diff options
Diffstat (limited to '75269-0.txt')
| -rw-r--r-- | 75269-0.txt | 3640 |
1 files changed, 3640 insertions, 0 deletions
diff --git a/75269-0.txt b/75269-0.txt new file mode 100644 index 0000000..723f593 --- /dev/null +++ b/75269-0.txt @@ -0,0 +1,3640 @@ + +*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75269 *** + + + CULTURA + CONTEMPORANEA + + BIBLIOTECA + DI + LETTERATURA, STORIA E FILOSOFIA + + DIRETTA DA + GEROLAMO LAZZERI + + VOL. II + + EDIZIONI «CORBACCIO» + MILANO MCMXXIV + + _Proprietà Artistico Letteraria dello + Studio Editoriale «Corbaccio»_ + + Copyright by G. e L. Ferrero + + (Printed in Italy) + + + + + * * * * * + + + + + GUGLIELMO e LEO FERRERO + + + La Palingenesi di Roma + + (DA LIVIO A MACHIAVELLI) + + Con un’appendice su: _Che cos’è la Storia?_ + + + + MCMXXIV + + EDIZIONI «CORBACCIO» + + MILANO + + + + +LA PALINGENESI DI ROMA + + + + +_AL LETTORE_ + + +_Questo volumetto è destinato a far parte di una Collezione, che +si pubblica nell’America Settentrionale, per cura di un comitato di +professori delle Università; e che si propone d’illustrare gli influssi +della civiltà antica sulla moderna._ + +_Occupato in altri lavori, mi son fatto aiutare, per la compilazione +di questo, da un giovane collaboratore, che è nell’età delle grandi e +proficue letture._ + +_L’appendice è per intero opera mia._ + + Firenze, 5 maggio 1924. + + G. F. + + + + +LA CREAZIONE + + + + +I. + +L’ANNALISTICA DEI PRIMI SECOLI. + + +Nel _De Oratore_ di Cicerone Antonio domanda, a un certo punto, se per +scriver di storia sia anche necessario essere un buon oratore, e Catulo +gli risponde: + +«È necessario, se si scrive alla maniera dei Greci, ma secondo la +nostra non c’è nessuna ragione di far dell’eloquenza: basta non essere +falsi». + +«Non disprezzare i nostri» replica Antonio. «Anche i Greci scrissero in +principio come Catone, come Fabio Pittore, come Pisone. La storia non +era altro che una fabbrica d’annali; e per questo, cioè per conservare +le pubbliche memorie, dalle origini di Roma fino al pontificato di +Mucio, il Pontefice massimo raccoglieva tutti gli avvenimenti dei +singoli anni, li scriveva nell’albo e poneva dinanzi alla sua casa +la tavola, perchè il popolo potesse consultarla. Son quelli che si +chiamano anche oggi annali massimi. E molti seguirono questo stile +lasciando senz’ornarlo soltanto il ricordo dei tempi, degli uomini, dei +luoghi e delle imprese. Perciò come i Greci hanno Ferecide, Ellanico, +e Acusilas, così noi abbiamo Catone, Pisone e Fabio Pittore, che non +sanno come ornare un’orazione (da poco infatti è stata importata presso +di noi quest’arte); e purchè si capisca quello che dicono, credono che +bisogna soltanto ricercare la brevità»[1]. + +Questo passo ci dimostra che si conoscevano a Roma due modi di scrivere +la storia: uno più antico, e più schiettamente romano, più rigidamente +ufficiale, che non si elevava fino al racconto, ma si contentava +di notare gli eventi, in uno stile diremmo quasi scheletrico se non +stenografico; l’altro più recente, di origine greca, che apparteneva +all’eloquenza, intesa non nel senso stretto, come arte del parlare in +pubblico, ma nel suo senso largo, come arte del buon comporre e del +narrare ornato. + +Così infatti Cicerone, un po’ più innanzi, ritratta lo storico oratore: + +«Non vedete che la storia è uno dei compiti maggiori dell’oratore, +quello che richiede maggiore ricchezza e varietà di stile... Chi ignora +che la prima legge della storia è di non tacere mai il falso e di dire +sempre il vero, evitando il sospetto di parzialità? Questi fondamenti +sono noti a tutti: i materiali son le cose e le parole. L’esposizione +dei fatti richiede l’ordine dei tempi, la descrizione dei luoghi, e +poichè negli avvenimenti importanti e degni di memoria ci si aspetta +prima di conoscerne il disegno, poi l’esecuzione e il risultato, lo +scrittore deve prima enunciare la sua opinione sul disegno, e poi +narrando l’esecuzione dichiarare non solo ciò che è stato detto o +fatto, ma anche in che modo; e quanto al risultato, elencarne le +cause tutte, o il caso o le prudenze o le temerità dei personaggi; +infine non solo raccontare le imprese, ma se essi eccellono per fama +o per nome, studiarne la vita e l’indole. Lo stile e il genere del +discorso deve essere «fusum atque tractum», scorrevole con una certa +misurata dolcezza; senza quella asprezza e quelle punte maligne proprie +dell’eloquenza forense»[2]. + +È facile riconoscere nel _munus oratoris_ di Cicerone, quella che noi +chiamiamo la storia artistica, ascritta alla famiglia dei più nobili +generi letterarî, e contrapposta per questo, allora come ora, alla nuda +e asciutta cronaca dei fatti positivi, sollecita solo di raccontare con +una certa minuzia. La storia artistica entrò tardi in Roma, dove per +lunghi secoli la rude annalistica aveva signoreggiato senza rivali, +d’accordo con la tenace diffidenza dell’aristocrazia per tutte le +forme dell’intellettualismo greco. Il maggior numero degli storici +più antichi, di cui la tradizione ci ha trasmesso i nomi, appartiene +all’annalistica. Ma se la storiografia artistica entrò così tardi a +Roma, quando Roma, maturata ormai al dominio da una lunga esperienza +di guerre, di contese politiche, di rivoluzioni, sede di un pensiero +politico e di una direzione morale di valore universale, era già il +centro e il cervello di un vasto impero; quando ci entrò finalmente, +in questa atmosfera satura di una così grande esperienza storica, +generò tre grandissimi scrittori — Sallustio, Tito Livio, Tacito — che +noi dobbiamo studiare, perchè in essi e per essi lo spirito di Roma +ha sopravvissuto alla rovina della civiltà antica, come un elemento +creatore dei tempi nuovi, di cui noi siamo i figli, forse degeneri e +parricidi. Quel che noi dobbiamo agli storici romani, lo dobbiamo a +Sallustio, a Tito Livio ed a Tacito. + + + + +II. + +SALLUSTIO. + + +Di Sallustio, purtroppo, l’opera principale, le _Historiae_, è perduta. +Le due opere minori che ci restano, la Giugurtina e la Catilinaria, +figlie della passione più volubile e passeggera, la passione di parte, +non sono storie, sia pure più o meno imparziali; ma piuttosto veementi +libelli politici, nei quali l’amico e l’ammiratore di Cesare, sfoga i +suoi tenaci rancori contro la consorteria di Silla, contro il Senato, +o contro la vecchia nobiltà che aveva avversato così fieramente il +conquistatore delle Gallie. Le due monografie sono state scritte +con scopi precisi: la Giugurtina per dimostrare che il Senato era +stato corrotto da Giugurta nel famoso affare della Numidia, il che, +poco verosimile in sè, risulta falso dalla stessa narrazione di +Sallustio[3]; la Catilinaria per dimostrare che la celebre congiura era +stata macchinata dagli avanzi del partito di Silla: ritorsione in parte +vera, ma non immune da esagerazione, contro quelli che l’imputavano a +Cesare e ai suoi amici. + +Su due opere minori soltanto, di polemica più che di vera storia, +dobbiamo giudicare Sallustio; ma poichè sono innanzi tutto due opere +d’arte, senza meraviglia poniamo, nella storia della storiografia +romana, Sallustio come il primo storico romano, di cui ci resti qualche +opera, che sia stato sin dall’antichità e giustamente considerato +un grande scrittore. La sua _brevità_ ora lodata, ora biasimata, già +celebre presso gli antichi, tanto che fu ricordata tra gli altri da +Seneca («obscura brevitas») e da Quintiliano («vitanda illa Sallustiana +brevitas»), e la sua abitudine di collezionare arcaismi, adoprandoli +a fare una tessitura preziosa e ricercata di prosa, in cui si sente il +compiacimento dell’autore, che, quando si rileggeva, doveva divertirsi +a certi effetti di simmetria e alle trovate architettoniche delle frasi +ben composte, lascia trasparire una preoccupazione stilistica, che è +del tutto nuova, e riesce bene, se non cade nell’artificio. + +«Sallustio — scrive un francese, che aveva profondo il senso della +bellezza letteraria[4] — non cerca tanto di far conoscere i fatti, +quanto di ostentare il suo ingegno, e ambisce più la lode che +l’istruzione del lettore. Si diverte ogni momento a trovare delle +antitesi riuscite, delle frasi simmetriche, delle metafore e delle +rassomiglianze. Quando i congiurati stanno per essere condannati a +morte, ferma il racconto e comincia a paragonare Cesare con Catone, +contrapponendo a una a una le loro qualità, a membro a membro i +periodi, con una straordinaria veracità e profondità di vedute; tanto +che sarebbe uno scrittore ammirabile se non cercasse troppo di farsi +ammirare. Le frasi corrono con gran velocità, a una a una, non più +raggruppate in battaglioni compatti, e lo spirito è lanciato come +su una china. Ma si sente la maniera, perchè la tecnica è invariata: +quando incontra un assedio, una battaglia, una spedizione, un’azione +qualsiasi, Sallustio scocca una grandine di frasine concise, ugualmente +costrutte». + +Ma che forza, non ostante questo difetto! «Il suo stile cammina con +una certa indifferenza sdegnosa; è stringato come quello di Tacito, +pur essendo meno faticoso; è ricco come quello di Livio, ma è anche più +sobrio. «_En arrivant au bout d’une phrase, on est parfois frappé comme +d’un coup subit; ce sont deux mots simples qui, par un rapprochement +nouveau, ont pris un sens accablant_»[5]. Metafore audaci, nascoste in +un verbo, illuminano tutta un’idea. E poi una lunga e furiosa passione +chiusa in una parola, una mescolanza di famigliarità, di poesia, di +eloquenza, e sopratutto quegli sbalzi bruschi e potenti d’invenzione +originale che piacciono più della perfezione liscia: il dono della +creazione». + +Ma Sallustio non è soltanto un grande stilista; è anche un moralista +ed un filosofo, il quale nella storia vuol ritrovare i segreti della +fortuna, i piani del destino, le profonde lezioni della vita; tanto +che la sua narrazione, sorretta da una concezione generale del mondo, +come da una intelaiatura, mira a un alto fine morale. Siamo usciti con +lui dalla scarna annalistica per entrare nel pieno splendore del genere +oratorio. Senonchè ci siamo entrati un po’ bruscamente. Non è possibile +non avvertire in Sallustio — ed è uno dei suoi difetti maggiori, pur +non essendo un difetto scevro di grandezza e nobiltà — una sproporzione +tra il fine e i mezzi, tra l’intelaiatura e la tela: fine ed +intelaiatura troppo grandi per i mezzi e per la tela troppo piccoli. + +«Io credo che poichè ho deciso di vivere lontano dagli affari pubblici +— scrive nella prefazione della Giugurtina — questa mia grande ed +utile fatica sarà chiamata pigrizia da coloro ai quali pare somma +attività andare mendicando il favore della plebe coi banchetti. E se +essi penseranno in che tempo entrai nelle magistrature, e che uomini +ne siano stati esclusi, e siano arrivati al Senato, conchiuderanno +certamente che io per ragione e non per pigrizia ho cambiato parere, +e che alla Repubblica verrà maggior bene dal mio riposo che dalla +attività di costoro. Perciò io ho spesso udito che Q. Massimo e +P. Scipione ed altri uomini illustri, eran soliti dire che quando +guardavano le immagini dei loro maggiori, l’animo loro si accendeva +di grande coraggio». Chi non potrebbe lodare questo fine nobilissimo? +Ma per assolverlo, non basta raccontare in forma elegante e bella una +guerricciola memorabile, invece che per la gloria delle armi, per gli +odî e i puntigli delle fazioni, che senza scrupoli ferirono, pur di +ferirsi l’un l’altra, financo il corpo della Repubblica. + +Con la storia di Catilina, Sallustio assunse il compito di mostrare che +nei tempi antichi «in pace e in guerra si coltivavano i buoni costumi: +e massima era la concordia, minima l’avidità; e il diritto e il bene +eran forti più per la loro natura che per le leggi; e le brighe, le +discordie e gli odî si riservavano ai nemici, mentre i cittadini coi +cittadini gareggiavano di virtù. Magnifici nell’onorare gli dei, parchi +in casa, fedeli cogli amici. Con due arti, il coraggio in guerra e +l’equità in pace, governavano sè medesimi e la repubblica.»[6] Poi +«il destino incominciò ad incrudelire e rivoltò tutte le cose»[7]. +Ritroviamo qui — a far da cornice al quadro — quella dottrina della +corruzione dei costumi, opposta alla nostra fede nel progresso +indefinito del genere umano, ma famigliare invece al pensiero antico. +Senonchè la cornice è troppo vasta per il piccolo quadro in cui è +dipinto il tumulto, più clamoroso che pericoloso, suscitato, nella +repubblica, da Catilina. Cosicchè non possiamo dar torto a Quintiliano +quando dice che «Sallustio nella Catilinaria e nella Giugurtina ci +conduce all’una ed all’altra guerra, con dei proemi che sembrano +non aver che fare con il soggetto», e dobbiamo riconoscere che le +sue dissertazioni qualche volta sono un po’ lunghe e gonfie, le sue +digressioni talora appiccicaticce e fuori di posto. Se le _Historiae_ +si fossero conservate, non avrebbero, forse, rivelato così ingenuamente +questi difetti, perchè in quella vasta storia di tutta un’età, la +cornice poteva essere adeguata al quadro. Ma sia colpa del caso, che +ci ha fatto conoscere soltanto il Sallustio minore, o difetto inerente +alla mente dello scrittore, cui mancasse un po’ quella virtù così +difficile che è l’equilibrio, per trovare uno storico in cui la cornice +ed il quadro, la visione della vita ed il soggetto, la materia e la +forma si proporzionino, dobbiamo giungere a Tito Livio. + + + + +III. + +TITO LIVIO. + + +Tito Livio, famigliare di Augusto, e così grato nella casa del +principe, che a lui fu affidata l’educazione del futuro imperatore +Claudio, figlio di Druso, non ebbe ambizioni politiche, non coprì +cariche, e visse da privato, studiando e scrivendo; fu insieme a +Virgilio e ad Orazio, il terzo dei tre grandi restauratori, che +aiutarono, con la penna, Augusto a ricomporre il mondo romano, disfatto +dalle guerre civili. Livio nacque da una famiglia cospicua. Scrisse, +come è noto, dialoghi, trattati filosofici, ed una immensa storia di +Roma, dalle origini ai tempi suoi, nella quale volle trasfigurare la +rudezza dell’annalistica tradizionale, adornandola e vivificandola con +il colore, il calore e la pienezza fluente della oratoria greca. + +Gli storici moderni sono stati severi con Livio, e non possono +approvare il metodo con cui trattò le sue fonti, capriccioso, +arbitrario, ed un po’ negligente, almeno alla stregua del nostro zelo +nel cercare la verità. Senonchè Livio non vuol cercarla, così come noi +l’intendiamo, arrivando alla conoscenza esatta dei fatti, proprio come +sono accaduti. Egli vuole dimostrare con la sua storia (e dimostrarla +con la rappresentazione viva più che con la rigorosa argomentazione, +con il colore più che con l’esattezza, prediligendo il dramma che +sembra alla storia che vuole essere vera) una dottrina generale, una +visione della vita in cui gli spiriti più alti del tempo credevano e +nella quale tutta la storia di Roma entra come un quadro nella cornice: +che la ricchezza e la potenza non sono beni ma pericoli; che Roma si è +corrotta e guasta a mano a mano che il suo impero è ingrandito; che le +generazioni non possono camminare verso la perfezione se non a ritroso +della corrente del tempo. È la dottrina della corruzione, quella già +mescolata, senza grazia e naturalezza, alla storia di Sallustio, ma +ripresa e sviluppata con la grandiosa coerenza necessaria, per dare a +un corpo robusto un’anima sostanziale. + +«Io vorrei — scrive Livio nel proemio — che ciascuno tra sè +considerasse ansiosamente con l’animo, che vita, che costumi fossero +i loro (quelli degli antichi), con quali uomini e con quali arti +in pace ed in guerra sia stato fatto e ingrandito l’impero. E come +indebolendosi a poco a poco ogni disciplina, prima i costumi quasi +tralignassero e poi rovinando sempre di più precipitassero fino a +questi tempi, in cui non possiamo sopportare nè i nostri vizi nè +i nostri rimedi. E questo è nella conoscenza delle cose sopratutto +salutare e fruttifero, che tu studi gli ammaestramenti di tutti gli +esempi posti nelle illustri memorie; e di lì impari ciò che devi +imitare per te e per la repubblica, e ciò che devi evitare perchè +brutto negli inizi e nei risultati... O l’amore della mia opera mi +illude, o non fu mai una repubblica più grande, o più saggia, o più +ricca di esempi, ove così tardi entrassero l’avidità ed il lusso, ove +tanto e così largamente fosse onorata la povertà e la parsimonia, +e tale che quanto meno i suoi cittadini possedevano tanto meno +desideravano». + +Posto questo proposito, si spiega come, resistendo alla fretta dei suoi +lettori, impazienti di arrivare alla storia recente, Livio incominci +la sua opera rammentando minutamente le origini favolose di Roma, +sebbene, anzi appunto perchè le sa favolose, «Io credo — dice egli +ancora nel proemio — che i primi principî e le cose vicine a quei +tempi non divertiranno la maggior parte dei miei lettori, parendo loro +mill’anni di giungere a queste ultime novità, per cui stanno morendo +le forze di quello che fu il più gagliardo popolo del mondo. Ma io +voglio invece anche questo come premio della mia fatica, che mentre con +tutto l’ardore andrò ripetendo quelle prime cose antiche, allontanerò +il mio pensiero dai mali di questa età; e sarò libero da quella +preoccupazione, che se non può distogliere dal vero l’animo di chi +vive, può però renderlo travagliato. Non è mia intenzione nè confermare +nè rifiutare quel che si raccontò sui tempi della fondazione di Roma, +sebbene le favole vaghe ci abbondino più che le notizie sicure». + +Non c’è dunque da meravigliarsi se Livio non si è scervellato, come +gli storici moderni, per scoprire quella briciola di vero che poteva +nascondersi sotto i miti della fondazione di Roma. In quel mondo +lontano e solatio, come quello di una leggenda, Livio si riposa delle +miserie e delle tragedie contemporanee, che sono tristi, perchè vere; +si diverte a giuocare con quegli eroi vestiti di corazze lustrate, +e che han l’aria, attardandosi fra Torquato e Bruto, di pensare con +tristezza al momento della separazione. Egli non cerca d’infonder in +quei personaggi una vita reale, che possa romper l’incanto di quel +dolce e quieto artifizio; ma li toglie di peso dalla leggenda, con +tutto l’ingenuo ingrandimento proprio del mito, che ammette solo santi +o ribaldi; e se per un verso li dipinge così lontani dai moderni, +che non è possibile avere neppur un’illusione di vita, dall’altra li +veste col linguaggio e i costumi del suo tempo, come i pittori del +quattrocento infilavano agli eroi della Bibbia il giustacuore e le +calze lunghe. Così, quei soldati sono oratori espertissimi, che hanno +certo letto i libri di Cicerone sull’arte del dire, e improvvisano +ben composte orazioni, feconde in gradevoli simmetrie ogni volta che +capita, e se non capita spontaneamente, lo storico pensa a facilitare +l’avvento, una buona occasione — e ognuno capisce che di solennità +politiche, religiose o militari ce n’erano fin che se ne voleva. La +narrazione cammina sempre sull’orlo della parodia; ma Livio, che è +un grande artista, non cade, e procedendo sereno, misurato, lontano +dall’amarezza di Sallustio, il quale ricorda gli antichi con irritante +pomposità e li adopra, perchè sono ormai intangibili e lontano, a +maltrattare inutilmente i moderni, ha invece l’aria di dire che non +importa accertare le virtù degli avi, ma che bisogna stimarli in +ogni modo così, perchè ogni nazione ha diritto di avere dei padri +semi-divini. «Si concede all’antichità il permesso di mescolare le cose +umane con le divine, per rendere più venerabili i principî delle città. +E se è lecito ad un popolo consacrar le sue origini attribuendole agli +dei, la Gloria del popolo Romano nella guerra è così grande, che se +egli dice essere Marte il genitore suo e del suo fondatore, le genti +umane devono sopportare pazientemente anche questo, come sopportarono +d’essere signoreggiate da Roma»[8]. + +Ma questa età dell’oro non dura; non può durare a lungo. La storia di +Livio è stata scritta per dimostrare la tesi, che Roma s’è corrotta +ingrandendo. Al prologo degli eroi tien dietro l’età in cui gli uomini, +ridotti alle giuste proporzioni, peggiorano a mano a mano che la storia +progredisce. Dovremmo quindi entrare nella realtà; ma ci entriamo solo +sino ad un certo punto, perchè anche là dove la storia di Livio non è +più favolosa, i suoi personaggi fanno talvolta pensare a quei Romani +che David dipinse nel «Ratto delle Sabine». + +Le figure del quadro infatti, disposte una dietro l’altra, vestite +scrupolosamente con le corazze e gli schinieri, sono ordinate, senza +che i piani si compongano o fondano in file parallele; le facce hanno +una ricercata impersonalità, che rivela l’imitazione delle statue +greche; così come nella carne dei corpi, che è stata dipinta con un +modello di marmo e vuol arrivare a quell’effetto medesimo di plastica +polita. + +In Livio si ritrova la stessa stilizzata ricerca del generico. Così +che componendo, a grandi tratti, il carattere della professione e +della carica, egli vi introduce poi volta a volta i suoi uomini e fa +che essi ne rivestano, con le insegne esterne, anche le doti morali e +intellettuali, come, entrando in una stanza ove un gioco di sole sulle +persiane l’abbia bagnata tutta di luce verde, la gente è colorata di +verde. Così abbiamo il tipo del generale, il tipo del senatore, il +tipo del tribuno, mentre la classificazione dei buoni e dei cattivi, +più larga, comprende tutte l’altre classificazioni minori. Ma che +differenza c’è fra Manlio Torquato e Paolo Emilio, il primo agli inizi +e il secondo al termine della storia; se rispetto a ogni circostanza si +comportano allo stesso modo, come se seguissero un protocollo? + +Noi non possiamo dire se questa attitudine a generalizzare il tipo, +piuttosto che ad individuare i singoli, fosse comune a tutta l’opera di +Livio, o non piuttosto si ritrovasse soltanto nella parte più antica +della sua storia, quella a cui appartengono i libri giunti fino a noi +e che tratta i tempi in cui gli stampi della tradizione e del costume +erano più forti e gli uomini fatti tutti secondo pochi modelli. Forse, +se potessimo leggere i libri, in cui si raccontavano i tempi di Silla +e di Cesare — pieni di rivoluzioni, e più ricchi di tempre singolari +— vedremmo in quelli un maggior rilievo di uomini meno simbolici. Ma +nei libri che possediamo i personaggi sono come li abbiamo descritti. +E poichè gli avvenimenti procedono in modo già prestabilito dagli +Dei, la storia apparisce quasi una enumerazione di battaglie e di +lotte politiche, sommate le une alle altre in ordine di tempo come +una montagna di pietre, e tutte così simili, che non si distinguono +a colpo. Non sembra che l’intelligenza degli uomini possa influire +su questo corso preordinato dagli eventi: caso mai, contano di più le +virtù e lo zelo religioso, che gli Dei ricompensano con la vittoria. +Dobbiamo dunque concludere che Livio è uno storico freddo e senz’anima? + +No, Livio è uno storico vivo, anche se i suoi eroi spesso non sono +tali, perchè con quella sua attitudine a descrivere il tipo più che +il singolo, riesce come nessuno a far muovere le folle. Per questo, +se non è riuscito a vivificare i grandi Romani, è riuscito invece a +rappresentare il popolo romano. Il vero protagonista della sua storia +è il popolo romano: personaggio enorme, che occupa tutta la scena, e +non si compone di tanti singoli ben distinti, così da essere la somma +dei loro caratteri comuni; ma appare come un ente nel tempo stesso +umano e sovrumano, da cui loro caratteri particolari, come uomini che +attingono acqua ad una fontana. In questa potentissima personificazione +del popolo romano sta il fascino incomparabile della Storia di Livio; +perchè questa personificazione è riuscita ad essere nel tempo stesso di +un alto ideale e di un’efficace verità. + +Il popolo romano, in Livio, si presenta da principio come una +generalizzazione di Appio Claudio; sprezzante le fatiche, giorno e +notte corazzato per ogni battaglia, indifferente alla morte e valoroso +in guerra, semplice di costumi, laborioso in pace, ambizioso di gloria, +scrupoloso di verità, ligio alla fede data, ossequiente dinnanzi +alla Giustizia che lo governa per mezzo di tante leggi, devoto alle +Divinità, che ne ricompensano lo zelo facendolo oggetto di un favore +priviligiato. Religione, patria, lavoro, obbedienza alle leggi, spirito +di sacrificio, sono le virtù che rifulgono in fondo ai secoli dalla +sua vita privata e pubblica. La storia non ha mai visto una luce più +intensa. Lo scrupolo della verità e della giustizia, che fra tutte +le qualità dei romani è la più coltivata, ha l’aria di resistere in +loro, anche quando le circostanze offrono, senza pericoli, allettanti +transazioni. Bisogna vedere che importanza ha un giuramento fatto al +nemico: e con quali tortuose invenzioni i Romani cercano di svincolarsi +senza disonore da queste promesse! Uno dei prigionieri di Annibale, +quando furon mandati in commissione a Roma, per trattare del riscatto, +col giuramento di tornare, appena uscito dal campo ritornò indietro, +toccò le palizzate e si riunì ai compagni, sperando di essere con +questo libero da ogni impegno. Ma fu rimandato ai Cartaginesi. Anche +le cattive azioni di questo Popolo devono esser compite rispettando +rigorosamente la legalità, ossia rendendo omaggio al principio che +quella tale azione non deve essere compiuta perchè illecita. + +Ora, siccome un popolo di questo stampo non è mai esistito, Livio +avrebbe l’aria di dipingere in lui uno di quegli eroi puritani, +che vivono solo nelle leggende; così che le gesta di questo popolo +immaginario formerebbero un poema, più che una storia. Senonchè, anche +in mezzo al racconto delle età più antiche e leggendarie, qualche +tratto verace fa intravedere nell’eroe sovrumano un po’ di triste +umanità. Così, sulla bocca del Sannita, si sente forse la voce dello +storico, che riconosce nei grandi eroi il fango per cui si riattaccano +gli uomini. + +«Voi deste gli ostaggi a Porsenna e col furto li avete ripresi; +ricompraste dai Galli le città con l’oro, e sono stati trucidati mentre +prendevano l’oro. Ci avete promesso la pace, per ottenere le legioni +prigioniere e ora la fate vana; e compite sempre ogni frode sotto +apparenze di giustizia»[9]. + +Senonchè anche nella figurazione del popolo romano si osserva quello +che già vedemmo nelle figure degli eroi; così che essa si fa più +umana, di pari passo col procedere della storia. Che la dottrina della +corruzione, fondamento di tutta la storia di Livio, sia filosoficamente +vera, è riprovato per via indiretta dalla vivacità di cui si anima la +storia di Livio, a mano a mano che questa dottrina domina e quasi guida +la narrazione. Pur conservando una certa nobiltà ideale, il popolo +romano si fa vivo a mano a mano che i difetti della ricchezza e della +potenza escono dall’ombra dell’antichità incorrotta: l’indisciplina, la +cupidigia, l’amore del lusso e dei piaceri, la gola e la sensualità, +l’egoismo, l’invidia sopratutto, che distrugge Roma con la guerra +intestina delle ambizioni e delle cupidige insoddisfatte. + +«Qui si tratta della fama dei soldati, anzi universalmente di tutto +il popolo romano»[10], dice Servilio rampognando i soldati che si +oppongono al trionfo di Lucio Paolo, «perchè il popolo romano non +abbia fama di invidioso ed ingrato contro tutti i suoi più illustri +cittadini, e non sembri con questo imitare il popolo Ateniese, solito +a perseguitare con l’invidia i migliori. Abbastanza si peccò contro +Camillo, il quale almeno fu offeso prima di aver riconquistato la +città dai Galli. Abbastanza contro Scipione Africano. A Linterno si +trova la casa del vincitore dell’Africa; e Linterno ostenta il suo +sepolcro. Vergogniamoci se L. Paolo, uguale per gloria a tali uomini, +sia loro uguagliato anche per l’ingiurie vostre. Cancelliamo finalmente +questa nostra mala fama, sozza e vilipesa presso le altre genti e +dannosa presso di noi.» Chi non riconosce qui l’eterna malignità della +democrazia? Così gli idillici rapporti fra il senato concepito come un +«consesso di Re» e la plebe, sui primordi obbediente carne da macello, +sempre pronta per il mattatoio delle battaglie, si fanno a poco a +poco torbidi e violenti; quella docile moltitudine di cittadini-eroi +diventa tumultuosa, sediziosa; accecata dai propri interessi non vede +più quelli della comunità; si lascia trascinare dal più ignobile dei +demagoghi e non ascolta le parole dei saggi e dei grandi; passa da +un accesso di furore oceanico in cui pretende rivendicazioni — anche +giuste — coi mezzi più rivoluzionari, ad uno stato di indifferente +incoscienza e di fatalistica sopportazione quando è vessata da un +regime sanguinario, ingiusto e terroristico. + +E il Senato perde, se si comincia a passeggiare fra i rostri e a +conversare sotto le colonne, quella regale apparenza che presentava +agli occhi di Cinna. Si vede una moltitudine di patrizi, pieni di +pregiudizi e di altezzosità, egoisti, che si preoccupano di Roma, +per quel che riguarda la loro classe e i loro interessi, ma non hanno +nessun pensiero per i Romani, come se Roma e i Romani fossero due cose +distinte. E le gelosie e le diffidenze reciproche alterano il loro +retto giudizio, e li spingono a operare, in ogni occasione, per secondi +fini. + +«Si stabilì un patto con gli Ernici, si tolsero due parti del +territorio, e una metà fu data ai Latini, e l’altra il Console Cassio +voleva dividerla fra la Plebe. Aggiungeva a questo dono alcune terre +le quali, essendo pubbliche, egli biasimava che fossero di privati. E +questo spaventò molti senatori che ne eran possessori, e vedevano in +pericolo le cose loro. Ma erano ancor più inquieti perchè il Console +con queste largizioni si acquistava una potenza pericolosa alla +libertà.»[11] + +Così la grandezza romana, idealizzata tutta insieme come una meraviglia +sovrumana, ci apparisce umanissima nei singoli elementi di bene e di +male, che la compongono. Questa è nel tempo stesso la grande bellezza +e la profonda verità dell’opera di Livio, alle quali corrisponde +mirabilmente lo stile. Lo stile di Livio è veramente come un fiume +immenso dalla corrente tranquilla, che scende dal monte sicuro di +arrivare alla foce, trasportando una mescolanza di cose diverse. Nei +momenti solenni, o tragici, è maestoso e lento, quasi per trattenere +il respiro a chi legge e non accontentarlo nella sua impazienza con +piccole frasi rapide; alle volte perde la sua serenità olimpica, si +commuove, si agita come uno stagno in cui sia piombato un macigno; ma +la chiusa degli avvenimenti è spesso composta con poche frasi corte +e succosissime, che appaiono più potenti che mai, appunto perchè, con +grande arte, son collocate dopo un periodare ampio e fertile, in cui +le frasi tendono la mano una all’altra e si allacciano con rotonda +scorrevolezza. In tal modo i due ritmi si sostengono e si analizzano +a vicenda: il primo mette in rilievo quella stringatezza del secondo, +che, dopo un capitolo di Tacito, non sarebbe neppure avvertita; il +secondo drammatizza lo stile per quel variare improvviso di tono, che +sorprende, e ci fa sentire come il primo ritmo fosse armoniosamente +pieno. + + + + +IV. + +TACITO. + + +Tra Tacito e Livio abbiamo una fioritura copiosissima di storici. +Citiamo Asinio Pollione, che trattò delle guerre civili; Pompeo Trogo, +che scrisse una storia universale, epitomata da Giustino; Fenestella, +Iginio e Verrio Flacco, contemporanei di Tito Livio. Nel I secolo +Cremunzio Cordo che fece l’apologia di Bruto e Cassio, Valerio Massimo, +Velleio Patercolo, Punico che vivendo accanto a Tiberio, lo comprese, e +ne lasciò una vita imparziale, e fu per questo accusato di adulazione. +Delle quali calunnie la responsabilità più grande pesa proprio su +Tacito, il terzo storico di Roma. + +Vissuto durante il primo secolo dell’impero; campione di quella +nuova aristocrazia, cresciuta nelle provincie europee e africane dopo +Augusto, che con Vespasiano sale al Governo, più semplice, più austera, +più disciplinata, più innamorata del romanesimo autentico, che la +nobiltà dei tempi dei Giulio-Claudî, crebbe studiando nell’ambiente +delle scuole di eloquenza; fu pretore, sacerdote quindecenvirale, +propretore e finalmente, sotto Traiano, console. La vetta delle +ambizioni era stata scalata. Dopo lasciò la vita pubblica e scrisse. E +il suo soggetto fu triste. + +«Prendo a scrivere un tempo pieno di vicende, tremendo per battaglie +e discordie, per sedizioni, crudele anche in pace. Quattro principi +assassinati: tre guerre civili, molte all’esterno, e per lo più +mescolate. Imprese prospere in Oriente, avverse in Occidente: +sconvolta l’Illiria, le Gallie vacillanti, domata la Brittannia e +tosto abbandonata: i Sarmati e gli Svevi risollevati contro di noi... +L’Italia afflitta da stragi nuove o rinnovate, dopo una lunga serie +di secoli. Città sprofondate o rovinate, nella zona più fertile +della Campania. Roma incendiata, distrutti i templi più antichi, +il Campidoglio stesso arso dai cittadini; profanata la religione, +grandi adulterî, mare pieno d’esuli, scogli intrisi di sangue... +Secolo non però così sterile di virtù da non produrre anche dei buoni +esempi»...[12] «Ma non mai per più atroci stragi del popolo Romano +o per più giusti indizi, si capì che gli Dei avevano a cuore non la +nostra sicurezza ma il nostro castigo.»[13] + +Quanto siamo lontani dalla serenità quasi gioiosa di Livio! La vasta +pianura si trasforma in una treggiaia chiusa, seminata di rovi e di +lappe pungenti, sgradevole al piede. Un’afa insopportabile pesa sul +viandante, che aspetta ogni tanto invano dal cielo una ventata salubre, +e una passata d’acqua dalla nuvolaglia turbolenta. Tacito stesso, +ripensando a Tito Livio, ne soffre e lo confessa apertamente. + +«Narravano di grandi guerre, di città conquistate, di re vinti e +prigionieri, e i litigi dei tribuni e dei consoli, le leggi agrarie e +frumentarie, le lotte del popolo e del senato. Era un soggetto largo, +spazioso, dove si muovevano con libertà. Ma io sono chiuso in una +stretta carreggiata, e l’opera mia sarà senza gloria.»[14] + +Mentre Tito Livio, come si vede da una citazione che Seneca trasse +dalle opere scomparse, si nutre della sua opera concepita nella gioia, +e nella gioia dello scrivere e nell’amore della sua storia moltiplica +le sue forze all’immensa fatica, si sente che il soggetto è antipatico +a Tacito, che le sue previsioni sono dolorose, che lo scrivere gli +costa sforzo e lo attrista. Perchè scrive allora la storia dei tempi +che gli erano così odiosi? Egli stesso ce lo dice. + +«Noi raccontiamo questo perchè chiunque leggerà i casi di quei +tempi, da noi scritti o da altri, sappia, benchè si taccia, come +si ringraziavano gli Dei, ogni volta che il Principe esiliava od +assassinava. E come le insegne della prosperità annunziavano le +disgrazie pubbliche.»[15] + +Nato fra le follie sanguinarie di Nerone, cresciuto sotto il governo +pauroso di Domiziano, dopo aver temuto e sofferto lunghi anni, +ricordando ancora le favole atroci, che si susurravano nei giardini dei +nobili morituri, quando il silenzio regnava, e non vinta era la paura +dei delatori, Tacito volle, stabilita finalmente con Traiano la pace e +la sicurezza, prendersi una imperitura vendetta, per sè e per tutta la +nobiltà a cui apparteneva; volle dirsi «ho patito, ma questi patimenti +non saranno inutili». Hanno fatto di lui un repubblicano, ma non è +vero nel senso moderno della parola. Per quanto abbia spesso visto la +tirannia dove non c’era, egli non ha mai pensato che una rivoluzione +contro il regime imperiale fosse possibile e desiderabile nè che fosse +necessaria per ricostruire la repubblica, che ai suoi occhi era stata +maltrattata ma non distrutta. Egli non è il censore dell’impero, ma +di alcuni imperatori, di molti vizî, dei costumi contemporanei, della +società, come egli la vedeva, nella sua crescente depravazione, del +senato, che perdeva ogni giorno un po’ della sua autorità, benchè ne +avesse più di quanto sembrava. Tacito è un moralista, che osserva la +depravazione dei suoi tempi e ne soffre; ma che invece di curarla, +come Livio, proponendo loro il modello ideale di una età più antica, +mitologicamente austera, semplice e ricca delle più eccelse virtù, +vuol curare quella cancrena con la pietra infernale dell’indignazione. +La storia è per lui una specie di tribunale del vizio e della colpa, +innanzi al quale egli, giustiziere implacabile, cita i suoi tempi in +forza del codice non scritto della propria coscienza. Egli scrive la +storia perchè «pochi uomini distinguono con il loro senno l’onesto dal +criminale; l’utile dal nocivo. E gli esempi degli altri formano, per lo +più, la vera scuola»[16]. Perchè «il compito principale della storia è +di salvare la virtù dall’oblio e di incutere alle azioni e alle parole +malvagie la paura della posterità».[17] + +Un giustiziere, dunque, il quale vuol scrivere la storia _sine ira et +studio_, come egli stesso dice, imparzialmente, sui documenti. A Tito +Livio questa idea, che la storia potesse o dovesse essere scritta a +mente fredda, senza ira e senza amore, non venne mai, poichè scrisse +per ingrandire Roma agli occhi della posterità, con l’entusiasmo e +l’amore, non dubitando di abbellire, o di velare, o anche addirittura +di alterare la verità, quando poteva nuocere alla reputazione del +suo idolo. Per Tito Livio la gloria di Roma non riconosce nessun +obbligo d’imparzialità nello storico, la sua grandezza sta al di +sopra del giudizio della storia. Per Tacito non più. Anche Tacito è un +tradizionalista, come Tito Livio, ligio all’ammirazione degli antichi +esempi nazionali; ma nella sua ammirazione per l’antichità ormai il +momento morale si distacca dal momento nazionale, e si impone, invece +di mescolarsi ad esso, come in Livio. Egli ammira gli antichi, non +perchè erano nel tempo stesso virtuosi e schiavi, ma solo perchè erano +virtuosi; e cercando, ma non trovando, queste virtù nei suoi tempi, non +esita a scrivere storie, che ci appaiono le più terribili accuse contro +Roma e il suo impero, tramandate a noi dall’antichità. + +Livio ingrandisce per contrasto la gloria e l’ammirazione di Roma, +con il male che è costretto a raccontare. Tacito accresce l’orrore per +l’impero di Roma anche con i rari esempi di virtù, che inserisce nel +lungo racconto dei vizi e delle colpe. Per quanto tradizionalista, +come la maggior parte dei senatori del suo tempo, Tacito presente, +senza saperlo, il Cristianesimo, e quel prevalere della morale sulla +politica, in cui starà la grande rivoluzione cristiana. È già in un +certo senso cristiana, e non è più romana, almeno al modo di Livio, +la intrepidità con cui questo senatore infama tutto un secolo di +storia dell’impero per castigare un certo numero di imperatori, da lui +giudicati malvagi. + +Ma se il giustiziere voleva scrivere la storia _sine ira et studio_, +immolando alla giustizia anche la gloria di Roma, è poi riuscito +ad essere giusto? Noi possiamo rispondere risolutamente di no. La +storia di Tacito è scritta dalla passione, non meno di quella di +Sallustio, anche più di quella di Livio. La sua passione non è, come +in Sallustio, il risentimento politico di un partito perseguitato, +ma l’odio di un’epoca contro un’altra epoca; l’odio che i suoi tempi, +dopo esser riusciti finalmente a conciliare il governo senatorio ed il +principato, sentivano contro i Giulio-Claudi, i quali intorno a questa +conciliazione si erano inutilmente affaticati per tanti anni. Tiberio +e Claudio avevano fallito più per colpa del Senato che propria, ma +la giustizia sommaria della generazione seguente serbava rancore agli +imperatori, in quanto erano un bersaglio più vistoso; e Tacito fu la +penna illustre che soddisfece, eternandoli in uno stile immortale, +con un’arte di scorci potentissima, questi odî. Egli è dunque un +giustiziere sospettoso, inquieto, implacabile, che per lo zelo di +scoprire e bollare il vizio ed il male, lo trova con certezza là dove +proprio nessuno avrebbe avuto soltanto il coraggio di sospettarlo. +Quanti esempi si potrebbero citare! + +Egli riferisce, mostrando di approvarla, la diceria che Augusto +«scelse Tiberio a suo successore, non già per amore o per zelo +della repubblica, ma per acquistarsi gloria col paragone di un +principe assai peggiore, poichè ne aveva già intuita l’arroganza e la +crudeltà»[18]. In che modo ha conosciuto Tacito questo riposto pensare +dell’imperatore? E quale altro personaggio avrebbe egli potuto indicare +a successore, associandolo nella suprema autorità? Tacito ci racconta +che non volendo Tiberio e Livia uscire in Roma dopo la morte di +Germanico «Tiberio e l’Augusta tennero Antonia (la madre di Germanico), +chiusa in casa, perchè, dato questo esempio, si vedesse che avola, +madre e zio erano tormentati da uguale dolore.»[19] Non sarebbe stato +più semplice e più umano supporre che restassero tutti e tre in casa +per dolore e per rispetto del morto? + +Quando Tacito si è messo in mente che un suo personaggio è perverso, +ogni cattivo pensiero gli è attribuito di autorità, senza che venga +chiarito bene con quali informazioni lo storico sia riuscito a +documentarsi. Così, quando egli afferma che Tiberio «Germanici mortem +inter prospera ducebat» si fonda soltanto sul presupposto, accertato +e riconosciuto, che Tiberio sia uno scellerato e che, quindi, gode +in segreto di quanto è dolore per gli altri. Quando Tiberio ebbe il +governo della repubblica «aggiunse Messala Valerio che si rinnovasse +ogni anno il giuramento di fedeltà a Tiberio, dal quale interrogato +se avesse proposto ciò per ordine suo, rispose che aveva parlato +spontaneamente e che negli affari riguardanti la repubblica egli +si sarebbe consigliato solo con la sua coscienza, anche correndo il +pericolo di dispiacere al principe»[20]. + +La domanda di Tiberio può spiegarsi come una precauzione abbastanza +semplice e come un riguardo ragionevole usato al Senato. Nè c’è +serio motivo di dubitare che la risposta di Messala fosse vera. +Ma Tacito vede subito nero e sentenzia: «Mancava soltanto questo +genere di adulazione!» Che contrasto, fra il pessimismo sarcastico, +amaro, violento di Tacito, e la serenità grave e composta di Tito +Livio! Modesto non per finta, serio e sincero, dominato da alcuni +pregiudizi che non cerca nemmeno di sradicare, Livio è corrucciato +bonariamente con i suoi tempi, e se ne tiene lontano, senza esagerare +nel suo sdegno. A furia di viver sognando con quei mitici eroi e +quei generali favolosi, egli riesce a sopportare con tanta dolcezza +il male del mondo, che non sa più immaginare un carattere doppio o +un’anima ipocrita, crede per davvero ai discorsi de’ suoi oratori, +senza mai permettersi un sorriso ironico, e ha troppa coscienza della +sua responsabilità per attribuire, senza scorta di documenti sicuri, +qualche pensiero ad un suo personaggio. Tacito invece non riesce a +immaginare una condotta lineare, e un’anima sincera; i suoi personaggi +procedono sempre per vie tortuose, spinti da passioni recondite o da +pensieri segreti, che Tacito conosce a fondo come se fosse il loro +intimo confidente. A questo modo scopre spesso doppiezze ed ambiguità +dove c’è una tranquilla franchezza. Ma egli adopra a dimostrar certe +tesi una divertentissima abilità, interpretando con sottigliezza greca +i documenti, mettendo in luce quelli che gli sono utili e nascondendo i +contradditori, tal quale un avvocato. + +È così riuscito ad imporre ai posteri le figure di Tiberio, di +Claudio, di Agrippina, per il loro straordinario risalto, ma le ha +falsificate una dopo l’altra secondo lo stesso preconcetto. Tiberio è +il tipo che incarna meglio quello strano ideale letterario, perchè, +essendo la doppiezza in persona, è ricchissimo di sfumature, di +contrasti, di dubbi, di raffinate perversità, di morbose inquietudini, +cosicchè in qualunque sua azione si possono ritrovare doppi motivi. +Con dei «si credette»... e dei «si pensò»... Tacito fa passare delle +gravi malignità. Ma se si legge attentamente il suo testo, è facile +accorgersi che Tiberio può cambiare fisionomia con facilità, poichè +tutte le azioni ambigue sono mutate in perfide e qualunque opera buona +è messa in conto all’ipocrisia. Ora, secondo Tacito, per nove anni +di seguito Tiberio sarebbe stato assiduamente ipocrita; ossia avrebbe +compiuto buone azioni, pur con ripugnanza. Per provare che queste opere +buone erano fatte ipocritamente e con ripugnanza, Tacito non ci offre +che la propria certezza, e la penetrazione con cui lesse nei pensieri +segreti del principe. In verità Tiberio, come tutte le altre figure, +è un personaggio fantastico, inventato e dipinto dall’odio, combinando +insieme molte deduzioni sottili, ingegnose, ma arbitrarie. + +Si spiega così come questo giustiziere, che vuole narrare e giudicare +sui documenti, sia così spesso irresoluto e diffidente. Talvolta gli +accade di non sapersi decidere tra due notizie contradditorie ma +ambedue serie, onde sente il dovere di citare tutte le fonti, che +si contraddicono, lasciando la scelta al lettore. Invece, quando +si imbatte in voci udite durante la giovinezza, che suonino accusa +contro i principi e che lusinghino la sua sospettosità, non resiste +mai, nonostante le sue dichiarazioni d’imparzialità, alla tentazione +di riferirle, dando loro il primo posto fra l’autorità della storia. +«Io stimo indegno della gravità di quest’opera l’andare dietro alle +favole per stuzzicare i lettori, ma non oso nemmeno sfatare ciò che è +stato divulgato e scritto»[21]. Ciò che egli non osa sfatare sono quasi +sempre certe calunnie, che giravano per Roma divulgate da anonimi in +storie scandalose, di cui il pubblico naturalmente era ghiottissimo, +tanto è vero che Tacito prega «coloro che leggeranno quest’opera +a non anteporre quelle divulgatissime ed inverosimili storielle +così avidamente ricercate, alle storie vere — «neque in miraculum +corruptis»[22]. Nè Tacito riferisce soltanto queste storielle, che +avrebbe dovuto respingere sdegnosamente; ma pure avvertendo di non dar +loro gran peso, le racconta in modo che paiono vere, cosicchè spesso è +riuscito ad accreditarle come storiche. + +Molte delle favole che si ripetono anche oggi sul conto dei +Giulio-Claudi come verità storiche, ci sono state riferite da +Tacito come dicerie dubbie, come malignità velate, come sarcasmi in +sordina, come supposizioni, raccolte perchè le ritrovava spesso sulla +bocca della gente, ed esposte con un tono pacato, che più ancora +dell’imparzialità, affetta l’indifferenza. + +Ma quale è dunque la segreta ragione di questa potenza suggestiva? +L’aver scritto una storia, i cui protagonisti sono degli uomini, e +l’aver saputo descrivere questi protagonisti con la forza drammatica +che un odio potente può suscitare in un grande scrittore di +temperamento, oggi si direbbe, romantico. + +Noi abbiamo visto che in Tito Livio il vero protagonista è il popolo, +personaggio pieno di vita, ma anonimo e collettivo, immenso e semplice. +Tutti gli altri personaggi si uguagliano in alcuni gruppi, confondendo +le loro linee personali in un’uniformità generica. Tacito invece, +sulle rovine del popolo, morto come personaggio simbolico, costruisce +gigantesche e isolate figure di uomini, con tanto ardore, che quando i +documenti si ostinano a non rivelargli l’elemento che gli ci vuole, lo +inventa. In altre parole Tacito è un poeta tragico, che ha scritto in +prosa delle storie, le quali appartengono di pieno diritto alla grande +letteratura dell’immaginazione. + + + + +V. + +SVETONIO. + + +Per capir bene la svolta a cui arriva, dopo Tacito, la storiografia, +sarà bene che ci rifacciamo un momento da capo. + +Gli annalisti arcaici, che non pensarono all’arte, intesero la storia +come uno dei loro tanti doveri civili. Poi, con Sallustio e Livio, +il fine artistico si mescola a quello morale e politico; ma siccome +nella vita dell’uomo si considerava solo la parte sociale e pubblica, +trascurando la privata e vera del tutto, anche la psicologia e la +morale si occupano di lui in quanto è cittadino romano, e perciò sono +generiche e un po’ esteriori. Ma poi a poco a poco l’uomo prevale +anche nella storiografia romana sul cittadino, ed ai tempi di Tacito +si osservano già due correnti. Una, quella impersonata da Tacito, +il quale, pur conservando la nobiltà di intendimenti, e la dignità +stilistica degli antichi, ha già una tesi particolare da dimostrare, +una verità da gridare; e per arrivare ai suoi fini, abbandonando la +tradizione della psicologia e della morale _civile_, basa la sua storia +sulla psicologia e la morale _personale_; — e ridando all’uomo come +uomo una grande importanza ne toglie molto all’uomo come cittadino. +L’altra è quella di cui egli stesso si lagna, che si può considerare +come l’estrema esagerazione della storia personale: la storia +aneddotica, scritta specialmente per divertire, e questa fa capo a +Svetonio. + +Svetonio era un uomo di mondo che leggeva molto, osservava molto, +conosceva tutte le persone intelligenti della capitale, e che, essendo +stato segretario di Adriano — l’imperatore intellettuale ed esteta — +ebbe la fortuna di poter leggere dei documenti ignoti a tutti e seppe +sfruttarli con intelligenza. La sua vita dei Cesari è l’opera più +famosa giunta a noi di questo genere nuovo. Svetonio non dispone gli +avvenimenti nell’ordine cronologico, secondo i canoni prestabiliti; +non conosce retorica, non si abbandona a concezioni politiche e +considerazioni generali, nè pretende mai di far lezione. Invece, +nella sua storia abbondano gli aneddoti, raccontati con semplicità, +senza preoccupazioni di fare effetto o di disegnare grandi quadri; i +documenti originali, specialmente le lettere, quando possono illuminare +un personaggio; le facezie e le spiritosaggini che la leggenda gli +mette in bocca e quelle inventate su di lui. Sono enumerati i monumenti +che il personaggio ha costruiti o riparati, i giochi che ha dati al +popolo; e non sono dimenticati mai nè i segni che annunziarono la sua +morte nè i connotati fisici. C’è sempre un ritratto dell’imperatore +dove dall’altezza della statua al colore degli occhi non è saltato un +particolare. Svetonio ci confida senza scrupoli che Cesare rialzava +i capelli sulla testa per nascondere la sua calvizia; che Claudio +sbavava e dondolava il capo parlando; che Domiziano, bello da giovane, +era in vecchiaia afflitto da un ventre enorme, con due gambe magre +e tremanti. La morale civica non ha più importanza rispetto a quella +privata. Anzi lo stesso scopo morale si perde, per lasciar posto alla +curiosità, all’interesse, alla novità; cosicchè Tacito è l’ultimo +grande storico classico e il primo della nuova corrente anticlassica: +altro segno a cui si riconosce l’epoca di transizione. Dopo Svetonio +tutti gli infiniti storici che fiorirono hanno seguito più o meno il +metodo svetoniano. La corruzione era penetrata nelle midolla della +storiografia, e la malattia non tardò a venire. + +Eppure, se pensiamo alle centinaia di storici dei quali ci è stato +tramandato il nome, alla scarsezza di quelli che sono giunti a noi +anche con l’opera, e alle lacune dei testi conservati, rispetto al +numero di quelli iscritti, non possiamo non essere profondamente +meravigliati. + +Perchè della storiografia, che è forse il genere letterario più +fecondo della latinità, ci sono rimasti così scarsi frammenti? Chi è +responsabile di questa immensa distruzione? + + + + +LA DISTRUZIONE + + + + +I. + +L’IMPERO ROMANO E LA SUA STORIA. + + +Fra tutti questi frammenti, le Deche di Livio che formano ancora il +frammento più lungo, ci offrono, sui 140 scritti, appena 35 libri. +Il fatto è singolare, perchè l’impero Romano, più o meno forte e +rispettato, come principio di autorità, se non come governo attivo, +continuò con un filo ininterrotto di imperatori legalmente consacrati +ed eletti, ora soltanto in Oriente o in Occidente, ora in Oriente ed +in Occidente, sino al 1806. Di solito, quando un regime continua a +vivere anche solo di nome, non si spegne la curiosità di conoscerne +le origini e di studiarne la storia: la storia appunto che, anche nei +tempi barbari, è la più spontanea espressione di una società, perchè +tutti gli uomini desiderano di tramandare ai posteri le loro opere, +e di conoscere quelle degli antenati; che è anche la più resistente, +perchè è legata dall’interesse al regime costituito in modo che storia +e regime si sostengono a vicenda. Eppure quell’immenso magazzino di +documenti e di pensiero che era la letteratura storica latina, andò +distrutto: perchè? Perchè, se alcuni vollero ancora conoscere nella +statica determinatezza delle cose passate e giudicare certi avvenimenti +memorabili, quasi nessuno più si curò a cominciare dal quarto secolo +dell’era volgare di capire quale era stata l’anima di quei secoli e +di quelle storie, e questa a poco a poco si spense nell’indifferenza +universale? + +La distruzione della storiografia antica è uno dei tanti effetti +della rivoluzione cristiana. Come avvenne, è quello che cercheremo di +chiarire. + + + + +II. + +L’AURORA DELLA MORALE UMANA. + + +La morale romana fu sempre una morale civica. L’uomo non contava e non +valeva, se non in quanto partecipava alla vita pubblica; le sue virtù +personali eran tenute in conto, soltanto se servivano alla comunità. +Anche certi vizi, quando riuscivano utili alla repubblica, venivan +senz’altro lodati come virtù. + +Il Cristianesimo, invece, sostituì alla morale civica la morale +personale, in modo che il cristiano rendeva direttamente conto delle +sue azioni a Dio, e, come cittadino del mondo, non si curava di chi +governasse il suo corpo, non preferiva questo a quel paese, uno +straniero a un compatriota. Un barbaro o uno schiavo, se buoni e +virtuosi cristiani, valevano ai suoi occhi assai più di un romano o di +un senatore, viziosi ed increduli. La giustizia e la reputazione degli +uomini lo lasciavano indifferente. Tutte le guerre spargevano il caro +sangue di uomini a lui uguali. + +E allora, veniva fatto di concludere, perchè combattere, se bisogna +amare i nemici come sè stessi, e tendere la guancia sinistra a chi ci +percuote sulla destra? + +Se tutte le virtù civiche fortificavano il regno terrestre, a che +servivano per le glorie di quello divino? Perchè ammirare il coraggio, +quando non serviva che ad uccidere e a farsi uccidere, come gladiatori, +per un padrone inutile? Perchè conquistare il mondo e imporgli le +proprie leggi, se soltanto contavano quelle di Dio, alle quali si +deve obbedire non per forza ma per amore? Perchè accumular denari +arricchendo nello stesso tempo lo Stato con la privata avarizia, +se tanto le vere ricchezze stanno nel proprio cuore o nei cieli; se +inutile è pensare al domani, poichè Dio provvederà ai nostri bisogni, +come dà cibo e vesti agli uccelli del cielo? Perchè migliorare la +propria condizione e render sicuro lo Stato, se nella sofferenza sta +la vera gioia, e nel patire l’ingiustizia altrui, si prova l’infinito +godimento di sentirsi migliore? + +Esagererebbe chi attribuisse al Cristianesimo soltanto tutto questo +capovolgimento della antica morale. Già in seno al paganesimo le grandi +filosofie universalistiche, come lo stoicismo, avevano incominciato +ad opporre la morale umana alla morale civica. Seneca era arrivato +ad affermare «homo res sacra homini» immaginando una città universale +ove tutti potessero abitare — amici e nemici, padroni e servi, patrizi +e plebei — senza distinzione di nazionalità, di classe e di diritti +politici. Nella stessa storiografia noi abbiamo veduto a Livio, per +il quale il grande cittadino è l’uomo perfetto, succedere Tacito, +che pur essendo tenacemente tradizionalista, giudica gli imperatori +ed i grandi secondo un criterio di morale personale, ossia alla +stregua della loro virtù e dei loro vizi privati. Ma nella filosofia +e nelle storie pagane la nuova morale non si contrappone all’antica: +si sovrappone a lei come una conciliazione, un perfezionamento, un +addolcimento; il cristianesimo invece tronca ogni transazione, spinge +alle ultime conseguenze il principio che importa soltanto l’adempimento +dei doveri verso Dio, dinnanzi a cui tutti gli uomini sono uguali. Ma +così facendo, il cristianesimo compiva una rivoluzione immensa, per cui +la storia di Roma, oggetto fino allora di tanta venerazione, diventava +un’orribile e incomprensibile anarchia. + + + + +III. + +S. AGOSTINO, LA REPUBBLICA E IL POPOLO ROMANO. + + +In nessuno scrittore questo rivolgimento, per ciò che si attiene alla +storia della Chiesa, appare così chiaro come in S. Agostino, il quale, +nel _De Civitate Dei_, paragonando appunto la città umana e quella +divina, il Paganesimo e il Cristianesimo, e riferendo, purificate dallo +stile ed approfondite dalla rigorosa dialettica, le opinioni di tutti +i cristiani, e forse anche di molti non cristiani, suoi contemporanei, +altera senza volerlo tutte le manifestazioni della civiltà antica +e riesce a renderle irriconoscibili, quando addirittura non le nega +appieno. + +Si vedano, come esempio, i suoi commenti a Scipione, quando, nel +_De Republica_ di Cicerone, il grande generale parla appunto della +repubblica. Scipione — osserva S. Agostino — «definisce concisamente +la repubblica come _la cosa del popolo_. Se questa definizione è vera, +la repubblica romana non esistette mai, perchè non fu mai cosa del +popolo. Scipione, infatti, afferma che il popolo è una moltitudine di +persone unite da interessi comuni e da un diritto accettato da tutti. +Spiega poi nella discussione ciò che intende per diritto, accettato da +tutti, dimostrando come senza giustizia non possa esistere repubblica, +poichè dove non c’è giustizia vera non può esserci diritto... Perciò +dove non c’è la vera giustizia non può neanche esserci una società di +uomini, riuniti dal diritto, e neanche popolo, secondo la definizione +di Cicerone e di Scipione; e se non c’è popolo non c’è nemmeno la cosa +del popolo, ma la cosa di una folla qualunque che non è degna del nome +di popolo. Ora, se la repubblica è la cosa del popolo, dove non c’è +giustizia non c’è repubblica. Infatti la giustizia è la virtù che dà ad +ognuno il suo. E si può chiamare giustizia quella che toglie l’uomo al +vero Dio e lo affida ai demoni immondi? Questo è forse dare a ciascuno +il suo?[23]. Insomma, così conclude a proposito della Repubblica, come +è descritta in Sallustio, la repubblica romana non è stata mai che +un’apparenza: «Omnino nulla erat»[24]. E se non esiste la repubblica +non esiste neppure il popolo romano, quel glorioso popolo romano, +innalzato da Livio a protagonista della sua storia, deità mitologica +soprannaturale, superiore alla censura dei singoli cittadini, i quali +sparivano in lui. Secondo S. Agostino invece, uno Stato non è che una +somma di singoli uomini, pei quali il solo problema serio è la salute +dell’anima. «Cum moltitudo constet ex singulis.... Neque enim aliunde +beata civitas, aliunde homo: cum aliud civitas non sit, quam concors +hominum multitudo»[25]. + +Così Livio o Sallustio direbbero: sono morti molti soldati, è vero; ma +Roma è riuscita a soggiogare il mondo; e che importano questi sacrifici +umani, quando è stata compita un’opera senza pari? S. Agostino ribatte: +«Una città potente e vittoriosa ha dato ai vinti, non solo le sue +leggi, ma anche la sua lingua, per la pace dell’umanità... È vero; ma +quante guerre ha dovuto scatenare per questa pace; e quanta strage di +uomini ed effusione di sangue spargere sulla terra!»[26]. + + + + +IV. + +S. AGOSTINO E LA CORRUZIONE DEI COSTUMI. + + +Anche S. Agostino parla a lungo della corruzione dei costumi romani, e +in modo che ricorda il tono di Sallustio e di Tito Livio. + +«In che tempo la passione di dominare si sarebbe spenta in quei cuori +superbi, se essa non fosse arrivata, di onore in onore, alla potenza +reale? Poichè non sarebbe stato possibile continuare a crescer di +onori, se non fosse prevalsa l’ambizione, e l’ambizione non poteva +prevalere che in un popolo corrotto dall’avidità e dal lusso. Poichè +l’avidità e il lusso di un popolo sono il frutto della prosperità; la +quale con molta prudenza Scipione Nasica stimava essere pericolosa, +quando non voleva distruggere la più grande, la più forte, la più ricca +città nemica di Roma»[27]. + +«_O mentes amentes!_ Non siete più stolti, ma ammattiti, siete, +voi che cercate i teatri, li affollate, li riempite, e fate mille +pazzie, mentre l’Oriente piange la vostra rovina, e le più grandi +città sono nel lutto e nell’afflizione per voi, sino alle estreme +lontananze del mondo!... Ebbero più forza sui vostri animi le seduzioni +degli empi demoni, che gli ammaestramenti dei saggi. Per questo non +volete imputare a voi stessi i mali che fate; e quelli che soffrite +li imputate ai cristiani. Poichè nei tempi sicuri non volete la +tranquillità dello Stato, ma l’impunità del piacere; e siete stati +depravati nella prosperità; nè avete saputo correggervi nella sfortuna. +Scipione voleva che foste atterriti dal nemico, perchè non foste vinti +dalla lussuria, e voi pure essendo abbattuti dal nemico non l’avete +repressa; avete perduto il frutto della calamità, e siete diventati i +più infelici, restando i più cattivi di tutti i mortali»[28]. + +Anche qui, come negli storici latini, si attribuisce la rovina +dell’impero alla corruzione dei costumi. E su questo punto S. Agostino +e gli storici sembrano d’accordo. Ma è facile, addentrandosi nel +pensiero dell’uno e degli altri, accorgersi che l’accordo è apparente. +La rovina dell’impero lascia S. Agostino indifferente; ciò che lo +inquieta è la corruzione dei sudditi; egli è sdegnato perchè la rovina +di Roma non ha corretto i romani, ed anche quest’ultimo ammaestramento +è rimasto inutile; ma ha l’aria di dire che, se la catastrofe generale +avesse migliorato i Romani, questa catastrofe sarebbe stata da lui +benedetta come una grazia del Signore. In certi passi, infatti, S. +Agostino sembra lodare piuttosto i tempi della decadenza che quelli +della gloria, perchè gli sembra che gli uomini siano divenuti un poco +migliori. Questo ad esempio: «Roma, fondata e accresciuta dalle fatiche +degli antenati, fu più sozza nella sua potenza che nella sua rovina, +poichè nella rovina caddero pietre e travi, ma nella corruzione dei +romani caddero i sostegni e le bellezze non dei muri ma dei costumi, +quando i loro cuori arsero di passioni più funeste delle fiamme che +bruciarono i tetti della città»[29]. + +Sallustio, invece si spaventa perchè «in Roma si cominciarono ad +onorare troppo le ricchezze, e poi la gloria e poi la potenza: e +allora cominciò a mancare ed a impigrire la virtù e si disprezzò come +vergognosa la povertà e l’innocenza. E così la gioventù romana cadde +per le ricchezze nel lusso e nell’avarizia; cominciò ad arraffare e +consumare e disprezzare le proprie cose e desiderare quelle altrui». +Ma lo storico teme, perchè tutti quei vizi enumerati sono dannosi +alla repubblica, perchè con l’ambizione e l’arrivismo i migliori +rimangono soffocati, con lo spreco si consuma il capitale romano, con +le ricchezze è importato l’ozio, con la lussuria la debolezza, con la +cupidigia lo sconvolgimento tumultuoso dell’ordine e della pace. + +Con questa opposta concezione della vita e della storia, gli stessi +avvenimenti assumono un aspetto diverso e le stesse opere sembrano +eroiche e scellerate, buone e cattive, ispirate da Dio e dal demonio. +Ecco, ad esempio, come S. Agostino giudica il ratto delle Sabine. + +«Per questa naturale tendenza alla giustizia e alla bontà, credo, si +rapirono le Sabine. Non è forse segno della massima giustizia e bontà +insidiare con la frode a teatro le figlie degli altri, per prenderle, +non col consenso dei genitori ma con la forza, e come a ciascuno +capita? Poichè se i Sabini fecero male a rifiutare le figlie domandate, +quanto peggio non fecero i Romani a rapirle? Sarebbe stato più giusto +portare la guerra a quel popolo quando rifiutò di dare le sue figlie in +matrimonio ai suoi vicini, piuttosto che quando venne a riconquistare +le donne rapite»[30]. «E vinsero i Romani per potere estorcere funesti +abbracci dalle figlie, con le mani ancora sanguinose della strage dei +padri. E le figlie non osarono piangere i padri uccisi, per timore di +offendere i mariti; e mentre quelli combattevano esse non sapevano per +chi invocare vittoria»[31]. + +Livio invece descrive in questo modo il Ratto delle Sabine. + +«La Repubblica Romana era già così forte che poteva essere uguale in +guerra a qualunque delle città vicine; ma per la mancanza di donne, +quella grandezza avrebbe solo durato l’età d’un uomo, non essendoci +speranza di prole futura in patria, nè di matrimoni coi vicini»[32]. +Perchè Roma potesse seguire la via gloriosa tracciata negli astri, +Romolo risolse, dopo il rifiuto, di violare per una volta la legge, +obbedendo quasi, come Loth, a un comando divino. E spiegò poi «che ciò +si era fatto per la superbia dei padri, che avevano negato i connubi +ai loro vicini; ma che quelle tuttavia sarebbero legittime spose nel +matrimonio e nella comunità di tutte le fortune di Roma e dei figli, +dei quali non vi è per gli uomini cosa più cara. Perciò calmassero +l’ira e concedessero gli animi a coloro ai quali la fortuna aveva dato +i corpi»[33]. + +E dopo aver vinto i Ceninensi, i Crustumini e gli Antennati che +volevano vendicare l’ingiuria, Romolo portò sopra una barella +le spoglie del duce nemico, le appese ad una quercia sacra sul +Campidoglio, e consacrò un tempio a Giove Feretrio con queste parole: + +«O Giove Feretrio, io, Romolo, re vincitore, ti offro queste armi +reali, e ti consacro il tempio che ora ho fondato in questa terra, +perchè nel tempio siano deposte le prime spoglie che i posteri, +seguendo i miei esempi, toglieranno ai re uccisi in battaglia»[34]. + +Per S. Agostino il ratto delle Sabine non è che una violazione della +morale. Per Livio è il momento sacro e solenne da cui comincia la +storia di Roma, è l’esecuzione di un ordine venuto dagli dèi, è +l’adempimento di una delle tante imprese predestinate, che dovevano +riuscire felicemente, perchè Roma diventasse la dominatrice del mondo. + +E questi due contrari punti di vista si ritrovano quando S. Agostino +parla del combattimento fra Orazi e Curiazi, e dice di Virginia +«humanior huius unius feminae, quam universi popoli Romani, mihi fuisse +videtur affectus»[35]. Egli non si lascia esaltare dagli argomenti +inebrianti degli scrittori latini. + +«A che mi si obbiettano qui il nome della gloria, il nome della +vittoria? Messi da parte gli intralci di una folle opinione, guardiamo, +pesiamo, giudichiamo a nudo i delitti. E che si dica il conflitto di +Alba come si dice l’adulterio di Troia. Non si troverà mai niente di +uguale, niente di peggio. Tullo vuol solamente «levare in armi gli +uomini impigriti, e le schiere ormai disavvezze ai trionfi». Per questo +vizio, è stato dunque perpetrato il delitto di una guerra fra alleati e +parenti!»[36]. + + + + +V. + +S. AGOSTINO, I GRANDI UOMINI E LA STORIA DI ROMA. + + +I Cristiani non potevano neppure ammettere che i grandi uomini romani +discendessero da antenati di origine divina, mentre l’inventare ed il +magnificare questa origine ultra umana appariva come uno dei compiti +fondamentali della storiografia, sin dai primi anni, quando i rozzi +cronachisti cercavano di dimostrare, con le loro prose scabrose, che il +popolo romano era il più grande dei popoli. + +Ricordate il proemio di Livio? + +«Si concede come licenza, all’antichità, che mescolando le cose umane +con le divine, faccia i principî della città più sacri e venerabili. +E quando si conceda ad alcun popolo il diritto di consacrare le +sue origini e di attribuirle agli Dei, tanta è la gloria del popolo +Romano nel fare la guerra, che se egli proclama specialmente Marte suo +genitore ed edificatore, le genti umane devono sopportare anche questo, +così serenamente come sopportano l’imperio di Roma.» + +Ma S. Agostino non sopporta «aequo animo» questa ambizione e si +scandalizza quando Varrone «pretende essere utile agli stati, che i +grandi uomini, anche se è falso, si credano discendenti degli Dei, +perchè in questo modo l’animo umano «_velut divinae stirpis fiduciam +gerens_» con più coraggio imprende grandi fatti, opera con più +veemenza, e appunto per quella sua creduta sicurezza riesce con maggior +fortuna». + +Ma c’è di più. Siccome molti, nello sconvolgimento del quarto e del +quinto secolo, facevano specialmente responsabili i principî cristiani +della disgregazione generale[37], Sant’Agostino, per dimostrare che +in verità si era sempre stati malissimo, non esita a fare un quadro +terrificante della storia di Roma, in cui si passa da un omicidio a una +strage, a una rivoluzione, a una carestia, ad una guerra disastrosa, +ad un incendio funesto. Quelli che negli storici antichi sono i grandi +secoli di Roma diventano un’età maledetta, donde il cristiano torce lo +sguardo inorridito. + +Non si capisce più come i Romani siano riusciti ad attraversare quelle +età così calamitose, senza essere tutti distrutti. Lo Stato, oggetto +per i Romani e per i grandi storiografi di una venerazione religiosa, +diventa per S. Agostino uno scandalo che fa rabbrividire i secoli. + +«Ma i cultori e gli adoratori di quei numi, dei quali amano imitare i +delitti e i vizi, non cercano affatto di rendere la repubblica meno +sozza e vergognosa. Basta che viva, dicono, basta che fiorisca per +la forza dell’armi, e per la gloria delle vittorie, oppure — e questo +è ancora meglio — che sia sicura per la pace. Che cosa c’importa del +resto? O piuttosto c’importa sopratutto che ciascuno aumenti sempre +le sue ricchezze, perchè nutrano le quotidiane larghezze, con cui i +potenti si assoggettano i più deboli; che i poveri adulino i ricchi, +per poter mangiare, e che i ricchi, perchè i poveri godano sotto il +loro patrocinio di un ozio tranquillo, abusino dei poveri, facendoli +clienti e ministri del loro lusso; che i popoli applaudiscano, non +a coloro che provvedono al loro vero bene, ma ai dispensatori di +voluttà; che non sia comandato niente di duro, e non sia proibito +niente di impuro; che le leggi impediscano piuttosto di danneggiare +le vigne di un altro che di rovinare la propria vita; che uno sia +condotto dinanzi ai giudici solo se ha attentato alle sostanze, alla +casa, o alla esistenza di un uomo; ma che per il resto ciascuno faccia +quello che voglia, dei suoi, o con chiunque si presti; che abbondino +le prostitute, per tutti quelli che vorranno goderne, ma specialmente +per quelli che non ne possono avere di private; che si costruiscano +grandiosi e ornatissimi palazzi, che i conviti seguano i conviti; e +come ciascuno può e vuole, di giorno e di notte si giochi, si beva, +si vomiti e si fornichi; che risuonino d’ogni parte le musiche delle +danze; ed echeggino per i teatri i clamori di una gioia disonesta +e si esalti il pubblico a ogni genere di crudelissime o turpissime +voluttà... Chi, domando, se non pazzo, può chiamare questo stato +l’impero romano e non la casa di Sardanapalo?»[38]. + +Questa critica demolisce ad uno ad uno, con una dialettica implacabile, +tutti i miti e i racconti leggendarî, adoprati dagli storici per +esaltare nei romani l’ammirazione delle virtù civiche. Un esempio +curioso è quello di Lucrezia, la quale, per essersi uccisa dopo il +forzato adulterio, volendo provare a tutti che non vi aveva partecipato +segretamente, simboleggia, agli occhi dei romani, la donna esemplare, +per la quale l’onore vale più della vita. S. Agostino invece non +riconosce il sacrificio di Lucrezia e ragiona a lungo, per dimostrare +che Lucrezia ha avuto torto in ogni maniera. Egli dice: se Lucrezia è +stata sempre pura di intenzioni ed ha veramente subita la violenza di +Sestio, perchè allora la celebre Lucrezia ha ucciso questa casta ed +innocente Lucrezia, e l’ha castigata ingiustamente della cattiveria +altrui? E come mai Sestio, che ha subito soltanto l’esilio, è stato +punito meno della sua vittima? Dove è allora la giustizia, se la +castità è punita più che il vizio? Ma se Lucrezia ha invece partecipato +segretamente all’adulterio e si è voluta punire della sua colpa, perchè +gli storici romani la glorificano come la più virtuosa delle donne? +Di qui non si scappa: se non è un’omicida, è un’adultera; se non è +un’adultera, è un’omicida; nè si può sciogliere questo dilemma: se è +un’adultera perchè lodarla? Se è casta perchè quella morte?[39]. Ora +S. Agostino trova la probabile ragione del suicidio di Lucrezia, ma +la biasima, invece di ammirarla come gli antichi. «Ha avuto vergogna +della violenza altrui commessa su di lei, anche se contro la sua +volontà; e romana troppo avida di gloria, ha temuto che continuando +ella a vivere si sospettasse la sua complicità nella violenza che essa +aveva in vita subita. Ella volle infliggersi la morte, per testimoniare +delle sue buone intenzioni agli occhi degli uomini, che non potevano +leggere nella sua coscienza... Non fecero così le donne cristiane, +le quali vivono, pure avendo sofferto simile violenza. Ma non hanno +vendicato su di loro i delitti altrui, e non hanno aggiunto l’omicidio +all’adulterio, e non si sono uccise, arrossendo di sè stesse, perchè i +nemici, desiderandole, le hanno stuprate. Ma per le donne cristiane la +gloria della castità è la testimonianza della loro coscienza dinnanzi a +sè e dinnanzi a Dio; e non domandano di più. Infatti anche se agiscono +rettamente non ottengono di più perchè non possono allontanarsi dalla +autorità della legge divina, malamente evitando l’offesa dell’umano +sospetto»[40]. + +Ma S. Agostino appare più radicalmente sovvertitore, quando dà col +piccone proprio sulla pietra angolare di tutta la creazione pagana +della storia: la ragione della grandezza di Roma. Perchè Roma aveva +potuto fondare quel vastissimo e fortissimo impero? Rispondeva la +coscienza pagana: perchè così avevano voluto gli Dei, che avevano +protetto i Romani, in considerazione delle loro virtù religiose e +civiche. La storia di Livio è così viva, perchè è tutta animata da +questa persuasione. Ma S. Agostino entra nell’Olimpo, dove avrebbero +dovuto risiedere gli autori soprannaturali della grandezza di Roma, e +ne fa una strage. Egli incomincia a domandare: quali sono gli Dei che +hanno prodotto la grandezza di Roma? + +Certo, risponde, i Romani non oseranno attribuire anche la più piccola +particella di un’opera così gloriosa e così grande «alla Dea Cloacina +o alla Dea Volupia, che così è chiamata dalla voluttà, o a Lubentina +dalla libidine, o a Vaticano, che presiede ai vagiti dei bambini; o a +Cunina che veglia sulle loro cune»[41]. + +E qui si domanda perchè i Romani abbiano inventato un tale numero di +Dei, ciascuno con le sue funzioni particolari e con la proibizione di +invadere il campo degli altri. «Non è bastato — egli osserva — affidare +a un solo Dio la cura delle campagne, ma si son dati la pianura ed +i campi alla Dea Rusina, i gioghi dei monti al Dio Jugatino, i colli +alla Dea Collatina e le valli a Vallonia. E non hanno neanche trovato +una Dea abbastanza vigilante per poter affidare a lei sola le difese +delle messi. Ma alla semenza del grano, quando è ancora sotto terra, +hanno preposto la Dea Seja, ed al grano quando spiga la Dea Segezia, ed +al grano raccolto e riparato, perchè lo difendesse, la Dea Tutilina. +Perchè non parve loro che Segezia bastasse, dagli erbosi inizi alle +aride reste?»[42]. + +Nota poi come la stessa pianta di grano è affidata alle cure di +Proserpina, del Dio Nodato, della Dea Volutina, delle Dee Patelana, +Ostilina, Flora, del Dio Lacturno, della Dea Matuta e della Dea +Runcina, quando, finalmente, è tagliata. Ora, dice S. Agostino, a chi +si deve attribuire la grandezza dell’impero romano, se Roma è stata +difesa e sostenuta da una quantità di piccoli Dei talmente attaccati a +un ufficio particolare, che sarebbe stato molto imprudente affidar loro +un compito di ordine generale? + +Allora — egli nota, passando agli Dei maggiori — supponiamo che il +merito dell’impero risalga a Giove. «Jovis omnia plena» dicono i +latini; ma come mai allora è assegnata l’aria inferiore a Giunone +e l’etere a Giove? Tutto non è dunque pieno di Giove? Oppure essi +riempiono l’aria e l’etere, e stanno insieme in ciascuno dei due +elementi? Ma allora perchè dare l’aria a Giunone e l’etere a Giove? +E dopo aver dimostrato negli altri grandi Dei tutti i garbugli, che +nascono da queste prime definizioni contradittorie, egli si chiede: +«Ma se invece, come dicono i filosofi, non ci fosse che un Dio solo, il +quale si impersona nei diversi Dei secondo le necessità ed i momenti? +O allora non sarebbe stato più semplice e prudente adorare un solo Dio? +Che parte di lui si disprezzerebbe, venerando Giove stesso?» + +E se si teme che si possano adirare quelle parti del Dio che non sono +venerate, o sono dimenticate, non è più vero che egli sia l’anima del +mondo, lo spirito di tutti gli Dei, la vita universale, ma ogni parte +di lui ha la sua vita propria, indipendente dalle altre; perchè se no +sarebbe assurdo che una parte del Dio fosse offesa, quando, adorando il +Dio che le comprende tutte, ogni parte è anche adorata. + +Perchè invece, venerando e deificando, per esempio, alcune delle +stelle, non si teme che tutte le infinite stelle non adorate si +vendichino di questa oltraggiosa dimenticanza? In tutto l’universo gli +Dei non venerati ed offesi sono innumerabili, e quindi più numerosi +degli Dei venerati. + +«E prima di tutto mi domando, continua S. Agostino, perchè anche +l’Impero non è posto tra gli Dei? E perchè no, se la vittoria è una +Dea? E che bisogno c’è più di Giove, se la Vittoria favorisce e vola +sempre a quelli che vuole far vincere? Con questa Dea propizia, anche +se Giove sta con le mani in mano, o ha da fare altrove, quanti popoli +non si possono conquistare?»[43]. + +E così, sempre impostando la vita e la morale romana su quella degli +Dei, egli prova che tutti gli Dei sono dei burattini, o dei mascalzoni, +o dei pazzi, o degli imbecilli. Ma ciò che più urta la sua coscienza di +cristiano è l’impassibilità con cui gli Dei contemplano la corruzione +dei romani, senza cercare di migliorarli. + +«Perchè la repubblica non perisse, i suoi Dei custodi avrebbero dovuto +dare dei precetti, specialmente sulla vita e sui costumi, a quel popolo +che li venerava, e da cui erano venerati con tanti templi, sacerdoti, +sacrifici, con tante diverse funzioni sacre, con tante solennità +festive e celebrazioni di giorni. Mentre invece i demoni pensavano +solo al loro interesse, non curando come i Romani vivessero, cercando +anzi che vivessero malamente, purchè, sottomessi dal timore, li +onorassero[44]. + +«E dove era tuttavia quella turba di numi, quando, molto prima che gli +antichi costumi si corrompessero, Roma fu presa e bruciata dai Galli? +Forse i numi presenti dormivano? Allora tutta l’Urbe fu occupata dal +nemico, e rimaneva solo il colle capitolino; ed anche quello sarebbe +stato preso, se le oche, mentre gli Dei dormivano, non avessero +vigilato...»[45]. + +Ma gli Dei, oltre ad essere dormiglioni e vili sono anche cattivi, +perchè cercano di aizzare invece che di raffrenare le passioni degli +uomini. «Quei numi che hanno aiutato Mario, uomo nuovo e non nobile, +responsabile delle più sanguinose guerre civili, a diventare console +sette volte e a morire vecchio, durante il settimo consolato, in modo +che non cadesse nelle mani di Silla, futuro vincitore, perchè non lo +hanno aiutato a non commettere tanta mole di delitti?»[46]. + +«E quando Silla, i cui tempi furono così crudeli che si rimpiangevano +quelli di cui volle essere il vendicatore, mosse il campo verso +l’urbe contro Mario, le viscere delle vittime furono tanto favorevoli, +secondo Livio, che Postumio aruspice si dichiarò pronto a subire la +pena capitale, se Silla coll’aiuto degli Dei non avesse compiuto tutto +quanto aveva in animo. Dunque gli Dei non avevano abbandonati i templi +e le are, poichè predicevano gli eventi delle cose, senza darsi la pena +di render Silla migliore!»[47]. + +«Ma se mi rispondono che gli Dei non li aiutarono, faccio notare esser +molto grave che essi confessino poter gli uomini godere, anche senza +gli Dei favorevoli, di quella felicità temporale preferita fra tutte; +e che gli uomini possano anche, come Mario, fruire della salute, della +forza, della potenza, degli onori, della dignità e della longevità +tutte insieme, contro il volere degli Dei; e che possano, come Regolo, +morire poveri e schiavi, tormentati dalle veglie e dalle torture con +la protezione degli Dei. E se i Romani ammettono questo, sono anche +costretti a confessare che gli Dei non servono a niente e che è inutile +venerarli»[48]. + +Così, a poco a poco, dopo avere numerato tutti i vizi e le ridicolezze +dei numi, come un buon avvocato che vuole screditare i testimoni +della parte avversa, S. Agostino conclude affermando che gli Dei +sono inutili, e che non hanno partecipato all’ingrandimento e alla +fondazione dell’Impero. La discussione è chiusa con un dilemma +insolvibile, a proposito della grandezza e della decadenza degli +imperi. + +«Insomma, o gli Dei sono infedeli, abbandonano i loro amici e passano +al nemico — ciò che non fece Camillo, il quale era solo un uomo, +quando, essendo stato pagato da Roma con ingratitudine per avere +espugnate le città ostili più pericolose, memore della patria, +dimenticò l’ingiuria e salvò Roma una seconda volta. O questi Dei +non sono così potenti come dovrebbero essere, poichè possono esser +vinti dall’ingegno o dalla forza degli uomini. O gli Dei non sono +vinti dagli uomini, ma battagliando fra loro sono vinti da altri Dei, +che proteggono altre città: hanno dunque anche loro delle inimicizie +reciproche, o le sollevano ciascuno per il proprio partito»[49]. + + + + +VI. + +LA FORTUNA DI ROMA E CRISTO. + + +Ma allora da che cosa è nata, se non è nata dalla protezione degli Dei, +la grandezza romana? Dal caso, dalla fatalità, o dal destino? No[50]. +Siamo così arrivati, con tutte le preparazioni necessarie, sulle soglie +della conclusione cristiana. S. Agostino ci rivela subito il fine di +quel tormentoso sillogizzare: + +«Vediamo ora per quali virtù dei Romani, e per quale scopo si degnò di +aiutare l’impero ad ingrandirsi il vero Dio, nella cui potestà sono +anche i regni della terra. Appunto per potere discutere _absolutius_ +della questione, abbiamo dimostrato nel libro precedente come, per +questo ingrandimento, non abbiano contato nulla quegli Dei venerati con +cerimonie così ridicole, e, al principio di questo libro, come fosse +da eliminarsi la versione del fato, perchè qualcuno, stufo del culto +degli Dei, non attribuisse la grandezza e la difesa dell’Impero romano +a non so quale fato piuttosto che alle potentissime volontà del Sommo +Dio.»[51]. + +L’Impero romano è stato fondato ed ingrandito da Dio, perchè unificando +il mondo sotto uguali leggi ed in un’unica lingua, preparasse la venuta +di Cristo e rendesse possibile l’espansione della nuova religione. +«La città di Roma fu fondata come un’altra Babilonia e come la figlia +della prima, per mezzo della quale piacque a Dio domare l’universo e +pacificarlo in lungo ed in largo con la comunanza del governo e delle +leggi. Poichè c’erano allora dei popoli forti ed agguerriti che non +cedevano facilmente e che non si potevano vincere se non con gravi +pericoli, grandi devastazioni reciproche e orribile travaglio»[52]. + +Questa è la dottrina cristiana dell’impero e della sua storia. Senonchè +è facile intendere che questa dottrina spogliava Roma di tutta la +gloria, di cui l’antica storiografia l’aveva illuminata. Roma non ha +virtù, ma vizi, non enumera glorie, ma orrori: ha vinto nonostante +questi orrori e questi vizi, per volere di Dio, per combattere vizi ed +orrori più grandi. Essa è insomma il minor male dei tempi che furono +prima della redenzione; e il cristianesimo le deve, non ammirazione, +ma intelligente compatimento. Così S. Agostino considerò quelle virtù +civiche, per glorificar le quali Livio aveva scritto il suo immenso +poema, come vizi: primo di tutti l’amor della gloria, il pilone +centrale della grandezza romana. «E questo impero potentissimo, col +quale voleva castigare i gravi peccati di molti popoli, Dio lo affidò +a questi uomini, i quali, per amore di onori e di lode, misero nella +gloria della patria la propria gloria e non esitarono ad anteporre +la salvezza della patria alla loro salvezza, vincendo il desiderio di +denaro e molti altri vizi con un solo vizio: l’amor della gloria»[53]. +«Poichè chi è saggio capisce subito che l’amor della gloria è un +vizio». Vizio tanto maggiore perchè i Romani «non solo non gli +resistevano, ma cercavano anzi di eccitarlo, pensando che sarebbe +stato utile alla repubblica»[54]. Infatti «senza dubbio è meglio +resistere a questa passione che cedere»[55]. Invece «quella gloria, per +amore della quale ardevano, non è altro che la buona opinione degli +uomini sopra un uomo. È dunque migliore la virtù che non si contenta +della testimonianza degli uomini, ma esige quella della coscienza. +Dice infatti l’apostolo: «Nam gloria nostra haec est, testimonium +conscientiae nostrae»[56]. + +Perciò il sentimento vero che S. Agostino prova per i Romani delle +grandi epoche, tanto ammirate da Sallustio, da Livio e da Tacito, +è una specie di compassione, come per i disgraziati condannati a +compiere un’opera necessaria ma orrenda, quasi si direbbe per i +carnefici della storia. «Essi amarono la gloria ardentissimamente, per +la gloria vollero vivere, e per la gloria non esitarono a morire... +Stimando vergognoso che la propria patria fosse schiava, e glorioso che +dominasse e comandasse, con ogni sforzo vollero prima farla libera e +poi sovrana». «E così era fra le aspirazioni degli uomini illustri per +coraggio, che Bellona, agitando la sua frusta sanguinante, eccitasse +i miseri popoli alla guerra, perchè vi potesse risplendere il loro +valore... E prima per il desiderio di libertà, poi per quello di +dominio e di gloria compirono grandi imprese»[57]. + +Nè è più benigno per l’altra passione figlia dell’amore della gloria: +l’ambizione di dominare, regina delle virtù romane, quella che creò +e difese l’impero. S. Agostino, infatti, condanna questa qualità +del popolo romano, accusandolo di essere dominato dalla libidine di +dominare, («ipsa ei dominandi libido dominatur»). E non cessa mai in +tutta l’opera, ogni volta che l’occasione gli si offre, di scapitozzare +questa colonna della civiltà romana, sentendo bene che l’ambizione, +essendo fra tutte le virtù antiche, la più civile e la meno personale, +contradiceva più aspramente che ogni altra tutta la morale cristiana. + +«Chi potrebbe dire, egli scrive, quante calamità ha suscitato pel +genere umano questa passione di dominio? Vinta da questa passione, Roma +godeva di aver soggiogata Alba, ed accettava sotto il nome di gloria +la lode del suo misfatto. Perchè, è detto nella Sacra Scrittura, il +peccatore è lodato per i suoi cattivi desideri, ed è benedetto chi +commette l’iniquità. Ma togliamo quel belletto fallace, e questi falsi +colori, per esaminare sinceramente le cose come stanno. Non mi vengano +a dire: il tale è grande perchè ha combattuto con questo e quest’altro +ed ha vinto. Combatte il gladiatore, e la sua crudeltà ha un salario +di lode. Ma per me è meglio essere disprezzato come un vigliacco, che +acquistar la gloria di simile coraggio»[58]. + +Roma, certo, non avrebbe avuto bisogno di guerreggiare così lungamente, +se tutti gli uomini fossero stati d’accordo con S. Agostino, quando +osservava, che per il mondo era meglio assoggettarsi senza guerre +all’impero Romano: «tanto, dice, per la nostra vita mortale, +così breve, che importa all’uomo morituro vivere sotto questo o +quell’impero, se non è obbligato da quelli che comandano ad azioni +empie od inique?»[59]. Ma ha quasi l’aria di dire che i romani hanno +rifiutato questo semplice e profittevole mezzo di conquista — la buona +volontà dei conquistati — «perchè sarebbe mancato loro la gloria del +trionfo!». + +È facile intendere come con questa dottrina della vita, tutta la +storiografia antica, anche quella di Sallustio e di Livio, non avesse +più nessun senso o interesse. Che importavano tutte quelle guerre, +quelle vittorie, quelle lotte civili, se Dio non c’entrava per nulla, +poichè badava solo al risultato, e cioè all’unità dell’impero, come +quella che doveva essere la gigantesca culla del redentore? A che +serviva ormai la dottrina della corruzione, se le virtù civiche, +che Sallustio e Livio opponevano alla corruzione, erano anche esse +corruzione e male? E neppure la storia di Tacito, con quella sua +sollecitudine della morale personale, poteva attrarre il pensiero +cristiano. Dinnanzi a S. Agostino, il quale trova giusto che i buoni +ed i cattivi godano e soffrano ugualmente, perchè secondo la dottrina +cristiana saranno puniti e premiati con equità nella vita oltre +mondana, come grossolana doveva sembrare la giustizia di Tacito, il +quale aveva scritto per punire col suo stilo di storico i cattivi +ingiustamente felici sulla terra, senza neppure sospettare, che secondo +la dottrina cristiana i buoni e i cattivi reagiscono diversamente alle +disgrazie e alle fortune. Infatti come «sotto lo stesso fuoco l’oro +scintilla e la paglia fumiga... e l’olio e la morchia non si mescolano, +quando sono espulse dallo stesso peso del frantoio, così una uguale +disgrazia, se piomba sui buoni li prova, li purifica e li fa splendere, +sui cattivi li tormenta, li rovina e li stermina!»[60]. + +Tutti i sentimenti, tutte le istituzioni, tutte le credenze romane sono +a poco a poco trasformate ed alterate. La saggezza diventa follia, il +bene diventa il male, quello che era citato ad esempio è ricordato come +un obbrobrio oltrepassato per la felicità degli uomini. + +Così la morte, che era stata stimata il peggiore dei mali, fuori che +quando era affrontata per la difesa della patria, diventa una mèta, il +momento desiderabile per l’acquisto della beatitudine perfetta[61]. +Viceversa il suicidio, considerato sempre un atto di coraggio, si +giudica ora una viltà ed una follia[62], oltrechè un peccato mortale. +La sepoltura, cerimonia consacrata religiosamente, come la più +importante e la più sacra di tutte le funzioni, perchè era legata alla +vita ultramondana del morto, ora non è più che una dimostrazione di +amore, rispetto al defunto, ed un dovere igienico rispetto ai rimasti. +L’Anima, tanto, è superiore ed indifferente al destino del suo corpo e +al lusso della sua tomba[63]. + +La storiografia antica è stata vittima di questo immenso rivolgimento +dello spirito del mondo. A poco a poco, a mano a mano che i secoli +passavano, l’indifferenza, l’incomprensione e l’ignoranza stesero +un immenso mantellone di feltro sul passato e la storia ritornò allo +stadio primitivo di molti secoli innanzi. A Carlo Magno, che si faceva +leggere e rileggere il _De Civitate Dei_, le opere di Sallustio, di +Tito Livio e di Tacito non potevano insegnare più nulla, dovevano anzi +riuscire quasi incomprensibili. Importava tutt’al più il ricordo dei +nudi fatti della storia di Roma, come l’aveva conservato nei primi +secoli la annalistica. Le grandi opere di storia sono distrutte; anche +dei grandissimi — di Sallustio, di Livio, di Tacito — solo pochi +brandelli si salvano; si moltiplicano invece le piccole epitomi. E +così quella grande luce intellettuale dell’antichità si ridusse a +una piccola fiammella morente, finchè un rivolgimento del pensiero +umano non la fece divampare di nuovo. È quella che si può chiamare la +risurrezione della storiografia antica. + + + + +LA RINASCITA + + + + +I. + +LA STORIA E L’ANTICHITÀ NELLA MENTE DEL MACHIAVELLI. + + +Niccolò Machiavelli, dopo il ritorno dei Medici a Firenze, nel 1513, +si era ritirato in villa senza impiego politico, e si consolava della +sua triste vita, partita fra l’osteria e i lavori dei campi, studiando +Tito Livio. Ma ogni tanto faceva una scappata a Firenze, dove trovava +un cenacolo di fedeli ammiratori del Savonarola, amici suoi sin dal +tempo della repubblica, che si radunavano negli Orti Oricellari, e con +essi leggeva commovendosi a quella rievocazione di glorie repubblicane, +le storie di Tito Livio. In questo gruppo il Machiavelli cominciò a +commentare in modo nuovo le decadi ed entrò «in quella via» che non era +«stata per ancora da alcuno pesta». + +Perchè, si domanda il Machiavelli, gli uomini ricorrono agli antichi +per tutte le arti e per tutte le scienze, e non li studiano quando +si tratta di politica? Perchè non si ristudiano con intelligenza le +storie? In verità, essi non sanno «trarne, leggendole, quel senso, nè +gustare di loro quel sapore che le hanno in sè»[64]. + +Siccome gli uomini «nacquero, vissero e morirono sempre con un +medesimo ordine»[65] «gli è facil cosa a chi esamina con diligenza +le cose passate, prevedere in ogni repubblica le future, e farvi quei +rimedi che dagli antichi sono stati usati»[66]. Perciò «ho giudicato +necessario scrivere sopra tutti quelli libri di Tito Livio, che dalla +malignità dei tempi non ci sono stati interrotti, quello che io, +secondo le antiche e moderne cose, giudicherò essere necessario per +maggiore intelligenza di essi»[67]. + +L’antichità in generale, ed in essa sopratutto Tito Livio, sono adunque +assunti a maestri della politica contemporanea, mentre la politica +contemporanea è adoperata per illuminare nei suoi punti oscuri la +storia dell’antichità. Il metodo era doppio ed era nuovo; e diede +risultati singolari, che dobbiamo studiare, perchè con il Machiavelli +la storia antica rinasce dal suo sepolcro e ridiventa una viva forza +spirituale della civiltà moderna. + +Gli amici degli Orti Oricellari che primi lo conobbero, sembrano aver +più ammirato che non capito questo metodo, poichè i commenti liviani +del Machiavelli esaltavano in loro soltanto il fervore repubblicano, +e, come se fossero stati scritti e detti solo per insegnar l’arte +di fondare, ordinare e reggere una repubblica nei tempi moderni, +riempivano quegli spiriti ardimentosi, ma angusti, di invidia e +nostalgia per la fortunata sorella di Roma; li accendevano forse +anche incitandoli a restaurare uno stato repubblicano nella Firenze +medicea (così forse due uditori degli Oricellari, Zanobi Buondelmonti +e Cosimo Rucellai, gettandosi in una disgraziata congiura contro i +Medici, pensarono di avere tradotto in pratica gli insegnamenti di +Niccolò Machiavelli). Ma a torto, perchè il metodo del maestro non +era monopolio della politica repubblicana. L’antichità era vasta, +gli storici numerosi, le Deche stesse oceaniche e multiformi. Nel +mondo classico era lecito studiare con uguale profitto le istituzioni +tiranniche e le istituzioni monarchiche. E il Machiavelli voleva +studiare repubbliche e monarchie, tanto che ritornando da Firenze, +dove aveva commentato Livio negli Orti Oricellari, alla sua campagna, +a quell’Albergaccio di cui parla nelle sue lettere, scriveva il +_Principe_, ossia un trattato sull’arte di fondare e reggere una +monarchia, attingendo anche per questo agli esempi dell’antichità. +«Deve il Principe leggere le istorie ed in quelle considerare le +azioni degli uomini eccellenti, vedere come si sono governati nelle +guerre»[68]. + +Non tutti gli storici e non sempre i posteri hanno capito la vera +natura di questo eclettismo politico del Machiavelli. Si ripete spesso +che nei _Discorsi_ il Machiavelli condensò la sua dottrina sul governo +delle republiche, e nel _Principe_ quella sul governo dei principati +tirannici, esaltandoli ambedue come i regimi ideali. E poichè le +due opere furono scritte press’a poco nel tempo stesso, questa +contemporaneità gli è stata imputata come atto di mala fede, quasi che +scrivendo il _Principe_, egli avesse rinnegato o tradito i _Discorsi_, +e viceversa. Ma, innanzi tutto, l’opposizione delle due opere è +arbitraria, perchè non è lecito assegnare la teoria della repubblica ai +_Discorsi_ e quella della tirannia al _Principe_, con quel taglio netto +che è d’uso: tra _Il Principe_ e i _Discorsi_ c’è tanta continuità +e coerenza di pensiero, che son quasi un’opera sola. E tu non senti +nessun distacco passando dal primo al secondo. + +Fin dalle prime pagine dei _Discorsi_, il Machiavelli dichiara che +Repubblica o Tirannia fa lo stesso. Imbevuti delle dottrine politiche +del secolo XIX, noi non possiamo più capire questa indifferenza a +scegliere due forme di governo, di cui l’una, secondo noi, deve essere +il male, se l’altra è il bene. Ma il Machiavelli, vivendo quattro +secoli fa, pensava che tutti gli ordinamenti statali hanno dei difetti +e delle qualità. Nella sua teoria della trasformazione dei governi[69], +che anticipa quella di Vico, non si fa illusione sulla bontà di nessun +ordinamento. Crede però che certe situazioni richiedono questo o quel +governo, come più conveniente e adattabile. Esamina così le condizioni +degli Stati e i momenti storici in cui possono fondarsi e reggersi +delle repubbliche o delle tirannie, e avverte «che colui che vuol +fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non la può fare se +prima non gli spegne tutti»[70]. E se vuol fare un Principato «dove è +assai egualità» trova altri ostacoli invincibili. Cosicchè conclude: +«costituisca, adunque una repubblica, colui dove è o s’è fatta una +grande equalità; altrimenti farà una cosa senza proporzione e poco +durabile»[71]. Poco dopo scrive un lungo capitolo sulle congiure +«acciocchè i principi imparino a guardarsi da questi pericoli, e che i +privati più timidamente vi si mettino, anzi imparino ad essere contenti +a vivere sotto quell’impero che dalla sorte è stato loro preposto»[72]. +E cita questa sentenza di Tacito: «gli uomini debbono desiderare i +buoni principi e comunque siano fatti tollerarli». + +Chi direbbe che questi pensieri sono stralciati dai _Discorsi_ sulla +prima Deca, le cui primizie furono riservate agli ultimi discepoli di +Savonarola, e che passa per un libro repubblicano? E come attribuire +a un teorico della repubblica quella poca stima delle masse che il +Machiavelli esprimeva a Francesco Guicciardini scrivendogli «voi sapete +e sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo, che i popoli sono +vari e sciocchi»?[73]. O quella dottrina svolta pure nei _Discorsi_, +per cui, se si vuol ricorreggere una repubblica, che non regga +più per la corruzione morale e politica, «è necessario venire allo +istraordinario, come è alla violenza ed all’armi, e diventare innanzi +ad ogni cosa, principe di quella città, e poterne disporre a suo +modo»[74]. + +Il Principato è dunque necessario e quindi legittimo quanto la +repubblica. Non c’è nel Machiavelli parzialità per l’uno o per l’altra, +o contemporanea glorificazione di tutti e due. Benchè la divisione non +sia netta, nei _Discorsi_ si può trovare la teoria della repubblica, +perchè il protagonista è il popolo, nel _Principe_ la teoria del +principato, perchè si parla specialmente dei principi. Infatti +incomincia dicendo: «Io lascerò dietro il ragionare delle repubbliche, +perchè altra volta ne ragionai a lungo»[75], alludendo senza dubbio +ai _Discorsi_. Ma questa è la divisione teorica di due diversi +ordinamenti, non il cozzo di due dottrine contrarie. + + + + +II. + +LA RAZIONALIZZAZIONE DELLA POLITICA. + + +Ammesso che tutte le forme di governo _possano essere_ legittime, il +Machiavelli non poteva non affrontare la questione: come si debbano +nella realtà distinguere i governi legittimi dagli illegittimi. Lo +studio degli antichi, massime quello di Tito Livio, lo conduce a +stabilire la nozione di una legittimità di fatto. Il governo legittimo +è quello buono, il quale sa compiere bene l’ufficio suo: «tanto è +difficile e pericoloso, egli scrive senza reticenze, voler far libero +un popolo che voglia viver servo, quanto è far servo un popolo che +voglia viver libero». «Gli uomini nell’operare debbono considerare le +qualità dei tempi e procedere secondo quelli». Il governo migliore è +quello che indovina con più fortuna quali sono i mezzi necessari per +mantenere l’ordine, aumentare la potenza e la prosperità. E chi ci +riesce ha il plauso, qualunque esso sia, nuovo o antico, monarchico +o democratico, aristocratico o religioso, militare o plutocratico. +Senonchè, si potrebbe da questo argomentare che il Machiavelli +disprezza come superflua la legittimità formale e legale dei governi, +per non ammettere che la legittimità del merito; ma si è invece un po’ +sorpresi, in principio, trovando vicino a delle teorie così ardite, +una preoccupazione incessante anche della legittimazione formale[76]. +Egli sa che un vecchio governo, i cui titoli non siano discussi, è +più solido di un governo fondato dalla forza, anche se ha meno denari +e meno soldati. Egli sa che «nel principato nuovo consistono le +difficoltà»[77] e osserva che «il Principe naturale ha minori cagioni +e minori necessità di offendere»[78]. Ma questa preoccupazione della +legittimità c’è solo perchè la legittimità è una forza di persuasione +che serve più di molti cannoni come elemento di stabilità e di +potenza. Insomma, passando attraverso Livio e gli scrittori antichi, il +Machiavelli arriva quasi di colpo alla razionalizzazione totale della +politica. + +Risorgendo dal suo sepolcro, la storia antica rivela dopo tanti secoli +agli uomini la dottrina dello Stato razionale ed umano. Che rivoluzione +fosse questa è facile immaginare. Era la fine del Medioevo. Lo Stato +non è più un pupillo del Pontefice chiamato ad attuare la legge di +Dio sulla terra, secondo la dottrina di S. Agostino; è una creazione +umana inventata dalla ragione per servire e sfruttare le passioni e gli +interessi degli uomini a fini di grandezza e di potenza. + +Nel medioevo la Chiesa governava il mondo, e l’impero, se voleva +essere riconosciuto dal popolo, doveva chiedere la benevolenza di Dio. +Nelle dottrine del Machiavelli, lo Stato si serve della religione per +governare con più forza. La religione — dice il Machiavelli — è «cosa +al tutto necessaria a voler mantenere una civiltà»[79]. E aggiunge +ancora «come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza +delle repubbliche, così il dispregio di quella è cagione della rovina +di esse. Perchè, dove manca il timore di Dio, conviene che o quel regno +rovini, o che sia sostenuto dal timore del Principe che supplisca ai +difetti della religione»[80]. E si duole, lui Machiavelli in odor di +ateismo e a cui doveva toccar più tardi di esser arso in effige sulle +piazze, che l’Italia rovini, perchè la religione è soffocata dalla +Chiesa. «La quale religione, se nei principî della repubblica cristiana +si fosse mantenuta, secondo che dal datore di essa ne fu ordinata, +sarebbero gli stati e le repubbliche cristiane più unite, e più felici +assai che elle non sono. Nè si può fare altra maggiore congettura +della declinazione di essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono +più propinqui alla Chiesa Romana, capo della religione nostra, hanno +meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi, e vedesse l’uso +presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser propinquo, +senza dubbio, o la rovina, o il flagello»[81]. + + + + +III. + +LO STATO SUPERIORE ALLA MORALE. + + +Lo Stato dunque ha una base razionale e sfrutta razionalmente, il +misticismo per dominare. Ma da questo concetto puramente umano del +governo, il Machiavelli giunge ad una conclusione che in Livio non +c’era neppure come germe, alla conclusione che _tutto_ è lecito pel +bene dello Stato, perchè non c’è nessuna legge al disopra di lui, tanto +che il suo interesse stesso diventa la legge. + +Il celebre Valentino, divenuto come un simbolo, è per il Machiavelli +il modello di Principe che bisogna imitare. «Chi giudica necessario +nel suo Principato nuovo assicurarsi degli inimici, guadagnarsi amici, +vincere o per forza o per fraude»[82] faccia come il Borgia. Non +bisogna dimenticare che gli uomini e le cose sono come sono e non come +dovrebbero essere: gli uomini malvagi e sciocchi, le cose difficili. +«M’è parso più conveniente andar dietro alla verità effettuale della +cosa che all’immaginazione di essa; e molti si sono immaginati +repubbliche e principati che non si sono mai visti e conosciuti +essere in vero, perchè egli è tanto discosto da come si vive a come si +doverria vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che +si doverria fare, impara piuttosto la rovina che la preservazione sua, +perchè un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, +conviene che rovini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario +ad un principe, volendosi mantenere, imparare a poter essere non buono +ed usarlo secondo la necessità»[83]. La morale si biforca di nuovo +come negli antichi: la civile è altra dalla personale. Se il principe +ha dei vizi privati, pazienza. Fuggire assolutamente deve «l’infamia +di quelli vizi che gli torrebbono lo Stato»[84]; e con questo ha la +coscienza tranquilla. Egli è costretto a fare ciò che la politica +comanda: «non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, +necessitato»[85]. Perchè «nelle azioni di tutti gli uomini e massime +de’ Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine... +I mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e da ciascuno lodati»[86]. + +La famosa frase è detta; ma una resipiscenza strana fa esitare per un +attimo l’ardito scrittore. A proposito di Agatocle siracusano, giunto +al principato della sua città per mezzo di inaudite efferatezze e di +ignobili tradimenti, il Machiavelli scrive: «Non si può chiamare ancora +virtù ammazzare li suoi cittadini, tradir li amici, essere senza fede, +senza pietà, senza religione; li quali modi possono fare acquistare +imperio, ma non gloria. Perchè se si considerasse la virtù di Agatocle +nell’entrare e nell’uscire dei pericoli e la grandezza dell’animo suo +nel superare e sopportare le cose avverse, non si vede perchè egli +abbia a esser tenuto inferiore a qualsiasi eccellentissimo capitano. +Nondimanco la sua efferata crudeltà ed inumanità, con infinite +scelleratezze, non consentono che sia tra li eccellentissimi uomini +celebrato»[87]. + +Il fine non giustifica dunque tutti i mezzi? + +Che vuol dire questa improvvisa limitazione? + +Fu probabilmente un grido strappato alla coscienza morale del +Machiavelli, subito zittito dalla sua infatuazione politica. Infatti, +poco dopo, cercò questi limiti pretesi dalla sua morale. Ma chi scende +un pendio così scosceso non si può fermare. Non trovando i limiti nella +morale, si rivolse alla vita pratica, come se questa potesse offrire +una misura di se stessa. E s’accorse che le crudeltà si dividono in +due categorie: le crudeltà bene usate e le crudeltà male usate. «Bene +usate si possono chiamare quelle (se del male è lecito dir bene) che +si fanno una sol volta per necessità dell’assicurarsi e di poi non vi +si insiste dentro, ma si convertiscono in più utilità dei sudditi che +si può; le male usate sono quelle, quali, ancora che da principio siano +poche, crescono piuttosto col tempo che le si spenghino»[88] cosicchè, +l’occupatore di uno Stato «deve discorrere e far tutte le crudeltà in +un tratto per non avere a ritornarvi ogni dì»[89]. + +Per dirla più chiaramente: ben usate sono le crudeltà che riescono, mal +usate quelle che esasperano senza risultati. + +Quale è, dunque, in politica, il criterio del bene e del male? +L’abilità e il successo. Ci pare che la famosa frase «il fine +giustifica i mezzi», con cui si esprime la politica machiavellica, +possa essere sostituita da quest’altra «il successo giustifica i +mezzi». Chi vince ha ragione. Questo hegelianismo precoce giustifica +tutte le frodi. «Non può, pertanto, un signor prudente nè debbe +osservar la fede quando tale osservanza gli torni contro, e che sono +spente le cagioni che lo feciono promettere»[90]. Finchè ha forza +sforzi. «È cosa veramente molto naturale e ordinaria desiderare di +acquistare, e sempre quando gli uomini lo fanno che possino, ne saranno +laudati e non biasimati, ma quando non possono e vogliono farlo in ogni +modo, qui è il biasimo e l’errore»[91]. + +Nè si creda che questi consigli siano dati soltanto al Principe il +quale, perchè si è impadronito dello Stato colla violenza, non può +rispettare nessun limite al di fuori della forza propria ed altrui. La +dottrina del Machiavelli è applicata ad ogni governo senza distinzioni, +anche alle repubbliche, se pure in misura minore. Tutte queste massime +offerte alla meditazione dei principi, le ritroviamo nei discorsi +stessi per illuminare coloro che vogliono fondare o debbono governare +delle repubbliche. + +I _Discorsi_ cominciano con questo consiglio, a proposito dei luoghi +più adatti per fondare una città. «Non potendo gli uomini assicurarsi +se non con la potenza, è necessario fuggire questa sterilità del paese, +e porsi in luoghi fertilissimi, dove potendo per la ubertà del sito +ampliare, possa difendersi da chi l’assaltasse, e sopprimere qualunque +alla grandezza sua si opponesse»[92]. + +Questo, rispetto agli Stati stranieri, non vuol forse dire: ciascuno fa +quello che vuole ed il più forte distrugge il più debole? + +La politica interna è retta dagli stessi principî. Il Machiavelli +osserva, per esempio: «A coloro che in una città sono preposti per +guardia della sua libertà, non si può dare autorità più utile e +necessaria quanto è quella di poter accusare i cittadini al popolo, o a +qualunque magistrato o consiglio, quando che peccassino in alcuna cosa +contro allo stato libero»[93]. Questa abitudine è utile specialmente +perchè così «si dà via onde sfogare a quelli umori che crescono nelle +cittadi, in qualunque modo, contro qualunque cittadino; e quando +questi umori non hanno onde sfogarsi ordinariamente, ricorrono a modi +straordinari, che fanno rovinare in tutto una repubblica»[94]. + +Qualche volta le accuse sono false, ma non importa, «perchè _se +ordinariamente_ un cittadino è oppresso, ancora che gli fosse fatto +torto, ne seguita o poco o nessuno disordine in la repubblica». + +Così, è giustificato Romolo del suo fratricidio, perchè «uno prudente +ordinatore di una repubblica... debbe ingegnarsi d’avere l’autorità +solo, nè mai uno ingegno savio riprenderà alcuno di alcuna azione +istraordinaria, che per ordinare un regno o costituire una repubblica +usasse»[95]. + +Il diritto della forza illegale è riconosciuto persino ai cittadini +privati, ma quando, per essere a capo di un esercito, appaiono come dei +piccoli sovrani. + +Il capitano che torna vittorioso da una guerra — la gran preoccupazione +del Rinascimento — ha solo due cose saggie da fare: «O subito dopo la +vittoria lasci lo esercito e rimettasi nelle mani del suo Principe, +guardandosi da ogni atto insolente o ambizioso» per non insospettire +il suo signore, «o, quando questo non gli paia di fare, prenda +animosamente la parte contraria, e tenga tutti quelli modi per li +quali creda che quello acquisto sia suo proprio e non del Principe suo, +facendosi benevoli i soldati ed i sudditi; e faccia nuova amicizia coi +vicini, occupi con li suoi uomini le fortezze, corrompa i Principi del +suo esercito e di quelli che non può corrompere si assicuri, _e per +questi modi cerchi di punire il suo signore di quella ingratitudine che +esso gli userebbe_»[96]. + + + + +IV. + +LO STATO-DIO IN LIVIO E NEL MACHIAVELLI. + + +Quella che balza fuori ad un tratto nell’opera del Machiavelli +dallo studio degli storici antichi e massime di Tito Livio è dunque +la dottrina dello Stato-Dio, la cui prosperità e potenza è lo +scopo supremo al quale ogni altro interesse, anche la religione, +è subordinato. Che Livio sia stato il grande ispiratore di questa +dottrina, non è meraviglia. I suoi annali sono una divinizzazione +di Roma come Stato e come Repubblica, sono la storia di un popolo, +arrivato ad una potenza quasi sovrumana, servendo lo Stato come una +divinità, immolando ogni altro bene, o diritto e aspirazione al suo +bene. In tutto il passato, che egli era in grado di conoscere, il +Machiavelli non poteva trovare un modello più alto, più completo, +più grandioso di Stato, che trova in sè stesso il suo scopo e la +sua perfezione. Ed il modello gli parve così sublime che egli volle +centuplicarlo in un numero infinito di imitazioni spicciole. + +Se in Livio questa subordinazione universale allo Stato-Dio poteva +essere giustificata dalla grandezza straordinaria di Roma e dal +meraviglioso destino che l’aspettava, il Machiavelli ne fa la legge +di tutti gli stati, grandi e piccoli, gloriosi ed oscuri. Ogni +repubblichetta ed ogni principato doveva tentare di essere, quanto +poteva, una piccola Roma, innamorata solo di se stessa ed aspirante +alla propria divinizzazione se non in cospetto dell’universo e dei +posteri, almeno nella piccola cerchia in cui doveva vivere e operare. + +Senonchè, così facendo, il Machiavelli percorreva con un balzo +formidabile quella che doveva essere la lenta evoluzione di tre secoli; +e trascinava nel suo balzo anche Livio. + +Senza dubbio, la concezione medioevale dello Stato e della storia che +aveva avuto in S. Agostino il suo grande filosofo e che poneva in Dio +il termine della perfezione dei singoli uomini come degli Stati, era +al principio del secolo XVI molto indebolita. Se no, il Machiavelli +sarebbe finito sul rogo. + +A poco a poco i tempi si incamminavano di nuovo verso la concezione +pagana dello Stato-Dio. Ma lentamente e non con la furia del +Machiavelli, perchè le dottrine e le istituzioni medioevali, per quanto +indebolite, erano abbastanza forti da resistere ancora ai più violenti +attacchi dottrinali dei dialettici razionalisti. + +D’altra parte, Tito Livio era lo storico della Repubblica; e con il +Cinquecento incomincia dappertutto, ma in Italia particolarmente, la +decadenza delle repubbliche. Molte repubbliche cadono, e con essa si +affievolisce anche l’ammirazione per lo storico delle Deche, il quale +ebbe nel Nardi — un antico ammiratore e discepolo del Savonarola, +ritirato a Venezia — l’ultimo traduttore. + +A poco a poco Livio è considerato come un gonfio e retorico panegirista +di una Repubblica immaginaria, scrittore pregevole per lo stile, ma di +poco merito per la sostanza. + + + + +V. + +LA REAZIONE CONTRO LIVIO E CONTRO IL MACHIAVELLI. + + +Per queste ragioni una reazione non tardò a scoppiare contro il +Machiavelli e contro Livio: una reazione a cui fu maestro e guida +l’altro grande storico latino, Tacito, che da lui prese il nome di +«tacitismo» e che fu uno dei movimenti intellettuali più importanti del +secolo XVII[97]. + +Il Tacitismo fu l’infatuazione e la giustificazione classica della +monarchia, che si veniva consolidando e rafforzando in Europa, a +partire dal secolo XVI. A mano a mano che il medio evo tramonta, ogni +pensiero, ogni teoria, ogni azione politica doveva essere legittimata +dal consenso di uno scrittore classico. La monarchia non sfuggì a +questo destino; volle avere anch’essa il suo maestro, tra i grandi +della antichità, e scelse Tacito. Un’apparente somiglianza dei tempi +fu la ragione di questa scelta. Non aveva Tacito raccontato i primi +travagli della monarchia Romana alle prese con le tradizioni secolari +della repubblica aristocratica? Le monarchie, che nel secolo XVI +e XVII, lottavano contro i residui delle tradizioni teocratiche, +repubblicane e feudali del medio evo, credettero di ritrovarsi in +quella storia, sebbene molte somiglianze fossero più apparenti che +vere, e frequenti fossero le cose inconciliabili. + +Nel 1542 Emilio Ferretti, dedicando un suo commento di Tacito ad un +uomo di Stato, perchè ci trovasse norme di governo, scriveva: «Poterit +Cornelii lectio nonnihil in isto concusso orbis motu, simillino eorum +temporum, quae ab illo describuntur, adjuvare consilia tua». + +E il Mureto — un altro grande umanista del Cinquecento — osserva: +«Primum igitur considerandum est, republicas hodie perquam paucas esse, +nullam esse promemodum gentem, quae non ab unius nutu atque arbitrio +pendeat, uni pareat, ab uno regatur». + +Anzi, il Mureto ammira tanto la politica di Tacito che non sente più +neppure la differenza di molti umanisti per lo stile tacitiano, ed +afferma che anche Tacito scrive bene. + +Nella seconda metà del ’500 e prima del ’600 le traduzioni ed i +commenti di Tacito si moltiplicano, e vengon raccolte, con cura +religiosa, le massime sparse nei suoi libri. Si scrivono ad uso dei +prìncipi dei «Taciti, con riflessioni politiche e storiche» cioè +paralleli coi tempi moderni, consigli politici, vagabondaggi storici. +Non solo in Italia, ma in Francia, in Germania, in Olanda, i Tacitisti +dilagano, si dividono in tendenze contrarie, distinguono, reagiscono +magari, ma Tacito è sempre in bocca a tutti, e molti affermano che è il +solo autore grande della antichità. + +Così, per esempio, il marchese Virgilio Malvezzi dice che Tacito +può essere molto utile in un’epoca di governi principeschi, come si +studiava Tito Livio, quando c’erano le repubbliche. E Raffaele Dalla +Torre, nel primo capitolo dell’Astrolabio di Stato, polemizza in un +dialogo contro Famiano Strada, il quale affermava col suo traduttore, +C. Papini, che Tacito attacca le frange al racconto, e si basa sul +verosimile ma non sul vero, ha uno stile duro, rotto, troppo pieno di +sentenze e di massime. Scipione Ammirato scrive i famosi «Discorsi +sopra Tacito» che corrono il mondo, citati ovunque come un testo +fondamentale. In Francia anche il Bodin scende in campo per difendere +lo stile di Tacito. «Quis enim non videt dictio Taciti quam sit +elegans, quam tersa et limata?». Giusto Lipsio scrive in vece che +Tacito potrebbe gareggiare con tutti gli scrittori dell’antichità, se +il suo latino fosse puro come quello di Livio e di Sallustio; ma poi +si converte. E se in mezzo alla folla innumerevole degli entusiasti, +tra cui non bisogna dimenticare Amelot de la Houssaye, c’è il piccolo +gruppo di dissidenti, come il Boccalini, con che ardore sorgono a +difendere lo scrittore antico i suoi molto più numerosi ammiratori! +Teodoro Ryck definisce «sogni e chimere politiche» i giudizi su Tacito +del collega italiano. Il Rapin raccomanda a chi vuole fare lo storico +«qu’il ne suppose point de faussetés pour justifier ses conjectures, +et pour faire quadrer les choses au tour qu’il leur donne, comme Tacite +qui jette du poison partout ou comme Paterculus qui repande des fleurs +sur tout». + + + + +VI. + +IL TACITISMO E LA RAGION DI STATO. + + +Ma quale è la ragione profonda di questa ammirazione di Tacito, che +è più forte anche dei pregiudizi letterari e stilistici a lui spesso +avversi? Essa deve cercarsi in una specie di falsificazione di Tacito, +per cui l’opera sua ha servito a dare la conferma e giustificazione +classica della dottrina politica della Ragion di Stato, creata dalla +monarchia e dalla Chiesa per attenuare la dottrina machiavellica +dello Stato-Dio. Secondo questa teoria lo Stato non è una _istituzione +assolutamente umana e razionale_, come volevano gli ammaestramenti del +Machiavelli, ma è _anche_ una istituzione umana, ha cioè dei fondamenti +— non tutti — negli interessi e nei vizi degli uomini, e pure dovendo +l’ossequio alla superiore autorità della religione, in certi casi +precisi e delimitati che si fissano sull’autorità degli antichi +scrittori e specialmente di Tacito, ha diritto di violare la legge +morale per il bene pubblico. Questa è la Ragione di Stato. + +Tale dottrina cerca, attenuandolo, di conciliare il Machiavelli e +tutti gli interessi, le ambizioni e le passioni che spingevano l’Europa +verso lo stato razionale ed umano, con le istituzioni e le tradizioni +del Medio Evo, che lo volevano strumento d’un ideale religioso. +Essendo un’attenuazione del Machiavelli, deriva da lui e gli somiglia, +nel tempo stesso che gli è avversa. Accade spesso di trovare nei +tacitisti delle frasi che sono puro Machiavelli. Questa, per esempio, +del Lipsio[98]: «Si urbe aut provincia statui meo per opportuna, +quam nisi occupo alius faciet cum aeterno meu metu aut damno: non +praeveniam? Illi volunt, quibus haec talia semper licita et proba, si +cum successu». Gli uomini sono cattivi e pazzi, diceva il Machiavelli. +Per governarli non basta essere leone, bisogna anche essere volpe. E +il Lipsio «interquos enim vivimus? nempe argutos, malos: et qui _ex +fraude, fallaciis, mendaciis constare toti videntur_ (Cic. pro Rosc. +Com.). Ipsi Principes, cum quibus nobis res, plerique in hac classe: et +quidquid leonem praeferant; «Astutam vapido servant sub pectore vulpem» +(Persius Sat.)... «_Per frauden et dolum regna evertuntur_ notat +philosophus (Arist. V. Pol): Tu servari per eadem nefas esse vis? Nec +posse Principem interdum. + +«Cum vulpe iunctum pariter vulpinarier»?[99]. + +E un po’ più in là nel capitolo «Quo modo et quatemus Fraudes +admittendae» dà una definizione della ragion di Stato che parrebbe +estratta dal Principe. «Fraus universe mihi est, argutum consilium a +virtute aut legibus devium, regis regnique bono»[100]. + +Eppure, mentre si scrivevano questi pensieri, il Machiavelli era +bruciato in effige, messo all’indice, condannato alla riprovazione +universale, esiliato da qualsiasi libro come autore, che si potesse +citare. I tacitiani raramente lo nominano, anche quando lo confutano, +designandolo con prudenti allusioni. Ipocrisia? Ingiustizia? Si +bruciava l’opera di un uomo riprendendone sotto mano le teorie? No. +La dottrina della Ragione di Stato alla quale Tacito doveva conferire +l’autorità degli esempi antichi è elaborata nel cinque e nel seicento +sotto l’occhio della Chiesa, ma pure avendo affinità con la dottrina +machiavellica dello Stato-Dio, ne differisce sopratutto perchè tenta +di risolvere la questione capitale dei limiti, entro cui è lecito allo +Stato violare la legge morale per il bene pubblico. + +Leggiamo, ad esempio, la pagina in cui Lipsio tratta della frode per +ragione di Stato. Egli scrive: «ea triplex; Levis, media, magna. Illam +appello quae haut longe a virtute abit malitiae rore leviter aspersa. +In quo genere mihi est Diffidentia et Dissimulatio. + +«Mediam quae ab eadem virtute flecit longius et ad vitii confinia +venit. In qua pono Conciliationem et Deceptionem. + +«Tertiam, quae non a virtute solum sed legibus etiam recedit, malitiae +jam robustae et perfectae, uti sunt Perfidia et Iniustitia. Illam +suadeo, hanc tolero, _istam damno_»[101]. + +Quel grido che era sfuggito un momento alla coscienza del Machiavelli a +proposito di Agatocle e che, poi, l’autore stesso aveva rinnegato, quel +bisogno di un limite al di fuori del puro interesse che il Machiavelli +aveva saputo trovare soltanto nel successo, è qui chiaramente sebbene +forse un po’ sommariamente inciso. Lo Stato ha certe libertà, ma non +tutte. + +Posto così il problema, si capisce che, in autori più profondi del +Lipsio, il Machiavelli, le sue dottrine, i tempi in cui aveva vissuto e +che le avevano ispirate, apparissero come nefasti e quasi diabolici. + +L’Italia era allora travagliata da un’anarchia di principi e da +quell’esautoramento dei governi, per cui s’era incrostata sulla +Penisola una muffa di tirannelli privi di scrupoli, che applicavano +fino in fondo la teoria dell’Interesse proprio, senza che un limite +morale o un interesse comune frenasse quel reciproco e continuo +distruggersi. Siccome nessun principio di autorità li faceva legittimi, +il Machiavelli osservava: i popoli sono cattivi, i principi birbanti; +chi non bada come può a salvare la roba e la pelle, gli prendono la +prima e gli fanno la seconda; se non l’ammazzo io, mi ammazza lui. +È quindi consigliabile di cominciare per il primo. E diceva: «Un +Principe, e massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle +cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso +necessitato per mantenere lo Stato operare contro alla fede, contro +alla carità, contro alla umanità, contro alla religione»; e diceva +pure: «A un Principe non è necessario avere tutte le soprascritte +qualità, ma è ben necessario parere d’averle... Deve, adunque, avere +un Principe grande cura, che non gli esca mai di bocca una cosa che +non sia piena delle soprascritte cinque qualità e paia, a vederlo ed +udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto +religione»[102]. + +Cosicchè l’interesse dello Stato, di cui era giudice il governo che lo +rappresentava, finiva per giustificare ogni abuso. + +La dottrina della Ragion di Stato, che si forma nel cinquecento e nel +seicento, è — come dice uno dei suoi maestri — il Botero «notizia di +mezzi atti a fondare, conservare, ampliare un dominio così fatto». Ma +col Botero stesso, col Possevino, col Ribadeneira, la Controriforma +affermava altresì che la Ragion di Stato è necessaria e utile solo +quando è legittimata dalla Chiesa. Concessa a qualsiasi governo, in +nome d’interessi particolari, senza la Chiesa, la Ragion di Stato +è un principio pericolosissimo. Con questa limitazione essa diviene +privilegio di pochi regnanti legittimi, e non di tutti i governi per +contrari interessi; cosicchè è sottomessa a un principio _al di sopra +e al di fuori_ dell’interesse immediato e individuale; e gli Stati +sono in certo modo regolati nelle loro opere da una legge comune, di +cui la Chiesa è depositaria, e non più soltanto dal proprio comodo. +Insomma, la Ragion di Stato, pur allargando la sfera in cui l’interesse +dello Stato può operare, vuol sempre circoscriverla con precetti e +regole di natura morale e di carattere religioso. Con questa dottrina +la monarchia assoluta cercava di mettere d’accordo le necessità del +suo sviluppo, con le tradizioni religiose e morali ancora forti nella +società del sedicesimo e diciannovesimo secolo. Ma come e perchè essa +ha ricorso, per essere aiutata in questa opera, tra gli scrittori +antichi, sopratutto a Tacito? + + + + +VII. + +IL TACITISMO E LA FALSIFICAZIONE DI TACITO. + + +Noi abbiamo visto come Tacito reagisca, nella storiografia romana, +per primo contro quella concezione antica che fa dell’individuo uno +strumento dello Stato, a cui deve sacrificarsi; e per primo cerchi +nella storia non gli stati o i popoli, ma gli uomini; e si sforzi di +studiare psicologicamente l’anima dei suoi personaggi. L’uomo coi suoi +vizi e con le sue virtù, studiati e giudicati quando nascono dentro il +suo cuore, quando si manifestano nei penetrali della sua casa o dinanzi +alle folle, verso la schiava o verso il senato, in ogni attimo di vita, +questo è il suo protagonista. + +La sua storia è un drammatico intreccio e un cozzo di uomini ben +diversificati e violentemente distinti. Lo Stato è per lui uno di +questi uomini, che il caso ha posto sul trono: non più. I suoi meriti +o le sue colpe verso il servo hanno per Tacito lo stesso valore che +i suoi meriti o le sue colpe verso lo Stato. In lui, come si disse, +splende già quell’individualismo cristiano, che volle giudicare l’uomo +in quanto è uomo e non in quanto è parte dello Stato, e reagì contro la +tradizione latina che sacrificava i romani a Roma. + +Fra tutti gli scrittori antichi, Tacito appare come il meno atto a +giustificare una dottrina come quella della ragion di Stato, che, +sia pure entro limiti precisi, sacrifica pur sempre l’individuo allo +Stato e giustifica la violazione della morale per ragioni di pubblico +interesse. Tacito è uno storico moralista, che perseguita e denuncia +i delitti e i vizi dei grandi, senza ammettere mai, senza neppur +supporre che si possa ammettere l’interesse pubblico come scusa o +giustificazione. Per fondare su solenni esempi antichi una dottrina +della Ragion di Stato, lo storico che poteva e doveva servire era +proprio Tito Livio. E infatti il Machiavelli, pensatore profondo, aveva +fatto testo di Livio più che di Tacito, benchè molti sostengano il +contrario, per creare quella sua dottrina dello Stato-Dio, che era un +po’ l’estrema esagerazione anticipata della Ragione di Stato. Come si +spiega allora questo scambio singolare? + +Tito Livio era troppo repubblicano per servir di maestro ai sovrani ed +ai ministri, in un’età dominata dall’istituto monarchico. Tacito aveva +il vantaggio di essere lo storico di Roma in cui più che negli altri +i personaggi rassomigliavano ai sovrani e ministri secenteschi delle +Corti europee. La somiglianza era molto vaga, perchè la casa di Tiberio +e di Claudio non aveva niente a che fare con una corte; ma era tuttavia +sempre maggiore di quella che poteva correre tra l’Europa del secolo +XVII e la Roma della seconda guerra punica. + +Nel «Discours critique» che precede la traduzione di Tacito fatta da +Amelot de la Houssaye, è riassunto il commento di Filippo Cavriana +«Sopra i cinque libri di Cornelio Tacito». È citato tra l’altro, +questo passo: «Comme Tacite découvre tout ce que les Princes de +son temps faisoient, les vertus et les vices de nos princes donnent +réciproquement l’intelligence de tout ce que dit Tacite, de sorte +que les mêmes endroits que l’on trouve obscurs la première fois, sont +bien entendus la seconde ou la troisième. Au reste les gens qui auront +fréquenté la cour, ou les armées, pourront expliquer fidelement cet +auteur sans le secour d’aucun interprète»[103]. + +Tacito è dunque una specie di guida delle corti, l’autore che si +può intendere solo praticandole quotidianamente. Diventato l’autore +familiare dei sovrani e dei cortigiani, Tacito è stato mutato in +un grande maestro della Ragion di Stato, grazie a una persistente +falsificazione, per cui le acerbe sentenze che in Tacito flagellano +il vizio, sono interpretate e commentate come consigli di un’arcana e +profonda saggezza, indicando al sovrano il termine a cui la Ragione di +Stato può condurlo. + +Approfittando della serietà e della compostezza che Tacito conserva +anche nei momenti in cui si sdegna, non avvertendo o fingendo di non +avvertire la corrodente ironia che talvolta brucia più di un’invettiva +— l’ironia si può anche prendere sul serio — il seicento interpretò +con una esegesi paziente quei passi in cui il corruccio di Tacito, +per rivoltare i posteri e spargere sui suoi personaggi la cenere +dell’infamia, aveva condensato amare, torbide e cieche accuse, come +aforismi e precetti un po’ arcani della oscura dottrina della Ragion di +Stato. + +L’esempio più singolare e istruttivo di questa falsificazione +sistematica è la metamorfosi che il Tiberio di Tacito subisce nella +mente dei suoi maggiori ammiratori del cinque e seicento. Tacito vede +in Tiberio una specie di mostro, di cui egli vuol dipingere l’aspetto +fosco, perchè la posterità ne provi orrore e lo odî in eterno. Il suo +ritratto arcigno e irreale come un simbolo del male e della perfidia, +può star piuttosto nel catalogo delle creazioni romantiche che nella +lista dei personaggi storici, vissuti per davvero. Ad ogni modo la +pittura, che gli attribuisce delitti e vizî immaginari, se è falsa, +è potente, e i tacitisti del cinquecento e del seicento trovando, nel +loro autore, un principe in cui la dissimulazione, la segretezza, la +perfidia, l’ipocrisia, la decisione, si uniscono in una sola fusione; +un Principe, che si impadronisce con l’astuzia del governo e fonda +una dinastia, cominciando la sua carriera con un fratricidio e due +avvelenamenti; un principe che sacrifica il nemico alla propria +vendetta, il potente alla propria diffidenza, il sicario alla propria +prudenza; un Principe insomma che essi, se avessero letto Tacito come +era, avrebbero dovuto tenere per uno dei peggiori uomini, che mai +abbiano tormentato i loro simili, invece di inorridire se ne rallegrano +e lo adottano appunto come un modello, un maestro di quella oscura +Ragion di Stato, che preoccupava tutte le menti. A leggere Tacito gli +uomini del tardo Rinascimento hanno gridato: Ma questo è il Valentino, +è lo Sforza, è uno dei nostri contemporanei condottieri! Tiberio ha +ucciso il cognato venendo al potere? Non poteva fare altrimenti! Tacito +sa benissimo che i principi nuovi si imbattono sempre in difficoltà: +Ragion di Stato. Ha ucciso Germanico? Tacito non ignorava il pericolo +di un generale vittorioso e popolare: Ragion di Stato. Ha lasciato +perir Pisone? Tutti sanno che un sicario, se non si elimina presto e +segretamente, può essere fonte di gravi impicci: Ragion di Stato. E +così mentre Tacito infama Tiberio per delitti che non ha mai commessi, +trasformando persino in avvelenamenti le morti naturali, per quelli +stessi delitti immaginari gli ammiratori di Tacito ne fanno un modello +di saggezza! + +Perchè, infatti, nessuno leggeva Svetonio, che era pure storico +dell’Impero? Il Mureto lo spiega con circonlocuzioni complicate, +sostenendo che Tacito, aveva sì, messo a nudo le cattive azioni dei +principi, ma aveva coscienza della loro necessità politica, mentre +Svetonio, limitandosi a raccontare aneddoti un po’ canzonatori, che +non sopportavano trasfigurazioni, dissolveva, col suo indifferente +chiacchiericcio, il mito imperiale più che con delle imprecazioni e +delle invettive. Ma i tacitisti, che non volevano la dissoluzione ma +il rinsaldamento dell’Impero si rivolsero all’altro storico, abusando +del suo stile un po’ misterioso, per inventare il Tacito campione della +Ragion di Stato. + + + + +VIII. + +QUEL CHE NOI DOBBIAMO AGLI STORICI ANTICHI. + + +Tanto Livio che Tacito furono dunque interpretati piuttosto +bizzarramente dall’umanesimo. Ma, sia pure attraverso alterazioni, +hanno aiutato il pensiero europeo a ritrovare il concetto dello Stato +umano, che ha una vita e un fine suo, in opposizione all’idea dello +Stato teologico, servo di Dio, strumento di un principio religioso, che +dominò nel medio evo. + +Questo concetto dello Stato umano, affermato con anticipazione +profeticamente brutale da Machiavelli che si serve di Livio come +maestro, è ripreso e adottato per mezzo di grandi limitazioni e tagli e +rattoppi e attenuazioni, nel seicento, sotto l’influenza di Tacito con +la teoria della Ragion di Stato, finchè si inserisce definitivamente +nello sviluppo storico della nostra civiltà. Una volta innestato +questo principio si allargò e fiorì sempre più nel seicento e nel +settecento, prima sottomesso al principio teologico che era padrone da +tanti secoli, poi a poco a poco alzando la testa, e assumendo maggior +importanza, e finalmente, con la Rivoluzione Francese, soverchiando il +principio teologico. La Rivoluzione Francese e l’Impero, che amavano le +grandi apoteosi, rinnovarono l’antica venerazione per l’affrescatore +delle prime glorie di Roma. E le trombe romane squillarono ancora +dinnanzi al mondo, per celebrare il trionfo dello Stato degli uomini! + +Senonchè dallo Stato umano, che vinse lo Stato teologico tra la fine +del Settecento e il principio dell’Ottocento, sta svolgendosi ora lo +Stato satanico; lo Stato nemico di Dio e degli uomini, della giustizia +e dell’onore, della pace e dell’ordine, della verità e della legalità; +lo Stato criminale, predatore, sanguinario, corruttore, neroniano, +cinico, sofista — e sfrontatamente vano della propria ribalderia, +come di una forza gloriosa. Il melanconico e solitario filosofo +dell’Albergaccio l’aveva intravisto, in quella sua smania di «andar +dietro alla verità effettuale della cosa»; era stato lì per lì tra +abbagliato e inorridito; l’aveva guardato, aveva chiuso gli occhi, +aveva guardato di nuovo. La perversione dei tempi magnifica oggi questa +sua, tra inorridita e ammirante, intuizione dello Stato satanico, come +una mirabile anticipazione di un genio profetico: oltraggio indegno +alla tormentata e nobile figura di quel grande ma ingenuo pensatore +che, disgustato dai suoi tempi, in qualche momento di esasperazione, +aveva dimenticato questo principio elementare di ogni consenso civile: +che più forte è la tentazione e maggiore la facilità di violare una +legge morale, più risolutamente è necessario affermare e sostenere +l’obbligo universale di osservarla: se no «la verità effettuale della +cosa» diventa il vestibolo della più selvaggia anarchia. + + + + +APPENDICE + + + + +I. + +CHE COS’È LA STORIA? + + +1. + +Dopo aver visto come i Romani scrivevano la storia, e con quali occhi +e con quale animo i secoli hanno letto le loro storie, scampate al +diluvio barbarico, non sarà senza interesse studiare come si intenda la +storia da certe chiesuole intellettuali moderne, a cui non spiacerebbe +di potersi vantare maestre di una nuova arte, in confronto al passato. +Un’occhiata alla «Teoria e storia della Storiografia» di B. Croce +basterà per mostrarci i bei progressi che quest’arte, così cara agli +antichi, ha fatto nei secoli del vapore e dell’elettrico! + + +2. + +«Ogni vera storia è storia contemporanea»: con questo paradosso +il Croce apre la sua trattazione. E lo giustifica, argomentando +lungamente. «Anche la storia già formata, — egli scrive — che si +dice o si vorrebbe dire storia non contemporanea o passata, se è +davvero storia, se cioè ha un senso e non suona come discorso vuoto, +è contemporanea e non differisce punto dall’altra (la contemporanea). +Come dell’altra, condizione di essa è che il fatto del quale si tesse +la storia vibri nell’animo dello storico o (per adoperar una parola +d’uso nel mestiere storico) se ne abbiano dinnanzi, intelligibili, +i documenti... E se la storia contemporanea balza direttamente dalla +vita, anche direttamente dalla vita sorge quella che si vuol chiamare +non contemporanea, perchè è evidente che solo un interesse della vita +presente ci può muovere a indagare un fatto passato» (pag. 4). + +Il pensiero è abbastanza chiaro, anche se espresso in forma involuta e +imprecisa. Non basta narrare un fatto per dirsi storici; bisogna farlo +presente, come se noi ne fossimo spettatori ed attori; se no si ha +«vuota narrazione... e perciò priva di verità» (pagina 9). «La storia è +un presente; la storia, resa vuota narrazione, è un passato» (pag. 9). + +Ciò detto il Croce procede a distinguere, come già aveva fatto +Cicerone, la cronaca dalla storia. Ma non oppone l’annalistica alla +storia oratoria, venuta dalla Grecia. I moderni son persuasi che anche +in questo ordine di scritture ne sanno più degli antichi. «La storia — +egli scrive — è la storia viva, la cronaca la storia morta; la storia, +la storia contemporanea, la cronaca, la storia passata» (pag. 10). Indi +scopre che le fonti da cui scaturisce la conoscenza storica sono due: +la vita e il pensiero che la risuscita e la eterna. «Il documento e la +critica, la vita e il pensiero sono le vere fonti della storia, cioè i +due elementi della sintesi storica...» (pag. 14). + +Accettiamo ad occhi chiusi queste dottrine, seguiamo docilmente il +suo autore, e vediamo dove si va a finire. Dopo aver definito quale +è la natura e quali sono gli elementi o le fonti della storia, il +Croce procede a distinguere da questa che è la vera storia, le storie +spurie o «pseudo-storie», come egli le chiama, alla greca. Tra queste +pseudo-storie egli annovera la storia poetica, che definisce così: + +«Esempi di tale storia forniscono in copia le biografie affettuose +che si tessono di persone care e venerate; le storie patriottiche... +la storia universale, rischiarata dagli ideali dell’idealismo e +dell’umanitarismo, e quella narrata da un socialista che ritragga +le gesta... del capitalista o l’altra di un antisemita, che mostri +dappertutto, nelle sventure o brutture umane, il giudeo... Nè la storia +poetica si esaurisce in coteste tonalità fondamentali e generiche +dell’amore e dell’odio (dell’odio che è amore e dell’amore che è odio!) +ma passa tra tutte le più intricate forme e le più fini gradazioni +del sentimento; e così si ottengono storie poetiche, che sono amorose, +malinconiche, nostalgiche, pessimistiche, rassegnate, fidenti, allegre, +e quante altre si possano immaginare. Erodoto canta le romanze (!) +dell’invidia degli Dei, Livio l’epos della romana virtù; Tacito compone +tragedie dell’orrendo, drammi elisabettiani in scultoria prosa latina; +e per venire ai moderni e modernissimi Droysen dà forma alla sua +aspirazione lirica verso lo Stato forte e accentratore col narrare la +storia della Macedonia, della Prussia e dell’Ellade; e Grote a quella +verso gli statuti della democrazia simboleggiata in Atene; e Mommsen +all’altra verso l’impero, simboleggiata in Cesare; e Balbo effonde il +suo ardore per l’indipendenza italiana, adoperando a tal fine tutti i +ricordi delle pugne italiche, a cominciare nientemeno da quelle degli +Itali e Etruschi contro i Pelasgi; e Thierry celebra la borghesia +raccontando la storia del terzo stato» (pagg. 26 e 27). + +Che Erodoto, Tito Livio, Tacito, Droysen, Grote, Mommsen, Balbo +e Thierry non sieno storici ma falsi storici e poeti, è notizia +che giungerà alquanto inaspettata a molti lettori. Se questi otto +valentuomini, i quali pure godono di una certa rinomanza nel gregge +di Clio, sono dei falsi storici, vorrebbe il Croce dirci il nome e +cognome di uno storico vero? Ma la sorpresa cresce quando il Croce +cerca di distinguere la storia falsa dalla vera, o, come egli dice, la +storia poetica dalla storiografia. La storia poetica si esplicherebbe +«nel surrogare al mancante interesse del pensiero l’interesse +del sentimento» (pag. 26); mentre invece «il valore che regge la +storiografia è il valore del pensiero. Ma appunto per questa ragione il +principio determinante di essa non può essere il valore che si chiama +di sentimento e che è vita e non pensiero; e quando questa vita si +esprime e rappresenta non ancora domata dal pensiero, è poesia e non +storia» (pag. 27). + +Il principio, o la fonte, della storiografia o vera storia sarebbe +dunque il pensiero e non la vita, la quale è invece il principio +della poesia. Ma a carte 14 il Croce aveva detto proprio l’opposto. +Ricordate? «Il documento e la critica, la vita e il pensiero sono le +vere fonti della storia». La vita, che a pag. 14 è fonte della storia, +a carte 27 diventa fonte della poesia, e alcunchè di opposto e quasi di +ribelle al pensiero, poichè il pensiero la deve _domare. Domare_ è una +di quelle parole equivoche, di cui la filosofia crociana abbonda con +sua molta lode in un’epoca adorante tutte le confusioni; ma per quanto +equivoca non può dubitarsi che implichi lo sforzo teso a vincere una +resistenza. Difatti il Croce aggiunge più oltre: «per convertire la +biografia poetica in biografia veramente storica bisogna reprimere... +i nostri amori, le nostre lagrime, e i nostri sdegni...; e il medesimo +deve farsi per la storia nazionale e per quella dell’umanità». Mentre +nelle prime pagine la storia è il pensiero che risuscita la vita («la +storia morta rivive» è detto a pag. 15), più innanzi la storia è il +pensiero che combatte, che doma, che mutila la vita, recidendo da essa +il sentimento. + +Sin dalle prime pagine del volume si intravede che il Croce ha della +storia, come di molte altre cose, due concezioni contradditorie; o +forse ha una prima concezione che, strada facendo, si muta nella +opposta, illudendosi di esser sempre la medesima. Da principio +egli concepisce la storia come un «eterno presente» ossia come +la vivificazione di quello che fu, quale fu visto e sentito dai +contemporanei. Poi a poco a poco si stacca da questa concezione sinchè, +senza accorgersene, la nega interamente, cercando di dimostrare che +storia e filosofia sono una cosa medesima, ossia la dottrina in azione +del progresso, inteso non «come passaggio dal male al bene, quasi da +uno stato all’altro, ma come passaggio dal bene al meglio, in cui il +male è il bene stesso, visto alla luce del meglio» (pag. 23). + +Confronti il lettore il primo e il quinto capitolo; e subito si +accorgerà che questo nega quello, illudendosi di svolgerlo. «La +coscienza storica, in quanto tale, è coscienza logica e non pratica, e +anzi fa suo proprio oggetto l’altra: la storia, _che fu già vissuta_, +è ora in lei pensata, e nel pensiero _non hanno più luogo le antitesi, +che si fronteggiavano nella volontà e nel sentimento_. Per essa non ci +sono fatti buoni e fatti cattivi, ma fatti sempre buoni quando sieno +intesi nel loro intimo e nella loro concretezza; non ci sono partiti +avversi, ma quel partito più ampio che abbraccia gli avversi e che per +avventura è appunto la considerazione storica... La storia non è mai +giustiziera ma sempre giustificatrice» (pagg. 76 e 77). + +E ancora: «il vizio della storia negativa proviene dal separare e +solidificare e contrapporre le antitesi dialettiche del bene e del +male... Tutti i fatti e le epoche sono a lor modo produttivi; non solo +nessuno di essi è al lume della storia condannabile, ma tutti sono +laudabili e venerabili» (pag. 78). + +E sia pure; ma addio, allora, contemporaneità della storia! La storia +contemporanea consiste appunto nel «solidificare e contrapporre le +antitesi dialettiche del bene e del male». Il presente è proprio un +momento del tempo, in cui un certo numero di antitesi si fronteggiano +nella volontà e nel sentimento; e se nella storia, scritta dopo +qualche secolo, si può trovare «quel partito più ampio che abbraccia +diversi partiti», chi può esser così ingenuo da cercar questo partito +fra i contemporanei, che vivono appunto per odiarsi, combattersi e +sterminarsi? Intorno a che cosa hanno versato tanti fiumi di sangue gli +uomini se non a quelle che il Croce chiama «antitesi dialettiche del +bene e del male, solidificate»; e che la storia dovrebbe per l’appunto +sciogliere? Se gli uomini fossero persuasi che tutti hanno ragione +e tutti meritano almeno una menzione onorevole, se non una medaglia +di bronzo nel concorso della storia, si sarebbero forse patrizi e +plebei, ricchi e poveri, eretici e ortodossi, cristiani e mussulmani, +protestanti e cattolici, aristocratici e democratici, scannati in tanti +secoli con tanto furore? E che cosa resterebbe di tutte le «storie +contemporanee» che si sono seguite? + + +3. + +Una delle due: o la storia è sempre storia contemporanea e allora deve +«separare, contrapporre e solidificare le antitesi dialettiche del +bene e del male» perchè ogni presente non è che una di queste antitesi +in azione. O deve giustificare tutto e allora non può essere storia +contemporanea; anzi la storia contemporanea deve considerarsi come +pseudo storia o poesia. Impigliato in questa contraddizione, da cui +non riesce a districarsi, il pensiero del Croce si lascia sospingere +dalla sua stessa confusione a conclusioni così paradossali e strane, +da essere quasi ridicole. Questa, ad esempio: che «la storia non è mai +storia della morte sibbene storia della vita»; che «sono da ritenere +false... tutte le storie che narrano la morte e non la vita dei popoli, +degli stati, delle istituzioni, dei costumi, e si contristano, e si +angosciano e lamentano che quel che fu non è più» (pagine 79 e 80). + +Questa pagina confonde manifestamente il narrare le rovine e il +disperarsi per esse. Se un moderno scrivendo la storia dell’impero +romano si stracciasse, arrivando ai bassi secoli, i capelli, e +ululasse inferocito ai barbari e ai cristiani, noi potremmo dirgli +di risparmiare il suo tempo e il suo dolore, poichè le sue furie +sono vane o ad ogni modo son cosa sua, che non ci tocca, se pure non +ci infastidisce. Ma non per questo è men vero che l’impero romano, +fiorente nel primo e nel secondo secolo, è stato dal terzo al quinto +secolo a poco a poco distrutto dal di fuori e dal di dentro; e che o +lagrimando o ad occhi asciutti uno scrittore può narrare la storia di +questa distruzione: come, quando, e per opera di chi si compiè. Dir che +la rovina dell’impero romano è una storia falsa, perchè sulle rovine +dell’impero sorsero nuovi stati e nuovi popoli e nuove civiltà, sarebbe +come dire che l’inquilino di quella tal casa, che oggi hanno portato +al cimitero, non è morto, perchè domani un altro inquilino entrerà +nella casa. Nuovi stati sorsero sulle rovine dell’impero romano, perchè +l’impero era stato distrutto; e la sua distruzione fu effetto di un +lungo seguito di azioni che la storia può narrare, come può narrare il +lungo seguito delle azioni che lo crearono. + + +4. + +Andare a caccia di contraddizioni nei libri del Croce è come andar +a caccia di farfalle in primavera. Ma in questo libro si trovano +contraddizioni anche più strane che negli altri libri, forse perchè +egli non è mai riuscito a distinguere bene i due elementi della +storia che sono il pensiero e il sentimento; ed ora li ha confusi +immedesimandoli, ora li ha opposti l’uno all’altro arbitrariamente. + +«Condizione dello storico è che il fatto _vibri_ nell’animo dello +storico; o (per adoperare le parole d’uso nel mestiere storico) se +ne abbiano intelligibili i documenti» — ha scritto, come vedemmo, +a carte 4. Sembrerebbe dunque che la storia ritornando a _vibrare_ +nell’animo, diventi _intelligibile_. Non c’è storico un po’ esperto, +il quale ignori che spesso accade proprio l’opposto: accade che per +_capire_ un avvenimento, ossia per distinguere chiaramente i motivi +veri che spinsero i personaggi all’azione e i veri effetti che l’azione +generò, è qualche volta necessario, più spesso utile liberarsi dalle +passioni contemporanee, ossia mettersi in uno stato di freddezza, +per cui l’evento non vibrando più nell’animo dello storico, questi +possa osservarlo da tutte le parti, anche da quelle che gli attori +appassionati non videro e _non potevano_ vedere. Per citare un solo +esempio: accade spesso nelle grandi lotte umane (guerre, rivoluzioni, +ecc.) che la parte la quale riuscì vittoriosa, si fosse per lungo +tempo ingannata sulle forze dell’avversario, credendole molto più +grandi che non fossero. Uno storico, il quale voglia capire ciò che +davvero è accaduto, deve rendersi conto di questa illusione; ma dal +momento in cui ha scoperta l’illusione l’avvenimento non può _vibrare_ +più nell’animo dello storico come vibrò nell’animo degli autori. La +passione, che generò l’azione, diventando oggetto di fredda analisi, lo +storico deve distaccarsene invece di confondersi con essa. + +Dopo aver immedesimato sentimento e pensiero, come se nella storia il +sentire equivalesse a comprendere, con singolare contraddizione, in un +altro punto, il Croce vuol bandire addirittura il sentimento, come un +falsario sistematico, dalla storia, e come se il sentire un avvenimento +volesse dir sempre fraintenderlo. «L’alterazione — egli scrive — +continua e intrinseca a quella storiografia (la poetica) consiste +nello scegliere e connettere i particolari, che si traggono dalle +fonti, secondo un motivo _non di pensiero ma di sentimento_; il che se +ben si consideri, è sostanzialmente un inventarli» (pagg. 28 e 29). +E perchè? Da una esagerazione si casca in una esagerazione opposta. +Qui il Croce suppone che il sentimento falsi sempre la verità e che +il pensiero invece non la falsi mai; il che è un errore di psicologia +manifesto. Il sentimento falsa la verità quando è pervertito, viziato, +in rivolta contro le leggi della natura e della morale; quando odia +quel che è bene e ama quel che è male. Ma quando ama il bene, o odia +il male è spesso più pronto e più profondo nello scoprire il vero del +pensiero. Quante volte il cuore precorre la mente nel divinare quello +che la mente scoprirà dopo, faticosamente! Di quanti sentimenti altrui +ci è difficile renderci conto se non li abbiamo provati, e quante +volte l’essere appassionato è condizione per capire l’altrui passione! +Viceversa, anche il pensiero spesso s’inganna, o adultera la verità per +errore o per malizia. Un cattolico, un protestante, scrivendo la storia +della Riforma, con la passione altereranno sfigurandolo coll’odio il +nemico, ma ciascuno sarà nel vero nel lodare le cose buone della Chiesa +o della Riforma; e l’uno e l’altro capiranno non solo lo stato d’animo +dei propri ma anche quello degli avversari, meglio e più facilmente di +un miscredente, per il quale tutte quelle dispute teologiche non siano +che un fastidioso perditempo. + +E del resto se la passione fosse condannata a restar fuori della verità +sempre e in eterno, come potremmo noi scriver la storia? Chi conosce +un po’ quel che il Croce chiama il «mestiere storico» (l’arte, io +direi) — sa che quasi tutti i documenti sono più o meno inquinati dalla +passione. + + +5. + +Anche questa dottrina della storia è un guazzabuglio di contraddizioni, +in mezzo alle quali il pensiero del Croce cerca di reggersi e di +camminare diritto; ma non può, chè non sa dove va, barcolla e ad ogni +passo incespica. La Storia è problema nel tempo stesso più semplice e +più complesso che il Croce non pensi. + +La Storia è l’applicazione letteraria di una facoltà dello spirito +umano, poco o punto studiata sinora dagli psicologi e dai filosofi: +_l’intuizione_. Che cosa è l’intuizione? È quella facoltà per cui noi +indoviniamo gli stati d’animo dei nostri simili; i loro pensieri, +i loro sentimenti, le loro inclinazioni, la loro indole, i loro +propositi, le loro virtù, i loro vizi. Non c’è facoltà più comune e +più preziosa di questa. La vita di tutti gli uomini, umili e grandi, +dotti e ignoranti, ricchi e poveri non è, dalla mattina alla sera, +che un esercizio ininterrotto di intuizione psicologica. Noi abbiamo +sempre bisogno di indovinare quel che pensa, vuole, macchina, in quali +disposizioni di animo si trova un certo numero dei nostri simili senza +che essi ce lo dicano — sia perchè non vogliono, sia perchè non sanno e +non possono. + +La natura di questa facoltà è molto misteriosa: ragione per cui forse +gli psicologi non l’hanno punto studiata fino ad ora. È una facoltà +mista, a cui partecipa il raziocinio, la memoria, l’associazione, +l’immaginazione; e per la quale noi quasi entriamo a un tratto +negli altri indovinando quel che avviene nella loro coscienza. È una +facoltà innata, perchè tutti ne sono provvisti, come di volontà e +d’intelligenza; ma come di volontà e di intelligenza chi più e chi +meno. L’esercizio e l’esperienza la raffinano e la rafforzano. Quel che +si dice di solito «imparare a conoscere gli uomini e il mondo» non è +che l’esercizio di questa facoltà. Il nascere provvisti di intuizione +pronta, agile, sicura, è una fortuna, perchè questa è tra le armi che +più servono per riuscire. + + +6. + +La Storia non è che una applicazione letteraria, nobile, profonda di +questa facoltà comunissima, di cui tutti gli spiriti son provvisti, +perchè è uno dei tanti cosidetti «organi di relazione». Chi scrive una +storia, grande o piccola, non fa che intuire ed esporre degli «stati +di coscienza» singoli o gregari. I piani, i disegni, le ambizioni, gli +odî, gli amori, le illusioni, gli atti e i fatti dei grandi personaggi +della storia che altro sono se non idee, sentimenti, voleri, propositi, +ossia «stati di coscienza»? E che cosa sono, se non stati di coscienza +gregari, le inclinazioni dello spirito pubblico, le dottrine e le +ambizioni, gli odî e le ammirazioni dei partiti, le tradizioni e +gli interessi delle classi sociali, le aspirazioni, gli orgogli, i +puntigli, gli interessi dei corpi pubblici — parlamento, magistratura, +burocrazia? Che altro è una religione, se non una cristallizzazione di +stati di coscienza, spesso complicatissimi ed oscurissimi? + +La storia insomma, come opera d’arte e di pensiero, è una _psicologia +in azione_, il cinematografo interno — se posso adoperare l’immagine +— di singoli uomini e di gruppi: sovrani, capi di religione, generali, +diplomatici, demagoghi, partiti, classi, amministrazioni, sette e via +dicendo. Il Croce si è invischiato in tante difficoltà perchè non ha +capito questa prima ed elementare verità. Senonchè se lo strumento +con cui noi risuscitiamo questi stati di coscienza è quella stessa +intuizione, di cui ci serviamo ogni giorno per indovinare ciò che +i nostri simili pensano e vogliono, il nostro compito è molto più +difficile, quando si tratta di scrivere storie. Gli stati di coscienza +da cui nascono i grandi avvenimenti storici sono complessi, numerosi, +spesso contradditori, spesso legati tra di loro o inestricabilmente +aggrovigliati gli uni negli altri, e in continuo movimento. Chi ci +vive in mezzo, se non è proprio dotato di straordinaria intelligenza, +non vede che frammenti; onde è così difficile scrivere la «storia +contemporanea» a cui il Croce ha voluto per un momento ridurre tutta +la storia, ma inutilmente, perchè dire che ogni storia è «storia +contemporanea» è come dire che l’uomo non capirà mai nulla di ciò che +succede. Quando invece la storia è passata nasce un’altra difficoltà: +gli «stati di coscienza» sono spariti insieme con gli uomini, e di +essi non restano più che segni frammentari e per se stessi morti: i +documenti. + +I documenti sono il grande rompicapo di tutti i teorici della storia, +che non riescono a mettersi d’accordo intorno alla loro natura. Ma la +oscura questione si chiarisce semplificandosi, per chi abbia capito +che la storia è intuizione di stati di coscienza, singoli o gregari, +di uomini e di generazioni che furono. Fuorchè nei casi in cui il +documento è la voluta espressione degli «stati d’animo» di qualche +personaggio storico — tali sono, per esempio, le memorie degli uomini +politici, qualche volta le loro lettere o confidenze — il documento +è quasi sempre il rottame, salvatosi a caso, di un _antico mezzo +d’azione_ che per i posteri diventa il segno di uno o più stati di +coscienza — i propositi, le illusioni, le speranze dell’uomo e del +gruppo che se ne serviva. La corrispondenza diplomatica di un ministro, +gli ordini e i bollettini di un generale, i discorsi di un capo di +parte sono stati composti non perchè i posteri sapessero poi quello che +è successo, ma per ottenere quello o quell’altro intento, che allora +premeva a quel tale o tal’altro uomo d’azione. Ma allo storico servono +come mezzo per conoscere ciò che l’uomo d’azione, il suo governo o +il suo partito, voleva in quel momento; per capire la visione delle +cose che lo guidava; i motivi che lo spinsero a quella o a quell’altra +azione. + +È facile ora capire la strana e contradditoria natura del documento +storico, intorno alla quale tanto disputano i teorici della storia, e +che i veri storici capiscono a fondo senza aver bisogno di discuterla. +Tre sono le contraddizioni insite nella natura del documento storico. + +_a_) La sopravvivenza del documento è _accidentale_ perchè dei +mezzi d’azione si conservano spesso, per servir come segni degli +stati d’animo, quelli che meno servono a capire «gli stati d’animo» +_essenziali_ dai quali l’avvenimento è nato; lo storico deve invece +indovinare questi stati d’animo _essenziali_. + +_b_) il documento, appunto perchè è il rottame di un mezzo d’azione +che non serve più, è _una cosa morta_: lo storico deve servirsene per +intuire uno stato d’animo, che è _una cosa viva_; + +_c_) il documento è sempre _frammentario_; da questo documento +frammentario lo storico deve cercare di ricavare una intuizione +di stati di coscienza quanto più gli è possibile _totalitaria_, +indovinando quello che nel documento non c’è e non ci può essere, +perchè il documento è per sua natura un frammento. + +Chi tenga presente queste tre contraddizioni insite nel documento, +intenderà quanto sia difficile lo scriver la storia e come ai maestri +che salgono in cattedra a insegnare la teoria si addica una certa +modestia nel dare consigli a coloro, che invece di dir come si deve +scriver la storia, la scrivono. Intenderà pure che il cercare una +conclusione certa, appoggiata su documenti inoppugnabili e definitivi, +i quali si possano interpretare in una sola maniera, è quasi sempre +la pretesa di una presuntuosa leggerezza. Intenderà come accada che +ogni storia si rinnovi quando lo storico muta. Intenderà che un mezzo +sicuro e definitivo di provare vera e giusta la interpretazione di un +documento, ossia di verificare l’intuizione degli «stati di coscienza» +che da quel documento piglia le mosse non c’è. Intenderà infine che +la storia si scrive per molti motivi diversi. Si scrive per ricordare +il passato. Si scrive per soddisfare la curiosità. Si scrive per +divertirsi e per divertire, su per giù come si scrivono romanzi. Si +scrive per glorificare o per infamare una dinastia, un partito, una +religione, un popolo, una nazione, un regime politico, una classe +sociale. Si scrive per affilare le armi ad una lotta politica, sociale, +o ad un conflitto armato tra stati. Si scrive per indagare il mistero +dei destini umani, il perchè delle vittorie e delle sconfitte, della +grandezza e della decadenza, delle prosperità e dei rovesci. Il Croce +dice che questo _perchè_ è introvabile. Non importa: a quanti perchè +senza risposta l’uomo cerca risposta! + +Questa molteplicità di scopi genera molte famiglie di storie e di +storici, ciascuna delle quali esercita la sua intuizione in modo +diverso. Lo scopo foggia per reazione lo strumento. Alcune tra le +distinzioni che il Croce, brancicando nel buio, tenta di stabilire tra +storia e storia nascono da questi diversi scopi. Non ci sono storie +positive e storie negative, storie vere e storie false, storie poetiche +e storie filosofiche. La storia è sempre storia — cioè intuizione di +«stati di coscienza»: la scriva Tito Livio, o Tacito, o Svetonio, o il +Machiavelli, o il Gibbon, o il Mommsen, o quel tale misterioso storico +— chi sarà mai? — nel quale il Croce ravvisa il vero storico. Ma muta +secondo che è scritta per uno scopo o per un altro. Così quelle che +il Croce chiama storie poetiche o pseudo-storie sono storie dominate +da una forte passione, o politica o religiosa o morale, la quale in +certi momenti può falsare, in altri acuire nello storico la visione +della verità. Tacito ha atrocemente calunniato Tiberio, che fu un +grande imperatore, e si sacrificò per salvare lo Stato; ma se la sua +intuizione ha errato nel raffigurare questo personaggio; e se per +ciò la sua storia è in questo punto difettosa, è pur sempre storia +composta con gli eterni processi che ogni storico ha adoperato, adopera +ed adopererà, perchè non ce ne sono altri. La differenza da storico a +storico sta solo nella maestria con cui ciascuno li adopera, e nello +scopo che si propone. + + +7. + +Alla luce di queste considerazioni molte questioni sul metodo storico, +che da quando la storia si è messa in mente di essere una scienza, +si sono tanto arruffate, si semplificano assai. Non ho tempo qui +di dimostrarlo. Ma non posso tacere una conclusione che è la più +importante, perchè vale a sbugiardare insieme e di colpo tutte le +false autorità che pullulano oggi negli studi storici dalla universale +confusione e ignoranza. La conclusione è questa: che una opera di +storia può essere giudicata da un critico soltanto nella sua forma +letteraria, come è stata composta e scritta; se è viva o no; se si +capisce o se riesce oscura, se piace o annoia. Nella sostanza, ossia +se lo storico abbia adoperato bene o male il processo intuitivo con cui +soltanto si può scriver la storia; se sia nel vero o se s’inganni, no. +Siccome non c’è modo o criterio per verificare inappellabilmente se un +documento è stato o non è stato interpretato rettamente, il critico +può soltanto scoprire o notare i piccoli errori di fatto, in cui a +tutti gli storici accade di incorrere: per giudicare sostanzialmente +una storia il critico _dovrebbe rifarla_ tutta quanta, interpretando di +nuovo i documenti, a modo suo, ossia intuendo in altro modo e legando +tra loro in un ordine diverso gli stati di coscienza di cui i documenti +sono il segno frammentario, accidentale e morto. Al lettore spetterà +poi di giudicare quale delle due interpretazioni lo convinca di più, +e gli sembri più verosimile: giudizio però personale anche questo +e quindi variabile da lettore a lettore, ma sempre posato sopra un +paragone di più storie. Se voglio dimostrare che Tacito si è sbagliato +scrivendo la storia di Tiberio, devo raccontarla di nuovo e in modo +che sembri più persuasiva, perchè più verosimile; senza però presumere +mai di giungere ad una conclusione che sia definitiva, inoppugnabile, +irrevocabile. + +Desidera il lettore rendersi conto, come un critico, il quale voglia +giudicare il valore intrinseco di una storia senza rifarla, possa +vaneggiare? Il Croce stesso ci somministra di ciò un curioso esempio. +Il Croce aveva rasentato la verità — che la storia sia intuizione di +stati di coscienza — quando scriveva a pagina 29 e 30: «la fantasia +è indispensabile allo storico: la critica vuota, la narrazione vuota, +il concetto senza intuizione o fantasia sono affatto sterili; e ciò si +è detto e ridetto in queste pagine col richiedere la viva esperienza +degli accadimenti, di cui si prende a narrare la storia, il che importa +insieme elaborazione di essa come intuizione e fantasia; senza questa +ricostruzione o integrazione fantastica non è dato nè scrivere storia, +nè leggerla o intenderla. Ma siffatta fantasia veramente indispensabile +allo storico è la fantasia inscindibile dalla sintesi storica, la +fantasia nel pensiero e per il pensiero, la concretezza del pensiero +che non è mai un astratto concetto ma sempre una relazione e un +giudizio, non una indeterminatezza, ma una determinatezza. Epperò essa +è da distinguere dalla libera fantasia poetica, cara a quegli storici +che vedono o odono il viso e la voce di Gesù sul lago di Tiberiade, +o seguono Eraclito nelle sue quotidiane passeggiate tra le colline di +Efeso, o ridicono i segreti colloquî tra Francesco d’Assisi e il dolce +umbro paese». + +Sebbene involuta ed oscura, questa pagina distingue, una fantasia +— chiamiamola così — «_storica_» che ricostruisce ed integra dai +documenti quello che fu; e una _fantasia poetica_ che inventa quello +che non fu mai; concludendo che senza la fantasia «storica» la quale +ricostruisce ed integra, non c’è storia. «_Senza questa ricostruzione +o integrazione fantastica non è dato nè scrivere storia, nè leggerla ed +intenderla_». + +Su questo punto non possono esserci dubbi. È chiaro d’altra parte che +quella che il Croce chiama qui, con linguaggio impreciso e barcollante, +«_ricostruzione o integrazione fantastica_» è l’intuizione degli stati +di coscienza passati. Ma in un’altra opera il Croce ha voluto giudicare +l’opera mia e giudicarla non solo nella forma, ma anche nella sostanza, +per negare che essa sia storia. Che cosa ha detto allora? Ha affermato +che non solo la fantasia poetica, ma anche la fantasia storica, +ossia l’intuizione, non può creare storia vera. Il lettore stenterà a +crederlo; eppure è proprio vero che il Croce ha scritto testualmente +così: «Il Ferrero crede che si debba con la immaginazione, o come dice, +con la congettura integrare le fonti là dove il senso critico _vieta +coteste integrazioni e nega che possano mai fornire storia e storia +reale_. Al che il Ferrero, e con lui i suoi difensori, obbiettano, +che, senza le congetture e le immaginazioni, molta parte della +storia rimarrebbe arida esposizione e compilazione di fonti. E tale +sia e rimanga, quando non può essere altro, ossia quando mancano le +condizioni soggettive ed oggettive perchè sorga storia vera e propria; +meglio allora una rassegna di fonti, che un sogno sulle fonti...» + +La contraddizione è evidente: «_Il senso critico vieta coteste +integrazioni e nega che possano mai fornire storia e storia reale_». Ma +che altro possono essere queste integrazioni vietate dal senso critico, +se non quelle che la fantasia storica fa in opposizione alla fantasia +poetica, che non integra ma inventa; e che nella «Teoria» erano state +giustamente dichiarate indispensabili allo storico, perchè non sono +altro che la sua facoltà di intuizione? + +Ma non poteva accadere altrimenti. Volendo negare che una storia fosse +buona storia senza rifarla, il Croce non aveva altro mezzo che di +negare addirittura il processo creativo della storia — l’intuizione; +ossia, per affermare che io ho perduto il mio tempo a scrivere +«Grandezza e Decadenza di Roma» come i suoi numerosi lettori a +leggerla, che la storia non esiste, non è possibile, è un vano sogno. +Per ammazzare me egli ha sacrificato addirittura Clio e la Storia tutta +quanta; e dopo aver scritto un poderoso volume per scoprire che cosa +sia e come si scrive! + +O giovani, che volete darvi alle storie, non ascoltate le false +autorità, che vogliono insegnarvi, senza saperlo, che cosa è e come si +scrive la storia. Leggete i grandi maestri dell’arte, incominciando +dagli antichi. Leggete Tucidide, leggete Sallustio, leggete Livio, +leggete Tacito. Solo chi conosce l’arte può insegnarla: troppo, +questo vecchio precetto del buon senso è stato dimenticato dal secolo +implacabilmente nemico di tutte le arti: della storia come della +guerra, della pittura come della politica. + + + + +II. + +IL MATERIALISMO STORICO E ROMA ANTICA. + + +Quando apparve la traduzione francese dei due primi volumi di +«Roma» alcuni, giornalisti d’oltre Alpi, uomini d’ingegno ma un po’ +precipitosi nel giudicare, come è spesso quella professione, scrissero, +e con sincera intenzione di elogio, che l’autore aveva studiato +Carlo Marx. Imbattutisi per la prima volta in una storia antica, che +raccontava di commerci, di dissesti, di fallimenti, di usure, e di +altre cose consimili, reputate da molti invenzioni moderne; avendo +sentito dire che Carlo Marx aveva fatto degli interessi economici +l’asse intorno a cui giri la storia universale, s’erano messi in +mente di far onore all’opera, ascrivendola ad una famiglia così +moderna e così illustre. Senonchè è difficile immaginare un più grosso +sproposito, e che sia prova più manifesta di ignoranza totale, sia +in ciò che concerne la storia in genere, sia per ciò che tocca il +materialismo storico. Ragione per cui l’errore fu largamente ripetuto. + +Il materialismo storico non è una scuola, perchè una scuola suppone +maestri e discepoli, e qui i discepoli almeno mancano; è una pura +dottrina, campata nei cieli della speculazione, un po’ confusa e +nebulosa, come tutto ciò che è uscito dalla mente frammentaria di +Carlo Marx. Nessuno storico l’ha ancora applicata in nessuna opera +di polso. Ma come dottrina si presenta negli scritti del suo autore +e dei suoi discepoli e commentatori in due vesti: più generale la +prima, più particolare la seconda. La dottrina più generale vuole che +i fenomeni della storia, la religione, la politica, il diritto, l’arte +e via dicendo, siano una specie di drappeggiamento sontuoso, sotto cui +si nasconde la greggia ed unica realtà degli interessi economici. Ma +del materialismo inteso così io penso che sia una dottrina puerile, +da non poter essere presa sul serio; immaginarsi se si potranno +trovare le sue «formule» e i suoi «derivati» nell’opera mia! Che +ogni istituzione o associazione umana di qualsiasi natura, politica, +religiosa o intellettuale, debba tenere un libro di conti; che tutte +le relazioni tra gli uomini di ogni specie, dalla famiglia allo Stato +e alla Chiesa, siano regolate anche da una ragione di dare e avere, +non vuol dire, che l’anima di quelle associazioni e istituzioni viva +nel libro dei conti; vuol dire soltanto che, qualunque cosa gli uomini +facciano, pensino o vogliano, hanno bisogno di nutrirsi e di vestirsi; +che il prete deve vivere dell’altare, come il pittore del pennello, +e il matematico delle formule. Più seria è la dottrina particolare e +ristretta, che assume la _trasformazione degli istrumenti del lavoro +a motore occulto della storia_. Inteso così, il materialismo storico +potrebbe essere una dottrina feconda e fare scuola, il giorno che +raccogliesse intorno a sè discepoli valorosi, purchè circoscritta alla +storia dell’Europa negli ultimi due secoli, che sola può comportarne la +applicazione. Negli ultimi due secoli la storia dell’Europa è veramente +condotta da due demiurghi: le dottrine razionali della società e dello +Stato, che minano sotto sotto Dio; le macchine mosse dal vapore e +dall’elettricità, che minano sotto sotto tutti gli antichi ideali di +perfezione. Nessuno scrittore capirà il secolo XIX, sinchè non riesca +a scoprire questi due demiurghi, discesi da due cieli differenti +della storia, all’opera insieme e senza saper l’uno dell’altro. Il +materialismo storico potrebbe studiarne con profitto uno; e quindi +scoprire una parte della verità. + +Senonchè questa dottrina non ha posto nè ufficio nella storia antica, +dalla quale il secondo demiurgo è assente; ed è addirittura infantile +di supporre che abbia potuto applicarla proprio l’autore, che ha +indicato nel secolo XIX e nel trapasso della civiltà qualitativa alla +quantitativa, dall’ideale di perfezione all’ideale di potenza, il +maggior rivolgimento della storia universale. Solo questo rivolgimento +ha chiamato in terra, un paio di secoli fa, il demiurgo, che il +materialismo vorrebbe presente in tutti i luoghi e in tutte le epoche; +e le cui formidabili spinte e audacie e crudeltà gli uomini non +conobbero, sinchè la civiltà fu per sua natura qualitativa. Intorno +alla tecnica dei Greci e dei Romani ci somministrano numerose, per +quanto slegate e frammentarie notizie, gli scrittori, le leggi, i +rottami di attrezzi e di macchine — aratri, mulini, telai, forni, +stampi e via dicendo — raccolti negli scavi, e i disegni scolpiti nei +bassorilievi. Ma da secolo a secolo, da paese a paese, non si riesce a +scoprire differenze visibili e quindi progresso, come l’intendiamo noi, +fuorchè nelle macchine di guerra. Gli strumenti della industria e della +agricoltura non mutano, a distanza di secoli; le forze motrici sono +sempre i muscoli umani, alcuni animali, il vento e l’acqua; il vapore è +un gingillo. In tutta la letteratura antica ho trovato una sola pagina, +in cui l’ammirazione del progresso, oggi così fervida, sia presentita: +la prefazione del libro diciannovesimo della _Historia naturalis_, in +cui Plinio il vecchio, raccontando che il Mediterraneo ai suoi tempi è +solcato in ogni verso non più da navi a remo ma da navi a vela, dopochè +l’abbondanza del lino coltivato in Occidente ha fatto della tela un +oggetto di consumo corrente, vanta la velocità delle navi spinte del +vento, i viaggi affrettati, lo spazio vinto, con parole, che un moderno +potrebbe ripetere, ritoccandole appena, del vapore. Ma se gli strumenti +non mutavano, mutavano, e molto, i manufatti da epoca ad epoca; secondo +che la mano di una generazione e di un popolo era più abile o meno, più +arduo o più facile il modello di perfezione a cui i differenti secoli +e le diverse nazioni guardavano, più fino e più rozzo il gusto che +commetteva i lavori e li giudicava. + +Immaginare una storia «materialistica» di Roma sarebbe come voler +scrivere una storia cattolica o protestante dei Faraoni. Ma come +è nato allora questo svarione di critici orecchiuti e orecchianti? +Nella storia degli ultimi due secoli della repubblica c’è un paradosso +apparente: più Roma e l’Italia arricchiscono e più sono rovinate; più +si ingrandiscono fuori, e più si indeboliscono dentro. L’aristocrazia +romana si trova padrona di un immenso impero, quando non è più capace +di governare e amministrare una città! Massime nell’ultimo secolo della +repubblica ogni vittoria è una catastrofe. Parecchi storici avevano +visto o intravisto, tra le cause di questo singolare dissolversi per +troppo vincere, gli influssi della cultura greca — arti, filosofie, +industrie, religioni, costumi, lussi, piaceri — sull’antica società +latina, aristocratica, tradizionalista, bigotta e puritana. Ma questa +causa non è la sola, ed è, per dir così, una causa seconda, derivata da +un’altra, meno visibile e più profonda: l’oro delle conquiste. Fenomeno +economico? Per chi cerca nella natura umana la ragione profonda della +storia, questa azione della moneta è un altro esempio della padronanza +e tirannia che tanti oggetti creati dall’uomo a servirlo esercitano +sul loro autore. Che cosa è la moneta? Non è la ricchezza, ma _una +ricchezza_; ossia uno dei tanti beni desiderati dall’uomo, ma in sè e +per sè non dei più necessari, perchè i metalli preziosi, tanto pregiati +per la loro bellezza e rarità, non servono a nulla fuorchè ad ornare, +se non esistono gli altri beni necessari alla vita, che il denaro +acquista. Ad un uomo perduto nel Sahara un pane ed un otre d’acqua +sarebbero più preziosi, che un sacco di monete d’oro. + +Senonchè se questo è vero, è pur vero che gli uomini immedesimano la +ricchezza e il denaro, come se il denaro fosse la ricchezza, e di nulla +sono più cupidi che di denaro, sia esso coniato in metallo prezioso +o stampato in vilissima carta, al punto che reputano felice solo chi +ne abbonda — uomini e tempi. Come si spiega questo strano fenomeno? +Per quale ragione questi pezzi di argento e d’oro, queste polizze +baroccamente istoriate che da sè e per sè non potrebbero soddisfare +nessuno dei nostri bisogni, abbagliano l’uomo al punto, che il maggior +numero immedesima in quelli la ragione stessa del vivere? Perchè, +quando intorno sussista una civiltà raffinata e piena di beni svariati, +il denaro è uno schiavo docile, pronto a tutti i servizi; mentre tutte +le altre ricchezze si prestano ai voleri dell’uomo soltanto secondo la +loro natura rigida e limitata. Chi possiede una terra, una casa, una +bottega, un’officina, una merce qualsiasi, ne è nel tempo stesso il +padrone e lo schiavo; perchè può servirsene solamente per i fini e gli +uffici a cui la loro natura destina quelle cose. Se vuol servirsene ad +altri fini ed uffici deve venderli, ossia convertirli in denaro. Chi +possiede denaro, può invece accumularlo o disperderlo, nasconderlo o +ostentarlo, prestarlo o regalarlo, aiutare i suoi simili o corromperli, +convertirlo in sapere, in sfarzo, in piacere o in vizio. Il denaro +è amico e nemico, maestro e lenone, creatore e distruttore, angelo e +demonio. Se l’uomo comanda, il denaro lo servirà nell’una o nell’altra +di queste opposte persone. + +Questa sua natura è cagione che nessuna prova sia più ardua e +pericolosa per un singolo uomo, come per un popolo ed una civiltà, che +un’improvvisa abbondanza di denaro. Che cosa accade quando, per una +ragione o per un’altra, il denaro viene improvvisamente ad abbondare +in una nazione, _mentre gli altri beni necessari alla vita, che si +possono comperare con il denaro, non crescono, o diminuiscono?_ Noi +possiamo rispondere facilmente a questo quesito, dopo il diluvio di +falso denaro sotto cui la guerra ha sommerso in sette anni l’Europa. +Coloro, nelle cui mani affluisce questa nuova abbondanza di denaro, +potranno accaparrare una parte assai maggiore dei beni disponibili, +che non prima; e siccome la somma totale di questi non è cresciuta, +dovranno toglierli ad altri che prima ne godevano: a coloro i quali, +per una ragione o per un’altra, non sono stati raggiunti e irrorati +dall’alta marea del denaro... Quindi alterazione violenta delle +fortune; ingiusto e improvviso arricchimento degli uni; improvviso ed +ingiusto impoverimento degli altri. Inoltre — ed è il disordine più +pericoloso — mentre gli impoveriti si ridurranno a vivere strettamente +del necessario, gli arricchiti saranno spinti sempre più al lusso ed al +vizio. Appunto perchè questo pericoloso servitore si offre di servirli +a loro piacere, come angelo o come demonio, gli uomini sono vinti il +più spesso dalla curiosità di vedere come serve un demonio. Quando gli +uomini dispongono di troppo denaro, il loro senno vacilla; cresce il +prezzo dei gioielli, dei vini, delle vesti preziose; sorgono da ogni +parte ville e palazzi; lupanari e bische rigurgitano; danze e feste +tripudiano. + +L’ingiusto arricchimento infatua gli uni, come lo immeritato +impoverimento inasprisce gli altri; la disciplina sociale si rallenta; +il rispetto, la parsimonia, lo spirito d’ordine svaporano, si diffonde +l’invidia delle altrui ricchezze, l’odio dei fortunati, una insaziabile +cupidità. Non solo il denaro, passando da una mano all’altra, insegna +l’ozio, la prodigalità, il lusso, la dissolutezza, la vanità, la +ghiottoneria; ma più abbonda, più scarseggia, più ne cresce il bisogno +perchè più rinvilia. I tempi si lagnano di impoverire, quanto più +arricchiscono. Il denaro sembra come volatilizzarsi. + +Questo spasimo tetanico, in cui si contorce oggi l’Europa, infettata +dal falso denaro della guerra intriso di tanto sangue, per poco non +soffocò Roma e l’Italia negli ultimi due secoli della repubblica +romana. Non la carta e i torchi litografici, ma l’oro e l’argento +furono allora il veicolo della malattia. L’Italia fu per due secoli +devastata periodicamente da violente maree di oro e di argento, +suscitate dalle guerre, che nei tempi antichi, per le ragioni esposte +nel mio primo volume, snidavano dai ripostigli e trasportavano nel +paese vincitore i metalli preziosi. Soffrì, in quei due secoli, +di tutti i mali che ci tormentano oggi: la carestia crescente con +l’abbondanza, l’alterazione iniqua delle fortune, la depravazione dei +costumi, il tramonto delle tradizioni, l’obliterarsi della disciplina +sociale, le turbolenze politiche e gli odi civili che, via via +esasperandosi, proruppero alla fine in aperte e sanguinose rivoluzioni. + +Ed ecco spiegato l’errore di coloro che hanno visto in questa visione +della storia di Roma le formule e i derivati di un materialismo +storico di fantasia, perchè la moneta vi comparisce come il principale +agente del disordine di una grande epoca. Ma questa visione non è +parente del cosidetto materialismo storico neppure in decimo grado. +Vero è invece che la visione è mia. Senza dubbio questo spaventoso e +meraviglioso fenomeno non è stato da me capito con quella pienezza +e rappresentato con quella forza, di cui, dopo la guerra mondiale, +mi sentirei oggi capace; e che spero di trasfondere un giorno in una +edizione definitiva. Ho concepito questa parte dell’opera una ventina +di anni fa, perduto in una pace così universale e profonda, che la +memoria e la nozione stessa del terribile fenomeno si erano perdute; +l’ho concepita, quasi direi, dal nulla e in piena solitudine, perchè +nessuno dei predecessori aveva neppur presentito queste oscure verità +e poteva quindi prestarmi aiuto. Non ostante un intensissimo sforzo +di riflessione e di immaginazione, che ha durato anni, non ho veduto +il fenomeno nella sua pienezza e in tutti i suoi particolari, così +lucidamente come lo vedo ora; e qualche volta l’ho confuso un po’ con +un altro fenomeno, che appartiene alla stessa famiglia ma è diverso: +con la perturbazione che genera l’incremento della ricchezza, quando +è figlia del lavoro. L’opera ha quindi bisogno di qualche ritocco. Ma +sarò io giudicato vittima di un vano orgoglio, se dirò apertamente che, +a mio giudizio, un critico equo e competente, invece di dottrineggiare +fuori di tempo e luogo sul materialismo storico, avrebbe potuto, e +forse dovuto, riconoscere un po’ di merito all’autore, che primo aveva +avuto la visione di un fenomeno di cui si era perduta la memoria, venti +secoli dopo che era avvenuto, venti anni innanzi che, ripetendosi in +un intero continente, si rivelasse di nuovo alla obliviosa noncuranza +degli uomini? + + + FINE. + + + + +INDICE DEI NOMI + + + _Acusilas_, 6. + _Adriano_, imp., 42. + _Agatocle_, 96, 114. + _Agostino_ (santo), 52-82, 92, 104. + _Agrippina_, 37. + _Ammirato Scipione_, 109. + _Annibale_, 22. + _Antonia_ (madre di Germanico), 35. + _Augusto_, imp., 15, 29, 35. + + _Balbo C._, 130. + _Barbagallo C._, 9. + _Boccalini_, 109. + _Bodin_, 109. + _Botero_, 115. + _Bruto_, 18, 29. + _Buondelmonti C._, 87. + + _Camillo_, 24, 73. + _Carlo Magno_, 81. + _Cassio_, 25, 29. + _Catilina_, 13. + _Catone_, 5, 6, 11. + _Cavriana F._, 119. + _Cesare_, 9, 10, 11, 21, 43, 130. + _Cicerone_, 5, 6, 7, 18, 53, 54, 128. + _Cinna_, 25. + _Claudî_ (i Giulii), 29, 34, 39. + _Claudio Appio_, 22. + _Claudio_, imper. 15, 34, 37, 43, 118. + _Cordo Cremunzio_, 29. + _Cristo_, 76, 77. + _Croce B._, 127-149. + _Curiazi_ (i), 62. + + _Dalla Torre R._, 109. + _David_ (pitt.), 19. + _Domiziano_, 31, 43. + _Droysen_, 129, 130. + _Druso_, 15. + + _Ellanico_, 6. + _Eraclito_, 147. + _Erodoto_, 129, 130. + + _Fabio Pittore_, 5, 6. + _Faraoni_ (i), 155. + _Fenestella_, 29. + _Ferecide_, 6. + _Ferrero G._, 9, 147, 148. + _Ferretti E._, 108. + _Flacco Iginio_, 29. + _Flacco Verrio_, 29. + _Francesco d’Assisi_ (san), 147. + + _Germanico_, 35, 36, 121. + _Gesù_, v. Cristo. + _Gibbon_, 114. + _Giugurta_, 9. + _Giustino_, 29. + _Grote_, 130. + _Guicciardini Fr._, 89. + + _Houssaye_ (de la) _Amelot_, 109, 119. + + _Lipsio Giusto_, 109, 112-14. + _Livia_, 35. + _Livio Tito_, 8, 10, 11, 14, 15-27, 29, 30, 31, 32, + 33, 34, 36, 39, 41, 47, 50, 54, 55, 57, 60, 61, 63, 68, + 72, 76, 77, 79, 80, 81, 82, 85, 86, 87, 91, 92, 95, + 103-105, 107-110, 118, 123, 129, 130, 144, 149. + _Loth_, 61. + _Lucrezia_, 66, 67. + + _Machiavelli N._, 85-110, 111-116, 118, 123, 124, 144. + _Malvezzi V._, 109. + _Mario_, 71. + _Marx C._, 151, 152. + _Massimo Q._, 12. + _Massimo V._, 29. + _Medici_ (i), 85. + _Messala V._, 36. + _Mommsen_, 130, 144. + _Mucio_ (pont.), 5. + _Mureto_, 108, 121. + + _Nardi_, 105. + _Nerone_, 31. + + _Orazi_ (gli), 62. + _Orazio_, 15. + + _Paolo Emilio_, 20. + _Paolo Lucio_, 24. + _Papini C._, 109. + _Patercolo V._, 29, 110. + _Pisone_, 5, 6, 121. + _Plinio_ (il vecchio), 154. + _Pollione A._, 29. + _Porsenna_, 23. + _Posevino_, 115. + _Postumio_, 72. + + _Quintiliano_, 10, 13. + + _Rapin_, 110. + _Regolo_, 72. + _Ribadeneira_, 115. + _Romolo_, 61, 100. + _Rucellai C._, 87. + _Rych Teodoro_, 109. + + _Sallustio_, 8, 9-14, 16, 19, 34, 41, 54, 55, 57, + 59, 77, 79, 80, 81, 82, 109, 149. + _Sardanapalo_, 66. + _Savonarola G._, 85, 89, 105. + _Scipione Africano_, 24, 53, 54, 58. + _Scipione Nasica_, 57. + _Scipione P._, 12. + _Seneca_, 10, 31, 50. + _Servilio_, 24. + _Sestio_, 66. + _Sforza_, 121. + _Silla_, 9, 21, 72. + _Strada Fiumano_, 109. + _Svetonio_, 41-43, 121, 144. + + _Tacito_, 8, 11, 27, 29-40, 41, 43, 51, 77, 80, 81, + 82, 89, 107-110, 111-16, 117-22, 123, 129, 130, 144, + 146, 149. + _Taine I._, 10, 11. + _Thierry_, 130. + _Tiberio_, 29, 34, 35, 36, 37, 38, 118, 120, 121, + 144, 146. + _Toffanin G._, 107. + _Torquato Manlio_, 18, 20. + _Traiano_, 30, 32. + _Trogo Pompeo_, 29. + _Tucidide_, 149. + _Tullo_, 62. + + _Valentino_ (duca), 95, 121. + _Varrone_, 64. + _Vespasiano_, 29. + _Vico G. B._, 88. + _Virgilio_, 15. + _Virginia_, 62. + + + + +INDICE DELLE MATERIE + + + _Al Lettore_ _pag_. 1 + + LA CREAZIONE. + + I. L’annalistica dei primi secoli _pag_. 5 + II. Sallustio » 9 + III. Tito Livio » 15 + IV. Tacito » 29 + V. Svetonio » 41 + + LA DISTRUZIONE. + + I. L’Impero romano e la sua storia _pag_. 47 + II. L’aurora della morale umana » 49 + III. S. Agostino, la Repubblica e il popolo romano » 53 + IV. S. Agostino e la corruzione dei costumi » 57 + V. S. Agostino, i grandi uomini e la storia di + Roma » 63 + VI. La fortuna di Roma e Cristo » 75 + + LA RINASCITA. + + I. La storia e l’antichità nella mente del + Machiavelli _pag_. 85 + II. La razionalizzazione della politica » 91 + III. Lo Stato superiore alla morale » 95 + IV. Lo Stato-Dio in Livio e nel Machiavelli » 103 + V. La reazione contro Livio e contro il Machiavelli » 107 + VI. Il Tacitismo e la ragion di Stato » 111 + VII. Il Tacitismo e la falsificazione di Tacito » 117 + VIII. Quel che noi dobbiamo agli storici antichi » 123 + + APPENDICE. + + I. Che cos’è la Storia? _pag_. 127 + II. Il materialismo storico e Roma antica » 151 + + _Indice dei nomi_ _pag_. 163 + + + + +NOTE: + + +[1] _De Oratore_, II, 12. + +[2] _De Oratore_, II, 15. + +[3] Cfr.: Ferrero e Barbagallo, _Roma Antica_, I, pag. 259. + +[4] Taine, _Essai sur Tite Live_. Paris 1874, pag. 343 e sg. + +[5] Taine, _Op. cit._, pag. 346. + +[6] _Cat._, VII. + +[7] _Cat._, VII. + +[8] Livio, _Proemio_. + +[9] Liv., IX, 11. + +[10] Liv., XLV, 38. + +[11] Liv., 2, 41. + +[12] Tac. _Hist._, I, 2. + +[13] Tac. _Hist._, I, 3. + +[14] Tac. _Ann._, IV, 32. + +[15] Tac. _Ann._, XIV, 64. + +[16] _Ann._, IV, 33. + +[17] _Ann._, III, 65. + +[18] _Ann._, I, 10. + +[19] _Ann._, III, 3. + +[20] _Ann._, I, 8. + +[21] _Hist._, II, 50. + +[22] _Ann._, IV, 11. + +[23] _De Civit. Dei_, XIX, 21. + +[24] _De Civit. Dei_, II, 21. + +[25] _De Civit. Dei_, I, 15. + +[26] _De Civit. Dei_, XIX, 7. + +[27] _De Civit. Dei_, I, 31. + +[28] _De Civit. Dei_, I, 33. + +[29] _De Civit. Dei_, II, 2. + +[30] _De Civit. Dei_, II, 17. + +[31] _De Civit. Dei_, III, 13. + +[32] Livio, I, 9. + +[33] Livio, I, 9. + +[34] Livio, I, 10. + +[35] _De Civit. Dei_, III, 14. + +[36] _De Civit. Dei_, III, 14. + +[37] _De Civit. Dei_, III, 4. + +[38] _De Civit. Dei_, II, 20. + +[39] _De Civit. Dei_, I, 19. + +[40] _De Civit. Dei_, I, 19. + +[41] _De Civit. Dei_, IV, 8. + +[42] _De Civit. Dei_, IV, 8. + +[43] _De Civit. Dei_, IV, 14. + +[44] _De Civit. Dei_, II, 22. + +[45] _De Civit. Dei_, II, 22. + +[46] _De Civit. Dei_, II, 23. + +[47] _De Civit. Dei_, II, 24. + +[48] _De Civit. Dei_, II, 23. + +[49] _De Civit. Dei_, IV, 7. + +[50] _De Civit. Dei_, V, 1 e 10. + +[51] _De Civit. Dei_, V, 12. + +[52] _De Civit. Dei_, XVIII, 22. + +[53] _De Civit. Dei_, V, 13. + +[54] _De Civit. Dei_, V, 13. + +[55] _De Civit. Dei_, V, 14. + +[56] _De Civit. Dei_, V, 12. + +[57] _De Civit. Dei_, I, 1. + +[58] _De Civit. Dei_, III, 14. + +[59] _De Civit. Dei_, V, 17. + +[60] _De Civit. Dei_, I, 8. + +[61] _De Civit. Dei_, I, 11. + +[62] _De Civit. Dei_, I, 17 e 24. + +[63] _De Civit. Dei_, I, 12. + +[64] _Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio_. Proemio. + +[65] _Discorsi_, I, 11. + +[66] _Discorsi_, I, 39. + +[67] _Discorsi_, Proemio. + +[68] _Principe_, XIV. + +[69] _Discorsi_, I, 2. + +[70] _Discorsi_, I, 55. + +[71] _Discorsi_, I, 55. + +[72] _Discorsi_, III, 6. + +[73] Cfr. _Discorsi_, I, 2; I, 38; I, 57. + +[74] _Discorsi_, I, 18. + +[75] _Principe_, II. + +[76] _Discorsi_, III, 5. — _Principe_, 3 e 19. + +[77] _Principe_, 3. + +[78] _Principe_, 2. + +[79] _Discorsi_, I, 11. + +[80] _Discorsi_, I, 11. + +[81] _Discorsi_, I, 12. + +[82] _Principe_, 7. + +[83] _Principe_, 15. + +[84] _Principe_, 15. + +[85] _Principe_, 18. + +[86] _Principe_, 18. + +[87] _Principe_, 8. + +[88] _Principe_, 8. + +[89] _Principe_, 8. + +[90] _Principe_, 18. + +[91] _Principe_, 3. + +[92] _Discorsi_, I, 1. + +[93] _Discorsi_, I, 7. + +[94] _Discorsi_, I, 7. + +[95] _Discorsi_, I, 9. + +[96] _Discorsi_, I, 30. + +[97] Sul _Tacitismo_ si può leggere con profitto il bel lavoro di G. +Toffanin, _Machiavelli e il Tacitismo_. Padova, 1921. + +[98] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14. + +[99] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 13. + +[100] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14. + +[101] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14. + +[102] _Principe_, 18. + +[103] _Tacite, avec des notes politiques et historiques par Amelot de +la Houssaye_. Paris, 1724. + + + + + +Nota del Trascrittore + +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo +senza annotazione minimi errori tipografici. + + + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75269 *** |
