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III - A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna - -Author: Matteo Villani - -Editor: Ignazio Moutier - -Release Date: January 29, 2023 [eBook #69900] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by the Bayerische Staatsbibliothek) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, -VOL. III *** - - - CRONICA - - DI - - MATTEO - VILLANI - - - A MIGLIOR LEZIONE RIDOTTA - COLL’AIUTO - DE’ TESTI A PENNA - - TOMO III. - - - - FIRENZE - PER IL MAGHERI - 1825. - - - - -LIBRO QUINTO - -_Qui comincia il quinto libro della Cronica di Matteo Villani; e prima -il Prologo._ - - -CAPITOLO PRIMO. - -Chiunque considera con spedita e libera mente il pervenire a’ magnifici -e supremi titoli degli onori mondani, troverà che più paiono mirabili -innanzi al fatto e di lungi da quello, che nella presenza della -desiderata ambizione e gloria: e questo avviene, perchè il sommo stato -delle cose mobili e mortali, venuto al termine dell’ottato fine, -invilisce, perocchè non può empiere la mente dell’animo immortale; -ancora si fa più vile, se con somma virtù non si governa e regge; ma -quando s’aggiugne a’ vizi, l’ottata signoria diventa incomportabile -tirannia, e muta il glorioso titolo in ispaventevole tremore de’ -sudditi popoli. Ma perocchè ogni signoria procede ed è data da Dio in -questo mondo, assai è manifesto, che per i peccati de’ popoli regna -l’iniquo. L’imperial nome sormonta gli altri per somma magnificenza, -al qual solea ubbidire tutte le nazioni dell’universo, ma a’ nostri -tempi gl’infedeli hanno quello in dispregio, e nella parte posseduta -per i cristiani tanti sono i potenti re, signori, e tiranni, comuni, -e popoli che non l’ubbidiscono, che piccolissima parte ne rimane alla -sua suggezione; la qual cosa estimano ch’avvenga principalmente dalla -divina disposizione, il cui provvedimento e consiglio non è nella -podestà dell’intelletto umano. Ancora n’è forse cagione non piccola -l’imperiale elezione trasportata ai sette principi d’Alamagna, i -quali hanno continovato lungamente a eleggere e promuovere all’imperio -signori di loro lingua, i quali colla forza teutonica, e col consiglio -indiscreto e movimento furioso di quella gente barbara hanno voluto -reggere e governare il romano imperio; la qual cosa è strana da quel -popolo italiano che a tutto l’universo diede le sue leggi, e’ buoni -costumi e la disciplina militare: e mancando a’ Tedeschi le principali -parti che si richieggono all’imperiale governamento, non è maraviglia -perchè mancata sia la somma signoria di quello. E stringendone l’usata -materia a fare principio al quinto libro, la coronazione di Carlo di -Luzimborgo, e quanto di quella seguitò in brevissimo tempo, sieno in -parte esempio di quello che narrato avemo nella presente rubrica. - - -CAP. II. - -_Come messer Carlo di Luzimborgo fu coronato imperadore de’ Romani._ - -Domenica mattina a dì 5 del mese d’aprile, gli anni Domini 1355 dalla -sua salutevole incarnazione, il dì della Resurrezione di Cristo, -essendo il cardinale d’Ostia legato del papa a fare la consecrazione -dell’imperadore con molti prelati nella basilica di san Pietro, -l’eletto Carlo sopraddetto giugnendo a san Pietro co’ Romani, e colla -grande cavalleria e moltitudine di popolo che l’aveano accompagnato, -scavalcato colla sua donna, furono ricevuti nella chiesa con grande -tumulto di stromenti, e allegrezza e festa di catuna gente. E -incontanente ch’egli fu in san Pietro, com’egli avea ordinato, molti -cavalieri armati tramezzarono tra la sua persona e della donna con -alquanti più confidenti prelati ch’erano all’uficio dell’altare, e -l’altro popolo riempierono sì il mezzo della grande basilica che niuno -potea valicare verso l’altare, o vedere la sua consacrazione, salvo -i prelati e coloro ch’erano in compagnia con l’eletto. E celebrato -l’uficio della solenne messa, spogliato l’eletto de’ suoi primi -vestimenti, e stando a piè dell’altare, ricevuta la sagra unzione, e -confessata la sua cattolica fede, con quelle cerimonie che l’usanza -richiede, fu vestito dell’imperiali vestimenta, e consecrato dal -cardinale; per lo prefetto di Vico, in chi sta l’uficio d’incoronare, -gli fu messo la corona dell’oro imperiale, ed egli incoronò -l’imperatrice. E fatta la solennità della sua coronazione, l’imperadore -nella maestà imperiale montò in su uno grande e nobile destriere, -portando nella mano destra un bastone d’oro, e nella sinistra una palla -d’oro ivi suso una crocetta di sopra, e sotto nobilissimi palii d’oro -e di seta, addestrato da’ principi romani e da altri nobili signori -alla sella e al freno e d’intorno, e appresso a lui l’imperadrice, -con grande allegrezza e festa furono condotti per la città di Roma a -san Giovanni Laterano, ov’era fatto l’apparecchiamento per desinare; -e ivi smontati, con grande reverenza andarono a vicitare l’altare: e -già valicata l’ora di nona, si posono a mangiare: e fatta la desinea, -l’imperadore e l’imperadrice, con poca compagnia di loro gente, mutato -l’abito dell’imperiale maestà, montarono a cavallo, e andarono ad -albergare fuori della città di Roma a san Lorenzo tra le vigne: e -questo fece per ubbidire al comandamento a lui fatto dal santo padre, -che coronato che fosse, non dovesse albergare in Roma. A questa -coronazione si trovarono cinquemila tra baroni e cavalieri alamanni, -i più Boemi, e più di diecimila Italiani vi furono a cavallo, tutti al -servigio e a fare onore all’imperadore. E niuno contrario o sospetto a -lui si trovò in Italia, per l’umile venuta e savia pratica che tenne, -di non essere partefice e di non seguire il consiglio de’ ghibellini -come i suoi antecessori, cosa maravigliosa e non udita, addietro per -molti tempi. E partito l’imperadore da san Lorenzo con minore compagnia -se n’andò a Tivoli per osservare alcuna ceremonia debita a’ novelli -imperadori; incontanente tutta la cavalleria si cominciò a partire da -Roma, e venire verso Siena e Pisa, e chi a ritrarsi verso la Magna. -Lasceremo alquanto l’imperadore e la sua cavalleria al cammino, e -seguiremo d’altre novità strane, che in questi giorni s’apparecchiano -alla nostra materia. - - -CAP. III. - -_Come messer Ruberto di Durazzo prese per furto il Balzo in Provenza._ - -Quello che seguita essendo molto strano dalla schiatta reale, ci -fa manifesto, che dove la necessità regna, rade volte s’aggiugne la -ragione. Messer Ruberto, figliuolo che fu di messer Gianni duca di -Durazzo, nipote del re Ruberto, tornato di prigione d’Ungheria, e male -provveduto dal re Luigi suo cugino, se n’andò in Francia; e servendo -il re alle sue spese, non essendo provveduto da lui tornò in Provenza; -e ivi, per mantenersi a onore, gravati gli amici e’ parenti, consumò -ciò ch’egli avea: e venuto a tanto che non potea mantenere quattro -scudieri, si pensò di fare male; e non avendo da se la forza, s’accostò -col sire della Guardia, a cui manifestò il suo pensiero, e richieselo -d’aiuto. Costui, ch’era uomo atto alla guerra più ch’al riposo, disse -di seguirlo volentieri, e accolsono ottanta cavalieri, e provvidonsi -di scale; e una notte, a dì 6 d’aprile del detto anno, essendo il forte -castello del Balzo in Provenza senza alcuno sospetto, e ’l signore del -Balzo nel Regno in cortese guardia del re, messer Ruberto vi s’entrò -dentro, e senza contasto prese il castello e la rocca inespugnabile. -Sentendosi la novella in corte, il papa e’ cardinali se ne turbarono -forte, salvo il cardinale di Pelagorga ch’era suo zio, il quale con -seguito di certi cardinali di sua setta lo scusavano in concestoro, -e segretamente l’atavano per modo, che in pochi dì ebbe nel Balzo -trecento cavalieri e cinquecento fanti armati, e cominciò a correre il -paese e fare preda fin presso Avignone, non senza sospetto del papa, e -de’ cardinali, e di tutta la Provenza. - - -CAP. IV. - -_Come i Provenzali s’accolsono per porre l’assedio al Balzo._ - -Essendo questa cosa divolgata per la Provenza, i baroni del paese -ch’amavano la casa del Balzo, e temeano delle loro castella per lo -male esempio, senza essere richiesti da altro signore fece catuno suo -sforzo, e trassero con cavalieri e fanti che poterono fare al Balzo, -e in pochi giorni vi si trovarono ottocento cavalieri e gran popolo: -e dato ordine tra loro, tennono assediato il castello e la gente che -dentro v’era. La novella andò di subito a Napoli al conte d’Avellino -signore del Balzo, il quale di presente il disse al re; ond’egli -si turbò forte, e incontanente licenziò il conte, e rimandollo in -Provenza, profferendogli il suo aiuto: il conte si mise in fretta al -suo viaggio. Il papa e’ cardinali erano in turbazione colla setta -di quelli di Pelagorga, la qual cosa conturbava non poco la corte -e tutta la Provenza. Lasceremo al presente la materia del Balzo, e -trapasseremo alle novità che occorsono in Italia innanzi che il Balzo -si racquistasse. - - -CAP. V. - -_Come si comincio l’izza da messer Galeazzo Visconti a messer Giovanni -da Oleggio._ - -Messer Giovanni da Oleggio vicario di Bologna per messer Maffiolo de’ -Visconti di Milano, innanzi che l’arcivescovo avesse presa Bologna -era provveduto dal detto arcivescovo, del quale si credea che fosse -figliuolo, tra altre utili possessioni d’un castello grande e nobile -chiamato...., del quale messer Giovanni avea buona rendita: il castello -vicinava con certe terre di messer Galeazzo Visconti. Avvenne, che -messer Giovanni s’intendea in Milano d’amore con alcuna donna la quale -nel segreto era al servigio di messer Galeazzo, il quale accorgendosi -di messer Giovanni, l’ebbe a sdegno, e senza altro dimostramento -della cagione prese izza contro a lui, e messer Giovanni sforzandosi -di fargli onore nol potea contentare: infine gli tolse il castello, -più per fargli dispetto che per altra cagione. Della qual cosa messer -Giovanni non s’osò rammaricare nè dolere, ma di questo nacque poi -maggiore novità quando messer Giovanni si rubellò alla casa de’ -Visconti, come leggendo appresso si potrà trovare. - - -CAP. VI. - -_Come il capitano di Forlì sconfisse gente della Chiesa._ - -Del mese d’aprile del detto anno, il capitano di Forlì cavalcava -nella Marca, e avea in sua compagnia dugento cavalieri i più gentili -uomini giovani, i quali erano con lui per amore a sua provvisione. Il -capitano della gente d’arme della Chiesa seppe l’andata del capitano -di Forlì, e di notte gli si fece incontro, e misegli un aguato di -quattrocento cavalieri. Il capitano di Forlì, innanzi che fosse al -passo dell’aguato, per sue spie seppe come i nemici in quantità di -quattrocento cavalieri l’attendeano di presso; egli era in parte -ch’el si poteva tornare addietro salvamente, ma pensando che ciò gli -tornerebbe a vergogna, avendo l’animo grande, e giovani cavalieri con -seco pro’ e arditi, diliberò con loro d’andare ad assalire i nemici, -non ostante che gran vantaggio avessono del numero della gente e del -terreno; fece cento feditori ch’andassono innanzi a cominciare la -zuffa, i quali si mossono in un fiotto, e dirizzaronsi al cammino -verso l’aguato, a modo come se ’l capitano fosse tra loro. I nemici -pensandogli raccogliere a mansalva uscirono loro addosso, credendo -che vi fosse il capitano di Forlì. I cento cavalieri, vedendo venire -verso loro tutto l’aguato, strettamente con grande ardire, sì fedirono -tra loro sì virtuosamente, che gli feciono invilire; e vedendo come -francamente sosteneano contro a loro, temettono che il capitano con -maggior forza non venisse loro addosso; e vedendo dalla lunga apparire -gente al loro soccorso, e che questi cento cavalieri tanto francamente -si sosteneano, innanzi che il capitano giugnesse ruppono; e giugnendo -il capitano di Forlì al soccorso de’ suoi, trovò rotti i nemici, e -perseguitandoli, prese dugento cavalieri e più di quell’aguato, e -raccolta la preda, vittoriosamente fornì il suo viaggio. - - -CAP. VII. - -_Come messer Filippo di Taranto prese per moglie la figliuola del duca -di Calavria._ - -Essendo dama Maria, sirocchia della reina Giovanna figliuola del duca -di Calavria, rimasa vedova di due mariti tagliati a ghiado, che l’uno -fu il duca di Durazzo, l’altro Ruberto figliuolo del conte d’Avellino, -de’ quali innanzi è fatta menzione, essendo così vedova, del mese -d’aprile, ella e messer Filippo di Taranto fratello carnale del re -Luigi senza moglie, non ostante ch’ella fosse figliuola di suo cugino -carnale e stata moglie del duca suo cugino, senza alcuna dispensazione, -con volontà e consiglio del detto re e della reina Giovanna sua -sirocchia, per nome di matrimonio si congiunsono insieme; e dopo la -loro congiunzione e maritaggio, il detto messer Filippo andò a corte -di Roma a Avignone al papa per avere la dispensagione. Il papa ebbe -questa cosa molto a grave, e il collegio de’ cardinali, e fu da loro -messer Filippo mal veduto, e dimorò in corte e in Provenza lungamente, -adoperando cose da piacere al papa per potere avere la dispensazione -a lui più volte negata. Infine dopo lungo dimoro, caricato il papa dal -re e dalla reina, che questa vergogna non rimanesse nella casa reale, -infine per lo meno male, e per ricoprire quello vituperio, concedette -la detta dispensagione. - - -CAP. VIII. - -_Come Massa e Montepulciano non ricevettono i vicari del patriarca._ - -In questi dì, essendo l’imperadore a Roma, i Massetani, e’ -Montepulcianesi, e que’ di Grosseto, che soleano ubbidire al comune -di Siena, avendo sentiti i romori della città, e l’abbattimento -dell’ordine de’ nove e di tutti gli ufici del comune mandandovi il -vicario dell’imperadore per riprendere la signoria di quelle terre, -catuna si ritenne senza volere ricevere la signoria del vicario, -volendo prima vedere come la città di Siena si dovea riposare. E di -questa novità il minuto popolo e gli artefici ch’aveano abbattuto -l’ordine de’ nove, che di ciò erano contenti, furono turbati assai, -e presono cagione d’intendersi insieme, onde poi seguirono gravi -revoluzioni, come al suo tempo appresso racconteremo. - - -CAP. IX. - -_Come i Visconti tolsono a messer Giovanni da Oleggio il suo castello._ - -Essendo messer Giovanni de’ Peppoli che vendè Bologna molto confidente -a messer Galeazzo Visconti, per accattare benivolenza a’ suoi amici da -Bologna da messer Giovanni da Oleggio che n’era vicario operò tanto, -che messer Galeazzo gli rendè la grazia sua, e il castello, che per -sdegno gli avea tolto; la qual cosa fu a messer Giovanni da Oleggio a -grado, e di presente si provvide di ricchi doni, e mandolli a messer -Galeazzo, il quale gli ricevette graziosamente. Messer Maffiolo vedendo -che messer Giovanni era tornato nella grazia di messer Galeazzo, -incominciò a prendere sconfidanza di lui, e inanimossi di rimuoverlo -del vicariato di Bologna, e il suo proprio castello ch’avea riavuto -da messer Galeazzo recò cortesemente al suo governamento, e certa -provvisione ch’egli era usato di fare ogni anno a messer Giovanni per -i servigi che ricevea da lui cominciò a sostenere con dissimulazioni. -E parendogli che messer Giovanni ubbidisse più gli altri suoi fratelli -che se, avendo intendimento di mutarlo e trarlo di Bologna, copria il -suo intendimento con povero consiglio, che non sapea più; ma colui con -cui egli avea a fare era uomo astuto e avvisato, e però il fine andò -tutto per altro modo che messer Maffiolo e’ fratelli non pensarono, -come leggendo innanzi si potrà vedere. - - -CAP. X. - -_Andamenti della gran compagnia._ - -Essendo lungamente stata in Puglia la compagnia del conte di Lando, -favoreggiata dal duca di Durazzo e dal conte Paladino in vergogna della -corona, perchè dal re erano stati mal trattati, del mese di maggio -la condussono in Terra di Lavoro, e misonsi a Serni e a Matalona, -facendo per lo paese danni di ruberie e di prede quanto più poteano, -senza trovare fuori delle mura delle terre alcuno contasto: e appresso -feciono più parti di loro, e sparsonsi per lo paese facendo danni -assai, come per i tempi innanzi si racconteranno. - - -CAP. XI. - -_Come il re di Tunisi fu morto._ - -Innanzi ch’e’ Genovesi prendessono Tripoli di Barberia, il re di Tunisi -avendo assai figliuoli di diverse donne, com’è usanza de’ saracini, -i quali figliuoli male ordinati, non volendo che la successione del -regno venisse a quel loro fratello a cui il re intendea di lasciare la -reale signoria, trattarono e misono ad esecuzione la violente morte del -re loro padre; e rimanendo il reame in vacazione, i baroni occuparono -chi in un paese e chi in un altro le possessioni e ragioni del reame; -e nondimeno alcuni de’ piccoli figliuoli del re che non era partefice -al patricidio feciono re, il quale possedea Tunisi e parte del reame, -ma non l’occupava. In quel tempo avvenne, ch’un figliuolo d’un fabbro -saracino, essendo sperto, e ben parlante, e di grand’animo, ebbe cuore, -trovandosi in Tunisi, d’occupare la città con tirannia; ed essendovi -grande per la sua eloquenza, per la sua industria se ne fece signore, -e reggea e governava quel popolo e quell’antica città a suo volere, -senza lasciarli ritornare alla debita signoria del re di Tunisi; e per -lo male stato di quello reame non era chi lo repugnasse. Per la qual -cosa avvenne, che certi Genovesi ch’aveano veduto il reggimento di -quel tiranno, e sentito com’egli era in odio al re di Tunisi e a’ suoi -baroni, da cui non avrebbe soccorso, e il gran tesoro ch’era in quel -popolo, si pensarono di prendere per ingegno e per forza quella città, -come poi venne loro fatto, secondo che appresso leggendo si potrà -trovare. - - -CAP. XII. - -_Come messer Giovanni da Oleggio rubellò Bologna._ - -Noi abbiamo poco addietro narrato come messer Maffiolo de’ Visconti -di Milano, nella cui parte era venuta la città di Bologna, avea preso -sospetto di messer Giovanni da Oleggio suo vicario, e provvedeasi -segretamente a rimuoverlo; e parendogli tempo, mandò a Bologna messer -Galeazzo de’ Pigli da Modena con certa famiglia, acciocchè prendesse -da messer Giovanni la signoria, e rimanesse suo vicario in Bologna, e -a messer Giovanni scrisse, ch’assegnato ch’avesse al nuovo vicario la -tenuta e la signoria, che se ne tornasse a Milano, facendogli assai -larghe offerte. E giunto in Bologna messer Galeazzo, fu da messer -Giovanni ricevuto graziosamente nella prima apparenza, e per mostrarsi -fedele e ubbidiente al suo signore, di presente fece assegnare la rocca -e la guardia della porta di verso Modena a uno Milanese, di cui messer -Maffiolo n’avea fatto castellano. Questo si crede che facesse piuttosto -per poter meglio trattare l’altre cose che gli bollivano nell’animo, -che per semplice disposizione d’ubbidienza. E vedendosi egli allo -stremo partito, lavorava dentro con grande angoscia dell’animo, e non -avea con cui confidentemente potersi consigliare; e dall’una parte il -premea la fede promessa alla casa de’ Visconti di cui e’ si tenea per -nazione, ma più per i grandi onori e per lo stato ov’era pervenuto di -piccolo grande, per i beneficii ricevuti da’ suoi signori; e dall’altro -lato tempellava la mente l’ambizione della signoria che gli convenia -lasciare, e lo sdegno che già sentiva preso per messer Maffiolo gli -generava paura che lasciata la signoria e’ non fosse mal trattato, e -però, ma più l’appetito della signoria, il fece diliberare di mettersi -innanzi a ogni pericolo di sua fortuna, che di lasciare così grande -signoria com’egli avea tra le mani, e ogni fede promessa, e tutte -l’altre ragioni di sua natura, e d’onori e di beneficii ricevuti mise -addietro per niente. E avendo in se medesimo così diliberato, ebbe a -se messer Galeazzo nuovo vicario, e fecegli vedere con belle ragioni, -come la subita revoluzione della signoria di Bologna era di gran -pericolo, e maggiormente perchè sapea che ’l marchese di Ferrara avea -accolto gente d’arme, e manifesto era per l’aspre cose ch’egli avea -fatte a’ Bolognesi ch’elli erano mal contenti; e però consigliava, -ch’egli prima andasse a prendere le tenute delle castella di fuori, e -quelle rifornisse e provvedesse di buona guardia, e fatto questo, senza -pericolo potea sicuramente ricevere la signoria. Costui ignorante del -baratto seguitò il consiglio di messer Giovanni, e prese le masnade -ch’avea in Bologna a cavallo e a piè, e’ nuovi castellani e le lettere -del comandamento, ch’e’ castellani e l’altre masnade dovessono ubbidire -al nuovo vicario; e messolo fuori della città di Bologna, incontanente -messer Giovanni mandò pe’ rettori e per tutti gli uficiali ch’erano -in Bologna, catuno per se, e come veniano a lui, gli facea mettere -in certa camera del suo palagio in salva guardia: e com’ebbe raccolti -tutti i rettori, e uficiali in quella sera, mandò per tutti i maggiori -cittadini di Bologna grandi e popolani, e per coloro cui egli avea più -serviti e meno gravati, e raunatili insieme nel suo palagio, essendo -già assai infra la notte, disse, com’egli col loro aiuto intendea di -volere torre la signoria di Bologna a messer Maffiolo e agli altri suoi -fratelli signori di Milano, e voleala tenere per se, promettendo di -trattare benignamente grandi e popolani, e d’alleggiare i cittadini dal -disordinato giogo, che a petizione di que’ tiranni era stato costretto -di tenere loro addosso contro a sua volontà; scusando se, che come -sottoposto al duro comandamento avea fatte assai aspre e crudeli cose -a que’ cittadini, facendole contro alla sua natura e all’animo suo per -ubbidire a’ crudeli tiranni, a cui non avea potuto fare resistenza, ma -da quinci innanzi intendea trattarli come fratelli, e ne daria loro un -segnale, mettendo il governamento della cittadinanza nelle loro mani. -I cittadini paurosi per l’usata tirannia, temendo che ’l parlare di -messer Giovanni non fosse per tentarli della loro fedeltà, dimostrarono -e rispuosono di concordia, ch’elli erano apparecchiati a mantenere -a lui e a’ suoi signori la fede promessa. Messer Giovanni vedendo la -ferma risposta de’ cittadini, e temendo il pericolo della brevità del -tempo, con aspre parole cominciò a minacciare i cittadini, dicendo, -che parlava aperto e non per tentarli, e che poteano bene comprendere, -che in questo punto a lui convenia prendere o lasciare la signoria, -ed egli per suo vantaggio, e per trarre loro del servaggio, volea -fare con loro consentimento quello ch’avea loro proposto e ragionato: -ma poichè vedea tanta follia nelle cieche menti di que’ cittadini, -disse, che contro a loro e contro agli altri che non v’erano farebbe -aspre e dure cose infino alla morte di catuno, e la città arderebbe -e lascerebbe desolata. E questo dimostrava con tanto infocamento -d’animo, che manifesto fu a tutti ch’e’ parlava da dovero e non per -alcuna tentazione. Allora presono tra loro consiglio, e dissono: -Signor nostro, che aiuto vi possiamo noi fare, essendo senz’arme? -messer Giovanni disse, che volea ch’eglino il chiamassono signore, e -in quella notte farebbe a catuno rendere l’armi: ed eglino il feciono, -e l’armi furono rendute in quella notte a chi le volle. La mattina -messer Giovanni mandò per i conestabili de’ soldati da cavallo e da -piè, e disse, che volea il saramento da loro a se come signore di -Bologna, e chi fare nol volesse di presente si partisse di Bologna, e -del contado e del suo distretto, a pena della testa; giurarono a lui -le due parti, e gli altri si partirono, e di presente uscirono del -paese: e tutti gli uficiali ch’egli avea rinchiusi rimutò de’ loro -ufici, e misevi de’ nuovi che giurarono a lui, e quelli fece partire -della città. Il nuovo castellano, ch’avea messo nella rocca della porta -verso Modena, avendo messer Giovanni mandato per lui, non v’era voluto -andare, ma per mattia n’avea mandato il figliuolo, il quale messer -Giovanni ritenne: e in quella mattina con gran fretta mandò a tutti -i castellani di fuori, che non si dovessono rimuovere, nè ricevere in -loro castella messer Galeazzo de’ Pigli per lettere o per comandamento -ch’e’ portasse da sua parte, e di ciò fu bene ubbidito. Il castellano -della città sopraddetto, sentendo la ribellione di messer Giovanni, -non volea rendergli la rocca. Messer Giovanni, dal venerdì mattina -fino alla domenica sera, con molta sollecitudine intese a ordinare -e a rifermare il reggimento della città e della guardia dentro: -e in questo tempo il marchese di Ferrara, cui egli avea richiesto -d’aiuto, gli mandò dugentocinquanta cavalieri. Il lunedì mattina, non -volendo il castellano milanese rendere la rocca della porta, messer -Giovanni vi mandò gente d’arme per mostrare di volerla combattere, e -per fare impiccare il figliuolo nel cospetto del padre; la battaglia -fu ordinata, e le forche ritte, e ’l figliuolo menatovi a piè per -impiccare. Il padre doloroso, vedendosi senza soccorso da non potere -resistere, e ’l figliuolo per essere impiccato, rendè la tenuta, e fu -libero egli e ’l figliuolo: e messer Giovanni rimase libero signore -della città di Bologna, levatala dalla signoria de’ signori di Milano, -per cui l’avea governata e retta in cruda tirannia infino a dì 20 del -mese d’aprile 1355 che se ne fece signore ed ebbe la detta rocca, e -in Bologna prese tutti i Milanesi che v’erano e le loro mercatanzie, -de’ quali trasse molti danari per riscatto delle persone e della -mercatanzia. E nelle castella di fuori non ebbe podere d’entrare messer -Galeazzo, salvo che in Luco, e ivi si ritenne, sentendo la ribellione -di messer Giovanni, aspettando la volontà de’ suoi signori. Messer -Giovanni mettendosi alla fortuna rimase signore; quegli che segue -rifrenandola per senno, ovvero per mattia, ne perdè la vita, come -appresso diviseremo. - - -CAP. XIII. - -_Come il doge di Vinegia fu decapitato._ - -Messer Marino Faliere doge di Vinegia, uomo di gran virtù e senno, -reggendo l’uficio di cotanta dignità, e senza sospetto e in grazia -de’ suoi cittadini, avendo l’animo grande si contentava male, non -parendogli potere fare a sua volontà com’avrebbe voluto, strignendolo -la loro antica legge di non potere passare la deliberazione del -consiglio a lui diputato per lo comune; e però avea preso sdegno contro -a’ gentili uomini che più lo repugnavano presontuosamente. E intanto -avvenne, che certi popolani furono da alquanti de’ grandi di parole e -di fatti oltraggiati villanamente; e crescendo lo sdegno del doge per -la disordinata baldanza de’ gentili uomini, prese sicurtà di scoprire -agli oltraggiati popolani l’animo suo ch’avea contro la riverenza de’ -gentili uomini, che tutti erano del consiglio; e di questo seguitò, -che il doge concedette segretamente licenza a’ popolari ingiuriati che -si procacciassono di confidenti amici, e d’arme e di gente acconcia -al servigio, e una notte ordinata fossono su la piazza di san Marco, -e sonassono le campane a stormo, e dessono voce che le galee de’ -Genovesi fossono nel golfo; e per usanza in cotali novità i gentili -uomini di consiglio soleano venire al palazzo al doge per provvedere -e consigliare quello che fosse da fare, e in quella venuta i popolani -armati li doveano uccidere, ovvero radunati in palagio metterli alle -spade; e questo fatto, doveano correre la città gridando, viva il -popolo, e fare il doge signore, e annullare l’ordine del consiglio -e de’ gentili uomini, e fare tutti gli uficiali popolari. Ed essendo -con molta credenza la cosa condotta sino alla sera che la notte dovea -seguire, il fatto come a Dio piacque per lo minore male, il doge -in questa sera mandò per un suo confidente popolare amico, uomo di -grande ricchezza, a cui rivelò il trattato, e come in quella notte si -dovea fare il fatto: costui turbato nella mente, con savie parole gli -biasimò l’impresa e impaurì il doge, e non ostante che la cosa fosse -recata molto agli stremi del tempo, disse, che là dove piacesse al -doge, che metterebbe subito consiglio che la cosa non procederebbe. -Il doge invilito nell’animo al consiglio di questo suo amico, gli -diè mattamente parola ch’egli ordinasse segretamente che il fatto si -rimanesse; e acciocchè dato gli fosse fede, gli diè un suo segreto -suggello. Questi andò di presente ai caporali a cui il doge il mandò -ch’aveano accolta la loro compagnia, e disse loro da parte del doge, -che si dovessono ritrarre dall’impresa, e mostrò loro il segno del suo -suggello. A’ popolari ch’erano apparecchiati parve essere traditi, -e non ardirono di procedere più innanzi, sentendo la mutazione del -doge. Uno pellicciere ch’era degl’invitati, sentendo che la cosa non -procedea, per paura d’essere incolpato se n’andò a uno gentile uomo -di consiglio, e manifestogli quello che sapea del fatto, che non sapea -però tutto. Costui menò il pellicciere al doge, il quale, non sapendo -che il doge sentisse di questo fatto, gli narrò ciò che ne sapea, e -nominogli i caporali. Il doge annullò molto il fatto, dicendo, che per -alcuno sentimento che n’avea avuto avea fatto spiare, e trovato avea -che la cosa era nulla. Il savio consigliere disse al doge, che volea -che questa cosa sentisse il consiglio; e contradiandolo il doge, costui -perseverò tanto in questo, che il savio doge divenuto per viltà fuori -del senno promise farlo raunare; commettendo fallo capitale della sua -testa, che lieve gli era ritenere costoro, e fare eseguire quello che -ordinato era, o stringerli e giudicarli a suo volere segretamente. La -mattina raunato il consiglio, e divolgata la novella, furono mandati a -prendere i caporali, e venuti dinanzi al doge e al consiglio, il doge -li chiamò traditori per dimostrarsi strano dal trattato, ma vennegli -fallato, perocchè in faccia gli dissono, che ogni cosa che ordinata era -s’era mossa da lui e proceduta dal suo consiglio. Il doge nol seppe -negare. Il consiglio incontanente il fece guardare nel suo palagio -per loro medesimi. In prima impesono quattro de’ caporali alle colonne -del palagio del doge, e il dì seguente confiscarono tutti i beni del -doge, ch’era grande ricco uomo, al comune, salvo che per grazia gli -concedettono che di duemila fiorini potesse testare a sua volontà; -e menatolo in sulla scala dov’egli avea fatto il saramento quando il -misono nella signoria, gli feciono tagliare la testa, e vilissimamente -il suo corpo messo in una barca fu mandato a seppellire a’ frati; -e l’amico suo che sturbò il patricidio de’ grandi cittadini, e il -rivolgimento dello stato di quella città, ebbe per merito condannagione -grande pecuniale, e perpetuo esilio, rilegato nell’isola di Creti. - - -CAP. XIV. - -_Come l’imperadore tornò coronato a Siena._ - -L’imperadore Carlo ricevuta la corona in Roma, come detto abbiamo, se -ne tornò verso Siena, e soggiornato a Montalcino, e appresso venuto a -Montepulciano; e in catuno luogo lasciati suoi vicari con alcuna gente, -domenica a dì 19 d’aprile in sul vespero giunse alla città di Siena; -e innanzi che entrasse nella città, fattoglisi incontro i cittadini -con gran festa in sull’ora del vespero, in quest’abboccamento otto -cittadini pomposi e avari per cessare la debita spesa alla cavalleria -si feciono a lui fare cavalieri, e appresso entrato nella città glie -n’accorreano molti senza ordine o provvisione, ed egli avvisato del -vano e lieve movimento di quella gente, commise al patriarca che in suo -nome gli facesse. Il patriarca non potea resistere a farne tanti quanti -nella via glie n’erano appresentati: e vedendone così gran mercato, -assai se ne feciono che innanzi a quell’ora niuno pensiere aveano -avuto a farsi cavalieri, nè provveduto quello che richiede a volere -ricevere la cavalleria, ma con lieve movimento si faceano portare sopra -le braccia a coloro ch’erano intorno al patriarca, e quand’erano a lui -nella via il levavano alto, e traevangli il cappuccio usato, e ricevuta -la guanciata usata in segno di cavalleria gli mettevano un cappuccio -accattato col fregio dell’oro, e traevanlo della pressa, ed era fatto -cavaliere; e per questo modo se ne feciono trentaquattro in quella -sera tra grandi e popolari. E condotto l’imperadore al suo ostiere, -fu fatto sera, e catuno si tornò a casa; e’ cavalieri novelli senza -niuno apparecchiamento o spesa con la loro famiglia celebrarono quella -notte la festa della loro cavalleria. Chi considera con la mente non -sottoposta alla vile avarizia l’avvenimento d’un novello imperadore -in cotanto famosa città, e tanti nobili e ricchi cittadini promossi -all’onore della cavalleria nella patria loro, uomini di natura pomposi, -non avere fatto alcuna solennità in comune o in diviso a onore della -cavalleria, può giudicare quella gente poco essere degna del ricevuto -onore. - - -CAP. XV. - -_Come il legato parlamentò a Siena con l’imperadore._ - -Messer Gilio cardinale di Spagna, a cui il papa e’ cardinali aveano -commesso il procaccio e la legazione di riacquistare la Marca, e ’l -Ducato, e la Romagna occupata per messer Malatesta da Rimini e per -gli altri tiranni Romagnuoli, avendo molto premuto e dirotto messer -Malatesta, l’avea condotto in parte, ch’e’ tentava di volere accordarsi -col cardinale per le mani dell’imperadore, e avea detto di venire -a Siena per questa cagione all’imperadore; e ’l legato per questo -fatto, e per vicitare l’imperadore, si mosse della Marca, e a Siena -giunse a dì primo di Maggio; e ivi, con l’altro cardinale d’Ostia -ch’avea coronato l’imperadore, furono a parlamentare con lui de’ fatti -d’Italia ch’apparteneano a santa Chiesa, attendendo messer Malatesta -per pigliare accordo con lui: ma il tiranno mutato consiglio, non vi -volle andare. In questo attendere, l’imperadore trattò con loro de’ -fatti di Perugia, che a lui aveano proposto ch’erano immediate sotto -la giurisdizione di santa Chiesa, come del ducato di Spuleto, per -liberarsi da lui, e al legato non rispondeano in alcuna ubbidienza per -nome di santa Chiesa; e per questa cagione deliberarono tra loro, che -l’imperadore senza offendere santa Chiesa potea trattare con loro, come -con l’altre città d’Italia, e così si pensava l’imperadore di fare, ma -sopravvenendogli altre novitadi, come noi diviseremo appresso, feciono -dimenticare i fatti di Perugia, e partire il legato in animo forte -adirato contro a messer Malatesta, da cui si tenea deluso a questa -volta. - - -CAP. XVI. - -_Come l’imperadore ebbe la seconda paga da’ Fiorentini._ - -Essendo l’imperadore in Siena, obbligato a molti baroni e cavalieri da -cui avea ricevuto servigio, mostrandosi povero di moneta, li nutricava -di promesse, e rimandavali nella Magna mal contenti: e volendogli i -Fiorentini fare la seconda paga, mandò a dire a’ signori di Firenze, -che glie la mandassimo segretamente. I Fiorentini innanzi al termine -promesso, all’uscita d’aprile gli mandarone contanti trentamila -fiorini: e fattogli in segreto sentire come i danari erano venuti, di -presente fece uscire dall’ostiere tutta sua famiglia, e rinchiusosi in -una camera, in sua presenza li fece contare al patriarca; e trovato -che uno di sua famiglia stava a vedere al buco dell’uscio, il punì -gravemente, temendo ch’e’ suoi baroni nol sentissono, perocchè più -amava di tenersi i danari in borsa, che l’amore de’ suoi baroni o il -loro contentamento. - - -CAP. XVII. - -_Come il nuovo tiranno di Bologna mandò a Firenze ambasciadori a -richiedere i Fiorentini._ - -Messer Giovanni da Oleggio avendo novellamente tolto e rubato la -città di Bologna a’ suoi signori de’ Visconti, e trovandosi povero -d’aiuto a sostenere il fascio di quella città e de’ potenti avversari, -incontanente mandò lettere per suoi messaggi, e appresso solenni -ambasciadori al comune di Firenze, offerendo di volere essere singulare -amico de’ Fiorentini, e di governare e reggere quella città alla -volontà e piacere del comune di Firenze. E i detti ambasciadori con -molte suasioni e larghe promesse da parte di messer Giovanni pregarono, -ch’almeno in privato, se non volesse in palese, il nostro comune -il dovesse consigliare, acciocchè potesse quella città mantenere in -amore e in fratellanza, come anticamente era costumata d’essere co’ -Fiorentini, e difenderla da’ tiranni di Milano, originali nemici del -comune di Firenze. I Fiorentini conobbono chiaramente, ch’essendo -Bologna in loro amistà e lega, sarebbe a modo che forte muro alla -difesa del nostro comune contro a ogni potenza tirannesca di Lombardia; -ma per osservare lealmente la promessa pace a’ Visconti signori di -Milano, per niuno vantaggio che conoscessono, o per promesse che fatte -fossono loro, poterono essere recati a fare in segreto o in palese -cosa, che sospetto potesse essere alla pace promessa a’ Visconti. E -avendo gli ambasciadori trovata ferma costanza nel comune a mantenere -sua fede, si tornarono mal contenti al loro signore a Bologna a dì 4 -mese di maggio del detto anno; e questo fu chiaramente manifesto a’ -signori di Milano, che molto l’ebbono a bene, e offersonsi largamente -al comune di Firenze. - - -CAP. XVIII. - -_Come fu sconfitto, e preso messer Galeotto da Rimini da’ cavalieri del -legato._ - -Avendo poco addietro narrato come messer Malatesta da Rimini avea -cambiato l’animo dell’accordo con messer lo cardinale legato, seguitò, -che la sua gente d’arme capitanata e guidata per messer Galeotto suo -fratello, perocchè in pochi giorni due volte avea rotti i cavalieri -della Chiesa, avviliva tanto quella gente che poco se ne curava. E -però avendo per assedio e per forza preso un castello di Recanati, -con più di seicento barbute e gran popolo s’era posto ad assedio a un -altro, e nondimeno per buona provvidenza di guerra avea fortificato -il campo con un muro per modo, ch’entrare nè uscire per lo piano non -si potea se non per una sola entrata; e per questo stavano baldanzosi -all’assedio con minore guardia, non temendo per gente che il legato -avesse, per la qual cosa prima ebbono addosso la cavalleria del legato, -che di loro si fossono provveduti. Messer Ridolfo da Camerino capitano -della gente della Chiesa, con più d’ottocento cavalieri e con assai -buoni masnadieri, avendogli condotti al campo de’ nemici, gli fece -assalire agramente, e per due volte tolse loro l’entrata del campo, -e quelli di messer Galeotto combattendo virtuosamente catuna volta lo -racquistarono per forza d’arme. Infine avvedendosi il capitano della -Chiesa che un piccolo poggetto si guardava per lo popolo d’Ancona -ch’era sopra il campo, mosse i cavalieri e’ balestrieri contro a loro, -i quali francamente gli assalirono: e non potendo avere soccorso dal -campo, ch’erano combattuti dall’altra parte, per forza furono rotti: -e di quel poggetto senza riparo di muro cacciando e uccidendo i -nemici per forza entrarono nel campo, e l’altra parte di loro presono -l’entrata del campo e misonsi dentro. Messer Galeazzo si ristrinse -co’ suoi combattendo co’ nemici, dinanzi e di dietro assaliti, molto -vigorosamente a modo di valenti cavalieri, e per più riprese si -percosse tra’ nemici, e due volte preso fu riscosso dà suoi cavalieri. -Infine vincendo quelli della Chiesa, a messer Galeotto fu morto il -destriere sotto, e ricoverato un piccolo cavallo, volendosi salvare, -fu fedito di più fedite; e ritenuto prigione, e tutta sua gente rotta, -presa e sbarattata e morta; e liberato il castello, messer Ridolfo -detto con piena vittoria si tornò al legato: e questa fu la cagione -perchè poi messer Malatesta non potè fare retta contro al legato, come -appresso si potrà trovare. - - -CAP. XIX. - -_Come la fama della liberazione di Lucca si sparse._ - -Avvenne in questi dì, all’entrante del mese di maggio del detto anno, -essendo l’imperadore libero signore di Pisa, di Lucca, di Siena, di -Sangimignano e di Volterra, e dell’altre terre loro sottoposte, e in -amore e pace co’ Fiorentini e’ Perugini, Pistoiesi e Aretini, senza -alcuno avversario in Italia, onde che la cosa muovesse, una fama corse -per tutta Italia ch’egli avea fatto accordo con gli usciti di Lucca, i -quali si dicea che gli doveano far dare in Francia centoventimigliaia -di fiorini d’oro quand’egli liberasse la città di Lucca della signoria -de’ Pisani; e questo si dicea ch’avea promesso di fare finito il -termine ch’e’ Pisani aveano promesso di liberarla; e doveala lasciare -in libertà al reggimento del popolo e rimettervi tutti gli usciti, -la quale suggezione de’ Pisani dovea seguire il secondo anno. Il -divolgamento di questa fama non si trovò ch’avesse fondamento da -trattato fatto dall’imperadore, o se fatto fu, altrove che in Toscana e -per altri che per la persona dell’imperadore ebbe movimento. Trovossi -bene, che grandi ricchi mercatanti usciti di Lucca intendeano a fare -colta di moneta. Ma come che la cosa si fosse o si spirasse, a tutti -parve che così dovesse essere, e in segno di ciò furono revoluzioni e -gravi novità ch’appresso ne seguitarono, come leggendo nostro trattato -si potrà trovare. - - -CAP. XX. - -_Come l’imperadore diede Siena al patriarca._ - -Nel soggiorno che l’imperadore facea a Siena trattò di volere che -il patriarca suo fratello fosse libero signore di quella città, e’ -Sanesi avendosi condotti nel reggimento non però fermo dell’ignorante -popolo vacillante nello stato, per volere accattare la benivolenza -dell’imperadore consentirono d’avere il patriarca per loro signore, -e di volontà dell’imperadore di nuovo feciono la suggezione e ’l -saramento al patriarca, e a lui furono assegnate tutte le terre e -castella della loro giurisdizione, nelle quali confermò suoi castellani -e vicari, cosa strana all’antico governamento della loro libertà, e -di matto consentimento: e l’imperadore per la sua autorità e pe’ suoi -privilegi gli confermò la libera signoria di quella terra, e del suo -contado e distretto. Il patriarca volendo confermare la sua signoria -s’accostò col minuto popolo, e di quelli fece uficiali a’ reggimenti -comuni dentro nella città, e per lo loro consiglio si reggea, essendosi -accorto che per lo favore di quella minuta gente era venuto alla -signoria, e per questo avea schiusi gli altri maggiori popolani, e -abbattuto in tutto la setta dell’ordine de’ nove per modo, che non -ardivano in palese a comparire tra gli altri cittadini, - - -CAP. XXI. - -_Come i capi de’ ghibellini d’Italia si dolsono all’imperadore._ - -In questi medesimi dì, all’entrante di maggio, i caporali di -parte ghibellina ch’erano venuti alla coronazione dell’imperadore, -aspettandone la loro esaltazione e l’abbassamento di parte guelfa in -Toscana, e vedendo per opera il contradio, si raunarono insieme in -una chiesa di Siena, e ivi ricordarono tra loro tutte le persecuzioni -ricevute da’ guelfi per cagione dell’imperio, e le infamazioni de’ -comuni di Toscana, e spezialmente del comune di Firenze, per le -resistenze fatte agl’imperadori; e avendo raccolta loro materia da -dire, feciono quelle cose pronunziare nel cospetto dell’imperadore -al prefetto di Vico; il quale saviamente in prima raccontò la fede, -l’amore, i servigi che i ghibellini d’Italia aveano portato e fatto -per i tempi passati di quanto avere si potea memoria agl’imperadori -alamanni, e in singularità all’imperadore Arrigo suo avolo, e come -i guelfi d’Italia aveano sempre fatto grave resistenza all’imperio, -e tra gli altri comuni più singolarmente e con maggior forza il -comune di Firenze; e come per operazione di quel comune l’imperadore -Arrigo suo avolo era morto, e le imperiali forze recate al niente; -e’ ghibellini sentendo l’avvenimento della sua signoria tutti erano -venuti in grande speranza, aspettando per lui essere esaltati, e -vedere la struzione de’ guelfi, e singolarmente del comune di Firenze -sempre ribello all’imperadore; e vedendo che per danari egli s’era -acconcio con quel comune, e a’ suoi fedeli ghibellini per sua venuta -non era seguito vendetta delle loro oppressioni e de’ danni ricevuti, -e le loro terre e castella perdute non erano racquistate, nè per suo -procaccio loro restituite, essendo perdute per volere mantenere la -parte imperiale, si maravigliavano forte, e molto più conoscendo che -il tempo era venuto che col loro aiuto, e delle città e castella di -Toscana tornate all’imperiale suggezione, e colla sua grande potenza, -e’ potea essere signore della città e de’ danari de’ Fiorentini, e per -un poco di danari avea fatto accordo con quel comune in poco onore -della maestà imperiale. L’imperadore, udite le dette cose, senza -ristrignersi ad altro consiglio o fare risponditore alcuno altro, -come signore facondioso d’intendimento e d’eloquenza, coll’animo -quieto parlando soavemente, disse: Noi sappiamo bene l’amore e la fede -ch’avete portata all’imperio, e’ servigi fatti al nostro avolo per voi -non possiamo dimenticare, perocchè scritti sono ne’ suoi annali. Appo -i nostri registri troviamo noi, che i mali consigli de’ ghibellini -d’Italia, avendo più rispetto al proprio esaltamento, e a fare le loro -proprie vendette, che all’onore e grandezza dell’imperadore Arrigo mio -avolo, il feciono male capitare, e non il comune di Firenze, nè alcuna -operazione di quel comune; e però non intendo in ciò seguitare vostro -consiglio: e frustrati della loro corrotta intenzione, mal contenti e -poco avanzati si tornarono in loro paese. - - -CAP. XXII. - -_Come l’imperadore si partì da Siena e andò a Samminiato._ - -L’imperadore raccomandata la signoria e ’l reggimento della città di -Siena al patriarca, a dì 5 di maggio del detto anno si partì della -città, e vennesene da Staggia e da Poggibonizzi senza entrare nella -terra; e fatta ivi di fuori sua lieve desinea, si mise a cammino, e la -sera giunse a Samminiato del Tedesco, e da’ Samminiatesi fu ricevuto -a onore come loro signore. E com’egli prese la via di là per andare -a Pisa, molti de’ suoi baroni con grande comitiva de’ loro cavalieri -si partirono da lui, e vennonsene a Firenze per seguire loro cammino -tornandosi in Alamagna. In Firenze furono ricevuti cortesemente, -rassegnandosi i caporali per nome, e dando il numero della loro gente -al conservadore: e questo valico fu più giorni, avendo il dì e la -notte da seicento in ottocento o più cavalieri tedeschi ad albergare -in Firenze, e però niuno sospetto o movimento si fece o si prese nella -città, salvo che un pennone per gonfalone guardava la notte senza -andare la gente attorno. - - -CAP. XXIII. - -_Come il cardinale d’Ostia fu ricevuto a Firenze._ - -Il cardinale d’Ostia ch’avea coronato l’imperadore, avendo volontà -di venire a Firenze per vedere la città e per procacciare alcuna cosa -dal comune, venne a Firenze a dì 6 di maggio del detto anno, ricevuto -da’ cittadini con grande onore, andandogli incontro la generale -processione, e messo sotto un ricco palio d’oro e di seta, addestrato -da’ cavalieri di Firenze e da’ maggiori popolari, sonando tutte le -campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo mentre ch’e’ penò ad -essere albergato, con grande riverenza per onore di santa Chiesa fu -collocato nelle case degli Alberti; e fattogli per lo comune ricchi -presenti, domandatosi per lui a’ priori cose indiscretamente che non -gli poteano fare, delle quali iscusatisi onestamente, non contento -da loro per la sua ambizione, a dì 8 di maggio del detto anno, mal -contento del nostro comune per suo disonesto sdegno se ne ritornò -a Pisa, dimenticato l’onore ricevuto per lo corrotto appetito della -sconcia domanda. - - -CAP. XXIV. - -_Come la gente del legato presono quattro castella di Malatesta._ - -Dopo la sconfitta e la presura di messer Galeotto narrata poco -addietro, messer Malatesta andò a Pisa all’imperadore, perchè -l’acconciasse in pace col legato e con la Chiesa; nondimeno avea alle -frontiere della gente e delle terre della Chiesa tutta la forza della -sua gente d’arme a cavallo e a piè ragunata quivi, avvisando che là -si facesse la guerra, e così dimostrava di volere fare il capitano -della gente della Chiesa; ma come uomo avvisato ne’ fatti della guerra, -avendo condotto certo trattato per le mani del conticino da Ghiaggiuolo -il quale era de’ Malatesti, ma nimico di messer Malatesta e de’ suoi -per la morte di suo padre, questi avendo ordinato il suo trattato, -fece col capitano della Chiesa che subito mandò della Marca in Romagna -cinquecento cavalieri e altrettanti e più masnadieri, i quali furono -prima in su le porte di Rimini ch’e’ terrazzani sprovveduti senza -avere gente d’arme alla guardia se n’avvedessono, e funne la città -in gran pericolo; e per questo subito avvenimento, non essendo gente -nella terra da potere soccorrere di fuori nè riparare al trattato -del conticino, presono e rubellarono a’ Malatesti il castello di -sant’Arcagnolo, e ’l Verrucchio, e due altre castella intorno e di -presso alla città di Rimini, le quali fornirono di gente da cavallo e -da piè che faceano guerra a Rimini e nel paese, ed erano come bastite -che teneano assediata la terra. Di questa cosa si conturbò tutta la -Romagna, e fu cagione di recare i Malatesti più tosto a rendersi alla -volontà del legato, come al suo tempo appresso racconteremo; e questo -fu del mese di maggio del detto anno. - - -CAP. XXV. - -_Come morì il duca di Pollonia._ - -Il duca Stefano di Pollonia cugino dell’imperadore, giovane virtudioso -e di grande autorità, avendo vaghezza di venire a Firenze per suo -diporto, e lasciato l’imperadore a Pisa, venne con sua compagnia di -giovani baroni a Firenze, ove fu ricevuto a grande onore; ed essendo il -gran siniscalco del Regno messer Niccola Acciaiuoli a Firenze, gli fece -compagnia festeggiando per la città. E avendo ricevuto onore di corredi -da’ signori e dal gran siniscalco, e compiaciutosi molto co’ cavalieri -e gentili uomini, e nella cittadinanza de’ Fiorentini e a più feste, -tornato a Pisa all’imperadore si lodò molto de’ Fiorentini, e magnificò -il nome della nostra città in molte cose, e dopo pochi dì cadde malato -in Pisa, e d’una continua febbre in sette dì passò di questa vita. -Dissesi ch’avea mangiato in Pisa d’un’anguilla, e che immantinente -ammalò, ma la continua più ch’altro il trasse a fine; della cui morte -fu gran danno, perocch’era barone di grande aspetto. Della morte di -costui molto si dolse l’imperadore, ma l’imperadrice vedendolo morire -così brevemente impaurì molto, e stimolava l’imperadore di ritornare -nella Magna, e molti baroni e cavalieri per la morte del duca Stefano -abbandonarono l’imperadore e tornaronsi in Alamagna, e lasciaronlo -con poca gente. E ’l sire della Lippa, uno dei maggiori signori di -Boemia, essendo malato a Pisa si fece conducere a Firenze, e giunto -nella città, e venuto a notizia de’ signori, di presente il feciono -albergare nel vescovado con tutta sua famiglia, che non v’era il -vescovo, e fornironlo di buone letta e di tutto ciò che a bene stare -gli bisognava, e ordinarongli i migliori medici della città alla -provvisione e consiglio della sua sanità, e continovo sera e mattina -gli faceano apparecchiare delle loro dilicate vivande e de’ loro fini -vini. E tanta fede aggiunta col suo piacere ebbe il nostro comune, -che di lunga malattia e quasi incurabile, non pensando potere campare -altrove, come fu piacere di Dio prese perfetta sanità nella città -di Firenze, e guarito, fu onorato di doni e d’altre cose dal nostro -comune. Per le quali cose fatto singulare amico del nostro comune e -de’ suoi cittadini, soggiornò nella città a suo diletto infino alla..., -tanto che fu tornato nella sua fortezza: poi ebbe dal comune i danari -che i Fiorentini gli aveano promessi per l’imperadore, come innanzi -racconteremo. - - -CAP. XXVI. - -_Come fu coronato poeta maestro Zanobi da Strada._ - -Era in questi dì in Pisa il maestro Zanobi, nato del maestro Giovanni -da Strada del contado di Firenze; il padre insegnò grammatica a’ -giovani di Firenze e a questo suo figliuolo, il quale fu di tanto -virtuoso ingegno, che morto il padre, e rimaso egli in età di -vent’anni, ritenne in suo capo la scuola del padre; e venne in tanta -fecondità di scienza, che senza udire altro dottore ammendò e passò -in grammatica la scienza del padre, e alla sua aggiunse chiara e -speculativa rettorica; e dilettandosi negli autori ne venne tanto -copioso, che in breve tempo d’anni esercitando la sua nobile industria -divenne tanto eccellente in poesia, che mosso l’imperadore alla gran -fama della sua virtù, e da messer Niccola Acciaiuoli di Firenze gran -siniscalco del reame di Cicilia, alla cui compagnia il detto maestro -Zanobi era venuto, vedute e intese delle sue magnifiche opere fatte -come grande poeta, volle che alla virtù dell’uomo s’aggiugnesse l’onore -della dignità, e pubblicandolo in chiaro poeta in pubblico parlamento, -con solenne festa il coronò dell’ottato alloro; e fu poeta coronato -e approvato dall’imperiale maestà del mese di maggio del detto anno -nella città di Pisa; e così coronato, accompagnato da tutti i baroni -dell’imperadore e da molti altri della città di Pisa, con grand’onore -celebrò la festa della sua coronazione. E nota, che in questi tempi -erano due eccellenti poeti coronati cittadini di Firenze, amendue di -fresca età; e l’altro ch’avea nome messer Francesco di ser Petraccolo, -onorevole e antico cittadino di Firenze, il cui nome e la cui fama -coronato nella città di Roma era di maggiore eccellenza, e maggiori e -più alte materie compose, e più, perocch’e’ vivette più lungamente, e -cominciò prima; ma le loro cose nella loro vita a pochi erano note, e -quanto ch’elle fossono dilettevoli a udire, le virtù teologhe a’ nostri -dì le fanno riputare a vili nel cospetto de’ savi. - - -CAP. XXVII. - -_Come fu morto messer Francesco Castracani da’ figliuoli di Castruccio._ - -Sentendo i Pisani che messer Francesco Castracani di Lucca facea -venire gente delle sue terre di Garfagnana in favore della setta de’ -raspanti di Pisa per muovere novità nella città, il feciono assapere -all’imperadore. L’imperadore gli mandò comandando che di presente si -dovesse partire della città di Pisa. E sostenuti più comandamenti senza -ubbidire, sentendo che ’l maliscalco colle masnade s’armavano contro a -lui, si partì tenendo la via verso Lucca; e partito lui, fu comandato -il simile a’ figliuoli di Castruccio Castracani, i quali dolendosi di -quello ch’avvenne a loro per messer Francesco, si partirono cavalcando -per quella medesima via, e la sera si trovarono ad albergo insieme, e -ivi mostrandosi di buona voglia albergarono insieme, e dormirono in uno -letto. La mattina seguendo loro viaggio vennono a uno maniero, il quale -Castruccio essendo signore di Lucca avea fatto edificare e acconciare -a suo diletto molto nobilemente, e di pochi dì innanzi l’imperadore -l’avea restituito a’ figliuoli di Castruccio; e trovandovisi presso, -pregarono messer Francesco che con loro insieme andasse a vicitare -il luogo, e risposto di farlo volentieri, uscirono di strada, e -andarono al maniero, e giunti là, i famigli si dierono attorno per i -giardini a loro diletto. Messer Arrigo e messer Valeriano di Castruccio -rimasono con messer Francesco, e col figliuolo e con un suo genero, -ed entrarono ne’ palagi per vedere l’edificio, il quale era bello, ma -molto guasto, perchè diciassette anni era stato disabitato; e sedendo -costoro in sulla sala del palagio, messer Arrigo s’accostò al fratello, -e dissegli: Ora abbiamo tempo; e andando messer Francesco guardando -l’edificio, messer Arrigo, essendogli poco addietro, di subito trasse -la spada, e non avvedendosene messer Francesco, gli diede nella gamba -un colpo grave e pericoloso. Messer Francesco sentendosi fedito, -volendosi rivolgere, chiamando traditore messer Arrigo, non potendosi -sostenere cadde, e messere Arrigo gli diè sù la testa un altro colpo -della spada che non lo lasciò rilevare: e morto messer Francesco, i due -fratelli corsono addosso al genero, e ivi senza arresto l’uccisono, e -’l figliuolo di messer Francesco lasciarono per morto; e rimontati a -cavallo seguirono loro viaggio, e tornaronsi in Lombardia; e questo -fu a dì 18 di maggio del detto anno: cosa detestabile per lo grande -tradimento mosso da invidia; ma per divino giudicio spesso avviene che -le tirannie prendono termine e fine per simiglianti modi. - - -CAP. XXVIII. - -_Come i Fiorentini mandarono tre cittadini all’imperadore a sua -richiesta._ - -L’imperadore trovando l’animo de’ Pisani male contento per la voce -corsa, come detto è, ch’egli trattava di liberare Lucca, e avvedendosi -delle novità che cominciavano ad apparire in Pisa e in Siena, cominciò -a sospettare, e avendo fidanza nel comune di Firenze, il richiese -che gli mandasse tre confidenti suoi cittadini per averli al suo -consiglio. Il comune di presente gliel mandò, e da lui furono ricevuti -graziosamente. Ma poco si potè intendere o consigliare con loro, tante -sfrenate novità occorsono l’una appresso l’altra, che voleano più -operazione subita che consiglio, come seguendo appresso diviseremo. - - -CAP. XXIX. - -_Come i Sanesi ebbono novità._ - -Il popolo minuto di Siena già avea cominciato a sperare nella signoria, -e per l’appetito di quella dall’una parte, e per paura e gelosia -dall’altra non potea acquetare; e già impaziente del loro signore, a -cui di tanta concordia s’erano sottoposti, a dì 18 di maggio del detto -anno levarono la città a romore, e presono l’arme, e serrarono le porte -della terra. Il patriarca maravigliandosi di questo subito movimento, -senza muoversi ad altra novità domandò quello che ’l popolo volea: e -risposto gli fu, che rivoleano le catene usate nella città a ogni canto -delle vie, ch’erano state levate all’avvenimento dell’imperadore. Il -patriarca l’acconsentì, e fecele rendere loro. E appresso domandarono -di volere dodici uficiali sopra il governamento del comune di due in -due mesi al modo che soleano essere i nove, e che da loro parte andasse -il bando: e domandarono di volere avere un gonfalone del popolo, e che -la misura del loro staio si crescesse. Il patriarca vedendosi male -apparecchiato a potere resistere al popolo commosso e armato, ogni -cosa concedette alla loro volontà. I loro grandi in questo fatto non -si armarono, e non si dimostrarono in favore del minuto popolo nè in -contrario; e se questo movimento ebbe ordine da loro non si scoperse: -ma ’l popolo osò di dire che questo movimento avea fatto temendo che -l’ordine dell’uficio de’ nove non si rifacesse; che sentivano che per -forza di danari si cercava di rifare. E stato il popolo tre dì armato, -e impetrata la loro intenzione si racquetò: e poste giù l’armi, rimase -arrogante e superbo per la vittoria del loro primo cominciamento. E -di presente ebbono fatto i dodici di loro minuti mestieri e messili -nell’uficio, e fatto un gonfalone e datolo a uno loro vile artefice, -con ordine che tutti dovessono accompagnare e seguire il loro -gonfalone. E questo fu il principio del loro reggimento, del quale poi -seguirono maggiori cose come seguendo il tempo racconteremo. - - -CAP. XXX. - -_Come i Pisani per gelosia furono in arme._ - -Essendo venuta la novella della morte di messer Francesco Castracani -a Pisa, la setta de’ raspanti cui e’ favoreggiava si cominciarono a -dolere fortemente, e dire che questa era stata operazione della parte -de’ Gambacorti, ma ciò non era vero; nondimeno l’imperadore se ne fece -grande maraviglia, e tutta la città ne prese conturbazione, e crebbene -l’izza delle loro sette. E stando la città in questo bollimento, a dì -20 del detto mese di maggio improvviso s’apprese fuoco nel palagio del -comune ove abitava l’imperadore, e senza potervi mettere rimedio arse -tutta la camera dell’arme del comune ch’era in quel palagio, ove arsono -tutte le buone belestra, tende, e trabacche, e padiglioni, e l’altre -armadure che v’erano, che niuna ne potè campare. E per questa cagione -convenne che l’imperadore andasse ad abitare al duomo, e ’l popolo -tutto sotto l’arme tra per l’una cagione e per l’altra stava in gelosia -e in sospetto, e per questo modo stette armato il dì e la notte. La -mattina vegnente rassicurata la gente lasciarono l’arme quetamente, e -catuno intese a’ suoi mestieri. E in quella mattina ebbe l’imperadore -novelle della novità di Siena, che gli dierono assai malinconia e -pensiero, e più perchè si trovava fortuneggiare in Pisa, e mal fornito -di gente d’arme da potere provvedere e riparare alle fortune che si -vedea apparecchiare. Allora cominciò a potere conoscere che l’avarizia -era nimica d’ogni buona provvisione. - - -CAP. XXXI. - -_Ancora gran novità di Pisa._ - -Quello che seguita è grande assalto d’avversa fortuna: e per esprimere -meglio la verità del fatto, ci conviene alquanto ritornare a dietro -la nostra materia avvolta in diversi e vari intendimenti, i quali -per lungo spazio di tempo cercammo discretamente, per lasciare di -tanto inopinato caso la verità del fatto nel nostro trattato. Egli -è manifesto che i Gambacorti di Pisa aveano lungamente in grande -prosperità governata e retta la città di Pisa, e quella magnificata con -pace in grandi ricchezze de’ suoi cittadini. L’invidia delle loro buone -operazioni avea creato una setta contro a loro chiamati i Raspanti, -e la loro si chiamava de’ Bergolini. I Gambacorti furono coloro che -ricevettono in pace l’imperadore, e che gli diedono la signoria di -Pisa, benchè ciò facessono secondo la volontà del popolo. A costoro -promise l’imperadore di mantenere e accrescere nella città di Pisa il -governamento del comune e il loro buono stato, e ne’ cominciamenti -appo l’imperadore erano i maggiori, e molto fedelmente si portavano -al servigio dell’imperio. I raspanti, uomini astuti e vegghianti, per -abbassare i Gambacorti aveano più volte messo novità e romori nella -terra, e’ Gambacorti con loro seguito, per riparare con dolcezza -alla loro malizia, aveano acconsentito di raccomunarsi insieme nella -cittadinanza e negli ufici, e fatta pace con loro, e acconsentito -all’imperadore la derogazione de’ patti promessi, stretti dalla -necessità più che dalla ferma fede dell’imperadore il feciono. È vero -ch’e’ Gambacorti con la loro parte, e i raspanti e tutti i cittadini -di Pisa si doleano d’uno modo della voce corsa che l’imperadore -avesse l’animo di liberare Lucca, e questo parlavano pubblicamente. -L’imperadore dicea di non liberarla, e nondimeno avea presa la guardia -del castello dell’Agosta con la sua gente e trattine i Pisani, e a’ -Pisani parea ch’egli attendesse il termine che compieva la sommissione -di quella città, che venia il giugno seguente, e nel vero si sapea -ch’e’ Lucchesi accoglievano moneta per la detta speranza: e trovammo -nel vero che tutti i buoni cittadini di Pisa di catuna setta s’erano -consigliati insieme per riparare che Lucca non si liberasse d’uno animo -e d’una volontà, e di questo s’era fatto capo il Paffetta de’ conti di -Montescudaio; e quelli della Rocca caporali della setta de’ raspanti, e -a questo comune consiglio acconsentirono i Gambacorti; delle quali cose -seguitò la loro morte, come appresso diviseremo. - - -CAP. XXXII. - -_Come furono in Pisa presi i Gambacorti._ - -Dopo la novità dell’arsione sopraddetta e della morte di messer -Francesco Castracane, essendo il popolo insollito, e malcontento e -sospettoso de’ fatti di Lucca, sopravvenne, che le some degli arnesi -e dell’armadure de’ loro cittadini ch’erano stati alla guardia -dell’Agosta in Lucca tornavano, avendo rassegnata la guardia di quella -alla gente dell’imperadore. I Pisani della setta de’ raspanti, per -le cui contrade le some passavano, facendosene capo il Paffetta, -cominciarono a levare il romore contro all’imperadore, e ogni uomo -s’andò ad armare; la gente dell’imperadore veggendo questa novità -s’armarono, e montarono a cavallo in diverse contrade com’erano -albergati, e tutti traevano al duomo dov’era il loro signore. I -cittadini gli lanciavano, e assalivano, e uccidevano per le vie -come fossono loro nemici, e in questo primo romore in più contrade -furono morti più di centocinquanta cavalieri tedeschi di quelli -dell’imperadore. L’imperadore vedendosi a questo pericolo, e mal -fornito a fare resistenza al furore del commosso popolo, s’era armato -e diliberato di volersi partire con la sua gente ch’avea raccolta -al duomo. De’ Gambacorti, ciò era Franceschino e Lotto, quand’era -questo romore si trovarono in casa l’imperadore con certi altri -cittadini senz’arme; e Bartolommeo e Piero, maravigliandosi di questo -subito romore, si racchiusono in casa il cardinale d’Ostia legato -del papa. I grandi e i buoni cittadini che non sapeano la cagione -del romore traevano a casa i Gambacorti; e nel vero, se alcuno di -loro fosse uscito fuori di casa armato, non ne dubito, che tanto e -tale era il seguito de’ buoni cittadini, che la città di Pisa avrebbe -preso quel partito ch’e’ Gambacorti avessono voluto, ma la loro mala -provvedenza coperta da semplice ignoranza li condusse alla loro ruina, -e la sagace malizia de’ loro avversari li fece signori. Il conte -Paffetta e messer Lodovico della Rocca, ch’erano stati i movitori -di questo romore, avvedendosi che la maggior forza de’ cittadini -traevano a casa i Gambacorti, e che quelli della casa per folle -consiglio non comparivano a farsi capo de’ cittadini, s’avvisarono -d’abbatterli per malizia in quello furore, coll’aiuto della paura -che sentivano ch’avea l’imperadore che cercava di volersi partire; -e per fornire loro intendimento, acciocchè ’l romore mosso per loro -non tornasse in loro confusione, cambiarono la voce, e mostrandosi -aiutatori dell’imperadore, con gran compagnia di loro seguito armati -s’appresentarono dinanzi dall’imperadore, e dissono: Signor nostro, -voi siete tradito da’ Gambacorti e dalla loro setta, perchè non pare -loro essere signori di Pisa come e’ solieno, e per questa cagione hanno -fatto levare questo romore e uccidere la vostra gente, e alle loro case -hanno raccolto in arme la maggior forza de’ cittadini; dicendoli, che -se per lui a questo punto non si mettesse riparo, egli e sua gente era -in grave pericolo a campare del loro furore, ed eglino medesimi co’ -loro seguaci erano in grave pericolo di morte e d’essere cacciati di -Pisa: e detto questo, s’offersono all’imperadore, e dissono; Se voi ci -volete dare l’aiuto del vostro maliscalco e parte di vostre masnade, -recheremo tosto al niente la parte de’ Gambacorti, e voi faremo libero -signore di Pisa. L’imperadore avendo il suo senno intenebrato, e -sviato da se per la via della paura, indiscretamente diede fede alla -manifesta iniquità di costoro, e non volle la cosa ricercare con alcuna -ragione o verità del fatto; ma in quello stante prese parte, e fecesi -nemico de’ suoi fedeli e innocenti amici, e amico di coloro che gli -erano stati avversari, e diede le sue masnade e il suo maliscalco a -seguitare messer Paffetta, e messer Lodovico e la loro setta contro a’ -Gambacorti, i quali senz’arme avea ne’ suoi palagi e in casa ignoranti -di questo fatto, e per suo comandamento fece ritenere Franceschino -e Lotto ch’avea in casa, e al legato mandò per gli altri ch’erano -là fuggiti udendo il romore sotto le sue braccia, e fu di tanta vile -condizione, che di presente glie le mandò, in gran disonore e infamia -del suo cappello e della libertà di santa Chiesa; e così fece di più -altri cittadini, che a lui erano fuggiti per tema del romore. - - -CAP. XXXIII. - -_Come fur arse le case de’ Gambacorti._ - -Il conte Paffetta e messer Lodovico della Rocca avendo accolto loro -seguito, e la gente e l’insegna dell’imperadore, i quali il dì aveano -perseguitati e morti, ora per loro sagace industria li traevano -alla morte de’ loro cittadini, e gridando viva l’imperadore, molta -gente di loro seguito ragunata contro a lui rivolsono contro a’ -Gambacorti, e contro a’ buoni cittadini ch’erano tratti senza loro -saputa o procaccio alle loro case. E venendo a valicare i ponti -dell’Arno, trovarono alcuna lieve resistenza di gente ignorante del -fatto, e tra loro non era alcuno de’ Gambacorti, in manifesto segno -che quel dì era terminato alla loro ruina; perocchè se alcuno di -quella casa fosse comparito in arme, tanti e tali erano i cittadini -tratti per difenderli, ch’avrebbono ributtati i loro avversari e la -gente dell’imperadore al Ponte vecchio e al Ponte della spina; ma non -apparendo alcuno de’ Gambacorti, il Paffetta e messer Lodovico colla -cavalleria dell’imperadore furono lasciati passare, e addirizzaronsi -verso casa i Gambacorti, e trovandole senza alcuna difesa, le feciono -rubare e appresso ardere; e per questo inopinato furore presi i non -colpevoli Gambacorti con certi altri loro amici, e arse le case, -diedono per quella giornata, a dì 21 di maggio del detto anno, riposo -al furore dello scommosso popolo. I presi furono Franceschino, Lotto, -Bartolommeo, Piero e Gherardo de’ Gambacorti; e gli altri cittadini di -loro seguito furono ser Benincasa Giunterelli notaio della condotta, -Cecco Cinquini, ser Piero dell’Abate, ser Nieri Papa, Neruccio -Mestondine, Neri di Lando da Faggiuola, Ugo di Guitto, e Giovanni -delle Brache, messer Guelfo de’ Lanfranchi, e messer Piero Baglia -de’ Gualandi, messer Rosso de’ Sismondi e Francesco di Rossello. E -avvegnachè tutti questi fossono in questo dì presi, nondimeno non però -tutti furono giudicati dall’imperadore, come appresso diviseremo nei dì -della loro condannazione. - - -CAP. XXXIV. - -_Di novità seguite a Lucca._ - -In questo avviluppato furore della commozione di Pisa fu di subito -la novella a Lucca; e a’ Lucchesi parendo che fosse venuto il tempo -di potere uscire del grave giogo e servaggio de’ Pisani, incontanente -a dì 22 del detto maggio sommossono i loro contadini che venissono a -liberare la città, che da loro erano impotenti a ciò fare, perocchè -erano pochi e male in arme da potere muovere tanto fatto. I contadini -caporali nemici de’ Pisani per l’animo della parte e per le gravi -oppressioni, trassono subitamente d’ogni parte alla città, e i -cittadini mossono il romore dentro, e presono l’arme contro alle -guardie delle porti, che di quelli dell’Agosta non temeano, perocch’era -in mano della gente dell’imperadore, e non si travagliavano di -difendere la città a’ Pisani; e avendo già presa alcuna porta, misono -dentro parte de’ loro contadini, e col loro aiuto ripresono tutte le -fortezze della città e tutte le porti, fuori che quella del castello -e quella del prato; essendo già liberi signori del corpo della terra, -e potendovi mettere i contadini e fortificarsi alla difesa della -loro libertà, e poteano avere subito aiuto di gente d’arme da’ loro -vicini, e’ Pisani non erano in istato da contradiarli, e l’imperadore -tradito da’ Pisani non li avrebbe atati, assai chiaro era tornata la -libertà nelle loro mani, ma forse non compiuto ancora il termine de’ -loro peccati; e però avvenne, che certi popolani ch’erano meno male -trattati da’ Pisani che gli altri, e alquanti degl’Interminelli, per -tema che la tirannia già passata di Castruccio non tornasse loro a -male, tradirono i loro cittadini, e dissono ch’aveano da’ Pisani ogni -patto che sapessono dimandare, e che con buona pace sarebbono liberi. -Il popolo vile, nutricato lungamente in servaggio, lievemente si lasciò -ingannare, e lasciarono accomiatare i contadini e restituire la guardia -delle porti a’ Pisani; i quali per riprendere con più asprezza la -signoria, fattisi forti nella città arsono molte case de’ cittadini, e -i più franchi e chi avea alcuno polso cacciarono fuori della terra, e -i miseri che dentro vi lasciarono strinsono sotto gravi servaggi della -loro vita, e tolsono loro ogni ferramento d’arme, e in Pisa tenendo -in sospetto l’imperadore si feciono rendere la guardia dell’Agosta, e -voleano che privilegiasse loro la signoria di Lucca: di questo li tenne -sospesi a questa volta, ed eglino riavendo l’Agosta si contentarono. - - -CAP. XXXV. - -_Come nuovo romore si levò in Siena._ - -Essendo i cittadini di Siena male disposti tra loro, avvedendosi che ’l -minuto popolo cercava la libera signoria, questo spiacea agli altri: e -vedendo che ’l patriarca a dì 22 di maggio del detto anno avea ricevuto -il saramento di nuovo, e però non ostante ch’egli avesse acconsentito -al popolo l’uficio de’ dodici e ’l gonfalone si recava in dubbio quello -uficio; nondimeno gli artefici e il minuto popolo esercitavano gli -ufici loro sforzatamente, e aveano commessa la guardia della città a -certi caporali i quali andavano alla cerca con grande compagnia di loro -artefici per la terra, oggi l’uno e domani l’altro. In questo avvenne, -che certi fanti da Casole di Volterra che veniano a petizione di certi -gentili uomini, la guardia degli artefici gli presono, e di fatto li -voleano fare impiccare. I grandi cittadini e ’l popolo grasso vedendo -lo sfrenato furore del minuto popolo cominciarono a fare romore contro -a loro, e tutta la città fu sotto l’arme, e l’esecuzione de’ presi si -rimase. Allora il minuto popolo che reggea mandò all’imperadore a Pisa -che mandasse loro aiuto. L’imperadore vedendosi in Pisa in cotanta -briga e tempesta, e conoscendo l’incostanza del popolo, e vedendo le -nuove cose che ogni dì nascevano in Siena, mandò a dire a’ Sanesi che -gli rimandassono il patriarca suo fratello salvo, e facessono di quello -reggimento come a loro piacesse, che tra loro non volea prendere parte. - - -CAP. XXXVI. - -_Come i Sanesi feciono rinunziare la signoria al patriarca._ - -Avuti ch’ebbono i dodici nuovi ufiziali di Siena, a dì 26 di maggio -detto, la risposta dall’imperadore, feciono loro generale consiglio, -nel quale il minuto popolo e gli artefici furono per comune, ma non -così gli altri cittadini, e nella loro presenza feciono venire il -patriarca, il quale come loro signore venne colla bacchetta in mano; -ed essendo nel consiglio, disonestamente gli feciono rendere la -bacchetta, e rinunziare alla singulare signoria che data gli aveano -a richiesta dell’imperadore, e fecionne trarre pubblichi istromenti a -più notai. E fatto questo, parendo al patriarca essere in vergognoso -e non sicuro partito tra le mani dello scondito popolazzo cui egli -mattamente avea esaltato, domandò di potersene andare all’imperadore -con sicuro condotto; fugli risposto, che tanto gli conveniva stare -che le loro castella fossono restituite nella guardia del comune: -avendo con suo mandato e colle sue lettere mandato gente a prenderle, -nondimeno gli convenne contro a sua voglia due dì attendere: poi -a dì 27 di maggio del detto anno in fretta si mise a cammino per -ritornarsi all’imperadore. I Massetani e quelli di Montepulciano -lasciarono partire la gente dell’imperadore, e però non accettarono -la signoria de’ Sanesi a quella volta. Per queste rivolture di Pisa e -di Siena in così pochi giorni dopo la coronazione dell’imperadore si -può comprendere, come altre volte abbiamo contato, che il reggimento -della gente tedesca è strano agl’Italiani, e non si sanno reggere nè -provvedere; e però è poco savio chi si sottomette alla loro suggezione, -che non tengono fede a mantenere lo stato che trovano, e da loro non -sanno governare i popoli, e però di necessità seguitano pericolose -rivoluzioni de’ liberi comuni, e quello ch’è detto, e quello che -seguita, sono manifesti esempi del nostro consiglio. - - -CAP. XXXVII. - -_Come furono decapitati i Gambacorti._ - -Avendo l’imperadore presi i Gambacorti e gli altri nominati cittadini, -e fattili contradi alla maestà imperiale ov’erano fedeli, e rubelli -ov’erano amici, a suggestione del conte Paffetta e di messer Lodovico -della Rocca, come detto è, essendo racquetato il tumulto del popolo, e -l’imperadore nell’animo quieto per coprire il notorio fallo, e perchè -dimostrare si potesse più certo, volendo giustificare la sua inconsulta -impresa, essendo dal cominciamento della loro presura ciascuno -racchiuso di per se senza sapere l’uno dell’altro, li fece disaminare -a un giudice d’Arezzo, acciocchè potesse formare l’inquisizione -contro a loro per poterli giudicare colpevoli. E avendoli disaminati -senza martorio, e appresso con tormento, ciascuno disse per forza di -tormento ciò che ’l giudice volle che dicessono, acciocchè li potesse -condannare colpevoli, come sapea la volontà del signore; e nondimeno -pubblicato il processo si trovò, che l’uno non avea detto come l’altro, -ma diversamente: l’uno, come avea trattato col comune di Firenze, e -che dovea mandare la sua cavalleria in Valdarno, e non conchiudea; -e l’altro nominò che ’l trattato era con tre cittadini di Firenze, -e nominolli per nome, e non sapea dire il modo; e l’altro si trovò -ch’avea detto per un altro modo: e così esaminati tutti, non era nel -processo convenienza salvo che in una cosa, che tutti, vedendo che a -diritto o a torto convenia loro morire, per non essere più tormentati, -confessarono a volontà del giudice ch’aveano voluto tradire e uccidere -l’imperadore e la sua gente. Il furore del romore mosso in Pisa -era sì manifesto che non fu di loro operazione, che ’l processo nol -potea contenere. I tre cittadini di Firenze nominati per Franceschino -erano tali, che niuno sospetto ne cadde nel cospetto dell’imperadore: -nondimeno non lasciò trarre del processo i loro nomi, anzi convenne che -si appresentassono in giudicio in Samminiato del Tedesco, allora terra -libera dell’imperadore, e per sentenza imperiale furono dichiarati non -colpevoli e prosciolti. E allora veduto pe’ savi tutto il processo, -fu manifesto che i presi per ragione non doveano esser giudicati -colpevoli; ma gli sventurati Gambacorti, ch’aveano tanto tempo retta la -città di Pisa in singolare buono stato, e onorato l’imperadore sopra -gli altri cittadini, in parlamento fatto a dì 26 di maggio predetto -furono giudicati traditori dell’imperiale maestà, Franceschino Lotto e -Bartolommeo Gambacorti fratelli carnali, e Cecco Cinquini e ser Nieri -Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache, tutti grandi popolani di -Pisa: e armato il maliscalco con cinquecento cavalieri tedeschi furono -menati in camicia cinti di strambe e di cinghie, e a modo di vilissimi -ladroni tirati e tratti da’ ragazzi, furono così vilmente condotti dal -duomo di Pisa alla piazza degli anziani, scusandosi fino alla morte non -colpevoli, e scusando il comune di Firenze e i tre cittadini nominati; -e ivi involti nel fastidio della piazza e nel sangue l’uno dell’altro -furono decapitati, e gli sventurati corpi maculati dalla bruttura -del sangue per comandamento dell’imperadore stettono tre dì in sulla -piazza senza essere coperti o sepolti: la cui morte, in vituperio del -cardinale legato del papa, e in abbassamento della gloria imperiale, -diede ammaestramento a’ popoli che voleano vivere in libertà e a’ -rettori di quelli, di non doversi potere fidare alle promesse imperiali -nello stato delle loro signorie, nè nel grande stato cittadinesco -alcuno singulare onorato cittadino, perocchè l’invidia spesso per non -provvedute vie è cagione di grandi ruine. Per la morte di costoro, e -per la paura conceputa nel petto dell’imperadore, messer Paffetta e -messer Lodovico della Rocca rimasono i maggiori governatori di Pisa, ma -tosto sentì messer Paffetta la volta della fallace fortuna, come al suo -tempo appresso racconteremo. - - -CAP. XXXVIII. - -_Dello stato de’ Gambacorti passato._ - -Avvegnachè quello ch’è narrato de’ Gambacorti dovesse bastare, tuttavia -per dare esempio agli altri cittadini di temperanza ne’ fallaci -stati del comune ricordiamo, che costoro essendo mercatanti e antichi -cittadini di Pisa, cacciati i Conti e quelli della Rocca ch’aveano -retto un tempo, costoro senza usurpare il reggimento accostati e tratti -innanzi da’ buoni cittadini di Pisa, per loro operazioni pacifiche -e virtuose divennono i maggiori, e per loro consiglio si mantenea -giustizia, e s’aumentava la pace de’ loro vicini; e per questo, e -per la frequenza delle mercatanzie e del loro porto molto accrebbono -le ricchezze a’ cittadini, e ’l comune uscì in piccol tempo di gran -debito. Questi fratelli montarono in tanta autorità, che poterono -fare la pace dall’arcivescovo di Milano al comune di Firenze e agli -altri comuni di Toscana, e rimanere arbitri tra le parti: e venendo -l’imperadore in Italia, e’ furono in podere di non riceverlo in Pisa -s’avessono voluto, ma per loro consiglio si ricevette, con promissione -d’essere da lui conservati nel loro stato. Costoro l’albergarono nelle -loro case, facendoli grande onore e ricchi doni del loro e di quello -del comune, e portandosi nelle rivoluzioni ch’avvennono sempre in fede -e in purità verso il signore, e comportando pazientemente la loro -detrazione mossa dalla loro avversaria setta. Ma che vale la troppa -ricchezza, e gli onori e ’l magnifico stato della cittadinanza contro -alla rodente invidia de’ suoi cittadini? nella quale si racchiude -gli aguati della fortuna e della mortale inimicizia, alla quale manca -l’umana provvisione, e spesso genera inestimabili cadimenti e ruine; -e per questo e molti altri esempi assai è più senno vivere civilmente, -che prendere il reggimento del comune più che la comune sorte gli dea, -e quella innanzi ristrignere e mancare, che crescere o allargare per -ambizione; perocchè i popoli naturalmente sono ingrati, e tra loro le -virtù e la troppa alterezza come è temuta e riverita, così in occulto -è odiata, e l’invidia conceputa genera pericolosi traboccamenti; e -la furiosa e matta baldanza più muove e guida il popolo, che virtù o -giustizia non può sostenere o riparare. - - -CAP. XXXIX. - -_Come l’imperadore prese in guardia Pietrasanta e Serezzana._ - -Parendo all’imperadore non stare sicuro in Pisa per le novità -sopravvenute, domandò a’ Pisani di volere la libera guardia di -Pietrasanta e di Serezzana, e’ Pisani glie la diedono, e incontanente -vi mandò l’imperadrice con parte della sua gente, e fece pigliare la -tenuta delle terre e la guardia della rocca di Pietrasanta; e quando -ebbe novella che le castella erano in sua guardia gli parve essere -più al sicuro, sentendo ch’e’ cittadini si cominciavano a rammaricare -de’ Gambacorti e degli altri cittadini decapitati, e rivoleano i -presi; l’imperadore di presente si sarebbe partito, e abbandonato -ogni cosa per grande paura che gli martellava la mente non senza -gravezza di coscienza delle cose novellamente fatte, ma temeva forte -del patriarca per le novità mosse in Siena, e grande pericolo gli -pareva lasciarlovi addietro; e però attendeva con grande affezione, -e ogni dì gli parea del soggiorno un anno aspettando. A’ caporali -pisani nuovamente esaltati parea rimanere male partendosi l’imperadore, -perocchè ancora erano troppo grandi i loro avversari; e per tanto -furono all’imperadore, e domandarongli che vi lasciasse suo vicario; -l’imperadore contento della loro domanda ordinò suo vicario un valente -prelato, uomo sperto in arme e di gran consiglio, chiamato messer -Antorgo Maraialdo vescovo d’Augusta, con trecento cavalieri, ma non -determinatoli questo numero nè altro per l’avvenire, con salario della -sua persona e della sua gente di fiorini dodicimila d’oro il mese; e -così prese l’uficio e ’l titolo del vicariato. - - -CAP. XL. - -_Come l’imperadore si partì da Pisa._ - -Avendo l’imperadore novelle certe che ’l patriarca era in cammino, e -libero da’ Sanesi e’ tornavasi a lui, non aspettò che giugnesse in Pisa -innanzi la sua partita, ma avute le novelle in sull’ora del vespero, a -dì 27 di maggio del detto anno si partì di Pisa, e con lui il cardinale -d’Ostia, e cavalcando forte non si tenne sicuro infinch’e’ fu giunto a -Pietrasanta; e giunto là, si mise di presente con l’imperadrice a stare -dentro dalla rocca, e mentre che vi dimorò, che furono più giorni, -continovo tornò a dormire nella rocca, e in persona andava a fare -serrare le porte, e mettea le guardie, e portavasene le chiavi nella -sua camera, ch’era nella mastra torre di quella rocca. - - -CAP. XLI. - -_Come i Sanesi domandarono vicario all’imperadore, e non l’accettarono._ - -Parendo a’ Sanesi avere offeso l’imperadore, e non essendo ancora in -istato fermo del loro reggimento, mandarono all’imperadore che mandasse -loro suo vicario. L’imperadore chiamò per suo vicario della città -di Siena messer Agabito della Colonna di Roma. I Sanesi saputo cui -egli mandava loro per vicario, uomo animoso in parte ghibellina e di -disonesta vita, avvegnachè fosse di grande lignaggio, il ricusarono, e -più non si travagliarono di domandare altro vicario all’imperadore, nè -l’imperadore per sdegno preso di darlo loro. - - -CAP. XLII. - -_Come i Sanesi presono e rubarono Massa._ - -Rimasa la signoria di Siena nelle mani degli artefici e del minuto -popolo favoreggiato dalle case de’ grandi, avendo veduto che Massa -di Maremma non avea voluto ricevere la loro signoria, e dimostrava di -volersi reggere in libertà, di subito senza provvisione, all’entrata -del mese di giugno del detto anno, in furore si mosse il popolo con -certi soldati ch’avea, e andaronne a Massa. Gl’infelici Massetani, che -stando alle difese per lo disordine di quel popolo erano vincitori, -per più disordinato modo che quello de’ Sanesi, baldanzosi uscirono -della città di Massa e affrontaronsi alla battaglia co’ Sanesi, -nella quale furono rotti e sconfitti; e fuggendo alla città, e’ -Sanesi seguitandoli, con loro insieme v’entrarono dentro; e senza -misericordia, come avessono preso una terra di nemici, intesono a -rubare, e a spogliare la città di tutti i suoi beni, ch’erano pochi, -e recare in preda gli uomini, e le femmine e’ fanciulli, e raccolta -la gente, misono fuoco nella città, e menarne a Siena gli uomini, e -le femmine, e’ fanciulli, e le masserizie e l’altre cose, in gran -gloria e gazzarra di quello scondito popolazzo. E nell’empito di -questa loro vittoria corsono a Grosseto, e feciono pruova di volerlo -per forza, ma non ebbono podere d’accostarsi alle mura, e con vergogna -si tornarono addietro. Ma poi i Grossetani per fuggire la guerra -de’ loro vicini s’accordarono co’ Sanesi, e ricevettono la loro -signoria. A Montepulciano non vollono andare, perchè sentirono ch’e’ -Montepulcianesi erano provveduti alla loro difesa, non ostante che per -loro si tenesse la rocca del castello, ma non potea dare l’entrata. - - -CAP. XLIII. - -_Come l’imperadore domandò menda a’ Pisani._ - -Essendo l’imperadore a Pietrasanta ove gli pareva essere sicuro dal -furore del popolo, e pertanto traendo l’animo suo alla cupidigia più -che all’onore imperiale, mandò a Pisa per certi cittadini caporali -del nuovo reggimento, e fugli mandato messer Paffetta con altri cinque -cittadini; e avendo costoro a se, disse, che voleva dal comune di Pisa -l’ammenda del danno ricevuto al tempo del romore; del suo disonore -e della morte de’ suoi cavalieri non fece conto. Questi cittadini -tenendosi in istato per lui, e acciocchè ’l suo vicario li mantenesse -negli onori, gli terminarono per ammenda fiorini tredicimila d’oro, -ed egli ne fu contento; e tanto attese che gli furono mandati, e quitò -del danno ricevuto il comune di Pisa. L’ingiuria e la vergogna sfogata -nel sangue degl’innocenti, con più gravezza il seguitò per lunghi tempi -infino nella Magna. - - -CAP. XLIV. - -_Come i Sanesi vollono fornire la rocca di Montepulciano, e non -poterono._ - -Messer Niccolò e Messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che -furono tratti della terra quando l’imperadore andò a desinare con loro, -ed essendo nel cammino di Roma, come già è detto, quando sentirono la -revoluzione del popolo e del patriarca si tornarono in Montepulciano, -e avendo accolta gente d’arme coll’aiuto de’ loro terrazzani s’erano -afforzati, e aveano assediati i Sanesi ch’erano nella rocca. Il popolo -e gli artefici di Siena baldanzosi per la presura di Massa e per -l’ubbidienza di Grosseto accolsono la loro potenza a cavallo e a piede, -e andarono per fornire la rocca di Montepulciano. I terrazzani co’ loro -signori provveduti di buona gente d’arme ordinatamente prenderono loro -vantaggio, e ributtarono i Sanesi addietro con danno e con vergogna: -e fatto questo, incontanente quelli della rocca s’arrenderono a’ -terrazzani, i quali di presente la disfeciono, e fortificarono le mura -della terra, e d’un animo, per lo tradimento che i Sanesi feciono a’ -loro signori narrato addietro, si disposono e ordinarono alla difesa -contro a loro. - - -CAP. XLV. - -_Come i Veneziani feciono pace co’ Genovesi senza i Catalani._ - -Partendoci un poco di Toscana, i Veneziani non senza ammirazione ci si -apparecchiano, nè però a loro cosa nuova, ma forse non troppo onesta. -Compagni e collegati erano stati lungamente col re d’Araona e co’ -suoi Catalani contro a’ Genovesi, e fatte con loro diverse e gravi -battaglie, nelle quali comunemente aveano partecipato lo spargimento -del loro sangue, e perdimento di navili nelle sconfitte, e l’onore e -’l navilio e la preda nelle vittorie acquistate; e ancora essendo in -lega e in giuramento con quel re e con quella gente, stretti dalla -paura de’ Genovesi, che poco innanzi gli aveano mal guidati nel porto -di Sapienza, e temendo che non si allegassono contro a loro col re -d’Ungheria, a cui eglino teneano occupata Giadra e gran parte della -Schiavonia, posponendo la vergogna della fede che rompeano a’ Catalani, -senza loro consentimento, all’uscita di maggio predetto fermarono pace -co’ Genovesi in questa maniera: che la pace dovesse avere tra loro -cominciamento a dì 28 del mese di settembre prossimo avvenire, e che -fra questo termine il re d’Aragona co’ suoi Catalani con certi patti -potesse venire, s’e’ volesse, alla detta pace, e se non, rimanesse -in guerra co’ Genovesi senza i Veneziani: e fu di patto, che infra -questo tempo niuno comune dovesse dinnovo armare, ma se le galee e’ -legni armati di catuno comune ch’erano in mare in diverse parti del -mondo s’abboccassono e facessono danno l’uno all’altro, intendessesi -essere fatto per buona guerra, e ciò che n’avvenisse, e’ non avesse a -maculare la detta pace. E’ Veneziani promisono di stare tre anni senza -andare colle loro galee o altri navili alla Tana, ma in questo tempo -fare loro porto e mercato a Caffa. E promisono i Veneziani a’ Genovesi -per ammenda, e per riavere i loro prigioni, in certi termini ordinati -dugento migliaia di fiorini d’oro, e’ prigioni di catuna parte furono -lasciati liberamente. - - -CAP. XLVI. - -_Come si fè l’accordo dal legato a messer Malatesta da Rimini._ - -Messer Malatesta da Rimini, il quale tenea occupata a santa Chiesa -Ancona con gran parte della Marca e alquante terre in Romagna, -trovandosi assottigliato del danaro e della rendita per la tempesta -della compagnia e per la sconfitta ricevuta dalla Chiesa, e preso il -fratello, e i sudditi tanto gravati che più non poteano sostenere, -e avendo addosso il legato a cui al continovo accresceva forza, e da -niuno signore o comune di Toscana contro alla Chiesa non potea avere -aiuto, e col legato non trovava accordo con patti, avendone lungamente -fatto cercare, conoscendo egli e’ suoi essere naturali guelfi, -che la pace piuttosto che la guerra potea mantenere il loro stato, -confortato da’ suoi amici e di santa Chiesa, che il legato gli sarebbe -benivolo e grazioso, s’arrendè liberamente alla sua misericordia, -e liberamente rendè a santa Chiesa quante terre tenea nella Marca e -in Romagna; e il legato ricevuto ogni cosa in nome di santa Chiesa, -essendo grato dell’onore ricevuto da’ Malatesti, e per compiacere a’ -guelfi d’Italia, avendo promesso e giurato messer Malatesta e’ suoi -di stare in ubbidienza, e di mantenere lealtà e fede a santa Chiesa, -acciocchè potessono a onore mantenere loro stato, diede loro la libera -giurisdizione e signoria di cinque città, ciò sono, Rimini, Pesaro, -Fano, Fossombrone, e .... co’ loro contadi, per dodici anni avvenire; -le quali riconobbono la santa Chiesa, e promisono di darne per censo -ogni anno alla Chiesa certa piccola quantità di pecunia, e compiuto il -termine, farne la volontà di santa Chiesa. E rimasi contenti e in pace, -messer Malatesta e’ figliuoli e’ fratelli cominciarono fedelmente a -seguitare il legato, e a servire la santa Chiesa; ed essendo singulari -amici de’ Fiorentini, assai con più fidanza gli adoperava e onorava -il legato ne’ fatti della guerra. E questa pace e accordo fu fatto -all’uscita di maggio del detto anno. - - -CAP. XLVII. - -_Come i Genovesi appostarono Tripoli._ - -Avea il comune di Genova, innanzi la pace fatta co’ Veneziani, armate -quindici galee di loro cittadini, e fattone ammiraglio Filippo Doria, -ed era l’intenzione del comune di fare prendere la Loiera in Sardigna -per alcuno trattato, che si menava per un soldato ch’era alla guardia -di quella; e giunti in Sardigna, trovarono che il trattato non ebbe -effetto. Allora l’ammiraglio si pensò di fare maggiore impresa, e -avea l’animo a diverse terre per via di furto: e arrivati in Cicilia -a Trapani, ebbe avviso, come Tripoli di Barberia era per un vile -tirannello rubellato alla corona, ed era male guernito alla difesa -d’un subito assalto, e per questo fece in Trapani fare scale e -altri argomenti da potere combattere alle mura, tenendo segreta sua -intenzione; e quando si vide apparecchiato, fece muovere le sue galee -verso la Barberia. E giunto a Tripoli, mostrando d’andare pacificamente -per mercatanzie, trovando due navi del signore cariche di spezieria -che venivano d’Alessandria, si mostrarono come amici, e al signore -feciono domandare licenza di potere mettere scala in terra per alcuno -rinfrescamento, e il signore la concedette. L’ammiraglio mise in terra -alquanti de’ suoi più savi e provveduti vestiti vilmente a modo di -galeotti per comperare alcune cose per rinfrescamento, e commise loro -che provvedessono il modo della guardia di quelli Saracini e di loro -aspetto, e l’altezza delle mura della città, e da qual parte fosse -più debole. Il signore più per paura che per amore fece fare onore a’ -galeotti, e nondimeno guardare la terra. Eglino mostrandosi rozzi e -grossi provvidono molto bene quello che fu loro imposto: e comperate -delle cose, si ritornarono a galea, e avvisarono pienamente il loro -ammiraglio. Il signore presentò alle galee due grossi buoi, e castroni -e vino; i Genovesi non vollono prendere le cose, ma molto grandi grazie -ne feciono rapportare al signore, e incontanente, senza fare a’ legni -carichi alcuna novità, suonarono loro trombetta, e partendosi di là, -si misono in alto mare, tanto che si dilungarono da ogni vista della -città, per assicurare più il signore e la gente della terra; i quali -sentendo le galee partite, e che a’ loro legni carichi non aveano fatto -nulla, che li poteano prendere, presono sicurtà, la quale tosto tornò -loro amara, come appresso diviseremo. - - -CAP. XLVIII. - -_Come i Genovesi presono Tripoli a inganno._ - -I Genovesi ch’erano partiti da Tripoli, come la notte fu fatta, avendo -bonaccia in mare, si strinsono insieme colle loro galee, e ragunato al -consiglio padroni e nocchieri, l’ammiraglio manifestò loro l’intenzione -ch’avea, quando a loro piacesse, di vincere per ingegno e per forza la -città di Tripoli, ove tutti sarebbono ricchi di gran tesoro; e mostrò -loro come il signore di quella era un vile tirannello nato d’un fabbro -saracino, e disamato da tutti per la sua tirannia, e però se fosse -assalito francamente non potrebbe fare resistenza, e soccorso non -potea avere, perchè non ubbidiva il re di Tunisi, ma era suo ribello; -e avvisolli com’egli avea fatto provvedere di prendere le mura e la -porta agevolmente: e però, là dove e’ volessono essere prod’uomini, la -grande e la ricca preda era loro apparecchiata. Costoro cupidi della -roba altrui, avendo udito il loro ammiraglio, con grande allegrezza -deliberarono che l’impresa si facesse, e offersonsi tutti a ben fare -il suo comandamento, e misonsi di presente in concio di loro armi, -e balestra, e saettamento; e preso alcuno riposo, in quella notte, e -innanzi che il giorno venisse, all’aurora tutti armati e ordinati di -quello ch’aveano a fare giunsono nel porto di Tripoli, e di colpo con -poca fatica ebbono presi i due navili del signore; e messe le ciurme in -terra e’ loro soprassaglienti colle balestra, portando le scale a’ muri -della città vi montarono suso senza trovare resistenza, e la parte di -loro ch’era rimasa a guardia delle galee e de’ legni s’accostarono alla -terra per dare aiuto e soccorso a’ loro compagni; e questo fu sì tosto -e sì prestamente fatto, che appena i cittadini se n’avvidono, se non -quando i Genovesi teneano le mura, e già aveano presa la porta. Levato -il romore per la città, il signore armato colla sua gente, e con parte -de’ cittadini ch’ebbono cuore alla difesa, corsono per volere riparare -ch’e’ nemici non potessono correre la terra, e abboccaronsi con loro. I -Genovesi erano già tanti entrati dentro e sì forti, che per suo assalto -non li potè ributtare; e stando loro a petto, i Genovesi ordinati -colle balestra a vicenda li sollecitavano tanto co’ verrettoni, ch’e’ -Saracini male armati non li poteano sostenere. E il signore vedendo che -non potea riparare, vilmente diede la volta, e fuggendosi abbandonò la -città e il popolo. I Genovesi, sentendo partito il tiranno, presono -più ardire, e ordinatisi insieme si misono per la terra, e qualunque -si volea difendere uccidevano, e grande strage feciono quel dì de’ -Saracini; e avendo corsa tutta la terra, presono le porti e serraronle, -e misonvi le guardie, e furono al tutto signori della terra e degli -uomini, e di tutta la loro sostanza. - - -CAP. XLIX. - -_Di quello medesimo._ - -Presa, come detto è, l’antica città di Tripoli, e chiuse le porti, i -Genovesi diedono ordine di spogliare le case, e di farsi insegnare -i tesori del signore e l’avere de’ cittadini, e che ogni cosa -pervenisse a bottino, sicchè lo spogliamento andasse per ordine; -e così seguitarono penando più giorni a fare questa esecuzione, e -condussono a bottino in pecunia, e in avere sottile, e ornamenti d’oro -e d’argento il valere di più di diciannove centinaia di migliaia di -fiorini d’oro, e settemila prigioni tra uomini, femmine, e fanciulli; -e questo fu senza le segrete ruberie ch’e’ galeotti e gli altri -maggiori feciono, che non le rassegnarono in comune, e di ciò non -si fece cerca nè inquisizione; e avendo così spogliata la terra, la -guardarono, e mandarono una delle loro più sottili galee al comune -di Genova, significando quello ch’aveano fatto, e come teneano la -città a farne la volontà del comune. I governatori di quel comune, e -appresso i buoni cittadini si turbarono forte del tradimento fatto a -coloro che non erano nemici, e non aveano guardia di loro, non ostante -che fossono Saracini, e temettono forte, ch’e’ cittadini di Genova -ch’erano in Tunisi e in Egitto tra’ Saracini, e in loro mani colle -loro mercatanzie, non fossono per questo a furore presi e morti; e così -sarebbe avvenuto, se non fosse che Tripoli era sotto reggimento di vile -tiranno, e non ubbidia al re di Tunisi, e però egli e gli altri signori -saracini contenti del suo male non se ne curarono. Agli ambasciadori -della galea non fu risposto; i quali vedendo i cittadini mal contenti, -senza prendere comiato si tornarono a Tripoli a’ loro compagni; i quali -vedendosi smisuratamente ricchi, del cruccio del loro comune, sapendo -che tutti erano corsali, poco si curarono, e in Tripoli si misono -a stare, consumando ogni reliquia di quella città, e cercavano di -venderla per averne danari da chi più ne desse: e questo fu di giugno -del detto anno. - - -CAP. L. - -_Come la gente del marchese di Ferrara fu sconfitta, a Spaziano._ - -In questi medesimi dì, il marchese di Ferrara avea mandato quattrocento -cavalieri e millecinquecento fanti ad assediare un castello ch’avea -nome Spaziano, il quale avea occupato il signore di Milano nel -Ferrarese; e avendolo tenuto assediato alcun tempo, messer Bernabò vi -mandò subitamente de’ suoi cavalieri al soccorso, e furono tanti, che -per forza li levarono dall’assedio e sconfissono, dando loro danno -assai; e liberato il castello, il fornirono di ciò ch’avea bisogno, e -tornarsene a Milano. - - -CAP. LI. - -_Come l’imperadore ebbe l’ultima paga da’ Fiorentini, e fè la fine._ - -Restavano i Fiorentini a dare all’imperadore ventimila fiorini d’oro -per lo resto de’ centomila, e sentendolo partito da Pisa, e ch’egli -era a Pietrasanta, s’affrettarono di mandarglieli più tosto, e a dì -10 di giugno gli feciono appresentare contanti ventimila fiorini a -Pietrasanta. L’imperadore considerato il suo partimento non d’onore -ma piuttosto d’abbassamento dell’imperiale maestà, e vedendo la -sollecitudine della fede promessa del comune di Firenze, e il luogo -dove gli aveano mandata la pecunia, fu molto allegro, e commendò -magnificamente la fede e il buono portamento ch’avea trovato ne’ -cittadini di Firenze, dicendo, come i Pisani ch’erano camera d’imperio, -e’ Sanesi che liberamente s’erano dati senza mezzo alla sua signoria -l’aveano ingannato e tradito, e fattagli gran vergogna per loro -corrotta fede, e’ Fiorentini l’aveano atato e consigliato dirittamente, -e onorato molto i suoi baroni, e la sua gente, e adempiutogli -pienamente ciò ch’aveano promesso, onde molto si tenea per contento da -quello comune; e di proprio movimento li privilegiò di nuovo ciò che -teneano in distretto, e riconobbe diciotto migliaia di fiorini che il -comune diede per lui al sire della Lippa suo alto barone, e tremila che -per suo mandato avea pagati ad altri baroni, e di tutta la quantità -di centomila fiorini d’oro ch’aveano promesso, come addietro abbiamo -narrato, fece fine al detto comune per suoi documenti e cautela, -per carta fatta per ser Agnolo di ser Andrea di messer Agnolo da -Poggibonizzi notaio imperiale, fatta nella detta terra di Pietrasanta -il detto dì. - - -CAP. LII. - -_Come il figliuolo di Castruccio fu decapitato._ - -Avendo veduto messer Altino figliuolo di Castruccio Castracane già -tiranno di Lucca, come l’imperadore era uscito di Pisa con sua vergogna -per andarsene nella Magna, accolti certi masnadieri e con sua gente -entrò in Monteggoli presso a Pietrasanta, per tenersi la terra. I -Pisani sdegnati di presente vi cavalcarono, e assediarono il castello -intorno. Messer Altino intendea a difenderlo da’ Pisani, e credea -poterlo fare. I Pisani sentendo ivi presso l’imperadore, mandarono -a pregarlo che gli piacesse di venire nel campo, perocch’elli erano -certi che alla sua persona messer Altino non si terrebbe. L’imperadore -v’andò, e fece comandare a messer Altino che si dovesse arrendere; il -quale incontanente ubbidì a’ suoi comandamenti, e diede la terra a’ -Pisani, e sè all’imperadore. I Pisani di presente arsono e disfeciono -il castello: e richiesto l’imperadore da’ Pisani che desse loro messer -Altino, con poco onore della sua corona il mandò prigione a Pisa, e ivi -a pochi dì, partito l’imperadore da Pietrasanta, i Pisani gli feciono -tagliare la testa. - - -CAP. LIII. - -_D’una fanciulla pilosa presentata all’imperadore._ - -Mentre che l’imperadore era a Pietrasanta, per grande maraviglia, e -cosa nuova e strana, gli fu presentata una fanciulla femmina d’età -di sette anni, tutta lanuta come una pecora, di lana rossa mal tinta, -ed era piena per tutta la persona di quella lana insino all’estremità -delle labbra e degli occhi. L’imperadrice, maravigliatasi di vedere un -corpo umano così maravigliosamente vestito dalla natura, l’accomandò a -sue damigelle che la nudrissono e guardassono, e menolla nella Magna. - - -CAP. LIV. - -_Come l’imperadore e l’imperadrice si partirono per tornare in -Alamagna._ - -Avendo l’imperadore col senno e colla provvedenza alamannica presa la -corona dell’imperio, e guidati i fatti degl’Italiani come nel nostro -trattato è raccontato, essendosi ridotto a Pietrasanta, l’imperadrice -sollecitando che si tornasse nella Magna, a dì 11 di giugno del detto -anno si partì di là con milledugento cavalieri di sua gente, e tenne -la via di Lombardia; e giugnendo alle terre de’ signori di Milano -non potè in alcuna entrare, ma a tutte trovò le porte serrate, e le -mura e le torri piene d’uomini armati alla guardia colle balestra, -e col saettamento apparecchiato. E giugnendo a Cremona, ch’è grossa -città, volendovi entrare dentro, fu ritenuto alla porta per spazio di -due ore innanzi che vi potesse entrare; poi ebbe licenza d’andarvi -la sua persona con alquanta compagnia senza alcuna gente armata; e -strignendolo la necessità, per non mostrare d’avere dimenticata la pace -che la sua persona avea voluto trattare tra’ Lombardi, vi si mise ad -entrare, e stettevi la notte e il dì seguente, continovo le porti della -città serrate, e di dì e di notte i soldati armati facendo continova -guardia. E ragionando l’imperadore con certi che v’erano per i signori -di Milano, di volere trattare della pace tra’ Lombardi, gli fu detto -da parte de’ signori, che non se ne dovesse affaticare. E però la -mattina vegnente, avendo già preso di se alcuno sospetto, s’uscì della -città, e cavalcò a Soncino. Ivi fu ricevuto con pochi disarmati e con -grandissima guardia: e vedendosi così onorare ora ch’era imperadore -nella forza de’ tiranni di Milano, molto pieno di sdegno s’affrettò -di tornare in Alamagna, ove tornò colla corona ricevuta senza colpo -di spada, e colla borsa piena di danari avendola recata vota, ma con -poca gloria delle sue virtuose operazioni, e con assai vergogna in -abbassamento dell’imperiale maestà. - - -CAP. LV. - -_Come il minuto popolo di Siena prese al tutto la signoria di quella._ - -Del mese di giugno del detto anno, il minuto popolo di Siena avendo -fino a qui avuto in certi ufici in compagnia alquanti delle grandi case -di Siena, e desiderando d’avere in tutto il governamento di quella -città, levò il romore, e tutti i cittadini presono l’arme; e stando -il popolo armato, dimostrò di volere che i grandi rinunziassono agli -ufici del comune; e sentendo i grandi che questo movea dal consiglio -dato al minuto popolo per Giovanni d’Agnolino Bottoni de’ Salimbeni -per accattare la benivolenza del minuto popolo per animo tirannesco, -non vollono per forza d’arme cercare di ributtare i loro cittadini; -e acciocchè il popolo non si tenesse d’avere lo stato del reggimento -da Giovanni d’Agnolino, i Tolomei suoi avversari furono quelli che -prima cominciarono a rinunziare agli ufici, e volere che il popolo gli -avesse in tutto, e così feciono gli altri appresso. E volle il popolo, -che laddove lo staio era cresciuto per lo patriarca alla misura lieve, -fosse alla picchiata, e così fu conceduto per tutti. Allora il popolo -ordinò d’avere il gran consiglio, e lasciato l’arme, in questo stabilì -per riformagione la loro somma signoria, reggendosi per dodici priori -di due in due mesi, e ivi li crearono; e ancora feciono un gonfaloniere -di popolo, e certi altri ch’avessono a rispondere a lui per terziere -della città: e ivi da capo rifiutato messer Agapito della Colonna per -loro vicario, come detto è, cominciò in libertà il reggimento di quello -popolazzo. - - -CAP. LVI. - -_Come la compagnia del conte di Lando cavalcò a Napoli._ - -Avvenne ancora del detto mese di giugno, che la compagnia ch’era -lungamente stata in Puglia guidata dal conte di Lando, sentendo che il -re Luigi contro a loro non avea fatta alcuna provvisione a sua difesa, -si partirono di Puglia, e vennonsene in Principato; e soggiornati -alquanti dì nelle contrade di Serni, e di Matalona, e d’Argenza, -feciono grandi prede; e non trovando fuori delle terre murate alcun -contrasto, di là entrarono in Terra di Lavoro, e vennono infino presso -a Napoli, e cavalcarono il paese d’intorno; e non sentendo chi vietasse -loro il paese, essendo ubbiditi da’ casali e da’ paesani di fuori, e -forniti di quello che alla loro vita e dei loro cavalli bisognava, per -potere stare più ad agio, si divisono in più compagnie, e l’una stando -nell’una contrada, e l’altra nell’altra, compresono a modo di paesani -tutto il paese; e lasciarono l’arme non sentendo alcuno avversario, e -cominciarono a prendere diletti d’uccellare e di cacciare; e i loro -cavalcatori e’ ragazzi visitavano le ville e’ casali, e recavano -all’ostiere ciò che bisognava largamente per la loro vita e di loro -cavalli, e quando i signori tornavano, trovavano apparecchiato, e -i cattivelli paesani, che non aveano aiuto dal loro signore, erano -consumati in vilissima fama della real corona. - - -CAP. LVII. - -_Come Fermo tornò alla Chiesa e si rubellò da Gentile da Mogliano._ - -In questo mese di giugno, quelli della città di Fermo, i quali per lo -tradimento fatto per Gentile da Mogliano al legato quando gli rubellò -la città colla forza del capitano di Forlì e coll’ordine di messer -Malatesta, essendo contro al loro volere, come narrato è addietro, -tornati contro alla signoria del legato, dove s’erano ridotti con -loro grande piacere, vedendo ora la forza del legato loro di presso, -e che Gentile era povero di gente, levarono il romore nella città, -e rinchiusone Gentile nella rocca, e diedono la terra al legato; il -quale la fornì di buone masnade a piè e a cavallo, e presene buona e -sollecita guardia. - - -CAP. LVIII. - -_Come il re di Francia mandò gente in Scozia per guerreggiare -gl’Inghilesi._ - -Trapassando alquanto agli strani, il re di Francia vedendo che passate -le triegue gl’Inghilesi cavalcavano nel reame, e facevano spesso -danno alle sue genti e al paese, prese consiglio da’ suoi, e avendo -alcuno intendimento da certi baroni di Scozia, mandò in Scozia il sire -di Garendone suo barone con ottocento armadure di ferro, a fine di -muovere gli Scotti a fare guerra agl’Inghilesi per modo, che quelli che -guerreggiavano in Francia avessono cagione di tornare a guerreggiare -con gli Scotti. E giunta questa gente in Scozia, gli Scotti tennero -loro consiglio e diliberarono, che essendo il loro re David prigione -del re d’Inghilterra, se gli Scotti movessono guerra agl’Inghilesi -tornerebbe in pericolo e dannaggio del loro re; e però non vollono -che ad istanza del re di Francia in Scozia si facesse movimento di -guerra sopra gl’Inghilesi, e per questo la gente francesca ch’era di -là passata si ritornò addietro. E questo avvenne del mese di giugno del -detto anno. - - -CAP. LIX. - -_Come i prigioni d’Ostiglia presono il castello._ - -Di questo mese una buona brigata di prigioni, che messer Gran Cane -della Scala avea racchiusi in Ostiglia, seppono tanto fare per loro -sottile provvedimento che tutte le guardie delle prigioni e del -castello uccisono, e presono il castello, e recaronlo nella loro -guardia e signoria. Il castello era forte e in sù i confini del -distretto di Mantova e di Ferrara. Sentendo i signori vicini questa -rubellione, tentarono quelli di Mantova e di Ferrara catuno di volere -dare danari a’ prigioni che l’aveano preso per avere quella tenuta, -ch’era di piccola guardia, ed era forte da non potere essere vinta -per battaglia, e dava il passo in catuna parte; i matti prigioni -non seppono prendere il buono partito, e però s’accostarono al reo; -e avendo grandi promesse da messer Gran Cane, cui eglino aveano -cotanto offeso, affidandosi solamente alla fede delle sue promesse, -che renderebbe loro i propri beni e farebbe a catuno altri vantaggi, -dicendo, che non imputerebbe loro il misfatto, perocchè fatto l’aveano -come prigioni, a cui era lecito di trovare ogni via di loro scampo, -sicchè ciò non era tradimento. I miseri vinti dalle vane promesse -renderono la tenuta del forte castello alla gente di messer Gran -Cane, il quale ripresa la fortezza, incontanente attenne la promessa -ammazzandone una parte colle scuri, e altri con gravi tormenti fece -morire, e trentasei de’ residui più vili fece impendere per la gola: -e per questo modo morti tutti i prigioni riebbe la sua fortezza del -castello d’Ostiglia. - - -CAP. LX. - -_Come i Genovesi venderono Tripoli._ - -I Genovesi ch’aveano preso Tripoli di Barberia, come addietro abbiamo -narrato, e non avendo potuto avere risposta dal loro comune quello che -della città si facessono, cercarono di venderla per danari a’ baroni -saracini che v’erano di presso, e niuno trovarono che vi volesse -intendere. Era a quel tempo signore dell’isola di Gerbi un Saracino -ricco e di gran cuore; costui intese a volerla comperare, e trattato -il mercato, ne diè a’ Genovesi cinquantamila doble d’oro; e ricevuto -il pagamento e la tenuta della città, e sceltisi de’ cittadini uomini -e femmine e fanciulle cui e’ vollono, gli altri lasciarono colla -città spogliata d’ogni bene; e raccolti in su le loro quindici galee -piene d’arnesi e di gran tesoro partironsi del paese, e lungamente -stettono ora in una parte ora in un’altra, tanto che il loro comune fu -rassicurato de’ loro cittadini ch’erano in Alessandria e in Tunisi, -che per questa novità di Tripoli non aveano ricevuto danno, allora -ribandirono quelli delle galee, i quali aveano sbanditi per lo fallo -commesso, e dierono loro licenza che potessono tornare a Genova, quando -tre mesi alle loro spese avessono guerreggiate le marine di Catalogna; -i quali fatto il servigio tornarono a Genova, e riempierono la città -di schiavi e schiave saracine, e di molto tesoro acquistato con gran -tradimento, ma per giusto giudicio di Dio in breve tempo capitarono -quasi tutti male, rimanendo in povero stato. - - -CAP. LXI. - -_Come gli usciti di Lucca tentarono di far guerra._ - -Essendo per le novità sopravvenute all’imperadore in Pisa perduta agli -usciti di Lucca la speranza d’essere liberati dal giogo de’ Pisani, -secondo il trattato di cui era scorsa la fama; e veduto come fortuna -avea fatti signori della città le piccole reliquie de’ Lucchesi -ch’erano nella città in una giornata, per un poco d’ardire ch’aveano -dimostrato, se da loro medesimi non fossono stati traditi, come detto -è, trovandosi gli usciti avere ragunata alcuna moneta per la detta -cagione della speranza dell’imperadore, e parendo loro ch’e’ Pisani -fossono in dubbioso stato, s’intesono insieme i guelfi co’ ghibellini, -e’ figliuoli di Castruccio ch’erano in Lombardia promisono a tutti i -caporali delle famiglie guelfe uscite di Lucca nella loro fede, che -contro alla loro origine e’ si farebbono guelfi per trarre di tanto -servaggio la loro città; e trattarono con loro di fare ogni loro sforzo -con buona punga per rientrare in Lucca, e catuno promise di fornirsi -di gente per loro aiuto, e di cavalli e d’armi per fornire loro -impresa. E sentendo i Pisani questo apparecchiamento, si provvidono -sollecitamente al riparo. Le cose procedettono e seguirono al loro fine -come degnamente meritarono, e tosto ci verrà il tempo da raccontarlo. - - -CAP. LXII. - -_Conta della gran compagnia di Puglia._ - -Avvedendosi quelli della compagnia ch’erano in Terra di Lavoro, -che il re nè i suoi baroni mettevano alcuno riparo contro a loro, -presono maggiore baldanza, e raccolti insieme se ne vennero verso -Napoli, e posonsi a campo a Giuliano tra Aversa e Napoli, presso a -Napoli a quattro miglia di piano, e domandavano al re danari senza -fare guasto. Allora i Napoletani vedendo che il re non si movea, si -mossono da loro, e accolsono de’ paesani e de’ forestieri una quantità -di cavalieri, e feciono capo il conte camarlingo, e ’l conte di san -Severino e l’ammiraglio di volontà del re; nondimeno costoro non -uscivano di Napoli a riparare le cavalcate della compagnia e sturbavano -l’accordo, che si cercava di dare loro danari. Per la qual cosa i -Napoletani temendo di ricevere il guasto, di che la compagnia gli -minacciava, a dì 12 di Luglio del detto anno s’armarono a cavallo e -a piè romoreggiando, e minacciando i baroni che non lasciavano fare -l’accordo colla compagnia. I baroni erano forti da loro, e aveano con -seco i forestieri armati, sicchè poco curavano le minacce o le mostre -de’ Napoletani, e avvedendosene i Napoletani, posono giù l’arme, e -se n’acquetarono. Nondimeno il re mostrando di fare al movimento de’ -Napoletani l’accordo, vedendosi l’oste di presso addosso, per schifare -maggiore pericolo, trattò di dare loro fiorini centoventimila in -certi termini, e per questo si levarono da Giuliano, e dilungaronsi da -Napoli, paesando e vivendo alle spese de’ paesani. L’effetto di questo -trattato ebbe mutamenti con danno de’ regnicoli innanzi che si traesse -a fine, come innanzi al suo tempo racconteremo. - - -CAP. LXIII. - -_Come il gran siniscalco condusse mille barbute contro alla compagnia, -ond’ella s’accrebbe._ - -Mentre che queste cose si trattavano in Napoli, il gran siniscalco del -Regno messer Niccola Acciaiuoli di Firenze essendo stato in Toscana, e -in Romagna e nella Marca accogliendo gente d’arme, s’era con essa messo -a cammino: e giunto alla città di Sulmona con mille barbute di gente -tedesca e oltramontana, fè sentire al re la sua venuta; il re richiese -i baroni per volersi combattere colla compagnia venendo contro a’ -patti promessi: ma la cosa venne dilatando e prendendo indugio, e nel -soprastare il caldo appetito del re venne raffreddando, e ancora de’ -suoi baroni, e il termine delle paghe de’ soldati menati per lo gran -siniscalco cominciò a venire; e non essendo il re mobolato da poterli -pagare e riconducere per innanzi, assai se ne partirono dal servigio -del re. e andarsene alla compagnia, e fecionla maggiore. - - -CAP. LXIV. - -_Come gli usciti di Lucca s’accolsono senza far nulla._ - -Ritornando nostra materia al fatto degli usciti di Lucca, que’ -caporali ch’erano a soldo del comune di Firenze, con le loro bandiere -appresentandosi al tempo ordinato tra loro, cominciò la cosa a -pubblicarsi in Firenze. Quando il comune sentì questo, incontanente -tutti gli cassò dal suo soldo, e comandò loro sotto pena della vita, -che niuna ragunata di gente facessono nel contado o distretto di -Firenze, e contradisse a tutti i cittadini e contadini sotto pena -dell’avere e della persona, che niuno aiuto o favore si desse loro, -perocchè non volea il nostro comune rompere per niuna cagione la pace -ch’avea co’ Pisani. Nondimeno i Lucchesi guelfi ch’erano in Toscana, -con loro sforzo s’accolsono in certo luogo in sù quello di Lucca, e -ivi si trovarono con dugento cavalieri e con molti masnadieri che gli -seguitavano per speranza di guadagnare. I conducitori furono Obizzi -e Salamoncelli, e attendeano che dall’altra parte, com’era ordinato, -venissono i figliuoli di Castruccio con gli usciti ghibellini, e col -popolo di Lunigiana e Garfagnana. I Pisani sentendo che gli usciti di -Lucca si cominciavano a ragunare, cacciarono di Lucca tutti i cittadini -ch’aveano alcuna apparenza, e mandaronvi per comune i due quartieri di -Pisa alla guardia, e con grande studio si fornirono di gente d’arme -alla difesa. I figliuoli di Castruccio non attennono la promessa al -termine, per la qual cosa gli usciti guelfi soprastati al termine -più di due dì, e non avendo novelle che venissono, si cominciarono a -sfilare, e senza ordine tornare catuno a casa con poco onore. Abbianne -fatto memoria non per lo fatto, che nol meritava, ma perchè in quel -tempo che questo fu, erano quarantadue anni ch’e’ Lucchesi guelfi erano -stati fuori della loro città, e mai non aveano fatta altrettanta vista -per cercare di volere tornare in Lucca, come a questa volta. - - -CAP. LXV. - -_Come il re di Cicilia racquistò più terre._ - -In questo tempo, don Luigi di Cicilia coll’aiuto de’ Catalani -dell’isola e della loro setta, accolti insieme in arme a piè e a -cavallo si mossono da Catania con la persona del loro signore, e -cavalcando sopra le terre ch’ubbidiano l’altra setta di Chiaramonti e -il re di Puglia, e trovandole mal fornite alla difesa, s’arrenderono e -ubbidirono, vedendo la persona di don Luigi, senza farli resistenza. -E appresso preso più ardire, del mese di luglio con sei galee armate -e con l’altra gente per terra venne a Palermo, e posevisi intorno -credendolasi riavere, ma vedendo ch’e’ si difendeano colla gente -forestiera che v’era per lo re Luigi di Puglia, fece danno assai nelle -villate di fuori, e poi se ne ritornò a Catania. - - -CAP. LXVI. - -_Novità di Padova._ - -Essendo messer Iacopino da Carrara signore di Padova, e avendo -lungamente tenuta la signoria in compagnia di Francesco suo nipote -carnale, avendosi portato insieme grande onore, non sentendosi alcuna -cagione d’odio o di sospetto tra loro, salvo che messer Francesco -volea pace co’ signori di Milano, e messer Iacopo la volea con loro, -e voleala co’ signori di Mantova insieme con cui erano collegati, non -dovea però per questo essere cagione d’odio tra loro, ma piuttosto -quello che non soffera d’avere consorto nella signoria tra gli animi -ambiziosi di quella; e per questo Francesco ch’era più giovane e più -atto a guerra, e avea il seguito della gente d’arme, una sera, a dì -26 del mese di luglio del detto anno, essendo messer Iacopino nella -sua sala posto a cena, messer Francesco con suoi compagni armati -copertamente venne al palagio, dove non gli era nè di dì nè di notte -vietata porta, e andato suso, trovò il zio che cenava, e accogliendo -il nipote senza alcuno sospetto, fu da lui preso, e incamerato e messo -in buona guardia, senza essere per lui alcuna resistenza fatta nel -palagio. La mattina vegnente messer Francesco cavalcò per la città, e -senza fare novità nella terra fu ubbidito in tutto come signore, e si -scusò al popolo, che questo avea fatto perocchè avea trovato di certo, -che poichè messer Iacopino si vide avere figliuolo, avea cercato di -fare avvelenare lui: e che ciò fosse vero o no, tanto se ne dimostrò, -che alcuni di ciò furono incolpati e martoriati, tanto che confessarono -il malificio, e perderonne le persone. - - -CAP. LXVII. - -_Come i Visconti tentarono di racquistare Bologna._ - -Di questo mese di luglio del detto anno, messer Bernabò de’ Visconti -di Milano avendo tenuto alcuno trattato in Bologna, credendolasi -racquistare, mandò di subito duemila cavalieri e di molti masnadieri -di soldo sopra la città di Bologna, e la loro prima posta fu al Borgo a -Panicale, e feciono vista d’afforzare loro campo presso a Bologna a tre -miglia; poi all’entrata d’agosto si levarono di là e andarono a Budrio, -e trovandovi difetto d’acqua, si partirono di là, e posono campo a -Medicina tra Bologna e Imola, e là dimorarono attendendo che novità si -movesse in Bologna. Lasceremo ora questa gente ch’attende di fare suo -baratto, come al tempo innanzi racconteremo. - - -CAP. LXVIII. - -_Come in Firenze nacquono quattro lioni._ - -A dì 3 d’agosto nacquono in Firenze quattro lioni, due maschi e due -femmine; l’uno si donò al duca d’Osteric, che ’l domandò al comune, -l’altro al signore di Padova. - - -CAP. LXIX. - -_Novità fatte per gli usciti di Lucca._ - -All’entrata del mese d’agosto del detto anno, messer Arrigo e messer -Gallerano figliuoli di Castruccio usciti di Lucca, con quella gente -d’arme ch’avere poterono in Lombardia apparirono in Lunigiana, e ivi -e di Garfagnana accolsono fanti a piè; e i Lucchesi guelfi usciti da -capo si ragunarono e accozzarono co’ figliuoli di Castruccio, e di -concordia, trovandosi quattrocento cavalieri e duemilacinquecento -fanti, si posono ad assedio a Castiglione, che si guardava per i -Pisani. I Pisani avuto l’aiuto da’ Sanesi, con cui erano in lega e -compagnia, con settecento cavalieri e seimila pedoni uscirono di Pisa -per andare a soccorrere il castello, e a dì 12 d’agosto del detto anno, -trovandosi ne’ campi presso a’ nemici, feciono loro schiere. Gli usciti -di Lucca, veggendosi il vantaggio del terreno, si feciono ordinatamente -loro incontro da quella parte donde li vidono venire. I Pisani si -mostrarono di volerli assalire da quella parte, e cominciaronvi -l’assalto per tenere i nemici a bada; e cominciata la battaglia, il -loro capitano con quella gente ch’e’ s’avea eletta, mentre che d’ogni -parte si mantenea l’assalto, girò il poggio, e montò sopra i nemici -da quella parte onde venia la vittuaglia agli usciti che teneano -l’assedio, e fece questo sì prestamente, che i Lucchesi, ch’aveano -assai di buoni capitani, non vi poterono riparare, ma veduto ch’ebbono -ch’e’ nemici aveano tolto loro la via del pane, non vidono potere -mantenere l’assedio al castello; e però si strinsono insieme, e arsone -il campo loro, e ricolsonsi in alcuna parte ivi presso senza potere -essere danneggiati da’ nemici; e raccolti quivi, senza alcuno danno -di là si partirono salvamente, e valicarono l’alpe, e capitarono nel -Frignano, e di là catuno con accrescimento d’onta, senza altro danno, -perduta la speranza di tornare in Lucca, catuno tornò a procacciare -sue condotte per vivere al soldo, e ’l castello rimase libero -all’ubbidienza de’ Pisani. - - -CAP. LXX. - -_Come i Catalani non vollono la pace co’ Genovesi fatta per i -Veneziani._ - -Il re d’Araona essendo in Ispagna dopo l’acquisto fatto della Loiera, -e dell’accordo preso col giudice d’Alborea, sentendo che i Veneziani -aveano fatta pace co’ Genovesi senza il suo consentimento contro -al giuramento della loro compagnia, fece di presente armare venti -galee per sua sicurtà: e domandaronli i Genovesi la Loiera e altre -terre di Sardigna, se con loro volea pace. E questa fu la cagione già -scritta addietro, perchè il comune di Genova ribandì le quindici galee -ch’aveano preso Tripoli, le quali feciono per tre mesi gravi danni -nella riviera di Catalogna, spezialmente d’ardere e di profondare loro -navili ne’ porti. Le venti galee del re avendo fortificate e fornite le -terre di Sardigna, e reiterata la pace col giudice, si ritornarono in -Catalogna senz’altra novità fare. - - -CAP. LXXI. - -_Come messer Ruberto di Durazzo lasciò il Balzo._ - -Di questo mese d’agosto, essendo stato messer Ruberto di Durazzo -stretto da’ Provenzali nel Balzo per modo, che non avea potuto correre -il paese nè fare prede com’avea cominciato, benchè ’l castello potesse -tenere lungamente, parendogli stare con sua vergogna senza guadagno, di -sua volontà s’uscì del castello, e rilasciollo a’ signori del Balzo. -Alcuni dissono, che ’l papa gli diè alcuni danari co’ quali si mise -in arme, e andò a servire il re di Francia nelle sue guerre ove morì a -onore, come a suo tempo racconteremo. - - -CAP. LXXII. - -_Come arse la bastita da Modena._ - -Essendo lungamente mantenuta per la forza di messer Bernabò di Milano -una grande e forte bastita sopra la città di Modena con molti cavalieri -e masnadieri, i quali aveano per stretto modo assediata la città, -e recata in grandi stremi, come piacque a Dio, quello che non avea -potuto fare la gran compagnia nel caso della ribellione di Bologna, -nè appresso tutta la forza della lega di Lombardia, fece subitamente -un fuoco che vi s’apprese, ma piuttosto fu fama ch’un soldato corrotto -dal signore di Bologna il vi mise. Questo fuoco infiammò per sì fatto -modo la bastita, che per la gente dentro non si potè ammortare. I -Modenesi stati a vedere lungamente, e sentendo il romore, presono -l’arme, e corsono verso la bastita con smisurato romore. I cavalieri -e’ masnadieri, che ve n’erano assai, impacciati dal fuoco, e impauriti -del romore, si ritrassono fuori della bastita con animo di fermarsi di -fuori, ma non ebbono potere di farlo, che di presente catuno cominciò -a fuggire senza essere cacciati, e abbandonarono la bastita. I Modenesi -la presono e spensono il fuoco: e appresso per tema che messer Bernabò -non la rifacesse da capo riporre, ch’era il luogo molto forte, la -feciono riparare e rafforzare, e misonvi gente a guardarla lungamente -per sicurtà della terra. - - -CAP. LXXIII. - -_Come fu fatto il castello di Sancasciano._ - -Tornando alquanto nostra materia al fatto di Firenze, occorse in -questi dì, che tornando a memoria a’ collegi del nostro comune i -danni ricevuti a’ tempi delle persecuzioni fatte al nostro comune, e -i pericoli che occorsi erano alla città ponendosi i nemici a oste in -sul poggio del borgo di Sancasciano in Valdipesa, e questo conosciuto -per esperienza dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo, e appresso di -Castruccio tiranno di Lucca, e novellamente della gran compagnia di -fra Moriale, che catuno nimicando il nostro comune tennono campo -in quel luogo con podere, per lo vantaggio del sito, di potere -vantaggiare assai e non potere essere danneggiati: acciocchè questo -non potesse più avvenire, deliberò il comune di farvi un forte e -nobile castello di mura, e incontanente del mese d’agosto del detto -anno 1355 si cominciarono a fare i fossi, e all’uscita di settembre -del detto anno si cominciarono a fondare le mura, e tutte s’allogarono -in somma a buoni maestri con discreti e avvisati provveditori, dando -d’ogni braccio quadro soldi sette di piccioli, di lire tre soldi -nove il fiorino dell’oro, dando il comune a’ maestri solo la calcina, -acciocch’e’ maestri avessono cagione di fare buone le mura. Le mura -furono larghe nel fondamento braccia quattro, e fondate braccia -uno sotto il piano del fosso, e sopra terra grosse braccia due, -ristrignendosi a modo di barbacane, e sopra terra alle braccia dodici, -con corridoi intorno i beccatelli, e armate di torri intorno intorno, -di lungi braccia cinquanta dall’una torre all’altra, alzate braccia -dodici sopra le mura e con due porte mastre, catuna con due torri -più alte che l’altre e bene ordinate alla guardia. E questo circuito -comprese il poggio e il borgo, e senza arresto fu compiuto e perfetto -il lavorio del mese di settembre seguente 1356. E veduto il conto del -detto edificio, costò al Comune di Firenze trentacinque migliaia di -fiorini d’oro. - - -CAP. LXXIV. - -_Come in Firenze s’ordinò la tavola delle possessioni._ - -Di questo mese d’agosto, alquanti cittadini di Firenze, parendo loro -che dovesse essere util cosa al comune per levare la briga a’ creditori -di ritrovare i beni del debitore, misono innanzi a’ signori che si -facesse una tavola, nella quale si scrivessono tutti i beni immobili -della città e del contado per popolo e per confini, e diedono il modo -a catuno quartiere della città e del contado per se; e’ signori misono -la petizione, e vinsesi, parendo a tutti che dovesse essere utile -cosa. Agli uomini antichi, e savi e pratichi parea la cosa impossibile -a potere avere perfezione, ma non fu loro creduto, se non quando per -pratica si conobbe. Furono comandate le recate a ogni possessore sotto -grave pena, e nondimeno ch’e’ reggitori de’ popoli anche le dovessono -recare, catuno si provvidde di recare e di fare recare i beni in cui -volle, e confinavali secondo che trovava l’usata vicinanza, e quando -tali nelle loro recate mutavano i primi possessori, e così d’ogni parte -discordavano i confini, e oltre a questa inconvenienza ve n’accorrevano -molte altre maggiori. Per la qual cosa dopo la lunga scrittura, e la -grande spesa cresciuta parecchi anni, in confusione senza frutto rimase -abbandonata, e la sperienza ammaestrò il nostro comune alle sue spese. -Avenne fatta memoria per esempio di coloro che verranno appresso, -acciocch’e’ notino quello ch’è detto provato per opera; e ancora, che -molti recavano una medesima cosa per mostrare che possedessero i beni: -ma quello ch’è più forte, si è la mutazione de’ beni, che più occorre -nella nostra città che altrove, perchè più abbonda di mercatanzie e di -mestieri e d’arti, c’hanno a fare la mutazione de’ beni immobili. - - -CAP. LXXV. - -_Come il re d’Inghilterra con grande apparecchio valicò a Calese._ - -Avendo noi addietro narrata la morte del conestabile di Francia, della -quale il re di Navarra fu operatore, seguita, che d’allora innanzi il -re di Navarra era in odio del re Giovanni di Francia, e per questa -cagione tenne trattato col re d’Inghilterra di riceverlo nelle sue -terre. Il re d’Inghilterra era di questo molto contento, e però mise -in concio sua gente e suo navilio per valicare con forte braccio; e -nel soprastare che facea, per sollecita operazione del cardinale di -Bologna e d’altri baroni e’ fu fatta la pace tra ’l re di Francia a -quello di Navarra, e perdonatoli liberamente l’offesa della morte del -conestabile, e per suo amore a tutti gli altri ch’erano a ciò stati. -Il re d’Inghilterra avendo apparecchiata la sua gente d’arme e ’l -suo navilio, del mese di settembre del detto anno valicò a Calese. -Il re di Francia avea d’altra parte apparecchiata la sua baronia, e -con quindicimila cavalieri e molti sergenti gli si fece incontro in -Normandia. Il re d’Inghilterra sentendo la pace fatta tra’ due re, e -vedendo la gran forza apparecchiata contro a sè dal re di Francia, -non si attentò d’uscire a campo, nè di seguire sua impresa, e data -la volta, con sua vergogna si ritornò con tutta la sua oste in -Inghilterra. Il re di Francia sentendo i suoi nemici tornati nell’isola -si ritornò a Parigi, e dimostrando grande amore al re di Navarra, gli -accomandò il Delfino suo maggiore figliuolo, i quali d’allora innanzi -si congiunsono di fraternale amore, e di grande compagnia. - - -CAP. LXXVI. - -_Come il re Luigi s’accordò colla compagnia del conte di Lando._ - -Mandaci il tempo materia di ritornare in Italia. Di questo mese di -settembre del detto anno, essendo la compagnia ritornata presso a -Napoli in Terra di Lavoro, e il re per arroto al danno per la gente -condotta nel Regno alle sue spese, volendo atare i Napoletani che non -perdessono le loro vendemmie, e non avendo il podere altro che con -danari, rifece la nuova concordia, e promise loro centocinque migliaia -di fiorini d’oro; le trentacinque migliaia contanti, e le settanta -in due paghe a venire: e mentre che le penassono ad avere si doveano -stare in Puglia. E per fornire la prima paga, il re Luigi gravò di -fatto i Napoletani, e certi baroni, e forestieri, e mercatanti, e le -loro mercatanzie, e pagò la compagnia, e andossene in Puglia alla roba -d’ogni uomo, non senza grande rammarichio, contro alla corona degli -uomini di quel paese. - - -CAP. LXXVII. - -_Come il conte da Doadola fu sconfitto e morto dal capitano di Forlì._ - -Avendo il legato rivolto tutto suo intendimento di volere abbattere -la tirannia di Francesco degli Ordelaffi capitano di Forlì, e -guerreggiando la città di Cesena, il conte Carlo da Doadola con due -figliuoli del conticino da Ghiaggiuolo de’ Malatesti si mise in preda -con cento cavalieri e con assai masnadieri, e corsono insino presso -alle mura di Cesena; e avendo raccolta una buona preda d’uomini e di -bestiame, si raccoglievano per tornare al campo. Avendo questo sentito -madonna Cia moglie del capitano, a cui egli avea accomandata la guardia -di quella città, non come femmina, ma come virtudioso cavaliere montò a -cavallo coll’arme indosso gridando, e smovendo i cavalieri soldati che -v’erano che la dovessono seguire contro a’ nemici ch’erano di fuori. I -cavalieri inanimati, vedendo tanto ardire in una femmina, di presente -la seguitarono, e abboccatosi co’ nemici per forza li sconfissono, e -fuvvi fedito il conte Carlo per modo che poco appresso morì, e presi -i due figliuoli del conticino da Ghiaggiuolo, e la maggior parte de’ -cavalieri e assai masnadieri furono prigioni; e riscossa la preda, con -grande onore si tornarono in Cesena del mese d’agosto predetto. - - -CAP. LXXVIII. - -_Come la gente del Biscione prese le mura di Bologna e furono cacciati._ - -Poco addietro ci ricorda, che noi trattammo de’ duemila cavalieri e -de’ molti masnadieri che messer Bernabò avea mandati sopra Bologna, -e le mute che fatte aveano di luogo in luogo; all’ultimo, all’uscita -del mese d’agosto del detto anno, erano tornati al borgo a Panicale -forniti di molte scale, e bolcioni ferrati da cozzare mura della città, -e di queste cose il signore di Bologna non si prendeva guardia. E però -una notte ordinata tutta l’oste se ne venne alle mura di Bologna dalla -parte del prato, dov’era più solitario, ed ebbono poste le scale alle -mura, e di subito vi montarono suso più di dugento cavalieri armati, -ch’erano smontati de’ cavalli, e assai masnadieri, e traboccate le -guardie che vi trovarono dalle mura in terra, cominciarono a perquotere -le mura co’ bolcioni tanto che già l’aveano forate e aperte le mura da -piè, innanzi che ’l signore o i cittadini se n’avvedessono, e alquanti -per gagliardia erano scesi dentro e entrati per la piccola rottura; -e parendo agli assalitori avere la forza delle mura e l’entrata, -avvisando che dentro fosse dato loro alcuno aiuto per lo loro trattato, -cominciarono a gridare ad alte boci: Vivano i popolani, e muoia il -signore. A questo romore il popolo si cominciò a sentire, e ogni uomo -a prendere l’arme, e certe masnade di fanti a piè toscani con alquanti -cittadini trassono in quella parte ov’erano i nemici, e quanti ne -trovarono a basso entrati uccisono, e ingrossandosi alla difesa quelli -della terra a cavallo e a piè, con molti balestrieri cacciarono a terra -quelli ch’erano montati su per le mura; e avvedendosi i capitani della -gente di messer Bernabò, che per lo fallo dell’affrettato romore la -città era difesa, con vergogna sonarono a ricolta e tornarsi al borgo a -Panicale, e indi cavalcate le contrade d’intorno, e fatto assai danno -d’arsione presono loro cammino e andarono a Milano; e il signore di -Bologna, vedendo il pericolo ch’avea corso, prese miglior guardia. - - -CAP. LXXIX. - -_Novità state in Udine._ - -Di questo medesimo mese d’agosto: o che il patriarca d’Aquilea -facesse fare gravezze con oppressione al popolo della città d’Udine -a lui soggetta, o che il vicario ch’era testa lucchese, chiamato -messer Iacopo Morvello, per soperchia baldanza, ch’avea per moglie -la figliuola del patriarca, facesse da sè cose sconce, a furore di -popolo con l’aiuto d’alquanti terrieri del paese fu preso nel palazzo -del comune, e tratto di là, fu racchiuso in prigione, e poco appresso -senza processo dicollato, in grande vituperio e vergogna del patriarca, -ch’era fratello dell’imperadore. - - -CAP. LXXX. - -_Come abbondarono grilli in Cipri e in Barberia._ - -In questo tempo abbondarono nell’isola di Cipri tanti grilli, che -riempierono tutti i campi alti da terra un quarto di braccio, e -consumarono ciò che verde trovarono sopra la terra, e guastarono i -lavori per modo, che frutto non se ne potè avere in quest’anno. E ’l -simigliante avvenne questo medesimo anno 1355 in molte parti della -Barberia, e massimamente nel reame di Tunisi; ed essendo mancato il -pane al minuto popolo di Barberia, metteano i grilli ne’ forni, e cotti -alquanto incrosticati li mangiavano i Saracini, e con questa brutta -vivanda mantennero la misera vita, ma grande mortalità seguitò di quel -popolo. - - -CAP. LXXXI. - -_Come messer Maffiolo Visconti fu morto da’ fratelli._ - -Messer Maffiolo de’ Visconti di Milano essendo il maggiore de’ tre -fratelli signori di Milano, perchè era dissoluto nella sua vita e senza -alcuna virtù era riputato il minore nel reggimento della signoria: -tuttavia messer Bernabò e messer Galeazzo gli rendeano assai onore. -Avvenne, che per scellerato stemperamento della sua lussuria accolse -nella camera sua venti tra donne maritate, e fanciulle, e altre -femmine, colle quali, avendole fatte spogliare ignude, si sollazzava a -suo diletto con loro bestialmente; e ricordandosi in quello sformato -e sfrenato ardore di libidine d’una bella giovane moglie d’un buono -cittadino di Milano, mandò per lei, e minacciandolo di farlo morire -se immantinente non glie la menasse, o mandasse. Vedendosi questo -buono uomo a così villano partito, come disperato piangendo se n’andò -a messer Bernabò, e contogli il grave partito a che messer Maffiolo -l’avea messo, dicendo, che innanzi volea morire ch’assentire a cotanta -sua vergogna, pregandolo che ’l dovesse atare. Messer Bernabò disse: -Io non ho a gastigare il mio maggiore fratello, per non mostrare a -colui la sua intenzione, e di presente cavalcò all’ostiere di Messer -Maffiolo, e trovò la scellerata danza del suo fratello; e senza dire -alcuna cosa diede la volta, e accozzossi con messer Galeasso, e disse: -Noi corriamo gran pericolo di nostro stato, e le sconce e dissolute -cose di messer Maffiolo ci faranno cacciare della signoria, se per noi -non si ripara a cotanto pericolo a che ci conduce. E manifestatoli -ciò che facea delle donne de’ buoni uomini di Milano, e il richiamo -che n’avea avuto, di presente s’accordarono alla morte sua, che altro -gastigamento non avea luogo. E però essendo andato messer Maffiolo -a Moncia a fare una caccia, la sera di sant’Agnolo di settembre, li -feciono dare con quaglie veleno; e la mattina vegnente essendo nella -caccia si cominciò a sentir male nel ventre, e di presente se ne tornò -a Milano; e vicitato la sera da’ fratelli, la mattina si trovò morto in -sù ’l letto. Alcuni dissono, che in quella visitazione e’ fu soffocato -da loro, e altri tennono che morisse delle quaglie; e l’una cagione e -l’altra potè essere, per non farlo storiare. Il vero fu che morì come -un cane, senza confessione, di violenta morte, e forse degnamente per -la sua dissoluta vita. - - -CAP. LXXXII. - -_Come messer Bernabò ebbe la Mirandola._ - -Dappoichè la bastita da Modena per l’arsione fu ripresa da’ Modenesi, -messer Bernabò tenne nelle castella ch’avea acquistate nel Modenese -gente d’arme per scorrere il paese, e fare continova guerra a Modena: -e oltre a ciò mise a campo tra Reggio e Modena millecinquecento -cavalieri e assai masnadieri, i quali assediavano il castello della -Mirandola, il quale era di certi gentili uomini loro patrimonio: e non -essendo potenti a poterlo lungamente difendere da’ signori di Milano, -s’accordarono con loro, e diedono la guardia del castello a messer -Bernabò, ed egli li ricevette in amistà, e con provvisione li mise -nelle sue guerre. E in questi dì, vedendosi messer Giovanni da Oleggio -in pericolo della guardia di Bologna, cercò accordo con messer Bernabò; -e messer Bernabò per poterlo rimettere in confidenza, per meglio potere -venire alla sua intenzione, s’accordò con lui; e messer Giovanni -gli promise di guardare Bologna per lui, e dopo la sua morte gliela -lascerebbe, e riceverebbe nella città continuamente un suo potestà. E -fece questo messer Giovanni da Oleggio senza volontà o consiglio de’ -cittadini di Bologna, sperando rimanere in pace nella signoria, nella -quale rimase in continovi aguati, come leggendo per innanzi si potrà -trovare: e ricevette in prima per potestà di Bologna il signore della -Mirandola sopraddetto. - - -CAP. LXXXIII. - -_Come i Perugini presono a difendere Montepulciano._ - -I Sanesi vedendosi avere perduta in tutto la signoria ch’avere soleano -in Montepulciano, trattavano della guerra; ed essendo cercato se -co’ Sanesi si potea trovare modo d’accordo senza fargliene signori, -non trovandosi, i signori che dentro v’erano ritornati, ricordandosi -che ’l comune di Siena non avea attenuti i patti promessi loro altra -volta sotto la sicurtà e fede del comune di Firenze e di Perugia, a -cui i Sanesi l’aveano rotta con inganno assai sconcio e manifesto, al -quale i detti comuni senza l’arme non aveano potuto mettere rimedio, e -l’arme non aveano voluto pigliare, per questa cagione non si vollono -più fidare alla corrotta fede de’ Sanesi; e vedendosi impotenti da -difendersi da’ Sanesi, s’accordarono, e misono di volontà del popolo -la guardia di Montepulciano con certi patti nelle mani de’ Perugini; -e i Perugini vaghi di crescere signoria, e ricordandosi dell’ingiuria -ricevuta in Siena per questi fatti di Montepulciano, accettarono la -guardia, e incontanente la fornirono di loro soldati a cavallo e a -piè per difenderla da’ Sanesi. Questa cosa conturbò molto il comune -di Siena, e perciò facendosi la lega che seguitò appresso de’ Toscani, -i Sanesi non vi vollono essere, e altre gravi cose ne seguirono, come -innanzi si potrà trovare al debito tempo. - - -CAP. LXXXIV. - -_Come il re d’Inghilterra tornò in Francia._ - -Quello che seguita è cosa bene strana: essendo il re d’Inghilterra, -come poco innanzi avemo contato, ritornato di state nell’isola -d’Inghilterra con tutto suo oste e col navilio, e dovendosi secondo -usanza della guerra, il navilio e la gente d’arme riposare per -la grazia del verno, il detto re di maggiore animo e ardire che -altro signore al suo tempo, del mese d’ottobre del detto anno, co’ -figliuoli, e colla moglie, e co’ baroni, e con grande moltitudine -di suoi cavalieri e arcieri, di subito e improvviso a’ Franceschi -valicò a Calese: e di presente fece tre osti, l’una accomandò al conte -di Lancastro suo cugino, e questa mandò in Brettagna, e la seconda -accomandò al suo maggiore figliuolo duca di Guales, e questa mandò in -Guascogna, e l’altra ritenne a sè, per venire verso Parigi, e a catuna -comandò che dimostrasse sua virtù, mettendosi innanzi fra le terre del -re di Francia ardendo e predando, e facendo dimostranza di valorosi -baroni contro a’ loro nemici. - - -CAP. LXXXV. - -_Come il re d’Inghilterra cavalcò il reame fino ad Amiens._ - -Mandato ch’ebbe il re d’Inghilterra i detti baroni, catuno con grande -compagnia di cavalieri e d’arcieri nel reame di Francia, egli in -persona si mosse da Calese colla sua oste, e avviossi verso Parigi -dov’era il re di Francia, e guastando le ville del paese con fuoco, -facendo grandi prede se ne venne ad Amiens, e ivi s’arrestò alquanti -dì. Ma vedendo che ’l soprastare gli era pericoloso per la gran -cavalleria che ’l re di Francia apparecchiava contro a lui, e perchè -i passi del suo ritorno erano da potere essere occupati, sopravvenendo -la gente del re di Francia, a grave suo pericolo, come savio guerriere -raccolse tutta la sua gente e tutta la preda ch’avea fatta, e senza -contasto sano e salvo colla sua oste si tornò a Calese in dieci -dì dalla sua mossa. Il conte di Lancastro entrò colla sua oste in -Brettagna e cavalcò il paese, facendo danno assai e grandi prede, e -stettevi più tempo: poi si raccolse colla sua oste, e con gran preda -tornossi a salvamento. - - -CAP. LXXXVI. - -_Della materia degl’Inghilesi medesima._ - -Il valente prenze di Guales colla sua compagnia di tremila cavalieri -e quattromila arcieri mosso da Calese, a gran giornate si mise in -Tolosana, e trovando i paesi sprovveduti del suo subito avvenimento, -fece in Tolosana molte grandi prede, e con fuoco guastò molto paese; -e senza arrestarsi in Tolosana cavalcò a Carcasciona, e vinse e prese -l’antica città di Carcasciona, fuori che la rocca della villa, ch’era -un forte castello; e recato in preda ciò che potè fare portare, arse -la maggior parte della villa, e cavalcò più innanzi in Bideurese, e -arse e fece preda grande senza contasto, e della sua gente corse insino -presso a Mompelieri a poche leghe, e dimostrava di voler venire insino -a sant’Andrea dirimpetto a Avignone, il Rodano in mezzo, e forte se -ne temette nella corte di Roma; ma il papa gli mandò a dire che non -venisse più innanzi, e incontanente per ubbidire al santo padre si -tornò addietro, essendo stato nuovo flagello di quel paese, che memoria -non v’avea per i viventi a quel tempo ch’altra guerra gli avesse -molestati. Il conestabile di Francia, ch’era allora messer Giacche -figliuolo del duca di Borbona, giovane cavaliere e di gran cuore, -avendo accolta assai gente d’arme, in compagnia del conte d’Armignacca, -e del conte di Foci e di più altri baroni del paese, sentendo tornare -per quel paese il duca di Guales con tutta la preda, ch’era più di -mille carrette cariche dell’avere de’ paesani, e più di cinquemila -prigioni, si volle abboccare con gl’Inghilesi per combattere con loro -per riscuotere la preda. Il conte d’Armignacca e gli altri baroni -non vollono e non acconsentirono al conestabile, parendo loro avere -disavvantaggio per la buona compagnia de’ franchi guerrieri ch’erano -con il duca di Guales. Il giovane e franco barone ne prese sdegno, e -cavalcò a Parigi e rifiutò l’uficio, e allora fu fatto conestabile -il duca d’Atene conte di Brenna. Il valente duca di Guales intese -a conducere la sua preda, ch’era oltre a modo grande, e sentendo i -nemici appresso, come fu alla selva di Crugnì per maestria di guerra vi -nascose una parte di sua gente in aguato, e i Franceschi vi mandarono -ad imboscare, non sapendo degl’Inghilesi che v’erano, messer Astorgio -di Duraforte con mille cavalieri, i quali entrando nella selva furono -di subito assaliti dagl’Inghilesi che prima v’erano riposti, che -poco sostennono, che furono sconfitti e sbarattati con loro danno, -e d’allora innanzi non trovarono gl’Inghilesi contasto, e ricchi di -preda, sani e salvi si tornarono a Bordello in Guascogna, del mese di -novembre del detto anno. - - -CAP. LXXXVII. - -_Come morì il re Lodovico di Cicilia, e l’isola rimase in male stato._ - -Di questo mese di novembre anno detto, Lodovico di Cicilia primogenito -di don Pietro si morì molto giovane, e poco appresso di lui si morì il -seguente suo fratello detto duca Giovanni, e de’ tre fratelli rimase -Federigo il minore, il quale la setta de’ Catalani recarono appo -loro, per potere sotto il titolo d’avere a governare il giovane, a -cui s’appartenea il regno, aggiugnersi maggiore forza. Ma per questo -l’altra setta degl’Italiani si feciono più strani contro al duca -Federigo, e diventarono più animosi contro alla setta de’ Catalani. -E per la detta maladizione di divisione e tempesta tanto intestina -battaglia era nell’isola, che gli abitanti di catuna terra erano -in fatica d’avere del pane per vivere, e consumavansi d’inopia e di -carestia; e di questo seguitò poi grande novità nell’isola, come al suo -tempo racconteremo. - - -CAP. LXXXVIII. - -_Come in Napoli fu romore._ - -A’ Napoletani parendo essere gravati de’ danari pagati per la compagnia -e d’alcune altre gravezze, del mese di novembre del detto anno, per -mostrare la potenza e la franchigia di quella città, tutti di concordia -presono l’arme, e feciono armare tutti i forestieri mercatanti e -artefici ch’erano nella città, e levarono il romore, gridando: Viva la -reina, e muoia il suo consiglio. E di questo tumulto seguitò solamente, -che la misura del sale fu alcuna cosa consentita loro migliore mercato: -convenevole prezzo di cotanto movimento, non volendosi francare -dell’antica consuetudine della loro natura, che come sono pieni di -furore per ambizioso vento, così poco mantengono l’ira, che li riduce a -pace. - - - - -LIBRO SESTO - - -CAPITOLO PRIMO. - -_Il Prologo._ - -Perocchè ’l sesto libro del nostro trattato nuova e non pensata materia -di guerra nel suo principio con seguito di gran cose in breve tempo -ci apparecchia, ci fa pensare come e quanto lo stato della tirannesca -signoria è pieno d’aguati e di calamitosa vita. Le loro scellerate -operazioni sempre combattono e spesso abbattono le virtù de’ buoni: i -loro diletti sono dissimiglianti a’ buoni costumi: per loro s’abbattono -le ricchezze de’ sudditi; nimicano gli uomini che crescono nella loro -giurisdizione in magnanimità e in senno; assottigliano con incarichi la -sustanza de’ popoli: la loro sfrenata libidine non prende saziamento -dal fatto, ma quanto il piacere della vista richiede, tanta in fatto -a’ sudditi contro all’onesto debito conviene sostenere e patire. -Ma perocchè in queste e molte altre maligne operazioni le violenti -tirannie si manifestano, non richieggiono da noi nuovo raccontamento. -Ma traendone una parte assai strana nell’apparenza e assai dimestica -nel fatto, qual’è più maravigliosa vista, guardando nella tirannesca -gloria, a vedere antichi e nobili principi naturali ubbidienti a’ -tiranneschi servigi, e uomini d’alti lignaggi e d’antica nobiltà usare -le mense di coloro, e prendere le loro provvisioni? Ma se guardare -vogliamo l’uscimento delle cose, quella gloria spesso si converte -in calamitosa miseria. Chi la può disegnare maggiore? che i tiranni -medesimi non sanno nè possono in alcuno riposare la loro fede, ed -eglino al continovo aspettano il cadimento del tiranno, e lievemente -si dispongono e accordano alla loro distruzione, non ostante le -sopraddette cose. E questo non si trova avvenire nelle reali e naturali -signorie, perocch’e’ loro fatti ne’ sudditi, e nelle loro virtù e cose -son contrarie a’ tiranni. Dunque come le tirannie si criano, com’elle -esaltando si fortificano e crescono, così in esse si nutrica e nasconde -la materia della loro confusione e ruina. Certo intra l’altre questa -è grandissima miseria de’ tiranni: e perocchè al presente ci occorre -alcuna cosa di ciò manifestare in fatto non di lieve movimento, come -seguirà appresso nostro volume, basti narrando quella avere fatto certa -prova al nostro proponimento. - - -CAP. II. - -_Come nacque briga da’ Visconti e que’ di Pavia e di Monferrato._ - -Certa cosa è, che il marchese di Monferrato per vicinanza e per larghe -provvisioni de’ tiranni di Milano, e i signori da Beccheria di Pavia -parenti stretti e dimestichi della loro mensa, per lunghi tempi uniti -colla casa de’ Visconti signori di Milano, e nelle loro guerre stati i -principali aiutatori, e in questo tempo valicando Carlo d’Osteric re -de’ Romani in Lombardia, come già è detto, il marchese, non ostante -ch’e’ fosse soggetto all’imperio, venne a Milano per dare aiuto e -favore a’ signori con seicento cavalieri di buona gente d’arme, e -que’ da Beccheria anche vi mandarono loro sforzo. Avvenne, che un -dì essendo il marchese in Piacenza in compagnia di messer Maffiolo -Visconti, ch’allora vivea, un suo scudiere andò in cucina al cuoco -di messer Maffiolo per un tagliere di vivanda: il cuoco villanamente -gliel contradicea: lo scudiere sdegnoso diede una gotata al cuoco, e -portonne la vivanda; il cuoco di presente se n’andò a dolere a messer -Maffiolo suo signore. Il tiranno mosso a furore non considerò suo -onore, nè quello di tant’uomo quant’era il marchese, e senza dirli -alcuna cosa, avendolo in sua compagnia, fece prendere lo scudiere, -e in quell’istante tagliarli la mano; della qual cosa il marchese -fu molto turbato, ma ritenne con virtù nel petto il grave sdegno. -Questo li rinnovò nella mente certo oltraggio che la famiglia di -messer Galeazzo Visconti per maggioranza avea fatto alla sua gente -che vicinavano con sue terre, la quale cosa con senno avea trapassata -insino allora. E ancora di nuovo sentiva, come al continovo per nuovi -dispetti la gente di messer Galeazzo oltraggiava i detti sudditi che -vicinavano con loro, e il signore il sentiva, e vedea l’onore che ’l -marchese facea alla loro signoria, e per arrogante maggioranza mostrava -d’esserne contento; onde turbato il marchese, cambiò l’animo, ed -essendo con quelli da Beccheria una cosa, s’intesono insieme, essendo -l’imperadore futuro a Mantova, e ancora, con lui s’intesono in segreto. -E trattando l’imperadore co’ signori di Milano di volere prendere la -corona a Moncia, sentirono i Visconti, che se non s’accordavano con -lui, che quelli da Beccheria erano acconci di riceverlo in Pavia; -onde i signori concepettono contro a loro; per la qual cosa poterono -comprendere, che partito l’imperadore, a loro converrebbe mutare -stato. E tornando l’imperadore coronato da Moncia in Milano, i signori -feciono molti cavalieri, e in questo stante il marchese cavalcò subito -a Pavia, e menò seco due di quelli da Beccheria e feceli fare cavalieri -all’imperadore, e questo accrebbe l’izza e la malavoglia a’ tiranni. -Poi partito l’imperadore il marchese se n’andò via, e quelli da -Beccheria rimasono in gran sospetto de’ signori di Milano, e stavanne -in più guardia che non soleano. E dalle sopraddette cose seguitarono -le ribellioni e le nuove guerre che appresso seguirono a’ signori di -Milano, come seguendo nostro trattato per li tempi racconteremo. - - -CAP. III. - -_Come si rubellarono terre di Piemonte._ - -Il marchese di Monferrato avendo ordinato co’ signori di Pavia che -si fortificassono di gente e di buona guardia, acciocchè i tiranni -vicini non li potessono improvviso sorprendere, tornato nelle sue -terre, procacciò aiuto di gente d’arme da certi baroni tedeschi di sua -amistà, e con suoi trattati (ch’era molto amato da quelli del Piemonte -e dalla sua gente) trovandosi forte di cavalieri e favoreggiato -dall’imperadore, del mese di dicembre, gli anni di Cristo 1355, fece -rubellare nel Piemonte a messer Galeazzo de’ Visconti di Milano Chieri -e Carasco; e poco appresso del mese di gennaio fece rubellare al detto -tiranno la ricca terra d’Asti, e appresso Albi, Valenza, e Tortona, e -più altre terre del Piemonte, e tutti i popoli di quelle d’un animo, -con ordine di mantenere la difesa, feciono loro capitano il detto -marchese. Messer Galeazzo vi mandò incontanente molta gente d’arme -a cavallo e a piè credendo ricoverare delle terre; il marchese era -provveduto di buona gente, e coll’aiuto de’ Piemontesi si fece loro -incontro alle frontiere, e in alcuni abboccamenti fece vergogna alla -gente di messer Galeazzo, e difese bene i Piemontesi. Allora quelli da -Beccheria, ch’erano confederati nella amistà e compagnia del marchese, -non si poterono più coprire, e però in aperto si fortificarono di -gente e d’altre cose, aspettando l’impeto dell’ira e della forza de’ -tiranni contro a loro, non dimostrando però di volere essere i movitori -della guerra, ma apparecchiati alla difesa. Lasceremo alquanto questa -materia per raccontare al suo tempo con più chiarezza le cose che ne -seguitarono, e diremo degli altri fatti che prima occorrono alla nostra -materia. - - -CAP. IV. - -_Come i Fiorentini feciono lega contro la compagnia._ - -E’ m’incresce di scrivere quello ch’ora seguita, perocchè ’l nostro -comune delle leghe e delle compagnie c’ha usato di fare co’ comuni -di Toscana, al bisogno sempre s’è trovato ingannato, nondimeno il -fatto narreremo. Sentendosi già per tutta Italia che ’l conte di Lando -colla compagnia ch’aveva nel Regno era per venire al primo tempo nella -Marca, e valicare in Toscana, i Fiorentini volendo riparare ch’ella -non facesse ricomperare i comuni di Toscana, mandarono a Perugia, e a -Pisa, e a Siena, e all’altre minori comuni di Toscana, richieggendo i -detti comuni, che per beneficio di tutti parea loro di fare una lega -e una taglia di duemila cavalieri il meno, i quali fossono al tempo -apparecchiati interi e cavalcanti al servigio della detta lega contro -alla compagnia, o a chi venisse a fare guerra sopra alcuna città di -quelle della lega. E a ciò feciono muovere i detti comuni per loro -ambasciadori, e durò il trattato lungamente, sturbandolo i Sanesi per -l’izza ch’aveano presa co’ Perugini per l’impresa di Montepulciano; in -fine, essendo la cosa cominciata al principio di gennaio, del mese di -febbraio del detto anno ebbe compimento in questo modo tra’ Fiorentini, -e’ Pisani, e’ Perugini: che la lega dovesse durare tre anni, e la -taglia fosse di milleottocento cavalieri, ottocento de’ Fiorentini, -cinquecentocinquanta de’ Pisani, e quattrocentocinquanta de’ Perugini; -con patto ch’e’ Sanesi vi potessono entrare colla loro parte della -taglia de’ cavalieri, e che del mese d’aprile fossono pagati e -apparecchiati, e che l’uno comune dovesse fare rassegnare i cavalieri -dell’altro. La lega fu ferma e fatta, l’effetto che ne seguitò fa -manifesto quello che poco innanzi n’avemo detto. - - -CAP. V. - -_Come gli Scotti presono Vervic._ - -Essendo tornato il re d’Inghilterra a Calese dalla cavalcata ch’avea -fatta ad Amiens, come poco innanzi abbiamo detto, i baroni di -Scozia sentendo il re, e i figliuoli, e’ baroni, e tutta la forza -del re d’Inghilterra valicati nel reame di Francia, e cominciatovi -grande guerra, non ostante che il loro re vi fosse in prigione, -prestamente accolsono molta gente d’arme a cavallo e a piè, e -improvviso agl’Inghilesi se ne vennono a Vervic, grande e forte terra -degl’Inghilesi, situata agli stremi de’ confini di Scozia; e giugnendo -alla città sprovveduta, per forza v’entrarono dentro e presono la -terra, ma il castello del re che v’era forte e bene guernito non -poterono avere; ma com’ebbono presa la terra, la lasciarono guernita -di loro gente, e per savia provvisione con tutta loro oste si misono -innanzi, e presono una montagna onde il soccorso degl’Inghilesi -potea venire alla terra, e non d’altra parte, e ivi s’accamparono per -contradire agl’Inghilesi il passo. Era in que’ dì il conte di Lancastro -già tornato in Inghilterra, il quale di presente cavalcò nel paese -colla sua gente, ma non ebbe podere di levare gli Scotti dal passo. -Il re Adoardo sentendo la novella degli Scotti, incontanente valicò -nell’isola con quella gente che subitamente potè muovere, e senza -arresto se n’andò contro a’ nemici che teneano il passo della montagna, -e aggiuntosi il conte di Lancastro colla sua gente, non ostante che -grande fosse il loro disavvantaggio ad avere a combattere i nemici -all’erta, colla sua persona si mise innanzi, e diede tanto conforto -a’ suoi, ricordando loro le vittorie avute sopra gli Scotti e la loro -viltà, che con tanto ardore d’animo, e con tanto duro assalto d’ogni -parte li percossono, che per forza li ributtarono della montagna; -e senza avere cuore di rifare testa alla terra ch’aveano presa -l’abbandonarono in tanta fretta, che la preda ch’aveano accolta non -ne portarono, e assai de’ loro Scotti vi lasciarono morti e presi per -ricordanza. E questo fu del mese di gennaio del detto anno. Allora fece -il re racconciare la terra, e fornire di miglior guardia. - - -CAP. VI. - -_D’un trattato fatto per racquistare Bologna._ - -Messer Bernabò de’ Visconti di Milano avendo la mente attenta a trovar -modo di racquistare Bologna, e di vendicarsi di messer Giovanni -da Oleggio; quanto che per l’accordo fatto si dimostrasse amico, -diede boce e dimostrò manifesto segno di volere guerreggiare in -sul Ferrarese; e mandò messer Arrigo figliuolo di Castruccio che fu -tiranno di Lucca in Romagna, a conducere al suo soldo mille barbute -della compagnia ch’allora era nel paese, il quale avea caparrati i -conestabili, e intesosi secondo il segreto a lui commesso da messer -Bernabò col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e con alquanti -degli Ubaldini in cui si confidava, e ancora s’intendea col podestà di -Bologna, ch’avea nome messer Ramondo de’ Ramondi di Parma, ed erano in -questo trattato certi caporali di quelli da Pagano, e altri Bolognesi -confidenti di messer Bernabò. Il modo era, che la forza del tiranno -dovea venire da Milano sul Ferrarese secondo la palese boce, e già era -messer Bernabò venuto in persona a Parma con duemila cavalieri, e come -messer Bernabò fosse in sul Ferrarese, messer Arrigo di Castruccio -co’ cavalieri condotti di Romagna, e coll’aiuto de’ Romagnuoli e degli -Ubaldini, essendo provveduti e apparecchiati, doveano il dì nominato, -essendo messer Bernabò in sul Ferrarese, valicare sopra Bologna da -quella parte, e messer Arrigo colla sua compagnia venire dall’altra, -e allora il podestà, e que’ da Pagano con gli altri Bolognesi -confidenti doveano levare il romore nella città, e con loro quattordici -conestabili di cavalieri che tenevano a questo trattato; e costoro, -ch’erano soldati di messer Giovanni, nel romore doveano trarre a lui, e -ucciderlo se potessono, e se non, si doveano strignere dall’una parte -della città, e aprire e spezzare la porta, e mettervi dentro quella -gente di fuori che più avessono di presso. Questo trattato era segreto -per li palesi verisimili della vicina impresa della guerra di Ferrara, -alla quale il marchese prendea ogni riparo che potea; ma come fu -piacere di Dio, per lo meno male, la cosa fu rivelata per strano e non -pensato modo come appresso diviseremo. - - -CAP. VII. - -_Come si scoperse il trattato di Bologna, e fevvisi giustizia._ - -In Bologna era tornato di Romagna messer Arrigo di Castruccio, -avendo fornito e messo in punto ciò che gli era stato commesso, e -ivi era venuto per intendersi con gli altri traditori. Avvenne, che, -all’entrata del mese di Febbraio del detto anno, Francesco de’ Roaldi -di Bologna, grande cittadino e molto confidente di messer Giovanni da -Oleggio, tanto ch’al continovo ricevea provvisione da lui, essendo in -questo trattato, confidandosi nel suo senno, volendosi sgravare della -sua provvisione, se n’andò a messer Giovanni, e per me’ coprire quello -che sentiva in sè, disse: Signor mio, pigliate ne’ vostri fatti buona -guardia, perocch’io sento che molti uomini, e oltre al modo usato, sono -venuti della montagna nella città in questi giorni; e a dirli questo -il movea la tenerezza ch’avea nell’animo del suo stato e onore, per -lo beneficio ch’avea ricevuto e ricevea da lui. Il tiranno il commendò -di questo fatto, e ringrazionnelo assai, e dopo questo confortò della -buona guardia. Messer Francesco entrando in altra materia disse a -messer Giovanni: Signor mio, io vi prego che vi piaccia di darmi -licenza, ch’io possa prendere altrove mio vantaggio, perocchè della -provvisione ch’io ho da voi non posso comportare la vita mia a onore. -Il tiranno si maravigliò di questo, perocchè gli avea assegnate grandi -provvisioni e altri gaggi, e ricordogli le dette cose, e ancora li -promettea al tempo maggiori, e nondimeno messer Francesco pure gli -domandava licenza. Il tiranno gli disse, che si ripensasse, e poi -tornasse a lui; e a tanto si partì messer Francesco. Messer Giovanni -mandò incontanente alle porti, e fece sapere chi a que’ giorni vi fosse -entrato oltre all’usato modo, e trovò che non v’erano entrati contadini -nè altra gente oltre al modo usato, e così se n’erano usciti. E per -questo cominciò a maravigliarsi più del movimento di messer Francesco -de’ Roaldi, e sospicciando mandò per lui; e quando l’ebbe seco, il -tiranno finse di sapere che sentisse contro a lui alcuno trattato. Il -savio cavaliere veggendosi preso dall’astuzia, pensò che senza grave -tormento non potea passare mettendosi al niego, e però di cheto gli -confessò e manifestò tutto il trattato. Il tiranno senza arresto mandò -per lo potestà, e per messer Arrigo di Castruccio ch’era in Bologna, -e per que’ caporali da Pagano, e avuti costoro disse, e a certi degli -Ubaldini ch’era no in quel servigio, ch’e’ perdonava loro per vicinanza -e per molti servigi ch’avea ricevuti da quella casa, ma comandò loro -che incontanente si dovessono partire, e così fu fatto. E abboccando -messer Giovanni i traditori insieme, fu da loro al tutto chiaro del -trattato sopraddetto: e a dì 12 di febbraio, non trovando il tiranno -chi volesse fare la condannagione nè l’esecuzione, fece podestà messer -Tassino de’ Donati rubello di Firenze; costui li condannò; e Sinibaldo -di messer Amerigo Donati di Firenze, allora in bando e al soldo del -tiranno, con dugento fanti tutti armati a corazze fece tagliare la -testa a messer Arrigo, figliuolo che fu di Castruccio signore di Lucca -e di Pisa, e a messer Bernardo e a Galeotto da Pagano, e a messer -Ramondo Ramondi da Parma podestà di Bologna, e a Francesco de’ Roaldi -di Bologna; e appresso, a dì 20 del detto mese, ne furono decapitati -diciassette tra conestabili de’ soldati e famigli de’ traditori. -E fatto questo, messer Giovanni rimase in maggior paura, e in gran -sospetto di messer Bernabò di Milano. - - -CAP. VIII. - -_Come il signore di Bologna fece lega._ - -Era insino a qui messer Giovanni da Oleggio, poichè avea fatta la pace -e la concordia con messer Bernabò, stato in fede ne’ suoi servigi, e -intesosi con lui e ricevuto in Bologna le sue podestà, e attendea dopo -la sua morte lasciarli Bologna, come gli avea promesso, ma vedendo -questo mortale trattato contro a sè, non pensò potersi mai più fidare -de’ signori di Milano, e conobbe, che a volersi meglio potere guardare -gli convenia essere loro mortale nemico, e però incontanente si rifornì -di nuove masnade di cavalieri e di masnadieri. Ed essendo in guerra il -signore di Mantova e il marchese di Ferrara col Biscione, ch’allora -era così chiamata la tirannia di Milano per la loro arme, si collegò -con loro, e promise d’essere sempre contro alla casa de’ Visconti -di Milano, e mandò la sua gente a fare loro guerra con gli altri -collegati. - - -CAP. IX. - -_Come l’oste del Biscione ch’era a Reggio si levò in isconfitta._ - -A Reggio era stata lungamente l’oste de’ signori di Milano in una -forte bastita presso alla terra, nella quale avea ottocento cavalieri -e grande popolo, e in quel tempo vi s’aspettava il fornimento della -vittuaglia da Parma con grande scorta. Il marchese di Ferrara, e -quegli di Mantova, e ’l signore di Bologna sentendo quell’apparecchio, -accolsono loro gente per impedire la scorta a loro podere; e avendo -a Modena seicento barbute e cinquecento masnadieri, il signore di -Bologna n’aggiunse dugento cavalieri e cinquanta masnadieri; e avendo -lingua come la vittuaglia in dugento carra colla scorta dovea l’altro -dì venire alla bastita, cavalcarono la notte per modo, che essendo -giunta l’altra parte alla bastita, e messavi la roba, tornandosene -senza sospetto, costoro li assalirono sprovveduti, i quali non feciono -retta, e quasi tutti furono presi, i buoi e le carra in preda. E -avuta subitamente questa vittoria, con grandi grida e con maggiore -baldanza percossono alla bastita dalla parte di fuori; e quelli di -Reggio ch’aveano veduta la vittoria della loro gente francamente li -assalirono dalla parte d’entro, e combattendo la bastita d’ogni parte, -in fine per forza v’entrarono dentro, ed ebbono a prigioni i cavalieri -e’ masnadieri che quella guardavano, e pochi ne poterono campare; e -messa la vittuaglia e l’arme, e tutti i prigioni guadagnati in Reggio, -arsono in tutto la bastita: e riposati alcuno dì la gente in Reggio, -cavalcarono infino a Parma, e valicarono quella facendo grandi prede -e danno a’ paesani: e del mese di febbraio del detto anno, con grande -onore e ricca preda, in vergogna de’ tiranni di Milano, si ritornò -catuna gente a’ suoi signori senza trovare alcuno contasto. - - -CAP. X. - -_Come i Chiaravallesi di Todi tenevano trattato col prefetto._ - -Del mese di febbraio del detto anno, i Chiaravallesi di Todi per -provvisione del comune tornarono a’ loro beni, e potendo colle loro -persone usare la cittadinanza, cercavano, come mal contenti, trattato -col prefetto di Roma di metterlo in Todi per farlone signore; e non -potendo menare eglino questo perchè erano sospetti, il feciono menare -a un messer Andrea giudice di Todi loro confidente. Il trattato -si scoperse, e al giudice fu tagliata la testa. I Chiaravallesi -avvedendosi che il comune di Todi per questo prendea di loro maggiore -sospetto, temendo di non essere corsi un dì a furore, da capo uscendo -della città, presono il castello di Toscina l’aprile seguente, e -rubellaronlo al comune. - - -CAP. XI. - -_Come morì messer Pietro Sacconi de’ Tarlati._ - -Essendo messer Pietro Sacconi de’ Tarlati d’Arezzo in età decrepita -intorno al centinaio degli anni, e malato a morte, in questi dì si -disse pubblico, ch’e’ pensò di non volere morire che non ordinasse -prima alcuno nobile fatto del suo antico mestiere: e ordinò con Marco -suo figliuolo, dicendo: Ora, che si crede che tu sia imbrigato intorno -alla mia malattia, e che altri non prenderà guardia di te, procaccia -di furare Gressa al vescovo d’Arezzo e agli Ubertini. Il figliuolo -ubbidì al consiglio del padre, e molto segretamente accolse gente, e di -furto entrò nel castello di Gressa, ma essendovi gli Ubertini forti, -per forza ne lo pinsono fuori; e forse per dolore che messer Pietro -n’ebbe s’avacciò la sua dispettosa e non contenta morte, lasciando -nuova guerra tra’ suoi Tarlati e gli Ubertini per questo furto. Pro’ e -valente uomo fu e avvisato, in fatti di guerra, ma più in operazioni di -trattati, e di furti e di subite cavalcate, che in campo o in aperta -guerra; e’ fu fortunato contro agli altri suoi nemici, e infortunato -contro al comune di Firenze, e per animosità di parte ghibellina non -seppe tener fede. - - -CAP. XII. - -_Come scurò tutto il corpo della luna._ - -Martedì notte alle ore quattro, a dì 16 di febbraio anno 1355, -cominciò la scurazione della luna nel segno dell’Aquario, e alle -cinque ore e mezzo fu tutta scurata, e bene dello spazio d’un’altra -ora si penò a liberare. E non sapendo noi per astrologia di sua -inflenza, considerammo gli effetti di questo seguente anno, e vedemmo -continovamente infino a mezzo aprile serenissimo cielo, e appresso -continove acque oltre all’usato modo il rimanente d’aprile e tutto il -mese di maggio, e appresso continovi secchi e stemperati caldi insino a -mezzo ottobre. E in questi tempi estivali e autunnali furono generali -infezioni, e in molte parti malattie di febbri e altri stemperamenti -di corpi umani, e singularmente malattie di ventre e di pondi con -lungo duramento. Ancora avvenne in quest’anno un disusato accidente -agli uomini, e cominciossi in Calavria a Fiume freddo e scorse fino -a Gaeta, e chiamavano questo accidente male arrabbiato. L’effetto -mostrava mancamento di celabro con cadimenti di capogirli con diversi -dibattimenti, e mordeano come cani e percoteansi pericolosamente, -e assai se ne morivano, ma chi era provveduto e atato guariva. E fu -nel detto anno mortalità di bestie dimestiche grande. E in quest’anno -medesimo furono in Fiandra, e in Francia e in Italia molte grandi e -diverse battaglie, e nuovi movimenti di guerre e di signorie, come -leggendo si potrà trovare. E nel detto anno fu singulare buona e -gran ricolta di pane, e più vino non si sperava, perchè un freddo -d’aprile l’uve già nate seccò e arse, e da capo molte ne rinacquono -e condussonsi a bene, cosa assai strana. E da mezzo ottobre a calen -di gennaio furono acque contino ve con gravi diluvi, e perdessene il -terzo della sementa, ma il gennaio vegnente fu sì bel tempo, che la -perduta sementa si racquistò. I frutti degli alberi dimestichi tutti -si perderono in quest’anno. Non ne avremmo stesa questa memoria se la -scurazione predetta non vi ci avesse indotto. - - -CAP. XIII. - -_Come la gran compagnia presono Venosa._ - -La compagnia del conte di Lando ch’avea avuta la prima paga dal re -Luigi, e dovea attendere l’altre paghe in Puglia senza far danno a’ -paesani, vernava di là, e non faceva guerra; ma la fede, vedendosi il -destro, non seppe per promessa o saramento ch’avessono fatto osservare: -e però entrarono in Rapolla, e presa la terra la spogliarono d’ogni -sustanza, e consumarono colle persone e co’ cavalli ciò che da vivere -vi trovarono; e appresso, del mese di febbraio predetto, per aguato di -furto presono la città di Venosa, e fecionne il simigliante. E questa -è la fede delle compagnie, che ogni cosa fanno licito alla corrotta -volontà della preda, e però è folle chi alle loro promissioni si fida. - - -CAP. XIV. - -_Come il legato bandì la croce contro al capitano di Forlì._ - -In questo tempo del verno, messer Gilio cardinale di Spagna legato -di santa Chiesa, avendo prosperamente racquistato a santa Chiesa il -Patrimonio, la Marca d’Ancona, e ’l ducato di Spoleto, e la maggior -parte della Romagna, restavagli a racquistare Forlì e Faenza, e le -terre vicine e de’ loro distretti, le quali tenevano occupate per -loro tirannie Francesco degli Ordilaffi capitano di Forlì, e messer -Giovanni di messer Ricciardo Manfredi; e non trovando il detto legato -concordia con loro, ordinò contro a’ detti suo processo, e seguitollo -fino alla sentenza, perocchè tornare non vollono all’ubbidienza. E -pubblicata per Italia la loro dannazione, e fattili scomunicare, avendo -dal papa lettere d’indulgenza con piena remissione de’ peccati e della -pena a chi fosse contrito e confesso, fece bandire la croce contro -Francesco Ordilaffi tiranno di Forlì, e di Forlimpopoli e di Cesena, e -contro a Giovanni e Rinieri de’ Manfredi tiranni di Faenza, condannati -per eretichi e ribelli di santa Chiesa, potendo il cavaliere e il -pedone partecipare in due anni il servigio d’un anno in arme contro -a loro. Ordinati furono i predicatori, e’ collettori delle provincie -e delle città, e incontanente l’avarizia de’ cherici cominciò a fare -l’uficio suo, e allargarono colla predicazione l’indulgenza oltre alla -commissione del papa, e cominciarono a non rifiutare danaio da ogni -maniera di gente, compensando i peccati e i voti d’ogni ragione con -danari assai o pochi come gli poteano attrarre; e per non mancare alla -loro avarizia, sommoveano nelle città e ne’ castelli e nelle ville -ogni femminella, ogni povero che non avea danari, e dare panni lini e -lani, e masserizie, grani e biada, niuna cosa rifiutavano, ingannando -la gente con allargare colle parole quello che non portava la loro -commissione; e così davano la croce, e spogliavano le ville e le -castella più che non poteano fare le città, ma nelle città le donne e -le femmine valicavano tutta l’altra gente, e per questa maniera davano -la croce: e ’l termine della guerra cominciava in calen di maggio gli -anni 1356. Della città di Firenze e del contado un frate de’ Romitani -vescovo di Narni trasse grandissimo tesoro, del quale non potendo il -cardinale avere diritto conto, lungo tempo tenne in prigione il detto -vescovo in un suo castello nella Marca, guardato alle spese del detto -vescovo. - - -CAP. XV. - -_Come il conte Paffetta fu da’ Pisani messo in prigione._ - -Egli è assai utile cosa agli uomini considerare contro alla malizia e -alla superbia de’ grandi cittadini, quando possono far male e abbattere -gli altri, ch’e’ medesimi sono sottoposti a quella medesima calamità -e fortuna; ma provarlo per esperienza gli ne fa più certi, e a quelli -c’hanno a venire ne rimane migliore esempio. Detto abbiamo come la -malizia di messer Paffetta conte di Montescudaio cittadino di Pisa, -colla perversa operazione fece morire e cacciare i Gambacorti di Pisa, -e sè fece il maggiore di quella città; avvenne che gli altri cittadini, -cui egli avea rimessi al governamento del comune, parendo loro che -messer Paffetta fosse troppo grande, si legarono e feciono setta -contro a lui segretamente, e un dì, essendo messer Paffetta andato -agli anziani, come ordinato era, gli anziani mandarono di subito a -fare pigliare certi cittadini caporali della sua setta e stretti suoi -confidenti, e altri di suo seguito intorno di cinquanta, e di presente -li mandarono a’ confini, facendoli uscire della città, e messer -Paffetta con alcuno altro mandarono in prigione nell’Agosta a Lucca; -e messolo in carcere sotto buona guardia, rivocarono i confini agli -altri e fecionli ritornare, senza fare altra novità o mutazione di loro -stato. Parve a tutti rimanere più sicuri, e in migliore essere nella -cittadinanza, che in prima; e questo fu all’entrata del mese d’aprile, -e ancora non era compiuto l’anno ch’egli avea abbattuti i Gambacorti -e gli altri buoni cittadini di Pisa. Era in Pisa il vicario sostituto -del vicario dell’imperadore, il quale consentì a tutto, essendoli fatto -intendere che messer Paffetta volea con certo trattato dare Pisa a’ -signori di Milano: grande loro amico era, ma altro vero non se ne potè -trovare; e stato alquanto in prigione, per tema che l’imperadore non lo -ne facesse trarre, o i signori di Milano, di veleno, o d’altra violente -morte, celatamente lo feciono morire in prigione. - - -CAP. XVI. - -_Come gli Aretini riposono certe fortezze._ - -Gli Aretini sentendo morto messer Piero Sacconi de’ Tarlati loro -nemico, il quale lungo tempo gli avea tenuti in guerra e in gran paura, -contro al quale non s’ardivano a muovere vivendo, incontanente dopo -la sua morte, del detto mese di febbraio del detto anno, uscirono a -oste, e riposono una tenuta contro al castello di Gaerina, e un’altra -contro a Bibbiena, e una sopra Pietramala, e tanto stettono a campo, -che tutte e tre furono fortificate e fornite, acciocchè i Tarlati -non potessono correre sopra loro a loro volontà, com’erano usati di -fare. E per la baldanza presa per la morte d’un decrepito vecchio, -non avendo avuto ardire di farlo a sua vita, ordinarono tra nella -città e nel contado tremila uomini a corazze, e trecento balestrieri -e centocinquanta barbute, per potere mantenere il loro contado più -sicuro, e guerreggiare i nemici. Abbianne fatta memoria per una cosa -assai nuova, considerando che un uomo vecchio tenesse in freno e in -paura così antica e gran città, che non pensavano in fatti di guerra -potere resistere alla sua persona. - - -CAP. XVII. - -_Di nuove rivolture della gran compagnia._ - -Stando la compagnia del conte di Lando a vernare in Puglia con grande -abbondanza d’ogni bene da vivere, aspettando dal re Luigi la moneta -promessa, per lo patto ch’avea di doversi partire al maggio prossimo -e uscire del regno, una parte di loro con certi conestabili intorno -di cinquecento barbute, contentandosi male d’aversi a partire del -paese, senza tenere promessa al re o fede all’altra compagnia si -rubellarono da essa, e accostati al conte di Minerbino detto Paladino, -se n’andarono per sua condotta in terra d’Otranto, ove per lunghi tempi -passati non era sentita guerra, e di presente presono due castella nel -paese piene di molta vittuaglia, e preda quanta ne poterono guardare -di bestiame grosso e minuto, del quale poterono avere l’uso, ma non -danari. Il conte di Lando si dolse al re Luigi del tradimento fatto per -costoro, e offerse sè e l’altra compagnia al servigio del re contro a -que’ ribelli, e contro a tutti i baroni che non volessono ubbidire alla -corona. Il re, e il suo consiglio, e il gran siniscalco, credendosi -fare meno male, accettarono la profferta, e una parte della compagnia -con certa condotta de’ suoi uficiali mandò in Abruzzi per fare ubbidire -alquanti comuni e baroni, i quali così rubavano e predavano il paese -come se fossono nel servigio della compagnia e non in quello del re, -e tanto più sicuramente, perchè niuno s’era provveduto contro a loro: -e quelli ch’erano rimasi col conte di Lando volevano pur vivere largo -all’altrui spese. E così nella concordia, come nella guerra, erano -d’ogni parte i regnicoli mal trattati. - - -CAP. XVIII. - -_Di grandi gravezze fatte dal re di Francia nel suo reame._ - -In questo verno, vedendosi il re di Francia la guerra degl’Inghilesi -addosso, e spogliare da’ forestieri il reame, come già abbiamo narrato, -pensando avere a moltiplicare la spesa, oltre alle colte de’ feudi -delle città del reame e de’ baroni, e oltre alle gravezze dell’usate -reve, e del gran danno fatto a’ sudditi del reame di cambiare le -buone monete d’oro e d’argento in ree contro all’usanza di quel -regno, ordinò, e pose per modo di gabelle, ch’ogni mercatanzia che si -comperasse o vendesse nel reame dovesse pagare agli uficiali ordinati -sopra ciò danari otto per catuna lira. La qual cosa gravò tanto i -mercatanti, che abbandonarono in gran parte il reame e il trafficare in -quello, e quasi tutto il peso rimase a’ baroni e a’ paesani, della qual -gravezza forte si conturbarono inverso il loro signore, e desideravano -il suo male; e alquante città per questa cagione si recarono a reggere -per loro, e non voleano ricevere gli esecutori e gli uficiali del re di -Francia, come per innanzi leggendo si potrà trovare. - - -CAP. XIX. - -_Come i Pisani facevano simulata guerra._ - -La materia ch’ora seguita non era degna di memoria per lo fatto, -ch’assai fu lieve, ma il modo, c’ha poi generate più gravi cose, ci -scusa. I Pisani, innanzi a questo tempo di più anni, per loro maliziosa -industria, avendo buona e leale pace co’ Fiorentini, contro a’ patti -di quella aveano fatto fare il castello di Sovrana, il quale il comune -di Firenze tenea per li patti della pace, e fecionlo torre a certi -ghibellini usciti di quel paese, e il comune di Pisa sotto nome di -costoro si tenea la terra, e mantenievi soldati che tribolavano tutto -il paese e le terre d’intorno del comune di Firenze; essendo i Pisani, -oltre alla pace, in singulare compagnia e lega col nostro comune, -faceano queste coperte con grande ambizione. I Fiorentini lungamente -dissimularono mostrando di non se n’avvedere, ma moltiplicandosi il -male, e scoprendosi ogni dì più l’uno che l’altro, il nostro comune -prese di gastigarli in quella contrada con quella malizia ch’eglino -avevano insegnata. E del mese di febbraio del detto anno ordinarono -co’ Pistoiesi che si lasciarono torre Calumao, una fortezza sopra -Sovrana, a certi caporali di buoni masnadieri, i quali con aspra e -continova guerra in breve tempo uccisono tutti i caporali di Sovrana, -e presono masnade ch’e’ Pisani mandavano per guastare la Sambuca, e -feciono grande guerra nel paese. E per questo tutti i ghibellini di -Valdinievole erano mal condotti, ch’avendo pace vivevano in continua -guerra per la cominciata malizia pisanesca. Ma aggiugnendo malizia a -malizia, per vendicare loro onta sbandirono loro soldati, e mandarono -trecento barbute e gran popolo agli usciti ghibellini di Valdinievole, -i quali cavalcarono infino alla Pieve a Nievole, e arsono intorno a -quella, e feciono quel danno che poterono; e appresso si dirizzarono -a Castelvecchio, e ordinatamente il combatterono, ma nol vinsono. Il -comune di Firenze sentendo questo fece cavalcare i suoi cavalieri in -Valdinievole, e raunati i paesani, cercavano d’abboccarsi co’ nemici, -ma eglino non attesono; e non potendo tornare per la via ond’erano -andati, per altra via più aspra, ma a loro più sicura, in fretta si -ritornarono a Pisa, e furono ribanditi. - - -CAP. XX. - -_Come il capitano della Chiesa assediò Cesena._ - -Il legato del papa, oltre alla gente ch’attendea de’ crociati avea -da sè a soldo duemila barbute, e confidandosi de’ Malatesti, fece -gonfaloniere di santa Chiesa e capitano della sua gente d’arme messer -Galeotto da Rimini, e con mille cavalieri e con gran popolo del mese -di febbraio del detto anno il mandò a oste sopra la città di Cesena; -il quale in prima corse il paese predando d’intorno, e appresso visi -pose ad assedio, e strettosi alla terra, vi stette infino che il -conte di Lando venne del Regno in Romagna, come innanzi al suo tempo -racconteremo. - - -CAP. XXI. - -_Come il conte da Battifolle assediò Reggiuolo._ - -Avendo il conte Ruberto da Battifolle ricevuto ingiuria nel suo -contado di cavalcate e di prede fatte per Marco figliuolo di messer -Piero de’ Tarlati, contro a’ patti della pace fatta con gli aderenti -de’ signori di Milano, accolta sua gente e’ suoi fedeli in arme, -all’entrata del mese d’aprile anni 1356, essendo per nevi e per venti -smisurato freddo, se n’andò al castello di Reggiuolo, il quale era -allora del detto Marco, e cinselo d’assedio, e fece a’ suoi fare case -di legname per ripararsi dal freddo, e rizzò trabocchi e manganelle -che tribolavano il castello e coloro che dentro il guardavano, e -aggiungendo al continovo forza avea sì stretti gli assediati, che più -non si poteano difendere. Vedendo Marco che ’l castello non si potea -più tenere, mandò a richiedere il comune di Firenze per li patti della -pace, che non lasciassono al conte seguitare l’impresa. Il conte venne -a Firenze, e mostrò al comune come Marco era stato movitore della -guerra, e più che non avea voluto approvare nè ratificare per carta -alla pace secondo i patti. Ma nondimeno il comune di Firenze, per non -potere essere calunniato a diritto o a torto d’avere lasciato a’ suoi -aderenti rompere la pace, diliberò, che ’l conte si dovesse partire -dall’assedio. Il conte non ostante l’ingiuria ricevuta, e la spesa -fatta, e la ferma speranza d’avere il castello, per ubbidire al comune -di Firenze lasciò l’impresa, e a dì 18 d’aprile del detto anno si tornò -in Casentino. - - -CAP. XXII. - -_Come il conticino da Ghiaggiuolo racquistò Ghiaggiuolo._ - -Di questo mese di maggio 1356, il conticino da Ghiaggiuolo con alcuna -gente del legato cavalcò nelle terre che il capitano di Forlì gli avea -tolte; e stando nella contrada molto baldanzoso, fece correre boce -che Forlì s’era renduto al legato, e che il capitano era preso. E per -mostrare la cosa ben certa, si fece venire un frate con lettere che -contavano le novelle molto verisimili, e recò l’ulivo palese, e fu -ricevuto con grande festa. E incontanente si strinse a Ghiaggiuolo, -e fece vedere le lettere al castellano, e poi gli disse, che se -incontanente non li rendesse il castello, che lui e’ compagni farebbe -morire senza niuna misericordia. La cosa avea sembianza di verità, e -il castellano era di poco intendimento, e pauroso e vile, e però gli -rendè il castello, ch’era forte e bene fornito, e andossene colla sua -compagnia a salvamento con vergogna, e non senza infamia di tradimento. - - -CAP. XXIII. - -_Come i Visconti assediarono Pavia._ - -Avendo nel principio di questo sesto libro narrato il sospetto preso, -e la discordia tra’ signori di Milano e il marchese di Monferrato, -e quelli da Beccheria di Pavia, e accresciuta la mala voglia per le -rubellioni fatte in Piemonte, messer Bernabò e messer Galeazzo Visconti -volendosi vendicare sopra i loro parenti e prossimani vicini, con -grande moltitudine di cavalieri e di popolo, del mese di maggio del -detto anno, valicarono il Tesino e strinsonsi alla città di Pavia, e -vi poson l’assedio d’ogni parte, con intendimento di non levare l’oste -se prima non avessono la città al loro comandamento, e così si credette -per tutta Italia, perocchè la città è presso a Milano a venti miglia di -piano, e la potenza de’ tiranni era sopra modo grande a quella impresa. -Ma perocchè non procede dalla volontà umana la potenza divina, le cose -succedono spesso ad altro fine che gli uomini non divisano, e così -avvenne di quest’assedio, come seguendo nostro trattato dimostreremo. - - -CAP. XXIV. - -_Come il re di Francia prese il re di Navarra._ - -Avendo racconto addietro come il re Giovanni di Francia avea renduto -pace al re di Navarra, e perdonatagli la morte del conestabile e agli -altri baroni ch’erano stati con lui, e come accomandato gli avea il -Delfino suo figliuolo, seguitò, che in questo tempo, essendo loro -commesso dal re la provvisione della guardia di Guascogna, insieme -cavalcavano la provincia, provvedendo a quello ch’era di bisogno alla -difesa del paese, e ancora andavano prendendo loro diporto; ed essendo -nella città di Ruen, il re di Francia il sentì, e mossesi da Parigi -quasi sconosciuto con poca compagnia e cavalcò ad Orliens, e là tenne -a battesimo un fanciullo nato di quelli d’Artese, e parente stretto -del conestabile di Francia che fu morto, a cui il re secondo il volgo -avea portato disordinato amore: avvenne, o che la morte del suo diletto -amico per lo fanciullo parente li rivenisse nella mente, o che altra -cagione il movesse al presente fatto, niuna certezza se ne potè avere, -ma di subito armato a modo di cavaliere, con sessanta cavalieri armati -di sua famiglia cavalcò a Ruen; e giunto senza arresto alla città, -mandò un cavaliere innanzi a sè, il quale dicesse in segreto al Delfino -suo figliuolo, che di cosa ch’avvenisse non prendesse turbazione nè -paura; e seguendo il re co’ suoi cavalieri armati entrò nel palagio -ov’era il re di Navarra, e il Delfino, e il conte di Ricorti con -quattro cavalieri banderesi di Normandia, e aveano a desinare con -loro altri baroni e cavalieri del paese. Ed essendo giunto innanzi il -cavaliere, e appena compiuto di favellare al Delfino, il re di Francia -armato colla barbuta in testa e co’ suoi cavalieri fu in sulla sala, e -trovandoli alla mensa, comandò che alcuno non si movesse; e avviatosi -verso il re di Navarra, il chiamò traditore della corona, e andogli -addosso con uno stocco ignudo per ucciderlo di sue mani: ripreso e -ritenuto da’ suoi, dicendo che a re non si convenia tanto fallo, il -fece prendere e imprigionare, e detto fu che alquanto il punse dello -stocco; e fece pigliare il conte di Ricorti, e i quattro cavalieri -normandi, chiamandoli traditori, i quali si scusavano, dicendo ch’erano -diritti e leali; ma il re mosso da furiosa tempesta d’animo giurò di -non mangiare, prima che di loro avesse fatto secondo la sua intenzione -piena giustizia. - - -CAP. XXV. - -_Come il re di Francia fece decapitare il sire di Ricorti e altri -quattro cavalieri normandi._ - -Avendo preso il re di Navarra, di presente il mandò a incarcerare a un -forte castello che si chiama Castel Gagliardo: e in quello stante il -re di Francia fece mettere in su una carretta il sire di Ricorti e i -quattro cavalieri normandi per farli decapitare, innanzi che volesse -desinare. E quelli della città per la subita tempesta del re vedendo -tanta novità, e non sapendo che vi fosse la persona del re di Francia, -traevano in piazza per aiutare i baroni presi. Il re conoscendo il -pericolo del popolo commosso, si trasse la barbuta di testa e fecesi -conoscere; e sparta la voce che ivi era la persona del re loro signore -catuno stette cheto. Allora il re, per mostrare al popolo e agli altri -maggiori che v’erano che ’l suo furioso movimento a tanto fatto non era -senza gran cagione, si trasse dal lato un brieve con molti suggelli, -nel quale si contenea, come il re di Navarra col sire di Ricorti, e con -quattro cavalieri normandi, e con altri che in quello si nominavano, -aveano trattato col re d’Inghilterra d’uccidere il re di Francia e ’l -Delfino suo figliuolo, e di fare re di Francia il detto re di Navarra, -il quale fatto re, dovea rendere la Guascogna e la Normandia al re -d’Inghilterra. E questo brieve, vero o simulato che fosse, continovo -fino alla morte fu negato per lo sire di Ricorti e per i quattro -cavalieri normandi; nondimeno nella presenza del re tranati in sulla -piazza furono decapitati, e i corpi loro legati con catene, senza -concedere loro sepoltura, furono appesi. Altri dissono, che doveano -dare prigione il Delfino al re d’Inghilterra, ma poca fede si diede -all’una cagione e all’altra, ma più che ciò fosse fatto per vendetta -della morte del conestabile. E appresso fu mandato il re di Navarra -prigione in Castelletto, parendo a molti, che egli, egli altri ch’erano -stati decapitati fossono senza colpa di quella infamia. - - -CAP. XXVI. - -_D’un grosso badalucco fu a Pavia._ - -Essendo l’oste de’ signori di Milano sopra la città di Pavia, del -mese di maggio del detto anno, uscirono cavalieri della terra, e -cominciarono giostre e badalucchi con quelli del campo; e venendo -a poco a poco crescendo l’assalto e la gente da catuna parte, vi -s’allignò un’aspra battaglia di più di mille cavalieri di catuna -gente, tutti i più pro’ e i più arditi, che di grande volontà per -fare d’arme si metteano in quello stormo. Infine per lo superchio de’ -cavalieri che messer Galeazzo sollecitava di mandarvi, quelli di Pavia -non poterono sostenere, e per forza convenne che dessono le reni, e -fuggendo, alquanti ne furono presi; gli altri per campare si tornarono -nel borgo della città, ed essendo fortemente incalciati da’ nemici -che li seguivano, con loro insieme si misono follemente nel borgo, ove -racchiusi, si trovarono prigioni per troppa sicura gagliardia, e ben -quattrocento se ne rassegnarono a bottino, per li quali quelli di Pavia -riebbono tutti i loro prigioni; e guadagnati i cavalli e l’arme, tutti -gli lasciarono andare alla fede, secondo l’usanza de’ Tedeschi. - - -CAP. XXVII. - -_Come i Visconti assediarono Borgoforte._ - -Di questo mese di maggio, i signori di Milano, non ostante ch’avessono -l’oste a Pavia, e mandata gran gente in Piemonte contro al marchese di -Monferrato, mandarono duemila cavalieri e gran popolo con molto navilio -ad assediare Borgoforte in sul Mantovano, e ivi si posono ad assedio -per acqua e per terra, facendo nel Pò grandi palizzati, acciocchè -levassono al castello ogni fornimento e soccorso che venire gli potesse -per lo fiume del Po, e con bertesche, e con guardie, e con navili il -chiusono, e per acqua e per terra l’assediarono strettamente. - - -CAP. XXVIII. - -_Come i Visconti feciono contro a’ prelati di santa Chiesa._ - -Avvenne in questi dì, che ’l papa mandò un valente prete in Lombardia -a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati di non volere la -grazia di quell’uficio. E la croce si bandiva e predicava, come detto -è, contro al capitano di Forlì e al signore di Faenza. Il valente -sacerdote se n’andò a Milano, e ivi favoreggiato dal vescovo di Parma, -cominciò sollicitamente a fare l’uficio che commesso gli era dalla -santa Chiesa. Come messer Bernabò ebbe notizia di questo servigio, -senza vietarglielo, o ammonirlo che questo fosse contro alla sua -volontà, il fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di ferro -tonda a modo d’una botte, là dentro vi fece mettere il sacerdote, e -accesovi sotto il fuoco come si fa a uno arrosto, e facendolo volgere, -crudelmente il fece morire a grande vitupero, non tanto per la sua -persona ch’era prete sagrato, quanto per lo dispregio e irreverenza -che per lui si mostrò fatto a santa Chiesa che l’avea mandato. E per -arrogere al mal fatto aggiunse, che al vescovo di Parma fece torre -il vescovado, e delle rendite di quello investì altrui, e contradiò -alla predica della croce. E acciocchè il capitano si potesse difendere -dal legato li mandò subitamente dieci bandiere di cavalieri, dandogli -speranza di maggiore aiuto, e avendoli presso il castello di Luco, che -tenea tra Bologna e la Romagna, senza contasto li vi mise dentro. - - -CAP. XXIX. - -_Come i Visconti feciono tre bastite a Pavia._ - -Del mese di maggio 1356, i signori di Milano volendo vincere per -assedio la città di Pavia, feciono edificare attorno alla terra tre -grandi bastite, le quali feciono armate di bertesche e di steccati, e -molto afforzare con buoni e larghi fossi, e l’una strinsono alla città -di là dal Tesino, e l’altra di verso Milano, il Tesino in mezzo; e -in sul fiume feciono un largo ponte di legname per lo quale l’un’oste -potea soccorrere all’altra, e l’altra bastita posono dall’altra parte -della terra. E per non tenervi tanta gente impedita a tenervi campo -aperto, misono in queste bastite cavalieri e pedoni assai, i quali -faceano aspra guerra, e teneano la città sì stretta, che vittuaglia -niuna o gente non grossa vi poteva entrare, e grande speranza aveano -di vincere la città, se fortuna l’avesse conceduto alla loro volontà: -ma non sempre agli appetiti de’ potenti tiranni acconsente la divina -disposizione, come leggendo innanzi si potrà trovare. - - -CAP. XXX. - -_Come i Turchi con loro legni feciono gran danno in Romania._ - -In questi medesimi tempi, i Turchi avendo settanta legni armati, e -molte barche imborbottate, valicarono in Romania, ricettati da un -barone di quelli che rimase nel paese dell’antica compagnia, uomo di -perversa condizione; e per far male a’ suoi paesani, dava a’ Turchi -rinfrescamento e porto a’ loro navili, ed eglino quando per mare -quando per terra correvano il paese predando uomini e bestiame e roba -senza trovare da’ paesani contasto, e al barone, che gli ritenea e -favoreggiava, di tutta la preda davano la decima parte. E così seguendo -tutta la state feciono in Grecia grandissimi danni, e poi senza -contasto si tornarono in Turchia carichi di servi greci e di molta -roba. - - -CAP. XXXI. - -_Come gl’Inghilesi guerreggiarono, il reame di Francia._ - -Non essendo per li legati di santa Chiesa potuto trovare in tutto -il verno passato pace o tregua tra il re di Francia e quello -d’Inghilterra, ma piuttosto aggravato l’animo del re di Francia -e de’ suoi Franceschi per l’ingiurie ricevute dagl’Inghilesi; e -gl’Inghilesi montati in maggiore audacia e baldanza aveano tanto a -vile i Franceschi, che non pensavano potere perdere abboccandosi con -loro: e però essendo tornato il re d’Inghilterra nell’isola per lo -fatto degli Scotti, come detto è, da capo s’apparecchiarono il valente -duca di Guales, e ’l pro’ e ardito conte di Lancastro, e tra loro -divisono il paese ove doveano guerreggiare nel reame di Francia, e -catuno prese tremila cavalieri e molti arceri, e da capo cominciarono -a correre il paese. E ’l conte entrò in Brettagna facendo nel paese -aspra guerra, ardendo, e guastando e predando senza trovare contasto, e -’l duca se n’entrò in Guascogna scorrendo il paese, e valicando insino -a Nerbona, guastando e predando il Nerbonese e ’l paese d’intorno -senza trovare avversari in campo. Catuno si tenea alla guardia delle -mura e delle fortezze, per modo che niuna terra vi potè acquistare. E -in questo modo gl’Inghilesi stettono il maggio e ’l giugno del detto -anno, facendo assai danno e vergogna al re di Francia e a’ sudditi -del suo reame. Il re di Francia non avendo riparato infino a qui -all’audacia degl’Inghilesi, vedendoli tanto montare in sua vergogna -e in danno del paese, s’apparecchiò con ogni sollecitudine che potè -di tutta sua forza di cavalieri e di sergenti e d’arme, a intenzione -d’andare a trovare i nemici, e di combattere con loro, e cacciarli -del reame a suo podere. Ma i due baroni colle due osti, si tornarono -a Bordello in Guascogna colle loro prede, per ordinarsi insieme de’ -nuovi assalti che intendeano fare nel reame, e per provvedersi contro -all’apparecchiamento che sentivano fare al re di Francia. Come le cose -seguirono, leggendo appresso per li loro termini si potranno trovare. - - -CAP. XXXII. - -_Come gl’Inghilesi furarono un forte castello._ - -Essendo un forte castello nel mezzo della contea della Marcia -chiamato...., ove si facea grandi mercati certi dì per li circostanti -paesani, gl’Inghilesi feciono prendere a più loro cavalieri abito di -mercatanti, i quali sapeano la lingua francesca, e mostrando d’andare -a fare loro investite al mercato, a due a due giugnendo al castello -prendevano albergo; ed essendovene entrati una buona compagnia, facendo -vista d’attendere il mercato per lo seguente dì, faceano grandi e -larghe spese e cortesie, e diportandosi per lo castello verso la -rocca, il castellano che non si prendea guardia de’ mercatanti fu da -loro morto. E morto il castellano, entrarono nella fortezza, e quella -tennono tanto, che gl’Inghilesi che stavano però attenti n’ebbono -la novella, e cavalcaronvi di subito quattrocento cavalieri e altri -arceri; e giugnendo alla terra, avendo l’entrata, senza uccisione vi -s’entrarono e afforzaronvisi dentro, e feciono in quello loro ridotto, -guerreggiando tutto il paese d’intorno, con fare danno grave a’ -paesani. E questo avvenne del mese di giugno predetto. - - -CAP. XXXIII. - -_Come il zio del conte di Ricorti si rubellò al re di Francia._ - -Dappoichè il re di Francia ebbe morto il conte di Ricorti e gli altri -cavalieri normandi, come già è detto, mandò in Normandia un suo barone, -e fecelo giustiziere in quel paese. Costui cavalcò nel paese, e faceva -senza contasto l’uficio del suo baliato, ubbidito da tutti i paesani. -Avvenne che una terra della contea di Ricorti era nel giustiziato del -suo uficio; il balio vi cavalcò con tutta sua famiglia per tenervi -ragione, come facea in tutte l’altre terre. Il zio carnale del conte -di Ricorti ch’era morto, con sua forza prese il detto balio e’ suoi -famigli, e in dispetto del re di Francia, a lui e a’ diciassette suoi -compagni, per ricordanza di quello ch’era stato fatto al nipote sire -di Ricorti, fece tagliare le teste, e quella terra e l’altre della -contea di Ricorti fece rubellare al re di Francia; e allegatosi col -re d’Inghilterra fornì le sue terre, e ricettando gl’Inghilesi, faceva -grande guerra a’ Normandi. - - -CAP. XXXIV. - -_Come messer Filippo di Navarra si rubellò al re di Francia._ - -Appresso alla detta rubellione, sentendo messer Filippo di Navarra -fratello del re, come il re Giovanni in persona sconciamente avea a -Ruen voluto uccidere il re di Navarra suo fratello, e appresso l’avea -villanamente imprigionato, e come avea morto il conte di Ricorti, -disperandosi della salute del fratello e della sua, incontanente -rubellò tutte le terre di Navarra al re di Francia; e cavalcando per -tutte le terre accogliendo a parlamento gli uomini del reame, si dolea -del grande tradimento fatto per lo re di Francia al loro signore, e -inanimandoli contro al re di Francia, gli confortò alla difesa del -paese, e ordinò e fornì tutte le buone ville; e fatto questo, colla -sua persona si mise nel forte e nobile castello posto in sulla marina, -che si chiama...., e ivi si fortificò, per potere dare l’entrata in -Navarra agl’Inghilesi e a cui volesse, senza potere essere impedito. -E messovi buona e confidente guardia, si partì del reame e andossene -al re d’Inghilterra, e fece lega e compagnia con lui. E poi seguitò -coll’aiuto e in compagnia degl’Inghilesi a fare grande guerra al re di -Francia, come seguendo nostra materia si potrà trovare. - - -CAP. XXXV. - -_Come il popolo di Pavia prese le bastite, e liberossi dall’assedio._ - -Essendo con tre grandi e forti bastite assediata la città di Pavia -da’ signori di Milano, confidandosi nelle grandi fortezze, ne -trassono de’ cavalieri e de’ masnadieri per sovvenire all’altre loro -imprese; e avvedendosene quelli da Beccheria che governavano la città, -procacciarono d’avere segretamente aiuto dal marchese di Monferrato. -Era in quella stagione in Pavia un frate Iacopo Bossolaro de’ romitani, -in cui gli uomini e le donne di Pavia aveano grande divozione: costui -colle sue prediche avea confortato molto il popolo alla sua franchigia -contro alla potente tirannia di quelli di Milano; e avendo avuta gente -dal marchese, la quale v’era entrata di notte chetamente, essendosi -provveduti della bastita ch’era loro più di presso, che rispondea a -quella di là dal Tesino, dato il dì ordine a’ cavalieri e al popolo, e -apparecchiate scale e argomenti di legname da entrare nella bastita, -per modo che i loro nemici non n’ebbono alcuno sentimento, e dato -l’ordine dell’assalto a’ caporali, sicchè catuno sapea ciò che s’aveva -a fare, e da qual parte avea a fornire la sua battaglia, s’andarono -la sera a posare: e nella mezza notte s’armarono e guernirono d’ogni -cosa; e poi, come ordinato era, in sù l’aurora, a dì 28 di maggio del -detto anno, uscirono della città, e il buono frate Iacopo Bossolaro -con loro. Cominciarono l’assalto d’ogni parte alla bastita, e fecionlo -sì contamente, ch’elli sprovveduti dentro del subito assalto perderono -ogni facondia di consiglio e d’aiuto alla loro difesa; e’ cavalieri -tedeschi che dentro v’erano, vedendosi d’ogni parte assaliti, non -ebbono cuore alla difesa, e stavano smarriti a vedere come se fossimo -consenzienti, e ciò non era vero: ma per loro natura rinchiusi non -sanno combattere, nè resistere come in aperto campo. E però quelli di -Pavia con poca resistenza entrarono nella bastita, e presonla, facendo -grande uccisione de’ loro nemici, e la maggiore parte ne presono; gli -altri che poterono fuggire non furono perseguitati, e camparono. Presa -la prima bastita, di presente si dirizzarono al ponte, e presonlo, e -fedironsi nell’altra bastita di là dal Tesino. I capitani di quella -impauriti della sconfitta de’ loro compagni, e della perdita della -forte bastita, non ebbono cuore di mettersi alla difesa, ma alla fuga, -chi meglio il seppe fare, ma non sì che assai non ne rimanessono morti -e presi. E vinta, e messo fuoco alla seconda bastita, si dirizzarono -alla terza ch’era dall’altra parte della città, e quella vinsono per -simigliante modo. E come saviamente per loro era ordinato, seicento de’ -loro fanti a piè forniti di seghe, e d’altri argomenti da tagliare, -e da svegliere palizzati e rompere catene, furono mandati per acqua -al navilio di Piacenza ch’era raunato in Po, e alquanti cavalieri per -terra in loro aiuto, i quali valorosamente feciono il servigio: e per -forza presono il navilio, e arsonne la maggiore parte, e alquanto ne -ritennono, e quelli che v’erano alla guardia ne mandarono in rotta. -E così maravigliosamente, come a Dio piacque, quella franca gente -assediata lungamente dalla gran potenza de’ signori di Milano, in -uno dì se ne liberò vittoriosamente, dando abbassamento alla superba -potenza de’ grandi tiranni. - - -CAP. XXXVI. - -_Il movimento del re d’Ungheria per assediare Trevigi._ - -Sopravvenendo nuova guerra a raccontare alla nostra materia, così -cominciamo. Avendo Lodovico re d’Ungheria per lungo tempo molte volte -richiesto a’ Veneziani la città di Giara e l’altre terre, che del suo -regno teneano occupate in Schiavonia, e non trovando modo con loro di -riaverle con pace, di questo mese di maggio del detto anno, si mosse -dalla città di Buda in persona con trenta compagni, e misesi a cammino -dirizzandosi in Schiavonia alla città di Sagabria, ch’è in Dalmazia, -e innanzi che quivi fosse giunto, si trovò con cinquecento cavalieri. -E giunto in Sagabria, in pochi dì vi vennono tutti i baroni del reame -e del suo distretto, e catuno colla gente d’arme del debito servigio, -la quale era tanta che non la comportava il paese; per la qual cosa -fu costretto il re di parlare a uno a uno, e dir loro la gente ch’e’ -volea in quel servigio, e tutti gli altri fece rimandare addietro in -Ungheria. A Sagabria vennono a lui ambasciadori del comune di Vinegia -i quali addomandavano la sua pace, offerendoli danari quanti più -potessono, per rimanere in concordia con lui. Il re rispose che non -cercava i loro danari, perocchè n’avea assai, ma s’eglino avevano in -mandato dal loro comune di renderli le sue terre, per questo poteano -avere la sua concordia e la sua pace. Gli ambasciadori risposono, -che ciò non aveano in commissione. Il re disse, che per altro non si -travagliassono: onde gli ambasciadori si tornarono addietro al loro -comune. Il re stando in Sagabria ordinò di fare la sua guerra, come -appresso la diviseremo. La boce che usciva si spandea per diversi -luoghi; i più credeano che a Giara si facesse la gran punga, come altra -volta era fatta, altri nell’Istria, altri a Trevigi, e ’l certo non si -potea sapere; e per questo i Veneziani aveano più a pensare, e maggiore -spesa a provvedere alle loro terre in diverse parti: e incontanente, -non curando la spesa, dando grandi e disordinati soldi, fornirono -Giara, e l’altre terre di Schiavonia e dell’Istria, e provvidono e -fornirono la città di Trevigi di gente d’arme a cavallo e a piè con -grande spesa. - - -CAP. XXXVII. - -_Come per l’avvenimento del re d’Ungheria si temette in Italia._ - -Sentendosi per tutta Italia, che il re d’Ungheria con grande -moltitudine d’Ungheri e d’altri suoi sudditi infedeli s’apparecchiava -per passare sopra i Veneziani, aggiugnendosi alla novella, che -l’imperadore e ’l duca d’Osteric tenea mano con lui, e che l’imperadore -dovea creare re in Lombardia e re in Toscana, non senza sospetto -stettono tutti i tiranni d’Italia, e ancora i popoli di catuna parte -sospesi, e massimamente i tiranni di Lombardia. E per questa cagione -s’accostarono a parlamento insieme, e ordinarono loro leghe, e di -concordia li mandarono ambasciadori per sapere la sua intenzione de’ -fatti loro; e avuta da lui amichevole risposta, catuno rimase senza -paura della sua impresa, salvo il comune di Vinegia, contro a cui egli -manifestamente s’apparecchiava. - - -CAP. XXXVIII. - -_Come la cavalleria del re Luigi sconfissono i nemici, e furono vinti._ - -Di questo mese di maggio, essendo il conte Paladino in ribellione del -re Luigi, e avendo con seco due grandi conestabili con cinquecento -barbute, ch’egli avea tratte della compagnia contro alla volontà -del conte di Lando, come addietro abbiamo narrato, e avendone messi -quattrocento in una sua terra di Puglia che guerreggiavano il paese, -il re, avendo concordia col conte di Lando, mandò in Puglia ottocento -cavalieri per ristrignere quelli del conte nella terra, e poi -coll’aiuto de’ paesani assediativi dentro. Ma gli avvisati Tedeschi -non si vollono rinchiudere tra le mura, e partire non si sarebbono -potuti senza loro grande danno e vergogna. E però, come uomini di -grande ardire, uscirono della terra, e sentendo nel paese la gente -del re, vennono loro incontro, e misonsi in aguato, e appressatasi -la cavalleria del re, per modo che quelli dell’aguato non si poteano -coprire, si schierarono e ordinarono a battaglia, e mandarono a -richiedere i cavalieri del re di battaglia, ch’erano ivi cinquecento -cavalieri bene armati, e montati tutti in buoni cavalli; i quali -sentendo la richiesta, e avendoli in dispregio, senza fare altra -risposta, accoltisi insieme e dato il nome, s’addirizzarono contro a’ -nemici, e percossongli per tale virtù, ch’al primo assalto gli ruppono -e sbarattarono; e cacciandoli per avere in preda, si cominciarono a -sciogliere della loro massa con mala provvedenza, e chi cacciarono qua -e chi là. L’uno de’ due conestabili con pochi de’ suoi si ridusse in -alcuno vantaggio di terreno e fece testa, e degli altri che fuggivano, -vedendo ferma quella bandiera, per loro scampo si riduceano ad essa, -e ingrossavano la sua forza. La gente del re vittoriosa, avendo morti -e presi de’ loro nemici, vedendo che alquanti aveano fatto testa -sotto quella bandiera, s’addirizzarono a loro con più baldanza che -buon ordine. Il conestabile avvisato di guerra, conoscendo la sciocca -venuta de’ suoi avversari, confortò i suoi di ben fare, e stretto co’ -suoi pochi sì percosse tra gli assai male ordinati, e ruppegli più per -maestria di guerra che per forza ch’egli avesse; e coloro ch’erano -vincitori, per la stolta baldanzosa tratta rimasono vinti in questa -parte, e il conestabile, per lo savio accorgimento e buona condotta, -essendo prima vinto e fuggito del campo, rimase vincitore, e tanti -prese de’ suoi avversari, quanti i suoi cavalieri ne poterono menare -prigioni, tra’ quali furono certi baroni e alcuni cavalieri di Napoli e -altri Toscani, tutti ricchi prigioni; e senza arresto, quanto i cavalli -di buono andare li poterono menare si partirono, e condussonli senza -cercare più altra fortuna in sul campo a salvamento. E nondimeno della -loro compagnia ne rimasono morti assai, e più presi che quelli ch’e’ -ne menarono in buona quantità, ma de’ loro poco si curarono: di quelli -ch’aveano presi eglino ebbono danari assai, e per mala condotta la -bella vittoria condussono a vergognoso fine. - - -CAP. XXXIX. - -_D’appelli fatti per lo conte di Lando di tradigione._ - -Quello che seguita non è cosa che meriti memoria, se non per dimostrare -con esempio del fatto la matta follia degli oltramontani. Il conte -di Lando era lungamente stato colla sua compagnia a nimicare con -operazioni latrocine e infedeli il Regno, e con lui i sopraddetti due -conestabili alamanni. Avvenne, che fatta la sopraddetta battaglia, il -conte di Lando appellò di tradimento i detti due conestabili, dicendo, -che contro al loro saramento s’erano partiti della compagnia. E’ -conestabili dall’altre parte appellavano lui per traditore, dicendo, -che contro al suo saramento avea rotti loro i patti. L’antica pazzia -oltramontana per l’usanza del loro appello li recò in giudicio, e -commisonsi nel re Luigi; e appresentandosi l’una parte e l’altra in -giudicio nella sua corte, non senza giusto pericolo delle loro persone, -essendo prencipi di manifesti ladroni senza alcuna fede, nondimeno il -re guardò alla liberalità ch’e’ nemici ebbono confidandosi alla sua -persona, e fedelmente commise a disputare la loro questione, facendo -loro assessore il suo gran siniscalco, e d’ogni parte per lungo -piato furono i savi ad allegare. Ma in fine, o ragione o torto che si -fosse, il re, avuta la relazione dal suo consiglio, liberò il conte, -e i due conestabili condannò per traditori, e ritenneli per prigioni -alla volontà del conte. E per questo modo forse fece in parte la sua -vendetta per la capitosa follia tedesca. - - -CAP. XL. - -_Come i Sanesi per paura ricorsono a’ Fiorentini._ - -Avvedutosi alquanto il comune di Siena, che l’essere strano dal comune -di Firenze gli potea tornare a pericoloso danno, e massimamente -sentendosi male forniti, e che la compagnia del Regno era già in -Abruzzi per valicare nella Marca e appresso in Toscana, elesse de’ -suoi maggiori cittadini grandi e popolani, e accompagnati da molta -famiglia pomposamente alla loro maniera, a dì 16 di giugno del detto -anno vennero a Firenze. E fatti adunare i collegi e gli altri buoni -cittadini di Firenze, con parole di grande reverenza cominciarono -loro sermone, chiamando padri del loro comune il popolo e ’l comune di -Firenze, e come figliuoli al padre a loro si raccomandavano, offerendo -il loro comune apparecchiato di non partirsi dal reverente consiglio -e ubbidienza del comune di Firenze, dicendo, ch’erano apparecchiati -ad entrare nella lega e compagnia già provveduta e ordinata per lo -comune di Firenze, e di pigliare la loro taglia, e di fare quanto -il detto comune volesse comandare in questo e nell’altre cose. I -governatori della nostra città, non guardando alli sconvenevoli falli -per addietro commessi pe’ Sanesi contro al nostro Comune, li riceverono -graziosamente in compagnia e in lega, e promisono, dov’eglino volessono -essere uniti e in fede al nostro comune, d’aiutarli e difenderli come -cari e diletti fratelli amichevolemente. - - -CAP. XLI. - -_Come l’oste si levò da Borgoforte._ - -Tornando a nostro conto all’assedio di Borgoforte in sul Mantovano, -il quale i signori di Milano molto si sforzarono per acquistare, -e’ ruppono e svelsono i grandi palizzati che v’erano per difesa del -castello, e per molte battaglie e gravi assalti tentarono d’averlo, e -sarebbe venuto fatto, se non fosse il grande e buono aiuto ch’ebbono -da Mantova e da Reggio, e per questo si difesono francamente. Vedendo i -capitani dell’oste che a quella pugna si perdea il tempo senza frutto, -e sapendo che Reggio per soccorrere Borgoforte era sfornito della -gente d’arme, si levarono subito, e cavalcarono a Reggio; e trovando -la città sprovveduta dei loro subito avvenimento, di poco fallì che -non entrarono nella terra, ma quella poca gente che v’era si mise -francamente a guardare le mura e le porte, per la qual cosa l’oste -corse danneggiando il contado, e appresso vi si misono ad assedio, -e stettonvi più dì; ed ebbono novelle, come gente del marchese di -Monferrato s’era ingrossata a Pavia, per la qual cosa temendo i signori -di ricevere vergogna in sul Milanese, feciono partire l’oste da Reggio, -e all’uscita di luglio del detto anno con poco onore si tornarono a -Milano. - - -CAP. XLII. - -_Principio della guerra da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni._ - -Sopravvenendo in questi dì alla nostra materia grande e non pensata -guerra, e volendone dimostrare la cagione, ci conviene alquanto tornare -addietro nostra materia. Certa cosa fu, che per antico la villa e -gli uomini di Mellina in Brabante erano della chiesa cattedrale di -Legge, ma essendo nella provincia di Brabante e tra’ Brabanzoni, erano -usati di fare lega col duca di Brabante per essere più sicuri e più -riguardati, e per antica costuma con ogni novello duca di Brabante -facevano l’usata lega e compagnia, e ne’ patti tra loro era che ’l duca -li dovea difendere e aiutare in tutte le loro brighe, e la comune di -Mellina dovea servire il duca in tutte le loro guerre, essendo i primi -che venissono al servigio e gli ultimi che si partissono. Avvenne, -che un duca di Brabante ebbe guerra col vescovo di Legge e fece oste -sopra le sue terre, nella quale due di Mellina furono in arme contro -al loro signore; per la qual cosa, finita la guerra, il vescovo andò -a corte di Roma a Avignone a papa Benedetto sesto, e tanto procacciò, -ch’egli ebbe di licenza dal papa sotto la sua bolla ch’e’ potesse -vendere Mellina, e convertire i danari in altre possessioni a utilità -della chiesa di Legge, il quale di presente si mise in cerca, e venne -a concordia segretamente col conte di Fiandra per dugento migliaia -di reali d’oro; e trovato a ciò il sussidio de’ Fiamminghi, pagò il -vescovo innanzi ch’avesse la possessione della città, pensando, ma non -saviamente, non avere contasto. Ma incontanente che quelli di Mellina -sentirono il fatto, andando il conte per la tenuta serrarono le porte, -e presono l’arme alla difesa e non lo vi lasciarono entrare, e misonsi -a procacciare di fare ritrattare la vendita; e non potendolo fare, -ricorsono al duca di Brabante, richieggendolo per li patti della lega e -compagnia ch’aveano con lui che li dovesse aiutare e difendere, ed egli -il fece, e fecelo volentieri, parendoli che la villa dovesse essere -sua, ma non l’avea voluta comperare. Per questa ingiuria il conte -richiese il re di Francia, il quale avendo conceputo contro al duca di -Brabante per li fatti del re d’Inghilterra, prese ad aiutare il conte -di Fiandra. E allora fu fatto grande sommovimento di Tedeschi e di -Franceschi contro al duca di Brabante, e il conte di Fiandra co’ suoi -Fiamminghi, per modo che il duca fu recato a grave e pericoloso partito -di perdere tutta la duchea, e fatto li venia, se non fosse che il conte -di Bari con tutta sua forza il francò a quella volta, come trovare -si può nella Cronica di Giovanni Villani nostro antecessore. Per -questo sdegno preso per lo duca contro al re di Francia incontanente -si collegò col re d’Inghilterra contro al re di Francia, onde grande -male ne seguitò a’ Franceschi. Poi morto il duca predetto niella -generale mortalità lasciò quattro figliuole femmine, che la maggiore -fu moglie di messer..... fratello uterino di Carlo di Boemia eletto -re de’ Romani, la seconda fu moglie del conte di Fiandra, la terza del -duca di Giulieri, la quarta del duca di Ghelleri. E non essendovi reda -maschio, il conte domandò di volere parte della duchea di Brabante per -la legittima della moglie; e non potendola avere, perchè si tenne che -all’anzianità rimanesse la successione del ducato, mosse di rivolere -Mellina, come sua propria terra comperata dal vescovo di Legge, come -di sopra è detto, ed essendoli dal nuovo duca dinegata, ne seguirono in -breve tempo gran cose, come appresso racconteremo. - - -CAP. XLIII. - -_Come il conte di Fiandra andò su quello di Brabante._ - -Di questo mese di giugno 1356, il conte di Fiandra avendo raddomandato -al cognato duca di Brabante la villa di Mellina che di ragione era -sua, e non volendogliela rendere, fece bandire per tutta la contea, di -Fiandra il torto che il duca di Brabante e’ Brabanzoni faceano loro, e -che catuno s’apparecchiasse d’arme, per seguitare la sua persona contro -a’ Brabanzoni in Brabante, e in pochi dì ebbe, con apparecchiamento -fatto di molta vittuaglia e di gran carreaggio, centocinquanta migliaia -d’uomini armati, quasi tutti a modo di cavalieri, e con essi ebbe -di suo sforzo e di sua amistà seimila cavalieri; e con questo grande -esercito, e coll’animo acceso di tutti per l’ingiuria de’ Brabanzoni, -uscirono di Fiandra, ed entrarono in Brabante per combattersi co’ -Brabanzoni. - - -CAP. XLIV. - -_Come si fece accordo sul campo da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni._ - -Il duca di Brabante, ch’era Alamanno, accolse dall’imperadore e da -altri baroni d’Alamagna molti cavalieri, e apparecchiò in arme i -Brabanzoni a piè e a cavallo per comune; e sentendosi venire addosso il -conte di Fiandra co’ Fiamminghi, si fece loro incontro con diecimila -cavalieri, e con centodieci migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. -Ed essendo accampati l’uno presso all’altro, e cercando di combattere -insieme più per altiera miccianza che per guerra che tra’ cognati -fosse, alquanti baroni di catuna parte si mossono per trattare tra -l’una parte e l’altra accordo, acciocchè a sì grande e pericolosa -battaglia non si mettessono, e infine vennero a questa concordia: -che catuno eleggesse quattro buoni uomini di sua parte, e uomini -d’autorità; e fatta la lezione, fu loro commesso di concordia delle -parti che dovessono vedere le ragioni che ’l conte di Fiandra avea -sopra la villa di Mellina e quelle del duca di Brabante, e veduta -la verità del fatto, incontanente obbligati per loro saramento, -ricevuto solennemente in presenza di molti baroni, che levato via -ogni cavillazone o non vere ragioni, e’ giudicherei bono a cui la -villa di Mellina dovesse rimanere per loro sentenza. I baroni e’ -popoli promisono stare e osservare quello per loro fosse giudicato, -e gli arbitri giurarono ancora in fra ’l termine loro assegnato avere -terminata e renduta la loro sentenza. E presa la detta concordia tra -le parti, catuno dolcemente senz’altro movimento o segno d’alcuna -arroganza, mansuetamente si ritornarono i Fiamminghi in Fiandra, e’ -Brabanzoni in Brabante, catuno alle sue ville, del mese di giugno del -detto anno. Lasceremo ora le novità di Fiandra e di Brabante, tanto che -torni il tempo ove fu abbattuta la superbia del Tedesco e la baldanza -de’ Brabanzoni, e torneremo alle italiane novità che prima ci occorrono -a divisare. - - -CAP. XLV. - -_Come la città d’Ascoli s’arrendè al legato._ - -Il valente cardinale legato del papa, avendo duemila barbute a soldo -della Chiesa, oltre ai molti crociati ch’avea in Romagna, avendo inteso -come la compagnia ch’usciva del Regno volea passare d’Abruzzi nella -Marca d’Ancona inverso la città d’Ascoli, s’ingrossò di gente d’arme -a piè e a cavallo in quelle contrade. Gli Ascolani temendosi della -compagnia, perchè non erano ancora in accordo col legato, si disposono -di rendersi a fare la volontà del legato. Il cardinale fu loro benigno -e mansueto, facendo assai di quello ch’e’ voleano, e del mese di giugno -del detto anno ricevettono la signoria del legato, e la sua cavalleria -nella città a ubbidienza di santa Chiesa. E in questi medesimi giorni -prese il legato accordo col signore di Fabriano, ch’era stato ribello -a santa Chiesa per animo tirannesco e ghibellino; e col vescovo di -Fuligno, che tenea la terra per lo detto modo, ogni cosa dissimulava -con molta provvisione, secondo che ’l tempo glie la richiedea. - - -CAP. XLVI. - -_Come il legato procacciò tenere il Tronto alla compagnia._ - -Avuto che il legato ebbe la città d’Ascoli a’ suoi comandamenti, -sentendo la compagnia del conte di Lando in Abruzzi a’ confini della -Marca, e che i danari che ’l re Luigi dovea dare loro perch’elli -uscissono del Regno veniano, temendo che valicato che avesse il Tronto -e’ non si stendesse in troppo danno de’ suoi Marchigiani, con grande -animo raunò al Tronto gran parte della sua cavalleria e il popolo del -paese, e fece fare in sulla riva del Tronto fossi di grande lunghezza, -e fortificare con steccati, e faceva continovo di dì e di notte -guardare i passi, acciocchè la compagnia non entrasse sopra le sue -terre, e nondimeno tenea col conte capitano della compagnia trattato -d’accordarsi con lui a suo vantaggio. - - -CAP. XLVII. - -_Come i Pisani ruppono la franchigia a’ Fiorentini._ - -Avvegnachè già per noi addietro sia narrato, come la non domata -astuzia de’ Pisani avea fatto fare a’ Fiorentini rubellare Sovrana e -Coriglia, e quelle faceano guardare e fare guerra a’ loro soldati, i -quali diceano essere loro sbanditi, rompendo per indiretto modo la -pace a’ Fiorentini, e il comune di Firenze dissimulando l’ingiuria -per non turbare il tranquillo della pace, ed eglino multiplicando in -superbia, confidandosi che per cagione del loro porto i Fiorentini -portassono ogni soma, avendo rivolto lo stato e il reggimento della -città come addietro è contato, volendo manifestamente rompere i patti -della pace a’ Fiorentini, e mostrare che ciò non fosse, ordinarono, -che per cagione che la mercatanzia venisse e stesse sicura nel porto -e in quel mare, pagasse due danari per lira di ciò che la mercatanzia -valesse, alla stima de’ loro uficiali ordinati sopra ciò. E sapendo che -per i patti della pace i Fiorentini doveano essere liberi e franchi -delle loro mercatanzie, e persone e cose nella loro città, e porto e -distretto, non glie ne feciono esenti, ma i primi a cui staggirono e -arrestarono la mercatanzia per la detta gabella furono i Fiorentini. -Il comune di Firenze sentendo la novità ch’e’ Pisani faceano di torre -contro a’ patti della pace la franchigia a’ suoi cittadini, vi mandò -solenni ambasciadori, richieggendo e pregando quello comune che non -dovesse torre la franchigia debita per gli ordini della pace a’ suoi -cittadini. La risposta fu, ch’elli erano sotto il governo del loro -signore messer l’imperadore, e questo era sua fattura, per volere che -’l porto e ’l mare stesse guardato e sicuro. E non potendosi trarre -altro da loro, il comune mandò all’imperadore in Boemia a sapere, -se suo ordine era, e se volea ch’e’ Pisani sotto l’imperiale titolo -rompessono loro la pace, togliendo la franchigia a’ suoi cittadini. -L’imperadore udita la novella, gli dispiacque: e incontanente riscrisse -al nostro comune, che ciò non era fatto di suo volere nè di suo -sentimento, e che la sua volontà era ch’e’ Pisani mantenessero a’ -Fiorentini la loro franchigia e buona e leale pace; e così riscrisse al -comune di Pisa per sue lettere, ma poco il curarono, e però poco valse. -E avuta la risposta dall’imperadore, più pertinacemente tennono fermo -quello ch’aveano incominciato, e necessità fu a’ mercatanti fiorentini -a cui era staggita la loro mercatanzia di pagare il dazio, e rompere -la franchigia, se rivollono la loro mercatanzia. Questo fu il primo -cominciamento del mese di giugno predetto; come le cose montarono poi -a grande sdegno, e poi a incitazione di grave turbazione di guerra, -appresso ne’ tempi come occorsono si potrà trovare, e massimamente nel -cominciamento dell’undecimo libro della nostra compilazione. - - -CAP. XLVIII. - -_Come i Fiorentini deliberarono partirsi da Pisa e ire a Talamone._ - -Vedendo i Fiorentini la pertinacia de’ Pisani in non volersi rimuovere -dall’impresa, conoscendo manifestamente che venivano contro a’ patti -della pace con due maliziosi rispetti; il primo, che non sapeano -vedere, e non poteano pensare, che per quella lieve gravezza i -Fiorentini si dovessono sconciare della comodità ch’aveano del loro -porto per le proprie mercatanzie, e per quelle degli altri mercatanti -strani da cui aveano a comperare, trovandole in Pisa a una giornata -presso alla loro città, e trovando in Pisa da’ Pisani la civanza delle -scritte e della loro credenza; e perocchè partendosi di là la spesa -e lo sconcio era sformato, non voleano pensare ch’e’ Fiorentini non -s’acconciassono a consentire questo cominciamento: e quando ciò fosse -recato in pratica e in usanza, aveano intenzione di venire crescendo -il dazio a utilità del loro comune, e a servaggio di quello di -Firenze. L’altro peggiore pensiere si era, se per questo i Fiorentini -si movessono a guerra, lo stato di coloro che nuovamente reggeano, -il quale era debole per i molti buoni cittadini cui eglino aveano -abbattuti dello stato, si fortificherebbe per la guerra de’ Fiorentini, -e sarebbono seguitati e più ubbiditi dal loro popolo. I Fiorentini -conoscendo la loro malizia, non vollono però rompere la pace, ma -tennero più consigli, e trovarono i loro cittadini tutti acconci di -portare ogni gravezza, e ogni spesa e interesso che incorrere potesse -all’arti e alla mercatanzia, innanzi che volessono comportare un danaio -di dazio o di gabella da’ Pisani contro alla loro franchigia. E però -di presente ordinarono per riformagione penale, che catuno cittadino, -o contadino, o distrettuale di Firenze, infra certo tempo giusto dato -loro, catuno si venisse spacciando e ritraendo per modo, ch’al termine -dato catuno si potesse partire da Pisa senza suo danno: e sopra ciò -e sopra trovare modo d’avere porto altrove fu fatto un uficio di -dieci buoni cittadini, due grandi e otto popolani con grande balìa, e -chiamaronsi i dieci del mare; della quale provvisione seguirono gran -cose, come innanzi al suo tempo diviseremo. - - -CAP. XLIX. - -_Come fu disfatta la città di Venafri in Terra di Lavoro._ - -Il re Luigi avendo lungamente avuto addosso la compagnia e certi de’ -suoi baroni ribelli, non avea potuto resistere a’ ladroni, e per questo -erano in ogni parte multiplicati i malfattori, e i baroni si teneano -in loro fortezze, e davano più rifugio e favore a’ rei che a’ buoni; -e per tanto il paese era nella forza di chi male volea fare, per tale, -ch’uno conestabile tedesco, ch’avea nome Currado Codispillo, si rubellò -al re essendo al suo soldo, e con ottanta barbute e cento masnadieri -era entrato nella città di Venafri, e tormentava le strade e’ cammini -e tutto il paese d’intorno, cavalcando in prede e in ruberie infino -ad Aversa, e ritornavasi in Venafri; e per questo erano assediate le -strade e’ cammini, ch’e’ mercatanti non poteano andare nè mandare le -mercatanzie per lo Regno. Sapendo il re che la compagnia era per uscire -del Regno, fece di subito sua raunata, e in persona cavalcò a Venafri, -e sopraggiunti li sprovveduti ladroni, combattè la terra ch’avea -poca difesa, e vinsela, e’ forestieri si fuggirono per la montagna, e -salvaronsi. Il re nel caldo del suo furore, non pensando che la città -era sua e antica nel Regno, la fece ardere e disfare, perchè più non -potesse essere ridotto di ladroni suoi ribelli, e del detto mese si -ritornò a Napoli, cominciando a essere più ubbidito e temuto che non -era prima. - - -CAP. L. - -_Come l’oste del re d’Ungheria cominciò a venire a Trevigi._ - -Avendo contato poco addietro il movimento del re d’Ungheria, seguita, -che a dì 28 del mese di giugno del detto anno, messer Currado Lupo, -il conte d’Aquilizia, Ilbano di Bossina con quattromila cavalieri -tedeschi, friolani e ungari vennono sopra la città di Trevigi, la quale -era a quel tempo sotto la guardia e libera signoria de’ Veneziani; i -quali avendo poco dinanzi avuta per li loro ambasciadori tornati dal -detto re risposta della sua intenzione, aveano presa temenza ch’e’ non -venisse sopra loro a Trevigi, e però in fretta intesono a fornire la -città di gente d’arme a cavallo e a piè per la difesa, e d’altre cose -necessarie, ma tanto giunsono tosto i nemici, che a compimento non lo -poterono fare; nondimeno per levare il ridotto a’ loro avversari arsono -le villate d’intorno, e i borghi del castello di Mestri. Giunto messer -Currado Lupo incontenente colle sue masnade tedesche corse il paese, e -cavalcò infino a Marghera presso di Vinegia a tre miglia di mare in sul -canale ch’andava a Trevigi, nel quale trovarono più barche cariche di -vittuaglia e d’arme ch’andavano a Trevigi, le quali prese, e gli uomini -fece impiccare, e la roba conducere al campo. Costoro cominciarono a -porre l’assedio alla città, e il re era rimaso addietro a Sigille con -più di quaranta migliaia d’Ungari a cavallo, per venire appresso al -detto assedio. - - -CAP. LI. - -_De’ parlamenti che per questo si feciono in Lombardia._ - -Nell’avvenimento della gente del re d’Ungheria a Trevigi, da capo -presono sospetto tutti i signori lombardi, e quelli di Milano andarono -in persona a messer Cane Grande, e con lui s’accozzarono al lago di -Garda a un suo castello, e ivi fermarono tra loro lega e compagnia. -E alla città di Bologna si ragunarono tutti gli altri collegati -contro al signore di Milano, e da capo rifermarono loro lega, e di -comune concordia catuna gente per sè mandò da capo ambasciadori al re -d’Ungheria, a volere sapere se egli intendea con tanto grande esercito -quant’egli avea seco fare altra novità in Italia che contro alla città -di Trevigi; e saputo da lui che non venia per altro che per procacciare -le sue terre dal comune di Vinegia, rimasono per contenti. E Ilbano -di Bossina e messer Currado Lupo andarono al signore di Padova che -vicinava col Trivigiano, e da parte del loro signore gli offersono -amistà e buona pace e sicurtà del suo paese, pregandolo ch’allargasse -la sua mano di dare all’oste del re vittuaglia per li loro danari, la -qual cosa fu promessa con certo ordine a’ detti baroni. E tutte queste -cose furono mosse e fatte in pochi dì, all’entrare del mese di luglio -del detto anno. - - -CAP. LII. - -_Come il re d’Ungheria ebbe Colligrano._ - -Colligrano è un grande e forte castello in Trevigiana presso a -Trevigi a sedici miglia, e in sul passo del Frioli. Questo castello -aveano ben fornito i Veneziani di gente d’arme per impedire il passo -al re. In questi dì il re venia con grande esercito verso Trevigi, -e giunto a Colligrano, vedendolo forte e in sul passo, quanto che -potesse ben passare per forza della sua cavalleria, non lo si volle -lasciare addietro, e però mise in ordine gli Ungheri, ch’erano più -di quarantamila per fare combattere la terra, con intenzione di non -partirsene ch’e’ l’arebbe. I terrazzani vedendo la moltitudine che -copriva la terra intorno intorno parecchie miglia, tutti con gli archi -e colle saette, temendo il pericolo della battaglia, s’arrenderono -alla persona del re innanzi che battaglia si cominciasse. Ed egli -in persona, senza lasciare fare loro alcuno male, v’entrò dentro con -quella gente ch’e’ volle, a dì 12 di luglio del detto anno, e prese la -signoria in nome dell’imperadore, e fornitolo di suoi cavalieri e d’uno -confidente capitano, si mise innanzi col suo esercito in verso la città -di Trevigi. - - -CAP. LIII. - -_Come il re d’Ungheria venne a oste a Trevigi._ - -Essendo il detto re in cammino, prese un’altro castello che si chiama -Asille, e altre tenute d’intorno senza arrestarsi ad esse, ed ebbele -a’ suoi comandamenti. E cavalcando innanzi, a dì 14 del detto mese -giunse nel campo a Trevigi con più di quarantamila Ungheri e Schiavi -a cavallo, oltre a quelli che prima erano venuti co’ suoi baroni. E -con questo grande esercito prese tutto il paese intorno a Trevigi, e -assediò la città e più altre castella in Trevigiana ivi d’intorno; e ’l -suo proponimento era di non partirsi dall’assedio ch’egli avrebbe la -città al suo comandamento. Ma le cose alcuna volta non succedono alla -volontà umana, e però con tutta la smisurata potenza non potè adempiere -suo proponimento, come leggendo appresso dimostreremo. - - -CAP. LIV. - -_Come si reggeano gli Ungheri in oste._ - -E’ pare cosa maravigliosa agl’Italiani ne’ nostri dì, a udire la -moltitudine de’ cavalieri che seguitano il re d’Ungheria quando cavalca -in arme contro i suoi nemici. E però, avvegnachè gli antichi fossono di -queste cose più sperti, per lo lungo trapassamento di quella memoria -qui ne rinnoveremo alcuna cosa, per levare l’ammirazione de’ moderni. -Gli Ungheri sono grandissimi popoli, e quasi tutti si reggono sotto -baronaggi, e le baronie d’Ungheria non sono per successione nè a vita, -ma tutte si danno e tolgono a volontà del signore: e hanno per loro -antica consuetudine ordinate quantità di cavalieri, de’ quali catuno -barone, e catuno comune hanno a servire il loro re quando va o manda -in fatti d’arme, sicchè il numero e ’l tempo del servigio catuno sa -che l’ha a fare. E perocchè alla richiesta del signore subitamente -senza soggiorno o intervallo conviene che sieno mossi, per questo quel -comune e quello barone ha diputato quelli che a quel servigio debbino -continovo stare apparecchiati di doppi cavalli, e chi di più, e di loro -leggieri armi da offendere, cioè l’arco colle frecce ne’ loro turcassi, -e una spada lunga a difensione di loro persone. Portano generalmente -farsetti di cordovano, i quali continovano per loro vestimenta, e -com’è bene unto, v’aggiungono il nuovo, e poi l’altro, e appresso -l’altro, e per questo modo gli fanno forti e assai difendevoli. La -testa di rado armano, per non perdere la destrezza del reggere l’arco, -ov’è tutta la loro speranza. Gli Ungheri hanno le gregge de’ cavalli -grandissime, e sono non grandi, e co’ loro cavalli arano e governano -il lavorio della terra, e tutte loro some sono carrette, e tutti gli -nudriscono a stare stretti insieme, e legati per l’uno de’ piedi, -sicchè in catuna parte con uno cavigliuolo fitto in terra li possono -tenere, e il loro nudrimento è l’erba, fieno e strame con poca biada; -massimamente quando usano d’andare verso levante, e valicare i lunghi -diserti. E andando verso que’ paesi, usano selle lunghe a modo di -barde, congiunte con usolieri; e quando sono in que’ cammini disabitati -e ne’ loro eserciti, l’uomo e ’l cavallo in sul campo a scoperto cielo -fanno un letto senz’altra tenda, e in tempo sereno aprono le bande -delle loro selle a modo di barda, e fannosene materasse, e sopr’esse -dormono la notte; e se ’l tempo è di piova, che di rado avviene, o -dell’una parte o d’amendue si fanno coperta, e’ loro cavalli usi a ciò -non si curano di stare al sereno e alla piova, e non hanno danno in -que’ paesi che di rado vi piove; altrove non è così, ma pure comportano -meglio i disagi; e molti ne castrano, che si mantengono meglio, e -sono più mansueti. Di loro vivanda con lieve incarico sono ne’ diserti -ben forniti, e la cagione di ciò e la loro provvisione è questa; che -in Ungheria cresce grande moltitudine di buoi e di vacche, i quali -non lavorano la terra, e avendo larga pastura, crescono e ingrassano -tosto, i quali elli uccidono per avere il cuoio, e ’l grasso che -fanno ne fanno grande mercatanzia, e la carne fanno cuocere in grandi -caldaie; e com’ell’è ben cotta e salata la fanno dividere dall’ossa, -e appresso la fanno seccare ne’ forni o in altro modo, e secca, la -fanno polverezzare e recare in sottile polvere, e così la serbano; e -quando vanno pe’ deserti con grande esercito, ove non trovano alcuna -cosa da vivere, portano paiuoli e altri vasi di rame, e catuno per -sè porta uno sacchetto di questa polvere per provvisione di guerra, e -oltre a ciò il signore ne fa portare in sulle carrette gran quantità; -e quando s’abbattono alle fiumane o altre acque, quivi s’arrestano, -e pieni i loro vaselli d’acqua la fanno bollire, e bollita, vi -mettono suso di questa polvere secondo la quantità de’ compagni che -s’accostano insieme; la polvere ricresce e gonfia, e d’una menata o di -due si fa pieno il vaso a modo di farinata, e dà sustanza grande da -nutricare, e rende gli uomini forti con poco pane, o per se medesima -senza pane. E però non è maraviglia perchè gran moltitudine stieno -e passino lungamente per li diserti senza trovare foraggio, che i -cavalli si nutricano coll’erbe e col fieno, e gli uomini con questa -carne martoriata. Ma ne’ nostri paesi, ove trovano il pane e ’l vino -e la carne fresca, infastidiscono il loro cibo, il quale per dolce -usano ne’ deserti; e però mutano costume, e non saprebbono vivere di -quell’impastata vivanda, e però non potrebbono in tanto numero ne’ -nostri paesi durare, che le città e le castella sono forti, e i campi -stretti e le genti provvedute; e però avviene, che quanti più in numero -di qua ne passano, più tosto per necessità di vita si confondono. La -loro guerra non è in potere mantenere campo, ma di correre e fuggire e -cacciare, saettando le loro saette, e di rivolgersi e di ritornare alla -battaglia. E molto sono atti e destri a fare preda e lunghe cavalcate, -e molto magagnano colle saette gli altrui cavalli e le genti a piede, e -per tanto sono utili ove sia chi possa tenere campo, perocchè di fare -guerra in corso e tribolare i nemici d’assalto sono maestri, e non -si curano di morire, e però si mettono a ogni gran pericolo. E quando -le battaglie si commettono, sempre gli Ungheri si tengono per loro, e -combattono, partendosi a dieci o quindici insieme, chi a destra e chi a -sinistra, e corrono a fedire dalla lunga con le loro saette, e appresso -in su’ loro correnti cavalli si fuggono, e solieno andare senza insegna -o alcuna bandiera, e senza stromento da battaglia, e a certa percossa -di loro turcassi s’accoglievano insieme. Abbianne forse oltre al -dovere stesa nostra materia, ma perchè in questo nostro tempo si sono -cominciati a stendere nelle italiane guerre, non è male a sapere loro -condizione. - - -CAP. LV. - -_Come l’oste si mantenea a Trevigi._ - -Stando il re d’Ungheria all’assedio di Trevigi, venne a lui messer Gran -Cane della Scala con cinquecento barbute di fiorita gente d’arme, e -ricevuto dal re graziosamente stette a parlamentare con lui in segreto, -e tornossi a Verona, lasciati al servigio del re que’ cavalieri che -menati avea con seco, avvegnachè il re, avendo troppa gente della sua, -non gli arebbe voluti, ma per cortesia gli ritenne. Messer Bernabò di -Milano gli mandò cinquecento balestrieri, i quali gli furono assai -a grado; e incontanente il re fece strignere l’oste intorno alla -città, e rizzarvi da diverse parti da diciotto difici, e cominciava -a volere fare cave per abbattere le mura, ma di quello quelli della -città poco si torneano, perocch’ell’è posta in piano, ed è quel piano -sì abbondante d’acqua viva, che non si può cavare braccia due in -profondo, che da catuna parte l’acqua surge abbondante e bella. Quelli -che dentro v’erano alla guardia della città per i Veneziani, vedendo -l’oste strignersi alle mura della città, francamente si mostrarono -apparecchiati alla difesa, e contro a’ trabocchi aveano fatti terrati -e altri utili ripari. Il re e ’l suo consiglio avendo provveduto la -terra intorno, conobbono che non era cosa possibile a volerla vincere -per battaglia, avendo difensori come la sentivano fornita, perocchè le -mura erano forti e alte, e molto bene provvedute e armate, e i fossi -larghi e pieni d’acqua viva. E per tanto non era da potere sperare -vittoria, se non per lungo assedio, e a questo si disponea la volontà -reale, ma la moltitudine de’ suoi Ungheri bestiali e baldanzosi -generava confusione, che non si poteano reggere nè tenere ordine; e -però avvenne, non ostante che il re col signore di Padova avesse pace e -concordia (per la quale mandava ogni dì grande quantità di pane cotto -all’oste in molte carra, e quattro carrette di vino per mantenere in -dovizia l’oste, senza quella vittuaglia che le singulari persone del -suo contado vi portavano) e in patto era che il suo contado e distretto -dovea essere salvo e sicuro da tutto l’esercito del re, che non ostante -le dette promesse gli Ungheri cavalcavano di loro movimento in sul -Padovano, uccidendo ardendo e rubando, e facendo preda come sopra i -nemici; onde il signore si turbò, e non mandò più nel campo l’ordinata -vittuaglia, e’ paesani per non essere rubati si rimasono di portarvene, -per la qual cosa il grande esercito cominciò a sentire difetto, e -sformata carestia delle cose da vivere oltre all’usato modo. Lasceremo -alquanto questa materia, per dare all’altre cose che occorsono alla -fine di questo assedio il loro debito. - - -CAP. LVI. - -_Come la gran compagnia passò nella Marca._ - -All’uscita del mese di luglio del detto anno, il conte di Lando colla -sua compagnia uscì del Regno per la via della marina di san Fabiano. -La forza del legato ch’era in sul Tronto non si potè tanto stendere -che la compagnia inverso la marina non valicasse il fiume, e valicati -senza contasto, si dirizzarono verso Fermo, e tra la città d’Ascoli e -di Fermo posono loro campo; nel quale si trovarono duemilacinquecento -barbute ben montati e bene in arme, e gran quantità di cavallari e di -saccomanni in ronzini e in somieri, e mille masnadieri, e barattieri, -e femmine di mondo, e bordaglia da carogna bene più di seimila. -Essendosi accampati, sentirono come il legato era forte di gente d’arme -e apparecchiato a tenerli stretti dalle gualdane, e però cercarono -accordo con lui, e vennero a’ patti, che promisono in dodici dì essere -fuori della Marca d’Ancona, senza fare prede o danno al paese, e che -prenderebbono derrata per danaio, e’ paesani doveano apparecchiare la -vittuaglia al loro trapasso. Seguirono i patti, ma non del termine, e -dovunque tenevano campo non poteano fare senza grave danno de’ paesani; -e a dì 10 del mese d’agosto furono passati in Romagna. - - -CAP. LVII. - -_De’ fatti dell’isola di Cicilia._ - -In questi tempi nell’isola di Cicilia avvenne, che essendo morto -Lodovico che si faceva dire re, e un suo fratello, ch’erano in guardia -della setta de’ Catalani, l’altra parte della setta degl’Italiani, -ond’erano capo i conti della casa di Chiaramonte, i quali s’erano -accostati col re Luigi di Puglia, presono più ardire, e’ Catalani e’ -loro seguaci n’abbassarono; e per questo avvenne, che messer Niccola -di Cesaro con alquanti grandi cittadini di Messina i quali erano -stati cacciati di Messina vi ritornarono; e questo messer Niccola -essendo cacciato della terra, s’era ridotto di volontà del re Luigi -nel castello di Melazzo, e fatto capitano de’ cavalieri del detto re -Luigi per guardare il castello e guerreggiare i Messinesi. Costui -ritornato in Messina co’ suoi consorti e con altri di suo seguito, -molto segretamente si cominciò a intendere co’ caporali di Chiaramonte, -e all’entrata di luglio del detto anno, provveduto a’ suoi segreti, -fece muovere certi di sua setta, i quali cominciarono mischia con -quelli cittadini ch’erano avversari di messer Niccola, e che l’aveano -tenuto fuori di Messina. Essendo per questa novità la terra a romore, -come ordinato era, messer Niccola ebbe di subito da Melazzo dugento -cavalieri che v’erano del re Luigi e quattrocento fanti, i quali mise -nella città, e con loro e con suo seguito di cittadini corse la terra, -e caccionne fuori diciannove famiglie de’ suoi avversari, e tutti -gli fece rubare, e fecesene signore, non per titolo, ma come maggiore -governava il reggimento di quella. E così in tutte le parti dell’isola -erano dissensioni e brighe per le maladette sette, ma l’una calava e -l’altra montava con continove uccisioni e guastamento del paese; e già -per terre che ’l re Luigi v’avesse o per sua forza di gente, che ve ne -manteneva poca per povertà di moneta, lievemente montava al fatto. La -divisione de’ paesani mutava la loro fortuna, come seguendo nel loro -tempo si potrà vedere. - - -CAP. LVIII. - -_Come il conte di Lancastro cavalcò fino a Parigi._ - -Del mese di luglio del detto anno, il conte di Lancastro con -due fratelli del redi Navarra, con quattromila cavalieri e molti -arcieri inghilesi, per fare maggiore onta al re di Francia, sentendo -s’apparecchiava di molta baronia, si misono a cammino, scorrendo i -paesi inverso la città di Parigi, facendo col fuoco gran danno alle -villate di fuori e predando in ogni parte, e misonsi tanto innanzi, -che a una giornata s’appressarono a Parigi. Sentendo che ’l re -s’apparecchiava di venire contro a loro con diecimila cavalieri e -grande popolo, diedono la volta girando il paese, e facendo continovi -danni e gravi si ridussono in Normandia a un castello che si chiamava -Bertoglio, innanzi al quale fermarono loro campo per difenderlo, -avvisando che ’l re di Francia il dovesse fare assediare, perocchè -tribolava col ricetto degl’Inghilesi tutta Normandia. - - -CAP. LIX. - -_Come il re di Francia andò in Normandia._ - -Il re di Francia infocato di sdegno più contro a messer Filippo di -Navarra che gli era venuto addosso, che contro al duca di Lancastro, -sentendo che s’era ridotto nel Castello di Bertoglio sotto la guardia -degl’Inghilesi, di presente in persona si mosse da Parigi con quella -cavalleria ch’avea accolta, lasciando d’essere seguito dagli altri, -e dirizzossi in Normandia verso Bertoglio; e trovandosi con più di -diecimila cavalieri, e con grande moltitudine di sergenti, si mise -a campo presso a’ suoi nemici, a intenzione di combattere con loro. -Il conte di Lancastro avvisato guerriere, sentendosi il re appresso -con molto maggior forza che la sua, ebbe un suo avvisato scudiere e -ben parlante, il quale mandò al re di Francia, e fecelo richiedere di -battaglia. Il re allegramente ricevette il gaggio della battaglia, -facendo allo scudiere larghi doni; il quale volendo dimostrare -ch’avesse amore al re, in sul partire gli disse, che la venuta del -conte alla battaglia sarebbe innanzi dì, dicendogli, che per tempo si -dovesse apparecchiare. Il re mucciando gli disse, che di ciò non si -curava; venisse quando volesse, pure che venisse alla battaglia; ma le -parole dello scudiere furono molto piene di malizia, perocchè sapendo -che ’l conte la notte si dovea partire, disse questo acciocch’e’ -Franceschi sentendo il movimento credessono che ciò fosse apparecchio -di battaglia e non di fuga, e così avvenne, che ’l conte di Lancastro, -e messer Filippo di Navarra in quella notte, facendo fare gran vista -nel campo e gran romore, chetamente si ricolsono, e partirono colla -loro gente. Il re la mattina scoperto il baratto degl’Inghilesi si -mise a oste al castello con proponimento di lasciare gli altri assalti -degl’Inghilesi, e attendere a racquistare le terre che rubellate gli -erano in Normandia. In questo tempo il duca di Guales faceva alle terre -del re di Francia grandi guerre in Guascogna, ma però il re non si -volle partire dall’assedio di Bertuglio infino a tanto che l’ebbe a’ -suoi comandamenti, arrenduti al re salve le persone, e così fu fatto; -avendo il re vittoria d’avere cacciati con vergogna i nemici, e vinto -il castello. - - -CAP. LX. - -_Come il papa e l’imperadore diedono titolo al re d’Ungheria._ - -In questi tempi mostravano il papa e’ cardinali grande affezione al -re d’Ungheria, o che fosse procaccio del detto re, che spesso avea in -corte suoi ambasciadori, o che motivo fosse della Chiesa per fargli -onore, a dì quattro del mese d’agosto del detto anno, il papa e i -cardinali di concordia in consistoro il pronunziarono e dichiararono -gonfaloniere di santa Chiesa contro agl’infedeli. In questo medesimo -tempo, essendo il detto re all’assedio di Trevigi, l’imperadore il fece -suo vicario nella guerra de’ Veneziani, ed egli levò nel campo la sua -insegna, e tutte le terre che per lui s’acquistavano riceveva in nome -dell’imperadore. - - -CAP. LXI. - -_Come i Fiorentini s’accordarono di fare porto a Talamone._ - -Avemo narrato addietro, come il comune di Firenze per lo torto -ch’e’ Pisani faceano a’ suoi cittadini, d’avere levata loro la -franchigia contro a’ patti della pace, essendo venuto il termine che -i mercatanti s’erano partiti da Pisa, e ritrattone le mercatanzie e’ -danari, del presente mese d’agosto del detto anno, avendo i dieci del -mare lungamente trattato col comune di Siena di volere far porto a -Talamone, recato l’acconciamento del porto e del ridotto in terra, -e della guardia, che da loro parte era a fare, e del dirizzamento -del cammino, e dell’albergherie, e appresso di quello che per dazio -e gabelle la mercatanzia de’ Fiorentini avesse a pagare, in piena -concordia, per riformagioni de’ consigli di catuno comune, si fermò -per dieci anni di fare i Fiorentini porto là e ridotto a Siena, e i -Sanesi di conservare i patti promessi. È vero, che tra gli altri patti -era promesso di sbandire le strade da Siena a Pisa per divieto d’ogni -mercatanzia, ma questo non osservarono i Sanesi, anzi correa il cammino -dall’una città all’altra in grande acconcio de’ Pisani. Avvedendosene -i Fiorentini, se ne dolsono, ma ’l reggimento del comune di Siena non -se ne movea. Vedendo de’ cittadini che voleano s’attenesse la fede al -comune di Firenze, e che i loro rettori non lo faceano, ordinarono, -che certi sbanditi loro cittadini rompessono e rubassono la strada e -la mercatanzia, e forse fu d’assentimento de’ rettori per coprirsi -al comune di Pisa. Costoro feciono volentieri il servigio per modo -che ’l cammino al tutto per terra fu loro tolto. E i Pisani sopra gli -altri Toscani saputi e maliziosi, a questa volta si trovarono presi -nella loro malizia; perocchè incontanente che i Fiorentini presono -porto a Talamone e ridotto a Siena, tutti gli altri mercatanti d’ogni -parte abbandonarono il porto e la città di Pisa, e votarono la città -d’ogni mercatanzia, e le case dell’abitazioni, e ’l mestiere delle -loro mercerie, e gli alberghi de’ mercatanti e de’ viandanti, e’ -cammini de’ vetturali, e ’l porto delle navi, per modo che in brieve -tempo s’avvidono, che la loro città era divenuta una terra solitaria -castellana; e nella città n’era contro a’ loro rettori grande repetio. -Allora s’accorsono senza suscitamento di guerra quanto guadagno tornava -al loro comune per avere rotta la pace e la franchigia a’ Fiorentini. -Allora cominciarono a cercare ogni via e modo, con ogni vantangio che -volessono i Fiorentini, di ritornarli a stare in Pisa; ma i Fiorentini, -sdegnati della fede rotta pe’ Pisani cotante volte al loro comune, non -poterono essere smossi del fermo proposito di fare col fatto conoscenti -i Pisani, che i Fiorentini poteano ben fare le mercatanzie per terra -e per mare senza loro, ed eglino male usare il porto, e’ mercatanti, -e la mercatanzia, e l’arti, e’ mestieri a utilità de’ loro cittadini, -e l’entrate del loro comune senza i Fiorentini. E perchè per indietro -non si potessono atare, si fece divieto in tutto il distretto di -Firenze d’ogni mercatanzia o roba ch’andasse o venisse verso Pisa, -senza rompere il cammino a’ viandanti. E di questo seguitarono appresso -maggiori cose per mare e per terra, come leggendo innanzi per li tempi -si potrà trovare, - - -CAP. LXII. - -_Come messer Bruzzi cercò di tradire il signore di Bologna._ - -Messer Bruzzi, figliuolo non legittimo che fu di messer Luchino signore -di Milano, essendo per sospetto de’ signori di Milano cacciato di -quella, e per sue cattive operazioni stato in ribellione più tempo, -vedendosi messer Giovanni da Oleggio molto solo di confidenti nella sua -signoria, e conoscendo messer Bruzzi pro’ e ardito, e bene avvisato in -guerra e di gran consiglio, il recò a sè, parendogli potersi confidare -di lui, e assegnogli larga provvisione, e facevagli onore, e tutte le -maggiori cose di fatti d’arme li commettea; e oltre a ciò in camera -l’avea a’ suoi segreti consigli, e mostravagli tanto amore, ch’e’ -Bolognesi temevano, che se messer Giovanni morisse costui non rimanesse -signore; ma l’animo tirannesco affrettando l’ambizione della signoria -li gravava d’attendere, e però cercava di fornirlo più tosto, e trattò -di torre la signoria a messer Giovanni, ma non seppe fare il trattato -sì coperto che a messer Giovanni, ch’era maestro di buona guardia e di -savia investigagione, non li venisse palese. E tornando messer Bruzzi -di fuori con molta gente d’arme in Bologna con grande pompa, messer -Giovanni mandò per lui, e avendolo in camera, li rammentò l’onore -e ’l beneficio che gli avea cominciato a fare, e l’animo ch’avea di -farlo grande; e appresso li mostrò il trattato ch’e’ tenea per torli -la signoria di Bologna sì aperto, ch’e’ non glie lo potè negare: ma -per amore della casa de’ Visconti, dond’era nato, gli disse, che li -perdonava la morte; ma per vendetta dello sconoscimento dell’onore che -gli avea fatto trovandolo traditore il fece spogliare in giubbetto, e -cacciare a piè fuori di suo distretto incontanente, e diede congio a -tutta sua famiglia, e ritenne l’arme gli arnesi e i cavalli. - - -CAP. LXIII. - -_Come i Veneziani cercarono accordo col re d’Ungheria._ - -Di questo mese d’agosto del detto anno, vedendo i Veneziani essere -recati a mal partito nella guerra col re d’Ungheria, signore di così -gran potenza, e pensando che per lo cominciamento della guerra i loro -cittadini erano per le spese loro premuti dal comune infino al sangue, -pensarono ch’altro scampo non era per loro se non di procacciare la sua -pace; e però elessono parecchi de’ maggiori e de’ più savi cittadini -di Vinegia, e mandaronli al re nel campo a Trevigi con pieno mandato, -informati dell’intenzione e volontà del loro comune, e giunti al re, da -lui furono ricevuti onorevolemente; ed essendo a parlamento con lui, -gli offersono da parte del comune di Vinegia, come quando potessono -avere da lui buona pace, che ’l comune lascerebbe la città di Giara, -con patto ch’ella dovesse rimanere nel primo stato in sua libertà, -e che renderebbono liberamente certe terre nomate della Schiavonia -a sua volontà, e certe altre voleano ritenere e riconoscere da lui, -con quello convenevole censo a dare ogn’anno al re ch’a lui piacesse, -e offerendoli di ristituire per tempo ordinato quella quantità di -pecunia per suoi interessi e spese che fosse convenevole, e di che egli -giustamente si potesse contentare. Al re parve strano ch’e’ volessono -trarre Giara del suo reame e metterla in libertà, e che per patto li -convenisse lasciare le sue terre al comune di Vinegia a censo; e questo -riputava in vergogna della sua corona, e però non volle consentire -a questa pace, nè a questo accordo, se liberamente non gli fossono -restituite le terre del suo reame. Molti di questo biasimarono il re, -parendo ch’egli dovesse avere preso questo accordo con suo vantaggio, -per quello ch’appresso ne seguitò di suo poco onore, ma chi riguarderà -al fine e alla potenza reale non li darà biasimo della sua alta -risposta. - - -CAP. LXIV. - -_Come il signore di Bologna scoperse un altro trattato contro a sè._ - -Messer Bernabò di Milano, avendo sopra all’altre cose cuore a’ fatti -di Bologna, come avea ordinato l’uno trattato contro al signore di -Bologna, e era scoperto, così avea ricominciato l’altro: apparve cosa -maravigliosa, che tutti si scoprivano per sè stessi per non pensati nè -provveduti modi. Avea in questi dì messer Giovanni da Oleggio fatto -podestà di san Giovanni in Percesena, e datali provvisione in altre -terre circustanti, un Milanese, in cui avea grande e antica confidanza. -Tanto seppe adoperare messer Bernabò, che corruppe questo podestà -milanese, e corruppe il suo cancelliere, il quale dovea fare lettere -da parte del signore per certo modo come volea il detto podestà; e già -ogni cosa era recata in opera per modo, ch’era mossa la cavalleria che -dovea entrare nelle castella sotto il titolo delle lettere del signore -di Bologna, e mandò messer Bernabò un suo fidato messaggere innanzi -al podestà di san Giovanni colle sue lettere. Avvenne che in quel dì, -alcune ore innanzi che ’l fante giugnesse al castello di san Giovanni, -il podestà era ito a Bologna; il fante li tenne dietro, e cominciò -infra sè a dubitare delle lettere che portava, perocchè sentiva della -cagione perch’egli andava; e giunto a Bologna, trovo che ’l podestà -era col signore, e allora li montò più il sospetto, immaginando -che ’l trattato fosse scoperto, e per campare sè, tanto fu forte la -sua immaginazione ch’e’ si mise ad andare al signore, e con grande -improntitudine fece d’avere udienza da lui, e allora li manifestò il -fatto; e per provare la verità li diè le lettere di messer Bernabò -ch’e’ portava al podestà, per le quali fu manifesto che san Giovanni, -e Nonantola e altre castella, in uno dì doveano essere date per lo -trattato del podestà alla gente di messer Bernabò, il quale era ancora -in casa del signore; messer Giovanni vedute quelle lettere e disaminato -il fante, fece ritenere il podestà e il cancelliere, è ritrovata -con loro la verità del fatto, e colpevoli, di presente provvide alla -guardia delle terre, e costoro con anche dieci di loro seguito fece -morire. - - -CAP. LXV. - -_Di certa novità che gli Ungheri feciono nel campo a Trevigi._ - -La disordinata moltitudine de’ cavalieri ungheri, che a modo di -gente barbara non sanno osservare la disciplina militare, nè essere -ubbidienti a’ loro conducitori, come detto è poco addietro, aveano -scorso il Padovano, perchè la vittuaglia che di là solea venire non -venia, e la carestia montava nel campo. Per la qual cosa al primo -fallo n’arrosono uno maggiore, e presono riotta co’ cavalieri tedeschi -che v’erano con messer Currado Lupo e con gli altri conestabili -tedeschi che fedelmente servivano il loro signore, e per arroganza -li villaneggiavano; e fatto questo, corsono con furore alla camera -dove il re avea ordinato il fornimento della vittuaglia e dell’altre -cose per conservare l’oste, e rubaronla; e così in pochi dì ebbono a -tanto condotta l’oste, sconciando l’ordine che la mantenea, che per -necessità fu costretto il re di partirsi dall’assedio, come appresso -diviseremo: verificandosi quel detto del filosofo il quale disse: che -le sopragrandi cose reggere non si possono, e quelle che reggere non si -possono, lungamente durare non possono. - - -CAP. LXVI. - -_Come il re d’Ungheria si levò da oste da Trevigi._ - -Il re d’Ungheria vedendo l’oste sua sconcia per la sfrenata baldanza -della moltitudine de’ suoi Ungheri, e che i difetti della vittuaglia -erano senza rimedio, si pentè di non avere presa la concordia -che potuta avea prendere con suo onore co’ Veneziani; ed essendo -naturalmente di subito movimento, senza deliberare con altro consiglio, -improvviso a tutti, a dì 23 del mese d’agosto del detto anno si -partì dall’assedio di Trevigi, ov’era con più di trecento migliaia di -cavalieri, è passò la Piave raccolta tutta sua gente a salvamento; -perocchè quelli della città nè segno nè avviso n’ebbono ch’e’ si -dovesse partire, e alcuni dì stettono innanzi che pienamente si potesse -credere la loro partita. A Colligrano fu la loro raccolta, e in quella -terra lasciò duemila cavalieri ungari alla guardia della terra per -fare guerra a Trevigi, ed egli con tutto l’altro esercito si tornò in -Ungheria con poco onore della sua impresa a questa volta. - - -CAP. LXVII. - -_Raccoglimento di condizioni, e movimento del re._ - -Questo re d’Ungheria, per quella verità che sapere ne potemmo, è uomo -di gran cuore, pro’ e ardito di sua persona, e nelle prosperità di -grandi imprese molto animoso, rigido e fiero in quelle, e molto si fa -temere a’ suoi baroni, e vuole avere presti i loro debiti servigi; è -grande impigliatore senza debita provvedenza; e a sua gente in fatti -d’arme è più abbandonato e baldanzoso che provveduto, per la soperchia -fidanza, che havea in loro ed eglino in lui, perocchè molto è cortese -a tutti e di buona aria; assai volte ha mostrati esempi di subiti e -lievi movimenti nelle grandi cose, e l’avverse sa meglio abbandonare, -partendosi da esse, che stando con virtù resistere a quelle. - - -CAP. LXVIII. - -_Come la gente della lega di Lombardia sconfisse il Biscione a Castel -Lione._ - -Essendo lungamente stato assediato il forte Castel Leone de’ Mantovani -dalla forza de’ signori di Milano, e recato a stretto partito, i -signori di Mantova coll’aiuto del marchese di Ferrara e del signore -di Bologna raunate subitamente, all’uscita d’agosto anno detto, mille -dugento barbute e grande popolo per soccorrere il castello, s’avviarono -molto prestamente verso il campo de’ nemici, i quali vedendosi venire -improvviso addosso i Mantovani si levarono dall’assedio, e ordinarono -una grossa schiera alla loro riscossa e innanzi che la gente de’ -Mantovani giugnesse al campo, si ridussono a uno castello ivi presso -de’ loro signori di Milano; ma la schiera fatta per la riscossa fu -soppressa dalla gente de’ Mantovani e sconfitta, e morti e presi la -maggior parte, e ’l castello liberato dall’assedio; e rifornito di -nuova gente e di molta vittuaglia con vittoria si tornarono al loro -signore, avendo vituperata la gente de’ signori di Milano di quella -loro lunga impresa. - - -CAP. LXIX. - -_Trattati de’ Ciciliani._ - -Detto abbiamo addietro, come certi potenti cittadini della città di -Messina nominati que’ di Cesare cacciarono della città altri cittadini -loro avversari, e rimasi i maggiori, s’accostarono co’ baroni di -Chiaramonte, i quali teneano col re Luigi del Regno. Nondimeno perchè -a loro parea essere nell’isola i maggiori, eziandio senza l’aiuto del -detto re, e’ cercarono di riducere a loro Federigo loro legittimo -signore, e trarlo delle mani de’ Catalani, e conducerlo a Messina -e farlo coronare dell’isola. E per dimostrare che eglino avessono -affezione al loro signore naturale dell’isola, messer Niccola di Cesaro -in persona, a cui il re Luigi avea accomandata la terra di Melazzo, -andò là con gente d’arme, e fece per più di combattere coloro che -per lo re guardavano la rocca, tanto che l’ebbe. Per la qual cosa i -Messinesi presono molta confidanza di messer Niccola, e don Federigo -medesimo prese speranza e diede intenzione di venire a Messina, e per -tutto si divolgò che l’accordo di Cicilia era fatto. Ma o che questo -trattato fosse fatto ad ingegno di malizia, come si credette, o che -la setta de’ Catalani non si fidasse, la cosa si ruppe tra’ Ciciliani, -e seguitonne la chiamata a Messina del re Luigi, come appresso al suo -tempo, conseguendo nostra materia, diviseremo. - - -CAP. LXX. - -_Come la compagnia stette sopra Ravenna._ - -Venuta la compagnia del conte di Lando del Regno in Romagna, il -legato per tema de’ baratti di quella gente senza fede si ritrasse -dall’assedio di Cesena, e dalla cominciata guerra contro al capitano -di Forlì, pensando saviamente i pericoli che occorrere li poteano. -Il capitano a quella compagnia dava il mercato, e a’ capitani e -a’ maggiori conestabili facea doni per avere il loro aiuto: e la -moltitudine di quello esercito si stava in sul contado di Ravenna -facendo danno di prede, e minacciando di dargli il guasto, se ’l loro -signore messer Bernardino da Polenta non desse loro danari. Ma egli, -essendo molto ricco di moneta, chiamò a consiglio i Cittadini di -Ravenna; e con loro ordinò il modo dell’ammenda del guasto, e volle in -questo caso, come valoroso tiranno, innanzi sodisfare il danno a’ suoi -cittadini, che sottomettersi al tributo della compagnia. Onde molto -fu commendato da’ savi; perocchè del guasto la compagnia fa danno a sè -senza trarne alcun frutto, e il trarre danari da’ signori e da’ comuni -è un accrescere baldanza e favore a mantenere le compagnie e servaggio -de’ popoli. - - -CAP. LXXI. - -_Come i Fiorentini ordinarono di fare balestrieri._ - -Sentendo i Fiorentini la gran compagnia in Romagna, e che ’l termine -promesso per quella di non gravare i Fiorentini compieva, si provvidono -d’alquanti cavalieri, e mandaronli in Mugello per contradire i passi -dell’alpe, e feciono eletta nella città e nel contado di balestrieri, e -del mese di luglio del detto anno feciono mostra di duemilacinquecento -balestrieri sperti del balestro, tutti armati a corazzine, e mandaronne -a’ passi dell’alpe, e senza arresto, ne compresono appresso fino -in quattromila, tutti con buone corazzine, della qual cosa le terre -vicine ghibelline, e guelfe di Toscana, che allora viveano in sospetto, -stavano in gelosia e in guardia, e la compagnia medesima ne cominciò a -dottare. Nondimeno il comune, per savia e segreta provvidenza, mandò -alcuni cittadini per ambasciadori alla compagnia, i quali teneano -ragionamento di trattato, e passavano tempo, e tentavano con ispesa -di trarre de’ caporali della compagnia e conducergli a soldo; e per -questo modo temporeggiando co’ conducitori di quella, tanto che il -grano e i biadi del nostro contado fu fuori de’ campi, e ’l comune -fortificato di cavalieri, e masnadieri, e balestrieri, e presi i passi -in tutta l’alpe, ove potea essere il passo alla compagnia, si ruppono -dal trattato, e tornaronsi a Firenze. La compagnia, sentendo il comune -di Firenze provveduto contro a sè, con accrescimento di sdegno perdè -la speranza d’entrare a fare la ricolta tributaria in Toscana, e però -tenne co’ Lombardi suo trattato, il quale fornì, come innanzi al suo -tempo racconteremo. - - -CAP. LXXII. - -_L’ordine ch’e’ Fiorentini presono per mantenere i balestrieri._ - -Piacendo a’ Fiorentini molto il nuovo trovato de’ balestrieri, il -fermarono con ordine, e nella città n’elessono ottocento, tutti -balestrieri provati, partendoli per gonfalone, e a venticinque davano -un conestabile, e le balestra e le corazze di catuno inarcavano del -marco del comune, e per simile modo n’elessono nel contado, dandone -secondo l’estimo cotanti per cento, e appresso nel distretto ne -feciono scegliere a catuna comunanza, terra o castello quelli che si -conveniano, tanti che in tutto n’ebbono quattromila; e ordinarono -per li loro soldi certa entrata del comune, e che catuno de’ detti -balestrieri, non andando al servigio del comune, standosi a casa -sua avesse ogni mese soldi venti di provvisione dal comune, e ’l -conestabile soldi quaranta, e dovessono stare apparecchiati a ogni -richiesta del comune; e quando il comune li mandasse o tenesse in suo -servigio, dovessono avere il mese fiorini tre di soldo, e ogni capo di -tre o di quattro mesi erano tenuti a volontà degli uficiali deputati -sopra loro, ch’erano due cittadini per catuno quartiere, colle loro -balestra e colle corazze marcate del marco del comune. E oltre a ciò, -a ogni rassegnamento gli uficiali facevano fare per ogni gonfalone -un bello e nobile balestro e tre ricche ghiere, il quale poneano in -premio e in onore di quel balestriere della compagnia del gonfalone, -che tre continovi tratti saettando a berzaglio vinceva gli altri; e -ancora così faceano ne’ comuni del contado per esercitare gli uomini, -per vaghezza dell’onore, a divenire buoni balestrieri; e fu cagione di -grande esercitamento del balestro, tanto che tra sè nella città e nel -contado ogni dì di festa si ragunavano insieme i balestrieri a farne -loro giuoco e sollazzo per singulare diporto. - - -CAP. LXXIII. - -_Come i Trevigiani furono soppresi dagli Ungheri con loro grave danno._ - -Tornando un poco nostra materia, a’ fatti di Trevigi, avendo veduto -coloro ch’erano per i Veneziani alla guardia di Trevigi la subita -partita del re d’Ungheria e del suo grande esercito, cominciarono a far -tornare i lavoratori nel contado, e conducervi il bestiame, e sparti -per le contrade. Gli Ungheri ch’erano rimasi a Colligrano e per le -terre vicine, sentendo il paese pieno di preda, mandarono scorrendo di -loro Ungheri fino presso a Trevigi intorno di quattrocento cavalli, i -quali raunarono d’uomini e di bestiame una grande preda; i cavalieri -e’ balestrieri ch’erano in Trevigi con loro capitani veneziani, per -risquotere la preda gagliardamente uscirono fuori più di cinquecento -cavalieri e assai masnadieri, i quali di presente s’aggiunsono con -gli Ungheri; ed eglino si cominciarono a difendere andando verso i -nemici, e voltando e appresso ritornando; e continovo si ritraevano, -ove sapevano ch’era l’aguato della loro gente, non facendone alcuno -sembiante; e così continuando, e perseguitandoli i Trevigiani, gli -ebbono condotti dov’erano riposti in aguato ottocento de’ loro Ungheri, -i quali di subito uscirono addosso a’ Trevigiani, e rinchiusi tra loro, -più di dugento n’uccisono in sul campo, e presonne più di trecento, e -menaronsene i prigioni e la preda, avendo più danno fatto a’ Veneziani -e a quelli del paese in questa giornata, che il re nell’assedio con -tutto il suo esercito; e questo fu a dì 23 del mese d’agosto anno -detto. - - -CAP. LXXIV. - -_Come il Regno era d’ogni parte in guerra._ - -Essendo, come detto abbiamo poco innanzi, uscita la compagnia del -reame, il re rimaso povero d’avere e di gente d’arme non potea riparare -alla forza de’ ladroni che per tutto scorrevano il reame, ricettati da’ -baroni ch’erano scorsi a mal fare, e partivano le ruberie e le prede -con loro; e di verso le parti di Campagna centocinquanta cavalieri, -ch’erano rimasi della compagnia, tribolavano tutto il paese d’intorno, -e rubavano e rompevano le strade e’ cammini, e così gli altri caporali -de’ ladroni facevano in principato e in Terra di Lavoro; e in Puglia il -paladino col favore del duca di Durazzo, faceva il simigliante, e con -ottocento barbute avea assediato Sanseverino, scorrendo e rubando tutto -il piano di Puglia; e per questo il Regno era in maggiore tempesta che -quando v’era la gran compagnia, e niuno cammino v’era rimaso sicuro; -catuna parte del Regno era corrotta a mal fare, fuori che le buone -terre, per gran colpa della mala provvedenza del re loro signore, che -fuori de’ suoi diletti poco d’altro si mostrava di curare. - - -CAP. LXXV. - -_Come i collegati condussono la compagnia al loro soldo._ - -La compagnia del conte di Lando stando lungamente sopra il contado di -Ravenna, e premendo per via d’aiuto gravemente i Forlivesi, conosciuto -che per lo riparo e provvedenza del comune di Firenze a loro era -malagevole e pericoloso entrare in Toscana, s’accordarono d’andare -a servire i collegati contro a’ signori di Milano in Lombardia; e -condotti per quattro mesi per quelli della lega, promisono di stare -il detto tempo sopra le terre de’ signori di Milano guerreggiando il -paese a loro utilità; e a dì 18 del mese di settembre anni Domini 1356 -si partirono di Romagna, e presono loro cammino in Lombardia, e tra -Bologna e Modena attesono l’altra forza de’ collegati e ’l capitano -ch’appresso diviseremo. - - -CAP. LXXVI. - -_De’ fatti de’ collegati di Lombardia._ - -Erano in questo tempo collegati contro a’ signori di Milano il signore -di Mantova, il marchese di Ferrara e ’l signore di Bologna, nominati -caporali, avvegnachè assai degli altri tacitamente teneano con loro; e -avendo procacciato d’avere la compagnia al loro servigio, come detto è, -trattarono coll’imperadore d’avere capitano da lui a quell’impresa, e -l’imperadore avendo l’animo contro a’ signori di Milano, i quali avea -trovati molto potenti, avendo in Pisa per suo vicario messer Astorgio -Marcovaldo vescovo d’Augusta, uomo valoroso in arme e di grande -autorità, per non volersi scoprire manifestamente contro a’ tiranni, -concedette la libertà al vescovo, e in segreto l’ordinò suo vicario, -e a ciò li concedette tacitamente suoi privilegi, commettendoli che -ciò non manifestasse se non quando sopra loro si vedesse in gran -prosperità, sicchè con onore dell’imperio il potesse fare, altrimenti -nol facesse, ma mostrasse da sè fare quell’impresa. Costui chiamato -dalla lega de’ Lombardi si partì da Pisa e venne a Firenze, ove li -fu fatto grande onore; e senza soggiorno se n’andò alla compagnia, e -fu fatto loro conduttore, e dell’altra gente de’ Lombardi collegati; -il quale valentemente s’ordinò contro a’ tiranni, e fece grandi cose, -come appresso narreremo; ma richiedendoci innanzi alcune cose grandi -conviene che prima abbiano il debito della nostra penna. - - -CAP. LXXVII. - -_Come i Brabanzoni ruppono i patti a’ Fiamminghi._ - -Avendo poco innanzi narrato la concordia che si prese in luogo -dell’apparecchiata battaglia tra’ Fiamminghi, e’ Brabanzoni per lo -fatto di Mellina, seguita, che gli otto albitri eletti, quattro da -catuna parte, sotto la fede del loro saramento, aveano diligentemente -vedute, e disaminate le ragioni di catuna parte; e trovando di -concordia tutti gli albitri la ragione della villa di Mellina essere -del conte di Fiandra, e così essere acconci di sentenziare per -osservare il loro saramento; il duca di Brabante, rompendo la fede -promessa, mandò per fare pigliare i quattro suoi Brabanzoni ch’erano -albitri, acciocchè non potessono dare la sentenza, e due ne presono, e -due se ne fuggirono. Per questa cosa il conte di Fiandra, e’ Fiamminghi -si tennono traditi da’ Brabanzoni e dal loro duca, e di presente -mossono guerra nel paese. Ed essendo alquanti cavalieri fiamminghi -entrati in Brabante guerreggiando, i Brabanzoni si misono con maggiore -forza contro a loro, e rupponli, e uccisono ottanta cavalieri, e più -altri ne imprigionarono. E aggiunto alla prima ingiuria il secondo -danno e vergogna de’ Fiamminghi, s’infiammarono tutti di tanto sdegno, -che per comune tutti diedono luogo a’ loro mestieri, e intesono ad -apparecchiarsi in arme per andare contro a’ Brabanzoni, onde uscirono -notabili cose come appresso racconteremo. - - -CAP. LXXVIII. - -_Come il conte di Fiandra andò sopra Brabante._ - -È da sapere, per meglio intendere quello che seguita, che non per nuovo -accidente, ma per antica virtù, e continovata ambizione, il popolo -Fiammingo era più pro’ e più sperto e audace in fatti d’arme che il -popolo brabanzone, e i cavalieri brabanzoni più sperti e più atti in -fatti d’arme ch’e’ cavalieri fiamminghi. Ma recando a sè il popolo -fiammingo l’ingiuria ricevuta da’ Brabanzoni, nell’impeto del furore -del suo animo, come un uomo, s’accolsono insieme più di centocinquanta -migliaia d’uomini, tutti armati a modo di cavalieri, e con loro il -conte loro signore con quattromila cavalieri, e raccolto grandissimo -carreaggio carico di vivanda, e d’armadura a dì 9 d’agosto anno detto -presono loro cammino per entrare in Brabante, e a dì 12 del detto mese -si trovarono sopra la gran città di Borsella, presso a mezza lega, e -ivi fermarono loro campo, scorrendo il paese d’intorno, e facendo assai -danno a’ paesani. - - -CAP. LXXIX. - -_Come il duca di Brabante si fè incontro a’ Fiamminghi._ - -Il duca di Brabante, il quale era Tedesco, fratello uterino di Carlo -di Boemia imperadore, avendo in animo di non volere, Mellina al conte -rendere attendendo la guerra, avea richiesto d’aiuto l’imperadore, -e molti altri principi della Magna, e a questo punto si trovò da -diecimila o più buoni cavalieri tedeschi e brabanzoni, e tutto il -popolo di Brabante si mise in arme, e trovossi il duca a questo bisogno -cento migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. E vedendosi i nemici -all’uscio, a dì 17 del detto mese d’agosto uscirono a campo fuori della -villa di Borsella, e misonsi a campo a rimpetto de’ Fiamminghi presso -a un mezzo miglio: e cominciarono a ordinare la loro gente, e disporla -per battaglie a piè, e a cavallo; perocchè ben conosceano che l’impresa -era tale, che non riceveva altro termine che la vittoria della -battaglia a cui Iddio la concedesse. In questo ordinare stettono dalla -mattina a nona; mezzani non si poteano in questo fatto tramettere per -la fede altra volta rotta pe’ Brabanzoni, catuna parte s’acconciava di -combattere, e tanto era presso l’un’oste all’altra, che battaglia non -vi potea mancare. - - -CAP. LXXX. - -_Come i Fiamminghi sconfissono i Brabanzoni._ - -I Fiamminghi, ch’erano infocati per l’ingiurie ricevute, vedendosi i -nemici così di presso, e sentendo tra loro gran romore, avvisandosi -che per discordia si dovessono partire, senza attendere che venissono -schierati al campo, valicata l’ora della nona, si misono ad assalirgli. -E cominciato un grido tutti insieme a loro costuma, che trapassava -il cielo vincendo ogni tonitruo, e giugnendo a’ nemici, i quali -aveano incominciata alcuna discordia tra’ Tedeschi e’ Brabanzoni, gli -assalirono con grande ardimento; e cominciata tra loro la battaglia, -avvenne per caso, e non per operazione de’ nemici, che l’insegna del -duca di Brabante si vide abbattuta. Veduto questo i Brabanzoni a piede -in prima si misono alla fuga, e i cavalieri appresso volsono le reni -a’ nemici senza fare alcuna resistenza, e intesonsi a salvare nella -città ch’era loro presso; i Fiamminghi affannati per la corsa al -primo assalto, e carichi d’arme, non li poterono seguire, e per questa -cagione pochi ne morirono in sul campo, ma più n’annegarono, gittandosi -a passare il fiume coll’armi indosso; ma tra tutti i morti in sul -campo e annegati nel fiume appena aggiunsono al numero di cinquecento, -che fu di così grande esercito gran maraviglia, e de’ Fiamminghi non -morì alcuno di ferro, cosa quasi, incredibile a raccontare, ma così fu -per la grazia di Dio, che non assentì tra loro maggiore effusione di -sangue. - - -CAP. LXXXI. - -_Come il conte di Fiandra ebbe Borsella._ - -Il duca di Brabante fuggendo co’ suoi cavalieri tedeschi entrò in -Borsella, e tanta paura gli entrò nell’animo per la fede rotta a’ -Fiamminghi, che non ebbe cuore di ritenersi in Borsella, ma di presente -senza ordinarla a difesa o a guardia se ne partì, e andossene in -Loano. Il conte, avendo vittoriosamente rotti e cacciati del campo i -suoi nemici, vedendo i suoi Fiamminghi per la vittoria baldanzosi e di -grande volontà a seguire innanzi, di presente in quel giorno se n’andò -a Borsella. I gentili uomini e i grandi borgesi di quella villa aveano -per addietro ordinato, che tutti gli artefici de’ mestieri stessono -fuori della città in grandi borghi che v’erano, per novità che v’erano -di loro riotte alcuna volta avvenute in pericolo della villa, e in -questa rotta non gli aveano lasciati rifuggire dentro. I borghi erano -grandi a maraviglia cresciuti per li mestieri, ed erano pieni e forniti -d’ogni bene. Il conte avendo in fuga i suoi nemici senza contasto -s’entrò ne’ borghi facendo alcuna uccisione, e comincionne ad affocare -uno, e disse, che tutti gli arderebbe se la terra non facesse i suoi -comandamenti. Gli artefici ch’abitavano ne’ borghi, e aveano di fuori -e nella villa di loro gente, e avendo già in loro balìa l’una delle -porte, dissono a’ borgesi, che non intendeano essere diserti colle loro -famiglie per loro, e che se di presente non facessono i comandamenti -del conte, che per forza il metterebbono nella villa. Per la qual -cosa vedendosi i borgesi dentro a mal partito, elessono di concordia -di volere innanzi essere all’ubbidienza del conte, che di lasciarsi -prendere per forza da’ Fiamminghi e da’ loro propri cittadini, e -guastare la città di sangue e di ruberia; e di presente elessono -ambasciadori, e mandaronli ne’ borghi al conte, che voleano ubbidire -a’ suoi comandamenti, promettendo salvarli d’uccisione e di ruberie, -e così fu fatto; e di presente furono aperte le porte, ed entrovvi il -conte e chi volle de’ Fiamminghi, ricevuti con grande onore da tutta -la villa, e apparecchiato loro come ad amici ciò che era di bisogno, -il conte ne prese la signoria dolcemente, e ordinovvi il reggimento e -la guardia come a lui parve; e rinfrescata la sua gente, il terzo dì -coll’empito della sua prospera fortuna si mosse da Borsella co’ suoi -Fiamminghi, e andò a Villaforte, la quale come che molto fosse forte e -difendevole a battaglia, sentendo che Borsella s’era renduta, e che il -loro signore si fuggiva e non facea riparo, per non tentare maggiore -fortuna s’arrendè a’ comandamenti del conte, il quale la ricevette -benignamente. E la villa di Mellina, per cui era stato la cagione della -guerra, senza attendere che l’oste v’andasse s’arrenderono al conte, -e ricevettonlo per loro signore, e ordinaronsi per tutto a fare i suoi -comandamenti. - - -CAP. LXXXII. - -_Come il conte di Fiandra ebbe tutto Brabante a suo comandamento._ - -Il duca di Brabante, vilmente abbattuto per la sua corrotta fede, -e poco amato perchè era Tedesco, avendo sentito come Borsella e -Villaforte aveano fatto i comandamenti del conte, non si fidò in -Loana nè in alcuna terra di Brabante, ma colla moglie, e colla sua -famiglia, e co’ suoi arnesi s’uscì di tutta la provincia di Brabante -e ridussesi in Alamagna, abbandonando così ricco e nobile paese per -sua codardia. Il conte sentendo partito il duca, crebbe in ardire -co’ suoi Fiamminghi, e dirizzossi verso Anversa: quelli d’Anversa -feciono vista di volersi difendere: il conte non volle quivi fare sua -pruova, e lasciata Anversa, se n’andò a Loano, affrettandosi prima che -potessono mettere consiglio alla loro difesa. Quelli di Loano vedendosi -abbandonati dal duca loro signore, e male provveduti alla subita -guerra, e che l’altre buone ville di Brabante s’erano arrendute al -conte, e che da lui erano bene trattati, per non ricevere il guasto nè -maggiore danno s’arrenderono al conte, e con pace il misono nella città -con gran festa ed onore; ed entrato in Loano, incontanente Anversa, -e tutte le buone ville e castella della provincia di Brabante, si -misono all’ubbidienza del conte e feciono i suoi comandamenti; e così -in pochi giorni del rimanente del mese d’agosto del detto anno, dopo -la sconfitta de’ Brabanzoni, fu il conte di Fiandra messer Lodovico -signore a cheto di tutta la ducea di Brabante; e dato ordine a loro -reggimento, e fatti uficiali in tutte le terre, e messovi quella -guardia ch’a lui parve a conservagione del paese, e fornito Mellina con -più sua fermezza e guardia, perchè era propria villa di suo dominio, -con allegra e piena vittoria, di letizia e non di sangue, co’ suoi -Fiamminghi si tornò in Fiandra, accresciuto altamente il suo onore e la -fama de’ suoi Fiamminghi. - - -CAP. LXXXIII. - -_Perchè si mosse guerra dagli Spagnuoli a’ Catalani._ - -Era in questi dì il re Petro di Castella giovane, e più pieno di -dissolute volontà che d’oneste virtù, e molto era stemperato nella -concupiscenza delle femmine; e dilettandosi con una sopra l’altre, non -bastandogli le grandi camere e’ nobili verzieri a suo diletto, si mise -a diporto con lei in mare in su un legno armato non di gran difesa; -e andandosi sollazzando in alto mare, una galea armata di Catalani -passava per quella marina, e vedendo il legno armato, si dirizzò a lui, -e domandava di cui fosse il legno e la mercatanzia che su v’era carica: -il re per isdegno non volea che risposta si facesse; per la qual cosa -i Catalani più si sforzavano di volerlo sapere, e non potendone avere -risposta, s’appressarono al legno, e cominciarono a saettare; e vedendo -da presso che gli uomini erano Spagnuoli, senza mettersi più innanzi si -partirono, e seguirono loro viaggio. Il re rimase di questo con grande -sdegno; e poco appresso avvenne, che in Sibilia arrivarono galee armate -di Catalani, i quali aveano guerra co’ Genovesi, e trovando nel porto -alquanti mercatanti di Genova, li presono, e raddomandandoli il re di -Spagna, non li vollono rendere. E questa cagione più giusta infiammò -più l’animo del re per modo, che immantinente per mare e per terra -cominciò a’ Catalani nuova guerra; e incontanente fece armare dodici -galee, e mandò scorrendo le marine fino nel porto di Maiolica, ardendo -e mettendo in fuoco quanti legni di Catalani poterono trovare per tutta -la riviera di Catalogna. E in questi dì, le quindici galee bandeggiate -di Genova per la presura di Tripoli, avendo per uscire di bando a -guerreggiare tre mesi i Catalani, feciono in Catalogna e nell’isola -di Maiolica danno assai. E ’l re di Castella per terra con gran forza -di suoi cavalieri venuto alle frontiere di Catalogna improvviso a’ -Catalani, fece loro d’arsioni e di prede danno grande. Per la qual -cosa d’ogni parte s’apparecchiò grande sforzo di gente d’arme, e catuno -richiese gli amici per conducersi a battaglia, come seguendo appresso -nel suo tempo racconteremo. - - -CAP. LXXXIV. - -_Di gran tremuoti furono in Ispagna._ - -In questo anno 1356 all’uscita del mese di settembre, e alquanti dì -all’entrata d’ottobre, furono in Ispagna grandissimi terremuoti, i -quali lasciarono in Cordova e in Sibilia grandi e gravi ruine di molti -dificii in quelle due grandi città, e nelle loro circustanze, nelle -quali perirono uomini, e femmine, e fanciulli in grandissimo numero, -facendo sepoltura delle loro case. E questi medesimi tremuoti feciono -nella Magna grandi fracassi, che quasi tutta Basola, e un’altra città -feciono rovinare con grande mortalità de’ loro abitanti. In Toscana in -questi medesimi dì si sentirono, ma piccoli e senza alcuno danno. - - - - -LIBRO SETTIMO - - -CAPITOLO PRIMO. - -_Il Prologo._ - -Chi potrebbe con intera mente nel futuro ricordare i falli, e gli -orribili peccati che si commettono per la sfrenata licenza de’ principi -e de’ signori mondani (lasciando le minori e le mezzane cose che -per loro spesso senza giustizia si fanno) se la brevità del tempo -dell’umana vita non togliesse l’esperienza, che per giustizia si -dimostra nel mondo? Si maravigliano eziandio i savi quando avvenire -veggono traboccamenti di potentissimi re e d’altri grandi signori, -de’ quali avendo memoria de’ commessi mali non ammendati per tempo -conceduto dalla divina grazia, ma piuttosto aggravati da que’ medesimi -signori e da’ loro successori per disordinata presunzione, non -recherebbono a maraviglia quello ch’avviene, ma a misericordievole -gastigamento dalla divina mansuetudine e giustizia, che per non perdere -l’anime eternalmente, temporalmente percuote e flagella, acciocchè -per le loro rovine, e pe’ loro trabocchevoli casi si riconoscano, -e correggano e ammendino. E apparecchiandosi al nostro trattato -il cominciamento del settimo libro, alcuna particella di quello -torneremo addietro, per dimostrare esempio delle cose qui narrate, -per la successione che seguita a raccontare del grave caso occorso al -re Filippo di Francia e al suo reame, e appresso al re Giovanni suo -figliuolo. - - -CAP. II. - -_Come il re di Francia prese la croce per fare il passaggio._ - -Non è nascoso in antica memoria a’ viventi del nostro tempo, che per -l’operazioni inique e crudeli, nate da invidia e da somma avarizia de’ -reali di Francia dello stocco anticato nella successione reale, onde -fu il re Filippo dinominato il Bello, coll’aggiunta della sfrenata -libidine delle loro donne, che a Dio piacque di porre termine a -quello lignaggio. Rimasene sola la reina d’Inghilterra madre del -valoroso re Adoardo di quell’isola, per la cui successione il detto -re d’Inghilterra fece la guerra co’ Franceschi, come per lo nostro -anticessore nella sua cronica, e appresso per noi in questa è in gran -parte raccontato. Essendo venuti meno tutti i reali, messer Filippo, -figliuolo che fu di messer Carlo di Valois detto Carlo Senza terra, -prese la signoria, e fecesi coronare re di Francia. E trovandosi re -di così grande ricco e potentissimo reame, e senza alcuna guerra, e -trovandosi in grande amore del sommo pontefice e de’ cardinali di santa -Chiesa, il detto re Filippo, simulando singulare affezione di volere -imprendere e fare il santo passaggio d’oltremare per acquistare la -terra santa, di suo movimento prese con molti baroni di suo reame la -croce in pubblico parlamento, e sommosse a pigliarla altri re, prenzi, -duchi e baroni, conti e gran signori, e per esempio di loro molti -altri fedeli cristiani presono la croce con animo di seguire il detto -re; e per tutta la cristianità, ed eziandio tra’ saracini, si divolgò -la novella di questo passaggio; e dando vista il detto re di grande -apparecchiamento, avvenne, che negli anni 1334 il detto re di Francia -mandò a corte di Roma a Avignone per suoi ambasciadori l’arcivescovo di -Ruen con altri grandi baroni a papa Giovanni di Caorsa vigesimosecondo -e a’ suoi cardinali, il quale arcivescovo fu poi papa Clemente sesto, -e in pubblico concestoro avendo fatto l’arcivescovo predetto un bello -e alto sermone sopra la materia del santo passaggio, e confortato -il sommo pontefice, e’ prelati di santa Chiesa, e tutto il popolo -cristiano che si manifestassono a dare consiglio e aiuto al serenissimo -re di Francia, il quale si movea per zelo della fede di Cristo a così -alta impresa, per seguire e fare e per accrescere la sicurtà a’ fedeli -cristiani, giurò nell’udienza di tutti nella maestà divina, al santo -padre, e alla Chiesa di Roma, e a tutta la cristianità, nell’anima -del detto re di Francia, che l’agosto prossimamente seguente, gli anni -1335, e’ sarebbe uscito fuori del suo reame in via colla sua potenza, -e con gli altri principi del suo reame crociati per andare oltremare al -santo passaggio; e per questo impetrò da santa Chiesa le decime del suo -reame per molti anni, e altre promissioni del tesoro di santa Chiesa, e -quante altre cose domandò per parte del detto re al papa di tutte ebbe -da lui piena grazia; e io scrittore, fui presente nel detto consistoro, -e udii fare il saramento, come detto a verno. - - -CAP. III. - -_Le parole disse frate Andrea d’Antiochia al re di Francia._ - -Essendo divolgata la novella di questo passaggio in Egitto e in Soria, -i cristiani del paese che sono sottoposti al giogo de’ saracini, -ed eziandio i viandanti mercatanti ch’allora erano in quelli paesi, -ricevettono gravi oppressioni e diversi tormenti, e molti ne furono -morti da’ signori saracini, e tolto il loro avere sotto false cagioni -d’essere trattatori del passaggio; per la qual cosa un valente -religioso italiano, il quale era chiamato frate Andrea d’Antiochia, -in fervore del suo animo dolendosi dell’ingiuria che riceveano -gl’innocenti cristiani, si mosse di Soria e venne a corte di Roma a -Avignone; e là giunse, quando il re Filippo di Francia era tornato -di pellegrinaggio da Marsilia a Avignone, passato di lungo il termine -della sua promessa, e non essendo di ciò nè dal papa nè da’ cardinali -ripreso; e già avea presa la licenza dal santo padre, e avea valicato -il Rodano, e desinato nel nobile ostiere di sant’Andrea, il quale -avea fatto edificare messer Napoleone degli Orsini di Roma a fine di -ricevervi il re di Francia e gli altri reali, il re era già montato -a cavallo per prendere suo cammino verso Parigi, il valoroso frate -Andrea, avendo accattato dagli scudieri de’ cardinali che l’atassono -conducere al freno del cavallo del re, com’egli uscì dell’ostiere così -li fu condotto al freno. Il religioso avea la barba lunga e canuta, e -parea di santo aspetto, e per la reverenza di lui il re si sostenne, -e frate Andrea disse: Se’ tu quello Filippo re di Francia, c’hai -promesso a Dio e a santa Chiesa d’andare colla tua potenza a trarre -delle mani de’ perfidi saracini la terra, dove Cristo nostro salvatore -volle spandere il suo immaculato sangue per la nostra redenzione? Il -re rispuose di sì; allora il venerabile religioso gli disse: Se tu -questo hai mosso, e intendi di seguitare con pura intenzione e fede, -io prego quel Cristo benedetto che per noi volle in quella terra -santa ricevere passione, che dirizzi i tuoi andamenti al fine di piena -vittoria, e intera prosperità di te e del tuo esercito, e che ti presti -in tutte le cose il suo aiuto e la sua benedizione, e t’accresca ne’ -beni spirituali e temporali colla sua grazia, sicchè tu sii colui, -che colla tua vittoria levi l’obbrobrio del popolo cristiano, e -abbatti l’errore dell’iniquo e perfido Maometto, e purghi e mondi il -venerabile luogo di tutte l’abominazioni degl’infedeli, in tua per -Cristo sempiterna gloria. Ma se tu questo hai cominciato e pubblicato, -la qual cosa resulta in grave tormento e morte de’ cristiani che in -quel paese conversano, e non hai l’animo perfetto con Dio a questa -impresa seguitare, e la santa Chiesa cattolica da te è ingannata, sopra -te e sopra la tua casa, e i tuoi discendenti e ’l tuo reame venga l’ira -della divina indegnazione, e dimostri contro a te e’ tuoi successori, -e in evidenza de’ cristiani, il flagello della divina giustizia, e -contro a te gridi a Dio il sangue degl’innocenti cristiani, già sparto -perla boce di questo passaggio. Il re turbato nell’animo di questa -maladizione disse al religioso: Venite appresso di noi; e frate Andrea -rispose: Se voi andaste verso la terra di promissione in levante, io -v’anderei davanti; ma perchè vostro viaggio è in ponente, vi lascerò -andare, e io tornerò a fare penitenza de’ miei peccati in quella terra, -che voi avete promesso a Dio di trarre delle mani de’ cani saracini. - - -CAP. IV. - -_Molte laide cose fece il re di Francia._ - -Da questo tempo innanzi cominciarono le commozioni del re d’Inghilterra -già narrate per lo nostro antecessore; e prima il detto re di Francia -vedendo sommuovere gl’Inghilesi contro a sè, con grande armata si mise -in arme contro a loro, e di trentadue migliaia d’uomini che reggeano -il suo navilio, perduto il navilio, ventotto migliaia d’uomini di -sua gente furono morti dagl’Inghilesi. E poi appresso venuto il -re d’Inghilterra in Francia con piccolo numero di gente, rispetto -della moltitudine de’ cavalieri e di sergenti ch’avea seco il re di -Francia a seguitarlo, fu sconfitto, come narrato abbiamo addietro; e -campata la sua persona con pochi per grazia della notte, e tornato a -Parigi, avendosi veduto nel giudicio di Dio, non ricorse alla virtù -dell’umiltà, ma aggiugnendo male a male, per avere moneta assai, in -cui era la sua fidanza, licenziò e sicurò tutti gli usurai del suo -reame, dando loro licenza di prestare pubblicamente, pagando alla -corte cinque per cento di quello che catuno era tassato dagli uficiali -del re ogni anno. E aggiugnendo alla sua avarizia, fece battere nuova -moneta d’oro e d’argento per tutto suo reame di molto meno valuta che -quella che prima correa, e subitamente la fece correre per buona, e -la buona fece disfare, in gran danno e confusione de’ suoi baroni, e -di tutti i paesani e de’ mercatanti ch’aveano a ricevere mercatanzie -nel suo reame; e dopo questo, con ordine dato a’ suoi ministri, per -tutto il reame in una notte fece prendere in persona e arrestare -l’avere a tutti gli usurieri del reame; e aggiugnendo male a male, -fece gridare per tutto, che chi avesse accattato sopra pegno l’andasse -a riscuotere per lo capitale, stando del capitale al suo saramento, -e così dell’accattato a carta; per la qual cosa coloro ch’aveano -accattato, per la larga licenza, vinti da avarizia, si spergiurarono, -e pochi furono secondo la fama che stessono in fede; e tutto ciò che -pagavano di capitale s’appropriò alla corte, che fu grandissimo tesoro, -in disertagione di molte famiglie, ch’ogni cosa s’appropriò alla corte, -dicendo, ch’aveano forfatto di aver messi più danari a usura che -non doveano. Appresso, dopo la sua affrettata morte per disordinata -lussuria, essendo di tempo, e dilettandosi nella sua giovane e bella -donna, seguitarono più gravi persecuzioni di guerra nel suo reame, in -fine il re Giovanni suo figliuolo e uno de’ suoi figliuoli furono presi -nella grande battaglia ch’appresso racconteremo; conchiudendo, che -come a inganno fu presa la croce, e promesso il santo passaggio per lo -re di Francia, così nel suo reame fu passato per divino giudicio da’ -suoi nemici, e com’egli volle arricchire il suo reame indebitamente -de’ beni di santa Chiesa, e degli altri stranieri mercatanti e usurieri -del suo reame, così per giusta retribuzione impoverì il re, e il reame -consumato da’ soldi e dalle prede; e volendosi per ambizione esaltare -sopra gli altri signori della cristianità, veduti furono entrare in -servaggio di prigione, vinti maravigliosamente da più impotenti di -loro, secondo la forza e ’l numero della gente. - - -CAP. V. - -_Come il re di Francia uscì di Parigi con suo sforzo, e andò in -Normandia._ - -Seguita, tornando a nostra materia, che ’l re di Francia vedendo -assalire il suo reame ora dal conte di Lancastro con quelli di Navarra, -ora dal duca di Guales coll’aiuto de’ Guasconi, e che per soperchia -baldanza aveano preso sopra lui e sopra la gente francesca; vedendo -al presente il conte di Lancastro e messer Filippo di Navarra ridotti -in Normandia a Bertoglio, come poco innanzi abbiamo narrato, si -propose in animo di perseguitarli, e di tutto il reame raunò a Parigi -i suoi baroni e tutto il fiore della sua cavalleria, ed eziandio i -ricchi borgesi di Parigi e dell’altre buone ville, i quali tutti si -sforzarono di comparire bene in arme per accompagnare la persona del -re; il quale era già ito in Normandia, e fatto fuggire di notte il -conte di Lancastro e messer Filippo di Navarra ch’erano in Normandia a -Bertoglio, e il re, come detto è poco addietro, avea vinto il castello, -e cacciati i nemici del paese. E stando in Normandia, i baroni, e’ -cavalieri e’ borgesi del reame che smossi erano traevano d’ogni parte a -lui, e all’entrata del mese di settembre si trovò più di quindicimila -armadure di ferro ben montati e bene acconci a’ servigi del re, e -con esso gran novero di sergenti in arme. E vedendosi aver vinto il -castello, e avviliti i nemici, e cresciuta la sua forza, prese speranza -di cacciare gl’Inghilesi al tutto del suo reame innanzi che ritornasse -a Parigi. E con tutta questa cavalleria stava alle frontiere de’ suoi -nemici per non lasciarli scorrere per tutte le sue terre al modo usato, -e per prendere sopra loro suo vantaggio, stando apparecchiato alla -fronte de’ suoi avversari. - - -CAP. VI. - -_Quello faceva il prenze di Guales._ - -Il valente duca di Cornovaglia prenze di Guales, primogenito del re -d’Inghilterra, il quale avea in sua parte per guereggiare tremila buoni -cavalieri bene montati, tra Inghilesi e Guasconi, e da duemila arceri -inghilesi a cavallo, e altri masnadieri a piè da quattromila tra con -archi e altre armadure, tutti bene capitanati; avendo sentito che ’l -conte di Lancastro colla sua parte di gente d’arme avea cavalcata -la Normandia ed entrato nel reame presso a Parigi a sedici leghe, -parendogli avere vergogna se non facesse dalla sua parte, si mosse di -Guascogna e vennesene in Berrì, ardendo e divorando con ferro e con -fuoco ciò che innanzi gli si parava. E già avea fatta smisurata preda, -perocchè assai ville di cinquecento e di mille fuocora, e di più e di -meno, avea vinte, e rubate e arse senza trovare contasto; seguitando -appresso avea costeggiato il fiume dell’Era infino ad Orliens, e -fattole intorno grave danno, passò a Pettieri; e trovandosi presso alla -grande oste del re di Francia, fu costretto di fermarsi ivi tra le due -fiumora coll’oste e colla preda che raccolta avea, che di quel luogo, -avendo di presso la gente del re di Francia ch’andava contro a lui, a -salvamento non si potea partire nè con suo onore. - - -CAP. VII. - -_Come il re di Francia pose il campo presso al prenze._ - -Il re Giovanni di Francia, ch’era presso colla sua grande oste, e -baldanzoso per lo duca di Lancastro che l’avea fuggito, e per la -vittoria del castello, sentendo il duca ristretto tra le due fiumare, -che l’una tramezzava a volere andare a lui, di presente si mosse con -tutta la sua gente e appressossi a’ nemici, e pose il campo suo di -costa a Berrì, e’ nemici erano dall’altra parte, la fiumara in mezzo, -e’ ponti erano i più rotti, e alcuno ve n’avea rimaso in guardia -de’ Franceschi: il duca non potea passare innanzi a prendere suo -vantaggio di terreno, e ’l tornare addietro di lungo viaggio, per -lo stretto de’ loro nemici, e avendo chi gli perseguitasse, non se -ne potea pensare alcuna salute, e però la necessità gli accrescea in -quel luogo l’ardire. Il coraggioso duca di Guales vedendosi a questo -stretto partito, non dimostrò a’ suoi segno d’alcuna paura nè viltà, -ma francamente provvide il suo campo, e mostrossi a tutta sua gente, -confortandoli che non dovessono temere di quella gente cui eglino tante -volte avevano fatta ricredente, e ammaestrandoli di buona e sollecita -guardia il dì e la notte, dicendo, come tosto avrebbono in loro aiuto -il valente conte di Lancastro con tutta la sua gran forza. Gl’Inghilesi -e’ Guasconi presono gran conforto della valentria e buona voglia del -loro signore, e intesono a fortificare loro campo, e a fare buona e -sollecita guardia il dì e la notte. E questo fu a dì 17 di settembre -anno detto. - - -CAP. VIII. - -_Due conti del re di Francia rimasono presi da un aguato._ - -Saputo che ’l re ebbe la condizione de’ suoi nemici, e come il loro -campo stava, segretamente con alquanti de’ più confidenti baroni prese -consiglio di valicare alla mezza notte, venendo il sabato, per un ponte -della riviera, che gli dava più certo il cammino ad aggiugnersi co’ -nemici, e più atto il cammino alla gran gente che l’avea a seguitare. -Il duca di Guales, o che sapesse il segreto del re, o che per avviso -di guerra avesse che così dovesse seguire, la notte medesima venne -con sua gente eletta, e misesi in un bosco presso al cammino che ’l re -dovea fare, e veniagli fatto d’avere il re con buona parte della sua -compagnia per lo presto avviso. Il re si mosse con duemila cavalieri, -e con quelli baroni a cui s’era manifestato: e appressandosi al passo -del bosco, mandò innanzi dieci cavalieri sperti e bene montati a -provvedere se aguato vi fosse. I detti cavalieri scopersono il guato, -e di presente ritornarono al re, il quale conoscendo il pericolo prese -una volta, e dilungossi da quel passo, e girò verso Pittieri, e valicò -a salvamento con tutta sua cavalleria: ma addietro non mandò all’altra -sua gente che ’l seguiva ad avvisarli di quello aguato, onde avvenne, -che seguitandolo il conte d’Alzurro, e quello di Clugnì con altri -baroni e cavalieri, avendo sentita la sua subita partita, non però con -tutta l’oste, ma colle loro masnade facendo la via che dovea fare il re -del bosco, credendo che per quella fosse andato, gl’Inghilesi maestri -di baratti avendo mandati cavalieri de’ loro a ingegno che tornassono -la notte per quel cammino, e dimostrandosi essere de’ Franceschi che -seguissono il re, come se per quel cammino fosse passato, e scorgendo i -conti questi cavalieri, e facendoli domandare, risposono in Francesco -che seguivano monsignor lo re, e però con più sicurtà si misono a -cammino; ed entrati nell’aguato senza ordine, essendo d’ogni parte -assaliti, non v’ebbe resistenza altro che del fuggire e del campare chi -potea; il conte d’Alzurro valente barone, e quello di Clugnì rimasono -presi con quattrocento compagni di buona gente, e menati prigioni nel -campo, il duca e tutta la sua oste ne presono assai conforto: e questo -fu il sabato a dì 17 di settembre del detto anno. - - -CAP. IX. - -_Puose il re di Francia il campo suo presso agl’Inghilesi._ - -Valicato il re di Francia con duemila cavalieri a Pettieri, e scoperto -l’aguato degl’Inghilesi, come detto abbiamo, di presente tutta l’altra -oste de’ Franceschi seguirono il loro re per lo sicuro cammino, e -giunti a lui, si trovarono più di quattordicimila cavalieri e molti -sergenti, e non v’era però tutta la sua forza, che al continovo vi -crescea gente a cavallo e a piè, sperando avere degl’Inghilesi buon -mercato; e misonsi a campo presso al campo del duca a meno di due leghe -parigine, in parte che gl’Inghilesi non si poteano allargare; ed erano -per venire in pochi dì in gran soffratta di vittuaglia, e ancora erano -condotti in parte, che ’l conte di Lancastro non li potea venire a -soccorrere per lo campo preso per i Franceschi, avvegnachè troppo era -di lungi a quel paese; per la qual cosa al re di Francia pareva avere -la vittoria in mano, e così era per ragione di guerra, ove fortuna -e mala provvedenza non avesse mutata la condizione del fatto, come -seguendo immantinente racconteremo. - - -CAP. X. - -_I legati cercarono accordo tra’ due signori._ - -Come addietro avemo narrato, in questa guerra la Chiesa di Roma -continovo tenea suoi legati che trattassono la concordia e la pace -tra’ due re, e al presente era nella compagnia del re il cardinale -di Bologna suo confidente, e il cardinale di Pelagorga confidente -del duca e degl’Inghilesi, i quali continovo cercavano di recarli a -pace; e vedendo la cosa a questo stremo condotta e ultimo partito, -acciocchè tra questi due signori de’ maggiori della cristianità non -si venisse a mortale battaglia, di concordia furono con lo re di -Francia, mostrandoli quanto erano vari e non sicuri gli uscimenti -delle battaglie, pregandolo, che dove con suo onore potesse venire a -buona pace, non volesse ricercare per vantaggio ch’avere li paresse -il dubbioso fine delle battaglie. Il re diede udienza al savio -consiglio; e però incontanente il cardinale di Pelagorga cavalcò al -duca nel suo campo; e ricevuto da lui graziosamente, con savie parole -gli mostrò il pericolo dov’era egli e tutta la sua oste, e ricordogli -le grandi ingiurie per lo suo padre, e per lo suo zio, e per lui -fatte alla corona di Francia, e conchiudendo disse, che acciocchè Dio -non giudicasse la sua causa per disordinata presunzione e superbia -in cotanto pericolo quanto egli era di sè e di tutta la sua gente, -ch’e’ volea ch’e’ si dichinasse a volere restituire e rendere al -re di Francia il suo onore e le terre ch’avea occupate delle sue, e -l’ammenda del danno che fatto gli avea nel suo reame, acciocchè buona -e ferma pace si fermasse tra loro. Il giovane duca, conoscendo il -forte caso dove la fortuna l’avea condotto, e avendo reverenza a santa -Chiesa, avvegnaché ’l suo animo fosse fermo e sicuro di grande sdegno, -acconsentì innanzi di pigliare concordia, che tentare la pericolosa -parte della battaglia; e data speranza al legato, il fece ritornare al -re di Francia, per ordinare i patti e le convenenze della concordia. - - -CAP. XI. - -_I patti che si trattarono e quasi conchiusono._ - -Tornato il cardinale al re di Francia, il re fece raunare il suo -consiglio, per fare assentire a tutte l’offerte che ’l cardinale avea -portate al re da parte del duca per avere buona pace; e l’offerta -era, ch’e’ volea restituire al re di Francia tutte le terre prese per -gl’Inghilesi e’ Guasconi nel suo reame ne’ tre anni prossimi passati, -e che renderebbe liberi tutti i prigioni, e che per ammenda de’ danni -fatti darebbe al re di Francia dugento migliaia di nobili, che valeano -cinquecento migliaia di fiorini d’oro; e domandava per fermezza di -buona pace per moglie la figliuola del re di Francia, quando a lui -piacesse, e per dote la duchea d’Anghiemem facendosi suo uomo, e a -questo non si fermava oltre alla volontà del detto re; e in preghiera -domandava, che ’l re di Navarra fosse lasciato e restituito nel suo -reame. A queste cose il re e il consiglio s’acconciavano assai bene, -e conosceano senza pericolo il loro vantaggio. È vero che queste cose -non si poteano fermare senza la volontà del re Adoardo d’Inghilterra -suo padre, ma il duca impromettea in termine di pochi dì fargliele -attenere e confermare; e andato e rivenuto più volte il cardinali per -recare a fine di buona pace questo trattato, e avendo ogni libertà dal -duca che domandare si seppe, e che per lui si potea fare, avendo che la -concordia fosse fatta, ritornò al re di Francia; ma la cosa ebbe tutto -altro fine che non si sperava, come incontanente racconteremo. - - -CAP. XII. - -_Come il vescovo di Celona sturbò la pace._ - -Essendo venuto con pieno mandato il cardinale al re di Francia, il re -avendo veduto per esperienza i pericoli della battaglia, e parendogli -venire a convenevole ammenda dell’ingiuria ricevuta, si disponea alla -pace, e per darle compimento, fece raunare i baroni e ’l suo consiglio: -tra gli altri quegli in cui il consiglio del re più si posava per piena -confidanza era il vescovo di Celona; costui udite le convenenze e’ -patti della pace raccontati per lo cardinale di Pelagorga, e come il -re d’Inghilterra gli avea infra certi giorni a confermare, stigato dal -peccato non purgato nè ammendato da’ Franceschi si levò in parlamento, -e molto arditamente disse al re di Francia: Sire, se io mi ricordo -bene, il re d’Inghilterra e ’l duca ch’è qui presso suo figliuolo, -e ’l conte di Lancastro suo cugino, v’hanno fatto lungamente grande -onta e sconvenevole oltraggio a tutto vostro reame per molte riprese, -sconfiggendo in campo vostro padre con perdita di re, e di gran baroni, -e in mare hanno tagliate le vostre forze, e arso e dipopolato il vostro -reame in diverse parti; ditemi sire, che vendetta v’avete voi fatta, -che senza vostra onta, e di tutto vostro reame, questa pace si faccia? -Avendo voi qui il vostro corporale nemico, con gran parte de’ baroni -e de’ cavalieri inghilesi e guasconi c’hanno contra voi e contro al -vostro reame fatti tutti i grandi mali, e oltre a quelli ch’io v’ho -contati, e ora gli ha Iddio ridotti e rinchiusi nelle vostre mani per -modo, ch’addietro non possono tornare, nè a destra nè a sinistra si -possono allargare. Da vivere hanno poco, e soccorso non attendono: voi -siete signore di fare altamente la vostra vendetta, e veggovi trattare -di lasciarli andare; ed eziandio per non certa fede o fermezza delle -loro promesse, ma piene d’aguati e d’inganni, come è loro antica -usanza, che sotto i patti di fare confermare la pace al re, intende -di subito avere il suo soccorso e quello del conte di Lancastro, ch’è -apparecchiato con grande oste, come tutti quanti sapete; e se questo -avviene, chi v’accerta che la vostra vittoria non possa tornare in mano -de’ vostri nemici, con vituperoso inganno della vostra reale maestà? -E però consiglio, che a’ vinti non si dia più dilazione, e che la -vendetta delle vostre ricevute offese e la piena vittoria, che Iddio -v’ha apparecchiata, non vi scampi per tardamento de’ vostri trattati e -de’ vostri consigli. Le parole dell’ardito prelato feciono cambiare la -volontà del re e di tutti i baroni del consiglio, e catuno s’inanimò -alla battaglia, e al cardinale fu risposto precisamente che più non si -travagliasse della concordia; e deliberato fu di strignere il duca alla -battaglia la mattina vegnente, e questo consiglio fu preso domenica -a dì 18 di settembre anno detto; operando fortuna, per lo franco -consiglio di quel prelato, la materia dell’occulto giudicio di Dio -contro al detto re di Francia. - - -CAP. XIII. - -_Diceria che fece il prenze di Guales a’ suoi._ - -Il cardinale di Pelagorga avuta la risposta dal re di Francia e -dal suo consiglio contradia al suo trattato e alla sua opinione, -avendo singulare affezione al giovane duca, in cui avea trovato -molta liberalità, parendogli sconvenevole se colla sua bocca non gli -rispondesse, il dì medesimo valicò nel suo campo: ed essendo innanzi -al duca ch’attendea la fermezza della pace, il cardinale gli disse: -Sire, io ho assai travagliato per poterti recare pace, ma non ho -potuto per alcuna maniera; e però a te conviene procacciare d’essere -valente prenze, e pensare alla tua difesa colla spada in mano, perocchè -alla battaglia ti conviene venire co’ Franceschi, rimossa ogni altra -speranza d’accordo o di pace. Udendo questa parola il magnanimo duca, -non perdè in atto o in segno sua virtù, anzi disse: Voi ci potete -essere testimonio, che dalla nostra parte non è mancata la concordia -alla quale con pura fede ci recavamo; ora che da’ nostri avversari -manca, prendiamo fidanza che Iddio sia dalla nostra parte. E dato -con reverenza congio al cardinale, di presente ebbe i suoi baroni e’ -suoi capitani de’ cavalieri e degli arcieri inghilesi e guasconi, e -manifestò loro l’intenzione del re di Francia e del suo consiglio, -e come al mattino attendessono la battaglia, con franche e signorili -parole dicendo, come Iddio e la ragione era dalla loro parte, e che -però catuno prendesse cuore e ardire, e inanimasse sè e’ suoi a ben -fare; e ricordassonsi come i Franceschi vinti e sconfitti più volte -da loro, non avrebbono cuore di sostenere la battaglia. E oltre a ciò -disse: Signori e compagni, non dimenticate il luogo ove fortuna ci -ha inchiusi, nel quale se noi vogliamo stare alla difesa, avendo la -forza de’ nemici nostri a petto, in breve ci manca la vittuaglia, e di -niuna parte ci può venire, perchè noi e’ nostri cavalli verremo meno di -fame, e saremo vilissima preda a’ nostri nemici. E nel partire non si -vede salvamento, avendo al fuggire lungo il cammino per le terre de’ -nostri nemici d’ogni parte, e così gran forza qui, e de’ nemici alle -spalle, anzi possiamo essere molto certi, che dando loro le reni, ci -faranno morire a gran tormento; e però niuna speranza di salute rimane -dalla nostra parte, se non di combattere francamente, e procurare colla -virtù dell’indurata fortezza delle nostre braccia abbattere la delicata -e apparente pompa de’ nostri avversari; e quanto la loro potenza e -numero di cavalieri e di sergenti è maggiore, tanto conviene in noi -più accendere l’animo a dimostrare nostra virtù: e se fortuna ci pur -volesse abbattere, facciamo sì ch’a’ nostri nemici rimanga dolorosa -vittoria, e a noi eterno nome di valorosa cavalleria. E confortata -e inanimata la sua gente, comandò ch’al mattino tutta la preda loro -delle cose grosse fosse recata nel campo, e messa fuori tra loro e’ -nemici, e fattone tre monti, e che la notte stessono in buona guardia, -e confortassono loro e’ loro cavalli, sicchè al mattino si trovassono -forti e acconci alla battaglia; - - -CAP. XIV. - -_Come i Franceschi s’apparecchiarono alla battaglia._ - -Avendo il re di Francia preso per partito nel consiglio di combattere -la mattina vegnente, fece il dì raunare tutti i suoi baroni e’ capitani -della sua cavalleria e dei sergenti, e con allegra faccia manifestò -loro il consiglio di combattere la mattina vegnente gl’Inghilesi e’ -Guasconi, i quali erano pochi alla loro comparazione, i quali tutti si -mostrarono allegri, stimando che non li dovessono attendere conoscendo -il soperchio, e che si dovessono fuggire come fatto avea poco innanzi -il conte di Lancastro. E diedono ordine alle loro schiere, e la gente -che in catuna dovesse essere, e quale andasse prima ad assalire i -nemici e quale appresso, e chi fosse nella schiera grossa del re. E -avvisato catuno capitano della sua gente e di quello ch’al mattino avea -a fare, tutti intesono per quello resto della giornata a provvedere -le loro armi e’ loro cavalli, per essere presti la mattina innanzi il -giorno alla battaglia. - - -CAP. XV. - -_Le schiere e gli ordini de’ Franceschi._ - -Venuto il lunedì mattina, il maliscalco di Dina, a cui toccava il -primo assalto, fece per tempo la sua schiera co’ cavalieri di Spagna -e d’altri circustanti a quella lingua, ch’erano venuti e condotti al -servigio del re, e a questa schiera vi s’aggiunsono masnadieri italiani -e spagnuoli, sperti delle battaglie, e buoni assalitori. A costoro fu -commesso d’assalire prima i nemici, ed essendo apparecchiati in sul -campo, e le spianate fatte, appresso a lui fu fatta la schiera del -conestabile di Francia, ch’era il duca d’Atene, e in sua schiera ebbe -molti valenti baccellieri di Francia, provenzali e normandi, e questa -schiera dovea percuotere appresso i feditori. Dopo questa il Dalfino -di Vienna figliuolo primogenito del re di Francia, e ’l duca d’Orliens -fratello del re, furono fatti conduttori della terza schiera, ove -aveano più di cinquemila cavalieri franceschi e del reame, e questa -dovea fedire appresso al duca d’Atene. La quarta e ultima schiera era -quella del re di Francia, nella quale avea più di seimila cavalieri -con molti grandi baroni, e questa era per fermezza e riscossa di tutte -l’altre. Avendo i Franceschi così fornite e ordinate le loro schiere: -essendo lungo spazio di terreno tra loro e’ nemici, innanzi che -s’aggiungano alla battaglia, ci conviene narrare l’ordine che prese il -duca di Guales nella sua gente. - - -CAP. XVI. - -_L’ordine degl’Inghilesi con le loro schiere._ - -Avendo il duca di Guales fatto, come detto è, raunare fuori del -campo innanzi al suo carreggio, verso la frontiera de’ Franceschi -per buono spazio, in tre monti tutto il grosso della loro preda, vi -fece aggiugnere legname la mattina innanzi dì e mettervi entro fuoco, -acciocchè l’avarizia della preda non impedisse l’animo a’ suoi, e -non fosse speranza agli avversari di racquistarla. E fatti i fuochi -grandi tra loro e’ nemici, i fummi occuparono la pianura a modo d’una -grossa nebbia, sicchè i Franceschi non poteano scorgere quello che -gl’Inghilesi si dovessono fare. E in questo tempo il duca e ’l suo -consiglio feciono due parti de’ loro arcieri, che n’aveano intorno -di tremila, e nascosonli in boschi e in vigne, a destra e a sinistra -inverso dove i Franceschi potessono venire per assalirli, sicchè al -bisogno d’ogni parte potessono ferire la gente di Francia e’ loro -cavalli colle saette; e ordinarono fuori del loro campo innanzi al -carreggio una schiera, che sostenesse il primo assalto, e ’l duca con -tutta l’altra cavalleria in un fiotto erano armati, e schierati nel -campo dentro al loro carreggio, per provvedere il portamento de’ loro -nemici. E in questo modo fu apparecchiata l’una e l’altra oste di -venire alla battaglia. - - -CAP. XVII. - -_La battaglia tra il re di Francia, e il prenze di Guales._ - -Il maliscalco di Dina colla sua schiera de’ feditori, come poco -avveduto e assai baldanzoso, vedendo i fuochi che gl’Inghilesi -facevano, pensò che ardessono il campo, e che per paura se ne -fuggissono, e per questa folle burbanza, non attendendo d’avere -appresso la seconda e terza schiera, levato un grido, se ne vanno -con matto ardimento, e avacciarono il loro assalto, e dilungaronsi -subitamente tanto dall’altre schiere, che per lo lungo terreno non -poterono essere veduti da loro, e con grande ardire si misono ad -assalire la schiera degl’Inghilesi, ch’era di fuori del carreggio, e -fedironli per tal virtù, che li feciono rinculare a dietro, e perdere -assai terreno. Il duca e’ suoi, che conobbono la mala condotta che -aveano fatta gli Spagnuoli, e che non aveano la riscossa appresso, -mandarono per costa millecinquecento cavalieri de’ loro, e inchiusonli, -combattendoli dinanzi e di dietro, e sbarattaronli, facendone grande -uccisione in poca d’ora. Seguendo appresso l’altra più grossa schiera -del duca d’Atene conestabile di Francia, gli arcieri ch’erano riposti -uscirono d’ogni parte per costa a saettare a questa schiera, e -sollecitando le loro saette, molti uomini e cavalli fedirono e assai -n’uccisono; e ’l duca di Guales, vedendo questa schiera già impedita -e magagnata dagli arcieri, uscì loro addosso colla baldanza della -prima vittoria, e dopo non grande resistenza furano tutti morti e -presi, innanzi che ’l re ne sapesse la novella. Il Delfino di Vienna, -e ’l duca d’Orliens, che aveano più di cinquemila cavalieri, e il re -appresso con seimila in sua compagnia, avendo sentita la rotta delle -due prime schiere, come vilissimi e codardi, avendo ancora due tanti e -più di cavalieri e di baroni freschi e ben montati, ed essendo i nemici -stanchi per le due battaglie, tanta paura entro ne loro animi rimessi e -vili, che potendo ricoverare la battaglia, non ebbono cuore di fedire -a’ nemici, nè vergogna d’abbandonare il re, ch’era presso di loro sul -campo, nè l’altra baronia di Francia, e senza ritornarsi a dietro a -far testa col re insieme, e senza essere cacciati, si fuggirono del -campo, e andaronsene verso Parigi, abbandonando il padre e’ fratelli -nel pericolo della grave battaglia; degni non di titoli d’onore, ma di -gravi pene, se giustizia avesse forza in loro. - - -CAP. XVIII. - -_La sconfitta del re di Francia e sua gente._ - -Avendo il valoroso duca di Guales già sbarattate le due prime schiere -de’ nemici, e veduto che la terza schiera, ov’era il figliuolo e ’l -fratello del re con cinquemila cavalieri, per paura s’erano fuggiti -senza dare o ricevere colpo, prese speranza dell’incredibile vittoria, -e con molta baldanza tutti in uno drappello fatto s’addirizzarono ad -andare a combattere la grossa schiera del re. Il quale re, avendosi -messe innanzi l’altre schiere, si pensò, per ritenere più ferma la -baronia, di scendere a piè, e così fece. E vedendosi venire addosso -gl’Inghilesi e’ Guasconi con gran baldanza, e avendo saputa la fuga -del figliuolo e del fratello non invilì, ma virtuosamente confortando -i suoi baroni che gli erano di presso, si fece innanzi a’ nemici per -riceverli alla battaglia coraggiosamente. Il duca co’ suoi franchi -cavalieri, e sperti in arme a quel tempo più ch’e’ Franceschi, e -cresciuti nella speranza della vittoria, si fedirono aspramente nella -schiera del re. Quivi erano di valorosi baroni e di pro’ cavalieri; -e sentendovi la persona del re, faceano forte e aspra resistenza, e -mantennono francamente lo stormo, abbattendo, tagliando e uccidendo -di loro nemici; ma perocchè fortuna favoreggiava gl’Inghilesi, molti -Franceschi come poteano ricoverare a cavallo si fuggivano, senz’essere -perseguitati; che la gente del duca non si snodava, e la schiera del -re al continovo mancava; e ’l re medesimo, conoscendo già la vittoria -in mano de’ suoi nemici, non volendo per viltà di fuga vituperare -la corona, fieramente s’addurò alla battaglia, facendo grandi cose -d’arme di sua persona; ma sentendosi allato messer Gianni suo piccolo -figliuolo, comandò che fosse menato via e tratto della battaglia; il -quale per comandamento del re essendo montato a cavallo con alquanti -in sua compagnia, e partito un pezzo, il fanciullo ebbe tanta onta -di lasciare il padre nella battaglia che ritornò a lui, e non potendo -adoperare l’arme, considerava i pericoli del padre, e spesso gridava: -Padre, guardatevi a destra, o a sinistra o d’altra parte, come vedea -gli assalitori; ed essendo appresso del re messer Ruberto di Durazzo -della casa reale di Puglia, ch’avea aoperate sue virtù come paladino, -e lungamente con altri baroni difesa la battaglia, e morti e magagnati -assai di quelli ch’a loro si strigneano, in fine abbattuti e morti -intorno al re, il re fu intorniato dagl’Inghilesi e da’ Guasconi, e -domandato fu che si dovesse arrendere; ed egli vedendosi intorneato -de’ suoi baroni e nimici morti e de’ nemici vivi, e fuori d’ogni -speranza di potere più sostenere la battaglia, s’arrendè per sua voce -a’ Guasconi, e lasciò l’arme sotto la loro guardia: e ’l suo piccolo -figliuolo di corpo, e grande d’animo, non si voleva arrendere, ma -pregato, e ricevuto comandamento dal padre che s’arrendesse, così fece; -e questo fu il fine della disavventurata battaglia per li Franceschi, e -d’alta gloria per gl’Inghilesi. - - -CAP. XIX. - -_Racconta molti morti e presi nella battaglia._ - -In questa battaglia furono morti il duca di Borbona della casa di -Francia, il duca d’Atene, il maliscalco di Chiaramonte, messer Rinaldo -di Ponzo, messer Giuffrè di Ciarnì, il conte di Galizia, messer Ruberto -di Durazzo de’ reali del regno di Cicilia, il sire di Landone, il sire -di Crotignacco, messer Gianni Martello, messer Guglielmo di Montaguto, -messer Gramonte di Cambelli, il vescovo di Celona, cagione di questo -male, il vescovo d’Alzurro, tutti alti e gran baroni; e furono morti -in sul campo oltre a costoro più di milledugento altri cavalieri a -sproni d’oro, e banderesi, e cavalieri di scudo e borgesi, tutta nobile -cavalleria, perocchè non v’erano quasi soldati; tutti erano famigli -di gran signori, e uomini ch’erano venuti al servigio del loro re. I -presi furono messer Giovanni re di Francia, messer Giovanni suo piccolo -figliuolo, il maliscalco da Udinam, messer Iacopo di Borbona, il conte -di Trincia villa, il conte di Monmartino, il visconte di Ventador, il -Conte di Salembrucco Alamanno, il sire di Craone, il sire di Montaguto, -il sire di Monfreno, messer Brucicolto, messer Bremont della volta, -messer Amelio del Balzo, e ’l castellano d’Amposta, messer Gianni e -messer Carlo d’Artese, l’arcivescovo di Sensa, il vescovo di Lingres, e -molti altri baroni che qui non si nominano; e oltre a questi caporali, -vi rimasono presi più di duemila cavalieri franceschi tutti uomini -di pregio, e grandi e ricchi borgesi, e scudieri e gentili uomini. -Questa battaglia fu fatta lunedì la mattina, a dì 18 di settembre, gli -anni 1356, presso a Pittieri a due leghe, in una villa che si chiama -Trecceria, la quale per questo caso piuttosto confermò il suo nome che -altra mutazione le desse. - - -CAP. XX. - -_Come il re di Francia n’andò preso in Guascogna._ - -Seguita, che vedendosi il giovane duca sì altamente vittorioso, non -ne montò in superbia, e non volle come potea mettersi più innanzi -nel reame, che lieve gli era a venirsene fino a Parigi, ma avendo la -persona del re a prigione. e ’l figliuolo, e tanti baroni e cavalieri, -per savio consiglio diliberò di non volere tentare più innanzi la sua -fortuna; e però raccolta la preda e tutta la sua gente, e fatto fare -solenne uficio per li morti, e rendute grazie a Dio della sua vittoria, -si partì del paese, e senz’altro arresto se ne tornò in Guascogna alla -città di Bordello. E giunto là, fece apparecchiare al re nobilemente -il più bello ostiere, ove largamente tenea lui e ’l figliuolo, facendo -loro reale onore, e spesse volte la sua persona il serviva alla -mensa. È vero che lo volle al cominciamento menare in Inghilterra per -più sua sicurtà, ma i Guasconi, a cui il re s’era accomandato, non -acconsentirono, e però si rimase in Guascogna alcun tempo innanzi che -condotto fosse in Inghilterra, che si fece con grande ingegno, come -innanzi racconteremo. - - -CAP. XXI. - -_I modi tenne il re d’Inghilterra sentendo la novella di sì gran -vittoria._ - -Corsa la fama dell’incredibile vittoria in Inghilterra, e avendo il -re Adoardo di ciò lettere dal figliuolo che li contavano il pericolo -dov’egli con tutta la sua oste era stato, e l’alta e la grande vittoria -che Iddio gli avea data, il savio re contenente nella faccia e negli -atti, senza mostrare vana allegrezza, di presente fece raunare i suoi -baroni e ’l suo consiglio, e con belle e savie parole dimostrò a tutti -che questo non era avvenuto per virtù nè operazione di sua gente, ma -per singulare grazia di Dio, e comandò a tutti che niuna vana gloria o -festa se ne mostrasse; ma per suo dicreto fece ordinare e mandare per -tutta l’isola, che in catuna buona terra, castello e villa, otto dì -continovi si facesse in tutte le chiese ogni mattina solenne sacrificio -per l’anime de’ morti nella battaglia, e che si rendesse a Dio grazia -della vittoria ricevuta. E fuori di questi esequi non si udì nè -vide alcuna festa in tutta l’isola, strignendo catuna l’esempio e il -comandamento del re. La quale mansuetudine fu al re maggiore laude, che -al figliuolo la non pensata vittoria. - - -CAP. XXII. - -_Battaglia fra due cavalieri, e perchè._ - -Fu vero, avvegnachè non in questi dì ma poi, che due grandi e valorosi -cavalieri, l’uno Guascone e l’altro Inghilese, vennero a quistione, -perocchè catuno si vantava ch’avea preso il re. E venne tanto montando -la loro riotta, che s’appellarono per questo a battaglia, la quale con -grande pompa e riguardo feciono a Calese, e il Guascone fece ricredente -l’Inghilese. E al Guascone ch’ebbe la vittoria furono fatti gran doni -dal re di Francia e dal prenze di Guales, ma poco appresso gl’Inghilesi -per invidia il feciono morire. Avendo raccontate l’oltramontane -fortune, le italiane con sollecitudine addomandano il debito alla -nostra penna. - - -CAP. XXIII. - -_Processo fatto contro a’ signori di Milano per lo vicario -dell’imperadore._ - -Narrato abbiamo nel sesto libro, come messer Marcovaldo vescovo -augustinese vicario in Pisa per l’imperadore, era fatto capitano della -compagnia, e dell’altra oste de’ Lombardi ch’erano collegati contro -a’ signori di Milano; ed essendo raunati tutti in Lombardia e acconci -d’andare verso Milano, il vescovo fece esaltare nell’oste l’insegna -imperiale ne’ campi di Modena, e ivi dichiarò a tutti, com’egli era -vicario dell’imperadore, e formò un processo sotto il titolo del -vicariato contro a messer Bernabò e a messer Galeazzo signori di -Milano, il quale in effetto contenea: come in derisione e in contento -della santa Chiesa e’ davano l’investiture de’ beneficii ecclesiastici -a cui voleano, togliendoli a cui la santa Chiesa gli avea investiti, e -a’ legati del papa non lasciavano in tutta loro tirannica giurisdizione -fare uficio, e alquanti n’aveano fatti morire crudelmente; e come -aveano trattato con messer Palletta da Montescudaio di tradire -l’imperadore, e di torgli la città di Pisa, e come per loro violenta -tirannia aveano occupate le città e’ popoli di Lombardia pertinenti al -santo imperio, e come in vergogna della maestà imperiale, tornandosi -l’imperadore in Alamagna, valicando per Lombardia, gli feciono serrare -le porte delle città e castella di loro distretto, e guardare le mura -con gente d’arme, come da loro nemico, avendo titolo di suoi vicari; -e formato il processo, mandò per sue lettere a richiedere i tiranni, -che a dì 11 del presente mese d’ottobre del detto anno comparissono -personalmente dinanzi da lui a scusarsi del detto processo, altrimenti -non ostante la loro contumace contro a loro pronunzierebbe giusta -sentenza. E di quella, coll’aiuto di Dio, e del santo imperio e del suo -potente esercito, tosto intendea fare piena esecuzione. - - -CAP. XXIV. - -_Risposta fatta per li signori di Milano al vicario._ - -«Avendo per alcuni nostri fedeli notizia delle tue superbe e pazze -lettere, colle quali noi, come fanciulli, col tuo ventoso intronamento -credi spaurire, noi, avvegnachè dell’età giovani, molte cose avendo -già vedute, al postutto il mormorio delle mosche non temiamo. Tu -immerito del preclarissimo nome del santo imperio ti fai vicario, dei -quale noi fedeli vicari ci confessiamo. Contro dunque a te non vicario -dell’imperio, ma capo de’ ladroni, e guida di fuggitivi soldati, infra’ -l termine che ci hai assegnato, acciocchè non t’affatichi venendo -sopra il milanese, piagentino ovvero parmigiano tenitorio, pe’ nostri -precussori idonei, acciocchè non ti vanti ch’a tua volontà le nostre -persone abbi mosse, co’ tuoi guai, forse ti risponderemo. Noi adunque -promettiamo a te, che con nefaria mano di ladroni a depopolare e ardere -i nostri pacifichi confini con pazzo campo se’ mosso, non come vescovo -ma come uomo di sangue, se la fortuna ministra, della giustizia nelle -nostre mani ti conducerà, non altrimenti che come famoso ladrone, e -incendiario ti puniremo.» - - -CAP. XXV. - -_Risposta fatta, per lo vicario, alla detta lettera._ - -«Rallegriamo delle lettere che mandate ci avete, quali mostrano la -superbia della quale voi vi gloriate. Della nostra ingiuria intendiamo -soprassedere, ma della bugia scritta nelle vostre lettere non ci -possiamo contenere. Scriveste dunque, che co’ vostri precursori, -innanzi ch’entrassimo nel vostro tenitorio, ci rispondereste -minacciandone di battaglia. E ora con la grazia di Dio e col suo -aiuto, nel quale solo è la nostra speranza, non occultamente a modo di -predoni, ma palesi, passati Parma, siamo in sul campo presso a cinque -miglia a Piacenza, e col detto divino aiutorio intendiamo procedere -innanzi, e co’ vostri precursori non ci avete ovviati, in vituperio -della vostra vana superbia. Data a Ponte miro, a dì 10 d’ottobre.» - - -CAP. XXVI. - -_Come i soldati de’ tiranni non vollono venire contro all’insegna -dell’imperadore._ - -Era in questo mezzo avvenuto, ch’e’ signori di Milano, temendo -l’avvenimento de’ sopraddetti loro avversari, aveano mandato a Parma -il marchese Francesco con quattromila barbute di gente tedesca e -Borgognoni ivi raunati altri cavalieri e gran popolo per uscire a -campo, e non lasciare i nemici entrare sul terreno de’ signori di -Milano, e di combattere con loro. Quando il marchese volle uscire -fuori a campo, i conestabili de’ Tedeschi e de’ Borgognoni tutti di -concordia dissono al marchese loro capitano, che contro al vicario -dell’imperadore e alla sua insegna non anderebbono, nè in campo non -farebbono resistenza contro al loro signore. Questo fu il titolo della -scusa, ma più li mosse non volere fare resistenza alla compagnia, -perocchè aveano parte in quella non istandovi, e il refugio e il soldo -quand’erano cassi in altre parti; ma dissono, ch’erano apparecchiati di -stare alla guardia delle città e delle castella lealmente. I signori -sentendo l’intenzione de’ soldati, ch’acconsentivano d’essere cassi -innanzi che uscire contro al vicario dell’imperadore, pensarono che a -cassarli era aggiugnere forza a’ loro nemici, e pericolo di loro stato: -e però dissimularono con loro, e ritrassonli a Milano, lasciando in -Parma e in Piacenza buona guardia per difendere le mura. - - -CAP. XXVII. - -_Come il vicario puose campo._ - -Il vescovo d’Augusta, ch’era prod’uomo in fatti d’arme e bene avveduto, -sentendo ch’e’ soldati de’ signori di Milano non erano per uscire in -campo contro a lui, con più ardire valicò Parma, cavalcando con tutta -sua oste presso alle porti, e così Cremona, e ristette alquanto in sui -Piacentino, ove fece la risposta della lettera sopraddetta. E predando -il paese d’intorno per alcuno dì, si partì di là, ed entrò sul contado -di Milano; e facendo in quello grandissime prede, trovando la gente -male provveduta, si mise a fermare suo campo a una grossa villa che si -chiama Rosario, presso a Milano a quattordici miglia di piano, intorno -alla quale a due, e a tre, e quattro miglia sono altre grosse villate, -raccolte a modo di casali, piene di molta vittuaglia e bestiame, e -per l’abbondanza l’oste vi stette a grande agio; e indi cavalcarono -per tutto il Milanese, facendo danno grave a’ paesani, che per lungo -tempo non aveano sentito che guerra si fosse; e con tutta la forza de’ -signori di Milano, niuna resistenza trovarono in campo in molti giorni: -e però lasceremo alquanto questa materia, tanto che le grandi cose che -ne seguirono abbiano il tempo loro, non partendoci però dall’italiane -tempeste, che prima si vogliono raccontare. - - -CAP. XXVIII. - -_Ordine del re d’Ungheria alla guerra con i Veneziani._ - -Tornato il re in Ungheria, avvisato che la moltitudine degli Ungheri -non si può mantenere in Italia come ne’ diserti, ebbe suo consiglio, ed -elesse trenta suoi grandi baroni per capitani, ciascuno di cinquemila -Ungheri a cavallo, con ordine che catuno il servisse tre mesi, come -sono tenuti per omaggio. E per questo modo deliberò di continovare -la guerra a’ Veneziani, succedendo l’uno barone all’altro di due in -due mesi, perocchè ’l terzo aveano per la venuta e pel ritorno. E a -dì 15 d’ottobre del detto anno giunse l’uno de’ baroni a Colligrano -con quattromila Ungheri, i quali di presente si misono a scorrere e a -predare il paese infino a Trevigi. In campo non trovavano contasto, -perocchè come questo signore era sopra Trevigi, così altri signori -erano a Giara e nella Schiavonia sopra le terre de’ Veneziani, sicchè i -Veneziani aveano tanto a fare a guardare le mura delle loro terre, che -non sapeano come pur quello si potessono fornire, sicchè gli Ungheri al -tutto signoreggiavano i campi di Trevigiana, e assediavano le castella. - - -CAP. XXIX. - -_L’aguato misono gli Ungheri a gente de’ Veneziani._ - -Il doge di Vinegia col suo consiglio, vedendo la soperchia baldanza -degli Ungheri, per tenerli più a freno si sforzarono di conducere un -gran barone della Magna con seicento cavalieri tedeschi, per mandarli a -Trevigi, e pagaronlo per quattro mesi innanzi; e datogli a compagnia un -gentile uomo di Vinegia, all’uscita d’ottobre li mandarono a Trevigi, -e per loro la paga per gli altri soldati a cavallo e a piè ch’erano -a Trevigi. Costoro con poca provvedenza de’ loro nemici faceano la -via per lo Vicentino. Gli Ungheri da Colligrano sentirono la via che -costoro faceano; e di subito eletti mille Ungheri, li feciono cavalcare -la notte contro a’ Tedeschi; e venne loro si contamente fatto, che -innanzi ch’e’ Tedeschi avessono novella di loro, gli ebbono addosso -nel cammino; ed essendo male armati, chi si mise a difendere fu morto, -gli altri tutti ebbono a prigioni, e tolti loro i danari, e l’arme, e’ -cavalli; e le robe, in camicia gli rimandarono a Vinegia. Per questo -i Veneziani perderono molto vigore, e a’ nemici baldanza grande ne -crebbe, e quasi come paesani sicuravano i villani, e faceano lavorare -le terre per la nuova sementa. - - -CAP. XXX. - -_Come il re Luigi trattò d’avere Messina in Cicilia._ - -Addietro avemo fatta memoria nel quarto libro, come messer Niccola di -Cesaro rientrò in Messina e caccionne i suoi nemici, e con assentimento -del re Luigi riprese Melazzo, e fecesene maggiore, ma non tanto -ch’avesse ardire di scoprirsi a’ Messinesi, se non si sentisse più -forte. E però s’accostò alla setta di que’ di Chiaramonte, e fece -tornare da Firenze a Messina certi cavalieri ch’erano stati cacciati -quando fu cacciato egli. E vedendo morto colui che dovea essere loro -re, si mise in trattato col gran siniscalco del re Luigi di dargli -Messina, e per questa cagione il re Luigi, e la reina Giovanna andarono -in Calavria, e stettono parecchi mesi a Reggio, innanzi che l’accordo -avesse il suo effetto. E facendo suo sforzo d’avere galee armate a -questo servigio, con gran fatica ve n’erano sette, e alquanti legni -armati in questo tempo. Lasceremo al presente questa materia tanto -che venga a perfezione, e seguiremo quello che prima ci occorre a -raccontare. - - -CAP. XXXI. - -_Come si trattò pace fra il conte di Fiandra e i Brabanzoni._ - -I Brabanzoni vedendosi sottoposti al conte di Fiandra e a’ Fiamminghi, -cosa molto strana al loro costume, non potendo più sostenere il giogo, -e non volendosi rimettere in guerra, che n’erano mal capitati e mal -destri, per savio avvisamento presono consiglio tutte le comuni di -Brabante, fuori che la villa di Mellina ch’appartenea al conte, che la -duchessa, ch’era cognata carnale del conte, tornasse in Brabante: e -fattala venire, la ricevettono in Loano, affinchè tra lei e ’l conte -si trovasse accordo. E per questa cagione, niuna vista o sentimento -mostrarono di pigliare arme: e ’l conte, sentendo tornata la cognata -in Brabante, non ne prese turbazione come avrebbe fatto del duca. E di -presente che la duchessa fu in Brabante, si levarono baroni e amici di -catuna parte, a trattare tra loro concordia per riposo de’ Fiamminghi -e Brabanzoni. Per lo quale trattato, avvegnachè durasse lungamente, -in fine, come trovare si potrà appresso nel suo tempo, vennero a final -pace e concordia; ma questo principio fu del mese d’ottobre del detto -anno. - - -CAP. XXXII. - -_Come i Fiorentini si partirono da Pisa, e andarono a Siena con le -mercatanzie._ - -Seguita, per non lasciare in silenzio lo sdegno preso pe’ Fiorentini -contro a’ Pisani, i quali, come narrato è addietro, aveano loro rotta -la pace, togliendo a’ Fiorentini la franchigia, della quale appresso -seguitò grande materia di guerra, come leggendo per li tempi si potrà -trovare. I Fiorentini avendo ritratta la loro mercatanzia e’ danari, -in calen di novembre anno detto, tutti i cittadini e distrettuali di -Firenze furono partiti di Pisa; e come questo fu fatto, e le strade -sbandite per divieto fatto a tutte le mercatanzie, arnese e roba, i -Genovesi, e’ Provenzali, e’ Catalani, e tutti altri mercatanti se ne -partirono, e rimase la città di Pisa ne’ luoghi della mercatanzia -solitaria; e allora si cominciarono a avvedere i Pisani che non -aveano fatta buona impresa, e grande repetio ebbe nella città de’ -loro maggiori nel reggimento, che dato avea a intendere, che per -gravezze ch’e’ facessono a’ Fiorentini non se ne partirebbono, tant’era -l’agiamento del porto, e la comodità del cammino e dell’altre cose, -e’ non pensavano che lo sdegno dell’ingiuria ponderasse contro alla -loro comodità. La cosa andò tutto per altro modo. I Fiorentini presono -porto a Talamone, e pertinacemente si disposono a volere vedere se fare -potessono la mercatanzia senza i Pisani. Per questo i Pisani ch’erano -amici di Simone Boccanegra doge di Genova, si misono a fare lega con -lui, e armare galee, per impedire che la mercatanzia non ponesse a -Talamone. Onde seguitarono non piccole e disusate novità, come leggendo -innanzi a loro tempo si potrà trovare. - - -CAP. XXXIII. - -_Come il capitano di Forlì si provvide._ - -Essendo la compagnia valicata in Lombardia, il legato intendea a -riprendere la guerra contro al capitano di Forlì il signore di Faenza, -e apparecchiavasi d’assediare la città di Forlì. Il capitano ch’era -coraggioso e avvisato, innanzi che l’assedio gli venisse addosso, -ebbe trecento suoi cavalieri e cinquecento masnadieri, e di subito e -improvviso a’ Malatesti cavalcò con questa gente a Rimini, e accolse -una grande preda d’uomini, e d’arnesi, e di bestiame, e data la -volta, senza contasto con tutta la preda si tornò in Forlì; e fatto -questo, fece ardere e disfare tutti i casali e terre da non potersi -bene difendere, e intese a votare la terra di tutta la gente disutile -alla guerra, e a fornirsi copiosamente di vittuaglia, acciocchè più -lungamente potesse fare sua difesa contro al legato, ch’era per farlo -assediare, come appresso avvenne, ma più tardi ch’e’ non s’avvisava. - - -CAP. XXXIV. - -_Come Faenza s’arrendè al legato, e’ patti._ - -Messer Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi signore di Faenza, -conoscendo la sua forza debole a resistere a santa Chiesa, si mise -a trattare accordo col legato, mediante gli ambasciadori del re -d’Ungheria, che a stanza di messer Giovanni se ne travagliavano, e in -fine del mese di Novembre anno detto, a dì 10, vennero a questi patti: -che al legato si dovesse rendere liberamente la signoria di Faenza, e -delle castella e del contado, e messer Giovanni dovesse avere tutto suo -patrimonio salvo, e la terra di Bagnacavallo. E per attenere i patti -diede due suoi figliuoli stadichi, e mandolli co’ detti ambasciadori -alla guardia del signore di Padova. E appresso, del mese di dicembre -vegnente, il legato attesi d’ogni parte i patti, fece prendere la -tenuta della città di Faenza e di tutte le castella. E innanzi che -la terra si desse al legato, il tiranno fece a’ cittadini gravi -oppressioni, e tolse loro molti danari, e di quelli cui egli odiava -per sospetto fece uccidere. E a questo modo prese fine la tirannia di -messer Giovanni sopraddetto, la quale per lo suo principio fu cagione, -come addietro avemo contato, di molti mali avvenuti in Italia. - - -CAP. XXXV. - -_Che fece la gente della lega de’ Lombardi in questo tempo._ - -Tornando a’ fatti di Lombardia, essendo stato lungamente il vicario -dell’imperadore colla gente della lega e della compagnia a oste in -sul contado di Milano senza avere trovato contasto, si ridussono a -una villa chiamata Margotto in sul Tesino, e ivi si rassegnarono -tremilacinquecento cavalieri bene armati e bene a cavallo, senza -l’altra cavalleria da saccomanno, e seimila masnadieri: costoro -prendeano molta fidanza, non temendo ch’e’ soldati tedeschi e -borgognoni venissono contro a loro. Il marchese di Monferrato trasse -dell’oste cinquecento cavalieri per un trattato ch’egli avea tenuto -della città di Novara, e a dì 9 di novembre anno detto entrò nella -terra, e presela, e assediò il castello, ch’era grande e forte e -bene fornito di gente alla difesa, e di molta vittuaglia da potere -lungamente attendere il soccorso, e francamente manteneano la difesa. - - -CAP. XXXVI. - -_Della materia medesima._ - -Avvenne, che presa Novara per lo marchese prosperamente, avendo egli e -messer Azzo da Correggio un altro trattato in Vercelli, si sforzarono -d’avacciare la cavalcata, e per tema di riparo che pensavano vi si -metterebbe per esempio di Novara; e per questo messer Azzo trasse -dell’oste anche settecento barbute di buona gente, e andando per -entrare in Vercelli, a dì 11 di novembre detto, quelli che v’erano -dentro per lo signore di Milano avendo udita la novità di Novara -ripararono alla guardia di Vercelli, sicchè la cavalcata fu invano. -Nondimeno pensando il marchese e messer Azzo che da Milano non potesse -venire loro soccorso, vi si misono a oste, ove stettono più dì; e in -questo mezzo fortuna cambiò la faccia a coloro che troppo si fidavano, -come spesso avviene in fatti di guerra, che fa vinti i vincitori avere -a schifo il suo nemico. - - -CAP. XXXVII. - -_Come l’oste della lega fu rotta dalla gente di Milano._ - -I signori di Milano che riceveano cotanto oltraggio per la malizia de’ -loro soldati, non si ruppono da loro, ma carezzaronli in vista e in -opere, e massimamente certi conestabili più confidenti, e tanto seppono -fare, che una parte ne recarono a loro volontà; e nondimeno per tutte -loro città raccolsono arme de’ soldati de’ loro sudditi e degli altri -Italiani intorno di quattromila cavalieri, e altrettanti n’ebbono -de’ loro soldati; e questo fu fatto per modo, che poco avvisamento -n’ebbono i loro nemici. E sentendo tratti dell’oste del vicario -milledugento barbute per lo fatto di Novara e di Vercelli, subitamente -feciono capitano messer Loderigo de’ Visconti valente cavaliere, ma -di grande età. Costui uscì subito con bene seimila cavalieri e molto -gran popolo di Milano, e andatosene verso i nemici, ch’erano col loro -campo a Margotto in sul Tesino, puosesi a campo a dì 12 di novembre -predetto, presso a’ nemici a tre miglia, e mandò a richiedere il -vescovo di battaglia, la quale richiesta il vicario mostrò d’accettare -allegramente, e ’l termine fu per la domenica mattina vegnente, a dì -13 del mese. Ma vedendosi il vescovo sfornito il campo di milledugento -buoni cavalieri, si provvide la notte di fare valicare il Tesino a -tutta la sua oste, a fine di riducersi con essa presso a Pavia, per -avere il sussidio della città, che troppo gli parea avere grande -disavvantaggio. In questo movimento prigioni si fuggirono ch’avvisarono -messer Loderigo del fatto: il quale di subito la notte mandò messer -Vallerano Interminelli, figliuolo che fu di Castruccio, con trecento -cavalieri, e comandogli che si strignesse co’ nemici francamente, -sicch’egli impedisse la partita loro, tanto ch’e’ giugnesse colla sua -oste, della quale incontanente ordinò le battaglie, e seguitò appresso. -Messer Vallerano fece coraggiosamente il suo servigio, e innanzi -dì assalì il campo ora dall’una parte ora dall’altra, per li quali -assalti molto impedì il valico del Tesino alla gente del vicario. Ma -schiarito il giorno, per lo soperchio della gente del vicario fu preso -colla maggiore parte de’ suoi cavalieri. Nondimeno il carreggio del -campo, e la salmeria, e ’l popolo, e parte de’ cavalieri valicavano -continovamente, e di qua alla riscossa erano rimasi col vicario -dell’imperadore il conte di Lando capitano della compagnia, e messer -Dondaccio di Parma, e messer Ramondino Lupo, e quasi tutti i migliori -conestabili dell’oste con millecinquecento barbute e co’ sopraddetti -prigioni. E avendosi messa innanzi tutta l’altra oste, innanzi che -potessono conducersi al passo, messer Loderigo colla sua cavalleria, -tutti schierati e ordinati alla battaglia, fu loro addosso la mattina -al chiaro dì. I cavalieri del vicario, ch’erano uomini di gran virtù -in fatti d’arme, vedendosi allo stretto partito, tutti s’annodarono -insieme, e feciono testa, e ricevettono l’assalto de’ nemici -francamente, non lasciandosi di serrare, facendo d’arme gran cose -contro al soperchio ch’aveano addosso: e combattendo continovamente -per spazio di tre ore sostennero l’assalto d’ogni parte, danneggiando -molto i nemici loro. Infine la fatica e ’l soperchio della moltitudine -de’ loro avversari li ruppe. Allora molti, che temettono più la paura -che la vergogna, si misono alla fuga e camparono. In sul campo ne -rimasono presi seicento e più, tra’ quali fu il vescovo già detto, -vicario dell’imperadore, e ’l conte di Lando, e messer Ramondino Lupo, -e messer Dondaccio. È vero che ’l conte venne a mano de’ Tedeschi, -che ’l celarono e camparono, e due cavalieri tedeschi camparono messer -Dondaccio, e fuggironsi con lui, e fidaronsi alle sue promesse, e per -diversi cammini il condussono a Firenze, e poi in Lombardia. Tutta -l’altra oste, che avea valicato Tesino, sani e salvi si ricolsono in -Pavia con tutto il carreaggio e l’altro arnese. E questa fu la fine -della nuova impresa del nuovo vicario dell’imperadore, ma non de’ fatti -della lega. - - -CAP. XXXVIII. - -_Il consiglio prese il capitano di Forlì._ - -Veduto che Francesco degli Ordelaffi ebbe, che Faenza, e tutta l’altra -Romagna, e la Marca, e ’l Ducato era venuta all’ubbidienza di santa -Chiesa, e che al legato ch’avea gran potenza di danari e d’uomini -d’arme, non restava a fare altra guerra che contro a lui, ragunò a -consiglio tutti i buoni uomini di Forlì, e domandò consiglio da loro -di quello ch’avesse a fare. Costoro consigliati insieme, di concordia -feciono dire al capitano in quel consiglio, che la fede e l’amore -ch’e’ Forlivesi aveano sempre portato alla sua casa e a lui non era -in loro mancata; e come altre volte de’ loro propri beni nelle fortune -loro gli aveano atati e mantenuti, tanto ch’elli erano ritornati nella -signoria; così intendeano di fare quando il bisogno incorresse, di che -Iddio il guardasse. Nondimeno conoscendo al presente la gran forza -della Chiesa contro a lui solo, e niuno soccorso, consigliavano che -col legato si trattasse accordo il migliore che avere si potesse. E -di questo avverrebbe, ch’eglino suoi amici non perderebbono i loro -beni, e potrebbonlo sovvenire e atare. Quando egli ebbe udito il loro -consiglio, disse: Ora voglio che voi udiate la mia intenzione. Io -non intendo fare accordo colla Chiesa, se Forlì e l’altre terre ch’io -tengo non mi rimangono, e quelle intendo mantenere e difendere fino -alla morte. E prima Cesena, e le castella di fuori, e Forlimpopoli, -e appresso perdute quelle, le mura di Forlì, e perdute le mura, -difendere le vie e le piazze, all’ultimo questo mio palazzo, e in fine -l’ultima torre di quello, innanzi che per suo assentimento alcuna -n’abbandonasse; e però volea che tutti sapessono in palese la sua -intenzione, pregandoli con minacciamento di gravi minacce che catuno li -fosse fedele amico e leale: e di presente mandò la moglie e’ figliuoli -con buona compagnia di gente d’arme a cavallo e a piè, e raccomandolle -la guardia di Cesena; e fornì di vantaggio tutte le castella, e di -Forlì trasse da capo femmine e fanciulli, e gente disutile in tempo -d’assedio, e soldati mise nelle case e masserizie di certi cittadini -meno confidenti; e così disposto, intendea a difendersi dal legato. - - -CAP. XXXIX. - -_Messer Niccola prese Messina per lo re Luigi._ - -Tornando nostra materia a’ fatti di Messina, essendo il re Luigi a -Reggio, messer Niccola di Cesaro avea procurato d’avere in sua guardia -il castello di Sansalvadore in sulla marina, e aggiuntosi i cavalieri -di sua setta, ch’avea fatti ritornare da Firenze, si provvide che non -era sicuro a fare sua impresa col re Luigi, s’e’ non avesse il castello -di Mattagrifone sopra Messina, che era fortissimo, e dava l’entrata e -l’uscita della città per la montagna; questo procacciò per ingegno, -che per forza non avea luogo. Il castellano non prendea guardia de’ -suoi cittadini, e’ cavalieri tornati da Firenze erano amici, e per -modo d’andarlo a vicitare con alquanti loro famigli, furono con festa -ricevuti da lui; e tenendolo in novelle, com’era ordinato, messer -Niccola sopravvenne con altri suoi compagni, e non gli fu contradetta -l’entrata per mala provvisione del castellano; e trovandosi dentro -forte, cortesemente ne trasse il castellano, ch’era male provveduto -alla difesa. Fornito questo messer Niccola vi mise il castellano e le -guardie a suo modo; e avendo fermo il trattato col re Luigi, il re del -mese di novembre vi mandò messer Niccola Acciaiuoli da Firenze ch’avea -menato questo trattato, con sette galee e un legno armato cariche di -grano, e con lui cinquanta cavalieri e trecento masnadieri di Toscana; -e giunti a Messina, furono ricevuti da messer Niccola di Cesaro e da’ -suoi seguaci a grande onore; e ’l popolo ch’avea necessità grande di -vittuaglia, sentendo le galee cariche di grano, fu molto contento, e -incontanente per sicurtà del re fu consegnato al gran siniscalco la -guardia di Sansalvadore, ch’è la forza del porto, e Mattagrifone, ch’è -la guardia della città; e fatto questo, e lasciato in catuno masnadieri -e balestrieri alla guardia, fu condotto il gran siniscalco e l’altra -sua gente d’arme all’abitazione del re, ove trovò due figliuole del -re Petro, le quali ritenute cortesemente mandò poi al re e alla reina -ch’erano a Reggio, e da loro furono ricevute graziosamente, come -appresso racconteremo, e la reina le ritenne con seco onorevolemente. -Qui si desti la memoria della reale eccellenza del re Ruberto: qui -s’agguagli la sua sollecitudine, la sua grande potenza, l’armata di -cento, e di centosessanta, e di dugento galee per volta, e di molte -armate colla forza grande de’ suoi baroni, e della sua cavalleria e -delle sue osti, per acquistare alcuna terra nell’isola di Cicilia non -che Messina, ch’è la corona dell’isola, e non potutolo fare, acciocchè -per esempio si raffreni l’impotente ambizione degli uomini, e non si -stimi alcuna cosa per forza avere fermezza, nè potere fuggire a tempo -le calamità innate nelle mortali e cadevoli cose del mondo. - - -CAP. XL. - -_Come si ribellò Genova a que’ di Milano._ - -Seguitasi, che in questi dì i Genovesi, i quali di natura sono altieri, -vedendosi sì vilmente sottoposti a’ tiranni di Milano, e che vendicati -s’erano de’ Veneziani e de’ Catalani, per la cui fortuna s’erano -sottoposti al tirannesco giogo, avendo sentito che ’l marchese di -Monferrato avea rubellato a’ tiranni Asti in Piemonte, e che i signori -di Pavia s’erano accostati con lui, e ’l vicario dell’imperadore -era colla gente della lega e colla compagnia a oste in sul Milanese, -innanzi che sapessono della sconfitta del vicario, parendo loro avere -tempo da rubellarsi senza pericolo, a dì 15 di novembre anno detto, il -popolo si levò a romore, e prese l’arme, e corse la terra, gridando: -Viva libertà, e muoiano i tiranni; e corsi al palagio, dov’era il -vicario de’ signori, senza contasto furono messi dentro, e trassonne il -vicario e tutta sua famiglia, e tutte le masnade de’ soldati a cavallo -e a piè con lui misono fuori della città e del loro distretto, senza -fare loro villania o altro male. E incontanente mandarono a Pisa per -messer Simone Boccanegra, ch’era prima stato doge di Genova, il quale -essendo molto amico de’ Pisani, e avendo secondo l’opinione di molti -trattata questa rivoltura, coll’aiuto de’ cavalieri di Pisa e per loro -consiglio si mise per terra, e andò a Genova, e prese la signoria dal -popolo. E per questo modo fu libera la città di Genova dalla signoria -de’ Visconti di Milano, della qual cosa i signori di Milano rimasono -indegnati contro al comune di Pisa, aggiugnendo allo sdegno, ch’aveano -dato aiuto al vicario dell’imperadore quando andò contro a loro, e la -morte di messer Paffetta loro confidente amico; ma tutto comporta nel -tempo l’animo della parte. - - -CAP. XLI. - -_Come fu disfatta la chiesa di santo Romolo._ - -Era la chiesa di santo Romolo in sulla piazza de’ priori, e impedia -molto la piazza; entrò un uficio al priorato ch’aveano poco a fare, e -però, come fu loro messo innanzi di rallargare e dirizzare la piazza, -preso di concordia tra loro il partito, subitamente la sera e la -notte feciono mettere in puntelli la chiesa e le case sue, e a dì 20 -di novembre tutto feciono rovinare, e ivi presso volgendo le loggie -verso la piazza, ordinarono che si redificasse maggiore e più bella, -e ordinaronvi i danari, e fu fatto. Costoro, a dì 3 di dicembre del -detto anno, volendo fare una gran loggia per lo comune in sulla via di -Vacchereccia, non bene provveduti al beneficio del popolo, subitamente -feciono puntellare e tagliare da piè il nobile palagio e la torre della -guardia della moneta, dov’era la zecca del comune, ch’era dirimpetto -all’entrata del palagio de’ priori in sulla via di Vacchereccia, e -quella abbattuta, e fatta la stima delle case vicine fino al chiasso -de’ Baroncelli e de’ Raugi (biasimati dell’impresa, e che loggia si -convenia a tiranno e non a popolo) vi rimase la piazza de’ casolari, e -la moneta assai debole e vergognosa a cotanto comune. Questo medesimo -uficio comperò da’ Tornaquinci la grande e bella torre ch’aveano sul -canto di mercato vecchio e in sul corso del palio, la quale strignea -e impediva la via del corso; questa feciono abbattere e cadere in sul -mercato all’uscita del loro uficio; e fu molto a grado a’ cittadini, e -utile alla via e al mercato. - - -CAP. XLII. - -_Quello fece messer Filippo di Taranto e di Vercelli._ - -Era in questi dì a corte di Roma a Avignone messer Filippo di -Taranto fratello carnale del re Luigi, il quale aspettava che ’l papa -dispensasse con lui e con la moglie che s’avea tolta, sirocchia della -reina Giovanna, quella che fu moglie del duca di Durazzo e appresso di -Ruberto del Balzo, ed era sua nipote, figliuola del fratello carnale; -e ’l papa, per l’irreverenza ch’ebbono al sagramento matrimoniale -di copularsi prima ch’avessono la dispensagione, tardava di farla, -e mostrava di non volerla fare: e in questo aspetto messer Filippo -sommosse certi baroni e cavalieri provenzali, e raunò quattrocento -barbute, e tenne segreta la sua cavalcata, avendo boce ch’andava in -aiuto a’ signori di Milano o al marchese; ma egli ch’avea suo trattato -cavalcò a Carasco in Piemonte, e ripresesi la terra, e lasciolla -in ordine di guardia, e se ne tornò a Avignone del detto mese di -novembre. In questo medesimo mese, non ostante la sconfitta del vicario -dell’imperadore, il marchese di Monferrato, e messer Azzo da Correggio, -e ’l conte di Lando, ch’era lasciato, accolsono tutto il rimanente -della loro gente, e que’ di Milano, avendo la vittoria, ne cassarono, -e assediarono di fuori il castello di Novara, e anche dalla parte della -città, e assediarono Vercelli, e tutto il verno mantennero gli assedi, -tanto che vinsono la punga del castello di Novara, come seguendo nostro -trattato al suo tempo diviseremo. - - -CAP. XLIII. - -_Come si fuggì di Milano la donna che fu di messer Luchino col -figliuolo._ - -Di messer Luchino Visconti tiranno di Milano era rimaso uno figliuolo -nudrito per la madre, ch’era di quelli dal Fiesco di Genova. I tiranni -di Milano, per tema della signoria, l’aveano assottigliato delle -possessioni e del tesoro che ’l padre gli avea lasciato, e il giovane -crescea in aspetto d’essere valoroso e in amore de’ cittadini, e questo -gravava l’animo a’ signori per gelosia dal loro stato. La madre, ch’era -savia e accorta, temea forte che messer Bernabò e messer Galeazzo nol -facessono morire, i quali teneano lui e lei in guardia, ch’uscire non -poteano di Milano. La donna ordinò molto saviamente con danari e con -grandi promesse, con certi conestabili di cavalieri ch’aveano a fare -la guardia, che ’l dì ch’ella disse loro la donna fu provveduta, e -montata in su buoni cavalli, e con parte di loro tesoro furono tratti -di Milano, e avviati con cavalieri in verso Pavia. La cosa fu tosto -manifestata a’ signori; i quali li feciono perseguitare insino presso -a Pavia, e arebbonli ritenuti, se non che gente uscì di Pavia, e -ricevettonli, e tutti condussonli sani e salvi nella città di Pavia. - - -CAP. XLIV. - -_Come il Re Luigi e la reina andarono a Messina._ - -Dappoichè per la gente del re Luigi fu presa la tenuta delle fortezze -della città di Messina e del porto, i cittadini ordinarono di comune -consiglio di mandare per lo re e per la reina a Reggio, acciocchè -venissono in Messina a ricevere il saramento e la reverenza come loro -signori; ed elessono undici cittadini i maggiori per ambasciadori, -i quali tutti si vestirono di scarlatto foderato di vaio, e con le -due figliuole di don Petro valicarono a Reggio, del mese di dicembre -anno detto; e giunti là, e fatta la reverenza al re e alla reina, -furono da loro ricevuti con grande allegrezza e festa; e sposta la -loro ambasciata, e pregato il re e la reina che dovessono andare a -Messina, incontanente mandarono a far tornare le loro galee: e ricevute -le damigelle a grande onore, la reina l’ordinò di sua compagnia, -trattandole caritatevolmente in tutte le cose; e venute le galee, il re -e la reina e le damigelle vi montarono suso con tutti gli ambasciadori, -e valicarono a Messina, a dì 24 di dicembre la vigilia di Natale, -ove furono ricevuti con grande solennità di festa, fatta per tutti i -cittadini, e collocati nelle case reali: e fatta la solenne festa del -Natale, ricevettono il saramento e l’omaggio da tutti i cittadini, e -a richiesta de’ cittadini promise il re di risedere colla corte di là, -cosa che poi non attenne. - - -CAP. XLV. - -_Come fu murato il borgo di Fegghine._ - -Ricordandosi i cittadini di Firenze, come in tutte le gravi guerre -ch’al loro comune erano sopravvenute, il borgo di Fegghine ricevea -le percosse, e veggendo quanto il porto di quel luogo era utile al -fornimento della città, per la grande abbondanza della vittuaglia -che a quello mercato continovamente venia, diliberarono che ’l borgo -si murasse di grosse mura e di buone torri, e facessevisi una grossa -terra alle spese del comune con l’aiuto delle circustanti vicinanze; -e dato l’ordine del mese di dicembre del detto anno, e chiamati gli -uficiali del mese di gennaio, cominciarono a fare i fossi e le porte -principali, e appresso a fondare le mura e le torri. Penossi a compiere -questa terra lungamente, ma fornita fu d’essere circundata di mura da -difesa l’anno 1363, e compiuta e perfetta del mese di.....: Furono le -mura in fondamento grosse braccia .... e sopra terra grosse braccia -... e alte con merli braccia ... con un corridoio dentro in beccatelli -largo braccia ... e con torri alte braccia .... senza le porte, catuna -alta sopra le mura braccia ... E con due porte maestre, l’una verso -Firenze chiamata porta fiorentina, e l’altra verso castello Sangiovanni -chiamata porta aretina, catuna Con gran torri, alte sopra le mura -braccia ... la faccia delle mura di verso Firenze è per lunghezza -braccia ... e diverso l’Arno è braccia ... e quella verso castello -Sangiovanni è braccia ... e quella di verso il poggio è braccia ... -E così in tutto girano le mura di quella terra braccia ... E innanzi -che la terra fosse murata, fu ripiena di molte case nuove edificate -da’ cittadini di Firenze, e da’ paesani d’intorno. Costò al comune -di Firenze fiorini .... e a’ terrazzani e circustanti fiorini.... -E in questo medesimo tempo ne fece porre il comune una di nuovo al -Pontassieve di costa ove si dice Filicaia, la quale è più per ridotto -d’una guerra, che per abitazione o per mercato che vi si potesse -allignare. - - -CAP. XLVI. - -_D’un parlamento fece l’imperadore in Alamagna._ - -L’imperadore Carlo convocati i prelati e’ baroni d’Alamagna alla festa -della natività di Cristo a Mezza nello Reno, vi si trovò con bene -ventimila cavalieri, e in abito della maestà imperiale fu servito -a mensa dal duca di Brandimborgo, e dagli altri baroni ordinati per -consuetudine a quel servigio. E a quella festa vennero ambasciadori -del re d’Inghilterra, e due figliuoli del re di Francia per trattare -pace intra ’l re di Francia e ’l re d’Inghilterra, ma gli Alamanni -poco vi seppono trovare modo, ma trattovvisi la concordia, che poi ebbe -compimento, tra ’l conte di Fiandra e ’l duca di Brabante per l’opera -di Mellina. In quella festa fu molto ubbidito e reverito l’imperadore -da’ prencipi d’Alamagna, e con tutti si mostrò in buona pace. In -questi medesimi dì, a dì 23 di dicembre, papa Innocenzio sesto fece -più cardinali di suo movimento, fra’ quali fu il vescovo di Firenze, -ch’avea nome messer Andrea da Todi valente uomo, il cancelliere di -Parigi uomo di grande autorità, e il generale de’ frati minori e quello -de’ predicatori, che niuno l’avea procurato. - - -CAP. XLVII. - -_Come il marchese di Monferrato ebbe il castello di Novara._ - -Il Marchese Francesco di Monferrato, come narrato abbiamo addietro, -avea assediato il castello di Novara, ma per via d’assedio o per forza -non si potea avere, ch’era inespugnabile e fornito per molti anni: -ma il valente marchese avea presi e facea guardare i passi del Tesino -per modo, che ’l soccorso più volte mandato pe’ signori di Milano più -volte ributtò addietro, e la rocca fece cavare; e avendo gli assediati -recati a partito, che le mura erano in puntelli nella maggiore parte, -e non attendeano altro che d’arrendersi o di mettervi entro il fuoco; -la gente de’ signori di Milano passò Tesino, per andare a soccorrere -quelli del castello. Il marchese colla sua gente francamente si fece -loro incontro, e nella prima affrontata gli mise in rotta, e fece -loro danno ma non grande. E tornato colla vittoria, fece vedere a -quelli del castello le cave e le mura tagliate, e il loro soccorso -sconfitto: e però, a dì 21 di gennaio s’arrenderono al marchese, -salve le persone, e diedongli il castello fornito d’armadura, e di -saettamento, e d’ogni bene da vivere maravigliosamente. Ed è da notare, -non senza ammirazione, come la famosa potenza de’ signori di Milano, -essendo vittoriosi, come avemo contato, in termine di due mesi e mezzo -non poterono soccorrere il castello di Novara; e tutto avvenne per -la franca e buona sollicitudine del buono marchese. Di questo mese, -a dì 22, in sull’ora della terza trapassò di verso settentrione in -meriggio un grande bordone di fuoco, e valicato per l’aria alla vista -de’ nostri occhi, essendo il tempo chiaro e cheto, s’udì a modo d’un -tuono tremolante avvisato dal movimento del grosso vapore. Videsi la -state singulare e grandissimo caldo, e lungamente secco e sereno, e -molte terzane nell’arie grosse e presso alle fiumare, con seguito di -morti oltre al consueto modo; altro non ne sapemmo notare se da lui -procedette. - - -CAP. XLVIII. - -_Come messer Bernabò volle uccidere messer Pandolfo Malatesti._ - -Messer Pandolfo figliuolo di messer Malatesta da Rimini giovane -cavaliere, franco e ardito e di grande aspetto, era andato per -esperimentare in arme sua virtù a Milano, fatto capitano di tutta -la cavalleria di messer Galeazzo Visconti: ed era venuto tanto nel -piacere del suo signore, che tutto il consiglio e la confidanza di -messer Galeazzo riposava in messer Pandolfo. Avvenne di questo mese di -gennaio, essendo messer Galeazzo malato di podagre e d’altro, comandò -a messer Pandolfo che cavalcasse per Milano colla sua cavalleria, e -messer Pandolfo fece come comandato gli fu dal suo signore. Questa -cosa parve che generasse sdegno a messer Bernabò, ma non lo volle -dimostrare contro al fratello; ma ivi a pochi dì mandò per messer -Pandolfo, il quale di presente andò a lui e per reverenza gli -s’inginocchiò davanti. Messer Bernabò, avendo in mano una spada dentro -alla guaina, il percosse con essa senza dirgli la cagione: il giovane -sostenne alquanto, ma menandogli sopra la testa, parò il braccio, e -in quella percossa il fodero della spada uscì del ferro; e rimase il -ferro ignudo nelle mani del tiranno, incrudelì forte, e menogli un -colpo di punta, che l’avrebbe passato dall’uno lato all’altro (e fu -bene l’intenzione del tiranno d’ucciderlo) ma per schifare il colpo, -il giovane cavaliere si lasciò cadere in terra, e ’l colpo andò in -vano. Intanto la moglie di messer Bernabò, ch’era presente, con gli -altri circostanti cominciarono a riprenderlo, dicendo, che non era -suo onore in casa sua colle sue mani volere uccidere un gentile uomo. -E per questo si ritenne, e fecelo prendere e legare, e comandò che -fosse decapitato. Messer Galeazzo sentendo il furore del fratello, -mandò a lui prima la moglie, e appresso due suoi cavalieri, pregandolo -che gli rimandasse il suo capitano. Allora disse messer Bernabò: Dite -al mio frate, che questi ha offeso lui come me, e io gliel rimando, -acciocchè ne faccia giustizia, e non perdoni a costui la nostra onta. -Come messer Galeazzo il riebbe, senza alcuno arresto in quell’ora il -fece accompagnare per le sue terre, e rimandollo in suo paese. La -cagione che messer Bernabò disse palese della sua ingiuria fu, che -’l giovane dovea usare con una donna colla quale usava egli, e che -conobbe a messer Pandolfo in dito un suo anello. La cagione segreta, a -che più si diede fede, fu, perchè gli parea che costui facesse troppo -montare il suo fratello nella consorte signoria. Pochi dì appresso -si mostrò di ciò un altro segno; che essendo venuti a parole due -scudieri, l’uno di messer Bernabò, e l’altro di messer Galeazzo, e -dalle parole a mischia, ove fu fedito il famiglio di messer Bernabò, -e quello di messer Galeazzo rifuggito in casa il suo signore, di -presente messer Bernabò vi cavalcò in persona; e vedendo il fratello -alle finestre, gli disse, che gli mandasse giù quello scudiere che -avea fedito il suo. Messer Galeazzo glie le mandò; e lo scudiere gli -si gettò a’ piedi domandandogli misericordia. La misericordia che -gli fece fu, che negli occhi del fratello il fece tutto stampanare, -e lasciolli il corpo senza anima così forato all’uscio, e tornossi a -casa. Avvenne ancora in questi dì, che un giovane di buona famiglia -di Bergamo, essendo richiesto da uno messo per la signoria, il prese -per la barba, e confessato in giudicio il fallo suo, fu condannato in -venticinque libbre. Sentendolo messer Bernabò, scrisse al potestà che -gli facesse tagliare la mano. E avendolo il potestà preso per seguire -il comandamento, i buoni cittadini della città comparenti del giovane, -parendo loro troppa dura cosa questo giudicio, operarono tanto con il -potestà, che sostenne l’esecuzione tanto ch’eglino andassono per avere -grazia dal signore. Come il tiranno sentì per questi ambasciadori ch’al -giovane non era tagliata la mano, comandò che al giovane le due, e al -potestà l’una fossono tagliate, e a fare questo vi mandò gli esecutori. -La potestà sentendo il crudele comandamento, col giovane ch’avea -preso si fuggirono in uno castello ribello al tiranno. E non molto -di lungi da questi dì uno lavoratore uccise con una mazza una lepre, -che gli occorse per caso tra le mani, e portolla all’oste suo, ch’era -grande cittadino di Milano, e dimestico di messer Bernabò. Vedendola -costui sformatamente grande e grassa la presentò a messer Bernabò; il -quale veduta la lepre, si maravigliò, e domandò ov’ell’era nudrita: -fugli detto, ch’ell’era stata presa per lo cotale lavoratore. Mandò -per lui, e domandollo come l’avea presa. Il lavoratore lietamente -gli raccontò il caso intervenuto. Il tiranno, perchè avea comandato -che il salvaggiume non si pigliasse con alcuno ingegno, fuori che co’ -cani o uccelli, non avendo compassione alla semplicità del villano, nè -al caso occorso, incrudelì contro al semplice; e mandato per li suoi -cani alani, nella sua presenza il fece morire e dilacerare a quelli. -Le crudeltà sono poco degne di memoria, ma alquanto ci scusa averne -raccontate delle molte alcune, per esempio del pericolo che si corre -sotto il giogo della sfrenata tirannia. - - -CAP. XLIX. - -_Come i Genovesi racquistarono Savona._ - -Messer Simone Boccanegra doge di Genova, avendo ripresa la signoria -per lo popolo, mandò per avere tutte le terre e castella della riviera -di levante e di ponente e fra terra, e in breve tutti feciono i suoi -comandamenti, fuori che Savona, Ventimiglia, e Monaco; i quali essendo -in forza de’ Grimaldi, e d’altri gentili uomini di Genova, non vollono -ubbidire il doge. E però il doge commosse il popolo, e per mare e per -terra fece assediare Savona, e strignerla per modo, che tosto venne -in soffratta; e quelli che la teneano avendola di poco rubellata -al Biscione, non erano provveduti a potere avere soccorso, e però -trattarono certi patti, e del mese di febbraio del detto anno feciono -i comandamenti del doge, e ricevettono la sua signoria e del popolo di -Genova. - - -CAP. L. - -_Guerra dal re di Castella a quello d’Araona._ - -Pella guerra incominciata, come addietro è narrato, tra ’l re di -Castella e quello d’Araona, il re di Castella essendo apparecchiato -con sua gente, improvviso al suo avversario cavalcò sopra le terre -di quello d’Araona, e danneggiò assai il paese, e per forza vinse e -prese la città di Saragozza, e arse la terra, e ritennesi la rocca, e -misevi gente alla guardia. Di questo nacque l’abboccamento che appresso -ne seguitò de’ due re con tutto loro sforzo, come seguendo al tempo -racconteremo. E questo avvenne del mese di febbraio del detto anno. - - -CAP. LI. - -_Come messer Filippo di Navarra cavalcò presso a Parigi._ - -Messer Filippo fratello carnale del re di Navarra, ch’era preso dal re -di Francia, si mise in compagnia del conte di Lancastro, e con molti -cavalieri e arcieri cavalcarono verso Parigi, scorrendo e predando il -paese, senza trovare in campo alcuno contasto, e accostaronsi presso a -Parigi a quindici leghe, e di là elesse messer Filippo mille cavalieri -Franceschi, navarresi e normandi, e con essi cavalcò all’uscita di -gennaio del detto anno infino presso a Parigi a tre leghe, ardendo -ville casali e manieri in grande quantità, e uccidendo e predando bene -alla disperata; e sì avea in quell’ora in Parigi cinquemila cavalieri -armati, e non ebbono ardire d’uscire della città, tanto erano inviliti. -E avendo per questo modo danneggiato il paese, e fatto onta e vergogna -al vilissimo Delfino, raccolta sua preda, con tutta sua gente sano e -salvo si tornò al conte, e di là tutti insieme carichi degli arnesi e -de’ beni de’ Franceschi, e di loro prigioni si tornarono, senza vedere -viso di nemico, in loro paese. In questi dì il Delfino s’era rimesso -nel consiglio e nelle mani di certi borgesi, i quali erano stati -eletti per comune consiglio del popolo di Parigi, e avea giurato nelle -loro mani di fare pace e guerra come per loro si diliberasse. E molti -stimarono che questa fosse la cagione perchè non uscì contro a messer -Filippo di Navarra, potendolo fare con molta maggiore forza per numero -di cavalieri che non avea egli. - - -CAP. LII. - -_Come si cominciò le mulina del comune di Firenze._ - -Del mese di marzo, anno 1356 all’entrante, diliberò il comune di -Firenze di far fare la gran pescaia in Arno sopra la città, dalla -torre del Renaio alla porta di san Niccolò, e ’l canale che prende -di sopra a san Niccolò infino al Ponte rubaconte da san Gregorio, nel -quale ordinarono e poi fornirono due case a traverso al canale, l’una -di sopra e l’altra di sotto, catuna con sei palmenta per lo comune -molto bene edificate, e ancora per ordine vi se ne dovea fare quattro -penzole. Provvide questo il comune per fatti delle guerre di fuori, -che faceano alcuna volta venire di farina la città in gran soffratta, -e queste vengono nella guardia dentro alle mura della città, e spesso -hanno d’acqua grande abbondanza. - - -CAP. LIII. - -_Come il reame di Francia ebbe gran divisione._ - -Detto abbiamo poco addietro come i borgesi di Parigi doveano guidare -il Delfino e ’l reame, ma il mestiere di tanto fascio non era loro; -e per la presura del re Giovanni, e per la codardia del Delfino suo -figliuolo, l’ordine del consueto corso del reame era rotto, e’ baroni -e’ popoli si governavano a loro senno, e’ borgesi di Parigi non poteano -nè sapeano riparare. Gl’Inghilesi tennono con loro trattati d’accordo, -e a mano a mano gli cavalcavano, facendo loro gran danni; e però, -credendosi potere meglio riparare, ordinarono di comune concordia del -reame che la balía e ’l consiglio del reggimento in quelle fortune -fosse di tre prelati, e di tre baroni, e di tre borgesi, con piena -balía di potere fare pace e guerra, e leggi e comandamenti come a loro -paresse; e convenne che ’l Delfino acconsentisse a questo reggimento, e -promettesse reggersi per loro consiglio. Dall’altra parte tutti quelli -di Linguadoca feciono loro conducitore il conte d’Ormignac, dandoli -due altri cavalieri per suo consiglio per certo termine, e ’l Delfino -convenne che glie le confermasse; della qual cosa nacque lo sdegno del -conte di Fucì, che fu poi cagione di gran guerra tra loro, come innanzi -si potrà trovare. Nel principio di questo nuovo reggimento al tutto si -mostrarono strani di non volere udire trattato di pace, e cominciarono -a dare ordine d’accogliere danari per fornirsi di cavalieri soldati, -e parve in questi principii dovessono fare gran cose; ma in poco di -tempo, come catuno ebbe fornite sue spezialità per virtù dell’uficio, -lasciarono in abbandono il consiglio del comune reggimento, e senza -ordine trascorsono alla figura della ruina dello sviato regno. I -Piccardi prima avvedendosi di questo, presono da loro di reggersi per -sè, e non conferire nè ubbidire alle colte, nè agli ordini de’ detti -uficiali, e così feciono molte altre provincie e ville del reame; e -di questo nacquono poi cose di gravi danni di tutto il reame, come -seguendo nostra materia si potrà trovare. - - -CAP. LIV. - -_Morte del conte Simone di Chiaramonte in Cicilia._ - -Essendo il re Luigi in Messina, vi venne il conte Simone di -Chiaramonte; e parendogli avere fatto al detto re gran cose, perocchè -era principale cagione d’avergli fatto avere Messina, e l’altre terre -e castella dell’isola, parendogli dovere avere dal re ogni grazia, -gli addomandò di volere per moglie dama Bianca una delle figliuole di -don Petro che fu re di Cicilia, e oltre a ciò si mostrava in atto e -nel suo parlare più superbo che altiero. Al re e al suo consiglio non -parve convenevole la sua domanda, che tant’era come dargli il regno, e -però entrò in trattato con lui di volergli dare la figliuola del duca -di Durazzo. E in questo stante al conte venne male, che in sette dì si -trovò morto. Sospetto fu, che ’l consiglio del re avesse aoperato nella -sua morte, per tema ch’e’ non movesse novità grandi nell’isola, come -potea, non avendo dal re la sua intenzione. Se natural fu, assai fu a -grado al re e al suo consiglio. E questo avvenne di marzo, anno detto -1356. - - -CAP. LV. - -_Come si liberò il Borgo a Sansepolcro da tirannia._ - -Francesco di Nieri da Faggiuola essendo come tiranno signore del -Borgo a Sansepolcro, e per tenere quello avea perdute certe delle -sue proprie castella, e vedendosi debole in quello reggimento, trattò -co’ terrazzani d’avere da loro seimila fiorini d’oro, e lasciarli in -libertà; e avendone già avuti tremila, e data la fortezza a guardia -de’ terrazzani, certi Boccognani, ch’erano in bando di Perugia e -riparavansi con lui, il ripresono di viltà, e dissono che nol dovea -fare, ma se avarazia di danari il movea, elli gli farebbono dare -quindicimila fiorini in tre dì al comune di Perugia dando loro -la terra. Costui stretto dalla cupidigia della moneta diè il suo -consentimento a que’ Perugini. Ed egli avea ancora il titolo della -signoria, e le masnade de’ forestieri a piè da poter mettere i -Perugini nella terra, s’e’ borghigiani non se ne fossono accorti, ma -sentirono il fatto; e senza attendere il dì, la notte furono tutti -sotto l’arme, e per forza trassono Francesco e tutti i soldati del -Borgo, e accompagnandoli, gli ebbono condotti in sul terreno di Città -di Castello. Ivi il lasciarono co’ suoi soldati, i quali il ritennono -tanto, ch’e’ tremila fiorini ch’avea avuto da’ borghigiani vennono -nelle loro mani; e avuti i danari, e de’ suoi arnesi, il lasciarono -andare povero e mendico, com’egli avea meritato. I borghigiani usciti -delle mani del tiranno ghibellino si riformarono a popolo e a parte -guelfa, tenendo di fuori tutti i Boccognani ghibellini ch’aveano -tradita la loro terra, come addietro contammo, e’ loro seguaci. - - -CAP. LVI. - -_Come l’abate di Clugnì succedette al cardinale di Spagna._ - -Avea, come si può vedere addietro, il cardinale di Spagna legato del -papa con prospera fortuna racquistato a santa Chiesa tolte le terre, -ch’erano state occupate lungamente a santa Chiesa nel Patrimonio, nella -Marca, nel Ducato e in Romagna, salvo quelle che tenea il signore di -Forlì, e contro a quelle s’era apparecchiato di vincerle. In questo il -papa, o che fosse movimento suo o de’ cardinali, o fatto a richiesta -o a motiva del legato, la Chiesa mandò successore a fornire le guerre, -che restavano, e a mantenere le ragioni di santa Chiesa in Italia, per -successore del valoroso cardinale di Spagna l’abate di Clugnì con piena -legazione; il quale giunse a Faenza all’entrante d’aprile anni 1357. E -come l’abate fu giunto, la gente della Chiesa in una cavalcata fatta -sopra Forlì, alla quale il capitano uscì incontro per riscuotere la -preda, e’ cadde in un aguato ove perdè da cento uomini di suo i più a -cavallo. E come il nuovo legato fu posato, il legato fece venire a Fano -tutti i maggiori caporali del Patrimonio, e del Ducato, e della Marca -e di Romagna, e ambasciadori delle comunanze, e in quel parlamento il -cardinale fece suo sermone, commendando coloro ch’avea trovati fedeli e -leali a santa Chiesa, e ammonì e pregò tutti generalmente che dovessono -stare in ubbidienza e in fede di santa Chiesa, e a servire il nuovo -legato lealmente come aveano fatto lui, commendando largamente in tutte -le virtù il suo successore, e dicendo come sua intenzione era di voler -tornare a corte di Roma di presente; e questo fu a dì 27 d’aprile del -detto anno. I savi uomini ch’erano in quel parlamento, che conoscevano -il pericolo che correa il paese ancora in guerra partendosi il legato -cardinale, ch’avea l’amore di tutti e le cose aperte nelle mani, il -pregarono di comune consiglio che non si dovesse partire del paese -insino al settembre prossimo: l’abate medesimo con ogn’istanza per -sua parte e per beneficio di santa Chiesa il ne richiese: ond’egli -conoscendo la necessità, affinchè l’acquisto fatto per lui prendesse -più fermezza, acconsentì di stare alle loro preghiere questo tempo. E -quello che principalmente più l’indusse, fu l’impresa ch’avea ordinata -contro all’aspra rubellione del capitano di Forlì, che per vantaggio -che ’l cardinale gli avesse voluto fare, non volea a santa Chiesa -restituire in pace le città di Forlì e di Cesena. - - -CAP. LVII. - -_Come il re di Francia fu menato in Inghilterra._ - -Tornando nostra materia a’ fatti del re di Francia, ch’era in prigione -a Bordello in Guascogna, i Guasconi, a cui e’ s’era accomandato, non -volendo acconsentire al re d’Inghilterra di mandarglielo nell’isola -com’e’ volea, si pensò il re di fare per ingegno quello che per sua -autorità, senza indegnazione de’ Guasconi co’ quali avea vinta la -sua guerra, nol potea fare. E però fece venire i legati al figliuolo -in Guascogna, e mandovvi i maggiori de’ suoi baroni a trattare la -pace colla persona del re e co’ legati. E recata la cosa per lungo -dibattimento a concordia, per dare più fede al fatto, fu ordinata e -bandita nell’uno reame e nell’altro triegua per due anni; e’ patti -della pace recati in iscritture private, con patto, che per fare onore -al re d’Inghilterra, e per maggior bene della pace, il re dovesse -andare nell’isola, e con lui i legati di santa Chiesa e tutti i baroni -ch’erano presi, acciocchè la pace nella presenza de’ due re e de’ -legati avesse la sua intera e piena fermezza. E per questo ingegno, -acconsentendo i Guasconi alla volontà del re e de’ legati, fu il re -di Francia e gli altri baroni liberati al duca di Guales, i quali -con gran compagnia di baroni e di cavalieri inghilesi gli condussono -in Inghilterra, dove furono ricevuti con quella festa e onore ch’al -suo tempo innanzi diviseremo: e questa partita da Bordello fu fatta -d’aprile del detto anno. - - -CAP. LVIII. - -_Come la gente della Chiesa entrò in Cesena._ - -Dappoichè il cardinale legato ebbe preso partito di rimanere a fornire -la guerra di Romagna, come detto è, ordinò la sua gente d’arme a -cavallo e a piè, e tutti i sudditi richiese d’aiuto; e fece pubblicare -la sentenza contro al capitano di Forlì e contro a chi gli desse -aiuto o favore, e a dì 24 d’aprile anno detto fece scorrere la sua -gente intorno a Forlì, e presono Castelvecchio, e predarono il paese -facendo assai danno, e il capitano a questa volta si stette dentro -alle mura. Avea, come detto è, Francesco Ordelaffi, detto capitano, -mandato alla guardia di Cesena la valente sua donna madonna Cia, -figliuola di Vanni da Susinana degli Ubaldini, con dugento cavalieri -e con assai masnadieri, e comandato a tutti che l’ubbidissono come -la sua persona; e per suo consiglio l’avea dato Sgariglino di.... -suo intimo amico. Questa mantenea la guardia della città con grande -sollecitudine: ma i cittadini sentendo la molta gente d’arme ch’avea -il legato, e che contro a loro s’apparecchiavano le percosse, e non si -vedeano potenti alla difesa, quasi in subito movimento ordinarono di -ricevere nella terra di sotto la gente del legato; il quale subitamente -vi mandò millecinquecento cavalieri, e senza contasto furono messi pe’ -terrazzani nelle prime cinte delle mura. La donna colla sua forza per -l’improvviso caso non potè riparare a’ nemici, ma ridussesi in quella -parte più alta della terra che si chiama la murata e nella rocca, -all’uscita d’aprile predetto, con tutte le sue masnade da piè e da -cavallo. E presi tre cittadini ch’erano stati al trattato, in sulla -murata li fece decapitare e gittarli di sotto a’ nemici; e con animo -ardito e franco più che virile prese la difesa del minore cerchio e -della rocca con sollecita guardia di dì e di notte, mostrando di poco -temere cosa ch’avvenuta le fosse. - - -CAP. LIX. - -_Come il legato con sua forza andò a Cesena._ - -Come il legato ebbe la sua gente in Cesena, di presente mandò tutta -l’altra sua cavalleria e fanti a piè a Cesena per assediare la donna e -la sua gente nella murata e nella rocca, innanzi ch’ella potesse avere -altro soccorso, e fece pigliare un monistero ch’era in un colle al pari -della rocca, e fecevi stare gente a cavallo e a piè sì forte, che da -quella parte la rocca non potesse essere soccorsa, e nella terra di -sotto provvide d’afforzarsi per modo che maggior forza che la sua non -gli potesse nuocere: e’ soldati del cardinale avendo contro a’ patti -rubati i terrazzani, avea fatto cambiare loro gli animi, per la qual -cosa la guardia della terra convenia essere grande e forte, e in questo -per tenerli forniti ebbe il legato somma sollecitudine. La valente -madonna Cia dalla sua parte facea francamente dì e notte buona guardia, -tenendosi in grande ordine alla difesa. - - -CAP. LX. - -_Abboccamento e triegua fatta dal re di Spagna al re d’Araona._ - -Del mese d’aprile anno detto, il re di Castella avendo oltraggiato -in mare e in terra quello d’Araona, come abbiamo contato, temendo -che il re d’Araona non venisse sopra le sue terre colla sua oste, -s’avacciò, e accolse tra Spagnuoli, e infedeli Giannetti, e Mori, -cinquemila cavalieri e grandissimo popolo, e vennesene in sulle terre -d’Araona; e pose campo intorno a Samona, la quale poco innanzi avea -tolta a’ Catalani, e ivi attese il re d’Araona affine di combattersi -con lui. Il re d’Araona avea fatto suo sforzo, e venne contro a lui con -tremilacinquecento cavalieri catalani, e con moltitudine di mugaveri -a piè con loro dardi, e pose il suo campo assai presso a quello degli -Spagnuoli; e catuno s’ordinava per venire alla battaglia. E perchè -il re d’Araona non avesse tanta gente a cavallo quanta il re di -Spagna, non avea minore speranza nella vittoria, perocchè avea buoni -cavalieri, e tutti d’una lingua, e animosi contro gli Spagnuoli, e -dove abboccati si fossono, non era senza effusione di sangue grande, -ma, come a Dio piacque, baroni di catuna parte si misono in mezzo, e -mostrarono a’ signori come di lieve cagione non si convenia a’ due re -essere operatori di tanto male, e presono ordine di trattare la pace, -e in quello stante feciono fare loro due anni di triegua; e del mese di -maggio del detto anno catuno si tornò addietro con tutta sua gente nel -suo reame. - - -CAP. LXI. - -_Come Rezzuolo si diede a’ Fiorentini._ - -I terrazzani del castello di Rezzuolo, dappoichè furono liberati -dall’assedio del conte Ruberto da Battifolle per comandamento del -comune di Firenze, s’intesono insieme, e recaronsi in guardia e -ubbidiano male Marco di messer Piero Sacconi, perchè si pensava non -poterlo tenere. Nondimeno vi mandò, gente d’arme per guardare la rocca, -dando boce che ’l volea dare al comune di Firenze, perchè sentiva della -volontà de’ terrazzani; ma quelli del castello non li vollono ricevere, -ma feciono loro sindaco con pieno mandato, a darsi liberamente e -farsi contadini di Firenze, e Marco mandò ancora suo procuratore a -Firenze colle ragioni ch’avea nel castello per darle al comune. I -Fiorentini presono prima le ragioni di Marco, e appresso quelle degli -uomini del castello, e questo fu fatto a dì 29 d’aprile anno detto. E -recato Rezzuolo col suo contado a contado di Firenze, e aggiunto colla -montagna fiorentina con cui confinava, e già per questo Marco non si -fece amico de’ Fiorentini, nè i Fiorentini, di lui. - - -CAP. LXII. - -_Come i Pisani vollono torre Uzzano a’ Fiorentini._ - -I Pisani veggendosi privati del porto, e della mercatanzia, e de’ -mercatanti forestieri, della qual cosa seguitava alla loro città -mancamento delle rendite del comune, e incomportabile danno agli -artefici e a’ mercatanti, e scandalo e riprensione tra’ cittadini, -coloro che reggeano lo stato con grande astuzia pensavano di trovare -modo con loro vantaggio, ch’e’ Fiorentini si movessono contro a loro -in guerra, stimando, se guerra si movesse, i cittadini di Pisa, che -sono animosi contro a’ Fiorentini, dimenticherebbono ogni altra cosa -di mercatanzia e di loro mestieri; e però cominciarono certo trattato -in Uzzano di Valdinievole per torlo al comune di Firenze, non avendo -il detto comune per tutta l’ingiuria della franchigia tolta a’ loro -cittadini voluta rompere la pace. Il trattato si scoperse, e Uzzano e -tutte l’altre terre si rifornirono pe’ Fiorentini di migliore guardia, -e presesi per consiglio di dissimulare l’ingiuria. È oltre a questo -usarono un altro scalterimento. Il doge di Genova era singulare loro -amico, e sotto la sua baldanza mandarono ambasciadori a Genova, i -quali fermarono compagnia e lega col doge per un anno, e co’ Genovesi, -a tenere certe galee in mare per non lasciare andare mercatanzia a -Talamone, ma farla scaricare in Porto pisano; e dierono a intendere -a’ Genovesi, che quest’era di volontà de’ Fiorentini ch’aveano voglia -di tornarsi a Pisa, ma non voleano mancare a’ Sanesi per loro fatto -la promessa del porto di Talamone. E fornita la lega, con moltitudine -di stromenti la feciono bandire, e nel bando dire, che i Fiorentini -potessono colle persone e colle loro mercatanzie andare, stare, e -navicare, e mettere e trarre del loro porto, e della città e distretto, -sani e salvi, e franchi e liberi d’ogni dazio, e gabella e dirittura. -E con questa loro provvisione credettono levare i Fiorentini dalla loro -impresa di Talamone, ma trovaronsi ingannati, come appresso diviseremo. - - -CAP. LXIII. - -_Come i Pisani armarono galee per impedire il porto._ - -I Fiorentini sentendo i maliziosi agnati de’ Pisani, infinsono, come -detto è il fatto d’Uzzano, e mandarono ambasciadori a Genova per -avvisare il consiglio e il popolo di quella città l’inganno col quale i -Pisani gli aveano indotti a fare lega contro al comune di Firenze. Il -doge per la singolare amistà ch’avea co’ Pisani non lasciò avere loro -il consiglio, sicchè non poterono fare quello perchè andati v’erano, -e tornaronsi addietro non senza mormorio de’ cittadini che ’l seppono -contro al doge. I Fiorentini conoscendo quanto danno tornava a’ Pisani -il perdimento del porto e della mercatanzia più l’un dì che l’altro, -aggravarono l’ordine del divieto, e aggiungono, che chi consigliasse, -o procurasse o trattasse, o in segreto o in palese, che a Pisa si -tornasse, fosse condannato nell’avere e nella persona; e mandarono in -Proenza a fare armare galee per conducere la mercatanzia, e’ mercatanti -si procacciarono cammino di Fiandra a. Vinegia ed a Avignone per terra, -non curandosi, di maggior costo, e ogni cosa comportavano lietamente, -acciocchè ’l comune mantenesse l’impresa. I Pisani si sforzarono tanto -ch’ebbono sei galee armate, e più volte cercarono di prendere e ardere -Talamone; la cosa si rimase in questi termini lungamente, tanto, ch’e’ -Fiorentini, procurarono di ributtarli in mare. - - -CAP. LXIV. - -_L’aiuto mandò messer Bernabò al capitano di Forlì._ - -Il capitano di Forlì, sentendo le masnade del legato in Cesena, e -posta la bastita alla rocca, e racchiusa la moglie e i figliuoli -nella murata, mandò per soccorso a messer Bernabò signore di Milano -in cui riposava tutta sua speranza, il quale incontanente intese ad -apparecchiarli il soccorso. Ma perchè scoprire non si volea allora -nemico di santa Chiesa, trattò col conte di Lando caporale della -compagnia, e segretamente si convenne con lui per li suoi danari; -e fece servigio a se del levargli a’ nemici, e mandogli in Romagna -contro al legato, perchè atassono il capitano di Forlì suo amico. E -innanzi che la compagnia si partisse, per dare speranza agli amici, -e raffrenare le imprese del legato, mandò in sul Modenese duemila -barbute della sua propria cavalleria, e ivi si stavano senza fare -guerra, tenendo in sospetto i Lombardi e ’l legato. In questo tempo il -legato si studiava di strignere e forte quelli della murata di Cesena, -dando loro il dì e la notte gravi assalti, e rittivi più trabocchi, -gli fracassava d’ogni parte; e oltre a ciò, tentava con trattati e con -spendio d’avere la murata innanzi che la compagnia venisse. Di questo -nacque, che madonna Già avendo alcuno sentore, che senza sua saputa -l’antico amico del capitano, il quale era in sua compagnia, Sgariglino, -trattava alcuno accordo col legato per salvezza di tutti gli assediati, -di presente il fece prendere e tagliargli la testa, del mese di maggio -anno detto. Ella sola rimase guidatore della guerra e capitana de’ -soldati, e il dì e la notte coll’arme indosso difendea la murata dagli -assalti della gente del legato sì virtuosamente, e con così ardito e -fiero animo, che gli amici e’ nemici fortemente la ridottavano, non -meno che se la persona del capitano fosse presente. - - -CAP. LXV. - -_Come il conte d’Armignacca da Tolasana per gravezze fu cacciato._ - -Di questo mese di maggio, essendo venuto il conte d’Armignacca capitano -di quelli dei reame di Francia di Linguadoca, ed essendo venuto alla -città di Tolosa, e trattando di fare gravezze per accogliere danari -per la comune bisogna della guerra, il popolo si levò a romore e furore -contro al conte, dicendo, ch’egli era sturbatore della pace, e voleali -mettere in disusate gravezze; e corsono al palagio ov’egli abitava, -e non potendovi entrare per forza, l’assediarono, e cominciarono -ad affocare le porte. E soprastando la difesa, i gentili uomini di -Tolosana si misono in mezzo, e feciono promettere e giurare al conte, -che non renderebbe mal merito al popolo di Tolosa di ciò ch’aveva fatto -contro a lui, e che non farebbe alcuna gravezza alla villa. E fatti i -patti, il conte s’assicurò nelle mani de’ gentili uomini: e quetato il -popolo, sano e salvo il condussono in suo paese colla sua gente. - - -CAP. LXVI. - -_Conta dell’onore fatto al re di Francia in Inghilterra._ - -Avendo il duca di Guales e gli altri baroni d’Inghilterra condotto -il re di Francia, e ’l figliuolo, e gli altri baroni presi nella -battaglia, nell’isola d’Inghilterra, feciono assapere al re Adoardo -la loro venuta. Il re di presente fece assembrare in Londra di tutta -l’isola baroni, e cavalieri d’arme, e gran borgesi per volere fare -singulare festa in onore del re di Francia per la sua venuta; e fece -ch’e’ cavalieri si vestissono d’assisa, e li scudieri e’ borgesi, -e per piacere al loro re catuno si sforzò di comparire orrevole e -bello; e ordinato fu che tutti andassono incontro al re di Francia, -e facessongli reverenza, e onore, e compagnia, e ’l re Adoardo in -persona vestito d’assisa, con alquanti de’ suoi più alti baroni, avendo -ordinata sua caccia a una foresta in sul cammino fuori di Londra, -si mise là co’ detti suoi baroni; e mandato innanzi incontro al re -di Francia tutta la sopraddetta cavalleria, com’egli s’approssimò -alla foresta, il re d’Inghilterra uscito dalla foresta per traverso -s’aggiunse col re di Francia in sul cammino, e avvallato il cappuccio, -inchinatolo con reverenza, gli disse salutandolo: Bel caro cugino, -voi siate il ben venuto nell’isola d’Inghilterra. E ’l re avvallato il -suo cappuccio gli rispose, che ben foss’egli trovato. E appresso il re -d’Inghilterra l’invitò alla caccia, ed egli lo merciò dicendo che non -era tempo: e ’l re disse a lui: Voi potete e a caccia e riviera ogni -vostro diporto prendere nell’isola. Il re di Francia glie ne rendè -grazie. E detto, addio bel cugino, si ritornò nella foresta alla sua -caccia, e ’l re di Francia con tutta la compagnia degl’Inghilesi con -gran festa fu condotto nella città di Londra, essendo montato in sul -maggiore destriere dell’isola spagnuolo adorno realmente, e guidato -da’ baroni al freno e alla sella, con dimostramento di grande onore fu -guidato per tutte le buone vie della città, ordinate e parate a quello -reale servigio, acciocchè tutti gl’Inghilesi piccoli e grandi, donne -e fanciulli il potessono vedere. E con questa solennità fu condotto -fuori della terra all’abitazione reale; e ivi apparecchiata la desinea -con magnifico paramento d’oro, e d’arnesi, e di argento, e di nobili -vivande, fu ricevuto e servito alla mensa realmente, e tutti gli -altri baroni, e il figliuolo del re, ch’erano prigioni, furono onorati -conseguentemente in questa giornata, che fu a dì 24 di maggio del detto -anno. Per questa singolare allegrezza e festa si diede più piena fede -che la pace fosse ferma e fatta; ma chi vuole riguardare la verità del -fatto, conoscerà in questo processo accresciuta la miseria dell’uno re -e esaltata la pompa dell’altro, e quello che si nascose nella simulata -festa si manifestò appresso ne’ fatti che ne seguirono, come seguendo, -ne’ tempi racconteremo. - - -CAP. LXVII. - -_Trattato tenuto per li Fiorentini in accordare il capitano di Forlì -con il legato._ - -In questi medesimi dì, vedendo i Fiorentini la durezza del capitano -di Forlì, e temendo che l’avvenimento della compagnia e d’altra nuova -gente d’arme in Romagna non rimbalzasse in loro dannaggio, mandarono -ambasciadori allegato, i quali voleano essere mezzani a trovare accordo -e pace intra lui e ’l capitano di Forlì; e intesisi col legato, il -trovarono grazioso per amore de’ Fiorentini alla concordia, e con -buona speranza andarono al capitano di Forlì, il quale li ricevette -onorevolmente; e udita l’ambasciata, ringraziò gli ambasciadori, e -disse ch’era contento d’avere pace col legato e con santa Chiesa, -rimanendo egli signore di Forlì, e di Cesena, e di tutte le terre che -tenea, volendole riconoscere da santa Chiesa, e per omaggio pagare ogni -anno quel censo alla Chiesa che fosse convenevole; per altro modo non -voleva che se ne parlasse, e a questo era fermo; e per questo modo si -tornarono a Firenze senza frutto alcuno. - - -CAP. LXVIII. - -_Come il legato ebbe la murata di Cesena._ - -Trapassate le parole del trattato, il legato, ch’avea l’animo sollecito -a vincere sua punga, innanzi che ’l soccorso giugnesse a’ nemici, -a dì 28 di maggio anno detto, ordinata sua gente e molti dificii da -combattere la murata, fece d’ogni parte cominciare la battaglia aspra -e forte, e avendo provveduto alcuna parte del muro si poteva per cave -abbattere, il fece rovinare, e que’ dentro subitamente ripararono -con steccati; e aggravando la battaglia d’ogni parte, rinfrescandosi -spesso per quelli di fuori nuovi combattitori, e dove il muro era -caduto, quivi senza arresto si continova va sì aspra battaglia, che -quelli ch’erano alla difesa, per lo soperchio affanno di loro corpi, -senza potere avere rinfrescamento, conobbono di non potere sostenere, e -l’altre parti erano ancora sì strette da’ combattitori che non poteano -soccorrere alle più deboli parti; e vedendosi non potere più resistere, -benchè assai avessono morti e fediti e magagnati de’ loro avversari, -diedono segno tra loro, e abbandonarono la murata, e ridussonsi nella -rocca, e la gente del legato di presente vittoriosamente la si prese. -Madonna Cia avendo fatto maravigliosamente d’arme e di capitaneria alla -difesa, si ridusse con quattrocento tra cavalieri e masnadieri nella -rocca, acconci a’ comandamenti della donna per singulare amore infino -alla morte. - - -CAP. LXIX. - -_De’ fatti di madonna Cia donna del capitano di Forlì._ - -Racchiusa madonna Cia nella rocca con Sinibaldo suo giovane figliuolo, -e con due suoi nipoti piccoli fanciulli, e con una fanciulla grande da -marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano e cinque damigelle, -ed essendo cinta stretta d’assedio, e combattuta da otto dificii che -continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo sentimento -d’alcuno soccorso, e sapendo che le mura della rocca e delle torri -di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si teneva, -atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa durezza, -Vanni da Susinana degli Ubaldini suo padre, conoscendo il pericolo a -che la donna si conducea, andò al legato, e impetrò grazia d’andare a -parlare colla figliuola, per farla arrendere al legato con salvezza -di lei e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre, e uomo di -grande autorità, e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dei -credere ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del -tuo onore. Io conosco e veggo, che tu e la tua compagnia siete agli -stremi d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro -che di trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la -rocca al legato. E sopra ciò l’assegnò molte ragioni perch’ella il -dovea fare, mostrando, ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe -vergogna trovandosi in così fatto caso. La donna rispose al padre, -dicendo: Padre mio, quando voi mi deste al mio signore, mi comandaste, -che sopra tutte le cose io gli fossi ubbidiente, e così ho fatto -infino a qui, e intendo di fare infino alla morte. Egli m’accomandò, -questa terra, e disse, che per niuna cagione io l’abbandonassi, o ne -facessi alcuna cosa senza la sua presenza, o d’alcuno segreto seguo -che m’ha dato. La morte, e ogni altra cosa curo poco, ov’io ubbidisca -a’ suoi comandamenti. L’autorità del padre, le minacce degl’imminenti -pericoli, nè altri manifesti esempli di cotanto uomo poterono smuovere -la fermezza della donna: e preso comiato dal padre, intese con -sollicitudine a provvedere la difesa e la guardia di quella rocca che -rimasa l’era a guardare, non senza ammirazione del padre, e di chi udì -la fortezza virile dell’animo di quella donna. Io penso, che se questo -fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbono -lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne -di singulari lode per la loro costanza. - - -CAP. LXX. - -_Novità fatte in Ravenna._ - -Essendo venuta in Ravenna la novella, come la gente del legato aveano -per forza vinta la murata di Cesena, il signore di Ravenna, ch’allora -era all’ubbidienza del legato, comandò che i cittadini ne facessono -festa di fuoco e di luminaria. E però domenica, a dì 28 di maggio, -i cittadini si radunarono insieme per le contrade e per le piazze, -e festeggiavano: e nelle loro radunanze cominciarono a mormorare -contro a messer Bernardino da Polenta loro signore per le gravezze che -faceva, perocchè in breve tempo avea fatto pagare dell’estimo loro -in tre paghe libbre sette soldi dieci per libbra, onde generalmente -i cittadini erano mal contenti. E cominciato il bollore negli animi, -riscaldato col fuoco della festa, e facendosi alcuno caporale, -cominciò a gridare: Viva il popolo, e muoia l’estimo, e le gabelle. E -crescendo la boce, e multiplicando la gente al romore, il popolo corse -all’arme, e cominciossi a riducere in sulla piazza, e multiplicare le -grida. Il signore sentendo le grida mandò là due suoi famigli, l’uno -appresso l’altro, i quali giunti alla piazza furono morti dal popolo. -Il tiranno sentendo procedere la cosa da mala parte s’armò con sua -famiglia, e montato a cavallo corse alla piazza. Il popolo si rivolse -coll’arme contro a lui per modo, che per campare la persona si ritornò -nel castello; e accolto maggiore aiuto, da capo tornò alla piazza per -modo di volere acquetare il popolo: ma crescendo più il furore, fu -costretto per altra via ritornare a una postierla del castello; ma i -vili servi di quello popolazzo, avendo la libertà nelle proprie mani, -non la seppono per propria pigrizia seguitare, che al tutto erano -signori. E però, come si venne facendo notte, senza ordine e senza -capo cominciarono ad abbandonare la piazza, e tornarsi a casa, come -si tornassono da uno giuoco, e pochi furono quelli che vi rimasono, -e male provveduti. Per la qual cosa nella mezza notte uno fratello -bastardo del signore con venticinque masnadieri sì fedì di subito in -quel popolo stordito, e il signore con pochi a cavallo stava alla porta -del castello per riscuotere i suoi; ma i vili popolari, essendo ancora -in grande numero, senza fare resistenza si lasciarono percuotere, e -uccidere, e cacciare da que’ pochi assalitori, e abbandonata la piazza, -si tornarono a casa. La mattina vegnente il signore mandò per certi -cittadini, i quali come usciti d’ebrietà, e assicurati v’andarono; e -avendo i primi, mandò per anche, e raunonne in sua forza, centoventi e -più, i quali messi in prigione corse la terra; e appresso per diversi -modi gran parte ne fece morire, e degli altri fece danari. E da indi -innanzi fu più fortemente dal suo popolo ubbidito, temuto, e ridottato. - - -CAP. LXXI. - -_Novità di Grecia, e presura di loro signori._ - -In questo medesimo tempo, Orcam grande signore de’ Turchi, avea -lasciato in Gallipoli un suo figliuolo primogenito per guardare le -terre dell’imperio di Costantinopoli, ch’egli avea acquistate quando -furono i grandi tremuoti nel paese. Il giovane prendendo vaghezza di -vedere pescare, follemente si mise in una barca, e valicando legni -armati di Greci, presono la barca; e conosciuto il figliuolo d’Orcam, -il condussono a Foglia vecchia, una terra che l’imperadore avea data a -un suo barone, e ’l figliuolo l’avea tolta al padre; capitando questi -Greci a lui, e sapendo cui eglino aveano preso, il ritenne a se, e a’ -marinai diede cinquemila perperi. L’imperadore volle il prigione, e -non lo potè avere. E però prese accordo col Cerabì, uno de’ signori -de’ Turchi, che ’l verno appresso venisse per terra con sua forza ad -assediare la città di Foglia, ed egli vi verrebbe per mare, con patto, -che racquistata la terra l’imperadore farebbe rendere a Orcam il suo -figliuolo che ivi era preso. Il Cerabì vi venne con grande oste, e -l’imperadore con sei galee e con assai legni armati. E stati lungamente -all’assedio, e non potendo vincere la terra, l’imperadore per consiglio -di messer Francesco di.... di Genova suo cognato, a cui egli avea dato -in dota l’isola di Metelino, stando l’imperadore in un’isoletta che -fa porto a Foglia, invitò il Cerabì ed egli fidandosi dell’imperadore -andò a lui; e trovandosi tradito, innanzi che altra novità gli fosse -fatta, disse all’imperadore: Io so ch’io sono prigione, ma tu non fai -quello che fare ti credi se tu non seguiti il mio consiglio. Se questo -s’intende tra’ miei Turchi, uno mio fratello prenderà la signoria, e -sarà contento ch’io sia prigione, e troppo più ch’io fossi morto; ed -io so che tu hai bisogno di moneta, e per questo modo non avresti mai -una dobla. Ma fa’ com’io ti dirò, e arai la tua intenzione. Fa’ palese -ch’io abbi tolta la tua sirocchia per moglie, e facciamo di ciò festa; -e io manderò per lo mio fratello e per otto miei grandi baroni, i quali -si sforzeranno di venire alla festa per farmi onore, e come ci saranno, -terrai loro tanto ch’io ti mandi i danari di che saremo in accordo. E -fatta la convegna della moneta, l’imperadore conoscendo ch’e’ diceva -il vero, fece come il Cerabì il consigliò, ed ebbe di presente gli -stadichi venuti sotto il titolo della festa del parentado, e lasciato -il Cerabì, come fu nelle terre della sua signoria di presente mandò la -moneta promessa, e liberò il fratello e’ suoi baroni dall’imperadore, -e per savio provvedimento liberò se dal fortunevole caso di perdere la -sua signoria, e per lo poco senno della sua confidanza, aggravando però -nondimeno la vergogna dell’infedele imperadore. - - -CAP. LXXII. - -_Come il re Luigi assediò Catania in Cicilia._ - -Essendo il re Luigi a Messina, per attrarre a sè gli animi de’ -paesani, diede loro intendimento di dimorare nell’isola sei anni, e -di tenervi la corte di tutto il Regno; e per dimostrare, coll’opera -quello che promettea colla bocca, richiese i baroni del Regno per -volere assediare il figliuolo di don Petro, ch’era in Catania, per -riducere tutta l’isola in sua signoria, e prenderne la corona. I -baroni furono ubbidienti per modo, che del mese di maggio detto col -debito servigio de’ suoi baroni si trovò nell’isola millecinquecento -cavalieri, e commise la bisogna a messer Niccola Acciaiuoli di Firenze -suo grande siniscalco; il quale co’ cavalieri e col popolo cavalcò -a Catania e misesi ad assedio, strignendola fortemente per modo, che -senza gran forze non potevano gli assediati per terra avere entrata o -uscita d’alcuna gente, e per mare fece stare nel porto quattro galee -armate e due legni le quali assediavano la città per mare, e nondimeno -recavano ogni dì rinfrescamento all’oste, perocchè, per, terra non -v’era modo d’andarvi la vittuaglia per lo cammino ch’era lungo, e’ -passi malagevoli e stretti. Nella terra avea centocinquanta cavalieri -catalani di buona gente d’arme, i quali bene apparecchiati si stavano -nella città senza fare alcuna vista o sentore a’ loro nemici di -fuori. La gente del re Luigi non trovando contasto, baldanzosamente -cavalcavano il paese, e mantenevano loro assedio. - - -CAP. LXXIII. - -_Della materia medesima._ - -Stando l’assedio di Catania in questo modo, occorse per caso non -provveduto che due galee di Catalani ch’andavano in corso arrivarono -a Saragozza in Cicilia, e sentendo ivi come quattro galee e due legni -del re Luigi erano nel porto di Catania, come valenti uomini, e grandi -maestri de’ baratti del mare, innanzi che lingua venisse di loro -a quelli dell’oste, di subito feciono armare due legni ch’erano in -quel porto, e fornirli di trombe, e di trombette, e nacchere e altri -stromenti più che di gente da combattere, e fatta la notte si mossono, -e improvviso con gran baldanza le due galee de’ Catalani, lasciatosi -dietro i due legni che facessono gran rumore e grande stormeggiata, -entrarono nel porto, e con molto romore cominciarono ad assalire le -galee del re: le due ch’erano del Regno, temendo del romore di fuori -che non fossono assai galee, senza intendere alla difesa uscirono -del porto, e andaronsene a Messina, e l’altre due ch’erano genovesi -stettono alla difesa; ma perocch’e’ non erano provveduti nel subito -assalto furono vinte, e presi le galee e’ legni; e questo fu la notte -della Pentecoste, a dì 29 di maggio del detto anno. - - -CAP. LXXIV. - -_Come l’oste del re Luigi si levò da Catania in isconfitta._ - -L’oste del re Luigi più baldanzosa che provveduta, sentendo prese le -due galee e’ legni, e l’altre fuggite, per le quali veniva loro il -fornimento della vittuaglia, ed essendo di lungi da Messina quaranta -miglia per terra, e i passi stretti in forza de’ nemici, sbigottirono -forte, e conobbono che se’ soprastessono quivi tanto che i nemici -mandassono gente a’ passi elli erano senza rimedio tutti perduti; e -vivanda non aveano da mantenere il campo, tanto che il re li potesse -soccorrere, e però diliberarono d’abbandonare il campo e gli arnesi, -e di campare le persone; e a dì 30 del detto mese si misono a cammino -senza ardere il campo, a fine di non essere da’ cavalieri incalciati. -I centocinquanta cavalieri catalani di presente uscirono fuori, e -avvrebbono avuto de’ nemici ogni derrata, ma la cupidigia della preda -del campo li ritenne alquanto. I nemici che fuggivano avanzavano -loro cammino per quella via ond’erano venuti, nondimeno i Catalani -li danneggiarono alquanto alla codazza. Ma quello che peggio fece -loro furono i villani ridotti a’ passi colle pietre, ch’altr’arme non -aveano. In questa caccia fu morto il figliuolo del conte di Sinopoli, -che per l’antichità del padre si dicea conte, e preso il conte -camarlingo, e morti da quaranta a cavallo e assai di quelli da piè. -Il gran siniscalco campò per lunga fuga sopra di un buono destriere, -perduto grande tesoro di suoi gioielli e arnesi, e così tutti gli -altri baroni e cavalieri, che molto v’erano pomposi. E nota, come -un’oste reale di più di millecinquecento cavalieri e gran popolo, -con quattro galee in mare e due legni armati, per troppa baldanza, e -mala provvedenza intorno alle cose che si richieggono a un’oste, dal -provveduto scalterimento di due corsali con due galee furono sconfitti -e rotti, abbandonando il campo a’ nemici vituperevolmente. - - -CAP. LXXV. - -_Come la compagnia venne sul Bolognese._ - -La compagnia del conte di Lando mossa di Lombardia co’ danari di -messer Bernabò Visconti e con quelli del capitano di Forlì, per venire -al soccorso di Cesena, a dì 18 di giugno del detto anno venne in sul -Bolognese con licenza del signore di Bologna, senza far danno al paese -di ruberie o di prede, ma prendeano derrata per danaio, e accampati al -Borgo a Panicale, intendeano più a’ loro propri fatti che ad andare a -soccorrere la rocca di Cesena, perocchè vi sentivano il legato forte -da non potere vincere la punga; e stando quivi, accrescevano la loro -brigata, che secondo l’usanza d’ogni parte vi veniano uomini d’arme a -mettersi in quella per vaghezza della preda, e non di trovare nemici -in campo, che quasi tutti i soldati d’Italia v’aveano parte; e stando -coperti di loro movimenti, feceano paura a tutti i popoli di Toscana e -dell’altre provincie circustanti, e attraevano a loro ambasciadori da -quelli per prendere accordo; e così sospesi usavano la loro mercatanzia -molto sagacemente. E bench’e’ tiranni e’ popoli d’Italia avessono -la compagnia in odio, tant’era la divisione delle parti e la gelosia -de’ popoli contro a’ tiranni, che catuno volea piuttosto ubbidire al -servigio della compagnia co’ suoi danari che contastare con quella, e -però ora era condotta per l’uno ora per l’altro, rimanendo continovo -l’ordine della compagnia. E in questi dì era già durata più di quindici -anni questa tempesta in Italia. - - -CAP. LXXVI. - -_Come il comune di Firenze afforzò lo Stale._ - -I Fiorentini vedendo che la compagnia era in parte che in un dì potea -valicare l’alpe ed entrare nel Mugello, per certa piaggia dell’alpe -assai aperta che si chiama la via dello Stale, richiesono gli -Ubaldini, i quali s’impromisono d’essere co’ Fiorentini alla guardia -del passo; il comune vi mandò di presente tremila balestrieri, e bene -altrettanti fanti e ottocento cavalieri, e gli Ubaldini vi vennono -con millecinquecento fanti di loro fedeli, e diedono il mercato -abbondantemente a tutta l’oste, e co’ capitani insieme de’ Fiorentini -feciono fare una tagliata che comprendea i passi di quello Stale per -spazio d’un miglio e mezzo tra’ due poggi, e sopra la tagliata feciono -barre di grandi e grossi faggi a modo di steccato, e vi feciono loro -abitazioni, e stettonvi alla guardia de’ passi mentre che la compagnia -dimorò sul Bolognese, desiderando ch’ella si mettesse nell’alpe per -volere passare, com’erano le loro minacce, ma sentendo la provvisione -de’ Fiorentini, conceputo maggiore sdegno tennono altro cammino. - - -CAP. LXXVII. - -_Come s’arrendè la rocca di Cesena al legato._ - -Sentendo il legato la compagnia soggiornare in sul Bolognese, -abbandonato ogni altra cosa, con sommo studio si diè a volere vincere -la rocca di Cesena, facendola cavare per abbattere le mura e le -torri, e traboccarvi dentro grandi pietre con otto trabocchi, e -oltre a ciò spesso la faceva assaggiare di battaglia; ma tanto era -la severità di madonna Cia, e la sua sollecitudine di dì e di notte -alla difesa, che per cosa che si facesse quell’animo non si cambiava; -e già essendo per le cave caduto parte delle mura e l’una delle -torri, la donna in persona facea riparare con isteccati e con fossi, -oltre alla considerazione de’ più fieri e de’ più valenti uomini -del mondo, non dimostrando alcuna paura. Ma i valenti conestabili -ch’erano con lei, sapendo che la mastra torre della rocca si mettea in -puntelli, e vedendo la pertinace costanza della donna, ebbono madonna -Cia a consiglio, e dissono: Madonna, e’ si può sapere e conoscere -manifestamente che per voi è mantenuta la difesa della murata e della -rocca infino agli ultimi stremi, e di noi avete potuto conoscere intera -e pura fede, mentre che alcuna speranza s’è per voi e per noi potuta -conoscere, ma ora non ne resta via da potere campare la sepultura de’ -nostri corpi sotto la ruina di questa rocca. E perocchè questo non -dobbiamo comportare per alcuna ragione, siamo disposti, o di vostra -volontà, o contro al vostro volere, rendere la rocca per salvare le -nostre persone. La valente donna per questo non cambiò faccia, nè -perdè di sua virtù, e conobbe ch’e’ soldati aveano ragione di così -fare, e però disse a’ conestabili: Io voglio che lasciate fare a me -questo accordo; e i conestabili conoscendo il grande animo della donna, -dissono che di ciò erano contenti; e mandato al legato, e avuti da lui -uditori con pieno mandato secondo la sua volontà, trattò che tutti -i conestabili colle loro masnade, e tutti gli altri soldati fossono -franchi e liberi, e potessonne portare ciò che volessono in su’ loro -colli: ed ella rimanesse prigione del legato col figliuolo, e con una -sua figliuola, e con due suoi nipoti madornali e uno bastardo, e con -due figliuole di Gentile da Mogliano, e cinque sue damigelle. Per sè -e per la sua famiglia non cercò grazia, potendo salvare i soldati che -lealmente l’aveano atata. E fatti e fermi i patti, a dì 21 di giugno -gli anni domini 1357 rendè la rocca al legato, e fu signore di tutto -con gran gloria della sua punga, ma non con mancamento di chiara fama -del forte animo di quella donna: la quale per alcuno caso avverso, -per alcuna intollerabile fatica, mentre ch’era in sua libertà, mai non -cambiò faccia, o mancò di consiglio o d’ardire. E menata in prigione -dov’era il legato nel castello d’Ancona, così contenne il suo animo non -vinto e non corrotto, e in aspetto continente come se la vittoria fosse -stata sua. E il legato maravigliandosi della costanza di questa donna, -benchè la ritenesse prigione a fine di piuttosto domare l’alterezza del -capitano, assai la fece stare onestamente, e bene servire. - - -CAP. LXXVIII. - -_De’ fatti di Costantinopoli._ - -L’imperadore di Costantinopoli avendo perduta la speranza di vincere -la città di Foglia vecchia, mutò consiglio, e trattò con quello Greco -che la tenea, e confermogliele in feudo, e aggiunseli alla baronia, -e diegli sessantamila perperi; e la primavera vegnente ebbe da lui -il figliuolo d’Orcam signore de’ Turchi, il quale egli avea prigione, -come addietro abbiamo contato. E per costui l’imperadore riebbe tutte -le terre che Orcam gli avea tolte, e oltre a ciò molti danari, e -stadichi per mantenere la pace che feciono insieme quando gli rendè il -figliuolo. - - -CAP. LXXIX. - -_Come il legato prese Castelnuovo e Brettinoro._ - -Vinta la punga di Cesena, i cavalieri del legato baldanzosi per la -vittoria di subito cavalcarono a Castelnuovo di Cesena, e trovandolo -male provveduto alla difesa, vi s’entrarono dentro. E appresso si -dirizzarono al nobile castello di Brettinoro, il quale era fornito -di suoi terrazzani, e d’assai soldati a cavallo e a piè, e di -molta vittuaglia, sicchè poco se ne potea sperare o per forza o per -assedio. Nondimeno la gente del legato vi s’accampò intorno: e poco -stante vi si cominciò un badalucco tra quelli della terra e la gente -della Chiesa, della quale messer Galeotto Malatesta era capitano; il -badalucco durò molto, e per questo s’ingrossò da ogni parte, e per -lo soperchio della gente della Chiesa, quella del castello fu rotta. -Messer Galeotto, ch’era in ordine co’ suoi cavalieri, perseguitò -quelli che fuggivano verso la terra, e mescolossi con loro per modo, -che giunti alle porte, entrarono con quelli del castello insieme, -combattendo continovamente; e avendo seguito presso de’ loro cavalieri -e masnadieri, presono la porta e le guardie di quella, per la qual -cosa la loro gente vi s’ingrossò di subito, e venne bene a bisogno, -perocchè tutti i terrazzani e’ soldati che v’erano francamente li -combatteano, e colle pietre delle case per difendere la terra. Ma il -soperchio che vince ogni cosa, dopo la lunga e aspra battaglia, essendo -multiplicata la gente della Chiesa, e molti morti dall’una parte e -dall’altra, i terrazzani e i loro soldati furono costretti a fuggire -nella rocca; e la gente del legato presa la terra e rubata, la tennero -vittoriosamente, essendo tenuta grande maraviglia per la fortezza del -castello. Alcuni dissono, che tra’ terrazzani ebbe divisione, che -se fossono stati interi alla difesa non si potea perdere. E questo -fu l’ultimo dì di giugno detto. Presa la terra, il legato mandò di -presente molti dificii a tormentare la rocca, e cavatori per cavare -e abbattere le mura, com’altra volta avea fatto il capitano; ma avea -molto rafforzati i fondamenti con gran pietre, e molte stanghe e -cinghie di ferro, ma poco valse, che in assai breve tempo quelli della -terra feciono i comandamenti del legato, come appresso racconteremo. - - -CAP. LXXX. - -_Di processi fatti contro la compagnia per lo legato._ - -Avendo a questi dì la compagnia tentato di volere entrare in Toscana, e -trovati tutti i passi dell’alpe occupati e in guardia de’ Fiorentini, e -il più largo dello Stale afforzato da non mettersi a prova, con molto -sdegno contro al comune di Firenze valicarono in Romagna, e a dì 6 -di luglio furono a Villafranca a tre miglia di Forlì con quattromila -cavalieri, i più bene armati e bene montati, e milleseicento masnadieri -e balestrieri, e grandissimo numero di ribaldi e di femmine al comune -servigio, seguitando la carogna della compagnia, e ivi a pochi dì -si misono al ponte a Ronto e posono il campo e afforzarlo. Il legato -vedendosi la compagnia presso, ristrinse tutta la sua gente in Cesena -e in Brettinoro, senza mettersi a campo o fare assalto contro a loro. -E per avere aiuto da’ fedeli di santa Chiesa, fece sopra la compagnia -il processo ch’avea fatto sopra il capitano di Forlì come suoi fautori, -e pronunziolli incorsi in quella medesima sentenza; e fece in Italia -bandire la croce sopra loro con maggiore istanza, e con maggior mercato -dell’indulgenza, e con minore termine del servigio che dato avea -contro al capitano, e mandò di nuovo i predicatori e gli accattatori a -sommuovere i popoli, e fece grande commozione, e raunò tesoro e gente -assai, come al debito tempo racconteremo, - - -CAP. LXXXI. - -_Della gravezza facea il tiranno a’ Bolognesi._ - -Quando la compagnia fu valicata in Romagna, i duemila cavalieri che -messer Bernabò tenea sul Modenese, e appresso a Sassuolo in su quello -di Bologna, senza fare alcuna novità di guerra pur facea stare i -collegati in sospetto, e anche il legato, e però i Lombardi della -lega accolsono gente, e ’l tiranno bolognese fece a’ suoi Bolognesi, -per avere danari, sconvenevoli gravezze sopra l’usate. Perocchè ogni -mese volea da catuno de’ suoi sudditi soldi cinque di bolognini per -bocca di sale, e soldi quattro per macinatura la corba del grano, -oltre all’usata mulenda, e per ogni tornatura di terra soldi venti -di bolognini l’anno sopra l’altre gabelle delle porti, e del vino, e -dell’altre cose ch’entravano con some e con carra, che tutte erano -gabellate, e per questo modo traeva loro delle coste e de’ fianchi -libbre seicentomila di bolognini l’anno. E oltre a ciò, avendo tolto -loro l’arme, in questo tempo mandò bando, che chiunque l’amava andasse -nell’oste. Il popolo sottoposto al duro giogo, per ubbidire il tiranno, -si mosse con bastoni e con lanciotti in mano, ch’altr’arme non avea, -e andò dove fu il comandamento del tiranno, e nel campo stette due dì -senza mercato di vittuaglia a grande stretta di loro vita, e non osò -fiatare. La gente della lega era uscita fuori, e ingrossatasi, per -contastare la cavalleria di messer Bernabò, che si stava a Sassuolo, -avvenne, a dì 21 di luglio del detto anno, che trovandosi insieme parte -dell’una gente e dell’altra per scontrazzo, si combatterono tra loro, -e furono rotti quelli di messer Bernabò; gli altri suoi cavalieri, -sentendo quella rotta, si partirono, e tornarsi sani e salvi a Milano. -Dappoichè furono partiti si scoperse un trattato, che dovea essere data -loro la porta del castello di Bologna, e furono presi i traditori, e -giustiziati. - - -CAP. LXXXII. - -_Come i Veneziani domandarono pace al re d’Ungheria._ - -I Veneziani vedendo che il re d’Ungheria gli guerreggiava in -Trevigiana, e in Ischiavonia e in Dalmazia con grave guerra, e ch’egli -avea preso ordine da poterla senza spesa e senza pericolo della -moltitudine degli Ungheri, usati di generare confusione, continuare, -conobbono che a loro era cosa incomportabile; e però elessono solenni -ambasciadori, e mandarli al re per addomandare pace, volendosi ritenere -Giadra, e renderli l’altre terre della Schiavonia, e darli per tempi -danari assai per l’ammenda; e fra l’altre terre che dare gli voleano, -nominarono Trau e Spalatro. I cittadini di quelle terre sentendo -ch’e’ Veneziani gli voleano dare al re d’Ungheria per loro vantaggio, -si accolsono insieme, e presono per consiglio di volere accattare la -benivolenza del re, e non attendere ch’e’ Veneziani ne volessono fare -loro mercatanzia; e però liberamente si diedono al re, e ricevettono la -sua gente e’ suoi vicari con grado in pace, e’ rettori e la gente che -v’era pe’ Veneziani rimandarono a Vinegia sani e salvi, e il re con gli -ambasciadori non volle accordo se non riavesse Giadra e l’altre terre -del suo reame. - - -CAP. LXXXIII. - -_Come il legato ebbe la rocca di Brettinoro._ - -Il legato, ch’avea presa la terra di Brettinoro, e stretti quelli della -rocca per modo che poco si poteano tenere per la molta gente che dentro -v’era racchiusa, non ostante che vedessono l’oste della compagnia da -cui attendeano soccorso presso a tre miglia, feciono accordo, e diedono -stadichi, che se la domenica vegnente, a dì 23 di luglio anno detto, e’ -non fossono soccorsi, s’arrenderebbono, salvo le persone, e l’arme e -’l loro arnese. Il capitano che v’era per lo legato, messer Galeotto, -provvide sì sollicitamente il dì e la notte che ciò non si potesse -fare, che non valse ingegno del capitano di Forlì, nè forza ch’avesse -la compagnia, che fornire o soccorrere la potessono; e valicato -il giorno, la sera medesima, ch’era il termine, s’arrenderono, con -onorevole vittoria del legato, e abbassamento della fallace fama della -compagnia, e della pertinace superbia del capitano. - - -CAP. LXXXIV. - -_Come si bandì la croce contro la compagnia._ - -Seguita, che per tema della compagnia, la quale ogni dì crescea, il -legato avea oltre al processo della croce bandita mandato a richiedere -aiuto contro alla compagnia a tutti i Toscani, e più confidentemente -dal comune di Firenze, e mandovvi suo legato un vescovo di Narni -Fiorentino chiamato frate Agostino Tinacci de’ frati romitani, buono -Altopascino; costui con grande solennità fece tre dì ogni mattina -in Firenze processione, e acconsentitagli da’ signori, per reverenza -della Chiesa sonate tutte le campane del comune a parlamento, in sulla -ringhiera de’ priori fatta sua predica, pubblicò il processo fatta -contro alla compagnia, e pronunziò l’indulgenza a chi prendesse la -croce, e allargò che dodici uomini potessono concorrere al soldo d’uno -cavaliere, e raccorciò il tempo del servigio in sei mesi ov’era in -dodici; e ancora più, che prenderebbe ciò che gli uomini e le femmine -gli volessono dare, e dispenserebbe con loro; e divolgato il fatto, -tanto fu il concorso degli uomini e delle donne della nostra città, che -senz’altra provvisione di suo mandato gli portavano i danari per modo, -ch’e’ non potea resistere di potere ricevere e di porre la mano in -capo: e trovossi di vero, ch’e’ ricevea per dì mille, e milledugento, -e millecinquecento fiorini d’oro, e in non molti dì raunò più di -trentamila fiorini d’oro, i più dalle donne e dalla gente minuta. Il -comune per sè avea diliberato di volere mandare aiuto al legato, ma -avvedendosi tardi per gli suoi cittadini ch’aveano già piene le mani -agli accattatori, vide co’ savi, che ’l comune per tutto il popolo -potea avere l’indulgenza, volendo servire di prendere l’aiuto della -Chiesa, per avere il beneficio dell’indulgenza; e però convertì la -sua gente a fare il servigio per tutto il comune, acciocchè ogni uomo -avesse il perdono; e così fatto, il detto vescovo, a dì 26 di luglio -anno detto, pronunziò il perdono a tutti i cittadini, e contadini e -distrettuali di Firenze, i quali fossono confessi e pentuti de’ loro -peccati, o che fra tre mesi avvenire si confessassono. E nota, che in -nove anni tre volte si concedette questo perdono; nel 1343, quando fu -la generale mortalità, e l’anno del cinquantesimo, e in questa guerra -romagnuola. - - -CAP. LXXXV. - -_Aiuti mandarono i Fiorentini al legato._ - -Il comune di Firenze, a dì 20 di luglio anno detto, fatto capitano -messer Manno di messer Apardo de’ Donati, e datogli il pennone del -comune, il mandarono in Romagna con settecento barbute di buona gente, -e con ottocento balestrieri, affinchè la battaglia si prendesse colla -compagnia; e oltre a ciò v’andarono singulari masnade di cittadini e’ -contadini crociati, che furono dugento a cavallo e duemila a piè. E -contando la raccolta de’ danari, e la spesa del comune e de’ singulari -uomini, più di centomila fiorini costò la beffa al comune di Firenze a -questa volta. È vero che ’l tutto s’intendea a combattere la compagnia, -e però vi mandò il comune un confidente cittadino popolare, il quale in -segreto si dovesse strignere col legato, e con autorità di promettere -ventimila fiorini d’oro per lo comune a’ soldati se vincessono la -compagnia; ed era tanta la buona gente ch’avea il legato, e quella -del comune di Firenze, e de’ crociati che v’erano di volontà, ch’assai -se ne potea sperare piena vittoria. Il legato n’avea dato di prima al -comune buona speranza, e ancora poi il suo ambasciadore, ma appresso, -o che il legato invilisse, impaurisse di mettersi a partito, o che non -si confidasse de’ soldati, dissimulò il fatto, e tennelo pendente, e -mantennesi in riguardo, dando ardimento agli avversari, e viltà alla -sua parte che gli tornò in poco onore. - - -CAP. LXXXVI. - -_Come i Genovesi ebbono Ventimiglia._ - -Di questo mese di luglio, tenendosi la città di Ventimiglia per i -figliuoli e consorti di messer Carlo Grimaldi, e non ubbidivano il -comune nè ’l doge di Genova, per la qual cosa il doge diede boce di -volere fare guerra a’ Catalani, e per questo fece armare venti galee: -e avendo alcuno trattato in Ventimiglia, costeggiando la riviera, come -furono a una punta di mare presso alla terra di Ventimiglia feciono -scendere masnade e balestrieri con un capitano, il quale gli menò -copertamente sopra la città da quella parte dove era il trattato, e -dove non si prendea piena guardia, e le galee andarono per mare; e -giunte nel porto, volendo prendere una galea armata di quelli di Monaco -che v’era dentro, i terrazzani per difendere la galea tutti trassono -alla marina; e in questo, l’aguato de’ Genovesi ch’erano smontati sopra -la terra scesono alla porta, e senza contasto entrarono nella città, e -presono la guardia della porta, e feciono il cenno ordinato alle galee, -le quali si strinsono alla terra. I cittadini di presente conobbono -ch’alla difesa non avea riparo, e però ricevettono i Genovesi come -maggiori, ed eglino, senza alcuna novità fare nella città, presono la -signoria della terra per lo comune di Genova e per lo doge, e’ Grimaldi -che la teneano se n’andarono colle persone e coll’avere a Monaco, e le -galee si ritornarono a Genova. - - -CAP. LXXXVII. - -_Come l’arciprete con compagnia entrò in Provenza._ - -Essendo in alcuno sollevamento delle guerre il reame di Francia per -la presura del re e de’ baroni, molti uomini d’arme non avendo soldi, -per alcuna industria, secondo che la fama corse, del cardinale di -Pelagorga zio del figliuolo del duca di Durazzo, i quali erano dal re -Luigi e da’ suoi fratelli male stati trattati, essendo messer Filippo -di Taranto fratello del re Luigi in Provenza, mosse l’arciprete di -Pelagorga, uomo bellicoso e di mala fama, il quale si fece capo d’una -parte de’ Guasconi acconci a fare ogni male, e di volgo il nome di -fare compagnia. E con lui s’accostò messer Amelio del Balzo e messer -Giovanni Rubescello di Nizza, e molti uomini d’arme ch’aveano voglia -di rubare s’accozzarono con loro, sicchè in pochi dì accolsono ed -ebbono nelle contrade di Ponte di Sorga di là dal Rodano più di duemila -cavalieri, e stesonsi inverso Oringa e Carpentrasso, standosi per le -villate e a campo senza rubare o far danno al paese, ma per paura i -paesani davano loro vittuaglia. Messer Filippo di Taranto, ch’era in -Provenza, volendo riparare che non entrassono nella Provenza del re -di qua dal Rodano, accolse suo sforzo di Provenzali, e fece, capo a -Orgona, e stese la guardia sua su per lo fiume della Durenza. Ma la -sua gente era poca, e mancava, e la compagnia cresceva, perchè il -papa e tutta la corte ne cominciò forte a temere. Ma i capitani della -compagnia ammaestrati della corte medesima, mandarono ambasciadori al -papa per assicurarlo, che contro della corte e alle terre della Chiesa -non intendeano fare alcuno male, e per sicurtà offeriano i saramenti -de’ caporali, e stadichi, se gli volesse, ma la loro intenzione era -d’andare contro a messer Filippo di Taranto, il quale aveano per loro -nemico, e di guerreggiare le sue terre e del re Luigi. E ivi a pochi -dì valicarono il Rodano ed entrarono in Provenza, che messer Filippo, -non avea forza da campeggiare con loro, e cominciarono a correre il -paese, e a guastarlo, e a uccidere e a predare in ogni parte; e presono -Lallona buona terra e piena d’ogni bene, e poi andarono infino a san -Massimino, e anche il presono, e più altre castella. Le buone terre -s’armarono alla difesa, e ’l papa fece afforzare Avignone, e guardare -la città, e d’altro non s’intramise: e così tutta la state consumarono -quel paese. - - -CAP. LXXXVIII. - -_Come il conte di Fiandra rendè Brabante alla duchessa facendo pace._ - -Noi dicemmo poco addietro che la duchessa di Brabante era tornata, e -’l conte di Fiandra pazientemente l’avea comportata, perocchè era sua -cognata, e perchè sapea la natura de’ Brabanzoni, che non si potrebbono -tenere sotto la signoria de’ Fiamminghi, e già parecchi buone ville -aveano accomiatati gli uficiali del conte; e avvegnachè fortuna -l’avesse fatto signore di Brabante, la sua intenzione non era di volere -altro che Mellino, ch’egli s’avea comperata con giusto titolo. E però, -essendo trattato della pace nella festa che fece l’imperadore, il conte -si dichinò benignamente alla cognata, e rendelle la signoria di tutto -Brabante, con patto, ch’alcuno lieve omaggio ella ne facesse alla -compagna sua sirocchia, e che a lui rimanesse libera la signoria di -Mellino. E fermata la concordia, con gran piacere de’ Fiamminghi e de’ -baroni si pubblicò la pace del mese di luglio del detto anno. - - -CAP. LXXXIX. - -_Come il legato s’accordò colla compagnia per danari._ - -Tornando a’ fatti della compagnia, seguita a contare poco onore di -santa Chiesa e di due comuni di Toscana. Messer Egidio cardinale di -Spagna legato avendo, com’è detto, da sè molta buona gente d’arme, e -accoltane per l’indulgenza della croce maggior quantità, sicchè assai -si trovava più forte che non era la compagnia per poterla combattere, -e promesso l’avea alle comunanze di Toscana e nelle prediche della -croce, e se alla fortuna della battaglia non si volea abbandonare per -senno, almeno standosi a riguardo si conoscea manifesto, che dov’elli -erano poco poteano soggiornare che non aveano vivanda, e volendosi -partire, avendo tanti nimici a petto, male il poteano fare senza -loro gran danno. Tanto invilì la loro vista l’animo del legato, che -infino allora era da pregiare sopra gli altri baroni, ch’e’ si mise -in trattato col conte di Lando capitano della compagnia, e fecelo più -volte venire a sè: e in fine prese accordo, ch’e’ si dovesse partire -colla sua compagnia e tornarsene in Lombardia, e liberare tre anni le -terre della Chiesa, e la città di Firenze, di Pisa, di Perugia, e di -Siena, avendo la compagnia dal legato e da’ detti comuni cinquantamila -fiorini d’oro, e cominciasse il termine di calen di novembre 1357. Il -comune di Perugia e quello di Siena se ne feciono beffe, e non vollono -attenere quello che il legato n’avea ordinato. I Fiorentini furono -contenti, e pagarono per la loro rata sedicimila fiorini: e’ Pisani -anche s’acconciarono, e pagarono la loro rata e il legato la sua. E -avuto il tributo della Chiesa, e de’ maggiori comuni di Toscana, ove -si conoscevano essere a mal partito, baldanzosi e lieti si tornarono in -Lombardia, in grande abbassamento dell’onore del legato; e se senno fu, -troppa codardia vi si nascose dentro. - - -CAP. XC. - -_Ricominciamento dello studio in Firenze._ - -Del mese d’agosto del detto anno, i rettori di Firenze s’avvidono, -come certi cittadini malevoli per invidia, trovandosi agli ufici, -aveano fatto gran vergogna al nostro comune, perocchè al tutto aveano -levato e spento lo studio generale in Firenze, mostrando che la -spesa di duemila cinquecento fiorini d’oro l’anno de’ dottori dovesse -essere incomportabile al comune di Firenze, che in un’ambasciata e -in una masnada di venticinque soldati si gittavano l’anno parecchie -volte senza frutto e senza onore, e in questo si levava cotanto onore -al comune; e però ordinarono la spesa, e chiamarono gli uficiali -ch’avessono a mantenere lo studio; e benchè fosse tardi, elessono i -dottori, e feciono al tempo ricominciare lo studio in tutte le facoltà -di catuna scienza. E di questo mese nacquono in Firenze due leoni. - - -CAP. XCI. - -_Come si trovarono l’ossa di papa Stefano in Firenze._ - -In questo mese d’agosto, cavandosi a lato all’altare di san Zanobi -nella chiesa cattedrale di Firenze, per fare uno de’ gran pilastri per -la chiesa nuova, vi si trovò uno monumento verso tramontana, nel quale -erano l’ossa di papa Stefano nono nato di Lotteringia, e così diceano -le lettere soscritte nella sua sepoltura; e in sul petto gli si trovò -il fermaglio papale con pietre preziose e con lo stile dell’oro, e -la mitra in capo e l’anello in dito; e raccolto ogni sua reliquia, si -riserrarono appo i canonici per fargli al tempo onorevole sepoltura. -Questi sedette papa mesi dieci; e morì gli anni 1088. - - -CAP. XCII. - -_Leggi fatte sopra i medici._ - -Cominciossi di questo mese d’agosto nel Valdarno di sotto, e in -Valdelsa, e in Valdipesa, e in molte parti del contado di Firenze e -nel suo distretto, un’epidemia d’aria corrotta intorno alle riviere -che generò molte malattie, le quali erano lunghe e mortali, e grande -quantità d’uomini e di femmine mise a terra, e assai cavalieri di -Firenze stati in contado morirono, che fu singolare cosa, e durò fino -a mezzo ottobre; e in Firenze morirono assai uomini e donne, ma de’ -cinque i quattro tornati di contado malati. Fece allora il comune -per riformagione, che niuno medico dovesse andare a vicitare alcuno -malato da due volte in su, se il malato non fosse confessato, avendo -di ciò degna testimonianza, sotto pena di libbre cinquecento, e che -di ciò catuno medico dovesse fare ogni anno saramento alla corte -dell’esecutore. La legge fu buona, ma l’avarizia de’ medici e la -pigrizia de’ malati, mescolata colla cattiva consuetudine, fece perdere -l’esecuzione di quella, che se fosse messa in pratica, e tornata in -consuetudine, era gran beneficio dell’anime e santa de’ corpi. - - -CAP. XCIII. - -_Come i Genovesi ebbono Monaco._ - -Avendo avuto il doge di Genova onore d’avere racquistata la città di -Ventimiglia, fece armata di quattordici galee, e sei ne mandarono -i Pisani ch’erano in lega col loro comune; e queste venti galee -misono nel porto ch’è sotto il castello, e sopra Monaco di verso la -montagna misono quattromila fanti armati, tra’ quali avea di molti -balestrieri, che di notte guardavano i passi della montagna; e tenutolo -così assediato un mese, e tentatolo con loro danno alcune volte di -battaglia, perocch’era troppo forte, vi si stavano. I Grimaldi che -’l teneano pensarono che a lungo andare e’ non potrebbono contastare -al comune, ed essendo preso in Genova un figliuolo di messer Carlo -Grimaldi, trattarono di volere dare il castello di Monaco al doge e -al comune per danari, e riavere il figliuolo di messer Carlo libero -di prigione, ed essere ribanditi; e venuti a concordia, ebbono contati -fiorini sedicimila d’oro, e quattromila ne scontarono per la prigione, -e renderono Monaco al comune di Genova; il quale aveano tenuto -trentadue anni in loro balía, che rade volte aveano ubbidito al loro -comune, e sempre corseggiato e tribolato i navicanti di quel mare, e -fatto del luogo spilonca di ladroni; e questo fu il dì di nostra Donna -a mezzo agosto del detto anno. - - -CAP. XCIV. - -_Come il cardinale assediò Forlì._ - -Avendo, come detto è, il cardinale fatta partire la compagnia di -Romagna, e trovato il capitano di Forlì ostinato e indurato di non -volere venire all’ubbidienza di santa Chiesa, e volendo il cardinale -tornarsene a corte; innanzi la sua partita ordinò coll’altro legato, -ch’era l’abate di Giugni, d’assediare la città di Forlì, e all’uscita -d’agosto vi posono il campo con duemila cavalieri e con gran popolo, -e cominciarono a dare il guasto intorno alla città, e ’l capitano -con grande animo si ristrinse con pochi soldati a cavallo, e co’ -suoi cittadini alla guardia della terra, e provvedutosi delle cose -bisognevoli alla vita, si mise francamente alla difesa: e spesso a -sua posta usciva fuori con sua gente, e assaliva i nemici al campo e -danneggiavali, e per savia condotta si ricoglieva a salvamento. E a -suo diletto inducea i giovani garzoni all’esercizio della guerra, e -tornando nella terra, tutti li facea venire innanzi, e giocandosi con -loro dicea delle loro valantrie, e raccontava com’eglino avien fatto, -e a quelli ch’erano più iti innanzi dava a catuno uno grosso, o due o -tre bolognini. E per queste lusinghe, e per queste lievi provvisioni, -movea i giovani a seguitarlo senza richiesta di grande volontà, e per -sperimentarli nell’arme. E con questo si faceva tanto amare da loro, -che non gli bisognava guardia per alcuno sospetto, e ’l tedio dell’ozio -degli assediati mitigava con alcuno diletto del continovo esercizio; -e guida vali sì saviamente, ed era sì ubbidito da loro, che niuno ne -perdea, e poca speranza dava a’ nemici di vincere la città. - - -CAP. XCV. - -_Come il re d’Inghilterra ruppe i patti della pace._ - -Tornando alquanto nostra materia al fatto de’ due re, ed avendo -narrata la festa che fu fatta a Londra quando vi giunse il re di -Francia, credendosi per tutti che la pace fatta tra’ legati e ’l duca -di Guales a Bordello per lo re Adoardo si dovesse confermare, essendo -però valicati nell’isola i cardinali e molti baroni di Francia, -strignendo il re e ’l suo consiglio a dar fine e fermezza all’opera, -il re d’Inghilterra, mostrandosi a ciò volonteroso, mantenea la cosa -sospesa, oggi con una cagione e domani con altra, e però non rompea -il trattato; e spesso infingea cagione a’ Franceschi, e dimostrava che -’l fallo fosse loro, e poi l’acconciava, a facevane muovere un’altra. -E per questo modo maestrevolmente e per sua astuzia ritenea il re e -’l figliuolo, e’ baroni e’ cavalieri ch’avea prigioni in Inghilterra, -come egli desiderava; e tanto avvolse questa materia, che straccò i -legati e i baroni ch’erano di là valicati; i quali vedendosi menare al -re con queste simulazioni senza frutto, all’uscita del mese d’agosto -anno detto abbandonarono il trattato, e tornarsi nel reame di Francia, -e per tutto la boce corse che la pace era rotta, e che al primo tempo -il re d’Inghilterra dovea venire a Rems e farsi coronare del reame di -Francia, e non fu senza cagione revelata del segreto: ma indugiossi -più, e il trattato della pace senza il suo effetto poco appresso si -riprese, e tornarono nell’isola i legati. - - -CAP. XCVI. - -_Della mostra fatta a Avignone di cortigiani per tema della compagnia._ - -Di questo mese d’agosto, nella compagnia dell’arciprete di Pelagorga, -ch’era in Provenza, s’aggiunse il conte d’Avellino e cinque nipoti di -papa Clemente sesto, e trovaronsi più di tremila barbute, e scorsono -predando e guastando la Provenza infino a Grassa, e non trovarono -contasto fuori delle terre murate. Vedendo il papa crescere questa -tempesta, volle vedere in arme tutti i cortigiani, e fece ordinare -di fare la mostra, che fu grande e bella, perchè catuno si sforzò -di comparire in arme, e trovaronsi in questa mostra quattromila -Italiani tutti bene armati, ch’erano due cotanti o più che tutti gli -altri cortigiani. E come furono armati e raunati insieme, gridavano e -volevano correre sopra i cardinali nipoti di papa Clemente, dicendo, -ch’erano autori di quella compagnia, che conturbava la corte e tutta la -mercatanzia, e a gran pena furono ritenuti da’ loro capitani. Il papa, -veduta la mostra, ordinò di fare rifare le mura e’ fossi d’Avignone, e -riparare le porti per tenere la città sicura; altro rimedio di fuori -contro alla compagnia non prese, ma stava continovo la corte in gran -paura, e in vergognosa vacazione di tutti i mestieri. - - -CAP. XCVII. - -_Come il re Luigi da Messina tornò a Napoli._ - -Il re Luigi avendo con danno e con vergogna levata l’oste sua da -Catania, come narrato abbiamo, e non trovandosi in mare nè in terra -potente da rifare oste, e i suoi avversari aveano ripreso ardire -della loro vittoria; e sentendo il regno di qua dal Faro in molta -discordia per la ribellione di messer Luigi di Durazzo e del conte -di Minerbino, i quali teneano in guerra la Puglia, e molti caporali -di ladroni rompevano le strade e’ cammini; non ostante ch’egli avesse -promesso a’ Messinesi di stare alcun tempo risedente a Messina, cambiò -proposito, per non correre in peggio, e a dì 30 d’agosto del detto anno -si partì da Messina in su una galea d’Ischia, e pose a Reggio, ov’era -prima venuta la reina. E in Messina lasciò suo vicario un figliuolo -del gran siniscalco con trecento cavalieri alla guardia della terra, -confidandosi sopra tutto in messer Niccolò di Cesaro e nel suo seguito, -ch’aveano cura alla guardia per loro medesimi, ch’aveano di fuori -i loro avversari. E poi da Reggio per Calavria e per Puglia se ne -tornarono a Napoli, del mese di settembre del detto anno. - - -CAP. XCVIII. - -_Come si perdè Governo a’ Mantovani._ - -I signori da Gonzaga, essendo uomini savi di guerra, avendo lungamente -tenuta la signoria di Mantova, vicini e in mezzo tra’ signori di Milano -e quelli di Verona, avean provveduto di tenere salvo gran parte del -loro contado in questo modo. La loro città è posta nel mezzo d’un lago -di fiumi correnti, e di questo lago di verso levante alla città esce un -fiume, che si stende correndo verso mezzo dì ed entra in Po; e dov’egli -entra in Po è un castello e un ponte: il castello si chiama Governo: -e dall’uscita del fiume al detto castello ha dieci miglia di terreno, -e per i Mantovani è alzato e fortificato un argine sopra il fiume -dal lato d’entro, e fattovi forti steccati e molte bertesche a potere -fare ogni gran difesa. E dall’altra parte del lago, di verso ponente -alla città e di lungi tre miglia, esce un altro fiume, e corre verso -mezzo dì anche al Po, e stendesi ancora per dieci miglia di terreno, -e l’argine di questo fiume è fatto maggiore e più forte che l’altro, -e steccato e imbertescato a ogni difesa, e in sul Po s’aggiugne a -un forte castello de’ Mantovani che si chiama Borgoforte, e anche a -questo castello è un ponte sul Po. Tra queste due fiumare si stende un -gran contado tutto piano, e di buono terreno da lavorare, e ubertuoso -di frutti e di vittuaglia. Questo contado per infino a qui per forza -ch’avessono i tiranni vicini non avien mai potuto noiare, e viveanne i -Mantovani in grande sicurtà, e chiamavano questo contado la Serraia. -In questi dì era guerra tra’ signori di Milano e quelli di Mantova, -e però i Mantovani avieno mandate masnade di fanti a piè alla guardia -del ponte e anche di Governo, e anche de’ loro soldati a cavallo, tra’ -quali era un conestabile che avea ricevuta ingiuria da’ signori da -Gonzaga. Costui ordinò, che là venisse la gente de’ signori di Milano -per suo trattato, e diede loro il passo del ponte, mostrando a’ suoi, -che come ne fosse passati una parte darebbono loro addosso, e tutti -gli avrebbono a mansalva; ma innanzi che il traditore si mettesse al -contasto ve ne lasciò tanti venire, che a’ suoi per necessità convenne -abbandonare il campo e ’l castello; e per questo modo fu preso il forte -passo di Governo, da potere correre ed entrare nella Serraia; e questo -fu all’uscita del mese d’agosto anno detto. - - -CAP. XCIX. - -_Come i signori di Milano presono Borgoforte, e assediarono Mantova._ - -Messer Bernabò e messer Galeazzo di Milano, avendo novelle come ’l -ponte e ’l castello di Governo era preso per la loro gente, ebbono -grande allegrezza, e lasciandosi addietro i fatti di Pavia e di Novara, -subitamente accolsono tremila cavalieri di loro soldati e gran popolo, -e l’una parte mandarono a Governo, e l’altra per la riva del Po a -Borgoforte. Quelli ch’andarono a Governo feciono di loro due parti; -l’una si dirizzò, verso Mantova, e misonsi a campo in capo del ponte -onde i Mantovani della terra veniano nel contado della Serraia, e -ivi di presente dirizzarono una bastita con torri e con bertesche, e -tolsono il passo e la speranza a’ Mantovani, che per forza ch’avessono -nella Serraia non poterono entrare per soccorrere Borgoforte, e l’altra -parte cavalcò per la Serraia dentro a Borgoforte, e così dentro e di -fuori subitamente fu assediato Borgoforte. E vedendo coloro ch’aveano -la guardia della terra che soccorso non poteano avere da niuna parte, -s’arrenderono salve le persone; e così in pochi dì ebbono i signori -da Milano l’uno castello e l’altro, e la signoria di tutto il contado -della Serraia, infino al lago che cigne la città di Mantova. Avuto -Borgoforte, feciono maggiore e più forte la bastita a capo del ponte -del lago, e mantennonvi l’oste grande, perocchè per niente avevano loro -vita; e dall’altra parte fuori della Serraia misono l’oste presso della -città, il lago in mezzo, e tutto l’altro paese mantovano corsono e -rubarono. E per questo assedio speravano tosto avere libero la signoria -di Mantova, e sarebbe venuto fatto, se non fosse il soccorso degli -allegati, come nel suo tempo diviseremo. I signori di Milano, ch’aveano -il castello e ’l passo di Borgoforte ch’era verso il loro terreno, -abbandonarono Governo ch’era molto lontano al loro soccorso e presso -a’ nemici, e’ Mantovani il ripresono, e fecionlo più forte, e misonvi -buona guardia. - - -CAP. C. - -_Come il cardinale Egidio passò per Firenze._ - -Il cardinale di Spagna messer Egidio legato, avendo lasciato successore -l’abate di Clugnì, e assediata la città di Forlì, a dì 14 di settembre -anno detto fu ricevuto in Firenze a grande solennità, andandoli -incontro a processione tutto il chericato, e le religioni, e ’l popolo, -sonando le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo, e messo -sopra la sua persona fuori della città un ricco palio di baldacchini di -seta e d’oro adorno intorno riccamente, tutti i cavalieri di Firenze -gli furono intorno, ed addestrarlo al freno e alla sella, e’ grandi -cittadini portavano il palio; e guidatolo con questo onore per la -città, il condussono al luogo de’ frati minori, ove fece suo albergo; e -ivi fu visitato con grande reverenza da’ priori e da tutti i collegi, -e dagli altri buoni cittadini; e dopo la vicitazione i priori gli -mandarono doni di cera lavorata e di confetti d’ogni ragione in gran -quantità, e uno grande e ricco destriere fornito di nobili arredi e -coverto di scarlatto, e per vestire la sua persona due pezze di fini -panni scarlatti di grana, e una cappella doppia di baldacchini d’oro -e di seta fini. Il cardinale ricevette graziosamente ogni cosa, e -poi fatto suo sermone, magnificò molto il comune di Firenze e sopra -tutti gli altri di divozione e di fede alla santa Chiesa, offerendosi -sempre protettore del comune; e fatto un solenne convito a’ signori -e a’ collegi e a molti altri gran cittadini, a dì 19 di settembre si -partì di Firenze e mandato a’ Pisani per la licenza di potere passare -per la città di Lucca, i Pisani vi mandarono dugento barbute e molti -balestrieri alla guardia, e feciono serrare le porte, e per loro -ambasciadori gli feciono dire, che se la sua persona con alquanti -compagni senz’arme volesse entrare per la città, ch’egli il potea -fare; il cardinale non volle quella grazia, e cavalcando di fuori, -vide le porte serrate e le mura fornite di molti balestrieri colle -balestra tese, per la qual cosa si dilungò dalla città, sdegnato forte -della vergogna che da’ Pisani gli parve ricevere. Questo legato per -suo senno, e per grande e sollecita provvisione di guerra, racquistò -a santa Chiesa il Patrimonio e Terra di Roma, e ridusse il prefetto -occupatore alla sua misericordia. Vinse per forza e per ingegno tutte -le terre della Marca d’Ancona, abbattendo la signoria di messer -Malatesta da Rimini, e di Gentile da Mogliano, e ’l nuovo tiranno -d’Agobbio; e per forza vinse in Romagna Cesena e Brettinoro e racquistò -Faenza, e lasciò Forlì assediata, e’ Malatesti tutti riconciliati -all’ubbidienza di santa Chiesa; e contastò assai colla compagnia, -avvegnachè nell’ultimo, o per paura, o per fretta ch’avesse della sua -partenza, s’accordò a levarlisi d’addosso con danari, con poco suo -onore e di santa Chiesa; e tutte queste cose fece in termine di quattro -anni e un mese dal suo avvenimento in Italia. - - -CAP. CI. - -_Come per i cardinali non si fè nulla della pace de’ due re._ - -Chi potrebbe senza fallare scrivere le movitive degl’Inghilesi? il -re d’Inghilterra da capo fece tornare i legati per dare termine al -trattato della pace, e dichiararono i patti e le terre che al re -d’Inghilterra si doveano dare, e la quantità de’ danari e’ termini -quando per diliberare il re, e ’l figliuolo, e’ baroni, e rimanere -in buona pace; e questo accordo si divolgò per tutto, per conferma -fatta del mese di settembre. Questa concordia tornò addietro, perocchè -per sicurtà delle cose il re all’ultimo domandò di volere tenere per -stadichi il Delfino di Vienna, e l’altro figliuolo del re di Francia -e ’l conte di Fiandra, tanto che ’l re di Francia tornato nel suo -reame fornisse le cose promesse; la qual cosa non potea aver luogo, -che ’l Delfino per lo fallo commesso non si fidava, e ’l conte di -Fiandra non era debito al re di Francia di cotanto servigio; e però -rotto il trattato, il re di Francia e ’l figliuolo con altri baroni -furono mandati in prigione a Guindifora, per addietro detta la Gioiosa -guardia. In questo medesimo tempo il re d’Inghilterra avea anche in -prigione nell’isola il re David di Scozia; sicchè di tenerli prigioni -non abbassava l’ambizione della vanagloria alla quale i mortali -volentieri attraggono, e ’l tenere i trattati della concordia rompea -gli animi de’ Franceschi dell’apparecchio della guerra, e riteneali in -divisione e fuori del loro antico reggimento, e di ciò pensava non meno -che dell’arme il re d’Inghilterra potere avere suo intendimento. E però -traendo sperienza dal fatto, piuttosto si può ritrarre ch’e’ trattati -sono stati fatti finti, che di vero intendimento. - - -CAP. CII. - -_Come fu impiccato il conte di Minerbino._ - -Il conte di Minerbino, detto Paladino, di cui tanto avemo addietro -parlato, essendo da natura incostante e senza fede, tratto egli e ’l -fratello di prigione dopo la morte del re Ruberto, appresso come fu -morto il duca Andreasso se n’andò in Ungheria, e col re d’Ungheria -tornò nel Regno, e col re stette mentre che gli mise bene, e non gli -tenne fede. E venuto alla misericordia, e ricevuto perdonanza da lui, -dopo la partita del re si riconciliò più volte col re Luigi, e da -lui ebbe provvisione e doni per tenerlo in pace: ma la sua incostanza -non glie le consentia, ma stava in rubellione, e accogliea rubatori e -soldataglia, e correa in Puglia per pazzia non meno che per ruberia; -e vedendo messer Luigi di Durazzo in discordia col re, s’accostava -con lui; altra volta il lasciava, e prendea a suo vantaggio, e stava -sì forte e avvisato, che in palese non potea ricevere impedimento. -Il prenze di Taranto, chiamato l’imperadore, vedendo quanto costui -tribolava la Puglia, commise a messer Betto de’ Rossi suo cavaliere, -che segretamente avesse cura a’ suoi andamenti. Costui sentendolo -in Matera, trattò con certi masnadieri che ’l seguitavano alla sua -provvisione, e corruppeli per moneta per modo, che cavalcatovi colla -gente dell’imperadore, di subito fu lasciato entrare nella terra. Il -conte vedendosi tradito da’ suoi, ricoverò nel castello. Il prenze vi -fu di presente intorno con molta gente, e cinselo dentro e di fuori -per modo che non poteva uscire della fortezza, e da vivere non v’avea, -sicchè fu costretto da necessità d’uscirne in camicia con uno capestro -in collo, e gittossi a’ piè del prenze, come altra volta avea fatto -a Trani al re d’Ungheria; ma la cosa non succedette a quel modo. Il -prenze il fece prendere, e menollo ad Altemura; e fattosi dare il -castello, a uno de’ merli il fece impendere per la gola nel detto -castello. - - -CAP. CIII. - -_Come fu preso Minerbino._ - -Sentendo messer Luigi fratello del conte come il prenze avea morto -il fratello, essendo uomo di grande ardire e di seguito, di presente -accolse soldati e caporali di ladroni, e misesi in Minerbino loro -castello, il quale era forte a maraviglia, e credette poterlo tenere in -rubellione. I terrazzani sapendo che il conte loro principale signore -era morto, non assentirono di volere prendere arme contro a’ reali; -e però messer Luigi elesse i compagni che volle, e fornita la rocca, -ch’era inespugnabile, vi si racchiuse dentro, senza paura di forza -che noiare lo potesse di fuori. Ma la fede corruttibile de’ soldati -tosto l’ingannò. Che avendo seco dentro un conestabile lombardo, per -danari e per larghe impromesse ricevette dentro, nella rocca colle sue -mani uccise messer Luigi, e il corpo suo e la rocca diede al prenze, -del mese di dicembre del detto anno. L’altro fratello, ch’era conte -di Vico, con poca virtù e semplice uomo, vedendo lo sterminio de’ -fratelli si partì del Regno, abbandonando le sue castella e la sua -giurisdizione. E così prese fine ne’ successori il dominio di messer -Gianni Pipino, il quale di piccolo notaio per la sua industria fatto -de’ maggiori signori del reame al tempo del re Carlo vecchio, e colui -ch’avea maggiore mobole fatto dell’avere de’ saracini di Nocera, -quand’egli con sagacità e con inganno trasse i saracini del Regno, e -acquistò al re Carlo la forte città di Nocera in Puglia. Costui comperò -a’ figliuoli, e poi i figliuoli a’ nipoti, grandi e larghi baronaggi, -miserabili per la loro fine. - - -CAP. CIV. - -_Come i Genovesi mandarono in Sardigna venti galee per racquistare la -Loiera, e non poterono._ - -Avendo il doge di Genova con l’armata di venti galee racquistato -al comune Ventimiglia e Monaco, come poco innanzi abbiamo contato, -coll’empito di quella vittoria le mandò di subito in Sardigna, -acciocchè per forza vincessono la Loiera. E giunti là improvviso, -scesono con molti balestrieri e con altri dificii a combattere la -terra, sforzandosi di vincerla con ogni forza e ingegno che seppono. -Ma i Catalani che dentro v’erano alla guardia valentemente si misono -alla difesa, e ripararono sì francamente, che i loro nemici perderono -ogni speranza d’acquistarla per forza. E lasciatovi di loro morti, e -molti fediti e magagnati, raccolti a galea si tornarono a Genova, e -disarmarono di novembre anno detto. - - - - -TAVOLA - -DEI CAPITOLI - - - _Qui comincia il quinto libro della Cronica di Matteo - Villani; e prima il Prologo_ Pag. 5 - _CAP. II. Come messer Carlo di Luzimborgo fu coronato - imperadore de’ Romani_ 7 - _CAP. III. Come messer Ruberto di Durazzo prese per - furto il Balzo in Provenza_ 9 - _CAP. IV. Come i Provenzali s’accolsono per porre - l’assedio al Balzo_ 10 - _CAP. V. Come si cominciò l’izza da messer Galeazzo - Visconti a messer Giovanni da Oleggio_ 11 - _CAP. VI. Come il capitano di Forlì sconfisse gente - della Chiesa_ 12 - _CAP. VII. Come messer Filippo di Taranto prese per - moglie la figliuola del duca di Calavria_ 13 - _CAP. VIII. Come Massa e Montepulciano non ricevettono - i vicari del patriarca_ 14 - _CAP. IX. Come i Visconti tolsono a messer Giovanni - da Oleggio il suo castello_ 15 - _CAP. X. Andamenti della gran compagnia_ 16 - _CAP. XI. Come il re di Tunisi fu morto_ 16 - _CAP. XII. Come messer Giovanni da Oleggio rubellò - Bologna_ 17 - _CAP. XIII. Come il doge di Vinegia fu decapitato_ 23 - _CAP. XIV. Come l’imperadore tornò coronato a Siena_ 26 - _CAP. XV. Come il legato parlamentò a Siena con - l’imperadore_ 27 - _CAP. XVI. Come l’imperadore ebbe la seconda paga - da’ Fiorentini_ 28 - _CAP. XVII. Come il nuovo tiranno di Bologna mandò - a Firenze ambasciatori a richiedere i Fiorentini_ 19 - _CAP. XVIII. Come fu sconfitto e preso messer Galeotto - da Rimini da’ cavalieri del legato_ 30 - _CAP. XIX. Come la fama della liberazione di Lucca - si sparse_ 32 - _CAP. XX. Come l’imperadore diede Siena al patriarca_ 33 - _CAP. XXI. Come i capi de’ ghibellini d’Italia si - dolsono all’imperadore_ 34 - _CAP. XXII. Come l’imperadore si partì da Siena - e andò a Samminiato_ 36 - _CAP. XXIII. Come il cardinale d’Ostia fu ricevuto - a Firenze_ 37 - _CAP. XXIV. Come la gente del legato presono quattro - castella de’ Malatesta_ 38 - _CAP. XXV. Come morì il duca di Pollonia_ 39 - _CAP. XXVI. Come fu coronato poeta maestro Zanobi - da Strada_ 41 - _CAP. XXVII. Come fu morto messer Francesco Castracani - da’ figliuoli di Castruccio_ 42 - _CAP. XXVIII. Come i Fiorentini mandarono tre - cittadini all’imperadore a sua richiesta_ 44 - _CAP. XXIX. Come i Sanesi ebbono novità_ 44 - _CAP. XXX. Come i Pisani per gelosia furono in - arme_ 46 - _CAP. XXXI. Ancora gran novità di Pisa_ 47 - _CAP. XXXII. Come furono in Pisa presi i Gambacorti_ 49 - _CAP.XXXIII. Come fur arse le case de’ Gambacorti_ 51 - _CAP. XXXIV. Di novità seguite a Lucca_ 53 - _CAP. XXXV. Come nuovo romore si levò in Siena_ 55 - _CAP. XXXVI. Come i Sanesi feciono rinunziare la - signoria al patriarca_ 56 - _CAP. XXXVII. Come furono decapitati i Gambacorti_ 57 - _CAP. XXXVIII. Dello stato de’ Gambacorti passato_ 60 - _CAP. XXXIX Come l’imperadore prese in guardia - Pietrasanta e Serezzana_ 61 - _CAP. XL. Come l’imperadore si partì di Pisa_ 62 - _CAP. XLI. Come i Sanesi domandarono vicario all’imperadore, - e non l’accettarono_ 63 - _CAP. XLII. Come i Sanesi presono e rubarono la Massa_ 64 - _CAP. XLIII. Come l’imperadore domandò menda - a’ Pisani_ 65 - _CAP. XLIV. Come i Sanesi vollono fornire la rocca di - Montepulciano, e non poterono_ 66 - _CAP. XLV. Come i Veneziani feciono pace co’ Genovesi - senza i Catalani_ 67 - _CAP. XLVI. Come si fè l’accordo dal legato a messer - Malatesta da Rimini_ 68 - _CAP. XLVII. Come i Genovesi appostarono Tripoli_ 69 - _CAP. XLVIII. Come i Genovesi presono Tripoli a inganno_ 71 - _CAP. XLIX. Di quello medesimo_ 73 - _CAP. L. Come la gente del marchese di Ferrara fu - sconfitta a Spaziano_ 74 - _CAP. LI. Come l’imperadore ebbe l’ultima paga - da’ Fiorentini, e fè la fine_ 75 - _CAP. LII. Come il figliuolo di Castruccio fu decapitato_ 76 - _CAP. LIII. D’una fanciulla pilosa presentata - all’imperadore_ 77 - _CAP. LIV. Come l’imperadore e l’imperadrice si partirono - per tornare in Alamagna_ 78 - _CAP. LV. Come il minuto popolo di Siena prese al - tutto la signoria di quella_ 79 - _CAP. LVI. Come la compagnia del conte di Lando - cavalcò a Napoli_ 80 - _CAP. LVII. Come Fermo tornò alla Chiesa e si rubellò - da Gentile da Mogliano_ 81 - _CAP. LVIII. Come il re di Francia mandò gente in - Scozia per guerreggiare gl’Inghilesi_ 82 - _CAP. LIX. Come i prigioni d’Ostiglia presono il castello_ 83 - _CAP. LX. Come i Genovesi venderono Tripoli_ 84 - _CAP. LXI. Come gli usciti di Lucca tentarono di far - guerra_ 85 - _CAP. LXII. Conta della gran compagnia di Puglia_ 86 - _CAP. LXIII. Come il gran siniscalco condusse mille barbute - contro alla compagnia, ond’ella s’accrebbe_ 87 - _CAP. LXIV. Come gli usciti di Lucca s’accolsono - senza far nulla_ 88 - _CAP. LXV. Come il re di Cicilia racquistò più terre_ 89 - _CAP. LXVI. Novità di Padova_ 90 - _CAP. LXVII. Come i Visconti tentarono di racquistare - Bologna_ 91 - _CAP. LXVIII. Come in Firenze nacquono quattro lioni_ 91 - _CAP. LXIX. Novità fatte per gli usciti di Lucca_ 92 - _CAP. LXX. Come i Catalani non vollono la pace - co’ Genovesi fatta per i Veneziani_ 93 - _CAP. LXXI. Come messer Ruberto di Durazzo lasciò - il Balzo_ 94 - _CAP. LXXII. Come arse la bastita da Modena_ 95 - _CAP. LXXIII. Come fu fatto il castello di Sancasciano_ 95 - _CAP. LXXIV. Come in Firenze s’ordinò la tavola - delle possessioni_ 97 - _CAP. LXXV. Come il re d’Inghilterra con grande apparecchio - valicò a Calese_ 98 - _CAP. LXXVL Come il re Luigi s’accordò colla compagnia - del conte di Lando_ 99 - _CAP. LXXVII. Come il conte da Doadola fu sconfitto - e morto dal capitano di Forlì_ 100 - _CAP. LXXVIII. Come la gente del Biscione prese le - mura di Bologna e furono cacciati_ 101 - _CAP. LXXIX. Novità state in Udine_ 102 - _CAP. LXXX. Come abbondarono grilli in Cipri e in - Barberia_ 103 - _CAP. LXXXI. Come messer Maffiolo Visconti fu - morto da’ fratelli_ 103 - _CAP. LXXXII. Come messer Bernabò ebbe la Mirandola_ 105 - _CAP. LXXXIII. Come i Perugini presono a difendere - Montepulciano_ 106 - _CAP. LXXXIV. Come il re d’Inghilterra tornò in - Francia_ 107 - _CAP. LXXXV. Come il re d’Inghilterra cavalcò il - reame fino ad Amiens_ 108 - _CAP. LXXXVI. Della materia degl’Inghilesi medesima_ 109 - _CAP. LXXXVII. Come morì il re Lodovico di Cicilia, - e l’isola rimase in male stato_ 111 - _CAP. LXXXVIII. Come in Napoli fu romore_ 111 - - LIBRO SESTO - - _CAP. I. Il prologo_ 113 - _CAP. II. Come nacque briga da’ Visconti a que’ di - Pavia e di Monferrato_ 114 - _CAP. III. Come si rubellarono terre di Piemonte_ 117 - _CAP. IV. Come i Fiorentini feciono lega contro la - compagnia_ 118 - _CAP. V. Come gli Scotti presono Vervic_ 119 - _CAP. VI. D’un trattato fatto per racquistare Bologna_ 121 - _CAP. VII. Come si scoperse il trattato di Bologna, e - fevvisi giustizia_ 122 - _CAP. VIII. Come il signore di Bologna fece lega_ 125 - _CAP. IX. Come l’oste del Biscione ch’era a Reggio - si levò in isconfitta_ 125 - _CAP. X. Come i Chiaravallesi di Todi tenevano trattato - col prefetto_ 127 - _CAP. XI. Come morì messer Piero Sacconi de’ Tarlati_ 127 - _CAP. XII. Come scurò tutto il corpo della luna_ 128 - _CAP. XIII. Come la gran compagnia presono Venosa_ 130 - _CAP. XIV. Come il legato bandì la croce contro al capitano - di Forlì_ 130 - _CAP. XV. Come il conte Paffetta fu da’ Pisani messo - in prigione_ 132 - _CAP. XVI. Come gli Aretini riposono certe fortezze_ 133 - _CAP. XVII. Di nuove rivolture della gran compagnia_ 134 - _CAP. XVIII. Di grandi gravezze fatte dal re di - Francia nel suo reame_ 135 - _CAP.XIX. Come i Pisani facevano simulata guerra_ 136 - _CAP. XX. Come il capitano della Chiesa assediò Cesena_ 138 - _CAP. XXI. Come ’l conte da Battifolle assediò Reggiuolo_ 138 - _CAP. XXII. Come il conticino da Ghiaggiuolo racquietò - Ghiaggiuolo_ 139 - _CAP. XXIII. Come i Visconti assediarono Pavia_ 140 - _CAP. XXIV. Come il re di Francia prese il re di Navarra_ 141 - _CAP. XXV. Come il re di Francia fece decapitare il - sire di Ricorti e altri quattro cavalieri normandi_ 143 - _CAP. XXVI. Di un grosso badalucco fu a Pavia-_ 144 - _CAP. XXVII. Come i Visconti assediarono Borgoforte_ 145 - _CAP. XXVIII. Come i Visconti feciono contro a’ prelati - di santa Chiesa_ 145 - _CAP. XXIX. Come i Visconti feciono tre bastite a - Pavia_ 147 - _CAP. XXX. Come i Turchi con loro legni feciono - gran danno in Romania_ 147 - _CAP. XXXI. Come gl’Inghilesi guerreggiarono il - reame di Francia_ 148 - _CAP. XXXII. Come gl’Inghilesi furarono un forte - castello_ 150 - _CAP. XXXIII. Come il zio del conte di Ricorti si rubellò - al re di Francia_ 151 - _CAP. XXXIV. Come messer Filippo di Navarra si - rubellò al re di Francia_ 151 - _CAP. XXXV. Come il popolo di Pavia prese le bastite, - e liberossi dall’assedio_ 152 - _CAP. XXXVI. Il movimento del re d’Ungheria per - assediare Trevigi_ 155 - _CAP. XXXVII. Come per l’avvenimento del re d’Ungheria - si temette in Italia_ 156 - _CAP. XXXVIII. Come la cavalleria del re Luigi sconfissono - i nemici, e furono vinti_ 157 - _CAP. XXXIX D’appelli fatti per lo conte di Lando - di tradigione_ 159 - _CAP. XL. Come i Sanesi per paura ricorsono a’ Fiorentini_ 160 - _CAP. XLI. Come l’oste si levò da Borgoforte_ 161 - _CAP. XLII. Principio della guerra da’ Fiamminghi - a’ Brabanzoni_ 162 - _CAP. XLIII. Come il conte di Fiandra andò su quello - di Brabante_ 164 - _CAP. XLIV. Come si fece accordo sul campo da’ - Fiamminghi a’ Brabanzoni_ 165 - _CAP. XLV. Come la città d’Ascoli s’arrendè al legato_ 166 - _CAP. XLVI. Come il legato procacciò tenere il Tronto - alla compagnia_ 167 - _CAP. XLVII. Come i Pisani ruppono la franchigia - a’ Fiorentini_ 168 - _CAP. XLVIII. Come i Fiorentini deliberarono partirsi - da Pisa e ire a Talamone_ 170 - _CAP. XLIX. Come fu disfatta la città di Venafri in - Terra di Lavoro_ 171 - _CAP. L. Come l’oste del re d’Ungheria cominciò a - venire a Trevigi_ 172 - _CAP. LI. De’ parlamenti che di questo si feciono in - Lombardia_ 173 - _CAP. LII. Come il re d’Ungheria ebbe Colligrano_ 174 - _CAP. LIII. Come il re d’Ungheria venne a oste a - Trevigi_ 175 - _CAP. LIV. Come si reggeano gli Ungheri in oste_ 176 - _CAP. LV. Come l’oste si mantenea a Trevigi_ 180 - _CAP. LVI. Come la gran compagnia passò nella - Marca_ 182 - _CAP. LVII. De’ fatti dell’isola di Cicilia_ 183 - _CAP. LVIII. Come il conte di Lancastro cavalcò fino - a Parigi_ 184 - _CAP. LIX. Come il re di Francia andò in Normandia_ 185 - _CAP. LX. Come il papa e l’imperadore diedono titolo - al re d’Ungheria_ 186 - _CAP. LXI. Come i Fiorentini s’acordarono di fare - porto a Talamone_ 187 - _CAP. LXII. Come messer Bruzzi cercò di tradire il - signore di Bologna_ 189 - _CAP. LXIII. Come i Veneziani cercarono accordo col - re d’Ungheria_ 190 - _CAP. LXIV. Come il signore di Bologna scoperse un - altro trattato contro a sè_ 192 - _CAP. LXV. Di certa novità che gli Ungheri feciono - nel campo a Trevigi_ 193 - _CAP. LXVI. Come il re d’Ungheria si levò da oste - da Trevigi_ 194 - _CAP. LXVII. Raccoglimento di condizioni - e movimento del re_ 195 - _CAP. LXVIII. Come la gente della lega di Lombardia - sconfisse il Biscione a Castel Lione_ 190 - _CAP. LXIX. Trattati de’ Ciciliani_ 197 - _CAP. LXX Come la compagnia stette sopra Ravenna_ 198 - _CAP. LXXI. Come i Fiorentini ordinarono di fare - balestrieri_ 199 - _CAP. LXXII. L’ordine ch’e’ Fiorentini presono per - mantenere i balestrieri_ 200 - _CAP. LXXIII. Come i Trevigiani furono soppresi - dagli Ungheri con loro grave danno_ 201 - _CAP. LXXIV. Come il Regno era d’ogni parte in guerra_ 202 - _CAP. LXXV. Come i collegati condussono la compagnia - al loro soldo_ 203 - _CAP. LXXVI. De’ fatti de’ collegati di Lombardia_ 204 - _CAP. LXXVII. Come i Brabanzoni ruppono i patti - a’ Fiamminghi_ 205 - _CAP. LXXVIII. Come il conte di Fiandra andò sopra - Brabante_ 206 - _CAP. LXXIX. Come il duca di Brabante si fè incontro - a’ Fiamminghi_ 207 - _CAP. LXXX. Come i Fiamminghi sconfissono i Brabanzoni_ 208 - _CAP. LXXXI Come il conte di Fiandra ebbe Borsella_ 209 - _CAP. LXXXII. Come il conte di Fiandra ebbe tutto - Brabante a suo comandamento_ 211 - _CAP. LXXXIII. Perchè si mosse guerra dagli Spagnuoli - a’ Catalani_ 212 - _CAP. LXXXIV. Di gran tremuoti furono in Ispagna_ 214 - - LIBRO SETTIMO - - _CAP. I. Il Prologo_ 215 - _CAP. II. Come il re di Francia prese la croce per fare - il passaggio_ 216 - _CAP. III. Le parole disse frate Andrea d’Antiochia - al re di Francia_ 218 - _CAP. IV. Molte laide cose fece il re di Francia_ 220 - _CAP. V. Come il re di Francia uscì di Parigi con suo - sforzo, e andò in Normandia_ 222 - _CAP. VI. Quello faceva il prenze di Guales_ 223 - _CAP. VII. Come il re di Francia pose il campo pressò - al prenze_ 224 - _CAP. VIII. Due conti del re di Francia rimasono presi - da un aguato_ 226 - _CAP. IX. Puose il re di Francia il campo suo presso - agl’Inghilesi_ 227 - _CAP. X. I legati cercarono accordo tra due signori_ 228 - _CAP. XI. I patti che si trattarono e quasi conchiusono_ 229 - _CAP. XII. Come il vescovo di Celona sturbò la pace_ 231 - _CAP. XIII. Diceria che fece il prenze di Guales a’ suoi_ 233 - _CAP. XIV. Come i Franceschi s’apparecchiarono alla - battaglia_ 235 - _CAP. XV. Le schiere e gli ordini de’ Franceschi_ 235 - _CAP. XVI. L’ordine degl’Inghilesi con le loro schiere_ 236 - _CAP. XVII. La battaglia tra il re di Francia, e il - prenze di Guales_ 237 - _CAP. XVIII. La sconfitta del re di Francia e sua gente_ 239 - _CAP. XIX. Racconta molti morti e presi nella battaglia_ 241 - _CAP.XX. Come il re di Francia n’andò preso in Guascogna_ 242 - _CAP. XXI. I modi tenne il re d’Inghilterra sentendo la - novella di sì gran vittoria_ 243 - _CAP. XXII. Battaglia fra due cavalieri, e perchè_ 244 - _CAP. XXIII. Processo fatto contro a’ signori di Milano - per lo vicario dell’imperadore_ 245 - _CAP. XXIV. Risposta fatta per li signori di Milano - al vicario_ 246 - _CAP. XXV. Risposta fatta per lo vicario alla detta - lettera_ 247 - _CAP. XXVI. Come i soldati de’ tiranni non vollono - venire contro all’insegna dell’imperadore_ 248 - _CAP. XXVII. Come il vicario puose campo_ 249 - _CAP. XXVIII. Ordine del re d’Ungheria alla guerra - con i Veneziani_ 250 - _CAP. XXIX. L’aguato misono gli Ungheri a gente - de’ Veneziani_ 251 - _CAP. XXX. Come il re Luigi trattò d’avere Messina - in Cicilia_ 252 - _CAP. XXXI. Come si trattò pace fra il conte di Fiandra - e i Brabanzoni_ 253 - _CAP. XXXII. Come i Fiorentini si partirono da Pisa - e andarono a Siena con le mercatanzie_ 254 - _CAP. XXXIII. Come il capitano di Forlì si provvide_ 255 - _CAP. XXXIV. Come Faenza s’arrendè al legato, e’ patti_ 256 - _CAP. XXXV. Che fece la gente della lega de’ Lombardi - in questo tempo_ 257 - _CAP. XXXVI. Della materia medesima_ 257 - _CAP. XXXVII. Come l’oste della lega fu rotta dalla - gente di Milano_ 258 - _CAP. XXXVIII. Il consiglio prese il capitano di Forlì_ 261 - _CAP.XXXIX. Messer Niccola prese Messina per lo re - Luigi_ 262 - _CAP. XL. Come si ribellò Genova a que’ di Milano_ 264 - _CAP. XLI. Come fu disfatta la chiesa di santo Romolo_ 265 - _CAP. XLII. Quello fece messer Filippo di Taranto e - di Vercelli_ 267 - _CAP. XLIII. Come si fuggì di Milano la donna che fu - di messer Luchino col figliuolo_ 268 - _CAP. XLIV. Come il Re Luigi e la reina andarono a Messina_ 269 - _CAP. XLV. Come fu murato il borgo di Fegghine_ 270 - _CAP. XLVI. D’un parlamento fece l’imperadore in - Alamagna_ 271 - _CAP. XLVII. Come il marchese di Monferrato ebbe il - castello di Novara_ 272 - _CAP. XLVIII. Come messer Bernabò volle uccidere - messer Pandolfo Malatesti_ 273 - _CAP. XLIX. Come i Genovesi racquistarono Savona_ 277 - _CAP. L. Guerra dal re di Castella a quello d’Araona_ 277 - _CAP. LI. Come messer Filippo di Novara cavalcò presso - a Parigi_ 278 - _CAP. LII. Come si cominciò le mulina del comune di - Firenze_ 279 - _CAP. LIII. Come il reame di Francia ebbe gran divisione_ 280 - _CAP. LIV. Morte del conte Simone di Chiaramonte - in Cicilia_ 281 - _CAP. LV. Come si liberò il Borgo a Sansepolcro da - tirannia_ 282 - _CAP. LVI. Come l’abate di Clugnì succedette al cardinale - di Spagna_ 283 - _CAP. LVII. Come il re di Francia fu menato in Inghilterra_ 283 - _CAP. LVIII. Come la gente della Chiesa entrò in Cesena_ 286 - _CAP. LIX. Come il legato con sua forza andò a Cesena_ 287 - _CAP. LX. Abboccamento e triegua fatta dal re di - Spagna al re d’Araona_ 288 - _CAP. LXI. Come Rezzuolo si diede a’ Fiorentini_ 289 - _CAP. LXII. Come i Pisani vollono torre Uzzano - a Fiorentini_ 290 - _CAP. LXIII. Come i Pisani armarono galee per impedire - il porto_ 291 - _CAP. LXIV. L’aiuto mandò messer Bernabò al capitano - di Forlì_ 292 - _CAP. LXV. Come il conte d’Armignacca da Tolasana per - gravezze fu cacciato_ 293 - _CAP. LXVI. Conta dell’onore fatto al re di Francia - in Inghilterra_ 294 - _CAP. LXVII. Trattato tenuto per li Fiorentini in - accordare il capitano di Forlì con il legato_ 298 - _CAP. LXVIII. Come il legato ebbe la murata di Cesena_ 297 - _CAP. LXIX. De’ fatti di madonna Cia donna del - capitano di Forlì_ 298 - _CAP. LXX. Novità fatte in Ravenna_ 300 - _CAP. LXXI. Novità di Grecia, e presura di loro signori_ 302 - _CAP. LXXII. Come il re Luigi assediò Catania in - Cicilia_ 304 - _CAP. LXXIII. Della materia medesima_ 305 - _CAP. LXXIV. Come l’oste del re Luigi si levò da Catania - in isconfitta_ 306 - _CAP. LXXV. Come la compagnia venne sul Bolognese_ 307 - _CAP. LXXVI. Come il comune di Firenze afforzò lo - Stale_ 308 - _CAP. LXXVII. Come s’arrendè la rocca di Cesena - al legato_ 309 - _CAP. LXXVIII. De’ fatti di Costantinopoli_ 311 - _CAP. LXXIX. Come il legato prese Castelnuovo e - Brettinoro_ 312 - _CAP. LXXX. Di processi fatti contro la compagnia - per lo legato_ 313 - _CAP. LXXXI. Della gravezza facea il tiranno a’ Bolognesi_ 314 - _CAP. LXXXII. Come i Veneziani domandarono pace - al re d’Ungheria_ 316 - _CAP. LXXXIII. Come il legato ebbe la rocca di Brettinoro_ 317 - _CAP. LXXXIV. Come si bandì la croce contro la - compagnia_ 317 - _CAP. LXXXV. Aiuti mandarono i Fiorentini al legato_ 319 - _CAP. LXXXVI. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia_ 320 - _CAP. LXXXVII. Come l’arciprete con compagnia - entrò in Provenza_ 321 - _CAP. LXXXVIII. Come il conte di Fiandra rendè - Brabante alla duchessa facendo pace_ 323 - _CAP. LXXXIX. Come il legato s’accordò alla compagnia - per danari_ 323 - _CAP. XC. Ricominciamento dello studio in Firenze_ 325 - _CAP. XCI. Come si trovarono l’ossa di papa Stefano - in Firenze_ 325 - _CAP. XCII. Leggi fatte sopra i medici_ 326 - _CAP. XCIII. Come i Genovesi ebbono Monaco_ 327 - _CAP. XCIV. Come il cardinale assediò Forlì_ 328 - _CAP. XCV. Come il re d’Inghilterra ruppe i patti - della pace_ 329 - _CAP. XCVI. Della mostra fatta a Avignone di cortigiani - per tema della compagnia_ 330 - _CAP. XCVII. Come il re Luigi da Messina tornò a - Napoli_ 331 - _CAP. XCVIII. Come si perdè Governo a’ Mantovani_ 332 - _CAP. XCIX. Come i signori di Milano presono Borgoforte, - e assediarono Mantova_ 333 - _CAP. C. Come il cardinale Egidio passò per Firenze_ 335 - _CAP. CI. Come per i cardinali non si fe’ nulla della - pace de’ due re_ 337 - _CAP. CII. Come fu impiccato il conte di Minerbino_ 338 - _CAP. CIII. Come fu preso Minerbino_ 339 - _CAP. CIV. Come i Genovesi mandarono in Sardigna - venti galee per racquistare la Loiera, e non poterono_ 340 - - - - - ERRORI CORREZIONI - - TOMO III. - - p. 57 v. 21 dimostare dimostrare - — 124 — 6 e a avuti e avuti - — 257 — 27 si sfo (In alcune copie) si sfor- - — 275 — 24 stamapanare, e stampare, e - — 277 — 24 avversaro avversario - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in -fine libro sono state riportate nel testo. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, VOL. -III *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. 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