di lui. — I colpi d’ambi i lati dello +steccato si avvicendano; e, o rompono l’aria, o rimbombano sui petti. +Si guardano, si studiano, si minacciano, si evitano, si stancano. — Il +sudore copioso prima imperla e poi riga la epidermide di quei giganti. +— Frigidus vuol porre un termine alle lotta e impetuoso si getta in +avanti colle braccia levate e scaglia due colpi simultanei. Vitulus +— che cercava un accesso or a dritta, or a sinistra per colpire con +profitto l’emulo suo — rincula con prestezza; e l’altro, non sostenuto +dalla resistenza, trascinato dal proprio peso, cade boccone sul +lastricato. + +Urli e fischi scoppiano di ogni lato. — Altri plaudisce alla destrezza +di Vitulus. — Ma il caduto si solleva con impeto e rinnova gli +attacchi. + +Hulvio anch’esso vuol compiere rapidamente il proprio trionfo; e +digrignando i denti, si precipita sullo avversario e gli assesta colpi +spessi e di lieve portata. Tetrix nota quella furia e la trae a suo +vantaggio. — Para la minaccia, o la evita col gittarsi di fianco, o +fugge. L’altro prende allor più coraggio e irrompe più furioso che mai. +Tetrix si volge, finge un colpo di lato e gliene squadra uno terribile +sulla faccia che lo atterra sbalordito e fuori di sè. Il sangue spicca +a rivi dal viso lacerato e pesto. + +Frigidus e Vitulus grondano di sudore ed ansimano come due mantici. +— Di comune accordo si fermano e vanno ad aiutare il compagno che +trascinano via col capo penzoloni sulle spalle. + +— Per Castore e Polluce, sono valenti atleti! Come lo chiamano il +ferito? + +— Lo ignoro, Comio. Mi pare di averlo visto a Capua, un anno fa, nello +anfiteatro. E anche là — se ben lo rammento — buscò una scellerata +botta sul fianco. + +— Eh! Se naufragò anche altra volta, or accusa a torto Nettuno. — Io +preferisco il mio mestiere al suo. — Che ne pensi, o Mola? + +— Certo val meglio far bollire le carni che far pestare le proprie. — +_Archimagiri_ di buone case come noi non hanno ad invidiare un Flamine, +— Eppure!... + +— Già ti penti della tua sorte? + +— Mai no. — Talvolta però che veggo gladiatori ed atleti balzare +nel Circo e applauditi.... Tal’altra che miro le donne correre loro +appresso come le mosche al mele.... Che la dea Fornax mi perdoni!... Ma +di siffatte delizie a noi cuochi non arrivano mai! + +— A ognuno la sua. Consolati! Lo stomaco e la borsa — se consultati — +ti darebbero torto. — Ma cosa accade là in faccia a noi? — + +Un gran baccano difatti accadeva di contro. Alcuni uomini gesticolavano +furiosi. — Che è. — Che non è. — Le donne supplicavano, ma non +riuscivano a calmarli. Alla fine si vide un soldato dibattersi tra +quella stiaccia, tolto di peso e cacciato fuori con pochissimo garbo. +Un triario — giunto tardi — non aveva trovato posto tra gli assegnati +ai suoi pari. Ed allora per godere dello spettacolo, erasi fatto strada +là dov’era il popolo. Un ardire siffatto aveva eccitato il sentimento +plebeo della dignità sovrana, e lo intruso venne scacciato dal posto +che avea tentato usurpare. + +— Orestilla, vedi com’è tronfio e pettoruto quel bruno che si fa largo +là, tra la gente. — Pavone antipatico! + +— Colui dalla tunica di porpora?... È uggioso anche a me, Pothusa. — +Nol vidi mai prima d’ora. + +— Debb’essere straniero. — Che farà egli in Pompei? + +— Eh! Continuerà il suo mestiere! — Maraviglio del magistrato che fa +entrar simil gente nella nostra città. — + +Callityche — ch’era presso alle due giovinette, l’una _calamistra_, +arricciatrice di chiome donnesche, l’altra _vestifica_, che tagliava le +vesti e le cuciva — voll’essere del pettegolezzo ed aggiunse: + +— Mi pare sia del mio sangue. — Ho la casa da affittare... Io gliela +cederei. — + +Uno ch’era servo in una _diversoria_ fuori la porta della Marina, +felice di poter offerire informazioni esatte, entra a dire: + +— Tre giorni fa approdava nel porto. — Dormì e mangiò nello albergo. +Lo indomani il padrone, ch’è meticoloso, gli chiese il pagamento della +cena e del letto; ed egli aprì la borsa — e cen’eran dentro dei bianchi +e dei gialli! — pagò e — forse stizzito dalla scortesia — partì. Spese +due denari e tre quadranti, e a me diede due assi. Un altro avrebbe +pagato un solo denaro.... e avrebbe detto le sue. + +— Nummi e denari? + +— Dev’essere molto ricco allora! + +— Me n’ha l’aria. — E quegli che portò via la sua cassa, mi disse +ch’era ben grave. — + +Orestilla guardò la sua amica, e: + +— La verità entra in casa, parlando — Eh! per la gioconda Iddia! Ha un +bello aspetto quel forestiero! — Guardato meglio, guadagna. + +— Poichè spende grosso, sia il bene arrivato. + +— Scommetto che quando lo incontrerete per via — oh! gli è un greco di +certo! — gli lancerete tenere occhiate per farvelo amico! — Attenti. +— Ecco i lottatori ch’entrano in scena. — Bei giovani! Paiono fatti al +torno. — + +Erano quattro. — Sono ignudi dalla testa ai piedi. — Ma si potrebbero +dire vestiti di grigio, perchè unti di olio e di cera e coperti da +una cenere fine che trovavasi in Puteoli. Quella specie di pomata +dava scioltezza alle membra, turava i pori, e facendo aspra la pelle, +rendeva più facile il ghermirsi. + +La lotta è per cominciare. I giovani si apparecchiano col corpo proteso +dinanzi, col capo insaccato nelle spalle, colle braccia a cerchio. + +— Artoces è un pompeiano. Io scommetto per lui dieci denari. — Che ne +dici, Rutilio, accetti? + +— Sì, Cocceo. Io quindici per Dama. Mi pare sia meglio piantato sulle +sue gambe. + +— Sai tu, Munazio, come si chiami quel lottatore che ha le forme di +Ercole, costaggiù? Io tengo per lui quaranta sesterzi. + +— Povero Sandiliano, li perderai e sono troppi. — Lo dicono Aphrocides. +Tu sbuchi un pozzo nel momento che ho sete. — Mira, farò il colpo di +Venere come alle tessere — Triplo sei. — Lydo mi darà vittoria. + +— Basta! — È convenuto tra noi. — Oh! Eccoli alle prese. — + +Durante quel dialogo i lottatori si erano osservati, si accostavano +e miravano al modo come si attaccherebbero. Parvero decisi. Si +ghermiscono mutuamente per le braccia, si danno delle scosse, +si spingono, e si tirano con tanta violenza che — nel silenzio +degli spettatori — si odono le ossa delle spalle e delle reni che +scricchiolano. Lo scopo finale della lotta è il gittar per le terre +lo avversario. Non colpi. — Non pugni. — Sono proibiti. — Convien +dunque fare degli sforzi di tendini e di muscoli, prendendo piede +contro piede, fronte contro fronte, quasi fossero due capri o tori, +per ottenere lo intento. I conati eguali. Pari le forze dei quattro +campioni. L’ansia degli scommettitori è estrema. — E se le donne non +fanno mercato delle loro aspirazioni, dentro però scelgono il loro +campione, e a lui augurano la vittoria e trepidano per lui. + +— Decimilla, che bel giovane quel biondo dai capelli inanellati, eh? +Non mi par convenevole mostrare in pubblico quegli uomini ignudi!... +Pure che petti! che gambe!... Quel mio pare un Apollo. — Vorrei così +formato il marito che Jugatinus — il dolce Iddio — vorrà destinarmi. + +— Io sono per quel bruno, Cœsia. — I biondi non mi piacciono punto. +Quantunque volte io oda novelle d’infedeltà, sempre nel fondo vi è +l’uomo dagli occhi azzurri — la tinta del cielo, del mare, dell’aria — +le cose più mal fide ch’io mi conosca.... E poi è bruno il mio Anteros. +— Sai? Il mio promesso che ha bottega di stoffe per vesti, dinanzi la +fontana del Toro. + +— Avrai un bel prospetto per fuorviare l’occhio maligno. + +— Ed Anteros un soggetto di meditazione non molto piacevole. — Ma +guarda il tuo biondo, Cœsia. — Per Ercole! Cangia lo attacco. — + +Queste parole dicevale Alleia alle compagne, a voce bassa e ridendo.... +Difatti Lydo avea preso risolutamente pel collo Aphrocides e lo +stringeva come un nodo scorsoio. L’altro non piega di una linea e lo +abbranca alla sua volta. — Quindi si stringono e son petto a petto. +Le loro gambe si allacciano e l’un cerca di far piegare all’altro +il ginocchio perchè cada. Ma Aphrocides diè una scossa violenta e si +staccò, scivolando come una murena dalle strette di Lydo. + +— Che dici, Munazio, di quella prova? È un Anteo che ritocca la terra +coi piedi. + +— Per Giove tonante! Ne convengo. Si tirò da un cattivo passo. — Il tuo +Dama suda, o Rutilio, ed ansima come un cavallo bolzo. — Aggiungo sei +denari alla sua caduta. + +— Gli tengo, impavido Cocceo. Il tuo patriotismo ti onora. Non so se +il destino sarà pel nostro pompeiano. — Vedi! Si sono separati. Vanno +a tuffarsi nelle casse piene di polvere. — Per Cocito! Gocciolano come +usciti da un _calidarium_. — + +Rieccoli tutti grigi. — E la lotta si rinnovava. — Dama, rifatto dalla +piccola tregua, si slancia primo e accaviglia la sua gamba sotto il +ginocchio destro dello avversario. Questi piega, non regge e cade. +L’altro, posandogli il piede sul petto, gli dice di arrendersi vinto. +Ma Artoces gli distende per tutta risposta una solenne pedata sotto il +mento e si rialza come spinto da una molla nell’atto che il primo va a +gambe in aria. + +Un fremito di gioia prendeva il cuore del popolo. Il pompeiano avea +vinto. E tutti accalcandosi spingevano fuori le braccia e gridavano: + +— Bravo Artoces! Bel colpo! Viva l’onore di Pompei! + +— Che ne dici Rutilio? + +— Aspetto che il mio cada due volte per dar la palma al tuo. — + +Intanto Lydo, che gli applausi per altri han renduto spavaldo, si gitta +sull’emulo come un leone e lo afferra per le gambe. L’altro, vista le +mala parata, si abbassa e lo preme di tutto il suo peso, perchè quegli +non lo sollevi di terra. Aphrocides valeva quanto un bue, e rizzarlo +era impossibile. Allora lo lascia e ambedue corrono. In una rivolta il +giovane biondo lo sorprende di dietro, gli cinge il collo, gli caccia +un ginocchio sui reni e lo distende sul selciato. E prima che sappia +sollevarsi, lo avvinghia colle braccia, dà un urlo, lo innalza con +supremo sforzo fin sopra il capo e lo gitta ai suoi piedi. + +Gli scommettitori e le donne sono in grande agitazione. Sono gridi +che non si odono che nei paesi meridionali, dove si nasce, si vive, +si muore per entusiasmo e per gloria. Scuotevano in aria le toghe e +spargevano fiori e corone di alloro. Pareva che la patria in pericolo +fosse salva e che Lydo l’avesse salvata. + +Anche Artoces avea vinto. Caddero ambedue abbracciati per terra. Ma +Dama sendo di sotto non potette sciogliersi e l’altro si sollevò +puntandogli il piede sulla pancia e salutando col braccio teso il +popolo sovrano. — Uno schiavo vestito di tunica azzurra entrò nella +lizza ed offerse ai due vincitori una palma e una corona di foglie di +lauro indorate. + +— Cœsia, sognerai di quel biondo tu questa notte. + +— Rutilio, non avesti fortuna e men duole. Giuoca alle tessere e +prenderai la rivincita. + +— Non schernirmi, Cocceo. — Ecco io ti pago. Ma possono accader molte +cose tra la bocca ed il pezzo di pane. — Ad un’altra volta. + +— Scherza pur, Decimilla. — Lydo è bello e grazioso. + +Intanto alcuni bambini gironzavano sotto il portico del Foro e sul +piano superiore, offerendo a chi volesse comprarne mandorle verdi, +castagne e fichi secchi, lupini e ceci abbrustolati. Avevano pure +idromele e vino dolce per chi ne chiedesse. + +Lo spettacolo offerto al popolo da Lelio Flacco non era finito. Partiti +i lottatori, entrarono i musicisti i quali si attelarono ai due lati +dei portici. Dopo di essi comparvero gl’istrioni, di quelli noti sotto +il nome di Pantomimi, che significava — imitatori di tutto. — E nel +vero, essi senza dir verbo e aiutandosi con gesti e posture plastiche +e sostenuti dal suono di un flauto particolare, detto _dactylica_, +faceano comprendere agli occhi quello che difficilmente si può narrare +colla parola. + +Le loro mani parlavano, le loro dita avevano una lingua ed erano +eloquenti senza aprire la bocca. Nè si aiutavano col soccorso della +fisonomia; chè le loro maschere erano colla bocca naturale — non +come i comici e i tragici, che le avevano sbarrate, larghe e con un +orlo sporgente semicircolare, per servire di portavoce agli attori +nei circhi e nei teatri immensi in pien’aria. — Avevano bisogno di +usarne una per ogni carattere che rappresentavano, siccome gli odierni +le vesti, in _saltatio_, cioè, il gesto, accompagnato dal flauto e +talvolta dalla fistola, e dal cembalo, bastava per rappresentare drammi +completi, tragici e comici. Le principali situazioni venivano indicate +dai monologhi che i cantanti recitavano nell’atto che i pantomimi +esprimevano. + +In quel giorno venne rappresentato l’Eunuco di Terenzio. Il soggetto +era questo: + +Un soldato per nome Thrason aveva con sè una giovanetta che credevasi +sorella di Thaïs; ma ei lo ignorava; e, ito in Atene, ne fece dono a +lei. — Nell’atto, Phedria, amante di Thaïs, avendo comperato un eunuco, +le ne fa dono e parte per la campagna, perchè le ha promesso di cedere +il suo posto al soldato durante due giorni. Un giovanetto, fratello di +Phedria, che si è innamorato perdutamente della fanciulla avuta in dono +da Thaïs, siegue il consiglio del suo schiavo Parmenon, si veste da +eunuco, penetra nella stanza della fanciulla senza sospetto e l’ha. Un +fratello di lei costringe il giovane a sposarla. E Thrason ottiene da +Phedria ch’ei sia secondo presso Thaïs. + +Erano le delizie sceniche degli avi nostri. — I retrogradi ed i preti +che piagnucolano sulle immoralità del nostro teatro — se sapessero — +potrebbero consolarsi. + +Tutte le circostanze della favola furono espresse. — E le grida della +serva di Thaïs contro il vero eunuco, creduto lo autore del danno. +— E i mali trattamenti che gli fa patir Phedria. E l’ultimo patto, +fra questi e il soldato. — Il popolo provò gran piacere a codesto +spettacolo. In modo che quando l’istrione, il quale faceva la parte di +Phedria, espresse coi gesti la fine obbligata di tutti i drammi: + +— E voi applaudite! — + +i picchi delle mani, le grida, gli urli fecero echeggiare tutti i canti +del Foro e dei luoghi vicini. — E la riconoscenza ricordò a molti il +nome di Aterio Flacco, defunto, e di Lelio, il suo generoso figliuolo. +— Nè mancarono vivi plausi a Filone; l’ordinatore di quei magnifici +giuochi. + +Lo indomani dovevano farsi i _denicales_, cioè le purificazioni dei +parenti e degli schiavi, sì nella casa del morto, come nelle case di +quelli che avevano tolta la loro parte nei funerali del loro amico e +del loro patrono. — Lelio la fece nella sua dimora. Così gli altri +nella loro. — Spazzò il pavimento con una granata di verbena. Pose +un braciere nell’atrio, gittò un po’ di zolfo sui carboni ardenti, e +prendendo per la mano la sorella e seguìto da tutta la famiglia, fece +parecchi giri intorno a quella fumigazione. — Quel giorno diviene +feriale per essa e nessuno lavora. E tal’era il rispetto degli antichi +ai doveri verso i vissuti, che nessuno della parentela poteva essere +citato dinanzi i tribunali dal dì della morte sino a quello della +purificazione. + +Il nono giorno dicevasi _novendiale_, e si andava a banchettare +sopra la pietra, per cui _silicernium_. La qual cena fu poi chiamata +_ferale_, o _parentale_ del _silicernium_. In Pompei, questo triclinio +dove asciolvevasi dopo il periodo del dolore il più intenso, è un +ricinto quadrato, circondato di pareti dipinte con poca eleganza, +presentanti in mezzo a cornici ippogrifi, cervi, pavoni e cigni. In +fondo e ai lati sono finti usci con piante di felce a colori. Letti +inclinati verso l’esterno, come tutti i triclini estivi, cuoprono +l’area. Nel mezzo è un parallelogrammo, destinato a servire di desco. E +dinanzi una piccola ara circolare sulla quale facevansi le libazioni ai +Numi e agli Dei d’Averno, o posavasi l’urna colle ceneri lacrimate cui +si propiziava. + +Gli amici quivi condussero Lelio Flacco e i parenti e i clienti. Neri +cuscini cuoprivano i letti di muro. Mangiarono ostriche e patelle +e brindarono all’ombra dello amico perduto dinanzi agli occhi della +carne, ma non disertato dalla mente di chi lo aveva conosciuto. + +Nello escire dal _silicernium_ al tramontare del sole, la comitiva +racconsolata imbattevasi nel mortorio di una donna di mediocre +condizione ed in quello dei poveri. — Gli uomini sanno di essere eguali +in faccia alla morte. Ma il fasto e la vanità gli fa smemorati. + +La famiglia di colei, che in quell’ora passava cadavere nel sobborgo +Felice, non aveva invitato il popolo; perchè nè giuochi da offrire, nè +festini a dare. — I parenti sì. — Fu eretto un letto funebre modesto. +— Dieci musicisti precedevano il corteggio. — Ma non si fermò nel +Foro. — Avi da lodare non erano. Le virtù da raccomandare, cotanto +oscure e fuori delle abitudini, che valea meglio tacerle. — E poi le +si narravano presto. — _Domum mansit — lanam fecit._ — I resti della +defunta erano però attorniati da fiaccole accese. Il che indicava lo +antico costume di far simili funzioni di notte, affinchè i magistrati +e i sacerdoti non ne fossero stati profanati dallo aspetto. Laonde, il +nome di funerali da _funale_, torcia di stoppa incatramata. — I ricchi +passarono oltre alla vecchia consuetudine per potere in pieno giorno +testimoniare il loro fasto e le loro ricchezze. + +Il rogo, apparecchiato in pieno selciato in faccia all’_ustrinum_, +era basso, piccino e bastevole appena alla combustione del corpo. +Vedevasi pure una modesta urna di terra cotta, preparata allo scopo. +— Non profumi. Non libazioni. Non offerte. — Quindi, nè combattimenti +sanguinosi per piacere ai Mani. Nè spettacoli di lotte, di pugni, di +calci, di gesti. — Le Ombre degli antenati — poichè questi gli hanno +tutti — dovevano esser discrete e contentarsi di una coperta sanguigna, +del colore della porpora e non veder altro. + +I sacerdoti antichi dicevano — «Spendete; e le Ombre amate godranno +nei Campi-Elisi delle ricchezze che avrete profuso nel loro +mortorio!» — + +E i sacerdoti moderni pur dicono — «Spendete; e allor suoneremo +campane, canteremo, borbotteremo in latino e tratteremo con Dio +come fosse un giudice borbonico; e a furia di danari dati a noi, noi +costringeremo lui a riconoscere in un’anima ribalda una onesta.» — + +Tutti così. — E sempre così! + +Arso il cadavere, la pietà del marito raccolse le ossa che avevano +resistito all’azione del fuoco. E chiusele nell’urna la seppellì in una +fossa. E sopra pose una _columella_, rotondata a guisa di una testa con +due trecce dietro. — E sul dinanzi, ch’era liscio, leggevasi: + + MARONILLAE + L. ATIMETI + ANNIS. LVI. + +I cadaveri dei poveri erano stati fermati più in su, quasi rimpetto +la ricca casa dalle colonne di mosaico nella interna fontana. Cotesti +_fricti ciceris et nucis emptores_, siccome vivevano in incognito, +così pure incogniti partivano dal mondo. Nessun ramo di cipresso sulla +porta della casa ov’erano morti. Là dove spiravano rimanevano distesi +tre giorni. E poi il becchino li adagiava in una _sandapila_, dopo aver +infilzato con mal garbo nelle loro braccia una toga di apparenza che +ad uno ad uno finiva per coprir tutti. — E tre dei suoi compagni, detti +_vespillones_, li barellavano al posto dopo il tramonto. Colà presso è +il forno, dove li cacciavano per forza, ripiegandoli. Un po’ di pece +surrogava i profumi e le essenze Campane. E quando la mortalità era +grande, allora componevano una catasta di legna in un luogo appartato +e sopra ponevano i cadaveri in fila — quelli delle donne sotto, perchè +credevano racchiudessero maggior calorico e s’infiammassero meglio. +— Avevano anche un’altra ubbia. Pretendevano sapere, nel Tartaro +non esservi _popinæ_. — Per conseguenza Caronte non aver bisogno di +oboli. Allora, gli toglievano il fastidio di chiederne qual mercede al +tragitto. Ed avevano cura di aprir la bocca ai morti e di ritirarne la +moneta. + +I soli cadaveri a non esser arsi erano quelli dei condannati a morte, +o delle persone uccise dalla folgore, o dei bambini spenti avanti la +dentizione. I primi erano abbandonati ai corvi. Gli altri venivano +sepolti. + +Il lutto era un obbligo morale. L’uso però costringeva le donne a +prenderlo; gli uomini no. In ogni caso non durava oltre l’anno. E +siccome si pretendeva che le morti premature profanassero una casa, +così le esequie funeste si compivano a notte tarda, senza invito, senza +esposizione e senza pompa. + +Ogni cittadino morendo perdeva la proprietà sulle sue cose. Una sola +le leggi gliene lasciavano — il possesso della sua tomba. — E per me’ +ricordare quel diritto che non ha altro difensore che la fede pubblica, +alcuni volevano che il sasso che li copriva il testificasse. E le +lettere iniziali sur alcuni sepolcri H. M. H. N. S. — _Hoc Monumentum +Hæredem Non Sequitur_, volea dire: Cotesto monumento non appartiene +allo erede. + +I Mani avevano-dimora nelle tornile; per cui tutte erano loro dedicate. +— _Diis Manibus sacrum._ — Il loro culto era generale, siccome +incalcolabile il loro numero che la morte annualmente accresceva. +— Due feste tendevano a placarli. Una agl’idi di febbraio, detta +_feralis_. — L’altra a’ III degl’idi di maggio. — Gli Dei dello Stige +non aveano sacerdoti, e perciò erano ben lungi dall’avidità degli altri +e si faceano lieti di semplici corone di fiori, di qualche frutto, +di un pizzico di sale, di una fetta di pane inzuppata nel vino, e di +un mazzolino di viole. Quelle dette _lemurales_ erano più curiose. +A mezzanotte, quando tutto tace allo intorno, i devoti levavansi di +letto e a piedi nudi — facendo schioppare col pollice il medio di +ciascuna mano, per allontanar l’ombra leggera che loro venisse incontro +— andavano silenziosi ad una fontana per purificarsi le mani tre +volte. Voltisi quindi e prese dalla bocca alcune fave nere, gittavanle +indietro, e dicevano: + +— T’invio queste fave e con esse riscatto me ed i miei. — + +Allora l’ombra invisibile ai loro occhi credevano raccogliesse le loro +fave e partisse. — Si rilavavano le mani, battevano dei tonfi su vasi +di bronzo, scongiuravano l’ombra perchè se ne andasse, dicendo per nove +volte: + +— Mani paterni, escite! — + +Sembra che Romolo instituisse quella festa di espiazione per +rabbonacciare i Mani di Remo ch’ei supponeva errassero irosi sulle rive +dello Stige. E i Latini credevano che le anime di quelli i quali erano +morti di morte violenta non fossero ammesse nei regni bui che dopo il +periodo di anni che avrebbero abitato nei loro corpi sulla terra. + +Lasciai libero Eumenes perchè facesse i suoi conti. — Egli ebbe a +bisticciarsi coi libitinari per le spese dei funerali. — Pretendevano +— offendendo lo _arbitrium_ già fatto — esser pagati in ragione della +fortuna del morto. Quei preti ne udirono di dure verità. — Ma che +importava ad essi? Avrebbero presi anche i ceffoni e.... parata l’altra +guancia, purchè i denari venissero. — I conti coll’onesto ed abile +Filone furono presto fatti. — Costarono un orrore quelle feste nel +Foro! — Ma come splendide e bene ordinate! Se ne parlò per più mesi +in Pompei e nei paesi vicini. — Vi fu un po’ di litigio coi beccai per +la valutazione della _visceratio_ — la distribuzione delle carni crude +alla plebe. — Eumenes non sapea dire quali le Arpie più rapaci, quelle +che avean ricevuto o quelle che aveano venduto. + +Ritiratosi nella sua camera, posò la lucerna sul candelabro, chiuse la +testa tra le mani e stette così qualche tempo. + +— Non vederlo.... non udirlo più! — Nel suo sguardo soave, e dolce come +il mattino è pieno di misteri come la notte, trovava un sorriso, ch’io +salutava con tutte le voci del cuore.... Ah! mio buon padrone, la tua +morte — che non avea sospettato mai potesse arrivare — sarà un’ombra, +una oscurità; una desolazione profonda sulla regione terrestre della +mia vita.... + +.... Salve, ombra diletta, che per questa casa ti aggiri. — I tuoi cari +figli ch’io vidi nascere — come tu mi conoscesti bambino — i tuoi figli +io gli amerò a doppio nel nome tuo! — + +Queste parole erano il vale eterno che il cuore di Eumenes espresse +alla memoria di Aterio Flacco. + + + + +I TEATRI. + +SCENE DI DISTRAZIONE. + +=Anni di Roma 812 — Anni del Cristo 59.= + + + A MIEI FIGLI, VITTORIO + E LIONELLO. + + VII. + + + _M. Herennius Epidianus Sextilio suo._ + + _Romæ._ + +_Apud me est ut volo. — Male, mehercle, de Popidio nostro._ — Sì! +— Un grande cambiamento si è operato nelle sue lettere e nella sua +maniera di essere. — Vengono rare e sconnesse. — Che è egli mai? — +Tu sai come teneramente ami ambedue. — E più penso e meno comprendo +lo scritto sibillino. Qual cosa potette cagionare in Popidio una tale +rivoluzione?... Qui, notai, sullo scorcio del mese in cui ci separammo, +il suo spirito malato, un po’ guasto. Sperai guarisse nel riposo della +provincia. Egli ha carattere sì dolce; sì collegantesi; sì pronto al +ritorno! — Dimmi se il male è profondo. — E, se hai bisogno di aiuto, +io verrò. _Multum vos amo. Valete._ + + _C. Sextilius Ampliatus Herennio suo._ + + _Pompeis._ + +_Si vales, bene est._ Tu mi chiedi con premura le novelle di Popidio +nostro. Ei trascina miseramente la vita. Empie i modii colle sue +sciocchezze. Sono giovane anch’io, e qualcuna ne permetto anche a lui. +— Ma tu vuoi te ne citi?... Per Ercole! Sono nello imbarazzo, perchè +poche quelle che a lui gracile e delicato non nocciano. + +Le gite lunghe e a cavallo ed a slascio lo uccidono. — Ed egli corre. +— Le cene prolungate lo sfibrano. — Ed egli crapula. — E fosse pur +lieto dello amore di Plilia!. Mai no! — È farfalla che si agita e +fa i suoi giri intorno alle faci, sinchè — bruciate le ali — cada... +Bello, elegante, culto, dovizioso, nobile cuore, ei distrugge la vita, +sospinto al Tartaro dalla noia che mai lo lascia, non in mezzo ai +divertimenti che meglio desiderava, non nelle braccia di Venere, il cui +cinto non lo sa ritenere. + +Tu ambedue conosci. — Crescemmo insieme. — C’istruimmo insieme in +Athenas. — Fummo insieme nell’Urbe. — Ah! Non vi avesse mai posto +il piede! Costì fu colto dal male che lo divora. In cotesta fogna, +splendida di marmi, di porpora e di oro, apprese ad adorare la +Luna e a detestare il Sole.... E qui, quando si leva spossato dalle +tremule coltrici, sbadiglia, ad imitar Cerbero che latra, e chiede +chi lo distragga e lo faccia ridere. — Nè gli adulatori mancano. Sono +nell’Atrio i parassiti e gl’istrioni che lo elogiano e lo ammirano. +— Talvolta egli piacesi delle loro arti, dei loro salti, delle loro +pantomime, delle loro viltà — Talaltra, la noia lo riguadagna e — o gli +caccia brutalmente — o li manda al _tricliniarcha_ perchè sfami il loro +_ventrem iratum_. — Tu la conosci cotesta plebe — razza infame di cui +l’Urbe abbonda e che qui scese a praticare il turpe mestiere. — _Capti +sunt nidore culinæ._ Quell’odore gli attira. — E si credono pari ai +Numi quando possono _gallina tergere palatum_. — Questi i suoi clienti, +i suoi _salutatores_, i quali lo accompagnano di portico in portico, +dalle Terme in via della Fortuna alle Terme sulla via alla porta di +Stabia. — E si bagna e si ribagna. E dalla Palestra va all’Apoditerio; +dal Tepidario al Calidario; dal Sudatorio all’Eleotesio. — Ne esce +slombato. — Misero! Ha appena la forza di dire, fatti — in — là, ad uno +schiavo briaco. + +Mi chiama uom da sermoni. Ed io lo prego per me; per te e per lo +affetto di Plilia che ora è in Neapolis. _Vale._ + + _Plilia Sextilio suo._ + + _Bays._ + +_Apud Pliliam recte est._ Una lettera giuntami or ora mi ha +impaurito.... — Popidio non pare già un uomo; _sed litus et aer et +solitudo mera_. Ne sono afflittissima. — Ho qui i miei cari parenti che +mi ritengono. — Altrimenti fosse, sarei volata a Pompei. — Il suo male +è la noia. Ad essa sacrifica e liba come a una Iddia. + +I miei greci mai furono così! Eppure, i vostri latini ne dicono tante +ad ingiuria! + +Parlai con Acutilio tuo, cui mi raccomandasti in Neapolis. _Ex omnibus +molestiis et laboribus uno illo conquiesco._ — Ma Popidio mi sta fitto +dentro. Attendo la mia sorella Myrrhina con ansia. — Intanto _mater mea +magnos articulorum dolores habet_. — Siegue le prescrizioni di Charmis, +_stagna refusa_, e guarirà presto. Ma io sono sulle spine per amore di +quel caro che soffre. — _Cura, amabo te, Popidium nostrum. — Ei nos_ +συννοσεῖν _videmur._ + + +Erano consoli in Roma C. Vipsanio Aproniano e L. Fonteio Capitone. +Reggeva a suo modo le cose del mondo Nerone imperatore! + +Giulio Cesare per usurpare il dominio aveva con ogni mala arte corrotto +l’anime dei Romani. Ma già il terreno era preparato dalle grandi +vittorie le quali avevano infiltrato nelle vene del popolo quirite il +lento veleno del lusso colla smania dei capolavori nelle arti e della +opulenza. Sembrava che ognuno dicesse: + +— Arricchiamoci e poi ci rammenteremo della prisca virtù. — + +Nel mentovarsi un uomo dabbene, incontanente chiedevasi: + +— È ricco? — Quanti schiavi possiede? Quante le migliaia di iugeri di +terra? La sua mensa è delicata? Ha piscine e vivai? — + +Quando sapevasi ch’era ricco, il prender conto dei suoi costumi pareva +inutile pleonasmo. L’oro — la tariffa della probità! — E più l’uom +possedeva, e più degnissimo era di stima e di onori. + +C. Crispo Sallustio, uomo di coscienza assai elastica, che belle +cose scriveva e brutte cose faceva — laonde venne cacciato da Cesare +dal governo della Numidia per le concussioni e le ruberie operatevi +— scrisse al pacificatore delle romane libertà nobili parole contro +la invalsa passione delle ricchezze, seria e tremenda minaccia alla +società ed allo imperio. — E sì, ch’ei predicava di esempio! Ed a chi! + +«Il maggior beneficio tu possa fare alla patria, ai cittadini, a te +stesso, ai nostri figli — a tutto il mondo — è lo spegnere la sete +dell’oro o diminuirla almeno per quanto lo permettino le circostanze. +Altrimenti, in pace od in guerra, gli è impossibile ordinare gli +affari pubblici e privati; avvegnachè, là ove la sete delle dovizie è +penetrata non sieno più instituzioni, non arti utili, noto più genio +che sappia resistere. — L’anima — tosto o tardi — debbe anch’essa +soccombere. Ovunque le ricchezze sono in auge, tutti i veri beni +avviliti, la buona fede, la probità, il pudore, il casto vivere. Però +che un solo cammino meni alla virtù, ed è stretto, aspro e difficile. +Mentre ciascun corre allo accaparramento della pecunia per la strada +che vuole. — E molte ve n’ha di buone e di triste.» + +Presa Siracusa, i capolavori di quella ricca città andarono nell’Urbe. +— Conquistata l’Asia, i triremi caricarono tutto il lusso dell’Oriente, +e gli diedero diritto di cittadinanza in Italia. — Vinta l’Acaia, si +rivoltò ogni cosa, e il buon costume antico smarrì la sua via. La +caduta di Cartagine diè l’ultimo crollo, e le larghe e molteplici +braccia strinsero quanto potettero e vollero. Tutti, abbassati, +aspettavano che il principe comandasse senza darsi pensiero. Tutti, +avviliti — e i più illustri per nome — correvano con calca al servire, +al piaggiare il despota e chi per lui. Lo amor si comprava. Il successo +nelle battaglie, la magistratura, il senato, si comperavano. Ogni cosa +si otteneva coi nummi d’oro. E il furore febrile di averne giunse al +segno per la servitù inghiottita, che qualche dura cosetta fu fatta per +forza; le altre quiete e ricerche. + +Cicerone — autore anch’egli del danno e sua vittima — sciupatore +per vanità in ville sontuose ed in viaggi continovi e di fasto, pur +contrario ai prodighi de’ suoi tempi — scriveva: + +«Gli scialacquii irriflettuti si tirano dietro le rapine. Uomini +impoveriti dallo spendere — _alienis bonis manus afferre coguntur_ — si +veggono forzati di allungare la mano ladra sui beni altrui.» + +Quel _coguntur_ pinge l’epoca perversa. — Il rapinare erasi fatto +necessità. — Bisognava esser ricchi a qualunque costo. Lo impero voleva +così. E i già liberi, fatti schiavi, rimossa ogni infinta virtù, non +curanti tema o vergogna, aprirono il varco alle nascose lussurie, +s’infradiciarono in scelleraggini ed in sporcizie. Chi volea fuggire i +mali soprastanti o i presenti, svenavasi. Chi inghiottiva il partito +pessimo, gloriava; e coi maggiori brutto adulatore facevasi; coi +minori, arrogante; e fastidioso coi pari. La gioventù si tuffava nelle +libidini e perdeva i polsi. — Le cetere, le belle e facili donne, +il vino, in onore. — I patrizi, istrioni. — Lo imperatore, di voce +chioccia, cantante in casa nei giuochi giovenali, quando primavolta fu +raso. — E nelle feste, matrone sui gradi come ai trionfi, usate alle +allegrezze, in faccia a sciupate ignude con gesti e dimenari impudichi. +— Cotesta la Roma e la Italia dei tempi!!! + +Popidio Celsino era un giovane di venticinque anni. Di statura mezzana, +sottile e ben fatto della persona, pallido, magro, di uno aspetto quasi +femmineo illuminato da grandi occhi neri, aveva la voce di un suono +dolce e penetrante che andava dritto al cuor delle donne e le rendeva +pensose. Cantava greche canzoni come non altri. Agilissimo, educato al +maneggio delle armi, a lanciare il giavellotto con vigore e con garbo, +a manovrare la fionda con abilità e giustezza di tiro, a cacciare +una freccia in un bersaglio indicato, a domare corsieri e a saltarvi +sopra a diritta o a sinistra di slancio, danzava come un ginnasta, ed +era difficile che la danzante con lui, teneramente guardata, sapesse +fuggire dalle sue maglie. E quando, tornato di Roma, nei ludi del Foro, +per le feste augurali degli eletti duumviri, aveva voluto provarsi +a discendere quasi nudo allo attacco dei tori; la sua perizia nello +evitare con un movimento di fianco le corna dello animale furioso e nel +ferirlo mentre quello irrompeva nel vuoto, era sì bella e graziosa che +gli spettatori frenetici gli gittavano dal terrazzo corone di alloro, +e le fanciulle sentivano menomare il loro pudore e maledicevano alla +resistenza usata a qualche suo ladro sguardo. + +Così, sulle prime. Poi anneghittì; e la noia lo punse del suo spino +velenoso. + +I vecchi che ricordavano i tempi di Augusto, avevano trovato nelle +ricchezze un mezzo qualunque che dava sfogo alla loro ambizione. Il +popolo di allora riceveva il pane cotidiano delle sue vergogne e nulla +poteva più dare. Laonde, i ricchi giovani, che pur dentro sentivano +una energia da spiegare, si stancavano di una opulenza che si esauriva +nelle labili gioie e nelle sfrenatezze del cubicolo e del triclinio +e, sbadiglianti, senza desiderii, lodavano la sera, perchè corsa e si +auguravano un domani diverso. Ma quello sorgeva il medesimo, _idem +et semper idem_. E cercavano, cercavano qualcosa di nuovo pei loro +appetiti guasti. E ne arricchivano lo inventore o chi lo forniva. E +ogni snaturalezza, pagata, coperta di porpora e di oro. — Lo amore +di donna? — Trita cosa! — Il matrimonio? — Anticaglia! — Nefandi +accoppiamenti sì, perchè la nefandigia era illecita e nuova. + +Il misero Popidio viaggiò; e quantunque volte arrestavasi, nel trar +fuori del sacco le vesti di ricambio, smucciava la noia con esse. +Esciva di casa — ne abitava una magnifica dietro la Basilica, quella +che ha nel pavimento dell’atrio pezzi irregolari, di tutte forme e +di marmi diversi chiusi nell’_opus signinum_ — per sfuggire la sua +persecutrice. Ed appena giunto nel Foro o sulla soglia della casa di C. +Sestilio Ampliato, tornavasene indietro ed entrava nella magione vicina +— che pur era la sua — augurandovisi una distrazione. Talvolta faceva +porre il freno ad uno dei suoi cavalli e appariva come freccia scoccata +sulla via della porta di Sarnus, ov’erano i suoi poderi e la sua villa +maestosa. Parea corresse a spegnere uno incendio, o i piedi del suo +destriero portassero la salute di una famiglia, di una città. Giunge +trafelato e in sudore. I servi gli sono intorno. Tutto ansimante va +nello xisto, si gitta sur un triclinio campestre coperto da una pergola +in faccia alla bella piscina, e là mangia assiso, su vasi di argilla, +un pasto semplice e frugale frettolosamente apparecchiato. Caduto nel +sonno, gli schiavi lo adagiano sul letto. Quivi oblia la noia e la +disperazione che la vuota opulenza cagiona. Ma, una volta desto, i +due sproni gli si conficcano ai fianchi. Inforca di nuovo il cavallo e +rieccolo in Pompei coi capelli sparsi, col sudore sulle guance, colle +narici aperte come quelle del suo corsiero. — E in sull’uscio?... +Sull’uscio è la statua immobile che lo aveva seguito, che lo seguiva +per tutto e che pur lo attendeva.... la Noia.... che il Governo +imperiale vi aveva rizzato e... inchiodato, dopo aver messo in pezzi il +santo simulacro della Libertà. + +Misero Popidio! Malato di languore nell’anima, impotente a dissipar +la tristezza ed obblioso che dovunque egli andasse, sempre seco la +trasportava. + +Il suo cuore era passato per la trafila di molti amori. Ma nessuno lo +aveva fermato. — Nessuno aveva saputo congiungerlo. — Venuta Plilia +di Grecia, questa lo avvinghiò meglio delle altre... Era straniera... +Parlava altra lingua... Prestavasi meglio alla curiosità... Possedeva +artificii d’amore... E poi... era una bella mostra del tipo ateniese. + +Plilia contava i venti anni. Era piccina e ben fatta. L’ovale della sua +faccia, senza menda, aveva una tinta piacevolmente bruna. I sopraccigli +formavano un solo arco sulla fronte ampia ed altera. L’orlo del labbro +soprano era adombrato da una leggera lanugine che imprimeva sulla bocca +un sorriso voluttuoso e aggradevole. Gli occhi grandi e neri, a forma +di mandorle, brillavano malgrado che la lunghezza delle ciglia ricurve +ne temperasse il fuoco. Un neo sulla gota sinistra, la bianchezza +canina dei denti, il gaio conversare sur ogni proposito, la risposta +pronta ed ardita su piacevolezze scabrose la facevano amata e ricerca +da tutti. + +Essa era una etera. — Cioè, una fanciulla libera; filosofante coi +chiari filosofi; artista cogli scultori e coi pittori in grido; +letterata cogli oratori i meglio famosi; sempre nella luna di mele +dello amore; permettentesi, ma non donantesi; in balìa di quella +passione accettata dagli Dei e non dagli uomini tutti — quantunque così +deliziosa, così bruciante; — un giorno spettro sinistro agli occhi di +donne gelose; e l’altro ospite gentile e grazioso di un peristilio. + +Dopo la risposta di Sestilio, essa non tardò molto a venire in Pompei. +Un servo si fece all’uscio della camera di Popidio e ne tirava la +spessa cortina di Tyro. — Un raggio di sole penetrò nel cubiculo. + +— Per lo inferno! Che luce! Abbi Venere irata, o Milphio. — Come? Mi +desti ora appunto che avea preso sonno? + +— Padrone! È Plilia che è giunta e chiede vederti. + +— Ma, di’.... nel tuo paese..... e non dormono la notte? + +— La notte sì. — Ora è alto il sole. Da un’ora già varcò la metà del +suo corso. + +— E pur qual silenzio! Pompei zittisce adunque come l’anima mia?.... +Ah!.... Va. Chiedi a Plilia il favore di attendermi.... E apparecchia, +se vuoi, il bagno. — + +Un altro più lungo sbadiglio. — Trasse le braccia in alto, stirandole. +Discese lentamente dal letto di cedro, intarsiato di tartaruga; posò i +piedi su ricco tappeto; li pose nei sandali; si gittò sulle spalle una +_gausapa_ cremisina, vellosa al di dentro, e cominciò a camminare per +la stanza, ora celeremente, ora a passi misurati. + +— E Plilia che vuole? Aveva un po’ di tregua da che è in Neapolis. +— Torna qui ad agitarmi. — Vuol sempre sia desto.... Non ha mai posa +costei!.... Ma che, l’amo io?... Io?... E non posso amar più. Oh! Il +potessi!... Plilia è proprio un serpentello che mi avvolge nelle sue +spire. Ed è serpentello che piace... e che io riscaldo sul mio povero +cuore, che batte i battiti di una vita incresciosa... + +— Ah! Popidio!... Caro!... Siimi indulgente! Ma io ardeva di +rivederti... e non attesi... + +— Fanciulla amata... _dulcissima rer_... — + +Ma i baci ch’essa gli diede sulla bocca niegarono il varco alla +compiuta parola. + +— M’impaurì la lettera che mi raggiunse a Baiæ. Ma.... la mia madre +era soffrente.... la mia sorella Myrrhina doveva arrivare e la lasciai +là.... E qui corsi per riabbracciarti. — + +E curvò la sua bella testa sul petto di lui, pur cogli occhi +guardandolo amorosamente. + +La donna è per sè stessa un animaluccio seducente, grazioso e benigno. +— Plilia poi era per sopra ciò un fiore vivace e profumato, sorto nella +solitudine dell’anima sua. Onde, preso da quell’olezzo di gioventù e +di bellezza, la baciò e ribaciò sulla fronte e sugli occhi. Gli pareva +di sentire un nuovo moto nelle sue vene. Una novella energia picchiava +tonfi sul suo cuore sfibrato, quasi dicesse: + +— Aprimi, ed io resto. — + +Il fatto è che Popidio in tal momento pensava e diceva alto: + +— Infine, sono come gli altri, io. — Sestilio mi sgrida, mi +rimprovera.... Ma, ha torto. — Mi annoio. — Ecco tutto. — Provo e +riprovo e non riesco.... Pure, io saprei difenderti, o mia. Saprei +morire per difenderti. — Ho l’anima fiacca spesso... è vero. — Destala, +o Plilia.... E l’avrai amante, ingenua..... Non feci mai male ad +alcuno, io. + +— Lo so. — Tu sei buono, o soave amore. E puoi guarire della malattia +dolorosa quando che vuoi.... E per sanare bisogna che tu colmi il vuoto +che hai dentro.... E una donna.... se saprà fare, lo riempirà.... e +se tu la lascerai fare. — Ora gli è al poeta ch’io parlo. — L’uomo +non è felice e sano se il poetico entusiasmo nol rende contento di sè +medesimo.... Oh! Ecco Sestilio!..... Vieni, o amico. — Seguita tu i +miei ragionari. — Dobbiamo persuadere questo caro ad essere felice. + +— Ora lo sono. — Durerò? No, se voi mi lasciate. — Voi due mi siete ben +necessari. Senza te, o Plilia, le tenebre mi attorniano e la psiche +va errando e cade. Talvolta anche Sestilio sa togliermi di dosso +la _impluviata_ di piombo — la noia — la quale, come la camicia del +centauro, mi brucia. — Con voi rimarrò giulivo; nella villa, studierò +i papiri greci di Phylodemo. — Come te, _deliciola mea_, filosoferò +sulla ricchezza, dichiarandola una povertà regolata sui bisogni della +natura. E non stimando necessario il superfluo, ci contenteremo di +ciò che basta. — Con te, o Sestilio, l’anima diverrà lo strumento +della mia gloria. Non dubiterò più.... Io mi sentiva nato per qualche +ragione al mondo.... e non per la usura dei miei nervi e per una +inutile morte..... No.... V’ha una parola nella tua lingua, o Plilia, +che m’inspira una tenerezza feroce. V’ha una parola nella mia, al cui +sacro mistero io dedicherei volentieri tutte le grandi gioie dei sensi, +tutti i grandi dolori della vita. — Eλευθερία — _Patria_ sono un teatro +su cui il misero amico vostro avrebbe recitato con nobili emozioni la +parte sua! + +— Ma tu appartieni a te medesimo. + +— No, o Sestilio.... La fresca alba della libertà ov’è mai? — La luce +che vivifica, che depura, che sorride all’anima di un romano e di un +greco è scomparsa dalle nostre contrade! — Le tenebre sono spesse e +fredde.... E quando la mia cosa immortale s’interroga, ode un rumor +di catene, vede il ghigno dello imbestiato signore del mondo e cerca +smaniosa uno asilo e nol trova. — Questo pauroso ha fatto della +terra una carcere. — È omai delitto il mentovare le parole della mia +mente!... Talvolta, un tuo sorriso, o Plilia, dorato dalla intelligenza +e profumato dalla bontà, mi solleva dal peso insopportabile del mio +sogno penoso. — E il tuo affetto sincero, o amico, mi strappa dalla +battaglia senza tregua di questa mia misera vita, dove.... — l’ho a +dire?... — mi sento in catene e non domo, come Spartaco, di Tessaglia. +— Ma, voi partite.... E la dolorosa noia ritorna e.... lentamente mi +caccia nel cuore la punta uncinata che dentro rode. — Tu dicesti.... +una donna! — Ah! passò quello istante in cui la nozza per me sarebbe +stata una cosa sensata ed onesta. — Quando io vidi la gelosia strozzata +ai piedi dei miei pensieri; quando la mia ragione non trovò più parole +di lamento e di richieste indiscrete per torturare la donna amata, +compresi ch’essa può avere un passato legittimo nel pellegrinaggio +della vita e lo rispettai. — Allora tu, etera, fosti la sorgente +di qualche mia gioia. — Ma, associarti ai miei destini?.... Mai! — +Popidio non commette atti iniqui! — I despoti della mia patria non +tormenteranno il mio seme. — Viviamo in tempi in cui i figli feriscono +nel ventre le madri e dicono ad Aniceto, liberto: + +— «Oggi, da te lo impero. Corri con arditissimi e fa’ lo effetto.» + +— Ieri una lira accordata valeva più della spada di Scipione. Domani +lo applaudire alla voce fessa del despota darà lucrosi incarichi. Ogni +dì, i poetuzzi che rabberciano gli stentati suoi versi sono onorati di +bisellii e di corone, come già il divino Virgilio... Il popolo ha fatto +il callo sur ogni obbrobrio.... Ecco le ragioni dei miei disordini, del +mio correre a slascio, dei miei lunghi e crudeli riposi. + +— Condizione crudele! — _Prorsus, ut dicis, ita sentio._ — Ma tu troppo +presto appressasti al cuore la vampa per incenerirlo. Ingrossasti +la testa per atrofiare il corpo. — Chiamasti lo avvoltoio perchè si +cibasse del tuo fegato! + +— Discaccia le cure che ti tormentano. Vivi e consolati dello amor +nostro. — + +Popidio si assise sul letto. I due lo imitarono. Le belle guance di +Plilia furono lentamente rigate da due grosse lacrime. — Ed egli prese +le mani degli amici suoi, e, tutto commosso: + +— Miseri! Soffrite per me! — E mi compiangete! — Era così infelice +a non dirvelo per lo addietro. — Gli Dei!... Oh!... Io ne venero un +solo! — Le donne!.... Io non amo che te! — Gli amici!.... Disprezzo +i viventi e mi stringo a Sestilio.... Ho il turbine qui! V’ha sorrisi +che paiono da vino. — V’ha tormenti eziandio da dannato. — Pietà di me! +— _Utinam illum diem videam, quum vobis agam gratias, quod me vivere +coegistis!_ — + +Su questo, Milphio entra nella stanza e dice: + +— Padrone, il bagno è apparecchiato. + +— Verrò. — Voi andate nello xisto, nella biblioteca, ove meglio. +Voi siete altri me, qui. — Plilia, un bacio. — Oh! io mi sento +innovato! — + +Si cacciò nel bacino di porfido e vi si distese. — Chiuse gli occhi. — +E in quella specie di veglia gli parve di esser libero di una catena +con cui il suo spirito era stato sino allora legato. Ciò che dentro +pria lo affliggeva, sparito. Sentivasi pronto ad una felicità — non +la intesa e praticata dalla saggezza convenzionale — quella che dà +godimenti veri, meritati, segreti e di un ordine proprio. — Da una +piega della cortina, che abbarrava l’uscio, sino al bacino scendeva +diritto un filo di raggio solare — solco luminoso composto di quanto +v’ha nell’acqua, nell’aria, nella terra e che pur trovasi in date +proporzioni negli animali, nelle piante, nei sassi. — I suoi pensieri +ascesero per quella via sino a Dio, e ritornarono gioiosi a lui su +quella dorata atmosfera. — Mai, come quel giorno! — Si levò, si vestì +della _synthesis_, aiutato da Milphio, ed escì azzimato incontro agli +amici. + +— Plilia e Sestilio, andate nelle vostre camere. — Vi troverete +la _vestis cœnatoria_. — Vi attendo nel triclinio. — È l’ora +decima. — + +Nel sommo letto si pose Popidio, nello inferiore l’amico, nell’altro la +etera. — Dopo la libazione, i giovanetti schiavi li coronarono di fiori +e giuncarono di rose il musaico. La ricchezza del _pater cœnæ_ esigeva +che la _comissatio_ fosse _recta_, cioè composta di tre imbandigioni. +Laonde nel primo vassoio di argento furono portate uova, lattughe, +olive, fichi e mangiari delicati e leggeri per aguzzar lo appetito. Nel +secondo, stufati di varie sorti ed un arrosto di vitello. Nel terzo, +confetture, mele d’Hymetto con semi di papavero bianco tostati, paste, +e poi altri frutti entro cestelli di giunchi intrecciati, di argento. +— In ultimo, dopo la lavatura delle mani e della bocca, vennero +distribuiti i profumi per togliere di dosso l’odore delle vivande. + +La gaiezza dei commensali erasi irradiata sui _pueri_ che servivano +e sul bravo e fedele Hegio, il _tricliniarcha_. E tutti cogli occhi e +coll’assiduità del servizio ne ringraziavano Plilia, la bella ateniese, +operatrice del miracolo. + +Anche la luna illuminò quella regione vivente e dianzi sì desolata. +— Andarono a godere del suo pallido raggio sull’orlo dello xisto che +prospettava sul mare. — Gli amanti avevano le mani congiunte. Il misero +dallo abisso, aiutato dalle ali dello amore, era risalito sugli spazi +i più luminosi delle regioni felici. Gli è che Plilia, strettasi al +suo cuore, gli susurrava tratto tratto all’orecchio parole che gli +uomini tutti non sanno ricambiarsi tra loro. — Sestilio abbracciò i due +avventurati e partì. + +Essi restarono. Per qualche istante nessuno parlò. Quindi: + +— Io ti appartengo, o Plilia. Un legame mi unisce a te, potente, +indistruttibile, eterno. — Quali le nostre labbra, così le anime negli +Elisi. Dammi la tua mano. — Come bella! — Questo anello d’oro serbalo +nel dito finchè tu non perda la memoria di chi molto ti amò. — + +Si fidanzarono. — E fu spontaneo e gradito quell’atto, perchè +compiuto tra essi, senza sospetti, siccome gli atti abituali della +loro tenerezza. La donna gli coronò il collo delle sue braccia e così +rientrarono nella casa; e di là, nella prossima, messa a disposizione +di Plilia. — Ore di felicità! — Silenzio gradito! — Solitudine sacra! +— In quel sepolcro era chiuso il supremo contento di due cuori degni +di batter l’un presso all’altro i segni della vita e delle sue brevi +delizie. + +— Così per tempo, Halisca, che vuoi? + +— La mia padrona è levata, o Sanga. — Il tuo si leva. — Ambi chieggono +si appresti il bagno. + +— Ma, se appena la clessidra marca l’ora ottava del mattino! + +— Vita nuova! + +— E qual genere di bagno? + +— Tiepido. — Rammenta che gli unguenti per Plilia debbono sitire di +nardo. — _Hoc age._ + +— Corro. — + +Intanto Popidio sentivasi felice. E nello augurare alla maga che lo +aveva innovato un giorno lieto, dicevale: + +— Dalle tue grazie infantili io prendo una forza di carattere che mi +stupisce. — Debbo a te un sentimento di cui non mi credea più capace. +— Ecco, tu cammini.... tu mi guardi.... ed io comprendo il mistero +ch’è tra il figliuolo e la madre. — E se parli e sorridi, io provo una +emozione soave che non so ridire. + +— Allora le mie labbra sorrideranno sempre per te. — + +E nel vero, Plilia meritava un tanto affetto. — Essa non aveva diviso +continuo le sensazioni che or facea nascere. Ma la simpatia, uno +accordo nervoso tra i due, la omogeneità dei pensieri, la reciproca +bellezza della mente e della persona, facevano sì ch’uno nell’altro +riguardasse il suo cielo. + +Preso il bagno, asciolsero. — Quindi deliberarono di andarsene in +villa. Allorchè tutto fu pronto, escirono; e, traversato il Foro e la +via Domizia, trovarono presso la porta di Herculanum un carro a quattro +ruote. Plilia si distese sur un cuscino di seta colmo di soffici piume +di cigno, appoggiando il corpo sul braccio sinistro. Halisca — la +_pedissequa_ — aprì tele distese su sottili bastoni alla estremità di +una canna delle Indie, e con questa _umbella_ la riparava dal sole. +Essa avea nelle mani una specie di palma, fatta di penne di pavone, per +discacciare le mosche importune. Popidio, in piedi, prese le redini e +diresse i quattro rapidi corsieri africani sulla via costeggiante le +mura che menava a Sarnus. + +La villa era grande e maestosa. — Aprivasi per una specie di arco +trionfale che serviva di porta e continuava per un viale ascendente, +limitato da alberi di platano e da muri. Una larga serie di gradini +di marmo menava all’uscio della casa, la quale — di due piani, +senza finestre al di fuori, e coronata da un’alta torre rotonda — si +componeva di un atrio spazioso, di un portico sostenuto da colonne di +stucco, ed in mezzo, sopra lo impluvio, un tritone di marmo mandava un +getto d’acqua da una conchiglia che aveva nella bocca. Intorno erano +camere da letto dipinte da greci pennelli. Oltre il peristilio vedevasi +uno xisto assai grande con quattro palme nel fondo per dar ombra agli +alveari e riposo alle api dopo il loro gironzare sui fiori. Presso +quegli alberi erano il timo dell’Attica, la melissa, l’asfodelo, il +citiso, la maggiorana, i giacinti, l’iride, lo zafferano, il narciso. E +poi rose di Preneste, viole di Tusculum, papaveri, rosmarino, basilico, +lentisco, bocche di leone, gigli dal calice di vario colore, altre +rose di Mileto rossissime, di Eraclea, e quelle bianche di Alabanda. +— Da un lato dello xisto era il triclinio. — E al di là per una via +serpeggiante a traverso alberi da frutto e vigneti, dinanzi vasta +piscina, era sotto la pergola un triclinio in piena aria, rispondente +alle fantasie dei villeggianti. + +Plilia — al rezzo di quegli alberi, e presso i cespi dei gigli — +splendida di freschezza — pareva un rosaio che alla rivolta d’un +viale solitario sorprende quasi fosse un’apparizione di fate. — +Oh! i felici!.... Popidio nel dolce asilo dimenticava le sozzure di +Roma — le infami mostruosità imperiali — il vergognoso zittire di +Seneca — le piaggerie adulatrici di Peto Trasea, corrette poi colla +morte — gl’imbratti del patriziato — le basse vigliaccherie dei suoi +conterranei. — Spesso entravano nel bosco fitto, ov’era uno stretto +spazio scemo di alberi, e sotto una quercia annosa uno scoglio. +Come la grotta marina di Caprea nei dì sereni e di sole è azzurra; +così quel posto era verde del velo magico della speranza. — Colà o +Plilia o Popidio leggeva Omero, Virgilio e cominciavano nei riposi +le discussioni erudite sulle bellezze del poema di quei cantori +sovrani. O recitavano a memoria le odi di Orazio e di Anacreonte. — +E si baciavano, e ridevano di quelle licenze puerili che i due poeti +bacchici si permettevano. Laonde Plilia diceva: + +— _Pipere qui abundat, oleribus miscet piper._ + +— E qual pepe! ve n’ha a condire tutti i cavoli di Sicilia, o mia. + +— Per lo iddio Fidio! Gli era un vecchio di assai scarso pudore — servo +di Cupido, figlio della Notte e dell’Erebo — non di Amore, nato di +Venere pompeiana. + +— Io poi credo _amabat linea extrema_: e più per gli altri che per +sè. — + +Talvolta rivangavano con orgoglio un passato glorioso alle due patrie +e ragionavano degli antichi legnaggi, della potenza di carattere, +della saggezza mai sorpassata e delle nobili arti. E la sapienza la +individualizzavano sui remoti e sui contemporanei, o la criticavano. + +— Grande e poderoso ingegno quello di Cesare. Ma i meriti pel +laminatoio. I vizi pieni e di corsa. + +— Augusto potè gareggiare con lui che fu tra i maggiori eloquenti del +suo tempo. Pur, se chiaro e corrente nel dire e magnifico nel fare, ben +corrotto e corruttore, come dei principi è l’uso. + +— Malvagi tutti! Tiberio sovrano nell’arte del pesar le parole. Vivi +concetti e soavi apposta. Occhio e dimora dolorosa sul vero. Fretta +crudele nella ferocia. Disonesto poi.... + +— Oh! l’ostica sua disonestà non inghiotto nè sputo. + +— E Caligola? Quali nobili parenti! E quanto vario il figliuolo! +Calzarino d’infamie ove il mondo doveva mettere il piè. Matto.... e +peggiore per non attendere; di quelli che per non aspettare il dolce +fico colla gocciola, lo schiantano dal ramo col lattificio. Malgrado la +grande spensieratezza, attivo molto al bel dire. Ma la bestialità glie +ne tolse la forza. + +— Claudio poi, se diceva pensato, era eloquente. Ed emulo di Cadmo +fenicio, di Cecrope ateniese, di Palamede argivo, di Damarato corintio +e di Evandro arcadio, Cesare si piacque aggiungere tre lettere — +tentativo di grafico perfezionamento. — Ma il duo digamma eolico a +rovescio, e l’antisigma, e l’iota modificato durarono quanto il suo +dominio e li vedi ancor nei decreti suoi per le corti e pei templi. + +— Sciagurato! Lo pagò bene Aloto, un degli eunuchi, che facea la +credenza per sicurar le vivande dal tossico, omai masserizia di Stato. +La trista Agrippina strappò il testamento ed antepose il suo figlio al +figliastro Britannico — forse correttivo a doppio disastro. + +— E cotesto istrione — suo dono — sviato ad arte da Seneca verso il +dipignere, lo intaglio ed il canto, parla imboccato le dicerie già +composte dal falso e lezioso ingegno del suo maestro. E omai rotto +a tutto, uccisa la madre incestuosa e randagia, a Seneca promette e +terrà. Schifosi mostri! + +— Omai, i buoni e i tristi spacciati sono. Lo ammazzatore è per via. +I più acuti porgano pure il collo, offrano le vene al cerusico ed +apprestino il rogo. + +— Quel che tu dici or mi rammenta Petronio, maestro in morbidezza e +dei più intimi nelle delizie industriose di Cesare. Tigellino ne provò +invidia e per calunnia lo fe’ reo di maestà. Tutto risi e piaceri, non +seppe tôrsi la vita, poi che ritenuto in Cuma. Fattesi segare le vene, +le tappò, poi le sciolse e le ritappò a sua posta per sentir leggere +versi piacevoli. Non potendo battere Tigellino — causa del danno — +fe’ trebbiare gli schiavi. E pria di quietarsi nel sonno estremo cui +si sentiva dannato, mandò a Nerone scritte a mo’ di testamento le sue +ribalderie con tutte le disoneste fogge. E sigillò la pergamena e ruppe +lo anello. Cesare vi trovò le sue notturne invenzioni con Silia, da lei +ripetute a Petronio e, indignato, la confinò. + +— Tutto è omai spiantato e guasto. + +— Per qual via escirem noi? + +— Ecco le mie braccia a siepe del buio sentiero, o Popidio. Ti sia +patria il mio cuore. Il tuo è uno altare per me! — + +E que’ miei avevano ragione nella diversa sentenza. Consolante invero +lo affetto. Ma l’atroce agonia d’ogni dì? E le crudeltà in altrui? +E le beffe dei barbari? Ogni santità, profanata. Gli scogli marini +d’Italia, asilo, e luogo di morte per fame. La nobiltà e le dovizie, +peccati gravi. La virtù, certa ruina. Anche il silenzio riguardoso, +delitto. La vita sicura, quella delle spie e dei ladri. Anzi alle spie, +quasi spoglie opimi, consolati e sacerdozi. Ma, per contrapposto a +tanti adulteri dell’anima, eroiche morti come in antico; mogli seguaci +dei mariti scacciati, schiavi e liberti fedeli ai tormenti, amici +difenditori — comodo _sellisternium_, non più per gl’iddii incuranti +gli atroci mali del popolo, sì per posarvi la immagine serena del +crocefisso da Ponzio Pilato, procuratore. + +Alcune volte cavalcavano per la villa e fuori. — Od in una biga, essa +menava i cavalli. — O, postisi in una barca sul lago, aiutati dalla +vela e dal timone, si faceano condurre a genio del vento. — Era una +vita d’incanto! — Le vere visioni quaggiù sono gli aspetti di varietà +e di luce che appaiono sulle fronti delle persone amate. E Popidio e +Plilia non videro che i raggi dello amore, i fiori della felicità e il +verde della speranza. + +Un giorno venne una lettera alla giovane ateniese. — Aveva talmente +dimenticato la esistenza al di fuori della villa vastissima e dei +poderi, che fu stupita come qualcuno potesse scriverle. — L’aprì — e si +fece pensosa e turbata. — Mirrhyna l’avvisava che la madre peggiorava, +e volea rivederla. — La novella diè doppia ferita al suo cuore. Si levò +pallida, e in uno slancio di tenerezza e di angoscia offerse la lettera +allo amico suo e lo abbracciò. + +Popidio per qualche istante non potè leggere. Prevedeva un disastro. — +Quando chiarì la cosa, si levò, e abbracciando la donna amata, disse: + +— _Suavis_, ho avuto così stretto il cuore testè, che or non sembrami +amaro ciò che ti dico. — Parti... Va presso la madre... E se il +credi... se non ti costerà sacrificio, ritorna a chi ti ama assai più +che la vita. + +— Sempre desolanti cose fra noi: — Separazione crudele! — Che diverrai +tu nell’assenza? — + +E sì dicendo pose le sue dita delicate come un velo sulla faccia e +singhiozzò, innalzando spesso convulsivamente il capo e le spalle. +— Egli le assettò sulla testa il _ricam_ — velo lungo e quadrato con +frange, di porpora — che coprì colle pieghe ample il _cincticulum_ — +la corta tunica bianca senza maniche — la strinse al petto più volte, +l’aiutò a salire sul carro e la vide partire per Neapolis in compagnia +di Halisca. Ed egli, saltando sur un cisio elegante, corse verso +Pompei. + +La luce era partita. — Le tenebre erano tornate. — Desolato nel giorno. +Vegliante la notte. — Inspirazione — slancio — volontà — desiderii — +tutto con lei. + +— Idolo caro della mia fantasia! Creatura amata! Quasi sangue delle mie +vene! O favilla di quel fuoco misterioso che Dio dà e ritoglie. Vieni a +me presto, o io mi muoio. — + +Sestilio venne a consolarlo, e lo aiutò a dar pieno corso al suo +dolore, parlando di lei e del suo pronto ritorno. Intanto per offerire +distrazione propose di andare al teatro. — La speranza di ricrearsi +rese accetto il partito. + +L’_Odeum_ era un teatro coperto — a lato del tragico — che Quinzio +Valgo e Marco Porcio, duumviri, avevano fatto edificare e collaudato. +Serviva agli spettacoli musicali, alle rappresentazioni drammatiche +e ai concorsi poetici. Potea contenere mille cinquecento spettatori. +Circoscritto in uno spazio rettangolare, la metà infima soltanto +prende la forma di un completo emiciclo. La superiore, tra i gradini +circolari interrotti su ciascuna estremità. I posti riservati — i +quattro primi gradini, cui dava accesso la orchestra — erano l’_ima +cavea_. Poi veniva il _balteus_ che serviva di spalliera ai magistrati, +ai cavalieri, a quelli assisi sul quarto gradino. La seconda _cavea_ +divisa da sei scale e composta di diecisette ordini di sedili di +pietra, era riservata al popolo che vi penetrava dai vomitori. + +Sulle tessere di avorio, contornate da un serpe che morde la coda, era +scritto CAV · I · GRAD · IV · ANDRIA · TERENTII · Ne presero due ed +andarono al loro posto. Si erano già nunciati i nomi degli attori e le +parti loro affidate. Si era detto il prologo, in cui lo autore confessa +il suo plagio a Menandro e lo scusa, dichiarando valer meglio una buona +imitazione che una mediocre creazione. Il subbietto era cotesto: + +— Pamphilo ha sedotto Glycera, creduta sorella di una sciupata di +Andria. — I segni divengono patenti. Ma il seduttore la consola col +prometterle nozze, quantunque il padre lo abbia fidanzato alla figlia +di Chremes. Ma questi, sapendo gli amori del figliuol suo, simula +apparecchi di nozze per iscandagliare i pensieri di lui. Pamphilo ode +i consigli di Davo e non fa resistenza. Ma Chremes, veduto il neonato, +non vuol aver più per genero quel seduttore. — Un incidente stranissimo +disvela come Glycera sia figliuola di Chremes. — Allora dà questa a +Pamphilo, e l’altra che eragli fidanzata, la sposa a Charino. + +Facili i versi — ben condotto lo intreccio — lo scioglimento felice. +— Di due commedie di Menandro — l’_Andria_ e la _Perinzia_ — lo +affrancato di Scipione fece questa una, spigolandone tutto il buono. — +Pur quando Davo disse agli spettatori. + +« — Non attendete che gli attori escano..... Gli accordi, il +contratto, tutto che rimane a farsi, si compirà là dentro..... Voi +applaudite.» — + +Popidio non ne poteva più. — Sestilio, nello escire — perchè lo amico +così voleva — facendo lo elogio delle commedie di Terenzio; sempre vere +e delicate e senza ciniche licenze, gli chiese la sua opinione. L’altro +— che aveva l’anima vagante — rispose, egli preferir Plauto per la +somma vivacità del dialogo. — Lo africano averlo fatto dormire. + +— Preferendo l’azione, sarai più lieto nel grande teatro. — + +— Sia, — Tu, mio Mentore e senno, da che Plilia è lontana! + +Nello escire dal piccolo entrarono nel grande. Le tessere privilegiate +diedero loro lo ingresso in un corridoio a volta che li menò ai posti +sopra la orchestra. — Erano di avorio e portavano da una parte lo +incavo di un edificio teatrale e dall’altro le cifre che seguono +VI. ΑΙΣΧΥΛΟΥ · IB · Avevano posto sul sesto gradino della _cavea_ +riservata. Altri corridoi, pure a vôlta, passando sotto la gradinata, +guidavano al primo claustro e alla _media cavea_; una scala poi al di +fuori del teatro faceva giungere direttamente alla _summa cavea_ ed +al culmine dello edificio pel servizio del _velarium_. — Sulla parte +opposta elevavasi una torre quadrata e rotonda al didentro, serbatoio +di acqua piovana, la quale, profumata da essenze, era sparsa come una +nebbia per tubi capillari di piombo sugli spettatori nei calori estivi. +— Nel centro della orchestra elevavasi la _thymele_, o piccolo altare +su cui sacrificavasi a Bacco al cominciare dello spettacolo. + +La scena fissa presentava tre porte, le _hospitales_ e l’_aula regia_. +— Fra queste porte nelle due nicchie posavano le statue di Nerone e di +Agrippina. + +Si recitava la tragedia _I sette contro Tebe_, la quale veniva chiamata +il parto di Marte. Ma se il Dio della guerra aveva sovente inspirato +lo autore dei _Persi_ di _Agamennone_, dei _Coefori_, del _Prometeo_, +delle _Supplichevoli_ e delle _Eumenidi_, certo ei non ebbe minori +obblighi a quello del vino. + +Gli attori sono sulla scena. — Gli adunati, tutt’orecchi in udirli. +— Popidio, noiato, trovava i flauti fuor di tuono, le maschere degli +attori logore, le voci non abbastanza forti per essere intese. + +— Che l’architetto Martorio Primo non avesse nozione nel costruire il +teatro di quei grandi vasi di bronzo, i quali portano la voce dall’una +all’altra estremità della sala? Tu rammenti che li vedemmo in Athenas, +in Milo, in Argo e in Sicyone. + +— Rammento. Qui costumasi il flauto perchè sostiene la voce, la chiama +se travia, e serve a dare la intuonazione al nuovo attore che entra. + +— Qui si costuma quanto vi ha di più odioso per me. Mira Volumnio, il +decurione, che fa! Oh! io non reggo a siffatte scempiaggini! — + +Si levò e andò via. — Quel suo vicino aveva tratto un colombo dal +seno e dopo avergli legato una tavoletta scritta nel piede, lo faceva +volare. Altri lo imitarono. — Erano corrieri domestici che i mariti +e gli amanti inviavano alle donne loro. — Sestilio raggiunse l’amico +sulla via di Stabia. + +— Tu che da per tutto ti aduggi, oh! certo non ti annoierai nello +Anfiteatro. — La folla che corre da quella parte mi rammenta il grande +spettacolo offerto da Livineio Regolo. — + +— Io tornerei volentieri alle mie case..... + +— No. Vieni, Popidio, e la maschia scena ti distrarrà. — + +L. Livineio Regolo, di famiglia plebea — nato di Lucio prefetto di +Roma — era stato quatuorviro monetale ai tempi di Cesare. Ferito dalla +stessa scure che aveva decapitata la repubblica, amico di Cicerone e di +Bruto, amareggiato dall’ozio febbrile che legano le rivoluzioni morte, +cospirò per la causa a lui sacra. Senatore, Augusto tiranno volle che +venisse raso dal senato. — Invano stracciò le vesti per mostrare le +onorate cicatrici. — Invano parlò de’ suoi meriti. Fu raso. — Cacciato +in esilio in Pompei, per ingraziarsi il popolo si fece editore di ludi +gladiatori e belluari, cioè, di orsi e di cinghiali. + +Lo edificio destinato ai sanguinosi combattimenti degli uomini e delle +belve era la riunione di due teatri, siccome il greco nome Αμφιθέατρον, +che i Romani gl’imposero, il dice. Le due orchestre ne formavano la +elittica arena. La quale in Pompei era scavata di man d’uomo tanto al +disotto del livello del suolo per quanto le mura si elevavano al di +sopra. Costruito nella parte meridionale della città presso le mura +che guardavano Stabia, l’architettura esterna di pietra vesuviana +non presenta verun ornamento. Nello ingresso del grande vomitorio +settentrionale su due nicchie posavano le statue di Cuspio Pansa +duumviro, padre e figliuolo; ed a sinistra sul selciato di lava che +discende, sono pietre bucate entro le quali era fissa una barriera di +legno, perchè gli addetti al servizio e al mantenimento dell’ordine +non fossero schiacciati dalla folla irrompente. Di là si andava ad un +cripto-portico circolare interno, che per via di scalinate metteva +ai gradini. Questi erano divisi in tre piani — _summa — media — ima +cavea_. — Sopra le vôlte delle due ultime è una serie di arcate che +metteva in una galleria che dava accesso alle scale per escir fuori. Il +primo _deambulacrum_ era coperto. L’altro no. — L’arena era circondata +da un _podium_, alto quasi due metri, difeso da un cancello di ferro +a protezione degli spettatori. Esso è ornato di pitture che presentano +combattimenti di tigri contro orsi, di un cervio contro una leonessa, +di un orso contro un toro. V’ha pure una scena gladiatoria, e si vede +un _lanista_ dar consigli a quelli che debbono accoltellarsi, nell’atto +che altri due assisi aspettano la stessa lezione e che un musicista +saggia le note della sua tromba ricurva, atta a dar lena ai gladiatori. + +La prima _cavea_ ha cinque gradini. Ma nelle due grandi parti dello +Anfiteatro è un vasto spazio, chiuso da un breve muro di appoggio che +scende perpendicolare al _podium_, e non ha che quattro comodi scalini. +Gli era il posto riservato alle vestali, ai magistrati ed a quelli +che avevano l’onore del bisellio. — Nel centro del podio occidentale +apresi una piccola porta di quercia, il _catabolus_, per cui escivano +le bestie feroci, chiuse nei covacci sotto la gradinata. — Il sole +d’Italia, volgendo all’occaso, illumina vivamente la scena. E il monte +Vesvius sta muto testimonio della gioia crudele del popolo e della +coraggiosa rassegnazione degli accoltellanti, pronti alla morte per dar +piacere agli schiavi di Nerone che omai dei gloriosi padri non avevano +più che le vesti ed il nome. + +Quando i due amici arrivarono allo Anfiteatro, questo era pieno per +modo che sarebbe stato impossibile il trovarvi luogo, se un littore +— riconoscendo in Sestilio il figliuolo del duumviro non gli avesse +condotti — attraversando le file con autorità — in due posti rimasti +ancor vuoti. Già compivano il giro dell’arena cinque coppie di giovani +di alta statura e di membra robuste. Alcuni erano schiavi e costretti +al carnaio. — Altri volontari, e si votavano alla trista professione +per cupidigia, per sete di fama, per disperazione accagionata dai +politici rovesci. Un uomo attempato che li avea sotto la sua disciplina +— il _lanista_ Cneo Mezio Felice — gli chiamò a nome ed in ragione +della forza e della destrezza a lui note, gli accoppiò, armandoli +di gladi taglienti ed aguzzi. Il loro contegno, di giulivo che era, +d’improvviso fu cangio. Ed Harpax guardò con occhio minaccioso l’emulo +suo Philoxeno. — Ed Antioco, il dace Proculo. — E Thytridi, il gallo +Lycon. — Ed Hanthrax, il bruno Polinice. — E Dromon, Poenulo il +cartaginese. — Ora inoltravansi. Or ritraevansi, evitando con arte le +percosse ed i tagli. — Thytridi fu il primo a ferir gravemente sul +braccio lo avversario. Invano egli diede uno sguardo pietoso allo +intorno. Chè, il popolo con urlo di belva, levando il pollice, gridava: + +— _Habet._ — Lo ha preso!... Lo ha preso! — + +Allora il misero porse il collo al compagno che glielo segò. — +Nell’atto, Proculo, facendo un salto di fianco per isfuggire il colpo +che Antioco gli aveva assestato, mirando come fosse col corpo piegato +innanzi e scoperto, gl’immerge il gladio nel cuore. — Gli schiavi +cogli uncini trassero i cadaveri in una specie di fossa destinata a +ricevere le spoglie degli uccisi. Harpax e Philoxeno, destri e vigorosi +entrambi, si sforzavano indarno in falsi attacchi e in sorprese; si +avventavano, indietreggiavano, si ferivano, ma senza farsi gran male. +Ed il popolo plaudiva alle percosse che credea decisive e pur plaudiva +all’altro che aveva saputo schivarle. Alla fine Harpax afferra la +spada a due mani e si precipita sullo avversario. — Lo scudo ne rimane +spezzato e il colosso cade disteso per le terre. Philoxeno, che ha +ferito il braccio sinistro dal fiero colpo, gli è sopra e gli punge +col coltello la gola. — Le donne s’impietosiscono di quel caduto che la +sventura colpiva ed alzano la palma, gridando: + +— _Non habet!_ — Sia salvo! — + +Allora quegli ch’era già presto a far da carnefice al compagno — il +quale era forse suo amico — gitta la spada, si curva, solleva di terra +lo sciagurato e lo consegna fuor dell’arena ai destinati a medicar le +ferite, per conservarlo ad altri cimenti. + +Dromon e Poenulo si corrono dietro per l’arena. Grondano sangue e +sudore. Si arrestano. — Si guardano con occhi di tigre e si avventano. +— E l’un l’altro ferisce, aprendosi nel fianco e nella coscia due +piaghe profonde. — Sono anch’essi perdonati e vanno via. + +Entrano sulla scena Curzio, Charino, Ballion, Prisciano e Curculio. +Sono ignudi, o quasi, e armati di coltello e di lancia. Dal _Catabolus_ +escono orsi e cinghiali. — Da una porta, due tori. — Ad una correggia +di cuoio che gli cinge nei fianchi è legata una corda che stringe il +collare di due molossi. Due pigri bufali erano siffattamente allacciati +a due lupi. Gli urli delle bestie feroci e le grida dei bestiari +intronano l’aere. + +— La dea Libitina oggi sarà satolla, o Popidio. + +— Stragi e omicidi, ecco i trastulli dei tempi! + +— Per cotal gente l’arena è il patibolo. — Vita di delitti. — Morte +spregevole. + +— Ecco perchè non destano nel cuore alcuna pietà. — E lo sanno. — E ne +fanno soggetto di beffe. — _Sanguis venalis!_ + +— Ora, colui — di cui la statua equestre è sull’arco a trionfo — si +è fatto lanista, ed ha i suoi accoltellanti _postulatitii_, sempre +pronti a combattere e a morire pei suoi gusti e alla richiesta della +plebaglia. E gli nudre della _gladiatoria sagina_, perchè quella forte +razione di carne gli faccia meglio vigorosi ed abbiano maggior sangue +da spandere. + +— Ma tu vedesti nell’Urbe i figli di razze illustri scendere nella +lizza per guadagnarvi il plauso — che omai è serbato alle sole vergogne +— e il frusto di quattromila denari per anno. + +— Gli udii pur anche prestar giuramento _uri, vinciri, verberari, +ferroque necari_. — E, gl’infilzi Plutone col suo tridente! meritano +bene il fuoco, le catene, le verghe. — La morte di spada è troppo +nobile per essi. + +— Pur mira quel Thytridi che incurante è appoggiato al muro del podio. +L’ho veduto in parecchi ludi e credo sia già scampato da sessanta +vittorie. — Ha il cuoio ben duro, o Sestilio, eh? + +— Parmi! — E in Capua ve n’ha pur molti che, ricevuta dallo edile +la palma della vittoria e appesa al loro fianco la spada di legno, +passeggiano sciolti dai doveri della loro professione. Ed uno ne vidi +che in una solennità avea sul capo la _lemnisca_, la corona di fiori +intrecciata da bende. È l’onore più grande cui possano aspirare. — + +Intanto che i due amici parlavano, ed altri parlavano. Quale +battaglia! Il rumore di chi combatteva, il cozzo delle armi, le grida +degli sbuzzati e dei moribondi, il mugghiar delle bestie morsicate +e morsicanti, il sangue che spargevasi nell’arena, producevano nel +pubblico una quasi ebbrezza che non si può descrivere. Pareva che gli +spettatori ardessero di combattere; perchè si spenzolavano dai loro +posti, ed urlavano come belve, e gesticolavano come briachi. + +D’un tratto altri attori entrano nella scena — due leoni di Africa — +un tigre delle Indie — una pantera pomellata. — Guardano allo intorno +coi loro occhi di fiamma, strisciano lungo il podio, si fermano, +si ripiegano, battono il suolo colla loro coda nervosa, passano +e ripassano la lingua irsuta e assetata sui loro denti aguzzi. Il +tigre si slancia sopra un cinghiale. Il leone azzanna un bufalo sulla +giogaia. La pantera in meno che non si dice ha sbranato un molosso +ed un lupo. L’altro leone — quantunque ferito di lancia nel ventre — +strazia colle unghie e colle zanne Charino. — Gemiti soffocanti. Grida +di dolore. Ruggiti di belve. Scricchiolio di ossa sotto i denti. Il +tigre e uno dei leoni escono dalla mischia ringhiando e satolli. Ed +errano per l’arena, portando nella bocca sanguinosa informi brandelli +di carne. + +Sotto il gradino dove sedevano Popidio e Sestilio era uno in sui +venti anni che avea a sè vicino una giovane della stessa età. La +vide animarsi degli entusiasmi della giornata. Gli piacque il suo +naso sottile sur una bocca di corallo. Gli piacquero quei suoi occhi +estatici, selvaggi ed azzurri adombrati dalle chiome bionde, increspate +e copiose. A furia di guardarla sottecchi, s’innamorò delle belle linee +piene, svelte e proporzionate di quella leggiadra persona. La vide +parlare sovente con un uomo che sedevale a lato, e dentro ne ingelosì. +Non sapea dire s’ei le fosse fratello, marito, amante. Più volte volle +rivolgerle la parola per appurarlo. Borbottò qualche frase. — Ma, o +ch’essa avesse l’attenzione altrove, o il fracasso di sotto e di sopra +impedisse lo intendere, gli parve non aver raggiunto lo scopo. Ecco +ch’ella si leva in piedi e col suo corpo rotondo si appressa troppo a +lui. La sentì callipiga e vi posò su la mano convulsa, con una ansietà +voluttuosa. — La pompeiana gittò un grido e si ritrasse volgendo allo +sconosciuto lo sguardo irritato. Il vicino le domandò cosa avesse. E +saputolo, colla faccia che assume un geloso che non ama la divisione +nei beni da lui goduti, apostrofò il giovane: + +— Chi fa ciò che non deve, vuole più che non dovrebbe! Insolente! + +— Chi ti fa or censore dei fatti miei? + +— Giù le mani e la lingua, o le mozzo! — Intendi? È la mia donna costei. + +— Ah! la tua donna?... Sta bene! — Nessun uomo in Pompei te l’avrebbe +tocca, finchè tu lo avessi permesso. + +— Oh! Sì?... + +— Credimi, per Ercole! Sei un uomo ingegnoso. Ora la tua custodia muove +tutti alle prese. — + +Il pompeiano non seppe patire il villano insulto. Brandì uno stile che +avea sotto la tunica, ritrasse colla sinistra la moglie, e vibrò un +colpo sul petto del giovane a nascondergli la lama nel cuore sino al +pugno. Il ferito gittò un grido gorgogliante, prosciolse le membra e +cadde morto sulle gambe di Popidio. + +Uno a poca distanza, ch’erasi rivolto alle parole della contesa, disse, +levando le braccia: + +— È Anicato che han morto! A me, voi da Nocera! — + +Erano molti gli accorsi di quel paese alla festa. — Ognuno dal seggio +su cui si trovava, accorreva furioso, e pestando confusamente gli +assisi e i tranquilli, iva bociando: + +— Morte ai pompeiani! Gli Dei ci aiutino. — + +Ed anche questi infellonirono alla lor volta. — E i più forti che non +avevano armi alle mani, ghermivano i Nocerini e gli scaraventavano alle +fiere. E gli altri alle coltella. — Sangue nell’arena. — Sangue sui +gradini. — La confusione era immensa. + +Intanto un uomo insatanassato vien barcollando tra i caduti e i +fuggiaschi. + +S’imbatte con Popidio, lo teme avverso, lo ferisce, e va innanzi. +Questi cade nelle braccia dello amico. Trattolo a stento tra quella +calca, di peso, nel _deambulacrum_, lo posa per le terre e se +gl’inginocchia vicino. La ferita ricevuta nel petto era mortale. + +— Plilia!... o mia Plilia!... mai più... — + +E prese la mano di Sestilio e l’appose sulla piaga per arrestare la +emorragia che gli toglieva le forze. + +— A Plilia tutto che mi appartiene. Una delle mie case... a te... in +memoria mia... O Plilia, ultimo amore e forte amore! — Prendi questo +_symbolus_ che racchiude la gemma... la testa di Bruto... guarentisca +le mie volontà estreme. — Affranca i due servi ancor schiavi... + +— Iniquo il coltello che ti uccide, o amato Popidio! + +— No!... Mi aiuta ad escire da questa immonda cloaca dello impero, ove +io era in ritardo. Veggo già i vasti orizzonti della vita nuova.... Vi +rimaneva — credilo — per lei... per te... Sento che le estremità si +raffreddano... La vista s’indebolisce... non veggo più... Un bacio e +l’ultimo... O Libertà... Italia!... + +Era morto! + +Dei Nocerini fu fatto empio macello. — Armi — sassi — unghie — tutto +usato per la vendetta dalle due genti. Ma vinse la plebe pompeiana che +aveva la festa in casa. Rari quelli che potessero fuggire o appiattarsi +finchè il furore scemasse. E i feriti, e gli storpiati, e il pianto dei +padri e dei figliuoli corsero nell’Urbe per chiedere vendetta a Cesare. +Il principe rimise la causa al Senato. — E il Senato ai consoli. — +E Vipsanio e Fonteio la ritornarono ai padri. — I quali vietarono +ai pompeiani lo aprir ludi gladiatori nello Anfiteatro per dieci +anni. Disfecero le compagnie degli accoltellanti fatte fuori legge e +sbandirono Livineio Regolo e i primi rissanti dalle terre d’Italia. + + _C. Sextilius Ampliatus Acutilio suo._ + + _Pompeis._ + +_Maximis et miserrimis rebus perturbatus sum._ — Popidio nostro non +è più. — Il coltello di un Nocerino lo uccise nello Anfiteatro. — +Non so dirti quanto ho sofferto e soffro. — Il suo a Plilia, unica +consolazione della sua vita. — Or, conviene ella sappia la tremenda +novella. A me manca il cuore di scriverle. Agisci a modo, ed evita a me +il doppio danno. _Quid futurum sit, nescio. — Vale._ + + _Plilia Sextilio suo._ + + _Neapolis._ + +_Ego tamdiu requiesco, quamdiu ad te scribo._ Oh! il grande, lo +invincibile dolore per la morte di un essere amato!..... O Popidio...., +Popidio del cuor mio!... Misero! Sentisti tutte le sofferenze del fuoco +che non si spegne... tutte le morsicature del verme che non muore!... +Sono stata per tre dì senza vita esterna, ma pensando... e a lui che +non vedrò più. — Vieni, qui, o Sestilio, e piangeremo insieme. Vieni, e +potrò sopravvivere allo amico mio morto. — + + + + +LA STRADA. + +SCENE NOTTURNE IN POMPEI. + +=Anni di Roma 825 — Anni del Cristo 72.= + + + A GIUSEPPE LAVRIA. + + VIII. + + +Il giorno finiva — e il quadro che offrivasi agli occhi dei riguardanti +potea dirsi il più splendido che la fantasia di un poeta sappia mai +immaginare. Il sole dechinando celavasi dietro nuvole grandiose e +bizzarre, tinte di sangue. I suoi ultimi raggi infuocati baciavano le +onde quete del golfo ed indoravano le isole — formanti lo asserraglio +del Cratere — dall’Atheneum — il promontorio di Minerva — al capo +Miseno. Il mare immenso, confuso il suo limite coll’orizzonte e +scintillante ai riflessi di quella viva luce, sembrava la fornace +in cui i Titani facessero la fusione e la miscela dei loro metalli. +Vedeansi da lungi bianche vele prendere il colore di quella zona +candente ed accennare al porto, formato dal fiume Sarno là dove +sboccava nel mare, tra i paduli pompeiani e le saline di Ercole, +dinanzi lo scoglio da cui toglievano il nome. + +Le vie della città cominciano per poco a farsi solitarie e chete. +Una fanciulla esce canterellando da una casa di gente doviziosa e +s’incammina verso la porta che mena all’oppido di Sarnus. Oltre il +_pomærium_ è un bosco ove una sorgente di acqua limpidissima aveva +riputazione di contenere proprietà salutari. Alla padrona era venuto il +capriccio di berne e la schiava obbediva. Un sentieruolo guidava tra +due verdi prati alla fontana, che gli alberi cuoprivano d’ombra e le +coppie amorose degli uccelli inneggiavano. — I sogni compongono le idee +di una mente giovanile, siccome le violette e le margherite sorridono +tra il fil verde delle erbe e danno tenere occhiate a chi passa. +Corista le ricambiava a quei fiori e deposta l’anfora, ricominciò il +suo canto distratta, ne colse un mazzolino e lo pose tra i capelli +e l’orecchio. Levatasi ed alzati gli occhi, vide presso il fonte, +appoggiato al tronco di un pioppo, un giovane vestito di una tunica +di colore oscuro, dagli occhi azzurri, dalla barba nascente e dalla +copiosa capigliatura bionda, i cui riflessi così bene si maritavano a +quelli dei verdi rami che si curvavano sulle acque. Altre volte aveva +veduto quel giovine nel tempio di Venere e nello Anfiteatro, ed aveva +dovuto chinar le sue luci dinanzi allo infiammato sguardo di lui. Molti +pensieri arruffati le fecero tremante il cuore e arrestossi. Ma il +giovane, indovinandola, con voce soave le disse: + +— I miei presentimenti non mi avevano ingannato. — Iside m’inspirava +che in questo luogo sì bello avrei trovato felicità. — Ed io sono +grandemente lieto di qui vederti, o fanciulla, e di poterti parlare. + +— E quale interesse ti spinge verso una povera figliuola di Corinto che +i propri parenti hanno venduto? + +— Quello che il piccolo Iddio alato mette nel sangue degli uomini +dell’arte mia allo aspetto del bello. Quando primavolta ti vidi, mi +sembrasti apparizione di cielo. — Ed ebbi sempre da quel giorno la +mente piena di te. — E nella casa di Scauro ho dipinto una Venere che +tutto ritrae dalla soave immagine tua. + +— Lusinghieri i tuoi detti. — Dallo accento non sembri di queste +contrade. Quale il tuo nome? Ove nascesti? + +— Olympio. — Di Athenas. — Di poveri parenti. — Qui venni chiamato +dalla fama per le pitture decorative. E pingo sulle pareti xysti, +foreste, colline, case di piacere ove si giunge a traverso un lago, +piscine, gente che va in battello, che caccia, che vendemmia, e +paesaggi fantastici con animali e con alberi. Pingo pur torri colle +cime verdeggianti di edere e di lauri; pergole sotto le quali gironzano +fagiani, pavoni e pernici; viali di bosso e gruppi di mirto tarentino; +e tra le aiuole di fiori, fontane dalle forme capricciose e bizzarre, +adorne di conchiglie e di maschere di marmo; portici con ricchi mosaici +e con cortine azzurre per guarentire dai raggi del sole; tempietti +ascosi tra gli oleandri della Laconia e le rose di Preneste; sedili +sormontati da un orologio solare sulla punta di un dirupo; statue di +filosofi, delle muse, delle iddie e di Priapo — interprete, stimolo, +dolcezza, delizia di questa razza orgogliosa arricchitasi colle spoglie +del nostro misero paese. — + +Qui Olympio si strinse colla mano la fronte, quasi volesse premervi un +pensiero affannoso; quindi, rasserenatosi alquanto, continovò: + +— Vedi, o Corista. Un quadro non finito ha per me un indescrivibile +incanto. Lo artefice gode nella inquietezza a nelle pennellate che +creano la composizione.... Ed io or mi pasco di una gioia secreta nel +dirti che ti amo, nel mirare questo abbozzato dipinto, che io non già, +ma tu puoi terminare. — E godo..... E temo..... — + +La fanciulla si fece rossa di bragia e, tendendogli la mano: + +— Sii il benvenuto nel mio cuore, o Olympio. — Tu non vorrai farne il +tuo trastullo, spero. — Vivo in umile stato presso la moglie di Pacuvio +Bleso. La mia padrona Aquilia mi ama. — Serba questi fiori del bosco +per memoria mia. + +— Grazie, o amore. — Sempre qui, sul mio petto. — + +E nell’atto che Corista appressò l’anfora al fonte per empierla, +il giovane artefice le baciò amorosamente la tempia. Ed insieme +s’incamminarono verso la vicina porta della città. + +Un soldato colle gambe in croce si appoggiava al pilo. Altri quattro +stavano ritti o seduti presso la stanza di guardia sotto l’arco. Poi +che i due giovani furono passati, la sentinella fece un gesto col mento +teso ai compagni. + +— Rata ne accenna che è una vestale. + +— Per Ercole! — La non farebbe spegnere il foco sacro per la faccia +tagliuzzata del povero Sammanara. + +— Lieto compenso e cinquanta colpi di verghe, o Kinnamo. Il suo +incesso, i suoi lineamenti mi ricordano una mia ventura nelle Gallie. +Grazie, o Mnemosine, del dono tuo! — + +Incontro ai due amanti veniva barcollando un avvinazzato. Era scalzo ed +aveva la tunica lacerata. — Appena li discerse, cominciò ad urlare con +voci smozzicate: + +— Là! Donde venite? — Hai fave o lupini cotti? Ah! Rapisti la mia +Sabina tu! Ridalla al misero Bibulo che la piange perduta. — Ti darò +in cambio un’olla con porri e testa di montone. — Ah! non intendi? +_Damnese bibimus, puer?_ Ti apprenderò il latino io! — + +E brandendo un nodoso bastone sul quale appoggiavasi, si piantò +loro dinanzi. — Corista, impaurita, si strinse alla persona del suo +protettore. — Il quale, afferrata la mazza nella punta, la scosse sì +forte che il beone andò per le terre lungo disteso. + +— Ah! tu Vuoi ch’io riscaldi la punta del gladio nella tua +iugulare?.... I piedi!... Chi mi tiene pei piedi! Aiuto! Feci le prime +armi con Cesare.... Rispetto al cittadino romano..... — + +Gli amanti, affrettato il passo, furono ben presto sul margine presso +la porta della casa di Bleso. + +— Salve, o divina creatura. — E il tuo nome? + +— Non tel dissi? — Corista. — Quando ti rivedrò? + +— Presto. — E un bacio sui tuoi begli occhi. — Vale. — + +E l’una entrò nel vestibolo. — E l’altro seguì la sua strada. — +Sulla rivolta, ecco che s’imbatte con cinque o sei giovanastri, quali +coperto il capo di un pileo, quali di un galero di lana, che ridevano, +parlavano alto e parevano esciti anch’essi da una cena inaffiata oltre +misura. Sghignazzando entrarono in una taverna vinaria, ove per solito +vendevasi vino annacquato. E per tale oltraggio fatto al figliuolo di +Giove e di Semele, ruppero i calici e le anfore del povero _ænopolus_ +e tirarono innanzi. — E vista mal ferma la porta di una bottega +di _salsamentarius_, la ruppero e sparsero per le terre i pezzi di +maiale affumicato e cotto. Così pure dispersero i budini di un povero +_botularius_, che corse dal piano superiore, ma troppo tardi, per +salvar le sue robe dal mal governo di quei beoni. + +Dinanzi il tempio di Romolo s’imbatteva con alcuni, seguiti da schiavi +e da liberti, schiaranti la via con torce o con lanterne di bronzo, +rotonde e chiuse coi vetri. — Gli è che al tramonto, detto vesper, +erano succedute le prime ombre, che addimandavansi _crepusculus_; +quindi era giunta l’ora dell’accensione delle lampade, _prima fax_; +una delle otto suddivisioni delle quattro veglie che costituivano la +notte romana. — Lungo tutte le vie vedevansi luccicare tizzoni ardenti, +lanterne di sottili foglie di corno, di tela oliata e di pelle di +vescica. + +Era raccolta una eletta brigata di amici nella casa di Pacuvio Bleso. — +Arricchito dal traffico colla Grecia e coll’Asia, aveva speso migliaia +di sesterzi per abbellire il suo nido. La porta di quercia, ornata +nelle fasciature di _bullæ_ — grossi chiodi di bronzo — aprendosi, +mostrava nel _prothyrum_ — un magnifico mosaico di piccoli cubi di +marmo bianco su cui campeggiava in nero un timone da triremi incrociato +con un caduceo. — A dritta e a manca erano la cella del molosso, +custode rabbioso colle zanne e colla voce; — e quella dell’_ostiarius_ +— il portiere — che, armato di lunga verga, chiedeva il nome dei +visitatori. Ascendendo pel piccolo corridoio, un uscio interno apriva +l’adito sur una bella corte quadrata, adorna di colonne doriche di +stucco bianco e tinte in rosso verso la base; le quali formavano un +elegante portico, comodo per l’ombra e per le comunicazioni interne. — +Chiamavasi _atrium_, perchè cotesta disposizione architettonica la fu +inventata in Hatria, repubblica primigenia della nostra nobile Italia, +sedente sul mare, tra gl’Interamni e i Picenti. — Davasi il nome di +_impluvium_ al bacino di marmo di Luni nel cui centro zampillava la +fontana, e a tutta la corte quello di _cavædium_. — Nell’angolo era il +_puteal_, margella di marmo, depositario dei fulmini di Giove, luogo di +devote espiazioni nei tempi etruschi, e più tardi margine del pozzo da +cui si traeva l’acqua pluviatile dalla cisterna. + +Dall’atrio si entrava nel _tablinum_, ov’erano gli archivi della +famiglia. E nel _triclinium_, stanza due volte più lunga che larga, +ricca di pitture; di colonne variopinte; di mosaici litostrati; di +statue dorate sopportanti lampade per la notte; di letti triclinari +di bronzo, a meandri di argento incrostato nel metallo, e coperti di +soffici cuscini di piume, chiusi in una stoffa di lana a ricami d’oro. +Eravi pure l’_abacus_, mobile di bronzo, situato presso la parete +centrale, in faccia ai triclini, sui quali i Pompeiani si sdraiavano +a metà nel banchettare, appoggiando il corpo sul gomito sinistro. +L’abaco, nei giorni di festino, sopportava vasi preziosi di vetro e di +argento, adorni di rilievi col nome del padrone e colla cifra del peso; +non che patere e coppe di cristallo, di vari colori. Il ricco mobile +abbellivasi di fasciature e di placche di bronzo cesellato, aventi nel +centro maschere sceniche rilievate di argento; e sopra, statuette di +rinomati artefici greci. + +I corridoi laterali, chiamati _fauces_, menavano alla cucina, agli +alloggiamenti degli schiavi e dei liberti, ed al piano superiore, ove +abitava la famiglia. + +In fondo dell’atrio aprivasi un portico più lungo che largo, detto +_peristylium_, che uno spesso cortinaggio di porpora riparava dai +raggi del sole e dalle intemperie. Quivi maggiore la magnificenza e la +raffinatezza del lusso. Fra ciascheduna colonna è una statua di marmo. +— Le pareti sono rivestite su tutta la loro altezza di tavole di rosso +o di giallo antico. Le colonne del portico sono di stucco, simulanti +l’oltremare, con leggerissime venature di piriti di ferro. Il pavimento +rappresenta un labirinto in mosaico, fasciato da un meandro greco. +La soffitta è divisa in compartimenti di legno col corniciame dorato. +Nel centro del porticato le cortine sollevate aprono gli sguardi sullo +xysto, giardino pieno di verzura e di fiori, che ha pur lauri e rose +dipinti sulle sue mura, con uccelli svolazzanti o fenicopteri posati +sulle loro gambe altissime. + +Sul lato occidentale del peristilio, un corridoio — avente sulla parete +di prospetto una icone pei Dei Penati — metteva a diritta nelle due +camere del bagno, ed a sinistra nello appartamento delle donne, ove +queste abitualmente si tengono durante il giorno per lavorare o per +ricevere le loro amiche. Coteste sale si addimandavano _æci_, e sono +dipinte a bizzarra architettura, con quadri rappresentanti Lucrezia +che fila, e Penelope che tesse, ed Achille con Deidamia, e Venere +nascente dalle spume marine, e Diana cacciatrice, tra uno zoccolo di +fondo nero con busti di donne a coda di delfini, o di uomini terminanti +con ornati capricciosi; ed un fregio di fondo pur nero, su cui sono +fogliami sviluppati in volute con fiori, dal cui calice esce tutta +la parte anteriore di un leone, di un orso, di un elefante. Mediante +una scala di legno si saliva ad un piano superiore, ove solevasi +intrattenere i bambini colle loro nudrici. Sul lato della casa era una +stanzuccia con armadi contenenti i papiri. — Su quello della strada, +il muro sopportava un terrazzo pensile, detto _solarium_, lungo quanto +l’_æcus_, con larghe finestre guernite di vetri, per garanzia del +freddo invernale, e di tele trasparenti per velare il sole di estate. + +Sul piano terreno dell’atrio, come su quello soprano, aprivansi le +_cubicula_, stanze da dormire, più o meno adorne, secondo le persone +cui erano destinate; e sull’angolo, nello incavo praticato nella parete +dalla parte del capo, posava il piccolo letto di _citrum_, specie +di cipresso salvatico di Mauritania, di soave odor resinoso, o di +terebinto, o di ebano, o di noce, o di quercia, i più ricchi sostenuti +da piedi di bronzo e gli altri di ferro. I cuscini erano di piume di +cigno, o di lana, ed avevano superiormente coperte di grosso panno o di +pelli di talpa ricucite. + +Dimore simili a questa di Bleso per vastità, per eleganza, per +magnificenza erano molte nella città di Pompei. Quella di Olconio +Prisco. Quella di Pansa. Quella di Sallustio. Quella di Cornelio +Rufo. Quella di Aulo Allazio. Quella suburbana di Tullio Cicerone, e +del ricco negoziante greco Agatocles. Quella di Mevio Apulo, ov’era +il fauno danzante in mezzo allo impluvio ed il celebre mosaico +rappresentante la battaglia di Alessandro il Macedone contro Dario +persiano. — Ognuna di esse è spaziosa quanto il podere solcato dallo +aratro di Cincinnato. E la casa del console Valerio Poplicola — il +quale s’ebbe tal soprannome dal popolo, perchè dopo la cacciata dei +re tolse le scuri dai fasci dei littori, ed i medesimi fasci di verghe +faceva deporre ai piedi della plebe allorchè si aprivano le assemblee +— poteva comodamente essere edificata entro lo impluvio pur dianzi +descritto. E la dimora di quel Catone — che non meno illustrò Utica +colla sua morte, che Roma per la sua nascita — era esigua quanto i +bisogni che quel savio si permetteva. — Cotesti esempi risplendevano +in antico. L’aquila romana non aveva spinto ancora il suo volo +glorioso su tutte le contrade dell’universo. Il Senato non accolto +i re supplichevoli sulla porta del Campidoglio. Nè i generali della +Repubblica distribuito i regni ai loro clienti. — Nei remoti tempi la +riputazione della virtù imponeva un sacro rispetto alla piccola dimora +di un grande cittadino. Nei tempi di cui discorro, il lusso della casa +dava fama al padrone, e si era riveriti per la fastosa ospitalità, per +la magnificenza degli arredi, pei sontuosi triclini, per le colonne dei +cortili, per le pitture delle camere, e pei marmi preziosi e rari che +coprivano le pareti ed i pavimenti. + +Pacuvio Bleso era un uomo in sui quarant’anni. Un giorno, preso dalla +malinconia, decise di ammogliarsi. — Diede allora un vale alle gioiose +e procaccevoli avventure, e si sacrò intero ad Aquilia, donna dallo +spirito fecondo e svariato. Era della famiglia Rufa, e nel vederla +ciascuno diceva: «Io la preferisco ad ogni bella.» La sua persona era +il velo trasparente di un’anima pura e soave. Buona cogl’inferiori, +benevola cogli eguali, le sue amiche non l’avevano mai disertata, +come colei che non sapeva urtare nelle individuali vanità, causa di +veri dolori nelle donnesche coscienze. Se nelle intimità avvenivano +involontari disgusti, un suo sorriso, un suo sguardo, una parola +gentile toglieva il peso da ogni cuore e diradava ogni nube. + +In quella sera una dolce armonia, un cinguettìo di voci, una splendida +illuminazione escivano dal peristilio, le cui cortine erano aperte dal +lato del giardino giuncato di fiori. L’allegra brigata erasi aggruppata +e disposta con leggi intelligenti. Numilla, figliuola di Osculo, aveva +nel disegno e nella espressione dei suoi lineamenti, quel tipo di greca +bellezza, che le statue a noi tramandarono. Il naso formante una linea +colla sua fronte; gli occhi che aprivano sotto i lunghi cigli neri le +loro profondità di colore azzurro; il collo svelto, l’aitante persona, +le tornite proporzioni palesate dalle graziose muovenze delle membra, +facevano di lei la più avvenente fanciulla che fosse nella Colonia. +Il padre suo, facoltoso, augure e da poco assunto al sacerdozio, +l’amava quanto le sue pupille ed intendeva maritarla ad un cavaliere +romano nell’Urbe. Domna, la figliuola di Agatocles e di Ulissia, +abitanti nel sobborgo Felice, era del festoso ritrovo. La giovanetta, +bruna di carnagione, un po’ paffutella, e soltanto leggiadra per la +sua freschezza. Eravi Arrunzia, moglie del questore Vinicio Oveo. +Sedeva a lei da presso Charmis, il famigerato medico di Massilia dei +Focesi, il quale le parlava in greco, non dovendo un distinto della +sua professione parlare altra lingua, quantunque sapesse che la sua +interlocutrice fosse romana ed ignara. Stranezza della moda, la quale +costringeva ad aver fede in uomini ed in cose — costosi ambedue — e +per sopra ciò inintelligibili! Nè vi mancava una delle migliori amiche +di Aquilia, la innocente, la buona Lollia Valeria, un flore profumato +dalla virtù. Non era bella, ma aggradevole. La bocca grande, le +labbra grosse. I denti regolari, bianchissimi. Lo sguardo attraente, +inesprimibile a traverso la frangia dei suoi lunghi cigli. Avea sedici +anni quando la doventò sposa ad Anneo Nella Ceriale, uom grave, duro +e romanamente marito. Laonde s’ella sentiva il sole nella testa, negli +occhi, nel cuore, egli il freddo calcolo, le ambizioni municipali e i +momentanei capricci. — Erano corse dicerie su cotesta disparata unione. +Gli è che un giorno la giovanetta si avvide che la sua grazia, l’olezzo +dell’anima sua, i cantici affettuosi della sua mente erano accolti con +svagato sorriso e non assaporati. La povera delusa pianse, si nascose +e disperata chiedeva la morte. Ma una situazione nuova venne d’un +tratto a sorreggere la idealità del primo istante delle sue nozze. Un +pegno doloroso, gradito potea consolarla e riallacciare i legami che +la sua dignità di donna offesa le aveva fatto rompere e che stimava +rotti per sempre. Già Pollutia, di L. Cornelio Orfito, era passata col +vagabondo suo cuore ad altre ebbrezze. Nella solitudine di una valle +presso Sorrentum erale nata Flavilla, lo anello di unione tra lei e il +divagato Ceriale. La emozione nuova e nervosa aveva vinto lo egoista. +Lollia, augurandosi una trasformazione duratura per lo avvenire, +consentì a riedere in Pompei. E mostrandosi pubblicamente lieta, i +pettegolezzi stanchi si erano acquetati per lo alimento esaurito. + +La giovane Corista suonava per intanto l’arpa nello xysto, sposando +la vibrazione delle corde all’armonia della voce. Essa cantava un +inno all’Amore, nello idioma natìo; e la musica, e il dolce accento, +e la inflessione vocale, tradendo lo ardore secreto dell’anima sua, +innondava di delizio quel luogo, sino a rapire il pensiero e a deporlo +incantevolmente nelle valli amene della Tessaglia, e nei sacri boschi +di mirti e di aranci in Pafo. Pochi, e ad intervalli, badavano alla +bella schiava. La quale parea cantasse per proprio diletto, e lasciava +correre agili dita sulle corde, come avrebbe fatto correre i piedi +sur un prato verdeggiante. Più degli altri Numilla — allorchè nessuno +la interrogava — sembrava viaggiasse cogli occhi nelle regioni ideali +dell’armonia. Essa piacevasi di quest’arte che già s’insegnava come +complemento di accurata educazione, da che Silla avevala nobilitata in +Roma collo esercizio del canto. + +La immaginazione, prigioniera delle altrui volontà — appena sente +chiasso e tumulto — rivoluzionaria d’istinto — riprende la sua +indipendenza e il suo isolamento, si seppellisce nei propri capricci, +vola sulle ali dorate di un sogno, o si raccoglie in un pensiero +delizioso; e i suoi accenti ricordano i luoghi secreti e cari ove si +è vissuto la vita di un affetto, ed aprono allo sguardo dell’anima le +raggianti dimore che la lusinghiera speranza apparecchia dopo il sonno +della materia. — La bellissima pompeiana era in mezzo a fantasmi tristi +e graziosi evocati dal proprio cuore, e il suo sguardo fisso e profondo +or volgevasi alla schiava gentile, or alla padrona del luogo. La quale, +leggendo nel pensiero quello che le labbra non ancora dicevano, si +curvò verso di lei, le prese amorosamente la mano e le disse: + +— Numilla, la sorte della misera schiava è un errore del fato. Hai +ragione. Convien ripararlo. La delicatezza dei tuoi sentimenti +l’ha fatta libera. — Corista, fletti il ginocchio dinanzi alla +tua liberatrice ed amala come sempre mi amasti, o povera figlia di +Corinto. — + +La nobile giovanetta — nello udire così delicatamente tradotto il suo +secreto pensiero — sentì più profondo il fuoco di quel sentimento in +cui bruciano le anime martirizzate dalla sventura, e pianse. E più fu +commossa nel sentir lacrime e baci bagnar le sue mani. Era la bella +greca ch’erasi gittata alle sue ginocchia e spandeva a riprese le +sue carezze or sulla padrona or sulla sua amica, ripetendo nelle due +lingue: + +— _Libertas!_ Ἐλευθερία! _Libertas!_ Ἐλευθερία! — + +Quindi, levandosi e volgendo la testa indietro, incrociava le mani sul +petto ansimante e diceva: + +— O Dei della mia patria! Quante felicità in un sol giorno! — + +Gli astanti furono più o meno scossi di quella scena a seconda dei loro +caratteri. Charmis però più di tutti, malgrado le abitudini austere +della sua educazione, che gl’imponevano le reticenze del cuore. Laonde, +appressatosi alla signora del luogo, aggiunse alle parole degli altri — +ch’erano meglio frasi che sentimenti: + +— Grazie per lei, per tutti, per me alla grande generosità del tuo +nobile atto. — + +In fra tanto che tali emozioni accadevano nello interno, eranvene e +di più vive anche al di fuori. Olympio, in preda a quei pensieri che +indìano un’anima — ed in particolar modo quella di un artista — era +appoggiato colle spalle ad un muro rimpetto ed avea fra le dita una +rosa, la immagine apparente della persona amata. Si tolse dal capo una +corona contesta di erbe odorose e di fiori di granato, l’appese con un +chiodo presso la porta della casa di Pacuvio e tratto uno stile, graffì +queste parole sullo intonaco: + +— Corista. — _Vale, mea sava. — Fac me ames._ — + +Indi si allontanò. — E sentì nel suo petto quelle cose viventi, sublimi +e sacre ai cuori che le racchiudono — e troppo spesso vacue, ridicole +e misere alle menti profane, verso le quali sono trasportate dal giuoco +indiscreto del fato. + +Aveva scambiato pochi passi, quando sentì dietro di sè un confuso +rumore di voci. — Si volse e vide una luce rossastra sul tetto della +casa pur dianzi lasciata. E l’_ostiarius_ suonare una campana ed +urlare: + +— Il fuoco! Il fuoco! Chi passa ne avverta la coorte! Sia prevenuto il +prefetto dei vigili! È la casa di Bleso che brucia! — + +Olympio corse anch’egli gridando a tutta gola come un forsennato. — +Quanti incontrava erano presi dalla stessa smania. — Ed ecco accorrere +dal posto vicino alle Terme una frotta di affrancati, condotti dai +loro tribuni. — Avevano nelle mani i _pubblici siphi_; le scale; le +secchie; le spugne e gli stracci legati sulla estremità di lunghe +aste; le accette e i graffi di ferro annodati sulle punte di grosse +corde. Cotesta gente penetrò nella casa alla rinfusa con Olympio. — +Lo incendio, sorto nella cucina, lambiva colle sue lingue di fiamma +la soffitta dell’_œcus_. — Le donne e i fanciulli piangevano. — Gli +schiavi domestici — invece di occuparsi di quel sinistro — usavano le +scuri per abbattere gli usci che racchiudevano le provviste. — Olmasio +— il _tricliniarcha_ fedele già affrancato dal suo padrone per la sua +virtù — armato di un nerbo di bue, faceva piovere una grandine di colpi +sulle braccia e sulle teste di quei ribaldi e di altri ancora venuti +di fuori per profittare di quel disordine ed esercitare impunemente le +loro rapine. Le grida di dolore, le cose cadute, lo agitarsi confuso +di chi fuggiva impicciavano potentemente i soccorsi e gl’intelligenti +lavori comandati dai tribuni. — Ma il prefetto dei vigili, Martorio +Primo, architetto della città, e lo edile Q. Postumio Proco, accorsi +cogli operai, coi _saccarii_ — i facchini da grano — e coi propri +liberti, spensero ben presto il focolare dello incendio, senza aver +bisogno di abbattere il terrazzo pensile ed una casuccia vicina — come +altri già proponeva — a fine d’impedire che il flagello si distendesse +più oltre nella città. + +Olympio, penetrando cogli altri nella casa minacciata, corse per +le stanze come un limiero per togliere dal pericolo la fanciulla +che amava. E la trova tra le braccia di Cillica — la figliuola del +tricliniarca — ambedue impaurite e bianche, quasi statue di marmo. — Il +riflesso della fiamma parea coronasse di un’aureola raggiante le loro +capigliature. + +— Vieni! Salvati, Corista. — + +E la prese per mano. — E la condusse verso la strada. — E sì dolce era +la scambievole loro emozione, che camminarono, egli senza dir altro, +essa senza rendersi conto di quel che faceva. — Colà giunti: + +— Vedi, o amore, quello che avea graffito per te. — + +Al lume delle vampe essa lesse, si strinse al petto dell’amico del cuor +suo e mormorò nella vertigine dei sentimenti diversi: + +— Io sono liberta... La buona padrona,... ed una giovane, bella come +Venere pudica,.... cancellarono con atto generoso i destini della mia +vita. + +— Oh! I Giunoni sieno ad esse propizi. E i Geni allontanino ogni +disastro dalla casa di Bleso. — Correndo in cerca di te, vidi il danno +non grave. Il fuoco sarà presto spento. Non così quello che mi brucia +il sangue di un amore impetuoso, esclusivo, che ha preso possesso di +tutto me stesso. — + +Anch’ella ardeva di quella fiamma. Ma non lasciò fuggire una sola +gocciola della lava che bolliva nel suo cervello. — Era stata molto +infelice. — La emozione nel sentirsi restituita d’un tratto la vita +dell’anima e la vita del cuore, che la crudeltà dei parenti le aveva +niegato, la soffocava. Grosse lacrime le sgorgavano dagli occhi e le +bagnavano il viso. — E l’altro: + +— Celeste creatura! — Musa dell’arte mia! — Nati di uno stesso sangue, +l’altrui pietà fece eguali le nostre condizioni. — Come te io sentiva +il vuoto nei luoghi profondi. Come te or li sento colmati da un +sentimento che nega il patto allo spazio. — Consenti tu a chiamarmi... +fratello? — + +La giovanetta lo guardò fiso, gli fe’ cerchio colle sue braccia e, +soffusa di subito rossore, balbettò con voce lenta e indistinta: + +— Sposo mio!... — + +Lo amante, coll’anima innondata di gioia, prese colle due mani il +capo, ch’essa aveva nascosto sul petto di lui, e lo cuoprì di un bacio +di fuoco. Le vere nozze — quelle dell’anima, cui Dio assiste — erano +compiute. Il rituale della legge al domani. + +Olympio e Corista si separarono. + +La signora della casa e le persone ch’erano venute la sera per +visitarla, accompagnarono questa presso una famiglia amica. Lungo la +via, lamentando lo accaduto ed offrendo consolazioni, ognuno stringeva +sotto la tunica un arnese di argento o di avorio, atto ad allontanare +il fascino ed a distruggerlo. + +Intanto Pacuvio, oltre i pensieri che lo tenevano inquieto, e gli +ordini che dava ai suoi servi per lo sgombero delle suppellettili +dalle camere minacciate, aveva il sopracapo di vedersi attorniato +dai proprietari delle case vicine, i quali erano corsi a computarne +il prezzo con lui nel caso che le fossero incendiate. E due vecchi +liberti, arricchiti dalle usure — Cancer e Toctucio — ne addoppiavano +lo esagerato valore, per poi trarne il loro pro, comperando di proprio, +o dividendo coi padroni il grande lucro che avevan saputo ritrarne, +mercè loro, dall’altrui sventura. — Cotesta iniqua speculazione era +stata inventata di corto da Crasso, il censore, lo amico di Bruto +e di Cicerone, che pur dicevasi amico alla libertà e alle antiche +instituzioni della gloriosa Repubblica Romana. + +Erasi fatta l’ora del _conticinium_. Laonde, ai tanti rumori confusi +e a quel grido disordinato che aveva empito l’aere sino a quel +punto, avrebbe dovuto succedere un po’ di silenzio. Ma in una città +meridionale lo strepito notturno affievolisce; si tace in qualche +strada; pure onninamente non cessa. — In una storta viuzza, le cui case +avevano sull’uscio lanterne di terra cotta di forme bizzarre, erano +donne assise, o sghignazzanti in piedi e bisticciandosi a proposito +di nulla, poco vestite da un leggero velo di Coa, e qualcuna anche +sdegnosa di quello incomodo velo. — Erano le sentinelle avanzate della +Venere Pompeiana. — Continuando più in giù, traversata la strada +della fontana, il cui bacino è arrotondato, presso una _cauponula_ +— locanda di poca importanza — era un soldato allor allor arrivato +dall’Urbe, il quale cercava di metter pace fra tre male femmine che +coi capelli discinti, e gli occhi sbarrati, e le voci alte e roche +se lo disputavano a vicenda con graffi e villane ingiurie. — Vibio +Restituto, che aveva fatto lungo cammino e intendeva riposarsi e — +dalla iscrizione lasciata sulla parete della camera dove dormì, — +pareva preso di fedeltà per la urbana sua, perduta la pazienza, disse a +Clodio — commilite e compagno di viaggio che erasi tratto in disparte — +una breve parola. Lo effetto fu prodigioso. Una secchia d’acqua versata +su quelle furie le rese chete d’un tratto e lontane. + +Nelle vie vicine erano ubbriachi che misuravano il selciato coi loro +piedi vacillanti, e si appoggiavano sur un bastone resinoso già spento, +o colle mani aperte, sui muri. — Uno diceva: + +— _Ego monere te possum, Miccio. Corrigere non possum._ — Quante volte +dissi allo stomaco: — Per Ercole! Finirai per bruciarmelo il povero +cervello!... E come ho a reggere io che sono _tractator_ nelle Terme +al calore del _sudatorium_, massando e frizionando i bagnanti? Ahimè di +me! — + +— Ohe! Miccio. — E di che gracidi? Veramente non è cotesta la tua +strada... _Nemo flammis ustus amare potest._ — + +Un altro, urtando in una di quelle pietre ovali — ponti di passaggio +nei grandi rovesci di pioggia — diè una capata solenne sul sasso. — +Alcuni mossero ad aiutarlo; chè il vino fa caritatevole e pietoso il +cuore. — Ma più si provavano a rialzar quel tapino, grondante sangue +dalla fronte rotta e dal naso pesto, e più il ricacciavano per le +terre, cadendovi tutti insieme. + +— Ah! _Venus scratia!_ Credeva di aver afferrato il tuo crine biondo... +Ed urtai nel martello della porta del tempio. — Indietro, o beoni... +Lasciatemi tranquillo con lei. — + +Non lungi di quella strada cessava il frastuono delle voci lamentevoli +ed irose. Due, sommessi parlavano. — Una vecchia ed un giovane. + +— Di’, sei tu quello che ha graffito sul muro il monito della Iddia +pompeiana? + +— Fui. + +— _Odisti tu nigras puellas?_ + +— Mai no. Io le amerò sempre. + +— Tiche ebbe pietà dei tuoi ardori. — Va sotto il _solarium_. — +Chiama a nome la mia padrona ed essa ti scenderà con un filo la chiave +dell’uscio. — Gli Dei ti sieno propizi! — + +Il giovane accorse desioso. — Guardò in alto sul terrazzo sporgente. Un +lume pallido e poi più acceso illuminò i vetri. — Egli mormorò il nome +della donna bruna e salace che da parecchi giorni seguiva per tutto. — +La finestra si aprì. — La chiave discese. Aiutandosi col dito, trovò la +toppa. — Diè due giri e una spinta... + +Un molosso senza abbaiare lo addenta e, agitando la testa, gli straccia +la tunica, l’afferra e la straccia ancora e lo tiene. Un vecchio aizza +il cane colla voce e con un bastone trebbia il mal capitato. Il quale +grida, e prega e fa sforzi violenti per fuggire. Ma il cane lo azzanna +per un piede. — Il marito geloso picchia come sopra un sacco di lana. — +E Tiche di sopra sorride. Perciocchè, egli avesse graffito sul muro le +seguenti parole: + + _Candida me docuit nigras odisse puellas._ + _Oderis, sed iteras. Ego non invitus amabo._ + _Scripsit Venus physica pompeiana._ + +Quando quei crudeli lo abbandonarono, lo scalzo di un piede e +zoppicante, corse verso la crocevia dalla fontana colla testa +di Giunone. Più in giù, alcuni ch’erano fermi dinanzi una casa +dell’angolo, udendolo lamentarsi, gliene chiesero la cagione. +— Il misero giovane — che aveva nome Virgula ed era padrone del +_mycopolium_, nella via di Mercurio, ove vendeva gli aromi in uso pei +sacrifici e pei funerali — stava per rispondere forse una menzogna, +quando vide escire dal prossimo usciolino alcune donne curiose dei +fatti suoi, imbellettate, vestite di toga maschile ed aventi sul capo +tosato una _picta mitra_. — Ebbe orrore del luogo e della compagnia +che il duro fato gli avea procacciato. Quantunque fosse pesto e ferito +in più parti della persona, rifiutò le offerte d’idromele e di vino +caldo da Svezzio, — quegli che aveva restituito lo albergo dello +Elefante. — E partì, appoggiandosi al braccio di Phœbo, unguentario di +sua conoscenza e cliente assiduo di quei luoghi, il quale lo avrebbe +accompagnato a casa, non lungi dalla propria. + +L’ora del _concubitum_ — che i nostri padri chiamavano anche +_intempestum_, per indicare che il sonno fa intempestiva ogni +occupazione — era l’ora di veglia involontaria per alcuni uomini +destinati a fabbricare il pane ed a cuocerlo per la comodità dei +cittadini. Cotesti infelici obbligati al lavoro durante la notte, non +avevano intero il giorno feriale mai. Abbrutiti dallo eccesso del loro +còmpito, e dalla miseria; — coperti di cenci e lividi di frustate; — +colle pupille sanguigne dalla veglia e dal fumo del forno; — piccoli, +magri e rasi nel capo perchè i capelli non cadessero nelle impastate +farine; — pallidi e fatti anche più pallidi dalla farina di cui erano +coperti, parevano meglio spettri che uomini vivi. — E siccome per lo +più erano schiavi fuggitivi — e ne avevano il marchio di fuoco sulla +fronte — il padrone gli facea lavorare coi piedi chiusi da anelli di +ferro riuniti da breve catena. + +Nelle _pistrinæ_ — così chiamate perchè sino all’anno 580 di Roma ogni +famiglia pestava il grano nei mortai in casa, e le donne fabbricavano +il pane — v’erano le _molæ jumentariæ_ e le _molæ manuariæ_ — cioè +— molini girati dalle bestie o dagli uomini. Nell’isola di Sardegna +sono in uso anche oggidì come ai tempi di cui queste carte. — Nel +centro di un atrio tetrastile, a giusta distanza, erano grosse pietre +cilindriche, simili a coni tronchi, riunite nella parte più stretta. +— Le pietre, porose e di colore grigio-nerastro, riposavano su una +breve base circolare. — La parte del cono fissa addimandavasi _meta +molendaria_ ed era congiunta alla base. La parte mobile del cono +superiore, detta _catillus_, aveva un’armatura di legno fissa presso +lo addentellato libero nella pietra; ed era congegnata in modo, da +sostenere il catillo e da farlo girare, dando al grano il passaggio +graduato per macinarlo, e far cadere la farina nel bacino circolare. +La quale era divisa nelle sue qualità da stacci di crine di cavallo di +varia finezza. — In una camera erano tavole orlate di pietra, ove si +amalgamava la pasta col lievito salato, che aveva il peso di ettogrammi +2.17 per ogni _modius_ di farina. + +A diritta delle macine trovavasi il forno. Sotto, il cinerario. — +A lato, un’anfora spezzata, contenente il buono da impolverare la +pala, perchè infornando, il pane non vi si attaccasse. — Sopra l’arco +della bocca, fatto di mattoni, solevasene porre uno come chiave, +rappresentante un _phallus_; e spesso vi ponevano la iscrizione, _Hic +habitat felicitas_. — Presso una parete laterale dell’atrio aprivasi +un pozzo. — E siccome l’uomo fu, è, e sarà sempre un ente pieno +di stupidezze, di pregiudizi e di strane paure, consigliato dagli +interessati sacerdoti, il panettiere riconobbe nella deessa _Fornax_ la +patrona del suo mestiere. E le fece un altarino sul muro e le offerì +pane di fior fiore, acquatico, partico e picentino col mezzo dei suoi +ministri impostori e scrocconi, i quali lo mangiavamo per lei. + +Quei miseri operai, cospersi di sudore, noiati dalle mosche, resi quasi +ciechi dal fumo, estenuati dalla fatica, emunti dai sacerdoti, erano di +notte assediati dal rifiuto dei trivi che lor vendeva lo amore per un +pugno di grano. — Gli è perciò che quelle donne erano distinte col nome +dispregevole di _alicariæ_. — Eppure! Quanti miseri schiavi saranno +stati debitori a quelle derelitte creature di un obblìo ben fuggevole! +Il quale, spegnendo per poco il tarlo della disperazione, dava loro la +forza di traversare gli spazi immensi sulle ali che il solo amore — o +ciò che a lui più somiglia — sa aggiungere! + +Molte strade eransi fatte deserte. Non tutte. — Tratto tratto udivasi +sul selciato il rumore dei sandali col tallone ferrato di qualcuno +che passava. — Erano i _popes_, i sacrificatori vittimari, — altra +emanazione del sacerdozio — i quali andavano di celato a vendere ai +tavernai la parte dei buoi e dei montoni, offerti dai credenti agli +altari dei Numi, ch’erano di troppo pel triclinio del tempio. — Onde +quei luoghi si chiamavano _popinæ_ ed erano le botteghe di ristoro dei +villici e degli artigiani ordinari durante il giorno; e dei gladiatori, +dei soldati e degli schiavi lungo la notte. — Oltre le carni cotte vi +si vendevano lupini ravvivati nell’acqua salata; fave con cipolle e +lardo; ceci fritti; cavoli crudi a fette, conditi coll’aceto; polenta; +salcicce con aglio. — Tutte cose masticabili con pane di farina d’orzo +e di frumento detto _panis plebeius_. Un pranzo od una cena costava due +assi — dodici centesimi della nostra moneta. — Gli alimenti cuocevan +sempre ed in pubblico. — I banchi che sostenevano i fornelli — sui +quali erano incastrate tre pignatte di terra — vedonsi anche oggi +rivestiti di marmi di varia specie e colore. Sulla loro estremità è +un piccolo gradino che serviva ad esporre i commestibili e a tenervi i +vasi e le coppe. Una tavola di pietra, sulla quale si spezzavano o si +dividevano le porzioni, aveva i pesi ed una bilancia. Il padrone del +luogo era spesso un _lanista_ invecchiato o imbozzito, e perciò non più +adatto ai giuochi gladiatorii. Laonde selvaggio, brutale, vestito di +un _subligaculum_ — mutande di tela — o di una tunica lacera e sporca. +Una donna — detta _focaria_ — facea la cucina. Ed un’altra serviva gli +ospiti, sovente ladri, assassini, beccamorti e schiavi fuggiti dai loro +padroni. + +Quella che forma l’angolo sulla via e sul vicolo di Mercurio era la +più frequentata, perchè essendo presso il Foro e la dimora dei ricchi, +chiamava a sè facilmente i servi che li trasportavano in lettiga e li +accompagnavano con lanterne alle loro orgie e li andavano a riprendere +all’alba ubriachi. Nel fondo della taverna sono due porte che danno +accesso alle stanze di ristoro. Grossolane pitture bruttano le pareti. +Alcune presentano oscenità. Un quadro accenna a due uomini che traggono +il vino da un grande otre di pelle che è sopra un carro a quattro +ruote, da cui sono stati sciolti i due muli. Uno mesce a un soldato; e +sotto è graffita la iscrizione seguente: _Da fridam pusillum_ — cioè +— dammi un po’ d’acqua fredda. — Altri giuocano ai dadi e cioncano. +— Altri ancora mangiano presso un desco con due sciupate, il capo +coperto dal _cucullus_, cappuccio soprapposto alla loro mitra. Festoni +di salcicce e di frutti sono sospesi al soffitto di quel dipinto +triclinio. + +Tali le decorazioni del luogo. Tale la immonda brigata. — Un beccaio +provavasi a rilevare un sacerdote di Cibele caduto sopra i suoi +cembali produttivi. — Per poco in piedi. Poi per le terre ambedue. +— Un gladiatore mostra le nervose sue membra e brinda a Bacco che il +rese forte e invincibile nei ludi; e promette, nei prossimi, di ferire +Tigris, il numida, e mozzargli il capo, quantunque sia un buon compagno +e l’arteria del suo cuore. — La serva del luogo depone un _crater_ +sulla tavola e col _cyathus_ misura il vino che mesce nei _majores +calices_. — Il feroce l’afferra per la vita, e con un ruggito gioviale +la bacia sulla gota. La vipera si volge e gli dà un potente ceffone che +fece ridere gli avvinazzati. + +— Brava, Saïs. — Giù, un altro! — Tu puoi sbarbarmi, strapparmi i +capelli e mi piacerà per lo amore dei tuoi begli occhi. — Tò; un altro +bacio! + +— E a te un’altra labbrata, Scilex. + +— Ah! così?... Ebbene! All’ammenda! Ti coricherai bruco e ti leverai +crisalide. — Miracolo di Marte! — + +E il membruto la tolse di peso, quantunque la si dimenasse, e la portò +in un’altra stanza. — Nessuno badò alle sue grida. — Sopraggiungono +due donne. — Una suona una specie di flauto a due canne, detto +_sarranae_. — L’altra accompagna colle naccare i passi di una danza +lasciva. La truppa servile si leva, e salta e canta una turpe canzone. +Il prete di Cibele — pestato in un piede — si alza sonnacchioso, +raccatta i cembali, si contorce e sgambetta cogli altri. Al rumore, +tre che passavano per la via, entrano. Sono Tigris, Cappadox e Syro, +accoltellanti. — Escono dalla stanza Saïs e Scilex. — La femmina offesa +giammai perdona. — Ond’essa, a vendetta, rivela allo amante numida le +millanterie del compagno. Un subito rossore infiamma la fronte dello +insultato. Era un gigante, bruno di carnagione e dagli occhi di iena. +Si morse il labbro inferiore, e col pugno teso: + +— Cane rognoso! Mi rubi lo amore e vuoi anche la vita? O Romano, prendi +or cotesto dal figliuol del deserto! — + +Il pugno distesogli sul petto fece traballare il gladiatore avvinato. +Dalla parete che lo avea sostenuto, si cacciò innanzi a capo ricurvo. — +Ma tutti gli furono addosso e il ritennero. + +— Ha insultato un libero cittadino. — Lasciatemi. — Gli anni pesano al +barbaro. — Lo manderò a Caronte, senza l’asse pel suo tragitto. + +— Qui, di piè fermo. — E non vedete che la riflessione il consiglia a +morir di vecchiaia? — + +Tulnes — il padrone della tavernaccia — scorgendo che la cosa prendeva +il mal verso, avvertì che i galli già salutavano i primi albori. — +Riscosse il prezzo del ristoro da ognuno, salvo dal sacerdote che +russava, poi che il fecero smettere dal ballo, sotto la tavola. E +mise tutti fuor dell’uscio. — Chi per una via. Chi per un’altra. — I +_lecticarii_ s’incamminarono a coppie verso le dimore, dove la sera +avevano trasportato i padroni. + +Le ore notturne di questi somigliavano a capello a quelle dei loro +schiavi. Avevano crapulato — e oscenamente cantato — e portato sulle +spalle le loro amanti — e cioncato con esse — e caduti erano privi +di forza, in poco decenti posture, sui cuscini dei triclini. — Era +un’onta della natura umana il vedere come una grande prosperità avesse +degradato quel gentil seme latino e trascinatolo allo studio raffinato +delle male e vergognose opere! + +Nell’_aphrodisium_ di C. Sallustio non udivasi che il monotono +russare dei nove briachi di vino e di vizi. — Lo schiavo incaricato di +vegliarli, tirò le cortine del triclinio e vi fe’ penetrare i chiarori +dell’alba. — Alcune lampade sui loro alti candelabri erano spente o +fumigavano. — Altre ancor mandavano una fioca luce. Il pavimento di +marmo e di mosaico era sparso di veli cincignati, di corone di rose, +di rottami di cristallo e di anfore e di larghe macchie di cecubo. La +_comissatio_ era stata copiosa. + +Herma spinse col labbro inferiore il soprano in atto di chi dispregia. +— Crollò il capo e poi disse: + +— Oh!.... Ecco i padroni del mondo.... Povera patria mia!.... _Dî vos +eradicent!_ — + + + + +VENVS PHYSICA. + +SCENE DEL CUORE. + +=Anni di Roma 826 — Anni del Cristo 73.= + + + A ME. + + IX. + + +Sulla via Domizia, in faccia alla dimora del _chirurgus_ Hemos, +reputato per le sue operazioni conservatrici, sedeva una casa +fabbricata sulle antiche mura della città, le quali per decreto dei +decurioni erano state concedute ai mercatanti greci e di altre nazioni +per rizzarvi fondachi a terrazzo in faccia al grande canale del +Sarno, e su di essi le dimore per le loro famiglie. — Il popolo del +vecchio Latium, ed in progresso i popoli che, confederati o domati, +combatterono e conquistarono per lui, consumavano, non producevano. Il +bronzo, l’argento e l’oro carpiti ai vinti, mercè il formidabile pilo, +servivano al ricambio dell’avorio, dell’ambra, delle tazze di vetro, +della porpora, delle pietre incise, delle perle, delle vesti di lana +finissima e di seta, delle belle schiave, dei vaghi e procaccevoli +cinedi, dei piaceri offerti dai cuochi, dai mimi, dai gladiatori, dai +citaristi e dei conforti prestati dagli astrologi, dai sacerdoti e +da altri consimili ciurmatori. Il Quirite si fece aggressore per non +essere conquistato. Educato ed educante alla forza del corpo ed alla +vigoria dell’animo, dichiarò sino dai primi tempi il lavoro essere +faccenda da prigionieri e da schiavi; e sola, unica professione degna +dell’uomo libero macinare il grano e maciullare gli uomini. Fido alla +origine, elevò templi a Giove ladro — _Jovi prædatori_. — In Etruria +fecero spade e lance cogli assi di bronzo, fecero calce colle statue di +marmo. In Capua, in Cuma, in Poseidonia arsero gli artistici monumenti. +In Tarentum, in Syracosion, in Corinthum quei ruvidi soldati giuocavano +ai dadi sui dipinti dei grandi maestri. E quando i signori dell’Urbe +cominciarono a riflettere che le statue e le opere di pennello della +Magna-Grecia valevano ben qualche cosa, Lucio Mummio, uno dei loro +tribuni di militi, disse al nauta incaricato di trasportare per mare +quei capi d’opera a Roma. + +— Bada. Se tu gli affondi, e tu gli rimpiazzi. — + +I Romani di quei tempi avevano per calendario un chiodo che +martellavano ogni anno con pompa religiosa sul muro del tempio di +Giove nei primordi del settembre. Il giorno avea tre periodi. Una +libra di bronzo fusa in una forma grossolana bastava ai bisogni della +loro civiltà. La industria era affidata agli schiavi, e persino i +poeti escivano da quella classe disprezzata e reietta. — Tetragoni +sui campi di battaglia, sentivano un orrore istintivo pel mare e +l’arsione delle navi era la prima condizione di pace coi vinti. Anche +Ottaviano-Augusto, quantunque avesse vinto in Actium, confessava di +avere uno spavento invincibile dell’acqua. Un editto contemporaneo alle +prime lotte colla rivale Cartagine diceva quel popolo di mercatanti +pria vinti e poi schiavi. I Romani non si sarebbero mai abbassati al +mestiere dei vili e dei menzogneri. + +Or il commercio così disonorato dai vincitori e le inutilità dei +forti cuori divenute primo bisogno della vita civile, trassero la navi +cariche dalle sponde lontane, e su di esse i trafficanti e gli artisti. +I quali, ricomprata coi risparmi e colle usure la propria libertà, e +arricchitisi ben presto, dall’Urbe si sparsero, dovunque le opportunità +ed i facili guadagni gli richiamassero. Ne vennero anche presso la +nostra gente in Pompei, dove i Sanniti e i Romani, per uno spirito +di ripugnanza alle idee d’ordine e di pacifiche imprese, fattisi i +pensionari del mondo, mai supponevano che l’oro sì facile a spendersi +finirebbe per non più riprodursi. + +La casa sulla via Domizia era spaziosa e dall’alto si godeva lo aspetto +di un magnifico orizzonte — il largo canale colle circolanti triremi — +e sulla pianura, lungo la bella costiera, Oplonti, Retina, Herculanum, +Tegianum, Taurania, Cosa — e sul mare Capreas, la _sellaria_ gigantesca +destinata da Tiberio alle proprie turpitudini; Prochyta, detta da +Giovenale la porta di Baiæ; Pitecusa, cui soprasta l’Epomeo, monte di +forma bizzarra, tremulo ed ignivomo un tempo, in voce di schiacciare +col suo peso il titano Tifeo. + +L’atrio, coperto da una larga tettoia rettangola, circondava il +_compluvium_, a lato del quale era un _puteal_, scannellato, di pietra +calcarea. Le pareti allo intorno si abbellivano di pitture — una +cicogna passeggiante tra le ninfee di uno stagno — una nave di cui i +nauti ammainavano le vele — un prato con lepri saltellanti — un poeta +che legge versi ad una fanciulla, con un _locumentum_ ai piedi, ove +erano chiusi i papiri. — Cotesti dipinti erano separati da quadrucci +di maniera, grotteschi, di caricatura, detti _grylli_, eseguiti da +Peireico, messi in uso quasi generale da lui, e gli erano pagati più +cari che non le opere dei migliori artisti. + +Il pavimento era in _opus signinum_, incrostato di piccoli cubi neri +che tratto tratto, senza simetria rinserravano pezzi di marmo di tutte +forme e colori. Sur un angolo a sinistra posava inchiodata da un pernio +una cassa di legno, foderata di rame, cerchiata di ferro, guarnita di +due serrature e di numerosi ornamenti di bronzo. Nel fondo aprivasi +un _tablinum_ dal bianco musaico, dalle ricche pitture e dai due +lettucci laterali di cedro di Mauritania, coperti da cuscini di piume. +Gl’Italo-greci pingevano sulle pareti coi colori cementati coll’olio +e colla cera punica per difendere le tinte delicate dall’azione +dell’aria e della umidità. Lo encausto si usava di tre modi — al +cestro sull’avorio — colla cera colorita — colla cera liquefatta al +fuoco. — Quest’ultima maniera faceva il dipinto più durevole. I freschi +meglio pregiati si pingevano sur un intonaco chiuso entro una cornice +di legno che fissavasi sulla parete e poteva ritogliervisi quando si +voleva. I Pompeiani a cagione dei frequenti tremuoti solevano prendere +siffatta precauzione. Collocavano altrove le predilette loro dipinture +e al cessare del disastro le ricollocavano al posto. Quivi erano — +Meleagro, figliuolo del re dei Caledonii, che si accinge a dar la +caccia al cinghiale; ed Atalanta, vergine bella e fortissima, della +cui gagliardia l’altro s’innamorò, — e le nozze di Zefiro che scende +voluttuoso e si appressa alla vaghissima ed addormentata Clori, il +simbolo di tutta la vegetazione. — Dalla parte dell’atrio una spessa +stoffa di Tyro divisa in due _cortinæ_ ne chiudeva lo aspetto. Sul lato +opposto le innalzate tende davano accesso ad uno xysto quadrato con +ambulatorio allo intorno, posante sur un cripto-portico, rischiarato +al di sotto da quattro spiragli a cono che sollevavansi sull’arca tra i +pelargoni e le rose di Præneste. I giardini di tal fatta erano chiamati +_horti pensiles_. + +Cotesta casa, rispondente nelle sue varie partizioni a tutti i comodi +di un’agiata famiglia, apparteneva a Demophilo, di Rhodum, che da +dodici anni aveva fissato la sua stanza in Pompei. Numerosi erano i +suoi schiavi e spesso approdavano nel porto le sue navi cariche di +merci. Traeva dall’Africa le lane e i profumi; dalla Spagna, la cera, +il mele, i metalli; dalla Gallia, gli olii ed i vini; dalla Grecia, gli +oggetti di arte e di gusto; dalle rive del Ponto i cuoi e le pelli; +dalla Sardegna e dalla Sicilia, i grani. E tutte queste cose spediva +nelle città interne per suffragare alle abitudini dei ricchi, alle +ricerche degli effeminati, alle distribuzioni pubbliche dei magistrati +e del governo centrale del mondo, obbligato a soccorrere le miriadi dei +venturieri, dei vagabondi e delle popolazioni infingarde, abbrutite dal +dispotismo, affamate di viveri ed assetate di profumi e di spettacoli. +E quantunque Sallustio avesse detto che i Romani _pecuniam omnibus +modis vexant_, cioè, che tormentavano l’oro di ogni maniera; e Cicerone +nel suo libro dei Doveri; _Ne quidquam ingenuum potest habere officina? +Mercatura, si tenuis est, sordida putanda est; sin autem magna et +copiosa, multa undique apportans, non est admodum vituperanda. Nihil +enim proficiunt mercatores, nisi admodum mentiantur._ — cioè: — Che +può uscir di onesto da una bottega? Il commercio è sordida cosa se +tenue; è un mestiere tutto al più tollerabile se coltivato in grande, +e per approvigionare il paese. I mercatori non profittano senza molto +mentire. — Pure il nostro rodiano verecondo, caritatevole ed onesto, +coi suoi modi franchi e leali aveva inspirato la devozione nei clienti +e negl’infimi, la stima negli eguali, ed ogni maniera di onoranza nelle +genti d’imperio e nei ricchi del paese. + +E tutto questo Demophilo sapea meritare. Nato in un’isola, il suo +istinto viaggiatore e avventuroso lo aveva sospinto a slanciarsi nello +spazio schiuso dinanzi i suoi sguardi. Apparteneva a quella razza +ardita che scoprì e popolò i nuovi continenti; che disputò alle altre +nazioni i marosi del mare, come i Romani disputavano le montagne, +le pianure e le valli ai popoli che le coltivavano e non sapeano +difenderle. Da giovanetto avea navigato. E la contemplazione del vasto +orizzonte, e l’abitudine della immensità, e il perpetuo movimento +delle onde lo avevano fatto religioso, libero, intrepido, ospitaliero, +silenzioso come la solitudine, poetico come le notti, affabile come le +stelle che guidano i naviganti al porto desiderato. + +Alto della persona, di lineamenti regolari e piacenti, un poco curvo +dai pensieri e dai pericoli che aveva bravato, il suo portamento, il +breve sorriso, lo sguardo dicevano la tenerezza del cuore, la fantasia +inquieta della mente e le rassegnazioni della nobile anima sua. +Trattava colla vita come in molti casi aveva già trattato colla morte, +con una inalterabile dolcezza. Le gravi cure delle dovizie, i semplici +doveri della famiglia, lo esercizio delle severe virtù, il contatto +colla miseria che il circondava, la pratica gli avevano mangiato +a lento morso un po’ di poesia, un po’ di corriva bontà, un po’ di +grazia. Ma quello ch’era rimasto non erasi fatto lo egoismo che spesso +va a nozze colla superbia. Era meglio un sentimento melanconico, che +talvolta la gaiezza di un fanciullo derugava e la fede sanava. + +Passeggiando sotto il portico dello impluvio, chiuso nei suoi pensieri, +un uomo entra, stende la destra sulle labbra, _a facie_ — ciò che die’ +origine al verbo _adorare_ — e dice: + +— _Ave._ — + +Demophilo pone la mano sul cuore e poi offerendola al sopravenuto, +risponde: + +— Anche tu abbi il giorno lieto, C. Helvio Babinio. Quale novella a me +ti mena? Hai mercati a propormi? + +— No, amico. — Una cessione piuttosto. — Melissæa, quando tu qui +prendesti fissa dimora, aveva sette anni. Alle none di aprile ne contò +diecinove. I nostri Digesti indicano la età acconcia al matrimonio +allo uscire dalla infanzia — XIV anni pei giovani — XII anni per +le donzelle. — So che tu l’ami come la pupilla degli occhi tuoi. +So che a lei duole staccarsi dalle tue braccia, escire dalla casa +paterna. Finora, cotesta la cagione dei rifiuti. — Avranno a durar +sempre? — + +Demophilo sentì la idea sicura e rapida prendergli il cuore. Pur +dominandosi, forzò lo increscioso spettro a rientrare nell’ombra, ed +aggiunse con ansia affannosa: + +— Non io. La mia figliuola deciderà.... Quale il nome di colui che +aspira a coteste nozze? — + +— Cneo Vibio, lo edile... — Oh! non temere. I tuoi abiatici non gli +vedrai _ambigena animalia_. Nè saran detti _musimones, umbri, canes +ex venatico et gregario_, quasi fossero bastardi, o figliuoli di un +cavallo e di un’asina, o nati di un cane da caccia e di una cagna di +pecoraio. — No. — Quel magistrato ne ha scritto allo Imperatore, e gli +è giunto il permesso speciale _ne turpis maritus vixisset cum coniuge +barbara_. E a te procacciava il decreto che ti accorda il diritto di +cittadino romano. + +— Un dono con una mano! Un rapimento coll’altra! Sia! — Melissæa, o +Babinio, è una di quelle creature che di umano hanno solo lo inviluppo, +ancor tutto pieno di celesti profumi, tutto raggiante di lume divino. È +il mio consiglio, il mio tesoro... la vita.... — + +E qui premette colla mano il petto quasi frenasse i moti dentro. E +seguiva: + +— Le grazie coronarono la sua ragione. Ama le arti, i lavori donneschi +ed i giuochi del pensiero. Se Vibio è accettato — ed io ciò terrei a +grande onore — di gran cuore _despondebo filiam meam_. La interrogherò +per sapere se il suo cuor parli a favore di lui. + +— Oh! Non dubitarne. Io credo che le mela e i fiori di granato — +messaggeri della bella e gioconda iddia — abbiano dato giuliva risposta +a qualche vaso di Nola. — + +O Babinio indovinava, o il sapeva. Vibio aveva notato la gentile +persona nella necropoli, nei teatri, nei templi. A poco a poco erasene +perdutamente invaghito. E tanto più che la nudrice di lei un giorno gli +disse i rari pregi che più e più l’abbellivano. E saputo da essa come +la fosse nata alle none del quarto mese — ch’ebbe nome da _aperire_, +avvegnachè allora la terra apra il seme alla generazione — le aveva +mandato un vaso fittile dipinto degno dell’artefice e del donatore. +— Un genio alato, avente sul capo una corona di fiori, versa una +libazione sulla fiamma che brucia sur un piccolo altare. Sotto era +un’ape, e accanto si leggeva graffito καλή. + +La destinazione era chiaramente espressa dalla libazione che indicava +il dì natalizio e dagli aggettivi di _bella_ e di _soave_ dati alla +pecchia che in greco diceasi _melissa_. Essa aveva risposto con mandare +una corona di modeste viole avvizzite e portata da lei nella vigilia — +mele morsicate, perchè in ogni tempo e presso tutti i popoli il pomo fu +accetto messaggero di amore — e _rosæ vexatæ_, ch’erano il vero incanto +dello amor ricambiato. Marziale in un distico diretto al calore del +cuor suo, si esprime così: + + _Intactas quare mittis mihi, Polla, coronas?_ + _A te vexatas malo tenere rosas._ + +«Perchè mandarmi, o Polla, fresche corone? Preferisco le rose appassite +sul corpo tuo.» + +— Se così, meglio — χαίρε — Vado a far scaricare una grossa nave +caudicaria in cui ho vino, lardo, fave, schiavi ed acque distillate +dell’Asia. Gli affari sono il lievito del mio peculio. + +— _Quidquid tu tangis crescit tanquam favus._ Nettuno ti affidò il suo +tridente, e tu comandi ad Eolo di soffiare a tuo senno sulle vele delle +tue triremi. + +— Credi a me. _Assem habeas, asse valeas._ Ne hai? Ne avrai. — +Giammai però io vidi effigiata sul conio della moneta d’oro la faccia +sorridente della gioia intima e di una vita senza rimorsi. + +— _Vale._ — + +E si separarono. + +Intanto che coteste cose si erano pensate e dette tra i due +interlocutori, gli edili C. Vibio e Q. Poppæo, nominati dal popolo a +procacciargli i voti, l’annona e le feste solenni, erano in un vasto +locale presso il porto ad assistere alla distribuzione dei grani fatta +da una corporazione di misuratori. I littori, poggiando le mani sui +fasci, pendevano dal cenno dei magistrati. Una guardia di liberti +custodiva le porte dello edificio, facevano entrare i soli che avessero +una tavoluccia di ligustro, chiamata _tessera frumenti_, e picchiavano +gl’intrusi che non vi avessero diritto. + +Nei tempi primordiali della potenza di Roma l’ense e lo aratro +provvidero alla sussistenza del popolo. Quando il gladio rimase +solo nelle mani dei forti, le provincie italiche, sottomesse al suo +impero alimentarono le braccia di quei superbi che ormai sentivano +il dovere unico della conquista del mondo. E la Sardegna fu chiamata +_nutrium plebis romanæ_. E la Sicilia _cellam penariam reipublicæ_, e +_fidissimum Annonæ subsidium_. Ma venne un’epoca in cui le frumentarie +di Roma che esportarono i loro grani nei più lontani paesi, dovettero +chiedere anch’esse un alimento vergognoso al loro fertilissimo +suolo. Il Governo ne procacciò dalla Gallia, dal Chersoneso-Taurico, +dall’isola di Cipro, dalla Beozia, dalle Baleari, dalla Spagna, +dall’Egitto e dall’Africa. Il Mediterraneo divenne il vero lago +romano, facile via dai paesi frugiferi lontani. Si creò il Prefetto +dell’Annona, magistrato importante che veniva subito dopo i Consoli. +Era suo còmpito mantener l’abbondanza nell’Urbe. Pompeo ne fu investito +per cinque anni; ebbe quindici luogotenenti scelti tra i senatori; +ed al còmpito immenso aggiunse un potere immenso che gli permetteva +disporre a libito del pubblico tesoro, di muovere eserciti, di armare +navigli, e di essere nelle provincie il sopra ciò dei governatori +medesimi. I grani si prendevano per contribuzioni o per compra. Si +tenevano in serbo nei paesi frumentari e a seconda del bisogno una +flotta speciale, detta _sacra_, li trasportava pel Tevere inferiore +alle falde del monte Aventino, ov’era un porto che addimandavasi +_Navalia_. + +Una magistratura così potente non poteva piacere all’ombrosa monarchia +repubblicana dei Cesari. E questi istituirono gli Edili nelle Colonie +e i Pretori Cereali nell’Urbe. Nelle prime erano gli eletti del popolo. +In Roma lo imperatore gli sceglieva tra i patrizi a lui più devoti. + +Allorchè Caio Sempronio Gracco salì al tribunato propose una legge, +mercè la quale il grano sarebbe stato distribuito al popolo in ricambio +di un _triens_ — circa quattro centesimi di lira — per ogni modio, +mentre al Governo costava un denaro, cioè settantotto centesimi. +Cotesta legge, basata sulla eguaglianza, era iniqua nell’applicazione, +perchè demoralizzava le masse e ruinava il Tesoro. Ho letto su +parecchie pietre funebri del tempo, PERCEPIT FRUMENTUM, volendo gli +eredi del quivi sepolto attestare con orgoglio com’egli avesse fruito +della più bella prerogativa del cittadino romano, l’essere stato +nudrito a spese dello erario pubblico. Un altro tribuno, Marco Ottavio, +l’abolì e vi sostituiva la nuova che ammetteva alle distribuzioni +dell’Annona i soli necessitosi. Al cominciar della guerra sociale, +Livio Druso ravvivò la legge Sempronia che fu in seguito modificata +dalla legge Terenzia-Cassia. Clodio Pulcro limitò con una nuova legge +le liberalità frumentarie ai soli plebei proletari, e tolse un’arma +affilata dalle mani degli ambiziosi che in un popolo affamato avevano +sempre una milizia pronta allo insorgere e ai delitti. Gli è perciò che +dopo una grande carestia, Augusto ridusse a dugentomila il numero degli +ammessi all’Annona e donò dodici _frumentationes_ — una distribuzione +per mese — di proprio. + +Così in Pompei. — Sotto il portico del Foro i gratificati andavano a +far constatare il loro diritto e ricevevano l’ordine di distribuzione +in una _tesserula_, su cui era notato il giorno da presentarsi. Gli +Edili facevano misurare a quel portatore cinque modii di grano. I quali +pesavano in media centocinque libbre e per conseguenza ne producevano +almeno ben centotrenta di pane. Il pane cotidiano era adunque del peso +di quattro libbre e quattro once, ossia diecisette once per bocca, +supponendo una famiglia composta di tre individui. Cui aggiunti i +lupini, i ceci, i legumi che si avevano per poco; e le sportule e il +_panariolum_ che i patroni facevano dare pieni di carni e di pesci di +mediocre qualità, sul vestibolo delle loro case, alla folla affamata, +questa sì che poteva vivere; ma l’abbiettezza cresceva e la corruzione +ancor peggio. + +Cneo Vibio è avvertito che una donna al di fuori chiede parlargli. Esce +e vede Eulamia, la nudrice nella casa di Demophilo, che lo avvisa come +la sua padrona lo attenda nel tempio di Venere. La buona ed affettuosa +vecchia era contenta; non capiva in sè dalla gioia. E nello andar via +per raggiungere la sua figliuola di latte, parlava tra i denti frasi +inarticolate, accompagnandole con sorrisi e gesti che significavano +forse lo avvenire festoso cui essa credeva. + +Anche Vibio corse all’aperto. E risaliva dal porto alla città scuotendo +dall’anima la melanconia sospettosa che invischia i pensieri di chi ama +potentemente e teme. Lungo il tragitto, tutti lo salutavano. Egli però +alcuno non vide. Nè anche il selciato pareagli più quello che con passi +indifferenti tante volte aveva calcato. Tutto prendeva un’anima. Tutto +si trasformava al suo sguardo. Perchè dietro quelle mura che cingevano +il tempio e fra quelle colonne di stucco era la donna che sola a lui +donna sembrava, eravi il cuore per cui notte e dì il suo pur palpitava. + +Nel varcare la soglia, ei la vide seduta sur un banco sotto il portico +a sinistra. Nell’atto che vèr lei corse, essa levossi. E in tutta la +sua gentile persona era una gaiezza serena, luminosa, infantile come la +speranza, rischiarata dal suo sguardo azzurro e profondo. + +— Ebbene, ζωη και ψυκη, dolcissimo amore, qual nuova?... Che rispose +tuo padre a Babinio?.... E tu, richiesta, che a lui?... Ei, cittadino +romano,... tu mia eguale.... sai?... — + +La bellissima fanciulla distese la piccola mano affilata e bianca che +risplendette come una perla sulla mano bruna di Vibio. Quindi: + +— Tutto so, o mio... Il padre lieto, e io lieta.... Ciò venni a +dirti.... Oh! I nostri cuori sono le due ali che sollevano un’anima +sola sino al trono di Venere Urania che a noi arride propizia. — + +Quella soave creatura era tale da avvinghiare immediatamente un cuore, +e più e più quello che allor batteva dinanzi a lei i segni della vita +e della felicità piena. Ella era in una età in cui le impressioni sono +vertigini. Aveva biondi i capelli — non di quel colore rossastro od +ardente che venne alla moda dopo il conquisto delle rive del Reno e +che procurò ricco mercato a chi portò in Roma, in Capua, in Herculanum, +in Pompei le capigliature dorate delle donne dei Catti, dei Sicambri e +dei Germani. — Le sue chiome erano un’aureola che rivelava inquietanti +delizie alle bocche che vi si sarebbero posate. I suoi occhi cilestri, +da cui veniva un così dolce lume e tanta soavità di sguardo, erano +carichi di carezze, di amplessi, di baci. Il naso piccolo e un po’ +sollevato aveva un sorriso come l’hanno le labbra; ed anche queste, +spiranti nella breve curva la innocenza e il candore; ed il collo +svelto ed alabastrino; e la persona spigliata; e le proporzioni delle +statue di Fidia; e la grazia decente dello incesso trasportavano +l’anima nelle regioni armoniose dove si obliano tutte le amarezze della +vita. + +Pompei era invero la città del mondo in cui la grande divinità pagana +— che ogni culto posteriore non seppe mai disertare — era adorata con +entusiasmo maggiore. Vibio anch’esso nella età prima aveva sacrificato +alla onnipotente iddia. Ma la sua sviluppata intelligenza e il suo +fine criterio avevano calmato le irrequiete smanie e dettogli che pur +erano nella vita migliori problemi da sciogliere. La religione antica +l’ebbe tra i suoi miscredenti. Le sensazioni del cuore gli aprirono un +più largo orizzonte. Studiò i principii della fede novella. Sfatò ciò +che gli parve vaporosa illusione e fanatismo di neofiti. Pur l’uomo per +lui rimase uomo, e di tutti gli dei compose un solo dio — dio clemente, +misericordioso, benefattore. + +Or, un giorno lo amore — il quale non ha poi nel turcasso quei dardi +avvelenati che i poeti melanconici vi hanno immaginato — usò una delle +sue solite ribalderie, e fece passare dinanzi i suoi sguardi la bella +ed innocente Melissæa. Stimava molto Demophilo. Ed ei carezzò quel suo +fiore bellamente sbocciato nella solitudine della sua mente. A poco a +poco una passione profonda germogliò in quel cuore meridionale. Essa +divenne il suo dio. Essa, la sua Venere celeste. — Giovanezza — beltà +— grazia infantile. — Tutto il fascino di un amore che non costava +nulla alla virtù. — E poi egli amava la donna per intuizione, e il +matrimonio per istinto. Melissæa era bionda, ed il bruno eragli odioso. +— E nel vero cosa è il bruno? È l’ombra. È la negazione della luce. +È una tinta, e nessun colore. Venere era bionda. È biondo l’oro. La +fanciullezza e ciò che scintilla e che allegra son biondi. — La rivide +tra i fiori dello xysto. La seguì una sera nel Pago Felice come si +segue febbrilmente il filo di un sogno dorato. E assaporando un dolce +avvenire; ebbe orrore della tenebra che il circondava. Un violento +slancio dell’anima interrompeva l’ordine del tempo e gli mostrava +le ore ancora velate della sua esistenza. Un giorno nell’Odeon cadde +dalle mani di Melissæa una rosa di Pœstum, bella ed odorosa come il suo +cuore. Ei la raccolse e la chiuse nelle pieghe della sua veste. L’atto +non isfuggì alla fanciulla, e i loro occhi dissero a vicenda come in +tal momento il nodo della vita allacciasse due disparati destini. + +Cneo Vibio, alto della persona, di piacevole aspetto, non pativa +tristezza di cuore. Quelle del cervello non le aveva conosciute mai. +E nei suoi occhi scintillava una dolce magia, un certo lume sorridente +— dono del fato, o dono degli atti, che attira le anime piacevolmente +e trasforma i casi che occorrono in nuvole leggere. — E per dir tutto, +era nella età felice per gli uomini pubblici e per gli artisti, in cui +il sole della vita rischiara il sommo dell’uomo — la fronte — siccome +in quella ora del giorno illumina di luce più concentrata ed attraente +l’alta cima dei monti. + +— Tu sei la mia iddia, o soave amore. Felice il mio tetto che ti avrà +padrona e signora. Vedi! Non è gocciola del mio sangue che non mi parli +di te. Non una idea delle mia mente che non irraggi della passione che +mi arde.... Dicono che un dio nascesse — imperante Ottaviano Augusto — +in un povero presepe in Galilea. E che le stelle il sapessero. E che le +foreste il salutassero. Ebbene! Quanto or mi circonda è ai piedi dello +amor ch’io ti giuro. + +— Le parole che tu mi dici, e che dentro io bacio e ribacio +segretamente, sono le perle della corona che il tuo cuore pose sulla +mia testa, e che mi rende fiera e felice. Io guardo gli altri con +un’aria di regina... il titolo che la tua mente mi diede. + +— E lo avrai sempre, o amante e presto sposa. Quest’ora beata non +dovrebbe volare. Afferriamone le ali, che sono i ricordi. Più tardi li +premeremo sui nostri cuori come la mano purissima che a me porgi, patto +di felicità durevole oltre la tomba. + +— _Vale_, o mio. Gli dei della patria ti sieno propizi. — + +Ed ambedue, colla espressione della gioia sul volto, ripresero la via +delle loro case. + +C. Helvio Babinio trovò lo amico consapevole e nella gioia maggiore. +Combinarono che la domanda si farebbe per lettera, e che un’assemblea +di parenti e di fedeli andrebbe ad offerirla a Demophilo e fisserebbe +gli articoli del contratto sopra le _tabellæ legitimæ_, quelle +tavolette che essi avrebbero poi suggellato coi loro _symboli_, come +marchio di guarentigia. + +I Digesti riconoscevano _justum matrimonium_ la unione legale composta +in tre diverse maniere. La prima dicevasi _usus_ — per abitudine o +per prescrizione — allorchè una donna col consenso dei suoi parenti +conviveva con un uomo per un anno intero _matrimonii causa_. E se +questi non fosse assente per tre notti da lei, essa diveniva la sposa +legittima e dicevasi _usu capta fuit_. Ma se avveniva il _trinoctium_, +la prescrizione era interrotta, la donna era dichiarata libera perchè +_usurpatio est usucapionis interruptio_. — L’altra addimandavasi +_confarreatio_, cioè consacrazione, allorchè il diale di Giove +benediceva al matrimonio, in presenza almeno di dieci testimoni, +prendendo il frumento dalle mani della sposa — _far_ — impastandolo +coll’acqua piovana e formandone una focaccia, cotta sotto le ceneri +dello altare. Quel _panis farreus_ o _farreum libum_ era assaggiato +dal sacerdote, lo divideva tra gli sposi, esprimendo con questo sacro e +comun cibo come omai tutto dovesse essere mutuo fra essi, amaritudini e +gioie. Le libazioni si facevano di vino melato e di latte. S’immolava +quindi un montone, avendo cura di gittar via il fiele della vittima, +a significare che ogni agrezza dovesse essere bandita nel coniugio. +Siffatta specie di unioni era però principalmente in uso fra i ministri +degli dei, sì perchè gl’ipocriti non ammettevano innovazioni nei +costumi antichi — rotta una maglia, ei dicevano e dicono in tutte le +lingue, addio rete per accalappiare i gianfrulli — sì perchè era la +sola unione che sapesse dare alle mogli loro il diritto di esser socii +al loro ministerio e di partecipare ai profittevoli riti. Dicevasi +_defarreatio_ il divorzio. Se il marito moriva senza figliuoli e +senza far testamento, la donna ereditava i suoi beni quasi propria +figlia. Altrimenti coi nati suoi prendeva parte in eguale divisione. +Nel caso di mancanze, il marito la giudicava in presenza dei parenti +di lei. Se condannata dalle leggi, veniva pubblicamente abbandonata +al castigo della famiglia. I nati da siffatta unione potevano essere +scelti flamini di Giove e vestali. Ed erano detti _patrimi_ i bambini +che avessero vivente il solo padre, e _matrimi_ quelli che la madre +soltanto. Ed assumeva il nome di _pater patrimus_ quel cittadino che +avesse contentamento di figli durante la vita del proprio genitore. — +La _coemptio_ era una maniera di unirsi per reciproco contratto. L’uomo +e la donna si presentavano al magistrato insieme con cinque testimoni, +cittadini romani e puberi e il pesatore delle monete che assisteva a +tutte le vendite — il _libripens_. — Essi ricambiavano un asse — sei +centesimi di lira — e lo _speratus_ diceva alla sua _sperata_: + +— _An mihi mater familias esse velis?_ + +— _Me velle._ — + +La donna faceva all’uomo una simile domanda; la _venditio_ era compita. +La _sponsa_ acquistava sul suo sposo i diritti di figlia, e quegli +tenevale luogo di padre. Laonde cominciava a chiamarsi per esempio +HERENNIA EPIDIANI — SABINA BIBULI — DELPHIA AGATHEMERI. E riconoscendo +il marito per padrone, chiamavalo _dominus_. Se aveva un patrimonio +oltre la dote, quei _bona paraphernalia_ li rimetteva al suo signore. +Ma questi erano poca cosa nei primi tempi; poichè il senato all’orfana +di Scipione Africano diede per dote undici mila assi di rame, pari a L. +852.50 di nostra moneta. + +La sposa talvolta _in usum suum reservabat_ una porzione della dote +ed uno schiavo — _servus receptitius_, sul quale lo sposo perdeva la +potestà. + +Oltre questo matrimonio plebeo — _pro emptione_ — che poi divenne +la unione generalmente in uso — un padrone coniugato poteva avere la +_concubina_, cioè la donna da lui amata, la donna di mezzo matrimonio +che le leggi riconoscevano. Però, a mal suo grado, essa aveva il +libito di sposare un altro, ove cotesto le convenisse. — Gli schiavi +si univano per promessa reciproca, detta _contubernium_. I liberti +chiamavano _pellam_ la donna che con essi viveva. E le congiunte +per _confarreatio_ erano dette _matronæ_. Quelle per _coemptio_ si +gloriavano di essere _matres familias_. + +È festa nella casa di Demophilo. Cneo Vibio e gli amici vi sono +convenuti alla prima ora del giorno che rende gli sponsali migliori e +più favorevoli. Il duumviro _jure dicundo_ L. Giulio Pontico presiede +all’atto solenne. Uno scriba redige il contratto. Il padre concede alla +sua cara figliuola la dote di _decies centena_, cioè, un milione di +_sestertia_ — pari a L. 193,749 — da pagarsi in tre periodi, il primo +dei quali avrebbe luogo il giorno del matrimonio. Demophilo aveva fatto +inoltre un ricco presente a Melissæa di vesti, di pietre incise e di +monili d’oro. + +Già da lungo tempo gli auguri avevano cessato di combattere la volontà +degli uomini in nome della divinità. Quegli impostori non erano più +curati da alcuno. Ma, sfacciati e impudichi, non mancavano di far +gli auspicii per conoscere la volontà suprema, allorchè trattavasi di +ricchi sponsali. E Thelestis si presentò, facendo smorfie ed inchini +e dicendo avere il giorno innanzi sacrificato al cielo e alla terra +— come ai primi sposi; — ed a Minerva, la iddia della verginità; ed a +Giunone propizia ai casti connubi. Egli aveva veduto nel cielo i segni +favorevoli. E poichè nessuno ne lo consultava, stimavasi fortunato nel +poterli nunciare. Gli era un di quei luridi frati dei tempi nostri +che la melonaggine dei ricchi peccatori e delle vecchie adultere +ingrassa insieme col popolo ignorante e supino. Quale la differenza +tra gli antichi e i moderni? Questi borbottano finanche le stesse frasi +latine. — Demophilo in tanta domestica gioia, voleva dargli il buon da +scialare. Vibio non lo permise, e il fe’ cacciar via dai littori. + +Allora Giulio Pontico chiese all’herus della casa se consentiva +_despondere filiam suam_. L’altro, annuendo ai voti per quelle nozze, +aggiunse: + +— _Quæ dii bene vertant._ — + +E il primo gravemente riprese: + +— _Sponsalia et nuptiæ_ non si contraggono che col libero assentimento +delle due parti. Ed una fanciulla può resistere alla paterna volontà +nel caso che il padre le offra a suo sperato, e sposo un uomo notato +d’infamia o che meni una riprovevole vita.... Hai tu, o Melissæa, a +muover lamento di tal fatta?... Poichè non rispondi, e non ti rifiuti +alle nozze, è segno che tu consenti. — + +E richiese partitamente ad ambedue: + +— _An spondes?_ — + +E quei felici replicarono colla favella del cuore: + +— _Spondeo_. — + +Era la formula della stipulazione che tutti fissavano sulla pergamena +col loro suggello. Vibio trasse dalla sua veste un anello d’oro +massiccio, ottangolare, traforato a giorno con sottile artificio che +nel mezzo di una linea ovale aveva cotesta leggenda in greco: + + ΑΦΡΟΔ + ΓΕΝΕΤ + ΔΟΣ + +Melissæa accettò quella garanzia del suo amore, quel segno che +moralmente li faceva un essere solo; e subito lo pose nel dito +mignolo della mano destra, perchè credevasi che vi fosse un nervo +corrispondente da quel dito al cuore. Quel semplice dono dovea sempre +precedere il matrimonio. + +Convenne fissare il giorno delle nozze. Il calendario romano aveva +segnato col nero i dì infausti — le calende — le none — gl’idi — +quelli che immediatamente li seguivano — i parentali che ricordavano +i funerali paterni — e in generale tutto il mese di maggio. Bisognava +adunque far correre tutto quel mese e la metà del seguente, ch’era +dichiarata l’epoca più felice. — Nello intervallo gli _sponsi_ potevano +_infirmare sponsalia_, cioè rompere i fatti accordi collo scrivere +coteste parole: _Conditione tua non utor_. Era il _repudium_ che +annullava ogni promessa. Ma Vibio e Melissæa non sarebbero stati capaci +di dir quella frase. Il loro sguardo ed il loro sorriso favellavano +le promesse immortali; avvegnachè il vecchio monarca di questo mondo, +ricciuto, rosso per belletto e azzimato, padre alla menzogna ed allo +egoismo, non li avesse mai ammaliati e sedotti. La sposa trasse dal +seno una piccola _bombilia_ di cristallo di roccia, piena di essenza +odorosa e la offerse al re del suo cuore. Ei l’annusò e fe’ un cenno +cogli occhi. Erano uno. Poteva ringraziare sè stesso? Aveva sentito su +pel cervello le carezze senza rimorsi delle ninfe espansive racchiuse +nel prezioso dono della sua gentile regina. Tutti escirono con lui. + +— Mio caro collega, se ogni fanciulla somigliasse a quella alla quale +tu desti la fede, lo imperatore non avrebbe bisogno di promulgar leggi +per costringere la gente togata a menar moglie. + +— Giulio Pontico, ben dici. Ma tu hai tre sorelle che rassembrano le +cugine di Venere e di Minerva. Nè occorrono editti per toglierle dallo +stato smanioso della nubilità. E so che non passeranno lunghi mesi +e saranno le spose. Hanno parenti raccomandati dalla virtù. E la tua +famiglia è tale a fornir ricche doti. + +— Lo penso. E ciò mi toccava il cuore quando pronunciava le parole +formali. Vedi! lo amor di famiglia nel cuore delle fanciulle è come una +gocciola. Scuotila e cade.... Dev’essere così!! — + +Manio Acilio, soffermandosi alquanto dinanzi la bottega del farmacista +— occupante uno degli angoli della insula triangolare della via Domizia +— disse con voce bassa a Quinto Lepta — suo socio nella testimonianza +degli sponsali — in modo che chi camminava non lo sentisse: + +— Parlano a maraviglia, l’uno perchè non ha sorelle, e l’altro perchè +il padre riccamente le dota. Certo, grossi partiti non mancheranno. +Or si negozia nel menar moglie come per la compera di una casa, di un +podere, o di due cavalli africani. I _sestertia_ sono le principali, +anzi le sole virtù che si cercano in una donna. + +— Guai.... oh! guai per colui che le sposa ricche. _Dotata regit +virum._ Il loro orgoglio, le loro esigenze sono una catena pesante +a tirare. Vespasiano come dà il grano alle famiglie, dovrebbe pur +dar le doti. Allora l’amore matrimoniale riprenderebbe il disopra, +e la cospirazione della saviezza celibataria cesserebbe, e tutti +tornerebbero egualmente a pagare cotesta patriotica gabella. Ma gli +è avaro ed ingordo. Compera e rivende. Nè si vergogna di far pagare i +magistrati a chi li chiede e le assoluzioni ai ricchi colpevoli. De’ +rapaci proconsoli fa uso di spugna; risecchi gli manda ai migliori +uffizi perchè si bagnino bene e — quando ripieni — gli strizza a suo +pro. + +— Che! Tu a torto lo ingiuri. Dovette angariare i popoli per necessità. +Dovette punire i ladri per dovere. Fatto imperatore e trovato il fisco +e lo erario povero e vòto, volle ridurre la repubblica nello stato +di prima e fare che la rimanesse in piedi. E dei denari ingiustamente +presi fece ottimo uso. Non sostentò i bisognosi cittadini consolari, +dando loro un annua provvigione? Non rifece le mura e gli edifizi +di molte città, guaste dal tremuoto e dalle arsioni? E qui ne hai la +prova. + +— Sia che vuolsi. Eh! non basta. Saria d’uopo che il pontefice massimo +— sì buono e pio come tu pensi — ottenesse almeno da Venere fisica il +favore speciale e perpetuo per le genti latine che tutte le giovanette +fossero belle. Allora sì che lo Stato avrebbe ragione di confiscare le +successioni devolute ai celibi ostinati. + +— Bando agli scherzi. Nel disordine generale dei costumi e delle +abitudini il carico di una moglie può patirlo un cavaliere che abbia +spogliato una provincia come Verre, o tratto un re vinto dietro il +suo carro trionfale, od empito la sua casa e le sue ville di schiavi. +Le donne si contentavano un giorno dei profumi campani. Ora se non +vengono dalle Indie, li gittano schifate alle loro liberte, e conviene +surrogarli con quelli che — a parola di chi gli spaccia — furono +trasportati in Italia malgrado la collera di Nettuno, gli artigli dei +dragoni alati e le zanne delle bestie feroci. + +— E i diamanti? E le perle? E le gemme incise? E gli anelli che cingono +tutte le articolazioni delle mani, e che si cambiano in ogni giorno +della settimana? + +— E sì! Tiberio se n’ebbe a scandalizzare, e di Capreas ne scrisse al +Senato. Ora la seta tessuta nell’India, sfilata e ritessuta col lino +e colla lana nell’isola di Cos, _ventus textilis, nebula_, e così +trasparente, che se non stretta al corpo con mille pieghe, mostrerebbe +la dermide a traverso, la sfatano. Vogliono _vestis holoserica +bombycina_, tutta filata dal verme. + +— Oh! in quanto a me son lieto di facili e poco spendiosi amori. La +bella iddia gli sostenga, ed Iside gli aiuti. Sai? Sulle corna dei buoi +cattivi sogliono legare fascetti di paglia per avvertire chi passa a +non accostarsi.... + +— Intendo. Nelle fanciulle inquiete e vogliose del nodo erculeo vedi +il fieno sui corni.... O, lascia ch’io saluti Pontico e Vibio che sulla +rivolta tendono al Foro. Io vado da Quinto Poppæo pei suffragi. — + +Ai passi frettolosi, gli altri si fermarono, i magistrati si volsero, +e tutti si strinsero amicalmente le mani e si salutarono. Quale per una +via, quale per un’altra. + +Ma Lepta, camminando sul margine laterale del tempio alla Fortuna +Augusta, e ripensando ai lieti amori di Acilio, inaccessibili alle cure +ed al carico della famiglia, considerò valer meglio per lui il visitare +la donna del cuor suo che mendicare i voti dallo edile per le prossime +elezioni. Alla vanità il domani. Discese la lunga strada, voltò in +quella Deciale che mena alla porta di Stabia, torse i passi a sinistra +e si volse a diritta verso la porta di Nola. Quella parte della +città era un laberinto di sentieruoli stretti, colle mura delle case +puntellate; e sotto, tegole rotte e marmi spezzati, sparsi sulle corti +e persino sui tetti degl’impluvii. Le dimore dei ricchi erano intatte +od ancora nelle mani degli artefici. Tratto tratto parecchie case +colle aderenti botteghe escivano bianche e ristorate dalle concomitanti +ruine. Qua e là, alcune donne, dagli occhi neri, espressivi, e dalle +bocche fine e graziose, frenando i loro vivaci bambini seminudi, +si facevano sugli usci e sorridendo mestamente a lui che passava, +dicevano: + +— Sii il benvenuto in questi luoghi desolati. La tua gravità, la +tua eccellenza abbia pietà delle nostre disgrazie. Se sei uomo di +pubblico affare — le tue sembianze dicono che tu il sia — ripara a +tanta miseria. Le volte crollarono. Le mura hanno lesioni. Se piove, +l’acqua c’infradicia. Gli è come dormir sulla via. Fa’ che non +s’invidino i morti sotto le macerie. Venere ti sia propizia, o nobile +pompeiano. — + +Per un cuore innamorato le parole delle donne colpite dalla sventura +sono come le lacrime voluttuose che caddero dalle chiome della iddia di +Pafo al subito uscire dal mare. Le prime inteneriscono. Le altre fecero +sbocciare le rose sotto i piedi divini. I suoi pensieri inebriati +dal profumo di una donna lo trassero ad atti di carità che in altra +circostanza avrebbe negato. Sciolse i nodi della _manticula_ e tanti +assi e tanti denari vi trovò, tanti ne diede. Disse non esser egli +magistrato. — Sperarlo. — Ma amico degli amministratori della Colonia. +Sapere che dall’Urbe sarebbero venuti soccorsi e provvidenze. Le povere +famiglie si racconsolarono. + +Gli Oschi — i primi abitatori di questa contrada — sapeano per +tradizione come il monte soprastante al golfo avesse bruciato da tempi +immemorabili. E perciò lo chiamarono _Vesbius_, che valea quanto dire +_fuoco estinto_. L’ultimo suo incendio però era ignoto ad ogni poesia. +Solo supponevasi che in tale circostanza fosse stato colmato il vasto +e lungo golfo che per lo stretto dell’antica Marcina si congiungeva +al mare di Salernum, dando così origine alla immensa pianura di Nola, +di Nuceria e di Sarnus. Corsero secoli, e il monte si cinse per ogni +lato di fertili campi, di verdi pampini, il cui frutto generoso empiva +del suo succo le anfore. Sui pianori, sul pendìo delle sue amene +colline erano sontuose ville coi terrazzi, colle torri per godere +lontane vedute, coi giardini creati dagli schiavi _topiarii_, adorni +di statue, cinti da piante fronzute e verdeggianti ed intersecati da +ruscelli e da laghi. Un giorno, ai tempi della congiura di Catilina, +Marco Herennio, decurione di Pompei, cadde morto nel Foro, colpito dal +fulmine. Il cielo era sereno. Il sole, raggiante. Cicerone compose su +quel fatto strano due pessimi versi ridicoleggiati da Crispo Sallustio. +E nessuno seppe indagare la causa di quel fatale avvenimento. In vero, +la folgore dovette provenire dal soverchio elettricismo adunatosi +nel monte. Nell’anno 803 di Roma — pari al 50 dell’êra nostra — i +tremuoti cominciarono ad affliggere la Campania. E nel 63 — due lustri +prima dei casi che narro in coteste pagine — la scossa del suolo fu +terribile, continovata e fatale. Nerone imperatore trovavasi nel teatro +di Neapolis, canterellando colla chioccia voce un’aria sua favorita. +In lui potè più l’arte mal coltivata che la vigliaccheria d’istinto. E +quantunque il _visorium_ pieno zeppo di spettatori ed il _proscenium_ +traballassero, non volle imitare quelli che escivano a furia, finchè +non ebbe terminato il suo trillo. Erano le none di febbraio, cioè il +dì cinque di quel mese, quando le città e gli oppidi sedenti sulle +rive, che formano col loro incurvamento il ridente cratere partenopeo, +furono maltrattati dal violento flagello. Una parte di Herculanum venne +distrutta; un’altra screpolata e guasta. La colonia di Nuceria, se +non rovinata, malconcia. Neapolis soffrì perdite piuttosto particolari +che pubbliche. Molte case di campagna risentirono scosse senza gravi +effetti. Stabia ed Oplonti ruinarono. Pompei fu devastata. Le statue +del Foro caddero dai loro piedistalli. La morìa degli abitanti sommò a +parecchie migliaia. Un gregge di seicento pecore fu schiacciato sotto +le macìe. E i campi vicini si videro funestati da gente errante priva +di conoscenza e di sensi. La misera città rimase per qualche giorni +deserta. Quindi risorse a poco a poco più bella dalle rovine. Alcune +case si ampliarono; giunsero decoratori di ogni parte; il commercio +straniero rifiorì più che mai. La pietà dei congiunti surrogò le +cornici e le tavole di marmo agli ornamenti di tufo, o di stucco dei +sepolcreti. Il bigottismo di Nonnio Popidio Celsino fece ricostruire +di proprio il tempio d’Iside. I devoti ripararono il portico del Fano +di Venere protettrice, cangiandone l’ordine in un corintio di fantasia; +il fregio dorico fu ricoperto di stucco; una statua nuova rimpiazzò la +spezzata; e nuove pitture dai vivi colori, rappresentanti paesaggi, +ville sontuose — come l’Isola Bella sul Lago Verbano — interni con +figure alle quali l’artista die’ teste d’uomini a corpi di fanciulli — +riabbellirono le pareti del porticato. I duumviri Sepunio Sandiliano ed +Herennio Epidiano sul lato della gradinata che mena alla edicola fecero +collocare a loro spese una colonna ionica di cipollino sormontata da +un quadrante solare. Il tempio greco nel Foro _Hecatonstylon_, il più +puro degli edifici pubblici in Pompei, venne completamente restaurato +dai commercianti e dedicato a Nettuno, il dio che favoriva i loro +grossi guadagni. Le Terme furono riparate per le prime dai munifici +cittadini. Ed il tremuoto avendo assai danneggiato il tempio di Giove e +il colonnato del Foro, i duumviri ordinarono che le colonne doriche del +portico ch’erano di tufo si ricostruissero di pietra calcarea, e pur +di travertino si selciasse il parallelogrammo dell’area. Le statue che +decoravano i piedestalli furono provvisoriamente serbate in un vasto +pubblico edificio. + +Nel periodo di quasi tre lustri molte erano state le novità incresciose +e consolanti nel mondo romano. Laodicea, grossa città dell’Asia, erasi +rovinata per tremuoti, al pari di Pompei e di Herculanum, e di proprio +rifatta. Puteoli, terra antica, rinomata da Nerone, poi che colonia. In +Tarentum ed in Anctium, posti a guardia vecchi soldati per ripopolarle +coi lor maritaggi, furono diserte da quei raccogliticci, insofferenti +di famigliari cure. Nerone, stanco di Ottavia, aveva sposato la +concubina Poppæa, sposa ad Ottone, che amandola, mal suo grado glie la +concesse. Ma l’ira del popolo lo incitò ad un ripiego. E chiamato a sè +Aniceto: + +— Tu mi campasti dalla madre insidiatrice. Fammi minore servigio. +Levami dinnanzi la odiata moglie. Nè mani. Nè ferro. Testimonia +averlati goduta. — + +Il dirotto in mal fare confessò il vitupero. N’ebbe a premio dovizie +e confino in Sardinia. E la casta donna, lacrimosa più che per mille +morti, partì per la Pandataria. Aveva venti anni. E colà i soldati +le segarono le vene. Nell’816 nacque dalle nuove nozze una figlia in +Anctium, e questa dopo quattro mesi morì. Furono chiamate Auguste +ambedue. E le pazzie pei natali e pel lutto, sì di Cesare che del +senato, furono fatali ai dignitosi ed onesti. Egli, per consolarsi, +cantava vestito da Apollo, o da femmina. E forzava gli applausi. E +cominciò i mangiari in pubblico. Fra due colli era il lago di Agrippa; +e sulle acque fe’ costruire un tavolato, mobile, ove pose il convito, +tirato da triremi, commesso d’oro e di avorio. Remavano cinedi, maestri +in libidine. Erano tende rizzate sulle rive con matrone e sciupate +ignude. Cessata la imbandigione e venuta la notte, i boschetti e le +case dei colli risuonarono di canti; e i falò illuminarono la scena. +Aocchiato uno stallone in quella mandra vituperata, lo volle marito. E +Pitagora fu lo sposo di Cesare per le ceremonie di uso. E lo imperatore +del mondo coprì il capo di velo giallo. Udì gli augurii. Si decretò +la dote. E i torchi scacciarono le tenebre attorno il letto geniale. +Per frode del principe Roma bruciò. Fra il monte Palatino ed il Celio +le botteghe piene di merci furono esca alle case. La vecchia viuzza, +i torti quatrivi, preda alle fiamme sui colli e sul piano. Grande la +morìa. Ma gli scampati ricoverò nei palagi e nei templi. Fece venir +masserizie da Ostia e rinvilì il prezzo del grano. Rifece il palazzo +imperiale, di miracolo, per opera degli architetti Severo e Celere, +con selve allo intorno, laghi e bellezze sopra natura. E surse l’Urbe +nuova. E non più a vanvera come era dapprima. Ma larghe strade con +traverse fatte a misura, con più larghe piazze. E per distrarre le +ire popolari contro lo autor dello incendio — ignoto a veruno — furono +stranamente puniti quali rei del delitto i palesi credenti alle parole +del Cristo; i quali ne’ tormenti altri molti ne nominarono; — i preti +avranno santificato anche questi? — e tutti furono uccisi in modo vario +e spietato, quali nemici al genere umano. + +Una vasta congiura minacciò i giorni del mostro imperiale. Spillata +la cosa e fatta certa, Caio Pisone, e i suoi amici, e gli affidati, +e gl’insofferenti l’onta del nome romano empirono l’Urbe di mortori +e il Campidoglio di vittime. — Una sera, tornato dal teatro, ove +aveva cantato i suoi versi e chiesto in ginocchio, a mani giunte, +le battute ed i plausi dal popolo, Nerone, crucciatosi con Poppæa, +le die’ un calcio nel ventre pregno e la uccise. Ne fu dolente a suo +modo. E salito in ringhiera, ne lodò alla folla le belle membra, non +la virtù. — Tempeste e pestilenza desolarono Italia. Ma il signore +del mondo era più grave di ogni malanno. E un bel dì i pretoriani +stanchi lo abbandonarono solo nel palagio. Ond’egli impaurito fuggiva; +e sentendosi inseguito, si appiatta dietro il muro di un orto, cerca +trafiggersi, ma al grande omicida delle migliaia manca il cuore di +spingere il ferro nelle viscere. Epafrodito, scrittor di memoriali, lo +aiuta a morire. E il citaredo non lamenta lo impero, sì l’arte che in +lui perde il migliore tra i suoi cultori. + +L’allegrezza nell’universale fu grande. La plebe coi cappelli in testa +andò a zonzo per la città quasi di schiava fatta libera. + +Livio Ocellare, di Fondi, che poi si chiamò Sergio Sulpizio Galba, +settuagenario e gottoso, proclamato imperatore da Vindice e dai suoi +legionari, venne d’Iberia in Roma non molto gradito dal popolo, +perchè vecchio, rigido, modesto, schiavo dei liberti, stretto di +mano e brutto; nè accetto ai pretoriani, alle neroniane largizioni +avvezzi, i quali più amavano i vizi che le virtù dei principi. Adottò +a figliuolo e nominò Cesare Pisone Frugi Liciniano, giovane nobile +e valoroso. E presentandolo alla folla e alle milizie, disse secco +secco: — _Vir virum legit_ — cioè, con alquanta boria, espresse come +un prode eleggesse un prode. E non parlò di donativo, nè di feste, nè +di spettacoli, nè di baldorie. Quelle sue grinze accompagnate da tanto +rigore antico non erano più di stagione. + +Ma Silvio Othone — compagno negli stravizi al morto principe, marito di +Poppæa Sabina ceduta ed amata, sì che Nerone geloso l’ebbe a sbandire +dall’Urbe e un distico famoso sentenziò Othone adultero della propria +consorte — comperò l’animo dei soldati colla promessa di riserbare per +sè quella pecunia che da essi fossegli conceduta. E tre dì poi dalla +proclamazione di Pisone, questi e Galba morirono scannati nel Foro +presso la voragine, ove M. Curzio erasi gittato in antico col cavallo +ed in armi. + +La plebe corrotta, non capendo in sè dalla gioia, il salutò col nome +di Nerone. E le prime epistole ai governatori delle provincie le +sottoscrisse con siffatto cognome aggiunto al proprio. Ma già Aulo +Vitellio — l’uom dalle prodighe cure — era proclamato imperatore +dallo esercito di Germania. Othone se gli offre compagno e genero. +Nemico egli era alle guerre civili e punto sanguinario. Pure dovette +ire incontro coi suoi alle genti che Vitellio mandava innanzi. Fabio +Valente coll’aquila della quinta legione per le Alpi Cozie; Cecina +colla ventunesima pei monti pennini. Le due osti si azzuffarono. +Scaramucciano in Cremona, in Brescello; ma la giornata fu grande +presso Bebriaco in favore di Vitellio. Othone poteva ritentare la prova +atroce, lacrimevole, dubbia coll’arrischiata virtù dei suoi. Non volle. +Giudicassero di lui i secoli. Bevve acqua fresca. Tenne aperto l’uscio +della casa. Dormì placidamente tutta notte. E in sull’alba ridesto, +tastò la punta di due pugnali, ne scelse uno e se lo infilzò sul cuore. +Fu arso e sotterrato incontanente dalla pietà dei soldati presso a +Veliternum. Dopo 95 giorni d’impero morì a 37 anni, con fama di virtù, +di molti vizi, e di aver promosso la morte di Galba, non per sete di +signoria, ma per restituire la libertà perduta ai Romani. + +Il nuovo era uomo di ventre. Fu a vitupero chiamato lo Spintria, +quando cogli altri giovani s’intrattenne nella corte di Tiberio in +Capreas. E ligio a Caligola, a Claudio e a Nerone, ottenne magistrature +e consolati, e da Galba il comando della Germania inferiore. Era +sua gloria la gozzoviglia, e compartiva i suoi pasti in asciolvere, +desinare, cenare e pusignare. E imponeva ai grandi di convitarlo. Ed +ogni apparecchio non costava meno di cinquanta mila denari. È famosa +la cena imbanditagli, dal fratello il dì del suo ingresso nell’Urbe. +Vi consacrò un piatto, — il quale per la smisurata ampiezza ei chiamò +lo scudo di Minerva — ov’erano mescolati fegati di scaro, cervella di +fagiano, lingue di psittaci, latte di murene. E vi furono consumati +duemila pesci elettissimi e settemila uccelli. Nè men fu crudele che +ghiotto. I possibilmente rivali, avvelenati, ed alcun di sua mano. +I creditori e gli usurai suoi, uccisi alla sua presenza per pascer +l’occhio — ei diceva — ed esser certo di averli saldati. + +Dopo otto mesi di tale imperio gli eserciti della Mesia, della +Schiavonia, quel di Giudea e di Sorìa si ribellarono, obbligando la +fede a Flavio Vespasiano. Vitellio ne impaurì. Tentò un’abdicazione +a pro di ogni scelta, e comperò la salute da Flavio Sabino e dai suoi +Reatini. A tradimento condottili al Campidoglio, gli arse nel tempio +di Giove, nell’atto ch’ei banchettava nel prossimo palazzo di Tiberio. +Approssimantisi le coorti, mandò loro innanzi le vestali per chiamar +pace. Intanto fuggì per la campagna in compagnia del cuoco e del +suo pistore. E tornato in casa sulla voce della vita consentitagli, +abbandonato da tutti, rubacchiò in furia un po’ di oro, lo chiuse +in una cintola e si fortificò nella stanza dell’ostiario. Colà lo +trovò l’antiguardo e, lui piagnucolante trascinarono con una cavezza +alla gola e, mezzo ignudo, giù per la Via Sacra, tra i dileggi della +plebaglia che gli gittava sulla persona sterco e fango e lo chiamava +incendiario e lecca-piatti. Finalmente, lancettato, pizzicato, urtato, +ferito di lancia e di gladio, cadde morto a piè delle scale Gemonie. +E trascinatala con un uncino, quella cosa sozza la scaraventarono nel +Tevere. + +Come le materie da incendio accrescono le arsioni, così il nuncio +della sua morte infellonì vie peggio la plebe. Le vie piene di +cadaveri. I templi, di sangue. Per la scusa di trar fuori i nascosti, +rovistati i palagi, frugati i ripostigli. E chi si opponeva ai soldati, +ucciso. E la canaglia morta di fame, sfondava, bruciava, e gavazzava +nell’insolente disordine, nello spietato carnaio. + +Il senato decretò a Vespasiano gli onori usati ai principi, e chiamò +il nuovo imperatore Consolo insieme con Tito. L’altro figliuolo, +Domiziano, fece pretore con podestà consolare. Flavio scrisse con +modestia di sè, con magnificenza della repubblica. + +L’Urbe per le frequenti arsioni e rovine — ristorata un po’ da Nerone — +era sformata, e guasta. Laonde, Flavio ordinò che i padroni dell’area +vuota non edificando, chi volesse la riempisse di casamenti. Egli +restituì il Campidoglio, e fu il primo a portar via sulle spalle +corbellate di calcinacci, di cui ingombro era il luogo. E vi rifece +tremila tavole di rame — già logore e quasi fuse dal fuoco — sui +modelli e sulle scritture antiche di quelle. Non che uno inventario +delle cose pubbliche dai tempi remoti, nel quale si contenevano le +deliberazioni del senato, i plebisciti, le confederazioni pattovite, e +i privilegi conceduti a chiunque, dall’evo romuleo sino allora. Rizzò +il tempio della Pace sulla piazza; lo anfiteatro, secondo il modello +ideato da Augusto; e il monumento al divo Claudio, incominciato da +Agrippina e disfatto dal suo figliuolo parricida. Ridusse l’ordine dei +cavalieri e dei senatori allo splendore antico e gli portò al solito +numero, radendone le persone vili ed ignobili, e posti ne’ loro stalli +uomini dabbene d’Italia e di fuori. Ed, occorse aspre parole tra un +senatore ed un cavaliere, sentenziò, brutta cosa fare atto d’ingiuria +ad uom del senato; ma rispondere ingiuriosamente a quelle ingiurie +essere cosa lecita e civile. + +Mai dissimulò la bassezza dei suoi natali. Permise a tutti la libertà +del dire, e fu tollerante verso chi malediceva di lui. Obliò di gran +cuore le offese; nè temette le inimicizie o tolse via la usanza di far +cercare coloro che venivano a salutarlo, se essi avesser armi nascoste, +costume durato fin dai tempi della guerra civile. + +Si palesò però avaro ed ingordo. Addoppiò i tributi e si die’ a +negozi da vergogna, quando anche fosse stato uomo privato. E’ pare +che cotal difetto lo avesse di natura come quelli che arricchiscono +dopo umiliante povertà e lunga. Laonde un vecchio bifolco — che a lui +chiedeva lo affrancamento ed egli rifiutoglielo senza denari — rampognò +lo imperatore col dirgli: + +— «La volpe muta il pelo e non il costume.» — + +Malgrado ciò, largamente pagò i maestri di retorica greci e latini, +formò la sua corte di uomini dotti ed eccellenti nelle lettere e +nelle arti, restituì i giuochi e le recitazioni antiche, premiò poeti, +tragedi e citaristi. + +E in Falacrine, suo luogo natale, lasciò la casa che prima vi era, per +soddisfare ai suoi occhi e ricordarsi con modesto orgoglio dell’antica +dimora. + +Quinto Lepta, ancora commosso dalle miserie del popolo, entrò in +una casa piena di melodia. Dal fondo, presso lo xysto, uscivano da +una cetra i sospiri di un’anima stanca dalle ricerche delle gioie +terrestri, gli accordi di una tristezza passionata, gli accenti di un +amor combattuto, tempesta che ancor tramanda i profumi delle rose e +delle viole sbattute ed infrante. A lato dell’uscio chiuso, ad altezza +d’uomo era un foro rotondo coperto da un vetro. Da quel buco vedevasi +per di dietro una donna assisa, in su i trent’anni, evocando il coro +de’ suoi pensieri colle sue dita di sibilla. + +— O divina creatura! La donna appartiene allo amore come l’erba dei +prati allo armento. Byrrhia con quei capelli accesi dai sensuali +ardori, con quello aspetto di grappolo indorato dal sole, mi brucia +l’anima e il corpo. — + +E senz’altro, rotto il filo ai pensieri che gli si arruffavano, spinse +la porta ed entrò. La donna, nel volgersi, emise un raggio luminoso dai +suoi occhi vivaci e neri, velati da una nube di tenerezza e da un mesto +sorriso. Le loro bocche s’incontrarono. + +— _Suavia et iterum suavia._ Io sono lieta che tu mi desideri con +ardore. + +— Sì, altri baci ancora, o dolcissima tra le cose. Io te desidero ed +amo.... La celeste armonia mi penetrò nel profondo. + +— Era un’ode di Sapho di una singolare potenza, disordinata come la +passione, lamentosa come il dolore. Misera! Quanto soffrì. La sola +Morte colle sue dita affilate può medicare una ferita pari alla sua... +Ma tu non mi spingerai allo scoglio d’Ercole per chiedere l’oblio ai +gorghi del mare. + +— _Unum habeo solatium in te_, o Byrrhia. Arrida ad entrambi la bella +dea Pompeiana. + +— E arriderà! Ha spesso i miei doni e le mie preci ferventi. Oh! +Abbracciami, Quinto. Il tuo affetto è la pietra che ricuopre il mio +cuore. Ebbene! sii custode di questo sepolcro ove riposa la innamorata +anima mia, e nessuno saprà penetrarvi. — + +La stanzuccia, ove i due felici si trovavano soli, aveva sulle pareti +gioconde pitture, per terra un tappeto discreto, una _cathedra_ — +specie di lettuccio di legno dorato e coperto di un materasso purpureo +di piume — un tavolino leggero con sopra due vasi di _mourrhina_, +e dallo xysto vi entrava il profumo dei fiori che riscuote come la +musica, ed ammalia come lo sguardo. Le più fredde virtù si sarebbero +fuse sotto quei raggi d’oro della eleganza e dello amore. + +La indolenza è una felicità. E la felicità è orizzontale. + +Lachesis poteva rompere lo stame di quelle due vite. Esse avrebbero +veduto nel Tartaro con occhio eterno le prospettive magiche di quei +novissimi istanti! + +O Amore! giocondissimo iddio, tu non puoi rendere la creatura +continuamente felice col medesimo oggetto, a dispetto di ogni promessa +e malgrado le più seducenti speranze. Bambino, non prendi persona, nè +invecchi. Muori e rinasci. Da secoli infiniti le tue vampe si allumano +e si spengono nel cuore istesso. E se vi hanno anime le quali bruciano +senza farsi mai cange, esse usurpano il tuo nome, o Amore, e calunniano +la tua nobile ed infedele esistenza. Sono caparbi — indifferenti — rosi +dalla noia — impigriti dalle abitudini — dimezzati dal disgusto. — Sono +ipocriti od imbecilli, che natura diseredava.... ed io li so, ed ognun +che mi legge li nomina della sua mente. + +Nella _fauces_ presso l’atrio di quella casa erano seduti per le +terre Chresto e Methe Cominiæs, due schiavi, l’uno di dieciotto, +l’altra di sedici anni. Giuocavano cogli astragoli. Gli gittavano in +aria sul dorso della mano a uno, a due, a tre, a quattro, a cinque +e li raccoglievano sulla palma. Bisognava esser destri e prestarvi +attenzione. La fanciulla vinceva. — Chresto badava più ai di lei occhi +che ai _tari_. + +— Tu fai sempre il colpo del carro, o il colpo dello avvoltoio. Di’, a +che pensi così distratto? + +— Penso.... penso al nostro padrone Aulo Vezio, il quale mangiava le +sue allegre cene sui piatti della bilancia di Temi ed ora Byrrhia le +digerisce per lui. + +— Vuoi che intisichisca per dolore? + +— Mai no. La sua disonestà non la inghiotto nè sputo. Ma cacciare il +chiodo sì presto nel muro! + +— Per ribadir l’altro.... Gli è perciò che tu.... + +Il giovinetto drizzò lo sguardo nuovamente sul viso pallido, sulle +linee delicate e fine, su tutta la persona appetitosa che avea dinanzi, +e quello sguardo acuto impedì che la frase si terminasse. Ma ei la +compì, pronunciando per sè medesimo: + +— Perchè non mi promette una serie di giorni felici!... La donna qui +è tra la terra ed il cielo. La poesia la esalta lassù nelle nubi. Chi +passa la ghermisce e l’ha.... _Res fragilis!_ O spettro di Vezio, quali +corone tu aduni in questi giorni nell’urna delle tue ceneri! + +— Chi deve.... prometterti felicità, o Chresto? + +— Chi?... Una fanciulla che da parecchie notti mi vieta il sonno e +che forse si destina ad uomo che val meno di me. Apparterrà ad un +imbecille, all’_atriensis_, allo _structor_, che apparecchia il desco, +od al _coquus_, quello animalaccio venuto di Sicilia, il quale ruba la +riputazione che gli danno.... Ed io l’amo e la merito, per Ercole! + +— Nel mentre, o Chresto, tu ristai melanconico e dubbioso dinanzi +all’_ostium_, non ti avvedi che la desiderata ritira i _pessuli_ +dall’uscio ed attende che tu lo spinga!... Io sono nella luna di mele +del tuo e mio primo amore e provo in ascoltarti e in vederti delizie +ineffabili. + +— È egli vero? Vuoi tu essere la mia _contubernalis_? + +— Ma che chieggo io a Venere sacra dal dì in cui venisti sul mio +sentiero? + +— Vieni tra le mie braccia, _lux mea_. Non essa oggi la sola felice. +Anche noi! — + +Salirono al piano superiore ed assaporarono l’ora presente coll’audacia +di chi non teme i tradimenti dello avvenire ed obliarono le tristezze +cuocenti del giorno svanito. — La felicità è di gaio umore; non può +star chiusa; è meridionale; esce di casa e va via ciarlando. Gli è +perciò che dieciotto secoli più tardi, interrogando i muri della mia +offesa Pompei, vi lessi cotesto graffito indiscreto. + +_Methe Cominiæs, Atellana, amat Chrestum corde. Sit utreisque Venus +Pompeiana propitia. Et semper concordes veivant._ + +Presso queste anime piacevolmente innamorate — che dedicavano il +loro tempo alla iddia sorridente e gioconda — altre erano in Pompei +allegre e chiassone, il cui punto di riunione, pria delle Terme, +erano le _tonstrinæ_, luoghi di perdi-giorni, di novellieri e di +ricchi fannulloni. Siccome i Greci avevano il costume di tagliarsi i +capelli e di farsi radere, di Sicilia cotesta moda risalì il littorale +peninsulare e nel 454 di Roma l’uso divenne quasi comune nel mondo +all’Urbe soggetto. Nella età di quarant’anni Scipione Africano si +fe’ radere tutti i giorni, e non fu persona distinta in Italia che +in seguito non lo imitasse. In Pompei la industria dei tonsores fu +dapprima in pien’aria finchè contarono tra i loro clienti i marinai +e la plebe. Allorchè la comoda usanza venne adottata dalla grande +maggioranza dei Quiriti, tornando indietro nobilitata, richiese +eleganti botteghe e stanzucce appartate nei migliori quartieri della +città; graziosi musaici e grandi specchi; _camini portatiles, foculi, +ignitabula, escharæ_, cioè bracieri di varie forme per riscaldarvi +i _calamistri_; piccoli rasoi, adatti allo scopo, detti _novacula_; +larghe e brevi cesoie che addimandavansi _axiciæ_; e sottili mollette, +nominate _volsellæ_. Avvegnachè, in quelle botteghe uno potesse _barbam +ponere_, se volea farsi radere, o _tondere forfice_, se preferiva +corti i capelli; o _pillos vellere_, se piacevasi di quella effeminata +abitudine di farsi carpire i peli colle pinzette sul mento, sotto le +ascelle e in altre parti della persona. Alcune schiave — _ustriculæ_ +— erano addette a cotesto ufficio. Altre dette — _tonstrices_ — +spargevano sul mento una specie di pomata che avea nome _psilothrum_ +o _dropax_; oppure lo imbrattavano con certa pasta veneta, o resina +calda; che Giovenale chiama _calidi fascia visci_ e quindi coi +_novacula_, estratti dalla _theca_ ricurva, mondavano la epidermide. I +più delicati e schizzignosi si nettavano il corpo dai peli col farli +bruciare dalla fiamma di un guscio di noce, e poi vi facean passar +sopra la pietra pomice. + +La _tonstrina_ dinanzi la Palestra delle Terme, dipendente dalla casa +di Olconio Prisco, aveva due botteghe sul margine della via dalle +fontane di Pallade e dell’Abbondanza, e una stanza di retro. Era +affollata. Vi erano giovani che avevano fatto arricciare i loro capelli +coi ferri caldi e si miravano nello specchio per osservare se gli +anelli fossero tutti eguali. Altri erano _inter pectinem speculumque +occupati_. Altri _uno digito caput scalpebant_. + +Un giovane che veniva dal Foro, si appressa al primo uscio e s’imbatte +con un cinquantenne che ne esciva ringiovanito per la patina esterna. E +scherzando gli dice: + +— _Dispeream!_ Philomuso, se potea riconoscerti. Ti aveva incontrato +cigno stamane nella _salutatio_ presso Pansa ed or ti ravviso corvo. +Ah! Ah!... Credi tu d’ingannare Proserpina? La fuligginosa iddia ti +strapperà la maschera. _Cave!_ + +— Seguo la moda che in Roma trionfa. Sembra che la canizie debba essere +abolita. Ed io l’abolisco. — Ma, avviso per avviso, o Mathone. E tu non +giuocare con Glaucia presso il gladio di suo marito tribuno. — _Cave!_ + +— E che ho io a temere? + +— La pena degli adolescenti. + +— Oh! Il taglio è vietato or dalle leggi. + +— È forse permesso quel che tu fai? + +— E anch’io un avviso, se lo consenti. Non appressare la face d’amore +alla lucerna fumosa di Clancia, la vedova di dugento mariti. — Buschi +nomèa di avaro e nol sei. — + +— Rientro nella vita comune e seguo il tuo esempio. _Vale._ — + +Philomuso andò via, e Mathone entrò nella _tonstrina_. Uno che si era +fatto radere ed allora si faceva arricciare i capelli, ricurvo sotto +l’azione del calamistro, dice: + +— Salve, o amico. Che diceati la sciupata di quel buontempone? + +— Vuoi parlare della sua amante, o Tongilio? + +— No, della sua lingua che taglia e fende. + +— _Nugæ._ Astonio lo ha ringiovanito che sembra un risorto. Mio padre +il conobbe biondo. O perchè il festi nero, o Astonio miracoloso? + +— È la tinta in favore per gli uomini. Per le donne il rosso ardente. +Vedesti Levina di Bleso, per la festa delle _Palilies_, alle none +di aprile? Per lo anniversario della fondazione di Roma essa adottò +il nuovo colore. Durante il giuoco troiano — che il giovane Ascanio +creò in Alba a ricordo della patria distrutta — i cavalieri che si +avanzavano nel Foro in ordine di battaglia non miravano che a lei +bellissima e, pel color dei capelli, innovata. Le donne ne ingelosirono +e la imitarono. Nei teatri e nei templi omai non vedi che chiome +ardenti. — Torneranno brune al cader della moda. + +Vacerra — un ch’era nella bottega — già sbarbato e terso, si leva dal +seggio ed aggiunge: + +— Levina è una Venere mendace, e senza aiuti commette adulterio. — + +Lucio Adirano sorge anch’egli e dice: + +— Cotesto forse quando frequentava i bagni di Stabia e i paesani. Ma, +Penelope a Baiæ nell’anno decorso, ti accerto che Elena ne esciva. + +— E qual nume operava il prodigio? Per Ercole! Non parea pompeiana e +civile. + +— Il divo Apollo si piacque discendere nella tunica di Mario Venicio, e +Cupido addoppiò lo splendore delle sue faci. Lo amico nostro passò lo +inverno con lei in Neapolis. Ora sono qui, ed essa brucia alle vampe +del suo cuore. + +— _Ita me bene ament numina excripta_ che ho dipinti nell’atrio della +mia casa e che veggono le buone e le villane mie azioni! Davvero che +men compiaccio e correggo il mio errore. — E il marito? + +— Cosconio Classico _strabo est, pætus et ocella_. Con siffatti malanni +negli occhi si veggono le paglie nelle altrui case e non le travi nella +propria. E poi in gioventù ne die’ ad usura. Or glie ne rendono. + +— Mathone, ecco Cneo Apro ch’esce dalla stanza. Se vuoi farti azzimare, +entra. — + +Il giovane seguì il consiglio del _tonsor_. La cameruccia era piccina, +ma elegantissima. Sopra una tavola di legno nero e dorato nelle cornici +erano capsule di vetro, bombyli, bilbini, paropsidi, unguentari, ambici +e tazze piene di quelle paste, di quelle resine, di quelle pomate, di +quelle polveri, atte a sbarbarsi, a tingersi il pelo, a far liscia la +pelle e ad imbellettarla. + +Una fanciulla ventenne — coperta da una tunica senza maniche che +giungeva sino ai ginocchi e avente sul capo ricciuto un berretto +frigio le cui alette scendeano bellamente sulle spalle e sul petto — lo +attendeva sorridente e graziosa. Era una delle _tonstrices_. + +Pria di sedersi il giovane — dopo averla attentamente mirata — le disse: + +— Non di qui. — Giunta di fresco? — Quale il tuo nome? + +— _Mica vocor._ — Siracusana. — Da due anni. + +— Ben ti chiamarono pagliucola d’oro. Splendi come raggio di sole. Or +fammi degno di colei per cui arde il mio sangue. + +— Eccomi. — Ambidue sembrate.... la unione preziosa del cinnamo e del +nardo. La felice miscela del massico col melo d’Egitto. Venere dispensa +a te i suoi favori. Il tempo passi e.... e non si accorga di lei. + +— La conosci? + +— Mi è nota. Tutto si sa qui. — Poni i piedi sul _suppedaneum_. — La +_novacula_ ti par bene affilata? + +— Risuona. Ma scorre sulla dermide a maraviglia. + +— Ti vidi entrare un dì nella _tonstrina_ di Glaphyro. E ne provai +fugace dolore. E la notte successiva la passai vegliando. + +— Perchè? + +— Val meglio patire una operazione dal chirurgo Hemos che farsi +radere da Glaphyro e dai suoi Poserio, Spicolo e Chœria. Pei cinici +e per gli stoici, eh! sono adatti. Le facce stimmatizzate del paese +non appartengono già a vecchi atleti, nè a mariti di donne gelose. +No. Ma subirono sfregi dalla mano scellerata di Chœria. E Prometeo +ridomanderebbe a Giove il becco dello avvoltoio se Glaphyro accennasse +di carezzarlo coi suoi rasoi di bronzo. + +— Veh! che or mi dirai che le capre serbano il fiocco di peli per tema +di lui... o di lei! — Gelosia di mestiere! + +— Ti accerto che Baccara — or mia compagna — lasciò la bottega, sulla +via di Mercurio, per l’orrore del sangue. — Io temeva per te una +soppiatta vendetta! + +— Di lui? + +— Di lui.... e di Nata. Ti ripeto, noi sappiam tutto qui. — + +Il giovane si volse e la guardò fiso. La fanciulla siracusana sostenne +lo sguardo. + +— Parli tu cogli aruspici? Nata, di Cornelio Rufo, è bella sì, di +vivaci occhi, di portamento leggiadro, di lusinghiero accento: ma +è donna di marmo. A contatto, la crederesti assente. Io l’amai da +forsennato.... E l’amo ancora.... Non essa me. + +— Ti amo di vertigine per mesi. Alcune teorie del dovere le calmarono +il cuore. Ti ama pur di memoria e di gelosia per sè, non per te. +Capricciosa donna!... Tortura, non tortore!... + +— Ma come tu sai sì recondite cose? + +— I miei, di Egitto in Corinto e di là a Syracosion. Leggo nelle stelle +e negli occhi — altre stelle che rifrangono il lume dentro e dicono +alla nostra gente ascosi arcani. Ne vuoi esempio?... A Glaucia piace +il tuo nome e il trionfo sulla tua fresca età. È leggiadra, nol nego. +Ma.... piacevolmente si vendica in te del brutto tribuno, il quale è +sì magro che par minacci rientrare un dì o l’altro per sempre d’onde la +prima volta escì fuori. — + +La mano di Mica era tremante. La voce tremava. Lucio Mathone respirò +nel vederla posar la _novacula_. Si asciugò la faccia, sedette di nuovo +per farsi ungere i ricciuti capelli e soggiunse: + +— Calmati, o soave. Non temerò vendette di ferro, poichè a te mi +affido. Tu sarai la mia tonstrice per sempre. + +— Sì.... Ma abbandona Glaucia, che non ti merita, al suo diafano +marito. Lascia pure a Cornelio Rufo, _ancilloriolus_, le vendette tue +sulla fredda e calcolatrice Nata. Un altro cuore si appoggi su quello +di Lucio, e la dea pompeiana gli sarà propizia. — + +Mathone si levò, prese colle due mani la testa della fanciulla +siracusana e le baciò gli occhi ripetutamente. Erano umidi e +luccicavano come pianeti. Mica lo abbracciò con ardore e dentro +era convulsa. Si separarono colla promessa di rivedersi la sera. E, +ribaciandosi anche una volta, dissero in coro quella parola spensierata +ch’è sulle labbra di tutti, sì breve, sì fuggevole, sì mal fida: + +— Sempre. — + +Allorchè Lucio rientrò nelle sale verdi, dove poc’anzi avea lasciato +i suoi amici, questi non v’erano più. Altri gli avevano surrogati. +Quinzio Volcano e Postumio Afra lo salutarono tra l’onda fumosa che +i caldi _calamistri_ sprigionavano dai loro capelli. Ateio Capito a +lui mestamente sorrise. Misizio Cotilo e Claudio Pudente narravano +aneddoti di famiglie che eccitavano le risa della briosa brigata. +Antonio Saturnino diceva i pregi di due bei cavalli africani che avea +comperato, i quali anteponeva alla coppia di schiavi sicambri, di +recente acquistati da Capito nel mercato di Herculanum nella occasione +del _Regifugium_, alle none di febbraio, per cui si solennizzavano +nei grandi centri del vasto impero la cacciata dei Tarquini e lo +affrancamento del popolo romano. Fabullo Nucerio vantava la bellezza +e le grazie di Phlogis e di Chione, tonstrici della bottega della +via Jovia di Antioco. Astonio con molto rispetto celebrò le sue Mica, +Marmerion e Nicidion, abilissime nel mestiere e di gentile aspetto. +Nell’atto si udì uno strepito nella via che troncò ogni discorso. Nella +Palestra di contro _discus crepuebat_. Era il segno che le botteghe +dovevano chiudersi, e le terme si aprivano al popolo. I lavori della +giornata erano finiti. + +I giovani pagarono Astonio delle sue eleganti fatiche e partirono. +Alcuni entrarono nel pubblico edificio, ove la folla già conveniva. +Ateio Capito, accompagnato dal bellissimo Lucio, andò per la via delle +fontane di Pallade e dell’Abbondanza verso il Foro, dove si separarono. +E Mathone piegò a manca e l’altro a diritta per reddire nelle loro +case. L’ultimo avea la morte nel cuore. E appena solo, mormorò +dolorosamente: + +— Il più giovane dei miei giovani affetti, la fresca alba del mio +mattino, il lume che schiarava la mia fantasia è partito.... ritorna +nell’Urbe. Essa qui resta amaro e pur delizioso ricordo — un idilio che +ancor commuove il cuore. Ne cerco macchinalmente la mano colla mia e +la ritraggo a me vuota. Fui lo schiavo di molte maghe. Ma l’ultima.... +Aveva fatto di questo asilo un Eliso.... Oh! le splendide illusioni! +fugate come le foglie secche del bosco! — + +Queste parole, a se stesso, in una stanza buia e riccamente addobbata +della casa ch’è di contro alle Terme presso il Foro e proprio innanzi +allo ingresso praticato dalle donne. + +Era disteso sur un lettuccio, prostrato, avvilito. Sentiva nel profondo +il fremito dei pensieri alati che corrono ardenti, che volano verso +quelli che si amano e che poi tornano monchi, desolati e soli. Era +passato a traverso di tutte le gioie, di tutti i disgusti, di tutti i +disinganni, di tutte le tristezze, di tutti i peccati del mondo. Il +mistero aveva gittato ogni velo alla sua presenza. L’anima era giù +nello abisso. Molti nel suo caso in Roma si segavano le vene, o si +facevano uccidere da un liberto. Levossi, scoppiettò colle dita, uscì +dal cubicolo, e s’avviò verso il triclinio, ove bene spesso aveva fatto +gioiosi mangiari. Due giovanetti biondi e cincinnati, i più belli che +fossero in Pompei, Belder e Hado, vestiti succintamente di un tessuto +di lino egizio, apportarono entro ricco paniere frutti gustosi — pane +e idromele — un’anfora di vino di Chio ed un vaso di argento d’onde +esciva il vapore della acqua bollente. Due piccole tazze dorate erano +sul desco. In una mescevasi il _merum vetus_ e nell’altra più larga e +profonda l’acqua che riscaldasse il vino. Archigenes, giovane medico +in voga, prescriveva — giusta il dettato di Heraclide di Tarentum — e +raccomandava l’uso del vino caldo mangiando i fichi. + +Ateio Capito si trovò solo su quei cuscini, premuti altra volta da +figure animate e graziose. Un raggio di sole pallido e tristo guizzando +tra le foglie degli aranci e tra i cespi di rose dello xysto, entrava +sul limitare della stanza e rischiarava pareti abbellite da squisite +pitture. — Leda che presenta a Tindaro i suoi figli Castore, Polluce +ed Elena in un nido — Amore che si lagna colla madre del disprezzo di +Diana — Teseo che abbandona Arianna. — Mangiò e bevve sbadatamente. +Ombre invisibili lo circondavano e seguivano i suoi movimenti distratti +coi loro lunghi sguardi. + +Si ritolse di quivi smanioso. Offerse frutti ai penati nella edicola in +fondo al giardino e andò a ricacciarsi sul letto. Avea le vertigini. +Nulla amava in tal momento...... neppure la donna — malgrado che +sì seducente fosse e che avesse voluto di proprio moto partire — +Nikopolis, la bella greca, aveva trastullato la sua mente — vi aveva +lasciato un vuoto — ma non si era impadronita del suo cuore. + +Hado leva la tenda spessa di panno e con accento gutturale sicambro +pronuncia: + +— Padrone, una giovane donna manda a te questa epistola. — + +Ateio ruppe il filo che legava il rotolato papiro, staccò il nodo col +suggello di cera; e lesse: + +«_Chrysis A. Capito suo._ + +«So le tue cure. Verrò. _Deos obsecro ut te conservent._» + +Nella corsa state erasi imbattuto in Baiæ con una etera sedicenne, di +una rara bellezza. — Bruna. — I capelli come ala di corvo coi riflessi +turchini. — Ciglia nere e lunghe. — Naso profilato e formante una linea +retta dalla fronte alla base — Ovale divino. — Sorrideva come altre +mai. — E parlava coi suoi labruzzi di corallo con una volubilità, con +una grazia da incanto. — Nè grande, nè piccola. — Un bello ideale di +donna, di quell’essere incompreso ed incomprensibile; Angiolo decaduto, +sulla cui fronte sembra che Iddio lasciasse piovere un raggio della sua +divinità, e il cui sangue conserva sempre i ricordi dell’Eden perduto +insieme col fomite dell’antica smania curiosa. Nata ai piedi di un +vulcano, ne aveva le furie, il calore, la bellezza e il mistero. Da +essa potevasi attendere tutto. Gioie di paradiso, annegazione completa, +disperazione da dannato. + +— Venere me la manda, e pare la faccia prendere dal malizioso suo +figlio. Chrysis è _oro che si vende per oro_. E Nikopolis cosa era? Lo +ardore dei sensi velato da un ingenuo civettismo che pur valea aurei +nummi. La _bastarna_ che la porta nell’Urbe non soffra nè la pioggia +nè il vento; e le mule che la trascinano non la ribaltino per via. +Rifabbricando sui ruderi i ricordi estivi, ricompongo i miei giorni +felici. — Sì, _suavissima mea_, vieni e ti amerò. — + +Levossi di letto, stirò le braccia, sbadigliò e riprese; + +— Sciocco che io era. Stava soffiando una burrasca in un simpulo. +Tutte eguali! Diverse soltanto dalla voce e dello incarnato! Essa +verrà, e colle dita di rosa raggiusterà il mio rotto cuore e lo renderà +sensitivo e profumato. Stravaganza insensata l’ostinarsi negli affetti +sentiti e di altri tempi! I miei padri colla virtù della mente e delle +braccia conquistarono il mondo. Quirino lo disse, e noi cel godiamo. +È il diritto degli eredi. L’uomo antico è spogliato. La pellicola +vetere cadde; e chi la conserva, la infradicia nella carcere Mamertina +o soffre la grande o la piccola diminuzione del capo — la morte — +o l’esilio. — Venga Chrysis e sdimenticherò la noia e quel ridicolo +rammarico per l’assenza dell’Ateniese, pessima cicuta che già scorreva +col sangue nelle mie vene. Farei vergogna al mio nome e al gentil seme +latino che regge l’orbe a capo della nostra possente repubblica. — + +Gli attenti lettori di questi miei studi di risurrezione non taccino +di anacronismo le ultime parole di Ateio Capito. Quel degradato +Quirite visse e morì credendosi repubblicano. Non dobbiamo attribuire +agli antichi le distinzioni delle nostre parti politiche. È lo stesso +sproposito dello scultore che pose la _lorica_, il _sagum_ militare, +la _solea_ coi _vincula_ che legavano i sandali sulle gambe di +Scipione l’Africano alle statue equestri dei due Ferdinandi della casa +Borbone, e la _toga pura_ colla _tunica_ a quella in piedi di Leopoldo +di Lorena. Nel mondo romano non potevasi fare una distinzione tra +repubblica e monarchia, perchè l’una era la forma dell’altra. Quando +Giulio Cesare ammodernò il reggimento, dicendo che era necessario +tranquillizzare i cittadini col moderare la pubblica cosa e porre un +freno alla licenza e alla dissennatezza omai generale, le istituzioni +rimasero, e nulla fu cangio. Il potere era stato spesso nelle mani di +un solo. E i troppi avevano plaudito alla dittatura. Sì, che sursero +sentenze a suo pro. — _Nulla regni societas. — Insociabile est regnum. +— Nulla fides regni sociis._ — E allorchè succedaneamente un solo +governò lo impero della repubblica, nessuno si die’ a lamentarlo perchè +pareva acconcio che un sì vasto dominio avesse ad essere retto da un +solo capo. Tacito — il giustissimo e severo giudice delle peccata dei +suoi tempi — apre il libro quarto dei suoi annali con queste parole: +_Caio Asinio, Caio Antistio Coss. nonus Tiberio annus erat compositæ +Reipublicæ florentis domus_ — cioè — Sendo Consoli Caio Asinio e Caio +Antistio, volgea per Tiberio il nono anno di racchetata repubblica e di +fiorente famiglia. — + +Al tempo di cui narro gli avvenimenti in Pompei nessuno pensava a +rovesciare la forma del governo. Ma tutti avrebbero amato di non +trepidare sulla cara vita e sulle acquisite fortune. Trasea, Tacito, +Persio, i fieri patrizi, i filosofi malcontenti aveano lamentato i +vecchi costumi di Roma e gli antichi usi politici non incompatibili +collo impero. Chiedevano che il principe non nominasse i senatori, nè +li radesse a capriccio od a seconda della mala sua voglia. Nè salisse i +liberti ai primi gradi del governo. Laonde i virtuosi e i pochi onesti +non alla Repubblica erano devoti, ma alla cosa pubblica. + +— Odo rumore di voce. È dessa. Viene. — + +Ed Ateio non s’ingannava. Trasse a sè la cortina e Chrysis gli apparve +dinanzi come una visione mattinale. + +— Eccomi a te, _dulcissime animæ meæ_. — + +E gli cadde tra le braccia. L’altro la baciò sul viso e colle due mani +quasi la cinse. Era un’ape; e infantile, sorridente e appassionata +nell’atto stesso. L’uomo ebbe baci di ricambio e sentì un filtro soave +penetrare lentamente per tutte le parti del suo essere. Era così noiato +poc’anzi. Allora, qual cambiamento! + +— Sono venuta a guarirti. Ti porto un miracoloso amore sul quale, +o ingrato, non sapevi contare. Eppure io so che soffiavi nei lunghi +flauti, affannandoti per una donna il cui cuore paga i devoti alle +calende della sua patria. Credilo. Ti ostinavi a porre il basto sulla +schiena di un bove. + +— E chi è colui che vestì la _toga prætexta_ per le funzioni di edile +senza aver bisogno dei miei suffragi? + +— Epidico Rufo, il tuo amico _a teneris annis_. + +— Può crepar gli occhi alla cornacchia, poichè ha lo sguardo che va sì +lontano. Ciò che v’ha di vero è cotesto. Io ti amo, o Chrysis. E ti +dovrò le grazie maggiori se per qualche giorni — per quanto tempo ti +parrà — mi farai qui menare la vita che vivevamo in Baiæ, quella vita +che lascia corredo di sogni per la età a venire. Prometti? + +— Lo giuro per la gentile patrona della nostra Colonia. + +— Mira! Tu se’ giunta in tempo. Il sole cade. Farò venire Epidico e +Cæsonio. Con essi le amanti loro. Va nello xysto ad intesserti la +corona di rose. Poi ceneremo lietamente e lungamente. Thespio, il +tricliniarcha, ti aprirà i cubicoli qui, o sopra e sceglierai. Se temi +i tremuoti, meglio stare a terreno. Comunque tu opini, io sarò presso +di te. E morire tra le tue braccia, o Chrysis, è un desiarsi in grembo +a Venere celeste. — + +La fanciulla di Neapolis non era una vestale. Nè per quella vita +claustrata avea vocazioni. Le frasi di amore l’erano ben familiari. Ma +dette così — e da lui — le fecero uno strano effetto. Grosse lacrime +le velarono le pupille. Impallidì. Masticò per qualche istanti il +proprio silenzio. Gli prese la testa fra le mani. Vi pigiò su le labbra +convulse e andò via. Quelle lacrime, quel pallore, quel bacio valevano +bene un lungo discorso. + +Ateio si lavò; si profumò; vestì la _synthesis_ che Nerone fece +adottare col proprio esempio; la strinse ai fianchi col _cingulum_ di +seta, le cui estremità pendenti servivano di _crumena_ da riporvi il +danaro; vi appese il _sudarium_; pose ai piedi le _phæcasiæ_, specie +di calzatura posta in moda recente dai Greci; adattò al collo una +_catenula_ composta di anelli d’oro; ed aperta la _dactylotheca_, +trasse da quello astuccio alcuni cerchi di diamanti, di rubino e di +sardonica che aggiunse al _symbolus_ che serviva di sicurtà ai suoi +contratti. E così andò incontro agli amici nel peristilio e di là al +luogo della festevole _comissatio_. + +Cotesto scioperato era assai giovane. Ventitrè anni. E velava di +esagerato scetticismo l’albospino fiorito della età sua per dinotare +come le illusioni le avesse cacciate lontano. Schiavo del piacere, +credeva in esso il solo sovrano possibile, mai esautorato, della umana +stirpe. Talvolta, in mezzo alle orgie — donde nascea la follia, lo +epigramma, il cozzo dei bicchieri e il tumultuar delle voci — s’isolava +in un capriccio, si racchiudeva in un sogno, volava ad un pensiero che +lo togliea dalla crapula ove gli altri si degradavano. E ciò lo rendea +caro alla fanciulla napolitana la quale lo avrebbe voluto sempre così. +Allora si sentivano di una carne, di uno spirito solo; e le delicatezze +più sacre erano quelle che si ricambiavano. In quella sera egli le +prese furtivamente la mano e la baciò con un rispetto che lo rendeva +felice. + +Tra i fumi del vino che invadevano i cervelli e gli scabrosi parlari, +Ateio si curvò verso l’orecchio di Chrysis e le disse sommessamente: + +— Sai comprendermi tu? Io ti amo di tutta l’anima mia.... come se non +avessi amato giammai.... come non pensai fin qui che avrei amato alcuna +donna nella vita. + +— Oh! non parlarmi così, luce di sole...... Da qualche tempo ti guardo +e non mi sembri più umano. + +— E che rispondi a questo grido del cuore? + +— Mi abbia Venere irata se la passione m’inganna... Ma io perdutamente +ti riamo. + +— Che io viva, o ch’io muoia, io rivaleggio coi numi. — + +La bella fanciulla aveva avuto il suo amante improvvisato in Baiæ, +offertole dal capriccio dei passi. E pur d’improvviso la era apparsa +ad Ateio quando men l’attendeva. Abitavano ambidue la contrada poco +acconcia al viver casto e pudico. Avevano appartenuto al capriccio, +di cui il nome ed il viso potevano cambiarsi, ma le esigenze sì +per lei, come per lui non cambiavano mai. Amarezze sdegnose, inique +collere, sterili gelosie i miei padri non le conobbero. Rispettavano il +passato come sacro mistero. Ora lo affetto bollente erasi fatto sangue +impetuoso e carne trionfante. — I beoni vedevano triplo. Le donne +avevano il volto acceso e stralunato. — E nessuno di essi notò quando +il _pater convivii_ e la sua amante si levarono dal _textile stragulum_ +per andar via. Essi corsero a celarsi nello Eliso della voluttà e dello +amore. + +La luna risplende in Pompei come non vidi mai altrove. Sembra ch’essa +corra amorosa per ogni via in cerca del bello Endimione, di cui tanti +i dipinti sulle pareti degli atrii e dei cubicoli. In quella sera +navigava per l’aere azzurro nella sua pienezza. + +Belder era appoggiato al muro sul margine della strada. Pensava alle +sue verdi lande popolate di buoi. Alla indipendenza della sua razza +indomabile. Alla obbrobriosa sua schiavitù. Egli, libero già come +l’usignuolo delle sue native foreste, ora abbandonato dai suoi rapitori +poichè il vendettero, disperava di più rivedere i ruvidi altari, +le funebri collinette di sabbia sotto le quali posavano calcinate +dal fuoco le ossa dei padri e i ripari di terra dietro cui si erano +trincerati i Kanine-faten per difendere dalla ingorda prepotenza dei +Romani i nati del proprio sangue e le pelli — letto, veste, coperta, +difesa, lusso della loro esordiente civiltà.... E sospirava! + +Alto e ben fatto della persona, ventenne, biondi capelli inanellati +gli cadeano sulle spalle — poichè era _acersecomes_, cioè, intonso — e +una leggera lanuggine gli adombrava il labbro ed il mento. Aveva uno +di quegli ingenui sorrisi che sembrano tutto comprendere; e tale era +lo sguardo racchiuso nella sua glauca pupilla, a ricordare i disegni +capricciosi delle torbe accese nella capanna ov’era nato, in cui da +bambino pareagli notare i gigli dei laghi, i cespi fioriti delle eriche +e i gruppi dei pini agitati dal vento e guizzanti come onde oscure di +fumo nella spessa ed umida atmosfera. + +Un gruppo di giovanette escì parlando e gesticolando e ridendo dalla +porta delle Terme. Erano le liberte e le schiave di C. Cuspio Pansa +che rientravano dopo il bagno dirimpetto, nella casa vicina. Una delle +fanciulle vide più in giù a diritta il sicambro. La luna lo illuminava +tutto. E con una grazia quasi infantile, che le parole non sanno +dipingere, corse a lui ed aperto gli disse: + +— Da che ti vidi mi sembrasti Adone. E quando ricordo il bacio che in +Milo la madre mi dava al destarmi, desidero ardentemente che tu mel dia +in questa terra straniera. Vuoi tu riscaldarmi l’anima con tanto bene? +Senti tu gli affetti siccome noi li sentiamo? — + +Il giovane distese la sinistra sul capo di lei, le volse la faccia +verso la luna ed aggiunse: + +— Sei bella, quantunque le Nornen — le sorelle del Fato — ti abbiano +abbronzato la pelle ed acceso il fuoco negli occhi. Wodan — il +terribile iddio — bacia le stelle negli spazi del cielo. Io bacerò la +tua bocca. Ma io non amo mettere da parte l’anima mia nelle felicità +dei miei sensi. — + +Phanisco gli fissò gli occhi addosso con una espressione di soave +languore. Lo sguardo fiero e più la parola austera del selvaggio +figliuolo dei boschi la penetrarono. + +— Qui, nei nostri cuori una comunione eterna di gioie, di pensieri, di +pene. Vuoi tu amarmi? Puoi tu cementare la unione divina di due cose +immortali che si confondono? — + +— Dammi la mano — Freya ti spinse ver me per alleviar le mie pene... +Quando avrai bisogno di un uomo che si faccia uccidere per salvarti, +non correre lungi, io sarò qui. — + +La donna, nervosa e passionata, debole e pure dominatrice, si slanciò +nelle sue braccia senza rispondere. Trionfava dell’uomo che da parecchi +mesi spesso incontrava e subito amò. Era il papiro su cui voleva +scrivere la pagina gentile della sua vita. L’avarizia non potette mai +appressare le labbra livide sulla sua fronte. Nè i doni, nè i rigori di +Pansa valsero a vincere l’ostinato rifiuto. Le sensazioni deliziose che +ora provava erano la sua ricompensa. + +Fra i due giovani nati in sì diverse contrade — l’una bagnata dalle +nebbie, l’altra calcinata dal sole — che forse incontrandosi per la +prima volta si erano ritrovati — seguì per qualche tempo un dialogo che +chi legge ricorderà senza che io il dica. Nel separarsi si promisero +un più discreto ritrovo. Diana è patrona agli amanti circospetti e +pudichi. Ma, se inverecondi, gli svela. + +— Oh! l’oro fluttuante sul capo tuo! Quante volte sognai di carezzarlo +colle mie mani! + +— _Geif my een zun. Faruel._ — + +Phanisco gli accordò di gran cuore il bacio che l’atto delle labbra +protese — e non la frase sicambra — le parve volesse significare e andò +via. Ambedue, rientrati nelle dimore dei loro padroni, si coricarono +sui velli di montone che servivano loro di letto. Non una parola, non +un sospiro, per tema che l’ospite divino, penetrato nel cuore, offeso +da distrazioni, fuggisse. + +Cneo Vibio aveva voluto disporre e rinnovare lo aspetto interno della +casa pel ricevimento della sua sperata. I migliori pittori vennero a +decorarla coi loro pennelli. Ordinò vasi fittili in Nola. I bronzi, nel +paese. I trapezoidi e le statue di marmo, in Herculanum. + +Si lavorava. Gli artisti davano l’ultima mano alle pitture. Gli schiavi +avevano lustrato col piombo i pavimenti. I fonditori consegnavano i +candelabri; il letto nuziale e le _sellæ jugatæ_, con quel meandro che +noi chiamiamo _greco_ e i Romani dicevano _lacunar_ ed i Greci φάτνωμα, +da φάτνη, alveolo, specie d’intarsia di argento sopra una fascia di +rame sul bronzo; le lampade; gli arnesi molteplici al servizio delle +imbandigioni e dei delicati mangiari. Nel tablino — il cui piano era +di mosaico bianco inquadrato da un filetto nero; e le pareti, dipinte +da Alectryon, rappresentavano le muse Talia, Euterpe e Melpomene, +gruppi di baccanti e di fauni, Ganimede rapito dall’aquila di Giove, la +collera di Achille, Ulisse che con una gherminella gli rivela i maschi +istinti, e il mendicante re d’Ithaca che chiede soccorso ad Eumeo — +erano stati deposti sui banchi e sul mosaico i vasi, le tazze di vetro +egizio scolpito, una statua di bronzo ed una di marmo. + +L’uscio di strada era aperto. Uomini eleganti, o svagati che occupavano +il loro tempo nel girandolare, nel domandare e nel ricambiarsi le +novellucce del giorno, nel ber fresco o condito in ogni termopolio, nel +rilevare i vizi e le ridicolaggini dei particolari — tutte cose nate +dalla attività dello spirito e dalla oziosaggine della vita — scorgono +colà dentro il padrone della casa ed entrano, siccom’erano già entrati +in ogni bottega di profumiere e di orificeria per far compre per sè o +per le loro amanti. + +Alleio Nigidio fu il primo a salutare e a stringer la mano allo edile +ch’era loro venuto incontro nel _prothyrum_. + +— I tuoi dioscuri sono bellissimi, o Vibio. Chi gli ha dipinti? + +— Poseidonio.... — Ehi!... vien qua per udir la critica sul tuo lavoro. +— Mi pare però ch’egli abbia reso questo ingresso uno dei più splendidi +di Pompei. — + +Il pittore che stava dando gli ultimi tocchi nell’atrio ad una Venere +celeste coronata, vestita di azzurro con stelle d’oro e appoggiantesi +sur un timone di nave, presso il quale Amore è in piedi sur un +piedistallo, si fece innanzi sorridente e sicuro. Aveva un berretto +frigio sul capo. Una tunica rossa sulla persona. La fronte alta. La +barba grigia. Il naso breve e ammassato. Gli occhi rotondi, scrutatori, +memori, pieni d’immagini e di scoperte ingegnose. Quella sua figura +parlante affascinò i curiosi in sull’uscio. + +— Ho seguito la tradizione di Apollodoro. Polluce, immortale, figliuolo +di Giove. Castore, generato la notte di poi da Pindaro, mortale. Il +consorzio di un novilunio, pria di vedere la luce, teneramente gli +affratellò. E quando il geloso Ida rese vedova la rapita Ilaira, e quei +solenni domatori di cavalli divennero costellazioni.... + +— Tu credesti acconcia cosa il ritrarre i due nati di Leda allo +ingresso della casa del nostro edile, come curatori e patroni delle +sue prossime felicità. Bene facesti nel presentarli in atto di camminar +lentamente, reggendo ciascuno pel freno il cavallo. — Nobile e divina +movenza! — + +Così Giunio Semplice. Ma a Milio Maio non piaceva che i due +affettuosissimi procedessero sulle opposte pareti a rovescio. +Simiglianti di volto, di persona, di arnesi, d’intendimenti, avrebber +dovuto, secondo lui, camminar di concerto. Laonde, il pittore a lui +replicò: + +— Siccome Giove permise che l’un rinascesse ogni semestre per consolare +il gemello immortale, così l’una stella sorge e l’altra tramonta; ed io +diedi all’uno la direzione opposta dell’altro. + +— E quel pileo costellato il ponesti sui ricciuti loro capi per +dinotarli nati di un uovo? + +— Plozio Svellio potrebbe non ingannarsi. Luciano pur dice così. Ma io +credo con Festo Pompeo che il pileo fosse dato a Castore e a Polluce +perchè spartani, i quali avevano il costume di combattere pileati. E +la clamide la posi sugli omeri _insidentem_, come Aliano il decise. Ed +_ambo hastile gerunt_, siccome Stazio ha notato. Non trascurai veruna +particolarità. — + +Il capannello erasi accresciuto. E tra gli altri, fattasi innanzi +Laconies, una schiava addetta alla tessitura delle tele, volle +anch’essa dire il suo verbo. + +— E al ver ti apponi. Orazio dice nelle satire, + + _Castor gaudet equis, ovo prognatus eodem_ + _Pugnis_.... + +Dunque se Castore fu detto _equorum domitor_ e distinto nei giuochi +delle corse, Polluce si palesò valente pugillatore e patrono agli +atleti: + +— Al duro accento ti riconosco spartana. E mal comprendo come tu abbia +sì presto obbliato i tuoi conterranei, i quali mai si dipartono dai +loro cavalli, doppia forza al guerriero. E ti aggiungerò qualmente la +voce della tradizione faccia Giunone donatrice ai Dioscuri di generosi +destrieri; laonde sempre, o sopra, od a lato di essi, ritraggonsi sui +bassorilievi, sulle medaglie, sulle gemme, sui vasi e sul marmo. Se +non vuoi ammettermi queste ragioni, concedi ad un pittore il seguir la +legge della euritmìa, e torna al tuo mestiere di Aracne. — + +Risero gli amici alla confusione di Laconies che andò via borbottando. +Ma prese a difenderla Vibio. + +— In una città qual’è la nostra, a poche miglia di Herculanum, presso +Neapolis e Nola, non lungi da Baiæ e da Cuma, ove ad ogni piè sospinto +si rizzano dal suolo edifici eleganti; ove di statue son prodighi il +Foro, i teatri ed i templi; ove l’occhio di tutti viene educato al +vero ed al bello ideale; ove i portici delle case private si animano e +parlano agli occhi di chi attento riguarda; ove la vita, dopo il breve +lavoro manovale, si passa in letture, o in racconti, od in poetiche +rapsodie, non è maraviglia che anche la mia povera schiava abbia potuto +emettere il suo giudizio e non aver torto. Nell’Urbe il Campidoglio +si abbella di Dioscuri colossali a lato dei loro cavalli. E ricordo i +versi del poeta che pur dice: + + _Puerosque Ledæ,_ + _Hunc equis, illum superare pugnis_ + _Nobilem_.... + +Ma, udite il tafferuglio delle mie genti nel tablino! Mirano e +sentenziano. Andiamo a vedere il Meleagro, la Baccante, la Venere +celeste ed un Marte, or or condotti dal nostro valente Poseidonio. +Quindi esamineremo i dipinti di Atheneo, di Charicles e di +Astynoos. — + +E di fatto, non eran chete le gazze. Rhodope e Primigenia avevano per +le mani due specchi; il disco del primo, di argento, era sostenuto da +una figura ignuda che ha elevato le mani e poggia i piedi sopra una +tartaruga; il secondo aveva un capriccioso manico ricurvo, terminante +con una testa d’oca, quasi per appenderlo; ed il disco era afferrato +dalla bocca di un ariete che colle prolungate corna pur lo fermava. + +— Mercurio, nipote di Atlante, sostiene convenevolmente la immagine di +una donna, ch’è il pernio del mondo. La testuggine, simbolo del facondo +dio, indica il voto che la bellezza sia lenta a sparire. Ma le serpi, +le ali, la borsa perchè qui obliati? + +— Chiedi stranezze, o Rhodope. Le corna sì, in questo che ho nelle +mani, sono di troppo.... Oh! Mira il bel vaso che fa Lochiades +opponente da Batracho. Quel giovane che ha l’asfodelo nel pugno è in +vero manchevole nella persona. + +— Sì, quel torso non fa onore al pennello di Echeclos. Potea +risparmiarsi di graffiarvi καλος. La giovanetta nuda è meglio +trattata. Le linee s’intrecciano armoniose, con grazia e con eleganza +d’invenzione. + +— Di’ sino a domani. Ma il Nolano sa quello che fa. E chiudi la bocca +dinanzi l’altro fittile che presenta la leggiadra donna che ha nella +destra lo scettro della bellezza, e porge colla manca una coppa piena +di gioielli a quel giovane che accetta il dono e ne toglie di sorpresa +una grossa perla. Gli è il simbolo delle nozze di Vibio. La perla del +dolore. Il premio alla virtù.... Oh! lui beato! + +— Veh! Epogato il bel vase di bronzo dal solo manico che finisce con +due colli d’oca e dalle foglie di acanto che accompagnano i tre piedi +con gentili incisioni. + +— Ricorda, o Polydemo, i bei versi di Virgilio: + + _Et nobis idem Alcimedon duo pocula fecit,_ + _Et molli circum est ansas amplexus acantho;_ + _Orpheaque in medio posuit_...... + +— E vedi nel manico la testina di Orfeo che da Alcimedonte fu posta nel +mezzo del vaso cennato dal Mantovano. Meglio interessante questa diota +col gruppo formato dal puttino alato e dal tigre sui due manichi. + +— _Butu Batta!_ Cotesti κακαβοι, o come qui gli chiamano, _akena_, +faranno brontolare il _coquus_ Elesiade di Messana. Più eleganti le +_sartagines_ da friggere, le _pelves_ da cuocervi dentro le carni e +le _patellæ_, quelle tegghie da pesce. Eccolo che viene, o Lucidea. +Scommetto approverà lo _ahenum_, di forma elegante, che ha il manico +del coperchio simulante un delfino. + +— V’ingannate, o Abacino, o Issa, o Hagyo e Certa. I cacabi da +appendere o da poggiare sui tripodi gli amo meglio semplici e senza +ornamenti. La dea Fornax nè sa qualcosa quando gli schiavi gli +nettano. Le casseruole le avrei volute fornite di bei manichi — una +testa di lepre — un capo d’aglio — un ariete. — V’è solo il buco per +appenderli. La patella per cuocer le uova a riverbero nei loro gusci +onora l’artefice. Cotesta sì, è una sorpresa, e debb’essere Mutraio +Quirinale, il fabbro che ha bottega sulla via Domizia. Liberò alla sua +salute stasera dal vinaio Spiritus. E poi, come tutto è bene stagnato +nello interno, secondo il recente sistema dei Galli Biturigi, sì che +pare inargentato come pria si faceva. + +— E che dici, o sapiente manipolatore, di quella fornacella di ferro, +contenente il vaso per le opere tue? + +— Non la lodava, o Certa, perchè _pars maxima in ea_. Ne dissi il +congegno a Saturnio, il puteolano; ho assistito alla sua fattura, e +me ne servirò per tenervi calde le salse con pochissimo fuoco, chiuso +com’è di ogni parte. Ma i tre manichi ch’egli vi aggiunse, uno pel +coperchio e gli altri per trasportar la fornace ove piaccia — quelle +statuette di donne giacenti — sono proprio una maraviglia. + +— Berrai anche per lui, o Elesiade, eh? + +— E berrò triplo, o Abacino, se tu mi secondi. — E berrò decuplo +come Anacreonte, se Certa non disdegna il contatto delle mie labbra e +l’autocrazia sulle vampe del mio cuore. + +— Salve, o imperatrice dei cacabi! + +— Eh! dicesse da senno.... accetterei. — + +Due ragionavano tra loro in mezzo agli sguaiati parlari. E miravano +due statue di perfetto lavoro. Quella di bronzo posava sur un globo +guarnito dalla fascia zodiacale. Era da collocarsi nello impluvio, +dinanzi lo ingresso della casa. L’altra di marmo aveva un occhio di +bronzo nelle reni per collocarla sospesa in aria tra le tettoie della +seconda corte e sopra lo xysto. Erano veramente due capi d’opera. + +— Mira, o Aurelio Postumio. Le chiome cadenti sugli omeri, il seno +ricolmo, il peplo che dal capo va giù in lunghe pieghe, la rotondità +delle forme la testimonierebbero donna, se l’artista l’avesse tutta +coperta. La destra rialzata sulla spalla per rilevare l’unica veste e +il flabello che stringe colla sinistra sono pur muliebri atteggiamenti. +Quel figliuolo di Mercurio e di Venere nel cui corpo la passionata +Salmace si compenetrò, servì all’allegoria di cui sono scuole perpetue +le antiche iniziazioni. + +— Come, o Vepinio, l’ermafrodismo non è dunque nella natura, e le son +favole quelle che troviamo nei papiri? + +— Sono e non sono. Ma la statua che Vibio commise allo artista +ercolanese dice tutt’altra cosa. Cotesto accozzamento delle parti +maschili e delle forme femminee che posa i piedi sul globo terrestre è +il genio della natura che s’immedesima nei due sessi. + +— Che ammirate di bello? + +— Ammiravamo, o Giunio Semplice, l’allegoria ch’è in quella statua di +bronzo e.... Vibio, tu fosti servito a dovere. Il Fauno, il Narciso, il +Sileno, il Bacco, ed altre poche scolture in Pompei possono gareggiare +in siffatto confronto. Ti costa molto? + +— Aurei nummi! + +— Bene spesi!... E lo stesso artista fe’ pure la statuetta di marmo? + +— Mai no. — Una è di Apollonio, figlio di Archias. L’altra è di +Suliodes, lo ateniese. Rappresenta l’anima umana che allargando +mollemente le braccia e spingendo lo intero corpo vaghissimo nello +spazio, cerca, ricerca, urta, cade, si risolleva e vola nelle ondulanti +spire dell’aria. + +— O maraviglia! + +— E perchè nel destro polso la sottile armilla? — + +Un uomo ch’era stato ad udire colle braccia in croce dietro le spalle, +e tutt’occhi guardava la statua posta sur un tappeto di lana per terra, +non potè a meno di dire: + +— È il legame della psiche immortale col suo velo corporeo quaggiù. + +— Bravo! è un uom di genio costui! + +— Merita del vino _diffusum consule capillato_. + +— No. Se ne avessi sarebbe dolciume. Darò a Peloro di quello _mecum +natum consule antiquo_. + +— Io rimango estatico, o Giunio, dinanzi quella scultura. La rivedrò +messa al posto. Come la gioventù diffondesi per tutte le membra, e +colla gioventù la bellezza! + +— La correzione del disegno, o Vepinio, la grazia dello atteggiamento +sono un insieme che rapisce ed incanta. — + +Nell’atto entravano per l’uscio di strada Hermio e Macerio. Erano due +schiavi dello edile. Uno richiamò la di lui attenzione su due briglie +che avea per le mani — una semplice — una più adorna. — Erano di +bronzo. + +— Mira, o padrone. Questa a sinistra non la desidero. Nessun ornamento. +Lo artefice però ha aggiunto al _prostomis_ la bella catena, la +_psellion_, per sedurmi. Sfibbierò l’altra e la ficcherò pei due +anelletti laterali, ne’ quali va il freno, e la passerò sotto il labbro +inferiore del tuo nobile africano, perchè non apra la bocca. Consenti? + +— Tu hai gusto, vecchio Hermio. La equilia è il tuo regno e disponine a +modo tuo. + +— È buono il signor nostro. Sappiano tutti gli dei ascoltare i miei +voti. — Comperai anche un _prometopides_, da porsi sul fronte del +cavallo. È di bronzo, intarsiato di argento con bella maestria. Mira! +In mezzo havvi un dischetto ove appariscono in basso rilievo due uomini +seminudi che si tengono per mano, pigiando le uve sotto una pergola. + +— E tu, Macerio, che rechi? + +— Una lanterna, o padrone. La luce fumosa della fune impegolata, +nottetempo ti offende. — I due sostegni sono di metallo a getto. Per +dar passaggio alla luce interna ho preferito il corno, sottile più del +vetro e più forte. La comperai da Tiburzio Cato; nè ho a dir altro. + +— Sono contento dell’opera vostra. Andate. — + +Quei giovani s’intrattennero anche alcun tempo collo edile, ragionando +di arte, aspirandone per la retina degli occhi e traspirandone per ogni +poro. + +E chi non era artista in Pompei? Scuole, siccome noi or le intendiamo, +non esistevano. Ma tutto e tutti ne fornivano continuo i modelli, dalla +natura animata alla natura palpitante. I pesci nel mare, le triremi +sul Sarno, i begli alberi carichi di frutta sul piano, le case di +campagna sul versante del Vesvio, i monumenti nella città, i bambini +ignudi, le donne non molto coperte — di belle linee fornite e di facile +consorzio — il culto professato largamente alla iddia del cuore dalla +pubertà sino al possibile, ecco gli educatori allo sguardo per la +scienza della forma, per la leggiadria delle movenze, per la magia dei +colori, per l’armonia dei gruppi. Io veggo graffite sui muri caricature +delineate col sentimento dell’arte. Nello ambulatorio addetto alla +famiglia degli accoltellanti erano immagini di giostre, di uccisioni +e di cacce che nessun soldato oggi saprebbe segnare colla baionetta. I +mosaici presentano una varietà di disegni ed uno accoppiamento di marmi +ammirevole. Non un quadro copia di un altro. Se raffigurante lo stesso +soggetto, diversa la posizione delle figure. E ve ne ha di quella che +Raffaello e Michelangelo avrebbero testimoniato co’ loro nomi. + +Io credo che ai monelli — dopo aver macinato i colori e visto il +metodo di adoperarli — prendesse sovente la fantasia dello imbratto e +riescissero. E incoraggiati e plauditi, continovassero. Quell’_anch’io +son pittore_ debb’essere di antica data. Ed è certo di origine italiota +dai secoli lontani. + +Gli amici si salutarono e si strinsero le mani. + +— Quando le nozze? — + +— Appena, o miei, avrò posto in assetto queste domestiche cose.... Nei +giorni fausti del quinto mese. — Fra poco. — + +— Augurii lieti, felici. — + +Tutti partirono. Andarono di concerto sino all’arco a trionfo. Quindi +ognun prese il suo cammino, quale verso il Foro, quale alle sue case. +Un d’essi, Marco Porcio, avviossi colà d’onde esciva la luce che +irraggiava in quei giorni il suo cuore. E camminando diceva a sè stesso +con quel gesto animato dei meridionali. + +— La mia chimera è svelta come Diana cacciatrice. La donna breve, più +che uno sproposito, è una inavvedutezza di Vitunno che dà il soffio +della vita ai mortali. L’amo bianca, perchè il giglio è bianco. I poeti +per velare gli orrori della pelle bruna la dicono dorata dai baci del +sole. Quell’oro è rame brunito; è una epidermide di assi. Ho qualche +sospetto però sul colore dei suoi capelli. Ma così qual’è, anima e +corpo sono un invidiabile possesso. — + +Cennia Augusta — della famiglia Procula — che l’occupava sì da veder +lei in ogni cosa nella quale imbattevasi, lo riamava; ma di quello +affetto di donna giovane e svagata che vien dopo la idolatria di sè +stessa. Quanta giovinezza! Quali occhi! Oh! come purissimi i suoi +contorni! Tre anni innanzi, in aprile, aveva compito dodici anni. E +se lo spirito avea progredito, anche la natura aveva sviluppato su +di lei le sue forme svariate. Già nella notte un ribollimento del +sangue aveva sollevato i suoi sensi nel calore del riposo ed operata +una gradevole epurazione che avevala agitata e commossa tutta. E nel +maggio, la natura fiorì in lei d’un tratto e senza sforzo, siccome una +rosa vivace e fresca che sbocci al bacio possente dei raggi di un sole +di primavera. Non poteva uom vederla senza sentirsene punto dentro. In +quell’ora la era discesa dal letto di avorio per andare nel domestico +bagno. Quivi: + + _Effulgent camerae, vario fastigia vitro_ + _In species animosque nitent:_ + +E la giovane etèra baloccavasi nel tino di bronzo, lucido e terso come +oro, e udiva la cronaca scandolosa del giorno che Feda, la sua venerea, +le andava narrando, intanto che la _flabellifera_ le teneva lontane le +mosche dal capo. Dopo un lungo cicaleccio su molti svariati propositi, +Giulia interruppe: + +— Oh! Tutto concedo ad Horania di M. Alleio Sirico. — Il lusso di +cui non abbisogno — lo amore che mi circonda — gli affetti di Porcio +dipendenti dal mio sorriso — le di lei ville sontuose in Capreas e sul +Vesbio — tutto — tranne quella _crotocula_ dal colore di zafferano, +tanto ora in moda.... Ahimè!.... Tamno; il mercante nella via Popidiana +che mena alla porta di Nola, mi assicura non averne più di tal +tinta. — + +— Eh!... l’avrà. E vorrà fartela pagar nummi d’oro. Phrygia — la tua +nudrice — udì lo sproloquio che Tamno facea con Ebelana e con Lusia +al proposito di quella stoffa egizia. Certo, par cosa maravigliosa. +Sai?... Egli riceve dal paese che crea ogni portento tessuti bianchi, +ma apparecchiati da industri artefici in Tyro. Gli tuffa nella +caldaia ove bolle un mordente, e le stoffe impregnate escono fuori di +colore diverso, cui nè l’uso impallidisce, nè l’acqua della fullonica +lava. — + +— In verità, di quella tinta io non vidi mai alcuna veste. E la voglio. +E l’avrò. — + +Odesi un leggero rumore di passi sul molle tappeto della stanza vicina. +Una mano solleva la portiera. Ed ecco due giovani e belle schiave, +vestite di lunghe tuniche bianche, le quali penetrano nel misterioso +asilo di Venere e delle Grazie. + +— Marco Porcio, o padrona, è venuto e chiede vederti. — + +— Mercurio, o Feda, a me propizio lo manda. Sacrificherò a quel divino +nel mio larario. — + +E sì dicendo si sollevò dal tino. E dal suo bellissimo e ignudo corpo +discese a goccioloni, come pioggia di perle, l’acqua profumata da +asiatiche essenze. Le schiave denudaronsi anch’esse le braccia e il +petto rigonfio per essere più libere nei loro movimenti. E carezzarono +con minuziosa cura la dermide delicata della padrona mercè sottili +spugne tinte di porpora. E presi gli strigili di avorio, con essi +mollemente la tersero. E la nettarono colle pomici. E la dipelarono +col _lutum venetum_ — miscela di terra di Cypras e di aceto. — E +l’asciugarono a modo colle pelli del petto dei cigni. + +Quando in seguito la Cennia fu innondata di aromi i meglio preziosi +dell’Assiria e dell’India, chiuse la seducente persona in una di quelle +tuniche di lana che Varrone chiamava stoffe di vetro per la somma loro +leggerezza: calzò i piedini in eleganti _soleæ_ scarlatte, adorne di +ricami d’oro e di granati. E appoggiata sulle spalle delle schiave, si +trascinò in una stanza bene illuminata, dove le donne di quella tempra +_dum comuntur, dum moliuntur_ spendevano un anno di vita. + +Finchè durarono le prime cure nessun occhio indiscreto potè penetrare +in quello asilo, come se quivi si fossero celebrati i misteri della +Buona Iddia. Fra lo _speculum_ di argento e la persona è sulla tavola +tutto un _mundus muliebris_ — spilloni, stili, lime per le unghie, +spazzolini pei denti, pennelli pel liscio, mollette per strappare i +peli del mento, vasi di avorio, di alabastro, di argento, di vetro, di +terra di Nola, di murrhina, contenenti i cosmetici i più svariati e le +essenze preziose. — Vi erano le pomate di Cosmos, e di Marcelliano. +E i profumi d’Iris di Corinthum. E gli olii estratti dalle rose di +Pæstum, di Præneste, dallo zafferano di Rhodum, dalla maggiorana di +Cos. Nè tra gli aromi mancava quello delle mandorle amare di Mendes; e +del cinnamomo che costava venticinque denari la fiala; e il così detto +_regalis_, perchè composto pei re dei Parti, il quale odore era il più +stimato e ricerco per la ragione che gli era il peggio costoso degli +altri. + +Dopo avere annerito i sopracigli e le palpebre con uno spillo esposto +alla fiaccola della lucerna e rosate le gote col belletto — sì che +gli sguardi doventassero vivaci e lo incarnato attraente — una nuova +schiava, Hellen, sparse sulle chiome di Cennia un’acqua il cui secreto +era dovuto ai Germani, il popolo suo. Quei capelli, poc’anzi neri +come ala di corvo, presero presto lo splendore dell’oro, ardente qual +fuoco. Dappoi che Nerone avea celebrato coi suoi pessimi versi il +biondo arrischiato della sua consorte Poppæa — cui egli diè il nome +di saccinum, fossile combustibile, bituminoso di un giallo rossiccio +come il giacinto — le eleganti avevano sdegnato le nere capigliature +che ornavano la fronte delle figliuole del popolo italiota e, o si +adattavano sul capo i capelli tessuti delle bianche donne nate sulle +rive del Reno, o li tingevano del colore dell’ambra per non parere +creature volgari. + +Allorchè la _coma_ fu _calamistrata et crispata calido ferro_, e gli +aghi crinali la tennero in quell’ordine di anelli che la moda imponeva, +lo amante poteva entrare ed assistere al compimento dell’acconciatura. +I veli del mistero non avevano altro a coprire dinanzi al suo sguardo. + +— Venere physica e Mercurio abbiano lo altare giuncato di fiori. +Poi sacrificherò io in secreto alle divinità favorite. Intendi, o +venerea? Ora, introduci qui il giovane Porcio.... Prima però dammi la +_calthula_.... eccola là... quella leggera, azzurra, che si accorda +coi miei capelli ora biondi. Mi avvilupperò in essa per quanto +occorra. — + +Marco venne accolto con una di quelle frasi che danno al colloquio +della prima ora lo incanto e la dolcezza della intimità profonda. +Cennia gli stese la piccola mano, gemmata in ogni falange, che l’altro +passionatamente baciò. Non so se i pochi lettori, che le cure nazionali +e le depauperate fortune mi economizzano, abbiano mai riflettuto al +rapporto misterioso che esiste tra la mano e la bocca di una donna +amata. Parmi che in quelle dita, su quelle labbra arda una qualche +fiamma che bruci il sangue. Sono i due punti da cui scaturisce il +filtro che crea le grandi ubriachezze del mondo. + +Erano soli e senza alcun sospetto. Non io narrerò la conversazione +del cuore ch’ebbero insieme. Un profumo divino era racchiuso in ogni +loro pensiero. Un mistico fiore fu colto, assaporato, goduto. Quando +il dialogo — interrotto talvolta da eloquenti silenzi e riattaccato da +frasi velate che dicono tutte le cose della terrà e del cielo — ebbe +fine, la donna dominata da una idea cardinale che l’agitava da tempo, +discese dallo empireo dei sensi e così prese a dire: + +— Io sono ciò che hai voluto.... Mi sento tua. E ne son lieta.... Sì, +tu mi fai la donna felice quaggiù. Ma.... + +— Che manca a Cennia Augusta, l’amica dell’anima mia? + +— Ho il bene supremo con te.... Avrei Venere irata se mi dolessi. +Mi ami e mi dài continove prove di affetto. Ma una goccia di pioggia +turbinosa mi è caduta sul cuore. E i dragoni, le arpie, le chimere, +tutti i mostri di Acheronte non m’impaurano come il pensiero che da +qualche istante mi assedia. — + +Allora lo amante ansioso si levò dalla _cathedra_; e abbracciandola, +cercò consolarla: + +— Se tu mi ami riamata, qual fuoco incendia le ali della tua psiche +divina?... Tu guardi confusa sulle tue mani?... Sei stanca delle +gemme incise da Phrygillo, da Tamyro, da Apollonide, da Tryphone, da +Dioscoride? Preferisci ornar le tue dita di smeraldi, di granati, di +ametiste, di niccoli lavorati da Aquilas, da Quintillo, da Rufo, i +migliori tra gli artefici del giorno? Dillo ed avrai.... + +— No, caro ed amato Porcio. + +— Tu arrossi confusa? Ah! comprendo ciò che da me ti divide. Rivedesti +nell’Odeon Q. Pompeo Amethysto che un giorno sospirava ai tuoi piedi. +Ha un fascino il suo sguardo. Parecchie donne mi han detto che i suoi +occhi dimoiano più facilmente le reticenze del cuore, di quello che il +sole la neve. + +— Tu evochi periglioso ricordo. Che la memoria solletica più +furiosamente dell’atto. E lo invisibile dà una scossa dolorosa e di +tutte delizie alla fibra delicata di certi cuori... Ma, non temere. Non +è l’ombra che viene ad assalirmi.... Bene, una cosa reale. — + +E lo chiuse tra le sue braccia e lo baciò colle labbra smaniose. E +poi, mirandolo fisso per meglio immedesimarselo — era sentimento? +era artificio? chi comprese mai il vero sullo sguardo delle anime +innamorate? — proseguì: + +— Se io ti oblio, o Marco, che Venere mi oblii. Il mio amore per te +è la saviezza del cuore. Io mi voto a te con tutta la tenerezza della +creatura composta di nervi e di sangue. + +— Ma dunque, parla. Che è mai? + +— Perdona. Noi — fragili cose — siamo l’orgoglio, la curiosità, il +capriccio, lo interesse vanitoso del sesso più forte. Una _crotocula_ +io vidi del colore ora in moda. Tamno l’ha venduta ad Horania, donna +del tuo amico Sirico. + +— Ma Tamno altre ne avrà. + +— No. Sol’una ed è quella. Lungo è il tragitto da Tyro. Breve +dall’Urbe. Toglimi da questa malattia del cuore. Ed avrai tra le tue +braccia la donna scherzosa come un epigramma e passionata come una +elegia. Vuoi? + +— Il sole ha mille aspetti commoventi, e tu sei come il sole, o mia. Mi +facesti tremare pur dianzi. Or mi sollevi dal profondo ove la fantasia +incerta non trovava la strada per tornar su. Sì, o amore, sarai +consolata. — + +Chi descrive il sorriso di Cennia Augusta a quei detti? Non io. +Sulla sua faccia splendeva qualche cosa di fuggitivo, d’indistinto, +di misterioso che fornisce nuovi alimenti alle vampe che allumano il +nostro sangue. Quegli che sa le grazie della donna, e che passò la +sua gioventù a contemplarla, e che apprese a vivere contemplandola, +comprenderà e delineerà il sorriso di quella bellissima creatura +appagata. + +— Lo giuro a Venere sacra, e l’avrai. — + +Partì. E quel giuramento della volontà fu un di quei pochi che il vento +mal fido non osò portar via. + +Horania — la giovane donna invidiata pel possesso della _crotocula_ +— era allora in una sua villa sul versante meridionale del Vesbio. La +strada che vi conduceva — praticabile dai cavalli e non da alcun carro +— era abbellita di alberi e di fiori, e di utili culture. Le quali +venivano qua e là interrotte da enormi massi grigiastri che facevano +pensare ai combattimenti misteriosi tra esseri di una forza sopraumana +ed altri la cui natura il senso religioso tentava spiegare. Su quei +massi non una pianta; qualche arido stelo sulle crepacce. Pareva la +preda offerta agli ardori divoranti del sole. La casa era grande e +di forme svariate. Torri — porticati a colonne — piscine elittiche — +atrii con camere da letto, sale, bagni, e fauci che il tutto riuniva, +esponendo ad un cielo di zaffiro le sue mura bianche ed incontaminate. + +Il padrone di quel luogo sontuoso era assente. Sirico — che in città +possedeva la casa prossima alle Terme, dal triclinio il più ricco +di pitture che sia in Pompei, dal protiro che saluta il lucro quale +la divinità del suo cuore, e che sul muro di contro aveva fatto +pingere ad encausto i serpi simbolici contro il mal’occhio colla +iscrizione: HOTIOSIS LOCUS HIC NON EST PROCEDE MORATOR — era un uomo +di speculazioni arrischiate che i costumi depravati ammettevano. +Provvedeva di cinedi e di fanciulle i fastosi del paese e di fuori, +e faceva mercato di schiavi da lui comperati in Europa e nell’Asia. +Da due mesi trattenevasi nell’Urbe a cagione del suo turpe commercio. +Horania era stata a sedici anni da lui acquistata in Pale, dell’isola +di Cephallenia che con Ithaca prospetta il promontorio greco +dell’Acarnania. Più che quarantenne, avevane fatto la compagna della +sua esistenza; impadronendosi di una giovane vita — non del suo cuore — +e sommettendola ai suoi capricci. Il lusso, i vini delicati, i ricchi +mobili, le più ricche vesti, i monili d’oro, le gemme, le perle, il +codazzo dei servi, la casa di città e di campagna sono lo accessorio +della felicità per l’anima giovanile della donna; ma non la felicità +piena. Laonde la si era incaricata un giorno di secondar la fortuna, la +quale talvolta tradiva il commerciante nei traffici suoi. + +Giovinezza e bellezza non sono di frequente sinonimi. Vi ha donne, non +giovani, bellissime. Vi ha giovani incompiutamente belle. Se il volto +è appassito, il corpo è un fiore sul gambo. Se il viso è fiorente, la +persona non è ancor ritondata. La donna dai venticinque ai trenta anni +è la vera madre della grazia, della bontà per tutti, delizie ch’essa +rivela cogli occhi ricchi di pietà, di gentilezza e di amore. + +Ed Horania era, quale io la veggo nei miei pensieri, di una bellezza +antica. Con un elmo greco sulla testa e il torace coperto da squame +d’oro avrebbe raffigurato Minerva in quei tempi della carne glorificata +e dei divini ardori. Le sue narici mobili e graziose posavano sur una +bocca rosea, umida e sempre aperta al sorriso. Quando parlava pareva un +uccello. Quando taceva sembrava un fiore. Due grandi occhi, del colore +delle viole mammole, si disegnavano sotto una fronte diritta, adorna +di capelli abbondanti, che in onde oscure le s’inanellavano sulle +spalle, ritenuti da una rete di fili d’oro. I piedi, le braccia, le +mani impensierivano i cultori dell’arte imitatrice. Da tutta la persona +snella e leggiadra venivano allo sguardo emanazioni sottili, invisibili +di fascino e di voluttà. + +Un giorno Catullo Messalino, tornando da una ispezione alla colonia dei +veterani, la incontrò colle sue schiave in una via solitaria del monte. +L’uomo e la donna si guardarono a vicenda. Ed ambedue compresero dai +battiti del cuore lo arcano che la natura compone nel sangue e rivela +quando che sia. + +Il giovane centurione era siculo. Aveva l’anima di fuoco. E la pelle +che coprìa le sue carni era pure bronzata dai raggi del sole natìo. +Non era bello di quel tipo che Phidias, Gorgias, Pithagora di Rhegium, +Patroclo di Crotone, Hypatodoro e Aristomede di Thebes avevano fissato +con linee convenzionali. Di statura mediocre. Di forme proporzionate. +Un misto di tristezza e di grande energia. Se sul campo contrastato +avesse avuto la fortuna a rovescio e i militi fuggenti, come Arrio +Secondo avrebbe strappato l’aquila dalle mani del vessillifero e, +gittatala in mezzo alle falangi nemiche, detto cogli occhi: + +— Io corro al pericolo in nome di Roma eterna. Seguitemi e riprendete +la gloriosa insegna! — + +Molti uomini, presi dal fulmine di quegli occhi, sarebbero tornati i +vincitori del campo. Nessuna donna — almeno per un istante — avrebbe +potuto restarsi muta allo appello. + +Quei due esseri si amarono e ardentemente si amarono. Messalino passava +alcune ore deliziose della sua giornata con lei. Sulle di lei labbra +gli sembravano più belle le parole della lingua natale. Le frasi si +dipingevano di un candor virginale e di certe delicatezze che pareano +innocenza. Egli coglieva per essa le più belle rose e i più bei frutti +del luogo. Ed Horania, sdraiata ai suoi piedi sur una pelle di tigre, +accennando alle ridenti piagge di Surrentum, di Capreas e di Pithecusa +che chiudevano il cratere partenopeo, addolciava la vita di poetici +pensieri, sollevati dalla immagine estatica ed amante che aveva +dinanzi. Una subita e terribile fatalità poteva troncare il filo di +quei sogni dai quali quegli spensierati si faceano cullare. + +La passione è il vino delle grandi ebbrezze, o è l’acqua di Lete — vino +ed acqua che hanno la potenza di annuvolare i cervelli. + +— Amore! tu mi hai ritolto da una vita di noie e di secreti lamenti e +mi portasti sulle tue braccia in paesi ignorati. Ciò che tu m’inspiri +lo sapeva io pria di vederti? I tuoi baci sono profumati come il mele +d’Hymetto. Il tuo amplesso mi ha creato il cuore. — Sirico.... Oh! +Sirico non era da tanto! — + +Messalino si rammentò di un uso antico della sicula gente che meglio +avrebbe risposto allo incantesimo di quelle parole. Prese dalla corona +di rose che a lei cingeva le tempia un bottone rossissimo di Mileto che +parea fior di granato. Lo sfogliò in una coppa di murrhina ripiena di +falerno e la vuotò in onore di lei e della sua idoleggiata bellezza. + +Questa era la vita che furtivamente, o per caso infinto, o per meditato +convenio menavano da due mesi quelle creature felici sotto il cielo +ardente della Campania e nella invocazione di Venere protettrice. Le +ore lietissime sono siffattamente fugaci da eludere il taglio dello +scalpello, il graffito della penna, il plagio del colorito. Lo spettro, +che è cosa morta, non può riprodurre la scena del cuore, che è cosa +viva. Non posso però ritrarmi dal pingere la sofferenza che straccia e +dilania le viscere di quegli amanti sorpresi nel grembo di una svagata +sicurtà. + +Catullo Messalino, attraversato un bosco di lauri, entra in uno xysto, +penetra nell’æcus e si ferma. Quale inno cantavano i begli occhi neri e +radianti dello eroico centurione? Era un’ode. I ricordi, la speranza, +la gioia illuminavano gli sguardi ricercatori. Ma Horania non vi è. +Esce e nel sollevare la cortina che abbuiava la luce di una camera, +la donna dell’anima sua si leva dal lettuccio e gittandosi nelle sue +braccia, pallida ed in lacrime, chiude il viso sul collo di lui. + +— Domani.... forse oggi.... egli qui! — + +Siffatto caso, sì preveduto, e tante volte meditato, parve ad ambedue +una inattesa sventura. Messalino non rispose e più ardentemente la +baciò. Quindi: + +— Horania.... egli venga e trovi vuoto il cubicolo tuo.... Abbandona +queste equivoche dovizie, sparse di lacrime e sporche di fango.... +Vieni meco.... Dovunque sarò e tu sarai.... Posso omai vivere senza +te?... E non morresti tu lontana dal leone del cuor tuo? — + +La donna era così sprofondata nel suo cupo dolore, che lo udiva +trasognata e levava gli occhi lucidi al cielo quasi per incontrarvi una +idea consolatrice. Ma vi sono momenti nella vita in cui le illusioni +fanno paura a sè stesse e non osano entrare nelle menti desolate dalle +passioni, poi che la innocenza le ha disertate per sempre. E comunque +una idea di affetto le fosse discesa dal cielo o venuta su dal cuore, +la bellissima greca l’avrebbe sfatata. Il centurione era lo avvenire +incerto, l’uomo del gladio, il padrone del braccio, la lotta dello +indomani, la vita dei continovi pericoli. Sirico era il focolare +domestico senza dignità, senza stima nè amore, sì. Ma il focolare che +riscalda, che ha il domani. Era la carezza del lusso, l’abbondanza +dei profumi. Era la età matura sui cuscini di porpora e sul rispetto +degli schiavi prostrati. Era la prosa della Danae abituata alle visite +metalliche di Giove che allontanava da sè la poesia dei ricordi i quali +si facevano ognor più velati. Gittò un sospiro profondo, lo strinse +forte al suo petto, lo baciò furiosamente e poi parlò. + +— Tu sei il bene supremo. Tu sei la esistenza.... La mia sarà omai +breve, lo so. Ma.... la mia vita non poteva confondersi colla tua. +Separiamoci. Il Fato vuole così. Allontanati prima ch’ei giunga. — + +Il siciliano comprese. Ma l’amava. Ed ogni suo nume era in lei. La +guardò fiso per qualche istanti. La baciò sulla bocca, sulla fronte, +sugli occhi e sì febbrilmente da dar vita con quei baci di fuoco a una +morta. E partì. + +Partì. E lo xysto, ed il lago, e la fontana, e gli alberi e la foresta +di lauri ebbero i suoi sguardi sfiduciati e il vale estremo. Se lo +imperatore lo avesse chiamato a combattere, il suo braccio avrebbe +commesso miracoli di virtù in tale istante. Desiderava in tanto dolore +la morte utile agli altri — refrigerio al suo cuore — la morte eroica +del centurione romano sotto lo sguardo dei Dioscuri protettori. + +Corse al mare e si cacciò nelle onde agitate e spumanti. Nuotò per +un’ora onde raccattare un po’ di distrazione e qualche stanchezza. Ma +il sangue bolliva, i nervi erano tesi. — Inforcò un cavallo e di corsa +verso Neapolis. Ma, non appena giuntovi, indietro a slascio, attratto +dalla memoria di lei. — Si racchiuse nel suo cubicolo e passò la notte +in ismanie e mordendo le coltri. Oh! i disegni della sua mente delira! + +— I seguaci di Romolo, le Sabine!... Senza quel ratto l’Urbe non +sarebbe sorta potente.... E qual Sabina la Horania mia! Mia?... +D’altri.... non mia! Di mio non ho che il dolore di averla perduta.... +la memoria di un limitato possesso!... Ecco, io mi slancio alla testa +dei miei veterani, brucio, ruino la casa del mio rivale e rubo la +donna, la sola nata agli occhi del mio cuor travagliato. — + +Cotesto vano trionfo di un istante inebbriava per poco il suo cervello +che ardeva. Ma le leggi del dovere cui era abituato lo tranquillavano +ben presto e gli facevano disprezzare le stravaganti avventure che pur +dianzi lo avevano solleticato. + +Barcollante tra pensieri diversi, uno alla perfino seppe accettarne. E +corso al tribuno dei militi, che aveva il comando delle tre coorti di +stazione nell’agro pompeiano, chiese ed ottenne il permesso di andare +nell’Urbe col pretesto di faccende a lui care. + +Io scrivo sulle agitazioni di un povero spirito, immerso in un pelago +d’idee tumultuose quali esse sono, non quali la convenzione adottata +sui tempi eroici a noi le trasmise nelle pagine istoriche e nei +monumenti. L’uomo nato di donna è sempre uomo. La vita pubblica e il +campo di battaglia possono trasumanarlo; e in questo istante solenne +il cuore si divinizza, la frase diviene sublime e l’atto non è più cosa +mortale. + +Or uno schiavo entra nell’atrio e chiede di M. Catullo Messaline. +Questi esce, svolge una pergamena che gli vien pôrta: e, + +— «Sono ancor sola e libera. E brucio di amore. Vieni.» — + +Corse allo invito e rientrò nella felicità come se riprendesse il filo +di un sogno beato dopo breve vegliare. + +Ore piene! Ore deliziose! Ore che qualche lettore ricorderà. + +A notte tarda riprese la via del ritorno. Era più consolato. Sentiva +ancor sulle labbra il fremito delle labbra non sue. Sentiva quasi sul +petto il contatto di lei. Quando, giunto presso un burrone profondo, +vide nella oscurità escire un’ombra da un masso di lava e venirgli +incontro in atto di minaccia. Dai battiti del cuore di quel fantasma +comprese chi fosse. + +Sirico avea tutto saputo da uno schiavo fedele. Volea vendicarsi. E +aveva in mano il coltello da ciò. La sfida mortale. Il luogo scelto era +adatto. + +La lama aguzza aduna il poco chiarore dell’aria e scintilla in alto +nelle tenebre. Messalino dà indietro, sguaina il brando e ferisce con +impeto. Un urlo disperato e il tonfo di un corpo pesante che precipita +a sbalzi in fondo al burrone compirono la tragedia. + +Tornò sui suoi passi e destò la giovane addormentata. + +— L’ho ucciso. — Or mi appartieni. + +— Ma è sangue oltraggiato quello che hai sparso! + +— Egli uccideva me. Vieni. Mi salvo e ti salvo. — + +Ricoverarono nell’Urbe un delitto di più. + +Delitto?... Eh! baie!... Gli era il prodotto di un funesto amore +dell’anima umana, fiore sanguigno sbocciato in tempi assai diversi +dai nostri, cresciuto nella esaltazione, anaffiato dalla gelosia, +colto dalla minaccia e che sentiva lo aroma di una natura aspra e +gagliarda.... Uomini di tal tempra non permettevano a piedi stranieri +di calpestare con insulto la sacra terra dov’erano nati! Coteste parole +servano a Messalino di scusa presso coloro che coi _se_ e coi _ma_ +si addormentano placidamente ogni sera sulla coltrice delle nazionali +vergogne! + +Siccome gli sguardi, esistono nei lessici di tutte le lingue parole +di doppia vitalità — quella del cuore d’onde escono — quella del cuore +che le riceve. — E spesso in una di esse si annicchia la genesi di una +battaglia, la trasformazione di una esistenza, il rifugio di una grande +speranza, una resurrezione piena di dolcezza. + +Herculanilla era la rarissima tra quelle creature che i poeti +covano nella mente come la più intima, la più cara, la più completa +espressione della grazia, del candore, della intelligenza, della +beltà. Il suo merito supremo consisteva nell’esser lei, non altra +che lei. Nè i pennelli, nè la penna possono fare il suo ritratto. La +donna immensamente amata non si tratteggia, non ha chi le somigli, +è quella! Così Herculanilla era incisa e scolpita nel cuore di +Lucio Vitelio Hycca, colla sua capigliatura ardente e impregnata di +amorosa elettricità, colla sua voce fine, carezzevole, colorata, col +suo pudico sorriso che diceva promesse e la unione del cuore. Egli +aveva combattuto in Giudea; e, nella ostinata e rabbiosa difesa del +tempio in Jerusalem, aveva avuto la fronte solcata dal gladio e il +petto scalfitto da un colpo di lancia. Il primo allo assalto. Il +primo a penetrare colà dentro. Avrebbe dovuto ricevere la _corona +aurea vallaris_, o _castrensis_, perchè quello era un baluardo del +campo nemico. Gli fu data invece la _corona muralis_, perchè si volle +considerare il muro del tempio come il muro di una città. E Flavio +Vespasiano imperatore la offeriva a lui ferito e disteso in faccia +alle legioni vittoriose. E quando egli andava a’ teatri, nel Pecile, +nella Basilica, nelle Curie, in ogni pubblico spettacolo, il suo posto +era dopo quello dei magistrati; e i decurioni in segno di rispetto si +levavano in piedi. + +Aveva in quei giorni arringato a pro di Septumio Clycone, giovane +amante, il quale — non gradito qual genero da T. Uliteo Satanio, +prefetto dei vigili, ed insultato pubblicamente da un di lui liberto — +erasi obbliato sino a batterlo con grave _injuria_ sulla persona. La +rottura di un braccio indicava l’ammenda di trecento assi o libre di +rame. Lo eroe del dramma era un giovane ben noto. La eroina era Vereia +— nome che in Osco volea dire repubblica, forma di reggimento sempre +cara ai Pompeiani — che parea volesse morirne di dolore, mentr’egli +minacciava di uccidersi sul di lei cadavere. La cronachetta era corsa +nella bocca di ognuno. Il bisticcio colpevole. — Lo amore infelice. — +La potenza della parola che aveva tutti commosso nella Basilica, sino +ad ottenere dal padre irritato che l’accusa cessasse pel _dijudicium +intra parietes_. — Gli sponsali accaduti. — Era siffatto trionfo da +annuvolare la mente del debolissimo sesso, il quale per sopraciò non +sa reggere e s’intenerisce alla vista di un uomo generoso, crismato dal +valore e coronato dalla vittoria. + +Vitelio narrava di cotesto suo recente trionfo nella casa di Alphinio +Secondo. Herculanilla, la sua figliuola, parlando, lo interrogava cogli +occhi inspirati da segrete intenzioni. E il valente soldato fu ferito +anche una volta nel cuore. Impigliato nel glutine dello entusiasmo +ideale, comprese; ed ambedue si amarono sin da quel giorno. E se la +fanciulla dopo pochi mesi pensava che la vita spesa senza vederlo, nè +udirlo, non era vita vissuta per lei, egli non sapeva comprendere a che +servissero le ore non irradiate dallo sguardo adorato di quella Venere +terrena, cugina alla Iddia. + +Quanti sutterfugi! Quali lotte! Quanti andirivieni! Quali scuse per un +ritrovo; per una visita; per allontanare un importuno; per celare ad un +indiscreto un prezioso istante della vita; ed esser soli; e goder soli +di quello scoppio di felicità che invade due cuori amanti; e dirsi l’un +l’altro quella parola che non invecchia mai col consumo dei secoli e +sarà ripetuta sino allo istante supremo in cui per lo esaurimento del +calorico terrestre il mondo cesserà dal germogliare e morrà. + +Un giorno che il piacere spensierato, la innocenza sorridente, la +bellezza di bianco vestita irruppe nella camera ove Vitelio attendevela +per secreto messaggio, egli gravemente le disse: + +— Herculanilla! Amore! Soavità della mia vita! Noi siamo dannati a +separarci. + +— Come!.... E da chi? + +— Dal dovere. La mia legione, l’_antiqua_ ritorna in Galilea. _Evocatus +sum._ Non son sacerdote. Non son magistrato. _Beneficium non habeo_ +dai decurioni e dal popolo, quella dispensa che mi darebbe legittima +esenzione dallo esercito. + +— _Heu, me misera!_ Amore degli occhi miei, mi abbandoni così? + +— Non piangere! _Vexilla sublata sunt in Capitolium_, il rosso per la +evocazione dei fanti, lo azzurro pei cavalli. Tito gli chiede ed io ho +già detto il mio sacramento. — + +Herculanilla gitta un piccolo grido, si copre il viso e piange a +dirotto. Vi sono dolori di privilegio che abbelliscono. E quelle +lacrime amare, che tremano come gioielli sulle ciglia, divinizzano la +donna idolatrata. + +— Lascia ch’io beva quelle stille di pianto. Consolati. Tornerò. E +sarai mia... E allora, teco per sempre! + +— Rispetta il mio dolore. Sarà compagno della mia corsa felicità. Sarà +il mio custode nella tua assenza.... E se tu morissi? + +— E se io morissi!... Non dilaniare il tuo cuore con tristi presagi. Io +sono _centurio primipilus_, e porterò l’aquila della legione. Perciò, +col consolo e coi tribuni. Roma vincerà i suoi ribelli, ed io tornerò +al tuo fianco a narrarti il secondo trionfo dei nostri sul più testardo +e feroce dei popoli domi. + +— Va, nuovo Promoteo. Ubriacato dalla gloria, che tu non possa sentire +lo strazio del tuo fegato roso dal vulture crudele! Oh! la immensa +giornata di lacrime e di angoscia del mio cuor vedovato! + +— Tra le mie braccia, o soave delizia di questo istante. — + +E sollevatala di peso, se la premette sul cuore semisvenuta. + +E la baciò a furia, febbrilmente, senza dir verbo. Il dire distrae. +E l’anima era piena di lei e del suo crudo destino. Ma d’un tratto si +staccò di forza e bruscamente partì. Una voce, dolce come una carezza +e lamentosa come un vale estremo, piangeva in un angolo della stanza e +mormorava: + +— Lucio.... a me anche una volta.... poi alla tua Patria! — + +Tornò. E le due teste si collarono per un istante come fossero una +sola. E quel luogo pieno di tanto amore rimase pieno di lutto, di +singhiozzi e di amare memorie. + +Il grande spettacolo della guerra calma ed acqueta le fantasticaggini +della mente e a poco a poco il soverchio calore del cuore. Chiuso nei +nuovi suoi obblighi, Vitelio vi trovò il migliore dei rifugi contro +tutti i disgusti e le tristezze dell’animo. La ferita ben presto +marginò. Tratto tratto la divina credulità delle grandi passioni lo +spingeva dall’Asia in Europa per riassaporare le felici ore godute e +il ricambio delle affettuose cure. E colle preoccupazioni di ciascun +giorno i viaggi dello spirito si fecero meno frequenti. Quando la +morte è attiva e militante, e colla falce delle battaglie miete sul +campo desolato, e distende sotterra l’uomo pria ch’egli abbia consunto +l’opera sua, quello spettacolo riconcentra l’anima svagata e la fissa +al suo grave compito. I Giudei che stimavano la forza ostile non +superabile, fecero il gran giuro e fermarono morire prima che sostenere +la schiavitù della patria. In Tarichea, non più pane per le donne, non +più pei figliuoli; e già tutti, d’una voglia sola, sacrati alla morte. +Un rogo s’innalza. Vi ha chi tronca la vita e chi gitta con mano libera +ancora i cadaveri sulla catasta. E ciascheduno attendendo lo istante di +ardervi colle persone più caramente dilette, grida: + +— Meglio morire che veder morto il nido natio! La morte non è un +morire; ma gli è un vivere col Dio di Moises e dei profeti. — + +Ed Herculanilla in lacrime attendeva sempre nel suo amore immortale il +ritorno di Lucio Vitelio Hycca vittorioso e fedele. + +XVII EIDIBVS JVNI. Era giorno fasto. Lungo l’anno venivano deposte in +un vicolo chiuso presso il tempio di Vesta le ceneri del fuoco sacro +che si ritiravano dallo altare. La porta di quel chiassuolo, detto +_janua stercoraria_, si apriva dal pontefice Massimo e le ceneri erano +gittate nel Sarno. Quel giorno rispondeva a’ dì quindici giugno del +nostro calendario, fissato già per le nozze religiose di Cneo Vibio e +di Melissæa. + +Gran folla era nella via Domizia. L’atrio, pieno di amici delle due +famiglie che univano il loro sangue. Ve n’erano di prima e di seconda +ammessione. E qua e là i clienti e gli affrancati in faccende. + +Ma il grande affare trattavasi nella camera della sposa. Le _cosmetes_, +le _ciniflones_, le _calamistæ_, le _psecæ_, le _vestificæ_, cioè le +schiave che pettinavano, che acconciavano i capelli e vi soffiavano +su una polvere che ne faceva risaltare il colore; che li arricciavano +co’ ferri caldi; che davano l’ultimo assetto alla pettinatura; e le +sarte che vestivano la giovanetta erano tutte attorno di lei. Escita +appena dal bagno e asciugata, Scaphion gittò sul bellissimo ignudo +corpo il _supparum_ di lino egizio, ch’era pur detto _sindon_, o +_vestis byssina_, simile per la forma ad una camicia, senza maniche +e sparata sul petto; e chiusi i piccoli piedi nei _calcei purpurei_. +Sur una tavola era la _narthekia_, il mobile più prezioso allo assetto +delle donne. Era una scatola di legno odoroso, guarnita di cornici e di +fasce di avorio in rilievo. Conteneva unguentari di cristallo scolpito; +fibule d’oro; piccoli arnesi di argento per le unghie, per le orecchie +e pei denti; fiale di sardonica; e vasettini di alabastro, contenenti +essenze profumate venute di Antiochia e di Alessandria. Fabricio +ci ha serbato i nomi di venticinque di esse; nomi nuovi e svariati +di raffinamenti e modificazioni impercettibili, con cui i mercanti +spacciavano gli stessi odori che avevano tutti per base la radice di un +arbusto chiamato _costum_, o le foglie aromatiche dello _spicanardus_. + +Melissæa è seduta. Delphia tiene a lei dinanzi uno specchio di argento +lucidissimo, di forma rotonda, chiuso in una cornice dorata, di +quelli che si fabbricavano in Brundusium. Nape la pettina, _rutilabat +comam_, la profumava, _crispabat calido ferro_, adattava i ricci onde +la fronte apparisse bassa, giusta la esigenza della moda romana, e +intrecciava a quei suoi capelli d’oro fili di perle, di pietre preziose +e le _crinales vitiæ_, cioè fasce e nastri di vario colore. Erotia e +Scapha animarono una discussione importante. L’una dicea che i capelli +della sposa conveniva separarli col ferro di una lancia intrisa nel +sangue di un gladiatore morto nello Anfiteatro. E poi dividerli in +sei trecce a foggia di quelle delle Vestali. L’altra — e Nape era con +lei — non volea saperne della lancia. Coraggiosi figliuoli sarebbero +sempre nati da così nobile seme. E piuttosto che separare i capelli in +sull’occipite in sei ciocche, valea meglio, così arricciati ed ondulosi +com’erano, racchiuderli nel _reticulum auratum_ e farli cadere copiosi +sulle spalle. Avrebbero dato maggior risalto alla sua testa divina. + +— La mia padrona non abbisogna che si pettini a tuo senno per essere +ancor degna di alimentare il sacro fuoco. Tu sì che commetteresti +sacrilegio se ti facessi foggiare in tal guisa. + +— Impudica! Pria di dirmi insolenze, avresti dovuto non confidare +alcuna cosa ad Eulalia ed alla tua memoria. + +— Sibili come una serpe. Scapha sa — e tu non lo ignori — che la lancia +che hai costì nelle mani non è gladiatoria nè mai fu bagnata di umano +sangue. Bando alle ciurmerie. + +— Via. Chetatevi. Perchè Erotia non si affligga in questo giorno +felice, dividete i capelli col ferro della lancia. Involgi, o Nape, le +chiome nella leggera vesica. Poni sul capo la corona di verbene, che +io stessa ho raccolto e tessuto, e ricuoprila col _luteum flammeum qui +debebit me nubere viro meo_. — + +Così fu fatto. Le posero nel foro delle orecchie pendenti d’oro, +simulanti foglie di edera, ed una face accesa la cui estremità finiva +in una perla. Quei pendenti, l’uno distaccato dall’altro, si chiamavano +_crotalia_, perchè risuonavano urtandosi. — E la face dinotava le +fiamme del cuore. E l’edera lo attaccamento della sposa all’uomo suo. + +Cypassis, la bruna schiava di Memphis — che aveva un affetto +particolare per la sua gentile padrona — volle incaricarsi dello +affare il meglio importante; e tanto più che facea contrasto colla +fosca sua carnagione. Aggiustato il capo, affibbiati gli ori e il +_segmentum_, stretta la persona nello _strophium_, essa la vestì della +_tunica recta_, tutta bianca, amplissima, ornata di bende. E la cinse +col _cingulum laneum_, sostenuto dal _nodus Herculeus_, che il marito +avrebbe poi sciolto. Gli è perciò che diceasi _zonam solvere_ per +esprimere l’ultimo grado di domestichezza tra l’uomo e la donna. + +Melissæa, meglio che ordinare, permise che le affettuose sue schiave +acconciassero sulla sua persona le vesti nuziali che accrescerebbero +di tanto la sua naturale avvenenza. La mente era presa da una +involontaria inquietudine. Sentiva dentro la commozione nuova che +fa provare la vicinanza di un gran cambiamento, per quanto esso si +creda felice. Amava suo padre. N’era teneramente riamata. Sorgevano +altri doveri. Passava dal certo allo ignoto. Si distaccava da una +sollecitudine devota, andava in braccio ad una sollecitudine più +intima e confidenziale. E quando le sue amiche, Giulia, Emilia e +Maria, le sorelle del duumviro Pontico, entrarono per avvertirla che +il Flamine-Diale era già nel sacrarium della casa; e lo sposo, e i +dieci testimoni, e gli amici, e i parenti l’attendevano per la sacra +ceremonia, essa si gittò tremante al collo di quelle sue fide compagne +e pianse. Le lacrime sono contagiose. E più, perchè destavano nelle +sopravvenute un certo tal qual turbamento, di cui sarebbero anch’esse +colpite fra non molto per la circostanza medesima. + +Melissæa apparisce nell’atrio. Il vestibolo è aperto ai curiosi, ed il +portico, il peristilio, lo xysto sono gremiti di gente. + +Gli sposi siedono sur una _sella jugata_, coperta di una pelle di +pecora. Il sacerdote di Giove prende la mano destra della giovanetta e +la pone nella mano destra di Vibio e pronuncia: + +— _Hanc tibi in manum do._ — + +Con altre parole sacramentali e solenni dichiara che la donna dovrà +partecipare ai beni del coniuge suo siccome ad ogni altra santa cosa. +Liba a Giunone. Compie la _confarreatio_. E fa che la sposa ponga +nel dito mignolo dell’uomo il cerchio d’oro formato da una verghetta +incrociata, terminante in due piccoli globi, riuniti da una fune cui +era sopraposto un rubino dalla immagine di Ercole in rilievo, chiusa +in una cornice d’oro. Era la antico nodo che prima fu cingolo alla +persona, poi monile al collo, armilla al polso della sposa ed anello al +dito degli sposi. + +Vibio, commosso, le prese con ambe le mani la fronte e la baciò. E +amorosamente guardandola, le disse: + +— Un dio è in te, o Melissæa..... Qual dio? Lo ignoro. Ma, vi è un +dio! — + +E cavato dalle pieghe della tunica uno _spinther_, ossia cerchio d’oro, +aperto e terminante in due teste di serpe, lo adattò sullo avambraccio +di lei. Eravi sopra scritto: SPERATA. PACTA. SPONSA. NUPTA. + +Nello uscir del sacrario le due famiglie e i testimoni entrarono negli +_æci_ per occuparsi del primo pagamento della dote fissata. La folla +andò via lentamente di casa per soffermarsi sulla via. + +Demophilo, presa per la mano Melissæa, l’accompagnò sino al +_prothyrum_. Quivi alcuni giovani la presero sulle braccia come per +costringerla ad abbandonare per forza le paterne dimore ed incontrar +con dolore lo allontanamento delle persone legate con lei dallo affetto +e dalle abitudini. Cotesta finta violenza richiamava alla memoria il +ratto delle donne sabine. Vibio aveva mandato cinque dei suoi liberti +presso la casa degli Edili per accendervi le torce nuziali che doveano +precedere la processione. Essi tornati, il corteo si pose in cammino. +Tre fanciulli vestiti di pretesta si presentarono. Uno andò innanzi, +squassando un ramo di albospino acceso per ovviare il mal’occhio. +Gli altri due condussero la sposa per le mani. Dietro era una schiava +colla conocchia guarnita di lana ed un fuso. E con lei, un giovanetto, +detto _camillus_, che in un cesto di vimini portava i _crepundia_, i +giuocherelli, le pupazzole con cui Melissæa erasi baloccata. Venivano +poi quattro statue sorrette sulle stanghe dorate da sedici schiavi. — +Iugatino, il dio che aggioga; — Domiduco, che presiede alla processione +nuziale verso la casa dello sposo; — Domicio, che introduce la +sposa nella nuova dimora; — Manturna, mercè la cui protezione essa +soggiornerà sino alla morte col marito suo. — Poi venivano lo sposo, +i testimoni, gli amici e la folla. E questa, accompagnando la voce al +suono delle _sarranæ_, cioè alle armonie di un doppio flauto lungo e +breve, cantava un inno a Talassio, uno dei banditi accorso al richiamo +di Romolo, che rubando la sua sabina, ebbe con essa lunga e fortunata +unione. + +Giunta la sposa sul margine della via di Mercurio, dinanzi la porta +principale della casa nuziale — tutta adorna di ghirlande di mortella +e di rose, e parata di una stoffa di lana bianca — Melissæa vi appese +alcune bende unte di grasso di lupo, onde allontanare i sortilegi, +soggetto di terrore per quella razza d’uomini che pur di nulla temeva. +— E la folla cantava l’inno a Talassio. + +Vibio allor si fece sul margine; e fingendo ignorare il nome della +fanciulla biancovestita, le chiese: + +— _Quis es?_ + +— _Ubi tu Caius, ibi ego Caia._ — + +Cioè a dire: — dove tu sei signore e padre di famiglia, ed io sarò +signora e madre. — Avvegnachè fosse di suo diritto il dichiarargli +ch’essa contava vivere secolui con patto di eguaglianza e pur +compirebbe esattamente i doveri di moglie e di massaia, ad esempio +della nuora di Tarquinio, Caia Cæcilia Tanaquilla che lasciò nome +di un’abile lanifica e di una virtuosa sposa. Due bambini le fecero +toccare la torcia accesa e l’acqua, per significarle che quind’innanzi +avrebbe comune col marito la vita, cioè, l’acqua ed il fuoco. + +L’uscio si aprì. E Giulia, Emilia e Maria la sollevarono di terra e la +deposero mollemente nell’atrio, senza che i suoi piedi toccassero la +soglia. Questa era sacra a Vesta; e sarebbe stata una profanazione e +un funesto presagio, se colei che avea rinunciato agli attributi della +dea — tutela ai grandi destini del mondo romano — l’avesse toccata coi +piedi. + +Nell’atrio era distesa una pelle di montone dai lunghi velli. Su +di essa le amiche la posarono, quasi per ricordarle le sue prossime +occupazioni. E Vibio le presentò colla sinistra le chiavi della casa +raccolte in un medesimo anello e coll’altra una patera di argento con +alcuni nummi d’oro, premio alla sua compiacenza. Quindi i due felici +gittavano l’uno manciate di noci, l’altra i suoi _crepundia_, per +testimoniare com’essi da quel momento davano bando alle futilità, e non +si sarebbero occupati che delle gravi cure della famiglia. + +Per solennizzare la festa Vibio offerse una sontuosa _cœna nuptialis_ +ai parenti, agli amici ed agli altri invitati. Gli schiavi tirarono +le cortine del _tablinum_. La lunga pergola ed il giardino erano +illuminati. Tutti mossero; e volgendo a diritta, entrarono nel +triclinio, decorato di marmi africani e orientali, rossi, gialli e +sanguigni, con bella architettura innestati da fasce di alabastro +egiziano. Invece dei tre letti, eravene uno solo semi-circolare +ed oblungo, rispondente alla forma della stanza assai vasta. La +illuminazione era splendida. Il _convivium_ anche più. Giovani schiave +riccamente vestite, giovani succinti, liberti e curiosi erano sotto +le colonne della pergola, tutt’occhi allo spettacolo che pel loro +divertimento si stava apparecchiando. + +Dal _posticum_ — ch’è nella viuzza parallela a quella spaziosa +dalla fontana di Mercurio — era entrata nello xysto una truppa di +orchestredi, giocolieri che di Creta mostraronsi in Atene, e di +Syracosion si propagarono nelle nostre contrade. Ippoclide onorò la +cibistesi, allorchè per ottenere la figliuola di Clistene in isposa, +pose in mostra la sua destrezza, imitando il giro della ruota della +Fortuna, e così rendersi benevola la iddia capricciosa. Ed al padre +sdegnato che a lui rifiutava il possesso della nata di lui, lo ateniese +die’ la famosa risposta: — Οὐ φροντίς Ἱπποκλεὶδη — È l’unico pensiero +d’Ippoclide — che passò tra i Greci in proverbio. In Pompei chiamavano +quelle acrobate coi nomi di _cernuatores_ e _petauristæ_. Erano belle +giovanette di Gnathia e di Rubi, condotte da un uomo che traeva pro +della loro bravura, egli suonando le _sarranæ_ ed un fanciullo la +cetra. Allorchè fu distesa per terra una tavola ov’erano a determinate +distanze confitti tre gladii, una di esse, cacciata giù la _lacerna_ +— specie di largo mantello col _cucullus_ col quale erasi coperta — +mostrossi nuda, avendo soltanto i capelli tenuti in freno da una benda +ed i fianchi cinti da un grembiule, fascia che i greci chiamavano +περὶζωμα e i latini _subligaculum_. Aveva le armille ai polsi e la +periscelide sul destro malleolo. Colle mani aperte, gittatasi a capo +rovescio, rimase per poco colle gambe in aria; quindi si capovolse +sulle spade con mirabile prestezza, senza rimanerne offesa. Dopo +parecchie prove, l’_editor_ collocò in fine della tavola, in alto, +un cerchio entro il quale erano pur confitti altri pugnali; e la +taumatopia colla medesima destrezza capitombolò sui gladii, penetrò +colle gambe nel cerchio e piegando il corpo come un verde fuscello, +saltò fuori sui piedi ed illesa. + +— _Terror et metus nudis insultant gladiis._ — + +— Nè il terror, nè il timore saltano con lei, o Grumio. La cibistetere +si volge con spigliata sicurezza come i pesci rossi saettano a capo in +giù nel vivaio del mio padrone in Puteoli. + +— Maraviglia! Non ha molto, o Syra, vidi delfini guizzare sulle onde +del nostro cratere e rituffarsi con movimenti meno leggiadri e punto +pericolosi. + +— Oh! mira quest’altra, Dorippe. L’_editor_ siede, suonando i flauti. +La scleropecta è in piedi sulle sue ginocchia.... afferra colle mani +la spalliera.... si lancia in aria e volgendosi su se medesima, a lui +poggia i piedi nudi sul capo. + +— Oh! Curiosa cosa! Mira il cagnolino che ne prese il posto. E drizzasi +sulle zampe deretane. + +— Apparecchiano una tavola, o Loto. O, cosa è?... Ah! Una patera piena +di vino e due aranci.... Ecco la più bella che salta. + +— Cotesto sì, o Elpinike, io non vidi mai. Come! Nessun tremolìo sul +deschetto! Nessuna gocciola del liquido fuori del vaso! E gli aranci +afferrati, lanciati in aria e raccolti nelle aperte palme ora che è in +piedi sul suolo! In _Pæstum_, per le feste di Nettuno, erano abilissimi +taumaturghi. Ma Cneo Vibio soltanto sa offerire simiglianti difficili +giuochi. — + +Il giovanetto Loto aveva col braccio sul collo stretto a sè la persona +della sua interlocutrice. E le baciò la tempia amorosamente. + +Carion ch’era loro da presso, vide l’atto ed aggiunse: + +— Caldi vi avviticchiate come la pianta di Bacco. Bada! È una vergogna +in Pompei _non continere libidinem suam_. Fratello, sarò costretto a +chiamarti, _Canis_. — + +Loto era per rispondere alla ingiuria, quantunque detta col sorriso +sul labbro. Ma un altro spettacolo richiamò la sua attenzione. Un’altra +fanciulla, coperta dalle anassiridi listate di rosso e di nero — come +le maglie strette dei nostri giuocolieri — camminando sulle mani, +ricevette da un bambino sulle piante dei piedi un bicchiere di terra +detto _cyathus_, ed un’anfora _figlina_ e breve, sulla cui pancia +era il _pittacium_ in pergamena colla scritta, _Setinum annorum +decem_. Destramente dalla diota mescè il vino nella _lingula_ e con +un movimento rapido delle reni trovossi sulle sue gambe, avendo in +una mano l’anfora e appressando alle labbra il bicchiere che aveva +raccolto. E nel vuoto, neanche una gocciola venne rovesciata per terra. + +— Per Ercole! — _Piper, non fœmina._ — Ormai per la munificenza di +questi sposi ci abitueremo alle cose impossibili. E non maraviglierò se +un dì o l’altro vedrò grugnirmi attorno i porci belli e cotti. + +— Oh! questo sì che è un giuoco, o Curculio. Ben altro di quello +offertoci nel corso inverno da Pilonino Rufo, coi suoi gladiatori +pezzenti e decrepiti che cadeano ad un soffio. Meno vili quelli esposti +alle fiere. + +— E il combattimento a piedi a lume di fiaccole? Per Giove tonante, +parean pollastrelli. L’uno snello come un gatto di marmo. L’altro +_loripes_, coi piedi torti, come te, o Camurio. Il terzo, il quarto, il +quinto che si finsero feriti per cessare dalla fraudolenta commedia. + +— Oh! La bella cibistetere che è quella che viene! E ben fece a velare +le parti ghiotte che Postverta ad essa compose. Che Volupia si accordi +con Morfeo ed ambedue me la conducano in sogno. Pel Panteon riunito! Mi +crederei di più che Vespasiano imperatore. — + +Nell’atto che Phosphoro cacciava al vento così inutili esclamazioni, +la bellissima ignuda — chè il velo nulla copriva — postasi coi piedi +in aria e poggiantesi per terra sui gomiti e sulle braccia distese, +infilzò l’arco con due frecce nel grosso dito del piede sinistro, +incoccò un giavellotto e mirò il bersaglio colla testa rilevata. Il +piccolo citarista si era posto a dieci passi di distanza e con ambe +le mani tenea sul suo capo ricciuto una tavoletta imbiancata avente un +segno rosso nel mezzo. La _petaurista_ strinse la corda colle dita del +piede destro, la tirò a sè e vibrò il colpo. La saetta erasi conficcata +nel centro. — Gli applausi, il picchiar delle mani, le frenesie furono +vivissime. La fanciulla venne baciata, abbracciata, brancicata. + +Il rientrare dei convitati nel tablino ruppe il filo alla meridionale +baldoria. E tutti a gridare colle braccia alte: + +— Vivano gli sposi! Vesta pianga, ma Venere rida! — + +Caddero le cortine di Tyro d’ambe la fauci della stanza, e due +donne maritate che aveano sulle chiome una corona di bianche rose, +profittarono di quello istante di confusione per condurre Melissæa al +letto nuziale. La camera da ciò era a lato del triclinio ed in fondo +allo xysto, adorna di maschere bacchiche e di un quadro che rappresenta +Giove presso la vacca Io, e di un altro che mostra Adone affaticato al +reddir della caccia, attorniato da amorini e da ninfe. Il toro geniale +splendeva di oro e di porpora. Il Genio — la divinità del coniugio +— _quia genitos tuebatur_ — sacrando il letto, questo venne chiamato +_talamus genialis_. Ghirlande di mirto, disposte con vago artifizio, +gli danno le apparenze di un trono, degno di accogliere la dea eterna +del cuore. Le gravi pronube spogliano colle loro mani la sposa, la +pongono a letto e si ritirano dopo averle dato gli avvertimenti che la +loro esperienza giudicava opportuni. + +Nel tablino si beve. Sotto la pergola si beve. Nello xysto si beve. +Nell’atrio si beve. Da per tutto si beve. Il falerno, il massico, il +caleno, il cæcubo, il surrentino, il lesbio, il mamertino, il mæonio +empie le _ampullæ_, i _cyathi_, i _calices_, i _pocula_, i _tortiles_ e +sono bentosto vuotati, dopo aver propinato colle parole, + +— _Bene illis — Bene mihi — Bene vobis._ — + +Bacco aveva usurpato di un tratto un incenso che non doveva bruciare +per lui. Eravi però chi non avea lasciato il culto di Venere +nell’oblio. E quando i libatori si accorsero che lo sposo gli avea +disertati, gridarono a coro: + +— _Talassius! Talassius!_ + +Allora, un concerto di flauti accompagnò le voci dei giovani e delle +fanciulle che cantarono nel cavedio l’inno che segue. + + Biondo figliuol di Venere, + Nume dei casti amori, + Tu che di mirto e d’edera + Il crine in ciel t’infiori, + Signor dell’Elicona, + Odi la tua canzona, + E scendi in queste arene, + Scendi, invocato Imene. + Di Melissæa e di Vibio + Sorridi ai primi amplessi. + Ricco di lieti auspicii, + Stendi il tuo vel sovr’essi. + Sull’ali del mistero + Siati il pudor foriero + E scendi in queste arene, + Scendi, invocato Imene. + Voi, pudibonde vergini, + Cui simil gaudio attende, + Voi ricingete il talamo + Di profumate bende. + Turbar di amor gli arcani + Non osino i profani, + Oggi che in queste arene + Scende invocato Imene. + Ed ei già vien! — Già pronuba + Venere a lui si accoppia. + Già la cortina mistica + Cela l’ansante coppia. + Spenta ogni face sia.... + Cessi ogni melodia.... + Insino al dì che viene + Solo qui regni Imene. + +Cotesto Imeneo era stato in tempi remoti un giovane di Argos, il +quale avea reso alla loro patria le fanciulle di Athenes rubate dai +pirati. Qual premio al suo valore ottenne a sposa una delle captive +che amava teneramente riamato. E da quell’epoca i Greci e i Latini, da +essi inciviliti, deificando il giovane zelante e dabbene come celeste +progenie, non contrattavano matrimonio senza rammentare il suo nome nei +canti nuziali. + +Al cessare delle note armoniose i parenti e gli amici libarono anche +una volta. E ripeterono a coro, + +— _Talassius! Talassius!_ — + +Era tempo di dare alcuna requie ai congiunti dalle nozze. I magistrati +e gli amici riaccompagnarono Demophilo alla sua dimora. Il quale pria +di partirsi dal luogo ove lasciava la metà del suo cuore, volgendo gli +occhi al cielo disse nella sua lingua: + + — Θυμαρην βιοτας ολβον εχοιεν αει. + +— Godano essi sempre una soddisfacente felicità di vita. — + +Gli altri, chi di qua, chi di là tornarono alle case loro. + +Ma i convitati della sera erano i convitati dello indomani. Nei +_repotia_ si beveva di nuovo alla felicità degli sposi. — E si bevve e +si cantò. E Melissæa, appoggiata familiarmente alla spalla di Vibio, +ricevette dai parenti, dagli amici doni e congratulazioni che nel +tumulto inevitabile e nello scivolar via dalla folla bene a proposito, +non avevano potuto offerire la sera innanzi. + +Solitudine e amore!... Una strada aperta, di soavi ombre, che mena alla +felicità. Oh! Come leggero, vivo, misterioso, divino lo affetto che +innonda l’anima, quando la graziosa persona è da presso, vi consola, +vi esalta, vi indìa! La non è già della vostra carne. No! — Essa è la +parte più delicata, più pura della cosa immortale che freme in voi. È +il pensiero che parla. È lo sguardo che sa. — La primavera ha i suoi +fiori. Il giorno, la luce. L’aurora, la rugiada. La donna ha i profumi +che aduna o che spande sullo eletto dal suo poetico cuore. — Alcuni +lamentano il dialogo dei primi parenti sotto l’albero della vita, e la +cacciata inesorabile dall’Eden, e il frutto amaro della ingordigia — +la morte. — Essi s’ingannano! La esistenza beata è in questo esiglio +eterno — ma con lei che sente e porta nel seno i sublimi e ricambiati +amori della umanità. + + + + +IL CATACLISMA. + +SCENE DEL NOVISSIMO GIORNO. + +=Anni di Roma 832 — Anni del Cristo 79.= + + + AL VECCHIO VESVIUS. + + X. + + +La vasta pianura che da Cuma e da Capua — le antiche e grandi città +della Campania — distendendosi verso levante, abbraccia e circonda il +cratere partenopeo, era il loco ove i Greci, venuti dalla Macedonia e +dalla Tessaglia, credettero che, come nelle loro contrade, anche quivi +i giganti avessero combattuta la fiera battaglia contro gli Dei. E quei +campi dissero Flegrei, da φλὲγω — ardo — per le tracce dello zolfo e +delle lave sparse su quel terreno. Gli è certo che Ercole, visitando il +bel paese sorriso da tutti i numi celesti e vedendolo corso e devastato +da uomini di fiero e selvaggio costume, avrà voluto purgarnelo per +incivilirlo. E l’atto benemerito per le genti salve, e la fondazione +di una città che tolse il nome da lui, e le altre opere verso il mare +aperto intorno il lago d’Averno, coronarono di una poesia maravigliosa +il vincente semideo, i mostri vinti da lui ed i campi, teatro delle sue +gesta. Su di essi elevavasi un monte isolato dai tempi primordiali. Era +cinto di fertili campagne, e verdeggiava da lungi per le erbe e per +gli alberi, tranne in sul culmine che sembrava coperto di cenere, di +sassi fuliginosi ed arsi dal fuoco. Malagevole era lo ascendervi. Una +e difficile l’angusta strada su quelle scorie tra rupi, caverne e punte +aguzze sporgenti al di fuori. Nel 682 di Roma Spartaco, dopo aver fatto +un carnaio nello Anfiteatro di Capua, riparava su quelle balze con +sessantaquattro dei suoi compagni nella rivolta. Ma seguito d’appresso +e accerchiato da Clodio Glabro alla testa di tremila soldati, pensò di +tessere corde coi tralci delle viti salvatiche di lambrusco, le legò +forte alle rocce e se ne servì di scala per discendere coi suoi sino +alla pianura. Il pretore che lo aveva fatto rinculare in uno spazio +ristretto, di una sola escita, di cui i suoi soldati tenevano la +chiave, non credette ai suoi occhi quando quell’audacissimo lo assalì +con tanto vigore da disfare il grosso delle sue ordinanze e porre in +iscompiglio il campo. + +Tale era il Vesvio nel primo anno del regno di Tito imperatore, +allorchè — come scrisse Stazio — piacque al sommo Giove strappare +dal profondo le sue viscere, sollevarle sino al cielo e scaraventarle +lontano sur alcune sventurate città. + +Era il nono giorno delle calende di decembre — 23 novembre dell’anno 79 +di nostra êra. + +Il canto dei galli annunciava l’aurora. I molossi abbaiavano nello +udire lo strèpito de’ passi sui margini delle vie. I salutatori, +i chiedoni, i saccari, i rivenduglioli ambulanti, i mercanti delle +botteghe, i viaggiatori che partono, i littori, gli schiavi animano +il selciato. I gladiatori escono con reti e panieri dal loro quartiere +e, accompagnati dal lanista C. Aelio Astragalo, vanno a far provvista +di viveri per la famiglia. Tutti gli artigiani sono in moto verso il +loro destino. E in breve ora, quale mura ed intonaca le pareti già +apparecchiate dal cemento sparso a striscie come spini di pesce, quale +sfilza una per una le tavole dallo incavo longitudinale della soglia di +pietra della bottega e le pone in un canto perchè non lo imbarazzino +nelle trattazioni degli affari, quale apre il suo _thermopolium_ e +canta o getta briosi frizzi ed inviti a chi passa. — Il venditore di +pani e di piccole focacce, dopo avere attelato la sua merce a spicchi +una sull’altra; e, spiegando i panieri sull’_oculiferium_, mostrando +il _pollen_ del suo fior di farina; gli _speustici_, stiacciate cotte +sotto le ceneri; gli _ortolagani_ composti col vino, col pepe, col +latte e coll’olio; gli _ostrearii_, che si mangiavano coll’ostriche, e +i pani disegnati a quadrelli, conditi di anici, di cacio e di grasso, +grida — esagerandoli — i meriti dei suoi prodotti. — Il carraio espone +sulla porta il _cisium_ che costruisce e la _traha_ senza ruote che +mena su e giù nel selciato dinanzi il villico che la contratta, mentre +i suoi operai lavorano attorno ad un _birotum_ per ultimarlo. Parecchie +carriuole — dette _unarota_ — sono ammonticchiate nel fondo. — I +_fullones_, cioè, i lavandai e gli smacchiatori, spandono le loro umide +stoffe sulla via a certi bastoni sostenuti da travicelli sporgenti sul +muro; e così, nell’atto che richiamano l’attenzione di chi passa sulla +loro industria, usano di uno spazio che pure al pubblico è riserbato. +Gli edili avevano un bel difendere la libertà delle strade, dei trivi +e dei portici con piccole e gravi ammende a quel popolo accaparratore +di ogni spazio che il proprio non fosse. Lo interno della bottega o +della casa pareva uggioso ad ognuno. Tutti erano lieti quando potevano +starsene al lavoro sull’uscio, sul margine, alla luce. La parola _via +publica_ veniva interpretata alla lettera. E purchè lo ingombro dei +due margini lasciasse libero sulla strada l’adito ad un carro, nessuno +potea venir condannato per offesa alla legge. E ove non fossero cadute +gocciole di acqua dalle preteste, dalle toghe e dalle vesti donnesche, +certo quella mostra variopinta abbelliva la doppia via di Mercurio e +la parallela al di dietro, dove i fulloni avevano il loro laboratorio. +Era quella la meglio importante tra le industrie pompeiane. Nel 354 i +due consoli C. Flaminio e L. Æmilio, reggendo un popolo che vestiva di +lana e dormiva ignudo tra coperte di lana, avevano decretato il modo +di trattare e di tergere quelle stoffe. E prescrissero, si laverebbero +i panni con terra di Sardinia disciolta; indi si affumigherebbero +collo zolfo, e poi si purgherebbero con terra cimolia di buon colore. +Avvegnachè questa ravvivasse le tinte sbiadite dallo zolfo. E per le +vesti bianche, dopo inzolfate, dissero convenevole la terra chiamata +sasso, la quale però era dannosa alle colorite. + +I magistrati — i quali, creati dal popolo per occuparsi dei suoi +affari, rientravano in casa al cadere del sole, allorchè i pubblici +lavori cessavano — preceduti dai littori vanno gravemente ai loro +uffici. Alcuni uomini — vestiti di una tunica stretta senza maniche, +di colore oscuro, detta _exomis_, o _diphthera_, col _cucullus_ per +coprire il capo in caso di pioggia e continovare il lavoro — procedono +dal vico storto in una strada a perpendicolo su quella che mena alla +porta di Stabia. Avevano sulla spalla una lunga e stretta lamina di +acciaio, senza denti, terminato con due manichi di legno. E nella mano +un sacchetto di sabbia di Etiopia. Erano segatori di marmo che andavano +a ridurre in lastre per impiallacciature e per pavimenti le tavole di +serpentino, di fior di persico, di alabastro egizio, e di verde antico +che attendevano l’opera loro nella prossima casa. Ed altra gente dalle +sembianze pallide e triste che or si fermano presso i ragionatori, or +guardano dalla parte opposta ove l’orecchio tendeva, si veggono in sui +canti, per entro i templi, nel Foro. Erano le spie di Roma, adoperate +la prima volta da Cicerone ai tempi catilinari; mantenute da Cesare; +moltiplicate da Tiberio, da Nerone e dai pessimi che vennero poi, a +tutela delle imperiali paure. Razza perversa che disponeva della vita +e delle sostanze dei cittadini e viveva lautamente a carico degli alti +e dei bassi timori. Sulle mani, invece dei chiodi portavano anelli +da cavaliere; e sul collo in luogo del nodo scorsoio splendeva il +medaglione di onore. + +Il cielo era nuvoloso e fosco. E quantunque albeggiasse appena, il +calore era eccessivo e l’aria grave e affannosa. + +Una donna viene da un vicolo per attinger acqua alla fontana del +quatrivio dell’Aquila che ghermisce una lepre. Vi trova un suo +conoscente che beve al cannello. + +— Abbi lontano dal capo la collera di Bacco, o Venerio. I +_meditrinalia_ — le feste del vin nuovo come rimedio utile alla salute +— corrono dal primo allo undecimo delle calende di ottobre. Non lo +rammenti?... Il bianco di Surrentum è confortevole a venticinque anni. +Cotesto novellino del Sarno ti guasterà lo stomaco. + +— L’ho bello e guasto, o Tataia, dal molto berne e dal gran sudare che +fo. Mira! Abbiamo il fuoco nell’aria. Mai il calore di questo anno. E +le fontane gocciolano, non fluiscono. Gli _ænopoles_ mi brinerebbero i +lucri. + +— Davvero! Eppure da due lune cadono frequenti e copiose pioggie. Che +il fiume siasi prosciugato alla foce? — + +Una donna, che avea la _taverna vinaria_ dietro la fontana, si +approssima a quei due ed aggiunge: + +— Quasi. Cominciò a mancare da tre dì. Ed ora vien giù a centellini. +E siccome un beone di vin cotto alla mirra mi accusò di aver aperto +nel mio cuore uno spaccio di bibite calde, io mandai alla fontana più +in su per averne acqua fresca; e dopo lungo attendere n’ebbi. Ma la fu +attinta dalla pubblica cisterna, colà presso, dove due littori vegliano +dì e notte per la custodia e la distribuzione di quell’acqua piovana. + +— L’anno del terremoto — se tel rammenti, o Fortunata — avvenne pure +così. Le acque diminuirono. — + +Il _seplasiarius_, che aveva la sua farmacia poco discosto, viene +anch’egli a verificare il misero stato della fontana. E Fortunata a +lui: + +— L’arte della Seplasia che dà credito alle erbe amarissime e alle +pillole disgustose, trae anche Flavio Fimbria alle manchevoli linfe. O, +che il tuo pozzo è turato? + +— Peggio. Dapprima diminuì la sorgente. E la rimasta ha un sensibile +grado di calore ed un gusto acidulo e disgustoso al palato. — Che! Non +ve n’ha più costì? — + +Tataia gli addita il cannello di ferro che sgocciola a mala pena, e +s’incammina ver la pubblica cisterna. Quivi era un pettegolezzo, un +accapigliarsi, un bere a furia, tumulto che i littori acquetavano a +dura prova. Ognuno il primo a gittare giù il secchio. E le donne le +peggio ardite e linguacciute. + +— Sii _formosa, decens, dives, fecunda_, o Pannikide. Concedimi il tuo +posto. Se tardo — e sono qui da un’ora — la mia crudele padrona mi farà +dare dieci vergate sulle spalle. + +— _Esto beata_, Heracla. Ma le busse che ti risparmio, le busco per me; +Lisistrata di Neptunale è una gorgona. + +— Fuori la intrusa. Io vengo poi. O bel littore, fa rispettare la tua +autorità e il mio diritto. + +— Vedi chi parla di dritto! Januaria, di padre incerto e che ha securo +amante nella casa dov’abita. + +— Frena quella linguaccia di serpe. O mi forzerai, Melitta, a darti lo +aggettivo che i tuoi casti ardori nelle _popinæ_ ti meritarono, quello +di lurida _pellax_ — .... e anche peggio, di _porna_. + +— Che ho a rispondere ad una donna _cujus ne spiritus purus est_? — + +Allora Ianuaria più infuria e con voce maggiore e con gesti vibrati +si slancia verso uno dei littori che per calmare quel tafferuglio, +distendeva la mano onde separare le due litigiose e quelli che già +prendevano partito. + +— Ah! Vuoi anche tu ch’io mi muoia di sete, o difensore di male +femmine? Fai bene a darle compenso, poichè con donne di garbo tu pugnar +più non puoi. + +— Le tue chiacchiere, o sguaiata, sono più inutili di _vitrea fracta +et somniorum interpretamenta_. Inutili discordie! Ognuno avrà l’acqua +a suo tempo senza motti villani e senza che abbiate a comperarvi un +_galerum_ e porvelo come un elmo di chiome sul capo invece dei capelli +che vorreste strapparvi. + +— Ha ragione Nupeo. Si quieti la tentigine di queste piche parlanti e +la destrezza prevalga. — + +Così Nilodoro. Il quale, schiavo di un tintore presso la fontana dalla +testa di Giunone, era venuto alla cisterna per compiacere alle voglie +della leggiadra padrona che coll’audacia dello sguardo spiegava la +segreta sua simpatia, eloquente però nei soppiatti incontri. Allora +uno scoppio di risa ed un battere di mani. Anche le trecchiere +dissimularono lo sdegno con finta ilarità. Ma le voci e gli alterchi +ricominciarono ben presto a logorar la pazienza ai littori addetti a +quel disgustoso ufficio. + +Per quanto ognuno il vedesse, nessuno sapeva spiegarsi cotesta +deficienza di acqua nel Sarno, cotesto ringoiamento delle sorgenti +nella terra e quel sapore acidulo e puzzolente nelle acque che +rimanevano ancora nei pozzi. + +Due uomini passano per quella strada. Sono Solonas, il mattonaio ed +Elio Gemino, il carradore. Si arrestano, ridono ed infilzano molte +parole su quelle femmine che qua e là scorrevano, arrovellandosi. + +— _Picæ pulvinares._ Gazze da mercato. Le trovi sempre pessime lingue e +a gridare di piena notte che è mezzodì. — Manca l’acqua? Vi è il vino! +Bacco ne spremette molto l’altro anno. Ce ne darà copiosamente anche in +questo. + +— Ma la baccante non è massaia. Ed io stimo la _eupatria qui providet +omnia_. E poi cotesta stranezza non è a prendersi a gabbo, o Salonas. È +nelle cantine un certo aere maligno che uccide gli animali che dentro +penetrano. Due gatti del mio vicino, là sotto le mura che guardano +verso Nuceria, furono trovati morti. + +— E due facchini di Polibio, nel penetrare nel fondachi di quel +ricco, presso il porto, prima ebbero spente le lampade e poi caddero +stecchiti. Un altro che andava a soccorrerli, nel curvarsi sentì +mancare il respiro e le idee vacillare. Escì fuori in tempo e potè +riaversi sulla scala, alitando l’aria al di fuori. I cadaveri furono +tratti su cogli uncini e non avevano un graffio sulla persona. Dunque +la dea Mephite tolse loro il respiro. + +— Ben dici, o Epietetos. Strano paese divenne il nostro da che Marco +Herennio, decurione, venne a sol diffuso, a cielo sereno colpito dal +fulmine nel Foro. — Dove di presente tu pingi? + +— In una casa, quasi in fondo della strada che ha la fontana dal +bacino arrotondato, presso il bello Edone, vinaio. Sai? Dove talvolta, +o Pistosxenos, ti ho visto bere di tarda sera con Floro e Frutto, +festevoli compagni, allorchè ti eri sbarazzato del carico di figulina +che avevi portato da Nola. — + +I quattro continuano a scendere per la via consolare. + +— Veh! qual processione votiva! Come se fosse il sedicesimo delle +calende di aprile, all’epoca delle _liberalia_, per le feste di Bacco, +nell’assunzione della toga virile. Oh! il calore è eccessivo.... Guarda +i due batavi di Capito come soffiano in sull’uscio! Il nostro clima ad +essi deve parere l’alito di un forno acceso. + +— E che dici di quel succoso che ti passava vicino? La felicità lo die’ +a balia presso la Fortuna. E se suda, ha ben molte tuniche da cambiare. +È Clodio Alypo, liberto di Calvisio; il quale, comperati i montoni a +Tarentum, dopo il tremuoto e la gran morìa delle bestie, e ridottili +in mandra, divenne mercante di lane e di proprio ha sei tintorie. +Dicono possegga i suoi ottocento talenti. E in sua casa la borra dei +suoi origlieri è tinta di porpora e di scarlatto. Sul suo desco _apros +gautupatos, opera pistoria_ e vini squisiti. + +— Come! Mangia i cinghiali cotti nella loro pelle? Allora gli spiriti +incubi gli diedero il loro cappello perchè trovasse il tesoro. + +— Egli felice che non suda al tornio facendo vasi ed orciuoli! + +— Nè cuocendo mattoni al pari di me. + +— Oh! parlaste a proposito degli effetti del caldo. Ho la gola +arsiccia. Entriamo nella _taberna vinaria_, e beviamo del buono +aromatizzato che spegne la sete. + +— Savio il consiglio di Gemino. Il vino generoso e melato e mirrino, +se supplisce ai panni nel verno, ingagliarda e sostiene il corpo in +estate. + +— Sì, se nol fai salire al cervello ad ondate; imperocchè allora +vacilli e cadi. + +— Io per me amo più i termopolii che la fullonica. _Aqua dentes habet, +et cor nostrum quotidie liquescit._ Ma quando ho un _pultarium_, di +quello che ha la _schedula_ sulla pancia e non si vergogna come le +donne di dire la sua età, le squadro a tutti io. E Pistosxenos lo sa, +il buon compagnone. + +— Concediam libero il dire al figliuolo di Semele, lo allegratore degli +uomini.... Ohe! Bubbio. Abbi Venere ritrosa se mai facesti galileo il +vino che ti chiediamo. Del _calenum_.... e di quel _dominicum_, il vino +che bevono i padroni di casa; e non sia concinnato con pepe o con erbe +aromatiche. Non son del gusto di Gemino io. + +— O Epictetos, tu devi andare al lavoro, rammentalo, e il pennello +delira, se lo stomaco bolle. E la vedova di Alessandro Citus.... + +— Oh! per Ercole! Valeria Eupraxia non applicherà le sue labbra sulle +mie per fiutare il _cadus Aliphanis_ che mia madre aiutata mi compose +nel petto. Erano gli uomini che ai tempi dei re baciavano le mogli +sulla bocca — e il dilettoso costume perdura — per conoscere dal loro +alito s’esse avevano bevuto del vino. — Attento... Il vinaio mesce. E +Solonas brinda. + +— _Mihi, Tibi.... Vobis!_ Ah! Gli è pur buono.... Arianna tutto +obbliava quando trovò un tal conforto dell’animo.... Ehi! Athicto +Sinna, non passar oltre senza bere con noi. O che hai con quel viso da +funerale? + +— _Mulier, mulvinum genus._ È un nibbio. Non conviene usar bene con +alcuna, perchè gli è come gittare il bene in un pozzo. Se giovane, +è lo abbandono di se stessa, è la noia, la solitudine, lo ideale che +arde nel suo cuore di una vampa bugiarda. Se matura, è un carcere, un +imbarazzo. + +— Sentenzia come Cicerone da vivo. — È amaro ricordo. Addolcialo con +questo _vetustate edentulum_. Tradito a ponente, volgiti a levante. + +— Conosci, o Gemino, il nome di quel tristo suo disinganno? + +— Sì, Solonas lo diceva ora all’orecchio di Pistosxenos. La giovane +Kallisto, figlia di Narcissio Moscho, presso le proprietà degli eredi +di Giulia Felice. + +— Veramente bella, grassoccia, al punto. La vidi di sera nel tempio +di Venere; e la sua veste bianca si staccava dalla semi-oscurità come +raggio di luna. + +— Athicto, non piangere. Bevi piuttosto. + +— Lascia ch’io mi beva le lacrime. L’amava come non aveva amato mai. +Diceva appartenermi intera, senza riserva. _Semper et ubique_. — + +— Ed ecco le parole cui tu non dovevi fare a fidanza. È lo stesso che +attendersi inerzia da una farfalla. Ma non dubitare. Andrà lontano. +Troverà la fiaccola che le arderà le ali. + +— E che fa egli costì contro il muro? + +— Poichè l’oro mi si fe’ piombo fra mano, scrivo con Ovidio: + + Quisquis amat veniat. Veneri volo frangere costas + Fustibus et lumbis debilitare bene. + Sermo est illa mihi tenerum pertundere pectus, + . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . + Quos ego non possem caput illud frangere fuste. + +— La donna, amico, è come la coda del vitello, _retroversus crescit_. +Appicca quindinnanzi il voto a ogni immagine, e sarai vendicato. + +— Ma io l’amo e non posso. E così passerà la mia vita. — + +Epictetos si appressa all’orecchio di Pistosxenos e susurra: + +— Dì.... parla da senno Athicto.... e così.... in Pompei? + +— Anch’io vi pensava su..., e comincio a temere che Plutone abbia +respirato troppo vicino a quel suo delicato cervello. + +— Orsù, fratelli, l’ultima alzata di gomito. E beviamo alla tua pace, +o Sinna. E perchè ne profitti, ricordati che lo amore è la sfinge, la +quale divora chiunque la interroga. + +Quegli amici seguitarono la via e volsero pel vico storto, piegarono a +sinistra presso la fonte del quatrivio, e discesero in giù. Un _vale_ +incrociato; ed ognuno pei fatti suoi. + +Il pittore Castresio, cui avevano dato il soprannome di κάλος, era +già al lavoro. Sulle pareti del _cavædium_, tinte in nero, dipingeva +baccanti abbracciate o sostenute da fauni festosi e danzanti. Erano i +devoti seguaci del giocondo iddio che prometteva per non spinoso calle +i piaceri di una vita beata. A’ suoi piedi era la tavolozza di granito +egizio, posta sopra un braciere. I suoi rotondi incavi contenevano i +colori di cui allora servivasi. Cosenzio abbelliva una scala. Vetidio, +un _œcus_. Succidio Epitinka, lo xysto. Damisio restaurava un cubicolo. +Poche altre pennellate, e tutto il lavoro sarebbe compito. Cantavano +canzoni del loro paese. Lo amico che vide entrare Pistosxenos, +scherzosamente il garrisce: + +— Ti dai bel tempo, per tutte le muse eh? Hai ragione. L’aria è sì +grave che spossa i nervi e le facoltà dell’occhio. E qui cantiamo come +cicale di Rhegium. Ma indovino chi ti trattenne. _Colubra restem non +parit._ Di serpi non si fanno corde, e tu saresti capace _resecare +ungues_ allo avvoltoio che vola. + +— A che miri con questo dir da sibilla? + +— Penso che tu, _iterum et feliciter_, ti trattieni sotto coltri non +tue e non ti fai sorprendere dal geloso. Bada! Cornelio Vitale or’è più +di un anno _dispensatorem suum ad bestias dedit_. I duumviri glie lo +accordarono ad esempio. + +Vetidio entra a dire: + +— Misero! Qual colpa in lui, se forzato a fare? Qual colpa in lei, +s’egli bruttissimo? + +— Eh! legge di taglione! Finire straziato dal toro! _amasiuncule mi_, +smetti o ci capiti. — Dipingi qui e non in casa. Farai fortuna. Valeria +Eupraxia ha ammirato il tuo Narcisso e la tua Danae col Perseo salvato +nelle braccia. E parlò _libentissime_ di te e del valor tuo a Memore +Istacidio, il sacerdote di Mercurio e di Maia. Pare voglia ridipingere +il tempio e dare a te quel lavoro. Mio padre mel dicea sempre; _Literæ +thesaurum est; et artificium nunquam moritur._ + +— Ti so grado, o bel Castresio, del sermone e delle liete novelle. Con +siffatti stimoli vado a compire il lavoro. Ma non Klimenes me rattenne +come tu ti piacesti pensare. Ma è disordine e sgomento nella città per +l’acqua che manca. Ed Ælio Gemino, il carraio, con altri buontemponi mi +trassero alla taverna. + +Dopo un’ora le pitture erano ultimate per tutto. Nel cavedio mancava +il _podium_, cioè lo zoccolo. Ma Castresio lo segnò, perchè, i +_cementarii_ sapessero il punto dove avrebbero incastrato le tavole di +marmo di Luna. Ed in punto, ecco Edone, il vicino vinaio che così tutti +rimbecca: + +— Come! Quando lo scirocco pesa talmente a soffocare il respiro e si +suda solo pensando, e voi, beoni che mi sapete alla distanza della +voce, vi state costì ansimanti qual mantice e non chiedete soccorso a +chi ha tal merce che rinfranca ed allieta? + +— Ti sieno propizi gli dei, o bellissimo Edone. Possa tu versarmi il +vino sul capo se io manco al tuo invito. E non solo ceci e lupini; ma +un po’ di _scriblita frigida_, di quella torta eccellente di ieri, se +pur te ne avanza. Condita col mele caldo, berremo come Anacreonte, e tu +sarai lieto di noi. + +— Se tu paghi lo scotto, o bel Castresio, permetti al tuo Pistosxenos +di aggiungere il cacio molle e rape con senape. Consenti? + +— Costui mi vuol Trimalcione. E sia! V’ha tra noi Succidio e Damisio +che nell’atto chiederanno fegato nei bacini, busecca di bue ed uova +pileate. Non somigliano punto a Vetidio, del quale ebbi a scrivere ieri +sul muro; _Ubi perna cocta est, si convivæ apponitur non gustat pernam, +ligit ollam aut caccabum._ + +— No, saremo discreti. Non dubitarne. Ove mai tu imbandissi un +prosciutto cotto, lo mangeremo tutto, e sii certo che non leccheremo +l’unto della pignatta. — + +E Pistosxenos, preso uno spillo, graffì sulla nera parete la sentenza +che segue: + +— _Invicte Castresi, habeas propiteas deas tuas tres. Ite et qui leges, +calos Edone, valeat qui legerit_. Cotesto è il voto pel nostro caro +anfitrione. Ma più che Giunone e Minerva io so che Venere lo prese per +gli occhi. E ad essa il pomo. + +— In fede di Edone, gli è un suo devoto e dei più passionati. E gli +bisogna mangiar caldo e ber freddo. Or permettete ch’io pur graffisca +qualcosa a mia volta? + +— Eccoti lo spillo e scrivi. + +Il vinaio pensò e poi stese la mano sulla parete. + +— _Edone dicit. Assibus hic bibitur dipondium. Si dederis meliora, +bibes conditus. Si dederis mina I, XL urna bib_.... + +— Orsù, a me lo spillo e traccerò il mio nome a conferma. + +E graffì, + +— _Calos Castresi_. + +— Oh! Andiamo. Venere è losca. Perciò più bella. Diverrebbe irata se +più qui tardassimo. E imbruttirebbe. Allora tutti gli dei contro di +noi, ed avremmo pane pei nostri denti. + +E gli allegri pittori seguirono Edone nella sua _taberna vinaria._ + +Per le vie sono mercanti di carne che portano sur un _cesticillus_ +pezzi di trippe e di fegato, ed urlano i meriti della loro merce a buon +mercato. + +E _dendrophores,_ che tagliano, spaccano, segano e portano il legname +da ardere a chi vuol comprarlo. E carbonai che spingono innanzi i loro +asini pazienti e carichi, che a posta loro dirigono, ed arrestano per +la coda. E venditori di fuscellini inzolfati che cercano di ricambiare +coi rottami di vetri e con tibie di bue già mangiato. E ciechi che +suonano nei flauti per buscare la vita. E saltimbanchi che imitano i +giuochi del Circo. E prestigidatori. E robusti uomini che sollevano +fanciulli sulla testa e sulle braccia, d’onde ricadono in piedi per le +terre senza farsi alcun male. E uccellatori che si fanno ubbidire dai +piccioni o dalle passere ad ogni loro cenno. Havvene uno finanche che +presenta al suo cerchio di curiosi e di sfaccendati un bel ciuco, dalla +testa maestosa e dalle orecchie ancor più, il quale indovina per un +_triens_ quale del crocchio sia il meglio amato, il peggio infingardo, +il più.... mariuolo. E le grosse risa quantunque volte la culta plebe e +gl’incliti gladiatori credono che lo indovino abbia colto nel segno. + +Uno che passava dà una occhiata di spregio alla folla, vi scorge un +conoscente, lo tocca piacevolmente sulla spalla e gli dice: + +— Che fai costì ritto, o C. Vibrio Saturnino! Studi per trovare un +nuovo Dio in quell’asino addottrinato? + +— La parola dello epicureo è sempre mordace. Credo, o mio Caio +Nivillio, che tu sedotto da pochi anni dalla falsa dottrina, +l’abiurerai pel nessuno interesse di sostenerla. + +— Non è cotesto il luogo da tali ragionamenti. Vien meco nel Foro +triangolare. Sederemo nella _exedra_, e correggerò le tue false idee +sulla filosofia del grand’uomo di Gargettium, la saggezza e il luminare +dell’Attica e quasi l’idolo degli Ateniesi. — + +Un cielo caliginoso ma con estive temperie; strade piene di popolo gaio +e incurante; la eterna bellezza di una contrada che dalle prime ore +del mondo sembra voglia rivelare agli uomini un grande secreto, tutto +cotesto impressionava i due amici sempre pronti, siccome meridionali, +ad ogni specie di emozioni. + +Nel passare sulla cantonata dinanzi la bottega del musaicista, Nivillio +salutò Morultronio, intento al lavoro di genio e di pazienza. Era la +copia di un musaico già fatto in una casa dinanzi le Terme del Foro, +operato con minute pietre e scelte pastiglie di vetro. + +— Bravo! Rinnuovi lo stesso genio bacchico di altra volta? Chi lo +desidera? + +— C. Calvenzio Quieto. Tu sai che ama il bere. E vuole che nel +triclinio io collochi Acrato, l’antica personificazione del _vinum +merum_. + +— La sua coscienza val meglio di mille testimoni. _Vale_. + +— _Valete_. — + +Giunti presso il tempio di Nettuno e sedutisi, Nivillio cominciò: + +— Mira. Non uso preamboli. Vi hanno cose che emergono come le verità +dai pozzi, perchè sono gli ospiti invisibili delle nostre coscienze. +Una voce autorevole, avvezza a scrutinare i misteri, vibra; i veli +cadono; e le menti si aprono alla luce di un nuovo orizzonte. Epicuro +meditò e scoprì che la natura si compose _ab æterno_ e si completò a +seconda della necessità in tutte le parti dello universo. La ignoranza +degli uomini creò gli dei invisibili a tranquillità delle loro visibili +paure e gl’identificò negli uomini chiari degli evi anteriori, quasi +per iscusa delle proprie debolezze e passioni. I legislatori persuasero +le società alla credenza di siffatte menzogne. I tiranni le imposero +per consacrare le loro inique malvagità. — + +Così affermava Nivillio ai suoi tempi. Ed io dico nei miei come la +religione sia una passione della umana natura, che assume il colorito +dell’epoca, dei costumi, delle leggi, delle contrarietà, del clima, +della maggiore o minore intelligenza degl’individui. I quali, dopo +aver nutricato quella passione di futilità, di paure, di ferocia, +di avarizia, di libidini e di egoismo la esprimono fuori del cuore +immedesimata delle virtù e dei difetti del loro carattere peculiare. +Laonde, ai tempi andati come nei nostri potevasi e si può essere +religiosissimi idolatri, israeliti, cristiani, islamiti, bramini, +cattolici, anche papisti,... e vivere vita lussuriosa, palesarsi +usurai, ubbriacarsi, macchiarsi di sangue, ordinare macelli d’uomini, +parlare di pietà, temere Iddio ed offerirsi alla storia sotto il nome +di David, di Elagabalo, di Filippo II, di Luigi XI, di Cromvello, di +Borgia, di Calvino e dei Borbonidi. Le temperie dell’aria, il calore +del sangue, le ragioni di Stato sono elementi acconci a sanare di molte +rotture ed a lenire qualche rimorso. Nè giovano riforme a rimedio di +epoche rilasciate. Chè una religione troppo assottigliata dallo staccio +della ragione cessa di essere una fede. Ed una fede imposta senza +il consentimento della ragione è una cieca stupidezza ed una solenne +bestialità. + +Or ecco come C. Vibrio Saturnino rispondeva alle sentenze del suo +compaesano C. Nivillio, lo epicureo: + +— Ma Epicuro disse si onorassero gli Dei a cagione della eccellente +loro natura. + +— Lo disse, ma non lo credette. Poichè pur disse com’egli non +attendesse alcun bene, nè temesse verun male da essi. Di fatti, non +gridarono pei crocicchi i perversi suoi oppositori ch’egli rovesciava +colle sue dottrine la osservanza agli dei? Nè voleva il culto +mercenario? E se dicea si onorasse e si rispettasse ciò che è grande +e perfetto, non era cotesto un temperare le sue arditezze con un giro +di frasi che lo salvavano dalla morte? La ragione parlava per la sua +bocca. Ai secoli la sentenza! + +— Ma chi calmerà i rimorsi dell’uomo colpevole? Chi darà la forza alle +virtù ignorate di continovare quando tutti i falli nascosti saranno +scusabili ed impuniti? Le vostre dottrine limitano la esistenza ai +brevi istanti di questa vita. E al di là l’uomo decoroso di virtù avrà +la stessa sorte dello scellerato e dell’empio? Ah! io sarei veramente +addolorato se avessi a perdere la fiducia in un soggiorno di delizie o +di pene dopo la morte. + +— Se tu togliessi per te il fastidio di pensare, proveresti lo stesso +rammarico che senti allorchè ti desti il mattino dopo un sogno felice. + +— Ma se tu dissipi cotesto sogno, non togli tu allo infelice le soavità +che sospendevano i suoi mali? + +— No. Il mio maestro elevò l’anima e fortificò la ragione. E insegnò +che il vero coraggio sta nello affidarsi alla necessità.... In +Jerusalem una setta perversa, quella dei Farisei, si sbracciò per +accusare un filosofo di Galilea appo i Romani. E lo calunniarono +dinanzi le leggi. E lo resero odioso al popolo. E gavazzarono allorchè +lo videro sospeso sulla croce dei ladri e degli assassini. Pure quel +crocefisso — lo udii anche dai circoncisi che sono qui — predicava una +fede che a tutti doveva piacere: «Ogni uomo nato di donna è figliuolo +di Dio onnipossente — Ognuno per conseguenza è eguale all’altro +in faccia alla bontà divina.» Ed il pernio della sua dottrina era +conchiuso in cotesta formola: «Non fare altrui quello che non vorresti +che a te facessero.» Ebbene! Gli stoici, che sono i Farisei del +panteismo, dicono di Epicuro le abbominazioni delle maladizioni perchè +professò che la felicità dell’uomo consiste nel piacere.... + +— E ti par questa la teoria di una sana morale? + +— Nel piacere che risulta dalla pratica delle virtù. E nessuno tra i +tuoi brontoloni potette mai accusare nè Epicuro, nè i suoi adepti di +sensuali pecche. Il popolo invece vede voi nè casti, nè temperanti, nè +frugali. + +— Ci sa religiosissimi. + +— Ipocriti, frequentate i templi. Crapulosi, aiutate alla crapula dei +sacerdoti e gli satollate di ricchezze e di prestigio. Se magistrati, +vendete la giustizia. Se privati, cittadini, ponete allo incanto la +bilancia di Temi. I legami sociali voi li rompete ognidì. I rimorsi +nel cuor vostro assumono le sembianze di pregiudizi infantili; e gli +dissipate coll’offerire una melagrana a Venere, un montone a Giunone, +un voto a Giove, un’anfora di vino antico al dio Bacco. Arricchite +colle usure?... Che monta! Una parte al flamine di Mercurio, lo incenso +al comodo nume, il resto per voi. E vi beccate il nome di _boni viri_, +di _verecundi_, di _religiosi_, di _integri_, di _innocui_, di _frugi_, +di _omni bono meriti_, di _dignissimi Reipublicæ_. + +— Non tutti così.... In ogni modo val meglio aspirare a leggi pure, +solide, di facile esercizio e consolanti, di quello che ad una sterile +virtù stabilita dalla opinione mobile degli uomini. E ve n’ha già di +parecchi sistemi. E ne diviene imbarazzante la scelta. + +— Ma quando la morale — che tu riconosci per tale al pari di me — non +può più accordarsi con una religione malsana che corrompe i costumi e +che riverisce ed incensa iddii ingiusti, dissoluti e crudeli, e non val +meglio negare la loro esistenza piuttosto che degradarsi dinanzi a quei +rivenduglioli di antiche frottole che di soppiatto si smascellano dalle +risa della vostra melonaggine?... Ah! Voi siete gli empi davvero!... + +— Io penso che tu rammenti come nella nostra prima gioventù, presi +ambedue da una grande simpatia l’uno per l’altro, risolvemmo di +consultare la iddia Iside sulle sorti che ci attendevano. Me la +curiostà spingeva, a ver dire. Te una credulità superstiziosa. Andammo +nel tempio. Affidammo al jerofante le due pergamene rotolate che +contenevano le nostre domande e attendemmo prostrati a’ piè della +edicola. Un sacerdote triste, pallido, abbattuto, cinto il capo di +bende e di una corona di alloro, allumò sullo altare un fascetto di +erbe aromatiche, masticò alcune foglie della corona, gittò questa nel +fuoco insieme con una pugnata di farina d’orzo e annusò a piene narici +le crepitanti fiamme. Quell’uomo lo dicono stretto al celibato; e le +frizioni di cicuta par lo accomodino egregiamente ad osservare una +strana legge contraria alla natura. Assistito da due sacerdoti che +aveano nelle mani gli attributi del Sole e della Luna, passarono dietro +la edicola. + +— Rammento, o Nivillio, che due altri ci purificarono coll’acqua santa +nell’atto che i vittimari scannavano i due vitelli bianchi di Surrentum +che noi avevamo offerto alla iddia per renderla a noi propizia. + +— Io tutto vidi, o credulo amico. E allorchè chiesi la ragione perchè +al tuo vitello fecero mangiare la farina che gli presentavano; e +perchè pittarono acqua fredda sulle aperte viscere del mio — il quale +d’immobile ch’era divenuto, agitossi — nessuno di quegl’impostori +rispose. Avvegnachè più le cose sieno inesplicabili e dure a ingoiarsi, +più inspirano fede al volgo bietolone e ignorante. Un soave odore si +sparse a noi d’intorno. Tu lo credesti prodigio. A me parve grossolano +abuso della mia ragione. D’un tratto dietro il nume vedemmo sorgere +una nube di fumo olezzante. E poi una voce cupa gutturale pronunciare +parole sconnesse, ignote alcune, altre di nostra lingua — che non +avevano senso veruno. Eh! era giovane allora e il mendicare un responso +alla Iddia, se mi fece oltraggio alla mente, pur mi parlò di pericoli +ch’era follia lo sfidare. Socrate morì di veleno. Diogene fu salvo +della sua miscredenza per la nomea di strano filosofo. Tacqui. E +siccome ambedue, senza dircelo, avevamo chiesto se avremmo patito il +dolore di sopravvivere allo amico del cuore, il sacerdote portò a noi +in una sola pergamena il responso deciferato. Qual’era che tu morresti +colpito dalla folgore, ed io strangolato. Baie! + +— Tu stracciasti, o profano, l’oracolo, e mal te ne coglierà. + +— Morrò. Sei immortale tu forse?... Ho meditato lunghi anni su quella +scempiaggine della mia gioventù; e nel segreto sentii gli orrori +cagionati ai popoli e agl’individui dalle pitonesse, dai misteri +di Cerere, dalle soperchierie di Delphi, dai responsi degl’ipocriti +sacerdoti e dagli oracoli degli egiziani che vendono le loro frottole +in nome d’Iside, qui. Una parola dettata da quei corrotti e mai +satolli del proprio egoismo, suscitò guerre sanguinose in antico, +portò desolazioni in una repubblica, ridusse in cattività gli abitanti +di un intero paese, creò lo eccidio di una famiglia, troncò la vita +di una creatura innocente. Giacchè mentovai i ciurmadori del tempio +di Delphi, vo’ ricordarti quello che fecero al popolo di Cyrra, nella +Phocide, correndo la LXXIII Olimpiade, quattro anni dopo che Euripides, +il grande tragedo della Grecia, nacque in Athenæ. Gli abitanti di +Cyrra, nel seno Crissæo, possessori della valle che si stende dal monte +Cirphis al Parnaso, imponevano balzelli sui greci che sbarcavano nel +loro porto per andare a consultare in Delphi il vantato oracolo. Ma +nuocevano alla turpe officina. E l’oracolo, richiesto, rispose che i +colpevoli meritavano il supplizio, cioè, che ogni cittadino di Cyrra +dovesse esser perseguitato di giorno e di notte come cane idrofobo; +si saccheggiasse il paese; e le donne stuprate; e i bambini ridotti a +schiavitù. Parecchie nazioni si levarono in armi. La città fu rasa, +il porto colmato, gli abitanti morti od in ferri, e i ricchi campi +sacrati al tempio di Delphi. Una colonna fu rizzata sulla vasta pianura +a ricordo del fatto. E col sangue delle migliaia di vittime eravi +scritto: _Chiunque osi rompere cotesto giuramento sia esecrato agli +occhi di Apollo e delle altre divinità di Delphi. Che le loro terre non +portino più frutto. Che le loro donne e i loro greggi producano mostri. +Che perano nei combattimenti. Che falliscano in ogni loro impresa. +Che la loro razza si spenga. Che per tutto il periodo della loro vita +Apollo e le altre deità di Delphi rigettino con orrore i loro voti e +i loro sacrificii._ Questi i tuoi sacerdoti, avari, ingordi, mendaci, +ladri, impudichi, arpie, mai satolle di dominio e di sangue. E l’empia +sentenza correrà tradotta in ogni lingua nei secoli avvenire. + +— Lo ammetto, ed ammetto altresì i vizi e le passioni umane +identificate nei Numi. Ma se noi pervenissimo a purificare il culto +delle superstizioni accumulate dai secoli, saprebbero gli Epicurei +rendere omaggio alla Divinità rinnovata? + +— Sei pure il dabben’uomo, o Vibrio Saturnino. Tu infradici i numi nel +brago e poi gli correggi e gli lavi nel ranno a posta tua. Dunque, +o buoni, o pessimi, sono l’opera delle vostre mani. Provami un po’ +meglio la loro esistenza. Guarentiscimi con testimonianze irrefragabili +ch’essi prendono cura di noi, ed io mi prosternerò ai loro altari. + +— Sei tu che devi provarmi la loro nullità. Perchè sei tu che zappi +le fondamenta ad un domma che i popoli osservano per lungo periodo di +secoli. Ma un monumento che attesti la esistenza dei Numi pur vi è, +e tu il vedi e il calpesti. Il sole, le stelle, la terra, l’organismo +dei corpi, la differenza degli esseri, il petalo dei fiori, la polvere +dorata delle farfalle, lo istinto degli animali, la nostra ragione. +La natura sin dallo aprile è stata in un rapido movimento finqui. Ora +si acconcia al riposo. Dunque vi è un primo motore. Cotesta azione è +soggetta ad un ordine costante. Questo ordine esige una intelligenza +suprema. Qui la mia mente si arresta. Se tu, o Nivillio, procedi +innanzi, io dubiterò della mia esistenza e della tua. + +— Coteste prove non arrestarono mai i filosofi sulla via della ragione. + +— Voi siete presumenti. + +— Noi siamo ragionevoli. E pensiamo colla nostra testa piuttosto che +per quella di Aristotile e di Numa Pompilio. Leggi Timeo di Locrum, +Anassagora, Platone, Pythagora, Antisthene, Epicuro, Socrate; e verrai +facilmente alla soluzione del misterioso problema: «Molte sono le +divinità adorate dagli uomini. Ma la natura ne indica una sola. Tutti +hanno considerato lo universo come uno esercito mosso dal genio del suo +generale, o come una vasta monarchia, in cui la pienezza dello imperio +risiede nel principe.» Se Dio fosse, lo insetto, la lucertola, il +rospo, il lombrico, il coccodrillo, la talpa, l’erba che non è albero, +la scimmia che non è uomo, non dovrebbero lagnarsi delle imperfezioni +loro prodigate? Ma son essi cogli altri i componenti del tutto e i +perpetuatori del tutto, e non havvi ragione a lamento. + +— Tu mi persuadi ed io fuggo. Oh! la illusione dei Campi-Elisi! _Vale._ + +— Ho speso fruttuosamente la mia giornata. _Faustum, felicemque._ — + +Intanto che i filosofi si avviavano alle loro case ed una parte di +popolo vagava per le sue faccende o si trastullava, le donne e i +bigotti muovevano verso i templi alle preci votive a cui li invitavano +i magistrati. Le stranezze che occorrevano erano insolite cose. Il +maraviglioso mena al maraviglioso. La paura e la impotenza legano +la credulità al carro dello ignoto cui si chieggono favori, aiuti, +riparo e conforti. E tutti i superstiziosi e gli sgomentati corsero ai +sacerdoti per offerir loro _ex-voto_, monili, pecunia e commestibili +onde pregassero i numi a far cessare le minacce misteriose o patenti +che pesavano sulla pubblica coscienza dei Pompeiani. I fani di Giove, +di Mercurio, di Venere e dell’Augusteum, di Esculapio, di Cerere, di +Nettuno e di altri iddii si affollarono di gente. E più quello d’Iside, +deità di non remota instituzione e di moda. Grato Arrio, Amphio Serapa, +Puccio Chilo, Messio Inventus, Merulino, Nimphiodoto Caprasio e gli +altri loro consorti in ipocrisie accettarono la mèsse che la ignoranza +impensierita loro forniva; ed ognuno — secondo il rituale del proprio +culto — sacrificò, libò ed orò il meglio che seppe. Perchè, a ver dire, +un po’ di spavento aveva pur scosso quei pubblici ladri e profittevoli +ingannatori. Persino dalla parte più ignobile della città, verso il +Sarno, accorsero gli ebrei, negozianti e schiavi venuti dalla loro +distrutta città. Non avendo più tempio, nè potendo creare in terra +straniera il loro _sanhedrin_, cercavano in tanto pericolo il dio unico +dove poteva discendere, richiamatovi dagli incensi e dalle preghiere. +Eliachim Verpa, il ricco mercatante, ne ritenne ben pochi e furono +quelli tra i quali spandeva la buona novella e col loro mezzo faceva +proseliti e propugnava di soppiatto negli schiavi la notizia della +redenzione. + +Sur un’ampia via che dal Foro, traversando quella che mena alla +porta di Stabia, conduce direttamente allo Anfiteatro, è a sinistra +una casa, il cui uscio apresi subito dopo un terrazzo lungo quanto +l’abitazione precedente, guarnito di una balaustrata di ferro. Numerosi +cittadini, solleciti liberti, procuratori officiosi, chiedoni di +ogni genere sono sul selciato, assaltano l’uscio, empiono l’atrio. +La diversità delle vesti, le varie persone che parlano di affari che +la mobile fisonomia traduce a chi finamente le osserva, la magnifica +architettura dello edificio sono indizi che colà dentro dimori un uomo +di alta considerazione. Ed una voce ecco che l’indica. Nessuno degli +annunciatori ha parlato. Laonde, tutti gli occhi si volgono sorridenti +ad una gabbia di legno dorato sospesa ad una verga di ferro che +traversa lo impluvio. La voce ripete il suo verso e dice: + +— _Svedius Clemens, sanctissimus judex._ — + +Era uno Ψίττακός verde, dal capo giallo e dalla coda rossa, cui avevano +dato il nome di Catina, ch’erano le sole tre sillabe che pronunciasse +pria che i servi altre glie ne apprendessero. Alle parole di +quell’uccello, credutele escite dalla bocca del _nomenclator_, la calca +si fece più innanzi nell’atrio. + +— Isocriso Fortunato, qual cura qui ti conduce? Fatti in qua ed +eviterai di aver pesti i piedi. + +— Sì, o Claudio Espedito, meglio è serbar sane le costole e non esser +dei primi.... E poi è un’afa che uccide. Qualcuno di quei solleciti, là +nella schiaccia, perderà il respiro. Mira L. Pullio Mactoriano, corso +in tanta fretta da non avere ancora allacciato le corregge dei calzari. + +— E che dici di M. Epidio Sabino che pur sbadiglia ed ha la cispa negli +occhi. La vanità gli vieta il sonno. E si fa spingere qui grosso e +rubicondo per sollecitare dal sommo giudice imperiale la ratifica dei +suffragi del vicinato per le prossime elezioni. _Habebimus ædilem trium +cannearum!_ + +— Qual vita! Nei tempi antichi, pria che Silla legasse le ruote +del nostro carro municipale, eh! amministrare il paese era un fatto +onorevole ed onorato. Ma ora.... l’ombra e nulla più! Il magistrato +è servo dei capricci dell’Urbe.... Ne avemmo di mostri a patire!... +Vespasiano non ebbe nè grandi vizi, nè grandi virtù. Era alquanto +dozzinale e plebeo, e di parole licenziose e brutte. Di lui, vecchio, +massiccio, colle membra annodate e sode, e colla faccia rappresa che +parea che ponzasse, innamorò Petronia, poi che fu morta la Cenide +sua. La fe’ passare nel bagno, e ordinò al dispensatore di darle +dugencinquanta nummi d’oro. Or, questi domandandogli in qual modo +quella partita si avesse ad acconciar nei suoi conti, rispose: «Metti +a uscita Vespasiano, di cui le donne invaghiscono.» Il figliuol suo, +Tito, lo amore e la delizia dell’uman genere, per ora.... Durerà? + +— Eh!... Amministrando lo impero insieme col padre, fu poco civile e +molto crudele. Rammenta tra gli altri, Aulo Cecinna, uom consolare, +pria convitato a cena e poi fuor del triclinio per suo ordine +pugnalato. Si disse di una congiura di militi apparecchiatagli contro e +che il pericolo lo forzasse. Le leggi erano. Poteva por mano ad esse ed +evitare il biasimo grande. + +— E quel suo mangiare e bere cogli amici e familiari i peggio +vituperosi e disutili? E la folla di giovanetti sbarbati, dotti nella +danza ed in libidinose posture? E gli amori colla regina Berenice? E +il mercato di uffizi? E il riceverne mance e premi?... Vero è che, +ottenuto il principato, si palesò uomo diverso. E non si mostrò al +pubblico, ove tutta Roma plaudiva i suoi giovani e graziosi istrioni. +E mandò fuori dell’Urbe l’amata e piangente regina. Nè tolse più cosa +alcuna ai cittadini. E consacrò lo anfiteatro, e nelle Terme edificate +colà presso ordinò con bellissimo apparecchio il magnifico spettacolo +dei gladiatori. Parmi dunque, o Espedito, ch’ei.... + +— Farà prospera la repubblica, se non lo guastano colle adulazioni e +colle abbiettezze.... o non lo uccidono. — Veh! lo sguardo sdegnoso +e venale dei portinai come trasceglie nella folla dei clienti che gli +assediano quelli che per pecunia faranno passare i primi! La venalità +è il pessimo veleno che omai filtra per tutto. — Non mi hai ancor detto +che ti mena da Svedio. + +— Quando ei fu inviato da Cesare nella nostra Colonia, io era in +Lutezia dei Parisi. Un mio vicino di campagna prese per sè la parte di +terreno che mi veniva restituita, ed ora vo’ chiedergli giustizia senza +aver che fare con quei sollecitatori che vendono a sì caro prezzo le +loro parole. — + +Cotesto insigne giureconsulto, per nome Tito Svedio Clemente, +tribuno, era stato nel vero inviato in Pompei da Flavio Vespasiano per +delimitare i confini del territorio della Repubblica Romana, occupato +nel Pago Felice-Augusto dalle tre coorti dei veterani. Da che Silla +gli dispose qui come corpo di osservazione, quegli uomini arroganti +e spavaldi, perchè armati, commisero insolenze contro i cittadini. +Avvegnachè, sentendosi essi il principale sostegno della politica +dittatoriale, stimavano che gli altri fossero di un ordine inferiore. +Divennero i tiranni della città. Commisero violenze e brutalità di ogni +maniera. Il selciato pompeiano fu insanguinato. Publio, loro generale, +pretendeva che i suoi soldati venissero riconosciuti come i liberi +cittadini della Colonia. I magistrati, gelosi dei popolani privilegi, +fermamente si opposero a quella imperiosa volontà; e ricorsero al +senato nell’Urbe. Cicerone, pauroso di Silla, difese il nipote, +quantunque in cuor suo lo accusasse. E Publio assoluto. E surrogato +da Ninnio Mulo. E i veterani ebbero un vasto terreno, in proprio, da +coltivarsi e da trasmettersi ai figli. Nella distribuzione dei campi +furono però usurpate le proprietà dei cittadini. Laonde, litigi, +ingiurie, busse e macelli. Bastava muovere doglianza contro un soldato, +per veder sorgere la centuria e colle centurie le coorti, onde chiedere +riparo col gladio al coltello. Svedio compose le liti insorte e i +decurioni elevarono la sua statua sur un piedestallo, proprio sul posto +dei diritti acquetati e riconosciuti, presso la strada dopo lo emiciclo +di Mamia e sull’angolo della via che menava alla villa di Cicerone. + +La iscrizione diceva: + + EX AVCTORITATE + IMP · CAESARIS + VESPASIANI AVG· + LOCA PVBLICA A PRIVATIS + POSSESSA T. SVEDIVS CLEMENS + TRIBVNVS CAVSIS COGNITIS ET + MENSVRIS FACTIS REI + PVBLICAE POMPEIANORVM + RESTITVIT. + +Un subito moto, come onde di mare che si seguono e si accavalcano, +dinotò l’apparizione del magistrato imperiale nell’atrio. E la turba +degli ossequiosi si spinse verso quella parte. Erano i _salutatores_ +che volevano solo complirlo. E i _deductores_ che intendevano +accompagnarlo se mai fosse escito. E gli _assectatores_ che in pubblico +desideravano farsi vedere al suo fianco. + +Di mediana statura, vigoroso, solido, dalle braccia e dalle gambe +scultorie, sotto quella fronte larga e possente si disegnavano due +occhi neri e fermi, di cui era difficile sostenere lo sguardo. La sua +fisonomia aperta e ruvida palesava la energia del carattere. Lo aspetto +complessivo della persona lo testimoniava. + +E quel suo aspetto spirava un’adusta vecchiezza, quella beltà non più +materiale, che è il canto dell’anima dopo la vittoria riportata sui +sensi. + +Il tablino, ove si mostrò ai clienti, era ornato di pitture bellissime. +Sulla parete sinistra, tra’ lavori architettonici, vedesi ancora un +Ermafrodito itifallico sedente, il quale colla manca acciuffa la barba +di Sileno che è dietro le sue spalle, e colla destra si scuopre la +persona. Una baccante ha nelle mani una coppa ed un tirso. Tutto il +fondo del quadro è turchino, sormontato da un cortinaggio rosso con +frange, i cui lembi d’ambo i lati scendono bellamente sopra lo zoccolo. + +Svedio si presentò portando la mano dritta alla bocca e curvando +il corpo a sinistra. Offerì quindi la destra ai più vicini che il +nomenclatore gli presentava. Chiese della salute di tutti. Lamentò +il caldo insolito, soffogante; ed il tanfo che sorgea dalle cantine +e dai pozzi a far recere i mulattieri. Ascoltò le ragioni d’Isocriso +Fortunato e chiese documenti per giudicarle. Si assise e terse il +sudore della faccia. Rivolse la parola alle persone che riconosceva +nella folla. Ed accolse benignamente le petizioni che gli venivano +offerte. Cessato quel còmpito, e notando nel fondo dell’atrio la +folla compatta degli accattoni, che invilivano la cosa immortale per +provvedere senza fatica e coll’abbiettezza del limosinare ai loro +giornalieri bisogni, aggrottando le ciglia gridò con voce sonora: + +— Quei famelici clienti, quei chiedoni di _sportulæ_ non vo’ vederli +io qui. Vadano all’Annona. Cesare mi mandava a rendere la giustizia +sui piati straordinari e non a provvedere i fannulloni e gli stomachi +vuoti. — + +Ed accigliato rientrava nelle interne stanze. + +Svedio aveva ragione. Il cuore umano non era più quello. Le contese +civili col corredo del livore e della ferocia. La guerra servile +col legittimo spregio all’autorità. La rivolta sociale collo inutile +carnaio e col rammarico della ingiusta disfatta. La idea riscossa da +quegli avvenimenti non pienamente acquetata. L’oblio che ferisce e +dentro rode. Le perdite patite. Le ambizioni in trionfo. Lo intrigo in +auge. Le schifose brutture imperiali. Il piacere dei sensi abbeverato +di sangue e di lacrime. L’adorazione della libertà defunta. Ed un idolo +sconosciuto ancora, ma pur fremente nella coscienza degli uomini. Tutte +queste cose — cagioni ed effetti di molti mali senza rimedio — avevano +prodotto un ibridume vergognoso — i parassiti, i pedanti, gli epuloni, +le sciupate, i poetastri, i buffoni, gl’ignavi e i viventi di pubbliche +e di private limosine. — Le dimore dei ricchi erano ogni mattina in +sull’alba assiepate da gente stracciata che trascinava seco figliuoli +sparuti, sudici e seminudi e persino donne languenti e prossime al +parto. Le sante delicatezze dell’anima erano tutte morte... Ma non si +erano consumate sulla croce del Golgota. E verrebbe il giorno in cui +sarebbero risorte per far cangio lo aspetto delle generazioni a venire. + +Gl’inquieti escirono dalla casa del giustiziere imperiale col ghigno +sul labbro, colle maledizioni nel loro pensiero. + +— Kale, ho inteso parlare degl’infortuni di Ulisse ch’errò per venti +anni lungi dall’isola natale. Ben di lui più infelice, io mi smarrii +qui dove nacqui e d’onde mai partirò. + +— Non so trovare, o Priscilla, un’acqua abbastanza sporca per gittarla +sul viso di quell’impuro egoista! Briccone! Egli ha i suoi redditi. +E non pensa che noi non ne abbiamo. Ogni cosa aumenta di prezzo. +Ieri, Scapula, con cui lamentava lo accresciuto valor del suo lardo, +mi mostrò i pesi di piombo, sui quali era in rilievo ALVMVR-CAVE. +Magistrati cani! + +— Lo udiste, eh! lo uccellaccio di cattivo augurio! Quali occhi di +gufo. Già, per noi poveretti non vi è che la croce! Cotesti ricchi sono +tutti pirati e non risparmiano alcuno. + +— Tu poi non puoi lagnarti, o Thessalo. In una casa il pesce. In +un’altra un po’ di pecunia. E per sopra ciò hai così acconci i denti +come le mani. + +— Sì, non mi reputo tra i grandi infelici. E prego sempre Laverna che +mi offra il destro di esercitar le mie dita. + +— Ho udito ragionare da Spetillo, or or tornato dall’Urbe, come Cesare +sia affettuoso e benefico a non lasciare alcuno partirsi da lui senza +beneficio, od alcuna speranza. E soler dire: mai nessuno debb’essere +del principe malcontento. E una sera cenando, risovvenendosi non aver +fatto servigio ad alcuno, dicesse malinconoso agli amici, come quel +giorno fosse un giorno perduto. Eh! Qual differenza tra lui e questi +che qui lo adombra! + +— Odo rumor di voci di gente riunita dietro le Terme. E suon di flauti +con esse. Andiamo, Papyria, e inganneremo la fame cibando gli sguardi. + +— Molti pur vanno da quella parte. Corriamo. — + +Nè si erano ingannati. Al di sopra, al di sotto ed in faccia alla +caupona di Svezzio, dalla insegna dello Elefante, era grande la folla, +chiamatavi dal piacere dello spettacolo. Sur un triangolo avevano +posato un canapo e distesolo sur un altro simigliante a dieci passi di +distanza; un uomo con un grosso chiodo lo assicurava tra le commessure +del selciato. Altri uomini in figura di Fauni mostravansi coperti di +anassiridi verdi, rosse, gialle e turchine. Un tirso nella mano, una +pelle di capro sul braccio, un fiocco di crini in arco sull’osso sacro. + +Una voce grida; + +— Abbastanza suonarono le tube, i flauti ed i cembali. Che tardate? Il +circo è pronto. Gli spettatori sono impazienti. + +— E le spettatrici? Ohe, Phæbo, sei tu che proibisci alle tue clienti +di mostrarsi sul davanzale del _solarium_? + +— O che tu dici, Hypsæo. Non son le mie schiave. — + +Ma un funambulo è già sulla corda. Ha il corpo vestito di rosso e le +chiome, la coda e la lira gialla. Con una gamba piegata ed un’altra +distesa suona con ambe le mani la cetra, tenendo tutto il peso del +corpo poggiato sulla punta del piede destro e sulla estremità del +tallone sinistro. Guai se spianasse il piè sulla corda. I fischi +lo assordirebbero. Debbono reggersi in equilibrio sulla punta o sul +tallone. + +— Sante vestali, al verone. Bene! Vivano i _rorarii_ della truppa +leggera. + +— Eccoci. + +— Fuori gli _adcensi_. Voi siete i _triarii_ della riserva. Oh! Le +belle affrancate del piacere! Dite: Salve, o Libertà! — + +Il terrazzo sporgente sulla doppia via erasi a poco a poco guarnito +di donne. Erano le Veneri plebee, le degradate che pagavano caro le +infamie della loro vita. Giudicate indegne di protezione, non hanno +tutori, e perciò non possono compiere verun atto legale. E acciocchè +ognuno le riconosca, hanno rasi i capelli, coperti da una _picta mitra_ +a diversi colori ed indossano la toga maschile. Erano o affrancate, +o straniere, taluna bella di forme, tale altra bella per la vivacità +dello ingegno, sino a maritare la voce agli accordi della lira, e a +spiegare le loro grazie nelle danze le più seducenti. Dilettavano gli +ozi dei marinari, dei poetastri — che sotto infinti nomi cantavano i +loro vezzi — e dei gladiatori. + +Un altro funambulo è sulla corda tesa. Questi è tutto verde. Salta e +poi, stendendo ambe le braccia, si curva per mostrare ch’ei sa mantener +lo equilibrio della persona in quella difficile postura. Gli gittano +un _rhyton_, cioè, un bicchiere a forma di corno, che tiene sollevato +nella destra e versa il vino in un cratere a due manichi che ha nella +sinistra, abbassandola di modo che lo sprillo del liquido con arduo +giuoco gli faccia arco sopra la testa. Quel bicchiere, detto anche +_fluens_, dal rapido scorrere del vino, valeva a ricordare come di +corna forate fossero i primi bicchieri nei rozzi banchetti degli uomini +che cominciarono a coltivare le nostre contrade. + +— A che più guardi, o Epeo, alla corda, o alle corde che ti allacciano +i sensi? Quella bruna procace, la terza a diritta, che ti guarda e +sorride, scrisse un suo vanto sulla parete. Vincitore nello Anfiteatro, +tu da lei fosti vinto. VICTRIX VICTORIS. CONTICVERE. + +— _Ita me bene amet_, non era dessa il mio dolce mele, il piacer di mia +vita. Sticho mi rubò la mia Fimie, quella che poggia le belle braccia +sulla balaustra. Oh! Per Antippe non darei nè anche il _ciccum_, la +pelle bianca che cuopre gli acini di questa melagrana. — + +Altri danzanti si succedono sul canapo. Saltano col tirso. Suonano le +tibie od eseguono con destrezza giuochi di simil fatta. E la gente +lo applaudisce e paga piccola moneta allo editore di quel popolare +sollazzo. + +— _Cape hoc flabellum_, Eris. Rinfrescati la faccia con esso e scaccia +le mosche villane. + +— Lo accetto, Annio Lucifero. Ma tu non guardare in alto; perchè +opereresti follie indegne della tua età e dei capelli bianchi. + +— _Deos compreco_ perchè ti tolgano questa pazza gelosia dal cuore.... +Però, quella fanciulla lassù, che ride e sghignazza sguaiatamente, è +bella. + +— Non mi chiamare _febris querquera, aut tussis_. Ma, se non stesse +in quel posto, anche tu, Kleopatra, _salubritas mea_, siffatta la +troveresti. — + +La moglie a questi detti si inorcò più che per natura nol fosse. Lo +trasse a sè per andar via e die’ in questa espressione di spregio. + +— _Butu batta!_ Trista razza d’uomo. Valea meglio affogarsi che darmiti +sposa! — + +Partirono brontolando e gesticolando. Desiderava la cosa impossibile, +la fedeltà a tutta prova in Pompei. + +— Dimmi, o bella Armonia, mi lascerai seder sullo altare, presso di te, +che ammiro ed amo? + +— E chi può negarti, o bel Sosio, quello che tu chiedi con tanta +modestia? Entra, o alimento del cuore, ed espierò i miei torti nelle +tue braccia. + +— Sosio ha troppo bevuto, o Lycio. Sieguilo. Noi dobbiamo profittare di +questo filo di vento propizio e partire per Rhegium. + +— Oh! il mio giocondo compagno tornerà presto. Ma, poichè il vuoi, +entrerò anch’io nel tempio e ne lo trarrò fuori. + +— Come il corvo, voli al fiuto della carogna. Bada! In fede di +Autolyco, se non vieni presto, farò disegnare sulle vostre spalle il +nome che le madri vi diedero. — + +Un altro funambulo, con anassiride turchina, è sulla punta dei piedi; e +danza e suona ad un tempo le tibie. Il popolo plaudisce. Le donne del +verone si abbandonano ai loro lazzi abituali e parlano a voce alta e +chiassona delle solo cose che loro son familiari. + +Quando di un tratto s’ode un rumor sotterraneo, come di un carro +ruotato il quale strepitosamente corresse tra le fondamenta della +città. Poi, uno scoppio terribile. + +Era la settima ora; cioè, il tocco dopo il mezzodì. + +Le mura delle case traballano. Alcune crepitano. Altre ruinano. +Le pietre del selciato si sollevano in più luoghi. Il funambulo +cade dalla corda, batte la tempia e muore. Tutti fuggono, urlano, +piangono, incespicano, corrono smarriti senza saper dove. I muggiti +della natura continuano, e un denso e nero fumo, a foggia di pino +mostruoso, si leva dal Vesvio che gorgoglia, rugge e lancia folgori al +cielo. Grossi basalti infuocati briccolano sulle strade, sui tetti. I +colpiti muoiono. Le cose inerti si spezzano, sbalzano, si sfasciano e +prorompono al piano con ripetuto fracasso. La gente impaurita scappa +ove può. + +Ecco altro nembo furioso. Una gragnuola di piccole pietre porose, +leggiere, infuocate oscura l’aria, cade e saltella sur uno spazio +immenso. Gli usci si chiudono. Le travi che non reggono il peso che sui +tetti si aduna, crollano e schiacciano gli uomini riparati e le cose. + +Oh! i gemiti, la disperazione, le grida, le smanie, lo smarrimento del +popolo! Ed il turbine continova. E le orride detonazioni continovano. +Ed i fulmini saettano l’aria. E vivi baleni tentano di penetrare +la oscurità, la tingono per poco di luce corusca, poi la tenebra si +addensa e tutto chiude allo sguardo. + +Qua e là nelle vie, uomini audaci, rischiarandosi colle torce +impegolate, procedono come possono sul nuovo suolo composto dalle +pomici infrante. I passi si ricambiano a stento; chè, il piede infossa, +si seppellisce tra i lapilli che scalfiscono e bruciano la pelle. I +cani anch’essi cercano da tanta confusione uno scampo. I buoi, le +capre, gli asini dei _pistores_ si affannano ad escire illesi dal +tremendo flagello e col loro correre disordinato impediscono la fuga +alle genti, le pestano e le feriscono. + +Un fulmine solca l’aere tenebrosa ed illumina una scena di dolore. +Presso le Terme, due framezzano gli ultimi gemiti coi baci. Un uomo +col capo coperto è seduto sulle pomici che innondano il suolo di una +bottega. Stringe al petto e tiene sulle gambe una giovane donna. Le sue +labbra si posano sulla fronte pallida della ferita a morte che sanguina +per le membra offese. I di lei occhi hanno lo sguardo estatico, +incurante le sofferenze della carne. L’uno, sembrava fare e l’altra +ricevere la confidenza estrema di quel segreto che è il fomite di tutte +le grandi tristezze e di tutte le grandi speranze del cuor giovanile. +Parea che l’uno dicesse: + +— Il mio cuore sul tuo, o adorata. Giammai uniti quaggiù. O _mors +amoris_, nel tuo grembo la pace delle mie ossa contristate. — + +E l’altra coll’occhio fisso, quasi invetrato, parea ripetesse: + +— Una sola speme. Fu vana. Muoio almeno fra le tue braccia. — + +E la morente esalò in un bacio l’anima sua e sorrise. Ed il giovane +si curvò, prosciolse le membra e cadde riverso sul corpo di lei. Erano +morti, l’una di ferite, l’altro di schianto. + +E le pietre pomici piovevano sempre. + +Una bianca colomba errava alitando per l’aere caliginoso e nero. Offesa +dalle pomici, grida, si asconde in un’apertura fatta dal tremuoto, +vola, cade sbattuta sul suolo e, rialzata dal disio, sorvola e vola +sempre. Alla fine si posa sur un antefisso di un impluvio, guarda +smaniosa allo intorno, emette un grido di piacer passionato e si caccia +nella buca di un muro. Altri gridi brevi, febbrili rispondono al suo. +È coi figli. Si accoccola su di essi, gli bacia col becco, li ricuopre +colle sue ali e dolcemente li garrisce.... Povera madre! Ebbe almeno il +conforto di morire coi nati dalle sue uova! + +In un luogo remoto, al di là dell’atrio, presso un piccolo xysto, +sono appoggiati alle pareti di una stanza da lavoro trapezoidi +finiti, e abbozzati e massi di marmo: e qua e là, per le terre, o +sui cavalletti, grossi pali di ferro per levar pietre e volgerle a +talento, varie seghe — una ancor conficcata nel solco operato sul sasso +— martelli, mazzuole, lime e scalpelli con compassi retti e ricurvi. +La casa è spaziosa, a due piani, che una scala di legno accomuna. Il +silenzio delle voci è per tutto. Chi vi abitava, chi vi martellava, +chi vi segava, chi digrossava i ruvidi pezzi di tufo e di marmo, al +primo tremendo scoppio, seguito dalla commozione del suolo, fuggiva +esterrefatto per far salva la vita a lui cara. Un uomo solo vi era +rimasto impassibile e tetragono in tanta ruina di pubbliche cose. +Suliodes ha il martello in una mano. Ha lo scalpello nell’altra. È +dinanzi a una statua di marmo, nuda, di artistica bellezza, di un +ideale ammirevole, coi segni impressi della voluttà e dello amore. +Breve della persona, ha il volto greco cui la grandezza romana aggiugne +qualcosa di suo. Gli occhi ha neri, grandi, estatici. I capelli crespi +e ondulati si rizzano sull’ampia fronte. — L’aria si oscura. Sul +selciato della via battono tonfi le pietre ardenti. Sulla terra soffice +dello xysto si affondano e si ammonticano. Ed egli che sino dalla +prima sua gioventù era stato reputato un vile, uno schiavo; egli che +passava i suoi giorni evocando dal paese delle ombre, collo accento +della fantasia degna di Orfeo, le Veneri, le Baccanti, le Muse, il divo +Apollo e Mercurio, e le ninfe dei boschi e delle fontane; in quello +istante di supremo disastro, egli contemplava l’ultima opera sua e non +sapea distaccarsene. Nobile artista! + +L’ora sublime degli affetti è quella della separazione; chè, nello +abbandonare l’oggetto amato l’uom parte pregno degli effluvi di un +eroico amore. E Suliodes, preveggendo il danno estremo, gittò le +braccia al collo della sua statua e proruppe: + +— Tu sei la donna dei miei pensieri. Sei la nata del mio cuore +d’artista.... Che io muoia! E tu resta! Resta intatto, o marmo, a +testimoniare ch’io ti diedi i palpiti della vita. — Ah!... — + +Fu un grido straziante. Aprì le braccia e cadde stramazzone sul suolo, +rigandolo di una larga striscia di sangue. Il soffitto, spezzato e +affondato dai basalti se gli rovesciò addosso, spaccandogli il cranio e +spezzandogli le membra. E la statua cadde sopra il suo osceno cadavere. + +Suliodes era tal’uomo dall’anima semplice, diritta, sensibilissima, +febbrile, smaniosa, martirizzata, non appagata mai, collo istinto di +tutti i segreti della vita. Macilento, dalle gote infossate, le precoci +rughe dicevano com’egli dentro soffrisse di quel male logorante che il +volgo degli uomini non intende, nè scusa, di cui non si muore e che dà +la esistenza eterna, quella del genio. La statua nello impluvio della +casa di Cneo Vibio, raffigurante la psiche umana, era sua. I trapezoidi +in quella di Cornelio Rufo, pur suoi. Da un anno lo schiavo aveva +ricomprato dallo avaro padrone Aulo Castricio Scauro la sua libertà.... +Il nobile artista era morto!... + +E le pietre pomici piovevano sempre! + +Sulla via che a diritta declina alla porta di Stabia e seguitandola +mette alla porta di Nola, i carri tratti dai buoi, dai cavalli, dai +muli, da man d’uomo s’incrociano con gente che fugge per diversioni +svariate. Sopra una tavola alcuni trasportano una donna scolorata colle +braccia pendenti, grondante sangue. Un’altra donna più giovane la segue +ed è seguita da due piccoli figli attaccati colle manine alle vesti +di lei e piangono ed urlano che è tutto uno strazio. Un uomo arresta +i portatori di quel corpo esanime, si gitta sul selciato ingombro di +rottami e di pietre e singhiozza. + +— Mentre ei piange la madre ed obblia sè, la moglie e i suoi nati, +lasciamolo al suo dolore e fuggiamo. + +— Bene dici, o Volusio. E tanto più che ci pagò la mercede. — + +E ratti si dileguarono. + +I margini si fanno sempre più ingombri di feriti e di morti. I +gelosi delle loro robe preziose e più care; quei che nel disordine +delle idee non fuggirono presto dalle case che crollano, colpiti dai +sassi e da un muro che, perduto lo equilibrio ruina, hanno rotto le +membra o franto il cranio sulla soglia che pur dianzi era il pensiero +della loro salute. E quasi non bastasse lo immenso orrore, coi danni +irreparabili che veniva adunando, schiavi abbrutiti e nefarii — i +quali, disonestamente trattati, non avevano alcuna nozione di ciò che +onesto e verecondo fosse — afferravano bestialmente la occasione che +loro forniva la irritata natura, per derubare, per uccidere e per dare +ampio sfogo alle loro infami libidini. Uno si fa largo col coltello +tra i denti, spoglia il vicino, ferisce e corre. Quale ruba una gentile +ed innocente vergine dalle braccia dei propri parenti e, bestemmiando +parole di dileggio e da trivio, sen fugge. Terrore. Emozioni. Grida di +schianto. Brevi e disperate zuffe. Dolori che uccidono. Sguardi che +imprecano. Ansietà impossibili a dirsi. Eroismo di amore. Brutalità +da dannati. Ecco la multiplice scena offerta sulla lunga via che +dallo sbocco della consolare, passando a lato del tempio della +Fortuna-Augusta, menava alla porta. La quale gli Oschi costruirono +di tufo, scolpendo sulla chiave dell’arco la protoma di Venere, +l’affettuosa iddia che in quel giorno — al pari dei santi patroni, cui +le bigotte, irriflessive, superstiziose, timorate e bietolone coscienze +sogliono rivolgersi nei dì del pericolo colle novene e coi voti — non +seppe difendere la città che in lei avea piena fede. + +Apro Aulio Rufo — quegli i cui pilastri dell’uscio presentano i bei +capitelli con una baccante e due piccoli putti in alto rilievo — aveva +tratto per tempo, sui cocchi, nelle lettighe ed a piedi Celsa, Heria, +Ada; e il giovanetto Cerio, ed il piccolo Valente, e la bellissima +nelle sue grazie infantili, la Cumbennia, natagli da tre anni, l’olezzo +del cuor suo, alla quale avea dato il nome della tribù antica cui era +ascritta la sua doviziosa famiglia. Ma il cisiario Diofante invade con +una ruota il margine e rovescia. Fallox e Nasso che seguono nella quasi +oscurità il primo carro, pestano i caduti colle zampe de’ loro cavalli. +I quali, impauriti dalle grida di dolore, sferzati da chi gli menava +e sospinti dalla gente che fuggiva, inalberano rompono i ritegni, +spezzano il timone, urtano, schiacciano e fuggono a furia sul declivio +della via suburbana. Ada muore mentovando la madre. Celsa, che ha rotta +la spina dorsale pel solco che suvvi fece una ruota, si volse al suono +dell’amata voce, fruga amorosamente cogli occhi la tenebre e spira. + +Oh! i funebri pensieri dei rimasti per terra, feriti e senza soccorso! +Tutti invocano la morte; perchè la morte sola ha un sorriso per +essi!... E la viene, colorata di sangue ed infuocata delle fiamme del +Vesbio. + +Il misero Rufo marito e padre, accorre fra quei morti e morenti, +istupidito dall’ambascia. Un’unica speranza.... la salvezza della +bambina che aveva stretta al suo petto. Parole dissennate escono +dalla sua bocca.... Fugge e lascia coi cari estinti le collane, i +pendenti, le perle, le monete d’oro, le patere, le tazze, i vasi di +argento, tutto che in fretta aveva potuto rammassar nella fuga.... Dove +morirono?!... + +Un cisiario, per nome Felicissimo, ed un altro, Erosala, sferzano +maladettamente i loro cavalli. Vengono dalla via di Mercurio ed +avanzano malgrado gl’inciampi. Molta gente erasi riparata sotto +le volte della porta di Stabia. I cavalli e le ruote traversano +quell’ostacolo vivente e passano oltre. Vibio e Melissæa tengono +abbracciati in sul carro i due loro bambini, di sei anni e di quattro. +Nel successivo sono due liberti con ciò che di più prezioso si potette +adunare nei sacchi. Giungono in faccia allo scoglio di Ercole, sulle +saline, dove Cassinio poco mancò non fosse sorpreso da Spartaco nel +bagno. Colà gemiti, urli, parole da lacerare il cuore. + +Un padre che, fuggendo, avea smarrita la sua cara figliuola ed era +tornato indietro due volte per rintracciarla ed erasi quivi ridotto +per far salva almeno la sua vita, piangeva, si stracciava le vesti e +parlava, + +— O natura, forza imperiosa del sangue, ridammi viva la nata dalle mie +vene. + +E cuoprivasi il capo, si cacciava per terra e piangeva. + +Un altro che aveva ritirato la moglie di sotto una parete ch’eralesi +rovinata addosso e sulle spalle l’aveva trasportata fin là — +discaricandola ed adagiandola mollemente sul suolo, disperato ed in +lacrime le diceva, + +— Pannixis, ti sposai da due mesi, sei lo amor mio, svegliati. Non mi +abbandonare. Senti i miei baci? Vedi le mie carezze?... Qua... una +face... O iniquo Giove! Scaglia su di me le tue folgori! Morta!... +Morta!... Povera donna mia!... Qual nuovo Sinis, qual novello Procuste, +pose in brandelli le tue misere carni! _Heu me!_ Che sono divenute +le grazie del tuo viso e quegli occhi che splendevano come le stelle? +_Exanimis jaces!_... Almeno, nume crudele, infame, fa’ ch’io la segua +sulle onde di Styge e a traverso il torrente infiammato del Tartaro!... +Che! Neppur le bestemmie ti muovono?... Ti proclamo inutile in questa +ora estrema! + +— Cessa dal tuo dir forsennato, o Salvio Curzio. + +— Ahi sei qui, _machinator fraudis_? Disertasti l’ara di Mercurio e di +Maia, o Memore Istacidio? Non gioirai a lungo dei dolori degli uomini. +Giù nei gorghi del mare e con me. + +E lo ghermì per le reni, lo sollevò di peso, lo trasse nelle onde. Il +sacerdote si dimenava, lo mordea sulla spalla, gridava lo aiutassero. +In tanta confusione un solo si mosse. Fu Felice Helvio, il suo collega +nelle imposture. + +— Anche tu, scellerato. Riderà Minosse in vedervi. + +Il mare si aperse e si chiuse gorgogliante e spumoso. La natura li +cancellò ben presto dal numero dei viventi. + +Una face apparisce sulle onde. È una barca che si avvicina. Due uomini +ne discendono, approdano, chiamano ad alta voce e procedono. I due +bambini vanno loro incontro; essi li portano via. Cneo Vibio prende +la cara donna nelle sue braccia, entra nelle onde, la consegna nelle +mani smaniose, convulse di Demophilo e la vede in piedi tra i figli. +È per salir dentro, quando un rumore immenso s’ode lungo la spiaggia +da Stabia ad Herculanum. Il mare si ritira furiosamente e ribolle. +Vibio e la barca sono sbalzati lontano. La barca sbattuta dalle onde, +galleggia. Vibio... non è più. Il soffio di Dio erasi ritirato dalla +sua bocca e lo aveva lasciato livido ed inerte cadavere. + +Poco di poi, cessato il grandinar delle pietre, ecco un rovescio +immenso di pioggia sul suolo. Le acque del Sarno e delle sorgenti +dei pozzi, assorbite nei giorni innanzi dalle materie candenti +ch’eransi sviluppate nel Vesvio, avevano servito di alimento al +fuoco e, convertitesi in vapore, datogli la forza di scaraventare in +aria i basalti, le grosse pietre e le pomici addenti. Ora, aspirando +dai sotterranei meati le onde saline, le rigettava a torrenti sui +sottoposti piani, compiva la ruina delle case e livellava i lapilli +poco innanzi caduti. Al cessare della forza aspirante, il mare tornò +impetuosamente a mordere le sponde. E tanti erano i fuggiaschi nelle +Saline, tanti abbracciò nelle sue spire spumose e li trasse con sè +negli abissi. + +Demophilo, coi servi e colle ricchezze scampate, tornò indietro, +malgrado i grandi pericoli, colà dove tutti speravano con ansia +trovarvi Vibio, la doppia vita di Melissæa, la vita di quel cuore da +cui tante dolcezze eransi rovesciate su dì lei cuore amoroso. Inutili +ricerche! Ogni esistenza era scomparsa sul suolo lavato dalle onde +furiose. La misera pianse, si strappò i capelli e pensò ove mai avrebbe +portato le amare sue lacrime... Ma, tutto si cancella nel mondo, anche +la esistenza ideale che è l’ultima requie della speranza! Tutto si +raffredda, anche il pensiero.... E ciò che or or parea vivo, forse è +già morto! + +Nella strada che rade il fianco del tempio della Fortuna ha lo ingresso +principale una casa sontuosa cui tre altre vie rendono isolata. La +grandine dei basalti ha sfondato il suo tetto, crepacciato i suoi muri, +crollato le sue pareti. Le lamine di piombo conficcate con chiodi di +ferro spessissimi su di esse — per allontanar dallo intonaco sparsovi +sopra la umidità della recente costruzione — pendono schiantate e +rotte. Nei vasti atrii, nello xysto fiorito e pesto, nei peristilii +corrono creature umane esterrefatte, a tastoni, urlando, piangendo +e cadendo. La soffitta del tablino poggiante su rosse colonne erasi +sprofondata sul più prezioso monumento dell’arte antica, il mosaico, +rappresentante la grande battaglia di Arbelle, in cui Alessandro, a +capo dei suoi cavalieri, si slancia verso il vinto Dario per farlo +prigione. La terra, scuotendosi e sollevandosi, crepacciava i pavimenti +di marmo, gonfiava i mosaici e le opere signine che tanta fatica +avevano costato ai nobili artisti, miseri schiavi. Le pomici tutto +ricuoprono.... anche una bella fanciulla, la piccola Irimilla, che +atterrita e dissennata correva spinta dal genio della morte a salvarsi +tra le fredde sue braccia. Il padre Mevio Apulo che la seguia per +salvarla, stramazzato a terra da una colonna, perdette anch’egli colla +vita le molte ricchezze che lo esteso commercio dei vini gli avea +procurato. Al cominciar dello inesplicabile disastro egli avea detto a +Caio, il suo figliuol primogenito. + +— Va’ colla tua giovane sposa! Va’, corri e non volgerti indietro. +I fulmini rischiaran la via. Profitta di quel lume di Averno per +riconoscere e sfuggire lo estremo pericolo. — Abbracciami! O io salvo +gli averi e ti raggiungo. O là... negli Elisi! — + +I due amanti e sposi, convulsivamante stretti l’un l’altro, correndo a +riprese sul nuovo suolo delle vie formato dai basalti, dai lapilli di +pomice e dai muri caduti, livellato dalle ceneri fangose per l’acqua +bollente, molti ne videro dannati dal feroce loro destino impaltenarsi, +cadere, escire dalle profonde pozzanghere e ricadere anche una volta +feriti, trafelati e presi per non sorgere mai più. Essi potettero +giungere sino alla spiaggia, sostenuti dalla forza che lo spavento +ministra e che addoppia lo amore. Nella oscurità si cacciano in una +barca apprestata per lo edile M. Epidio Sabino dal liberto Hedysio, e +fatti salvi dallo equivoco, col cuor sollevato si allontanarono dalla +riva di tutti i dolori e di tante morti svariate. Allo scroscio delle +folgori, al fulgore delle fiamme, al fracasso dei muri cadenti, le urla +strazianti di un popolo e il ricordo dei cari lasciati non commuove più +il loro cuore. La terra diviene per quei fuggitivi una visione svanita. +Il solo mare ribollente, agitato risponde ai loro attoniti sguardi. Gli +è che fra il cielo ottenebrato dalle ceneri, invisibile come il fato, +e i flutti oscuri e tumultuosi una potenza unica, lo amor ricambiato +ed egoista, aveva loro accavigliato l’anima a non permetterle più le +sensazioni al di fuori. + +Intanto nel gineceo delle donne, Mesionia, la moglie di Alleio, +adunava gli oggetti preziosi ch’erano nelle camere. Braccialetti +d’oro, fibbie, anelli, orecchini venivano da lei chiusi in fretta +in una tunica. Alcune schiave, urtandosi, piangendo, gesticolando +e pallide dallo spavento, trasportavano vasi di bronzo, tazze di +argento e pitture di pareti; e incontrandosi lasciavano coteste cose +per terra, piangevano, si abbracciavano, svenivano. Una bambina ed un +giovanetto, curvi sul pavimento, ponevano in un cesto di vimini i loro +_crepundia_, la bambola, un piccolo specchio di argento e una statuetta +della Speranza. Creature infelici, non commoveste la natura col vano +augurio! Un vecchio servo, Amiantho, togliea sulle braccia un’ara di +marmo portatile colla iscrizione osca [Illustrazione: lettere osche] +— Flousai, cioè Flora — che doveva essere la dea protettrice della sua +sventurata padrona, — Tutti morirono. E lutto lasciarono! + +Dirimpetto la entrata principale dello anfiteatro era un triclinio, +dove solea darsi ai gladiatori un pubblico pasto, detto libero. +Colà presso era un ricinto murato che accoglieva gli accoltellanti +per vestirsi e per attender lo istante di scendere nell’arena. +Quivi l’_editor_ portava le vesti, le armi, le reti per fornirne ai +_secutores, retiarii, mirmillones, samnites, hoplomachi, dimachæri, +essedarii, andabatæ, fiscales, subdilitii, catervarii, meridiani, +postulatitii, laquearii_. Cotesti i nomi che distinguevano nella loro +fatale professione i miseri operai dei trastulli romani. — Nei due +luoghi, alcuni ragionavano, cioncavano e ridevano allorchè accadde il +grande scoppio, nunciator del disastro. + +Trulla e Naso erano giovani cui la passione della libertà caduta avea +ritolto lo amor della vita. Ambedue da qualche anni, in epoca diversa, +eransi ascritti alla famiglia del lanista C. Aellio Astragalo. E +giurando _uri, vinciri, verberari, ferroque necari_, ricevevano il +salario _auctoramentum_, perchè volontari e non _ad gladium_, oppure +_ad ludum damnati_. Lo esercizio della ferocia parea che lor facesse +obliare i gravi pensieri del proprio cuore. E gli austeri ardori dello +isolamento e del pericolo sembrava che tranquillassero la loro fantasia +ferita. Uno era _laquearius_. E toccando familiarmente, con certa +spavalderia, la corda dal nodo scorsoio che gli cingea la persona, +provava la immorale felicità di dar morte allo infelice avversario che +il capriccio del lanista avrebbegli dato nello steccato. Vestiva una +tunica corta di colore scarlatto. L’altro apparteneva alla categoria +dei cavalieri e vestito di maglia — _clausis oculis andabatarum more +pugnabat_ — e rischiava la vita, o uccideva senza vedere il suo bendato +competitore. + +I discorsi furono dimezzati, e per la prima volta quegli audaci +fuggirono dinanzi il pericolo. Vaccula, il dapifero, e tre dei suoi +schiavi corsero anch’essi smarriti verso lo anfiteatro. Uno fu ucciso +da un basalto presso lo ingresso sotto la statua di C. Cuspio Pansa +pontefice. Gli altri si cacciarono alla rinfusa nei corridoi; allo +infuori di uno che nella furia e nella oscurità discese nell’arena +e cadde nell’_euripo_ — canale pieno di acqua scavato attorno il +_podium_, pur cinto di un _ferreus clathrus_ — le due difese che gli +spettatori avessero dalle irruzioni disperate delle bestie feroci. +Sull’orlo di quel parapetto si veggono in Pompei i buchi dove erano +conficcati i graticci di ferro che Plinio chiamò reti per la forma che +presentavano. + +Nel catabolo erano due leoni. Uno, ruggendo cupamente si accovacciò +aspirando l’aria umida nell’angolo della cella. L’altro fuggì rompendo +le sbarre del carcere; urtò Trulla; lo azzannò e lo stracciò colle +unghie come un impedimento alla fuga ed uscì fuori per morir soffocato +dalla mefite non molto lontano. + +Vaccula accese una lampada e con essa schiarò alquanto le tenebre. +Gli altri si raccolsero attorno di lui. Pareano fantasime o quei +malati che vedi errare nel paese delle febbri. Alcuni piangevano. +Alcuni bestemmiavano il nome degli dei. Naso intravide la sua sorte +con segreta rassegnazione. A quei cui il sangue rivela alcuna delle +grandezze della vita, il pericolo delle battaglie, le sofferenze +del dolore, le tristezze del carcere, lo aspetto della morte offrono +splendidi e misteriosi orizzonti che le nature volgari non veggono. +Afferrò animoso la nuova situazione quale gli dei glie la componevano. +Si assise per terra lungi dagli altri; chiuse il capo nel _sagum_; +gittò ai piedi un pezzo di catena d’oro, un anello ed alcune monete; +si appoggiò colle spalle al muro del _vomitorium_; ed attese nella +pienezza delle sue facoltà la visita dell’amica che aveva sempre +creduto la venisse a lui armata di gladio.... La non tardò molto a +venire. E le giovanili ambizioni, e le vanità della forza muscolare, e +le irrequietezze del cuore, e i giorni di piena felicità, e le gioie +grossolane dei sensi, e le aspirazioni di una gloria migliore, ed i +palpiti della libertà, tutto fu consumato in un istante in quell’oscuro +calvario di ben altri e più cuocenti dolori. + +Nella via Domizia, sulla linea dirimpetto alla casa di C. Giulio +Polybio, era la dimora dèi chirurgo Hemos, allievo di Bucchio di +Tanagre, interprete in Cos della dottrina del grande Hippocrate. Il +quale quivi era nato nel primo anno della quarta Olimpiade, e quivi +fondò la sua celebre scuola. Questo nobile rampollo degli Asclepiadi +— famiglia conservatrice per secoli delle teorie del sommo Esculapio +— profittando delle discussioni dei filosofi che si occupavano del +sistema generale della natura e della esperienza dei suoi — e più +di quella del suo padre Heraclide — sulle vicissitudini patite dal +corpo umano, concepì la splendida idea che fissa un’epoca alla istoria +del genio — rischiarare la esperienza col ragionamento — rettificare +la teoria eolia pratica — considerare i diversi fenomeni presentali +dall’organismo animale nei suoi rapporti di malattia e di salute — +L’arte siffattamente elevata alla dignità di scienza, camminò di piè +fermo sulla nuova via che un alto ingegno le aveva dischiuso. E tre +scuole si aprirono ben presto, in Rhodum, in Cnidum, in Cos. Lo spasimo +venne curato secondo le regole confermate dalle numerose guarigioni e +le tre scuole si allietarono di molte eccellenti scoperte. + +Non lo amor del guadagno, nè il desio di celebrità avevano condotto +Hemos dalla Grecia in Pompei. Demophilo ve lo invitava. Il sollievo +dei malati ve lo facea rimanere. Creatore di una nuova scuola +conservatrice, registrava i risultati della esperienza propria e degli +altri, dettava i doveri di un medico e notava con pari franchezza le +guarigioni e le morti. Una volta accadde che a lui portassero sur una +scala un _tignarius_ che, caduto nel restauro delle mura presso la +porta di Herculanum, aveva ricevuto parecchi sassi sulla persona. Il +sofferente era tramortito. I _lecticarii_ non seppero rispondere alle +sue domande. Ed egli non si avvide che gli era mestieri ricorrere al +trapano. Funesti segni lo avvertirono dell’oblio. Dopo quindici dì +fece la operazione. Ma il muratore morì lo indomani. Ed egli, il sommo +maestro, confessò pubblicamente il suo fallo. Imperocchè, superiore +ad un fallace amor proprio, volle che anche gli errori servissero di +lezione. Sono corsi parecchi secoli e cotesta sincerità in luogo di +accrescersi, è di troppo diminuita nei curatori delle malattie umane. + +La casa aprivasi sullo impluvio ed in fondo era lo xysto. Ai lati, +lunghe camere abbellite di graziose pitture, ed una di straordinaria +grandezza e schiarata da parecchie finestre. Era la sala anatomica e la +scuola. + +Un letto di quercia in pendìo è nel mezzo. Sopra il letto è un +cadavere. Ai piedi del cadavere sul pavimento è un vaso di terra per +accogliere i liquidi che potrebbero scolare dal letto che finisce +come una gronda. A lato del cadavere sta in piedi Hemos parlante ai +discepoli, tutt’occhi ed orecchi in udirlo. + +Quel saggio ha le linee regolari di una statua, illuminate da uno +sguardo che un misterioso splendore anima ed avviva. La fronte è calva +e i capelli imbiancano. È piccolo di persona, un po’ stanca, quasi +emaciata. Di sobrie parole, ha il gesto concitato e di slancio, perchè +ricco di sensibilità meravigliosa. Quelli che lo veggono grave allo +esterno malamente lo giudicano. Le sensazioni delicate e profonde del +cuor suo sono come quelle piante energiche e sottili che si veggono +sospese agli scogli, a picco sul mare, nell’isola ove nacque. I venti +impetuosi che spirano dal golfo Ceramicus le agitano in tutti i sensi +nelle tempeste di autunno, e d’inverno; ma non valgono a sradicarle +dove germogliano. + +— La vita è breve e l’arte che noi esercitammo domanda lunghi studi e +vocazione decisa. — Giudizio sano. Pronto discernimento. Carattere pien +di fermezza e di dolcezza insieme. Amore alle cose oneste e al lavoro. +E se l’anima s’intenerisce sui mali della umanità, certo che chiunque +fra voi n’è dotato si passionerà per un’arte che insegna a guarirli.... +Operate — e non vi stancate mai di operare — col taglio sul cadavere. +Percorrete il cerchio delle scienze. La fisica dice la influenza dei +climi su questa bene ordinata matassa di muscoli, di nervi, di vene, +di fibre. E fatti dotti, viaggiate, osservate la situazione dei luoghi, +le variazioni dell’aria, le acque che si bevono. Gli alimenti di cui il +popolo si nudre, tutte le cause che guastano lo assetto della economia +animale. — + +E toccando colla mano il cadavere, seguitò: + +— Le brevi e ricise massime scolpite nella nostra memoria guidano ma +non illuminano abbastanza. Conviene applicare i principii generali +ai casi particolari e interrogare la natura per non ingannarsi. E +— ciò che è più difficile — attendere la sua risposta. Di celato +io feci portare qui da un vespillone il cadavere di uno schiavo. Il +pregiudizio non vorrebbe che quale è coperto dalle ombre della morte +giovi al soccorso della vita in pericolo. Le leggi si oppongono. Ma le +leggi permettono il macello dei sani nelle battaglie. E il pregiudizio +applaude al carnaio nello anfiteatro.... La scienza è sovrana. E se ha +doveri, ha pure i suoi diritti. + +E preso il coltello di rame temprato — lo _scalpellum_ dei latini, lo +σμιλιον dei greci — lo appuntò con tutta sicurezza sul disteso cadavere +nella parte destra laterale del torace, là ove le costole ossee si +articolano colle cartilaginee. Ma, infisso lo strumento, fermossi di un +tratto come per arrestare una idea ch’eraglisi affacciata alla mente. E +levando in alto il coltello con un gesto atto ad imprimere con maggior +forza i suoi detti negli ascoltanti continovò: + +— L’uomo di cui qui vedete i laceri avanzi era nato in Coronea nella +Boeotia, condotto schiavo in Pompei e venduto a C. Pumidio Dipilo. Ora +che con ribrezzo ne mirate le spoglie, mi avveggo com’egli differisca +da noi, uomini vivi e liberi. Ma, allorchè quegli occhi opachi +fulgevano, e quelle smorte labbra articolavano parole di vita, e quelle +mani assottigliate e nodose erano validi strumenti per effettuare le +idee, io non vedeva lo schiavo in quell’uomo. No!... Elette le forme. +Vivace ed acuto lo intelletto. Impetuoso lo ardir giovanile. Nobile +l’anima. E di squisito e commovente sentire il cuor suo!... Ben più +libero ei mi sembrava di Sirico che lo aveva venduto e di C. Pumidio +Dipilo, ricco di pecunia e d’immagini avite, che lo aveva comprato. +Crixsos era il nome dello infelice. Io, famigliare di Caio, ebbi +campo di studiare le fasi corporee e morali di questo estinto. Col +_liber_ di quella pianta palustre di Syracosion, il quale rotolato si +chiama _volumen_ — invenzione dovuta ad Eumenes di Pergamus — egli +scriveva i βύβλος dei miei trattati sulla salute, i διφθερα che voi +meditate. L’arte del pennello era pure la sua. E varie case in Pompei +sono abbellite dai suoi colori. Amò perdutamente Sfinge, la schiava +di Calepio Secario, di cui si fece il _contubernalis_, e ne fu amato +con eguale ardore. Dopo poco però i favori di Venere assottigliarono +lo stame delle due esistenze. La giovanotta morì di arsione. Egli, +consunto e accasciato dal dolore di tanta perdita. Eccolo qui disteso +dalla Phtysi o Phtoe, che fa pallido, debole, tossicoloso, emaciato. + +E volti gli occhi ai discepoli, dopo aver rimirato il cadavere: + +— Ora, uditemi attentamente.... I mali spiriti del mondo esterno +sovente investono il nostro corpo, e suscitano una lotta coi loro +poteri distruttori, cui la medicatrice natura si oppone coi suoi +conati salutari. Allora l’uomo che sente in sè cotesto certame si fa +tristo; e il terapeuta chiamalo egroto. Se la natura medicatrice ha +tanta forza da affrontare la maligna natura e la respinge, lo egroto +risana e si rassecura. Ma se l’impeto distruttore prevalse, la materia +del corpo nostro più o meno lentamente si guasta, i pori si allargano, +la contestura delle viscere si corrode e sopraggiunge la morte a dar +l’ultimo crollo alla ruinosa economia. Allorchè siffatti guasti si +stanno operando, il paziente è assalito da un calore urente che lo +divora dentro e gli produce l’ambascia, lo anelito, che io chiamo +_dispnea_, la prostrazione e la colliquazione. Or mirate come a tal +penosissimo sentire corrisponda la spaventosa trasformazione del corpo. + +Ciò detto, si approssimava al letto e accennava col tatto le parti del +cadavere di cui faceva menzione. + +— Mirate! — I muscoli impiccioliti e tabidi. Le unghie adunche. Rugoso +il polpaccio. Le narici acuminate e gracili. Incavati gli occhi dentro +le scatole ossee. Le labbra sottili che stringonsi ai denti. Prominente +la mandibola. Sul petto voi potete contare le costole. Nello addome +scorgete una cavità che va sino alla spina. Qui, sulle spalle, le +scapole elevate e nude che paiono ali di uccello. Le nocche articolari +delle ginocchia tanto prominenti da sembrare la estremità di una +mazza.... Voi inorridite, o miei? Ma voi dovete pugnare contro la morte +e conoscere la fisonomia della orribile Iddia in tutti i particolari +suoi atteggiamenti. Altrimenti, come combatterla e vincerla?... +Appressati, Albucio.... Che?... Turi il naso colle dita?... E sputi +sul terreno come un profano?... Così non faceva Hippocrate, il padre +nostro. Ed io vidi Buccino, da giovanetto, in Cos, rivoltolare colle +mani gl’intestini di un morto che tale un sito fastidioso tramandavano +da far recere parecchi tironi.... Ma tu sei bianco come un cadavere.... +Ebbene! Vien qua, Menomaco. Tu sei più provetto cultor di Esculapio +ch’egli non sia. Sostieni il braccio destro di questa materia inerte, +perchè io possa col coltello aprire la cassa delle nobili viscere. + +Il discepolo senza ripugnanza ubbidisce. Ed Hemos con due tagli +regolari nel torace ed uno per traverso alla estremità delle costole +ove ha principio lo addome, lo apre, ne squarcia le pleure e, +rovesciandone il coperchio sopra la faccia, riprese: + +— Ah! Il prevedea. I polmoni disuguali, rattratti, maculati qua di +rosso, là di nero, su di olivastro.... Ecco la phtoe polmonare. Ecco +il guasto di una lotta per quanto lunga, altrettanto straziante. +Voi, Parato, Aquano, Faventino, Marcello, Paquio, Callisto e.... +tu pure o Albucio,... vedete lo interno dei bronchi e della trachea +che ho aperto. La empiema, o la purulenza, ha quasi ostruito questi +condotti che portano ai polmoni e dai polmoni al cuore l’aria vitale +refrigerante. Quindi, il cuore che qui è rosso e più grosso del mio +pugno non essendo temprato da bastevole frigorico, tanto calore emanava +nei visceri nobili e specialmente nei polmoni, da distruggerli quasi e +ridurli alla forma che in voi desta ribrezzo.... + +Marcello interrompe: + +— Ma il cuore, o maestro, come sviluppa il vitale calore sì necessario +alla esistenza? Gli è l’organo da cui hanno scaturigine i nostri +affetti, le nostre passioni. Dunque gli affetti e le passioni avrebbero +una qualche simiglianza al calore che ci anima? + +— Ben parli, o giovane sacerdote della umanità. Gli amori, le ardenze +passionate commuovono le fibre di quest’organo che sta fra i polmoni. +Quindi è che tu lo senti battere entro te stesso. E più tu desideri, +più vibrati sono i colpi di questo martello. Le vibrazioni producono +calore siccome il ferro percosso sulla incudine del fabbro. E il +calore quindi regola la vita.... Questo schiavo amò potentemente. +Il suo povero cuore picchiò forte e generò grande calore. I polmoni +ne rimasero offesi. L’aria non valse a temperarne l’arsione ed il +misero.... + +La parola della scienza fu tronca da uno scoppio terribile che mandò +in minuzzoli i vetri della finestra e fece vacillare le pareti ed +il suolo. Gli occhi dei discepoli fissarono esterrefatti quelli +del terapeuta, e quai prigionieri dietro le sbarre facevano segni +passionati e di grande sgomento. Il tonfo dei sassi sullo impluvio +persuase alcuni ad escire da quella specie di letargo pauroso e correre +allo aperto. Al traballare successivo e continovato della terra gli +altri più provetti, che pure avevano le abitudini dei dolori e delle +sciagure umane, a due, a tre volsero i talloni alla camera ov’era +lo spettacolo della morte distesa, senza riflettere che anche fuori +Libitina mieteva in vario modo le esistenze, come il villico colla +falce l’erba dei prati. + +Ed Hemos?... Hemos sentì qualcosa di strano infiltrarsi e correre +per tutta la sua persona. Le gocciole di sudore cadevano dalla sua +fronte, la quale aveva preso la pallidezza del marmo. Nella mente +incerta volava uno sciame di figure alate che, urtandosi a furia, gli +scendevano dal cervello nel cuore. Un supremo sforzo... e la psiche +immortale aveva atterrato nella lotta la carne peritura che geme, +e piange, e si agita convulsa nella strettoia delle avversità e del +dolore. + +— È l’ultimo giorno! E il novissimo istante! Da parecchi dì gli strani +fenomeni che occorrevano e lo affannoso mutismo degli animali bruti mi +facevano prevedere il danno di questa contrada. + +Sale una scala di legno, traversa le _cœnacula_, si fa sul terrazzo +sfondato in un angolo da un basalto e vede il Vesvio ardente ed +eruttante in mezzo a turbini di fumo sassi e cose che di travi accesi +aveano sembianza. Chiude il capo tra le mani e pacatamente discende. +Ridottosi di nuovo nella sala anatomica, rimane alquanto pensieroso. E +poi mormora: + +— Urli disperati al di fuori. Il silenzio qui. I servi disertarono +là casa. Ed io resto come un milite a guardia di una pubblica ruina. +Rassegnato alla volontà degli Dei, attenderò con calma l’ora del mio +passaggio. Abbellii l’anima di ornamenti suoi propri, la giustizia, la +temperanza, la carità, la famiglia intera della virtù. Non feci male ad +alcuno. Sento la loro voce che mi chiama e mi avvio. + +L’aria erasi fatta soffocante ed oscura. La mefite serpeggiava sol +suolo. Hemos chiuse il capo nella toga e si adagiò sul mosaico. + +— _Fata vocant, conditque natantia lumina somnus_.... Qui, sul letto +drizzato nelle tenebre. Esculapio, Hippocrate, Galeno.... io vi +raggiungo..... + +Per qualche istanti parea che due cadaveri fossero in quella sala, +l’uno ignudo, l’altro coperto. Ma un piccolo moto convulso, succeduto +da un lungo sospiro, pareggiò ambedue all’occhio dello invisibile. +Hemos era morto! + +Allorchè nel 1771 si sgomberarono i lapilli e le ceneri ammonticchiate +in quella camera, vi si rinvenne sparso sul pavimento quanto l’arte +chirurgica aveva inventato a sollievo della misera umanità. Vi erano le +_cocurbitulæ_, ventose di metallo a foggia di ampolle con quattro buchi +che si turavano colla creta e poi si sturavano perchè lo strumento si +staccasse della epidermide. E l’ordigno per saldare le vene del capo. E +gli scalpelli escisori a guisa di piccole punte di lancia e nell’altra +estremità il _malleum_ per rompere le ossa. E le _spatulæ_ di varie +forme. E gli specilli concavi da un lato e dall’altro come un’oliva. E +un catetero forato colla sua mobile guaina. Ed un _unco_ per estrarre +il feto già morto. Ed infiniti ami ed aghi chirurgici. E le _forfices +dentariæ_, come le nostre tanaglie. E i _circines_, le _volsellæ_ e +le tente urinarie ricurve. E le lancette di rame temprato assai duro. +E le siringhe auricolarie, le seghe, i coltelli da taglio. Altri +strumenti pur v’erano di uso e di nomi ignoti, racchiusi entro astucci +di bronzo, di bosso e di avorio. E lo _speculum_, e le _ligulæ_ e il +_pareuniterium_ pur troppo noti. + +Nel vicolo poco discosto s’odono molte voci rauche, confuse e concitate +in una volta. È Tito Atullio, il fabbricante dei _camini portatiles_, +dei _foculi_, degl’_ignitabula_, delle _escharæ_ di bronzo — tanto +in uso nelle Terme e nelle case degli agiati in Pompei — il quale +riunito alla madre, alla sorella, al figliuolo Istacinio ed ai servi, +nello escire ha perduto la moglie. I parenti ristanno nella oscurità +e nella pioggia dei lapilli, curando le cose di pregio salvate — +quattro orecchini d’oro, una collana, dei braccialetti, molte monete. +— Il bambino ha una lucerna di bronzo che la bufera subito spense. +Dopo molto errare presso le mura, eccolo ei torna, avendo tra le +braccia Cœsia Prima, la cui bellezza era il sogno di un artista. Una +capigliatura aerea e dorata si distaccava in anelli sul suo collo +di cigno. Le rose delle ardenti voluttà eransi schiacciate sulle sue +labbra. Ora sono pallide come i gigli e si fa trascinar dal marito come +cosa morta. Procedono innanzi a stento... si arrestano.... piangono.... +cadono.... e, tutti stretti, abbracciati, muoiono. + +E le pietre pomici piovevano sempre! + +Morto Popidio Celsino, la eredità di Plilia fu venduta, ed essa colla +sorella tornossene in Grecia, dove da lento morbo consunta morì. La +casa venne compera da Flavio Ceppysiodoro, liberto di Flavio Licinio +Romano, arricchito dal commercio dei marmi. Avendo vissuto a contatto +di tre diverse civiltà — molto in Egitto, un po’ nell’Urbe ed in Sycion +ov’era nato, e per sopra ciò schiavo — aveva elevato a religione la +teoria del tornaconto; e il re del suo Olimpo per lui era Mercurio che +per sua propria devozione aveva mandato a nozze colla Malafede e faceva +adultero coll’Astuzia, colla Menzogna e colla Viltà. A cotesti soli +iddei egli dava incensi ed onori. Gli altri numi ei li lasciava tutti +alla gente sciocca e gocciolona che non s’intendeva di affari. Per gli +uomini arricchiti, di tal conio, la virtù in quei tempi era la virtù +in questi che corrono — vano nome. — I nummi rappresentavano molte cose +manchevoli, necessarie e richieste. Come oggi!... + +Aveva sposato da alcuni anni Perennia, la figliuola di un’altro liberto +ricchissimo, suo coetaneo, il quale era morto per un’apoplessia che +lo colse nelle braccia di una donna. Un terapeuta corse in suo aiuto. +Ma il brav’uomo era già nel Tartaro, attendendo che i _pollinctores_ +gli lavassero e gli profumassero il cadavere e facendo voti che i +_vespillones_ non gli togliessero di bocca la moneta per pagare il +navicellaio Caronte. Come sempre, senza mercede non si passava in quel +mondo che anche oggi si spera e si dice migliore. + +Perennia era giovane e bella. Nè amava. Nè stimava il marito. Ma, molle +e licenziosa, lo conduceva a suo modo. La sua faccia agl’indifferenti +non diceva verbo e pareva una Sfinge. I giovani a modo però e che a lei +piacessero vi leggevano quello che nel verno, appoggiati i piedi sugli +alari di un camino, noi vediamo sui capricciosi disegni delle fiamme e +del fumo. Val quanto dire ciò ch’essi volevano e desideravano. + +Nel secondo atrio adorno di bel pavimento a musaico e che ha un +recipiente rettangolare nel mezzo per raccorvi l’acqua piovana del +tetto, sono molte donne che tessono e filano con quella rilasciatezza +con cui lavorano le genti comprate, cui i rimproveri e lo staffile +sono incitamento alle opere. Ed il caldo soverchio sin dalle prime +ore del giorno — quell’afa sì straordinaria, in tal mese autunnale +— avrebbe loro fornito le proprietà sonnifere del papavero, se non +avessero dato alcun riposo alle mani e molta libertà alle ali del +pensiero. Una sola aveva un viso misterioso. E, poggiati i gomiti sulle +ginocchia, lo sosteneva sulle palme aperte delle mani. Clysma, nata in +un paese dell’Asia, era poco loquace per abito, e parea che, prestando +l’orecchio alle armonie della sua mente, si confortasse della schiavitù +e della durezza di quello stato con consolanti e fatidiche apparizioni. + +Perennia che dormiva in una stanza vicina ruppe con un grande urlo +il cicaleccio delle sue schiave. Alcune accorrono nel cubicolo. Poco +stante essa giunge pallida in volto, si asside e si terge il sudor +della fronte. E tutte ansiose a domandarle che fosse. + +— Ah! Io feci un sogno tremendo. E mi destai affannosa e fradicia +tutta. — + +E Scaura, e Maronia, e Giulia, ed Angipta, ed Auga, e Tanablea le +ripetevano la domanda. + +— Pareami di essere in un paese pieno di strepito e di lamenti. Era in +Pompei? Non so dirlo. Ma nessuno io scorgeva intorno di me. Volti gli +occhi in aria vidi Nemesi irata lanciar sulla terra gruppi di serpi +lividi e schifosi. Tento uscir dallo xysto e riparare in casa, quando +odo un urlo straziante.... e inorridita veggo il piccolo Cæsariano coi +capelli irti sulla fronte correre a me e precipitarmisi nel grembo. Un +di quegli aspidi lo mordea sulla nuca e le sue spire strette al collo +glielo serravano a soffocarlo. Pallida, tremante, fuori di me dallo +spavento, mi provo a discioglierlo da quel laccio. Ma.... le forze mi +mancano, le dita s’irrigidiscono, grido.... alfine mi desto. + +— Terribile sogno! Clysma? Esci dai tuoi abituali silenzi.... Soccorri +alla nostra padrona colla tua prescienza e la calma. + +— Maronia.... E che dirò? Voci giulive non mi esciranno dal labbro. È +il sogno men chiuso che Perennia abbia mai fatto. — + +E Scaura; + +— Orsù. Toglici dall’ambascia. Apri gli arcani del sogno. — + +La Egiziana allora guardò tutte in viso una per una, e si levò dalla +postura in cui erasi per ore tenuta. E per quella facoltà dello +spirito la quale nelle sofferenze morali, fa che la creatura dai nervi +sensibilissimi presagisca gli avvenimenti o, nella esaltazione del +cervello, li vegga svolgere in luoghi discosti, Clysma continovò: + +— Osiris, lo sposo della sorella Isis.... Typhon, suo fratello, lo è +di Nephtis. Questi ha trovato la corona fraterna sul letto nuziale +presso la moglie addormentata e stanca... Mirate lo scoppio della +gelosia!... Le acque invece di fecondare distruggeranno. Le terre +aride colmeranno le terre piene di vita e di germinazione. La nimphæa +nelumbo impallidisce e muore su suo verde stelo.... La felicità morta! +Le dovizie morte! Lo amor morto!... Tutto morrà in questa contrada che +ha dilaniato a lento morso i miei verdi anni e il mio misero cuore!... +Amset, Hapi, Satmouf, Mamses — i geni di Amenthi — non accoglieranno +col natrum le nostre viscere nel loro grembo. L’orecchio di Retiset +è già chiuso ai vostri lamenti.... Apparecchiatevi. Apparecchiamoci +tutti. + +— Io ti farò battere _usque ad necem_, o nera maliarda. È l’acre +vendetta della vile anima tua che a te suggerisce.... + +— Nè padroni. Nè schiavi. Tutti eguali innanzi all’ira di Typhon. +Le sue collere tu le hai vedute. Esse si spanderanno su te.... Era +l’agonia che ti troncava i polsi e ti vietava di salvar Cæsariano.... +Dì! Non vedesti il monte nel sogno?... No?.... E pure dal monte Typhon +verrà. — + +Ciò detto, Clysma tornò a sedere per terra, appoggiando le guancie +sulle sue mani. E le altre più impaurite che mai. E Perennia divenne +livida come se l’alito della morte le avesse sfiorato la fronte. Ma, +cambiata idea, replicò: + +— Io ti ho comprato _gypsatis pedibus et auribus perforatis_; ed eri +una _vernacula_ nata in casa di un cittadino romano in Babylon. Ti feci +istruire _in artibus ingenuis_ e fosti _pædagoga_ del mio Cæsariano. +Eri considerata la Perennipora qui. Così tu ricambi la bontà del mio +cuore? + +— Accorciando lo stame della mia vita tu non allunghi il tuo. Io tel +ripeto... Typhon si agita per febbre ardente nel monte. Credi tu che +le tue verghe solcanti il mio corpo possano fare ch’egli non ne esca +fuori? E pensi che se tu dicessi al pretore: + + — _Hanc fœminam liberam esse volo jure Quiritum._ — + +cotesta affrancazione salverebbe la città dall’ultimo esterminio? + +— Oh! Questa schiava coi suoi delirii m’insulta. Chiudetela nello +ergastolo, e questa sera deciderò della sua sorte. + +— Presumente!.... Non sarai in tempo fra un’ora. Un’ora?... Ecco. Trema +la terra... Ah!... Lo scoppio! + +Tutte balzarono qua e là, tenendosi alle vacillanti pareti. L’orribile +scroscio rintronò nei cuori già preparati dalla paura. La gragnuola +delle pietre incomincia. Un tetto è sfondato. Cæsariano ferito nel +collo corre barcollante e piangendo in cerca della madre e la giunge. +Auga, Maronia entrano nelle stanze e raccolgono anelli, armille e +monili d’oro, utensili di argento e una copia grande di monete. Riedono +presso la padrona e la persuadono alla fuga. + +Ma dove e come? La pioggia delle pomici ha oscurato l’aria e ricuopre +il suolo. Tentano a tastoni, a lato del tablino, di penetrare pel +piccolo uscio nel sotterraneo e salvarsi dal triclinio a terreno per la +pianura. Scambiati pochi passi un’aria pestilenziale e non respirabile +ne le caccia indietro. + +— Salvaci, o tu, che lo puoi. Le dovizie di mio marito per te!... +Affida alle braccia del tuo Dio questo frutto almeno delle mie +viscere. — + +E stringeva al petto il bambino e lo baciava coll’amor passionato di +una madre. E stendendolo a Clysma, cadde stramazzoni, sui lapilli, +affogata dalla mefite. E tutte caddero morte nell’atto stesso. + +E le pietre pomici piovevano sempre! + +Sino dal giorno innanzi Tito Plasilio Aliano, figliuolo dello +affrancato Timagène era tornato dal _Pontus Euxinus_, sur una delle +navi paterne. Disceso e abbracciata la famiglia e tutti gli amici +che ben presto gli furono d’intorno, die’ ordine di scaricare la +_caudicaria_ che aveva guidato nel porto. Il dì poi chi passava +trovavalo laggiù e gli stringeva la mano e festosamente lo baciava. +Era un bravo uomo, tutto inteso all’ora presente e felice nei ghirigori +della vita. L’anima sua e le cose esterne nel vagabondar che faceva mai +trovavano il chiodo fastidioso della fermata. Nomade nel deserto dei +mari, le sue corse erano come i raggi del sole i quali splendono per +tutti; e non sentiva gli accessi melanconici della poesia solitaria, +figliuola allo egoismo. Giunto laddove gli affari del traffico paterno +il menavano, vendeva, cambiava, comperava. Ed intanto provvedevasi +di uno alloggio e di un’anima che non fosse tirannica, permettentesi +senza donarsi. Talvolta erano doni di Numi. Tale altra merci lucrose. +Sempre passeggere felicità, incarnate e colorite da un vivido sangue; +il quale, al pari del liquore dei grappoli d’uva, forniva ebbrezze +subitanee ed accessibili a tutti. + +Giovanetto e col padre erasi dato al mestiere del nauta. Aveva visto +molte contrade, e il suo intelletto erasi sviluppato al contatto dei +diversi popoli che avea bazzicato. Sapeva la storia dei Greci, suoi +compatrioti di origine. Conosceva i loro usi, i loro spettacoli. +Erasi maravigliato dei monumenti del vecchio Egitto e delle pitture di +vivi colori — mezzo decorativo, recondita storia. — Tende — Armenti +— Deserti — Vaste solitudini — Città incivilite. E il lago immenso +detto il _Palus Maeotis_. E Panticapea, dalla cui altezza scorgevasi la +imboccatura dello stretto del Bosforo Cimmerio che congiunge il lago al +_Pontus Euxinus_. + +Begli anni vaganti e bene spesi, perchè proficui al suo commercio +e allo addottrinamento del cuore. Tornato in paese, gli pareva +ringiovanire. Emozioni, sorrisi, riposo. E quelle maghe graziose dello +spirito, che aleggiano attorno e dicono il dolce incanto a chi ritorna +dopo una non breve assenza nel loco natio. + +— Sii il ben giunto, o Plasilio, nella nostra città. Che io ti abbracci +e mi gratuli teco della fiorente sanità che gli Dei ti conservano. + +— Sei sempre il mio amico, o Porcinio Rodio, fin da quando Verna ci +forzava ad apprendere a furia di nerbate. Sia pace ai suoi Mani. Ma +aveva il braccio assai grave. Che fai costì nel porto? + +— Seppi il tuo arrivo ieri nell’Odeon dagli amici Umbricio Bifurco e +Karminio Hyccario. E venni a vederti, poichè immaginai come nelle tue +case fosse vano il trovarti. D’onde vieni?... + +— Dalla costa orientale del Chersoneso Taurico. + +— Quali le merci trasportate qui? + +— Molta parte del carico è il frumento che gli schiavi e i saccari +ammonticano dinanzi il magazzino, là in fondo. Or che la Sardinia e la +Sicilia ne fanno desiderare, stimai affare migliore comperarne nella +Tauride che ne produce in abbondanza. La terra, solcata appena dallo +aratro, ne dà trenta per uno. E l’affluenza da qualche anno è siffatta +che hanno aperto di recente in Theodosia un porto capace di almen cento +navi. Giunio Sequestro, il pompeiano, e lo ateniese Hyphidamas sono +andati a Panticapea. Il grano quivi è più caro. Ma lo caricano subito +senza attendere il turno, e per una nuova legge non vi si paga diritto +nè di entrata nè di escita. + +— Anche di quel porto dicono maraviglie. + +— E a ragione. E l’arsenale? E il castro? E la città? E le case dei +particolari? E le taberne? E le fabbriche? Tutto grande quello che qui +è piccino. Al ricordo le mie sensazioni si ravvivano e.... + +— E più se rammenti le creature che furono parte animata delle tue +felicità, eh? + +— Eh!... Gli è pur così.... E molte volte io chieggo a me stesso se il +lago Maeotis non sia il più vasto dei mari e Panticapea la più bella e +vaga ed ospitaliera città dello universo. + +— A trent’anni... e sempre eguale come a diciotto quando lo spettacolo +del mare t’inteneriva sino alle lacrime. + +— T’inganni, o Porcinio. Così fosse?... Il molto vedere ha strozzato la +sorpresa innanzi i miei occhi e di tal guisa svanirono i molti piaceri +di cui essa è la madre. La esperienza a poco a poco si è rivestita +delle spoglie che appartennero alle sensazioni defunte e rimango quasi +insensibile a ciò che una volta m’illuminava tutto. + +— Il solo Ponto opera però il miracolo! + +— Vorrei veder te in faccia a quello immenso bacino, circondato quasi +per ogni dove da montagne che più o meno si sollevano dalle sue rive +ed in cui quaranta fiumi versano le loro acque, provenienti dall’Asia e +dalla Europa. La sua lunghezza è di undici mila stadi. La sua maggiore +ampiezza, di tremila e trecento. Differenti nazioni sono disseminate +sui margini suoi, di diversa lingua, di varia origine, di più svariati +costumi. Vi siedono città fondate da quei di Mileto, di Megara, di +Athenes. A levante è la Colchide, celebre pel viaggio degli Argonauti. + +— Dicono che nel verno Eolo vi abbia il suo trono. + +— Grande verità! Gli è perciò che prevedendo le nebbie le quali +oscurano la sua superficie, io drizzai la prora al ritorno. Hannovi nel +verno terribili tempeste e naufragi numerosi. Ma quai pesci eccellenti! +E quanta abbondanza! Il fango e le sostanze vegetali che i fiumi vi +scaricano gl’ingrossano e gl’ingrassano. Si vive sulle sue coste a +ruba. Immagina! Un bue di prima qualità pel nutrimento dei rematori te +lo danno per ottanta dramme. Un montone per sedici. Un agnello per due. +Un manovale costa per giorno tre oboli. Vi ho comperato mantelli di +lana per venti dramme e delle scarpe per sei. + +— Verrò da te ad approvigionarmi al bisogno. Per ora la temperatura +non lo richiede, e cotesta è una grande stranezza del nostro clima in +questo anno. + +— E sì, che anch’io ieri nello imboccar nel cratere me ne avvidi e ne +stupii forte. Ænonao, il protosaccario di mio padre, ha chiesto doppia +razione di _posca_ per ognuno dei facchini da scarico. + +— Nè basta, o padrone. Ci pare di aver lo stomaco di ferro rovente. Più +se ne beve e maggiore è la sete. — + +Era Cantrio che ripassava dopo aver gittato il suo sacco sul cumulo. + +— Lavorate animosi e ne avrete.... Ehi! Santapila, tu che vai carico +verso il fondaco, di’ ad Ænoao che addoppi il buono che con tanta +facilità traspirate. Ma in tre dì voglio sgombera la nave per caricarla +d’olio in Capreas. — + +Presumente! Parlava di avvenire in una città condannata e sopra un +selciato, mobile e vacillante quanto la tolda della sua nave! + +I due amici si trassero di là e per la porta della Marina si avviarono +verso Pompei. Dinanzi la nicchia di Minerva sotto l’arco, incontrarono +Hera Nevia, Appia Callista e Terzia Turpedia, giovanette in preda +a febbri d’artificio che lo amore condanna e le cui fiamme sono +incerte ed effimere. Erano seguite da Abiginio Albulato, da Sesto +Eppio, da Afrenio Helvino, giovani sfaccendati che uccidevano la noia +logorante delle dodici ore luminose nella tonstrina, nei termopoli, +nelle Terme e le altre dodici nelle orgie. Un ricambio di sorrisi. +Strette di mano cordiali, ed innanzi. Giunti presso la Basilica, +il suolo traballa, le mura crepitano, le colonne piegano in volta. +E poi un rumor sotterraneo. Quindi lo scoppio sul Vesbio. Corrono +barcollanti nel Foro. Una colonna di fumo. Una grandine di sassi. Si +cacciano a precipizio sotto il portico e fuggono.... Fuggono. E lo +spavento cammina loro dinanzi colla testa imprecante agli Dei. E sono +abbracciati dalla morte che gli attendeva come certa sua preda. + +Agato Vaio — il quale reggeva una _Caupona_ nella via Domizia, che +Giulio Polybio, il mercante di grani e duumviro, fattosi suo collega, +avevalo aiutato ad edificare — escì di casa difendendo il capo +dalle pomici con un cesto di vimini, corse forsennatamente verso il +_Ponderarium_ — officina del pubblico peso, che ora direbbesi Dogana — +urtò in un ciuco che la stranezza degli avvenimenti lasciava indeciso +nella fuga e che le voci interne del capriccio e..... dell’asineria +— spesso ascoltate dalle sue lunghe orecchie — lasciavano allora +impensierito ed immoto, lo gittò disperato da un canto e per una porta +di contro discese a saltelloni nel porto. Colà può afferrare una barca, +vi si caccia dentro e voga in salvo. — Era stato meglio _Cauponius_ +che _Caupo_ in altri tempi; cioè, arnese di osteria piuttosto che +reggitore e padrone. Allora faceva versi. E quelli _exodia_, specie +di farse oscene, atte a dissipare in teatro le impressioni tristi +della tragedia, cui succedevano. Erane adunque _actor et auctor_. E +conservava i diritti di cittadino. E potea servire nello esercito, — +due prerogative che non godevano gli attori seri i quali recitavano le +commedie di Nevio, di Plauto, di Cœcilio, di Afranio, di Terenzio. Ma +tanto le _fabellæ atellanæ_ come il _carmen togatum_ — od incontrassero +plausi o fischiate — non gli facevano afferrare le chiome della +Fortuna. Laonde Agato erasi dato a più profittevole esercizio..... +Eh! La più bella Musa dell’Olympo non sa nudrire il suo povero amante. +Conviene far propria — secondo il gusto — una di quelle nove fanciulle +e risguardarla come una ganza. Esso non possono dare altro che ore di +compiacenza, fumi di gloria, nebbie di vanità, pecunia mai..... almeno +in Italia, dove la supina ignoranza delle plebi non le conosce, nè +stima. + +Il sole è alla metà del suo corso. Una brigata di uomini in gran +parte canuti seggono in una sala decorata di bei dipinti, tra i quali +rifulge la splendida pagina murale che presenta lo episodio poetico +di Virgilio, il _pio_ Ænea che parte di Cartagine a furia di remi e +lascia sulla riva Didone costernata ed in lacrime fra i suoi attoniti +cortigiani. Intorno sono raffigurati il crotalo, il sisifo, la tromba, +i flauti, le tibie pari e lo scabillo, quello istrumento pneumatico, +come i nostri organi, che i tibicini suonavano coi pedali di legno o +di ferro per accordare i tuoni dello strumento da fato. Sono per la +stanza supellettili di bronzo e di vetro elegantissime con un vaso +di alabastro di graziosa forma. E nel mezzo è una tavola di porfido +con suvvi una piccola statua, simulante un giovane appoggiato sul dio +Termine. Il più provetto, Nicia di Mileto, continova la discussione che +animava gli occhi ed il gesto dei convenuti: + +— No! Non ammetto con Hedilo che il divino poeta, dalla fantasia facile +e la meglio feconda, siasi servito per costruire i suoi versi di una +lingua strana e bizzarra. Mi sembra più naturale il pensiero ch’egli +abbia voluto fare suo pro della lingua volgare dei tempi suoi. E nel +vero. Dugento anni pria che nascesse, i Jonii condotti da Neleo vennero +a stabilirsi sulle coste dell’Asia-Minore. Ma con essi erano i Tebani, +quei della Focide e di altri paesi della Grecia. I loro idiomi misti +a quelli degli Eolii dovettero formare la lingua nuova, parlata, di +cui Homero si servì. I dialetti, limitati ad alcune città, presero un +carattere distinto in progresso. Ma la stessa varietà testimoniava +l’antica confusione. Le medesime lettere anche ai dì nostri non +hanno forse in più luoghi pronuncia diversa? E quante le parole che +in Athenes indicano un significato ed un altro presso un popolo che +variamente le termina? Homero, aiutato dallo strano suo genio, spigolò +il buono di tutti i dialetti e creò la lingua monumentale che noi +parliamo. + +— E gli è cotesto ch’io non ammetto. La poesia era assai coltivata +dai lirici dei tempi suoi. La lingua era già abbondante e piena +d’immagini. Due grandi avvenimenti, la guerra di Thebes e quella di +Troas esercitavano gl’ingegni. E di ogni parte i rapsodi colla lira +annunciavano al popolo le gesta dei loro antichi guerrieri. + +Rhiano anch’egli divideva tale opinione e aggiungeva: + +— Ed Orpheo? E Lino e Museo? Ed altri, le cui opere andarono smarrite? +Ed Hesiodo, il suo contemporaneo, che in uno stile pieno di soavità +e di armonia descrisse la genealogia degli Dei, i lavori campestri ed +altri interessanti argomenti? Homero trovò dunque la lingua e l’arte +già adulte. Trovò un emulo altresì. Ma s’ei primeggiò, non posso per +questo consentire che Nicia lo proclami genio creatore. + +— Parlerete ambedue sino alla restituzione della libertà popolare +in Grecia ed in Italia, vantando Orpheo, Lino ed Hesiodo, ed io +crederò che la Iliade e la Odissea sieno la disperazione dei poeti +che furono, che sono e che saranno. Cosa fece il divino Homero? Nello +assedio decennale scelse uno episodio — Achille si crede insultato da +Agamennone per la ritolta amante e si ritira nei suoi accampamenti. +I Troiani, incuorati, escono dalle mura; e più volte vittoriosi, +appiccano lo incendio alle navi nemiche. Patroclo, lo amasio di +Achille, si veste delle sue armi, combatte e muore per le mani di +Hettore. L’offeso ritorna colle armi nel campo, vendica lo amato +cadavere e cede, per riscatto, a Priamo le spoglie del prode figliuolo +che ha trascinato più volte dietro il suo carro intorno alle mura +nemiche a ludibrio. — Era una storia. Per abbellirla finse che l’Olympo +parteggiasse pei due popoli duellanti. E perchè il racconto poetico +assumesse interesse maggiore, usò artificio non usato dianzi, e i suoi +eroi parlarono ed agirono. — Nel decennale viaggio di Ulisse adoperò +gli stessi spedienti per ottenere un eguale successo. — Il figliuolo +Telemaco dopo un lungo attendere, si parte da Ithaca per interrogare +Nestore e Menelao sulle sorti del padre. Gente ingorda dissipa i suoi +beni. I Proci aspiravano alle nozze della madre desolata. Nel punto +Ulisse partiva dall’isola di Calipso e approdava naufrago in un’isola +presso alla sua. Chi ve lo accolse ospitale volle udir di sua bocca i +maravigliosi eventi, i mali sofferti. Ed in premio, avendo ottenuto +soccorsi, parte per Ithaca, arripa, si fa riconoscere e si vendica +dei propri nemici. — Cotesto poema pare opera senile. Il vegliardo +ripete il già detto su Troas arsa e distrutta; fa mostra di maggiori +cognizioni geografiche; dà caratteri più miti ai suoi personaggi; ed +in tutto il dramma circola un tiepido calore pari a quello del sole al +tramonto. + +Tutti avevano udito la dotta e pur semplice analisi che Leonida di +Tarentum, avea fatto dei due poemi. Alexis, di Thurium, plaudendolo +aggiunse: + +— Tacesti sulle nobili sentenze che chiare risultano dai due poemi, e +che Homero lasciò alle meditazioni del suo secolo che pure ad altro +tendeva. — I popoli sono sempre la vittima delle contese di chi gli +guida. — La prudenza e il coraggio trionfano tosto o tardi dei maggiori +ostacoli. — Uomo sublime! + +Un vecchio presso la tavola, il quale appoggiava il bianco capo sulla +palma della mano diritta, il poeta Xenocrate, di Locrum, pieno di +entusiasmo prese a dire: + +— E il genio dell’uomo sublime parlò al genio del grande legislatore! +Lycurgo copiò i due poemi e persuase gl’istrioni a declamarne i +frammenti nei teatri. Solone ordinò a quei rapsodi di non distaccarne +i brani a talento; ma riuniti, che l’uno seguisse il racconto dove +l’altro aveva finito. Ma siccome la purezza del testo venivasi +alterando sulle bocche ignoranti dei ripetitori, Pisistrato ed Hipparco +— padre e figliuolo tiranni in Athenes — aiutati da abili grammatici, +ripurgarono dalle errata i due quadri istorici della Grecia e li +fecero cantare alla festa delle Panathenee, processione votiva a +Minerva, e poi alla memoria di Harmodio e di Aristogitone, regicidi. Io +proclamo con Nicia, di Mileto, Homero non solo creatore della lingua, +ma eziandio della greca nazionalità. Noi tutto dobbiamo a quell’uomo +divino. Leggi — Gloria — Costumi. L’ammirazione è in ogni cuore. Il +suo nome in ogni mente. La sua immagine da per tutto. Se vi furono +città contendentisi l’onore di avergli dato la culla, quante le città +che gli sacrarono un tempio? Eschilo, Sophocle, Archiloco, Herodoto, +Demosthene, Platone seminarono i loro scritti dei fiori raccolti nello +inesauribile giardino del balio a noi tutti. E da quelle cantiche +sublimi Phidias e il pittore Euphranor attinsero il tipo che degnamente +rappresentasse le fattezze maestose di Giove Olympico. Homero era +cieco. E doveva esserlo! il suo sguardo assorbito dalla luce divina +della poesia, che splendevagli nella mente e nel cuore, disdegnava il +lume del sole, luce più debole, gran cosa per gli altri. + +— Xenocrate col mentovare il primo fra tutti gli Dei, mi fa col volo +della mente percorrere i cieli, avendo a guida il grande poeta. Mirate +Venere col cinto da cui scaturiscono gl’impazienti desiri, i fuochi +dello amore, le seducenti grazie e lo incantesimo degli occhi e della +parola. E Pallade alla cui egida sono sospesi i terrori, la discordia, +la violenza e la spaventosa testa della Gorgona. Nettuno è tra gli +onnipossenti; ma gli occorre un tridente per iscuotere la terra. E +se dopo la corsa fantastica del cielo, torno a ricalpestarla, chi vi +trovo? Achille, Aiace e Diomede; i peggio temibili tra i Greci eroi. +Ma l’ultimo si ritira, rincula dinanzi l’oste troiana. Aiace non cede +che dopo averla fatta indietreggiare più volte. Achille si mostra e il +nemico dispare. — + +Così Sosicles, il poeta siracusano. Ora ad Hedilo parve di dovere +interloquire per cancellare le tracce dei suoi paradossi. + +— Platone disse non essere dignitoso il dolore di Achille, nè quello +di Priamo, allorchè il primo si rotola sulla polvere per la morte di +Patroclo e l’altro si umilia per ottenere il cadavere del figlio. Ma, +quale dignità può mai spegnere il sentimento?... Io lodo Homero di +aver imitato la natura che colloca la debolezza presso la forza, e +lo abisso a lato della sublimità. Lo lodo altresì per avermi palesato +il migliore dei padri nel più possente dei re e lo amico tenerissimo +nello audacissimo fra gli eroi.... Cotesti ed altri pregi però non +scusano il poeta se spesso riposa e talvolta sonnecchia. È vero che +quando si desta scaglia i fulmini al pari di Giove.... Ma _quandoque +dormitat_.... + +— E gli Dei non dormono essi? + +— Gli Dei furono uomini. Pindaro il disse. E non possono dominare la +nostra illuminata coscienza. Un ente supremo esiste, e a lui inchiniamo +in secreto. Quelli a cui si volgono i voli della plebe umana.... + +Un rumor sordo, cupo, terribile chiuse la parola autorevole sulla bocca +del vecchio Nicia, di Mileto. Tutti si levarono in piedi, e le scosse +del suolo li balzarono in terra insieme coi mobili della stanza. Si +rizzarono sbalorditi e contusi ed escirono. Una grandine di sassi. Poi +cenere e lapilli da oscurare ogni luce.... Quindi.... la morte.... + +Alle prime ore del mattino Acilio Heliodoro, incontrando i suoi amici +nella _tonstrina_ di Glaphyro, gli aveva invitati al _prandium_ in +casa sua ch’era sulla via ampia e prolungata dell’Abbondanza, le +quale, solcando parecchi crocicchi, finiva presso lo Anfiteatro. +Era un giovane di origine greca e di nascita pompeiana. Suo padre, +arricchitosi nel commercio colle pie frodi che il traffico allor +permettea, dopo aver maritata la figlia con Anniceris, suo amico, il +rinomato vasaio in Rubi, aveva creduto lasciarlo libero dispensiero +delle accumulate dovizie alla età di trent’anni, affogandosi nel +mare un dì che vi prendeva i suoi bagni. Menava la vita paesana +in tutta la sua purezza; la quale, pari a quella dei destrieri nei +prati, consisteva nel mangiare, dormire, riprodursi, aspirar l’aria, +sbadigliare e volgere gli occhi dolcemente qua e là in busca di cavalle +e di erba migliore. La sua casa era doppia — per sè e per gli ospiti di +fuori — e quella abitata da lui, sontuosa. Belle pitture sulle pareti +— Ulisse che presenta in Scyros allo infemminito Achille le armi e lo +ravvisa pel celato figliuol di Peleo. — La frode di Giove che mutato +in cigno stringe nella spatula la lingua di Leda e la pone sul nudo +e bellissimo seno. E Amore, che è il faccendiero del luogo, il quale +sostenendo in una cassetta diversi attrezzi muliebri, ride sottecchi ed +accenna con aria furba al Nume trasformato in uccello. — La più ricca +stanza era quella del triclinio che prendeva luce dalla porta e da un +finestrino aperto nello xysto. Da un lato alberi e fiori. Dall’altro il +soave rumore di una fontana zampillante. + +— Oggi non sarai sola, o Nossis. Verranno i miei amici a distrarti, +Acrio Heleno, Lucio Modiano e Narceo Flacco. — Acilio — come tu vedi +— tutto che pieno di tenerezze terrestri, ama le distrazioni del tuo +nobile cuore per poterti esprimere tratto tratto e senza annoiarti le +novelle dello amor suo. + +La persona cui erano dirette quelle parole, sedicenne, snella e +spigliata, parea nata fatta per seguire i moti ardenti e graziosi di +un poledro africano. Era un’amazzone tranne nei voti. Sulla sua faccia +leggevi fierezza, intelligenza, risoluzione, generosità mista ad un +piglio che nulla avea del virile. Una malattia aveva punito leggermente +il suo volto bucherellandolo di minuto vaiuolo. Ma i suoi grandi +occhi neri e i sorrisi che da essi balenavano faceano dimenticare il +fuorviamento della natura, che un giorno colla febbre del sangue le +avea maculato la faccia. Era di Locrum ed apparteneva alla tribù delle +etère che offeriva un amabile contingente alla libera e grande tribù +dei celibatari. + +— La donna ha un fiero istinto che le fa respingere la innocenza. +Lo so. Meglio il serpe che ammalia e stringe nelle sue potenti spire +di quello che il bianco giglio odoroso. Ma vi è una razza d’uomini, +ricercatori di voluttà, idoli impuri, i quali credono in ogni donna il +loro trastullo, sognano avventure, le realizzano e di ciò fanno tardo +argomento di risa e di sprezzo. Oh! Venere gli punisce! Essi terminano +la vita col confessare la onesta fede al coniugio, e gli Egisti +maliziosi ridono di quel riso che fa cadere le stelle sulla terra. + +— Eccoli che vengono. Sono e non sono quali tu gli dipingi....... Qui, +amici.... nel tablino. Malgrado il caldo oppressivo della giornata, un +po’ d’aria vi circola e aiuta al respiro. — + +Una tavola è nel mezzo della stanza sopra un musaico di scelti e +variopinti marmi. Sul deschetto è un vaso di murrhina con entrovi un +fascio di ordinati fiori. Ed altri fiori sono nei vasi nolani attelati +alle pareti, che coi loro vivi colori e il soave olezzo cantano l’inno +misterioso della natura. La luce è abilmente disposta. Le cortine di +Tyro sono abbassate dal lato del mezzodì. Quella clemente e dolce che +viene dall’altra parte, accorda all’ombra una ospitalità generosa, di +cui la donna, per giovanetta che sia, non sa mai dolersi. + +Ricambiati i mattinali saluti, ognuno aggiunse a quel tema le +variazioni che la originalità dei caratteri sapeva fornire. Narceo +Flacco primeggiava nei paradossi; ma gli escivano così naturalmente +di bocca, che volontieri erano uditi e sovente ricerchi. Di uno in un +altro discorso, siccome suole accadere, Aerio Heleno aveva mentovato il +loro amico comune Agathemaro Vezzio, di recente morto nelle strette di +Bovianum Vetus in un conflitto coi banditi, ribelli alle leggi. + +— Sì, morto inosservato e lungi da noi. Eh! il sangue umano presto +dissecca. E gli estinti rimangono vivi nel cuor delle madri e degli +amici. Una donna avrebbe dovuto piangerlo però.... La sposava! + +— Chi? + +— Nympha, della famiglia Nomentana. Io le recai un suo anello ed ebbi +anche il mandato di dirle quelle parole sacre che lasciano — od almeno +si spera che lascino — qualcosa di proprio nei cuori in cui era chiusa +tutta la propria terrestre felicità. + +— Ed essa? + +— Eh! Pianse un poco... e poi gli occhi rossi li lasciò agli schiavi +che attizzano il fuoco nel _laconicum_ delle Terme. + +— Penso che non a tutte le donne tu accordi una tanta indifferenza di +cuore. La unità non è numero. — + +Nossis disse quelle parole con un certo cipiglio che valeva un +rimprovero. Ed era per levarsi dalla sedia, quando l’altro riprese: + +— Rimanti, ten prego e non ti offenda la mia sentenza. Tu hai nei begli +occhi fantasime che non ingannano e tenerezze caparbie che sfidano le +tenzoni di amore. Ma comunemente io non vidi negli amanti che un’ora +sola sublime, quella in cui i cuori prendono congedo tra loro. Gli +affetti eroici non li ho mai incontrati. Venere un me ne accordi, ed +io mi vi dedicherò intero. Non feci mai saggio della mia costanza. E +pure vi ho fede come se fossi nato ai tempi del misero P. Ametistio, +il crocefisso, mentre ebbi vita sedente Nerone imperatore, dopo +l’abolizione dei ludi gladiatorii nello Anfiteatro. + +— Siffatta fede ti onora. Merita ed avrai la tua ricompensa. — + +E voltasi ad Acilio lo guardò con tanto entusiasmo e fiducia che questi +sentì i propri affetti rinfrescati da un sentimento novello. E gli +disse: + +— L’ora del pranzo è accennata dalla clessidra. Andiamo. — + +E tutti mossero verso il triclinio. + +Questo era splendido di pitture, di tappeti, di mobili e di vasi +di argento. In mezzo era la _mensa delphica_ colle imbandigioni. Si +coronarono di rose. Ma non si coricarono sui letti, e sedettero secondo +il costume dei Greci. Ad ognuno, dopo che si ebbe lavate le mani, +venne offerta la _mappa_, orlata come una laticlava di una frangia di +porpora. + +Qual differenza dalla parca e sobria mensa degli antichi senatori di +Roma! Curio faceva cuocere i suoi _oluscula_ — i legumi dell’orto — +coltivati da lui, sul suo umile focolare. Altravolta si conservava +preziosamente il lombo salato del porco per celebrare un dì natalizio; +e si offeriva ai parenti una fetta di lardo con un po’ di carne +fresca, se mai fosse stata immolata una vittima. E a siffatto festino +vedevasi arrivare, colla zappa sulla spalla, un parente illustre +per tre volte console, o imperatore di accampamenti, o dittatore, il +quale in quel giorno abbandonava più presto del solito il rude lavoro +sul monte. Nell’epoca dei Fabi, del severo Catone, degli Scauri, +dell’onesto Fabricio, allorquando lo austero Salinatore facea tremare +il suo collega censore sulla sedia curule, nessuno aveva pensato ove +nuotassero le tartarughe, il cui dorso gaio e levigato avrebbe fatto +più splendidi i letti dei discendenti di Enea. Tale la casa. Tali i +mobili. Tali gli alimenti. Da bastare alla vita, e non al lusso ed alle +morbidezze. E quando quei ruvidi eroi — stranieri ancora alle arti +della Grecia — dopo il sacco di una città, si trovavano per le mani +una coppa cesellata di argento, la rompevano per fondere una _phalera_ +da bardarne il cavallo delle battaglie, od una lupa a ricordo della +mansuefatta dal Destino, che allattò i gemini quirini sotto la rupe. Lo +argento splendeva allora soltanto sulle armi dominatrici. Le fave, i +ceci, il farro, la carne e i pesci arrosto, i frutti freschi o quelli +che nel verno avevano perduto la crudezza del loro succo componevano +il desinare, scodellato ed offerto su piatti di terra bituminosa. E +vivevano lunghi anni, e non mentivano alle leggi della dignità umana. +E col pilo e col gladio assoggettavano il mondo noto. E gli ospiti +erano accolti francamente, con abbandono, di pieno cuore, come Evandro +accolse Hercole, lo eroe di Tiryntho, seme divino, _contingens sanguine +cœlum_. + +Compiuto lo asciolvere fatto coi cibi i meglio squisiti, e mangiate +le _mustacea_, paste condite di aromi che servivano a correggere dopo +il pasto le crudezze dello stomaco, Acrio Heleno propose il giuoco +dei _griphi_, cioè, problemi soliti a sciogliersi a tavola. Chi non +riesciva a deciferarli, pagava un’ammenda. + +E Nossis disse: + +— Indovina, o Narceo, la rete ch’io t’offero. _Io sono grandissima +nascendo. Sono pur grande invecchiando. Sono però piccolissima nel +vigor della età._ — + +L’altro pensò, chiuse gli occhi, apri la bocca per dire... quindi +risolutamente rispose: + +— L’ombra. + +— Indovinasti. A te, Modiano. _Qual nome dài tu alle due sorelle che +non cessano di generarsi a vicenda?_ — + +Anch’egli pensò, masticò parole non articolate, si diè per vinto e pagò. + +— Nulla di più facile per chi lo sa: la giornata e la notte. + +— Ora te, o Nossis. Mi auguro che tu lo sciolga. _Vi sono tre animali +in terra, nel mare, nel cielo._ Puoi dirne i nomi? + +— Più presto di quel che non pensi, o Heliodero. — Il cane. Il serpe. +L’orsa. — Sei pago? — + +Lucio Modiano, ch’era stato perdente, voleva porre gli altri nella +stessa condizione e disegnò fare il giuoco delle lettere, delle +sillabe, delle parole. Erano detti _logogriphi_ perchè reti formate +coi versi che si dovevano recitare al nuncio della prima lettera, o +di un motto che racchiudevano, o terminanti con una sillaba che veniva +indicata. Astrusaggini venute di Grecia nelle nostre contrade. + +Tutti vi si provarono. Nessuno riescì. E l’afa essendo omai grave, +escirono allo aperto nello xysto. Erano pure radiosi come la speranza. +E l’ora presente inesorabile, pareva la dovesse esser madre di +ore innumeri, liete, felici.... E quegli istanti erano gli ultimi! +Passioni, dovizie, ingegno, bellezza, schiacciate e sepolte come le +vanità della vita. E le convulsioni della natura affogarono e coprirono +la casa di Acilio, racchiudendovi brevi ma disperate agonie. + +I sacerdoti d’Iside banchettavano nell’ora in cui il disastro aveva +principio. Si radunarono tutti nella sala dalle cinque arcate che è +dietro la edicola della Iddia, dove si celebravano i misteri, e i soli +iniziati penetravano: Nymphiodoto Caprasio persuase gli altri a non +fuggire e a rinfrancare i cuori. Egli si prostrò dinanzi il delubro ed +orò come se i devoti fossero nel tempio e il vedessero. + +E le pietre pomici piovevano sempre. + +Allorchè quel furbo si avvide che i lapilli si livellavano cogli ultimi +gradini e le esalazioni di zolfo gli eccitavano la gola, indignato +proruppe: + +— Tu vedi lo scompiglio, tu senti le preghiere dei tuoi, e le tue +labbra rimangono immobili? La tua bocca di marmo parli, e questo +nembo micidiale di Averno rientrerà negli abissi. E i pietosi incensi +bruciati sul tuo altare. E le vittime sacrificate. E le offerte dei +devoti tuoi. E il sacrificio della nostra castità..... sino alla +rivolta della natura..... Dunque tra la tua statua e la faccia di +Bathyllo, il pantomimo, non vi ha differenza?.... _Non movent divos +preces?_ Tutto è mendacio, fuor che l’antro tenebroso da cui sorgono +infuocate le pietre del Vesvio? Io incisi le mie scelleratezze sul +falso e per tua colpa, o iddia. — + +Due orecchie umane, fatte di stucco, erano sui lati della nicchia, per +dare ad intendere plasticamente alle turbe ignoranti e bietolone come +le loro preci, mediante ricche offerte, fossero intese dai numi. + +Il prete ipocrita, levando gli occhi, vide quei simboli della credulità +meridionale e di subito sdegno inalberò. Dato di piglio ad un sistro +di bronzo, pose in bricioli un orecchio. Un fulmine solcò la spessa +atmosfera e fece sgomento quel profanatore delle stesse cose di cui +sino allora avea tratto profitto. I ricoverati nella sala postica +corsero a salti in cucina; e siccome le soffitte delle stanze soprane +erano cadute, si accoccolarono sulla scala che ad esse saliva. La +mefite quivi gli colse e gli uccise di disperata agonia. Nymphiodoto +riparò ansimante nella camera vicina al refettorio. Ma siccome dal +tempio veniva un veemente ed insoffribile calore — con un fumo vibrato +ed invisibile con tenue odore di zolfo, ma più di ammoniaca, di nitro +e di vitriolo che affannava istantaneamente il respiro — egli cercò +di chiuder l’uscio come meglio; e, presa una barra di ferro, si die’ +a rompere la parete ch’era di mattoni e di spume vulcaniche. Quel +disperato non avea scampo. Pria di porre il termine alla rottura, la +mefite lo prese alla gola e lo stese cadavere come i compagni. + +Nel tempio di Giove pativa una quasi eguale offesa il flamine diale. +Ultimo ad escire, perchè carico degli _ex-voto_ di oro e di argento, +una delle colonne corintie del vestibolo scardinata dal tremuoto cadde +e lo schiacciò sotto il suo peso. Quella incarnazione dell’orgoglio e +della soperchieria veniva affranta a cagione del solo interesse avaro +ed egoista che avealo inspirato nella vita. + +Sur uno dei piedistalli, a livello del _pulpitum_, dal lato opposto, la +statua erasi spezzata e caduta al suolo. Una creatura vivente vi sedeva +in suo luogo. Aveva le gambe penzoloni, il capo coperto dal _sagum_, +per guarentirlo dalle pomici cadenti; e le braccia al petto. Al rumore +della colonna, all’urlo soffocato del flamine, l’uomo innalzò il panno +dagli occhi e si volse. + +— _Dehisce tellus. Recipe illum, dirum chaos!_ È giorno di grande +giustizia cotesto. Tutti morti!... E chi meritava vita qui?... Quando +nello Anfiteatro fui ferito sulla spalla da un colpo di gladio, quattro +donne soltanto porsero la mano aperta e gridarono: _Non habet_. I miei +occhi le fissarono e le loro soavi immagini mi si dipinsero nel cuore. +Wodan le farà salve. Le Ondine sosterranno la nave che porterà lontano +le loro lacrime per la terra dei ricordi perduta...... Lo abbietto +gladiatore non vedrà più i nativi suoi boschi e la bionda razza che +li abita..... Povero popolo di Herman!... Giù, Vesbius... inghiotti, +straripa, incendia, ruina. Racchiuderai fango in un ampio sepolcro! +Pesi la terra sull’empia stirpe latina che, mai sazia, ha assorbito le +libertà del mondo. Oerda, Werdandi, Schott, Neva, le sorelle del Fato, +stanno sul monte.... Io le sento... E mi vendicano. Ora, posso anch’io +morire.... O foreste di pini! O Astara, che vi spiri dentro l’alito +della primavera! O Freya, dea dello amore! O Wali ed Oller, miei buoni +compagni nella infanzia! O Scada, mia madre! O Norna e Rinda, sorelle +mie! Gefion prende commiato da voi e per sempre. — + +Questo Gefion era un germano della famiglia gladiatoria in Pompei. +Preso da fanciullo tra i prigionieri di guerra, lo chiamarono Libero i +suoi piacevoli consorti. Era stato otto volte vincitore nei ludi. Forte +ed impavido, addestrato alla professione degli _artifices decollandi_, +aveva risguardata la vita come cosa fuggevole, misteriosa ed incerta. +Or le grazie della morte le conosce soltanto colui che passa i suoi +giorni a contemplarla. Ed era divenuta l’amica dalle cui mani attendeva +la sua libertà. In quell’ora di rivelazione inattesa, in cui tutti +fuggivano il bacio delle sue labbra gelate, egli scelse invece il luogo +dei suoi accoppiamenti con lei. Non avea più dinanzi Itatago Vale, od +Anarto Viridea, od Apsoto Jutto, od Amonio Scava, o Sceunio Sitio, o +Aptoneto Macula, od Epeo, o Sticho che gli avessero detto, _gladium +gladio copulemus_. No. L’apparizione divina eragli venuta incontro nel +Foro e gli aveva parlato al cuore le dolci parole: + +— Eccomi. Apparecchiati. Quello che cercavi e che ti adora, tra poco ti +abbraccerà. — + +Il bisogno fatale di quell’anima assetata fu compiuto. Lo architrave +dei tempio cadde, e il suo corpo divenne osceno cadavere. + +Il Vesbio continova le sue collere. E nel mezzo del fumo e nei lati +dello stelo del pino serpeggiano saette che s’incrociano e scoppiano +con orribile strepito. Quindi dallo infiammato monte sboccano fiamme +in forma di travi e di grosse onde tempestose. E poi, guizzi come di +artifiziati fuochi rapidamente scorrenti e senza scoppio. Ed altri che +si allungano e pria di dileguarsi rintronano l’aere. Ed altri ancora +che scendono al basso e radono il suolo e bruciano gli alberi e le case +ed uccidono uomini ed animali che coi loro passi ricercano la vita omai +minacciata per ogni dove. + +Cotesto avvenne alla misera Eutichia presso il postico della casa di +Sallustio. Scorgendo come la infernale bufera non si arresti, per escir +di quella agonia, dice ai tre schiavi — cui il timore riflessivo aveva +impedito di seguire i compagni postisi in salvo insieme col padrone — +di aiutarla a discendere dal muro e a scampare. Aveva chiuso nella sua +_palla_, colla quale cuoprivasi il capo, e le spalle, uno _speculum_ di +argento, tre anelli, alcune paia di orecchini, una collana di catene +d’oro e cinque braccialetti dello stesso metallo. E serbava in una +borsa trentadue monete e un suggello col nome suo. Scambiati pochi +passi, mancava ai quattro infelici il respiro e cadevano morti. + +Contemporaneamente nella casa di Agatocles, ricco negoziante greco, +abitante nel pago Augusto-Felice, un liberto ed una schiava erano +nell’_æcus cyzicenes_, che interrompeva l’ambulatorio sotto il +portico che circondava il grande xysto quadrato ed aveva lo sguardo +sul maraviglioso cratere partenopeo. L’uno cacciava in fretta in +una borsa di pelle ventitre monete di bronzo alla effigie di Galba. +L’altra gittava in un paniere di vimini una moneta d’oro di Nerone, +quarantatre denari di argento, quattro orecchini a spigo d’aglio ed una +cornalina incisa. Nel correre fuori si sentirono opprimere il respiro, +si appoggiarono alla parete e caddero. Nè diversa sorte aveva avuto +l’altra schiava, corsa dispesatamente in fondo del portico a diritta +ed entrata nel gabinetto di riposo che fa fronte al larario sulla +opposta parte. Aveva un braccialetto di bronzo ed al dito lo anello +d’argento del suo _contubernalis_. Misera! Non ebbe il tempo che di +baciare quel caro pegno di fede e spirare. Ulissia — la moglie del +padrone di quella casa — avea sperato salvarsi dal tremendo flagello, +ricoverandosi nel crypto-portico, ch’era la _cella vinaria_, la quale +contornava sotterraneamente lo xysto per la lunghezza dei tre portici +soprani. Fra ciascun pilastro, a fior di terra, aprivansi spiragli +dalla forma d’imbuti. Larghe provvisioni erano adunate in un canto ed +atte a sicurare la esistenza per qualche giorni. Di anfore piene di +vino ve ne aveva dovizia. Stimando il disastro passeggero come l’altro +di sedici anni innanzi, Ulissia conducea seco giù per la scala la +sua figlia Domna, gli altri bambini minori con dodici liberte. Giunte +verso la metà della crypta, un vapore ardente e soffogante entra per +gli spiragli da dentro. Un grido solo escì da quei petti affannosi. +E tutti a precipitarsi verso la porta per la quale erano entrati. +Troppo tardi. Un alito pestifero veniva pur dalla scala. Si fermano. +Si aggruppano. Si stringono convulsivamente insieme, quasi chiedendosi +l’un l’altro soccorso. E d’istinto, avendo compreso essere quello lo +istante estremo della vita, ognuno si velò il capo colla veste in atto +rassegnato e decente. Così furono rinvenuti quegli infelici diecisette +secoli più tardi, allorchè si cominciò a strappare il funebre lenzuolo +dal cadavere pompeiano. Sulle persone e per le terre erano gemme, +monete, uno stupendo candelabro, i resti di un _mundus muliebris_, un +pettine di legno, braccialetti d’oro, spilli ed anelli. La cenere fine +del Vesbio, penetrando per gli spiragli, copriva quei morti addossatisi +al muro. L’acqua impregnò di umidità e di sali quella cenere. La +quale indurì cogli anni e conservò le parti molli fino a che i secoli +queste ridussero in polvere. Lo ammasso delle ceneri, fattosi tufo +e attaccatosi al muro, era divenuto nel 1763 la forma di tutte le +cose vive che aveva racchiuso Ma i poco zelanti scavatori — uomini di +stipendio, non di scienza — accoppiarono il cataclisma della ignoranza +al cataclisma della natura. E ruppero bestialmente le ceneri indurate. +E le posero in frantumi per estrarre di quel fango le gemme e i monili +preziosi. E trasportarono nel Museo trionfalmente una collana di +filograna d’oro, avente nel mezzo una piastra d’onde pendono catenelle +terminate da foglie di vigna, un bel braccialetto formato da due corni +di abbondanza, riuniti da una testa di leone, e due orecchini. Cotesti +oggetti d’arte avevano più e più abbellito la bella persona di Domna, +di cui la cenere conservò per secoli l’ovale del viso, la forma del +seno, delle spalle e delle braccia; non che la stoffa leggera — di +_ventus textilis_ o di _nebula_, come Petronio e Tibullo chiamarono +quel tessuto dell’isola di Cos. — Collocarono infine entro una cassa di +cristallo la forma di una mammella, il cranio e qualche osso e qualche +pezzo di tessuto nella cenere tufacea. + +Agatocles dovette aver l’anima vendereccia in un cuor duro ed egoista. +Non pensò alla famiglia quel mercante greco. Egli non cura che la sua +vita e le proprie ricchezze. Laonde, seguendo la schiava che andò a +morire nel gabinetto di riposo, volse a sinistra e si fermò dinanzi +all’uscio del portico occidentale che aprivasi verso i campi ed il +mare. Ma quivi lo attendeva Venere-Libitina, dalle dita affilate e +forti. Le due chiavi dell’uscio gli caddero dalla mano, dove splendeva +un anello formato da un serpe a due teste, un _amphisbene_. Provò +uno stringimento alle fauci, la vista si oscurò, le gambe vacillarono +e ruinò per le terre. Il liberto che avealo seguito, carico di vasi +d’argento e di una grande quantità di monete imperiali e consolari +chiuse in un sacco di tela, prosciolse anch’egli le membra e si distese +sul pavimento. Una bella lanterna di bronzo rischiarò la breve loro +agonia. + +Nove altri scheletri furono rinvenuti fuori della casa nella direzione +del mare. Ed altri sopra un’aia non molto lungi dalla fine del +subborgo. Forse erano anche i servi della famiglia di Agatocles. + +Perennio Nimpherois, il padrone del _thermopolium_ dinanzi la locanda +di Albino — al quale Augusto avea conceduto quel luogo come _mansio_, +cioè stazione di posta per aver subito le novelle di ciò che avveniva +nelle provincie ed Albino medesimo con tre soldati, coi forestieri +che aveva in casa, corsero affannosamente verso la porta vicina +ad Herculanum, malgrado la pioggia di acqua bollente. Lo astato è +nell’edicola, appoggiato al pilo e respirando a mala pena. Col gladio +ha rotto il muro nel fondo per aver aria più pura. Uno dei soldati gli +dice correndo: + +— Bithinico, salvati. Il mondo finisce. + +— Eh! Il mondo finisce. Ma l’Urbe rimane. — + +Passa una donna che ha un bambino lattante nelle braccia ed uno per la +mano. Corre dissennata, urlando, fuori di sè. Si ferma, asciuga colle +mani convulse il volto al figliuolo e lo bacia, lo ribacia e lo bacia +ancora. Oh! le parole di conforto, dette cogli occhi, ma non espresse +dal labbro! La sua vita è concentrata, è tutta là. — Il soldato +s’impietosisce e dice: + +— Donna, ripara qui dentro, al sicuro. Riposata, partirai quando +cesserà questa pioggia di Averno. + +— La mia vita non curo. — I figli! I figli! Oh! non me li uccidete, o +dei spietati!... Tulliolo, non lamentare i tuoi piedini piagati. Altri +pochi passi e sarem giunti. + +— _Miserere, mater._ — La gola mi si stringe. — Soccorrimi. — + +La infelice donna lo imbraccia in furia e corre, cogli occhi ch’escono +dall’orbita. Corre a sbalzi. Corre. Giunta presso l’_ustrinum_, non può +più ire innanzi. La mefite invadeva la strada. Aveva ucciso i fuggenti +che la precedevano. Si assise sui lapilli. Appressò la bocca alle +bocche dei suoi bambini..... Avevano vissuto! Bithinico non tardò molto +a raggiungerli sulle rive di Lete. + +Nella casa di Vibio i servi partirono a precipizio dopo la fuga dei +padroni, ognuno portando seco ciò che potette. Morirono qua e là nelle +vie suburbane. Una donna greca, che la chiamavano Milphidippa per le +sue lunghe ciglia, va presso il forziere di legno, guarnito di fasce +di rame e di maschere di bronzo, lo apre e vede dentro quarantacinque +nummi d’oro, cinque denari, un piccolo busto della Fortuna.... ma +il respiro le manca.... sente sulle tempia lo stringimento di una +tenaglia, corre nel vicino cubicolo, cade supina sul letto e muore. +Danista è già sulla soglia del _posticum_. Avara per istinto, non ha +perduto il suo tempo. Un aruspice le aveva predetto pochi dì innanzi +che una grande fortuna attendevala. + +— Egli mi disse: «Escirai grave da una piccola porta ed entrerai in una +maestosa con seguito di molta gente.» Convien prepararsi. — + +E girando per le stanze vuote di abitatori, cacciò in un sacco di tela +ciò che trovava, cinque anelli d’oro, cinque pietre incise, molte +monete di argento e di bronzo, la _bombilia_ di cristallo di roccia +che Melissæa avea dato allo sposo il giorno in cui egli le die’ la +sua fede, e due orecchini in forma di bilancia. Va per escire col +piede diritto, il sinistro essendo di cattivo augurio. E la Parca si +rammenta in quello istante di lei ed appressa le forbice allo stame +della sua vita. Si appoggia illanguidita alla spalletta dell’usciolo. +Le gambe flettono. Il lume degli occhi si oscura e sviene. Nel 1829 +gli scavatori trovarono dispersi attorno al suo scheletro gli oggetti +della ghiotta vanità che occuparono gli ultimi istanti di quella misera +schiava. + +E la pioggia continova sempre ruinosa e scottante. + +Nella estremità della viuzza dei _Dii majorum gentium_ che il poeta +Ennio racchiuse, nominandoli, in due versi, + + _Iuno, Vesta, Ceres, Diana, Minerva, Venus, Mars,_ + _Mercurius, Jovi, Neptunus, Volcanus, Apollo,_ + +colà, dove presso la fontana del Vitello si andava allo _Ecatonstylon_ +e ai teatri, odonsi gridi, singhiozzi e parole imperiose. Nella +casa è un correre, un disordine, una confusione grande. Alcune donne +coi bambini sono in fondo al vastissimo giardino e s’inginocchiano, +piangono sotto la volta del _lararium_, sostenuta da due colonne di +stucco. Un’altra donna bellissima si è riparata in una stanzuccia +presso il tablino, illuminata da una lampada posta in una nicchia di +marmo bianco. Il suolo traballa. Sembra si sollevi e ricada. — Jucunda +corre ad una larga finestra che dava nel giardino. Ma lo sportello +è chiuso e nell’orgasmo da cui è presa non le riesce di aprirla. +Allora si volge affannosa ad un occhio di marmo bianco che è a lato +sull’angolo. Con un pugno ne rompe disperatamente il vetro e grida con +quanta voce lo spavento pur le risparmia: + +— Suilimea! Hilaria! Mima! Sema! E tu, Thalamo!... Qua i miei bambini! +A me! A me!... Ah! gli dei son pure spietati! + +L’atrio corintio, sostenuto da pilastri adorni da elegante meandri, e +posante sur un _pluteus_ di appoggio, è crollato a metà sulle pomici +piovute. Nel pericolo della vita, essa esce coi capelli disciolti +e colla _palla_ trascinata. Muove verso il giardino. Tra la fitta +oscurità urta, cade sui lapilli, si solleva furiosa, chiama i figli +per nome, gli afferra convulsa, prende nelle braccia il piccolo Licinio +e per la mano Animula. — Iphygenia e Nymphio, coperti da Calepio e da +Euporo, la seguono. — L. Saginio Valga ha in fretta adunato nella toga +una quantità di nummi di oro, di anelli, di orecchini, di perle, di +cucchiai d’argento con altri oggetti preziosi. Vien loro incontro e +grida che è tempo di salvarsi. + +Salgono nella casa addetta ai forestieri — ogni ricco pompeiano ne +aveva una attigua, comunicante, da ciò. — Saginio fa sforzi rabbiosi +per aprir l’uscio dal quale si scende nella strada che mena colla +rivolta al Foro, presso il fonte della Gorgone. Urta, spinge e l’apre. +Ma nell’atto, un pezzo di muro crolla e ruina sopra Euporo e Calepio, +i quali vengono schiacciati sul _sigma_, triclinio semicircolare di +estate, ch’era nel mezzo dell’atrio. La madre si volge, gitta un urlo +straziante, mira i nati dalle sue viscere sepolti sotto le macerie e +sviene. — Sema e Thalamo fuggono verso il Foro, spinti dal desio della +vita. — Il marito raccoglie di peso la moglie fuori dei sensi e collo +aiuto di Mima, di Hilaria e di Suilimea trae i dolci pegni dello amor +suo verso l’abitazione deserta di povera gente ch’era di contro. Sotto +la cucina aprivasi un sotterraneo con un pozzo profondo. Un largo +_clathrus_ abbarrato da steli incrociati di ferro, all’altezza del +petto dava luce all’antrone dal margine soprastante. Colà riposarono +gl’infelici. — Si abbracciavano. Si chiamavano a nome disperatamente. +E baciavano piangendo i due bambini ancor vivi, pallidi, esterrefatti. +Miseri!...... Anche pochi istanti.... e raggiunsero Nymphio ed +Iphygenia sulla via dolorosa che quelli prima avevano percorso. + +Intanto da una casa presso le mura scendono correndo per la via dalla +fontana di Mercurio cinque persone. Thylliano Januario sorregge nei +passi incerti Sogellia Fausta che, dentro impietrita, non piange, non +grida, e si fa guidare come inerte cosa. Gallione e Stallio camminano +innanzi colle faci accese. Gli segue Philonio Casto, il fratello +di lei. Giunti in faccia alla _popina_, quelli che precedono sono +arrestati da due cavalli e da un mulo, esciti alla impazzata dai +_carceres_, forse poco lungi di là. Gli animali attratti dal lume +s’imbrogliano con essi. Ad evitarli, entrano in una piccola abitazione +contigua alla taverna. Si rannicchiano in una camera vuota ed attendono +che il flagello mai sospettato finisca. Ma le soffitte delle stanze, +sopracariche di basalti e di pomici, si piegano e cadono. Thylliano +si curva in arco sulla moglie diletta per salvarla dalle offese dei +sassi. Nella fuga aveva raccolto braccialetti, anelli d’oro e monete di +diversi metalli. E gl’infelici tutto perdettero insiem colla vita. + +Poco discosto, nella via che in quei giorni selciavasi sotto le mura, +un uomo e un cavallo avevano trovato rifugio in un largo stanzone. +L’uomo erasi provveduto di pane. La terra si scuote. I muri si fendono. +Un pezzo perde lo equilibrio e si rovescia sopra quell’infelice. +Cavallo e cavaliere, sepolti dalle macerie. + +In una casa presso il Foro — poco lungi dalla scuola ove il successore +di Verna pubblicamente istruiva i fanciulli di ambedue i sessi — si +ode un fracasso di tetti e di mura che cadono. Le macerie impediscono +la via della uscita. Il fuoco si è appigliato alle travi nella cucina +e i turbini del fumo rotondeggiano nell’aria. Le case allo intorno +ruinano del pari. — Una donna, scampata già, corre verso le Curie +disperatamente ed accenna coi passi al porto vicino. — Dentro è rimasto +un uomo più che quarantenne. I suoi pensieri erano elevati. I suoi +sentimenti generosi. Dentro il suo cranio volgevasi uno strano dramma +che lo faceva serio, grave, pensoso. Il mistero ei lo vedeva per tutto, +sugli occhi della donna, sui rami fronzuti degli alberi, sui riflessi +delle acque, sulle stelle scintillanti, sulle molecole che formano +i macigni. E giammai aveva potuto assidersi lungo la sponda del mare +senza sentir nel profondo uno incanto che lo attirava e lo riteneva +forzatamente a contemplare il succedersi dei marosi che spumavano +all’urto e si spandevano in laminette e in meandri bianchi, ricamati +sullo azzurro. Non fu mai lo sperato, nè il marito di una donna. Non +aveva parenti. Non liberti nè schiavi. Una sola donna — quella cui lo +spavento avea posto ai piedi le ali — gli forniva i sobri alimenti che +Pythagora, lo illustre filosofo di Croton, aveva prescritto coi saggi +consigli e coll’uso. + +Crasso Frugi era in piedi presso un trapezoide nel _cavædium_ e con +una mano si velava la fronte. L’altra la posava sul marmo ov’erano +sparsi venzette nummi d’oro, cinquantuno denari e due maniglie d’oro +di femminile ornamento. Ai suoi piedi è una giovanetta vestita di +bianco. Era quella la sola creatura che con lui vivesse in una certa +dimestichezza e con ricambio di affetti. Avevala un dì raccattata +fanciulla e piangente sulla soglia di una stanza isolata, nella via di +Dafne — lurido albergo di prezzolati amori — entro cui era distesa sur +un letto di muro una povera donna morta.... Era la figliuola di quella +estinta? Lo aveva supposto; ma non mai domandato. + +Vasto lo edificio ch’egli abitava, di fresco ricostruito e con bei +musaici signini. Solo in tanto fastigio? Gli è che sin dalla prima età +erasi palesemente ammogliato con una divina che chiede grande spazio +a chi l’ama e con lei si congiunge. I poeti la chiamano fantasia. I +filosofi, idea. Gl’imbecilli, follia. Ed io, la saviezza della mente e +del cuore. Era la scienza della giustizia, della verità, della luce. + +La fanciulla raccolta erasi fatta col prendere persona l’armonia della +sua vita e irradiava sopra di lui uno splendore particolare. I di lei +occhi neri, aprendo sotto fini ed eleganti sopracigli le loro arcane +profondità, erano pieni di quello incanto che sgorga dallo sguardo +umido della donna. L’avevano chiamata Sapho nascendo.... Eh!... Pari +alla donna illustre così nomata aveva nel cuore tracce di amaritudini e +di dolori in germe che la sua mente scrutatrice non sapeva deciferare. +La sua origine scrupolosamente celata era rimasta un’enimma. + +— Cosa è lo universo?... L’ordine. Cosa la morte?... La eguaglianza. +Uniti nel mondo da un sentimento purissimo, punto egoista, quello +dell’amicizia, come un solo essere ci presenteremo alla Divinità... +Sapho... creatura innocente offertami dal cuore sui miei passi vaganti, +noi dormiremo insieme in questo sepolcro che il Vesbio ricolma colle +sue pomici. + +La giovanetta sollevò gli sguardi paurosi e pur soavi sull’uomo tutto +di bianco vestito, che a lei parlava come in un’estasi; gli afferrò la +mano che allor pendeva lungo la tunica e febbrilmente la baciò. E la +desolata a lui: + +— Oh! Gli Dei!... Pietosi, perchè non mi lasciano morir sola!... Ma +il nostro avello non sarà guarnito di foglie di mirto, di ulivo e di +pioppo, come Pythagora, il taumaturgo, il divino, prescrive. + +— Rari gli uomini! il loro numero appena eguale a quello delle porte di +Thebes, o delle bocche del fiume che feconda l’Egitto. Qui crescevano +uomini non più utili al mondo, e gli Dei affogano gli animali dai quali +ricevevano offesa. In verità, i giorni furono contati e l’ora fatale +appressa. Apparecchiamoci da forti all’ultimo istante. + +— Sei tu che lo dici, o padre. Son pronta. + +— Lo dico e lo sento. Rientriamo in noi stessi e rimproveriamoci i +falli di commessione e di ommessione. E cantiamo tacitamente un inno in +onor degli Dei..... Nè lacrime, nè singhiozzi nella sventura! + +— Sì, nè tema, nè debolezza nel supremo pericolo. Come i discepoli +di lui perirono in Croton, noi pure saremo divorati dalle fiamme +medesime.... Ma... la mia gioventù è grande, o padre! + +— Sorgi, diletta figliuola del cuore. Prendi forza a ben morire dal +calor del mio sangue.... Le leggi della vita sono violate... Il bacio +estremo.... e il segno che ci distingue e ci unisce... + +E l’una nelle braccia dell’altro, tenendosi per la mano, entrarono nel +sonno eterno. Ed il Vesbio coi suoi candidi lapilli compose il sudario +sui loro cadaveri. + +Pythagora avea concepito un grande disegno — quello di una vasta +congrega di uomini, esistente sempre, e sempre depositaria di scienze +e di costumi, la quale sarebbe l’organo di verità e di virtù, quando la +umanità fosse in istato di sentir l’una e di comprendere l’altra. + +Gli urli disperati avvicendano il mugghio ripetuto della natura che +freme. Quelli che ripararono nei primi piani e non furono macellati +dalle pietre, dalle travi e dalle tegole cadute, nè arsi dal fuoco, nè +schiacciati dalle soffitte, nè asfissiati dalle mefite, corrono nella +oscurità per ogni verso. Una fanciulla piange, si dispera, scambia i +passi, si arresta, non sa dove dirigersi. Viene dalla via di Stabia. +Quivi perdette di vista la sua fuggente famiglia. Entra nell’atrio +di Cornelio Rufo. La casa arde. Il ferro si torceva masticato dalle +fiamme. Sprofonda il tetto. Essa si salva. La Palestra nelle Terme è +chiusa. Le botteghe più in su sono chiuse. Urta nella fontana dalla +testa di Pallade. Avanza ancora e trova un uscio aperto. + +La casa era in riparazione. Mura squallide e non dipinte. In fondo +i lampi frequenti le mostrano uno xysto. A manca è un _aecus_ che i +_tignarii_ avevano poche ore fa disertato. Solida è la volta. La misera +fanciulla si asside sur un mucchio di sabbia e piange lacrime dirotte. + +— I fulmini di Giove si spengono nel nostro sangue. _Heu me!_ La città +in fiamme. Il popolo che spira sotto i rottami e nel fuoco. E i miei +cari?... Morti!... Ed io sola qui! Che sarà di me! Venere aiutami. Oh! +La iddia a me soccorre.... Polla ti raggiunge, o Siliginio, se pure +anche tu sei tra gli estinti. Ah!... — + +La misera era caduta distesa sulla sabbia col capo penzolone, riverso. +Aveva le mani incrociate e parea che dormisse. Forse la morte le +fu propizia. Che avrebbe fatto nel mondo, povera e sola? Nata da +gente _lare incerto_; la quale, obbligata a prendere in fitto le +camerucce che abitava, tenuta nella categoria — che, pur numerosa +era e dispregiata — degl’_inquilini_ e vivente giorno per giorno e di +pensieri vagabondi e mal fidi, unico sollievo per Polla era la vita del +cuore. Grazie alle illusioni dei primi affetti, Siliginio, fullone, +era per lei, tredicenne, quella tenerezza senza limite con cui essa +desiderava essere amata. Sotto un albero di ulivo ei le rivelò il suo +pensiero. Ed essa sentì come un filtro soave le addolcisse il sangue +e le invadesse la ragione. Uniti, popolavano una solitudine, ove i +loro occhi vedevano sorgere di terra fiori incantevoli e profumati.... +Povere anime, pure, tranquille, serene, divine nelle loro speranze! +Povere anime, dove ne andaste?... + +E la pioggia cadeva ruinosa e bollente. + +Un uomo pareva non la curasse. Discesi dalle _hibernacula_, camere +poste al di sopra del forno, dove il misero aveva per sette mesi +lavorato _præferratus ad molas_, esciva dal _pistrinum_ della via +che menava alla porta di Nola, nudo, trascinante una catena col piede +sinistro e coi capelli rasi da un solo lato. Nè grande, nè piccolo; +quantunque la mobilità della persona impedisse di definirlo. I suoi +pensieri ondulavano. E così egli ondulava. Brandiva colla destra +un tridente insanguinato e tratto tratto lo piegava per terra e lo +pigiava, lo pigiava ancora cogli occhi stralunati e feroci. Quindi, +ridendo sgangheratamente, procedeva innanzi. Incurante le scottature +della dermide, si fermò, si drizzò sulla punta dei piedi come per +seguire il volo della sua povera mente e poi pianse a dirotto. + +— Gylo! Misero. Sei vendicato! Ma Nea è morta.... Lo infame Numisio +mi schiantò il cuore dal petto rubandola ai miei amplessi. O mio +sospiro! Avevi un termopolio nel cuore.... Ma l’ho cacciato ben io nel +_pistrinum usque ad necem_ e l’ho strigliato d’importanza con questa +_scutica de pene taurino_.... La sua donna, Eitixia, voleva difenderlo. +Dovetti persuadere anche lei. E se mai li libererò dal penoso lavoro, +_ego pro eis molam_!... O Nea! Ora ch’essi girano le macine, tu sei +libera e infiorerai la mia vita di polline. Eccola...: Viene.... Ha i +capelli annodati in spessi ricci che le coronano il capo leggiadro. +Oh! i grandi occhi neri.... quasi dardi spuntati dalla mansuetudine +dell’anima sua!... La terra balla. Ballano le case. — Il Vesbio fa +boati ed illumina con faci la mia festa nuziale. Gli amici — quelli che +soffrirono finqui — verranno a posare il gomito nel mio triclinio. Ah! +Sono innanzi la mia magione. ...... Entriamo! — + +Ed il misero penetrò in una bottega della via Jovia e cadde rifinito +sulle pomici che la ingombravano. Era rosso, tumefatto, scottato dal +capo ai piedi. — Nel respiro affannoso borbottava male articolate +parole e tra esse spesso mentovava Nea, il farnetico della sua mente +smarrita, l’unico lume di quel povero cuore.... Ecco, ei ride, dà in un +tremito convulso, si rotola sulla china che avevano formato i lapilli, +e le ondate di pioggia lo spingono, lo affogano, lo stracciano e lo +cuoprono. Gli uomini erano stati crudeli con Gylo. La natura pietosa +spense il tarlo della memoria che a lento morso rodeva la sua ragione +fuorviata e malsana. + +La famiglia gladiatoria non fugge. Nel momento del flagello inatteso +molti erano nel vasto parallelogrammo, specie di chiostro circondato +da portici, sostenuti da ventidue colonne in un senso e da diecisette +nell’altro. Facevano gli esercizi nell’area. Il lanista nel mezzo. +Gli allievi, dirozzati dai più provetti, _doctores tyronum_, armati di +una spada di legno, si schermivano vivamente contro piuoli profondati +sul terreno. La _gladiatoria sagina_ bolliva nel vasto caldaio per +rendere con quel cibo sostanzioso più forti e più sanguigni quei poveri +giovani. Le armi sono chiuse nel piano superiore e le chiavi le tengono +i magistrati. I littori sono di guardia per tenere nell’obbedienza +quella gente degradata che spende il suo coraggio avvilito al trastullo +del popolo, e — passata la fuggevole ebbrezza — a molto mal loro grado. +Seneca narra come un condannato a quel brutto mestiere, privo ancor +d’armi e pur bramando meglio morire che discendere nell’arena, si +cacciasse un bastone nella gola sino ad esserne soffocato. Così salvava +l’onore. + +Sessantatrè ripararono dalla grandine infuocata nelle camere soprane. +E quivi morirono. Quattro erano nella prigione a terreno, cui nessuno +pensò ad aiutare. I loro piedi, chiusi nei ceppi di ferro, gli +obbligava di stare assisi sulla nuda terra, o supini. Destino terribile +e ben più triste che la morte dello anfiteatro. + +Nella parte commerciale della casa di Pansa — il cittadino illustre +incaricato da Vespasiano a presiedere ai pubblici ludi ed a far +rispettata la legge Petronia, impedire cioè ai cavalieri ed ai senatori +di degradarsi nell’arena, o di farvi discendere di arbitrio schiavi +non condannati da un formale giudizio — infamia posta in uso da Giulio +Cesare nel 708 di Roma, epoca del suo quadruplo trionfo e continuata +più tardi nei funerali della sua figliuola — in quella parte che +aprivasi sulla via Domizia e nel chiassuolo dinanzi la osteria di +Fortunata, era un _pistrinum_ colla bottega di spaccio e colle camere +addette all’abitazione del _siliginarius_. Quivi un liberto facea +macinare il grano del padrone, impastare la _siligo_ e cuocere il +pane. Egli, il _pistor_, ne dava conto al _dispensator_, specie di +tesoriere contabile che registrava in alcuni libri, detti _ephemerides_ +le entrate e le spese, minorando la cifra delle prime ed accrescendo +quella delle seconde; rispettando però la _merces insularis_, perchè +quel prodotto degli affitti delle case potea agevolmente rivelare il +larcinio. Cuspio Tubero, liberto di Pansa, aveva sulla parete della +bottega, ove vendeva le varietà del pane e della farina, una pittura +che rappresentava il serpente simbolico — la divinità custode contro il +mal occhio — e sotto, un mattone sul quale ardeva sempre la lampada. +Di contro al serpe sporgeva dallo intonaco una croce nera, il segno +riverito dai nuovi affrancatori dello spirito umano, perchè su quella +forca dei ladri e degli schiavi era stato inchiodato il Galileo, +apostolo della redenzione, rivelatore del grande secreto, di quella +parola che è suprema e definitiva iniziazione umana e consolatrice +delle anime oppresse. Nel forno, i miseri schiavi incensavano ad altro +simbolo dei materiali godimenti. Era una immagine phallica, in rilievo, +colorata in rosso e sotto vi avevano scritto la leggenda — _Hic habitat +felicitas_ — Stranezze dei tempi! + +Gl’idolatri erano fuggiti. La superstizione — cioè, il vuoto — avea +messo le ali ai piedi di tutti. Nello istante del pericolo il culto +religioso diveniva dannosa ipocrisia, di cui ognun si affrancava. Grato +Arrio, Messio Inventus, Menophilo Ancario, L. Celio Doripo, Hyalisso +Eppio Primo, Amphio Serapa, Agatho, Perennio Merulino, N. Paccio +Chilo, Quinto Pompeo, sacerdoti di Giove, di Venere, di Mercurio, di +Esculapio, di Cerere, di Quirino, di Giunone, erano fuggiti dalle +botteghe oscene dei loro mendacii profanatori. Il monte ardeva. La +terra traballava commossa. Il mare ritiravasi dalle sponde. Il sole +non luceva più. E i mercanti di una fede ipocrita e ladra, i quali +avevano la impudenza per principio, il sangue e le lacrime per mezzo, +i godimenti e l’alterigia per fine, disertarono gli altari pericolosi, +portando con sè i preziosi redditi che le coscienze sedotte avevano +cumulato nei templi. Ma, non uno potè riparare in loco sicuro. Quale +per via fu derubato ed ucciso; quale ebbe il cranio infranto; quale +fu sepolto per metà dai lapilli che lo scottavano, e nessuno volle +arrestarsi per aiutarlo ad escir dalle pomici che il propaginavano. +Quale fu garrito con disumano dileggio: + +— Chiama i tuoi numi, o _scelerum artifex_, che vengano ad aiutarti. O +che? Sono muti o sordi per te? — + +Ed un altro: + +— Chiama la donna che tu mi hai profanata, non me. Ora soffri +la sete di Tantalo, gli sforzi rabbiosi di Sisipho, e la ruota +d’Issione. — + +Ed un altro, + +— Ti baciai una volta la mano sanguinosa, o impudico. Espia ora i tuoi +falli, o furfante, ministro di Giove, parricida ed infame. — + +E la pioggia cadeva ruinosa e bollente. + +Così morirono tutti nel penoso viaggio che lo istinto della +conservazione loro imponeva + +Ma Tubero non si mosse per escire. Chiuse colle tavole sovrapposte la +bottega, accese la lampada e si prostrò dinanzi la croce. Potea farlo +senza pericolo, senza sospetto, senza taccia di ridicolo in quell’ora +estrema. Quel segno, conforto segreto del suo cuore, non diceva +alla mente misteriosi ed impossibili natali, spropositi aritmetici, +resurrezioni favolose, abbrutimento della umanità, signoria di arbitrio +sulle cose del mondo. Quel simbolo della croce parlava una grande +parola alle anime offese viventi e nasciture nei secoli. + +— Bevvi il sangue rappreso di un giusto. Sentii le scosse convulse dei +suoi tendini lacerati. Udii l’ultimo grido del suo gran cuore: _Eli, +Eli, lamma sabacthani!_ Maledissi alle zolle che alimentarono le mie +radici. — + +Non era adunque un pugno di cemento allineato sulla parete. Era il +ricordo delle torture patite dall’uomo che in nome del Dio unico aveva +annunciato ai popoli la Libertà, l’aveva professata colla voce e cogli +atti, e colle gocciole escite dalle sue vene avea scritto: + +«Io muoio per tutti. E questo sangue sia lavacro alle umane stirpi sino +alla consumazione del tempo.» + +Tubero levò il capo raumiliato e pieno di lacrime. Aveva recitato +un inno senza dir verbo. Aveva adorato Dio senza idolatria. Aveva +intraveduto lo infinito, la potenza arcana da cui dipendiamo. E quel +fiore della fede esciva odoroso dalle ruine di una città, siccome più +tardi avrebbe germogliato sulle ruine di un mondo panteista, che anche +una volta deve morire e — giovi sperarlo — per sempre. + +Pochi istanti dipoi, e la mefite penetrò colà dentro. Uno sguardo +d’ineffabile melanconia. Un sorriso di trionfante fiducia... Tubero era +morto.... + +E al di fuori la pioggia cadeva ruinosa e bollente. + +Alla fine ristette. Dopo alcune ore di tremenda agonia e d’indicibili +strazi il funesto fenomeno si tranquillò, si tacque. La terra non +oscillava. Il Vesvio più non fremeva. Calma, silenzio e tenebre. Allora +i riparati nelle parti più alte delle case escirono dalle crepacciate +mura e dai tetti infranti ed aperti. E gittatisi sullo strato dei +lapilli che alzavasi per parecchie braccia sul selciato, cominciarono +a correre a precipizio verso le porte colla speranza di salvarsi a +Nuceria od a Stabia, o verso la piaggia marina. Ma, molti infelici +rimasero per via fracassati dalle pietre fuor di equilibrio che +cadevano loro addosso, od asfissiati dalla mefite che sprigionavasi dal +suolo fumante. + +Nella via di Dafne, un uomo alto della persona è già in piedi. Stende +le braccia e vi accoglie la sua figliuola undicenne. La depone sulle +pomici inzuppate e livellate dalle acque e leva di nuovo le mani per +aiutare la moglie a discendere. Si cuoprono il capo, si avvolgono il +manto attorno il braccio sinistro ed il corpo per essere più liberi +nella corsa. L’uomo raccoglie una borsa di pelle ove avea chiuso un po’ +di danaro, un anello e gli orecchini d’oro, dà un bacio sulla fronte +scolorata della figliuola, chiamandola, + +— _Salve, o dulce pignus._ — + +e s’incammina. Era in su i cinquant’anni. Grossi baffi ombreggiavano il +suo labbro superiore. I _femoralia_ cuoprivangli le cosce e le gambe. +Aveva nel mignolo della destra lo anello di ferro delle sue nozze. +Sotto i sandali allacciati erano chiodi per fare la _solea_ più forte. +Quel suo piglio risoluto e marziale lo fa supporre uno dei veterani +coloni, venuto dal Pago Felice al mercato colla sua famigliuola. Anche +la moglie ha un anello di ferro. Scambiano pochi passi. Avanzano sulla +crocevia e cadono. L’uomo, supino. Le donne, a quattro braccia di +distanza, incrociando le gambe insieme e a traverso della strada. La +madre solleva una mano increspata dall’agonia e si sdraia sul fianco +destro. La figliuola cade a sinistra ed appoggia mollemente il capo +sulle due mani ed alza la gamba ed il piede nell’ultimo moto dei +tendini. + +Più in giù, verso le Terme una matrona cammina arditamente. Anch’essa +forse si gittò da un tetto sulla via. Aveva chiuso in un manto due +vasi di argento, alcune chiavi, novantuno monete, orecchini, fibule ed +altre minute cose. La mefite a lei tolse il respiro e cadde sul gomito +sinistro col capo appoggiato a diritta e colle gambe e le braccia +contratte dall’agonia. Orribili sofferenze le sue! + +Siccome un liquido che bolle entro un caldaio pel soverchio del calore +sollevasi rigoglioso verso gli orli, e gl’invade, e gl’innonda, e gli +supera; così una infuocata materia cominciò a rifluire da tutte le +parti del Vesvio e rovesciò ruinosamente sulle sue spalle, pari a larga +fiumana. Frequenti baleni con terribili detonazioni squarciavano le +fitte tenebre. Ed un nembo di cenere cominciò a cader sullo spazio. E +sopra il golfo correva verso Capreas un nuvolo denso per entro il quale +vedeasi tratto tratto una gran fiamma in tutta la sua lunghezza. La +quale, ora chiarissima, ora rossa di sangue, lanciava fuori fiammelle +in varie lingue e figure, ondeggiando, balenando, tuonando, e vibrando +fulmini al cielo. Succede una terribile scossa. La terra si fende. E da +quello squarcio escono fiamme e fumo. E l’orlo si allarga, s’innalza, +si colma e prorompe. In alcune parti putrido fango esce dal suolo +aperto. + +E le ceneri piovono fitte, oscure, impalpabili e continove. + +Nella notte, in due tremendi scrosci parve che il globo crollasse dalle +sue basi. Era il Vesvio che scompariva tra i fulmini e il grandinar +dei macigni; e alle falde del vecchio monte spaccato ed inghiottito +sorgeva in poco tempo una nuova fucina di sassi, di pomici e di lava +che ricostruivano il Vesuvio ardente dove ora si trova. E il gorgoglio +cupo, continovo, profondo commoveva in tempesta le acque del cratere +partenopeo. + +Allorchè scoppiò la grande eruzione ed il fumo assunse la forma di un +pino colossale sull’orizzonte, Plinio, che comandava la flotta romana +in Miseno, giaceva nel letto e studiava. Avvertitone dalla sorella e +dal nipote, si levò e salì sur un terrazzo elevato per osservar meglio +il prodigio. Dotto uomo, curò esaminar da vicino la strana catastrofe. +Una nave leggera è già pronta. Esce di casa colle tavolette nelle mani, +s’imbarca, quando i _classiarii_, cioè i soldati della flotta che erano +in Retina, vengono a pregarlo gli salvi dal grande pericolo. Ciò che +prima era in lui curiosità di scienziato, divenne dovere di capitano. +Fa che le quadriremi si apprestino e parte verso tutti i borghi della +costa onde dar loro soccorso. Nello accostarsi a Pompei — ove il +pericolo gli parve maggiore — le ceneri calde erano più spesse. Il mare +rifluiva dalle sponde le quali erano inaccessibili pei pezzi interi +di montagna di cui erano coperte. Il piloto il consigliava di tornare +indietro. Cui Plinio rispose, + +— _Fortes fortuna juvat. Pomponianum pete._ — + +Or questo Pomponiano era il comandante delle triremi che stanziavano in +Stabia. E forte impaurito del cataclisma, avea fatto trasportare i suoi +mobili sulle navi ed attendeva un vento meno contrario per levare le +ancore. Plinio lo accosta, lo abbracciagli fa cuore. E per me’ riescire +allo scopo, ordina gli apparecchino un bagno. E presolo, cena colle +apparenze della gaiezza abituale. I fuochi del monte illuminavano il +triclinio. Gli astanti tremavano, credendo al finimondo. + +— Rassicuratevi, amici. Quelle grandi fiamme vengono dalle amene ville +che disertate dagli abitatori bruciano, perchè senza soccorso. — + +Quindi si sdraia sul letto e dorme un sonno profondo. Ma, finalmente +la corte che dava accesso alla sua camera si empie sì fattamente di +cenere e di pomici che gli avrebbero vietato la uscita se più avesse +tardato. Lo destano. Esce. E raggiunge Pomponiano e gli altri che +aveano vegliato. Tengono consiglio. Le frequenti scosse del suolo +scardinavano la casa dalle fondamenta. Fuori, la pioggia dei sassi, +quantunque leggeri e disseccati dal fuoco, era a temersi. Bilanciati i +due pericoli, fu deciso di rimanere nella rasa campagna. + +Tutti escono dalla casa. Cuoprono il capo di guanciali, tenuti fermi +sul mento con legami. Albeggiava. Ma, nel posto ov’erano continuava +la notte profonda e la più scura di tutte le notti, schiarata solo +da un gran numero di fiaccole e da altri lumi. Si stimò prudente lo +accostarsi alla riva per esaminare da presso il mare. Le onde erano +furiose ed agitate dal vento contrario. + +Plinio chiese dell’acqua e bevve due volte. Fece distendere un tappeto +per terra e vi si assise. Le fiamme si accrebbero. E l’odore di zolfo, +annunciando il loro avvicinarsi, fece che tutti se la dessero a gambe. +L’uomo dotto avrebbe voluto studiare quello sconvolgimento della +natura. Non lo potè fare. Ordinò a due servi il sollevassero; chè, +obeso era di corpo ed asmatico. Ricambia qualche passi. Ma, non può +correre. Gli esorta dunque a partire e salvarsi. Egli si curva e muore. +Una nube di zolfo circondandolo, lo avea soffocato. + +E la cenere copiosa, sottile ed oscura cadeva sempre. + +Molti pompeiani si erano salvati dirigendo i passi in sul primo +scoppiar del flagello verso il porto e le sue adiacenze. Quando le +acque assorbite dalla forza dell’igne che saliva dal centro della terra +prosciugarono le sponde, ed il mare rifluì impetuosamente lontano, le +triremi e le piccole barche si curvarono sui fianchi nell’arena. Ognuno +incoraggiato dall’altro corse sul canale a piede asciutto e come meglio +potè, si cacciò sulle navi. Oh! la confusione di quello istante! L’uomo +nei grandi pericoli è egoista. Vi furono padri che disputarono ai +figli la corda per salir su! Vi furono madri coi lattanti sul braccio +che niegarono aiuto ai più adulti per salvare l’ultimo nato dalle loro +viscere! E vecchi cadenti rifiutati! E amanti sbracciarsi per far salva +la idoleggiata dal loro cuore colla perdita dei propri parenti! E donne +stendere un remo e tirar su con forza non pria creduta lo eroe dei cari +entusiasmi, il sorriso delle gioie più intime! A ciascuno pareva di +avere innanzi a sè alcuni secoli a vivere e ne accaparrava le delizie +ed i redditi. Eh!... Dei secoli avevano sulla persona e sulle vesti la +polvere che in forma di sottilissima cenere pioveva, pioveva sempre! + +Ecco il mare respinto che torna impetuosamente nei suoi dominii. I +marosi urtano, spingono tutto che trovano sulla loro via, uomini e +cose. La folla ancor sul canale annega e si straccia sotto le carene +irrompenti. Alcune barche si sfasciano. E le onde feroci nel loro +riflusso trascinano confusamente la facile preda. — La ferocia del mare +è una verità! È la passione alle prese colle sue vittime. Vedi montagne +mobili e colline di acqua che si urtano insieme e si spezzano con alto +fracasso. Ora i cavalloni spumosi e fosforeggianti levavano i triremi, +i rottami e i cadaveri sull’erta di un’Alpe. Ora scaraventavano tutto +per la china nella valle profonda. Ora nello ascendere accadeva uno +scontro; e tra gli spruzzi e le ondate sonore, il misero schifo +affondava nello abisso e la più grossa nave trovava la via dello +scampo. E dentro?... Oh! Dentro poi, musica e agrume di vomiti, membra +infrante ed uomini balzati nelle onde, grida di marinai e pianti +miaulati di donne, sordi urli del vento, muggiti, fischi, spettacolo di +morte! + +Alcuni che si avviavano al porto, alla vista di quello esterminio +rischiarato dalle grandi fiamme del monte, se ne ritrassero impauriti e +corsero a salvarsi sulla collina ove si costruiva un tempio dedicato ad +Augusto. + +Il vecchio Svedio era nel numero. I servi, i clienti, gli adulatori +nello istante del supremo pericolo lo avevano lasciato solo. Adiposo +e grave, aiutato da qualche passante superò gli ostacoli sulla larga +via delle fontane di Pallade e dell’Abbondanza. Riprese fiato sotto +la volta della porta della Marina. E poi, in su cogli altri. Pensava +fra sè che i suoi giorni erano contati e che ben presto il suo cuore +cesserebbe di tormentarlo. Si assise dietro un muro sul capitello +di una colonna ed attese i decreti del Fato. Corsi alcuni momenti, +gli accenti desolati di una fanciulla lo volsero alla parte d’onde +venivano. La chiamò e la invitò a sedergli accanto. + +— O chiunque tu sia, ho paura.... Tieni, dammi la promessa di non +farmi morir sola. I miei, morti, o salvati. Era con essi.... e +disparvero. — + +E piangeva e singhiozzava disperatamente. + +— Infelice! Non morrai. Dove io andrò, e tu verrai, o misera. + +— Ma nell’Erebo no, sai? I miei genitori dicevano che colà vi è qualche +cosa migliore della vita. Ma... in questo istante supremo in cui +lo spirito trionfa, il sangue mi dice di non andare, la gioventù mi +ritiene.... la partenza dal mondo mi sembra sinistra.... E poi colà +abitano i numi.... crudeli... spietati. + +— Gli dei ti ascoltano ed avranno pietà di una innocente. Io +ebbi aspirazioni diverse da quelle che or provo. Ora io desidero +semplicemente, sinceramente di vivere per aiutarti. Cessa dal piangere +i tuoi. Tu diverrai la mia figliuola, la consolazione del vecchio +Svedio nell’Urbe, se.... + +Uno scroscio immenso gli troncò le affettuose parole sul labbro. La +bambina si chiuse nelle sue braccia e mormorò sull’ampio suo petto: + +— Ecco, ecco la morte.... colla sua falce assetata!.... O madre mia! + +— Quei che t’amano.... o che ti amarono ti raggiungeranno.... o ci +accoglieranno negli Elisi. — + +Un’onda di cenere li circondò, li coprì, li tolse dallo sguardo +dei fulmini che solcavano l’aria. E il dialogo di due cuori, l’uno +sconosciuto e l’altro illustre, fu rotto per sempre. + +Poco discosto dal gran giustiziero avea trovato mezz’ora innanzi +rifugio Quinto Lepta, lo antico amante di Byrrhia, la vedova consolata +del duumviro Aulo Vezio. Appoggialo al muro laterale della Basilica, +teneva stretta sul petto una donna cui baciava convulsivamente la +fronte e i capelli. Tra i dolci nomi ch’ei proferiva nel suo dolore +udivasi mormorare Amaredia.... E Byrrhia? La soave creatura aveva +vissuto la stagion delle rose, ed un giorno partì per riabbracciare +nel Tartaro l’ombra tradita del coniuge suo. — Le tristezze dell’animo +non duravano a lungo in Pompei. Lepta era in su i quarant’anni. E +contemplando con una tal quale curiosità in uno _speculum_ di argento +brunito quel personaggio misterioso ed ignoto per ciascuno di noi che +addimandasi sè stesso, vide alcune rughe ed alcuni fili d’argento che +facevano ingiuria alle nere sue chiome. Lo amore è la fede. Conveniva +legar l’uno e l’altra e non perderli. Diede ai suoi occhi quella serie +di espressioni animate, desiose, attente cui la psiche risponde. E +Amaredia, della famiglia Rufa, ignara della scienza della vita, si +avviluppò di quella passione ch’era una _stola_ per lei, e lo sposò. +Erano allora illuminati dal languido chiarore della prima luna.... +Quella luce serena doveva ben presto offuscarsi! Dopo alcune ore +passate in trepidanti smanie, in imminenti pericoli, in cui i dolci +ricordi si arruffavano colle incertezze dello avvenire, Lepta potè +trarre in salvo la donna, per cui sentiva cara la vita. Ma da una +varietà di sciagura era caduto in un’altra. Ambedue coi piedi sepolti +nei lapilli e coperti a metà dalle ceneri che cadevano loro sul capo, +attendevano in un estremo bacio la morte. + +— _Tecum vivere amen. Tecum obeam libens._ + +E la bella dai capelli non lucidi e dalle pallide gote accorse allo +invito. Ed il raggio dello amore immortale gl’irradiò coll’aureola dei +martiri. + +Il ridestarsi del vulcano dal sopore dei lunghi secoli, compiendo +l’ultima rovina della mia gentile Pompei, accomunò le istesse sorti +agli oppidi, ai borghi e alla grande artistica città di Herculanum che +componevano una graziosa ghirlanda ai piedi del Vesvio. Da per tutto il +suolo traballò come baccante briaco. I sopravvissuti si salvarono per +mare verso Surrentum, Capreas, Neapolis e Misenum. Il maggior numero +che prese le vie di terra, le trovò aperte ed eruttanti putrido fango; +od interrotte in tutte le direzioni dai torrenti di acqua assorbita +e vomitata dal monte e da alti incendii e da vastissime fiamme che in +molti punti del vulcano splendevano. E tutti morirono. Herculanum restò +sepolto sino al tetto dei secondi piani dei suoi nobili edifizi da un +cumulo di acqua e di ceneri, or divenuto tufo assai duro, e poi, per +una assai maggiore altezza dalla pioggia ulteriore delle ceneri, dei +sassi e delle pomici sciolte. + +Plinio il giovane, nipote dello ammiraglio, ch’era rimasto colla +madre in Misenum per ordine dello zio, descrisse a Cornelio Tacito +ciò che avveniva nel luogo ov’era, il dì poi della catastrofe. Cotesto +frammento di lettera s’innesta di per sè sulle pagine precedenti. + +«.... Era la prima ora del giorno, e ancor non appariva che un debole +chiarore, pari al crepuscolo. Allora le case furono disordinate +da sì forti scosse che non fu più sicuro lo stare in un luogo per +verità scoperto, ma molto stretto. Risolvemmo di lasciar l’oppido; +il popolo spaventato ci siegue in folla, ci attornia, ci spinge. E +scambiando la paura in prudenza, ciascuno modella la propria sicurezza +su quella degli altri. Esciti dallo abitato, ci fermiamo. E là, nuovi +prodigi, nuovi sgomenti. I veicoli che avevamo con noi erano ad ogni +istante agitati, quantunque in rasa campagna; e non si poteva neppure +collo aiuto di grosse pietre fermarli nel posto. Il mare, parea, si +rovesciasse sopra sè stesso, come fosse cacciato via dalla sponda dal +moto della terra. E nel vero, la riva erasi fatta più larga, e sulle +sabbie erano diversi pesci rimasti a secco. D’altro lato, una nugola +nera ed orribile, squarciata da fuochi che si slanciavano serpeggiando, +mettea fuori lunghi razzi simili a lampi, ma di questi più grandi. +Nell’atto un amico di mio zio, venuto allora allora di Spagna, tornò +per la seconda volta ad insistere: + +» — Se il fratel vostro, se il vostro zio è ancor vivo, si augura +al certo che voi vi salviate. Se gli è morto, volle che a lui +sopravviviate. Che più attendete? Perchè non scampate? — + +»Noi gli rispondemmo; + +» — Non possiamo pensare alla nostra salute finchè saremo mal certi +della sorte di Plinio. — + +» Lo Spagnuolo senza ritardo cercò lo scampo in una fuga precipitata. +Quasi subito la nube cade a terra e cuopre il mare. Ci nasconde l’isola +di Capreas che avviluppava e ci fa perdere di vista il promontorio di +Misenum. Mia madre mi prega, mi scongiura, mi ordina di salvarmi come +che sia. Io il posso alla mia età. Non essa, carica d’anni com’è e +grave di forme. La morrebbe contenta se non mi fosse cagione di morte. +Or io le dichiaro che non v’ha salute per me senza lei. Le prendo +la mano e la forzo ad accompagnarmi. Lo fa con pena e si rimprovera +di ritardare i miei passi. La cenere ci cadeva addosso quantunque in +piccola quantità. Volgo il capo e veggo dietro di noi uno spesso fumo +che ci segue e si spande sulla terra come un torrente. Dico a mia +madre: + +» — Finchè luce, lasciamo la grande strada per tema che la folla +inseguente non ci soffoghi nelle tenebre. — + +»A mala pena eravamci scostati, la oscurità divenne sì fitta, come +non già in una notte fosca e senza luna, ma in una camera ove tutte +le lampade fossero spente. Non avresti udito che lamenti di donne, +gemiti di fanciulli, grida di uomini. L’uno chiamava il padre. L’altro +il figliuolo. L’altro, la donna sua. E non si riconoscevano che dalle +voci. Quale deplorava la sua disgrazia. Quale, la sorte dei suoi +parenti. Ve n’erano persino a cui il timor della morte faceva invocare +la morte. Molti imploravano il soccorso degli dei. E molti credevano +non ve ne avesse più. E quella l’ultima ed eterna notte in cui il mondo +sarebbe sepolto. Eranvene altresì di quelli che aumentavano il timore +ragionevole e giusto con paure immaginarie e chimeriche. E dicevano che +in Misenum questo è caduto e quello arde. E lo sgomento dava peso alle +loro menzogne. + +» Apparve alla fine un bagliore che annunciava — non il giorno — ma lo +approssimarsi del fuoco che ci minacciava; si arrestò pertanto lungi da +noi. Reddiva la oscurità e la pioggia di cenere ricomincia più forte e +più spessa. Eravamo ridotti a levarci di tempo in tempo e scuotere le +vesti; senza ciò ci avrebbe coperti e inghiottiti. Posso menar vanto +che in mezzo a tali pericoli, non dissi verbo, non mostrai debolezza. +Era sostenuto da quella consolazione poco ragionevole — quantunque +abituale nell’uomo — il credere che tutto lo universo perisse con +me. Finalmente lo spesso e nero vapore si dissipò, e a poco a poco si +perdette come fumo o come nuvola. E poi apparve il giorno ed anche il +sole, giallognolo però come in una ecclissi. + +» Tutto ci parve cangio. E nulla era se non coperto sotto monti di +cenere come di verno sotto la neve. Torniamo a Misenum. Ciascuno vi +si aggiusta come può. E noi vi passiamo una notte tra il timore e la +speranza — lo spavento però usurpando la parte maggiore. — Imperocchè +il tremuoto continovava sempre. Non si vedevano che genti impaurite +coltivare il proprio sgomento e quello degli altri, con sinistri +presagi. Non ci venne mai però il pensiero di ritirarci finchè non +avessimo avuto le novelle dello zio, malgrado che fossimo ancora in +attenzione di un pericolo così tremendo, visto sì da vicino.» + +La catastrofe durò tre giorni. La cenere corse largo spazio. Si legge +fosse volata in Africa. Certo, i Romani l’ebbero sui sette colli e +temettero il disordine nei pianeti; cioè, che il sole cadesse sulla +terra per spegnersi; e la terra salisse nel vuoto per incendiarsi. +Quando la natura si acquetò, ed il mare si fece più calmo, e il +disco raggiante potè mostrare il suo eterno sorriso a queste desolate +contrade, Pomponiano tornò su quel posto ove il suo capitano era morto. +Plinio era disteso sul tappeto in attitudine d’uom che dormisse. + +Gli scampati da Pompei tornarono sul suolo della terra natia. Ma, come +diversa da quella che era! Una grave mora di lapilli e di cenere! +Una collina grigiastra d’onde tratto tratto sorgeva una colonna +infranta, un capitello, un muro sporgente e senza forma.... i segni +di un cimitero immenso!... Morte! Morte parziale però, e meglio una +nascita che una morte. Il passaggio di larva a crisalide, un seguito +di metamorfosi al servizio della vita generale. Rapidità. Fissità. +Eternità. Il fil verde sotto le nevi cadute. — Oh! le lacrime! Oh! gli +omei di quei miseri! Indarno cercavano su quel piano le dimore ov’erano +nati, ove giacevano sepolti i cari congiunti, ov’erano celati gli +oggetti più preziosi e più cari. Alcuni disperati grattavano le pomici +colle unghie, sperando calmare lo schianto dell’anima nel riveder le +sembianze morte, quale dei figli, qual dell’amante. E nella impotenza +si carpivano i capelli, si dilaniavano il volto, si stracciavano le +vesti. Miseri! ahi, miseri! + +I più ricchi, calmata la prima passione, vennero con schiavi compri a +praticare alcuni pozzi, sostenuti da tavole puntellate, per riavere +i loro marmi, le loro statue, le loro gemme, i loro denari. Cotesto +fatto creò una industria di disseppellitori, i quali rubarono quanto +trovarono. Ed in una casa in riparazione nell’atto del cataclisma, +piena di marmi pregevoli da collocarsi, aggiunsero persin lo epigramma, +scrivendo colla punta ΔΟΥΜΜΟC ΠΕΡΤΟΥCΑ presso l’uscio, dopo averla +forata per ogni verso. Quel mestiero da talpe fu proficuo a parecchi; +chè, ogni casa fu visitata; e particolarmente quelle delle agiate +famiglie e le botteghe, ove supponevasi fosse rimasto il peculio. E +fu ad altri letale. I ladri isolati, chiusi dalle facili frane dei +lapilli, perdettero il respiro e la vita ed il sepolcro servì loro di +carcere. + +Tito Vespasiano trasse per sorte dal numero dei cittadini consolari +i procuratori per dar ordine agli inconvenienti occorsi e con molta +pecunia soccorrere le popolazioni del littorale, prive delle loro +case e dei loro campi. Nella mente di Cesare era il pensiero di +sgomberare lo abitato e di ricostruirlo come in antico; ed i beni di +quelli ch’erano stati oppressi dallo straordinario incendio e dal più +straordinario seppellimento — dei quali non si ritrovassero gli eredi +legittimi — fossero assegnati al rifacimento delle cose guaste e delle +genti afflitte. Ma, i dignitarii, esaminati i luoghi sotto il vulcano +che potea un dì o l’altro ricominciar la catastrofe, stimarono che la +ingente spesa la sarebbe perduta. Lo imperatore non vi pensò su più che +tanto. Le erbe ben presto germinarono sulla collina che copriva Pompei. +Le vigne e gli alberi ne usurparono il posto a contrasto. Sursero sopra +le case dei villici. Ai secoli successero i secoli. E le generazioni +perdettero per sino il ricordo che il suolo dal loro aratro solcato era +il coperchio di una nobile tomba. + +L’uomo è fatto così. Facilmente è distratto ed oblia. + +Aveva dieciotto anni quando venni la prima volta a visitare la +dissepolta città. Vi tornai più tardi per Garibaldi e con Garibaldi. Il +suo aspetto ebbe sempre per me qualche cosa di attraente, di fuggevole, +di misterioso che attizza potentemente le fiamme del cuore. A furia di +contemplare con riverente affetto le dirute cose io finii per disvelare +secreti che i molti non vedono. E qui provo rivelazioni inattese e +faccio conoscenze gradite che tanto piacciono all’anima mia. + +Dopo il discoprimento di Pompei molte parole furono dette sopra il +suo funebre lenzuolo e sulle rotte e vaghe sue membra. La fredda +temperie del sepolcro le ha tutte diacciate. Le pagine che ho scritto +conserveranno forse un po’ di calore nello amato cadavere. Io raccolsi +il sangue delle ferite ond’essa morì. Feci tesoro dei suoi aneliti +estremi. Afferrai la parte taciuta della sua vita, e l’ho rivelata ai +pietosi che gitteranno lo sguardo su queste povere carte. + + + FINE. + + + + +INDICE DEL VOLUME. + + + DUE PAROLE SU QUESTA SECONDA EDIZIONE Pag. 1 + + I. I TEMPLI. Scene religiose in Pompei. — (Anni di Roma + 673. — Anni avanti il Cristo 84) 3 + II. LA CAMPAGNA. Scene della vita rustica. (Anni di Roma + 695. — Anni avanti il Cristo 59) 25 + III. IL FORO. La elezione dei Magistrati in Pompei. — (Anni + di Roma 705. — Anni avanti il Cristo 49) 47 + IV. LA STRADA. Scene diurne in Pompei. — (Anni di Roma + 767. — Anni del Cristo 44) 75 + V. LA BASILICA. Una condanna a morte. — (Anni di Roma + 770. — Anni del Cristo 17) 99 + VI. LA NECROPOLI. Scene di funerali. — (Anni di Roma 779. + — Anni del Cristo 26) 125 + VII. I TEATRI. Scene di distrazione. — (Anni di Roma 812. + — Anni del Cristo 59) 147 + VIII. LA STRADA. Scene notturne in Pompei. — (Anni di Roma + 825. — Anni del Cristo 72) 177 + IX. VENVS PHYSICA. Scene del cuore. — (Anni di Roma 826. + — Anni del Cristo 73) 201 + X. IL CATACLISMA. Scene del novissimo giorno. — (Anni di + Roma 832. — Anni del Cristo 79) 281 + + + + + +Nota del Trascrittore + +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo +senza annotazione minimi errori tipografici. + + + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 76652 *** |
