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-The Project Gutenberg eBook of Cronica di Matteo Villani, vol. IV, by
-Matteo Villani
-
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-
-Title: Cronica di Matteo Villani, vol. IV
- A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna
-
-Author: Matteo Villani
-
-Editor: Ignazio Moutier
-
-Release Date: January 29, 2023 [eBook #69901]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by the Bayerische Staatsbibliothek)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI,
-VOL. IV ***
-
-
- CRONICA
-
- DI
-
- MATTEO
- VILLANI
-
-
- A MIGLIOR LEZIONE RIDOTTA
- COLL’AIUTO
- DE’ TESTI A PENNA
-
- TOMO IV.
-
-
-
- FIRENZE
- PER IL MAGHERI
- 1825
-
-
-
-
-LIBRO OTTAVO
-
-
-CAPITOLO PRIMO.
-
-_Il Prologo._
-
-Avvegnachè antica questione sia stata tra’ savi, nondimeno la mente
-nostra s’è affaticata in ricercare gli esempi degli autori d’ogni tempo
-per avere più chiarezza, quale sia al mondo di maggiore operazione,
-o la potenza dell’armi nelle mani de’ potentissimi duchi e signori
-senza la virtù dell’eloquenza, o la nobile eloquenza diffusa per
-la bocca de’ principi con assai minore potenza; e parne trovare,
-avvegnachè il mio sia lieve e non fermo giudicio, che l’eloquenza abbi
-soperchiata la potenza, e fatte al mondo maggiori cose; e l’eloquenza
-di Nembrot, ammaestrato da Gioniton suo maestro, raunò d’oriente
-tutta la generazione umana in un campo a edificare la torre di Babel;
-la confusione della lingua mise la loro forza e la loro opera in
-distruzione. Serse volendo occupare la Grecia coprì il mare di navi,
-e il piano e le montagne d’innumerabili popoli; la leggiere forza
-di Leonida, con cinquecento compagni inanimati dall’ammaestramento
-dell’eloquenza di quello uomo, fece sì incredibile resistenza a quello
-sformato esercito, che a’ Greci diede speranza di vincerlo, e al
-re volontà con pochi de’ suoi di ritornare indietro. Alessandro di
-Macedonia con piccolo numero di cavalieri infiammati dall’informazione
-della compiacevole lingua di colui, vinse le infinite forze di Dario
-e’ suoi tesori. I nobili principi romani più per savio ammaestramento
-della disciplina militare, che per arme o per forza di loro cavalieri
-domarono l’universo. E cominciando a Tullio Ostilio re de’ Romani,
-condotto in campo per combattere co’ Toscani, vedendosi in su gli
-estremi abbandonato e tradito da’ compagni, e preda de’ nemici, tanta
-virtù ebbe la sua provveduta ed efficace eloquenza nel confortare i
-suoi con fitte suasioni, ch’e’ li fece vincitori. E che fece il nobile
-Scipione affricano? Non rimoss’egli con la virtù della sua lingua
-il malvagio consiglio de’ senatori, che per paura voleano ardere e
-abbandonare la città di Roma, e per questo vinse e soggiogò Affrica
-al romano imperio? Il magnifico Cesare con poca compagnia, a rispetto
-della moltitudine de’ suoi nemici, potendosi arbitrare in Francia,
-in Borgogna, in Sassonia e in Inghilterra molte volte preda de’ suoi
-avversari, per l’ammaestramento e conforto della sua voce tante volte
-vinse i nemici forti e potenti, che li ridusse sotto la sua libera
-signoria. Che si può dire di questo, quando con un pugno di piccolo
-fiotto di cavalieri, per lo suo conforto domò e sottomise tutte le
-nazioni del mondo in un campo a Tessaglia? Ma tornando alle minori
-cose, Zenone filosofo vecchio, posto in croce miserabilmente a gran
-tormento, usando la forza della sua magnifica eloquenza, fece abbattere
-la sfrenata e gran potenza del tiranno siracusano. Dunque chi commuove
-i popoli chi apparecchia le grandi schiere, se non la eloquenza
-risonante negli orecchi degli uditori? E però senza comparazione pare,
-che l’eloquenza ordinata al bene più giovi che l’armi, e indotta al
-male più nuoce che altra cosa. E perocchè il nostro trattato per debito
-ci apparecchia di fare comincia mento all’ottavo libro, uno lieve e
-piccolo esempio per lo fatto, ma assai strano e maraviglioso per lo
-modo, prima ci s’offera a raccontare.
-
-
-CAP. II.
-
-_Chi fu frate Iacopo del Bossolaro, e come procedette il suo nome, e le
-sue prediche in Pavia._
-
-Era in questi tempi nato in Pavia un giovane figliuolo d’un picciolo
-artefice che facea i bossoli, il quale nella sua giovinezza entrò nella
-via della penitenza, e abbandonato il secolo, traeva vita solitaria
-in alcuno romitorio nel deserto. È vero, che per essere a ubbidienza
-prese l’abito de’ frati romitani, e chiamavasi frate Iacopo Bossolaro.
-E avendo costui gran fama di santità e di scienza, fu costretto dal
-suo ministro di ritornare in Pavia, e di stare nella religione, e ivi
-tenea vita più solitaria e di maggiore astinenza che gli altri del
-convento. Avvenne, che venendo il tempo della quaresima, ed essendo
-consuetudine di fare il primo mercoledì della quaresima nella sala del
-vescovo uno sermone al popolo, fu commesso a questo frate Iacopo, il
-quale il fece in tanto piacere del popolo, che fu costretto a predicare
-tutta la quaresima. E come fu piacere di Dio, questo religioso facea le
-sue prediche tanto piacere a ogni maniera di gente, che la fama e la
-devozione cresceva maravigliosamente per modo, che molti circustanti
-delle terre e delle castella traevano a udire le prediche di frate
-Iacopo. Ed egli vedendo il concorso della gente, e la fede che gli era
-data, cominciò a detestare i vizi, e massimamente l’usura, e l’endiche,
-e le disoneste portature delle donne, e appresso cominciò a dire molto
-contro la disordinata signoria de’ tiranni; e in poco tempo ridusse le
-donne in genero a onesto abito e portamento, e gli uomini a rimanersi
-dell’usure e dell’endiche. E continovando le sue prediche contro alla
-sfrenata tirannia, e avendo, come addietro è detto, per lo suo conforto
-fatto pigliare l’arme al popolo a sconfiggere quelli delle bastite,
-per la qual cosa le sue parole aveano tanta efficacia, che i signori da
-Beccheria, ch’erano allora signori di Pavia, cominciarono a ingrossire
-delle parole ch’egli usava in genero contro a tutti i tiranni. E allora
-erano signori messer Castellano e messer Milano. Costoro cercarono
-segretamente di farlo morire per più riprese, tanto che la cosa gli
-venne palese, e’ cittadini ne cominciarono ad avere guardia, e dovunque
-andava l’accompagnavano, per modo che i signori nol poteano offendere,
-ed egli per questo più apertamente contro alle crudeltà già fatte per
-costoro predicava, e incitava il popolo alla loro franchigia.
-
-
-CAP. III.
-
-_Come frate Iacopo fece tribuni di popolo nelle sue prediche in Pavia._
-
-Il valente frate, sentendo il popolo disposto a seguire il suo
-consiglio, avendo alcuno consentimento dal marchese di Monferrato
-vicario dell’imperadore in Pavia, raunato un dì il popolo alla sua
-predica, avendo molto detto contro alle scellerate cose, e’ vizi
-che regnano nelle tirannie, e aperto l’aguato che alla sua persona
-più volte era fatto per li tiranni da Beccheria per torgli la vita,
-disse, che la salute di quel popolo era che si reggessono a comune,
-e sopra ciò ordinò molto bene le sue parole. E stando in sul pergamo,
-nominò venti buoni uomini di diverse contrade della città, e a catuno
-disse, che volea ch’avesse cento uomini al suo seguito; e de’ detti
-venti fece quattro capitani di tutti. E com’egli gli ebbe pronunziati
-nella predica, così il popolo li confermò con viva boce, ed eglino
-accettarono l’uficio. Sentendo questo i signori, furono sopra modo
-turbati, e cercarono con forza d’arme d’uccidere il frate, ma il popolo
-gli ordinò sessanta cittadini armati alla guardia; e per tanto que’ da
-Beccheria, temendo più la commozione del popolo che degli armati, non
-si vollono mettere a berzaglio. In questi dì messer Castellano era col
-marchese, e volendo per questa novità tornare a Pavia, non potè avere
-la licenza da lui. E questo manifesta assai, che ’l marchese fosse
-consenziente a quello ch’era fatto per lo Bossolaro.
-
-
-CAP. IV.
-
-_Come frate Iacopo cacciò i signori da Beccheria di Pavia._
-
-Dopo questi centurioni fatti in Pavia, del mese di settembre anno
-detto, messer Milano, ch’era in Pavia, con assentimento del fratello,
-vedendosi tolta la signoria, cercava segretamente di dare la città
-a’ signori di Milano. Frate Iacopo, che stava attento, sentì il
-fatto, e di presente raunò il popolo alla sua predica, e in quella
-disse molto contro il malvagio peccato del tradimento. Ed essendo
-già di ciò sospetti al popolo i signori, e chiariti per la predica
-del Bossolaro, il detto frate comandò d’in sul pergamo a uno de’
-centurioni, ch’andasse a messer Milano, e comandassegli, che di
-presente si partisse della città e del contado di Pavia. Il signore
-temendo il furore del popolo ubbidì, e spacciò la città della sua
-persona e di tutta sua famiglia in quel giorno, e andossene a loro
-castella. Avvenne poco appresso, che essendo morta la moglie del
-marchese, ed egli imbrigato nell’esequio, messer Castellano prese suo
-tempo, e partissi senza licenza, e vennesene al fratello; e come furono
-insieme, diedono le castella a’ signori di Milano, e ricevettono quella
-gente d’arme ch’e’ vollono, e rifeciono trattato co’ loro amici della
-città, pensando colla forza de’ signori di Milano rientrare in Pavia;
-il trattato si scoperse, e tutto il rimanente di que’ da Beccheria
-furono cacciati della città, e furono presi cento cittadini degli
-amici de’ signori, e di loro quelli che più furono trovati colpevoli ne
-furono dodici decapitati, tra’ quali furono cinque giudici e avvocati
-servidori de’ signori, gli altri furono liberi a volontà del popolo e
-di frate Iacopo, e la terra riformata a popolo, e ribanditi tutti gli
-usciti guelfi, e nominatamente il conte Giovanni e ’l conte Filippo,
-e’ loro figliuoli e discendenti, che quarantasei anni erano stati di
-fuori cacciati da’ tiranni da Beccheria. E come che ’l reggimento
-fosse a popolo assai bene ordinato, niente si facea che montasse
-senza il consiglio di frate Iacopo; e nondimeno il frate osservava
-onestamente la sua religione, e infino allora l’avea trenta anni usata
-con laudevole vita. Chi può stimare il fine delle cose, e la varietà
-delle vie della volubile fortuna? La signoria da Beccheria non potuta
-sottomettere dalla gran potenza de’ signori di Milano, nè da molte
-guerre sostenute, prese fine per le parole d’un piccolo fraticello: ma
-che più? quella città credendosi essere sciolta dalla servitù de’ suoi
-cittadini e tornata in libertà, poco appresso fu sottoposta a più aspro
-giogo di tirannia, come leggendo innanzi si potrà trovare.
-
-
-CAP. V.
-
-_Della materia medesima._
-
-Erano in questo tempo i signori di Milano intenti con tutto loro sforzo
-e studio sopra l’assedio della città di Mantova, e però il marchese di
-Monferrato andò a Pavia con milledugento barbute e quattromila fanti, i
-quali improvviso a’ signori di Milano cavalcarono il Milanese; e posono
-loro campo presso alle porte di Milano; e questo feciono avvisatamente,
-sapendo che gente d’arme non era nella città, e acciocchè quelli
-di Pavia ch’aveano perduto il vino, per l’assedio e per le bastite
-ch’aveano avuto addosso, il ricoverassono sopra il contado di Milano,
-e così fu fatto; che stando quella gente a campo come detto è, frate
-Iacopo Bossolaro in persona uscì di Pavia con tutta la moltitudine del
-popolo, uomini, e femmine, e fanciulli con tutto il carreggio della
-città e del contado, e con tutti i somieri e vasella da vendemmiare, e
-misonsi nelle vigne de’ Milanesi, e in un dì vendemmiarono e misono in
-Pavia diecimila vegge di vino senza alcuno contasto, e catuno n’andò
-carico d’uve; e questo avvenne, ch’e’ tiranni sentendosi poche genti
-temettono di loro persone, e però non vollono uscire della città.
-Il marchese con la sua gente veduta fatta la vendemmia, e ’l popolo
-raccolto a salvamento, saviamente levò il campo, e messosi innanzi il
-popolo e la salmeria, del mese d’ottobre del detto anno, sano e salvo
-si tornò in Pavia, con grande vergogna de’ superbi tiranni.
-
-
-CAP. VI.
-
-_Come per più riprese in diversi tempi fu messo fuoco nelle case della
-Badia di Firenze._
-
-Avvegnachè vergogna sia mettere in nota quello che seguita, tuttavia
-può essere utile per l’esempio il male che seguita della discordia
-de’ religiosi. La Badia di Firenze avea undici monaci in questo tempo
-senza abate, perocchè l’insaziabile avarizia de’ prelati avea questo
-monistero conferito alla mensa del cardinale che fu vescovo di Firenze,
-messer Andrea da Todi; costui traeva il frutto, e’ monaci rimanevano
-senza pastore; e presono a fitto dal cardinale la rendita, che ne
-fece loro buono mercato, per fiorini mille d’oro l’anno, acciocchè il
-monastero si mantenesse a onore. I monaci erano uomini senza scienza
-e di lievi nazioni, e intendea catuno alla propria utilità, e del
-monistero non si curavano, e ’l nimico co’ suoi beveraggi gl’inebriava
-per modo, che tra loro era tanta invidia e tanta discordia, che nè
-dì nè notte vi si potea posare. E come che s’andasse, cominciando di
-questo mese d’ottobre, in sei mesi appresso quattro volte fu messo
-fuoco nelle case della Badia, e non si potè sapere certamente per cui,
-ma da’ monaci della casa per la loro dissensione si tenne per tutti
-che fatto fosse. Il primo dì d’ottobre arse la sagrestia e le case del
-dormentorio infino alla volta della via del Garbo; e un altro ve ne fu
-messo poco appresso, che avvedendosene tosto fu spento senza troppo
-danno, e così un altro dopo quello. E la notte di nostra Donna di
-marzo ne fu messo uno nella casa di costa al palagio, il quale l’arse
-tutta, e avrebbe arse quelle di san Martino, che l’erano congiunte, se
-non fosse il gran soccorso, ma molto danneggiò le case e’ mercatanti
-lanaiuoli ch’ebbono a sgombrare. Questa malizia benchè movesse da
-singulare persona, tutta si può dire che procedesse dalla sopraddetta
-avarizia de’ maggiori prelati, che per empiere le loro disordinate
-mense levano i pastori alle chiese cattedrali, e per questo le gregge
-si dispergono, e diventano pasto de’ rapaci lupi.
-
-
-CAP. VII.
-
-_Come la terra di Romena si comperò per lo comune di Firenze._
-
-Era lungo tempo stata questione tra ’l conte Bandino di monte Granelli
-e Pietro conte di Romena della terra e della rocca di Romena, e in
-questi dì era per compromesso la questione in mano del conte Ruberto
-da Battifolle, il quale si dicea ch’avea aggiudicata, o ch’era per
-aggiudicare Romena al conte Bandino contro alla volontà del conte
-Piero; per la qual cosa Piero ricorse al comune di Firenze, e con
-molta sollecitudine e grandi preghiere indusse i collegi, che ’l comune
-comperasse la sua parte di Romena per fiorini tremilacinquecento d’oro;
-e diliberato questo per li collegi, si mise al consiglio del popolo, e
-per due volte si combattè la detta proposta nel consiglio, e perocchè
-ai popolo non piacea l’impresa furono in discordia; in fine i priori
-e’ collegi aoperarono tanto che la proposta si vinse, e fu diliberato
-pe’ consigli ch’a Piero conte fossono dati tremilacinquecento fiorini
-d’oro delle ragioni ch’avea in Romena. Ed essendo la terra e la rocca
-nelle mani del conte Bandino, ed egli allora in bando del comune di
-Firenze, il qual bando falsamente gli diede un suo nemico da Calvoli
-quand’era podestà di Firenze, ed egli per isdegno, o per altro, non
-s’era procacciato a farlo rivocare, e per questo il comune diliberò,
-o per amore o per forza di volere avere la tenuta delle sue ragioni.
-Sentendo Bandino conte l’impresa determinata per lo comune di Firenze
-de’ fatti di Romena, mandò per sicurtà di potere venire a’ signori,
-e avutala, fece co’ signori raunare i collegi, e in loro presenza
-disse, come Romena era sua per chiara sentenza, e quella tenea e
-possedea; e sentendo che ’l comune avea l’animo di volerla, niuno
-la potea meglio dare di lui, e in grande grazia si tenea di donarla
-al comune di Firenze, di cui si riputava figliuolo e servidore; e
-non tanto Romena, ma tutte l’altre sue terre volea dare liberamente
-al comune di Firenze, e per lo comune l’avea tenute, e intendea di
-tenere sempre. Le profferte furono tanto libere e graziose, che di
-presente impetrò grazia d’essere ribandito, e messo in protezione del
-comune, e d’essere fatto suo cittadino. E non volendo il comune le sue
-ragioni in dono, non potè essere recato a porvi alcuno pregio. Infine i
-signori con discreto consiglio ordinarono, che al detto Bandino fossono
-dati contanti cinquemila fiorini d’oro, de’ quali e’ si tenne molto
-contento, e di presente fece liberamente la carta della vendita della
-terra di Romena, e de’ fedeli e di tutta la giurisdizione ch’avea in
-quella, come pochi dì innanzi avea fatto Piero conte della sua parte, e
-a dì 23 d’ottobre anno detto, per li consigli del comune fu ribandito,
-e fatto cittadino di Firenze, e a dì 28 del detto mese ebbe contanti
-fiorini cinquemila d’oro, avendo il dì dinanzi fatta dare la tenuta
-della terra e della rocca al comune di Firenze. E le carte della detta
-compera di Romena si feciono per ser Piero di ser Grifo da Pratovecchio
-notaio. Da’ detti conti il comune liberò i fedeli e feceli contadini,
-e diè loro l’estimo e le gabelle come agli altri e la cittadinanza, e
-feceli popolari; onde molto furono allegri e contenti, e ripararono i
-difetti del castello.
-
-
-CAP. VIII.
-
-_Come la compagnia di Provenza si sparse per vernare._
-
-La compagnia dell’arciprete di Pelagorga, stata lungamente in Provenza,
-era cresciuta in più di quattromila barbute. Il papa e’ cardinali
-aveano cerco con preghiere di farli partire del paese; e non avea
-avuto luogo. Ma sapendo come la maggiore parte di quella gente era del
-reame di Francia, impetrarono lettere e comandamento da parte del re di
-Francia, come si dovessono partire delle terre di Provenza ch’erano del
-re Luigi, il qual’era di suo lignaggio, e congiunto parente. Le lettere
-e ’l comandamento furono ubbidite come da prigione, e di presente si
-ridussono in più parti di Provenza per vernare; e così tribolarono
-il verno come la state tutta la provincia. E per questo i Provenzali
-mandarono al re loro signore, che li venisse a soccorrere con forte
-braccio, altrimenti e’ non potrebbono sostenere.
-
-
-CAP. IX.
-
-_Come la compagnia del conte di Lando fu condotta per i collegati di
-Lombardia._
-
-L’altra compagnia in Italia dimorando in sul terreno di Bologna,
-ricettati da messer Giovanni da Oleggio ch’allora era signore, e
-per sicurtà di sè s’era fatto amico del conte di Lando e degli altri
-caporali di quella; e com’è narrato poco addietro, i signori di Milano
-aveano presa la Serraia di Mantova, e fortemente stretta la città
-d’assedio, e quivi faceano ogni punga per vincerla. Gli allegati
-lombardi contro a loro cercavano la difesa, la quale non si potea fare
-senza gran forza, che lungamente si potesse mantenere: e però diedono
-ordine alla moneta che catuno dovesse pagare ogni mese, e fu stribuita
-per questo modo: che Bologna pagasse come detto è fiorini dodicimila, e
-’l marchese di Ferrara fiorini ottomila, e’ signori di Mantova fiorini
-tremila, il comune di Pavia fiorini duemila, quelli di Novara duemila,
-i Genovesi coll’aiuto segreto ch’avea il doge loro da’ Pisani fiorini
-quattromila; il signore di Verona allora si stava di mezzo e quello
-di Padova; il marchese di Monferrato non ebbe a conferire moneta,
-perocch’era capitano in Piemonte, e là facea guerra colla sua gente;
-e trovata la moneta, di presente soldarono la compagnia del conte di
-Lando, e del mese d’ottobre sopraddetto la feciono partire d’in sul
-Bolognese con più di tremila barbute e con tutta l’altra ciurma, e
-parte ne misono sul Mantovano, e parte ne mandarono in Vercellese,
-accozzati coll’altra loro masnada. Quello che di ciò seguì appresso al
-suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. X.
-
-_Come il re Luigi richiese i comuni di Toscana d’aiuto._
-
-Il re Luigi, vedendo a mal partito il contado di Provenza, diliberò
-col suo consiglio d’andare in persona al primo tempo in Provenza con
-tutto suo sforzo e degli amici, per liberarla dalla compagnia, e però
-richiese tutti i suoi baroni del debito servigio, e ordinò d’avere
-moneta e di fare alcuna armata; e del mese di novembre anno detto mandò
-per suoi ambasciadori a richiedere i Fiorentini d’aiuto, e tutti gli
-altri comuni di Toscana. Il nostro comune diliberò di darli l’insegna
-del comune con trecento buoni cavalieri in fino ch’avesse cacciata la
-compagnia di Provenza, gli altri comuni feciono la loro profferta più
-lieve, e chi se ne diliberò con altra scusa.
-
-
-CAP. XI.
-
-_Come i Pisani feciono armata per rompere il porto di Talamone._
-
-Avvedendosi i Pisani ch’e’ Fiorentini per preghiere, nè per promesse
-larghe, nè per minacce, nè per armata ch’avessono fatta in lega col
-doge di Genova per impedire la mercatanzia che non andasse a Talamone,
-non si moveano, e che pertinacemente ne portavano ogni sconcio e ogni
-gravezza, pensarono di volere vincere Talamone per forza, e ardere
-la terra e guastare il porto, e mandaronvi subitamente e per terra e
-per mare a fare quel servigio, avendo armate otto galee e uno legno
-alla guardia che mercatanzia non andasse a Talamone; ed essendo
-apparecchiati in mare, s’apparecchiarono di cavalieri e di masnadieri
-e d’argomenti per combattere la terra, e di vittuaglia. I Fiorentini
-sentendo questo, avvisarono i Sanesi, e di presente mandarono per terra
-assai gente da cavallo e da piè e di molti balestrieri a Talamone,
-per potere difendere la terra per mare e dall’oste per terra; i
-Sanesi anche vi mandarono loro sforzo. I Pisani vi mandarono l’otto
-galee e un legno per mare, e mosso la cavalleria e ’l popolo pisano
-per terra, sentirono come il loro aguato era scoperto, e come gente
-d’arme da Firenze e da Siena erano andati a Talamone per azzuffarsi
-con loro, sicchè per lo migliore si tornarono addietro; e le galee
-vedendo fornito il porto di cavalieri e di balestrieri, non ardirono
-d’accostarsi alla terra, e stati alquanti dì sopra il porto, del mese
-di novembre anno detto lasciarono a Gilio due galee, che ogni navilio
-che venisse a Talamone fosse menato a scaricare a Porto pisano. Per
-questa cagione i Fiorentini più accesi contro a’ Pisani per li loro
-oltraggi, ordinarono di fare armata in mare, per fare ricredenti i
-Pisani della loro arroganza; onde seguitarono assai gran cose, come
-appresso nel suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. XII.
-
-_Come essendo l’oste de’ Visconti a Mantova, parte della compagnia si
-mise in Castro._
-
-Essendo l’oste de’ signori di Milano stretta a Mantova, e non movendosi
-per la venuta della compagnia, nè per la guerra del Piemonte, i
-collegati mandarono mille barbute e cinquecento masnadieri in sul
-contado di Milano a un grosso casale che si chiama Castro, sedici
-miglia di piano presso a Milano, ed entrativi dentro, lo trovarono bene
-fornito da vivere, e di là cavalcarono il paese sino presso a Milano,
-facendo a’ contadini gran danno, e a’ signori maggior vergogna. L’altra
-parte della compagnia s’accostò in Vercellese colla gente del marchese,
-e tolsono a’ signori di Milano parecchi castella: e per questo modo,
-non potendo levare l’oste da Mantova, guereggiavano i tiranni dove
-potevano. I signori di Milano aontati da’ cavalieri di Castro, ch’erano
-pochi, e in su gli occhi loro, di subito gli feciono assediare con
-intenzione che niuno ne campasse, ma d’avergli a man salva, e di
-fargli tutti impendere per la gola, e però non li lasciavano partire.
-Ma la cosa ebbe tutto altro fine, come nel suo tempo innanzi si potrà
-trovare.
-
-
-CAP. XIII.
-
-_Come la Chiesa di Roma fe’ gravezza a’ cortigiani._
-
-Avvegnachè lieve cosa sia per lo fatto, la disusata e strana materia
-ci strigne a fare memoria, come il papa e’ cardinali contro all’usata
-franchigia della corte di Roma, rompendo quella, per volere riparare
-le città d’Avignone, e fare guardare la terra per tema della compagnia
-di Provenza, non volendo toccare i danari di camera, feciono imposta
-a’ mercatanti e agli artefici ben grave, e di presente l’esazione.
-E misono la gabella al vino, e un’altra più grave di fiorini uno per
-testa d’uomo, e ordinarono gli esattori, e riscossonne parte, ma era
-sì incomportabile alla minuta gente, che poco andò innanzi. L’avarizia
-de’ prelati, e la franchigia rotta a’ cortigiani, fece di questo molto
-maravigliare ovunque se ne seppe le novelle, e maggiormente, perchè la
-città è della Chiesa. La gabella del vino e altre gravezze rimasono in
-piè, in poco onore de’ guidatori della città di Roma
-
-
-CAP. XIV.
-
-_Cominciamento di guerra tra certi comuni in Toscana._
-
-Era stata, dopo la partita dell’imperadore da Pisa, tutta Toscana in
-tranquillo stato, e alcuna volta in lega tutti e quattro i maggiori
-comuni, e non si dimostrava alcuna apparenza di cagione di guerra.
-E’ Fiorentini erano fermi di mantenere il porto a Talamone senza
-cominciare guerra, o mostrare che rotta fosse loro da’ Pisani. I
-Perugini trovandosi in prosperità, e forti di gente d’armi, non
-ostante ch’avessono doppia pace col comune e col signore di Cortona,
-la prima fatta per proprio movimento del loro comune, innanzi a
-quella generale che si fece coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi
-collegati e aderenti, alla quale prima richiesono il comune di Firenze,
-che entrasse loro mallevadore al comune e al signore di Cortona di
-diecimila marche d’oro, che manterrebbono la pace lealmente, e ’l
-comune fece un sindaco a potere fare il sodamento e la promessa, e
-così fece; e’ Perugini, istigati da Leggiere d’Andreotto loro grande
-cittadino, il quale promettea di dare loro la terra per trattato
-ch’egli avea dentro, di subito del mese di dicembre anno detto,
-con quattrocento cavalieri e con gran popolo vennero a Cortona, e
-guastaronla intorno, e poi si posono all’Orsaia, e non si trovò che
-trattato vi fosse dentro. L’impresa fu rea, e mossa da gran malizia
-per animo di setta, e non ebbe il fine che s’aspettava per i Perugini,
-ma fu cagione di gravi cose in Toscana, come seguendo nostro trattato
-diviseremo.
-
-
-CAP. XV.
-
-_Di certe novità apparenti contro il soldano d’Egitto._
-
-Aspettandoci alquanto le novità de’ cristiani, ci occorrono di quelle
-de’ saracini; e per meglio intendere le presenti, ci conviene alquanto
-trarre addietro la nostra materia. Quando morì il Saladino, uomo
-valoroso di virtù e di prodezza, e molto temuto e ridottato signore,
-e accrebbe la sua signoria, quando venne a morte lasciò quattordici
-figliuoli maschi, e ’l maggiore fu fatto soldano; ma i suoi ammiragli
-avendo provato la signoria del padre dura e ridottabile, volendosi
-maliziosamente provvedere, s’intesono insieme; e come il soldano non
-faceva a loro senno, l’avvilivano di parole nel cospetto del secondo
-fratello, e prometteano di farlo soldano se consentisse la morte sua;
-e tanto procedettono nella loro malizia, con inducere la vaghezza
-della signoria ora all’uno fratello e ora all’altro, che in spazio
-di venti anni già otto soldani di quelli fratelli avean fatti morire
-l’uno appresso l’altro; e per questo gli ammiragli aveano accresciuto
-loro stato e loro baronie, e abbassato quello del soldano, per modo che
-poco era ubbidito; e nel 1357 de’ quattordici figliuoli del Saladino
-ve n’erano rimasi due, l’uno soldano male ubbidito. E per questo
-abbassamento della signoria in questi dì s’era sommosso un signore de’
-Tartari, il quale si disse che s’era convertito alla fede di Cristo per
-certi frati minori, il quale s’apparecchiò con grande esercito di sua
-gente, e con molti cristiani giorgiani, per volere venire a racquistare
-la terra santa; e innanzi mandò lettere al soldano comandandoli, che
-dovesse a’ suo saracini fare sgombrare la terra santa. Il soldano
-e’ suoi ammiragli di queste lettere si feciono beffe, e ordinarsi
-dov’e’ venisse di mettersi alla difesa. L’impresa dilatò la fama, ma
-il signore, o ch’e’ non fosse in perfetta fede, o in tanta potenza,
-raffreddato dell’impresa non seguì suo viaggio.
-
-
-CAP. XVI.
-
-_Come il re di Navarra fu tratto di prigione._
-
-Essendo i trattati della pace e le triegue dal re d’Inghilterra a’
-Franceschi, non ostante ciò, messer Filippo di Navarra, mostrando
-d’avere accolta gente da sè, e avea molti Inghilesi in sua compagnia,
-era entrato in Normandia, e facea là e in altre parti del reame più
-aspra guerra che mai non aveano fatto gl’Inghilesi, e molto tormentava
-i Franceschi, dicendo, ch’a torto teneano il re suo fratello in
-prigione. E per questa tribolazione del paese, e perchè il re avea
-amici tra i tre stati che governavano il reame, i prelati, i baroni,
-e’ borgesi ch’erano al governo, feciono sopra ciò loro consiglio, e
-mostrarono al popolo come messer Filippo si movea a ragione, perchè
-il re di Navarra riceveva torto: e in parlamento di gran concordia,
-a dì 28 di novembre anno detto, il trassono di prigione: e in quello
-parlamento e’ si scusò, e mostrossi innocente, e mostrò, come ciò
-che gli era stato fatto era stata operazione del cancelliere, ch’oggi
-era cardinale; e ringraziò il popolo e i tre stati, e seguì d’essere
-fedele, e fu fatto capitano di guerra.
-
-
-CAP. XVII.
-
-_Come i Perugini dall’una parte e i Cortonesi dall’altra mandarono per
-aiuto a Firenze._
-
-Incontanente ch’e’ Perugini s’avvidono che ’l trattato d’avere Cortona
-era stato bugiardo, e pur l’impresa era fatta, mandarono ambasciadori
-a’ Fiorentini significando, ch’aveano trovati i Cortonesi in trattato
-di furare certe loro terre contro a’ patti della pace, e però erano
-venuti sopra Cortona, e intendeano non partirsene d’assedio, ch’eglino
-avrebbono la città ai loro comandamenti. E molto sfacciatamente, e
-con grande arroganza, sapendo che ’l nostro comune avea promessa e
-sicurata la pace per loro, e’ domandarono aiuto di gente d’arme a
-quello assedio. Dall’altra parte in que’ medesimi dì, con più giustizia
-e ragione, erano a’ signori gli ambasciadori de’ Cortonesi e del loro
-signore, i quali si lamentavano forte de’ Perugini, che senza alcuna
-cagione di subito aveano loro rotta la pace, della quale il comune
-di Firenze era mallevadore, e domandavano al comune che desse loro
-solamente l’insegna con cento cavalieri alla guardia della città,
-facendo chiaro il comune ch’e’ Perugini non aveano ragione, e che
-trattato per i Cortonesi contro a’ Perugini, o contro alle loro terre,
-non era pensato non che fatto; e di questo s’offeriano a fare ogni
-chiarezza. Il comune di Firenze, che di natura e d’antica consuetudine
-è tardo alle cose, per avere a diliberare con molti consigli, in fine
-ordinò e mandò suoi ambasciadori a Perugia, riprendendo il comune di
-quella impresa non giusta, e pregandoli per l’onore loro medesimo, e
-appresso del comune di Firenze ch’era obbligato, a loro stanza che se
-ne dovessono partire; e di ciò furono male ubbiditi.
-
-
-CAP. XVIII.
-
-_Come la gente de’ signori di Milano furono sconfitti in Bresciana._
-
-Essendo tra’ signori di Milano e’ collegati di Lombardia contro a
-loro stretto trattato di concordia, avvenne che duemila barbute della
-compagnia valicavano per lo Milanese. Messer Bernabò Visconti sentendo
-questo, e temendo d’alcuna sua terra, di presente fece cavalcare messer
-Giovanni da Biseggio suo capitano con millecinquecento cavalieri, e
-appresso lo seguivano mille barbute per soccorso. Messer Giovanni,
-franco e coraggioso capitano, si mise innanzi senza attendere gli
-altri mille cavalieri, e colla sua brigata s’aggiunse co’ nemici
-in sul Bresciano, e ivi si fedì tra loro aspramente. Quivi avea di
-buoni cavalieri, che li riceverono allegramente, ove fu aspra e fiera
-battaglia. In fine i cavalieri di messer Bernabò furono sconfitti,
-e preso il capitano con venti conestabili, e bene quattrocento altri
-cavalieri, e lasciati alla fede, all’usanza tedesca. Trovaronsi morti
-in sul campo tra dell’una parte e dell’altra trecento uomini, i più de’
-vinti; e questo fu del mese di dicembre anno detto.
-
-
-CAP. XIX.
-
-_Come l’oste del re d’Ungheria prese la città di Giadra._
-
-Nel settimo libro addietro è narrato l’assedio del re d’Ungheria posto
-a Giadra, il quale stato lungamente, del mese di dicembre anno detto,
-coll’aiuto d’alcuno trattato d’entro, si menò una cava di fuori in
-certa parte ov’era l’aiuto d’entro, e in pochi dì furono fatte cadere
-quaranta braccia di muro; e atati da coloro con cui s’intendeano
-dentro, ebbono l’entrata della città, ed entrati gli Ungheri dentro,
-senza gran contasto vinsono la terra, e tutta la gente de’ Veneziani
-ch’erano alla guardia si raccolsono nel castello, ch’era alla marina
-alquanto scostato dalla terra, fortissimo e ben fornito a ogni gran
-difesa, e da potere avere soccorso di mare. Questa è quella città che
-tanta guerra ha fatto fare tra ’l re d’Ungheria e’ Veneziani, e alla
-quale il re d’Ungheria in persona alcuna volta con centomila cavalieri
-è stato all’assedio, e partito se n’è con vergogna, e ora così vilmente
-è stata vinta. Credo che l’ambiziosa superbia de’ Veneziani per gravi
-discipline sia umiliata nel cospetto di Dio, per la qual cosa si può
-comprendere che Iddio per grazia gli traesse con lieve danno di gran
-pericolo e di gravi spese; e bench’elli avessono grande appetito di
-pace, tenendo Giadra non la sapeano lasciare, ma ogni omaggio, ogni
-gran quantità di pecunia offeriano per quella; ma il magnanimo re volea
-innanzi il suo onore, che la pecunia e l’amistà de’ Veneziani. Come i
-Veneziani sentirono che la città di Giadra era tolta loro sbigottirono
-forte, non ostante che tenessono il castello, ch’era di gran fortezza,
-e da poterlo tenere e fornire per mare; ma consideravansi consumati
-dalle spese, e la potenza del re essere sopra le forze loro, e però
-subitamente gli mandarono ambasciadori per volere trattare della
-pace con lui. Il re essendo cresciuto in vittoria sopra loro, per
-farli più accendere nell’appetito della pace, a questa non li volle
-udire, mostrando animo grave contro al comune di Vinegia per le grandi
-ingiurie ricevute da quello, e scrisse in Puglia all’imperadore per
-volere fare armare galee, e in Lombardia a’ signori suoi amici perchè
-s’apparecchiassono al suo servigio, ch’egli intendea di venire ad
-assediare Trevigi, e far guerra per terra e per mare a’ suoi nemici
-veneziani. Per questa risposta i Veneziani temettono più forte, e
-conobbonsi disfatti dentro alle incomportabili gravezze, e di fuori
-dalla gran potenza del re. E per questo diliberarono tra loro ch’ogni
-altra posa era accrescimento a’ loro guai, salvo che la pace, e questa
-procacciarono, come innanzi a loro tempo racconteremo.
-
-
-CAP. XX.
-
-_Come messer Bernabò fece combattere Castro._
-
-Come poco innanzi narrammo, messer Bernabò signore di Milano avea
-lungamente tenuti assediati nel castello di Castro in sul Milanese
-mille cavalieri, e cinquecento masnadieri di quelli della compagnia,
-con speranza d’averli per forza e di farli impiccare. E avendo fatto
-ordinare sua gente alla battaglia, non essendo il castello forte, da
-ogni parte il fece assalire con aspra e stretta battaglia; e avvegnachè
-’l luogo fosse debole alla loro difesa, la necessità di difendere
-catuno la vita, diede loro smisurata sollecitudine e forza alla difesa,
-e combatterono sì aspramente contro alla moltitudine de’ loro nemici,
-che per forza gli ributtarono addietro della battaglia, e con danno
-di molti morti e d’assai magagnati si ritornarono addietro al campo
-loro, ch’era intorno al casale. Avendo l’altra parte della compagnia
-ch’era in Vercelli sentito il pericolo de’ loro compagni, mandarono ad
-avvisarli della giornata, che verrebbeno col loro sforzo per levarli
-di là, acciocch’elli stessono apparecchiati. E incontanente, improvviso
-alla gente de’ signori di Milano, del mese di dicembre anno detto, con
-duemila barbute bene in concio se ne vennero in sul contado di Milano
-dall’una delle parti del casale: e trovando in concio i loro compagni
-ch’erano in Castro, con bella schiera fatta s’uscirono del casale, e
-aggiunsonsi co’ loro compagni, per modo che la gente del tiranno non
-ebbe ardire di muoversi contro a loro. E in questo modo senza niuno
-assalto si ridussono, con vergogna de’ signori di Milano, sani e salvi
-in Vercellese.
-
-
-CAP. XXI.
-
-_Come si cominciò a trattare pace da’ collegati a’ Visconti._
-
-Dibattuta lungamente la guerra tra’ signori di Milano e gli altri
-Lombardi collegati, e le cose molto imbarrate da ogni parte, non
-ostante che in molte cose la fortuna avesse prosperato gli allegati,
-e vergognata l’altra parte, tant’era la forza de’ signori di Milano di
-danari e di gente d’arme, che solo sostenendo consumava gli allegati,
-e della perdita delle genti e delle terre piccole non si curavano,
-e continovo ogni mese aveano fornite e ricresciute le loro masnade,
-mostrando maggiore forza l’un dì che l’altro, tenendo l’oste sopra
-Mantova, e facendo cavalcare sopra i Lombardi, tormentandoli dopo le
-sconfitte ricevute più che prima. Il signore di Mantova, toccandogli la
-guerra più nel vivo, mandò messer Feltrino da Gonzaga a’ collegati per
-riprendere il trattato della pace co’ signori di Milano, e fece dare
-speranza a’ signori di Milano di dar loro la città di Reggio, e per
-questo diedono udienza al trattato del mese di gennaio del detto anno.
-Ma innanzi che ’l trattato avesse effetto, altre cose avvennono tra
-loro, le quali prima ci verranno a raccontare.
-
-
-CAP. XXII.
-
-_Come i Perugini puosono cinque battifolli a Cortona._
-
-Tornando a’ fatti di Cortona, trovando coloro ch’allora reggevano
-il comune di Perugia, che l’impresa non era stata ben fatta, e ch’e’
-Fiorentini glie ne riprendeano, e molti altri loro buoni cittadini, per
-non avere vergogna dell’impresa, poichè fatta l’aveano, e il popolo
-minuto, che allora reggea la città, se ne mostrò tanto infocato, che
-incontanente crebbono gente d’arme da piè e da cavallo, per fornire
-il contradio di quello che erano pregati da’ Fiorentini. E già però i
-Fiorentini per troppo amore che portavano a quel comune, e per vergogna
-che ricevessono di loro promessa non vollono tramettersi contro a’
-Perugini per difesa de’ Cortonesi, com’e’ poteano a loro vantaggio,
-altro che con parole, onde da’ savi uomini furono assai biasimati.
-E’ Perugini vedendo che ’l comune di Firenze non volea prendere la
-guardia di Cortona, come e’ dovea e potea fare, presono più baldanza,
-e rinforzarono l’oste di molta gente, e chiusono la città d’assedio
-con cinque battifolli, per modo che non vi si poteva entrare nè uscire
-senza grande pericolo; e questo fu all’entrata del mese di gennaio del
-detto anno. Gli assediati erano male forniti di gente forestiera alla
-difesa, e a’ cittadini convenia fare la guardia grande di dì e di notte
-che gli affliggea molto, e questo dava grande speranza a’ Perugini
-di venire a’ loro intendimenti; e ’l signore ne stava in grande
-gelosia, temendo de’ suoi cittadini, ma i cittadini per singolare odio
-che portavano a’ Perugini, temendo di venire alla loro suggezione,
-rassicurarono il signore, e strinsonsi con lui, e ordinarono la guardia
-volontaria e buona alla difesa della città, e cominciarono a trattare
-de’ loro rimedi.
-
-
-CAP. XXIII.
-
-_Come i Trevigiani furono rotti dagli Ungheri._
-
-Lavorandosi il terreno de’ Trevigiani per gli Ungheri, come già è
-detto, trovandosi in Trevigi una franca masnada di cavalieri e di
-masnadieri, avendo pensato di fare una grande e utile preda, ed essendo
-i lavoratori pe’ campi sotto la guardia degli Ungheri operando la
-terra senza paura, non temendo de’ Trevigiani, i cavalieri ch’erano
-in Trevigi, con certi Veneziani e Trevigiani a cavallo, e con tutti
-i masnadieri a piè, una mattina innanzi al dì uscirono della terra
-cinquecento cavalieri, e altrettanti masnadieri e gran popolo, e
-cavalcarono il paese, e raccolsono grandissima preda di bestiame grosso
-e minuto, e d’uomini. Gli Ungheri sentirono il romore, e come gente
-apparecchiata di loro cavalli e che non s’hanno a vestire arme, di
-tutte le castella d’attorno trassono a pochi e ad assai insieme, e
-cominciarono da ogni parte a impedire colle loro saette i nemici, e
-non gli lasciavano cavalcare innanzi alla loro ritratta. E tenendoli
-per questo modo, l’altra moltitudine degli Ungheri traeva e cresceva
-loro addosso sempre saettando, uccidendo e fedendo de’ cavalli e
-degli uomini; e perchè contro a loro si movessono i cavalieri, e’ si
-voltavano, e fuggivano, e ritornavano prestamente. E non valendo a’
-Trevigiani il combattere e ’l lanciare, che a mano a mano n’aveano più
-addosso, convenne loro per forza abbandonare la preda, e intendere a
-campare le persone; ma non lo poterono fare sì interamente, che de’
-loro non rimanessono trecento tra morti e presi, a cavallo e a piè. E
-d’allora innanzi di Trevigi non uscì più gente per vantaggio che fosse
-loro mostrato di fuori, e’ Veneziani con più appetito procacciavano
-l’accordo della pace col re d’Ungheria.
-
-
-CAP. XXIV.
-
-_Cominciamenti di nuovi scandali nella città di Firenze._
-
-Era la città di Firenze in questi tempi in grande tranquillità e pace
-dentro, e di fuori non avea nemici, e con tutti i comuni e signori
-d’Italia era in amicizia, non avendo contro ad alcuno voluto pigliare
-parte, e con tutti quelli ch’aveano guerra travagliatosi della pace,
-e la novità del porto di Talamone non inducea guerra. La città dentro
-per l’ordine de’ divieti delle famiglie de’ popolani, quando alcuno era
-tratto agli ufici de’ collegi, aveva fatto venire il reggimento del
-comune in molte genti d’ogni ragione, e ’l più in artefici minuti, e
-in singulari e nuovi cittadini, e a costoro quasi non toccava divieto
-perchè non erano di consorteria, sicchè frequentemente ritornavano agli
-ufici, e’ grandi e potenti cittadini delle gran famiglie vi tornavano
-di rado. Ancora poca distinzione si faceva per uno comune buono stato
-degli uomini: e chi era senza vergogna, a’ tempi che s’insaccavano per
-squittino generale gli uomini all’uficio del priorato, si provvedea
-dinanzi con gli amici, e colle preghiere, e con doni, e con spessi
-conviti; e per questo modo più indegni e illiciti uomini si ritrovavano
-agli ufici, che virtuosi e degni. Nondimeno la cittadinanza era più
-unita al comune bene, e le sette aveano meno luogo, e i nuovi e piccoli
-cittadini negli ufici non aveano ardire di far male nella infanzia
-de’ loro magistrati. Nondimeno in grande fallo e pericoloso correa
-la repubblica di non riparare a’ manifesti falli che si commettevano
-negli squittini, come detto è. Ma certi uomini grandi e popolari
-avvedendosi dell’errore del comune, con grave e sagace malizia, e a
-fine reo di divenire tirannelli, s’avvisarono insieme, e quello che
-si dovea, e potea racconciare con ordine di buona legge e onesta al
-fare degli squittini, convertirono sotto il titolo della parte guelfa,
-dicendo, ch’e’ ghibellini occupavano gli ufici, e che se i guelfi non
-riparassono a questo, poteano pensare di perdere tosto loro stato
-e la franchigia del comune, la cui franchigia mantenea la libertà
-in Italia. E di vero la parte guelfa è fondamento e rocca ferma e
-stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per
-modo che se alcuno guelfo divien tiranno, convien per forza ch’e’
-diventi ghibellino, e di ciò spesso s’è veduta la sperienza; sicchè
-grande beneficio del nostro comune è a mantenere e accrescere la parte
-guelfa. Costoro, avendo conceputa la malizia, e conferita con certi
-delle grandi famiglie, dicendo, che quello che intendeano fare sarebbe
-materia al comune d’abbreviare i divieti, presono conforto e favore
-di venire alla loro intenzione. E succedendo all’uficio del capitanato
-della parte de’ caporali che la coperta iniquità aveano conceputa, per
-potere con loro seguito avere a tutti i cittadini guelfi e ghibellini
-il bastone sopra capo, e potere le loro spezialità sotto il detto
-bastone in comune e in diviso adempiere; ed essendo allora per consueto
-ordine due cavalieri de’ grandi e due popolani capitani, raccozzò
-la fortuna certi cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua
-condizione, messer Guelfo Gherardini, messer Geri de’ Pazzi, Tommaso
-di Serontino Brancacci, Simone di ser Giovanni Siminetti, cittadini
-grandi e popolari di pessima e iniqua condizione. I grandi astuti e
-cupidi d’uficio, e d’avere poveri, dispetti e detratti degli onori
-del comune per non sapere usare la virtù col senno; gli altri popolari
-erano conferenti a’ grandi nelle predette cose, fuori che negli ufici
-usurpati più per procaccio che per virtù. Costoro tutti in concordia
-traendo non al bisogno, o al beneficio del comune o della parte, ma a
-quel fine che già è detto, ordinarono una petizione, che in sustanza
-contenne, che quale cittadino o contadino di Firenze, ghibellino o non
-vero guelfo, avesse avuto per addietro, o avesse per innanzi alcuno
-uficio del comune di Firenze, potesse essere accusato palesemente e
-occultamente, non nominando eziandio l’accusatore; e che approvandosi
-l’accusa per sei testimoni di pubblica fama, che l’accusato fesse
-ghibellino o non vero guelfo, essendo i testimoni approvati per uomini
-degni da potere portare testimonianza, per li capitani della parte,
-e per li consoli delle loro arti, dovesse l’accusato e provato, com’è
-detto, essere condannato ad arbitrio della signoria ch’avesse l’accusa
-innanzi, nella testa o in quantità di moneta, ch’almeno fosse libbre
-cinquecento di fiorini piccioli, e rimosso da ogni uficio e onore del
-comune; e ch’e’ testimoni non potessono essere riprovati di falso.
-E portata l’iniqua petizione per li detti capitani a’ signori e a’
-collegi, ed esaminata, parendo loro ch’ella fosse iniqua e ingiusta,
-non la vollono ammettere nè diliberare tra loro. Per la qual cosa i
-capitani gli abominavano contro alla parte, e di loro seguaci raunarono
-più di dugento cittadini scelti a loro modo, e con essi sotto il titolo
-della difensione di parte guelfa, a cui niuno s’opponeva, andarono
-con grande baldanza a’ priori e al consiglio, e dissono, ch’e’ non
-si partirebbono di là, che la petizione sarebbe diliberata, e così
-convenne che si facesse; e vinta fu a dì 15 di gennaio anno detto.
-E avuta la petizione alla loro malvagia intenzione, di presente si
-racchiusono insieme nel palagio della parte, e per loro squittini
-feciono capitani, e priori, e consiglieri di parte di loro seguito
-per molti anni, con assai pubblica, sfacciata, e disonesta spezialtà,
-e sotto falso nome di parte guelfa trovando modo di distruggere e
-d’abbassare il giusto e santo nome di quella, ebbono podere di fare
-ogni cosa secondo il loro disordinato appetito. Della qual cosa seguitò
-subitamente grande inquietazione del tranquillo e buono stato del
-comune, e tutti i cittadini disposti a volere fare i fatti loro, e
-non concorrenti alla sconcia setta, stavano sospesi di loro stato e di
-loro onore: e comune turbazione ne cadde tra’ cittadini, e appresso ne
-seguitarono sconce ingiurie e gravi pericoli alla nostra città, come
-leggendo innanzi pe’ tempi si potrà comprendere.
-
-
-CAP. XXV.
-
-_D’un singolare accidente ch’avvenne in questi paesi._
-
-Essendo dal cominciamento del verno continovato fino al gennaio un’aria
-sottilissima, chiara e serena, e mantenuta senza ravvolgimento di
-nuvoli o di venti, oltre all’usato natural modo, per sperienza del
-fatto si conobbe, che da questa aria venne un’influenza, che poco
-meno che tutti i corpi umani della città, e del contado e distretto
-di Firenze, e delle circustanti vicinanze fece infreddare, e durare
-il freddo avvelenato ne’ corpi assai più lungamente che l’usato modo.
-E per dieta o per altri argomenti ch’e’ medici facessono o sapessono
-trovare, non poteano avacciare la liberagione, nè da quello liberare le
-loro persone, e molti dopo la lunga malattia ne morivano; e vegnendo
-appresso la primavera, molti morirono di subitana morte. Dissesi per
-gli astrolaghi, che fu per influenza di costellazioni, altri per troppa
-sottigliezza d’aria nel tempo della vernata.
-
-
-CAP. XXVI.
-
-_Come in Firenze nacque una fanciulla mostruosa._
-
-A dì 4 di febbraio anno detto nacque in Firenze al Poggio de’ Magnoli
-una fanciulla portata sette mesi nel ventre della madre, la quale avea
-sei dita in ciascuna mano e in catuno piede, e i piedi rivolti in su
-verso le gambe, senza naso, e senza il labbro di sopra, e con quattro
-denti canini lunghi da ogni parte della bocca due, uno di sopra e uno
-di sotto; il viso avea tutto piano, e gli occhi senza ciglia: e vivette
-dalla domenica a vespro al lunedì vegnente alla detta ora, e più
-sarebbe vivuta se avesse potuto prendere il latte.
-
-
-CAP. XXVII.
-
-_Come i Sanesi si scopersono nemici de’ Perugini._
-
-Il comune di Siena aspettando, e vedendo ch’e’ Fiorentini non
-rimoveano i Perugini della impresa di Cortona, avendo il signore di
-Cortona singulare amistà co’ Sanesi, gli avea richiesti d’aiuto; e
-i Sanesi gravandosi de’ Perugini ch’atavano contro a loro quelli di
-Montepulciano, furono contenti d’avere cagione di atare i Cortonesi. E
-in prima cercarono per più riprese di mettere masnadieri di furto nella
-città, e per la sollecita e buona guardia de’ Perugini non venne fatto,
-anzi ne furon presi e morti, ch’aggiunse a’ Sanesi maggiore sdegno. E
-trovandosi già scoperti da’ Perugini per queste cavalcate, conobbono
-che in palese conveniva fare l’impresa incominciata, se non ne volevano
-rimanere vituperati. Cercarono in prima avanzare, se fare il potessono,
-e tennero in prima due trattati, l’uno in Chiusi, e l’altro in
-Sarteano; e accolta gente a cavallo e a piè cavalcarono prima a Chiusi,
-credendovisi entrare, ma la guardia v’era buona, sicchè i loro amici
-non ebbono ardire di muoversi, e con vergogna si tornarono addietro.
-Appresso cavalcarono a Sarteano, e anche con disonore, scoperti al
-tutto nemici de’ Perugini, si tornarono in Siena.
-
-
-CAP. XXVIII.
-
-_Come i Sanesi misono cavalieri in Cortona alla guardia._
-
-Fatto questo cominciamento per li Sanesi senza alcuno acquisto,
-intendendosi con gli assediati, sentirono da loro, come tra la bastita
-della Pieve a quella dall’Orsaia avea gran campo voto in mezzo, per lo
-quale avvisatamente si potea fare passare della gente; incontanente i
-Sanesi elessono cento cavalieri ben montati, e cinquanta Ungheri con
-alquanti masnadieri scorti e destri, e con buona condotta li feciono
-cavalcare una notte per modo, che giunti la mattina per tempo al luogo
-tra le due bastite, senz’essere scoperti, stretti insieme si misono a
-passare, e senza ricevere impedimento entrarono in Cortona, ricevuti
-dal signore e da tutti i cittadini a gran festa, come gente ch’aveano
-gran bisogno d’aiuto e di soccorso; e immantinente misono l’insegna del
-comune di Siena nel cospetto de’ Perugini in sulla torre della porta
-maestra, e appresso cominciarono a uscire fuori a loro posta, e dare
-noia e danno a quelli del campo, e a ricevere e a mettere roba nella
-città, di che eglino aveano bisogno, e massimamente strame e legne,
-che di vittuaglia erano assai bene abbondanti. Per questa novità i
-Perugini si vidono al tutto entrati in guerra co’ Sanesi, e’ Sanesi co’
-Perugini, e però catuno si mise in provvisione; e’ Sanesi con maggiore
-sollecitudine feciono provvisione d’avere danari in comune; ed essendo
-uno Anichino di Bongardo Tedesco fatto capo d’una nuova compagnia che
-si levava, ed erano già accolti insieme più di milledugento barbute,
-mandaronlo a conducere con tutta sua cavalleria. Lasceremo alquanto al
-presente le novità di Toscana per dare parte a quelle di Francia, che
-prima ci offrono con non minore ammirazione di lieve materia sformato
-avvenimento.
-
-
-CAP. XXIX.
-
-_La cagione che mosse i borgesi di Parigi a nuovo stato._
-
-Essendo in alcuna cospirazione segreta di trattato il proposto de’
-mercatanti di Parigi col re di Navarra, favoreggiato occultamente dal
-re d’Inghilterra, prese ardire, e ’l caso gli apparecchiò la materia
-acconcia al suo proponimento. Uno borgese di Parigi vendè al Delfino
-di Vienna, primogenito del re di Francia, due suoi destrieri, e ’l
-Delfino comandò a un suo tesoriere che ’l pagasse: il borgese andò
-molte volte al tesoriere per farsi pagare; il tesoriere il menava per
-parole; e parendo essere al borgese disperato de’ suoi danari, si turbò
-col tesoriere, e dissegli, che s’e’ non pagasse, che ’l comperrebbe di
-suo corpo: il tesoriere altiero e presuntuoso non si curò del pagamento
-nè delle minacce del borgese. Avvenne, che valicando del mese di
-febbraio anno detto il tesoriere per una ruga di Parigi, si scontrò nel
-borgese, il quale gli attenne la promessa; e ucciselo; e fuggissi in
-franchigia. La novella corse al Delfino e al suo consiglio; i quali di
-presente a forza il feciono trarre di franchigia; e impenderlo per la
-gola. Per questo il proposto di Parigi montato in furore per lo male
-reggimento del consiglio del Delfino, prese compagnia di certi borgesi
-di suo seguito, e crebbegli ardimento del favore si sentiva in segreto
-del re di Navarra, e che comunemente il Delfino e ’l suo consiglio
-erano odiati da tutta maniera di gente; e con meno di ottanta borgesi
-armati copertamente, in quel furore se n’andò al palagio reale ov’era
-il Delfino e’ suoi consiglieri; e innanzi vi giugnessono, trovarono
-nella via un avvocato ch’era del consiglio del Delfino, e di presente
-l’uccisono; e seguendo loro viaggio, giunsono al palagio; il portiere
-non volea lasciare entrare altro che ’l proposto con pochi, ma entrato
-dentro il proposto con alcuni compagni, costrinsono i portieri, e
-misono dentro gli altri compagni, e di brigata se n’andarono dov’era
-il Delfino con due de’ suoi consiglieri, per cui più si reggea e
-governava, e l’uno era il conestabile di Chiaramonte, e l’altro il
-conestabile di Campagna; il proposto nella presenza del Delfino li
-fece uccidere a ghiado. Il Delfino impaurito si gittò ginocchione
-innanzi al proposto, pregandolo che nol facesse morire; il proposto non
-sostenne che egli stesse a basso, ma levollo su facendoli reverenza,
-e dicendo, come l’aveano per loro signore, ma aveano in odio coloro
-che per loro malizia gli davano consigli; e acciocchè non fosse offeso
-nel furore della gente già commossa, li misono in capo un cappuccio di
-loro assisa, e menaronlo con loro in una parte di Parigi che si chiama
-Grieve, e ivi lo feciono giurare che di questo fatto non renderebbe
-loro per alcuno tempo mal merito, e che si reggerebbe per consiglio de’
-borgesi; e fatta la promessa, e fermata col suo saramento, il rimisono
-nel suo primo stato. Divolgata questa cosa per tutta la città di
-Parigi, i borgesi lieti s’allegrarono insieme in gran parte, sommovendo
-l’uno l’altro, e prestavano il saramento come s’ordinò per lo rettore,
-a mantenere il loro novello stato e la loro usurpata franchigia.
-
-
-CAP. XXX.
-
-_Della pace del re d’Ungheria a’ Veneziani._
-
-Avendo i Veneziani consumato il tempo della matta follía, la quale
-a torto aveano sostenuta per molti anni contro al re d’Ungheria con
-molto loro danno, si disposono di comune consentimento che dal re si
-procacciasse buona e fedele pace; e per poterla avere, liberamente il
-comune si rimesse in lui, acconci di fare tutti i suoi comandamenti
-delle terre d’Istria, e di Schiavonia e di Dalmazia, che per loro
-si possedeano, e che oltre a questo gli fosse offerto ogni ammenda
-di danari e d’altre cose ch’alla sua signoria piacesse di volere da’
-Veneziani; e fatti de’ maggiori della loro città solenni ambasciadori,
-con pieno mandato alle predette cose li mandarono al re; il quale
-sentendo la liberalità di quel comune, graziosamente li ricevette; e
-udita l’ambasciata, come magnanimo signore, disse, ch’era contento
-di riavere tutte le terre del suo reame, e che quelle si levassono
-al tutto del titolo del loro doge, sicchè mai per innanzi nè ’l doge
-nè ’l comune se ne titolasse; e quando questo fosse fatto, intendea
-co’ Veneziani avere buona pace. Ammenda di danari, disse, che non
-volea, perocch’e’ non era cupido nè bisognoso di pecunia, ma volea per
-ammenda e per titolo d’amicizia, che quando e’ richiedesse il comune
-di Vinegia, fosse tenuto di darli armate a sua volontà ogni volta
-che le domandasse infino in ventiquattro galee alle spese del re. E
-come egli divisò, di buona volontà tutto fu accettato, e promesso di
-fare fedelmente per autorità degli ambasciadori, e ferma la pace;
-e incontanente feciono rendere il castello di Giadra, e tutte le
-terre che teneano in Schiavonia, e in Dalmazia e in Istria che al
-re s’apparteneano, e dentro vi misono la gente del re d’Ungheria, e
-del titolo del doge le levarono tutte; e il re, del mese di febbraio
-anno detto, mandò suoi ambasciadori, i quali restituirono al comune
-di Vinegia Colligrano, e tutte le castella che gli Ungheri teneano
-in Trevigiana, e con grande allegrezza e festa de’ Veneziani feciono
-pubblicare e bandire la pace; e fu in patto, che tutti i gentili
-uomini di Trevigiana rimanessono in pace col comune di Vinegia, e
-liberi possessori delle loro tenute e castella. E fatto solenne onore
-agli ambasciadori del re, feciono per loro decreto in consiglio che
-di niuna materia di guerra si dovesse ragionare, e che catuno si
-dirizzasse al navicare e a fare mercatanzia. Costoro straccati della
-guerra conobbono il beneficio della pace; il nostro comune infastidito
-di troppo tranquillo stato, cercò materia di grande turbamento della
-cittadinanza, come appresso racconteremo.
-
-
-CAP. XXXI.
-
-_Come da prima in città di Firenze furono accusati certi cittadini per
-ghibellini._
-
-Essendo entrati nuovi capitani di parte guelfa, messer Simone
-de’ Bardi, e messer Uguccione Buondelmonti, Migliore Guadagni, e
-Massaiozzo Raffacani, e de’ quali non v’era ma’ ma’ uno ch’avesse
-stato in comune, e tutti erano animosi ad accendere e suscitare lo
-scandalo incominciato pe’ loro precessori; e però furono in concordia
-di cominciare l’esecuzione dell’iniqua legge, e accolsono al palagio
-della parte certi eletti d’industria, uomini affocati nella volontà
-d’abbattere i cittadini de’ loro ufici, e de’ loro stati e onori per
-invidia, sotto titolo di dichiararli ghibellini o non veri guelfi. E
-per adempire la sfrenata volontà, misono e nominarono per ghibellini
-catuno cui e’ voleano a’ loro segreti squittini, e ivi furono nominati
-grandi e popolari di molte case e famiglie delle maggiori, e migliori
-e più stanti della città di Firenze, antichi cittadini e amatori del
-loro comune e di parte guelfa: e recati al partito tra così discreto
-collegio, chiunque aveva più boci di essere ghibellino, o non vero
-guelfo, insaccavano in cedole, per trarli fuori a parte a parte, e
-accusarli e farli condannare, eziandio che di nazione e d’operazione
-si trovassono nella verità essere veri e diritti guelfi; e nel primo
-squittino insaccarono da settanta cittadini di nome e di stato,
-come detto è. Dopo questi levato il saggio dell’accuse, dovevano
-insaccare degli altri, perocchè lungamente vi si penava a farli; e
-bollendo già tutta la città di questa perversa operazione, e parendo
-a catuno buono cittadino male stare, si cominciarono a destare, e a
-richiedere gli amici, e a pregare i capitani; e i capitani vedendo
-la commozione, cominciarono a tentare, e a reprimersi della loro
-opinione contro a’ potenti, cui già avevano insaccati per accusare.
-Ma per dare cominciamento al fatto, elessono cinque cittadini, de’
-quali pensarono avere minore resistenza; nondimeno accolsono prima
-alla parte d’auzzetti di loro seguito più di dugento uomini: e formata
-loro accusa di quattro, di cui si poteva alcuna cosa sospicciare
-ne’ libri della parte, benchè certo non fosse, acciocchè ’l loro
-cominciamento con alcuno verisimile atasse la corrotta intenzione, a
-dì otto di marzo andarono i capitani in persona colla compagnia de’
-sopraddetti richiesti al potestà, e disonestamente, e fuori d’ogni
-consuetudine, accusarono per ghibellino Neri di Giuntino Alamanni, e
-Mannetto Mazzetti, Giovanni di Lapaccio Girolami di porta santa Maria,
-e Giovanni Bianciardi cambiatore: catuno aveva avuti lievi ufici per lo
-tempo passato; ex abrutto gli feciono condannare, e certi altri feciono
-rinunziare all’uficio, in che erano de’ cinque della mercatanzia.
-A niuno potè valere alcuna scusa. E avendo i capitani cominciata in
-parte la loro esecuzione, cominciarono a essere temuti e ridottati
-da tutti i cittadini, e chi non si sentiva ben forte, dava opera con
-preghiere e con servigi, con doni e con danari di riparare alla sua
-fortuna, ch’era nelle mani de’ capitani della parte guelfa. E per
-seguire i detti capitani il loro prospero cominciamento, e sventurato
-e reo alla comunanza, a dì 5 d’aprile anni 1358, avendo animo di fare
-più e maggiore fascio, ma ristretti dal mormorio del popolo, e della
-infamia che già correa di loro, si ristrinsono, e fedirono nel molle,
-lasciando degli squittinati, e facendo ad arbitrio, n’accusarono
-altri otto; ciò furono, Domenico di Lapo Bandini, Mazza Ramaglianti,
-Cambio Nucci speziale, Giovanni Rizza, Piero di Lippo Bonagrazia,
-Iacopo del Vigna, Christofano di Francesco Cosi, e Michele Lapi; e
-tutti gli feciono condannare, senz’essere uditi a ragione, in libbre
-cinquecento per uno. E a dì 21 del detto mese, avendo fatto nuovo
-squittino, e avvolti ne’ loro sacelli grandissima quantità di buoni e
-di cari cittadini, e di quelli delle maggiori case popolari di Firenze
-di catuno quartiere, ch’a nominarle non sarebbe onesto, ed essendo per
-rivelazione del loro segreto squittino già noto a tutti, la città tutta
-si doleva, e grave infamia si spandea diversamente, non senza scandalo,
-che l’uno biasimava, e l’altro lodava la mala operazione, ma in genero
-tutti i buoni uomini guelfi biasimavano la legge sopra ciò fatta, e
-la esecuzione che ne seguitava; e per questo abbassarono ancora la
-loro furia i capitani. Ma volendo pur fare male, anche rifedirono
-nel molle: e lasciandoli squittinati, ciascuno accusò il suo cui e’
-volle: ed essendo senza colpa d’aver preso uficio, e da potersi con
-giustizia difendere, feciono condannare Niccolò di Bartolo del Buono,
-Simone Bertini, Sandro de’ Portinari, e Giovanni Mattei. Lasceremo
-ora addietro alcune altre cose che prima occorsono che quello ch’al
-presente seguita, per congiugnere a questa materia alcuna temperanza
-di rimedio fatto per bene, che poi s’usò in male, com’è usanza, non del
-comune, ma degl’iniqui cittadini.
-
-
-CAP. XXXII.
-
-_Come a’ capitani della parte furono aggiunti due compagnia_
-
-Al presente occorre a scrivere cosa incredibile e vera. Questa
-nuova seduzione dell’iniqua legge fatta sotto il titolo della parte,
-generalmente spiacea a tutti i buoni e cari cittadini, veri e diritti
-guelfi, e più la sconcia esecuzione che se ne facea, e tutti diceano,
-che a ciò si mettesse consiglio e rimedio, ch’e’ cittadini non
-vivessono in tanta sospiccione di loro stato. Molti consigli se ne
-teneano, e niuno modo vi sapeano trovare, per non dirogare al nome
-della parte; e coloro che entravano agli ufici de’ collegi, e agli
-altri maggiori, ch’erano più sospetti, coloro erano quelli che più
-parlavano, e che più si mostravano zelanti a mantenere la legge e la
-sua esecuzione insino che la pietra cadeva sopra loro. Ma vedendo il
-genero de’ cittadini essere caduti sprovvedutamente sotto il giogo
-della malvagia legge, e non potendovi per via diretta riparare, e
-vedendo così i guelfi come i ghibellini, ma troppo più i guelfi, che
-l’onore e lo stato potea essere tolto a catuno, quando a tre uomini
-capitani di parte paresse, e conoscendo che tutti i più malivoli uomini
-di Firenze erano poco dinanzi stati insaccati per capitani, priori e
-consiglieri di parte senza alcuno divieto, per riparare in parte, ove
-non si potea riparare in tutto, a tanto male, i priori ch’erano allora,
-di subito e segretamente ordinarono co’ loro collegi una petizione,
-e fu di presente vinta in consiglio, che a’ capitani di parte guelfa
-s’aggiugnessono due popolani, e che niuna cosa si potesse diliberare
-per li capitani, se tre popolari non fossono in concordia; e dove i
-grandi doveano essere cavalieri, s’allargò ad ogni grande, acciocchè
-l’uficio non continovasse in pochi grandi; e misono a tutti divieto un
-anno, e che gli squittini della parte si dovessono rifare di nuovo, e
-annullare tutti i fatti; e questa riformagione fu ferma per li consigli
-a dì 24 d’aprile 1358. E avvegnachè questo non fosse opportuno rimedio,
-fu alcuno freno all’ordinato male, e molti per questo intervallo ebbono
-tempo da potere rimediare a’ fatti loro; nondimeno coloro ch’aveano
-l’animo e la mente sollicita a rimanere col bastone della parte, per
-potere premere gli altri cittadini, argomentarono a nuovi squittinì,
-e in questo e in altre cose feciono tanto, ch’ogni uficio accresceva
-nuovo scandalo nella cittadinanza, come leggendo per li tempi si potrà
-trovare.
-
-
-CAP. XXXIII.
-
-_Come i Sanesi uscirono fuori per soccorrere Cortona._
-
-Tornando a’ fatti di Cortona, i Sanesi ch’aveano presa la difesa, e
-soldata la compagnia d’Anichino in Lombardia, e fattala valicare a
-Siena, e con alquanti loro soldati, a dì 18 del mese di marzo 1357,
-uscirono fuori con milleottocento barbute, e con gran popolo di soldo
-e del loro contado per andare a soccorrere Cortona, ch’era al tutto
-circondata e stretta da’ battifolli de’ Perugini; e andaronsene in
-su quello di Montepulciano, e ivi stettono quattro dì. E in questo
-tempo i Perugini per recarsi più al sicuro, sentendosi presso l’oste
-de’ Sanesi, arsono il battifolle da Camuccia; e quelli di Cortona,
-sentendosi presso il soccorso, e ch’e’ Perugini per tema aveano
-arsa la bastita da Camuccia, presono ardire, e subitamente popolo e
-cavalieri uscirono di Cortona, e assalirono il battifolle ch’era ad
-Alti sopra la città, e quello combatterono sì aspramente, che per forza
-il vinsono, e molti de’ difenditori uccisono e presono, gli altri
-si salvarono fuggendo al battifolle di Mezzacosta, e all’Orsaia. In
-questi medesimi dì messer Andrea Salimbeni, che guardava la rocca di
-Castiglioncello oltre al Noro, avea promesso di darla a’ Perugini per
-fiorini tredicimila d’oro, i Perugini vi cavalcarono, e per lo trattato
-entrarono nel castello; il traditore per paura de’ consorti, o per
-altra provvisione de’ Sanesi, non volle dare la rocca a’ Perugini,
-onde poco appresso se ne partirono, e’ Sanesi ne presono la guardia, e
-trassonla di mano a messer Andrea.
-
-
-CAP. XXXIV.
-
-_Come si levò l’oste da Cortona._
-
-I capitani dell’oste de’ Sanesi avendo fatto vista di valicare a
-Cortona contro all’oste de’ Perugini per la via dall’Olmo d’Arezzo,
-avendo innanzi segretamente provveduto loro cammino, subitamente si
-misono per lo contado d’Orvieto, e cavalcando sollecitamente, prima
-furono al ponte Cavaliere in sulle Chiane di là dal Castello della
-Pieve ed ebbonlo passato, ch’e’ Perugini se n’avvedessono; ed entrati
-in su quello di Perugia, entrarono senza contasto in uno castelletto
-de’ Perugini chiamato Piegaia; e nel borgo arsono alquante case, e
-valicarono innanzi alle taverne di Bertuccio, e di là se ne vennono
-a Panicale sopra il lago; e benchè potessono fare assai danno per lo
-paese, se ne temperarono, per non accrescere materia di maggiore odio
-co’ Perugini. Essendo l’oste de’ Sanesi appressata, senza mezzo delle
-Chiane o di fiumari, e bene in concio per combattere, e’ Perugini mal
-provveduti da riceverli alla battaglia e alla loro difensione, presono
-partito di partirsi dall’assedio di Cortona per lo meno reo; e in
-quella notte fortificarono il battifolle da Mezzacosta, e arrosonvi
-gente alla guardia, e tutti gli altri battifolli abbandonarono,
-e partironsi da campo popolo e cavalieri assai vergognosamente, e
-ridussonsi in certe loro castella più vicine. La gente de’ Sanesi
-scesono la mattina in sul piano del lago, e colle schiere fatte se ne
-vennono all’Orsaia, e non trovandovi i nemici, si posarono quivi il
-sabato santo a dì 30 di marzo 1358, e in Cortona misono quella gente
-a cavallo e a piè che vollono con ogni altro fornimento compiutamente;
-e appresso il dì della Pasqua si tornarono all’Olmo, e appresso se ne
-vennero a Torrita in su il loro terreno, sani e salvi senza alcuno
-contasto. E per questo modo fu libera Cortona dall’arroganza de’
-Perugini per le mani de’ Sanesi.
-
-
-CAP. XXXV.
-
-_Di novità di Perugia per detta cagione._
-
-Venuta la novella a Perugia come la loro oste con vergogna s’era
-levata, e Cortona s’era fornita, il popolo si levò a romore e presono
-l’arme, e averebbono morto Leggiere d’Andreotto loro cittadino,
-e motore di questa guerra e capitano dell’oste, perch’egli avea
-abbandonato a’ Sanesi il campo dall’Orsaia, se non ch’e’ si partì,
-e cessò il furore; e racquetato il bollore, egli, come molto pratico
-e astuto, fece mostrare a’ rettori del comune, come per lo migliore
-s’erano ridotti in più salvo luogo; e andando di notte ad alcuni suoi
-confidenti de’ rettori, tanto adornò sue parole, che le sapea ben dire,
-e tanta suasione fece di larghe promesse da sè e da’ conestabili de’
-cavalieri di far tosto la vendetta, e di recare onore al comune de’
-loro nemici, che fu rimandato nell’oste da capo con più cavalieri,
-e con maggiore forza di masnadieri e d’altro popolo. E per fornire
-questo, atandoli lo sdegno già conceputo de’ Perugini contro a’ Sanesi,
-catuno si sforzò a servire il comune di danari, e accolta gente d’arme,
-chiamarono per capitano di guerra Smeduccio da Sanseverino, con grande
-animo di volersi vendicare de’ Sanesi. Lasceremo alquanto questa
-materia de’ due comuni, che catuno si provvede, e diremo dell’altre
-cose che prima ci occorrono a raccontare.
-
-
-CAP. XXXVI.
-
-_Di una gran festa fe’ bandire il re d’Inghilterra._
-
-Il re Adoardo d’Inghilterra avendo fatta concordia, e lasciato di
-prigione il re David di Scozia suo cognato, si pensò di volere fare
-pace col re di Francia, la quale avesse principale movimento dalla
-sua persona. E per fare questo, fece bandire in Francia, in Fiandra,
-in Brabante, in Irlanda, nella Magna, in Iscozia e altri reami, una
-solenne festa di cavalieri della Tavola rotonda alla Sangiorgio
-d’aprile del detto anno; facendo ogni maniera di gente sicura in
-suo reame, e offerendo arme, cavalli, e arnesi a ogni cavaliere che
-alla festa venisse, e appresso le spese a chi fare non le potesse; e
-ancora a tutta gente d’arme per loro, e chi per loro servigi venisse,
-ogni cosa che loro bisognasse per loro vita, e per far prove di loro
-cavallerie. Perchè molta gente, udito il bando, si mise in assetto per
-esservi al tempo, chi per mostrare di sua virtù, chi per vedere.
-
-
-CAP. XXXVII.
-
-_Come l’armata del comune di Firenze venne a Porto pisano._
-
-Addietro narrato avemo il malvagio movimento de’ Pisani per levare
-la franchigia a’ Fiorentini di loro mercatanzie, e come per la
-detta cagione i Fiorentini del tutto partirono da Pisa, e gli altri
-mercatanti forestieri che con loro trafficavano, aveano fatto porto
-e Talamone; e come i Pisani per levare il detto porto, con favore
-di messer Simone Boccanegra doge di Genova amico de’ Pisani, perchè
-l’aveano ricevuto e favoreggiato quando fu sposto doge, con otto galee
-impedivano il mare, il perchè mercatanzie nè uscire nè entrare poteano
-in Talamone. I Fiorentini di ciò aontati pativano disagio e dannaggio,
-piuttosto che riconciliarsi co’ Pisani, essendo di ciò richiesti
-e per li Pisani e per lo detto doge di Genova a loro richiesta,
-offerendo ogni franchigia e ogni vantaggio ch’e’ Fiorentini volessono
-domandare. Onde seguitò, che i Fiorentini pertinacemente seguitando, e
-perseverando nel loro proponimento, non avendo al gran costo rispetto
-ma all’onore del comune, segretamente feciono armare in Provenza dieci
-galee, e quattro nel Regno, le quali dieci galee, a dì 18 del mese
-di marzo detto anno, si mossono di Provenza cariche, e se ne vennono
-levate l’insegne del comune di Firenze in Porto pisano, e ivi stettono
-per alquanti giorni, facendo fare la grida sotto piccolo nolo, che chi
-volesse mandare mercatanzie a Talamone in sulle galee del comune di
-Firenze le potesse sicuramente caricare, e ’l simile feciono in Foce;
-e d’indi si partirono, e scaricarono a Talamone; onde molte barche
-e legni v’apportarono con roba d’ogni parte, vedendo il mare sicuro.
-Le quattro galee del Regno in questi medesimi dì vennono da Napoli, e
-incontrarono una galea e uno legno di Pisani cariche di mercatanzia
-ch’andavano a Corneto, e presonle, e fecionle scaricare a Talamone
-senza fare loro altro danno; d’indi se n’andarono a Porto pisano per
-lo modo dell’altre, e appresso in Provenza a caricare. Appresso di
-questo i Fiorentini lungamente ritennero cinque galee provenzali, che
-stettono a guardia del mare il più sopra Porto pisano, sicchè ogni
-legno e ogni barca liberamente caricava a Talamone. I Pisani avendo
-fatta la loro pruova, e rimasi beffati di loro pensiero, con loro usata
-astuzia mandarono il bando, che ogni uomo potesse liberamente navicare
-a Talamone colle sue mercatanzie; nè già per questo i Fiorentini non
-lasciarono le loro galee della guardia. Avemo questa materia forse
-più stesa che non richieda al fatto del nostro trattato, ma la novità
-del fatto ci scusi; sì perchè è la prima armata che mai nostro comune
-facesse in mare, e sì per mostrare il fermo proponimento del nostro
-comune; il quale nè la disordinata spesa, che in poco tempo passò i
-sessantamila fiorini, nè danno, nè sconcio di mercatanti, nè le grandi
-profferte de’ Pisani e d’altri per loro, muovere di sua perseveranza
-poterono. L’animo del nostro comune si vide netto e intero per fare de’
-loro errori ricredenti i Pisani, dimostrando, che senza loro e il loro
-porto i Fiorentini potevano fare; e appresso conobbono, che niuna altra
-guerra tanto danno e abbassamento poteva loro fare, quanto quella che
-si cominciava a praticare: ancora perchè sottilmente cercando, quanto
-allo stato de’ detti due comuni, la materia ha più dentro che non
-mostra di fuori, e però pensiamo d’essere scusati se di ciò avessimo
-soperchio parlato.
-
-
-CAP. XXXVIII.
-
-_Come il popolo di Parigi cominciò scandalo._
-
-Il governamento del reame di Francia, come è detto addietro, era
-ridotto a tre stati, cioè prelati, baroni, e borgesi, i quali tenevano
-il consiglio, e diliberavano quello voleano che nel reame si facesse,
-e il Delfino vi consentiva. Durando il detto ordine, del mese di
-marzo detto anno, avendo il proposto di Parigi con suoi confidenti
-presa baldanza dell’abbacinato popolo per lo tagliamento fatto de’
-consiglieri del Delfino, avendo nel suo segreto il trattato col re di
-Navarra, si sforzava con astuzia mostrare a’ borgesi di Parigi, che per
-questi fatti s’intendea più a singulare profitto che a comune bene, e
-che la pace e l’accordo del re d’Inghilterra se ne dilungava, e che il
-re loro signore n’era tradito. E sotto questo dimostramento col favore
-del popolo ruppe quell’ordine, e recò il governamento di Parigi alle
-mani de’ borgesi, schiudendone prima i baroni, e poscia i prelati.
-E per esempio di costoro così feciono l’altre ville di Piccardia, ed
-altre provincie del reame. E qui cominciò l’odio da’ gentili uomini al
-popolo, che poi fece grande novità nel reame, come appresso si potrà
-trovare. Il Delfino di ciò mal contento, e non potendo riparare, si
-partì da Parigi, e andossene ad Orliense.
-
-
-CAP. XXXIX.
-
-_Come i Perugini tornarono a oste a Cortona._
-
-Tornando alla nuova guerra de’ Perugini e’ Sanesi, ed essendo molto
-faticato il comune di Firenze per suoi ambasciadori a Perugia per
-mettere accordo e pace tra loro, disponendosi i Sanesi liberamente
-alla volontà del comune di Firenze, i Perugini per loro alterigia mai
-si vollono dichinare ad alcuno accordo, parendo loro ch’e’ Sanesi gli
-avessono troppo oltraggiati; non volendosi ricordare dell’ingiuria
-loro fatta di Montepulciano, e d’altre cose ond’eglino aveano assai
-villaneggiati i Sanesi, e però ne’ loro consigli usarono atti e
-parole non belle contro gli ambasciadori del comune di Firenze, non
-lasciandogli dire, sufolando, e picchiando le panche quando faceano
-loro diceria; e nella città i loro famigli udivano ontose e vituperose
-parole sovente dall’indiscreto popolo minuto. Ma per l’affezione
-ch’aveva il nostro comune a quello, e al mettere pace tra’ suoi
-vicini, ogni cosa faceva dolcemente comportare. E stando ne’ detti
-ragionamenti male intesi, i Perugini accolsono gente d’arme e tornarono
-a Cortona, e fortificato ch’ebbono e rinfrescato l’assedio, a dì 8
-d’aprile valicarono in su quello di Montepulciano con milleottocento
-barbute e grande popolo, e posono loro campo a Greggiano. I Sanesi
-con loro cavalleria si stavano in Torrita con milleseicento barbute,
-e masnadieri e popolo assai, e nella terra e nelle circustanze assai
-erano sicuri, se poca provvedenza e matta baldanza non li avesse
-sconci, come appresso diviseremo.
-
-
-CAP. XL.
-
-_Come i Perugini richiesono i Sanesi di battaglia._
-
-Parendo, come detto è, a’ Perugini avere ricevuto vergogna e oltraggio
-da’ Sanesi, per vendicare loro onta li mandarono a richiedere di
-battaglia: e per avventura Anichino di Bongardo capitano de’ Tedeschi
-fu il primo richiesto, il quale allora era nel borgo di Torrita. Esso
-vanaglorioso prosuntuosamente fe’ tantosto sonare li stromenti, e con
-gran festa prese il guanto della battaglia di suo proprio, facendo doni
-al messaggio. Ma dopo il fatto s’avvide che troppo avea fallato di non
-avere di sì gran fatto preso consiglio co’ cittadini di Siena, ch’erano
-conducitori dell’oste e suoi consiglieri, e però ritenne il messo,
-ed entrò nella terra dov’erano i suoi compagni, e loro disse quello
-ch’avea fatto. Ai Sanesi molto dispiacque, conoscendo il pericolo;
-e per ricoprire il fallo del loro capitano, feciono aggiugnere alla
-risposta, che il giorno fosse fra gli otto dì che seguivano. I Perugini
-avendo questa risposta, e sapendo il modo che per lo capitano prima
-era stato tenuto, e appresso per lo consiglio, compresono chiaramente
-ch’elli non erano acconci a torre battaglia, onde diliberarono di
-trarsi innanzi, e richiederli colle schiere fatte in vergogna di
-loro avversari: e ciò facendo, senza prendere battaglia, pensavano
-avere purgata loro vergogna, e tornarsene addietro; stimando, che con
-loro onore poi, mediante il comune di Firenze, si potesse venire a
-concordia e a pace. Ma forse la superbia dell’uno popolo, e l’arroganza
-dell’altro e presunzione, non avea merito d’avere riposo; uscì
-l’impresa ad altra fine che per loro non si stimava.
-
-
-CAP. XLI.
-
-_Come furono sconfitti i Sanesi da’ Perugini._
-
-Come detto è, il seguente dì a di 10 del mese d’aprile detto anno, i
-Perugini, come saviamente aveano diliberato e provveduto, si partirono
-da Greggiano, dirizzandosi con tre schiere fatte di loro verso Turrita,
-e strinsonsi infino a piè della terra nel piano, e cominciarono a
-trombare e richiedere i nemici di battaglia. I Sanesi vedendo i loro
-nemici venire baldanzosi colle schiere fatte n’ebbono sospetto, e per
-non avere quella vergogna, presono consiglio d’armarsi, e d’uscire
-fuori del castello a loro vantaggio in luogo ch’e’ non potessono essere
-sforzati, e ivi starsi, e rendere suono per suono, e per parole parole
-senza combattere, non pensando potere essere tratti a battaglia per la
-fortezza del luogo, e per le spalle della terra. Ma non sono nell’uomo
-le vie sue, ma nella provvidenza di Dio, la quale sovente dispone
-oltre agl’ingegni e consigli degli uomini; e così avvenne a questi
-due popoli, e a ciascuno fuori di sua opinione o pensiero. Perocch’e’
-Sanesi fidandosi, come è detto, della fortezza del luogo e delle spalle
-della terra, uscirono fuori all’inviluppata, e con poco ordine, e senza
-il loro capitano Anichino di Bongardo, il quale, o per sdegno preso
-della folle accettagione da’ Sanesi non esaudita, o per altra pazzia,
-o malizia, co’ suoi Tedeschi non prendea arme. Intanto da quaranta
-cavalieri scorridori di quelli de’ Sanesi si misono di costa in su
-un collicello, ch’era in mezzo tra l’una e l’altra oste, per vedere
-con loro sicurtà il reggimento de’ nemici loro; e ciò veduto per li
-Perugini, si mossono di loro schiera circa a cento cavalieri, e per
-traverso giunsono sopra i detti scorridori de’ Sanesi, e loro quasi
-improvviso assalirono; perchè non potendo sostenere il soperchio, si
-ritrassono alla schiera. Gli Ungheri arditi e vogliosi gli seguitarono,
-e tanto avanti trascorsono, che a salvamento ritrarre non si poterono;
-e’ Perugini non vedendo senza grande pericolo poterli soccorere, gli
-avevano posti per abbandonati, ma il loro capitano disse: Facciamci
-innanzi colle schiere, sicchè s’e’ si vogliono raccogliere noi li
-possiamo più da presso ricevere; e così seguette. I Sanesi vedendo
-muovere le schiere verso loro, non avendo pensiere di combattere, e
-temendo di non esservi recati per forza, non essendo con loro Anichino
-colla sua gente, volsono le insegne, e tornaronsi in Torrita. I
-Perugini veggendo che sconciamente e per viltà si partivano, montarono
-in ardire, e misonsi innanzi; e non trovando contasto, in fino alle
-barre del borgo di Torrita giunsono baldanzosi, e cominciarono con
-grande romore ad assalire il borgo. Veggendo ciò Anichino, colla sua
-gente disordinatamente si mise di fuori tra’ nemici, e di presente fu
-preso col maliscalco dell’oste e con cinquanta altri cavalieri, perchè
-di tradimento mala boce li corse. Preso il capitano e la sua gente
-fuori del borgo, e rotta, i Perugini assalirono il borgo; e scesi molti
-cavalieri de’ loro a piede, e trovando al riparo lieve contasto, per
-forza lo presono; e più avanti passando messer Cagnuolo da Coreggio
-soldato de’ Perugini con sessanta cavalieri per entrare nel castello,
-i Sanesi uscirono per costa, e tutti a man salva li presono. Allora
-si ritrassono i Perugini e rubarono e arsono il borgo, e tornaronsi
-co’ prigioni, e colla preda e colla non pensata vittoria a Greggiano,
-portandone bandiere assai de’ conestabili ch’aveano trovate negli
-alberghi. Nella detta battaglia non ebbe oltre a cento uomini morti tra
-dall’una parte e dall’altra, ma assai cavalli morti e fediti, e più di
-quelli de’ Perugini. I Sanesi rotti vilissimamente, venendo la notte,
-distribuirono i cavalieri alla guardia delle loro terre, e scrissono al
-comune loro, che se di subito non s’avesse gente nuova al riparo, che
-il loro contado sarebbe arso e guasto da’ Perugini.
-
-
-CAP. XLII.
-
-_Come si dispuosono i Sanesi dopo la sconfitta._
-
-I Sanesi udita la mala novella gran dolore ne presono, sì per la
-vergogna, e sì perchè credendosi avere pace co’ novelli nemici loro,
-per l’arroto oltraggiati, si vedevano nella guerra rifermi, e sentivano
-ch’e’ Perugini per loro crescere vergogna erano per venire infino alle
-loro porte, e non vedeano ciò potere vietare; che perchè il comune di
-Firenze avesse d’ogni parte suoi ambasciadori, misurato mezzo trovare
-non vi poteano, per la disordinata superbia e dell’uno e dell’altro
-comune, onde si disposono di fare danari per diversi modi, quanti più
-ne potessono ragunare, e feciono ambasciadori a’ signori di Milano, e
-mandarono alla compagnia ch’era in Lombardia per conducerla contro a’
-Perugini, e aspettando questo, si ritennono alla guardia delle loro
-terre murate, e sgombrarono il contado. I Fiorentini non poterono
-ritenere i Perugini, ch’e’ non volessono per loro arroganza, sentendosi
-il favore della fortuna, ed essendo nel caldo della vittoria, andare
-infino alle porte di Siena, come appresso racconteremo.
-
-
-CAP. XLIII.
-
-_Come i conti da Montedoglio presono e perderono il Borgo._
-
-Sentendo i conti di Montedoglio, che la maggior parte degli uomini
-del Borgo a Sansepolcro erano andati in aiuto de’ Perugini, e che
-per tanto, la terra era rimasa sfornita di gente da guardia, avvisato
-loro tempo, nel quale si credettono agevolmente prendere la terra e
-recarla alla loro signoria, a dì 5 del mese d’aprile detto anno, dato
-ordine d’avere gente di soccorso alla loro impresa, cominciarono con
-numero di seicento fanti, co’ quali si misono nella terra, e la corsono
-senza contasto, e in parte rubarono. I terrazzani spauriti per lo
-subito assalto si ridussono nel cassero, e prestamente a’ loro amici
-e vicini il fatto feciono assapere, domandando soccorso, e nell’oste
-de’ Perugini loro stato feciono sentire; onde i castellani v’andarono
-di presente per comune con tutta loro possa, ed ebbono l’entrata per
-lo cassero. I conti conoscendosi impotenti a potere tenere la terra
-contro a tanti e tali nemici già venuti al soccorso, e a quello che
-speravano che tosto dovesse potere venire, senza indugio di tempo, non
-s’affidarono di fare lunga dimoranza nella terra, ma l’abbandonarono
-il secondo dì che presa l’aveano, portandosene quelle cose sottili che
-poterono, e ciò non senza danno della codazza di loro gente, che ne fu
-morta e presa.
-
-
-CAP. XLIV.
-
-_Come il re d’Inghilterra andò a vicitare il re di Francia, e
-annunziarli la pace._
-
-A dì 14 d’aprile, essendo bandita la gran festa che il re d’Inghilterra
-dovea fare alla Sangiorgio, il re mandò innanzi a Guindifora, ov’era
-prigione il re di Francia, e ’l figliuolo, e altri baroni di Francia,
-messer Lionello suo figliuolo a dirli, che il re suo padre volea
-venire a fare con lui colezione. Il re di Francia il ricevette a gran
-festa, e tennelo la mattina con seco a desinare; appresso mangiare
-il re d’Inghilterra fu là, e il re di Francia gli si fece incontro,
-e ricevettonsi insieme con molta reverenza, e dopo molta contesa di
-mettere innanzi, e onorare l’uno l’altro, il re di Francia lo prese di
-pari, e andarono a bere insieme con gran festa e allegrezza; di che
-uno ministriere festeggiando disse: Mala morte possa fare chi di voi
-sturba la pace: il re d’Inghilterra rispose al motto, che già per lui
-non rimarrebbe, e che coll’aiuto di Dio tra loro sarebbe buona pace; e
-invitò il re di Francia alla festa ch’avea ordinata alla Sangiorgio,
-e il re di Francia accettò, e fece suo sforzo per potervi comparire
-magnificamente come a lui s’appartenea; dopo ciò il re d’Inghilterra
-preso il congio si tornò al suo ostiere.
-
-
-CAP. XLV.
-
-_Come i Tarlati si feciono accomandati de’ Perugini._
-
-Montata la pompa de’ Perugini per la nuova vittoria, segretamente
-teneano trattato co’ Tarlati d’Arezzo, e ricevutigli in loro protezione
-e accomandigia con mala intenzione, pensando coll’aiuto de’ segreti
-amici, e per furto e per ingegno rimetterli in Arezzo per averne la
-signoria, senza scoprirsi contro a’ Fiorentini, cadendo il bisogno
-del borgo come è detto, e richiesti furono i Tarlati da’ Perugini,
-ed elli s’apparecchiarono prestamente con tutta loro forza d’andare
-a soccorrere la terra: non fu bisogno; perocchè i castellani, come di
-sopra dicemmo, aveano fatto il servigio, e liberata la terra. Allora
-si scoperse, e fu palese che i Perugini senza richiesta de’ guelfi
-di Toscana, o consiglio, s’erano collegati co’ Tarlati, e gli aveano
-ricevuti loro accomandati, e promesso di rimetterli in Arezzo, onde
-i Fiorentini e gli Aretini forte se ne turbarono, e cominciossi a
-fare in Arezzo di dì e di notte buona e sollecita guardia coll’aiuto
-e consiglio de’ Fiorentini, sicchè cortesemente fu rotta la speranza
-a’ Perugini e a’ Tarlati di rivolgere lo stato d’Arezzo. Nel quale
-trattato non si trovò messer Luzzi figliuolo naturale di messer Piero
-Saccone, il quale per sdegno ch’avea co’ suoi consorti s’accostò a’
-Sanesi, e non volle essere co’ Perugini, e apertamente si mescolò nella
-guerra contro a loro.
-
-
-CAP. XLVI.
-
-_D’una folgore percosse il campanile de’ frati predicatori di Firenze._
-
-Nel detto anno, a dì 20 d’aprile, nell’ora quasi di mezza notte, il
-tempo ch’era sereno si turbò con disordinata e subita pioggia, e una
-folgore percosse nella punta del campanile de’ frati predicatori,
-dov’era un agnolo di marmo di statura in altezza di quattro braccia
-con grandi alie di ferro, il quale volgea sopra una grossa stanga
-di ferro, mostrando col braccio steso il segno de’ venti, la quale
-figura in molte parti spezzò, e la stanga volta in arco volse con
-una gran corteccia del campanile, e assai di lontano gittò le pietre,
-spargendole: e discesa nella maggiore cappella in più parti la incese,
-e abbronzò le figure, e il simile fè nel dormentorio senza far danno a
-persona, vituperando le cose pompose. Stimossi per molti che ciò non
-fosse senza singolare dimostramento d’occulto giudicio, considerato
-che i frati del detto luogo disordinatamente passando l’umiltà della
-regola loro data da san Domenico, i loro chiostri e’ dormentori sono
-pomposi, vezzosamente intendendo alle delicatezze e piaceri temporali.
-E di ciò accorgendosi il venerabile maestro Piero degli Strozzi del
-detto ordine, uomo di santa vita, considerando che ne’ suoi giorni tre
-volte il detto caso era avvenuto, non volle che figura niuna più si
-ponesse nel detto luogo, ma armò la vetta del campanile contro la forza
-delle folgori con reliquie sante. Continovando alla predetta materia,
-le simili cose ne’ detti giorni occorsero infino al mese di luglio, che
-spesso cadde grandine sformata nel nostro contado, e nell’altre parti
-della Toscana e della Romagna con grandissimi danni di frutti, e di
-bestiame e d’alquante persone: nel nostro contado cadde in grandezza di
-due tanti d’un uovo di gallina: altrove udimmo che cadde vie maggiore.
-
-
-CAP. XLVII.
-
-_Della pomposa festa che si fè in Inghilterra in Londra._
-
-Avendo il valoroso Adoardo re d’Inghilterra promessa pace al re di
-Francia, come di sopra dicemmo, e ordinato alla Sangiorgio d’aprile
-la solenne e vana festa de’ cavalieri erranti alla città di Londra,
-grandissima quantità di baroni, e di cavalieri, e di nobili uomini
-d’arme del reame s’accolsono per essere alla festa. I baroni come
-meglio poterono, ciascuno bene montato, e con nobili armadure e
-sopravveste, e insegne vaghe e maravigliose, e le donne vestite di
-ricchi drappi, e ornate di ghirlande, fermagli e cinture di perle
-e d’altre pietre preziose di gran valuta, ciascuna come meglio
-potè. Nella città di Londra era per tutto apparecchiato a ricevere
-i forestieri onoratamente, ciascuno secondo il grado suo. Quivi
-rinnovellandosi l’antiche favole della Tavola rotonda, furono fatti
-ventiquattro cavalieri erranti, i quali seguendo i fallaci romanzi
-che della vecchia parlano, richiedeano, ed erano richiesti di giostra
-e battaglia per amore di donna. E intorno alla piazza erano levati
-incastellamenti di legname con panche da sedere, coperti di ricchi
-drappi a oro, e forniti di dietro di ricche spalliere, dove il re e le
-reine e altre nobili dame stavano a vedere; e davanti al re veniano
-dame e cavalieri con finti e composti richiami di gravi oltraggi,
-e differenti l’uno dall’altro, domandando l’ammenda del misfatto, o
-battaglia, e il re discernea la giostra, e quale era vinto perdeva
-sua dama: le quali facevano alle loro giostre cavalcare, quasi come
-presente premio di colui che vincesse: le conquistate erano di presente
-menate a corte, e assegnate alla reina come gaggio del vincitore: e
-altre molte cose simili a queste vane e pompose, e piene di tante
-inveccerie, che forse a Dio ne dispiacque. Le mense furono poste
-ornatissime, vezzose e dilicate, con molte e varie vivande. Alle prime
-mense fu posto sopra tutte quella della reina vecchia d’Inghilterra,
-appresso quella del re di Francia, alla quale cinque figliuoli del re
-d’Inghilterra servirono in su grandi destrieri; e il re d’Inghilterra
-medesimo, ch’era all’altra tavola con quello di Scozia, alcuna volta
-si levò dalla mensa, e andò a vicitare quella del re di Francia.
-Questa solennità di festa si coprì sotto il titolo della pace, e per
-tanto alcuna scusa ricevette della disordinata burbanza e vanità.
-E nota lettore, che le parole del savio che dicono, gli estremi
-dell’allegrezza sono occupati dal pianto, si verificarono nel re
-d’Inghilterra, a cui la moria, che poco appresso seguette, tolse i
-figliuoli con molto dolore e tristizia.
-
-
-CAP. XLVIII.
-
-_Come i Perugini cavalcarono i Sanesi fino alle porti di Siena._
-
-Smeduccio da Sanseverino della Marca, nuovo capitano di guerra de’
-Perugini, come giunse nell’oste, di presente con duemila cavalieri
-e con gran numero di gente da piè si dirizzò verso Chianciano, e lo
-combatterono, e arsone i borghi. Appresso entrarono in Valdorcia, e
-arsono Bonconvento, e corsono infino al Bagno a Vignoni, facendo danni
-assai maggiori in vista che in fatto, ardendo di rado allora capanne
-e altre vili e disutili cose, e a dì 29 di aprile cavalcarono verso
-Siena, e passate le forche assai di presso a Siena fermarono il campo;
-e coll’usate burbanze toscane alquanti cittadini di Perugia ivi si
-feciono cavalieri, e’ loro scorridori passarono infino a porta nuova:
-nella quale per matta baldanza entrarono due di loro, de’ quali l’uno
-vi fu morto, e l’altro rimase prigione. Sopraggiugnendo la sera, co’
-prigioni che presi aveano in numero di centocinquanta si ritrassono a
-Isola, e il seguente dì ripigliarono la via d’Asciano, e si ritornarono
-a Perugia: per la qual cavalcata lo sdegno oltre a modo a’ Sanesi
-crebbe, di che ne seguì quanto appresso diviseremo. È vero, che come
-uso di guerra sovente dimostra, i Perugini non ebbono netta del tutto
-l’avventurosa vittoria, perocchè sentendo il signore di Cortona che
-tutto lo sforzo da cavallo e da piè era cavalcato a oltraggiare i
-Sanesi, veggendosi libero il tempo da potere danneggiare i nemici, nol
-volle perdere, e con dugento cavalieri mandò il popolo di Cortona,
-e assai danno feciono intorno a Castiglionaretino e a Montecchio, e
-arsono presso al lago la Valdecchio; e correndo infino all’Orsaia,
-presono due de’ cavalieri novelli de’ Perugini, che per quella via poco
-accortamente si tornavano a casa, e a salvamento si tornarono a Cortona
-con molta preda, e circa a dugento prigioni. La preda e il danno
-fu grande, perchè avendo a vile i Cortonesi, con baldanzosa sicurtà
-sprovveduti furono sopraggiunti.
-
-
-CAP. XLIX.
-
-_Come il legato del papa ripuose l’assedio a Forlì._
-
-L’ultimo dì del detto mese d’aprile, l’abate di Clugnì legato del
-papa, avendo accolta molta gente d’arme, fece bandire, che qualunque
-cittadino o forestiere volesse uscire di Forlì, sarebbe ricevuto
-benignamente da lui e dalla sua gente, e perdonatogli l’offesa di
-santa Chiesa, e ricomunicato. Per la qual cosa molti per più riprese
-se ne fuggirono al legato, e assai volte quelli che v’erano messi alle
-guardie delle mura se ne collavano a terra, e fuggivansi la notte a’
-nemici. Il legato vi si ripuose ad assedio con grandissimo popolo, e
-con mille cavalieri al cominciamento. Il capitano e’ suoi cittadini
-pazzi di lui disperatamente, senza volere prendere accordo, attaccarsi
-alla pertinacia e alla durezza, disponendo di tenersi alle difese con
-grandissimo loro affanno e disagio.
-
-
-CAP. L.
-
-_Come i Provenzali feciono compagnia per vendicarsi di quelli dal
-Balzo._
-
-Essendo molto assottigliata la compagnia di Provenza, i gentili
-uomini, ch’aveano lungamente ricevuto danno ne’ loro paesi, avendo
-preso sdegno sopra la casa del Balzo, e sopra quelli del Delfinato che
-l’aveano mantenuta loro addosso, si raunarono insieme più di ottocento
-cavalieri, e corsono sopra le terre di quelli del Balzo, e guastarono
-di fuori, e nel Delfinato feciono alcuno danno. E se il re Luigi avesse
-valicato di là, com’avea promesso loro, avrebbono fatte assai maggiori
-cose.
-
-
-CAP. LI.
-
-_Come si pubblicò la pace de’ due re._
-
-Finita la pomposa e vana festa del re d’Inghilterra fatta a Londra,
-della quale di sopra abbiamo fatta menzione, poco appresso, a dì 8 del
-mese di maggio, il re di Francia e quello d’Inghilterra in pubblico
-parlamento feciono pace insieme, e abbracciaronsi e baciarono in
-bocca: e dissesi, che per buona concordia e buona pace il re di Francia
-lasciava al re d’Inghilterra la contea di Aghemme, e la Normandia, e la
-contea di Guinisi, con Galese e le terre che ’l re d’Inghilterra avea
-acquistate, e che il re di Francia, in fra la festa di tutti i Santi
-milletrecentosessantotto, dovea avere dati al re d’Inghilterra seicento
-migliaia di scudi vecchi, e il re Adoardo dovea con tutto suo sforzo
-riporre il re di Francia in signoria di suo reame. Onde ciò seguendo
-per fornire l’impresa, il re di Francia mandò messer Giovanni conte
-di Pittieri suo minore figliuolo, il quale era stato preso con lui in
-Linguadoca, a procacciare la moneta, con patto ch’alla festa di santo
-Dionigi dovesse tornare, e rimanere per stadico a Bologna sul mare,
-tanto che l’altre promessioni e convegne fossono fornite.
-
-
-CAP. LII.
-
-_Come il legato del papa pose due bastite a Forlì._
-
-Di questo mese di maggio, vedendo il legato la durezza del capitano
-di Forlì e del popolo di quella città, che per niuno modo si disviava
-dal volere del capitano di Forlì, acciocch’e’ s’avvedessono, che senza
-abbandonare l’assedio la state e ’l verno, il legato era fermo di
-vincerli per forza, pose tra Faenza e Forlì una grande e forte bastita,
-ove mise quella gente a cavallo e a piè che bisognava, per tenere da
-quella parte stretta e assediata la città di Forlì; e appresso ne pose
-un’altra tra Forlì e Cesena al ponte a Ronco; e nondimeno il campo
-suo con l’altra oste pose presso alla città, e continovamente cercava
-d’assalire la terra il dì e la notte. E di tutto questo non parea che
-’l capitano e’ Forlivesi si curassono niente, ma spesso il capitano
-colla giovanaglia di Forlì usciva della terra, e assaliva il campo, e
-ritornavasi contamente a salvamento.
-
-
-CAP. LIII.
-
-_Pace fatta dal re Luigi al duca di Durazzo._
-
-Lungamente era durato lo sdegno che il duca di Durazzo avea portato
-contro al re Luigi, parendoli male essere trattato da lui; e per questo
-modo guerra si nutricò nel Regno per la compagnia, e poi per lo conte
-Paladino, e per gli altri baroni che teneano la parte del duca, di
-che il Regno era per tutto mal disposto, e’ ladroni multiplicavano,
-e non v’era paese nè strada che sicura fosse. Avvenne, che morto il
-conte Paladino e ’l fratello, i baroni cercarono di fare la pace tra’
-reali, e il gran siniscalco sopra tutti v’adoperò tanto, che gli recò
-a buona pace. E del mese di maggio 1358 con gran festa, con tutti i
-baroni e gentili uomini di Napoli, desinarono insieme al vescovado,
-e cavalcarono per tutta la terra insieme. E incontanente s’ordinò e
-bandì, che tutti i forestieri uomini d’arme si dovessono partire del
-reame, e cominciossi a venire rassicurando il paese.
-
-
-CAP. LIV.
-
-_Come si partì la compagnia di Provenza._
-
-Abbiamo innanzi narrato, come il re Luigi era costretto d’andare
-in Provenza per difenderla dalla compagnia che lungamente l’avea
-tribolata, e avea richiesti i baroni d’aiuto e i comuni di Toscana, e
-catuno s’apparecchiava di servirlo ove andasse la sua persona. Avvenne,
-che per le ribellioni che le comuni di Francia avevano fatte contro al
-Delfino duca di Normandia, primogenito del re di Francia, e contro agli
-altri baroni e gentili uomini del paese, i baroni col Delfino furono
-costretti di fare gente d’arme per la loro difesa, e per offendere le
-comunanze. E perocchè la compagnia era nutricata e creata al suo caldo
-e degli altri baroni, per averli presti al bisogno, e mantenerli alle
-spese de’ Provenzali di qua dal Rodano; a questo bisogno chi mandò per
-l’una parte e chi per l’altra: e così si partì di Provenza una parte
-della detta compagnia. E il re Luigi per questa cagione, e perchè mal
-volentieri si partiva del Regno, sostenne l’andata di Provenza.
-
-
-CAP. LV.
-
-_Come i signori di Milano posono l’assedio a Pavia._
-
-I signori di Milano, per la grande entrata ch’aveano di loro terre in
-que’ tempi erano di gran podere, sicchè perchè alcuna volta perdessono
-loro gente d’arme, di presente per la forza del danaro erano riforniti
-di nuovo, e possenti a tornare in campo meglio che prima. E però non
-ostante ch’avessono l’oste grande sopra Mantova, e fornissono contro al
-marchese di Monferrato la guerra di Novara e di Vercelli, essendo la
-compagnia del conte di Lando, come detto avemo, in aiuto a’ Lombardi
-collegati, feciono di nuovo grande oste, e andarono a porre l’assedio
-alla città di Pavia del mese di maggio, ove aveano più di duemila
-cavalieri e pedoni, e popolo assai per questi assedi. E per mantenere
-le grandi spese consumavano le forze de’ collegati, non ostante che
-spesso negli assalti la loro gente ricevessono danno e vergogna;
-e ciò addiveniva, perchè i loro soldati tedeschi aveano ricetto,
-e parte di loro cavalcatori nella compagnia, sicchè contro a loro
-non si combatteano lealmente, per non disfare la detta compagnia; e
-avvedutisi i signori di Milano per più volte di questo, e trovatisi con
-diecimila cavalieri a loro soldo, e mille di quelli della compagnia gli
-cavalcavano presso a Milano, non ostante ch’avessono vantaggio contro
-a’ loro avversari, per questa cagione cominciarono a dare gli orecchi
-al trattato della pace, la quale poi si fornì, come al suo tempo
-racconteremo.
-
-
-CAP. LVI.
-
-_Come i Perugini afforzarono l’Orsaia._
-
-Di questo mese d’agosto, i Perugini per potere con meno gente d’arme
-e con minore spesa mantenere l’assedio a Cortona, cominciarono ad
-afforzare di mura e di fossi l’Orsaia per farvi una terra nuova, sicchè
-il verno come la state potessono tenere assediati i Cortonesi dal
-lato del piano. I Cortonesi per questo poco si curavano, perocchè la
-montagna era in loro balía, e aveano gente a cavallo e a piè che spesso
-faceano risentire i loro nemici.
-
-
-CAP. LVII.
-
-_Come si fece la pace da’ signori di Milano a’ collegati._
-
-Quasi per spazio di tre anni era continovata la guerra da’ signori di
-Milano a’ collegati Lombardi, nella quale erano i signori di Mantova,
-di Ferrara, e di Bologna, e il marchese di Monferrato, Genova, e Pavia;
-nelle quali battaglie, ribellioni e presure d’assai città e castella
-erano fatte, com’addietro abbiamo narrato, con vari avvenimenti di
-guerra e di fortuna e d’una e d’altra parte; e come che la possanza de’
-signori di Milano fosse grandissima, pure aveano perdute la maggior
-parte delle terre che tenere soleano nel Piemonte, e Novara, Como,
-Pavia, e Genova, e Savona, e con la Riviera e di levante e di ponente,
-e molte altre castella in quelli paesi; ma tutto che queste terre
-fossono loro tolte, per loro entrata e potenza conduceano gente d’arme,
-e nuove osti faceano, avendo più forza l’un dì che l’altro, almeno
-in apparenza. Per le quali cose i collegati straccati dalle gravezze
-delle spese incomportabili a loro, con gran pericolo e pena sosteneano
-la guerra, avendo nel segreto grande appetito di pace; dall’altra
-parte i signori di Milano s’erano trovati più volte ingannati dalla
-gente d’arme di lingua tedesca, che avendo essi forza di novemila in
-diecimila cavalieri, mille o duemila barbute della compagnia per più
-riprese, come mostrato abbiamo, correano infino alle porte di Milano,
-e stavano a oste nel loro contado, e non trovavano Tedeschi che contro
-a loro facessono resistenza, che tutti teneano parte nella compagnia,
-e i cassi da’ soldi entravano in quella, e per questa cagione
-s’aveano vedute rubellare molte terre; per la qual cosa anche eglino
-desideravano concordia. Onde essendo mezzano e sollicitatore della pace
-messer Feltrino da Gonzaga de’ signori di Mantova, la pace si fornì,
-e palesossi per tutto all’uscita del mese di maggio, gli anni 1358,
-con certi patti e convegne che poco vennono a dire, come appresso si
-dimostrò per lo fine.
-
-
-CAP. LVIII.
-
-_Come s’abbattè i palazzi di quelli di Beccheria._
-
-Essendo cacciati da Pavia quelli della casa di Beccheria, come a
-verno addietro narrato, frate Iacopo Bossolaro fece sua predicazione,
-alla quale s’adunò tutto il popolo di Pavia uomini e donne; e con
-belle e ornate parole mostrò, che non era bastevole avere cacciati di
-Pavia i tiranni, se a loro non si togliesse la speranza del tornare,
-la quale loro durerebbe mentre che le loro case e’ palagi fossono
-in piè; e che per tanto a lui necessario parea d’abbatterli, e fare
-piazza del sito dov’erano. Fornita la predica, tutto il popolo si
-mosse, e volonterosamente corse ad abbattere le dette case e palagi:
-e in picciolo tempo non vi lasciarono pietra sopra pietra, che non
-portassono via; e il luogo recarono a piazza, secondo che il frate
-predicando avea consigliato. E fu ciò cosa mirabile, che tutti, maschi
-e femmine, piccoli e grandi vi furono per maestri e manovali, e a modo
-delle formiche ciascuno ne portò via la parte sua.
-
-
-CAP. LIX.
-
-_Di molte paci e altre cose notevoli fatte._
-
-Gli antichi Romani al tempo del popolo gentile aveano un tempio nella
-città consacrato a Giano, il quale nel loro errore faceano Iddio
-dell’anno. E per tanto il primo mese dell’anno a questo loro Iddio
-era consacrato, e da lui era denominato Gianuaro, che noi volgarmente
-appelliamo Gennaio. Questo tempio di Giano, quando stava aperto era
-segno di guerra, e quando stava chiuso era segno di pace. Di che
-tornando alle favole antiche, e all’usanze antiche della magnificenza
-romana, questo nostro anno dire si potrebbe quello della pace: perchè
-in esso fu fatta e fermata la pace dal re d’Inghilterra al re di
-Scozia, e lasciato fu di prigione il re David, che carcerato il tenea
-quello d’Inghilterra. Ancora si fè la concordia dal re di Spagna al
-re d’Araona, e quella dal re d’Inghilterra al re di Francia, il quale
-era suo prigione, benchè per li patti rimanesse sospesa. E fecesi la
-pace dal comune di Vinegia al re d’Ungheria; e quella de’ signori e
-tiranni di Lombardia, che di sopra avemo raccontata; e quella dal re
-Luigi al duca di Durazzo; e quella da’ Perugini a’ Sanesi. E più ad
-aumento di pace in questo anno fu abbondanza di tutti i frutti della
-terra. È vero, che furono nel verno malattie di freddo, e nella state
-molte febbri terzane, e semplici e doppie, sicchè se gli uomini fer
-pace delle loro guerre, non dimanco gli elementi per li peccati sconci
-degli uomini loro fecero guerra. Nella quale fu da notare, che come
-l’anno passato la Valdelsa, e il Chianti, e il Valdarno furono di molte
-infermitadi gravate e morie, che così nel presente, che fu mirabile
-cosa. E perchè per queste paci fossono liete molte provincie, il reame
-di Francia in questi giorni ebbe grandi e gravi commozioni di popoli
-contro a’ gentili uomini, che molto guastarono il paese, e tre gran
-compagnie di gente d’arme settentrionali conturbarono forte Italia
-e la Provenza. Il perchè appare, che universale pace non può essere
-nel mondo, come fu al tempo che ’l figliuolo di Dio umana carne della
-Vergine prese.
-
-
-CAP. LX.
-
-_Come la compagnia del conte di Lando venne in Romagna._
-
-Incontanente che la pace de’ Lombardi fu fatta, la compagnia del conte
-di Lando, ch’era stata contro a’ signori di Milano per condotta de’
-collegati, com’addietro abbiamo narrato, si partì di quei paesi; e
-all’uscita del mese di giugno, avendo per tutto il passo aperto, e
-la vittuaglia da’ paesani, con licenza del signore di Bologna se ne
-vennono a Budrio in sul Bolognese; e ivi stettono alquanto di tempo
-prendendo loro rinfrescamento, dando di loro usati aguati e improvvisi
-assalti assai di tema a tutti i Toscani, e al legato del papa in
-Romagna, e così al Regno, aspettando in quel luogo civanza di condotta,
-e danari da chi con loro si volesse patteggiare e comporre.
-
-
-CAP. LXI.
-
-_Come il re Luigi riebbe il castello di Parma._
-
-Narreremo in questo capitolo cosa che non pare degna di memoria, nè
-certo è, se non in, tanto per quanto per essa si può dimostrare la
-debolezza in que’ giorni del famoso reame di Puglia. Certi ladroni e
-rubatori di strade nel detto regno in questi giorni faceano compagnia,
-e aveano preso per loro ridotto un castelletto tra Serni e Castello
-da mare che si chiama Parma: e ivi s’erano adunati, e rubavano le
-strade e’ paesi che da loro non si volieno rimedire. E aveano già
-tanto fatto, che circa a centoventi di loro erano montati a cavallo,
-e armati a guisa di cavalieri, e spesso correano fino a Napoli, e per
-Terra di Lavoro; e maggiore guerra e danno faceano a’ paesani, che
-quelli della gran compagnia quand’erano nel Regno, perocch’e’ sapeano
-i passi e le vie del paese, e conoscevano i massari e’ paesani da cui
-si poteva trarre il danaro. E così teneano in mala ventura e angoscia
-tutto il paese, che niuno osava andare per cammini senza buona scorta.
-E per questa cagione il re fece gente d’arme, e ristrinseli nel detto
-castello, e assediolli: e in fine vedendo i detti ladroni che non
-poteano tenere il castello, l’abbandonarono, e fuggirsi del paese, e
-il re riprese la terra, e la fornì di sua gente; perchè alquanto ne
-migliorò la sicurtà delle strade e de’ cammini.
-
-
-CAP. LXII.
-
-_De’ fatti di Siena della loro guerra._
-
-Li Sanesi avendo veduto non rotte le loro forze, nè con ordine di
-battaglia, essere così sventuratamente sconfitti e cavalcati da’
-Perugini infino alle porti, essendo di natura sdegnosa e altiera e di
-voglioso consiglio, di comune assentimento deliberarono di fare ogni
-loro sforzo e podere per qualunque modo potessono, per vendicare loro
-vergogna; non ostante che per lo comune di Firenze oltre all’usato
-amore consueto di faticarsi a pacificare loro vicini, ingelosito che
-per loro riotte non surgesse allettamento di signore forestiere, di
-continovo sollecitamente cercasse modo comportevole a sgravare il
-soperchio dell’onta fatta a’ Sanesi, e a questo per forza d’amistà
-de’ reggenti e maggiori di Perugia avessono condotto ad assentire i
-Perugini, nè modo nè verso co’ Sanesi trovare non potè, i quali nel
-furore di loro lieve animo, non guardando a stato di parte guelfa,
-nè a’ pericoli che seguire ne potesse alla libertà de’ comuni di
-Toscana, malcontenti di ciò che per l’uno comune e per l’altro si
-facea, cercando sempre concordia tra loro senza favorare in segreto o
-in palese eziandio in parole nessuno di loro contro all’altro, solenni
-ambasciadori con pieno mandato e larghe promesse mandarono a’ signori
-di Milano per impetrare loro aiuto e favore; ma poco loro valse,
-tutto che in niente montasse per loro mal volere e pravo concetto,
-perocchè per la pace tra detti signori e comuni di Toscana fatta, per
-non romperla non se ne vollono travagliare. Il perchè veggendosi i
-Sanesi mancare la detta speranza, in sulla quale stavano ventosamente
-a cavallo, cercarono convegna colla compagnia che di Lombardia era
-venuta a Budrio, e si patteggiarono ch’andasse al loro soldo per certa
-quantità di moneta: e nel patto inchiusono, che la compagnia un mese e
-più con altra loro gente dovesse stare in sul contado di Perugia; e per
-lo detto servigio diedono caparra e la ferma, all’entrata del mese di
-giugno 1358. Semoci un poco allargati in parlanza sopra questa materia,
-per fare ricordanza a coloro che per li tempi verranno al reggimento
-del nostro comune, che stieno avvisati a’ rimedi della straboccata e
-ventosa volontà de’ Sanesi, i quali sovente per levità d’animo hanno
-tentata la loro sovversione e degli altri comuni di Toscana, che
-vogliono e amano di vivere in libertà.
-
-
-CAP. LXIII.
-
-_Come i Pisani abbandonarono la gara di Talamone._
-
-I Pisani avendo provato e riprovato per molte riprese, che nè per
-loro armate, nè per impedimenti di mare, nè per lega che tacitamente
-avessono col doge di Genova, nè per qualunque altri loro argomenti o
-sagacità, usando larghe promesse di nuove franchigie e più utile a’
-Fiorentini, non aveano potuto rimuovere il comune di Firenze dal suo
-fermo proponimento del non tornare a fare porto a Pisa, ma piuttosto
-coll’aizzamento gli aveano fatti indurare; e veggendo ch’esso comune
-di Firenze s’era messo in armare galee, e cercare ventura di mare
-contro a loro; colla usata astuzia, del mese di giugno detto anno, con
-segreta deliberazione fatta tra loro mandarono la grida, che i Pisani
-e’ loro distrettuali, e ogni altra maniera di gente liberamente potesse
-andare a Talamone co’ suoi legni e mercatanzie, e di là recare e
-portare mercatanzia salvi e sicuri da tutta loro gente. E incontanente
-cominciarono a mandarvi della roba loro con fare porto a Talamone; e
-nondimeno i Fiorentini continovo le loro galee teneano alla guardia del
-mare.
-
-
-CAP. LXIV.
-
-_Come i Sanesi chiamarono capitano, e uscirono a oste._
-
-Avendo i Sanesi l’animo infiammato contro al comune di Perugia,
-elessono per loro capitano di guerra il prefetto da Vico con gran
-balìa nella città e di fuori sopra la gente d’arme, il quale accettò:
-ma non venendo presto come il furore de’ Sanesi cercava; a dì 21 di
-giugno uscirono fuori a oste sopra il Monte a Sansavino colla loro
-gente d’arme, e con settecento barbute che avea Anichino di Bongardo
-capitano della nuova compagnia, e ivi sforzandosi di vincere la terra,
-senza frutto stettono aspettando il loro capitano e l’altra gran
-compagnia che aveano condotta in Lombardia. I Perugini temeano forte
-l’avvenimento della compagnia, e acconciavansi bene a lasciare trovare
-modo a’ Fiorentini d’avere la pace; nondimeno afforzavano l’Orsaia per
-potersi tenere più forti e provveduti alla loro difesa.
-
-
-CAP. LXV.
-
-_Come si fece certa arrota al palio di san Giovanni._
-
-Di questo mese i Fiorentini arrosono al palio di san Giovanni, ch’era
-di due finissimi velluti chermesi, con uno nastro d’oro largo quattro
-dita coll’arme del popolo e del comune, riccamente ricamate di seta
-d’otto braccia di lunghezza, quanto le dette due pezze erano larghe, di
-vaio sgrigiato; cosa molto orrevole e bella alla nostra festa.
-
-
-CAP. LXVI.
-
-_Come il Delfino mandò per lo proposto di Parigi._
-
-Tornando a’ fatti di Francia che occorsono in que’ tempi, il Delfino
-di Vienna, e ’l duca d’Orleans, come addietro avemo fatta menzione,
-per disdegno, o forse per paura piuttosto, che più verisimile parve,
-s’era partito di Parigi, e l’amministrazione e governo del tutto avea
-lasciato al proposto de’ mercatanti e a’ borgesi di Parigi; perchè
-essendo ripreso di codardia, si mosse, e appressossi alla città,
-stimando che il proposto li portasse reverenza, e come reale lo
-ridottasse, e a lui mandò a dire, che con trenta compagni li venisse
-a parlare. Il proposto rispose di farlo; e di presente tutto il popolo
-commosse, il quale in numero di trentamila o più il seguirono per ire
-seco infino al luogo dove stava il Delfino. Il quale udendo in che
-forma venia, non lo attese, ma si partì in fretta, per non attendere la
-piena del popolo ignorante e mal consigliato, e tornossene ad Orliens.
-E ciò fu all’entrata di giugno.
-
-
-CAP. LXVII.
-
-_Di novità fatte per lo popolo di Parigi._
-
-I borgesi e ’l popolo minuto di Parigi vedendosi armati, che n’erano
-poco usi, e che ’l Delfino non attendendo loro furia s’era partito,
-montarono in baldanza; e come suole avvenire, e per sperienza si vede,
-che i vili, che prendono ardire contro a chi fugge, vantandosi di loro
-cuore e ardire, col fumo della vittoria senza contasto si fermarono,
-aspettando se loro fosse mosso niente. Il proposto con quelli che lui
-seguivano nel malvagio proponimento e consiglio, veggendo lo stolto
-popolo armato, e per levità d’animo nimicato contro la casa reale,
-pensarono con esso, avanti che giù ponessono l’arme, a maggiori
-fatti procedere. E per tanto confortato il popolo, e inanimatolo a
-speranza di migliore fortuna, quasi come gente furiosa e irata la
-condussono spartamente come vedeano che richiedesse la faccenda, e ogni
-parte d’essa sotto guida a’ palagi e a’ manieri de’ gentili uomini
-ch’erano vicini a Parigi, i quali non prendendo guardia di loro, e
-non avendo alcuno avviso di loro iniquo e reo proponimento, nè del
-movimento di chi li guidava, molti ne furono sorpresi. Il furioso
-popolo incrudelito, quanti ne giugnea tanti ne mettea al taglio delle
-spade, non perdonando a fanciulli o a donne; e a’ micidi aggiugneano
-l’arsioni, diroccando fortezze e manieri a costuma di fiere selvagge.
-E intra gli altri nobili e ricchi dificii guastarono il bello castello
-di Montmorensì, e altre molte castella notabili. E con questa rabbiosa
-vittoria, con spargimento di cittadinesco sangue, si tornarono in
-Parigi, avendosi fatti nemici i gentili uomini e i baroni del reame.
-
-
-CAP. LXVIII.
-
-_Come l’altre ville seguirono di fare come Parigi._
-
-Sentendosi per lo paese quanto inumanamente, e con quanta bestiale
-fierezza il popolo di Parigi s’era portato contro a’ baroni e a’
-gentili uomini circustanti e vicini a Parigi, l’altre buone ville
-di Piccardia e di Francia, prendendo esempio dal popolo di Parigi,
-tantosto s’adunarono in arme, e uscirono delle ville come se andassono
-contro a’ nemici, e ricercarono i gentili uomini e le famiglie loro
-per li manieri, e per le castella, e per le tenute dove si riduceano,
-e quanti ne poterono giugnere senza misericordia n’uccisono, e i loro
-manieri e castella dove poterono entrare disfeciono. E fu sì subita
-e improvvisa questa tempesta, che molti tra le loro mani ne perirono,
-dando boce e cagione, ch’e’ gentili uomini e i baroni erano traditori
-del re loro signore; ma certo chi fu primo motore di tanto scellerato
-male fu il reo e il traditore di suo signore e di tutto il reame, come
-appresso leggendo si potrà trovare.
-
-
-CAP. LXIX.
-
-_Di novità di Forlì._
-
-Bene che paia assai disonesto e fuori di ragione, che li prelati che
-dovrebbono essere correggitori de’ difetti e peccati de’ secolari
-s’inviluppino e rivolgano in quelli, e massimamente in quelli errori
-mondani che più paiono orribili e abominevoli, come sono tradimenti,
-o se volemo più onesto parlare, trattati, nondimeno per la corrotta
-usanza del malvagio tempo che corre, non pare si disdica a coloro che
-sono posti da santa Chiesa alla cura de’ suoi beni temporali, tutto
-che cherici sieno, usare arte di tradigione. Per questa larga e non
-dannata licenza, l’abate di Clugnì legato di papa in Romagna, avendo
-fatto tenere certo trattato con le guardie d’alquante bertesche della
-città di Forlì, le quali gli doveano essere date, mandò della sua gente
-una notte intorno di seicento tra a piè e a cavallo, e presonle, ed
-entrarono nella terra; e se avessono avuto con loro più forte braccio
-n’erano signori. I cittadini, per l’improvviso e subito assalto non
-sbigottiti, insieme col capitano francamente si fedirono tra loro
-ch’erano entrati, e per forza gli ripinsono di fuori, avendone morti
-e presi una parte di quelli che più s’erano messi innanzi; intra gli
-altri rimase preso il figliuolo del conte Bandino di Montegranelli; e
-gli altri si fuggirono senza avere caccia fuori della terra, e tornarsi
-al legato beffati.
-
-
-CAP. LXX.
-
-_Come il legato ebbe Meldola._
-
-Uno de’ terrazzani di Meldola capo di setta, essendo per più tempo
-stato con certi suoi congiunti sostenuto dal capitano di Forlì per
-sua sicurtà di quella terra, si collò dalle mura con suoi compagni di
-furto, e fuggissi nel campo al legato, e ivi segretamente stando più
-giorni s’intese con altri suoi terrazzani. E a dì 2 di luglio detto
-anno, il legato ordinata sua gente sott’ombra di combattere Meldola,
-si strinse alla terra. Lo Meldolese di cui avemo parlato, senza arme
-uscì della schiera, e innanzi si mise verso la terra, e fè certo segno
-a quelli delle mura, sicchè fu conosciuto; e sperando nell’ordine e nel
-favore di coloro che dentro avea temperati con belle e savie parole,
-ed efficaci alla materia, disse a’ suoi terrazzani, che non volessono
-essere morti e disfatti in contumacia di santa Chiesa, che domandava
-con gran ragione la sua terra, e con beneficio, per servire al tiranno
-scomunicato, che contro a Dio e contro a ragione si tenea in ribellione
-del legato e di santa Chiesa, il quale era stretto per modo, che
-tosto dovea e potea essere disfatto; loro assicurando che dalla gente
-della Chiesa non riceverebbono offesa nè danno alcuno. I Meldolesi
-alla Romagnuola voltanti, e affannati dalla lunga guerra, udendo
-così parlare il loro terrazzano, ed essendo sospinti da’ consigli e
-conforti di quelli dentro che col detto loro terrazzano s’intendeano,
-di presente apersono le porte, e ricevettono liberamente con allegrezza
-e festa la gente del legato pacificamente. Li forestieri che v’erano
-ciò vedendo, bellamente si ricolsono al cassero, e quelli del legato di
-presente s’afforzarono nel castello, e assediarono la rocca dentro e di
-fuori, avendo dottanza che la compagnia ch’allora era di presso non li
-venisse a impedire; e strignendo forte con assedio, e ricercando spesso
-con trabocchi e con altre battaglie quelli della rocca, a dì 25 del
-detto mese s’arrenderono salve le persone.
-
-
-CAP. LXXI.
-
-_Come i Fiorentini ordinarono il monte nuovo per avere danari._
-
-Per l’armata del mare essendo consumata molta moneta dell’usate
-rendite del comune, sopravvenendo le compagnie del conte di Lando
-e d’Anichino di Bongardo, e apparecchiandosi molte altre novità in
-Italia, alle quali per conservare suo stato necessità era al nostro
-comune di provvedere; e non potendosi ciò fare senza danari, ed
-essendo l’entrate del comune indebitate, e porre di nuovo gravezze
-senza manifesta guerra incomportabile e pericoloso parea, massimamente
-per la nuova dissensione e sospetto nato tra’ cittadini per le accuse
-e persecuzioni, che sotto il titolo della parte guelfa si facea de’
-buoni, e a’ buoni antichi cittadini che si voleano vivere in pace,
-sotto il segno della detta pace onorando il comune, e non poteano.
-Quelli che reggevano il comune cercavano nuovo modo, provvedendo per
-legge che chi spontaneamente prestasse al comune fosse scritto a suo
-creditore nuovamente nell’uno tre, cioè in fiorini trecento prestandone
-cento di quello che veramente prestavano, dando al detto monte nuovo e
-a’ suoi creditori tutti i privilegi e immunità del monte vecchio. Per
-questa via il comune senza altra gravezza ebbe al suo bisogno soccorso;
-e se bene si misura, non per carità o affezione ch’avessono i cittadini
-alla sua repubblica, ma per la cupidigia del largo profitto; il quale
-fuori del buono e antico costume de’ nostri maggiori molti n’ha tirati
-dalla mercatanzia in su l’usura, e sì ha ingrossate le coscienze, che
-le vedovelle poco si curano dell’anime, pur che il monte risponda bene
-loro.
-
-
-CAP. LXXII.
-
-_Della gran compagnia._
-
-La gran compagnia essendo nella Romagna a’ confini del Bolognese, sotto
-la condotta del conte Broccardo e di messer Amerigo del Cavalletto, in
-numero di tremilacinquecento cavalieri e grande quantità di pedoni,
-baldanzosamente del mese di luglio mandarono a domandare il passo in
-Toscana al nostro comune; il quale sorpreso dalla subita domanda,
-non avvedendosi de’ patti ch’aveano con loro, intra’ quali che non
-dovessono offendere nè passare per lo nostro terreno fra certo tempo,
-il quale ancora durava, e temendo della ricolta, che la maggiore parte
-era in su l’aia, di presente vi mandarono ambasciadore, concedendo
-che potessono passare a dieci bandiere insieme, togliendo derrata per
-danaio. Li conducitori e caporali di quella insuperbiti per la temenza
-che parea mostrasse il comune, tacendo i patti, risposono, che non
-voleano passare spartiti, nè per lo luogo loro assegnato, ma per quello
-più loro piacesse. Non volendosi per lo comune a ciò consentire, nel
-consigliare che se ne fè furono ricordate e ritrovate le convenienze
-il comune avea con loro, e furono creati ambasciadori ch’andassono a
-loro, i quali furono; messer Manno Donati, messer Giovanni de’ Medici,
-Amerigo di messer Giannozzo Cavalcanti, e Simone di Rinieri Peruzzi; i
-quali ebbono i punti di loro ambasciata, e portarono i patti giurati,
-soscritti, e suggellati per li caporali e conducitori d’essa compagnia;
-i quali mostrati loro, come è usanza di gente d’arme di sì fatta
-maniera quando si sente podere, niente li pregiarono; e perseverando in
-loro sconce e disoneste domande, accennavano di passare a loro posta, e
-donde loro bene paresse, a mal grado di chi il volesse vietare. Perchè
-ciò sentendo il comune, sollicitamente s’apparecchiava alla difesa;
-e per chiudere loro i passi dell’alpe a suo podere richiesto avea gli
-Ubaldini, i conti Guidi e gli altri amici del comune ch’aveano podere
-ne’ luoghi onde si temea che potessono passare, e con poco ordine
-per la fretta, e senza capitanare, mandò la gente sua da cavallo e
-assai balestrieri nel Mugello e alla guardia de’ passi. Essendo i
-detti ambasciadori nel campo della compagnia, e segretamente rivocati
-dalla loro ambasciata, vi fu mandato di nuovo ambasciadore Filippo
-Machiavelli, a cui fu commesso in segreto, ch’aoperasse co’ caporali
-ch’e’ non venissono per lo nostro contado, e che in ciò spendesse da
-cinquemila in seimila fiorini: e avendosi da lui in risposta che ciò
-non si potea fare, il comune raddoppiando la sollicitudine a sua difesa
-intendea.
-
-
-CAP. LXXIII.
-
-_Come il conte di Lando tornò d’Alamagna alla compagnia._
-
-Il famoso capo di ladroni conte di Lando era nella Magna passato,
-e portato n’avea il tesoro ch’avea guadagnato, ovvero rubato delle
-prede degl’Italiani, e di là comperatone terre e castella, e riscosse
-di quelle ch’avea impegnate. Appresso era stato con l’imperadore,
-e mostratogli come e’ non era ubbidito da’ comuni di Toscana, e che
-dove egli avesse titolo da lui, per forza di sua compagnia per tutto
-il farebbe senza suo costo ubbidire: mostrandoli come la Toscana
-era piena di soldati di lingua tedesca, che tutti, dove che fossono
-a soldo, s’intenderebbono con lui. E per tanto non temea trovare in
-campo contasto; e dove con suo titolo entrasse in alcuna buona città
-di Toscana, l’altre domerebbe per modo, che di tutte il farebbe libero
-signore. L’imperadore, ch’era cupido di natura, e astuto, conobbe il
-partito, e per volere a ciò provvedere per modo indiretto e coperto,
-sicchè se avesse luogo il consiglio del conte l’esecuzione fosse
-pronta, e se non, almeno colorata; essendo consueto di tenere suo
-vicario in Pisa, ne intitolò suo vicario il predetto conte in palese,
-ma in occulto si disse li diè maggiore legazione. Costui giunto a
-Bologna, sentì la condotta fatta della sua compagnia da’ Sanesi contro
-a’ Perugini, la qual cosa molto andava a sua intenzione; e vedendo
-la discordia del passo col comune di Firenze, di presente cavalcò
-alla compagnia, e trovò che gli ambasciadori del nostro comune erano
-rivocati; e volendosi ritornare a Firenze, egli li ritenne, e disse,
-ch’a niuno partito volea che la compagnia valicasse contro a volontà
-del comune nè per lo suo contado; e con gli ambasciadori insieme
-trovarono questa via; che essendo la compagnia in Valdilamone dovesse
-passare da Marradi, e dappoi passare tra Castiglione e Biforco, e
-ricidere da Belforte e Dicomano, e da indi a Vicorata, e poi a Isola,
-e da Isola a san Leolino, e quindi a Bibbiena; e i detti ambasciadori
-promisono, che ’l comune di Firenze per cinque di loro apparecchierebbe
-panatica, prendendo derrata per danaio, e in quelli luoghi donde
-dovea essere loro trapasso. Questa concordia fatta senza mandato a’
-Fiorentini non dispiacque, perchè parea in parte conforme a’ patti che
-i Fiorentini aveano con loro. E per tanto con sollicitudine procedea il
-comune, che la vittuaglia fosse apparecchiata ne’ luoghi ragionati per
-li quali doveano passare, e già n’era cominciata a mandare a Dicomano.
-Gli ambasciadori erano rimasi nella compagnia come il conte avea voluto
-per più sicurtà di sua condotta, ma non per mandato ch’avessono dal
-loro comune.
-
-
-CAP. LXXIV.
-
-_Come la compagnia fu rotta nell’alpe._
-
-Fermata per lo nostro comune la concordia colla compagnia, come è di
-sopra narrato, la compagnia di presente si mosse con bello ordine
-de’ suoi capitani, e a dì 24 del mese di luglio 1358 prese albergo
-nell’alpe tra Castiglione e Biforco: e come è d’uso di gente di
-sì fatta maniera che male si può temperare, che come il ferro alla
-calamita non corra alla preda, passando i patti e convegne si toglieano
-la vittuaglia loro apparecchiata senza pagare, e se trovavano cose
-non bene riposte nè in luogo sicuro ne faceano danno, oltraggiando
-i paesani e di parole e di fatti. Perchè dolendosi gli offesi di
-ciò, ed essendo male uditi e peggio intesi, ne presono cruccio; e
-raccogliendosi insieme, nel mormorio alquanti di loro cominciarono
-ragionamento e di vendetta e di ristoro di loro dannaggio, e senza
-perdere tempo, s’intesono insieme quelli di Biforco fedeli de’ conti da
-Battifolle, e quelli di Castiglione fedeli di quello d’Alberghettino,
-e con loro s’aggiunsono alquanti di quelli della Valdilamone, e
-disposonsi a loro vantaggio a luogo e tempo nel trapasso d’assalire la
-compagnia, o parte d’essa, e cercare loro ventura per rifarsi di loro
-danni, e vendicarsi degli oltraggi che aveano ricevuti. Quella sera
-medesima che questo per li villani si cercava ciò fu detto al conte di
-Lando, e avvisato che la seguente mattina gli s’apparecchiava novità:
-poco mostrò averlo a calere, sapendo che poco numero essere potea, e di
-gente alpigiana, e male in arnese quella che il cercasse d’offendere;
-nondimanco avanti al fare del giorno avacciò sua cavalcata, e mise sua
-gente in cammino, e ne fece più parti, nella prima fè cavalcare messer
-Amerigo del Cavalletto, e con lui gli ambasciadori fiorentini, fuori
-d’uno che ne tenne con seco, colla maggior parte di sua gente armata e
-disarmata con tutta la salmeria.
-
-I conestabili con gente d’arme avvantaggiata con loro arnese sottile
-e di valuta, in numero d’ottocento a cavallo e cinquecento pedoni,
-col conte Broccardo lasciò alla retroguardia e riscossa. Il cammino
-ch’eglino aveano a fare, tutto che non fosse lungo, era aspro e
-malagevole, perocchè venendo da Biforco a Belforte presso alle due
-miglia della valle, quinci e quindi fasciata dalle ripe e stretta nel
-fondo, do v’era la via, la quale si leva dopo alquanto di piano repente
-ed erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti, e tale
-passo è detto alle Scalelle, che bene concorda il nome col fatto. Il
-detto luogo passò liberamente messer Amerigo con tutta sua brigata,
-perchè ancora non erano giunti i villani, i quali poco appresso vi
-vennono in numero d’ottanta, o in quel torno, disponendosi partitamente
-ne’ luoghi dove pensarono a vantaggio e loro sicurtà potere meglio
-offendere i loro nemici: e volendo uno de’ maliscalchi della compagnia
-con sua brigata il detto luogo passare, fu da’ villani assalito, e con
-le pietre indietro ripinto. Il conte di Lando s’avea tratto la barbuta
-di testa, e mangiava a cavallo, e sentendo ciò ch’era cominciato,
-subito si rimise la barbuta, e fece gridare arme; onde i villani,
-che come detto è, s’erano riposti per le creste de’ colli, e nelle
-ripe e balzi che soprastavano le vie, sentendo il passo impedito, si
-cominciarono a mostrare per le ripe dintorno, e a voltare gran sassi,
-e a gittare con mano sopra la gente del conte ch’erano nel basso del
-fossato, quasi come in prigione chiusi da altissime ripe. Il conte non
-spaventato nè invilito per lo subito assalto, come uomo d’alto cuore
-e maestro di guerre, di subito fece smontare da cavallo circa a cento
-Ungheri, e li fece montare per le ripe per cacciare i villani dalle
-ripe ov’erano posti colle frecce e colle grida: ma poco li valse,
-perocchè i villani ch’erano ne’ luoghi avvantaggiati e sicuri, e
-soprastanti assai a quelli dove gli Ungheri in uosa, e gravi di loro
-armi e giubboni non poteano salire, colle pietre n’uccisono alquanti,
-e gli altri cacciarono a valle. E stando il conte e’ suoi nel romore
-e travaglio, colle difese che le sue genti poteano fare nel luogo
-stretto e malagevole, dove poco poteano mostrare loro virtù, una gran
-pietra mossa nella sommità del monte da parecchi villani, scendendo
-rovinosamente percosse il conte Broccardo, e lui e ’l cavallo ne portò
-nel fossato, e uccise; e per simile modo molti e morti e magagnati
-ne furono. Veggendo i villani che già erano scesi alle spalle de’
-cavalieri in luogo che li poteano fedire colle lance manesche, che
-i cavalieri per la morte di molti di loro erano inviliti, e per la
-strettezza di loro da non si potere ordinare a difesa, nè per niuno
-modo abile atare, scesono con loro alle mani; e uno fedele del conte
-Guido con dodici compagni arditamente si dirizzò al conte di Lando,
-e valentemente l’assalì. Il conte colla spada fè bella difesa: alla
-fine non potendo alle forze resistere, s’arrendè prigione, porgendo la
-spada per la punta; ed essendo ricevuto, come s’ebbe tratta la barbuta,
-uno villano d’una lancia il fedì nella testa, della quale ferita lungo
-tempo dopo stette in pericolo di morte. Arrenduto il conte di Lando,
-tutti i cavalieri smontarono da cavallo, e come il più presto poterono,
-spogliate l’armi per essere leggieri, si diedono alla fuga, e come
-ciascuno meglio potea saliano per le ripe, e per li boschi e burrati
-fuggendo. Allora non solo gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al
-romore, e atare i loro mariti almeno con voltare delle pietre, gli
-spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento, e’ danari e gli
-altri arnesi: e avvegnachè assai ne fuggissono per questo modo, molti
-morti ne furono, e pure de’ migliori, e assai presi, e così de’ fanti
-a piè. In questo baratto si trovarono morti più di trecento cavalieri
-e assai presi, e più di mille cavalli e bene trecento ronzini, e molto
-arnese sottile, e robe e danari vi perderono; e benchè fossono usciti
-del passo, errando molti presi ne furono nelle circostanze dagli altri
-paesani che non s’erano trovati alla zuffa.
-
-
-CAP. LXXV.
-
-_Come il conte di Lando scampò di prigione._
-
-Come volle fortuna, che per li peccati de’ popoli sovente favoreggia
-coloro che a loro sono flagello di Dio, essendo il conte di Lando
-preso da uno fedele e uficiale del conte Guido, il detto valente uomo
-per acquistare maggior preda, essendo il conte fedito, come dicemmo,
-l’accomandò a due suoi compagni: il conte vedendosi nelle mani di due
-villani, temendo forte che non lo menassono a Biforco, per l’offese
-di sua coscienza fatte la sera dinanzi a quelli della villa, disse a
-coloro che ’l guardavano, di dare loro fiorini duemila d’oro, ed elli
-lo menassono altrove ovunque a loro piacesse, e che se in questo il
-servissono, li farebbe ricchi uomini. I villani conoscendo che se il
-conte venisse alle mani del loro signore, che della preda e riscatto
-del conte avrebbono piccola parte, si disposono a servire il conte; e
-’l menarono alla donna di messer Giovanni d’Alberghettino. La donna,
-non essendo ivi il marito, il fece menare a Giovacchino di Maghinardo
-degli Ubaldini suo fratello a Castelpagano. Ciò sentendo il signore di
-Bologna, ch’era suo intimo amico e compare, di presente vi mandò medici
-e guernimenti, e lo fè medicare, e per sua operazione tanto fece, che
-liberamente li fu mandato a Bologna: il quale essendo bene provveduto
-e curato alla Tedesca, poco regolando sua vita, e massimamente non
-prendendo guardia del vino, come fu da Bologna partito cadde in grave
-infermità, nella quale più volte fu a pericolo di morte, e liberato del
-male rimase in assai povero stato.
-
-
-CAP. LXXVI.
-
-_Come l’altra parte della compagnia si ridusse in Dicomano._
-
-Essendo rotta e sbarattata la retroguardia della compagnia, come
-detto avemo, messer Amerigo del Cavalletto che guidava la parte
-dinanzi avendo ciò inteso, ed essendo ne’ prati verso Belforte, e
-sentendosi dintorno alcuno romore sì di coloro che fuggivano come di
-coloro che li seguitavano, di subito prese grande sbigottimento: e
-certo e’ li bisognava, perocchè ’l conte Guido e gli altri paesani
-conosceano che venuto era il tempo di potersi vendicare della
-compagnia, e d’arricchire della preda loro. Ma il peccato volle che
-gli ambasciadori del comune di Firenze si trovarono con loro, a’
-quali, temendo di tradimento, si ristrinsono e messer Amerigo e’ suoi
-caporali con minacce di tor loro la vita, se a loro fosse faltata
-la promessa. Gli ambasciadori che si sentivano in lealtà, e sapeano
-che ciò ch’era fatto non era stato operazione del loro comune, gli
-assicurarono colle parole: e per non mostrarsi ne’ fatti dissonanti
-alle parole, cominciarono a usare autorità che non era loro commessa,
-e ferono comandamento a’ fedeli del conte Guido, e a molti altri
-ch’erano tratti a’ passi, per parte del loro comune ch’e’ non dovessono
-offendere nè danneggiare coloro cui aveano fidati il comune di Firenze,
-a cui salvocondotto elli erano diputati, e ch’e’ si dovessono de’
-passi levare: i quali tutti, contro a loro intenzione e volere, per
-reverenza del nostro comune si levarono dall’impresa. Perchè quelli
-della compagnia ch’erano vogliosamente avanti passati affrettarono di
-tornare alla schiera, e tutti insieme stretti avacciarono il cammino,
-e per le strette vie delle piagge in quel dì si ridussono in Dicomano,
-e ivi con botti e altro legname senza perdere tempo s’abbarrarono il
-meglio poterono: e conoscendo il pericolo dove erano ridotti, stavano
-tutti muti e smarriti alla speranza degli ambasciadori. E nel vero elli
-aveano da temere per l’avviso che loro subitamente fu fatto, che ’l
-nostro comune avea in quelli stretti passi più di dodicimila pedoni,
-de’ quali i quattromila erano balestrieri scelti tra gli altri, e circa
-a quattrocento cavalieri, che tutto che temessono il nostro comune, più
-ridottavano i villani dell’alpe che li aveano assaggiati.
-
-
-CAP. LXXVII.
-
-_Come il comune di Firenze procedette ne’ fatti della compagnia._
-
-I rettori del nostro comune avuta la novella della detta rotta, e
-di coloro ch’erano rinchiusi in Dicomano, e inteso come contro a’
-patti i loro dinanzi aveano scorso infino a Vicchio, e le some del
-pane ch’erano a Dicomano aveano rubate, e tolti i muli, e fediti
-de’ vetturali; avendo mescolatamente queste novelle senza altro
-avviso de’ loro ambasciadori, conoscendo che la materia richiedea
-tostano consiglio e partito, di presente feciono consigli di numero
-di richiesti in gran quantità, nel quale furono molti notabili e
-savi cittadini, e consigliato sopra la materia, di grande concordia
-diliberarono, che i passi si tenessono per modo ch’e’ non entrassono
-sul nostro contado, e che non si desse loro niuno fornimento, nè si
-vietasse ad alcuno la loro offesa: e di presente si mandò per tutto il
-contado, che là si traesse d’ogni parte per non lasciarli passare. Il
-comandamento fu per li contadini subito adempiuto, perocchè gran voglia
-avea il popolo di levare di terra quella maladetta compagnia; ma benchè
-traesse il contado di gran volontà, mancaronli per mala provvisione
-capitani e conducitori, e nondimeno presono i passi, e stavano con
-grande appetito di cominciare la zuffa. E se fatto si fosse, come fare
-si potea e dovea, in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della
-compagnia per lungo tempo in Italia.
-
-
-CAP. LXXVIII.
-
-_Il fine ch’ebbe l’impresa de’ Fiorentini._
-
-Se necessità non fosse imposta, poichè preso abbiamo la cura di
-scrivere, volentieri taceremmo per onore del nostro comune quello
-ch’al presente n’occorre a narrare; ma considerato che per li
-simili accidenti che nel futuro possono occorrere, quelli che per
-li tempi saranno a provvedere allo stato e onore del nostro comune
-possano prendere avviso, e riparare alle disordinate baldanze de’
-suoi cittadini, che passano talora e gli ordini e quello ch’è loro
-imposto per lo nostro comune, ci conduciamo a scrivere. Noi dicemmo
-poco appresso di sopra l’utile e savia diliberazione che prese il
-nostro comune contro al resto della compagnia ch’era in Dicomano, la
-quale ebbe vere e giuste cagioni, della quale erano uscite lettere
-a’ conti Guidi e agli altri circustanti a que’ luoghi amici del
-nostro comune, e per lo contado molte n’erano andate, e più per segno
-di nostro comune. Il podestà era in que’ paesi stato mandato uomo
-bolognese, e di sì poca virtù, che non pensiamo che meriti d’essere
-qui nominato. Gli ambasciadori ch’erano con messer Amerigo, di subito
-mandarono in Firenze l’uno di loro per volere liberare la compagnia
-di coscienza del nostro comune; il perchè di nuovo e di maggiore
-numero si fece consiglio di cittadini, nel quale l’ambasciadore con
-belle dimostrazioni s’ingegnò di ottenere che la compagnia fosse
-posta in luogo sicuro, non facendo ricordo che per gli ambasciadori
-fosse preso partito di così fare; nel detto consiglio si prese e fermò
-quello ch’era stato ne’ primi. L’ambasciadore era di tanta autorità
-e podere, che a richiesta sua i priori ebbono tre altri consigli,
-cercando in essi il consentimento di quello ch’egli e’ compagni suoi
-presontuosamente aveano diliberato; in effetto in tutti si prese di
-concordia quello che dinanzi negli altri era stato fermato; e ciò
-fatto, si cominciò a dare ordine all’offesa di coloro cui il comune
-avea diliberato che fossono nimici, e ciò fu pubblicato per tutto.
-La compagnia era stretta in Dicomano in forma e per modo che tre dì
-vivere non vi poteano, e circondata era intorno in maniera, che se non
-volassono, partire non si poteano. I colli sopra la Sieve erano presi
-pe’ balestrieri fiorentini, e fatte erano grandi tagliate a’ passi dove
-l’uscite erano più larghe, ed erano bene guardate; e oltre al grande
-numero de’ pedoni ch’erano nel paese mandati per lo comune, e che per
-volontà v’erano tratti, v’avea quattrocento cavalieri, de’ quali era
-capitano uno broccardo Tedesco antico conestabile del nostro comune,
-il quale conoscendo il pericolo dov’era la compagnia, non servando
-suo giuramento, con alcuno caporale andò in Dicomano, e ristrettosi
-con messer Amerigo e’ suoi caporali presero insieme consiglio, il
-quale fu segreto, ma per effetti s’intese, al quale si credette che
-participassono gli ambasciadori, per avere di loro concetto e promessa
-la scusa, di presente gravi minacce fur fatte agli ambasciadori, e
-intra l’altre di torre loro vita se si trovassono di loro promessa
-gabbati; appresso delle quali fu detto, e offerto di largo, che voleano
-fare ciò che volesse il comune, e per osservanza voleano dare stadichi;
-fu riputato malizioso e sagace consiglio. Gli ambasciadori udito questo
-si strinsono insieme con fare vista d’avere gran paura, e diliberarono
-quello, che come è detto, altra volta aveano diliberato, ciò fu di
-trarli di Dicomano a salvamento, e di metterli a Vicchio in quello di
-Firenze, ch’era proibito loro, e farli signori del piano di Mugello con
-abbondanza di vittuaglia. In questo comprendere si può quanta baldanza
-era in que’ tempi ne’ cittadini dello stato, e quanta poca reverenza si
-portava per loro alla maestà del comune; e meritevolmente, perocchè nè
-premio delle virtù, nè pena de’ falli per lo comune si rendea in que’
-giorni, ma le spezialità e le sette de’ cittadini faceano comportare
-ogni grande ingiuria del comune con grande pazienza, la quale talora è
-vicina di crudeltà per la remissione delle debite pene. Avendo preso
-questo partito, come detto è, non degnarono di manifestarlo per lo
-loro compagno al comune, e il comune avea provveduto alla gente sua
-di capitani, i quali sapendo l’intenzione del comune, più credettono
-agli ambasciadori ch’al comune, e consentirono a’ comandamenti che gli
-ambasciadori feciono a’ balestrieri e agli altri soldati del comune;
-ebbono gli ambasciadori in sul vespero Broccardo Tedesco con tutti i
-soldati a cavallo che volentieri feciono quel servigio, e ordinarli
-alla retroguardia, per tema de’ fedeli de’ conti che non si poteano
-raffrenare, e il passo ch’era preso per li pedoni e balestrieri
-fiorentini feciono allargare, e rappianare le tagliate e le fosse, e
-abbattere tutte l’altre insegne con una d’un trombadore da Firenze
-posta in su un’asta; e avendo fasciata dall’una parte e dall’altra
-quella compagnia de’ balestrieri del comune di Firenze li condussono a
-Vicchio, e feciono loro dare del pane che mandato era là per l’oste de’
-Fiorentini. E avvenne, che non potendosi raffrenare i fedeli de’ conti
-dalla mischia, che i balestrieri del comune di Firenze furono costretti
-dagli ambasciadori di saettarli. I cittadini, e i contadini di Firenze,
-e i balestrieri, che di grande animo erano tratti per combattere la
-compagnia, udendo ch’elli erano condotti in signoria del Mugello,
-perderono il vigore, e grande dolore n’ebbono, più che se fossono
-stati sconfitti, e ben conobbono che ’l comune era stato beffato, e
-pubblicamente, e dentro e di fuori, appellavano gli ambasciadori per
-poco fedeli e diritti al loro comune.
-
-
-CAP. LXXIX.
-
-_Come la compagnia andò in Romagna._
-
-Sentito a Firenze che contro alla diliberazione del comune la compagnia
-sotto la condotta de’ suoi cittadini s’era partita da Dicomano e
-ridottasi a Vicchio, e che era nella signoria del piano di Mugello,
-la città per comune se ne dolse, e li rettori d’essa non sapeano che
-fatto s’avessono, nè che fare s’avessono; e la grande moltitudine
-di gente a piè ch’era sparta per li poggi del Mugello non essendo
-capitanata, e non sapendo cui ubbidire nè offendere, non si partia
-dalle poste. Quelli della compagnia, che sentivano quello ch’era
-diliberato a Firenze, avendo preso riposo per un giorno e una notte
-in Vicchio, veggendo i poggi intorno a loro carichi di fanti, e
-massimamente di balestrieri, i quali per li vantaggi de’ luoghi onde
-aveano a passare più ridottavano, temendo che crescendo la forza del
-comune eziandio il piano loro non fosse impedito, la mattina raccolti
-insieme da Vicchio scesono nel piano, avendo per loro conducitore
-ritenuto messer Manno Donati, e come uomini usi nell’arme, vedendo che
-la gente del comune, che loro era vicina, era volonterosa senza ordine
-o capitano, lasciato nel piano addietro uno aguato di cento Ungheri,
-s’arrestarono nel piano; e ciò feciono non per guadagno che sperassono
-di fare, ma perchè vidono che i balestrieri aveano passata la Sieve, o
-per vedere, come folli, o per guadagnare, stimando, che se agramente
-ne gastigassono alquanti, gli altri intimidirebbono e darebbono loro
-meno affanno; e così venne loro fatto. Perocchè caduti nell’aguato,
-gli Ungheri gli assalirono da due parti, e non avendo i balestrieri
-soccorso, di presente furono rotti e sbarattati; e come dicemmo non
-attendendo a’ prigioni, ne uccisono più di sessanta; e ciò fatto,
-gli Ungheri si ritrassono alla massa de’ loro, e senza niuno arresto
-tutti si diviarono al cammino per lo passo dello Stale sotto la guida
-di Ghisello degli Ubaldini, e quel dì cavalcarono quarantadue miglia,
-fino ch’e’ giunsono in su quello d’Imola dove erano sicuri, malcontenti
-e palesi nemici del nostro comune. La cagione di così lunga giornata
-fu perchè Ghisello non volea s’arrestassono nell’alpe, per tema non
-facessono danno a’ suoi fedeli, mostrando, se s’arrestassono, ch’e’
-sarebbono in gravi pericoli. E per tanto senza niuno indugio feciono
-il detto cammino; nel quale i masnadieri, per non rimanere addietro,
-lasciarono loro arme per l’alpe per essere più leggieri al cammino. Gli
-ambasciadori, fornito il servigio, tornarono a Firenze, e di loro falli
-presono scusa a’ governatori del comune con quelle belle ragioni che
-seppono meglio divisare; e conoscendo di quanta autorità erano coloro
-ch’erano a quel tempo all’uficio de’ signori, detto fu per alcuno de’
-detti ambasciadori: Non cercate più questi fatti, ma dite che noi siamo
-i ben tornati.
-
-
-CAP. LXXX.
-
-_Come i signori di Francia vennono sopra Parigi in arme._
-
-Tornando alle travaglie del reame di Francia, nell’addietro narrammo il
-subito e sfrenato movimento del popolo minuto, e de’ borgesi di Parigi
-e d’altre ville di Francia contro a’ baroni e gentili uomini del paese,
-sotto il mal consiglio e condotta del proposto de’ mercatanti e suoi
-seguaci; per la qual cosa il Delfino di Vienna mosso e sospinto da’
-gentili uomini ch’erano stati dall’indiscreto popolo agramente offesi
-e malmenati, per repremere la sua trascotata e furiosa baldanza d’ogni
-parte si raccolsono insieme, e all’entrare del mese di luglio del detto
-anno vennono sopra Parigi in numero di cinquemila cavalieri, o in quel
-torno, avendo per loro capo il sopraddetto Delfino, e accamparonsi a
-sant’Antonio, presso a Parigi a due leghe; e ivi si dimoravano senza
-fare asprezza di guerra, perocchè ben sapeano che la comune di Parigi
-era sommossa, e ingannata dal proposto e da’ suoi seguaci per malvagio
-ingegno. Ed essendo nel paese il re di Navarra, che celatamente
-s’intendea col proposto e con certi suoi confidenti che guidavano il
-popolo, per mostrare di volere atare il popolo e’ borgesi dalla forza
-de’ baroni e gentili uomini ch’erano venuti sopra loro, s’accampò a san
-Dionigi con millecinquecento cavalieri ch’avea accolti di suo seguito,
-e che segretamente avea dal re d’Inghilterra, e con assai sergenti e
-arcieri inghilesi e guasconi; e stando quivi, dava ardire a coloro
-che con lui s’intendeano in Parigi, dicendo di volere combattere a
-petizione del popolo di Parigi col Delfino, e per tutto corse la boce
-che la battaglia era ingaggiata, e datole il giorno.
-
-
-CAP. LXXXI.
-
-_Come il re di Spagna uccise molti de’ suoi baroni._
-
-Secondo che vogliono i savi, il parlare e lo scrivere debbe essere
-conveniente alla materia di che si tratta, e da questo principio
-procede l’arte del dire ch’è chiamata rettorica, la quale giunta
-al nobile ingegno, meglio mostra e fa più piacere quello di che
-si ragiona; di questa scienza niente sapemo, come nostra scrittura
-dimostra; e per tanto del nostro scrivere rozzo, ma vero, non diletto,
-ma frutto potranno prendere i belli parlatori. Questo per tanto n’è
-piaciuto di dire, perchè le bestiali crudeltà remote da ogni umanità
-le quali appresso scrivere dovemo, a bene dimostrarle meriterieno
-l’eloquenza di Tullio, ma noi le metteremo in nota col nostro usato
-volgare, fuggendo i vocaboli i quali per la prossimità della grammatica
-dalli volgari a cui scrivemo sono poco intesi. Il crudelissimo e
-bestiale re di Spagna, avendo contro al volere e consiglio de’ suoi
-baroni palesemente ritolta la sua concubina, o più volgarmente dicendo,
-bagascia, e quella sopra modo disonestamente magnificando nel suo
-reame, trascorse in tanto disordinata e sconcia vita, che tutto l’animo
-reale cambiò in crudele tirannia. Il forsennato re, per torsi dinanzi i
-riprensori de’ suoi modi sozzi e sfrenati, e coloro di cui potea temere
-che a tempo i suoi errori dovessono potere correggere, maliziatamente
-trasse fuori boce ch’e’ si cercava contro a lui ribellione, e di Burgos
-in Ispagna e d’altre sue terre, e sotto questo colore, come fiera
-crucciato, di sua mano uccise due suoi fratelli bastardi e il zio
-del re d’Araona, a cui per certa convegna s’appartenea la successione
-del reame di Spagna; appresso intra lo spazio di due mesi, o in quel
-torno, ancora di sua propria mano uccise venticinque de’ suoi baroni,
-con trovando cagioni, e prendendo ora dell’uno ora dell’altro infinte
-e simulate infamazioni. Mirabile certo e abominevole cosa, che un re
-cristiano di suoi baroni innocenti e fedeli senza giudicio di corte,
-almeno colorato, facesse morire, e che di sua malvagia e rabbiosa
-sentenza egli fosse il manigoldo e vile esecutore. Queste iniquitadi
-occorsono del mese d’agosto e di settembre detto anno.
-
-
-CAP. LXXXII.
-
-_Della detta materia di Spagna._
-
-Il movimento del perverso tiranno di Spagna, non degno d’essere
-nominato re, ma bestia selvaggia, venne in questi dì in tanta furiosa
-pazzia, che costrignea i baroni che gli erano rimasi e campati di
-sua crudeltà, e i comuni, a giurare fedeltà e omaggio alla bagascia
-sua, essendo in addietro per tutti prestato il saramento alla reina
-vecchia madre del detto re; e facendo a ciò richiedere quelli di
-Sibilla, i cittadini, fatto sopra ciò loro consiglio, elessono
-dodici uomini de’ più savi e discreti, i quali per parte del comune
-andassono al re, e con savie parole gli mostrassono, com’elli erano
-per saramento d’omaggio obbligati alla reina vecchia, e che non
-poteano il nuovo saramento fare se prima non fossono assoluti del
-vecchio; e che cercassono dal suo disonesto proponimento levare il re,
-cortesemente mostrandoli che quello volea nè suo bene era nè suo onore.
-I valenti uomini seguendo il mandato del loro comune furono al re, e
-reverentissimamente li sposono quello ch’era loro imposto dal consiglio
-del comune di Sibilia. Il re chetamente, e senza mostrare atto niuno
-di turbazione, gli udì, e quando ebbono detto modestissimamente quello
-che vollono, credendo per loro dolce e savio parlare avere ritratto il
-re dalla folle e sconcia dimanda, il re loro non fece altra risposta,
-se non che si toccò la barba, e disse: Per questa barba, che male così
-avete parlato; e con tale breve e sospettosa risposta gli ambasciadori
-impauriti si tornarono a Sibilia. Il re infellonito poco appresso
-n’andò a Sibilia, e in una notte andando alle case loro tutti i detti
-ambasciadori senza niuna misericordia fece tagliare; nè contento a
-tanto male, in pochi giorni circa a quaranta buoni cittadini fece
-uccidere nelle loro case. Io non mi posso tenere ch’io non morda
-con dente di perpetua infamia la memoria di quello iniquo tiranno, e
-ch’io non passi a vituperarlo la semplicità del mio usato stile dello
-scrivere. Io ho letto e riletto nelle antiche scritture quello che
-in esse si pone degli iniqui e scellerati pagani, massimamente de’
-barbari, e di simili cose ho trovate, ma che tanta ingiustizia, tanta
-empietà e crudeltà fosse in alcuno re cristiano, non mi ricordo d’avere
-letto giammai.
-
-
-CAP. LXXXIII.
-
-_Come la compagnia cavalcò a Cervia._
-
-Come di sopra dicemmo, il resto della gran compagnia del conte di Lando
-sotto la condotta di messer Amerigo del Cavalletto s’era ridotta in
-Romagna, e ad essa tutti quelli ch’erano campati della rotta dell’alpe
-s’erano ricolti con assai gente sviata e atta a mal fare, che fuggendo
-l’oneste fatiche cercavano di vivere di preda, e a richiesta del
-capitano di Forlì cavalcarono su quello di Ravenna, e ’l sale che
-trovarono alle saline di Cervia insaccato, come fosse per caricarsi,
-e non piccola quantità, e simile di grano e bestiame, senza alcuno
-contasto levarono e portarono in Forlì: perchè si credette che fosse
-baratto del signore di Ravenna per fornire la città di Forlì, e non
-tanto per amore del capitano, quanto per tema di sè, stimando, che se
-il legato avesse Forlì la guerra si volgerebbe addosso a lui.
-
-
-CAP. LXXXIV.
-
-_Come il capitano di Forlì mise la compagnia in Forlì._
-
-Il capitano, come uomo disperato, e con poca fede e legge, non avendo
-riguardo a’ suoi cittadini ch’erano stati a ogni martiro per sostenere
-lo stato suo, segretamente si convenne co’ caporali della compagnia
-di dar loro venticinquemila fiorini e il ricetto in Forlì, ed elli
-impromisono a lui di levare le bastite che gli erano intorno, e che per
-alcuno tempo starebbono in Romagna al servigio suo; di che seguitò,
-che all’entrante d’agosto e’ li mise in Forlì senza assentimento de’
-suoi cittadini: i quali essendo stati rotti, come dicemmo, avendo
-patiti molti disagi, e per tanto essendo in gran bisogno di ricetto,
-per prendere riposo cominciarono a torre le case de’ cittadini,
-e loro masserizie e arnesi, e accomunare e abitare familiarmente
-con loro, e torsi delle cose da vivere oltre a bastanza, pigliando
-dimestichezze disoneste e spiacevoli colle famiglie de’ cittadini,
-che per non uscire di loro case e masserizie dimoravano con loro. Il
-perchè assai cittadini, a cui era più caro l’onore che la roba, si
-partirono di loro abituri, e ristrignensi in piccoli luoghi, lasciando
-in abbandono, per non contendere con gente bestiale, tutte loro cose.
-Nel quale avviluppamento manifesto si vide gli errori degli erranti e
-servili popoli, che per matta stoltizia disordinato amore portano a’
-loro signori e tiranni. Di ciò il popolo molto si dolse, e nel segreto
-ricordava con mormorio la gran fede male meritata che portata aveano
-al loro capitano, sofferendo il lungo assedio in contumacia di santa
-Chiesa col perdimento di tutti i loro beni, con grandi disagi e affanni
-di loro e di loro famiglie. Onde meritevolmente in loro fu verificato
-quel proverbio che dice, chi contro a Dio getta pietra, in capo li
-ritorna.
-
-
-CAP. LXXXV.
-
-_D’una nuova compagnia di Tedeschi._
-
-I Tedeschi di soldo che in que’ tempi erano in Italia, vedendo e
-conoscendo che altra gente d’arme che venisse a dire nulla, fuori di
-loro lingua, ne’ paesi di qua da’ monti non era, follemente pensarono
-di farsene signori: e vedendo che la compagnia del conte di Lando
-era in parte mancata per la rotta da Biforco, di presente s’intesono
-insieme i Tedeschi ch’erano al servigio de’ Sanesi, e quelli ch’erano
-al servigio de’ Perugini, con quelli ch’erano nella provincia della
-Romagna; perchè compiuta la ferma che Anichino di Bongardo avea
-co’ Sanesi, si ritrasse con sua gente in forma di compagnia, alla
-quale il conte Luffo con settecento barbute ch’erano al soldo de’
-Perugini, e più altri conestabili tedeschi ch’erano in loro vicinanza,
-s’aggiunsono, sicchè furono circa a duemila barbute; e assai gente da
-piè atta a rubare trassono a loro, e andarsene su quello di Perugia,
-e co’ Perugini si patteggiarono in atto di ricompera per fiorini
-quattromila, e con avere il passo da Fossato per andare nella Marca: e
-d’indi passarono verso Fabriano, dove trovarono che i passi erano presi
-e guardati, onde si rivolsono per la Ravignana verso Fano, e in pochi
-dì, all’uscita d’agosto detto anno, s’aggiunsono a Forlì coll’altra
-compagnia, e posonsi di fuori della terra, entrando e uscendo a loro
-posta della città, e avendo vittuaglia dal signore. E per non disfare
-il gentile uomo ch’era assediato, mangiando quello di che vivere dovea
-insieme colla compagnia ch’era in Forlì, feciono cavalcate e da lunga
-e da presso, e ciò che poteano predare metteano in Forlì, facendo
-vendemmiare innanzi tempo le vigne vicine a’ loro saccomanni colle
-sacca, il perchè assai vino e altra roba da vivere assai misono nella
-città.
-
-
-CAP. LXXXVI.
-
-_Come si levò l’oste da molte terre._
-
-Per la partita della gente d’arme di Toscana i Sanesi ch’erano a oste
-al Montesansavino se ne levarono e tornaronsi a Siena, e i Perugini
-che manteneano oste a Cortona anche se ne partirono; per la qual cosa
-in poco tempo quelli di Cortona con meno di cento cavalieri, e con
-alquanta gente da piè, feciono più cavalcate sul contado di Perugia,
-dilungandosi da Cortona le dieci e le dodici miglia, e trovando i
-contadini per li campi alle loro faccende, e il bestiame non ridotto in
-luogo sicuro, feciono prede assai e di uomini e di bestiame grosso e
-minuto. Ed era a tanto condotto il comune di Perugia per straccamento
-della guerra, che così pochi nemici cavalcavano ne’ loro più cari
-luoghi, e si tornavano colle prede a salvamento, quasi senza trovare
-alcuno contasto in niuna parte. Il dì che avvenne ultimamente, che
-cinquanta cavalieri e pochi pedoni corsono e girarono il lago dintorno,
-e colla preda senza niuno impedimento si tornarono a Cortona, che pare
-cosa incredibile a dire. Quinci si può notare quanto sono da fuggire,
-e quanto sono pericolose le imprese de’ comuni con soperchia voglia
-baldanzosamente cominciate, perocchè le più volte hanno altri fini che
-gli orgogliosi popoli, e pronti alle imprese maggiori che non possono
-portare, non istimano. Però non si può avere troppa temperanza per li
-savi governatori de’ comuni, nè troppa cura a raffrenare gli appetiti
-de’ popoli, a cui sovente dire si può: Signore, perdona loro, che
-non sanno che si fanno. È vero che al nostro comune spesso avviene
-il contrario, che o voglia il popolo o no, egli è tirato, e per forza
-sospinto nelle grandi e pericolose imprese da coloro che le dovrebbono
-vietare. Corsa la piena della gente dell’arme nella Romagna, il
-legato fece fortificare e fornire le bastite ch’avea intorno a Forlì
-di vittuaglia e di gente, e partissi da campo, e tornossi coll’oste
-a Faenza, e a Cesena, e per le castella dintorno, per stare a vedere
-quello che la compagnia facesse: e tutte queste cose fur fatte del
-mese d’agosto detto anno. E rinnovato fu il processo, e pubblicata
-la sentenza di santa Chiesa contro alla detta compagnia, come eretici
-e favoreggiatori dello scismatico capitano di Forlì, e che ogni uomo
-li potesse offendere, e contro a loro prendere la croce; ma tal fu la
-riuscita dell’altro legato quando li ricomunicò, e loro fè tributaria
-la Chiesa di Roma e’ comuni di Toscana, come addietro dicemmo, che a
-vile s’ebbe la sentenza e il processo, e sua esecuzione, eziandio da
-tutti gli amici e fedeli di santa Chiesa.
-
-
-CAP. LXXXVII.
-
-_Come si fè accordo dal Delfino a quelli di Parigi._
-
-Come addietro facemmo menzione, il duca d’Orliens, e il Delfino di
-Vienna, e i gentili uomini aveano posto campo a Parigi, di che poco
-appresso seguente, che parendo a quelli d’entro e a quelli di fuori
-stare in molti disagi e pericoli assai, avendo ciascuno desiderio
-di concio, che per mezzani assai di lieve vi si trovò accordo; ma
-per tanto non vollono i borgesi che il Delfino o sua gente d’arme
-entrasse in Parigi, ma pacificamente e quelli d’entro e quelli di fuori
-praticavano insieme: nel quale accordo per operazione del proposto e
-de’ seguaci suoi s’inchiuse il re di Navarra con tutta sua gente; sotto
-la quale fidanza, o per vedere la terra, o per loro rinfrescamento,
-certi Inghilesi entrarono in Parigi, i quali come veduti furono da
-certi borgesi, loro levato fu il grido addosso in vendetta di loro
-signore ch’era in Londra in prigione, e tanto procedette avanti la
-cosa, che in quel furore in diversi luoghi in Parigi, come furono per
-avventura trovati, furono morti circa a cento Inghilesi. Ciò sentito
-nel campo del re di Navarra, tutto si mosse verso Parigi con animo di
-prendere del misfatto vendetta; il perchè il re a consiglio de’ suoi
-caporali mise un aguato, e con corridori fatti sottrarre i Parigini, e
-addirizzarli per tirarli nell’aguato, i folli borgesi inbaldanziti per
-quelli disarmati che aveano uccisi dentro uscirono fuori, e correndo
-alla scapestrata e senza ordine niuno caddono nell’aguato, ove ne fu
-morti oltre a trecento. La cosa fu rappaciata dentro e di fuori per
-operazione del proposto, che avea l’animo dirizzato a maggiori fatti,
-come appresso diremo.
-
-
-CAP. LXXXVIII.
-
-_Di detta materia, e come fu morto il proposto._
-
-Seguendo suo iniquo e malvagio proponimento il proposto con certi suoi
-segretari con cui s’intendea, e che con lui teneano mano a tradire
-la corona, volendo trarre a fine il tradimento che lungo tempo avea
-menato e fermo col re di Navarra, vedendo che ’l popolo di Parigi si
-venia riconoscendo del fallo suo contro al Delfino e’ baroni, e temendo
-che l’indugio al suo maligno concetto non fosse dannoso, affrettò
-l’esecuzione del trattato e la morte sua; perocchè con certi borgesi
-del seguito suo, senza diliberazione o consiglio degli altri borgesi,
-bene apparecchiati in arme uscì di Parigi, e andonne a una delle
-bastite la quale aveano bene guernita e d’arme e di vittuaglia, e di
-gente per sicurtà della terra, e quella in gran parte sfornì d’armadura
-atta a difesa, e tolse le chiavi a colui a cui era stata accomandata
-di volere e consiglio di tutti i borgesi, e le diede a uno borgese di
-Parigi sospetto assai, perchè era stato tesoriere del re di Navarra;
-e come fece a questa bastita, così fece a tutte l’altre. Veggendo
-gli altri borgesi questa affrettata novità che si faceva senza niuno
-loro consiglio, nè cagione vedeano perchè ciò fare si dovesse, nè che
-pensiere a ciò fare avesse il proposto, cominciarono ad ammirare e a
-insospettire, ed in piccola ora col mormorio del popolo tanto crebbe il
-sospetto, che mandarono prestamente al Delfino, con cui novellamente
-aveano preso l’accordo, a sapere se ciò fosse di suo assentimento e
-volere; e avendo risposta del nò, tutto il popolo si levò a romore,
-gridando: Viva il Delfino, e muoiano i traditori; e in quella furia
-giunsono il proposto, e tagliarono a pezzi con certi suoi confidenti
-ch’erano con lui, e nel detto furore corsono alle porte, e uccisono
-tutti coloro che ’l proposto v’avea a guardare diputati, e alle bastite
-rinnovellarono e guardie e serrami.
-
-
-CAP. LXXXIX.
-
-_Come furono impesi que’ borgesi a cui erano state accomandate le
-chiavi delle bastite._
-
-Il giorno dopo la morte del proposto, i borgesi di Parigi, riconosciuti
-del fallo loro, di comune consiglio mandarono nel campo al Delfino,
-che li piacesse, poichè morto era il traditore della corona co’ seguaci
-suoi, di volere dimenticare l’offesa che ignorantemente era fatta loro,
-come persone ingannate da coloro che falsamente li conducevano, e che
-in Parigi dovesse venire, e reggere e governare la città e il popolo
-come loro signore naturale, che presti e apparecchiati erano tutti a
-ubbidire e fare i suoi comandamenti. Il Delfino avuto suo consiglio
-rispose molto benignamenente agli ambasciadori, dicendo, che bene
-conoscea onde era mosso l’inganno del popolo, e che molto era contento
-che la comune di Parigi avea scoperti i loro traditori e della corona,
-e che per loro se n’era presa vendetta, ma ancora non a pieno: e però,
-innanzi ch’e’ volesse entrare nella città, volea che del tesoriere del
-re di Navarra e del compagno, a cui erano state date le chiavi delle
-bastite, fosse fatta giustizia, e poi lietamente e con pieno amore de’
-suoi borgesi v’entrerebbe. Tornati gli ambasciadori nella terra, furono
-presi il tesoriere e ’l compagno, e tranati per la terra, e impesi al
-castelletto; e fatto ciò, il Delfino con tutta sua gente con grande
-festa entrarono in Parigi, ricevuti da tutti i cittadini con singolare
-allegrezza.
-
-
-CAP. XC.
-
-_Come si scoperse il trattato tenea il re di Navarra._
-
-Il Delfino ordinato in Parigi generale parlamento, nel quale fece
-con savie e ornate parole mostrare al popolo la buona voglia ch’egli
-e’ baroni e’ gentili uomini aveano a’ borgesi di Parigi, e in quello
-fece nuovo proposto di mercatanti come a lui piacque, uomo di cui bene
-si potea fidare: e oltre a ciò, rendendo onore al popolo, fece dire,
-che quando volontà de’ borgesi fosse, e’ sarebbe contento che sei
-borgesi, i quali e’ fece nominare, fossono nella guardia e giudicio
-del popolo, perocch’e’ sentiva ch’erano stati segretari del proposto
-cui eglino aveano giudicato per traditore della corona. Come questo
-fu detto, senza arresto i detti sei borgesi furono presi, e venuti in
-giudicio, senza alcuna molestia o tormento confessarono, che la notte
-che il giorno dinanzi era stato morto il proposto, il re di Navarra
-dovea prendere le bastite, ed entrare in Parigi con tutta sua forza,
-e coll’aiuto del proposto e di suo seguito dovea correre Parigi; e che
-venendo prestamente fatto e al re e al proposto loro intenzione, il re
-si dovea fare coronare del reame di Francia per mano del vescovo di....
-il quale allora era in Parigi, e si partì di presente come vide morto
-il proposto; e che il detto re di Navarra dovea riconoscere il reame
-di Francia da quello d’Inghilterra e fargliene omaggio, e restituirgli
-la contea d’Alighiero e altre terre, ed egli lo dovea atare a
-racquistare il reame con tutta sua forza; e che se ciò venisse fatto,
-com’era ordinato, il re d’Inghilterra dovea fare tagliare la testa al
-re Giovanni di Francia, cui egli avea in prigione, e che i Lombardi
-e’ Giudei ch’erano in Parigi doveano essere preda degli Inghilesi.
-Fatta la detta confessione, senza arresto i detti sei borgesi furono
-giustiziati; per li savi scoprire il processo fu poco senno tenuto,
-essendo il re di Francia e ’l figliuolo in prigione, perchè essendone
-il re d’Inghilterra infamato, si dovea potere muovere a cruccio, e mal
-trattare il re e ’l figliuolo.
-
-
-CAP. XCI.
-
-_Come il re di Navarra guastò intorno a Parigi._
-
-Avendo avuto il re di Navarra dal proposto come avea cambiate le
-guardie, e dato ordine presto alla esecuzione del trattato, non sapendo
-ciò ch’era occorso al proposto, venne per prendere la prima bastita,
-la quale trovando fornita di gente nuova e bene in punto alla difesa,
-comprese che ’l trattato fosse scoperto: perchè mettendosi più innanzi
-in sentore, intese come il proposto co’ suoi consiglieri erano stati
-morti dal popolo; perchè vedendo in tutto suo pensiero annullato, d’ira
-e di mal talento incrudelito nell’animo suo, non ostante concordia
-nè pace ch’avesse co’ borgesi, tentò se per forza potesse vincere la
-bastita: e lavorando invano, partito da quella, scorse intorno a Parigi
-ardendo, e guastando, e predando ciò che potè. E poichè così ebbe
-fatto alquanti giorni, non trovando in campo contasto, se ne tornò a
-Monleone grosso castello, posto presso a Parigi a... leghe, e ivi si
-pose ad assedio. E come che ’l fatto s’andasse, al detto re cresceva
-gente d’arme da cavallo e da piè, la quale si movea d’Inghilterra non
-per manifesta operazione del re, ch’era nel trattato della pace, ma i
-cavalieri si mostravano muovere da loro e per loro volontà, come andare
-in compagnia. Ed essendo per li cardinali mezzani della pace detto al
-re che questo non era ben fatto, e che li piacesse mettervi rimedio,
-scusossi, dicendo, che ciò molto gli dispiaceva, ma che quella era
-gente disperata e di mala condizione, cui egli per suoi comandamenti
-non potea nè correggere nè arrestare. E con questa gente il re di
-Navarra cavalcava per tutto, e ardeva, e predava, e conduceva male
-il reame di Francia, non ostante l’ordine della pace preso; nel quale
-s’adattò il proverbio che dice, tra la pace e la triegua, guai a chi la
-lieva.
-
-
-CAP. XCII.
-
-_Come il marchese non volle dare Asti a’ Visconti._
-
-Essendo per l’imperadore, per li patti della pace tra’ collegati e
-i signori di Milano, dichiarato che Pavia rimanesse a popolo e in
-libertà, e che Asti fosse renduto a’ signori di Milano, i signori di
-Milano della dichiarazione non contenti pertinacemente domandavano
-Pavia, e non che loro fosse ciò conceduto pe’ collegati, ma il marchese
-di Monferrato, che tenea Asti, nol volea rendere loro. Così ciascuna
-delle parti della pace fatta rimanevano malcontenti; e cominciarsi i
-collegati a temersi de’ signori di Milano, e quelli di Milano feciono
-loro sforzo, e mandarono a oste nel Piemonte contro ad Asti e all’altre
-terre che ’l marchese tenea in Piemonte, e ordinarono di riporre le
-bastite a Pavia, e ciò in piccolo tempo fornirono. Il marchese rimasto
-povero e di danari e d’aiuto per li Lombardi, che non si ardivano a
-scoprire per la pace fatta contro a’ signori di Milano, francamente
-s’apparecchiava alla difesa e alla guerra come meglio potea.
-
-
-CAP. XCIII.
-
-_Come la compagnia assalì Faenza._
-
-Lasciando i fatti di Francia e di Lombardia e tornando ai più vicini,
-la compagnia, ch’era in Romagna tra Forlì e Faenza, sentendo male
-fornita di gente d’arme la città di Faenza, la quale si tenea per
-la Chiesa, dove non era che uno capitano con meno di cento uomini
-da cavallo, si strinsono alla terra, ed entrarono in uno dei borghi.
-Il detto capitano allora era di fuori, e volendo tornare dentro, fu
-abbattuto e ferito, e de’ suoi compagni assai magagnati. Per ventura
-erano in quel punto in Faenza trecento cavalieri del comune di Firenze
-all’ubbidienza d’uno cavaliere fiorentino, il quale vedendo il subito
-e improvviso assalto prestamente si mise alla difesa colla brigata
-sua, e riscosse il capitano, e i nemici fuori del borgo sospinse con
-loro assai danno, e ricoverato il capitano e l’onore della Chiesa si
-tornò in Faenza. Per lo detto assalimento baldanzoso e non provveduto
-si temette che non fosse nella terra trattato, ma se v’era, non si
-trovò. E ciò fu del mese d’agosto del detto anno. Appresso a pochi
-dì la compagnia de’ Tedeschi della bassa Magna sotto il capitanato
-d’Anichino di Bongardo s’accostò con quella ch’era in Romagna, e molti
-altri Tedeschi che spontaneamente si partivano da’ soldi degli Italiani
-s’aggiunsono con loro, e come ebbono fatta una massa, vedendosi
-forti cominciarono a gridare a Firenze, tenendosi per fermo e per
-lo consiglio e da tutti che da’ Fiorentini fossono stati traditi, e
-nell’alpe sconfitti. Di questa adunata e di sua mala parlanza gran
-sospetto si prese a Firenze, perchè si prese argomento di guardare i
-passi, come appresso diremo.
-
-
-CAP. XCIV.
-
-_Come i Fiorentini mandarono a Bologna per la quistione dello Stale._
-
-Temendosi per lo nostro comune che la compagnia per lo passo dello
-Stale, che assai era largo e aperto, non li venisse addosso, in certa
-parte di quello luogo avea fatto fare e tagliare i palizzati, i quali
-erano abbandonati, perocchè per li patti fatti colla compagnia doveano
-passare da Biforco, come addietro dicemmo. E vedendo il comune che
-la compagnia partita da Vicchio di quindi era passata in Romagna,
-e considerando che quello era il più agevole passo che potesse fare
-gente d’arme che da quella parte venisse in offesa di nostro paese,
-prese ragionamento di farvi fortezza. Sentendo ciò gli Ubaldini e i
-conti da Mangona, a cui a tempo la fortezza potea essere nociva, di
-presente furono al signore di Bologna, e gli diedono a intendere che
-quello luogo era del comune di Bologna; perchè per la mala informazione
-turbato scrisse al nostro comune assai altieramente. Di che il nostro
-comune fè ritrovare l’antiche ragioni che ’l monistero di Settimo ha
-nello Stale e ne’ luoghi circostanti, colle quali per ambasciadori
-e difendere delle dette ragioni mandò a Bologna messer Francesco
-di messer Bico degli Albergotti d’Arezzo cittadino di Firenze,
-eccellentissimo e famoso dottore in ragione civile, il quale allora
-leggeva in Firenze. Questi circa lo spazio d’un mese stette a disputare
-co’ dottori bolognesi sopra la materia, e in fine in presenza del detto
-signore di Bologna fu determinato, che ’l nostro comune aveva ragione,
-tutto che gran punga fosse fatta per li detti Ubaldini e’ conti in
-contrario. E a fede di ciò, il signore scrisse appieno al nostro
-comune, e le lettere e cautela furono registrate del mese di settembre
-1358.
-
-
-CAP. XCV.
-
-_Qui si fa menzione delle ragioni che ’l monistero di Settimo ha nello
-Stale._
-
-E’ n’è di piacere, poichè nel precedente capitolo detto avemo dei modi
-tenuti per gli Ubaldini e’ conti di Mangona intorno alla quistione
-dello Stale, di fare in sostanza alcuna memoria delle ragioni che la
-badia di Settimo ha nel detto Stale, più per reverenza della buona e
-fedele antichità che per vaghezza di scrivere. Trovato fu nel monistero
-di Settimo una carta rogata negli anni dell’incarnazione del nostro
-Signore 1040 a dì 13 di dicembre, nel quale si celebra la festa della
-graziosa santa Lucia, e nell’anno secondo dell’imperio d’Arrigo, del
-cui tenore in parte togliemo questo. Guglielmo conte, figliuolo di
-messer Lottieri conte e di madonna Adalagia contessa, diede per rimedio
-dell’anima sua e de’ suoi genitori, alla Chiesa e al monistero di san
-Salvadore, nel luogo che si dice Gallano, ove si dice lo Spedale, con
-ogni ragione, e aggiacenza, e pertinenza sua, e qualunque e quanto a
-quel luogo s’appartiene, in perpetuo a noi Ugo, e agli Abati che per li
-tempi saranno; e appresso quello che concede confina così. Da oriente,
-dal Nespolo infino al Pero lupo, e infino alla Stradicciuola, e siccome
-corre la detta Stradicciuola infino alla collina; da mezzogiorno
-dalla detta collina infino a Ferimibaldi, e da Ferimibaldi infino a
-Feumicarboni, e da Feumicarboni infino a Collina de’ monti propio....
-e infino a Fontegrosna, e siccome trae il vado d’Astronico. Dalla
-parte d’occidente, dal guado Astronico infino a Montetoroni, e infino
-a Ronco di Palestra, ritorna fino al Nespolo di Briga. E sono tutte le
-predette terre e cose, e tutti i piani, e alpi, e le loro pertinenze,
-secondo che si dice nella detta carta, infra ’l contado di Bologna e
-di Firenze. Nel 1292, a dì 19 di dicembre, il popolo di santo Iacopo a
-Montale e di san Martino di Castro per sentenza di lodo poterono usare
-i detti beni quattordici anni, dando la decima di tutto il frutto e
-certo censo al detto monistero. E perchè semo entrati in ragionamenti
-di confini, diremo de’ confini tra il nostro comune e quello di
-Bologna, per bene e pace dell’uno e dell’altro comune, i quali furono
-terminati per messer Alderighi da Siena arbitro in tra i detti comuni,
-e furono questi. Il Mulinello a piè di Pietramala è del nostro comune,
-e Baragazzo, e il Poggio del fuoco, e delle valli, e mezzo Montebene, e
-Sassocorvaro, e il prato di Baragazzo.
-
-
-CAP. XCVI.
-
-_Come la compagnia della Rosa di Provenza si spartì e disfecesi._
-
-In questi dì, sentendosi le novità di Francia che narrate sono, e
-come il paese s’apparecchiava a nuova guerra per l’operazioni del
-re di Navarra, la compagnia, che lungamente era stata in Provenza, e
-avevanvi assai terre acquistate, vedendo che poco avanzavano stando
-quivi, ed essendo parte di loro richiesti dal Delfino, sperandosi più
-avanzare nelle guerre di Francia che nella povertà di Provenza, premono
-per partito di partirsi, e trattarono co’ paesani d’andare, e di
-rendere le terre e le castella che aveano prese; e venuti a concordia,
-ebbono ventimila fiorini d’oro, e catuno se n’andò dove li piacque, e
-lasciarono il paese di Provenza, ove erano stati predando i paesani e
-affliggendo più di diciassette mesi continui in guastamento del paese.
-
-
-CAP. XCVII.
-
-_Come s’afforzò e guardò i passi dell’alpe perchè la compagnia non
-passasse._
-
-Poichè fu terminata la quistione dello Stale, sentendo il nostro
-comune che la compagnia s’apparecchiava a quello luogo, avendo posto
-campo tra Bologna e Imola, e temendo non prendesse indi suo vantaggio
-in Toscana, senza perdere tempo vi mandò provveditori e maestri per
-afforzare sì quel passo, che togliesse speranza alla compagnia, e a
-qualunque altra gente volesse offendere il comune, di quindi passare.
-E perchè a sicurtà i maestri e’ paesani potessono intorno a ciò
-lavorare, vi mandò il comune balestrieri assai e altra gente d’arme
-quale pensò alla difesa essere bastevole, con fare comandamento a
-tutti i paesani e vicini a quello luogo che vi dovessono essere e
-colle persone e colle bestie loro ad atare, tanto che ’l luogo fosse
-abbastanza afforzato, i quali vi mandarono volentieri per tema di non
-essere sorpresi incautamente dalla compagnia, che da quelli dell’alpe
-si tenea offesa, e avea appetito di vendicarsi. L’opera fu di volontà
-affrettata perchè il pericolo era vicino, e in piccolo tempo fu tutto
-fornito, cominciando dalla vetta de’ colli e passando per lo tramezzo
-delle valli, li fossi e li steccati, colle torri di legname e bertesche
-spesse a guisa di mura di terra, con tre belle e forti bastite in su i
-poggi per dare favore a quelli che difendessono i palizzati, e perchè,
-se caso di rotta avvenisse, si potessono ricogliere a salvamento.
-La chiusa per lungo fu intorno di passi ottomila, stendendosi insino
-presso a Montevivagni. Quelli della compagnia, che s’erano alloggiati
-in su quello d’Imola, più volte tentarono e per diverse parti passare
-in sul nostro contado, ma sentendo ch’e’ passi dell’alpe erano bene
-guardati (che più di dodicimila pedoni, la maggiore parte balestrieri,
-talora fu che si trovarono allo Stale, senza quelli ch’erano all’altre
-poste) mutarono proponimento, e rivolsonsi indietro nella Romagna,
-e massimamente sentendo venuto in Firenze messer Pandolfo di messer
-Malatesta da Rimini per capitano di guerra, non lasciando però le
-minacce contro al nostro comune.
-
-
-CAP. XCVIII.
-
-_Come l’imperatore fece il duca d’Osteric re de’ Lombardi._
-
-Carlo imperadore de’ Romani, essendo nel detto anno 1358 del mese di
-settembre morto il duca vecchio d’Osteric, il giovane duca ch’era
-rimaso signore si fece a parente, e gli diè una sua figliuola per
-moglie; e lui volendo aggrandire, vedendo che la forza del genero
-giunta alla sua era grandissima, e per l’avviso del conte di Lando
-e degli altri caporali di lingua tedesca avea sentito, come le parti
-d’Italia, massimamente Romagna e Toscana, erano male disposte, e atte
-a potere venire sotto signore, si pensò ciò potere di lieve seguire
-con titolo di signore naturale, perocchè il nome del tiranno a’ liberi
-popoli, massimamente di Toscana, era terribile, e non potea essere
-accetto, e per tanto il detto duca fece e pronunziò re de’ Lombardi. Il
-duca, come giovane, e vago di crescere suo nome e signoria, accettò il
-titolo del reame: ciò sentito in Italia, non fu senza gran temenza; il
-perchè tantosto i signori e’ comuni s’intesono insieme, dando ordine
-a leghe e a tutto ciò che pensarono essere necessario e bastevole a
-impugnare l’impresa del nuovo signore.
-
-
-CAP. XCIX.
-
-_De’ processi della compagnia in questi giorni._
-
-Noi dicemmo addietro come il capitano di Forlì per patto promise
-quindicimila fiorini alla compagnia, e la cagione perchè, onde venendo
-il tempo che pagare li dovea, e non avendo il di che, eziandio
-affannando di presta i suoi cittadini, diede a’ caporali contanti
-fiorini duemila: ed essendo suoi prigioni il figliuolo del conte
-Bandino da Montegranelli, e due figliuoli del conte Lamberto della
-casa de’ Malatesti detto il conticino da Ghiaggiuolo, i quali erano
-stati presi nella guerra del cardinale di Spagna, loro assegnò alla
-detta compagnia in parte di pagamento per fiorini diecimila. Currado
-conte di Lando, sentendo l’impotenza del gentiluomo, coll’animo suo
-diritto e libero dove avesse avuto di che sadisfare, cortesemente li
-fece accettare, attendendosi dell’avanzo alla fede e promessa del
-capitano; e per non stare in bargagno, avendo il conte bisogno di
-danari, assentì il riscatto de’ detti prigioni per quattromila fiorini:
-e ciò fatto, con tutta sua brigata prese cammino, e si strinse verso
-quello d’Imola e di Faenza, cercando preda per vivere. E nei detti
-paesi ha una valle grassa e abbondante d’ogni cosa da vivere che detta
-è Limodiccio, la quale è circondata di poggi altissimi e aspri, e con
-assai stretti cammini all’entrare e all’uscire per grandi montate e
-scese: i villani di quel paese s’erano ridotti alle guardie de’ poggi
-ov’erano l’entrate, non sperando che per lo grande disavvantaggio
-di chi venisse di sotto gente d’arme gli andasse ad assalire, poco
-avendo considerazione, che la fame fa cercare per lo cibo ogni
-luogo segreto, e assalire eziandio le impossibili cose. Quelli della
-compagnia assalirono le montagne con franchezza d’animo, facendo in
-fatti d’arme maraviglie; il perchè i villani impauriti e inviliti
-lasciarono i passi, e diersi alla fuga, onde la valle tutta venne in
-potestà de’ nemici, dove trovarono assai roba da vivere. E a loro fu
-bene bisogno di così trovare, per ristorare i disagi e la fame patita
-a Forlì: ed ivi adagiato e loro e loro bestie, vi dimorarono fino a dì
-16 del mese di ottobre. E mentre che stavano a Limodiccio; più volte
-cercarono di passare in sul Fiorentino, ma ciò fu in vano; perocchè
-trovavano onde speravano passare sì forniti e ordinati al riparo, che
-non s’assicurarono di mettersi a partito. E andarono a Modigliana, e
-assaggiarono il castello con battaglia, e niente poterono acquistare.
-All’uscita del mese cavalcarono a Massa, che è del vescovo d’Imola,
-e come suole avvenire de’ beni de’ cherici, che non contendono se
-non a pelare, essendo il luogo male provveduto di guardia la presono,
-dove trovarono assai roba da vivere e arnese da preda. Alla rocca non
-feciono assalto, perocchè essendo nella guardia del signore d’Imola
-era bene guarnita e apparecchiata a difesa. I mascalzoni per la troppa
-roba vi trovarono vennono tra loro a discordia nel pigliare della roba,
-e per non venire a peggio tra loro misono fuoco nella terra, e arse
-tutta colla maggiore parte di ciò che v’era dentro, perchè convenne che
-la brigata si partisse e accampasse di fuori; e quivi soggiornarono
-alquanto verso i confini di Bologna: e non avendo la vittuaglia che
-a loro bisognava, il signore di Bologna ne dava loro, e sostenneli
-quivi tutto il mese di novembre. Ciò disse che fece, perchè il legato
-Cardinale di Spagna era in cammino per passare in Romagna a ripigliare
-la guerra, e non sapea l’intenzione sua, sicchè per gelosia di suo
-stato era contento d’avere la compagnia di presso.
-
-
-CAP. C.
-
-_Come il re del Garbo fu morto._
-
-Buevem re del Garbo, il quale volgarmente è detto il reame della
-Bellamarina e di Tremusi, avendo lungo tempo con ardire e con senno
-sostenuto l’onore di sua corona, e avendosi sottoposto, come nel primo
-libro narrammo, gli altri re de’ barbari che gli erano vicini, cioè
-quello di Costantina e quello di Buggea i quali tenea in prigione,
-cadde in malattia da tosto guarire; ma la rabbia e la cupidigia del
-signoreggiare accese gli animi de’ figliuoli, che per nobiltà doveano a
-lui a tempo succedere, e sì lo strangolarono. E morto lui, il maggiore
-di loro d’età di sedici anni nominato Bugale prese la signoria, e
-fessi coronare, ma non con volontà e amore di tutti i baroni. Per la
-qual cosa alquanti di loro, e non de’ minori, s’accostarono all’altro
-fratello ch’era di meno giorni, cioè d’età di dieci anni, il quale era
-oltre a quello che tale età richiedea e intendente e astuto; e il suo
-nome era Bestiezti, e a lui dissono: Quando il padre tuo fu fatto re,
-per potere regnare senza sospetto de’ suoi fratelli, a venticinque fece
-tagliare la testa, e così pensa che tuo fratello farà a te: e però, se
-vogli seguire nostro consiglio, noi ti faremo re colla nostra potenza,
-se tu ci prometti di fare morire lui. La cagione di questo fu, ch’e’
-dicea che i baroni non guidavano bene i fatti del reame. Il giovane per
-venire alla corona con tutto il suo consiglio a ciò s’accordò. Perchè
-essendo ancora il re giovane debole nella signoria nuova, e poco da
-sè accorto e meno avvisato, fu da’ baroni preso per comandamento del
-fratello, e come patricida saettato, sicchè in piccolo tempo spacciò
-il regno acquistato col micidio del padre, e sè di vita. Gli altri
-fratelli vedendo questo crudele principio fuggirono in Sibilia, e ’l
-minore fatto re, colla sua forza rimase nelle mani de’ baroni, perocchè
-non era in tempo da potere nè da sapere governare il reame. Con questa
-malizia fu il maggiore fratello abbattuto, onde molti de’ baroni avendo
-il re fanciullo a vile, occuparono assai delle giurisdizioni del reame.
-Di questo seguette, che uno antico barone e di grande seguito di fuori
-di Fessa si fece fare re alla setta sua, e cominciò a guerreggiare
-il giovane re. Sentendo Suscialim fratello del re Buevem morto, come
-dicemmo di sopra, il quale era fuggito in Sibilia, questa divisione
-de’ baroni, richiese il re Pietro di Sibilia d’aiuto, il quale li
-fece armare due galee e valicò a Setta, e là fu ricevuto come re; e
-avendo aiuto da’ paesani se n’andò a Fessa, ove il giovane re era con
-poco aiuto e consiglio; e però giunto a Fessa fu ricevuto come re; e
-disposto il fratello, e messo in prigione, e accolte maggiori forze
-andò contro al barone che s’era fatto re, il quale brevemente fece
-morire, ed egli rimase libero signore del reame della Bellamarina: e
-questo avvenne nel detto anno 1358. È vero che quando morì il gran re
-Buevem, che i re che avea in prigione furono lasciati, e ripresonsi i
-loro reami di Buggea e di Costantina: e il reame di Tremusi si rubellò,
-e tornossi allo stocco de’ re usati.
-
-
-CAP. CI.
-
-_Come i cardinali ch’erano in Inghilterra si tornarono a corte._
-
-Essendo il cardinale di Pelagorga e quello di Roma messer Iacopo
-Capocci in Inghilterra, per seguire l’accordo de’ due re della pace
-ordinata con titolo di santa Chiesa, e ’l cardinale il quale fu
-cancelliere del re di Francia, il quale stava di là in proprio servigio
-del detto re, avvedendosi l’uno dì dopo l’altro che l’operazioni del re
-d’Inghilterra erano a impedire, che la moneta che si dovea pagare per
-lo re di Francia, e li stadichi che si doveano dare non si fornissono;
-e vedendo che il detto re mantenea in arme e in preda, e in grave
-intrigamento de’ paesi di Francia, il re di Navarra, e che di continovo
-li aggiugnea forza de’ suoi Inghilesi, per modo che i baroni colle
-comunanze di Francia non aveano destro d’accogliere la moneta nè di
-mandare li stadichi; e avendo di ciò per più riprese richiesto il re
-d’Inghilterra che vi mettesse ammenda, ed egli risposto loro, che nol
-potea fare; temendo che sotto l’ombra del dimoro non s’apparecchiasse
-loro più vergogna che onore, se ne partirono: e per la loro partita
-senza frutto feciono manifesto, che piuttosto guerra che pace dovesse
-seguitare; come poi n’addivenne, secondo che a suo tempo racconteremo.
-E questo fu del mese d’ottobre del detto anno.
-
-
-CAP. CII.
-
-_Della pace da Sanesi a’ Perugini._
-
-Essendo dibattuti i Perugini e’ Sanesi nella loro guerra novella,
-come per noi addietro è fatta memoria, essendo continovo il comune
-di Firenze in sollicitudine di mettere tra loro pace co’ suoi
-ambasciadori, e inframettendosi anche il legato di Romagna di questa
-materia, all’ultimo l’uno comune e l’altro, avendo ciascuno voglia
-d’uscire di guerra e di spesa più onestamente che potesse, si rimisono
-negli ambasciadori del legato e de’ Fiorentini, i quali diligentemente
-praticarono con catuna parte, per vedere se modo convenevole si potesse
-trovare; e trovando che ’l dibattito era di potersi con alcuno mezzo
-terminare; vollono che da catuno comune venissono sindacati, e la
-fermezza de’ Perugini di quello, che per loro s’avesse a ordinare
-di Montepulciano, e da’ Sanesi di Cortona: e avuti i sindacati e le
-cautele che domandarono, diedono la sentenza, e tennonla segreta, e
-feciono a catuno comune pubblicare la pace, e sicurare le strade e’
-cammini, e feciono pubblicazione in catuna città, e in Firenze fu
-celebrata solennemente dì ultimo del mese d’ottobre del detto anno:
-dappoi si manifestò la sentenza, e fu in questo modo. Che tra i detti
-comuni dovesse essere ferma, e buona e perpetua pace, e che i Perugini
-dovessono lasciare libera la terra di Montepulciano a’ suoi terrazzani,
-e dovessono patere mettere in Cortona da indi a quattro anni di tempo
-in tempo podestà, e dove i Cortonesi non lo volessono, dovessono
-dare il salario al detto podestà, il quale era di lire quattrocento
-l’anno, e dovessono i detti Cortonesi ogni anno de’ detti quattro anni
-dare a’ Perugini un palio di seta e che i Sanesi infra cinque anni
-non potessono mettere podestà in Montepulciano, ma lasciare la terra
-libera, e da cinque anni in là vi dovessono mettere podestà, ed avere
-il censo usato. Quando dopo la pace predetta ne fu fatta pubblicazione,
-e l’uno e l’altro comune se ne mostrò in grande turbazione, e ciascuno
-mandò solenne ambasciata a Firenze per fare rivocare la detta sentenza.
-Il comune di Firenze sentendo, che nel praticare della cosa gli
-ambasciadori de’ detti comuni erano stati quasi in concordia di questo,
-e che di nuovo non vi s’era fatto fuori che ’l termine e ’l modo delle
-signorie, riprendendo onestamente i detti comuni in persona de’ loro
-ambasciadori, rispose, che intendea che si osservasse la pace; ma però
-non rimasono in vista contenti i detti comuni, benchè novità di guerra
-non movessono insieme.
-
-
-CAP. CIII.
-
-_Come il cardinale tornò in Italia._
-
-Io non posso fare ch’io non ripeta talora in alcuna parte le cose
-già dette, non per crescere scrittura (perocchè le cose notabili che
-occorrono continovamente tanto abbondano, che assai di spazio prendono
-nel libro) ma per giugnere insieme e le vecchie e le nuove cagioni, che
-ne’ principii non conosciute, o conosciute e non debitamente curate,
-o che peggio diremo, per grazia o potenza de’ cittadini con infiniti
-colori trapassate, hanno danni incredibili e pericoli gravissimi più
-volte giattato, e ridotta nostra città in temenza di non perdere
-sua libertà. E tutto che lo scrivere aperto in sì fatte materie,
-massimamente per lo pugnere cui tocca, dalli pochi intendenti paia
-ch’abbia in sè materia di cruccio e malevolenza, che nel vero appo li
-savi no; ma pure così fare si dee da qualunque per beneficio di sua
-città, e forse dell’altre prende la cura di scrivere; perocchè tacere
-il male, e solo il bene mettere in nota, toglie fede alla scrittura,
-e fa l’opera di meno piacere e profitto, e se sottilmente si guarda,
-forse è dannoso, perocchè li rei sentendo occultare le loro opere più
-baldanzosamente procedono al male, e di sè fanno specchio a coloro
-che devono venire a invitarli per l’impunità del segreto peccato
-alle pessime cose, d’onde tema d’infama li suole talora ritrarre, e
-il comune, per non essere avvisato delle malizie passate, con meno
-cautela e meno consiglio procede in quelle che li sono apparecchiate
-dinuovo. Questo parlare a molti forse parrà di soperchio in questo
-luogo, ma se si recheranno alla mente, per li ricordi che sono fatti e
-nelle vecchie e nelle nuove scritture, i modi per li nostri cittadini
-per l’addietro alcuna volta tenuti, troveranno, che chi per ottenere
-beneficii ecclesiastici, chi per essere tesoriere e capitano nelle
-terre della Chiesa di Roma, non solo hanno consigliato che sia dato
-aiuto e favore non dico alla Chiesa di Dio, che si dee sempre fare, ma
-ai forestieri, che sotto nome di duchi, conti, e capitani, o legati di
-papa, o altri titoli onesti nel nome ma tiranneschi nel fatto, della
-povertà di Provenza sono passati a signoreggiare i nobili e famosi
-paesi d’Italia, ma hanno sforzato o in uno o in altro modo e sospinto
-il nostro comune disonestissimamente a ciò fare. Il di che è più
-volte seguito, che essendo il mondano e temporale stato della Chiesa
-di Roma colla forza del nostro comune in Italia ingrandito e montato
-in sommo grado di signoria, i governatori d’essa insuperbiti, posto
-giù ogni religione e ogni vergogna, come ingrati e sconoscenti de’
-beneficii ricevuti, a leggi e costumi di malvagi tiranni, hanno cerco
-con trattati e tradimenti per occulte e coperte vie, infino a venire in
-palese a volerci sottomettere a loro signoria, e torre nostra libertà;
-il perchè è stato di necessità al nostro comune, per difendere suo
-stato e giustizia, spendere milioni di fiorini, e che è stato peggio,
-operarsi contro alla Chiesa di Roma, che ne diè il segno di parte,
-sicchè si può dire quasi contro a sè stesso; e quanto che così suoni
-il grido, il vero è stato, che non contro a Chiesa, ma contro a malvagi
-pastori e mondani; e certo questo non è stato in pensiere a quelli che
-hanno fatto procaccio delle prefende e d’altre cose, che dicemmo di
-sopra. Or seguendo nostro trattato, conoscendosi per lo papa e per lo
-collegio de’ suoi cardinali, i quali aveano rivocato da sua legazione
-il legato di Spagna e posto in suo luogo l’abate di Clugnì, che esso
-abate era uomo molle, e poco pratico e sperto, e sì nell’arme e sì
-nelle baratte che richeggiono gli stati e le signorie temporali, e
-che per tanto era poco ridottato e meno ubbidito, parendo loro che suo
-semplice governo poco atto fosse ad acquisto, e pericoloso a sostenere
-le terre che la Chiesa avea racquistate nella Marca e nella Romagna,
-diliberarono di rimandare il cardinale di Spagna in Italia con più
-pieno e largo mandato che per lo addietro, e così seguette; il quale,
-tutto che fosse sagacissimo e astuto signore, non senza consiglio de’
-nostri cittadini, di quella natura della quale avemo di sopra parlato,
-fè la via per Firenze, dove fu a costuma di papa pomposamente ricevuto
-con processione, e palio di drappo ad oro sopra capo, addestrato da’
-cavalieri, e con altre ceremonie usate in simili casi per lo nostro
-comune, che piuttosto in atto d’arme che d’uficio chericile era
-mandato; li donarono due grandi destrieri, l’uno tutto di ricca e reale
-armadura coverto, e tanti altri doni, che passarono i milledugento
-fiorini d’oro. Giunto a Firenze, scavalcò a casa gli Alberti; e
-sentendosi in Firenze che ’l paese ov’era destinato avea gran bisogno
-di lui, per tutto si credette che giunto prendesse viaggio, ma
-coll’usato consiglio de’ nostri cittadini rimase a Firenze per spazio
-d’un mese, segretamente cercando l’accordo della compagnia, e lega col
-nostro comune, nella quale offerea il signore di Bologna, e tutto facea
-a suo vantaggio, e a mal fine e dannaggio di nostro comune; la qual
-cosa conosciuta ruppe il ragionamento, e il legato ciò molto ebbe a
-male, e si mostrò di partire malcontento dal nostro comune, avendo al
-servigio di santa Chiesa del continovo dai cinquecento a’ settecento
-cavalieri di quelli del comune di Firenze.
-
-
-CAP. CIV.
-
-_Come messer Gilio di Spagna parlamentò col signore di Bologna._
-
-Partito il legato di Firenze, a dì 26 di dicembre detto anno, cavalcò
-dalla Scarperia, e poi traversò per l’alpe, per non appressarsi a
-Bologna, acciocchè ’l signore di Bologna non prendesse gelosia, e
-andò a Castelsanpiero; e ivi il signore di Bologna messer Giovanni
-da Oleggio gli si fece incontro bene accompagnato di gente d’arme, e
-ricevettelo onorevolmente in Castelsanpiero. E ivi essendo amendue,
-pochi giorni appresso feciono parlamento, ove furono ambasciadori
-del marchese di Ferrara, e della gran compagnia, e d’altri signori e
-comuni, nella quale in effetto nè de’ fatti della compagnia, nè del
-signore di Forlì niuna concordia pigliare si potè. Il conte di Lando
-venuto in Forlì per trovarsi di presso al legato s’arrestò ivi, e così
-niente fatto si partirono; il legato si tornò a Imola, e gli altri alle
-luogora loro.
-
-
-CAP. CV.
-
-_Come la compagnia si condusse per la Romagna._
-
-Del mese di novembre sopraddetto la compagnia si partì dalla Massa
-e andonne a Savignano, dove per difetto di vittuaglia stette poco,
-e passò in quello d’Arimini, ove consumato in breve tempo quello che
-accogliere poterono, per forza di fame più giorni strettamente patita,
-come arrabbiati combatterono il castello di Sogliano, nel quale era
-assai roba da vivere, e quello vinsono, e uccisono senza misericordia
-niuna centoventitrè abitanti. E per la vittoria di quello sormontati
-in orgoglio combatterono il Poggio de’ Borghi, e vinsonlo, e uccisono
-centocinquantacinque uomini. Veggendo vinto le fortezze maggiori e più
-atte a difesa, per paura le castellette vicine tutte s’abbandonarono,
-nelle quali senza contrasto entrarono i nemici, ciò furono Raggiano,
-Strigaro, Montecongiuzzo, Compiano, e Montemeleto, e più altre
-terre poste in fortissimi luoghi in sulla stinca della montagna, ove
-trovarono grande abbondanza di tutta la roba da vivere. E però quivi
-s’arrestarono lungamente, tenendo in continovo sospetto il comune di
-Firenze, che temeano non scendessono l’alpe dalla Faggiuola al Borgo a
-Sansepolcro, e per quella di Bagno, e per questa temenza il comune di
-Firenze vi pose quello riparo che si potè e di gente e d’amici.
-
-
-CAP. CVI.
-
-_Dello stato della Cicilia._
-
-Se bene si cercheranno le nostre scritture, e metterassi incontro tra
-le ree e buone fortune, troppo avanzeranno le sinistre le felici e
-avventurose, che appena si troverà non dirò uno mese dall’anno, ma uno
-dì solo, che tra’ cristiani, in qualche parte della terra che per loro
-si possiede, qualche pessima cosa e degna di nota surta non sia. Noi
-avemo per più riprese poco addietro parlato delle travaglie de’ nostri
-paesi e parte di quelle de’ Franceschi, e se intra esse fosse stato
-punto di tempo quieto o tranquillo; quello medesimo è stato negli altri
-paesi pericoloso e turbato, perocchè ne’ detti tempi sono mescolate
-le volture della Cicilia, la quale quasi del tutto divisa, e piena di
-scandali e di riotte, in continove guerre sboglientate, l’una parte
-e l’altra perseguitata con quello poco di gente che loro era rimasa,
-con guerra sanguinente e mortale, quelli di Messina si sono fatti
-capo di parte, e così hanno fatto quelli di Catania, senza redenzione
-offendendo l’uno l’altro, perchè n’è seguito gran danno di persone con
-piccolo vantaggio, e senza notabile acquisto o d’una o d’altra parte.
-
-
-CAP. CVII.
-
-_Del male stato del reame di Francia._
-
-Il paese di Francia dopo la morte del proposto de’ mercatanti, e de’
-suoi compagni e seguaci, non prese alcuna fermezza di buono stato,
-ma per contrario si ritrovò in grande confusione, che il Delfino
-non era amato nè ubbidito come signore nè dal popolo nè da’ baroni,
-e non ostante che lo tenessono per loro capo, poco era grazioso nel
-cospetto de’ grandi e de’ piccoli; e oltre a ciò per li trattati già
-scoperti stava in sospetto e paura, e per questa cagione poco potea
-provvedere, e meno atare il paese da’ suoi nemici. D’altra parte il re
-di Navarra si mantenea di fuori correndo e predando intorno a Parigi e
-altre ville circustanti senza trovare contasto fuori che delle mura, e
-continovamente sua gente cresceva d’Inghilesi, e sì di gente paesana
-pronta e disposta a mal fare; e per questo si scorse il paese, che
-fuori di Parigi e d’altre città e fortezze di Francia non si potea
-andare, che gli uomini non fossono presi. Il Delfino, come detto è di
-sopra, non potendo a tanto male porre rimedio, e temendo di tradimento,
-il quale poco appresso si scoperse, stava a riguardo, e aspettava si
-mutasse fortuna.
-
-
-CAP. CVIII.
-
-_Di mortalità d’Alamagna e Brabante._
-
-Essendo ancora il braccio di Dio disteso sopra i peccatori non corretti
-nè ammendati per li suoi terribili giudicii a tutto il mondo palesi,
-e per gastigarli e riducerli a migliore vita, nel detto anno nel
-tempo dell’autunno ricominciò coll’usata pestilenza dell’anguinaia
-a flagellare il ponente, e molto gravò in Borsella, che del mese
-d’ottobre e di novembre vi morirono più di millecinquecento borgesi,
-senza le femmine e’ fanciulli, che furono assai. Ad Anversa, e a
-Lovano, e nell’altre ville di Brabante il simile fè. Non toccò la
-Fiandra, poichè altra volta non era molto stata gravata, e però
-Brabante più ne sentì; e per simile modo avvenne nella Magna a Basola,
-e in altre città e castella infino a Boemia e Praga, le quali dalla
-prima mortalità non erano state gravate. In questi tempi fu ne’ nostri
-paesi in Valdelsa, e in Valdarno, di sotto, e nel Chianti, quasi come
-l’anno dinanzi passato, generali infermità di terzane, e di quartane,
-e altre febbri di lunga malattia, delle quali pochi morivano. Di ciò
-si maravigliarono le genti di Valdelsa e di Chianti, perchè sono in
-buone arie e purificate, perchè due anni l’uno appresso l’altro fossono
-maculati di simili infermitadi, non conoscendo alcuna singulare cagione
-di quello accidente.
-
-
-CAP. CIX.
-
-_Di giustizia fatta in Parigi._
-
-E’ non è da maravigliare della crudeltà de’ tiranni, a cui li savi
-e valorosi cittadini sempre furono paurosi e sospetti, s’e’ si
-dilettano nello spargimento del sangue innocente, per mantenere colla
-spaventevole rigidezza della infinta giustizia in sicurtà la gelosia
-del loro stato violento, e per tanto sospetti, e poco accetti a’
-sudditi, e sottoposti a molti aguati e ruine. Ma di certo è da prendere
-singulare ammirazione, quando questo iniquo animo cade nel sangue
-reale per lo titolo della naturale signoria, la quale suole essere
-mansueta e benigna, e con umanità, eziandio offesa, trattare i sudditi
-suoi. Questo diciamo, perchè del mese di novembre detto anno, essendo
-il Delfino di Vienna nella città di Parigi, per sospetto d’alcuno
-trattato, del quale chiara verità non si potea sapere, fece pigliare
-il conte di Stampo parente del re di Navarra, e ’l conte di Rossì,
-e ventisette borgesi di Parigi, dicendo, che trattavano contro a lui
-col re di Navarra. Per questi borgesi l’università di Parigi turbata e
-commossa, mandarono il proposto de’ mercatanti con altri de’ maggiori
-borgesi al Delfino per riaverli, con dire che non erano in colpa. Il
-Delfino rispose, che dove non fossono in colpa, non bisognava loro di
-temere, e che sopra ciò procederebbe temperatamente infino ch’avesse la
-verità del fatto. E per questo savio modo racquetato il primo bollore
-del popolo, poco appresso, dicendo che li trovava colpevoli, tutti i
-detti borgesi fè decapitare; i conti riserbò in prigione. Di ciò la
-comunanza fu mal contenta, e mormorava, ma per paura catuno, non avendo
-capo a loro modo, soffersono il nuovo gastigamento del vecchio peccato,
-comportandolo senza altra novità, più per servile pazienza che per
-onorare o piacere al loro signore.
-
-
-CAP. CX.
-
-_De’ dificii fatti a sant’Antonio di Firenze._
-
-Io non so s’egli è da lodare o da biasimare il prelato che spende negli
-edificii magnifichi il danaio che trae del beneficio a lui conceduto,
-perocchè, secondo che dicono gli antichi decreti de’ santi padri,
-il prelato dee fare delle rendite sue tre parti; l’una dee spendere
-nelle sue bisogne, l’altra dee distribuire a’ poveri, e dell’altra
-dee racconciare la Chiesa, quanto si richiede a onestà di religione
-fuori di pompa mondana: ma considerato che tutti coloro che prendono
-frutti de’ beni della Chiesa delicatamente ne vivono, e quello che
-loro avanza ai loro congiunti dispensano, e poco si curano perchè
-rovinino le Chiese, o perchè i poveri di Dio si muoiano di fame, assai
-è da considerare intorno a quello che qui è nel principio proposto. E
-certo, se vento di fama mondano non levasse in alto alquanti che hanno
-ne’ beneficii loro rilevatamente edificato, più sono da lodare che da
-biasimare, secondo il corso della Chiesa terrena lussuriosa e avara,
-al cui esempio assai disonesto e dannoso i secolari, che sono ghiotti
-de’ beni terreni, vivendo trascorrono in grandi e disordinati peccati.
-Questo tanto sia detto non per correzione, che non la vogliono udire, e
-nostro uficio non è predicare, ma per argomento alla materia che segue.
-Messer frate Giovanni Guidotti comandatore nella nostra provincia
-nell’ordine di sant’Antonio, nato nella città di Pistoia non di
-legnaggio gentile ma di meno che comune, uomo secondo suo stato d’animo
-grande e liberale, avendo de’ suoi beneficii accolta moneta assai, la
-quale secondo l’uso corrotto, del quale avemo parlato di sopra, poteane
-ne’ suoi prossimani convertire, la spese negli edificii magnifichi
-e nobili, i quali in questo anno fè cominciare al luogo dell’ordine
-suo posto presso alla porta a Faenza, ne’ quali convertì gran danaio.
-Avemone fatta memoria in rimprovero dell’avarizia di molti prelati, i
-quali spogliano le Chiese che ne’ paesi loro e ne’ forestieri a loro
-sono concedute, non curando nè l’ira di Dio nè l’infamia del mondo.
-
-
-
-
-LIBRO NONO
-
-
-CAPITOLO PRIMO.
-
-_Il Prologo._
-
-Volendo seguire il costume dello scrivere per noi cominciato, dovemo
-alcuno prologo fare al nono libro di nostra opera; e perchè di cose
-occorse in questi tempi niente degno di notabile fama ci si apparecchia
-d’onde torre principio atto a proemio, ci trarremo alquanto addietro a
-materia che assai maravigliosa ci pare: e per meglio dare a intendere
-quello che ci va per la mente, mescoleremo delle strane vecchie con le
-nuove. Trovasi nell’antiche ricordanze, e massimamente nelle romane,
-che per cupidigia di temporale signoria, sott’ombra d’acquisto d’onore
-mondano e di fama, i re, li principi, li tiranni, e, che meno pare
-credibile, i popoli liberi, sotto il governo de’ consoli, senatori, e
-tribuni, e altri rettori al tempo delli falsi iddei e mendaci, senza
-niuna giusta cagione, con grandi apparecchiamenti di legioni armate
-assalivano li reami, le provincie, e le cittadi che si voleano posare e
-vivere in libertà sotto loro leggi e costumi, prendendo e distruggendo
-con ferro e con fuoco chi loro s’opponea, e per forza recavano tutti
-in servaggio. Ancora si trova che molte salvatiche e barbare nazioni,
-o per essere di soperchio ne’ luoghi di loro origine multiplicati, o
-per fuggire i loro luoghi poveri e bretti paesi, o per essere di quelli
-violentemente cacciati (come occorse al buono Enea Troiano, e a molti
-altri nobili e potenti signori) con loro donne e famiglie passarono in
-paesi forestieri, per acquistare sito dove si potessono alloggiare; e
-per ciò potere conseguire, cose grandi e pericolose in fatti d’arme,
-alte e rilevate feciono, come ne manifestano l’antiche scritture, e
-massimamente quelle de’ Gotti e de’ Longobardi. Queste cose inique e
-scellerate, tuttochè n’avessono alquante scusa di presa di necessità,
-la quale a niuna legge pare sottoposta, hanno alquanto di colorata
-giustizia; nondimeno da’ savi gentili assai è biasimata e ripresa: e
-certo a noi cristiani pare, che la giustizia di Dio debitamente per
-l’abominevole peccato della idolatria..... Ma chi difenderà il tempo
-della grazia? cioè il tempo cristiano; sozzamente maculato dalle
-orribili persecuzioni da’ micidii di.... predatori, e distruggitori,
-che già anni quarantasei, o in quel torno, sotto piacevoli nomi di
-compagnie in diverse parti della cristianità, sotto loro capitani e
-conducitori raunati, hanno tribolato e afflitto, ed usurpato e guasto
-i reami, le provincie, città e ville, rubando, ardendo, e uccidendo
-senza niuna misericordia ogni maniera di gente. Chi crederà che tanti
-signori nobili e gentili uomini, tanta buona gente d’arme si sia
-accozzata co’ ribaldi, e ladroni, e vile gente, pronta e disposta
-allo spargimento del sangue umano, e a fare ogni male che pensare
-si possa per scellerata persona? Certo egli è cosa inenarrabile,
-e incredibile a pensare, che questa malvagia gente rinnovandosi di
-tempo in tempo sotto nuovo governo, e sotto diversi e varii titoli di
-compagnie, senza trovare contrasto o resistenza abbia corsi i paesi
-cristiani, e fatto ricomperare i signori e’ comuni, avendo ognuno per
-di grato a nemico, sostenendo e per fame e per freddo e per altre
-cagioni tormenti, martirii e affanni da loro fede a chi ne facesse
-memoria di questa pistolenza. Alquanti savi uomini vogliono dire, che
-il movimento del cielo, e la congiunzione di certe pianete ne sieno
-state cagione. Altri, a cui noi assentiamo come a più veritieri,
-affermano ciò avvenire per giusto giudicio di Dio, il quale dice: Io
-farò la vendetta de’ nemici miei co’ nemici miei; e l’empio regnerà
-per li peccati de’ popoli. Le cagioni dell’ira di Dio, come pubbliche e
-manifeste le tacemo, e se pure ne volessimo dire, basti sotto il fascio
-di poche parole di dire cotanto, che secondo il pensiere di molti
-discreti mai non fu il mondo peggiore, ne più contaminato d’ogni vizio,
-e maggiormente di quelli che più sono odiosi e dispiacevoli a Dio.
-Potrebbesi dire il mondo crudele, senza niuna carità o amore; e chi
-volesse questo testo chiosare, a suo modo e piacere lo si chiosi, che
-dire non potrà tanto male che assai peggio non sia.
-
-
-CAP. II.
-
-_Come la compagnia si partì da Sogliano e ricevettene danno._
-
-Tornando a’ processi della compagnia e a’ suoi andamenti, avendo vinto
-per battaglia il castello di Sogliano, e alquante altre castellette
-della montagna, come addietro dicemmo, essendosi in quello alloggiati,
-per vernare o per sentore di nuova civanza, o perchè loro paresse
-stare oziosi non facendo qualche male, o per rigoglio, com’erano
-usati, tutta la roba che per lo paese poterono raccogliere raunarono,
-e arsono l’altre castella delle quali dubitavano che non offendessono
-Sogliano; e volendo mostrare una singulare confidanza de’ terrazzani
-di Sogliano, loro raccomandarono tutta la detta roba, e più di cento
-di loro compagni ch’erano malati, e de’ buoni e valenti che fossono
-nella brigata, facendo buone e larghe promesse a quelli di Sogliano,
-come se fare volessono quello luogo loro camera o ridotto, e fare
-certo chi dentro vi fosse; e ciò fatto presono viaggio, e si passarono
-sopra Rimini assai presso alla terra, e’ paesani d’intorno, ch’erano
-dalla compagnia stati rubati, e arsi e distrutti, e i loro congiunti
-e amici o morti o guasti delle persone, e però, come sentirono che la
-compagnia s’era allungata, prestamente e per forza si ritornarono in
-Sogliano tutti, e quanti vi trovarono di quelli della compagnia, sì
-de’ malati come di quelli che li servivano, senza niuna misericordia
-gli tagliarono e uccisono, e ciò che trovarono nel castello rubarono
-e portarono via, lasciando in abbandono le mura; e questo occorse del
-mese di gennaio del detto anno. La compagnia essendo stata alquanti
-giorni sopra Forlì in molti disagi, sì per le nevi ch’erano grandi, e
-sì perchè trovarono nel paese poca roba a tanta brigata, si partirono
-di quindi, e appressaronsi a Forlì, e in Forlì dal popolo per
-comandamento del capitano ebbono ricetto, e rinfrescamento di pane e di
-quello, che dentro v’era riposto. Questo facea il capitano, perchè ogni
-altra speranza di difesa dal legato, fuori che di questa compagnia,
-del tutto gli era mancata; di che più curando di suo stato, che sè
-o ch’e’ suoi sottoposti e servidori, con loro mescolò molte fiate la
-scellerata compagnia, con danno e con vergogna e disagio grande de’
-suoi cittadini.
-
-
-CAP. III.
-
-_Come il comune di Firenze diede balía a’ cittadini contro alla
-compagnia._
-
-Vedendo il comune di Firenze che la mala brigata della compagnia
-sempre crescea, e che il verno passava, e appressavasi il principio
-della primavera, sicchè il tempo s’adattava alla guerra; e sentendo
-che il conte di Lando, come persona offesa, forte si dolea del nostro
-comune, e che esso e la compagnia per assentimento comune forte ne
-minacciavano, e che mai campo non si mutava che tutti non gridassono a
-Firenze, a Firenze; e volendosi provvedere sicchè al tempo si trovasse
-sufficiente e in punto di potere rispondere alla potenza e al mal
-volere della detta compagnia, ed essendo perciò necessario di trovar
-modo come abbondanza di pecunia venisse in comune senza gravezza e
-offesa de’ cittadini, a dì 12 di gennaio gli anni 1358, provvidono
-per gli opportuni consigli che si facesse il quarto monte, ciò fu una
-prestanza generale di fiorini settantamila d’oro alle borse possenti,
-e chi prestasse per sè o per altrui, fosse scritto nel detto monte a
-creditore del comune nell’uno tre, e avesse di provvisione il danaio
-per lira il mese, che venia a ragione di cinque per cento degli
-scritti, e de’ prestati a ragione di quindici per centinaio, con le
-immunitadi e privilegi degli altri monti; e perchè la cosa avesse
-esecuzione prestamente, feciono sedici uficiali, quattro per quartiere,
-con larga e piena balía a potere accattare quanta moneta paresse loro;
-i quali uficiali senza perdere tempo di subito composono settantamila
-fiorini d’oro, e poco appresso ne posono cinquantamila fiorini d’oro,
-i quali tutti si ricolsono in piccolo tempo e interamente, e i risidui
-per tutto il mese di dicembre 1359, con tanta pace e buono volere, che
-a niuna persona non fu nè guastagli casa, nè eziandio mandatoli messo,
-l’uno per l’altro pagava prendendo vantaggio, e il comune rispondea del
-dono e interesso fedelmente a’ tempi ordinati.
-
-
-CAP. IV.
-
-_Come procedette la compagnia in Romagna._
-
-Poichè preso ebbe la compagnia per alquanti giorni rinfrescamento in
-Forlì, per non consumare il gentile uomo, che era a stretti bisogni, e
-loro dava ricetto, non ostante il tempo fosse per le nevi e freddure a
-gente d’arme malagevole, si partì, e misesi sulla marina sopra Pesero
-e Fano, stendendosi fino alle coste di Montefeltro; e loro convenia
-così fare, perchè la gente era molta, e per lo disagio delle nevi
-non poteano stare insieme, e sufficiente vittuaglia per loro e per
-la brigata loro non poteano avere, e per lo piccolo luogo non poteano
-trovare bene loro agio ancora da quelli di Montefeltro pagando derrata
-per danaio, e il freddo pugnente e nevi sopra nevi loro facea portare
-grande penitenza de’ loro misfatti. Molti uomini d’arme, mai più
-de’ saccardi, per lo brusco tempo, e per lo disagio e mala vita, non
-provveduti si morirono; e grande parte de’ loro cavalli si guastarono
-per difetto di strame, e per lo mangiare del grano, ch’altra biada non
-aveano che dare loro; e perchè a loro li convenia tenere al sereno, e
-al ghiaccio e alla neve senza coverta; ben s’atavano quanto poteano con
-gran fuochi d’ogni legname, sicchè si poteano dire mezzi sconfitti dal
-tempo. Questo loro pessimo stato li fece fallire, che non ostante che
-da Montefeltro fossono di vittuaglia per li loro danari sovvenuti, per
-inganno entrarono in Montedifabri, ove alquanto di roba trovarono che
-un poco rendè li spiriti loro, ma non potendo più nel luogo durare, si
-traslatarono intra Iesi e Sinigaglia, e in quel luogo ebbono trattato
-d’acconciarsi al soldo col duca d’Osteric, che, come addietro dicemmo,
-era stato titolato dall’imperadore re de’ Lombardi, ma non ebbe luogo,
-perchè domandavano soldo impossibile alla borsa del duca. Ma per dare
-a intendere se fu la verità se ’l verno fu freddissimo e aspro, in
-Bologna tanto alzò la neve, che comunemente giunse all’altezza di
-braccia dieci, onde per ricordanza in piazza si fece una grande volta
-sotto la neve, nella quale si fece convito e festa per certi giovani
-ricchi, per ricordanza della grande neve. Passando di luogo in luogo la
-detta compagnia con angoscia e con fatica, in su l’uscita di febbraio,
-tirando verso Fabriano, s’arrestò alla Roccacontratta, facendo
-secondo il loro uso, ma non trovando quivi vittuaglia che a loro fosse
-bastevole, eziandio per piccolo tempo, presono il passo della terra a
-Santagnolo, il quale avvisatamente fu loro conceduto, perchè avessono
-cagione di più tosto uscire del paese. E stando la compagnia in queste
-travaglie, il cardinale di Spagna legato del papa senza assento del
-nostro comune, continovo con la detta compagnia cercava convegna, e
-’l nostro comune si provvedea e ordinava alla difesa, poco curando
-minacce, e con balestrieri e fanti intendeano alla guardia de’ passi,
-guardando i valichi e i luoghi che di Romagna poteano dar loro via a
-venire sul nostro terreno.
-
-
-CAP. V.
-
-_Di novità state tra’ signori di Cortona._
-
-La signoria di Cortona, la quale lungo tempo è durata nella famiglia
-di quelli da Casale, per successione era venuta in due fratelli
-carnali, de’ quali l’uno avea nome Bartolommeo, e per senno e per età
-era il maggiore, in lui cantava il titolo della signoria, tutto che
-le rendite rispondessono egualmente a lui e al fratello che avea nome
-Iacopo, il quale avea per moglie la figliuola di messer Francesco
-Castracani di Lucca; la quale essendo di questa vita passata, Iacopo,
-come uomo di vita dileggiata e disonesta, si tolse per moglie una
-femmina mondana, la quale s’avea tenuta due anni innanzi la morte
-della donna sua fuori de’ loro casamenti, e ciò fatto procedette più
-oltre, e volea la femmina vituperosamente ne’ palagi abitare con la
-donna di Bartolommeo, ch’era di gentile legnaggio, e d’animo grande e
-di vita onesta e signorile, la quale in niuno modo il volle patire;
-onde intra’ fratelli nacque riotta, e della riotta col favore e
-consiglio de’ loro amici fu concordia, nella quale di comune assento
-dierono in guardia la rocca a uno che tutto era famiglio di Iacopo, e
-a Bartolommeo era confidente amico, con patto che per loro la dovesse
-tenere comunemente, e guardarla, e non darla all’uno senza l’altro.
-Segue, che a dì 8 di febbraio 1358, che vedendosi Iacopo per difetto
-di gotte impotente della persona, e per tanto dal fratello trattato
-non bene, e poco avutolo a capitale, tolse il figliuolo piccolo di
-Bartolommeo, e lui menò alla rocca con due suoi figliuoli e trenta
-cittadini di suo intendimento colla signoria. Giunto alla porta, con
-ingannevoli e composte industrie condusse il castellano a farlo aprire,
-ed entrò dentro colla brigata, e pinse fuori il castellano, e come
-fece follemente l’impresa, così con poca provvedenza male la condusse,
-non avendo di fuori ordinato donde li venisse il soccorso. Sentendo il
-signore quello che ’l fratello avea fatto, come savio e coraggioso,
-col favore de’ suoi cittadini subito fece prendere il torrione che
-dava entrata alla rocca, e di fuori a campo si mise, fortificando di
-fossi e palancati il luogo che non poteano essere forzati; onde Iacopo,
-che s’era rinchiuso in prigione, mancandoli per la mala provvedenza
-la roba da vivere, all’uscita di febbraio cercò patti col fratello,
-il quale glie le fece volentieri, per levarsi da dosso i sospetti di
-fuori e dai pericoli che in simili casi possono occorrere; li patti
-furono, ch’e’ potesse abitare ne’ palagi che allora erano comuni, e
-avere certe provvisioni, e che i suoi seguaci e compagni fossono salvi
-delle persone, e in grazia di Bartolommeo; e in effetto gli fu ogni
-cosa promesso, ed egli rendè la rocca, e fu messo ne’ palagi, ma bene
-guardato, e tutta sua famiglia li fu levata; ma poi appresso a due dì,
-quelli che con lui erano entrati nel cassero furono morti dal figliuolo
-del signore, onde gli altri per lo migliore si cessarono; sicchè
-Bartolommeo si rimase libero del tutto signore. Iacopo vedendosi mal
-trattare, furtivamente si partì e andossene a Siena, dove non avendo
-dal fratello alcuna provvisione, traeva sua vita assai miseramente.
-
-
-CAP. VI.
-
-_Dello inganno fatto per lo legato al comune di Firenze della
-compagnia._
-
-Noi avemo per molte riprese fatta memoria nelle nostre scritture de’
-notabili vizii de’ nostri cittadini, i quali vizii da avarizia per
-cupidigia di loro private ricchezze, e l’utile e l’onore del comune
-niente hanno in calere, non sotto speranza che per loro riconoscenza
-ammenda ne segua, tanto è l’usanza corrotta trascorsa e cresciuta
-per la baldanza de’ passati cittadini, che sempre straboccatamente
-è cresciuta per non essere de’ suoi falli corretta, ma perchè li
-diritti e fedeli cittadini che si ritrovano agli ufici li tengano
-a freno, se non colle parole almeno colle fave, non seguendo loro
-dissoluti consigli, vogliosi e non liberi, e alla repubblica dannosi.
-E certo la materia di che dovemo al presente fare nota è evidente,
-e buono esempio sopra quelli che verranno poi, se fia con buono zelo
-fedelmente ricolta. Il legato di Spagna, benchè di grande animo fosse,
-e uomo baldanzoso e di grandi imprese, era savio e discreto, come nel
-precedente libro dicemmo; ed essendo venuto a Firenze, coll’industria
-e consiglio de’ nostri cittadini ch’erano a sua provvisione, più
-volte tentò con sagaci e be’ modi, che ’l nostro comune prendesse
-accordo con la compagnia, non tanto per affezione ch’avesse all’onore
-e bene del nostro comune, quanto per levarsi da dosso la forza loro
-co’ danari del nostro comune. E cerco e ricerco, trovato il nostro
-comune fermo e costante in volere piuttosto spendere in sua difesa
-ogni gran quantità di danari, che ricomperarsi qualunque piccola cosa
-dalla compagnia, per levare via il preso costume di sì fatta gente,
-che le città libere di Toscana e i possenti tiranni aveano recati
-sotto palese tributo, vituperio e vergogna de’ signori naturali,
-e della antica fama degl’Italiani, e massimamente del nome romano;
-seguendo il consiglio di cui avemo ragionato, all’uscita del mese di
-febbraio del detto anno, e per sè e per lo nostro comune, come avemmo
-mandato, fermò concordia colla compagnia, la quale in effetto fu in
-questa forma: che a loro darebbe fiorini quarantacinquemila d’oro
-per la Chiesa di Roma, il comune di Firenze fiorini ottantamila, ed
-eglino infra quattro anni seguenti non dovessono offendere la Chiesa
-nè sue terre, nè ’l detto comune di Firenze, nè suo distretto e
-contado; e soggiunse nel patto, che se infra cinque dì il comune di
-Firenze, ricevuta la lettera da lui, non accettasse liberamente la
-detta concordia, che ’l detto legato fosse tenuto loro dare fiorini
-diecimila. E questo mercato procedette da sagace consiglio; perchè
-li fu dato a intendere, che per la tema che ’l comune avea della
-compagnia, veggendosi dell’impresa abbandonare dal legato, e avendo
-poco rispetto e a consigliare e a provvedere per lo favore de’ grandi
-cittadini, che per diversi rispetti, come detto avemo, accostavano
-il legato, che farebbono sua intenzione, aggiugnendo, che il nostro
-comune per reverenza di santa Chiesa, e di lui, di cosa fatta non gli
-farebbe vergogna, ma tutto avvenne altrimenti. Il legato per due fatti
-propri significò la detta concordia; la quale intesa in molti consigli
-de’ cittadini, quanto che fosse per alquanti confortata e lodata, in
-generale comunemente dispiacque, e fu in singolare abominazione, e
-coralmente, per quelli ch’amavano lo stato e l’onore del comune, perchè
-parea che ’l legato volesse guidare il nostro comune e prendere sua
-tutela, e più sottilmente pensando, ombra di tacita signoria; onde il
-popolo apertamente parlava in vergogna del legato, e di comune volere
-si prese, che la detta convegna non si accettasse; e risposto fu al
-legato, che questa, nè altra concordia con la compagnia il nostro
-comune non volea, mostrando l’animo grande in poco prezzare il nimico:
-e per non mostrare cruccio nè sdegno, e per rimuovere il legato dal
-proprio nemico (non buono e male consiglio) di presente crearono
-solenne ambasciata, e la mandarono al legato, e condussonlo a tanto,
-ch’e’ promise di non fare accordo, e di nimicare a suo podere la
-compagnia, avendo il braccio del nostro comune. Ciò nonostante operava
-o per malizia o per senno; e a dì 21 del mese di marzo si convenne con
-la compagnia per fiorini cinquantamila, i quali promise di pagare anzi
-che si partissono delle terre della Chiesa. E aspettando la compagnia
-prima la concordia, e appresso la detta prebenda, quasi come se avesse
-a fare la sua vendemmia, sì s’allargava per lo paese studiosamente
-predando e facendo ogni male, e per quattro riprese combatterono un
-castello in su quello di Fermo, e non lo poterono avere; il perchè il
-legato s’affrettò di pagare. La compagnia vedendosi fuori del verno, e
-rincalzata de’ danari ricevuti dal cardinale, e nella speranza d’avere
-da’ comuni di Toscana, stava baldanzosa, e a giornate fortemente
-cresceva sì di gente a cavallo e di gente tedesca che cassare si
-faceva, e sì di gente a piè, che per rubare di volontà si mettea in
-brigata; e come per gli effetti di questa compagnia si vide, gente
-di sì fatta ragione poco si cura di fare vendetta di sua brigata, e
-molto meno di purgare sua vergogna pure ch’abbi danari, e chi è morto
-s’abbi il danno, e poi è la sua morte vendetta; il perchè seguendo loro
-costume, credendo con le grida spaventare il comune di Firenze e farlo
-ricomperare, a ogni piè sospinto con istrida e romore minacciavano il
-nostro comune.
-
-
-CAP. VII.
-
-_Il male seguì per l’accordo fatto dal legato con la compagnia._
-
-Sentendo il comune di Firenze per la relazione de’ suoi ambasciadori
-che il legato avea fermo per sè l’accordo con la compagnia, e
-abbandonato nell’impresa grande e pericolosa il nostro comune, forte
-si dolse, recandosi dinanzi dagli occhi gli onori fatti a’ prelati
-ch’erano passati di qua, e massimamente a costui, e i danari ch’avea
-speso per difendere la Chiesa di Roma in aggrandire suo stato in
-Italia, nel cui servigio avea per più anni quasi del continovo tenuti
-da quattrocento in cinquecento cavalieri, e da settecento in ottocento
-balestrieri, senza il grande aiuto de’ suoi singulari cittadini, e
-distrettuali, e contadini, i quali in meno di sei settimane di perdono,
-come s’elli combattessono con gl’infedeli, e in commessa del papa avea
-tratti altrui di borsa fiorini centomila. E quanto che questi servigi
-perduti conturbassono assai il nostro comune, quello che non si potea
-smaltire era, che ’l comune avea offerta tutta sua possa al legato
-a disfare la compagnia e cacciarla de’ terreni della Chiesa, ed egli
-l’avea accettata, e battendo la compagnia sotto questa profferta, avea
-fatto mercato, e venduto loro la parte del nostro comune. Aggiugnesi
-a questa novella non buona, ch’e’ Pisani, e’ Sanesi e’ Perugini per
-loro segreti ambasciadori cercavano accordo con la compagnia, e per
-ciò sturbare tenea il comune suoi cittadini a confortare i detti comuni
-all’unità e alla difesa, mostrando che la resistenza era la salute de’
-comuni di Toscana che voleano vivere in libertà e in pace; perocchè
-levata la speranza del riscatto, quella gente perversa, che solo per
-ingordigia di ciò si ragunava a mal fare, non sarebbono sì pronti a
-farsi cassare per fare compagnia; le risposte erano fratellevoli e
-buone, e gli effetti in occulto del tutto contrari, come si manifestò
-per lo fine.
-
-
-CAP. VIII.
-
-_Di molte fosse feciono i signori di Lombardia per difesa de’ loro
-terreni._
-
-Veggendo i signori di Milano li scorrimenti delle compagnie, e che ’l
-paese d’Italia spesso affannato di guerre era, e non era per quotare,
-per più sicurtà e fortezza de’ paesi che teneano sotto loro signoria,
-con studio e diligenza feciono fare fossi ampi e profondi, uno in sul
-Bresciano, il quale si stendea infino al lago di Garda, e un altro
-nel Cremonese, e uno ne ferono fare in altro paese, i quali, tutto
-che l’opera fosse grande e maravigliosa, per lo terreno dolce furono
-in breve tempo forniti. E quanto che dalle cagioni di sopra fossono
-indotti, più gl’indusse il sospetto che aveano preso del duca d’Osteric
-novellamente titolato re de’ Lombardi, dubitando che se scendesse con
-la forza degli Alamanni, trovando i piani liberi e spediti e senza
-riparo, loro offesa non fosse più presta e maggiore; e di ciò loro
-aveano fatta l’esperienza la compagnia, che più volte per quelli luoghi
-aperti gli aveano assaliti improvviso, e assai danneggiati. E il simile
-fece il signore di Bologna in questi giorni, facendo fare una spaziosa
-e profonda fossa per simigliante temenza. E i Sanesi feciono fare una
-via e un ponte sopra le Chiane per avere libero il cammino d’andare
-a loro posta a Cortona. E...... per li signori di Milano, essendo
-contrario al signore di Bologna, per avere al bisogno il passo e ’l
-foraggio di Lombardia, feciono fare via alzata in sulle valli con fossi
-d’ogni parte, del cui cavo era levata la via; e dove furono trovate le
-valli profonde vi si fè ponticelli, la quale stese per lungo cammino
-tanto che la congiunse col Po, la qual via per lo sito del luogo non
-potea essere impedita.
-
-
-CAP. IX.
-
-_Come il re d’Inghilterra dissimulando la pace cercava la guerra co’
-Franceschi._
-
-Poichè detto avemo, secondo che ’l corso del tempo richiede, delle
-fortune e travaglie de’ nostri paesi, diremo alquanto delle straniere;
-e cominciando a quelle di Francia, all’entrata di febbraio 1358, il re
-d’Inghilterra, quasi come tocco di cuore si mosse, e andò dov’era il
-re di Francia, e a lui disse onestissimamente s’egli attendea la pace;
-il re di Francia onestissimamente rispose di sì, e che la desiderava.
-Il re d’Inghilterra procedendo più oltre disse al re di Francia,
-ch’egli era in sua potestà, quando facesse quelle cose che dovea fare.
-Il re rispose, ch’era pronto e disposto, ma il che non sapea. Allora
-il re d’Inghilterra per convegna di buona pace chiese in sua domanda
-la contea di Bologna sul mare; e che il re pacificamente li lasciasse
-possedere la Guascogna, e certa parte della contea d’Anghiem, e la
-Normandia, senza farne omaggio niuno; e che il conte di Monforte delle
-terre che tiene in Brettagna ne facesse omaggio al re d’Inghilterra,
-e togliesse la figliuola per moglie; e di quello che tiene nel detto
-paese messer Carlo di Brois duca di Brettagna ne facesse omaggio al re
-Giovanni di Francia, com’era usato, e che per ammenda desse fra certi
-termini cinquecento migliaia di marchi di sterlini, che montavano
-due milioni e mezzo di fiorini. Il re di Francia, ch’era prigione,
-consentiva a ogni cosa per sua diliberanza, ma troppo era di lungi il
-potere dal volere, e ciò bene conosceva il re d’Inghilterra, ma con
-usata astuzia inghilese, essendo certo nell’animo suo che quello ch’e’
-domandava fare non si potea, per potere calunniare il re di Francia di
-rottura di pace e di fede, e per potere la sua non diritta intenzione
-antipensata adempiere, dovendo secondo i ragionamenti avuti tra loro
-passare in Francia, sotto colore di più presta e spedita esecuzione
-della pace, fece fare gride per tutte sue terre, che sotto la pena
-del cuore niuno Inghilese con arme passasse nel reame di Francia,
-promettendo di fare tornare tutta sua gente d’arme che fosse nel reame
-di Francia. E per mostrare della detta pace singulare allegrezza, i
-figliuoli del re feciono bandire in Londra una giostra, dove molti
-signori e gentili uomini dell’isola a loro richiesta s’appresentarono,
-con molta allegrezza e festa di tutto il reame, seguendo per questa
-cagione il contrario nel reame di Francia, come più innanzi del nostro
-trattato faremo menzione.
-
-
-CAP. X.
-
-_ Come il re di Navarra tribolava Francia._
-
-Gli effetti della infinta e non vera pace tra i sopraddetti due re
-si cominciarono a scoprire del mese di marzo seguente, perocchè il
-re di Navarra, ch’era creatura del re d’Inghilterra, colla forza
-degl’Inghilesi entrò una notte di furto in Alsurro, e non potendo
-vincere la rocca, ch’era forte e bene guarnita alla difesa, fè la
-terra rubare, e mettere al taglio delle spade grandissimo numero di
-cittadini e paesani che quivi erano ridotti, e secondo che troviamo per
-vero, oltre a seimila vi furono morti. Fu riputata crudelissima cosa e
-disusata, perocchè simile cosa più occorsa non era nella lunga triegua
-e pertinacia della detta guerra. Partito il detto re di Navarra con
-sua gente d’Alsurro, se n’andarono al Tu, e stesonsi infino in Torì,
-e ivi combatterono e presono uno forte castello ove trovarono molta
-roba; e predato le cose sottili, fornirono il castello, e lasciaronvi
-sofficiente difesa, cercando dove potessono fare danno. E oltre a
-queste inique operazioni del re d’Inghilterra, e’ si copria sotto lo
-scudo del re di Navarra, la cui forza tutta era d’Inghilesi: e pertanto
-si potea dire pessima cosa, che era radice di tradimento, perocchè i
-paesani allegrandosi per lo grido della pace novella non attendeano
-alla guardia come erano usati, e pertanto ricevettono danno in molti
-luoghi grandissimo; onde essendo improvvisi fidati, così malmenati,
-e senza capo o consiglio, si diruppono quasi tutti a mal fare;
-verificando l’antico proverbio che dice, tra pace e tregua guai a chi
-la lieva.
-
-
-CAP. XI.
-
-_Del male stato di Cicilia in questi tempi._
-
-Le discordie continovate per lungo tempo tra’ Ciciliani aveano l’isola
-ridotta in somma impotenza e miseria, e in stato sì fievole, che poco
-degno pare di memoria per le sue opere inferme e di poco valore, pur
-seguendo quelle, tali quali furono racconteremo. In questo anno 1358
-del mese di febbraio, uno bastardo della casa di Chiaramonte, detto
-per nome Manfredi, uomo assai valoroso e ardito, se n’andò a Messina,
-e sagacemente cercò se avesse potuto riducere i Messinesi al volere
-del duca, figliuolo che fu del re di Cicilia, a cui erano avversi e
-contrari tutti quelli di Chiaramonte, e per sua parlanza avea tanto
-operato, che i principali parziali de’ Messinesi inchinavano e davano
-orecchie. Ma messer Niccolò di Cesare, il quale per lo re Luigi avea la
-maggioranza e lo stato, sì s’oppose, e non volle assentire, mostrando,
-che se quella città perdesse l’aiuto e lo foraggio della vittuaglia
-che traeva di Calabria era in pericolo di fame, e di venire per tanto
-in desolazione e in miseria. Quelli di Chiaramonte veggendo i crolli
-che aveano per sostenere la parte del re Luigi, e che da lui non era
-favore bastevole a mantenere loro stato, ripresono e ridussono a loro
-lega la Stella di Palermo, e molte altre fortezze e tenute, le quali
-aveano lasciate nella guardia del re Luigi, il quale per non potere
-resistere alla spesa non le potea guardare; e forte temeano che non
-le riprendessono i Catalani. E nondimeno mandarono il detto Manfredi a
-Napoli al re Luigi significando lo stato loro e del paese, e pregandolo
-che mandasse loro gente d’arme sofficiente a resistere alla potenza
-del duca e dei Catalani, la quale tutto che piccola fosse, pure era
-maggiore che la loro, e da sormontare in breve tempo se non trovasse
-contasto, che continovamente crescea, sì perchè li paesani volentieri
-tornavano alla grazia del signore naturale, e sì perchè d’Araona
-li venia soccorso. Sentendo ciò il re Luigi, e non potendosi come
-desiderava, per l’impossibilità fare prestamente quello che domandavano
-i suoi parziali, s’aiutò colle grandi e larghe impromesse, promettendo
-d’andarvi in persona senza lungo indugio di tempo. E di presente fè
-sua ambasciata, e mandò a richiedere d’aiuto il comune di Firenze, e
-gli altri comuni di Toscana per la sua andata in Cicilia. E per dare a’
-suoi amici e servidori speranza, mandò innanzi da sè il conte da Riano
-con trecento cavalieri e con pedoni nell’isola, e operò sì che messer
-Niccolò di Cesaro per la detta cagione venne per suo ambasciadore in
-Toscana; e come ne seguì di questa materia a suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. XII.
-
-_Del male stato di Puglia per ladroni._
-
-Come detto avemo nel capitolo di sopra, il re Luigi promise di passare
-alla difesa e acquisto della Cicilia, e non era sufficiente, come
-appresso diremo, a purgare e a difendere suo reame delle continove
-ingiurie e ruberie de’ ladroni che correvano il Regno con disordinata
-baldanza. E ciò addivenne, perchè in questi dì i baroni non erano
-in pace e in concordia col re, e massimamente i reali, e il re aveva
-piccola entrata, e però tenea poca gente d’arme a gastigare col ferro
-e col capestro il gran numero de’ ladroni sparti quasi per tutto
-il reame, e caldeggiati da’ detti reali e baroni per odio del re. E
-pertanto in più parti del Regno si cominciarono a fare raunanze di
-gente malandrina disposta a rubare, e feceano loro capitano, e rompeano
-le strade, e correano per lo paese ora in una ora in un’altra parte,
-forte conturbando i forestieri e’ paesani con rapine, e violenze, e
-omicidii, fra i quali uno friere dello Spedale per trattato rubellò
-Alfi, e fecelo spilonca e ricetto di questi ladroni: e altri ladroni
-in Nieboli feciono il simigliante: e alcuna altra brigata di questa
-pessima gente ferono capo in Valle beneventana, e altri di loro ginea
-altrove in diverse contrade, tenendo i paesi affannati, perchè andare
-non si potea sicuro in niuna parte del Regno, se non con sicurtà de’
-baroni del paese, i quali nel vero a loro davano ricetto per essere
-temuti da’ paesani. Di tanti mali giustizia fare non si potea; ma i
-ladroni mancando la preda, e crescendo l’ira de’ paesani, e la paura
-de’ loro malificii, partendosi molti da compagnia, i caporali rimaneano
-con minore seguito, e meno poteano fare nocimento.
-
-
-CAP. XIII.
-
-_Della morte di messer Bernardino da Polenta signore di Ravenna._
-
-Essendo stato lungo tempo malato messer Bernardino da Polenta tiranno
-e signore di Ravenna e di Cervia, a dì 13 di marzo 1358 lasciò
-insieme la signoria e la vita. Costui fu dissoluto e mondano, e di
-sfrenata lussuria; crudele e aspro signore, e nimico di tutti coloro
-che montassono in virtù e in ricchezza, e tutti gli antichi legnaggi
-dell’antica città e nobile di Ravenna spense e distrusse, non meno
-per cupidigia d’usurpare i loro beni, che per tema che per alcuno
-tempo non li fossono avversi; il perchè in Ravenna al suo tempo altro
-che artefici minuti e villani non si vedeano. Costui talora come
-censuario rispondea alla Chiesa di Roma, mostrandosi divoto e amico,
-ma copertamente l’era contrario, favoreggiando i rubelli della Chiesa
-in Romagna e nella Marca. E avendo ne’ dì suoi la fortuna benigna,
-di masserizia, di grano, e di bestiame, e di sale, e delle colte de’
-cittadini e de’ contadini disordinatamente gravati fè grande tesoro; e
-quanto ch’all’anima poco fruttasse, pure nell’estremo fè testamento,
-nel quale istituì sua reda messer Guido suo figliuolo, e sì della
-signoria come dell’avere; il quale, morto il padre, con la forza degli
-amici e della gente dell’arme al popolo si fè confermare per quella
-poca di giurisdizione che la Chiesa dice d’avere in Ravenna, e con
-provvedere al legato anche fortificò la detta confermazione. Costui
-mosso da benignità d’animo, e da buono e savio consiglio, tutti gli
-antichi e buoni cittadini che dispersi per lo mondo aveano fuggita
-la crudeltà e l’ira del padre richiamò e ridusse in Ravenna, e cacciò
-via tutti i malvagi e iniqui sergenti del padre; che fu cosa notabile
-assai, e atto non di tiranno, ma di giusto signore naturale.
-
-
-CAP. XIV.
-
-_Operazioni della moría._
-
-In quest’anno l’usata moría dell’anguinaia, la quale nell’autunno
-passato avea nel Brabante e nelle circustanti parti del Reno fatti
-gran danni, nel verno si dilatò, e comprese e passò nel Friuli facendo
-l’uficio suo per infino al marzo, e parte della Schiavonia, ma non
-troppo agramente; perocchè enfiando sotto il ditello e l’anguinaia, chi
-passava il settimo giorno era sicuro; vero è che in sette dì assai ne
-morivano. Ancora non pigliava le città e le ville comunemente, ma al
-modo della gragnuola l’una lasciava stare e l’altra prendea; e durando
-dove cominciava dalle venti alle ventidue settimane, molta gente d’ogni
-generazione trasse a fine.
-
-
-CAP. XV.
-
-_Di certa novità ch’ebbe in Perugia in questi tempi._
-
-Chi vorrà con animo riposato recare alla mente quello che scritto si
-trova degli stati mondani dal tempo di Nembrotte primo tiranno infino
-ne’ giorni presenti, vedrà manifesto, che mai niuno tempo fu tanto
-pacifico nè tanto durato tranquillo che ne’ reami, e nelle città, e
-(che è più da maravigliare) nelle piccole e povere ville, non sieno
-stati di quelli che hanno cerco e a tutti i sentimenti del corpo e
-dell’animo di soprastare agli altri, e di farsi maggiori e governatori,
-usurpando le pubbliche e le private ricchezze; e senza recare esempi
-a prova di ciò, che sono infiniti, e notori e manifesti, cercate le
-note volgarmente hanno fatto quelli di nostra famiglia intorno alle
-cose che sono occorse ne’ tempi da farne memoria, troverà che non
-di Roma città in Italia, ma in tutto il mondo mai non fu in tanto
-riposo che per tutto non sentisse affanno di questa materia; onde li
-savi, che ricordano delle cose antiche, veggendo questi casi tutto
-giorno addivenire, non si dogliono nè si maravigliano, ma i semplici
-e idioti, che solo tengono gli occhi alle cose che sono loro davanti,
-si turbano e rammaricano, e mormorando stoltamente favellano, e non
-sapendo vedere nè dare riparo potendo si contristano. Essendo dunque
-questa vita comune, molte più e così ne sono state maculate l’altre
-città di Toscana, come la nostra. E in questi tempi ne fece sperienza
-la città di Perugia, che essendo il popolo suo villanamente barattato
-per Leggieri d’Andreotto e per gli altri grandi cittadini appellati
-Raspanti, che con lui s’intendeano ne’ fatti dell’impresa della
-città di Cortona e della guerra de’ Sanesi ch’era seguita, quelli
-che voleano vivere mezzano e popolare senza fare danno o vergogna
-al suo comune ebbono tanto di podere, che feciono in Perugia venire
-per sindaco di comune messer Geri della casa de’ Pazzi di Firenze,
-cavaliere sagace e di grande cuore, voglioso e vago di novità come più
-volte mostrò per l’opere sue. L’uficio fu con gran podestà e balía,
-in ritrovare chi avesse male preso della pecunia del comune e’ beni,
-e punire agramente cui trovasse colpevole; il valente cavaliere,
-come giunse informato appieno per solenne investigagione di quelli
-che ne’ detti casi aveano errato, non prese gli uccellini, ma formò
-francamente suo processo contro al detto Leggieri, e altri maggiorenti
-di quelli dello stato, ad animo di farne giustizia, senza tenere in
-collo il processo. Gl’inquisiti non s’osavano rappresentare veggendo
-l’uficiale coraggioso e disposto a punire, per tema di non essere
-posti al tormento, e condannati personalmente e vituperosamente per
-barattieri e rubatori del loro comune: e colla forza de’ Raspanti, che
-li favoreggiavano, procuravano il dì e la notte come potessono impedire
-l’uficiale in forma ch’e’ non potesse procedere. I gentili uomini
-con tutto il seguito loro riscaldavano e francheggiavano il sindaco
-perchè condannasse, stimando che se ciò fosse avvenuto rimaneano senza
-dubbio i maggiori, e volgeano lo stato. Onde avveggendosi di ciò i
-popolari, eziandio quelli ch’aveano cominciato la mena, si dierono
-a cercare de’ rimedi, e trovarono uno statuto, che essendo eletto
-per ambasciadore di comune, qualunque fosse e qualunque uficiale
-inquisito, mentre che durasse il tempo dell’ambasciata si sospendea il
-processo; onde operarono co’ signori, che gl’inquisiti fossono eletti
-per ambasciadori, e così seguette; perchè convenne che i processi
-cominciati fossono sospesi. Il perchè il valente cavaliere, veggendo
-che gli erano presi i dadi, e ch’e’ non potea fare niente di suo
-intendimento, lasciò l’uficio, e tornossi a Firenze. Il suo successore
-trovati i processi pendenti assolse i detti grandi cittadini, e per
-mostrare di fare uficio condannò i minori e gl’impotenti, onde a
-furore di popolo anzi ch’e’ finisse l’uficio fu messo in prigione e
-vituperosamente condannato fornì i giorni suoi in prigione.
-
-
-CAP. XVI.
-
-_Di sconfitta ebbono i Turchi da’ frieri._
-
-Avendo i Turchi presa sopra i Greci disordinata e troppa baldanza,
-ne’ detti tempi armarono ventinove legni, e valicarono nella Romania
-bassa, e non trovando in pelago chi rispondesse loro si misono per
-la fiumara molto fra terra predando il paese, e pigliando a costuma
-di pecore, e avendo accolti più di milledugento prigioni e altra roba
-assai, e ridotta tutta alla riva del fiume per caricare i navili; il
-maestro dello spedale che per sue spie avea della detta armata sentito,
-e fatto armare quattro galee e uno legno, e messovi quanti e’ potè de’
-migliori e più franchi de’ suoi frieri, e altra buona gente d’arme, e
-nobilmente fornita e apparecchiata a battaglia, le fè senza perdere
-tempo dirizzare in Romania; li quali trovando come i Turchi avendo
-i Greci a vile s’erano messi per la fiumana, presono subitamente la
-bocca del fiume, e a lento passo tennono loro dietro; e non avendo
-rispetto perchè i Turchi molti più fossono a numero, li soprappresono
-quando intendeano a caricarei navili, e fidandosi nel nome di Cristo
-e nell’aiuto suo scesono in terra, e arditamente presono la battaglia
-con loro, la quale durò lungamente; e non ostante che i Turchi fossono
-male ordinati, erano tanti, e vedeansi in luogo che non poteano fuggire
-se non si facessono fare la via colle spade, però grande resistenza
-feciono e aspra zuffa: alla fine furono rotti e sbarattati, e la
-maggiore parte di loro morti e magagnati. Quelli che rimasono nella
-sconfitta furono tutti presi, e i loro legni e navili, che niuno non
-ne campò. I frieri liberata la preda e’ prigioni che i Turchi aveano
-presi, e con piena vittoria, si ritornarono salvi a Rodi.
-
-
-CAP. XVII.
-
-_Di novità state in Provenza contro a quelli del Balzo._
-
-I gentili uomini della Provenza che si chiamavano villanamente
-oltraggiati da’ signori e dalla casa del Balzo, i quali aveano
-tenuto e condotto gran tempo sopra loro la compagnia, desiderosi
-di vendicare gli oltraggi e’ danni loro fatti, del mese di marzo
-s’adunarono insieme con quella gente d’arme che più presto poterono
-accogliere senza fare segno di cui volessono offendere, e di furto
-presono l’Aguglia, nobilissima e bella fortezza di quelli del Balzo,
-e presa, senza arresto la gittarono in terra infino ne’ fondamenti. E
-ciò fatto, intendeano a tutto loro potere di seguire alla distruzione
-della casa del Balzo, se non che il papa e’ cardinali, veggendo che
-quella guerra tuttochè fosse tra private persone e non generale,
-nè con offesa altrui che di loro, per lo sturbo che di ciò seguiva
-alla corte di Roma vi s’interpose perchè non procedesse più oltre, e
-feciono racquetare i Provenzali, e por giù l’arme. In questi giorni
-i Borgognoni e’ Provenzali che erano nel reame di Francia stavano in
-pessima disposizione, perocchè chi volea mal fare non era punito, e di
-tali si trovavano assai, e aveano grande seguito; onde per la detta
-cagione i cammini d’ogni parte erano rotti, e’ mercatanti e l’altra
-gente rubati, ed erano sì stretti i cammini da questa mala gente,
-che appena i corrieri, che andavano e venivano a Avignone, dalle loro
-mani poteano scampare; il perchè la corte stava in molto disagio, e ad
-altro non s’intendea che a trarre a fine le nuove mura d’Avignone: e
-per ciò fornire, il papa e’ cardinali aveano fatta l’imposta a tutti
-i cittadini e cortigiani, la quale era certa tassa in nome di capo
-censo, e per casa, e per famiglie e botteghe, le quali si ricoglievano
-ogni mese una volta, o più o meno, tre dì come il bisogno occorreva.
-E per seguire i fatti de’ corrieri, giugnendo insieme il caso che
-viene, il cardinale di Pelagorga e quello di Bologna, i quali erano
-stati in Francia e in Inghilterra a trattare la pace intra’ due re,
-come addietro facemmo menzione, tornando a corte, sentendosi, furono
-assaliti da gente d’arme, e nell’assalto furono morti dodici de’
-famigli loro, intra’ quali v’ebbe sei cavalieri, e però fuggirono senza
-arrestarsi per spazio di quattro miglia, e’ buoni cavalli e gli sproni
-li camparono che non furono presi, e ridussonsi in Celano, non sapendo
-chi li cacciava. Bene si sparse la voce che i Franceschi si teneano
-mal contenti di loro per li trattati menati per loro in poco favore
-del loro re e signore; ma ciò non fu vero, ma piuttosto operazione di
-rubatori, che stimarono essere ricchi se gli avessono potuti pigliare,
-che atto di vendetta per sdegno ch’avessono preso i Franceschi.
-
-
-CAP. XVIII.
-
-_Il consiglio si tenne in Francia sopra le domande degl’Inghilesi._
-
-Essendo divulgata la non vera pace tra li due re d’Inghilterra e di
-Francia per vera, il duca d’Orliens, e il Delfino di Vienna figliuolo
-del re di Francia andò a Mompelieri dove si fè grande ragunanza de’
-baroni di Francia, e con loro furono i due cardinali ch’erano stati
-altra volta al trattare della pace; quivi si fece parlamento per tutti,
-nel quale chiaramente per tutti si tenne e conobbe, che quello che
-domandava il re d’Inghilterra non era possibile, perchè non vedeano
-che si potesse per modo alcuno inducere i Franceschi al consentimento,
-tant’era la domanda ontosa e altiera, e a grande animo de’ Franceschi,
-per la vituperosa e sdegnosa cosa, onde senza prendere accordo si partì
-il parlamento. Il Delfino cavalcò ad Orliens con intenzione, che se
-’l padre passasse in Francia col re d’Inghilterra, com’era ordinato,
-li prestasse il consentimento della corona per difesa del reame, e
-per tenere ciò che si potea; giunto in Orliens, mandò due baroni al
-re d’Inghilterra a cercare accordo con lui, e fatto per sue lettere ed
-ambasciate, a tutte le città e buone ville di Francia manifestò quello
-che chiedea il re d’Inghilterra in vergogna e abbassamento della corona
-e nome de’ Franceschi, e confortò li comuni che stessono attenti e
-provveduti, e che si studiassono a fare buona guardia.
-
-
-CAP. XIX.
-
-_Come il re di Spagna e quello d’Araona s’affrontarono e non
-combatterono._
-
-Seguendo le discordie e tribolazioni de’ cristiani, che a giornate
-per li loro peccati rovesciano i due re, quello d’Araona e quello
-di Spagna intra gli altri di nome cristiano, e grandi e famosi,
-s’erano ingaggiati di battaglia, e all’entrata del mese d’aprile 1359
-ciascheduno di loro provveduto e avveduto, fatto tutto suo sforzo per
-essere alla battaglia, comparirono alla fine de’ loro reami assai di
-presso ciascheduno; quello di Spagna, che si noma quello di Castella,
-venne con settemila cavalieri tra di sua raunata e di gente barbara,
-i quali si chiamavano Mori, e con popolo assai; quello d’Araona venne
-con cinquemila cavalieri catalani e con grande quantità di popolo
-a piè, armati di lance e di dardi maneschi, i quali sono da loro
-chiamati mugaveri, e l’una e l’altra gente con le persone de’ loro re
-s’avvicinarono insieme per ordinarsi a battaglia: e non pertanto che
-il re d’Araona fosse con meno cavalieri che quello di Castella, molta
-sicurtà e baldanza prendea nella fede de’ suoi baroni, ma più in Dio,
-perchè avea seco giusta cagione, e ciò li dava speranza di vincere;
-ma quello di Spagna, tutto che si sentisse la forza maggiore, non si
-fidava della fortuna della battaglia, per la coscienza di sua vita
-scellerata e crudele, perocchè tornandoli a memoria che l’anno dinanzi
-avea di sua mano morti venticinque de’ suoi baroni, come addietro
-contammo, invilì, temendo ch’e’ baroni che gli erano rimasi non li
-tenessero fede, e stornava con modi sagaci la zuffa; il perchè seguì,
-che stati più giorni affrontati senza muovere assalto, o aizzare l’uno
-l’altro, quasi come se avessono fatta convegna, si partirono del campo,
-e tornaronsi indietro ciascuno alla sua frontiera. Di ciò fu lodato
-il re d’Araona, che tutto che conoscesse che per la discordia de’
-suoi nemici la vittoria fosse nelle sue mani, non volle mettere tanti
-cristiani a farli uccidere insieme.
-
-
-CAP. XX.
-
-_Come il comune di Firenze si provvide contro alla compagnia._
-
-Bene che ’l nostro comune di Firenze sollicitamente e con molta
-provvedenza infra ’l tempo che la compagnia badava in Romagna
-aspettando il tributo dal cardinale si fosse messo in assetto e alla
-difesa, a all’offesa de’ suoi nemici, sentendo che ’l sabato santo a dì
-20 d’aprile la pecunia promessa alla compagnia era pagata, raddoppiò la
-sollecitudine, facendo gente quanta ne trovava assoldare, e affrettando
-l’aiuto dell’amistadi, e rifermò per capitano di guerra messer Pandolfo
-de’ Malatesti, e a dì 29 d’aprile 1359 fece la mostra della gente
-sua, la quale fu da duemila barbute, e da cinquecento Ungheri, e da
-duemilacinquecento balestrieri eletti tra gli altri e armati tutti a
-corazzine; e avendo in punto questa brigata, messer Bernabò signore di
-Milano, il quale da questa Compagnia più volte era stato oltraggiato e
-l’avea in odio, offerse aiuto di mille barbute e di mille masnadieri
-al nostro comune, e il comune l’accettò perocchè in quel tempo vivea
-in fede e in buona pace col detto signore; fatto l’accetto, il detto
-signore senza niuno intervallo di tempo ne cominciò a fare soldare in
-Toscana. E mentre si facea queste cose, messer Francesco da Carrara
-signore di Padova mandò in aiuto a’ Fiorentini dugento cavalieri, e
-i marchesi da Este signori di Ferrara mandarono trecento cavalieri; e
-fu cosa mirabile, che i tiranni che per natura sogliono essere nemici
-e oppressatori de’ popoli che vogliono vivere in libertà, il perchè
-le ragioni sono manifeste, si mettessono ad atare il nostro comune
-fedelmente, che sopra tutti gli altri d’Italia sempre s’è opposto
-a’ tiranni e disfattine molti, e i popoli di Toscana che sono vivuti
-lungamente a libertà cercassono il contrario quasi di assenso comune,
-bene che non apertamente, come appresso diremo. E cominciandoci a’
-più antichi e intimi amici del nostro comune, e che mai da lui non
-furono offesi, ma sempre atati e difesi e esaltati ne’ loro onori,
-cioè da’ Perugini, contro al volere del comune di Firenze, e per suo
-abbassamento e desolazione, secondo loro credenza e speranza, presono
-accordo colla compagnia per cinque anni, dando loro di censo ogni anno
-fiorini quattromila d’oro, e a tutta l’oste in dono tre dì vittuaglia,
-e da indi innanzi derrata per danaio, e il passo libero per lo loro
-contado e distretto a ogni tempo ch’e’ volessono passare, promettendo
-che non darebbono contro a loro aiuto a’ Fiorentini; la quale
-coralmente punse il nostro comune, e molto l’ebbe a grave. Vedendo
-i Sanesi e’ Pisani ch’e’ Perugini, che sempre erano stati un animo e
-un corpo co’ Fiorentini, aveano preso l’accordo nella forma ch’avemo
-detto di sopra, feciono il simigliante, e più i Pisani, come antichi e
-perfidi nemici del nostro comune, foraggio, e passo, e segreta promessa
-di dare loro aiuto della gente dell’arme loro; la qual cosa sagacemente
-feciono poi, come leggendo nostra opera al suo tempo si potrà trovare.
-
-
-CAP. XXI.
-
-_D’una folgore che cadde in sulla chiesa maggiore di Siena._
-
-Tutto che i miracoli che noi veggiamo di poco ci muovano a lasciare i
-peccati e tornare a penitenza, pure li dovemo scrivere a terrore de’
-mortali. In questi dì della Pasqua della resurrezione di Cristo, a dì
-21 d’aprile in sull’ora della terza, essendo il tempo turbato e largo
-della piova, una folgore percosse l’agnolo ch’era nel colmo della
-chiesa del vescovado di Siena, e portollo via, e non lo fracassò, e
-scese nella cappella, e arse i paramenti e il tavolato dell’altare
-maggiore; e avendo il prete consegrato il corpo di Cristo, non essendo
-ancora comunicato, cadde in terra tramortito, e cinque preti ch’erano
-d’intorno al servigio dell’altare percosse e ricise, e l’ostia e la
-croce dell’altare non si potè mai ritrovare.
-
-
-CAP. XXII.
-
-_Di una battaglia tra due baroni del re di Rascia._
-
-Il re di Rascia il quale era sotto il tributo del re d’Ungheria
-cessava di fare l’omaggio, e ribellavasi al re; il perchè venuto
-in indegnazione della corona, e avendo il re d’Ungheria contro a
-lui conceputo e proposto nell’animo suo di farlo conoscente, duro
-e malagevole li parea di passare la Danoia, per mantenere la gente
-nel reame di Rascia, non avendo nel paese terra alcuna che li desse
-ricetto. E stando in questi pensieri, come suole apparecchiare la
-fortuna talora i non pensati acconci e’ rimedi, due baroni del reame di
-Rascia per loro gare e male venture riottavano insieme; il re s’era più
-volte travagliato di recarli a concordia, e nella fine in questi giorni
-avuto l’uno e l’altro, e cercando di porli in pace, e non li potendo
-recare, crucciato, come poco discreto, disse: Andate nella mal’ora, e
-l’uno faccia all’altro il peggio che può; la parola detta sopr’ira fu
-ricevuta per espressa licenza; onde partendosi amendue pieni d’odio e
-di mal volere infiammati, quello di loro con alquanto meno podere avea
-le sue terre in sulla riviera della Danoia, l’altro ch’era di maggiore
-possanza accolta gente d’arme lo cavalcò, ardendo e guastando il suo
-paese, e infine al suo abboccamento lo sconfisse; nè a ciò contento,
-cercava sollicitamente di distruggerlo e trarlo a fine, e per ciò
-fare lo cavalcava spesso, facendo ogni male. Vedendo il detto barone
-ch’e’ non potea resistere, e nel suo re non avea speranza che levasse
-dall’impresa l’avversario suo, lasciò il meglio che potè le sue terre
-fornite a difesa, e segretamente valicò la Danoia, e ridussesi a uno
-de’ baroni d’Ungheria che l’aiutasse, promettendoli di farsi cristiano;
-il barone del re d’Ungheria li diè quella quantità d’Ungheri che li
-chiese, e ’l barone a parte a parte occultamente li mise nelle sue
-terre, e fece mettere la fama di volere fare di sua gente tutto suo
-sforzo per vendicare sua onta e dannaggio. Il suo nemico che poco il
-pregiava, per la vittoria avuta di lui era molto montato in baldanza,
-venne da capo con tutto suo sforzo in sulle terre del detto barone,
-e non avendo l’avviso degli Ungheri ch’erano venuti in aiuto de’ suoi
-nemici, e mescolato tra loro, con animosa battaglia durissima, per la
-virtù degli Ungheri fu sconfitto, e rimase morto in sul campo. E bene
-cadde nella sentenza dell’antico proverbio che dice, chi è povero di
-spie è ricco di vituperio, e fece fede che non si vuole avere tanto a
-vile il nemico che non creda che offendere lo possa. Di questa tenzone
-non curata ne’ principii, come si dovea, e lasciata passare in malattia
-da non rimediare, nacque, che avuto il passo da questo barone il re
-d’Ungheria con grande esercito passò la Danoia, come a suo luogo e
-tempo diviseremo.
-
-
-CAP. XXIII.
-
-_Come sotto nome di falsa pace il re di Navarra tribolò Francia._
-
-In questo medesimo tempo il sollecito re di Navarra, avendo in
-apparenza ridotti gl’Inghilesi in forma di compagnia, per non mostrare
-di volere fare contro alla volontà del re d’Inghilterra, e contro alla
-falsa pace che per lui era bandita, cominciò a cavalcare in Berrì, e
-tribolare quel paese con aspra e mortale guerra, stendendosi infino
-in Campagna, rubando le ville e’ cammini, e ardendo chi non si voleva
-rimedire. I legati del papa, ch’aveano preso cura della concordia
-tra’ due re, vedendo quello che il re di Navarra aveva fatto col
-braccio degl’Inghilesi, ne scrissono al re d’Inghilterra, pregandolo
-che per bene della pace senza più aizzare i Franceschi li piacesse
-porvi rimedio; e massimamente perchè il fatto pareva contro al suo
-comandamento, e non atto di pace com’era ita la grida. Il re rispose,
-che di ciò li pesava, e che non vedea come a quella mala gente, e del
-tutto disposta a mal fare, potesse rimediare nè mettervi riparo, che
-volentieri per suo onore il farebbe. Stando le cose di Francia mal
-disposte in questi baratti, nel mese d’aprile 1359, nella città di
-Digiono in Borgogna, una parte del popolo minuto vago di preda si levò
-a romore, e corsono a furore alle case de’ maggiori e de’ più ricchi
-cittadini della terra, e rubaronli, e chi non fuggì loro dinanzi in
-quella tempesta fu morto. Il duca di Borgogna sentendo questa novità, e
-temendo di ribellione, mandò là di sua gente d’arme, e de’ malfattori
-ne fece assai bandeggiare, e presine nel numero di centoventi, per
-vendetta del misfatto gli fece appendere per la gola.
-
-
-CAP. XXIV.
-
-_Novità state a Montepulciano._
-
-Tornando alle italiane tempeste, messer Niccolò della casa di quelli
-del Pecora di Montepulciano, il quale era stato egli e’ suoi altra
-volta signori di quella terra, essendo stato lungo tempo di fuori, e
-assai onorato dal comune di Perugia, il quale avendolo fatto cavaliere
-gli aveano donato una tenuta del comune, la quale era in sulle
-Chiane presso assai a Montepulciano, la quale si chiamava Valliano,
-luogo forte, e ubertuoso d’ogni cosa, e traevanne loro vita assai
-onorevolmente. Sentendo il cavaliere l’animo de’ suoi terrazzani mal
-contenti, e atti a fare novità per sdegno di male reggimento, e che
-mala volontà era in tra ’l comune di Siena e quello di Perugia, il
-perchè lo stato de’ Montepulcianesi vagillava, ed era senza riposo, si
-mise segretamente a cercare per mezzo degli amici co’ suoi terrazzani
-di volere tornare in Montepulciano. E trovando la materia disposta
-all’intendimento suo, accolse segretamente brigata, e di maggio 1359,
-senza fare novità alcuna, s’entrò nella terra, e da’ terrazzani fu
-ricevuto lietamente, dicendo esso, che non temesse nessuno, perocchè
-liberamente e di buon cuore aveano perdonato a qualunque offeso gli
-avesse, e ch’elli intendeano tutti tenere e trattare per fratelli.
-E avendo ricordo che la riotta ch’era stata tra lui e messer Iacopo
-suo consorto era stata la cagione principale perchè avea perduta
-la signoria della terra, avendo provato che è il perdere lo stato
-con andare all’altrui mercede, mandò prestamente per lui, e feglisi
-incontro assai di spazio fuori della terra, e lo domandò, s’egli
-intendea a perdonare liberamente a qualunque offeso l’avesse, e con lui
-essere unito al beneficio e stato comune della terra loro, che quando
-l’animo suo intendesse al contrario, che amendue prendessono altro
-viaggio, e lasciassono in pace la terra al governo de’ suoi terrazzani;
-e avendo detto, messer Iacopo disse, che ’l suo animo era buono, e che
-liberamente a tutti avea perdonato, e promesso che mai non ne farebbe
-vendetta, si presono per mano, e con festa grande e buona volontà di
-quelli della terra entrarono nel castello, e furono fatti signori, e
-con molta concordia si dirizzarono a ben fare, e a mantenere amistà co’
-Perugini, e a onorare i Sanesi.
-
-
-CAP. XXV.
-
-_Di fanciulli mostruosi che nacquero in Firenze e nel contado._
-
-Del mese d’aprile in questo anno, in Firenze e nel contado nacquero
-parecchi fanciulli contraffatti, mostruosi, e spaventevoli in vista,
-alcuno in figura di becco, e le braccia e il petto come membra
-femminili, e libere, e compiute; altri nacquero in altre forme
-mirabili, e assai differenti dall’umana natura. E appresso nell’autunno
-seguente seguì, che molte donne libere del partorire dopo più giorni
-morirono. E questo accidente si pensò per li savi che procedesse dal
-cielo, in breve tempo non avesse fornito suo grande sfogamento: e
-prendevano le donne tanta gran paura venendo all’atto del parto, che
-molte se ne morivano; e se ’l cielo di questo e de’ parti strani fè
-segno, ristorò ne’ leoni, che tre maschi ne nascerono la vigilia di
-santo Zanobi.
-
-
-CAP. XXVI.
-
-_Come la compagnia passò in Toscana, e cercò concordia con i
-Fiorentini._
-
-Poichè la gran compagnia del conte di Lando, afflitta e consumata la
-Romagna e la Marca, aveano dal legato ricevuta la paga e la promessa
-che detta avemo da’ comuni di Toscana, superba e baldanzosa si mosse, e
-sotto la guida de’ cittadini che dati l’erano a condotta dal comune di
-Perugia passò per lo distretto di Perugia, cioè per quello della Città
-di Castello e del Borgo a Sansepolcro, che allora erano a’ comandamenti
-e al seguo del comune di Perugia, e tutto che ne’ patti avessono
-promesso non fare danno, le rapaci mani non si poteano contenere che
-non predassono, e offendessono chi le facesse contesa; e ciò non passò
-senza querele de’ paesani, poco intese da’ loro signori Perugini.
-Loro passata ne’ detti luoghi fu nel detto anno 1359 entrando il mese
-di maggio; e nel detto stallo e trapasso, credendo ogni gente d’arme
-arricchire in sul nostro contado della preda e ricetto, e di quello
-che insieme pensavano fare rimedire il comune di Firenze, abbandonato
-nell’impresa, come detto avemo, dal legato e da’ comuni di Toscana,
-che per invidia e mal talento prendevano speranza che molto abbassasse
-nostro comune, tanto crebbe e multiplicò la detta compagnia sì di gente
-cassa dal legato, e da’ Perugini, e da’ Sanesi, e da altri comuni, che
-passava il numero di cinquemila cavalieri, e di mille Ungheri, e di
-più di duemila masnadieri di gente senza arme fornite, ch’erano assai
-più di dodicimila bocche senza le bestie. Il perchè avveniva, che
-dovunque s’alloggiavano, eziandio per pochi dì, secondo i loro patti
-e convegne tutto consumavano e guastavano in forma, che a’ paesani
-toglieano la fatica di fare la ricolta. Quando i conducitori della
-compagnia e i loro capitani si vidono in luogo che poteano per aperto
-cammino, venire in sul contado di Firenze, con sottile modo e con molta
-sagacità e astuzia feciono da molte parti muovere amici del comune
-di Firenze, e alcuno scrivere, e alcuni venire infino a Firenze a
-cercare convegna, offerendo ogni concordia, lega e patto che sapessono
-o volessono domandare il comune. Stando in queste mene, e di continovo
-fortificandosi il comune, in processo di tempo arrivarono a Firenze
-ambasciadori del marchese di Monferrato, i quali erano stati nella
-compagnia per conducerla al soldo suo e de’ suoi collegati, i quali
-domandavano cortesemente al nostro comune per parte di loro signore
-solo il titolo della concordia senza pagare danari, e il passo sicuro
-per lo distretto del comune di Firenze, più offerendo per ammenda
-dare al comune nostro fiorini dodicimila d’oro: e oltre a costoro per
-simigliante cagione vennono segretamente certi cittadini di Perugia.
-Il comune che per suo onore avea presa la tira, nel proposito suo
-stette fermo e costante, e non intralasciava per ragionamenti che non
-intendesse continovamente alla difesa, cercando di mettersi a prova
-di spegnere la compagnia in Italia. E certo fu mirabile cosa, che
-’l nostro comune si volesse mettere a partito e a fortuna con gente
-con cui non potea guadagnare altro che fama e onore; ma così era per
-quella volta disposto, e tanto pertinace al servigio, che minacce, nè
-offerta di larga e onorata concordia, nè altro qual’altro vantaggio
-lo potè ritrarre della pertinacia del suo proponimento; essendo tutto
-di combattuto da molti grandi e potenti suoi cittadini, i quali o che
-conoscessono il pericolo, o che temessono di loro possessioni, o perchè
-fossono d’animo vile, apertamente ne’ pubblichi e aperti consigli
-aoperavano e consigliavano che si prendesse l’accordo; ma il desiderio
-di vivere in libertà vinse l’appetito de’ cittadini, che consigliavano
-e voleano per maggioranza che ’l comune facesse a loro modo, e la paura
-della compagnia, e ogni stimolo degli amici che si provarono di ciò.
-Questo addivenne per l’unità de’ cittadini mercatanti, e artefici, e di
-mezzano stato, che tutti concorsono in uno volere all’onore e bene del
-comune.
-
-
-CAP. XXVII.
-
-_Come la compagnia s’appressò a Firenze._
-
-Mentre che questi ragionamenti si bargagnavano e menavano per lunga, la
-forza del comune di Firenze continovo cresceva sì per gente di soldo
-e sì per amistà, perocchè in questo venne del Regno mandato dal re
-Luigi il conte di Nola della casa degli Orsini con trecento cavalieri;
-e sentendo il conte di Lando sua venuta essendo a Bettona, con mille
-barbute a loro cavalcò incontro, credendolisi avere a man salva; ma
-ciò sentendo per sue spie il conte di Nola, il quale era molto loro
-presso, come gente del re per lo capitano furono ricevuti in Spoleto:
-la qual cosa a’ Perugini fu tanto grave, che al capitano predetto di
-Spoleto, che era loro cittadino, cercarono di fargli tagliare la testa;
-e per mandare ciò ad esecuzione, mandarono il loro conservadore che
-cercasse di farlo; ma li Spoletani, che si contentavano d’avere fatto
-servigio al re nella persona della gente sua, nol vollono patire, e
-non lasciarono entrare il conservadore in Spoleto; per questa cagione
-furono vicini a ribellarsi al comune di Perugia. Il conte di Lando
-stando alla bada più dì di prendere questa gente, vedendo tornare in
-fummo il suo proponimento, per non perdere più tempo si ritornò alla
-sua compagnia, e il conte di Nola preso il suo tempo a salvamento se ne
-venne a Firenze. Anche avvenne, che fu bella cosa, che dodici cavalieri
-napoletani tra di Capovana e di Nido, facendo loro caporale un messer
-Francesco Galeotto, sì per servire nostro comune, e sì per fare prova
-di loro persone sentendo che con la compagnia si deliberava di prendere
-battaglia, con altrettanti scudieri a loro compagnia in numero in
-tutto di cinquanta barbute, nobilmente montati, e con ricche e reali
-transegne e armadure, alle loro spese vennono a Firenze, e tornarono
-in casa de’ cittadini, veduti lietamente e onorati da tutti, standosi
-dimesticamente co’ cittadini per la terra in pace e in sollazzo,
-aspettando che si facesse battaglia, e stettono tanto che si partì la
-compagnia: il comune veggendo la cortesia e l’amore ch’aveano mostrato,
-gli onorò di doni cavallereschi, cera e confetti. La compagnia essendo
-stata oltre al tempo promesso in sul contado di Perugia, e loro fatto
-gran danno e disagio, si dirizzarono a Todi, dove stettono sei dì,
-danneggiando e vivendo di preda, e’ Todini ricomperarono il guasto
-quelli danari che poterono fare; onde per patto di loro terreno si
-partì la compagnia, e a dì 25 di giugno fu a Bonconvento e al Bagno a
-Vignoni, ricevuta con apparecchio di vittuaglia da’ Sanesi, e a guida
-di loro cittadini.
-
-
-CAP. XXVIII.
-
-_Come il comune di Firenze diè l’insegne, e mandò a campo la sua gente._
-
-I Fiorentini essendo pieni di buona speranza sì per lo loro capitano,
-che a que’ tempi era riputato grande maestro di guerra e uomo di grande
-cuore, e sì per li molti gentili uomini pratichi in arme ch’erano
-mandati per capitani della gente ch’era venuta nell’aiuto del comune,
-e sì per gli altri paesani e forestieri ch’erano sentiti, e atti non
-che a seguitare ma a conducere e a governare ogni grand’oste, i quali
-erano tutti di buono volere, e desiderosi di prendere battaglia e per
-loro fama e onore, e per servire e accattare la grazia del comune di
-Firenze, e per spegnere quella mala brigata, e l’usanza del criare
-spesso compagnia per ingordigia di fare ricomperare signori e comuni;
-appresso si vedea il comune fornito di bella gente e bene armata
-e non di ribaldaglia; il perchè sabato a dì 29 di giugno, il dì di
-san Piero, coll’usato modo e stile di nostro comune, con allegrezza
-e festa si dierono l’insegne, e ’l capitano ricevuta la reale di
-mano del gonfaloniere di giustizia, l’accomandò a messer Niccolò de’
-Tolomei da Siena, il quale era allora al soldo del comune di Firenze,
-uomo fedele e di grande animo; e ciò fu fatto cautamente, prima per
-levare invidia tra’ cittadini, appresso perchè fu pensato che tale
-uomo dovesse essere più ubbidiente e riverente al capitano che se
-fosse stato cittadino, ancora per onorare la casa de’ Tolomei, che
-sempre era stata in fede e in divozione del comune di Firenze più
-ch’altra casa di città di Toscana; la qual cosa per quella volta fu
-poco a grado a’ Sanesi. L’insegna de’ feditori fu data a messer Orlando
-Tedesco antico soldato del nostro comune, fedele e provato in tutte
-maniere; e così si fè, per mostrare la fede che’ l nostro comune avea
-ne’ Tedeschi, e animarli a ben fare, che non ostante che la zuffa
-si dovesse principalmente pigliare co’ Tedeschi, volle fare palese
-il comune, che quelli di quella lingua erano leali, e che ciascuno
-di loro si dovea e potea fidare. Data l’insegna e piena libertà al
-capitano di combattere e di non combattere per l’esaltazione e onore
-del comune di Firenze, senza darli consiglieri o tutori cittadini che
-’l potessono variare o impedire, cosa rade volte usata per lo comune,
-ma utilmente fatta, e nella detta impresa lodata, si partì di Firenze
-con l’esercito che allora avea apparecchiato nostro comune, che fu in
-questo numero: duemila barbute eletti e duemila masnadieri contadini
-di bello apparecchio, cinquecento Ungheri di soldo, milledugento
-barbute eletti e quattrocento cavalieri già venuti di quelli di messer
-Bernabò, dugento di quelli del Marchese di Ferrara, dugento di quelli
-del signore di Padova, trecento di quelli del re Luigi, trecento
-che n’avea mandati il legato non volontariamente, ma per virtù de’
-patti della pace, i quali era tenuto a osservare al nostro comune,
-cinquanta barbute di cavalieri napoletani, messer Lupo da Parma con
-trenta barbute, ottanta barbute degli Aretini e con fanti da piè
-gente eletta e pulita, dugento fanti del conte Ruberto, e da Pistoia
-messer Ricciardo Cancellieri con dodici a cavallo per sè proprio e
-trecento fanti del suo comune, d’altra amistà e vicinanza oltre a
-fanti trecento, sicchè questa prima mossa furono circa a quattromila
-cavalieri e altrettanti pedoni, e il dì se n’andarono e posonsi a campo
-in sulla Pesa e nelle contrade d’intorno, per ordinarsi e accogliere
-l’altra gente che si attendea de’ soldati di messer Bernabò.
-
-
-CAP. XXIX.
-
-_Come la compagnia girò il nostro contado, e la nostra a petto._
-
-Essendo la compagnia stata più giorni al Bagno e a Bonconvento andonne
-a Isola, e avuto quivi da’ Sanesi la vittuaglia in abbondanza per
-portarne con seco, a dì 20 di giugno mossono campo a piccoli passi
-girando per non venire su quello di Firenze, e lasciandosi Siena
-alle reni feciono la via da Pratolino, e ivi dimorarono due dì di
-luglio, avendo la condotta e la panatica da’ Pisani sì se n’andarono
-a Ripamaraccia, e l’oste de’ Fiorentini si levò di Pesa e valicò
-Castelfiorentino, e a dì 5 di luglio mutò campo, e fermossi alla
-torre a Sanromano, comprendendo infino alle Celle sotto Montetopoli,
-per attendere quivi la compagnia sotto verace e bello ordine e buona
-guardia, stando sempre avvisati; la compagnia da Rimamortoia se
-ne venne a Ponte di Sacco; e’ Pisani popolo e cavalieri con numero
-d’ottocento barbute o in quel torno, sotto colore di guardia, ma nel
-vero per dare alla compagnia caldo e favore, e in caso di zuffa aiuto
-e soccorso, si misono al Fosso arnonico, e venuta che fu la compagnia,
-la condussono al Pontadera, e come la vidono accampata, si ritornarono
-ad altre frontiere vicine a quel luogo; e se ’l fatto fosse seguito
-alle minacce della compagnia si trovò vicina all’oste de’ Fiorentini
-a due miglia, sicchè se voluto avessono fare d’arme l’aveano in balía;
-ma veggendo il conte di Lando e gli altri caporali ch’erano con lui che
-l’oste de’ Fiorentini si conduceva saviamente, e con ordine e maestria
-d’arme, e che di buona voglia arditamente contro a loro si metteano,
-non conoscendo nel luogo vantaggio, ma piuttosto il contrario, per
-migliore consiglio dopo a cinque dì che a fronte a fronte erano stati
-co’ nostri senza fare niuna mostra o atto di guerra, a dì 10 di luglio
-si partì bene la metà la mattina per tempo, e in sul mezzogiorno giunse
-a Sanpiero in Campo nel Lucchese, e accampossi quivi; il capitano
-de’ Fiorentini loro mandò alle coste messer Ricciardo Cancellieri con
-cinquecento uomini da cavallo per tenerli corti e stretti in cammino,
-e lasciato al passo di Sanromano bastevole guardia, a dì 21 di luglio
-mosse l’oste, e s’accampò alla Pieve a Nievole molto presso a’ nemici,
-in luogo, che tra l’uno oste e l’altro era il campo piano e aperto per
-fare d’arme chi avesse voluto.
-
-
-CAP. XXX.
-
-_Come la compagnia mandò il guanto della battaglia al nostro capitano,
-e la risposta fatta._
-
-Currado conte di Lando capitano e guida della compagnia, con gli altri
-caporali e conducitori, avendo da’ Pisani ferma promessa e dalla gente
-loro, ch’erano in numero di ottocento barbute e di duemila pedoni, la
-quale teneano in punto a Montechiaro sotto colore e nome di guardia,
-mischiandosi continovo con quella della compagnia, della quale cosa
-i Fiorentini n’erano crucciosi e male contenti, tutto che in vista
-accettassono le scuse de’ Pisani, e que’ della compagnia ne prendessono
-caldo e baldanza credendo spaventare col detto appoggio, a dì 12 del
-mese di luglio in persona loro trombetti mandarono con grande gazzarra
-trombando nel campo de’ Fiorentini con una frasca spinosa, sopra
-la quale era un guanto sanguinoso e in più parti tagliato con una
-lettera che chiedea battaglia, dicendo, che se accettassono l’invito
-togliessono il guanto sanguinoso di su la frasca pugnente; il capitano
-con molta festa e letizia di tutta l’oste prese il guanto ridendo; e
-ricordandosi che in Lombardia nel luogo detto la frasca era stata a
-sconfiggere il conte di Lando, con volto temperato e savio consiglio
-rispose in questa forma: Il campo è piano, libero e aperto in tra loro
-e noi, e pronti siamo e apparecchiati a nostro podere a difendere ed
-esaltare il campo in nome e onore del comune di Firenze e la giustizia
-sua, e per niuna altra cagione qui siamo venuti, se non per mostrare
-con la spada in mano che i nemici del comune di Firenze hanno il torto,
-e muovonsi male senza niuna cagione di giustizia o ragione di guerra;
-e per tanto speriamo in Dio, e prendiamo fidanza e certezza d’avere
-vittoria di loro: e a chi manda il guanto direte, che tosto vedrà
-se l’intenzione sua risponderà alla fiera e aspra domanda: e fatta
-questa risposta, e onorati i trombetti di bere e di doni, il capitano
-fece sonare li stromenti per vedere il cambio de’ suoi; e tutto che
-dubbioso sia l’avvenimento della battaglia, e che vittoria stia nelle
-mani di Dio, e diela a cui e’ vuole, grande sicurtà e fidanza prendeva
-nostra gente, che in que’ giorni era fortificata di trecento soldati
-di cavallo nuovamente fatti per lo nostro comune, e della venuta di
-messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di messer Bernabò che in que’
-pochi dì venne con cinquecento cavalieri e con mille masnadieri, il
-quale giunto, a grande onore ricevuto da’ Fiorentini, e donatoli uno
-nobile destriere, di presente cavalcò nell’oste e con molti cittadini,
-i quali stimando che si facesse battaglia si misono in arme e andarono
-all’oste. E infra l’altre cose che occorsono in questa faccenda fu,
-che messer Biordo e ’l Farinata della casa degli Ubertini essendo in
-bando per ribelli del comune di Firenze, s’offersono in suo aiuto e
-onore, ed essendo graziosamente accettati, vennono con trenta a cavallo
-nobilmente montati e bene in arnese, e veduti volentieri e lodati da
-tutti cavalcarono al campo, d’onde per tornare in grazia del nostro
-comune tanto si faticò messer Biordo, ch’era grande maestro di guerra,
-che ne prese infermità, e tornato a Firenze ne morì, e per lo nostro
-comune fu di sepoltura maravigliosamente onorato come a suo tempo
-diremo. E stando dopo la detta richiesta a petto l’un oste all’altro
-senza fare in arme atto nessuno, una notte di furto si partirono della
-compagnia trecento cavalieri con alquanti masnadieri, e cavalcarono
-verso Castelfranco, e ritraendosi senza, preda, si riscontrarono con
-tre cittadini di Firenze e altri Empolesi i quali alla mercatantesca
-tornavano da Fisa, i quali presono, e feciono ricomperare, e da indi
-innanzi più non s’attentarono di cavalcare in sul nostro contado e
-distretto. Stando le due osti vicine, parendo al conte di Lando, e
-agli altri caporali e a tutta la compagnia avere poco onore della
-invitata di giostra, a dì 16 del mese di luglio con le schiere fatte
-si misono innanzi verso l’oste de’ Fiorentini: il capitano saviamente
-consigliato, fatto della gente del nostro comune una massa, con
-maestria e bell’ordine di gente d’arme in tutte sue parti bene divisa
-e capitanata com’era mestiere, si dirizzarono verso i nemici, i quali
-veggendoli venire, si fermarono in un luogo che si chiama il Campo alle
-Mosche, il quale era cinto di burrati e aspre ripe, dove senza grande
-disavvantaggio di chi volesse offendere non poteano essere assaliti; i
-nostri gli aspettarono al piano, allettandoli alla battaglia il luogo
-il quale era comune; ma i grandi minacciatori, e di poco cuore, se
-non contro a chi fugge, non s’attentarono di scendere al piano, e co’
-palaiuoli e marraiuoli che assai n’aveano da’ Pisani non intesono a
-spianare il campo, ma ad afforzarsi con barre e steccati in quel luogo,
-e ivi alloggiatisi, e arso il campo ond’erano partiti, il capitano de’
-Fiorentini si fermò coll’oste dov’era arso il Campo, a meno d’un miglio
-di piano presso a’ nemici, e quivi afforzossi per non essere improvviso
-assalito, e spesse fiate con gli Ungheri insino alle barre facea
-assalire i nemici, ma nulla era, che tutti o parte di loro si volessono
-mettere a zuffa; il perchè faceano pensare che ciò facessono per
-maestria di guerra per cogliere i nostri a partito preso e a vantaggio
-loro; ma il savio capitano col buono consiglio sempre stava a riguardo
-e provveduto in forma, che con inganno non li facessono vergogna. I
-Sanesi veggendo che contro la loro opinione e pensiero i Fiorentini
-prosperavano, per ricoprire il fallo loro ne feciono un’altro maggiore,
-perocchè per loro ambasciadori si mandarono a scusare al nostro comune,
-e offerendo aiuto trecento barbute; la scusa fu benignamente ricevuta,
-e accettata la promessa, la quale feciono, che si convertì in fumo,
-perchè non si facea nè procedea di diritto e buon cuore.
-
-
-CAP. XXXI.
-
-_Come la compagnia vituperosamente si partì del Campo delle Mosche, e
-fuggissi._
-
-Vedendo i conducitori della compagnia che l’oste de’ Fiorentini era
-loro appressata con molta allegrezza sotto il savio governo del buono
-capitano, e di molti altri valenti uomini d’arme famosi, e sofficienti
-ad essere ciascuno per sè capitano, e di tali v’erano ch’erano stati,
-e che la gente del comune di Firenze era fresca e bene armata, e la
-loro stanca, e la maggiore parte fiebole e male in arnese; e veggendo
-che al continovo a’ nemici forza cresceva, e temendo di non essere
-soppresi nel luogo dov’erano, e che i passi non fossono loro impediti;
-e sentendo, ch’e’ Fiorentini di ciò procacciavano, e presa esecuzione
-aveano mandati balestrieri e pedoni nelle montagne verso Lucca; e
-conoscendo che a loro convenia vivere di ratto spargendosi, e cercando
-da lunga la preda, o che essendo tenuti stretti a loro convenia o
-arrendersi o morire di fame; ed essendo stati a gravare i Pisani venti
-dì più che non era in patto con loro, soprastando quivi senza venire a
-battaglia temeano di soffratta di vittuaglia, aspettando il soperchio
-di non rincrescere ad altrui, e diffidandosi di vincere i Fiorentini
-per istracca, e tutto ch’avessono domandata battaglia la schifavano, e
-per tema di non esservi recati per forza s’erano afforzati con fossi
-e steccati, la vilia di santo Iacopo a dì 23 di luglio, di notte,
-innanzi l’apparita del giorno, misono nel loro campo fuoco, e in
-fretta sconciamente si partirono, quasi come in fuga, non aspettando
-l’uno l’altro, valicando il colle delle Donne in su quello di Lucca,
-ch’era loro presso; sicchè prima furono in su quello di Lucca infra sei
-miglia, che l’oste de’ Fiorentini li potessono impedire. E ciò avvenne,
-perchè il nostro comune avea imposto al capitano che si guardasse
-di non rompere la pace a’ Pisani cavalcando in su quello di Pisa o
-di Lucca, che la teneano allora, e per la detta cagione il capitano
-non si mise a seguirli. E certo e’ si portò valentemente in tenere a
-ordine e bene in punto così grande oste, e farsi temere e ubbidire alla
-gente che gli era commessa, e alla forestiera che serviva per amore,
-procedendo con savia condotta, e buona e sollecita guardia, per modo
-che in pochi giorni ricise il pensiero dell’offesa de’ nemici, e a loro
-tolse ogni speranza che ’l conte di Lando avea e gli altri caporali di
-fare quel male che aveano promesso di fare al nostro comune. Questa
-utile impresa e degna di fama fece assai manifesto, e fece conoscere
-pienamente a tutti i comuni di Toscana e d’Italia, e a’ signori, che
-gente di compagnia, quantunque fosse in numero grande, e terribile
-per sua operazione scellerata e crudele, si potea vincere e annullare,
-perocchè la sperienza occorse, che tale gente somigliante furono per
-natura vile e codarda cacciare dietro a chi fugge, e dinanzi si dilegua
-a chi mostra i denti. Noi vedemo, che il ladro sorpreso nel fallo
-invilisce, e lasciasi prendere a qualunque persona; e così addivenne
-di questa mala brigata, che solo per rubare si riducea in compagnia. E
-per non dimenticare il resto, quello di che giudichiamo degno di nota
-intorno a questa materia, pensiamo che fosse operazione di Dio, che
-in quel dì ch’elli erano stati sconfitti a piè delle Scalee nell’alpe,
-in quel medesimo dì rivolto l’anno e finito, essendo nel piano largo e
-aperto, si fuggirono del campo alle Mosche. Basti d’avere tanto detto,
-e faremo punto qui alle nostre fortune, per seguire delle straniere
-quante n’avvenne ne’ tramezzamenti di questi tempi, secondo che siamo
-usati di fare.
-
-
-CAP. XXXII.
-
-_Come il re d’Ungheria passò nel reame di Rascia._
-
-Poco addietro di sopra scrivemmo i casi occorsi nel reame di Rascia,
-e come il re di Rascia s’era partito dall’omaggio del re d’Ungheria,
-ed erasi fatto rubello; e seguendo la detta materia, tenendo il re di
-Rascia parte della Schiavonia appartenere a dominio al re d’Ungheria,
-cessava fare il debito servigio, onde il re d’Ungheria n’era forte
-indegnato. Il perchè trovato che il passo della Danoia gli era sicuro,
-e ricetto di sua gente apparecchiato per lo barone del re di Rascia,
-che colla forza e aiuto degli Ungheri avea vinto e sconfitto il suo
-avversario, e fattosi uomo del re d’Ungheria, del mese di maggio 1359,
-il re d’Ungheria con più de’ suoi baroni passarono la Rascia con grande
-quantità d’arcieri a cavallo e d’altra gente d’arme, colla quale si
-partirono dalla riva della Danoia, e passando per piani corsono infino
-alle grandi montagne di Rascia, e quivi trovarono nel piano molto di
-lungi dalle coste de’ monti gran gente del re di Rascia, quivi ragunata
-per difesa del regno. Gli Ungheri vogliosamente s’abboccarono con
-loro, e dopo lunga battaglia li ruppono, onde in fuga abbandonarono il
-piano, e ridussonsi alla montagna. E avendo la gente del re d’Ungheria
-fatto questo principio, il re in persona valicò la Danoia con grande
-esercito, e accozzato con l’altra sua oste, e seguendo la fortuna, si
-mise contra quella gente vile, e combattendo vinse gli aspri passi per
-forza, sicchè in breve tempo tutta la grande montagna fu tutta in sua
-balìa. Veggendosi il re prosperare, diliberò di valicare in persona la
-montagna, ma i baroni suoi non glie l’assentirono, perchè non parve
-loro che per questo la persona del re si mettesse a questa ventura,
-ma molti de’ baroni e molta di sua gente valicò per combattersi
-col re de’ Servi, che così è titolato il re di Rascia; il quale in
-campo non osò comparire, ma con tutta sua gente si ridusse, secondo
-loro costume, alle fortezze delle boscaglie, ove non poteano essere
-impediti, senza smisurato disavvantaggio di chi ne fosse messo alla
-punga. Gli Ungheri senza trovare contradizione o resistenza alcuna
-piccola o grande cavalcarono infra ’l reame più d’otto giornate per
-li piani aperti, non trovando niente che potessono predare, perchè
-tutto era ridotto alle selve; alquanti cavalieri ungheri si misono
-il campo in una boscaglia, ed essendo assaliti d’alquanti villani,
-credendo avere trovato il grosso de’ nemici, assai di loro si ferono
-cavalieri, stimando di venire a battaglia, i quali appellati furono poi
-per diligione e scherno i cavalieri della Ciriegia, perocchè essendo
-abbattuti nel bosco a’ ciriegi, ne mangiavano quando da’ detti villani
-furono assaliti. Il re d’Ungheria, veggendo sua stanza senza profitto,
-non avendo trovato contasto, con tutta sua oste si ritornò in Ungheria.
-
-
-CAP. XXXIII.
-
-_Come messer Feltrino da Gonzaga tolse Reggio a’ fratelli._
-
-Messer Guido da Gonzaga signore di Mantova, quando fermò la pace tra’
-signori di Milano e la lega di Lombardia, segretamente promise a messer
-Bernabò, che per li suoi danari gli darebbe la città di Reggio. Questo
-segreto venne agli orecchi di messer Feltrino suo fratello innanzi che
-la detta promessa avesse effetto. Messer Feltrino prese suo tempo, e
-senza saputa di messer Guido entrò in Reggio, e con aiuto di gente e
-d’amici rubellò la città. Messer Guido credendo ricoverare la città per
-forza, del mese di maggio del detto anno ricolse grande gente d’arme,
-e impetrò ed ebbe aiuto da’ signori di Milano: e stando in Mantova, e
-ordinandosi per porre l’assedio, sentì che ’l signore di Bologna e ’l
-marchese di Ferrara aveano alla difesa fornita la terra, onde si rimase
-dell’impresa, la quale faceva malvolentieri, per non appressarsi troppo
-la forza de’ signori di Milano.
-
-
-CAP. XXXIV.
-
-_Come il vescovo di Trievi sconfisse gl’Inghilesi._
-
-Il vescovo di Trievi veggendo il reame di Francia in tanta rivoluzione
-e traverse, e che necessario era a’ cherici per difesa di loro
-franchigia prendere l’arme, come uomo valoroso, ricolse gente d’arme e
-d’amistà e di soldo, e abboccossi per avventura in un assalto con certi
-Inghilesi, ch’erano guidati per gente del re di Navarra, e combattè
-con loro e sconfisseli, i quali erano intorno di millecinquecento, de’
-quali assai ne furono morti. In questo medesimo giorno il Delfino di
-Vienna si mise ad assedio a Monlione, il quale era venuto alle mani
-degl’Inghilesi, per racquistarlo, e forte lo strinse, perchè essendo il
-castello presso a dieci leghe a Parigi, gli parea gran vergogna fosse
-della corona e grande abbassamento che fosse in podestà de’ nemici, e
-’l luogo era molto presso a Parigi, e forte offendea. Durante l’assedio
-avea il Delfino a suo soldo certi baroni alamanni, e non avendo di che
-pagarli, loro diede in gaggio due buoni castelli del reame. Puossi
-considerare in quanta soffratta e debolezza era in questi giorni il
-reame di Francia, che si stimò per li savi se non fosse stato, com’era,
-antico e corale l’odio per lunghe riotte aveano avute i Franceschi e
-gl’Inghilesi, in dispetto innaturale convertito, il quale facea a’
-Franceschi sostenere ogni affanno e ogni tormento, per certo il re
-d’Inghilterra era sovrano della guerra.
-
-
-CAP. XXXV.
-
-_Come fu soccorsa Pavia, e levatone l’oste de’ Visconti._
-
-L’oste di messer Galeazzo signore di Milano lungamente era stato sopra
-Pavia con certe bastite, forte tenendo stretta la terra; il marchese
-di Monferrato preso suo tempo, con la più gente potè ragunare s’entrò
-cautamente in Pavia, e avuto per sue spie del reggimento dell’oste,
-e del poco ordine e guardie di quelli delle bastie, subitamente e
-aspramente li assalì improvviso, e li ruppe e sbarattò, e liberò
-dall’assedio, e menò in Pavia più di dugentocinquanta cavalieri e molti
-prigioni, e fornimento e arnese; e ciò fatto, si tornò alle terre sue.
-Messer Galeazzo per la sua gran potenza poco pregiando quella rottura
-rifornì subitamente le frontiere di Pavia di gente d’arme assai più
-che di prima, facendo tutto dì cavalcare in sulle porti di Pavia di
-gente d’arme assai più che di prima, sicchè senza tenervi bastia forte
-gli affliggea, e tenevagli sì stretti, che non s’ardivano d’uscir
-fuori persona, e di loro frutti non poteano avere bene. E del seguente
-mese di luglio il detto messer Galeazzo fece un’altra grande oste, e
-mandolla nel Monferrato addosso al marchese.
-
-
-CAP. XXXVI.
-
-_Come il capitano di Forlì s’arrendè al legato._
-
-Avendo perduto il capitano di Forlì il caldo della compagnia, ed
-essendo per la lunga guerra molto battuto, e vedendo che più non potea
-sostenere, e che poco era in grazia e in amore de’ suoi cittadini
-per la messa che fatta avea della compagnia in Forlì, essendo tra il
-legato e lui per mezzani lungo trattato d’accordo, prese partito di
-arrendersi liberamente alla discrezione e misericordia del legato,
-con alcuna promessa d’essere bene trattato e del modo, che a dì 4 di
-luglio 1359, il legato in persona, avendo prima messa la gente sua e
-prese le fortezze, entrò in Forlì con grande festa e solennità e di
-sua gente e de’ cittadini di Forlì. Nella quale entrata Albertaccio
-da’ Ricasoli cittadino di Firenze, il quale al continovo era stato
-al consiglio segreto del cardinale, e delle sue guerre in gran parte
-conducitore e maestro, in sull’entrare del palagio fatto fu cavaliere.
-E ciò fatto, il legato ordinato la guardia della città e lasciatovi
-suo vicario se n’andò a Faenza, e ivi in piuvico parlamento, essendo
-dinanzi da lui messer Francesco degli Ordelaffi per addietro capitano
-di Forlì, riconobbe e confessò tutti i suoi falli ed errori che
-commessi avea contro la Chiesa di Roma e suoi pastori, i quali letti
-li furono nella faccia in presenza del popolo, domandando umilmente
-perdono e misericordia dalla Chiesa di Roma. Il legato fatto ciò, e in
-lungo e bello sermone gravando in parole l’ingiurie e la pertinacia
-della resia, e le pene nelle quali era incorso il capitano, privollo
-d’ogni dignità e onore, e per penitenza gl’impose, ch’elli vicitasse
-certe chiese di Faenza in certa forma; e ciò fatto, il legato cavalcò
-a Imola, ove venne il signore di Bologna sotto la cui confidanza il
-capitano s’era arrenduto; e stati a parlamento insieme più giorni,
-a dì 17 di luglio, il cardinale ricomunicò nella mensa messer
-Francesco degli Ordelaffi, e nominatamente tutti i suoi aderenti
-e quelli che l’aveano favoreggiato, e ristituillo nell’onore della
-cavalleria, e perdonogli tutte l’offese per lui fatte alla Chiesa di
-Roma, e annullò ogni processo per lui fatto di resia contro a lui, e
-ridusselo nella grazia sua, e dichiarò che dieci anni fosse signore
-di Forlimpopoli e di Castrocaro, potendo stare in ciascuno de’ detti
-luoghi famigliarmente, e rimanendo le rocche in guardia d’amici comuni,
-e liberamente li ristituì la moglie, e’ figliuoli, e tutti quelli
-che tenea in prigione degli amici e seguaci del capitano; e così
-ebbe fine la lunga e pertinace guerra e ribellione del capitano di
-Forlì; e per la detta cagione la Romagna rimase in pace, e liberamente
-all’ubbidienza della Chiesa di Roma.
-
-
-CAP. XXXVII.
-
-_Di una compagnia creata d’Inghilesi in Francia._
-
-Volendo il re d’Inghilterra mostrare osservazione di pace secondo
-l’ordine, infintamente in suo titolo o nome niuna guerra fatta nel
-reame di Francia, ma i molti Inghilesi ch’erano nel reame seguendo
-il segreto ordine dato per lui ora con uno ora con altro caporale
-s’accostavano che li guidasse a guerreggiare e sconciare il reame di
-Francia; in questi tempi della state uno sartore inghilese il quale
-avea nome Gianni della Guglia, essendo nella guerra dimostrato prode
-uomo con gran cuore in fatti d’arme cominciò a fare brigata di saccardi
-e assai Inghilesi che si dilettavano di mal fare, e che attendeano a
-vivere di rapine, e cercando e rubando ora una villa ora un’altra nel
-paese crebbe in tanto sua brigata, che da tutti i paesani era ridottato
-forte; e per questo senza i casali non murati cominciarono tutti a
-patteggiarsi con lui, e li davano pannaggio e danari, ed egli li faceva
-sicuri; e per questo modo montò tanto sua nomea che catuno si facea suo
-accomandato, onde in pochi mesi fece gran tesoro. Essendo moltiplicato
-di gente e d’avere, cominciò a passare di paese in paese, e sì andando
-venne insino al Pau, e ivi prese laici, e’ cherici rubò, e’ laici
-lasciò andare; onde la corte di Roma ne mostrò gran paura, e pensava
-a farsi forte per resistere a quella brigata. Costui nell’avvenimento
-del Pau de’ signori d’Inghilterra lasciò il capitanato e la gente, e
-ridussesi all’ubbidienza del re, e de’ danari ch’avea accolti ne fè
-buona parte a’ reali; e così andavano in que’ tempi i fatti di Francia.
-
-
-CAP. XXXVIII.
-
-_D’una zuffa che fu tra gli artefici di Bruggia._
-
-Noi avemo detto più volte, che ’l mondo per lo suo peccato non sa
-nè può stare in riposo, e le sue travaglie, le quali scrivemo, ne
-fanno la fede, che si può dire veramente l’opera nostra il libro
-della tribolazione, e nuove. In questi dì a dì 17 di luglio, avendo
-il conte di Fiandra ragunata la comune di Bruggia per alcuna sentenza
-che dare dovea per danno d’alcuno sopra certo misfatto, uno calzolaio
-prosuntuosamente si levò a dire nella ragunanza contro alla volontà
-del conte, il perchè due degli altri minuti mestieri parlando lo
-ributtarono, e dissono contro a lui. Il calzolaio trasse fuori la
-spada, e disse, che chi ’l volesse seguire con sua arme n’andasse
-alla piazza di Bruggia, il perchè molti de’ mestieri il seguirono; e
-ragunati in sul mercato con loro arme e transegne stavano in punto,
-e attenti per rispondere a chi gli volesse di quel luogo cacciare.
-Altri mestieri, che non erano contenti che costoro pigliassono nella
-villa maggioranza, de’ quali si feciono capo folloni e tesserandoli,
-s’andarono ad armare, e in breve spazio di tempo in gran numero
-si ragunarono in sul mercato, e di subito senz’altro consiglio in
-fiotto si dirizzarono a coloro ch’erano schierati in sulla piazza, e
-percossonli, e rupponli, e nell’assalto n’uccisono cinquantasette,
-e molti ne magagnarono di fedite. E ciò fatto, co’ loro avversari
-di presente feciono la concordia, e di loro feciono tre capi, uno
-tesserandolo, e uno carpentiere, e uno calzolaio, e in questi tre fu
-riposto e commesso il fascio e tutto il pondo di loro governamento
-e reggimento; e al conte non feciono violenza alcuna, nè niuno mal
-sembiante. E racchetò la furia e il bollore del popolo in un batter
-d’occhio, questi tre mandarono la grida, che catuno andasse a fare
-suo mestiero, e ponesse giù l’arme, e così fu fatto. Che a pensare,
-ed è incredibile cosa e maravigliosa, che il tumulto di tanto popolo
-con cotante offensioni e tempeste s’acquetasse così lievemente, senza
-ricordo delle ingiurie sanguinose mescolate della pace, ciò si può
-dire, che in un punto fu la pace, e l’aspra e crudele guerra.
-
-
-CAP. XXXIX.
-
-_Come l’imperadore de’ Tartari fu morto._
-
-In questo tempo il figliuolo di Giannisbec imperadore de’ Tartari,
-ch’abitava intorno alla marina del Mare oceano detto volgarmente il
-Mare maggiore, avendo pochi anni tenuto l’imperio, e in quello piccolo
-tempo fatto morire per diversi modi quasi tutti quelli ch’erano di suo
-lignaggio, o per paura che non li togliessono la signoria, o per altro
-animo imperversato e tirannesco, ultimamente caduto in lieve malattia,
-affrettato fu di morire d’aprile 1359. E quanto che sua vita fosse
-con molta guardia e cautela, difendere non si seppe da morte violente,
-tanto era per sua iniquità mal voluto: e pur venne l’imperio dove con
-sollecitudine s’era sforzato che non pervenisse, a uno di sua gesta.
-
-
-CAP. XL.
-
-_Di novità de’ Turchi in Romania._
-
-Nel medesimo tempo di sopra Ottoman Megi, il maggiore signore de’
-Turchi, avendo riavuto il figliuolo il quale, come dicemmo, era stato
-preso da’ Greci, col detto suo figliuolo insieme con esercito grande
-di Turchi avea lungo tempo assediata Dommettica, nobile e bella città
-posta in Romania, la quale non essendo soccorsa dall’imperadore di
-Costantinopoli nè dagli altri, e non potendosi più tenere, s’arrendè, e
-venne in potestà de’ Turchi. E avendola Ottoman di sua gente di guardia
-fornita, con grandissima gente di Turchi si dirizzò a Costantinopoli,
-con speranza di prendere la terra, o per assedio, o per battaglia; e
-giunti, fermarono loro campo presso alla città, correndo spesso per
-tutti i paesi dintorno, e facendo a’ Greci grandissimo danno. E ivi
-stati lungamente senza fare acquisto di cosa che venisse a dire niente,
-veggendo che poco potea adoprare, se ne tornò in Turchia.
-
-
-CAP. XLI.
-
-_Come il Delfino di Vienna fece pace col re di Navarra._
-
-Quanto che la pace fatta tra’ due re d’Inghilterra e di Francia in
-sostanza fosse nonnulla, nondimanco per non potere per onestà offendere
-palesemente forte era allentata la guerra, e molti Inghilesi s’erano
-tornati nell’isola con quello ch’aveano potuto avanzare del nò e del
-sì. Al re di Navarra pochi Inghilesi erano rimasi, onde non potendo
-tanto male fare quanto per l’addietro era usato, questa tiepidezza
-di tempo diede materia a quei baroni di cercare pace tra ’l re e ’l
-Delfino, la quale per le dette cagioni assai tosto seguì. E accozzati
-il re e ’l Delfino, per buona e ferma pace si baciarono in bocca, e
-il re promise di stare in fede della corona di Francia, e d’atare il
-Delfino a suo potere contro all’oppressione degl’Inghilesi. Questa pace
-molto fu cara, e di gran contentamento a’ Franceschi, perocchè la loro
-divisione era stata materia del guasto di Francia. Ma come che ’l fatto
-si fosse, la pace i più pensarono che fosse con inganno e a mal fine
-per la viziata fede del re di Navarra, e corrotta per l’usanza delle
-scellerate cose in che egli era trascorso, immaginando che non meno
-potesse nuocere sotto fidanza di pace, che fatto s’avesse nella guerra
-palese. E così ne seguette, come apparve poco appresso per segni aperti
-e manifesti.
-
-
-CAP. XLII.
-
-_Come l’oste de’ Fiorentini tornò a Firenze e la compagnia ne andò
-nella Riviera._
-
-Fuggita la compagnia del campo delle Mosche dov’erano stati appetto
-dell’oste de’ Fiorentini per speranza venti giorni, com’è addietro
-narrato, ed essendo al ponte a San Quirico in sul fiume del Serchio,
-molti se ne partirono, e chi prese suo viaggio, e chi in uno e chi in
-altro paese; e la maggiore fortezza di loro, ch’era col conte di Lando,
-e con Anichino di Bongardo, quasi tutta di lingua tedesca, prese il
-soldo dal marchese di Monferrato: e ricevuto per loro condotta in parte
-di paga ventottomila fiorini d’oro, tutto loro arnese grosso con gran
-parte di loro gente misono in arme. E conducendoli sempre i Pisani, e
-avuto licenza dal doge e da’ Genovesi, e dato loro stadichi di non far
-danno per la Riviera, donde loro convenia passare, e di torre derrata
-per danaio, se n’andarono in sulla Magra; e s’affilarono uomo innanzi
-a uomo, e misonsi in cammino per li stretti e malagevoli passi, che
-alla via loro non era altra rimasa. Nè per ricordo si trova, che dal
-tempo d’Annibale in qua gente d’arme numero grande per que’ luoghi
-passasse, perchè sono vie malagevoli alle capre. E bene verifica la
-sentenza di Valerio Massimo, il quale dice, che la nicistà dell’umana
-fiebolezza è sodo legame, la quale in questa forma è rivolta in verbo
-francesco. Necessità fa vecchia trottare. In questo cammino senza niuna
-offesa, solo che di male vivere, misono tempo assai. La compagnia,
-come detto avemo, preso suo viaggio, l’oste del comune di Firenze
-stette ferma in sul campo infino al giovedì a dì primo d’agosto 1359;
-a quel dì con grande festa levarono il campo molto ordinatamente, e
-passarono da Serravalle, e alloggiaronsi la sera alla Bertesca tra i
-confini di Firenze e di Pistoia, stendendosi fino a Prato; il venerdì
-mattina a dì 2 d’agosto di quindi si tornarono a Firenze. I Fiorentini
-per onorare il capitano li mandarono incontro alla porta due grandi
-destrieri coverti di scarlatto, e un ricco palio d’oro levato in asti
-con grandi drappelloni pendenti alla reale, sotto il quale vollono
-ch’egli entrasse nella terra a guida di cavalieri, e gentili uomini e
-popolari, ma il valente capitano prese e accettò cortesemente con savie
-parole i cavalli, ch’erano doni cavallereschi, e ricusò di venire sotto
-il palio; e fulli a maggiore onore riputato. E per rendere al comune
-l’insegne, con la gente ordinata come l’avea a campo tenuta, nella
-prima frontiera mise i balestrieri e gente a piè, e appresso la camera
-del comune, poi gli Ungheri, appresso i cavalieri, e in fine mise il
-palio innanzi per onore del comune alla sua persona, e senza niuna
-pompa in mezzo del conte di Nola e del figliuolo di messer Bernabò,
-e’ venne per la città al palagio de’ signori priori, e ivi con grande
-allegrezza rassegnò il bastone e l’insegne a’ signori priori, le quali
-accomandate gli aveano, e da indi a pochi giorni fatto a grande numero
-di cittadini un nobile e solenne convito se ne tornò in Romagna.
-
-
-CAP. XLIII.
-
-_Della morte e sepoltura di messer Biordo degli Ubertini._
-
-Messer Biordo degli Ubertini fu cavaliere gentilesco e di bella
-maniera, costumato e d’onesta vita, savio e pro’ della persona, e
-ornato d’ogni virtù, e per tanto in singolare grazia dell’imperadore,
-e molto amato dal legato di Spagna e da molti altri signori. Costui e’
-suoi consorti in questi tempi forte s’inimicavano co’ Tarlati d’Arezzo,
-e molto erano da loro soperchiati; onde egli avendo provato che ’l
-caldo e il favore de’ detti signori era troppo di lontano di passaggio
-e di poco profitto, sopra tutto desiderava d’essere confidente e
-servidore del comune di Firenze, la cui amicizia vedea ch’era stabile e
-diritta, e che gratificava il servigio; perchè, come addietro dicemmo,
-per essere egli e’ suoi in bando e ribelli del comune di Firenze,
-offerse il servigio di sè e de’ suoi contro la compagnia, e accettato
-venne nell’oste, dove per mostrare quello ch’egli era s’affaticò sopra
-modo, che da tutti fu ricevuto da grande sentimento in opera d’arme,
-tornato col capitano a Firenze, subito cadde in malattia. Il comune
-avendo prima avuto a grado sua liberalità, e appresso l’opere sue, di
-presente lo ribandirono co’ consorti suoi, e per mostrare verso lui
-tenerezza, con molti medici alle spese del comune lo feciono medicare;
-ma come a Dio piacque, potendo più l’infermità che le medicine, la
-mattina a dì 16 d’agosto divotamente rendè l’anima a Dio. Il corpo
-si serbò sino nel dì seguente, per attendere il vescovo d’Arezzo suo
-consorto e gli altri di casa sua; ed essendo venuti, per lo comune
-furono fatte l’esequie della sua sepoltura riccamente, e alla chiesa
-de’ frati minori ove si ripose, che tutte le cappelle, e ’l coro, e
-sopra una gran capanna fu fornita di cera e con molti doppieri, e sopra
-la bara un drappo a oro con drappelloni pendenti coll’arme del popolo e
-del comune, e di parte guelfa e degli Ubertini, e con vaio di sopra con
-sei cavalli a bandiere di sue armi, e uno pennone di quello del popolo
-e uno di parte guelfa, con molti fanti e donzelli vestiti a nero. Fu
-cosa notabile e bella in segno di gratitudine del nostro comune, il
-quale volentieri onora chi onora lui, dimettendo le vecchie ingiurie
-per lo nuovo bene, e non avendo a parte rispetto, ma alle operazioni
-fedeli e devote. Alle dette esequie fu il detto vescovo, e ’l Farinata
-e tutti gli altri consorti vestiti a nero, e’ signori priori, e’
-collegi, e’ capitani della parte, e gli altri rettori e uficiali del
-comune, e tutti i cherici e buoni cittadini, e ’l chericato tutto e’
-religiosi di Firenze. Morì in casa i Portinari; e la bara si pose in
-sul crocicchio di Porta san Piero dalla loggia de’ Pazzi, dove posta
-la mattina, tanto vi stette, che ’l vescovo venne: e intorno alla
-bara erano fanti vestiti di nero, e cavalli e bandiere, l’uno appresso
-l’altro, parte per la via, che viene al palagio della podestà, e parte
-per quella che va a santa Reparata; fu cosa ricca e piatosa, e tutto
-il popolo piccoli e grandi trassono a vedere. Abbianne fatta più lunga
-scrittura che non si richiede, perchè ne parea fallire, se onorandolo
-tanto il nostro comune noi non l’avessimo con la penna onorato, e
-perchè pensiamo, che sia esempio a molti a tramettersi a ben fare,
-veggendo essere il bene operare premiato a coloro che ’l meritano.
-
-
-CAP. XLIV.
-
-_Come i Perugini mandarono ambasciata a Siena, e abominando i
-Fiorentini._
-
-L’arbitrata sentenza data sopra la pace tra il comune di Perugia
-e quello di Siena, tutto che fosse comune utile e buona, all’uno e
-all’altro comune forte dispiacea, come addietro abbiamo narrato, e
-ciascheduno con sua ambasciata che piacesse al nostro comune per suo
-onore e grazia loro annullare; e ciò fare non volse, perchè quasi
-niente derivava da’ ragionamenti fatti con gli ambasciadori de’ detti
-comuni, se non ch’alquanto nel tempo e nel modo, onde la pace si
-rimase con le strade bandite, ma con gli animi pregni e pieni d’odio
-e di stizza, e vollonsi dirompere se l’impossibilità non gli avesse
-tenuti, perocchè tanto aveano speso, che premendo loro borse niente
-vi si potea trovare se non vento e rezzo. I Perugini pregni d’animo,
-alterosi e superbi, senza avere di loro possa riguardo, per mostrare
-sdegno d’animo contro a’ Fiorentini, crearono otto ambasciadori di
-loro cittadini più nominati e più cari, e vestironli di scarlatto, e
-accompagnaronli di giovanaglia vestiti d’assisa dimezzata di scarlatto
-e di nero, e con molta pompa li mandarono a Siena, dove furono ricevuti
-con festa rilevatamente all’usanza sanese, recandosi in grande gloria
-questa mandata; e qui ritta in parlamento, cortesemente infamando il
-comune di Firenze, nella proposta dissono; l’uomo nimico nel campo del
-grano soprassemina la zizzania, cioè il loglio; e recando il processo
-del parlare a questa sentenza, copertamente la ridussono e rivolsono
-contro al nostro comune, conchiudendo ch’e’ s’erano ravveduti, e a loro
-veniano come a cari fratelli, per fermare e mantenere con gli animi
-buoni, e magni e liberali, perpetua e liberale e buona pace, posta
-giù ogni onta e dispetto, e ogni cruccio nel quale a stigazione altrui
-fidandosi poco avvedutamente erano incorsi; e infine uditi volentieri,
-presono co’ Sanesi di nuovo fermezza di pace. I Fiorentini molto si
-rallegrarono della pace per sospicione che li tenea sospesi di rottura
-per lo poco contentamento che l’uno comune e l’altro dimostrava in
-parole di quella ch’era fatta, come fu detto di sopra; vero è che molto
-punsono le villane e disoneste parole de’ Perugini, e molto furono
-notate e scritte ne’ cuori de’ cittadini. Tutto poi che i Perugini
-s’ingegnassono di scusare loro baldanzosa e poco consigliata diceria
-e proposta, per la detta cagione poco appresso seguette, che avendo i
-Perugini fatta ragunata di gente, per fama si sparse che tentavano in
-Arezzo coll’appoggio degli amici di messer Gino da Castiglione. Onde
-per questo sospetto, a dì 12 d’agosto, il comune di Firenze vi mandò
-quattrocento cavalieri, e assai de’ suoi balestrieri: poi si trovò
-che nel vero i Perugini intendeano altrove, ma pure per l’odio che
-novellamente aveano in parole dimostrato, crebbe eziandio per questa
-non vera novella.
-
-
-CAP. XLV.
-
-_Come il comune di Firenze mandò aiuto di mille barbute a messer
-Bernabò contro alla compagnia._
-
-Avendo la compagnia preso viaggio per la Riviera di Genova sotto titolo
-di soldo contro a’ signori di Milano, i Fiorentini il cui animo era a
-perseguitarla, e perseguire a loro podere il pericoloso nimico nome di
-compagnia in Italia, e avendo rispetto a questo volere, ma molto più al
-servigio ricevuto da messer Bernabò contro a essa compagnia; di tutta
-sua gente sceltane il fiore, e in numero di mille barbute, prestamente
-e senza resta, a dì 18 d’agosto la fece cavalcare verso Milano sotto
-la insegna del comune di Firenze, a guida di loro cavalieri popolari,
-i quali ricevuti graziosamente in Milano, cavalcarono nell’oste. Elli
-furono vincitori, come al suo tempo diviseremo, non tanto per lo numero
-loro, nè per la forza loro, quanto per la fama del favore del nostro
-comune, che grande era a quell’ora, per la viltà presa per la compagnia
-della gente del comune e de’ Fiorentini per lo ributtamento che fatto
-n’aveano.
-
-
-CAP. XLVI.
-
-_Come il castello di Troco fu incorporato per la corona di Puglia._
-
-Carlo Artù, com’è scritto addietro, fu incolpato della morte del re
-Andreasso, e per la detta cagione condannato per traditore della
-corona, e i suoi beni pubblicati, e incorporati alla camera della
-reina, tra’ quali era il castello di Troco; il quale dappoi era stato
-privilegiato al prenze di Taranto, e lui l’avea conceduto a messer
-Lionardo di Troco di Capovana: e avendolo lungo tempo tenuto, in
-questo il conte di Santagata figliuolo del detto Carlo lo fè furare
-a’ masnadieri, i quali nel segreto il teneano per lui; onde aontato di
-ciò il prenze accolse circa a mille uomini a cavallo, e misesi a oste
-a Santagata, e gran tempo vi stette, e non potendo avere la terra del
-detto conte contro alla volontà del re Luigi, infine se ne partì con
-poco frutto; e bene ch’avesse animo ad altri processi, e li cominciasse
-a seguire, e’ ci giova, di lasciarli, come cose lievi, e tornare alle
-cose più notabili de’ nostri paesi.
-
-
-CAP. XLVII.
-
-_Come il comune di Firenze assediò Bibbiena._
-
-I Tarlati d’Arezzo, per che cagione il facessono, mai non aveano
-voluto ratificare, come aderenti de’ signori di Milano, alla pace
-fatta a Serezzana intra’ detti signori e comuni di Toscana, e stavansi
-maliziosamente intra due, attenendosi alle fortezze loro, che n’aveano
-molte in que’ tempi, e guerreggiando agli Ubertini, senza mostrarsi
-in atto veruno contro al nostro comune; e intra l’altre terre, Marco
-di messer Piero Saccone possedea liberamente la terra di Bibbiena,
-la quale di ragione era del vescovo d’Arezzo, colla quale ne’ tempi
-passati molta guerra avea fatta a’ Fiorentini. Ora tornando a nostro
-trattato, come avanti dicemmo, gli Ubertini, nemici di quelli da
-Pietramala, col senno e buono aoperare erano tornati nella grazia e
-amore del nostro comune, ed essendo messer Buoso degli Ubertini vescovo
-d’Arezzo venuto a Firenze per la cagione che di sopra dicemmo, si
-ristrinse co’ governatori del nostro comune segretamente animandoli
-all’impresa di Bibbiena, conferendo di dare le sue ragioni al comune
-di Firenze. Il suo ragionamento fu accettato; e aggiunta l’intenzione
-buona del vescovo all’operazione di messer Biordo, il comune per
-gareggiare la famiglia degli Ubertini, e mostrare che veramente
-gli avesse in amore, a dì 23 d’agosto per riformagione ribandì gli
-Ubertini; e per confermare la memoria delle fedeli operazioni di messer
-Biordo, domenica mattina a dì 25 d’agosto fè cavaliere di popolo Azzo
-suo fratello, con onorarlo di corredi e di doni cavallereschi; e di
-presente lo feciono cavalcare a Bibbiena con gente d’arme a cavallo
-e a piè, e a dì 26 del detto mese con la detta gente prese il poggio
-al Monistero a lato a Bibbiena, e il borgo che si chiama Lotrina, e
-ivi s’afforzarono vicini alla terra al trarre del balestro. Era nella
-terra Marco e messer Leale fratello naturale di messer Piero Sacconi,
-attempato e savio, i quali per alcuno sentore di trattato aveano
-mandati di fuori della terra tutti coloro di cui sospettavano, e nel
-subito e non pensato caso si fornirono prestamente di loro confidenti e
-di molti masnadieri, il perchè convenia, ch’avendo la rocca e la forza
-i terrazzani stessono a posa e ubbidienti loro, e pensando che la cosa
-averebbe lungo trattato, s’ordinarono e afforzarono a fare resistenza
-e franca difesa, sperando nella lunghezza del tempo avere soccorso.
-Il comune di Firenze multiplicava a giornate l’assedio, e in servigio
-del comune v’andò il conte Ruberto con molti suoi fedeli in persona,
-e di presente pose suo campo, e simile feciono gli altri. E così in
-pochi dì la terra fu cerchiata d’assedio, e gli Ubertini in tutte loro
-rocche e castella vicine a Bibbiena misono gente del comune di Firenze,
-e per più fortezza e sicurtà di quelli ch’erano al campo. La guerra
-si cominciò aspra e ontosa secondo il grado suo, e que’ d’entro per
-mostrare franchezza aveano poco a pregio il comune di Firenze, uscivano
-spesso fuori a badaluccare, e a dì 30 d’agosto in una zuffa stretta fu
-morto il conte Deo da Porciano, che v’era in servigio de’ Fiorentini.
-
-
-CAP. XLVIII.
-
-_Come il comune comperò Soci._
-
-Marco di Galeotto, come vide assediata Bibbiena, e avendovi presso Soci
-a due miglia, con sano consiglio abbandonò la speranza de’ Perugini che
-l’aveano per loro accomandato, e avuto licenza, perchè era in bando,
-se ne venne a Firenze a’ signori; e ragunati i collegi, e richiestili,
-liberamente si rimise nelle mani del comune con dire, che de’ fatti
-del castello Sanniccolò e di Soci, e di ciò ch’egli avea nel mondo,
-ed eziandio della persona ne facessono loro volontà: il comune per
-questa sua liberalità e profferta spontaneamente e di buono volere,
-e non ostante ch’e’ terrazzani di Soci si volessono dare al comune,
-e ciò era fattevole senza contasto per forza che appresso al castello
-avea il comune, tanto legò l’animo de’ cittadini, per natura benigni
-a perdonare, che ’l comune si dispose a sopra comperare, per mostrare
-amore e giustizia; e perchè il valente uomo si mostrasse contento,
-e sopra ciò provveduto discretamente, adì 26 d’ottobre 1359 per li
-consigli ribandirono Marco, e dierongli contanti fiorini seimila
-d’oro; e fè carta di vendita di Soci e di tutte le terre che in que’
-luoghi avea, e le ragioni ch’avea in castello Sanniccolò concedette al
-nostro comune, e delle carte ne fu rogatore ser Piero di ser Grifo da
-Pratovecchio notaio delle riformagioni e altri notai, e così pervenne
-Soci a contado del comune di Firenze. Come per tema non giusta Marco di
-Galeotto si mise a venire a Firenze, e fece quello ch’avemo detto di
-sopra, e così vennono i conti da Montedoglio volendosi accomandare al
-comune, i quali non li vollono ricevere se prima non facessono guerra
-a’ Tarlati, e non volendo ciò fare, si partirono con poca grazia del
-nostro comune.
-
-
-CAP. XLIX.
-
-_Come il vescovo d’Arezzo diede le sue ragioni che avea in Bibbiena al
-comune di Firenze._
-
-Messer Buoso degli Ubertini vescovo d’Arezzo, non potendo sotto
-altro titolo che d’allogagione a fitto, a dì 7 di settembre 1359
-allogò al comune di Firenze per certo fitto annuale, facendo le carte
-dell’allogagione di sette anni in sette anni, e facendone molte, le
-quali insieme sono gran novero d’anni, e confessò il fitto per tutto
-il detto tempo, e largì al comune ogni ragione e giurisdizione e
-signoria che ’l vescovado d’Arezzo avea nella terra e distretto di
-Bibbiena, e le carte ne fece il detto ser Piero di ser Grifo; e con
-questa cautela fu giustificata l’impresa del nostro comune. Questa
-concessione fatta per lo vescovo fu approvata e confermata per lo
-comune d’Arezzo, il quale per fortificare le ragioni del nostro comune
-ogni ragione ch’appartenea per qualunque ragione avea in Bibbiena gli
-diede liberamente. A queste giuste ragioni s’aggiugnea l’animo e buono
-volere de’ terrazzani di Bibbiena, che volentieri fuggivano la tirannia
-di quelli da Pietramala: ciò cominciarono a mostrare quelli ch’erano
-cacciati di fuori, ch’erano nel campo de’ Fiorentini guerreggiando i
-Tarlati, e di poi lo mostrarono quelli ch’erano dentro quando si vidono
-il tempo di poterlo fare, come seguendo nostro trattato racconteremo.
-
-
-CAP. L.
-
-_Seguita la sequela della compagnia._
-
-Seguendo i principii fatti per lo comune in mandare gente a messer
-Bernabò contro alla compagnia, il signore di Bologna, ch’allora era
-in pace con lui, li mandò cinquecento cavalieri, e quello di Padova, e
-quello di Mantova, e quello di Ferrara ancora li mandarono della gente
-loro; essendo il marchese di Monferrato fatto forte con la compagnia,
-uscì fuori a campo con molta baldanza, ma di subito i signori di Milano
-con loro oste li furono appetto, sicchè li convenia stare a riguardo, e
-per tenerlo a freno i detti signori posono l’oste a Pavia, e strinsonla
-forte. Il marchese avendo alla fronte il bello e grande esercito de’
-detti signori, non si potea volgere indietro a dare soccorso a Pavia
-per non avere i nemici alla coda, e stando le due osti affrontati, non
-ebbono tra loro cosa notevole, se non d’uno abboccamento di cinquecento
-cavalieri di que’ della compagnia, che per avventura s’abboccarono con
-altrettanti di quelli del comune di Firenze, intra’ quali per onta
-e per gara e per grande spazio fu dura e aspra battaglia, e infine
-i cavalieri de’ Fiorentini sconfissono quelli della compagnia. Nella
-quale rotta furono presi tre caporali de’ maggiorenti della compagnia
-con più di dugento cavalieri, e assai ve ne furono morti e magagnati;
-e ciò avvenne d’ottobre del detto anno. Nell’assedio della città di
-Pavia occorse un altro caso più spiacevole per lo fine suo; che essendo
-preso da quelli da Pavia uno Milanese d’assai orrevole luogo, fuori
-d’ordine di buona guerra fu impiccato; e venuta la novella a messer
-Bernabò, e infocato d’ira, comandò a messer Picchino nobile cavaliere,
-e di grande stato e autorità in Milano, che quattordici prigioni di
-Pavia ch’erano nell’oste li facesse impiccare, infra’ quali ve n’era
-uno di buona fama, e di gentile luogo, e d’assai pregio, non degno di
-quella morte, per lo quale molti Milanesi ch’erano nell’oste pregarono
-messer Picchino che cercasse suo scampo. Il quale mosso da pietà e
-dalle giuste preghiere di tali cittadini mandò a messer Bernabò di
-tali cittadini, e della sua umilità ferventemente pregò il signore
-che per loro grazia e amore dovesse perdonare la vita a quello nobile
-uomo; il signore per queste preghiere invelenito e aspramente turbato
-comandò a messer Picchino che colle sue mani il dovesse impiccare;
-il gentile uomo stepidito, e impaurito di tale comandamento, e
-non meno di lui tutti i suoi amici e parenti, e molti buoni e cari
-cittadini, cercarono stantemente con sommessione e preghiera, che ’l
-nobile e gentile cavaliere, cui il signore avea fatto tanto d’onore,
-di sì vile e vituperoso servigio non fosse contaminato; il signore
-indurato alle preghiere, perseverando nella pertinacie sua, aggiunse
-al vecchio comandamento, che se nol facesse, primieramente farebbe
-impiccare lui. Il gentile cavaliere vedendo l’animo feroce del tiranno,
-che se non facesse quello che gli era comandato che li convenia
-vituperosamente morire, stretto da necessità, confuso e attristito,
-si spogliò i vestimenti e di tutti i segni di cavalleria, e rimaso
-in camicia, vestito di sacco con vile cappelluccio, e a maraviglia di
-dispetto, andò a mettere a esecuzione il comandamento del tiranno, con
-proponimento di non usare più onore di cavalleria, poichè era sforzato
-d’essere manigoldo; che assai diede per l’atto a intendere quanto fosse
-da prezzare il beneficio della libertà, da’ Lombardi non conosciuta.
-
-
-CAP. LI.
-
-_De’ fatti di Sicilia e del seguire l’ammonire in Firenze._
-
-Per sperienza di natura vedemo, che l’uomo appetisce di vari cibi, e
-che di tale varietà lo stomaco piglia conforto, e fa digestione; e così
-quando l’orecchie con fatica pure d’un medesimo modo udire desidera
-intramesse d’altro parlare. Noi seguendo quello che natura per suo
-ricriamento acchiede in quello luogo, accozzeremo molte novelle occorse
-in molti luoghi e in uno tempo diversi, nè del tutto degni di nota, nè
-da essere posti a oblio, e farenne una nuova vivanda in queste parti.
-Per lo poco polso, e per la poca forza e vigore ch’aveano le parti che
-governavano l’isola di Cicilia, loro guerre erano inferme e tediose;
-il duca e’ Catalani col seguito loro aveano assai poca potenza, e
-la parte del re Luigi molto minore; e le lievi guerre e continove
-straccavano e consumavano l’isola, e nè l’una parte nè l’altra poteano
-sue imprese fornire, e pure si guastavano insieme con fame e confusione
-de’ paesani, che a giornate correano in miseria. Il duca avea alquanto
-più seguito, e que’ di Chiaramonte speranza nell’aiuto del re Luigi,
-che promettea loro assai, e poco facea; onde i gentili uomini non
-tanto per amore del re, quanto per sostenere sè medesimi, e loro fama
-e grandigia, intendeano alla guardia di Palermo, e d’alcuno castello
-che il duca tenea debolmente assediato col braccio de’ Catalani, tra
-che gli assediatori erano fieboli e di poca possanza, e gli assediati
-poveri d’aiuto, niuna notevole cosa era stata a oste di quelle terre; e
-lieve era agli assediati a schernire i nemici, e fargli da oste levare,
-perchè oggi si poneano, e ’l dì seguente se ne levavano, e parea la
-cosa quasi nel fine suo, per impotenza dell’una parte e dell’altra.
-Ma quello che segue, tutto paia da’ principii suoi da poco curare e di
-piccola stificanza, più nel segreto del petto che non mostra in fronte,
-se Dio per sua pietà non provvede, chi sottilmente mira, può generare
-divisione e scandalo nella nostra città. In questi giorni, colle febbri
-lente continove dell’isola di Cicilia, le nostre, civili mali, ne’ loro
-principii non curate, si perseguia l’ammonire chi prendesse o volesse
-prendere uficio, e non fosse vero guelfo, o alla casa della parte
-confidente. E certo in sè la legge era buona, come addietro dicemmo,
-ma era male praticata, e recata a fare vendetta, e altre poco oneste
-mercatanzie, perchè forte la cosa spiacea agli antichi e veri guelfi,
-e agli amatori di quella parte, e della pace e tranquillità del nostro
-comune. E scorto era per tutto, che ’l mal uso della riformagione
-tenea sospesi, e in tremore e in paura più i guelfi ch’e’ ghibellini,
-e sospettando di non ricevere senza colpa vergogna. A queste due
-travaglie aggiugneremo una novità d’altre maniere. I Romani, che già
-furono del mondo signori, e che diedono le leggi e’ costumi a tutti,
-erano stati gran tempo senza ordine o forza di stato popolare, onde
-loro contado e distretto si potea dire una spelonca di ladroni, e gente
-disposta a mal fare. Il perchè volendosi regolare, e recarsi a migliore
-disposizione, avendo rispetto al reggimento de’ Fiorentini, feciono
-de’ loro cittadini popolari alquanti rettori con certa podestà e balía
-assomiglianti a’ nostri priori, tutto che molto minore, e feciono capo
-di rioni sotto il titolo di banderesi: ivi rispondeano a ogni loro
-volontà duemilacinquecento cittadini giovani eletti e bene armati,
-i quali al bisogno uscivano fuori della città bene armati a fare
-l’esecuzione della giustizia contro a’ malfattori. Avvenne in questi
-giorni, che conturbando con ruberie il paese uno Gaetano fratello
-del conte di Fondi, fu preso, e senza niuna redenzione fu impiccato,
-con molti suoi compagni che furono presi con lui di nome e di lieva.
-Il perchè da queste e da altre esecuzioni fatte contro a’ paesani e’
-cittadini che ricettavano i malfattori, oggi il paese di Roma è assai
-libero e sicuro a ogni maniera di gente.
-
-
-CAP. LII.
-
-_Come Bibbiena per nuovo capitano fu molto stretta._
-
-La punga che ’l comune faceva per avere Bibbiena era grande, e la
-resistenza de’ Tarlati molto maggiore, e faceano forte maravigliare
-i governatori del nostro comune, veggendo la durezza e la pertinacie
-loro, non aspettando soccorso di luogo che venisse a dire nulla; e come
-che la cosa s’andasse, non fu senza infamia del capitano del popolo
-ch’era de’ marchesi da Ferrara, il quale era stato mandato per capitano
-di tutta l’oste, il quale vilmente e lentamente in tutte cose si
-portava, e d’alcuni cittadini che gli erano stati dati per consiglio.
-Onde il comune prese oneste cagioni e’ rivocarono il capitano e ’l suo
-consiglio, e in suo luogo mandarono il potestà con altri cittadini,
-il quale fu messer Ciappo da Narni, uomo d’arme valoroso, e sentito
-assai. Il quale avendo da Firenze molti maestri di legname e di
-cave, prestamente fece cignere la terra di fossi e di steccati, e
-imbertescando i luoghi dov’era bisogno, e in più parti, e alla rocca
-e alla terra fè dirizzare cave, e simile faceano que’ d’entro per
-riscontrare. Appresso vi dirizzarono due dificii che gittavano gran
-pietre, e di dì e di notte secondo uso di guerra li molestavano,
-senza dare loro riposo. Que’ d’entro per rompere e impedire i mangani
-dirizzarono manganelle, colle quali assai danno facevano. Nè contento
-il capitano alla detta sollicitudine, cominciò a cavare l’altre torri
-de’ Tarlati per tenerle strette, e in esse cercava trattati, ne’
-quali fu preso Corone, e Giunchereto, e Frassineto per battaglia, e
-all’uscita di settembre presono Faeto castelletto ch’era di messer
-Leale, nel quale trovarono assai roba, e predato il paese, si tornarono
-al campo. E perchè le castella prese erano del contado d’Arezzo, il
-comune liberamente le rendè agli Aretini, i quali molto le ebbono a
-grado, e tutto che nostro comune perseguitasse quelli da Pietramala a
-suo potere, gli Aretini seguendo il grido non stavano oziosi, facendo
-dal lato loro, quanto poteano e sapeano di guerra. E nel detto tempo
-in sul giogo ripresono un loro castello che ’l conte Riccardo dal Bagno
-lungo tempo avea loro occupato; e perseguendo l’assedio, nell’entrante
-d’ottobre furono tratti a fine e forniti tre battifolli intra’ campi
-erano posti, onde la terra fu per modo circondata d’assedio ch’entrare
-nè uscire non potea persona. Lasceremo assediata Bibbiena, e a suo
-tempo diremo come fu presa, e diremo alquanto delle cose straniere, che
-in questi tempi avvennono da fare menzione.
-
-
-CAP. LIII.
-
-_Come il re d’Inghilterra passò in Francia con smisurata forza._
-
-Poichè al re d’Inghilterra fu manifesto, che la pace che fatta avea col
-re di Francia da’ Franceschi non era accettata, e che il re di Navarra
-avea fatta pace col Delfino di Vienna, la quale si stimava per li
-discreti essere proceduta d’assento e ordine di esso re d’Inghilterra,
-sotto speranza, che essendo il re di Navarra ne’ consigli de’
-Franceschi e creduto da loro, più dentro potesse a tempo preso di
-male operare in sovversione della casa di Francia, che di fuori
-colla guerra, perocchè come il savio dice, che niuna pestilenza è al
-nocimento più efficace che il domestico e famigliare nemico, aggravando
-alle cagioni della guerra, con dare il carico di non volere la pace a’
-suoi avversari, fece suo sforzo di suoi Inghilesi e di gente soldata
-maggiore che mai per l’addietro, e mandò in prima il duca di Lancastro
-con centoventitrè navi, nelle quali furono millecinquecento cavalieri
-e ventimila arcieri, all’entrata d’ottobre 1359, e posto in terra la
-gente, si mise infra il reame di Francia verso Parigi, e col navilio
-predetto tornato nell’isola, aggiunte molte altre navi, all’uscita del
-mese il re Adoardo col prenze di Gaules e con gli altri suoi figliuoli,
-con esercito innumerabile di suoi Inghilesi a piè, quasi tutti arcieri,
-anche passò a Calese. E secondo ch’avemmo per vero, il numero di sua
-gente passò centomila. La detta mossa contro al tempo di guerra fa
-manifesto, che molto empito e smisurato volere movea il re Adoardo, e
-fermezza nell’animo suo ch’era grande e smisurato d’ottenere quello che
-lungo tempo avea desiderato, perchè principiò nell’entrata del verno,
-che suole dare triegua e riposo alle guerre. E perchè il tempo allora
-era dirotto alle piove, e il paese di Francia è pieno di riviere, molti
-stimarono che ciò facesse, per dimostrare a’ nemici quello che della
-guerra potesse seguire nella primavera e nella state, cominciando in
-sul brusco per spiacevole tempo, e per infiebolire gli animi loro sì
-con la possa smisurata, e sì con dare speranza di molta e tediosa
-lunghezza di guerra. Come procedette questa trionfale e terribile
-impresa, seguendo a suo tempo diremo.
-
-
-CAP. LIV.
-
-_La poca fede del conte di Lando._
-
-Non è da lasciare in silenzio, oltre all’altre infamie, quello che
-della corrotta fede che in que’ giorni mosse il conte di Lando al
-marchese di Monferrato, il quale con molto spendio e fatica gli avea
-tratti di Toscana lui e sua compagnia, ove si potea dire veramente
-perduta, e fatti conducere a salvamento per la Riviera di Genova, e
-poi pel Piemonte nel piano di Lombardia, con patti giurati di tenerli
-fede infino a guerra finita contro a’ signori di Milano, con certo
-soldo limitato da potersi passare con avanzo, il traditore, rotta
-ogni leanza e promessa al marchese predetto, del mese d’ottobre con
-millecinquecento barbute prese segretamente il soldo di messer Bernabò,
-e uscì dell’oste del marchese, e se n’andò in quello de’ nemici con
-l’insegne levate, rimanendo Anichino e gli altri caporali col resto
-della compagnia al marchese; i quali molto biasimarono il fallo
-enorme del conte, pubblicamente appellandolo traditore; ma poco tempo
-appresso, tirati dal suono della moneta de’ signori di Milano, feciono
-il simigliante, e tutti abbandonarono il marchese, verificando il
-verso del poeta: Nulla fides, pietas que viris qui castra sequntur; che
-recato in volgare viene a dire: Niuna fede nè niuna pietà è in quelli
-uomini che seguitano gli eserciti d’arme, cioè a dire in gualdana a
-predare, e a fare male. I signori di Milano dopo la venuta del conte
-fortissimamente strinsono la città di Pavia, togliendo a que’ d’entro
-ogni speranza di soccorso, perocchè vedendo il marchese i modi tenuti
-per lo conte di Lando, ed origliando i cercamenti che i Tedeschi
-che gli erano rimasi faceano, non osava e non si confidava mettere a
-bersaglio per soccorrere la terra.
-
-
-CAP. LV.
-
-_Come Pavia s’arrendè a messer Galeazzo._
-
-Gli affannati e tribolati cittadini di Pavia e disperati d’ogni
-soccorso, e spezialmente di quello del marchese, cui vedeano da’
-Tedeschi gabbato e tradito, e altro capo non aveano che frate Iacopo
-del Bossolaro, col suo consiglio cercarono d’arrendersi a patti a
-messer Galeazzo il quale liberamente gli accettò con tutti que’ patti
-e convenienze che ’l detto frate Iacopo seppe divisare: e fermo tutto
-e’ ricevettono dentro messer Galeazzo con la sua gente del mese di
-novembre del detto anno; il quale entrato dentro con buona cera,
-si contenne senza fare novità, mostrandosi benigno e piacevole a’
-cittadini e a frate Iacopo, e fecelo di suo consiglio, mostrandoli
-fede e amore, e avendolo quasi come santo e in grande reverenza; e con
-questa pratica e infinta sagacità ordinò con lui assai di quello che
-volle senza turbare i cittadini; e avendo recato in sua balía tutte le
-fortezze della terra e di fuori si tornò a Milano, mostrando a frate
-Iacopo affezione singulare, e lo menò seco, e come l’ebbe in Milano il
-fece prendere, e mettere in perpetua carcere, e condannato il mandò a
-Vercelli al luogo de’ frati dell’ordine suo, e ordinatoli quivi una
-forte e bella prigione, con poco lume e assai disagio, ponendo fine
-alle tempeste secolari che con la lingua sua ornata di ben parlare
-avea commesse. E ciò fatto, tenea all’opera più di seimila persone, e
-fece cominciare in Pavia una fortezza sotto nome di Cittadella, nella
-quale si ricogliesse tutta sua gente d’arme senza niuno cittadino;
-e ciò non fu senza lagrime e singhiozzi de’ cittadini, siccome di
-prima cominciarono a vedere il principio dello spiacevole giogo della
-tirannia, e sì per lo guasto delle case loro che si conteneano nel
-luogo, ove s’edificava lo specchio della miseria loro, dove portavano
-gran danno e disagio; e per nominare quello che suole addivenire a
-chi cade in mala fortuna, frate Iacopo era infamato degli omicidi,
-che non furono pochi, i quali erano proceduti delle prediche sue,
-e de’ cacciamenti di molti cari e antichi cittadini di Pavia sotto
-maestrevole colore di battere e affrenare i tiranni; ma quello che
-più parea suo nome d’orrore nel cospetto di tutti erano le rovine de’
-nobili edifici di que’ da Beccheria e d’altri notabili cittadini che
-li seguivano, mostrando che l’abbattere il nido agli uomini rei era
-meritorio, quasi come se peccassono le case, che è stolta cosa, tutto
-che per mala osservanza tutto giorno s’insegna queste cose, parea che
-l’accusassono di crudeltà; e quello costringono d’avarizia, perocchè
-sotto titolo di cattolica ubbidienza aveano fatto statuti, che chi non
-fosse la mattina alla messa e la sera al vespero pagasse certa quantità
-di danari; e avendo sopra ciò fatte le spie, cui trovassono in fallo il
-minacciavano d’accusare, e sotto questa tema li facevano ricomperare.
-E certo chi volesse stare nel servigio di Dio e nelle battaglie di
-vita riligiosa, e mescolandosi nelle cose del secolo e ne’ viluppi
-è spesso ingannato da colui che si trasfigura in vasello di luce per
-ingannare quelli col principio della santa operazione, favoreggiando
-col grido del popolo il santo l’indusse a vanagloria e in crudeltà, e,
-come dovemo stimare, Iddio con le pene della croce lo ridusse alla vita
-d’onde s’era per lusinghe del mondo partito.
-
-
-CAP. LVI.
-
-_Come i signori di Milano sfidarono il signore di Bologna._
-
-Come la sete dell’avaro per acquisto d’oro non si può saziare, così la
-rabbia del tiranno non si può ammorzare per acquisto di signoria; per
-divorare tiene la gola aperta, e quanto più ha cui possa distruggere
-e consumare, più ne desidera. Questo per tanto dicemo, perchè in
-questi dì, avendo i signori di Milano con la forza della moneta e
-col tradimento del conte di Lando e d’Anichino vinto e vergognato il
-marchese di Monferrato, e aggiunta per forza alla loro signoria la
-nobile e antica città di Pavia, ringraziando con lettere il comune
-di Firenze del bello e buono servigio della sua gente ricevuto, di
-presente la rimandò; e cresciuto loro l’animo per lo felice riuscimento
-della città di Pavia, entrarono in pensiero e in sollicitudine di
-rivolere o per amore o per forza la città di Bologna, non ostante
-che da messer Giovanni da Oleggio loro consorto che allora la tenea
-avessono avuto aiuto alla loro guerra seicento barbute, le quali
-ritennono ad arte e con ingegno al soldo loro, pensando d’avere
-mercato nel subito loro movimento del signore di Bologna, trovandosi
-ignudo e sfornito di gente d’arme a difesa; e con trovare rottura
-di pace, scrissono al comune di Firenze che non si maravigliasse,
-perchè sì subito assalissono con la forza loro il signore di Bologna,
-da cui erano stati traditi, e che a loro avea rotta la pace senza
-niuna giusta cagione; e nella lettera scritta di questa materia al
-comune era intramessa la copia di quella che mandarono al signore di
-Bologna, sfidandolo e appellandolo per traditore, la quale lettera fu
-appresentata al signore di Bologna come l’oste de’ signori di Milano
-giunse nel terreno di Bologna.
-
-
-CAP. LVII.
-
-_Come messer Bernabò mandò l’oste sua sopra Bologna._
-
-Seguendo la materia del precedente capitolo, all’entrata di dicembre
-del detto anno, messer Bernabò fece capitano della gente che mandò
-nel Bolognese il marchese Francesco da Esti, il quale essendo cacciato
-di Ferrara era ridotto a messer Bernabò, ed era suo provvisionato, e
-senza niuno arresto con tremila cavalieri, e millecinquecento Ungheri,
-e quattromila pedoni e mille balestrieri lo fece cavalcare in su
-quello di Bologna, avendo il passo dal signore di Ferrara, allora in
-amicizia e compare di messer Bernabò, e oltre al passo, vittuaglia e
-aiuto; e come uscì del Modenese si pose a campo intorno al castello di
-Crevalcuore, e ciò fu infra dieci dì infra ’l mese di dicembre, e ivi
-stette più giorni; sollecitato con parecchie battaglie il castello,
-non avendo soccorso dal signore di Bologna, a dì 20 del detto mese
-s’arrendè a promissione di messer Giovanni de’ Peppoli, il quale era
-nell’oste al servigio di messer Bernabò; e ricevuto il castello e le
-guardie del capitano dell’oste, essendo il castello abbondevole di
-vittuaglia, assai n’allargò l’oste. Avuto Crevalcuore, le villate
-ch’erano d’intorno da lunga e da presso per non essere predati
-ubbidirono il capitano, facendo il mercato sotto il caldo e baldanza
-di questo ricetto. Bene che la vernata fosse spiacevole e aspra per
-le molte piove, quelli dell’oste ogni dì cavalcavano insino presso a
-Bologna, levando prede e prigioni, e tribolando il paese; il signore
-di Bologna, ch’era savio e d’animo grande, non faltò di cuore per
-la non pensata e subita guerra, e veggendosi per l’astuzia di messer
-Bernabò che gli avea levati i soldati, come dicemmo di sopra, povero di
-gente d’arme e d’aiuto, senza indugio trasse delle terre di fuori que’
-terrazzani che si sentì ch’erano sospetti, e le rifornì di soldati,
-perchè i terrazzani non avessono podere d’arrendersi sì prestamente
-come fatto aveano quelli di Crevalcuore; e attendea con sollicitudine
-allo sgombro, e ad apparecchiare la città a difesa, e a fare buona
-guardia. Il cardinale di Spagna li mandò di soccorso quattrocento
-barbute che li vennono a gran bisogno. Lo detto signore conoscendo
-la sua impotenza, e non essere sufficiente a potere rispondere a
-quella de’ signori di Milano, nondimeno cercò sottilmente con segreto
-trattato, offerendo di fare alto e basso quanto fosse piacere del
-comune di Firenze, di torlo in suo aiuto, ma la fede promessa per la
-pace vinse ogni vantaggio che potessono avere.
-
-
-CAP. LVIII.
-
-_Come fu maestrato da prima in Firenze in teologia._
-
-Poco è da pregiare per onestà di fama che uno sia con le usate
-solennitadi, ne’ luoghi dove sono li studi generali delle scienze
-privilegiate dalla autorità del santo padre e dell’imperio di Roma,
-pubblicamente scolaio maestrato; ma essendo questo atto primo e nuovo,
-e più non veduto nelle città che hanno di nuovo privilegi di ciò potere
-fare, bello pare e scusabile d’alcuni farne memoria, non per nome
-dell’uomo, che per avventura non merita d’essere posto in ricordo di
-coloro che verranno, ma per accrescimento di tali cittadi, ove tale
-atto da prima è celebrato. In questi giorni per virtù de’ privilegi
-alla nostra città conceduti per lo nostro papa Clemente sesto, infra
-l’altre cose contenne di potere maestrare in teologia, a dì 9 di
-dicembre nella chiesa di santa Reparata pubblicamente e solennemente
-fu maestrato in divinità, e prese i segni di maestro in teologia frate
-Francesco di Biancozzo de’ Nerli dell’ordine de’ frati romitani; e
-il comune mostrandosi grato del beneficio ricevuto di potere questo
-fare, per lungo spazio di tempo fece sonare a parlamento sotto titolo
-di Dio lodiamo tutte le campane del comune, e’ signori priori co’ loro
-collegi, e con tutti gli uficiali del comune, con numero grandissimo
-di cittadini furono presenti al detto atto di maestramento, che fu cosa
-notabile e bella.
-
-
-CAP. LIX.
-
-_Come fu morto il signore di Verona dal fratello._
-
-Messer Cane della gesta di quelli della Scala signori di Verona,
-per morbidezze di nuova fortuna era divenuto dissoluto e crudele,
-e per tanto in odio de’ suoi cittadini grande, senza amore de’ suoi
-cortigiani, eziandio de’ suoi consorti e parenti; essendo per andare
-in questi tempi nella Magna a’ marchesi di Brandimborgo, ch’erano
-suoi cognati, e avendo i suoi fratelli carnali, messer Cane Signore
-e Polo Albuino, secondo il testamento di messer Mastino erano con lui
-consorti nella signoria, e non prendendo di niuno di loro confidanza,
-ma piuttosto sospetto, segretamente fè giurare i soldati nelle mani
-d’un suo figliuolo bastardo. Come questo sentirono i fratelli forte
-l’ebbono a male, e presonne sdegno: messer Cane Signore ne fece parlare
-dicendo al gran Cane, che tanta sconfidanza non dovea mostrare ne’
-fratelli: le parole, quanto che assai fossono amorevoli, furono gravi
-e sospettose al tiranno, e con parole di minacce spaventò e impaurì il
-fratello, tutto che per avventura non fosse nell’animo suo quanto le
-minacce dicevano. Il giovane pensò che assai era lieve al fratello a
-fare quanto dicea in parole, perchè conoscea che molta crudeltà regnava
-nell’animo suo, e che per tanto poco al signore arebbe riguardato;
-onde un sabato, a dì 14 di dicembre detto anno, essendo cavalcato Gran
-Cane per la terra con piccola compagnia, e Cane Signore accompagnato
-di due scudieri di cui tutto si confidava se n’andò alla stalla del
-signore, e tolse tre corsieri i più eletti e i migliori vi trovò, e
-montativi tutti e tre a cavallo, con l’armi celate si mosse per la
-terra a piccoli passi cercando del gran Cane, e come lo scontrarono, il
-gran Cane disse al fratello, ch’e’ non facea bene a cavalcare i suoi
-corsieri, e Cane Signore rispose; Voi fate bene sì che voi non volete
-ch’io cavalchi niuno buono cavallo: e tratto fuori uno stocco ch’avea
-a lato accortamente gli si ficcò addosso, e con esso il passò dall’un
-lato all’altro, e menatoli un altro colpo in sul capo l’abbattè del
-cavallo, e per tema di non essere sorpreso prese la fuga, avacciando
-in forma il cammino che in Padova giunse la sera; ed essendo come
-da parte del signore ricevuto, li manifestò quello ch’avea fatto al
-fratello, e le ragioni che mosso l’aveano: il signore mostrò per la
-spiacevolezza del caso ne’ sembianti doglienza, senza assolvere il
-fatto o condannare, confortato il giovane che a lui era fuggito, con
-speranza che la cosa che proceduta era da sdegno arebbe buono fine. In
-questa miserabile fortuna di tanto signore non si trovò chi traesse
-ferro fuori, nè chi perseguitasse il fratello, e quelli ch’erano con
-lui, tremando di sè ciascuno, per immaginazione che sì alta cosa essere
-non potesse senza ordine, si fuggirono di presente, e lasciarono in
-terra il loro signore a morte fedito.
-
-
-CAP. LX.
-
-_Come Cane Signore fu fatto signore di Verona._
-
-Sentito che fu per Verona il caso sinistro di loro signore, non si
-trovò nella terra persona che si levasse di cuore, tanto era odiato e
-mal voluto; e dopo alquanto spazio di tempo fu ricolto di terra senza
-avere conoscimento niuno, e spiritò poco, sicchè appena levato del
-luogo passò, e lasciò la tirannia e la vita. L’esequie per l’onore
-del titolo che tenea, e della casa, li furono fatte magnifiche, e più
-liete in vista che dolorose; perocchè riso e pianto, e l’altre forti
-passioni dell’animo coll’altro contrario male si possono coprire.
-Il popolo vile, e costumato in servaggio, trovandosi in sua libertà,
-perocchè non v’era capo di signoria, se non per Polo Albuino ch’era
-un piccolo garzone senza consiglio e senza gente d’arme, perocch’erano
-tutti in servigio di messer Bernabò nell’oste a Bologna, nè altro caldo
-o favore, non seppono usare la libertà e la franchigia che loro avea
-non pensatamente renduto fortuna. Radunati insieme i fratelli di Gran
-Cane, nel parlamento in segno di signoria diedono la bacchetta a Polo
-Albuino ricevendo per sè e per lo fratello, e di presente crearono
-ambasciadori, e mandaronli a Padova a Cane Signore, invitandolo
-che venisse a prendere la cura della sua città di Verona; il quale
-accompagnato da dugento cavalieri del signore di Padova si partì, e
-giunto in Verona, con grande letizia e onore fu ricevuto, facendolisi
-incontro alla porta il fratello, e ivi li diede la bacchetta, e
-lo rinvestì della signoria che avea ricevuta per lui; e così per
-dimostranza di fede rimasono amendue nella signoria ch’avea ricevuta
-per lui, e la città si posò senza novità niuna in buona pace.
-
-
-CAP. LXI.
-
-_Come fu presa Bibbiena pe’ Fiorentini._
-
-Essendo stato l’assedio a Bibbiena per spazio di due mesi e dodici
-dì, nel quale messer Leale e Marco, essendo senza triegue colle
-battaglie continue e con trabocchi che mai non ristavano in aperto e
-di fuori combattuti, e in occulto colle cave, e coll’animo grande e
-colla sollecitudine sofferivano tutto senza riposo, e con consiglio
-poneano a ogni cosa riparo; e indurati negli affanni e ne’ pericoli
-non si dichinavano a nulla, ma con fronte dura e pertinacia più si
-mostravano fieri che mai. I terrazzani per la disordinata fatica, e
-perchè vedeano guastare i beni loro dentro e di fuori, desideravano
-l’accordo, e vedendo che la cosa a lungo andare convenia che venisse a
-quello che volea il comune di Firenze, e pareva a loro che quanto più
-si stentava venire in maggiore indegnazione de’ Fiorentini, e maggiore
-distruggimento e consumazione di loro e di loro cose; e pertanto alcuna
-volta pregarono i Tarlati che prendessono partito a buon’ora, ed ebbono
-da loro spiacevole e mala risposta. Onde seguì, che diciotto di loro
-segretamente si giurarono insieme, de’ quali si fece capo uno maestro
-Acciaio, uomo secondo suo grado intendente e coraggioso, i quali senza
-indugio o perdimento di tempo s’intesono con alcuni de’ terrazzani di
-Bibbiena, cui i Tarlati aveano per sospetto cacciati fuori e riduciensi
-nell’oste de’ Fiorentini, con offerire loro, che dove potessono
-avere sicurtà e fermezza che la terra non fosse rubata, che a loro
-dava il cuore di farla venire assai prestamente alle mani del comune
-di Firenze. E ciò avendo gli usciti sentito, se ne ristrinsono con
-Farinata degli Ubertini, il quale con loro entrò in ragionamento con
-due cittadini di quello uficio della guerra i quali erano nel campo, e
-li domandarono che fede, che sicurtà, e che patti voleano; e fu loro
-detto da’ cittadini. E ciò udito, lo conferirono a bocca a’ signori
-e a’ collegi, e da loro ebbono piena balía di potere prendere piena
-concordia, di promettere e sicurare come a loro paresse a beneficio e
-contentamento de’ terrazzani, salvando l’onore del comune; e tornati
-nel campo, feciono a quelli d’entro sentire che aveano mandato di
-convenirsi con loro. I congiurati per alquanti giorni attesono il tempo
-che a loro toccava la guardia in certa parte delle mura, e venuto,
-con una fune collarono un fante, e mandaronlo al Farinata, il quale fu
-co’ detti cittadini con cui conduceva il detto trattato, e di presente
-furono al capitano, e li manifestarono il fatto com’era. Il capitano,
-per coprire col senno suo segreto, diede a intendere che avea sentito
-che la notte certa gente dovea entrare in Bibbiena, e che volea porre
-aguato a quel luogo, per lo quale avea sentore che doveano entrare,
-ed elesse sotto il detto nome quattrocento fanti de’ migliori e de’
-più gagliardi ch’erano nell’oste, e ottanta uomini di cavallo a piè
-armati di tutte loro armi, e seco volle il Farinata con tutti gli
-usciti di Bibbiena, i quali con altri loro confidenti furono ottanta
-fanti; e avendo il capitano fatto provvedere delle scale, e ricevuto da
-quelli d’entro l’avviso dove le dovesse accostare, il dì della pasqua
-dell’Epifania, a dì 6 di gennaio 1359, in sulla mezza notte quetamente
-s’accostarono alle mura, e avendo avuto avviso di fuori da maestro
-Acciaio e da’ suoi congiurati ch’erano in sulle mura alla guardia di
-quel luogo, ve ne rizzarono cinque, e Farinata di prima co’ suoi, e
-appresso il capitano montarono in sulle mura, e discesono nella terra
-alla condotta de’ congiurati, non trovando chi gli impedisse. Mentre
-si faceano queste cose, uno masnadiere nominato, assai confidente di
-Marco, che andava cercando le mura, quando giunse in quella parte,
-ricevuto il nome da’ terrazzani e datoli la via, come fu in mezzo di
-loro fedito il traboccarono delle mura dentro; e ciò fatto, il romore
-si levò nella terra, al quale si destò tutta l’oste, che non sapeano
-che si fosse, e accostati alla terra quelli ch’erano entrati, levate
-l’insegne del comune di Firenze s’avvisarono insieme, attendendo che
-gli eletti per lo capitano di quelli che dicemmo di sopra fossono tutti
-dentro. Marco, ch’era nella rocca con la sua brigata più fiorita, uscì
-fuori francamente, e percosse a quelli ch’erano entrati, ma da loro
-ricevuto senza paura con le spade villanamente fu ributtato; nel quale
-assalto il Farinata, ch’era di quelli dinanzi, fu fedito d’una lancia
-nell’arcale del petto sì gravemente, che gli fu necessità ritirarsi
-indietro, della quale fedita assai ne stette in pericolo di morte.
-Il capitano scendendo nell’entrata delle scale cadde, e sconciossi
-il piede in forma che non potè stare in su’ piedi, sicchè amendue i
-capitani in sull’entrata in quella notte furono impediti. I terrazzani
-che da’ nostri cittadini aveano ricevuta la fede, che non riceverebbono
-nè danno nè ingiuria, sfatavano nelle loro case senza offendere i
-Fiorentini, e alquanti di loro intimi amici di Marco e suoi servidori
-per tema si fuggirono nella rocca; e stando la terra in questi termini,
-da quelli d’entro a quelli di fuori fu l’una delle porti tagliata,
-sicchè la gente in fiotto entrò dentro, e furono signori della terra. I
-due Fiorentini, che in nome del comune aveano promesso che nè violenza
-nè ruberia non si farebbe, in quella notte s’adoperarono sollecitamente
-in forma e in modo che niuna ingiuria, o ruberia o danno nella terra
-si fece eziandio in parole. I terrazzani uomini e donne assicurati
-offeriano pane e vino, e altre cose abbondantemente, così a quelli
-ch’erano entrati come a quelli ch’entravano. Come a Dio piacque, e
-fu mirabile cosa, la terra si vinse senza spargimento di sangue, e
-senza ruberia o ingiuria o violenza niuna o piccola o grande, che a
-raccontare è cosa incredibile e vera.
-
-
-CAP. LXII.
-
-_Come la rocca di Bibbiena s’arrendè al comune di Firenze._
-
-Vedendo Marco che la terra era presa, e ch’egli era con gente assai
-nella rocca e con poca vittuaglia, perocchè per tema delle cave l’avea
-sfornita, cercò di potersi patteggiare salvando le persone, ma non
-ebbe luogo, e dibattutosi sopra ciò per molte riprese, infine impetrò,
-che la sua donna ch’era figliuola del prefetto da Vico, la quale era
-gravida, con un suo piccolo fanciullo con tutti gli arnesi di lei se
-ne potesse andare, e che i terrazzani e alcuni sbanditi del comune di
-Firenze fossono salvi; e quanto s’appartenne agli sbanditi, non fu
-senza ombra d’infamia a’ nostri cittadini che si trovarono a questo
-servigio. Marco e Lodovico suo fratello, e messer Leale loro zio,
-Francesco della Faggiuola e altri masnadieri in numero di quaranta
-rimasono prigioni, tutto che poi appresso il detto Francesco ch’era
-garzone e infermo fosse lasciato, e a dì 7 di gennaio del detto anno
-renderono la rocca, e a dì 12 del detto mese vennono presi a Firenze
-i detti Tarlati, e furono messi spartitamente l’uno dall’altro nelle
-prigioni del comune di Firenze.
-
-
-CAP. LXIII.
-
-_Di novità state in Spagna._
-
-Carlo fratello naturale dello scellerato re di Spagna, e da lui
-cacciato, si riducea col re d’Araona, conoscendo che la forza e
-bestiale vita del fratello nel reame per paura lo facea temere e
-odiare; e per tanto stimando che li fosse assai leggiere a fare
-movimento nel reame eziandio con piccola gente, avuto dal re ottocento
-cavalieri si mise in certa parte della Spagna, e correndo il paese
-ricolse gran preda. Il re com’ebbe del fatto sentore, sapendo il
-luogo dov’erano, e che loro era necessario volendo tornare in loro
-paese passare per un certo luogo malagevole e stretto, subito mandò
-duemila cavalieri ad occupare quel passo. Sentendo Carlo e’ Catalani
-che ’l passo ond’era la loro ritornata era preso, e la gente che
-v’era, volgendo la tema in disperazione, si deliberarono di mettersi
-alla fortuna della battaglia, che altro rimedio non v’era. Il valente
-giovane Carlo col volto fiero, come fosse certo della vittoria
-confortando i Catalani, e inanimandoli a ben fare, mostrava che tra
-la gente che gli attendea de’ nemici erano pochi buoni uomini, e che
-gli altri erano gente vile e dispettosa, e male armata e novizza, e
-dell’onore del re per sua crudeltà poco desiderosa, aggiugnendo, che
-se voleano a loro donne e famiglie tornare, necessità era loro fare la
-via con le spade in mano, e che certo si rendea, conoscendo la virtù
-loro, che arebbono la via onoratamente. I Catalani vedendo l’animo
-ardito e sicuro dei giovane presono speranza di vittoria, e si misono
-alla battaglia, la quale fu fiera, e aspra e dura lungo tempo, ma i
-Catalani, come la necessità strignea, raddoppiate le forze e l’ardire,
-diportandosi valentemente, ruppono e sbarattarono gli Spagnuoli,
-e oltre a’ morti e a’ magagnati ne furono presi più di trecento
-cavalieri, e con la preda e con la vittuaglia non pensata si tornarono
-in Araona.
-
-
-CAP. LXIV.
-
-_Come i Pistoiesi ripresono il castello della Sambuca._
-
-Durando la guerra dal signore di Milano a quello di Bologna, e tenendo
-quello di Bologna il castello della Sambuca, ch’era del contado di
-Pistoia, ed era la chiave di dare l’entrata e l’uscita per li paesi
-così all’offesa come alla difesa, veggendo i Pistoiesi che il signore
-di Bologna era forte impedito della detta guerra, e che messer Bernabò
-sormontava, presono tempo, e consiglio e favore, e il vescovo loro,
-il quale era Fiorentino, nella Sambuca trattò, e seppe tanto trattare
-e ordinare, che l’una delle guardie che guardava la torre della
-rocca uccise il capitano; e fermato l’uscio per modo che di sotto
-non poteano essere offesi, salì nella vetta, e colle pietre cominciò
-a combattere col castellano dal lato d’entro, e’ terrazzani, com’era
-ordinato, cominciarono a combattere di fuori; sicchè non potendo stare
-alla difesa, che non lasciava, quei della torre vi cavalcarono. Il
-castellano, ch’era Lombardo, stordito per lo tradimento e per lo subito
-assalto, s’arrendè, salve le persone e l’avere, e all’uscita di gennaio
-del detto anno, e la terra rimase liberamente nelle mani de’ Pistolesi.
-Di questa cosa i Fiorentini furono molto contenti, sperando al bisogno
-potere avere la guardia di quello luogo a sua difesa.
-
-
-CAP. LXV.
-
-_Come messer Bernabò strignea Bologna._
-
-L’oste di messer Bernabò in questi tempi continovamente cresceva, la
-quale avea fermato suo campo a Casalecchio, e il capitano del luogo
-faceva cavalcare le brigate or qua or là, rompendo le strade, e facendo
-assai danno a’ paesani. Gli Ubaldini ad arte si mostravano divisi,
-e parte ne teneano con messer Bernabò, e parte con messer Giovanni,
-il perchè le strade e l’alpi non si poteano usare. Il legato, che
-come il nibbio aspettava la preda, per trarre a sè l’animo di messer
-Giovanni, cui vedea dovere poco durare, l’aiutava con tutta la sua
-forza, mettendo al continovo in Bologna gente e vittuaglia. Messer
-Bernabò di ciò forte turbato, gli scrisse, che non faceva bene a
-impedirlo che non tornasse in casa sua, minacciandolo, che se non
-se ne rimanesse li farebbe novità nella Romagna e nella Marca. Per
-queste minacce il legato più si sforzava ad atare messer Giovanni, il
-quale vedendosi male parato e poco atto alla difesa, durando la guerra
-guari di tempo, per più riprese mandava a Milano suoi ambasciadori per
-levare messer Bernabò dall’impresa, e nondimeno ricercava se potesse
-muovere i Fiorentini in suo aiuto; e non trovandovi modo, cominciò a
-trattare collegato il ragionamento: il quale dava gli orecchi a volere
-fare l’impresa, la quale nella fine venne fornita, come a suo tempo
-diremo. Ma in questi dì, la cosa tanto dubbiosa e avviluppata, che
-non si vedea dove la cosa ragionevolemente potesse passare, la guerra
-rinforzava a giornate. Il capitano di messer Bernabò per più strignere
-la terra e da lungi e da presso ponea bastie, e all’uscita di febbraio
-ebbe Castiglione per trattato, ch’è un forte castello posto tra Modena
-e Bologna. Il signore di Bologna, ch’era uomo al suo tempo riputato,
-astuto e di buona testa, e per molti anni pratico delle battaglie del
-mondo, bene conosceva che impossibile era sua difesa contro la forza
-di messer Bernabò, non avendo altro aiuto, e però sagacissimamente
-si sostenea, traendo delle castella quelli terrazzani che gli erano
-sospetti, e bene li conoscea, e in Bologna sotto solenne guardia tenea
-molti cittadini di cui non prendea confidanza; e del continovo pensava,
-come con suo vantaggio e onore potesse dare ad altrui i pensieri della
-guerra, e uscire di tante persecuzioni in luogo dove potesse il resto
-de’ suoi giorni in pace vivere.
-
-
-CAP. LXVI.
-
-_Come gli Aretini riebbono il castello della Pieve a santo Stefano._
-
-Il castello della Pieve a santo Stefano lungo tempo era stato nelle
-mani de’ Tarlati; e’ terrazzani sentendo che Bibbiena era presa pe’
-Fiorentini, temendo de’ mali che verisimilemente potevan loro avvenire,
-cercarono di volersi acconciare con li Aretini con volontà di quelli
-da Pietramala. Nella terra era uno figliuolo di messer Piero Sacconi
-male in concio a potere resistere al loro volere, e però venendo
-eglino a lui, loro consentì ciò che seppono divisare; e di presente
-fece il fatto a’ suoi consorti sentire, e ad altri amici caporali
-di loro stato, i quali senza indugio copertamente mandarono fanti al
-castello, e uno di loro con pochi compagni disarmati, come se andassono
-a sollazzo, entrò dentro con loro, e come si sentirono forti dentro
-mutarono sermone, e coloro che si voleano accordare, e tutti quelli che
-si faceano a ciò capo mandarono per stadichi ad altre loro tenute, e di
-gente forestiera fornirono la guardia della terra, il perchè la cosa,
-per allora si rimase. Ma i villani della terra loro intenzione, senza
-mostrare segno di fuori, serbarono nel petto, e a dì 8 di febbraio
-detto anno, non prendendone guardia i Tarlati che aveano la cosa per
-cheta, i terrazzani preso loro tempo tutti si levarono a romore, e
-presi i caporali de’ loro signori e de’ soldati, tenendoli tanto che
-riebbono li stadichi loro, e liberaronsi della tirannia, racconciandosi
-col comune d’Arezzo, e tornando allo stato e costume antico di loro
-contadini, con certe immanità che domandarono, e loro furono concedute.
-Questo fu alla casa de’ Tarlati, dopo la perdita di Bibbiena, grande
-abbassamento di loro stato e signoria.
-
-
-CAP. LXVII.
-
-_Come il re d’Inghilterra si pose a oste alla città di Rems._
-
-Il gennaio 1359 il re d’Inghilterra pose campo vicino alla città di
-Rems, usando cautela di non fare loro guasto di fuori, e per più fiate
-con belli modi cercò con impromesse di magnificare e d’esaltare quella
-villa sopra tutte quelle di Francia, che gli fosse prestato l’assento
-che in quella città potesse prendere la corona di Francia, promettendo
-a tutti di trattarli benignamente; ma poichè vide che non era udito,
-stimando che facessono ciò per vergogna d’arrendersi senza dominaggio,
-li cominciò a minacciare di lungo assedio e disolazione della terra se
-non facessono quello che domandava; ma lusinghe nè minacce approdarono
-niente, perocchè fu di comune assentimento risposto loro, che aveano
-loro diritto re, a cui intendeano mentre che durasse loro spirito in
-corpo stare leali, diritti e fedeli, e che facesse suo podere contro
-a loro che alla difesa intenderebbono a loro podere. Avendo il re
-d’Inghilterra dalla comune di Rems questa finale risposta, diede boce,
-che forniti quaranta dì d’assedio, di fuori in campo prenderebbe la
-corona; ma non succedendo le cose a suo proponimento, convenne che
-prendesse per lo migliore altro consiglio. E ciò avvenne, perchè la
-stagione era forte contraria a tenere suo esercito insieme o a sicurtà,
-e dividere non lo potea; onde per fare maggiori danni per lo reame,
-e per stendersi con meno gravezza nel verno, prese e ordinò la sua
-cavalleria come appresso racconteremo.
-
-
-CAP. LXVIII.
-
-_Discordia del conte di Focì a quello d’Armignacca._
-
-Vedendo il re, come poco davanti dicemmo, che il suo stallo a Rems
-era pericoloso e con poco profitto, all’entrare di febbraio divise suo
-oste, e una parte ne fece cavalcare per lo paese, la quale non trovando
-contrario s’arrestò a san Dionigi ch’è presso a Parigi a due leghe: e
-questa mandata secondo l’opinione di molti fu di consiglio del re di
-Navarra e con suo favore, sotto la scusa dello sdegno preso per lui per
-lo Delfino di sospetto de’ mali ch’e’ facea. Il Delfino, col consiglio
-di certi baroni fidati e fedeli alla corona, intendea a fornire le
-rocche e le terre, e a fare sollecita e buona guardia in ogni luogo,
-e lasciava correre e cavalcare il paese alla volontà degl’Inghilesi. E
-stando in queste tenebre il reame di Francia, e non senza pericolo, era
-per invidia grave discordia cresciuta intra il conte di Focì e quello
-d’Armignacca, il quale solea essere assai di minore possa che quello di
-Focì, molto era cresciuto in tanto ch’avanzava assai quello di Focì; e
-la cagione di ciò era stato, perocchè per spazio di cinque anni quello
-d’Armignacca avea tenuto il vicariato del paese per lo Delfino, onde
-avea tratto grande tesoro; e per questo vizio d’invidia, il quale nelle
-corti de’ signori signoreggia, il conte di Focì, veggendo il reame
-in tanto pericolo, con segreto favore del re d’Inghilterra, secondo
-che per fama si disse, raunò gente d’arme a cavallo e cavalcò per lo
-paese, ed entrando nelle ville e nelle castella come barone fidato alla
-corona, e con questo modo mandò fino a Tolosa, dicea che volea altri
-cinque anni la vicheria del paese come avea avuto quello d’Armignacca,
-che domandando colta per guardare il paese, non senza tema di
-ribellione e per molto arbitrio s’appropriò senza l’assentimento dei
-Delfino; i paesani si portavano saviamente per non dare loro in parte
-a’ loro avversari, onde s’acquetò la nuova e paurosa fortuna, non che
-guerra non rimanesse tra’ due conti.
-
-
-CAP. LXIX.
-
-_Quello feciono gli osti del re d’Inghilterra in Francia._
-
-Un’altra parte dell’oste del re d’Inghilterra, essendo il verno nel
-suo più grave tempo e ridotto alle piove, sotto la condotta del duca
-di Guales, ch’era il primogenito del re d’Inghilterra, e del duca di
-Lancastro, che al detto re era cugino, si mise a passare in Brettagna
-per luoghi stretti e guazzosi, e per li freddi spiacevoli e rei; a
-quel tempo alla gloria degl’Inghilesi non era malagevole nulla, i
-quali faceano a loro senno e a loro voglia del reame di Francia quale
-aveano in piega, e così stimavano fare di Borgogna, dove solea essere
-il pregio e l’onore di gente d’arme, e così ferono, perocchè passarono
-per luoghi stretti e malagevoli senza contasto; e giunti nel paese,
-lo trovarono pieno di molto bene, onde molto s’adagiarono al vernare.
-Il duca di Borgogna era un giovinetto, ed egli e’ suoi baroni erano
-malcontenti del re di Francia, perchè avea la duchessa madre del
-detto duca tolta per moglie, e per la sua dote assai avea preso tutte
-giurisdizioni del paese; la quale cosa fu cagione di non prendere
-quella franca difesa contro agl’Inghilesi che si potea pigliare.
-Gl’Inghilesi per questo rispetto temperatamente si portarono co’
-paesani, non prendendo più che a loro fosse mestiero; e perchè il paese
-era dovizioso, e i passi nella forza degl’Inghilesi, poco appresso
-del mese di marzo seguente, il re lasciate fornite in Normandia e in
-Pittieri e in Berrì certe castella afforzate che aveano acquistate,
-cavalcando liberamente il paese, col rimanente di sua oste se n’andò
-a Celona in Borgogna, e di là mandò al papa suoi messaggi domandando
-suo ricetto a Avignone; della qual cosa il papa e’ cardinali, e
-tutta la corte ne fu in gelosia e in paura. Il papa gli mandò per la
-detta cagione due vescovi, li quali il pregarono e comandarono che
-non volesse per sua venuta turbare la Chiesa di Roma, e il re di ciò
-l’ubbidì; nondimeno con ogni studio facea il papa afforzare la città
-d’Avignone.
-
-
-CAP. LXX.
-
-_Come più castella si rubellarono a’ Tarlati._
-
-Come per esperienza vedemo, e gli uomini e gli animali senza ragione
-per natura sono vaghi di libertà, e l’appetiscono come loro proprio
-bene; gli uccelletti in gabbia vezzosamente nudriti si rallegrano
-vedendo le selve, e se possono fuggire de’ luoghi dove sono incarcerati
-ritornano a’ boschi; gli uomini che sono stati in lungo servaggio
-avvezzi al giogo della tirannia, se sono continovi, e veggiono il
-tempo di ricoverare loro libertà, con tutti i sentimenti del corpo si
-studiano a ciò pervenire. E di ciò in questi dì ne vedemmo la prova
-ne’ suggetti de’ Tarlati, perocchè a dì 13 di febbraio 1359 la Serra
-si diede al comune di Firenze; la quale fortezza il nome concordia
-al fatto, perocchè serra il passo della montagna che è dal comune di
-Bibbiena in Romagna: e il detto dì Montecchio s’arrendè agli Aretini.
-Quelli della valle di Chiusi avendo mandato per gente al podestà di
-Bibbiena, e non potendola avere, se prima non ne facesse coscienza al
-comune di Firenze, e a loro troppo tardava, l’ebbono dagli Aretini, e
-rubellaronsi da’ Tarlati. Guido fratello di Marco si tenne alla rocca,
-ch’era fortissima, e da non potersi mai vincere per forza, onde per gli
-Aretini fu cinta d’assedio in forma che poco potea sperare in soccorso
-di fuori. E per questa simigliante fortuna aveano considerato che i
-tiranni murano a secco, che bene che loro mura per altezza passino
-il cielo, come n’è tratta una pietra di sotto di quelle in su che
-è carica, l’altre senza niuno ritegno rovinano; il perchè se cotali
-che usurpano il dominio avessono buon sentimento, non piglierebbono
-fidanza delle maravigliose fortezze, ma de’ cuori de’ suggetti loro,
-trattandoli bene.
-
-
-CAP. LXXI.
-
-_Di un trattato di Bologna scoperto._
-
-Non meno ne’ trattati che nella forza dell’arme si riposa e rivolge
-l’intenzione de’ tiranni; non meno acquistano con tradimento, e con
-corrompitori di baratteria che colle battaglie. E considerato le
-grandi, e le lunghe, e disordinate spese delle guerre, per meno spesa
-sono larghissimi ne’ trattati. Questa regola si scoperse in questi di
-ne’ caporali di messer Bernabò, i quali teneano trattati con certi
-soldati ch’erano in Bologna, i quali promisono, che approssimandosi
-l’oste a Bologna darebbono una porta. Per la detta cagione all’uscita
-di gennaio del detto anno il campo si mosse, e approssimossi alla
-terra; ma scoperto il trattato, e presi i traditori, e fattone degna
-giustizia, l’oste si ritrasse indietro, perchè stando dov’erano venuti
-stavano in disagio è in pericolo, e tornaronsi a casa al luogo dov’era
-la loro bastita maggiore.
-
-
-CAP. LXXII.
-
-_Come le sette di Cicilia si divoravano insieme._
-
-La parte del re Luigi in Cicilia, sì de’ Messinesi, come de’
-Palermitani, in questo tempo era dal giovane duca di Cicilia e da’ suoi
-Catalani sopra modo tribolata e astretta, che ’l re Luigi altro che con
-parole non aiutava i suoi partigiani, il quale era cresciuto al duca
-il seguito suo, e di continovo cavalcavano sulle porte di Palermo e di
-Messina, e loro tenute e fortezze e con assedio e trattati toglieano;
-onde non potendo resistere alle continove e gravi oppressioni, da
-capo con grande istanza richiesono il re d’aiuto, significando loro
-stato e bisogno. Il re mandò a’ Fiorentini per trecento cavalieri che
-gli erano stati per tre mesi promessi. Il comune per fare più presto
-il servigio li mandò settemila fiorini d’oro, avendo sopra questo
-risposto, che avendo altra volta mandata gente, era stata soprattenuta
-i detti danari, perchè tanto montava il soldo di trecento cavalieri per
-tre mesi, acciocchè ’l re li conducesse a suo modo, e quando n’avesse
-bisogno. I danari presono luogo in altri servigi, e il soccorso de’
-Ciciliani per quella volta furono lettere confortatorie, dando loro
-speranza per animarli alla sofferenza, aspettando se si cambiasse
-fortuna. Il di che di questo seguette, che i Catalani presono maggiore
-cuore, e condussono gli amici del re a grande stretta, e con grandi
-pericoli e partiti, come si potrà al suo tempo provare.
-
-
-CAP. LXXIII.
-
-_Come la Chiesa deliberò l’impresa di Bologna._
-
-Egli è vero, che come già detto avemo, messer Giovanni da Oleggio
-non veggendo sufficiente sua possa a resistere a messer Bernabò, nè
-speranza di soccorso bastevole, cercato e ricercato avea se con lui
-potesse avere convegna o pace fidata, e non di manco, come sagace
-e astuto, cercava col legato di rendere Bologna alla Chiesa con suo
-vantaggio e profitto. Il legato, ch’era d’animo grande, e desideroso di
-torre quell’impresa per crescere suo onore e nome, non si attentava,
-perchè non si vedea sufficiente a sostenere tanto fatto, e cominciare
-non volea senza l’assento del papa e de’ cardinali, per non avere
-riprensione nè vergogna. E avendo per questa cagione e con lettere e
-ambasciadori sollicitato il papa, mostrandogli quelle buone ragioni
-ch’erano a sua intenzione conformi, del mese di febbraio del detto
-anno, ebbe per diliberazione del santo padre e de’ suoi cardinali, che
-nel nome di Dio facesse l’impresa, tutto che in questo tempo messer
-Bernabò con grande spendìo cercasse con danari con suoi protettori in
-corte che ci ò non si facesse; e tanta fu la forza de’ danari e de’
-doni, che ora sì ora no si dicea, con poco onore della Chiesa di Roma.
-Nè a questo contento il tiranno, sua oste cresceva premendo d’imposte e
-di colte tutti i cherici ch’erano di terre a lui sottoposte; e credendo
-con parole altiere spaventare il legato ch’era uomo senza paura, forte
-lo minacciava. E così la città di Bologna era di fuori tribolata,
-e dentro stava in gelosia, e prima non sapendo a cui fosse venduta,
-e sapendo che di lei si facea tenere mercato, e non osava parlare;
-queste miserie si giugneano in loro gravi danni e le fatiche corporali.
-Queste pene, se da’ cittadini erano pazientemente portate, meritavano
-sollevamento, ma non era ancora il tempo che Iddio avea diliberato per
-fine delle fatiche loro.
-
-
-CAP. LXXIV.
-
-_Come messer Giovanni da Oleggio fermò suo accordo con il legato di
-Bologna._
-
-Il legato poich’ebbe a suo proponimento l’assento di corte di Roma,
-d’onde a tempo sperava favore, ritenendo singulare amicizia con messer
-Giovanni da Oleggio, e gareggiandolo molto per avere da lui quello
-che cercava, riprese con lui ragionamento e trattato con animo di
-contentarlo, purchè Bologna venisse alle sue mani, e perchè non dava
-del suo era largo per promesse. La cosa era venuta in termine, che
-poco dibattito di lievi cose fra loro aveano. Messer Giovanni stava
-sospeso, perchè non li parea ben fare rimanendo nemico di messer
-Bernabò e della casa de’ Visconti, della quale era per gesta. E stando
-in questo intra due, sentendo messer Bernabò che la convegna era per
-prendere tosto conclusione, e temendo forte che ciò non venisse fatto,
-mandò a messer Giovanni certi de’ Bonzoni da Crema, che gli erano
-cognati, e a loro commise che con ogn’istanza cercassono che Bologna
-non tornasse nelle mani della Chiesa, e che offerissono al loro cognato
-ogni patto e sicurtà ch’e’ volesse. Costoro col detto mandato di
-presente furono a Bologna, e trovarono come la concordia era in alto
-da potersi e doversi fornire con messer Giovanni; onde si strinsono
-con lui, e dissonli quanto aveano da loro signore, e lo confortarono
-con belle e indottive ragioni ch’e’ non volesse rimanere nimico del
-signore suo e in contumacia de’ suoi consorti, e di tanta possanza e
-grandezza, che potea con suo onore e vantaggio rimanere in buona pace
-con loro. Messer Giovanni rispose, ch’e’ volea fare certo e sicuro
-messer Bernabò che dopo sua morte Bologna gli verrebbe alle mani,
-mentre ch’e’ vivea la volea tenere per lui, e titolarsene suo vicario,
-e che volea fidanza che ciò li fosse osservato; e dove a questo messer
-Bernabò venisse realmente e facesse, disse d’abbandonare ogni altro
-trattato, affermando che sopra tutte le cose desiderava d’essere in
-grazia de’ suoi maggiori, e a loro ubbidiente e fedele. I cognati
-vollono la fede da lui, ed egli la diede loro, dicendo, ch’e’ non potea
-guari aspettare, e che la risposta prestamente volea; e con questo
-voltarsi indietro, e tornarsi a messer Bernabò, il quale avea sentito
-che l’accordo era fatto, e che il prendere stava a messer Giovanni;
-di che avendo da costoro chiara certezza in consiglio disse, ch’era
-contento di fare quanto messer Giovanni avea domandato, e che così per
-sua parte fermassono con lui. I giovani poco sperti e poco accorti,
-non considerando il pondo del fatto, e quanto il caso portava o potea
-portare, rendendo la cosa per fatta, con matta baldanza, quasi se non
-dovesse nè potesse fallare nè uscire di loro mani, lieti e allegri,
-perchè pareva loro fare gran fatti, presono alquanto soggiorno,
-aspettando il tempo carissimo e pericoloso in vani diletti, nelle quali
-cose spesono tre giorni oltre all’aspetto che messer Giovanni attendea;
-il perchè ne seguì, che essendo in prima messer Giovanni in sospetto
-della fede di messer Bernabò, il sospetto gli crebbe, e la tema di non
-essere tenuto a parole a mal fine, e senza più attendere prese partito,
-e fermò l’accordo col legato, come nel seguente capitolo diviseremo.
-Fornito il fatto, i giovani che gli erano cognati li vennono il giorno
-seguente, e trovarono la pietra posta in calcina, sicchè il pieno
-mandato ch’aveano da messer Bernabò tornò in fumo. Per questo fallo
-seguette, che i giovani a furore e tutte le loro famiglie furono
-disperse, e i loro beni guasti e incorporati alla camera del signore
-come di suoi traditori, e ne rimasono in bando delle persone.
-
-
-CAP. LXXV.
-
-_Patti da messer Giovanni da Oleggio alla Chiesa, e la tenuta di
-Bologna._
-
-Per lo sospetto cresciuto a messer Giovanni di messer Bernabò, come
-poco avanti dicemmo, prese l’accordo, e concedette alla Chiesa Bologna
-con queste convegne: che il legato pagasse interamente i provvisionati
-e’ soldati di ciò che dovessono avere infino al dì ch’e’ rassegnasse
-Bologna, e che in cambio di Bologna avesse a sua vita liberamente
-la signoria della città di Fermo, e di suo contado e distretto, e
-che fosse titolato per lo detto marchese della Marca, e in sustanza
-succedette l’accordo: e per sicurtà di fermezza dell’una parte e
-dell’altra, il signore di Bologna mise nella città di Fermo messer
-Azzo degli Alidogi da Imola con gente d’arme come amico comune, e al
-capitano della gente che il legato avea messo in Bologna, ricevente
-per lo legato e per la Chiesa di Roma, in presenza del popolo diede la
-bacchetta della signoria, onde il popolo ne fece gran festa, perchè ciò
-desiderava e temeva di peggio, gridandosi per tutta la terra: Viva la
-santa Chiesa. Nondimeno il signore com’era ordinato nei patti, nelle
-sue mani fece giurare tutta gente d’arme da piè e da cavallo infino che
-li fosse attenuta l’impromessa; e così stette la città sotto titolo
-e forza di messer Giovanni, come della Chiesa di Roma, da mezzo il
-mese di marzo al primo dì d’aprile 1360. E in questo mezzo il legato
-intendea a fare pagare i soldati, e’ cittadini avendo presa baldanza, e
-in fatti e in parole villaneggiavano messer Giovanni e la famiglia sua,
-ricordandosi dell’ingiurie ch’aveano ricevute da loro; e per questo
-avvenne, che un dì messer Giovanni mandò per prendere di sua gente
-uno de’ Bentivogli, il quale essendo bene accompagnato si contese, e
-non se ne lasciò menare, gridando, all’arme all’arme; onde la terra
-si levò tutta a romore, infiammata contro al vecchio tiranno: il quale
-per tema si ricolse in cittadella, e tutta la notte stette armato con
-la sua gente e della Chiesa sotto buona guardia. Il dì seguente giunse
-messer Gomise in Bologna nipote del cardinale, il quale era marchese
-della Marca, e racchetò il romore del popolo, e prese la guardia delle
-porti e della città, e accomandatola a’ cittadini, corse la terra
-col popolo insieme con grande allegrezza, e aperse a’ prigioni. Il
-perchè i cittadini si certificarono che la signoria non potea tornare
-nelle mani del tiranno, nonostante che ancora fosse in sua podestà
-la cittadella, e il giuramento de’ soldati in sua mano. E stando le
-cose in tale maniera, messer Giovanni fu certificato dalla moglie
-come liberamente avea in sua podestà il Girfalco e l’altre fortezze di
-Fermo, e come presa era per lui la signoria della terra; onde avendo
-ciò, secondo i patti li convenia partire di Bologna, ma forte temea
-l’ira del popolo che non l’offendesse in sulla partita, e per tanto si
-stava in cittadella, e come, savio e avveduto ordinò ora una boce ora
-un’altra, tenendo suo consiglio segreto nel petto; e per meglio coprire
-l’animo suo pubblicamente facea cercare con gli Ubaldini che li dessono
-sicura la via, e a’ Fiorentini domandò il passo per loro terreno; i
-Bolognesi stavano a orecchi levati, e non faceano motto, aspettando di
-predarlo, e di fare strazio di lui gran voglia n’aveano. Il savio con
-maestria tranquillando i Bolognesi colse tempo, il martedì santo, a dì
-31 di marzo nella mezza notte, dormendo i cittadini, chetamente e senza
-fare zitto con mille barbute, tra di suoi provvisionati e soldati di
-quelli della Chiesa, senza averne il dì fatta mostra uscì di Bologna,
-e andossene a Imola senza impedimento nessuno, e di là si partì, e
-andonne a Cesena a visitare il legato.
-
-
-CAP. LXXVI.
-
-_Come la città di Bologna fu libera dal tiranno in mano del legato e
-della Chiesa essendo assediata._
-
-Il primo dì d’aprile, gli anni domini 1360, Bologna rimase libera
-dalla dura tirannia di messer Giovanni da Oleggio della casa de’
-Visconti di Milano, il quale a dì 20 d’aprile 1355 l’avea rubata a’
-suoi consorti per cui la tenea, come addietro facemmo menzione, e
-nello spazio di questi cinque anni avea decapitati oltre a cinquanta
-de’ maggiori e de’ migliori cittadini della terra, con trovando loro
-diverse cagioni, e dell’altro popolo n’avea morti e cacciati tanti, che
-pochi n’avea lasciati che avessono polso o forma d’uomo, e con averli
-munti e premuti infino alle sangui; e avendo fatte tante crudeltadi,
-e tante storsioni e ruberie, come volpe vecchia seppe sì fare, che
-con grandissimo mobile di moneta e gioielli liberamente se n’andò, e
-ridussesi in Fermo; e levato s’era del giuoco, e ridotto in luogo di
-pace e di riposo, lasciando i Bolognesi e il legato nella guerra; e per
-certo, s’egli era tenuto savio, questa volta lo dimostrò.
-
-
-CAP. LXXVII.
-
-_Come la Chiesa riformò Bologna._
-
-Messer Gomise da Albonatio Spagnuolo nipote del legato, il quale
-era stato marchese della Marca, e Niccola da Farnese capitano della
-gente del legato rimasi nella libera signoria di Bologna, e fatta
-grande allegrezza e festa co’ cittadini della partita di messer
-Giovanni da Oleggio, e mostrando di loro grande confidanza, ma per
-accattare loro benivolenza e favore, si cominciarono a ordinare alla
-guardia, e alleggiarono il popolo di molte gravezze, e massimamente
-delle soperchie, nelle quali li tenea il tiranno; e il popolo con
-loro coscienza prese consiglio co’ più cari e sentiti cittadini, ed
-elessono di comune concordia d’ogni stato e condizione, mescolando i
-gentili uomini e’ popolari, e’ dottori e artefici eziandio dell’arti
-minute, pure che ognuno fosse contento, certo numero di cittadini che
-intendessono con gli uficiali della Chiesa alla guardia e alla difesa
-della città; e ciò fatto, il capitano della gente della Chiesa mandò
-comandando alla gente di messer Bernabò che si dovesse partire del
-terreno della Chiesa, significando loro come Bologna era tornata alle
-mani della Chiesa di Roma, com’essere dovea per ragione; la risposta
-fu questa, che innanzi si partissono voleano vedere per cui, e che
-s’e’ volessono se ne partissono glie n’andassono a cacciare. E preso
-sdegno del baldanzoso comandamento, ed essendo loro di nuovo giunto
-mille barbute, cavalcarono infino presso a Faenza, levando gran preda
-di bestiame e di gente, la quale condussono al luogo senza impedimento
-niuno; e com’aveano cominciato seguirono, facendo gran danno e
-spaventamento de’ paesani, e rompendo le strade, minacciando di peggio
-i Bolognesi e’ Romagnuoli; per le quali cose la letizia mostravano per
-parere loro essere fuori delle mani del tiranno, e posto giù il caldo
-voglioso si cominciò a raffreddare, e convertissi in paura di peggio, e
-ciò venne loro, come si potrà leggendo innanzi trovare.
-
-
-CAP. LXXVIII.
-
-_Di una congiura si scoperse in Pisa._
-
-Gli artefici della città di Pisa, e massimamente quelli dell’arte
-minuta, vedendo loro mancare i guadagni per la partita de’ Fiorentini
-i quali il loro porto teneano in divieto, se ne doleano, e mormoravano
-e parlavano male; e perseverando nelle querele, una quantità di loro
-si giurarono insieme molto occultamente, e presono ordine tra loro, il
-quale il venerdì santo a dì 3 d’aprile doveano uccidere gran parte de’
-loro maggiorenti ch’erano al governo della città, dove e come trovar
-gli potessono insieme, o divisi; e ciò fatto, doveano mandare per li
-Gambacorti, che allora si riduceano a Firenze, e con loro riformare
-la terra, e pacificare co’ Fiorentini per riavere il porto. Infra’
-congiurati erano religiosi alquanti, e preti e altri cherici assai,
-intra’ quali fu un prete il quale fu veduto parlare con certi de’
-secolari della congiura assai sconciamente, e per disusata maniera,
-o che parola di suo ragionamento fosse intesa, o che per lo modo del
-parlare si facesse sospetto, fu mandato per lui, e stretto, e’ confessò
-tutto l’ordigno; onde subitamente furono presi quattro preti e sette
-frati, e nel torno di cento artefici d’arte minute. I governatori della
-terra procedendo nel fatto trovarono ch’erano tanti gli avviluppati in
-questa congiura che per lo migliore si fermarono, e non si stesono più
-oltre, e del numero ch’aveano presi dodici ne furono impiccati, i quali
-trovarono più colpevoli e caporali, e gli altri furono condannati a
-condizione in danari, i quali per ricomperare le persone tosto furono
-pagati. Questa novità molto conturbò e impoverì la città con guasto
-dello stato della setta che allora reggea, la quale ne rimase in grande
-gelosia, e il popolo minuto malcontento e peggio disposto.
-
-
-CAP. LXXIX.
-
-_Di un trattato menato in Forlì contro alla Chiesa._
-
-Messer Bernabò per l’impresa ch’avea fatto il legato della città
-di Bologna era molto stizzito o infocato, e come signore animoso e
-vendicativo non posava, e senza riguardo di spesa del continovo suo
-oste cresceva, e sollecitava i suoi capitani a fare buona guerra a’
-Bolognesi, e dovunque potessono ne’ terreni della Chiesa. Occorse in
-questi giorni, che la gente ch’era alla guardia di Forlì gran parte
-n’erano ad accompagnare infino a Fermo messer Giovanni da Oleggio;
-questo caso diede materia a un messer Stefano giudice, e a un nipote
-di messer Francesco degli Ordelaffi per addietro capitano di Forlì,
-nato d’una sua figliuola bastarda, di cercare trattato in Forlì; questi
-due matti baldanzosi, piuttosto per presuntuoso animo che per savio
-consiglio, tenuto trattato col capitano della gente di messer Bernabò,
-vedendo la terra sfornita di gente di soldo, sotto ombra di cavalcata
-gran parte della migliore gente da cavallo e da piè dell’oste del
-tiranno feciono appressare a Forlì, in luogo che per sua vicinanza
-non gittasse tanto sospetto che al popolo fosse necessità prendere
-l’arme, e d’onde partendosi la notte potessono entrare nella terra;
-e tanto aveano predetta la cosa, che avendo i detti di sopra con
-alquanti loro amici rotte in due parti le mura della città, ed essendo
-condotti millenovecento barbute e fanti assai al tempo che loro era
-dato alle dette rotture, poco accorti i traditori abbagliati della
-voglia disordinata, tra gli steccati e le mura che fatti aveano ne
-condussono tra gli ortali dentro e a piè delle mura oltre a trecento
-cavalieri e dugento pedoni, anzi che dentro se ne sentisse niente, e
-non presono avviso che i detti ortali erano tutti affossati, e senza
-vie spedite che mettessono nelle strade mastre, il perchè ne seguì,
-che nel ravvilupparsi disordinatamente e poco chetamente in quel
-luogo, furono sentiti e scoperti; onde il popolo si levò a romore, e
-francamente corsono ove si sentivano i nemici, e gli assalirono col
-vantaggio del sito dov’erano, e non potendosi stendere nè campeggiare,
-e inviliti, tutto che facessono per loro onore mostra d’arme, in fine
-furono cacciati di fuori, ed essendone assai magagnati e fediti: e
-mentre ch’era attizzata la zuffa, poco anzi il fare del giorno la gente
-ch’avea accompagnato messer Giovanni da Oleggio tornò, onde quelli di
-fuori perduta la speranza si ritrassono indietro, e’ traditori furono
-presi e condannati alle forche. Parendo al capitano di messer Bernabò
-avere avuto dell’impresa vergogna, quasi come se la preda gli fosse
-uscita di mano, la seguente mattina con duemila barbute tentò di fare
-in aperto quello che non avea potuto fare in occulto, e venuto infino
-alle mura della città, la trovò sì bene ordinata e guernita a difesa,
-che intendimento che dato gli fosse dentro riputò a niente; onde diè
-la volta, e trovando il paese male fornito di roba da vivere, lasciò a
-Luco quattrocento cavalieri, e tornossi nell’oste a Bologna.
-
-
-CAP. LXXX.
-
-_Come fu combattuta Cento dall’oste del tiranno._
-
-Avendo i capitani di messer Bernabò perduta la speranza della città di
-Forlì, come di sopra dicemmo, la sollecitudine loro rivolsono altrove,
-e lasciando fornite le bastite d’intorno a Bologna, cavalcarono a
-Cento grossa terra de’ Bolognesi, posta in quella parte che guata
-Ferrara, e là si fermarono quasi in forma d’assedio, stimando che se
-potessono o per paura o per forza vincere la terra, per la bontà del
-sito attissimo loro per sicurare le strade verso Ferrara, e per fare al
-campo e alle bestie dovizia per la grande quantità di biada che dentro
-v’era raccolta, d’essere vincitori della guerra; e per tanto con molto
-ordine e apparecchio per più e più riprese in diversi giorni assalirono
-la terra con fiere battaglie di lunga bastanza, nelle quali e dall’una
-parte e dall’altra assai di buona gente vi fu morta e fedita, ma più
-assai di quelli di fuori; in fine trovando i capitani che la terra era
-bene guernita a difesa, e vedendo che il loro stallo poco approdava,
-con avere senza acquisto fatte prodezze si levarono quindi, e andarono
-a Budrio, dove trovarono più larghezza di vittuaglia, ove s’arrestarono
-per lunghezza di tempo.
-
-
-CAP. LXXXI.
-
-_Come gli Ubaldini si mostrarono tra loro divisi._
-
-In questi tempi, maliziosamente per sagace consiglio la casa degli
-Ubaldini si divise, e quelli di Tano da Castello col seguito loro
-s’accostarono a messer Bernabò, e quelli di Maghinardo e d’Albizzo
-da Gagliano con loro amici tennono col legato in palese, tutto che
-in segreto, come ghibellini e antichi nemici della Chiesa di Roma,
-s’intendessono, e che con l’animo fossono quello ch’e’ consorti loro;
-litigavano per dare materia di rottura alle strade dell’alpe, sicchè
-per quelle vie niuno osasse andare a Bologna. Per questa divisa, o
-vera o infinta che fosse, l’una parte guerreggiava l’altra, e insieme
-si danneggiavano assai; per modo che l’alpe era tutta rotta, e i passi
-e le strade serrate in forma, che roba nè persona per que’ luoghi
-non poteva ire a Bologna senza gravi pericoli; il perchè grave danno
-e disagio ne tornava a’ Bolognesi assediati, che per quelli luoghi
-soleano andare e foraggio e aiuto. E parne che sia da notare in questa
-guerra lunga e pertinace, la maggiore parte di quello che bisognava per
-vita dell’oste sparta, e grande opera quasi venia per Lombardia per lo
-passo del Po, il quale il marchese da Ferrara compare di messer Bernabò
-gli avea conceduto, pagando la roba il dazio usato, di che gran danaio
-ne fece il marchese: e secondo ch’avemmo da persona degna di fede, che
-di ciò ebbe degna notizia, tra soldo e vittuaglia e altri fornimenti
-l’oste costava al tiranno ogni mese oltre a’ fiorini settantamila
-d’oro, e tanto era la sua entrata che niente parea che ne curasse: è
-vero che grande tesoro trasse da’ cherici delle terre che gli erano
-suggetti, i quali con molti dispetti disordinatamente gravava.
-
-
-CAP. LXXXII.
-
-_Di portamenti degl’Inghilesi in Borgogna._
-
-Per sperienza vedemo, che lo stomaco pure d’una vivanda prende
-fastidio, e delle variazioni d’esse ricreazione e piacere, e così gli
-orecchi d’uno suono continovo rincrescimento, e della mutazione di
-molti vaghezza. Da questa mostrazione naturale preso esempio, lasceremo
-stare alquanto i fatti d’Italia, le cui volture e travaglie continove
-senza in tramessa delle forestiere possono ingenerare tedio, e
-passeremo a quelle de’ Franceschi e degl’Inghilesi che in questi giorni
-apparirono. Essendo, come nel passato dicemmo, il re d’Inghilterra,
-e’ figliuoli e il duca di Lancastro in Borgogna, senza arrestare con
-attizzamento di guerra il paese i Borgognoni, che allora in occulto
-erano poco amici della casa di Francia, s’accordarono con loro, dando
-loro derrata per danaio abbondevolmente di ciò che loro fosse mestiero;
-e stando in tale maniera si cercava come il re per l’avvenire dovesse
-rimanere col duca, il perchè gl’Inghilesi li riguardavano forte, senza
-fare ingiuria o danno niuno; e ciò avvedutamente, perchè sapeano lo
-sdegno nato tra’ Borgognoni e’ Franceschi, estimando d’attrarli a
-loro con piacevolezza e amore. Il duca era giovane e di grande animo,
-e di possanza il maggiore barone del reame di Francia, e de’ dodici
-peri, a cui stava la coronazione del reame di Francia, alla quale con
-tutti i sentimenti si dirizzava l’intenzione del re d’Inghilterra, la
-quale era freno che non lasciava trasandare gl’Inghilesi. Nondimeno
-i paesani delle castella, e sì delle ville, per essere più sicuri
-donavano al re argento secondo loro possibilità, e di buona voglia
-li prendea, e gli fidanzava. E per simile modo avea fatto negli altri
-paesi di Francia; prendea da cui gli s’era raccomandato ciò che dare
-gli voleano senza bargagnare, e avevali fatti sicuri di preda e di
-guasto; onde per questa via avea accolta tanta moneta, che di largo
-forniva i soldi ch’avea a pagare, e tutte altre spese occorrenti senza
-avere a trarre d’Inghilterra danaio. E per questo modo la sperienza fa
-manifesto quello che in fatto e’ parea quasi impossibile, ed era: e per
-certo all’acquisto del reame di Francia la fortuna e ’l senno furono
-del tutto dalla parte del re d’Inghilterra e solo gli fu in contrade
-l’odio e lo sdegno de’ Franceschi, i quali non poteano patire d’udire
-ricordare gl’Inghilesi, che sempre come vili genti aveano avuto in
-dispetto.
-
-
-CAP. LXXXIII.
-
-_Come i Normandi con loro armata passarono in Inghilterra._
-
-I Normandi, che più volte aveano in loro terre dagl’Inghilesi ricevuto
-oltraggi e vergogna, vedendo che ’l re d’Inghilterra, e’ figliuoli
-è ’l duca di Lancastro, di cui ridottavano molto, erano occupati
-nell’impresa di Francia, e per ciò passati in Borgogna, pensarono che
-’l tempo loro dava spazio di fare loro vendetta. E pertanto di loro
-movimento raunarono in piccolo tempo centocinque navili, e di loro
-gente gli armarono, e gli feciono passare nell’isola, e si posono a
-Sventona e in altri porti, dove arsono legni assai, e feciono quello
-danno che poterono il maggiore. Per, questo gl’Inghilesi sommossono
-tutti i porti dell’isola, e furiosamente armarono per andare a trovare
-i Normandi, i quali temendo i subiti movimenti e avvisi degl’Inghilesi,
-avanti che loro armata fosse fornita si partirono, e tornaronsi a
-salvamento in Normandia.
-
-
-CAP. LXXXIV.
-
-_Come il duca di Borgogna s’accordò con gl’Inghilesi._
-
-Del mese di maggio 1360, il giovane duca di Borgogna, seguendo il
-consiglio de’ suoi baroni, prese accordo col re d’Inghilterra in
-questa forma. Che il re si dovesse partire del paese, e il duca a lui
-dovesse dare in tre anni centoventi migliaia di montoni d’oro, come ne
-toccasse per anno; e oltre a ciò, ch’avendo il re d’Inghilterra a sua
-coronazione del reame di Francia per boce d’imperio, che la sua sarebbe
-la seconda. Sotto questa concordia assai grande al re d’Inghilterra,
-più per l’onore della promessa e della boce del duca che per altra
-cagione il re d’Inghilterra con tutta sua oste si partì di Borgogna,
-e dirizzò suo viaggio verso Parigi, non trovando, fuori delle terre
-murate, chi lo contastasse niente, e tutti i paesani e le villate che
-non si sentivano da poterli fare resistenza gli si feciono incontro,
-e per riscatto di loro dammaggi li portavano danari, ed egli per sua
-bonarità, ciò che gli era dato prendea, e della sicurtà era a tutti
-cortese.
-
-
-CAP. LXXXV.
-
-_Come il re d’Inghilterra assediò Parigi._
-
-Poichè ’l re d’Inghilterra vide che la fortuna per la maggiore parte
-avea favoreggiati tutti i suoi consigli e ordigni, e che tutte le
-cose, secondo il suo proponimento necessario a fornire anzi prendere
-l’assedio di Parigi gli erano procedute prosperamente, eccetto che
-presure di ville o di fortezze notabili, le quali vedea avere riguardo
-a Parigi, e che quando la città ch’era capo del reame fosse a sua
-podestà l’altre agevolmente gli verrebbono alle mani; e pensò come
-ultimo fine d’ogni sua intenzione certo che la ventura gli concedesse
-Parigi; e per tanto come trasse il piè di Borgogna, continovate sue
-giornate con tutta sua oste se ne venne a Parigi, e giunto e riposato
-alcuno dì, il sabato santo a dì 4 d’aprile 1360, la sua oste in tre
-parti divise, l’una a Corboglio, l’altra accomandò al duca di Guales,
-e lo fè porre in costa dall’altro lato della città, la terza diede al
-conte di Lancastro, il quale si fermò dall’altra banda, sicchè quasi
-in terzo a sesta fermarono l’assedio, e che questo fosse il deretano
-pensiero manifestarono. Il re di Navarra e il fratello, il quale avea
-formata pace col Delfino, come addietro dicemmo, a questo punto si
-scopersono amici e servidori del re d’Inghilterra, che la pace che
-fatta avea era stata infinta e a mal fine. Questa voltura del re di
-Navarra e del fratello assai diedono che pensare a’ Franceschi. Il
-Delfino avendo alcuno sentore della venuta del re d’Inghilterra e di
-suo intendimento, con molti baroni del reame e con grande cavalleria
-s’era ridotto in Parigi, e la città avea d’ogni cosa necessaria alla
-vita per grande tempo abbondevolmente fornita, e con provvedenza e
-sollicitudine attendeano alla guardia della città e di dì e di notte,
-e di fuori lasciava fare a’ nemici il loro volere, non lasciando
-uscire nè forestieri nè cittadini a fare d’arme, e tutto ciò per buono
-e savio consiglio: nè tanto poteano gl’Inghilesi con sollecitudine e
-scorrimenti strignere la città, che gente con vittuaglia non v’entrasse
-e uscisse, tutto che con pericolo assai. Il paese fuori di Parigi,
-eccetto città e terre di guardia, ubbidiano gl’Inghilesi e loro davano
-vittuaglia e danari, come addietro dicemmo, sicchè l’oste ne stava
-doviziosa e ad agio, e senza fatica d’avere a predare per vivere, e
-senza riotta aveano la vita e i soldi loro, e i beni de’ Franceschi.
-Or qui mi piace d’un poco gridare: O superbi e altieri cristiani,
-dirizzate gli occhi del cuore, volgete un poco questi pensieri a
-considerare gli straboccamenti della potenza mondana, e vedrete la
-viltà e la miseria essere al fine delle pompe e miserie de’ mortali;
-ponetevi avanti gli occhi la nobile e famosa città di Parigi assediata
-dagli Scirei d’Inghilterra; ponetevi il glorioso sangue della reale
-casa di Francia in quanto abbassamento era in questi giorni venuto;
-ponetevi la magnanimità e il coraggio, la gentilezza e’ costumi
-della cavalleria de’ Franceschi, a tanto disprezzamento in questi
-tempi ridotta, che abbi lasciato in preda il reame a poca gente, e
-loro dispettosa e di poca nomea, tenendo chiusa nelle terre murate,
-e non ardite con le teste levate, e prendendo fidanza della violente
-fortuna: più è maraviglioso a pensare che gl’Inghilesi abbiano fatto
-in Francia a loro senno, che se Capalle vincesse Firenze. Il fine
-dunque dell’arrogante superbia, come per esperienza sovente si vede,
-è cadimento in luogo umile e pieno di miseria: e certo chi con animo
-temperato vorrà giudicare, altro non potrà dire, se non che manifesto
-giudicio di Dio abbi corrotto questo flagello il popolo sdegnoso, e
-animo rilevato e altiero de’ Franceschi, che tutto l’altro mondo aveano
-per niente. Or dunque posate mortali, e non siate troppo osi, e sievi
-freno il magnifico reame di Francia, il quale è stato tra’ cristiani il
-maggiore già molte centinaia d’anni, e quando vi ritrovate nel più alto
-grado delle dignità temporali volgete gli occhi alla terra, e vedrete,
-che quanto il luogo è più alto e più rilevato, tanto è la ruina e la
-caduta maggiore, e forse poserete gli animi vostri alla sorte che v’ha
-conceduta la divina provvidenza, senza più oltre cercare che vi sia di
-mestiere.
-
-
-CAP. LXXXVI.
-
-_Come il re d’Inghilterra si strinse a Parigi, e combattè Corboglio._
-
-Essendo l’oste del re d’Inghilterra alquanti dì soggiornata a
-Corboglio, e divisa, come di sopra dicemmo, in modo da potersi in
-piccolo tempo raccogliere insieme quando fosse bisogno, all’ottava
-della Pasqua di Resurrezione, il re con gran parte di sua oste si mosse
-e avvicinossi a Parigi con le schiere fatte, e tanto che gli scorridori
-si misono in sulle porti della città, facendo con parole e con atti
-assai oltraggio a’ Franceschi, ma però di Parigi non usciva persona:
-e ciò fu riputato gran senno, perchè uscendo, come suole il popolo
-voglioso e male ordinato, e in fatti d’arme poco uso, il pericolo
-era grandissimo, e il re con i suoi Inghilesi altro non desiderava,
-facendo sagacemente tutto ciò che poteano per attrarli di fuori.
-Veggendo il re dopo lungo stallo, che per aizzamento che fatto fosse
-a’ Franceschi nè gente usciva della terra nè porta s’apriva, fatto
-danno d’arsione per più sdegnare i nemici e animare a vendetta, si
-trasse indietro: il prenze di Guales tornato al re senza frutto di suo
-pensiero, per non lasciare niente che secondo il sottile provvedimento
-del re per ottenere suo proponimento fare si dovesse, esso in persona
-colla gente fresca ch’era rimasa nel campo con bell’ordine si mise a
-combattere il castello di Corboglio. La battaglia fu aspra e animosa,
-perocchè gli Inghilesi che erano montati nell’onore e pregio dell’arme
-alla disperata senza curare la vita si metteano a ogni pericolo; i
-Franceschi che conosceano che essendo vinti vituperavano il nome loro,
-ed erano carne di beccheria, si difendeano francamente ributtando
-i nemici; molti e dall’una parte e dall’altra ne furono morti e
-fediti; in fine gl’Inghilesi non potendo niente approdare si levarono
-dall’impresa. Come il duca avea fatto a Corboglio, così il conte di
-Lancastro e poi la persona del re cercarono di più altre castella e
-fortezze, e nulla poterono ottenere, sì bene erano in apparecchio a
-difesa; e queste cose furono gran cagione di recare gl’Inghilesi a
-concordia, come a suo luogo e tempo diremo.
-
-
-CAP. LXXXVII.
-
-_Conta del reggimento de’ Romani, e d’alcuna giustizia fatta._
-
-L’antico popolo e reggimento romano a tutto il mondo era specchio di
-costanza, e incredibile fermezza d’onesto e regolato vivere, e d’ogni
-morale virtù, e quello ch’al presente possiede le ruine di quella
-famosa città è tutto per lo contrario mobile e incostante, e senza
-alcuna ombra di morali virtù. Loro stato sovente si muove con vogliosa
-e straboccata leggerezza, e cercando libertà l’hanno trovata, ma non
-l’hanno saputa ordinare nè tenere, com’addietro nell’opera nostra
-si può trovare. All’ultimo, dalla forma e costumi de’ reggimenti
-de’ popoli della Toscana che vivono in libertà, e massimamente de’
-Fiorentini cui essi appellano figliuoli, hanno preso il modo, e fatti
-hanno loro cittadini in similitudine di priori e con simigliante balía,
-e riduconsi presso al Campidoglio, e per loro consiglio hanno i capi
-de’ Rioni, e a similitudine de’ gonfalonieri delle compagnie di Firenze
-fatti hanno banderesi con grande potestà e balía, li quali hanno altri
-sotto sè a cui danno i pennoni, e ciascuno de’ banderesi ha il seguito
-di millecinquecento popolari bene armati e in punto a seguirli a ogni
-loro posta; e così sono circa a tremila gli ubbidienti a’ banderesi.
-Questi hanno a fare l’esecuzione della giustizia di fuori contro i
-possenti e grandi cittadini che male facessono, o fossono inobbedienti
-al reggimento di Roma, o dessono alcuno ricetto ai mali fattori in
-loro fortezze o tenute; e contro a coloro che hanno trovato mal fare
-cominciato hanno così aspra giustizia, che passano i segni per troppa
-rigidezza, il perchè nè principe nè barone è nella giurisdizione del
-popolo di Roma che non stia spaventato, e che forte non gli ridotti, e
-che per paura non ubbidisca a’ governatori di Roma e’ loro rettori. E
-in questo anno occorse, che il Bello Gaietani zio del conte di Fondi,
-e Matteo dalla Torre, famosi capi e ritenitori de’ ladroni del paese,
-furono presi da’ detti banderesi con più loro seguaci malandrini e
-rubatori di strade, e di fatto e senza alcuno soggiorno tutti furono
-impiccati, e le loro tenute disfatte e ragguagliate con la terra. Ed
-essendo la Campagna in ribellione de’ Romani, e spilonca di ladroni,
-e questo popolo infiammato a ben fare, ridottola all’ubbidienza de’
-Romani.
-
-
-CAP. LXXXVIII.
-
-_Come parte degli Ubaldini presono Montebene._
-
-I figliuoli di Tano da Castello della casa degli Ubaldini seguaci
-de’ signori di Milano, e pertanto ai loro consorti nimici, nel detto
-anno e mese d’aprile, di ciò non prendendo guardia que’ della casa
-loro, con numero di fanti a ciò bastevoli, una mattina innanzi il fare
-del giorno presono Montebene, e lo steccarono di steccati e fossi, e
-dentro vi feciono capanne, e lo fornirono di vittuaglia e guernimenti
-da difesa, aspettando secondo l’ordine dato gente d’arme da piè e
-da cavallo da’ signori di Milano per fare da quella parte guerra a’
-Bolognesi rompendo le strade. E a dì 15 d’aprile con dugento Ungheri
-e con trecento barbute, e con loro fedeli cavalcarono infino presso a
-Bologna, e levarono gran preda di prigioni e bestiame, e altri danni
-feciono assai. Poi a dì 23 del mese i Bolognesi con loro forza, e con
-loro i figliuoli di Maghinardo degli Ubaldini e loro fedeli, essendo
-partita la maggior parte della detta gente de’ signori di Milano, che
-male poteano nell’Alpe dimorare, cavalcarono alle valli, e quelli vi
-trovarono della detta gente misono al taglio delle spade, e in quelli
-paesi presono e uccisono e danneggiarono i fedeli dell’Alpe, e con
-quella preda maggiore che fare poteano si ridussono a salvamento: a
-quelli di Montebene non poterono noiare per la fortezza del luogo.
-Montebene per metà è del comune di Firenze, il perchè i Fiorentini
-mandarono ambasciadori agli Ubaldini, e gli ripresono dell’impresa,
-considerato che aveano occupato del contado di Firenze; da loro ebbono
-tanta umile e cortese risposta, a non volere far cosa dispiacesse
-al comune, che per non fare nuova impresa per allora loro risposta
-fu accettata, non che l’ingiuria con l’altre non fosse riposta, e
-riserbata a loro maggiore ruina.
-
-
-CAP. LXXXIX.
-
-_Di novità e morte del re di Granata, e loro esilio._
-
-Nel mese d’aprile 1360 essendo Maometto re di Granata senza sospetto di
-suo stato uscito a cacciare, Raisalem suo barone, uomo di grande animo
-e seguito, postoli aguato lo volle uccidere, ma esso fuggì. Costui col
-seguito e forza sua coronò re un fratello di Maometto di piccola età,
-e perseguitava il detto Maometto, il quale per paura fuggì a Malica,
-e poi a Fessa, e quivi si ridusse al servigio del re di Fessa e a sua
-provvisione, e ivi dimorando aspettava tempo di ricoverare sua corona.
-Guardando Raisalem il giovane re, volle che facesse morire certi de’
-suoi baroni, e non volendo il giovane re consentire perchè non erano
-in colpa, Raisalem l’uccise, e col suo seguito e forza si fè coronare
-re, non essendo della schiatta e casa reale, e da tutti i regnicoli
-di Granata quasi spontaneamente fu ubbidito, e fecesi chiamare il re
-vermiglio, e con tutta sua forza e consiglio nimicava il re Maometto,
-cui egli avea del regno cacciato, e oltre nimicava il re di Castella.
-
-
-CAP. XC.
-
-_Come il legato richiese d’aiuto il re d’Ungheria alla difesa di
-Bologna._
-
-Già era quasi certa e indubitata speranza a’ pastori della Chiesa di
-Dio, e a’ governatori d’essa, sì di là come di qua da’ monti, della
-difesa della città di Bologna, e il legato d’ogni parte in qualunque
-modo potea cercava aiuto sollecitamente: com’a Firenze avea mandato,
-così all’imperadore e al re d’Ungheria sommovendoli al soccorso
-dell’onore di santa Chiesa intorno a’ fatti di Bologna; per questo lo
-re d’Ungheria richiesto, e non volendo, se prima non sapeva il come
-e perchè, con più certo e diliberato consiglio fare l’impresa, come
-gonfaloniere e difensore di santa Chiesa, al cui bisogno dicea non
-potere senza soccorso passare, lettere fece e sua ambasciata mandò
-a’ signori di Milano, loro pregando si partissero dall’offesa di
-santa Chiesa, e gli ammoniva sotto protesto d’aiuto che si partissono
-dall’impresa. I signori di Milano sentendo che suo movimento era pigro,
-e con lunga tratta di tempo, a’ suoi ambasciadori mostrarono, e a lui
-scrissono con assai apparenti ragioni che loro impresa era giusta e
-ragionevole, e che in corte di Roma palesemente se ne disputava, e che
-la ragione per loro parte rispondea, e così la sentenza attendeano; e
-però lo pregavano che contro a loro non prendesse il torto, che giusto
-il podere loro ne prenderebbono difesa, e gli ambasciadori di grande
-riverenza onorarono, e di molti e ricchi doni.
-
-
-CAP. XCI.
-
-_Come in corte si diè sentenza contro a quelli di Milano per i fatti di
-Bologna._
-
-Dappoichè Bologna fu nelle mani del legato di Spagna, nonostante che
-i signori di Milano circondata l’avessono d’assedio, continovo in
-corte per loro ambasciadori avvocati protettori e procuratori il papa
-e’ cardinali intempellavano, mostrando in grido che la Chiesa loro
-faceva torto, perocchè l’aveano ancora per quattro anni a censo della
-Chiesa di Roma, e loro promesso era per bolle papali di consentimento
-del collegio de’ cardinali, ch’anzi il tempo loro non sarebbe tolta,
-e con l’usato modo di spendere e largamente donare alla disordinata
-cupidigia de’ cherici, assai de’ cardinali prelati e cortigiani aveano
-che in occulto e in palese gli favoreggiavano, il perchè la questione
-venne in giudicio, e convenne che per sentenza si determinasse, la
-quale si credette che per lo grande aiuto e favore che in corte aveano
-i signori di Milano che venisse per loro, ma tanto non si potè nè seppe
-argomentare che la sentenza non venisse di ragione per la Chiesa di
-Roma, perocchè i signori di Milano per difetto loro n’aveano perduta la
-possessione, e non l’aveano potuta ricoverare, ed essendo la proprietà
-di santa Chiesa, giustamente avea potuto racquistare la possessione.
-Data la sentenza, il papa con i cardinali in concistoro deliberarono
-di prenderne per tutte vie la difesa; ma come per antica usanza e de’
-prelati al sussidio della moneta la mano era pigra e remissa, e per
-questo mandarono e per lettere e per ambasceria a’ signori di Milano
-gravandoli si togliessono dall’impresa, contro a loro cominciando
-processo, e all’imperadore, a’ principi d’Alamagna, e al re d’Ungheria,
-e appresso a tutti i signori di Lombardia e a’ comuni di Toscana
-scrissono per sussidio per non toccare il tesoro della Chiesa di Roma,
-e in tre volte a grande stento per questo servigio di camera trassono
-centoventi migliaia di fiorini, li quali vennono a sì pochi insieme
-e sì tardi, che in fatti di guerra poco profitto fare se ne potè, pur
-fece speranza d’alcuno leggiere sostentamento.
-
-
-CAP. XCII.
-
-_Come messer Galeazzo Visconti si mandò scusando in corte di Roma
-dell’impresa di Bologna._
-
-Seguendo messer Bernabò sollecitamente l’impresa di Bologna nonostante
-la deliberazione fatta in corte, e il processo contro a lui formato,
-lo quale l’avea più d’ira infiammato e stimolato alla guerra, messer
-Galeazzo, o che ’l facesse per cagione del parentado nuovamente fatto
-col re di Francia, per lo quale dava la figliuola del re al figliuolo,
-e temea che ’l processo di santa Chiesa contro a lui fatto non
-l’impedisse, o vero che fosse di consentimento di messer Bernabò, o per
-suo proprio movimento, mandò a corte suoi ambasciadori a scusarsi al
-papa e a’ cardinali con dire, non intendea nè in segreto, nè in palese
-aiutar o favoreggiare il fratello nell’impresa di Bologna, perocchè
-egli avea il torto, e che per lui gli era stato contradetto e vietato,
-e per tanto domandava d’essere levato de’ processi i quali contro a
-lui e messer Bernabò eran formati; affermando non essere colpevole, e
-che intendea essere all’ubbidienza di santa Chiesa, e operare quanto
-onestamente contro il fratello potesse. La sua scusa fu ammessa,
-ove non desse favore a messer Bernabò, e il processo contro a lui fu
-sospeso.
-
-
-CAP. XCIII.
-
-_Come papa Innocenzio levò le riservagioni._
-
-Per lungo spazio di molti anni, cominciando al tempo di papa Giovanni
-ventiduesimo, in corte di Roma erano fatte le riserbazioni di tutti i
-beneficii cattedrali e collegiali i quali secondo la ragione canonica
-riformare si doveano e soleano per i capitoli e collegi delle dette
-chiese, e ciò diede ad intendere di fare il detto papa Giovanni per
-accogliere moneta e fare il passaggio all’acquisto della Terra santa;
-e come uomo sagacissimo e astuto in tutte sue cose, e massime in fare
-il danaio, usava questa cautela, che vacando un beneficio di grande
-entrata togliea un prelato di più basso beneficio e lo promovea al
-maggiore, e un altro di minore beneficio a quello di colui cui avea
-promosso al maggiore, e così d’un beneficio vacato in corte cinque o
-sei ne facea vacare, avendo i frutti dell’anno, e con grande spendio
-di quelli ch’erano promossi; e fece il detto papa tesoro di diciotto
-milioni di fiorini in moneta coniata, e più di sei milioni in gioielli.
-Il quale ben seppe secondo il mondo Clemente sesto colla contessa di
-Torenna, la quale tra le poppe portava le supplicazioni, e aprendo
-il seno le porgea al santo padre; il quale in cacciare, e uccellare,
-e altri diletti mondani la maggior parte de’ suoi giorni spese. Ed
-era la corte tanto corrotta di simonia, che il più per simonia o
-per grazia de’ signori temporali e cardinali gl’indegni e scellerati
-cherici erano promossi, e i buoni e onesti ributtati, non senza loro
-vituperio e vergogna. Per le quali inconvenienze Innocenzio papa mosso
-da spirito diritto e buono zelo, in quest’anno 1360, per suo decreto
-fatto consiglio, e con volontà del collegio de’ cardinali, levò le
-riserbazioni, rilasciando le elezioni e postulazioni delle chiese
-cattedrali e collegiate alla grazia dello Spirito santo.
-
-
-CAP. XCIV.
-
-_Come il re Luigi fece guerra al duca di Durazzo, e ultimamente
-s’accordaro._
-
-I processi del regno di Puglia in questi tempi di poca memoria son
-degni per i loro lievi movimenti. Il duca di Durazzo sentendosi nemico
-del re Luigi, per tema di suo stato accogliea in Puglia gente d’arme
-nelle terre sue, e molti gentili uomini napoletani, e di Nido e di
-Capovana s’erano ridotti con lui il maggior fratello del re titolato
-imperadore di Costantinopoli si tramettea di fare concordia tra loro,
-e lo re non volea consentire; e per mostrare quanto la cosa gli era
-grave, del mese d’aprile del detto anno con molta gente d’arme in
-persona cavalcò in Puglia per guerreggiare messer Luigi di Durazzo,
-il quale, com’è detto, apparecchiato s’era alla difesa a suo podere;
-il re, per levarli l’aiuto e favore de’ Napoletani, fece comandare a
-tutti, i cavalieri di Nido e di Capovana che con lui erano che partire
-se ne dovessono altrimenti per ribelli gli avrebbe e traditori della
-corona; nè per tanto i gentili uomini non vollono abbandonare il duca,
-onde il re gli fece sbandire, e mando a Napoli a fare l’esecuzione
-con abbattere loro case; nè il re avrebbe questo potuto fornire, se
-non che la reina e pregò e comandò a quelli di Capovana e di Nido che
-lasciassono fare la volontà del re, e così fatto fu senza contasto per
-reverenza della reina; allora abbattuti furono molti palagi e case di
-gentili uomini in Capovana e in Nido, cosa di rado udita e avvenuta in
-quella città. Lo re passato il furore si lasciò consigliare, temendo
-che tale riotta non fosse cagione d’attrarre gente d’arme nel Regno,
-e per mano dell’imperadore fermò la pace col duca; nè pertanto il duca
-fidò sua persona nella forza del re, ma il figliuolo d’età di meno di
-sette anni mandò a fare l’omaggio al re, a tutto che per li capitoli
-della pace ordinato era alla città di Napoli.
-
-
-CAP. XCV.
-
-_Come messer Niccola gran siniscalco del Regno andò in corte di Roma
-per accordare il re con la Chiesa, e fattogli dal papa ciò gli domandò,
-e grand’onore, se ne tornò in Lombardia._
-
-Essendo intorno al re Luigi il grande siniscalco il maggiore e il più
-ridottato barone, come operare suole l’invidia, comune morte e vizio
-delle corti, con false informazioni mosse il re a disdegno contro
-messer Niccola. Esso ch’era alla corona fedele, con animo grande
-mostrava di non se n’avvedere, e prese cagioni oneste alle sue terre si
-riparava, massimamente a Nocea, e provvedeva i fatti suoi. Lo re povero
-di savio consiglio per le cose gli occorrevano sovente mandava per lui;
-esso preso scusabili cagioni per farlo conoscente ritardava l’andare:
-e certo essendo messer Niccola appresso del re niuno de’ baroni osava
-alzare il ciglio. E in que’ giorni occorso era che per lo censo debito
-alla Chiesa, e non pagato, il Regno era interdetto; il gran siniscalco
-avendo voglia d’essere a corte per levarsi dinanzi agl’invidiosi
-assalti de’ baroni, e per cercare maggiori cose, alle quali l’animo suo
-si dirizzava, e per fare prova di sè, con volontà del re andò a corte
-di Roma, ove e dal papa e da’ cardinali fu sopra modo onorato; e in
-prima la domenica della rosa il papa commendato di virtù, di nobiltà,
-e di valore messer Niccola li diede la Rosa, la quale osava dare al
-più nobile uomo che allora si trovasse in corte di Roma, appresso
-con lui s’accordò del censo del reame, e levò l’interdetto. Da indi a
-pochi giorni il papa di proprio movimento li diede per messer Giovanni
-figliuolo di Iacopo di Donato Acciaiuoli suo consorto l’arcivescovado
-di Patrasso, essendo i cardinali di più altri solliciti promotori, di
-costui nullo intendimento v’era: il papa mostrò come essendo uopo di
-braccio secolare al sostenimento di quello beneficio, costui più idoneo
-era che un altro per lo consiglio e favore del gran siniscalco, e senza
-attendere altra deliberazione, come domandavano i cardinali. d’isso
-fatto lo elesse. Di poi di proprio moto del santo padre, l’uficio e
-dignità del senato di Roma e tutto esso uficio accomandato fu al detto
-messer Niccola a sua vita, e più la rettoria del Patrimonio, e la
-contea di Campagna; i quali ufici e rettorie esso messer Niccola per
-riverenza del suo signore messer lo re Luigi senza licenza non volle
-accettare. E oltre alle predette grazie spontaneamente fatte, molte
-petizioni di beneficii il papa liberamente gli segnò, mostrando a tutti
-la grande confidenza che nel nobile uomo avea. E avendo messer Niccola
-preso licenza del partire dal papa, il papa gli commise ch’andasse
-a’ signori di Milano, e con loro cercasse accordo sopra i fatti di
-Bologna. Il savio cavaliere per questa sua partita sostenne oneste
-cagioni simulando, e intanto ebbe da messer Bernabò perchè altrimenti
-nel secreto fare noi volea, pensando non doverne potere avere onore:
-partì adunque di corte, e dirizzossi a Milano; quello ne seguì a suo
-luogo diremo.
-
-
-CAP. XCVI.
-
-_Come gli Aretini per baratta ebbono Chiusi e la Rocca._
-
-Essendo Marco di messer Piero Saccone de’ Tarlati in certo trattato col
-comune di Firenze di dare delle sue terre al comune per liberare di
-prigione e se e’ suoi, la moglie la madre e gli altri suoi fratelli,
-con sagacità di chi l’ebbe a conducere, furono messi in altro
-trattato, nel quale mostrato fu loro, che se in concordia fossono con
-gli Aretini, ove stava il tutto, che i Fiorentini rimarrebbono per
-contenti; onde pensando la donna ben fare mossa da questo consiglio, e
-per conforto di certi frati minori i quali erano in questo ragionamento
-mezzani, non potendo di Chiusi fare a suo senno, che v’era dentro il
-figliuolo, si diliberò vogliosamente, come usanza è delle femmine,
-di dare Pietramala agli Aretini, con patto che come avessono Chiusi
-restituissono Pietramala; e dato Pietramala la donna fè dire al
-figliuolo, che se non desse la rocca di Chiusi, come data avea la rocca
-di Pietramala così darebbe quella del Caprese, e di tutte altre loro
-terre. Il giovane veggendo il male principio, e conoscendo la madre
-animosa e costante, diede la rocca di Chiusi agli Aretini, la quale
-con sicurtà di stadichi di renderla, se non facessono Marco e gli
-altri suoi trarre di prigione, e incontanente alla donna restituirono
-Pietramala. Di questa baratta il comune di Firenze concepette non
-piccolo sdegno contro agli Aretini, ma non lo dimostrò, aspettando che
-essi di loro errore ammendassero, e rendessero al comune di Firenze suo
-debito onore; la qual cosa nè vollono nè seppono fare, come col tempo
-seguendo nostra scrittura si potrà trovare.
-
-
-CAP. XCVII.
-
-_Come il conticino da Ghiaggiuolo fu da’ figliuoli propri preso e
-vituperevolmente tenuto._
-
-Seguita cosa per sua natura non degna di memoria, ma piuttosto di
-perpetuo silenzio: l’esempio crudele, disonesto e abominevole ci
-forza a porlo intra gli altri nostri ricordi. Ramberto della casa de’
-Malatesti da Rimini detto volgarmente il conticino da Ghìaggiuolo, uomo
-assai famoso, essendo nell’età di sessantacinque anni e oltre, avea
-della figliuola di Francesco della Faggiuola sua donna due figliuoli,
-l’uno per nome Francesco, l’altro Niccolò, giovani costumati e di
-gentile aspetto, e che in vista mostravano di più alto animo che non
-mostrarono per opera. Costoro essendo col padre in arme al servigio
-di santa Chiesa, eziandio contro i consorti loro allora nimici di
-santa Chiesa, e contro il capitano di Forlì, presono Santarcangiolo e
-altre terre, e le ridussono all’ubbidienza di santa Chiesa, e presono
-la guerra contro al capitano di Forlì. In un assalto amendue questi
-giovani furono presi; e avendo il conte di Lando con sua gente servito
-il capitano, e dovendo da lui avere danari assai, intra gli altri
-pagamenti questi due giovani gli furono assegnati in parte di pagamento
-per fiorini seimila, ed egli li si prese, seguendo il proverbio, dal
-male pagatore o aceto o cercone. Il padre sentendo ch’erano nelle
-mani del conte di Lando, e fuori delle mani dell’antico e crudele
-nemico capitano di Forlì, con molta sollecitudine e arte cercò di
-riscuoterli, e infine pagati fiorini mille cinquecento gli riebbe.
-È vero che essendo la madre de’ detti Francesco e Niccolò attempata
-e datasi allo spirito, il detto conticino pubblicamente si tenea
-in casa un’amica, e di lei avea cinque figliuoli d’assai vezzoso e
-gentilesco aspetto, il maggiore d’età di dodici anni. Il conte, ch’era
-nell’età che detto avemo, grande affezione mostrava a questi bastardi,
-il perchè la loro madre prendea di baldanza più non si convenia; e
-pertanto era in uggia e crepore a’ detti Francesco e Niccolò, non di
-manco il conte i madornali e loro madre onorava quanto si convenia
-teneramente, lasciando a loro madre in dominio la rocca di Ghiaggiuolo
-e ’l castello, stimando in suo concetto lasciare di sua masserizia
-alcuna cosa a’ bastardi, e il retaggio a’ madornali. Lo giorno di
-Pasqua rosata, a dì 23 di maggio, avendo il conte e’ figliuoli desinato
-insieme di buona voglia, e stando gran pezza a sollazzare insieme,
-e ito il conte a dormire, e poi ritornato a festeggiare con loro, e
-stando a vedere loro giuochi, un fedele del conte, fante assai pregiato
-e fidatissimo a lui, lo prese di dietro; il conte pensando cianciasse,
-com’era usato, niuno riparo prese, e un altro intanto sopraggiunse che
-gli levò il coltello dal lato, e alandolo all’altro tenere lo gittarono
-in terra; i figliuoli con le funi nelle mani, ne’ piedi con tutta
-l’altra persona strettamente il legarono, come si suole di ladroni, e
-così legato lo feciono portare, e nella sua propria camera in un fondo
-che v’era l’incarcerarono, e sotto buona e fidata guardia il teneano,
-e tanto per più giorni lo tennono legato facendolo imboccare e fare gli
-altri servigi, che feciono fare una stanga di ferro, e buove, le quali
-pesanti fuori d’ordine gli misono in gamba, mettendoli i piedi la notte
-ne’ ceppi. La sua femmina detta Rosina nel fiumicello di Chiusercole
-con un sasso al collo feciono annegare; i bastardi cacciarono tutti,
-i quali con vergogna de’ madornali in piccolo tempo presono cattivo
-viaggio. Lo padre facendo sovente di parole schernire, e rimprocciarli
-la Rosina e’ suoi bastardi; costui pazientemente tutto portando, e
-umilmente spesso domandando misericordia, con volere far ciò che i
-figliuoli sapessono divisare, i lor cuori più indurando a giornate,
-lungo tempo lo tennono in sì orribile vita. Io ho letto e riletto,
-mai tanta crudeltà non trovai ne’ cuori de’ salvatichi barbari, e
-non so a quali fiere selvaggie gli potessi assomigliare. I figliuoli
-sogliono essere teneri del padre, e di sua gloria e onore; fede ne fa
-Valerio Massimo per l’esempio di Manlio, il quale essendo dal padre
-villanamente trattato, sentendo che il padre volea essere accusato,
-andò alla casa dell’accusatore, il quale graziosamente lo ricevette
-pensando che volesse favorare l’accusa contro il padre, il giovane
-riduttolo in luogo segreto gli strinse il coltello sopra il capo, e
-si fece promettere e giurare si leverebbe dall’accusare: costoro bene
-trattati dal padre, senza cagione, che eziandio qualunque leve pena
-meritase, lo crucifissono; e pertanto in perpetua infamia di sì fatti
-figliuoli scritto l’avemo.
-
-
-CAP. XCVIII.
-
-_Come si fermò pace dal re d’Inghilterra a’ Franceschi, e’ patti e le
-convegne ebbono insieme._
-
-Avendo come nell’addietro narrato avemo lo re d’Inghilterra il verno
-tutto e parte della primavera co’ figliuoli e col cugino cavalcato
-tutto il reame di Francia senza contasto alcuno, nè però potuto
-acquistare alcuna buona terra, ed essendo stati sopra Parigi ad assedio
-con niente profittare, standosi a Ciartres, il detto re come savio
-e pratico prencipe, pensando e conoscendo i difetti e i pericoli che
-sogliono e possono occorrere nelle continuanze delle guerre, vedendosi
-il sovrano in arme e nell’onore del reame di Francia, e in caso di
-poter prendere suo vantaggio nella pace, si dispose al tutto non volere
-più sua fortuna tentare: onde essendo presso a Ciartres a due leghe il
-cardinale di Pelagorga e l’abate di Clugnì legati del papa a cercare
-la pace tra’ detti due re, lo re d’Inghilterra loro fece sentire,
-ch’attenderebbe al trattato della pace cercato per loro dove per lo
-governamento e’ reggenti di Francia si dovesse mandare trattatori: li
-detti legati ciò inteso di presente mandarono al reggente significando,
-che s’attendere volea alla pace cercata per loro per avventura la
-potrebbe avere. In questo i detti legati col re d’Inghilterra elessono
-per luogo comune una villa detta Beeragnì, la quale è presso a
-Ciartres a una lega: lo reggente di Francia per la sua parte mandò il
-vescovo di Brevagio, il conte di Trinciavilla, il quale era prigione
-degl’Inghilesi, il maliscalco di Francia e più altri signori e prelati,
-i quali partirono di Parigi a dì 17 d’aprile, e a dì primo di maggio
-quivi co’ detti legati e con loro per la parte del re d’Inghilterra
-s’accozzarono, il duca di biancastro, il conte di Norentona, il conte
-di Vervich, e ’l conte di Cosmoforte, e altri signori e cavalieri in
-numero di ventidue, e a dì 8 di maggio per la grazia di Dio furono
-d’accordo, fermando la pace in sostanza nell’infrascritto modo. In
-prima che ’l re d’Inghilterra con quello che tenea in Guascogna abbi
-per quel modo le tenea il re di Francia l’infrascritte città, contee
-e paesi, oltre a quelle che tenea in Ghienna e Guascogna, la città
-e castella di Poittiers, e tutta la terra e ’l paese di Poittu, e ’l
-fio di Tomers, e la terra di Bellavilla, la città e castello di san
-Reose di Santes, e tutte le terre e paesi d’Essa; la città e castella
-di Pelagorga con sue terre e paese, la città, castella, terre e paesi
-di Limogia, la città, e castella, terre, e paese di Caorsa, la città
-e castella, terre e paese di Tarbes; la terra e il paese e la contea
-di Bigorece, la città, terre, e paese di Gaure; la città terra e
-paesi di Goulogm la città terra e paesi di Rodes, la contrada e paese
-di Rovergne: e se v’è alcuno signore come il conte di Foci, il conte
-d’Armignacca, il conte dell’Isole, il conte di Pelagorga, il visconte
-di Limoggia, o altri che tenghino alcuna cosa de’ detti luoghi e paesi,
-fare debbino omaggio al re d’Inghilterra, e tutti altri servigi e
-doveri per cagione di loro terre alla maniera che l’hanno fatto nel
-tempo passato, e più tutto ciò che il re d’Inghilterra o alcuno di loro
-tennono nella villa di Monstreul in sul mare, e più tutta la contea di
-Ponthieu, salvo lo alienato per lo re d’Inghilterra ad altri che nel re
-di Francia, e salvo se il re di Francia l’avesse in cambio per altre
-terre, nel quale caso lo re d’Inghilterra gli dee liberare la terra
-data in cambio: e se terre alienate per lo re d’Inghilterra ad altrui,
-le quali poi fossono venute nelle mani del re di Francia, lo re di
-Francia dare le dee a persone che ne facciano omaggio, e che rispondano
-a quello d’Inghilterra. E più deve avere il detto re d’Inghilterra la
-villa e castello di Galese, la villa castello e signoria della Marca,
-la villa castello e signoria di Sangato, Golognegi, Amegoie con tutte
-terre, vie, maresi, riviere, rendite, signorie, case, e chiese, e tutte
-appartenenze e luoghi intrachiusi con tutti i loro confini, e più la
-villa e tutta intera la contea di Ginis, con tutte le ville terre
-e fortezze e diritture di quelle come tenea il conte diretanamente
-morto, e come tenea il re di Francia, e di tutte le sopraddette città,
-castella e luoghi dee il re d’Inghilterra, e sue rede e successori
-liberamente avere tutti gli omaggi, obbedienze, sovranitadi, fii,
-diritti, saramenti, riconoscenze, fedeli, servigi, e mero e misto
-imperio, e tutte giurisdizioni e alte e basse, e padronaggi di
-chiese, e ogni signoria e ogni diritto che per qualunque cagione il
-re, la corona di Francia o i reali potessono per alcuna ragione o
-colore domandare, tutto s’intenda essere trasferito nel re, corona
-d’Inghilterra, e sue rede e successori pienamente e perpetuamente:
-e tutti quelli che giurato avessono per dette cagioni nelle mani del
-re, o d’alcuno de’ reali, da’ detti saramenti s’intendessono essere
-liberi e quitati, rimanendo al re d’Inghilterra come e’ sono appresso
-del re di Francia. E tutte dette città, terre castella e luoghi, il
-re e la corona d’Inghilterra perpetualmente deve in loro franchigia
-tenere, e perpetuale libertà, come signore diritto e sovrano, e come
-buono vicino al re di Francia e reame, e senza fare riconoscenza
-alcuna alla corona di Francia. E deve il re di Francia dare e pagare
-al re d’Inghilterra tre milioni di scudi d’oro, di Filippo gli due, i
-quali vagliono un obole d’Inghilterra, de’ quali al re d’Inghilterra,
-o a’ suoi commessarii, secentomigliaia quattro mesi appresso che
-’l re di Francia sarà in Calese, dove il pagamento far dee; e infra
-l’anno prossimo avvenire quattrocento migliaia nella città di Londra,
-e ciascuno anno appresso quattrocento migliaia, tanto che compiuti
-sieno di pagare i detti tre milioni di scudi. E per osservanza del
-detto trattato e predette e infrascritte cose, de’ prigioni presi alla
-battaglia di Poittiers devono rimanere per stadichi al re d’Inghilterra
-gl’infrascritti, e più ancora degli altri, ciò sono: messer Luigi conte
-d’Angiò, messer Gianni conte di Poittiers figliuoli del re di Francia,
-il duca d’Orliens fratello del re; e del numero de’ quaranta che ’l
-re di Francia dee dare, sedici de’ presi alla battaglia di Poittiers,
-i compagni del re di Francia de’ nuovi staggiai nomi sono: il duca di
-Borgogna, il conte di Broig o il fratello, il conte d’Alanson o messer
-Piero suo fratello, il conte di san Polo, il conte di Ricorti, il
-conte di Pomeu, il conte di Valentinese, il conte di Brame, il conte
-di Baluldemonte, il visconte di Belmonte, il conte di Foreste, il
-sire da Iara, il sire di Fiene, il sire de’ Pratelli, il sire di san
-Venante, il signore de’ Culetiers, il Delfino di Daluyernia, il sire
-di Angestiem, il sire di Montener, e messer Guglielmo di Raon, messer
-Luigi di Ricorti, messer Gianni de’ Lagni. I nomi de’ sedici presi
-sono questi: messer Filippo di Francia, il conte d’Eia, il conte di
-Largavilla, il conte di Ponthieu, il conte di Trinciavilla, il conte
-di Logamb, il conte della Serra, il conte di don Martino, il conte
-di Ventado, il conte di Salisbruc, il conte di Vedasme, il signore di
-Truoy, il signore di.... il signore de Vali, il maliscalco di Donam,
-il sire d’Ambrignì. Dati li detti staggi, e venuto il re di Francia
-a Calese, e liberato di sua prigione, infra li tre mesi seguenti lo
-re d’Inghilterra dee lasciare libere al re di Francia la villa e la
-fortezza della Roccella, le castella e ville della contea d’Agenes e
-loro appartenenze, e il re di Francia tre mesi appresso che partito
-sarà da Calese dee rendere in Calese quattro persone della villa di
-Parigi, e due persone di ciascuna villa, ciò sono; Santo Omer, Aranzon,
-Amiens, Belvaggio, Lilla, Tornai, Doaggio, Long, Rems, Celona, Tors,
-Ciartres, Tolosa, Lione, Campigno, Roano, Camo, Trasiborgo de’ più
-sufficienti di dette ville per compimento del trattato. E dee il detto
-re di Francia e suo primogenito rinunziare ogni diritto e sovranità,
-e ogni ragione che sopra e nelle città, castella e luoghi potessono
-usare come vicini, senza appello o quistione per sovranità per lo detto
-re e reame di Francia, o avere potesse, sopra le dette contee, città,
-castella, terre, e luoghi, o loro appartenenze, le cede e doni al re
-d’Inghilterra perpetualmente. E lo re d’Inghilterra e suo primogenito
-debbono rinunziare al nome e diritto della corona di Francia, e
-all’omaggio, sovranità e dominio della duchea di Normandia, della
-duchea di Torenna, della contea d’Arom, e al dominio, sovranità, e
-omaggio del ducato di Retognac, e alla sovranità e omaggio della contea
-di Fiandra, e di tutte altre cose appartenenti alla corona di Francia,
-salvo delle dette contee, città, castella, ville, e luoghi suddetti,
-che pervenire debbono al re e corona d’Inghilterra; e dee lo detto
-re d’Inghilterra cedere e trasportare nella corona di Francia ogni
-ragione somma ove potesse avere. E sì tosto il re d’Inghilterra e suo
-primogenito ciò debbono fare, come il re di Francia le città, ville,
-castella, e luoghi che il re di Francia tiene delle sue nominate sopra
-quelle tiene il re d’Inghilterra avrà date, e consegnate liberamente
-al detto re d’Inghilterra, o suoi commessarii, le quali son queste;
-la città di Poittiers, e tutta la terra e paese di Poittu, con essa
-il fio di Toraci, e la terra di Bellavilla, la città di Gem, la terra
-e’ paesi d’Agenes, la città di Pelagorga, la città di Caorsa, la città
-di Limoggia, tutta la contea di Gavera con tutte loro castella, terre
-e paese. E ciò far dee il re di Francia per infino alla festa di san
-Giovanni Batista; e ciò fatto, subitamente appresso, davanti a quelli
-che per lo re di Francia a ciò saranno diputati, lo re d’Inghilterra e
-suo primogenito debbono rinunziare al reame di Francia, come detto è di
-sopra, e farne trasporto, cedizione e lasciamento per fede e saramento
-solennemente, e con lettere patenti aperte e suggellate del suggello
-reale, le quali lo detto re mandare dee nella natività di nostra
-Donna prossima avvenire nella chiesa degli agostini di Bruggia, le
-quali devono essere date a quelli i quali il re di Francia vi mandasse
-per riceverle. E se nel termine di san Giovanni Batista il detto re
-di Francia non potesse dare o consegnare al detto re d’Inghilterra,
-o suoi commessarii a ciò deputati, le sopraddette città, castella,
-ville i terre, e luoghi, le possa e debba dare e consegnare infra il
-termine di tutti i Santi prossimi avvenire a un anno, e fatto ciò,
-dee lo re d’Inghilterra infra il termine di sant’Andrea prossimo
-seguente fare le dette renunzie, mandare e presentare a Bruggia, come
-è detto di sopra. E per simile modo è tenuto e dee lo re di Francia
-e suo primogenito renunziare, trasportare e cedere ogni loro ragione
-della corona di Francia quali avessono sopra delle città, castella,
-ville, e terre, e luoghi, che per vigore del presente trattato aver
-dee lo re d’Inghilterra, e quelle mandare al suddetto termine al
-luogo degli agostini, dove dare si debbono al re d’Inghilterra, o a’
-suoi commessarii a ciò deputati. Nè si dee il re di Francia nè sua
-gente armare contro al re d’Inghilterra infino a tanto che fornito
-sia, e mandato pienamente ad esecuzione ciò che nel trattato della
-pace si contiene e specificato è: e più che durante il detto tempo e
-termine nel quale lo re di Francia dee dare e consegnare le suddette
-città, castella, ville, terre, e luoghi, il detto re di Francia e suo
-primogenito non possano nè debbano in essi usare sovranità o servigio,
-nè domandare alcuna soggezione, nè querele, nè appellagioni in loro
-corpi ricevere, nè lo re d’Inghilterra si dee nè procedere nè per
-altro modo in esse intromettere, nè niente travagliare. Si terminò, e
-tal fine ebbe la lunga guerra per spazio di ventiquattro anni o circa
-menata tra gli detti due re, con inestimabile e incredibile danno
-di persone e di avere degli detti due re e reami, e loro aderenti e
-seguaci, e sì de’ mercatanti che praticavano i detti due reami. So che
-mi potea con meno scrittura passare, ma fatto son lungo per mostrare
-alle genti a quanta viltà venne per allora la corona di Francia. E qui
-faremo piccolo tramezzamento d’alcune cose occorse fuori della presente
-materia, acciocchè l’animo e l’intelletto faticato sopra una materia,
-e quindi avendo preso fastidio, abbi per nuovo cibo ricreazione, e
-torneremo alle italiane fortune.
-
-
-CAP. XCIX.
-
-_D’un trattato si scoperse in Bologna, e quello ne seguì._
-
-Essendo alcuni cittadini bolognesi con alquanti forestieri in trattato
-co’ capitani dell’oste del Biscione, con impromessa di dare loro
-una porta se si appressassero alla città, l’oste subito si mosse, e
-venne a Panicale presso a Bologna a due miglia, il perchè i Bolognesi
-spaventati ebbono gran paura, onde dì e notte stando in sollecita
-guardia sagacemente de’ sospetti cercavano, i quali nel mormorio del
-popolo brogliavano. I traditori veggendo che loro malvagia intenzione
-ad esecuzione non poteano mandare, e che loro malizia si venia a
-scoprire, la notte i più presono consiglio, e si collarono a terra
-delle mura, massimamente i caporali; degli altri alquanti presi
-ne furono, e messi al macello. Vedendo caporali dell’oste che loro
-pensiere venia fallato, e che dov’erano gran soffratta di vittuaglia
-sentivano, del mese di giugno si ritrassono addietro, e tornarsi a
-Castelfranco; onde dilungati da Bologna miglia ventuno, essendo il
-tempo del mietere, tutti i Bolognesi, eziandio quelli che usi non erano
-di sì fatto servigio, sollecitamente puosono mano alla falce, e quello
-segavano, o grano o biada che fosse, con la paglia con sollecitudine a
-guisa delle formiche riponeano nella città. Gl’inimici in questi giorni
-soprastettono assai senza fare loro cavalcate, o per disagio che patito
-avessono, o perchè attendessono loro paghe, o perchè fossono contenti
-che i Bolognesi facessono la state perchè più si mantenesse la guerra,
-o perchè per pecunia fossono corrotti, che più credibile fu; e certo i
-Bolognesi non furono lenti, ma in pochi dì misono dentro roba da vivere
-per un anno, che gran conforto fu a’ poveri lavoratori, e a tutta la
-città.
-
-
-CAP. C.
-
-_Come il papa confortò gli ambasciadori bolognesi, e richiese d’aiuto i
-Fiorentini all’impresa di Bologna._
-
-Il papa avea a grande onore e con paternale accoglienza ricevuti
-gli ambasciadori bolognesi, e inteso quello che esposto aveano, con
-amorevoli e persuasive parole riconfortò, con affermare che sarebbono
-dal tiranno di Milano difesi. È vero che mandato avea un piccolo
-sussidio di camera al legato, il quale fu prima logoro e stribuito che
-al legato giugnesse. A principi d’Alamagna, al re d’Ungheria, ai comuni
-di Toscana mandato avea per aiuto la Chiesa di Roma, e per lo generale
-de’ romitani, il quale il papa avea per ambasciadore mandato a Firenze,
-forte strinse esso comune che in servigio di santa Chiesa facesse
-l’impresa della difesa di Bologna, mostrando con colorate ragioni che
-atare santa Chiesa, quando seco ha la ragione e la giustizia, contro
-al tiranno usurpatore, occupatore della libertà di santa Chiesa e
-degli altri popoli che a libertà vogliono vivere, non era fare contro
-la pace, e che più utile e fidata vicino era al comune di Firenze la
-Chiesa di Dio che messer Bernabò, e più altre ragioni rettoricamente
-dicendo, per le quali dimostrava che ’l comune potea e dovea servire
-santa Chiesa, e massimamente per conservare in libertà i loro fratelli
-Bolognesi, ma poco gli valse a questa volta sonare la campanella, che
-’l comune di Firenze, usato di mantenere sua fede e lealtà, a questa
-volta chiuse gli orecchi. Così avesse fatto per l’addietro, e per
-l’innanzi facesse, perocchè quando per lo passato ha fatte l’alte e
-grandi imprese, per i governatori della Chiesa di Roma addosso gli sono
-rimase a strigare; e quando il comune ha avuto bisogno, la Chiesa l’ha
-al tutto abbandonato, in grave pericolo di suo stato; ora il comune
-a questa volta stette fermo e costante a non imprendere cose nè per
-diretto nè per indiretto, che la pace potessono maculare. I principi
-d’Alamagna e il re d’Ungheria non furono alla richiesta correnti,
-vogliendo con capo di ragione gravemente procedere sicchè la riuscita
-vergognosa non fosse, considerata la potenza del signore di Milano.
-Dipoi del mese di giugno passarono per Firenze gli ambasciadori del re
-d’Ungheria, i quali andavano al santo padre, e da loro s’ebbe che ’l
-re avea desti suoi baroni e gente, per averla in punto se bisognasse.
-Il legato per sodisfare alla guardia di Bologna ha premuto e preme
-di sussidio di pecunia la Marca, il Ducato e la Romagna, sicchè nè
-hanno potuto nè possono dormire; e in que’ giorni il legato mandò in
-Bologna messer Galeotto de’ Malatesti capitano della gente dell’arme,
-aspettando il gran siniscalco il quale in que’ dì tornare dovea dal
-signore di Milano con trattato d’accordo; e così i Bolognesi mal
-guidati e peggio trattati stavano in forse ora d’accordo ora di guerra:
-la gente del legato guardavano la terra, e i nimici di fuori aveano il
-campo in balía.
-
-
-CAP. CI.
-
-_Come i Chiaravallesi vennero contro a Todi, e come furono rotti e
-presi._
-
-I Chiaravallesi di Todi aveano menato trattato con certi loro amici
-d’entro per rientrare in casa loro, ed era il trattato, ch’e’ doveano
-avere il castello che si chiama la Pietra; e venuto il tempo, a dì
-10 di giugno mandaro per lo castello, e loro dato fu. Fatto questo
-principio con quaranta uomini da cavallo e con gran popolo si
-dirizzarono a Todi, con speranza che i cittadini fossono intrigati e
-disordinati per la subita ribellione del castello, e che i loro amici
-d’entro avessono più baldanza a metterli dentro; avvenne, che desto
-il popolo per la perdita della Pietra di presente fu sotto l’arme,
-e quelli del cardinale, i quali allora governavano quella città,
-de’ quali era il sovrano messer Catalano, sentendo l’avvenimento
-de’ Chiaravallesi lasciarono le porti con buone guardie, e con loro
-seguaci a piè e a cavallo francamente si misono fuori a petto ai loro
-avversari, i quali veggendo la moltitudine del popolo venire con furia
-contro a loro, impauriti si misono alla fuga, e il popolo a seguitarli,
-uccidendo cui giugnere poteano; e rotti e straccati i Chiaravallesi,
-che mattamente s’erano messi innanzi, il popolo con quell’empito
-furioso se n’andò al castello e riebbelo, con gran danno di quelli che
-v’erano entrati; e tornati in Todi si riposavo, non trovando di loro
-cittadini d’entro alcuno sospetto.
-
-
-CAP. CII.
-
-_Come l’oste di messer Bernabò si strinse a Bologna, e fermaronvi
-bastite._
-
-Essendo soggiornata la gente di messer Bernabò a Castelfranco, e preso
-suo rinfrescamento a utilità de’ Bolognesi come dinanzi è detto,
-inverso l’uscita di giugno cavalcaro verso Bologna facendo danno
-d’arsione più che non erano usati, e puosonsi presso a un miglio fuori
-della porta di santo Stefano, e feciono nuove bastite, e altrove per
-tenere più stretta la terra e d’intorno la cavalcarono, sicchè la gente
-si ritenne dell’andare fuori più che non solea, e quando uscivano
-da lunga dell’oste, ciò faceano con scorta de’ cavalieri d’entro, e
-recavano della roba, ma non al modo usato, nè senza grande pericolo
-delle persone.
-
-
-CAP. CIII.
-
-_Come la casa reale di Francia feciono parentado co’ Visconti per
-danari, con vituperio della corona._
-
-La fortuna, maestra e donna delle mondane delizie, senza torre più
-lontano esempio de’ suoi straboccamenti, ce n’adduce nel presente
-a narrare uno, lo quale senza stupore di mente chi diritto vorrà
-giudicare nè porre si può in scrittura nè leggere. Chi arebbe per lo
-passato, considerato la grandezza della corona di Francia, potuto
-immaginare, che per gli assalti del piccolo re d’Inghilterra in
-comparazione del re di Francia fosse a tanto ridotta, che quasi
-com’all’incanto la propria carne vendesse, la qual cosa è nel cospetto
-de’ cristiani ammirabile specchio e certissimo dell’infelicità degli
-stati mondani. E per più mostrare la grandezza di questa misera
-fortuna, torneremo un poco addietro all’origine del presente stocco
-regale della casa di Francia. Giovanni lo Sventurato re di Francia
-ebbe per moglie la figlia del re di Boemia nata d’Ottachero, e
-sorella carnale di Carlo imperadore de’ Romani, della quale avea tre
-figliuoli maschi e tre femmine, delle quali l’una era consegrata a
-Dio nel nobile e ricco monistero di Puscì, l’altra era donna del re di
-Navarra, la terza nome Elisabetta era la donna del re di Francia: ora
-esso Giovanni, per soddisfare ai secento migliaia di scudi promessi
-di pagare in Calese al re d’Inghilterra per i patti della pace, si
-condusse a vendere al tiranno di Milano messer Galeazzo Visconti per
-secento migliaia di fiorini la figliuola per giugnerla in matrimonio
-con messer Giovanni figliuolo di messer Galeazzo, allora d’età d’undici
-anni, lo quale per lo titolo della dote titolato fu conte di Virtù. Il
-modo fu questo, che essendo il re di Francia prigione in Inghilterra
-del mese di giugno detto anno, e occorrendoli spese molte, e più
-avere a pagare i detti secento migliaia di scudi, e trovandosi male
-in apparecchio a ciò potere fare, la detta sua figliuola consentì
-mogliera del detto messer Giovanni, avendo in dono da messer Galeazzo
-trecento migliaia di fiorini d’oro, e comperando nel reame di Francia
-dal re baronaggi in nome di dota della detta fanciulla di valuta di
-trecento migliaia di fiorini: e ciò fu accecamento, che il re ricevuti
-i danari gli diè la piccolissima contea di Vergiù, tutto che di
-Virtù volgarmente si titolasse, per coprire la miseria della povera
-contea. Lo re di Francia per la detta convegna promise, che avuti
-i trecento migliaia di fiorini al mezzo di settembre di detto anno
-farebbe la figliuola conducere in Savoia, e ivi la farebbe assegnare
-al piacimento di messer Galeazzo. Fermate e stipulate solennemente
-le dette convegne tra il re e messer Galeazzo, parendo a’ signori di
-Milano avere fatto, quello ch’aveano fatto magnificandosi, mandarono
-per tutta Italia ambasciadori a significare il fatto, e a invitare
-baroni, signori e comuni che venissono e mandassono alla loro corte e
-festa; e cominciarono a ricogliere gioielli, pietre preziose, sciamiti,
-drappi, quanti in Italia avere ne poterono, facendo di tutto pomposo
-apparecchiamento. Giunta la fanciulla in Savoia, messer Galeazzo con
-l’ordine si convenia mandò per lei, e giunta in Milano a dì 8 del mese
-d’ottobre, la fanciulla in abito e atto regale si contenne, ricevendo
-riverenza e da’ signori e da loro donne, ma il drappo sopra capo non
-sofferse, e così stette infino che fu sposata; e da quel punto innanzi
-posto in oblio la reale dignità e nobiltà di sangue, reverenza fece e
-a messer Galeazzo, e a messer Bernabò, e alle donne loro. Il corredo
-cominciò la domenica a dì 11 d’ottobre. con apparecchiamento di molte
-vivande alla lombarda, di per sè ordinate le donne in numero di secento
-riccamente ornate, e magnificamente servite, e gli uomini dall’altra
-parte, essendo gli ambasciadori de’ signori, de’ tiranni, e de’ comuni
-in numero di più di mille alle prime tavole servite di tre vivande
-copiosamente. La festa durò per tre giorni, facendo nel cortile di
-messer Galeazzo del continovo giostre a tre arringhi, e le donne ne’
-casamenti d’intorno erano ordinate e alloggiate a vedere; le burbanze
-furono grandi di sopravveste e cimieri, tale venne in figura del re
-di Francia, tale del re d’Inghilterra, e così degli altri re, duchi
-e signori, perchè la festa più onorevole fosse, tutto che valentria
-d’arme poco o niente vi si facesse da doverlo pregiare; altre notabili
-cose non vi furono; nell’ultimo messer Bernabò fece il convito suo, e
-fu fornita la festa. È vero che lungamente dinanzi essendovi giunti gli
-ambasciadori italiani tutti onorati furono, e fatte loro larghe spese
-da’ signori con sollecita provvedenza. Messer Giovanni era d’età di
-dieci anni, il perchè il matrimonio non si potè consumare in questo.
-Alquanto avemo il tempo passato per ricogliere insieme la storia di
-questo matrimonio, ora torneremo addietro a più spaventevol volto delle
-miserie mondane in nostra materia.
-
-
-CAP. CIV.
-
-_Come messer Niccolò di Cesaro conte di ... e signore di Messina fu
-morto con quaranta compagni._
-
-Nel mese di luglio detto anno, essendo messer Niccolò di Cesaro conte
-di .... tornato in Messina, e senza avere avuto dal re Luigi aiuto col
-quale potesse con la parte avversa campeggiare, perocchè i Catalani
-liberamente scorreano il piano tra Messina e Melazzo, e aveano prese
-parecchie castella, temendo messer Niccolò non prendessono il buono
-e forte castello di santa Lucia, vi cavalcò con quaranta compagni a
-cavallo per ordinare la guardia e la difesa che avessono a fare quelli
-del castello, e per confortarli del soccorso se bisogno loro fosse. Gli
-uomini del castello che vedeano l’altra parte poderosa e in campo, e
-che essendo ito messer Niccolò al re Luigi per aiuto non avea menato
-forza da poterli difendere, cominciarono a turbarsi contra lui, e
-tanto montò il bestial furore de’ villani, ch’egli co’ suoi compagni
-si rinchiuse nella rocca; i villani perseverando il loro mal talento
-mandarono per i Catalani che vi erano presso, e dieronsi a loro; e in
-esso stante i Catalani mandarono seicento cavalieri e popolo assai con
-quelli del castello, e assediarono la rocca, la quale per lo subito
-e sprovveduto caso male era fornita, in tanto che messer Niccolò fu
-costretto da cercare patti d’arrendersi, e così fè salve le persone:
-e avendo renduta la rocca fu menato con i suoi compagni a Melazzo,
-e loro detto fu, che se voleano campare facessono sì, che quelli di
-Melazzo s’arrendessero loro. Messer Niccolò vedendo nelle mani di cui
-era, e il partito duro, giudicossi morto, non di manco come valente
-si mise a tentare se potesse la morte fuggire, e con umili e dolci
-parole quanto potè pregò quelli di Melazzo, che per lo scampo suo e de’
-compagni volessero assentire alla volontà de’ Catalani, ma essi se ne
-feciono beffe, e la risposta feciono colle balestra; onde i Catalani
-intralasciata, loro promessa fè, senza alcuna pietà o misericordia
-davanti a Melazzo e messer Niccolò e tutti i suoi compagni tagliarono a
-pezzi. Tale fu il fine della breve tirannia di messer Niccola di Cesaro
-signore di Messina. I Messinesi per la morte di messer Niccolò e de’
-compagni scorta la bestiale crudeltà de’ Catalani, e visto che non si
-poteano confidare, come meglio seppono e poterono s’ordinarono alla
-difesa, aspettando a tempo dal re Luigi qualche soccorso.
-
-
-CAP. CV.
-
-_Come fornito il trattato della pace tra i due re si fè triegua, e
-giurossi l’una e l’altra, e lo re d’Inghilterra si tornò nell’isola per
-mandare a esecuzione le cose ordinate._
-
-Fermato a Briagnì il trattato della pace tra i due re di Francia
-e d’Inghilterra, perchè parea che l’esecuzione d’essa avesse lungo
-tratto di tempo, feciono ivi medesimo una triegua, perchè ogni radice
-e materia di guerra cessasse. E ciò fatto, il re d’Inghilterra mandò
-a Parigi messer Rinaldo di Cubano, messer Bartolommeo Durvasso, messer
-Francesco Dalla, e messer Ricciardo della Vacca suoi baroni, nella cui
-presenza il Delfino di Vienna e duca di Normandia, primogenito del re
-di Francia e governatore del reame, in sul corpo di Cristo sagrato, e
-in su li santi Evangeli giurò d’attendere e osservare la detta triegua
-e la pace, e che la farebbe attendere e osservare; appresso lui simile
-fecero tutti i baroni di Francia che si trovarono in Parigi; e ciò
-fatto, i detti baroni del re d’Inghilterra si tornarono a Ciartres
-al re d’Inghilterra. I figliuoli del re d’Inghilterra e lo conte di
-Lancastro feciono simile giuramento a quello del Delfino di Vienna, e
-appresso i baroni del re d’Inghilterra che col re si trovarono giuraro
-come fatto aveano quelli di Francia: e ciò fatto fu a dì 11 del mese
-di maggio 1360. Le promesse fatte ne’ detti giuramenti furono, che li
-due re infra tre settimane dopo il prossimo san Giovanni giurerebbono
-la detta pace in Calese. La detta triegua bandita fu a dì 12 di maggio
-in Parigi, e appresso per tutto il reame. Fatto il saramento, agli
-11 dì il re d’Inghilterra con tutto suo oste pacificamente si partì
-da Ciartres passando per Normandia, e prendendo derrata per danaio, e
-col prence suo figliuolo, e con gli altri suoi baroni entrò in mare a
-......, e passò in Inghilterra, e tutta sua’ gente d’arme pacificamente
-si ridusse a Calese. Giunto il re d’Inghilterra, quello di Francia gli
-diè desinare nella torre di Londra, e quivi per loro fede giurarono
-di tenere e osservare il trattato di pace; appresso a dì 8 di luglio
-il re di Francia venne a Calese, e a dì 9 detto il re d’Inghilterra
-il re di Francia lui e ’l figliuolo convitò a mangiare, e in quella
-mattina lo re di Francia fermò l’accordo tra il re d’Inghilterra e
-’l conte di Fiandra, e il detto conte andò a Calese, e da ciascuno re
-lietamente fu ricevuto. Poi a dì 14 di luglio, Carlo primogenito del
-re di Francia, duca di Normandia, e Delfino di Vienna, e governatore
-di Francia, da Bologna sul mare andò a Calese a vedere il padre, e
-desinò col re d’Inghilterra, l’altra mattina si partì. È vero che
-perchè non dubitasse lo re d’Inghilterra mandò a Bologna due figliuoli
-come staggi; poi sabato mattina a dì 24 di luglio, l’abate di Clugnì
-nella Chiesa di san Niccolò in Calese, nella presenza de’ detti
-due re e di due figliuoli di ciascuno, e di più di sessanta baroni
-tra dell’uno e dell’altro re, disse messa, e consegrato il corpo di
-Cristo, quando venne al terzo Agnus Dei che dice, dona nobis pacem,
-li detti due re si inginocchiarono con molta reverenza; l’abate si
-rivolse a loro col corpo di Cristo sagrato in mano, sopra il quale i
-due re giurarono d’attendere e osservare il trattato della pace, poi
-di quella detta ostia si comunicarono insieme. Appresso l’abate loro
-porse li santi Evangeli, e ancora sopra essi giurarono; giurato che
-ebbono i due re, similemente giurarono i loro figliuoli, e tutti i
-loro baroni che erano quivi nel numero detto di sopra. Detta la messa,
-messer Filippo di Navarra con tre baroni per parte del re di Navarra,
-e il duca d’Orliens fratello del re di Francia con tre altri baroni
-feciono e giurarono pace in vece e nome del re loro. Appresso il re
-d’Inghilterra fece pace col conte di Fiandra, e il duca di Lancastro
-cugino del re d’Inghilterra fece omaggio al re di Francia per le terre
-che da lui tenea in Campagna per retaggio della madre; e in questo
-stante la contea di Monforte fu renduta a messer Gianni di Brettagna.
-Lo re di Francia per mostrare sua magnificenza, sopra i patti della
-pace di grato donò al re d’Inghilterra la Roccella. Fu la detta pace
-gridata ne’ due reami a dì 24 d’ottobre 1360. Lo re d’Inghilterra
-dove in suo titolo dicea, re di Francia e d’Inghilterra, signore
-d’Irlanda e d’Aquitania, del detto titolo levò re di Francia, ma non
-rinunziò perciò alla signoria di Francia, perchè lo re di Francia
-non avea rinunziato alla sovranità e risorto delle città e castella,
-terre e cose le quali per l’osservanza della pace avea concedute al re
-d’Inghilterra, ma bene l’avea tratte della sorte della città, castella
-e luoghi al suo reame debiti e sottoposti; e certo per li patti
-rinunziare dovea, ricevute certe terre dal re d’Inghilterra: e ciò
-consentendo li due re, parvono per grandezza d’animo in tacito accordo.
-Lo re di Francia, lo quale era stato prigione d’Inghilterra anni
-quattro e dì venticinque, pagati li secento migliaia di scudi, e con la
-buona volontà del re d’Inghilterra se n’andò a Bologna sul mare, e di
-là poi a santo Dionigi. Lo re d’Inghilterra di poi a dì 31 di gennaio
-partì da Calese, e seco ne menò il duca d’Angiò e quello di Berrì
-figliuoli del re di Francia, e il duca d’Orliens, e quello di Borbona,
-messer Piero di Lanzone, e ’l fratello del conte di Stapè, tutti de’
-reali di Francia, con tutti gli altri baroni e quelli che scrivemo di
-sopra che dovea staggi tenere. Lo re di Francia essendo a san Dionigi,
-avanti ch’entrasse in Parigi, a dì 2 di dicembre mandò al re di Navarra
-che venisse a lui, e perchè sicuramente venisse, gli mandò sofficienti
-stadichi. Lo re di Navarra non gli parendo avere misfatto alla corona
-liberamente insieme con gli staggi che ’l re gli avea mandati venne
-a lui, e giuntò gli fè la debita riverenza, e dipoi appresso giurò in
-sul corpo di Cristo sagrato nella presenza del re, che da quel giorno
-innanzi gli sarebbe buono e leale figliuolo, e fedele suggetto. Lo
-re di Francia appresso giurò che a lui sarebbe buon padre e signore:
-seguendo appresso il duca di Normandia e messer Filippo di Navarra
-giurarono fedelmente diritta amistà e fratellanza; e più il detto re di
-Navarra promise e giurò di fare a suo podere che ’l re d’Inghilterra
-la pace conchiusa a Briagnì osserverebbe. Il seguente dì, che fu il
-tredecimo dì di dicembre, lo re di Francia entrò in Parigi, dove a
-grande onore fu ricevuto, e donato dalla comune vasellamento d’argento
-appresso di mille marchi. Lo re riposato, ordine diede a dirizzare e
-sè e il reame regolandosi a minori spese, e fè battere moneta a soldi
-sedici il franco.
-
-
-CAP. CVI.
-
-_Come tre castella si rubellarono nella Marca al legato._
-
-Scritto avemo il fine della lunga guerra delli due re di Francia e
-d’Inghilterra, tornando alle italiane tempeste ne occorre, che essendo
-l’oste di messer Bernabò a Bologna, continovo facea tenere trattati in
-Romagna e nella Marca, e li paesani per le disordinate gravezze che
-il legato faceva loro si rammaricavano forte, onde a coloro ch’erano
-disposti a mal fare ne cresceva baldanza; e però a petizione di
-quelli da Boschereto, aspettando forza da messer Bernabò secondo la
-promessa, ribellarono in un dì all’uscita di luglio il loro castello di
-Boschereto, e Corinalto e Montenuovo, in loro vicinanza, terre forti e
-ubertuose d’ogni bene da vivere. Il legato sentendo questa ribellione,
-incontanente vi fece cavalcare messer Galeotto de’ Malatesti con
-gente assai a piè e a cavallo, e innanzi che quelli di Corinalto si
-potessono provvedere alla difesa furono soprappresi in pochi dì per
-modo s’arrenderono, e salvate le persone, il castello fu rubato e
-arso. L’altre due ch’erano più forti e meglio ordinate alla difesa
-ricevettono l’assedio, aspettando soccorso dall’oste di messer Bernabò.
-
-
-CAP. CVII.
-
-_Come mortalità dell’anguinaia ricominciò in diverse parti del mondo._
-
-Non è da lasciare in obliazione la moría mirabile dell’anguinaia in
-quest’anno ricominciata, simile a quella che principio ebbe nel 1348
-infino nel 1350, come narrammo nel cominciamento del primo libro di
-questo nostro trattato. Questa pestilenza ricominciò del mese di maggio
-in Fiandra, che di largo il terzo de’ cittadini e oltra morirono,
-offendendo più il minuto popolo e povera gente che a’ mezzani, maggiori
-e forestieri, che pochi ne perirono, e durovvi infino all’uscita
-d’ottobre del detto anno, e così seguitò per l’altra Fiandra. In
-Brabante toccò poco, e così in Piccardia, ma nel vescovado di Lieges
-fè spaventevole dammaggio, perocchè la metà de’ viventi periro. Di
-poi si venne stendendo nella bassa Alamagna toccando non generalmente
-ogni terra, ma quasi quelle dove prima non avea gravate, e valicò nel
-Frioli e nella Schiavonia; e fu di quella medesima infertà d’enfiatura
-d’anguinaia e sotto il ditello come la prima generale, e sì era passato
-dal tempo di quella e suo cominciamento a quello di questa per spazio
-di quattordici anni, e anni dieci della fine di quella a questa,
-essendo alcuna volta tra questo tempo ritocca ora in uno ora in altro
-luogo, ma non grande come questo anno, certificando gli uomini correnti
-nel male che la mano di Dio non è stanca nè limitata da costellazioni
-nè da fisiche ragioni. Addivenne nel Frioli e in Ungheria, che la moría
-cominciata in enfiatura tornò in uscimento di sangue, e poi si convertì
-in febbre, e molti febbricosi farnetici, ballando e cantando morivano.
-E in questi tempi occorse cosa assai degna di nota, che in Pollonia,
-nelle parti confinanti con le terre dell’imperio, essendo in esse
-grandissima quantità di Giudei, i paesani cominciarono a mormorare,
-dicendo, che questa pestilenza loro venia per i Giudei; onde i Giudei
-temendo mandarono al re de’ loro anziani a chiederli misericordia, e
-fecionli gran doni di moneta, e d’una corona di smisurata valuta; lo re
-conservare gli volea, ma i popoli furiosi non si poterono quietare, ma
-correndo straboccatamente tra’ Giudei, e quasi a ultima consumazione,
-con ferro e fuoco oltre a diecimila Giudei spensono, e alla camera del
-re tutti i loro beni furono incorporati.
-
-
-CAP. CVIII.
-
-_Come il comune di Firenze prese Montecarelli e Montevivagni, e in essi
-preso il conte Tano, venuto a Firenze fu decapitato._
-
-Essendo il conte Tano de’ conti Alberti per i suoi difetti e prave
-operazioni nemico al comune di Firenze, massimamente per l’accostarsi
-che fè con l’arcivescovo di Milano, in cui favore, (quando la gente
-del detto arcivescovo, essendone capitano messer Giovanni da Oleggio,
-passò in Mugello, e assediò la Scarperia) ribellò il castello di
-Montecarelli, caldeggiando l’oste ch’era alla Scarperia, di questa
-impresa ne piace dire alcuna piacevole e notabile ricordanza; che
-essendo appresso del detto conte un matto giocolaro, un giorno si mise
-in un fossato che dividea il contado del conte da quello del comune
-di Firenze, e quivi come assalito ad alta boce cominciò a gridare per
-molte riprese, accorri uomo, alle cui grida trassono in breve tempo
-oltre a cinquecento fanti del contado del comune di Firenze, i quali
-per le malizie del conte stavano sempre ad orecchi levati, e simile vi
-trasse il conte, e riprese il matto, ed esso riprese lui, dicendoli:
-Conte, guarda che a un mio piccolo grido subito sono corsi cinquecento
-uomini di quello del comune di Firenze, e niuno tratto ce n’è di quelli
-dell’arcivescovo di Milano: in buona fè, conte, tu sonerai il corno
-d’Orlando, e in tuo aiuto e favore non trarranno cinque di quelli di
-Milano in un anno. Lo detto conte bestiale, o per paura ch’avesse
-del comune di Firenze, o per averlo a vile, gli sbanditi del detto
-comune ritenea, e coloro ch’erano più rei e famosi di mal fare; per
-questo avvenne, che a loro posta entravano nel Mugello, e gli uomini
-uccideano e rubavano, e rifuggeano in Montecarelli, e ciò feciono
-sconciamente più volte; il perchè il comune ciò fè noto all’arcivescovo
-di Milano, il quale rispuose ch’era contro a sua coscienza, e ch’esso
-non era favoreggiatore di ladroni, e che il comune di Firenze facesse
-quello volesse giustizia e pace del paese; il perchè il comune con
-ordinato processo fè sbandire e condannare il detto conte e più altri
-nell’avere e nella persona, nonostante che per la pace dal comune
-di Firenze all’arcivescovo costui da’ Fiorentini non dovesse essere
-gravato. Quivi procedette, che a dì 12 d’agosto detto anno, il comune
-di Firenze mandò dugento uomini di cavallo e molti fanti del Mugello
-a Montecarelli, avendo trattato con fedeli del conte che il castello
-sarebbe dato. Il conte Tano veggendo gli atti de’ fedeli, e di quelli
-prendendo sospetto, s’era rifuggito co’ masnadieri che seco avea, e con
-gli sbanditi del comune di Firenze in Montevivagni. Come il castello
-di Montecarelli fu attorniato dalla gente del comune di Firenze, i
-fedeli del conte che l’aveano in guardia seguendo il trattato di subito
-s’arrenderono salvi, ricevuti furono nella protezione del comune.
-Il castello per diliberazione del comune infino alle fondamenta fu
-abbattuto, e il capitano di Firenze fatto capitano dell’oste si dirizzò
-all’assedio di Montevivagni; ed essendosi il conte provveduto alla
-difesa, per gli suoi sconci peccati perdè il senno a non prendere
-accordo col comune di Firenze, che ’l potè avere a vantaggio, solo
-dando le ragioni del detto Montevivagni al comune di Firenze, e
-prendendo danari, anzi si mise mattamente alla difesa; il capitano
-dell’oste gli tolse per forza un poggetto nomato l’Arcivescovo, e ciò
-avuto, d’intorno intorno l’assediò infino a dì 8 di settembre. Questo
-dì vi cominciò a dare la battaglia, e combattendosi forte, quelli
-ch’aveano la guardia della torre domandarono d’essere salvi come
-gli altri fedeli del conte, e fatto loro la promessa, cominciarono a
-dare delle pietre a’ masnadieri e sbanditi ch’erano alla difesa delle
-mura col conte, e per forza gliene levarono; onde il conte con suoi
-malfattori fu costretto arrendersi alla misericordia del comune di
-Firenze. Fuvvi preso il conte con uno degli Ubaldini, e con quattordici
-caporali sbanditi del comune di Firenze, e lasciati liberi i fedeli. Il
-conte con i predetti vennono legati dinanzi al potestà e capitano, che
-con gran festa fu ricevuto, assai maggiore non si convenia a sì piccolo
-fatto. Poi a dì 14 di settembre, il dì di santa Croce, il detto conte
-Tano per lo bando che avea fu dicapitato, e seppellito in santa Croce
-dirimpetto alla cappella di santo Lodovico a piè delle scalee, quasi
-nel mezzo; quello degli Ubaldini a richiesta de’ suoi consorti fu loro
-renduto. Gli sbanditi furono tranati e appesi vilmente. Tale fu il fine
-della spelonca di Montecarelli, e del suo conte Tano e sua corrotta
-fede, in non lieve esempio degli altri vicini del comune di Firenze.
-
-
-CAP. CIX.
-
-_Come in Francia si cominciò compagnia denominata bianca._
-
-Nella concordia presa degli due re di Francia e d’Inghilterra, della
-quale s’attendea certa fine di buona pace, essendo il re d’Inghilterra
-co’ figliuoli e con l’oste sua tornato nell’isola, molti cavalieri e
-arcieri inghilesi usati alle prede e ruberie si rimasono nel paese: e
-avendo messer Beltramo di Crechì e l’arciprete di Pelagorga ordinato
-di fare compagnia, raccolsono ogni maniera di gente la quale trovarono
-disposta a mal fare, ed ebbono Franceschi, Tedeschi, Inghilesi,
-Guasconi, e Borgognoni, Normandi, e Provenzali, e crebbono in poco di
-tempo in grande numero, e nomarsi la compagnia bianca, e cominciarono
-a conturbare i paesi, e a trarre danari e roba d’ogni parte, e così
-stettono infino che la pace fu ferma, e il re di Francia lasciato di
-prigione; allora per comandamento de’ detti due re sotto pena di cuore
-e d’avere, e d’essere perseguitati da’ loro signori, s’uscirono del
-reame di Francia, e ridussonsi a Lingrè nell’impero, e ivi s’accolsono
-in numero di seimila barbute, essendo in paese grasso e ubertuoso da
-vivere: cercarono di valicare a Lione, i paesani s’adunarono a’ passi,
-e impedivanli per modo, che dove erano si ritennono lungamente con far
-danno assai con loro poco frutto.
-
-
-CAP. CX.
-
-_Della gravezza fatta per messer Bernabò ai cherici e laici, rotto il
-trattato della pace._
-
-Vedendo messer Bernabò che la Chiesa si sforzava alla difesa di
-Bologna, e che l’intenzione sua non si empieva tosto come pensava,
-e che la spesa cresceva, fece stimare tutte le rendite e’ beni de’
-prelati e cherici che erano sotto sua tirannia, e fatta la tassazione
-ebbe per nome e sopra nome tutti i secolari poderosi vicini alle
-prelature, benefiche chiese, e comandamento fece, che qualunque
-vicinanza infra certo tempo avessono pagato alla camera sua quelli
-danari che il beneficio era tassato, e il beneficio rispondea alla
-tassazione, che pagassono, e così convenne che fatto fosse, per modo
-che in tre mesi, luglio, agosto e settembre, ebbe nella camera sua
-de’ beni de’ cherici per questa via oltre a trecento trenta migliaia
-di fiorini d’oro, e di secolari sudditi suoi oltre alle sue rendite
-ordinate in sussidio di trecentosettanta migliaia di fiorini d’oro,
-e ciò per sostenere e fornire l’impresa fatta, e che fare intendea
-dell’oste sua sopra la città di Bologna: e convenne che così fatto
-fosse perchè il volle, e nel tempo, stimandosi il superbo tiranno di
-vincere per stracca la città di Bologna, e la Chiesa che presa l’avea.
-Essendo messer Niccola Acciaiuoli grande siniscalco del regno di Puglia
-con messer Bernabò per trattare accordo da lui alla Chiesa de’ fatti di
-Bologna, e venuto al legato, e trovatolo con più animo fermo contro al
-tiranno che non si stimava, avendo il legato ordinato certe convegne
-da trattarsi nella pace, e per uno famigliare del gran siniscalco le
-fece mandare a messer Bernabò, il quale volle che a capitolo a capitolo
-gli fossero lette, e leggendosi, a catuno capitolo rispondea, e io
-voglio Bologna, e così al tutto rimase il trattato rotto, con arrota
-di più villane novelle di parole dal tiranno al legato. Ed era in
-questi giorni la città di Bologna molto stretta, e pativa disagi e
-gravezze assai, ma di fuori si procacciava il soccorso per il legato
-con molta sollicitudine, e messer Bernabò continovo tenea un trattato
-d’impacciare il legato nella Marca e nella Romagna.
-
-
-CAP. CXI.
-
-_Come il capitano dell’oste di messer Bernabò mandò a soccorrere le
-castella ribellate al legato nella Marca._
-
-Sentendo il capitano dell’oste da Bologna come delle tre castella
-rebellate al legato le due si teneano aspettando soccorso, mandò
-Anichino di Bongardo Tedesco con millecinquecento barbute e con
-mille masnadieri per soccorrerli, e per prendere luogo nella Marca,
-e impacciare il legato sì di là che non potesse soccorrere Bologna, e
-chiaramente gli venia fatto, se Anichino fosse stato leale, perocchè
-senza contasto entrò in Romagna, e fu a Rimini, e messer Pandolfo e
-l’oste del legato per paura si partì dall’assedio del castello: ma
-come che la cosa s’andasse, e’ non volle andare più oltre, e d’allora
-innanzi fece delle cose che tornarono a gran beneficio dell’impresa
-del legato, e a onta e vergogna di messer Bernabò, come seguendo nostra
-materia nel principio del decimo libro racconteremo. Tornossi addietro
-Anichino, e le castella s’arrenderono al legato e furono disfatte,
-all’uscita d’agosto detto anno.
-
-
-CAP. CXII.
-
-_Ancora dello stato del tempo e della moria dell’anguinaia._
-
-Questo anno fu singolare di continovo sereno tutta la state e di
-notabile caldo, ed ebbe secondo il lungo tempo secco e caldo comunale
-ricolta di grano e di vino, e degli altri frutti della terra, ma la
-moría fu grandissima in molte parti occidentali, come narrato di sopra
-avemo, e l’Italia ebbe molti infermi di lunghe malattie, ed assai
-morti; e generale infermità di vaiuolo fu nella state di fanciulli
-e ne’ garzoni, ed eziandio negli uomini e femmine di maggiori etadi,
-ch’era cosa di stupore e fastidiosa a vedere.
-
-
-CAP. CXIII.
-
-_Come i Pisani arsono un castello de’ Pistoiesi._
-
-In questi dì i Pisani con dugento barbute e mille fanti cavalcarono
-sopra i Pistoiesi, e presono e arsono un loro castello nella montagna,
-nel quale nella veritade si riparava gente di mala condizione, e che
-faceano danno ai loro distrettuali. Male ne parve ai Fiorentini, ma fu
-sì piccola cosa, che per lo meno male s’infinsono di non lo vedere.
-
-
-
-
-TAVOLA DEI CAPITOLI
-
-
- _Qui comincia l’ottavo libro della Cronica di Matteo
- Villani; e prima il Prologo_ Pag. 5
- _CAP. II. Chi fu frate Iacopo del Bossolaro, e come
- procedette il suo nome e le sue prediche in Pavia_ 7
- _CAP. III. Come frate Iacopo fece tribuni di popolo
- nelle sue prediche in Pavia_ 9
- _CAP. IV. Come frate Iacopo cacciò i signori da Beccheria
- di Pavia_ 10
- _CAP. V. Della materia medesima_ 12
- _CAP. VI. Come per più riprese in diversi tempi fu
- messo fuoco nelle case della Badia di Firenze_ 13
- _CAP. VII. Come la terra di Romena si comperò per
- lo comune di Firenze_ 14
- _CAP. VIII. Come la compagnia di Provenza si sparse
- per vernare_ 16
- _CAP. IX. Come la compagnia del conte di Lando fu
- condotta per i collegati di Lombardia_ 17
- _CAP. X. Come il re Luigi richiese i comuni di Toscana
- d’aiuto_ 18
- _CAP. XI. Come i Pisani feciono armata per rompere
- il porto di Talamone_ 19
- _CAP. XII. Come essendo l’oste de’ Visconti a Mantova,
- parte della compagnia si mise in Castro_ 20
- _CAP. XIII. Come la Chiesa di Roma fe’ gravezza
- a’ cortigiani_ 21
- _CAP. XIV. Cominciamento di guerra tra certi comuni
- in Toscana_ 22
- _CAP. XV. Di certe novità apparenti contro il soldano
- d’Egitto_ 23
- _CAP. XVI. Come il re di Navarra fu tratto di prigione_ 24
- _CAP. XVII. Come i Perugini dall’una parte i Cortonesi
- dall’altra mandarono per aiuto a Firenze_ 25
- _CAP. XVIII. Come la gente de’ signori di Milano furono
- sconfitti in Bresciana_ 26
- _CAP. XIX. Come l’oste del re d’Ungheria prese la
- città di Giadra_ 27
- _CAP. XX. Come messer Bernabò fece combattere
- Castro_ 29
- _CAP. XXI. Come si cominciò a trattare pace da’ collegati
- a’ Visconti_ 30
- _CAP. XXII. Come i Perugini puosono cinque battifolli
- a Cortona_ 31
- _CAP. XXIII. Come i Trevigiani furono rotti dagli
- Ungheri_ 32
- _CAP. XXIV. Cominciamenti di nuovi scandali nella
- città di Firenze_ 33
- _CAP. XXV. D’un singolare accidente ch’avvenne in
- questi paesi_ 37
- _CAP. XXVI. Come in Firenze nacque una fanciulla
- mostruosa_ 38
- _CAP. XXVII. Come i Sanesi si scopersono nemici
- de’ Perugini_ 39
- _CAP. XXVIII. Come i Sanesi misono cavalieri in
- Cortona alla guardia_ 40
- _CAP. XXIX. La cagione che mosse i borgesi di Parigi
- a nuovo stato_ 41
- _CAP. XXX. Della pace dal re d’Ungheria a’ Veneziani_ 43
- _CAP. XXXI. Come da prima in città di Firenze furono
- accusati certi cittadini per ghibellini_ 45
- _CAP. XXXII. Come a’ capitani della parte furono
- aggiunti due compagni_ 48
- _CAP. XXXIII. Come i Sanesi uscirono fuori per soccorrere
- Cortona_ 50
- _CAP. XXXIV. Come si levò l’oste da Cortona_ 51
- _CAP. XXXV. Di novità di Perugia per detta cagione_ 52
- _CAP. XXXVI. Di una gran festa fe’ bandire il re
- d’Inghilterra_ 53
- _CAP. XXXVII. Come l’armata del comune di Firenze
- venne a Porto pisano_ 54
- _CAP. XXXVIII. Come il popolo di Parigi cominciò
- scandalo_ 56
- _CAP. XXXIX. Come i Perugini tornarono a oste a Cortona_ 57
- _CAP. XL. Come i Perugini richiesono i Sanesi di battaglia_ 56
- _CAP. XLI. Come furono sconfitti Sanesi da’ Perugini_ 60
- _CAP. XLII. Come si dispuosono i Sanesi dopo la sconfitta_ 62
- _CAP. XLIII. Come i conti da Montedoglio presono e
- perderono il Borgo_ 63
- _CAP. XLIV. Come il re d’Inghilterra andò a vicitare
- il re di Francia, e annunziarli la pace_ 64
- _CAP. XLV. Come i Tarlati si feciono accomandati
- de’ Perugini_ 65
- _CAP. XLVI. D’una folgore percosse il campanile
- de’ frati predicatori di Firenze_ 66
- _CAP. XLVII. Della pomposa festa che si fè in Inghilterra
- in Londra_ 67
- _CAP. XLVIII. Come i Perugini cavalcarono i Sanesi
- fino alle porti di Siena_ 69
- _CAP. XLIX. Come il legato del papa ripuose l’assedio
- a Forlì_ 70
- _CAP. L. Come i Provenzali feciono compagnia per
- vendicarsi di quelli dal Balzo_ 71
- _CAP. LI. Come si pubblicò la pace de’ due re_ 72
- _CAP. LII. Come il legato del papa pose due bastite
- a Forlì_ 73
- _CAP. LIII. Pace fatta dal re Luigi al duca di Durazzo_ 73
- _CAP. LIV. Come si partì la compagnia di Provenza_ 74
- _CAP. LV. Come i signori di Milano posono l’assedio
- a Pavia_ 75
- _CAP. LVI. Come i Perugini afforzarono l’Orsaia_ 76
- _CAP. LVII. Come si fece la pace da’ signori di Milano
- a’ collegati_ 76
- _CAP. LVIII. Come s’abbattè i palazzi di quelli da
- Beccheria_ 78
- _CAP. LIX. Di molte paci e altre cose notevoli fatte_ 79
- _CAP. LX. Come la compagnia del conte di Lando
- venne in Romagna_ 80
- _CAP. LXI. Come il re Luigi riebbe il castello di Parma_ 81
- _CAP. LXII. De’ fatti di Siena della loro guerra_ 82
- _CAP. LXIII. Come i Pisani abbandonarono la gara
- di Talamone_ 83
- _CAP. LXIV. Come i Sanesi chiamarono capitano, e
- uscirono a oste_ 84
- _CAP. LXV. Come si fece certa arrota al palio di san
- Giovanni_ 85
- _CAP. LXVI. Come il Delfino mandò per lo proposto
- di Parigi_ 85
- _CAP. LXVII. Di novità fatte per lo popolo di Parigi_ 86
- _CAP. LXVIII. Come l’altre ville seguirono di fare
- come Parigi_ 87
- _CAP. LXIX. Di novità di Forlì_ 88
- _CAP. LXX. Come il legato ebbe Meldola_ 89
- _CAP. LXXI. Come i Fiorentini ordinarono il monte
- nuovo per avere danari_ 90
- _CAP. LXXII. Della gran compagnia_ 92
- _CAP. LXXIII. Come il conte di Lando tornò d’Alamagna
- alla compagnia_ 93
- _CAP. LXXIV. Come la compagnia fu rotta nell’alpe_ 95
- _CAP. LXXV. Come il conte di Lando scampò di prigione_ 99
- _CAP. LXXVI. Come l’altra parte della compagnia
- si ridusse in Dicomano_ 100
- _CAP. LXXVII. Come il comune di Firenze procedette
- ne’ fatti della compagnia_ 102
- _CAP. LXXVIII. Il fine ch’ebbe l’impresa de’ Fiorentini_ 103
- _CAP. LXXIX. Come la compagnia andò in Romagna_ 107
- _CAP. LXXX. Come i signori di Francia vennono sopra
- Parigi in arme_ 109
- _CAP. LXXXI. Come il re di Spagna uccise molti
- de’ suoi baroni_ 110
- _CAP. LXXXII. Della detta materia di Spagna_ 111
- _CAP. LXXXIII. Come la compagnia cavalcò a Cervia_ 113
- _CAP. LXXXIV. Come il capitano di Forlì mise la
- compagnia in Forlì_ 114
- _CAP. LXXXV. D’una nuova compagnia di Tedeschi_ 115
- _CAP. LXXXVI. Come si levò l’oste da molte terre_ 116
- _CAP. LXXXVII. Come si fè accordo dal Delfino a
- quelli di Parigi_ 118
- _CAP. LXXXVIII. Di detta materia, e come fu morto
- il proposto_ 119
- _CAP. LXXXIX. Come furono impesi que’ borgesi a
- cui erano state accomandate le chiavi delle bastite_ 121
- _CAP. XC. Come si scoperse il trattato tenea il re di
- Navarra_ 122
- _CAP. XCI. Come il re di Navarra guastò intorno a Parigi_ 123
- _CAP. XCII. Come il marchese non volle dare Asti
- a’ Visconti_ 124
- _CAP. XCIII. Come la compagnia assalì Faenza_ 125
- _CAP. XCIV. Come i Fiorentini mandarono a Bologna
- per la questione dello Stale_ 126
- _CAP. XCV. Qui si fa menzione delle ragioni che
- ’l monistero di Settimo ha nello Stale_ 128
- _CAP. XCVI. Come la compagnia della Rosa di Provenza
- si spartì e disfecesi_ 129
- _CAP. XCVII. Come s’afforzò e guardò i passi dell’alpe
- perchè la compagnia non passasse_ 130
- _CAP. XCVIII. Come l’imperadore fece il duca d’Osteric
- re de’ Lombardi_ 132
- _CAP. XCIX. De’ processi della compagnia in questi giorni_ 133
- _CAP. C. Come il re del Garbo fu morto_ 135
- _CAP. CI. Come i cardinali ch’erano in Inghilterra si
- tornarono a corte_ 137
- _CAP. CII. Della pace da’ Sanesi a’ Perugini_ 138
- _CAP. CIII. Come il cardinale tornò in Italia_ 140
- _CAP. CIV. Come messer Gilio di Spagna parlamentò
- col signore di Bologna_ 143
- _CAP. CV. Come la compagnia si condusse per la Romagna_ 144
- _CAP. CVI. Dello stato della Cicilia_ 145
- _CAP. CVII. Del male stato del reame di Francia_ 146
- _CAP. CVIII. Di mortalità d’Alamagna e Brabante_ 147
- _CAP. CIX. Di giustizia fatta in Parigi_ 148
- _CAP. CX. De’ dificii fatti a sant’Antonio di Firenze_ 149
-
- LIBRO NONO
-
- _Qui comincia il quinto libro; e prima il prologo_ 151
- _CAP. II. Come la compagnia si partì da Sogliano e
- ricevettene danno_ 154
- _CAP. III. Come il comune di Firenze diede balia
- a’ cittadini contro alla compagnia_ 155
- _CAP. IV. Come precedette la compagnia in Romagna_ 157
- _CAP. V. Di novità state tra signori di Cortona_ 159
- _CAP. VI. Dello inganno fatto per lo legato al comune
- di Firenze della compagnia_ 161
- _CAP. VII. Il male seguì per l’accordo fatto dal legato
- con la compagnia_ 164
- _CAP. VIII. Di molte fosse feciono i signori di Lombardia
- per difesa de’ loro terreni_ 166
- _CAP. IX. Come il re d’Inghilterra dissimulando la
- pace cercava la guerra co’ Franceschi_ 167
- _CAP. X. Come il re di Navarra tribolava Francia_ 169
- _CAP. XI. Del male stato di Cicilia in questi tempi_ 170
- _CAP. XII. Del male stato di Puglia per ladroni_ 172
- _CAP. XIII. Della morte di messer Bernardino da
- Polenta signore di Ravenna_ 173
- _CAP. XIV. Operazioni della moría_ 174
- _CAP. XV. Di certa novità ch’ebbe in Perugia in questi
- tempi_ 173
- _CAP. XVI. Di sconfitta ebbono i Turchi da’ frieri_ 177
- _CAP. XVII. Di novità state in Provenza contro a quelli
- del Balzo_ 179
- _CAP. XVIII. Il consiglio si tenne in Francia sopra
- le domande degl’Inghilesi_ 181
- _CAP. XIX. Come il re di Spagna e quello d’Araona
- s’affrontarono e non combatterono_ 182
- _CAP. XX. Come il comune di Firenze si provvide contro
- alla compagnia_ 183
- _CAP. XXI. D’una folgore che cadde in sulla chiesa
- maggiore di Siena_ 185
- _CAP. XXII. D’una battaglia tra due baroni del re
- di Rascia_ 186
- _CAP. XXIII. Come sotto nome di falsa pace il re di
- Navarra tribolò Francia_ 188
- _CAP. XXIV. Novità state a Montepulciano_ 189
- _CAP. XXV. Di fanciulli mostruosi che nacquero in
- Firenze e nel contado_ 191
- _CAP. XXVI. Come la compagnia passò in Toscana, e
- cercò concordia con i Fiorentini_ 191
- _CAP. XXVII. Come la compagnia s’appressò a Firenze_ 194
- _CAP. XXVIII. Come il comune di Firenze diè l’insegne,
- e mandò a campo la sua gente_ 196
- _CAP. XXIX. Come la compagnia girò il nostro contado,
- e la nostra a petto_ 198
- _CAP. XXX. Come la compagnia mandò il guanto della
- battaglia al nostro capitano, e la risposta fatta_ 200
- _CAP. XXXI. Come la compagnia vituperosamente si
- partì del campo delle Mosche, e fuggissi_ 204
- _CAP. XXXII. Come il re d’Ungheria passò nel reame
- di Rascia_ 206
- _CAP. XXXIII. Come messer Feltrino da Gonzaga
- tolse Reggio a’ fratelli_ 208
- _CAP. XXXIV. Come il vescovo di Trievi sconfisse
- gl’Inghilesi_ 209
- _CAP. XXXV. Come fu soccorsa Pavia, e levatone
- l’oste de’ Visconti_ 210
- _CAP. XXXVI. Come il capitano di Forlì s’arrendè al
- legato_ 211
- _CAP. XXXVII. Di una compagnia creata d’Inghilesi
- in Francia_ 213
- _CAP. XXXVIII. D’una zuffa che fu tra gli artefici di
- Bruggia_ 214
- _CAP. XXXIX. Come l’imperadore de’ Tartari fu morto_ 215
- _CAP. XL. Di novità de’ Turchi in Romania_ 216
- _CAP. XLI. Come il Delfino di Vienna fece pace col
- re di Navarra_ 217
- _CAP. XLII. Come l’oste de’ Fiorentini tornò a Firenze
- e la compagnia ne andò nella Riviera_ 218
- _CAP. XLIII. Della morte e sepoltura di messer Biordo
- degli Ubertini_ 220
- _CAP. XLIV. Come i Perugini mandarono ambasciata
- a Siena, e abominando i Fiorentini_ 222
- _CAP. XLV. Come il comune di Firenze mandò aiuto
- di mille barbute a messer Bernabò contro alla
- compagnia_ 224
- _CAP. XLVI. Come il castello di Troco fu incorporato
- per la corona di Puglia_ 225
- _CAP. XLVII. Come il comune di Firenze assediò
- Bibbiena_ 226
- _CAP. XLVIII. Come il comune comperò Soci_ 228
- _CAP. XLIX. Come il vescovo d’Arezzo diede le sue
- ragioni che avea in Bibbiena al comune di Firenze_ 229
- _CAP. L. Seguita la sequela della compagnia_ 230
- _CAP. LI. De’ fatti di Sicilia, e del seguire l’ammonire
- in Firenze_ 232
- _CAP. LII. Come Bibbiena per nuovo capitano fu molto
- stretta_ 235
- _CAP. LIII. Come il re d’Inghilterra passò in Francia
- con smisurata forza_ 237
- _CAP. LIV. La poca fede del conte di Lando_ 238
- _CAP. LV. Come Pavia s’arrendè a messer Galeazzo_ 239
- _CAP. LVI. Come i signori di Milano sfidarono il signore
- di Bologna_ 242
- _CAP. LVII. Come messer Bernabò mandò l’oste sua
- sopra Bologna_ 243
- _CAP. LVIII. Come fu maestrato da prima in Firenze
- in teologia_ 245
- _CAP. LIX. Come fu morto il signore di Verona dal
- fratello_ 246
- _CAP. LX. Come Cane Signore fu fatto signore di Verona_ 248
- _CAP. LXI. Come fu presa Bibbiena pe’ Fiorentini_ 249
- _CAP. LXII. Come la rocca di Bibbiena s’arrendè al
- comune di Firenze_ 253
- _CAP. LXIII. Di novità state in Spagna_ 254
- _CAP. LXIV. Come i Pistoiesi ripresono il castello della
- Sambuca_ 255
- _CAP. LXV. Come messer Bernabò strignea Bologna_ 256
- _CAP. LXVI. Come gli Aretini riebbono il castello della
- Pieve a santo Stefano_ 258
- _CAP. LXVII. Come il re d’Inghilterra si pose a oste
- alla città di Rems_ 259
- _CAP. LXVIII. Discordia del conte di Foci a quello
- d’Armignacca_ 260
- _CAP. LXIX. Quello feciono gli osti del re d’Inghilterra
- in Francia_ 261
- _CAP. LXX. Come più castella si rubellarono a’ Tarlati_ 263
- _CAP. LXXI. Di un trattato di Bologna scoperto_ 264
- _CAP. LXXII. Come le sette di Cicilia si divorarono
- insieme_ 265
- _CAP. LXXIII. Come la Chiesa deliberò l’impresa
- di Bologna_ 266
- _CAP. LXXIV. Come messer Giovanni da Oleggio fermò
- suo accordo con il legato di Bologna_ 267
- _CAP. LXXV. Patti da messer Giovanni da Oleggio
- alla Chiesa, e la tenuta di Bologna_ 270
- _CAP. LXXVI. Come la città di Bologna fu libera dal
- tiranno in mano del legato e della Chiesa essendo
- assediata_ 272
- _CAP. LXXVII. Come la Chiesa riformò Bologna_ 273
- _CAP. LXXVIII. Di una congiura si scoperse in Pisa_ 274
- _CAP. LXXIX. Di un trattato menato in Forlì contro
- alla Chiesa_ 276
- _CAP. LXXX. Come fu combattuta Cento dall’oste
- del tiranno_ 278
- _CAP. LXXXI. Come gli Ubaldini si mostrarono tra
- loro divisi_ 279
- _CAP. LXXXII. Di portamenti degl’Inghilesi in Borgogna_ 280
- _CAP. LXXXIII. Come i Normandi con loro armata
- passarono in Inghilterra_ 282
- _CAP. LXXXIV. Come il duca di Borgogna, s’accordò
- con gl’Inghilesi_ 282
- _CAP. LXXXV. Come il re d’Inghilterra assediò Parigi_ 283
- _CAP. LXXXVI. Come il re d’Inghilterra si strinse a
- Parigi, e combattè Corboglio_ 286
- _CAP. LXXXVII. Conta del reggimento de’ Romani,
- e d’alcuna giustizia fatta_ 287
- _CAP. LXXXVIII. Come parte degli Ubaldini presono
- Montebene_ 289
- _CAP. LXXXIX. Di novità e morte del re di Granata,
- e loro esilio_ 290
- _CAP. XC. Come il legato richiese d’aiuto il re d’Ungheria
- alla difesa di Bologna_ 291
- _CAP. XCI. Come in corte si diè sentenza contro a quelli
- di Milano per i fatti di Bologna_ 292
- _CAP. XCII. Come messer Galeazzo Visconti si mandò
- scusando in corte di Roma dell’impresa di Bologna_ 294
- _CAP. XCIII. Come papa Innocenzio levò la riservagioni_ 295
- _CAP. XCIV. Come il re Luigi fece guerra al duca di
- Durazzo, e ultimamente s’accordaro_ 296
- _CAP. XCV. Come messer Niccola gran siniscalco del
- Regno andò in corte di Roma per accordare il
- re con la Chiesa, e fattogli dal papa ciò gli domandò,
- e grand’onore, se ne tornò in Lombardia_ 297
- _CAP. XCVI. Come gli Aretini per baratta ebbono
- Chiusi e la Rocca_ 299
- _CAP. XCVII. Come il conticino da Ghiaggiuolo fu
- da’ figliuoli propri preso e vituperosamente tenuto_ 301
- _CAP. XCVIII. Come si fermò pace dal re d’Inghilterra
- a’ Franceschi, e’ patti e le convegne ebbono insieme_ 304
- _CAP. XCIX. D’un trattato si scoperse in Bologna,
- e quello ne seguì_ 311
- _CAP. C. Come il papa confortò gli ambasciadori bolognesi,
- e richiese d’aiuto i Fiorentini all’impresa di Bologna_ 313
- _CAP. CI. Come i Chiaravallesi vennero contro a Todi,
- e come furono rotti e presi_ 315
- _CAP. CII. Come l’oste di messer Bernabò si strinse a
- Bologna, e fermaronvi bastite_ 316
- _CAP. CIII. Come la casa reale di Francia feciono
- parentado co’ Visconti per danari, con vituperio
- della corona_ 316
- _CAP. CIV. Come messer Niccolò di Cesaro conte di.....
- e signore di Messina fu morto con quaranta compagni_ 320
- _CAP. CV. Come fornito il trattato della pace tra i due
- re si fè triegua, e giurossi l’una e l’altra, e lo re
- d’Inghilterra si tornò nell’isola per mandare a
- esecuzione le cose ordinate_ 321
- _CAP. CVI. Come tre castella si rubellarono nella
- Marca al legato_ 326
- _CAP. CVII. Come mortalità dell’anguinaia ricominciò
- in diverse parti del mondo_ 327
- _CAP. CVIII. Come il comune di Firenze prese Montecarelli
- e Montevivagni, e in essi preso il conte
- Tano, venuto a Firenze fu decapitato_ 328
- _CAP. CIX. Come in Francia si cominciò compagnia
- denominata bianca_ 331
- _CAP. CX. Della gravezza fatta per messer Bernabò
- ai cherici e laici, rotto il trattato della pace_ 332
- _CAP. CXI. Come il capitano dell’oste di messer Bernabò
- mandò a soccorrere le castella ribellate al
- legato nella Marca_ 334
- _CAP. CXII. Ancora dello stato del tempo e della
- moria dell’anguinaia_ 335
- _CAP. CXIII. Come i Pisani arsono un castello de’
- Pistolesi_ 335
-
-
-
-
- ERRORI CORREZIONI
-
- TOMO IV.
-
- — 141 — 30 e ogni ogni vergogna e ogni vergogna
- — 154 — 8 per venire per vernare
- — 252 — 4 fu ribattuto fu ributtato
- — 290 — 25 cacciare cacciare,
- — 325 — 23 osservebbe osserverebbe
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
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-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, VOL.
-IV ***
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-Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
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-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
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-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
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-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
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-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
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-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
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-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
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-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
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