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II - A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna - -Author: Matteo Villani - -Editor: Ignazio Moutier - -Release Date: January 29, 2023 [eBook #69899] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by the Bayerische Staatsbibliothek) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, -VOL. II *** - - - CRONICA - - DI - - MATTEO - VILLANI - - - A MIGLIOR LEZIONE RIDOTTA - COLL’AIUTO - DE’ TESTI A PENNA - - TOMO II. - - - - FIRENZE - PER IL MAGHERI - 1825 - - - - -LIBRO TERZO - -_Qui comincia il terzo libro della Cronica di Matteo Villani; e prima -il Prologo._ - - -CAPITOLO PRIMO - -Rendendo spesso testimonianza delle mutevoli cose del mondo ogni -stato umano, non è da pensare cosa maravigliosa quella che ha fatto -maravigliare ne’ nostri dì ovunque la sua fama aggiunse. E domandando -la debita materia di fare cominciamento al terzo libro, possiamo con -ragione dire, che la corona dell’imperiale maestà e il suo regno, alla -quale dipendea la monarchia dell’universo, era Roma coll’italiana -provincia, delle provincie della quale ne’ nostri tempi la città di -Firenze, Perugia e Siena, seguendo alcune orme di quella, per li tempi -avversi dello sviato imperio, in segno della romana libertà, avendo -veduto per li tempi passati l’incostanza degl’imperadori alamanni avere -in Italia generate e accresciute tirannesche suggezioni di popoli, -hanno mantenuto la franchigia e la libertà discesa in loro dall’antico -popolo romano: e zelanti di non sostenere quella a tirannia, molte -volte per diversi e lunghi tempi apparvono contradi all’imperiale -suggezione, intanto che non si poteva in questi popoli sostenere -senza sospetto, senza pericolo e senza infamia il raccontamento -dell’imperiale nome. E come subitamente gli animi di que’ popoli e de’ -loro rettori per paura del potente tiranno arcivescovo di Milano si -cambiarono, procurando l’amistà e l’avvenimento in Italia di messer -Carlo re di Boemia eletto imperadore, i movimenti già narrati, e le -operazioni che appresso ne seguirono, seguendo nostro trattato il -dimostreremo. - - -CAP. II. - -_La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il procaccio fece a corte per -la sua liberazione._ - -Era in questo tempo potentissimo e temuto signore messer Giovanni de’ -Visconti arcivescovo di Milano, sotto la cui signoria si reggea la -nobile e grande città di Milano, e l’antica e famosa città di Bologna, -Cremona, Lodi, Parma, Piacenza, Brescia, Moncia, Bergamo, Como, Asti, -Alessandria della paglia, Tortona, Alba, Novara, Vercelli, Bobbio, -Crema, e più altre città e terre nelle montagne di verso la Magna, co’ -loro contadi ville e castella; e i signori di Pavia, ch’erano que’ di -Beccheria, l’ubbidivano come signore, benchè la città fosse al loro -governamento. In Toscana aveva acquistato il Borgo a san Sepolcro, -e il castello d’Anghiari e altre castella d’intorno. E accomandati -e ubbidienti gli erano Cortona, Orvieto, Cetona, Agobbio, i Tarlati -usciti d’Arezzo, gli Ubaldini, i Pazzi di Valdarno, gli Ubertini, e -que’ da Faggiuola; e i conti da Montefeltro, e de’ conti Guidi dal lato -ghibellino, e il conte Tano da Montecarelli, e gli altri ghibellini -caporali di Toscana, e di Romagna e della Marca l’ubbidivano. E a -sua lega e a compagnia avea il signore della Scala e di Mantova e di -Padova: e il marchese di Ferrara in Lombardia, e il comune di Genova e -quello di Pisa sotto alcuno ordinato servigio, e il capitano di Forlì, -e il tiranno di Faenza, e il signore di Ravenna tenevano con lui in -lega e in compagnia, come nel secondo nostro libro narrato abbiamo. E -non avendo l’arcivescovo altra guerra che col comune di Firenze e di -Perugia, alla cui compagnia e lega s’accostava debolmente il comune di -Siena, era sì potente e di tanto aiuto e forza, che impossibile pareva -a questi popoli potersi difendere senza aiuto di più potente braccio, -e però aveano mandato a corte, come detto è, per inducere il papa e i -cardinali contra lui, sentendo che la Chiesa per le grandi ingiurie -ricevute procedeva contro a lui. Ma l’arcivescovo per riparare, -sentendo che gl’impugnatori erano grandi, pensò che non era tempo -da nutricare il lavorio, ma di trarlo a fine; e avvedendosi quanto -l’avarizia movea le cortigiane cose, e disponeva i prelati all’olore -della pecunia, e per questo le cose, aspettando maggior frutto, si -sostenevano, da capo mandò più grande e più solenne ambasciata a corte -di suoi confidenti, uomini sperti e di grande autorità, e mandolli -forniti di più di dugentomila fiorini d’oro, con pieno mandato a -operare e fare con doni e con loro industria e impromesse, senza avere -riguardo alla pecunia, d’avere la riconciliazione di santa Chiesa, -rimanendoli la signoria di Bologna. E oltre a ciò aoperò per forza -de’ suoi doni, che messer Giovanni di Valois re di Francia mandò -altri baroni suoi ambasciadori al papa e a’ cardinali a procurare la -riconciliazione dell’arcivescovo; e la contessa di Torenna governatore -del papa nelle sue temporali bisogne, per cui il santo padre molto si -movea nelle grandi bisogne, procacciò con ismisurati doni. Nel continuo -tempellamento del papa, per lo suo aiuto, e ne’ parenti del papa si -provvide con larga mano. E in certi cardinali che gli si mostravano -avversi per zelo dell’onore di santa Chiesa si provvide per modo, che -agevole fu a conoscere che l’onore di santa Chiesa non s’apparteneva -a loro. E avendo l’arcivescovo tutta compresa la corte in suo favore, -seguita il modo che papa Clemente tenne con gli ambasciadori de’ comuni -di Toscana, per potere fare con più sua scusa quello che prima avea -deliberato di fare. - - -CAP. III. - -_Come papa Clemente sesto propose tre cose a’ comuni di Toscana, perchè -pigliassono l’una._ - -Essendo tutta la corte di Roma ripiena di doni e d’ambasciadori -per i fatti dell’arcivescovo, e volendo il papa terminare la sua -causa secondo la domanda de’ suoi ambasciadori, i quali nella vista -proferivano di lui ogni ubbidienza di santa Chiesa, e nel segreto -aveano l’ubbidienza del papa e de’ cardinali alla sua volontà, per -le ragioni e cagioni già narrate; volendo il papa mostrare agli -ambasciadori de’ tre comuni di Toscana singolare affezione, da -capo gli ebbe in concistoro, e commendato molto i loro comuni di -molte cose, e singolarmente dell’amore e della fede che portavano a -santa Chiesa, e dolutosi delle loro oppressioni per le divisioni e -scandali d’Italia, infine conchiudendo disse, che mettea nella loro -elezione quelle tre cose ch’avea altre volte loro promesse, ch’elli -eleggessono l’una senza soggiorno: o di buona pace coll’arcivescovo, o -lega e compagnia colla Chiesa contro a lui, o che facesse passare in -Italia l’eletto imperatore. Gli ambasciadori ristretti insieme, che -conoscevano e sentivano dove la causa dell’arcivescovo era ridotta, -non si vollono rimutare da quello ch’altra volta aveano detto al papa, -che quello che a lui paresse il migliore erano contenti che facesse -loro, mantenendo in sul fatto la piena confidenza ch’aveano a santa -Chiesa e al sommo pastore. Il papa conobbe che la risposta era intera -alla sua intenzione, e che poteva procedere con giusto titolo senza -offendere i comuni di Toscana ne’ suoi movimenti, quanto che in fatti -era il contradio, alla sentenza di riconciliare l’arcivescovo, e però -fu contento, e disse loro che provvederebbe per modo, che i loro comuni -avrebbono coll’arcivescovo buona pace: della quale offerta niuna -speranza si prese, conoscendo manifestamente ch’al tutto s’intendeva a -magnificare il tiranno, e a fare la sua volontà. - - -CAP. IV. - -_Come il papa e’ cardinali annullarono i processi contro -all’arcivescovo._ - -Poco appresso dopo la detta risposta, avendo gli ambasciadori -significato a’ loro comuni quello ch’aveano dal papa, e quello che -sentivano di certo de’ fatti dell’arcivescovo, il papa convocò i -cardinali a concistoro, i quali tutti, niuno discordante, erano -d’accordo con gli ambasciadori dell’arcivescovo, e però non essendo -tra loro quistione, domenica mattina a dì 5 di Maggio, gli anni -Domini 1352, fu per la santa ubbidienza dell’arcivescovo sopraddetto -annullato il processo fatto contro a lui, e riconciliato a santa -Chiesa, e tratto d’ogni scomunicazione e d’ogni interdetto. E in -quello concistoro piuvico, avendo per li suoi ambasciadori rendute le -chiavi al papa in segno della restituzione di Bologna, il papa colla -volontà de’ suoi cardinali ne rinvestì gli ambasciadori, riceventi per -lo detto arcivescovo e de’ suoi successori, nella signoria di Milano -e di Bologna, per tempo e termine di dodici anni prossimi a venire, -con promessione che ogni anno ne darebbe di censo fiorini dodicimila -alla camera del papa, e compiuto il detto termine la renderebbe -libera a santa Chiesa, e allora restituiranno contanti, per nome del -detto arcivescovo, fiorini centomila alla camera del papa, per la -restituzione delle spese che la Chiesa vi fece quando vi tenne l’oste -il conte di Romagna. E così per pietà e per danari ogni gran cosa si -fornisce a’ nostri tempi co’ pastori di santa Chiesa. - - -CAP. V. - -_Come gli ambasciadori de’ Toscani si partirono di corte mal contenti._ - -Il papa avendo grande appetito di servire tosto all’arcivescovo, -vedendo che ’l trattare della pace promessa a’ comuni di Toscana avea -a sostenere la causa del tiranno, si fece promettere triegua per un -anno, in quanto il comune di Firenze e gli altri comuni la volessono, -acciocchè infra il termine più ordinatamente si trattasse della pace. -Gli ambasciadori ch’aveano assai dinanzi avvisati i loro comuni come la -cosa procedeva acciocchè provvedessono al loro stato, frustrati della -loro intenzione, si partirono mal contenti di corte, e tornaronsi in -Toscana. E innanzi la loro tornata, in Firenze si piuvicò il trattato -e la concordia presa col vececancelliere dell’eletto imperadore, -come appresso diviseremo. Avvenne poco appresso che il vicario -dell’arcivescovo in Bologna mandò a Firenze un messo con ulivo in mano -e con sue lettere, significando la tregua fatta e bandita nelle terre -dell’arcivescovo suo signore; e in quello dì fece muovere sua gente -a cavallo e a piè da Montecarelli, e cavalcare nel Mugello predando, -e uccidendo e ardendo come gravi nimici del comune, e ritrassonsi a -salvamento; e ivi dopo pochi dì ritornarono, e misono loro aguati, e -furono scoperti, e rotti, e morti e presi gran parte di loro, sicchè -più non s’attentarono di venire in Mugello. Per questi segni si -scoperse, che il trattato del papa con le tregue, colla fè corrotta del -tiranno, non ebbe principio di buona intenzione. - - -CAP. VI. - -_Come i tre comuni di Toscana s’accordarono a far passare l’imperadore._ - -I rettori de’ tre comuni di Toscana, per l’informazione ch’aveano avuta -da corte da’ loro ambasciadori, sentivano a certo che la Chiesa gli -abbandonava, ed era per magnificare il loro avversario: e bene che -sentissono le promesse del papa, non vedeano da potersene confidare, e -però tempellavano negli animi tra il sospetto e la paura, aggiugnendo -temenza di cittadinesche discordie nel soprastare: e bene che ancora -non avessono avuta certezza del fatto da’ loro ambasciadori, senza -rendere al santo padre il debito onore, quasi palpando, per lo trattato -tenuto col vececancelliere dell’imperadore, mostrando di prendere -confidanza nella fama delle virtù e senno e larghe profferte del -detto eletto imperadore, per aiutarsi dal potente tiranno nimico, -valicando egli in Italia a istanza de’ detti tre comuni, come il suo -cancelliere promettea, e per questa cagione, d’uno animo e d’uno -volere tutto il reggimento di questi tre comuni, Firenze, Perugia, -e Siena, con pubblico consentimento de’ loro popoli si deliberarono -d’essere all’ubbidienza del detto eletto imperadore con certi patti e -convenzioni, i quali erano assai strani alla libertà del sommo imperio. -Ma perchè le cose disviate con alcuno mezzo più tosto si congiungono -a unità e a concordia, non fu a quel tempo tenuta sconvenevole la -domanda, nè ingiusto l’assentimento del signore; e però all’uscita -del mese d’aprile del detto anno, nella città di Firenze in pubblico -parlamento si fermò il trattato ordinato per lo vececancelliere -dell’eletto imperadore, con gli ambasciadori e sindachi de’ detti -tre comuni, e piuvicossi i patti e le convenzioni, e fattone solenni -stipulazioni e carte, grande ammirazione ne fu per tutta Italia. I -patti in sostanza racconteremo qui appresso nel seguente capitolo. - - -CAP. VII. - -_Quali furono i patti dall’imperadore a’ tre comuni._ - -Promise il detto vececancelliere, che per tutto il prossimo mese di -luglio l’eletto re de’ Romani imperadore sarebbe in Lombardia sopra le -terre dell’arcivescovo di Milano per guerreggiare e abbattere la sua -signoria con seimila cavalieri: de’ quali duemila ne dovea avere al -suo proprio soldo, ovvero servigio, e mille che promessi gli avea la -Chiesa di Roma quando passasse, i quali se dalla Chiesa non avesse, -promettea fornirli da se, e gli altri tremila cavalieri, i quali dovea -soldare a sua eletta. Questi tre comuni gli doveano dare per un anno -dugento migliaia di fiorini d’oro, e oltre a ciò gli doveano donare -come e’ fosse in Aquilea fiorini diecimila d’oro. La taglia era al -comune di Firenze per millecinquecentocinquanta cavalieri, Perugia -ottocentocinquanta, e Siena seicento. E se in uno anno la guerra -non fosse terminata, si dovea provvedere del nuovo sussidio innanzi -al tempo, confidandosi catuna parte d’averne concordia. E i detti -tre comuni deono tenere il detto messer Carlo vero re de’ Romani, e -futuro diritto imperadore, ed egli dee promettere di mantenere i detti -tre comuni nella loro libertà e ne’ loro statuti; e come avesse la -corona, avendo sottomesso il tiranno, i priori di Firenze e’ nove di -Siena si doveano dinominare vicari dell’imperadore mentre che fossono -all’uficio (i Perugini non s’obbligarono a questo, facendosi uomini di -santa Chiesa) e il comune di Firenze promise in detto caso pagare ogni -anno per nome di censo danari ventisei per focolare: gli altri comuni -s’obbligarono senza distinzione di pagare ogni anno quello ch’era -consueto all’imperadore per antico. E fu in patto che l’imperadore -venuto alla corona dovesse privilegiare a’ detti comuni tutte le terre, -ville e castella ch’al presente possedeano, e che avessono posseduto -sei anni addietro, quanto che ora non le possedessono, e che dalla -condannagione fatta per l’imperadore Arrigo suo avolo, promise liberare -e assolvere i detti comuni. E ’l detto vececancelliere per nome del -detto eletto imperadore promise, che le dette convenenze e patti il -detto eletto confermerebbe infra mezzo il prossimo futuro mese di -giugno del detto anno. Altre singulari cose vi si promisono, che non -sono di necessità a raccontare. - - -CAP. VIII. - -_Come il re Luigi e la reina Giovanna furono coronati per la Chiesa._ - -Avendo papa Clemente sesto e’ suoi cardinali mandati legati nel Regno, -a dì 27 di maggio del detto anno, il dì della santa Pentecoste, nella -città di Napoli, celebrata la solenne messa, con la consueta solennità -consacrarono e coronarono in nome di santa Chiesa in prima il re -Luigi, e dappresso la reina Giovanna, del reame di Gerusalemme e di -Cicilia. E questo fu fatto con molta festa di baroni e di cavalieri del -regno, e de’ Napoletani e de’ forestieri, i quali tutti si sforzarono -di onorare il re e la reina in quella festa; e fecesi alle case del -prenze di Taranto sopra le Coreggie, con molte giostre e con grande -armeggiare: e vestiti e adorni il re e la reina in abito di reale -maestà, ricevettono l’omaggio da tutti i baroni che non erano stati -contrari nella guerra, e da assai di quelli ch’aveano tenuto contro a -lui per lo re d’Ungheria, a’ quali tutti perdonò, mostrando loro buono -animo e buono volere. E a coloro che alla sua coronazione non erano -venuti a fare l’omaggio, assegnò termine giusto a potere venire con -pace e con amore alla sua ubbidienza; e quale dal termine innanzi non -fosse venuto, per decreto fece che fosse rubello della corona. E dopo -la coronazione cavalcò il re in abito reale per la città di Napoli, -montato in su uno grande e poderoso destriere, addestrato al freno e -alla sella da’ suoi baroni. Quando fu valicato porta Petrucci nella -via di Porto, certe donne per fargli onore e festa gittarono sopra lui -dalle finestre rose e fiori di grande odore: il destriere aombrò, ed -erse; i baroni ch’erano al freno si sforzarono d’abbassare il cavallo: -il destriere ch’era poderoso ruppe le redine. Il re Luigi vedendosi -sopra il destriere spaventato senza redine, di subito destramente se ne -gittò a terra, e caddegli la corona di capo, e ruppesi in tre pezzi, -cadendone tre merli; alla persona non si fece male: rilegata la corona, -di presente, ridendo, montò a cavallo, cavalcando per la terra con gran -festa e onore. In questo medesimo dì morì una sua fanciulla, che altro -figliuolo non aveva della reina. Molti per questi casi pronosticarono -non prospere cose alla maestà reale. - - -CAP. IX. - -_Commendazione in laude di messer Niccola Acciaiuoli._ - -Degna cosa ne pare, e debito del nostro trattato, appresso la -coronazione del re Luigi, rendere beneficio di memoria per chiara fama -di messer Niccola Acciaiuoli cittadino popolare di Firenze, balio -e governatore dell’infanzia del detto re; il quale essendo prima -compagno della compagnia degli Acciaiuoli, con animo più cavalleresco -che mercantile si mise al servigio dell’imperatrice moglie che fu -del Prenze di Taranto, e quello esercitò realmente e personalmente -con tanta virtù e con tanto piacere della donna, che ella avendo -tre suoi figliuoli di piccola età, Ruberto primogenito, e messer -Luigi secondo, e Filippo il terzo, tutti gli mise nel governamento -di Niccola Acciaiuoli, che allora non era cavaliere, e tutto il suo -consiglio l’imperatrice ristrinse in lui, e con lei se ne passò in -Romania, e ordinati i fatti delle terre e baronie di là, con lei -se ne tornò a Napoli. Ed essendo cresciuto di età di anni quindici -messer Luigi, volendo il re Ruberto mandare gente d’arme in Calavra, -e dilettandosi dell’industria del giovane barone, fatta eletta di -cinquecento cavalieri d’arme, e datili all’ubbidienza di messer -Luigi, lui accomandò a messer Niccola Acciaiuoli, comandandogli in -tutto che ubbidisse al suo maestro. E questo fece il re di volontà -dell’imperatrice sua madre; avendo poco innanzi fatto cavaliere il -detto messer Niccola; e da quell’ora appresso il detto messer Luigi si -resse in tutto e governò per le mani di messer Niccola. E sopravvenuta -la morte del duca Andreasso, per operazione dell’imperatrice e di -messer Niccola Acciaiuoli fu data la reina Giovanna per moglie a -messer Luigi: e ne’ primi cominciamenti con assai prospera fortuna -accrescea il suo signore. E cambiandosi le cose per l’avvenimento del -re d’Ungheria alla vendetta del fratello, essendo tutti gli altri reali -all’ubbidienza del potente re, costui solo, coll’aiuto d’alquanti che -ubbidivano alla reina, per lo consiglio e conforto di messer Niccola, -sostenne contro alla gente del re d’Ungheria lungamente, e tentò di -resistere alla persona del loro re, e non si partì dalla frontiera di -Capova, infino che abbandonato dagli avari regnicoli, e già soppreso -dall’avvenimento del re e del suo esercito, fu costretto di partirsi -da Capova, e appresso da Napoli, sprovveduto, di notte, ricogliendosi -per necessità in su una vecchia e male armata galea; e in quella -raccolto, con poco arnese e con lieve compagnia valicò in Toscana in -povero stato. E per lo detto messer Niccola, e co’ suoi danari e di -suoi amici fu atato e rifornito e confortato nella grave tempesta -della fortuna. Presi tutti i reali, e morto il duca di Durazzo, e -il Regno venuto nelle mani del suo persecutore, e non volendolo i -Fiorentini ricevere nella loro città, nè sovvenire d’alcuna cosa per -tema del re d’Ungheria, ridottosi parecchi dì alla possessione del -detto messer Niccola in Valdipesa, di là si partì, e andò in Proenza -ove la reina era rifuggita. E tornato il re d’Ungheria, per tema della -generale mortalità, in suo paese; per sollecitudine e trattato di -messer Niccola, prima tornato nel regno, e sommossi de’ baroni e de’ -cavalieri, e confortati i Napoletani, e accolta gente d’arme in favore -del suo signore, in breve tempo ordinò la sua tornata e della reina nel -Regno, nel quale assai battaglie e vari e diversi assalti di guerra -sostenne; e per avversa fortuna rotte le sue forze in battaglia per -più riprese, tradito dagli amici, perseguitato da’ nemici, condotto -all’inopia, sentina della fortuna, l’animo del valente cavaliere fu -di tanta potenza e di tanta virtù, che con pari animo sostenne il -giovane barone suo signore in speranza certa della sua esaltazione, -sempre aiutandolo e sostenendolo con sua industria e suo procaccio, e -con fortezza e con pazienza fece comportare l’asprezza della turbata -fortuna. Onde avvenne, che quella potendosi maravigliare della costanza -dell’uomo, subitamente e improvviso mutò la turbata faccia in chiara, -e l’asprezza in dolcezza e in mansuetudine: e colui che avea ributtato -per cotante tempeste e vari pericoli, oltre all’opinione degli uomini, -con felici e prospere successioni condusse alla reale corona, e alla -libera signoria di tutto il corrotto e sviato regno in brevissimo -tempo. E per lo nobile consiglio e avvedimento di messer Niccola -Acciaiuoli, i reali lasciati di prigione e tornati nel Regno, ove per -tutti si stimava che il Prenze di Taranto maggiore fratello del re, -per sdegno e per forte inzigamento contro al re movesse scandolo nel -reame, con mansuetudine e con caritatevole animo il fece al re ricevere -in compagno del regno; e fattogli prendere titolo dell’imperiato -costantinopolitano, e aggiunto largamente alla sua baronia, conobbe -e manifestò a tutti, che il padre loro messer Niccola, appresso la -grazia di Dio, era cagione del ricoveramento del regno, e dello stato -e onore. Perchè dunque dovevamo tacere? innanzi vogliamo essere da’ -denti degl’invidiosi cittadini morso, che la provata verità per li suoi -effetti, e per la fine de’ suoi felici avvenimenti, avessimo lasciata -sotto scurità d’ignorante oblivione. - - -CAP. X. - -_Come fu cacciato messer Iacopo Cavalieri di Montepulciano._ - -In questo anno del mese d’aprile, sabato santo, avendo messer Iacopo -de’ Cavalieri di Montepulciano trattato, coll’aiuto della gente -dell’arcivescovo ch’era in Toscana, di farsi signore della terra di -Montepulciano, e a ciò consentivano una parte de’ terrazzani di suo -seguito, messer Niccola suo consorto sentì questo trattato, e fecelo -sentire a’ governatori del popolo; e in questo dì, levata la terra -a romore, cacciarono messer Iacopo di Montepulciano, e venti altri -terrazzani suoi seguaci, uomini nominati di stato intra il popolo; e -col consiglio di messer Niccola de’ Cavalieri riformarono la terra di -loro reggimenti, e ischiusonne gli amici e’ seguaci di messer Iacopo; -il quale si ridusse a Siena, e là ordinò grande novità, e scandalo e -suggezione di quella terra, come innanzi a’ suoi tempi si potrà trovare. - - -CAP. XI. - -_Come si die’ il guasto a Bibbiena, e sconfitti i Tarlati da’ -Fiorentini._ - -Del mese di maggio del detto anno, ricordandosi i Fiorentini -dell’ingiuria ricevuta da’ Tarlati, Pazzi e Ubertini per la ribellione -ch’aveano fatta al comune al tempo della guerra dell’arcivescovo -di Milano, quando ruppono la pace e cavalcarono sopra il contado e -distretto di Firenze, accolsono seicento cavalieri di loro masnade e -gran popolo, e andarsene alla Cornia, e poi alla Penna, e a Gaenna, e -ad altre terre e ville che si tenevano pe’ Pazzi e Ubertini e Tarlati, -e a tutte diedono il guasto; e poi se n’andarono a Bibbiena, ov’era -messer Piero Sacconi, e a Soci, e ivi dimorarono più dì, ardendo e -guastando d’intorno: quelli da Bibbiena francamente si difesono dal -guasto le vigne d’intorno presso alla terra. Messer Piero avea in -Bibbiena milledugento buoni fanti e pochi cavalieri, con li quali si -fece un grosso badalucco presso alla terra. Poi la mattina vegnente, a -dì 10 di giugno, l’oste si mosse per andare a Montecchio. Messer Piero, -antico e buono guerriere, sapendo l’andata de’ Fiorentini, si pensò -di fare loro danno, e la mattina per tempo con settanta cavalieri e -con mille buoni fanti in persona occupò un colle sopra l’Arno in sul -passo, e mise aguati per danneggiare la gente de’ Fiorentini. Avvenne -che, mossa l’oste dall’altra parte dell’Arno, vidono preso il colle -dalla gente di messer Piero; allora cominciarono a fare valicare della -gente dell’oste certi masnadieri, sì perchè tenessono a badalucco i -nemici e per trarli abbasso, e a poco a poco li ringrossavano d’aiuto, -ma non senza loro grande pericolo, a’ quali in sul maggiore bisogno -soccorsono parecchi conestabili a cavallo co’ loro cavalieri. Ed -essendo atticciata la battaglia, e stando i nemici attenti a quella -sperandone avere vittoria, altri cavalieri e masnadieri de’ Fiorentini -presono, scostandosi dall’oste, un’altra via, che i nemici non -s’accorsono, e valicarono l’Arno, e sopravvennono alla gente riposta di -messer Piero dall’altra parte del colle, i quali ruppono di presente, -e montarono al poggio, e improvviso furono sopra la gente grossa di -messer Piero, che stava attenta a vedere e ad aiutare quelli del -badalucco, e con grandi grida correndo col vantaggio del terreno loro -addosso, li ruppono e sbarattarono. Messer Piero per bontà del buono -cavallo dov’era montato con pochi compagni, non potendo ritornare in -Bibbiena, fuggendo ricoverò in Montecchio. Della sua gente furono -in sul campo più di cento morti, e dugento presi, e molti fediti. I -prigioni tornando l’oste li condussono a Firenze legati a una fune, e -poco appresso furono lasciati; e l’oste tornò vittoriosa, avendo preso -alcuna vendetta degl’ingrati traditori. - - -CAP. XII. - -_Come si rubellò a’ Fiorentini Coriglia e Sorana._ - -In questo anno sentendo messer Francesco Castracani che i Fiorentini -erano inbrigati par la gente che l’arcivescovo teneva a guerreggiare -in Toscana, essendo forte in Lunigiana e in Garfagnana, a petizione -de’ Pisani fece furare a’ Fiorentini la rocca di Coriglia, la quale -appresso rendè a’ Pisani, a cui stanza l’avea furata, e’ Pisani la -presono, rompendo la pace a’ Fiorentini; ch’espresso era nella pace -rinnovata per lo duca d’Atene in nome del comune di Firenze, che in -niun modo di quella terra si dovessono travagliare. E appresso i detti -Pisani feciono con sagacità di grande tradimento torre a’ Fiorentini, -contro a’ patti della pace, la terra di Sorana, e rendutala da capo, -la ritolsono per indiretto, e poi in palese la difesono, non curando -i patti della pace. I Fiorentini per queste due terre non si mossono, -benchè grave li fosse l’oltraggio de’ Pisani. Messer Francesco avendo -avuto trecento cavalieri dall’arcivescovo di Milano, montato in grande -orgoglio, e confortato da’ Pisani, si pose ad assedio a Barga, ch’era -de’ Fiorentini, e avendo grande popolo la strinse intorno con più -bastie, sperandolasi avere per assedio. Lasceremo ora quest’assedio per -raccontare altre maggiori cose innanzi che Barga fosse liberata. - - -CAP. XIII. - -_Come i tre comuni di Toscana mandarono ambasciadori in Boemia a far -muovere l’imperadore._ - -Avendo i tre comuni di Toscana presa e pubblicata la concordia col -vececancelliere dell’eletto imperadore, volendo mettere ad esecuzione -quello che per loro era stato promesso, catuno elesse de’ maggiori -cittadini confidenti al reggimento di quelli per suoi ambasciatori, -e mandaronli all’eletto imperadore a Boemia nella Magna per farlo -muovere, e per fargli il pagamento ordinato, e per essere al suo -consiglio per i tre comuni, nella promessa impresa passando egli in -Italia. Gli ambasciadori del nostro comune di Firenze furono cinque: -messer Tommaso Corsini dottore di legge, messer Pino de’ Rossi, messer -Gherardo de’ Buondelmonti cavaliere, Filippo di Cione Magalotti, e -Uguccione di Ricciardo de’ Ricci, a’ quali fu data grande e piena -legazione, e dato loro un popolare sindaco per lo comune, a potere -obbligare il comune, secondo le cose promesse al vececancelliere, -come paresse a’ detti ambasciadori, se altro bisognasse di fare. -Costoro tutti vestiti di fine panno scarlatto e d’altro fine mellato, -catuno con otto scudieri il meno vestiti d’assisa, a dì 17 di maggio, -il dì dell’Ascensione, si partirono di Firenze. E partiti loro, -molti cittadini pensando che quello ch’era ordinato dovesse venire -fatto, perocchè tra gli ambasciadori erano i più reputati caporali -di cittadina setta, temettono, che essendo costoro al continuo con -l’imperadore, e di suo consiglio, che pericolo si commettesse contro -al comune e pubblica libertà de’ cittadini, e però si mosse questione -di limitare il loro tempo, e strignerli con certe leggi, e di questo -fu gara e lunga tira nel nostro comune; in fine si vinse, e fecesi -per riformagione di comune, che niuno cittadino di Firenze potesse -stare in quel servigio appresso all’imperadore più che quattro mesi, e -che alcuna grazia, uficio, o beneficio reale o personale per i detti -ambasciadori o per loro successori si dovesse ricevere o impetrare, -sotto gravi pene, acciocchè la speranza si troncasse a tutti della -propria utilità. E incontanente elessono e insaccarono molti cittadini -per succedere di quattro mesi in quattro mesi a’ detti ambasciadori in -quello servigio. - - -CAP. XIV. - -_Di disusati tempi stati._ - -Non è da lasciare in silenzio quello che del mese di giugno del -detto anno avvenne, perocchè fu notabile caso di tempo con diverse -considerazioni, che essendo ne’ campi seminati cresciute le biade -e’ grani d’aspetto d’ubertosa ricolta vicina alla falce, in diverse -contrade di Toscana, e massimamente nel contado di Firenze, vennono -diluvi d’acque, i quali guastarono molto grano e biade, e feciono -de’ dificii, e d’altro singolari danni a molti. E a dì 14 del detto -mese cominciò un vento austro spodestato e impetuoso con tanta -furiosa tempesta, che ogni cosa parea che dovesse abbattere e mettere -per terra, e tutte le granora e biade che trovò mature, ove il suo -impetuoso spirito potè percuotere, battè per modo, che alla terra diede -nuova sementa, e nelle spighe lasciò poco altro che l’aride reste, e -quelle che ancora non erano granate percosse e inaridì; facendo nelle -montagne in diverse parti sformate grandini e diverse tempeste, e molte -vigne guastò, e abbattè alberi molti, e di grandi dificii in diverse -parti di Toscana e di Romagna; e in Firenze fece rovinare il campanile -del monastero delle donne degli Scalzi, e uccise la badessa con sei -monache. Nella sommità delle montagne di Pistoia levò gli uomini di -su’ poggi, traboccandoli dove l’impeto gli portava. E pubblica fama -fu, che quarantatrè masnadieri ch’andavano in preda trovandosi in sul -giogo, senza potersi ritenere furono portati dal vento per modo, che -di loro non si seppe novelle. E restato lo strabocchevole vento, ivi a -pochi dì fu un caldo sformato senza aiuto d’alcuno spiramento, che il -residuo de’ grani e de’ biadi in molti paesi, singolarmente nel contado -di Firenze, fece ristrignere e invanire per modo, che ov’era stata -speranza d’ubertosa ricolta generò sformata carestia anzi l’avvenimento -dell’altra ricolta, come appresso dimostreremo. Alcuni diedono questo -singulare accidente agli effetti della congiunzione, già narrata al -principio del nostro primo libro, de’ tre superiori pianeti onde -Saturno fu signore: perocchè gli astrolaghi tengono che l’influenza di -cotale congiunzione duri per diciannove anni, e altri tengono infino -in ventitrè. Arbitrò altri, che questo procedesse dall’influenza -della cometa ch’apparve in quest’anno, e quella fu saturnina, sicchè -catuno trasse agli effetti saturnali. Altri tennono che ciò fosse -dimostramento d’assoluto giudicio divino per i disordinati peccati de’ -popoli non domati da tante tribolazioni di guerre, quante dimostrate -abbiamo in poco tempo dopo la miserabile mortalità. - - -CAP. XV. - -_Dell’inganno ricevette il comune di Firenze del braccio di santa -Reparata._ - -Essendo stati certi ambasciadori del comune di Firenze alla coronazione -del re Luigi per lo detto comune, domandarono di grazia al re e alla -reina alcuna parte del corpo della vergine santa Reparata ch’è in -Teano, per onorare la sua reliquia nella nobile chiesa cattedrale -della nostra città ch’è edificata a suo nome. La loro petizione dal -re e dalla reina fu accettata; ma perocchè la città di Teano era del -conte Francesco da Montescheggioso, figliuolo che fu del conte Novello -amicissimo del nostro comune, convenne che con sua industria il -braccio destro di quella santa si procacciasse d’avere per modo, che i -terrazzani non se n’avvedessono, che si mostrava loro, ed era nel paese -in grande devozione, e questo si mostrò di fornire con industria, e -con grande sollicitudine. Gli ambasciadori credendosi avere la santa -reliquia il significarono a’ priori, acciocchè all’entrata della città -l’onorassono. I rettori del comune ordinata solennissima processione -di tutti i prelati cherici e religiosi della città di Firenze, con -grandissimo popolo d’uomini e di femmine, con molti torchi accesi -comandati per l’arti e forniti per lo comune, e il vescovo di Firenze -ricevuto colle sue mani il santo braccio, colla mano segnando la gente -molto divota e lieta, credendosi avere quella santa reliquia, fu -portata e collocata nella nostra chiesa, a dì 22 di giugno 1352. - - -CAP. XVI. - -_Di quello medesimo._ - -Avendo narrata la fede, la reverenza e la divozione che i nostri -cittadini ebbono alla santa vergine, benchè l’inganno ricevuto fosse -durato in fede del detto comune quattro anni e mesi, infine si scoperse -il sacrilegio e l’inganno ricevuto per la femminile astuzia della -badessa del monastero di Teano, ov’era il corpo della detta santa, -che vedendo che quello braccio le conveniva dare per volontà del re, -e della reina e del conte, dissimulando gran pianto colle sue suore -per lo partimento della reliquia, lo sostennero di assegnare alcuno -dì. E in questo tempo feciono fare un simulacro di legno e di gesso, -che propriamente pareva quella santa reliquia, e dando questa con -grande pianto, fece credere agli ambasciadori che avesse assegnata -loro la santa reliquia, e a Firenze fece onorare come santuaria quello -simulacro per cotanto tempo, essendo cagione di cotanto male, non -manifestando la sua falsa religione. Avvenne che il comune del mese -d’ottobre 1356, volendo d’oro e d’argento e di pietre preziose fare -adornare quella reliquia, i maestri la trovarono di legno e di gesso: e -segatala per mezzo, furono certi che niuna reliquia v’era nascosa, e il -comune fu certo del ricevuto inganno. Noi, non ostante che cinquantadue -mesi fosse questo ritrovato appresso alla sopraddetta venuta, contro -all’ordine del nostro annuale trattato l’abbiamo congiunto insieme, -acciocchè avendo alcuno letto la venuta del santo braccio, non fosse -ingannato dalla simulazione di quello, e dalla malizia della sacrilega -badessa. - - -CAP. XVII. - -_Come la gente del Biscione cavalcarono i Perugini._ - -Del mese di giugno del detto anno, accolti duemila cavalieri -dell’arcivescovo di Milano alla città di Cortona e popolo assai, -cavalcarono per la valle di Chio, e strinsonsi alla città di Perugia -predando e ardendo il suo contado. Per la qual cavalcata così -bandalzosa i cittadini presono sospetto dentro, e però non ebbono -ardire di fare uscire fuori alcuna loro gente contro a’ nimici. -Conducitori di questa gente erano il conte Nolfo da Urbino, il signore -di Cortona, e Gisello degli Ubaldini, i quali avevano trattato con -messer Crespoldo di Bettona. Questo messer Crespoldo era guelfo, -ma perocch’era male trattato da’ Perugini ricevette costoro in -Bettona, e cacciarono coloro che v’erano alla guardia per lo comune -di Perugia. Questa terra era presso a Perugia a otto miglia e nella -loro vista, e sentendo la gente che dentro v’era, e la potenza -dell’arcivescovo, furono in gran tremore; e non senza cagione, che -quella terra era forte, e in frontiera ad Ascesi e all’altre terre -de’ Perugini, le quali non amavano troppo la loro signoria, e però -cominciarono incontanente a dare il mercato a’ nimici, e molto erano -di presso a fare le comandamenta del tiranno, e ciò che gli ritenne -fu, ch’aspettavano quello che in questa novità facesse il comune di -Firenze. Stando i Perugini in questo pericolo, incontanente il comune -di Firenze li mandò confortando per loro ambasciadori, promettendo loro -aiuto quanto il comune potesse fare; e seguitando col fatto, di subito -vi mandarono ottocento cavalieri di buona gente, promettendo d’arrogere -quanti bisognasse infino a tanto che Bettona fosse racquistata. -Avvenne che come Ascesi e l’altre terre circostanti de’ Perugini -intesono l’aiuto e il conforto che i Fiorentini davano al comune di -Perugia, ove stavano sospesi e non rispondeano al comune di Perugia, -e davano il mercato a’ nimici, di presente levarono il mercato, e -acconciarsi alla difesa, e mandarono a offerirsi a’ Perugini, e -cominciarono a guerreggiare quelli di Bettona. Onde convenne per -necessità delle cose da vivere che la cavalleria ch’era in Bettona -s’alleggiasse, e lasciaronvi a guardia della terra seicento cavalieri e -più d’altrettanti masnadieri, e l’altra gente tornò a Cortona. Rimasi -in Bettona i sopraddetti capitani e’ riposono l’assedio a Montecchio, -e ordinaronsi per accrescere loro forza e soccorrere Bettona, se il -bisogno occorresse. Lasceremo alquanto de’ fatti di Bettona per seguire -dell’altre cose, ch’avvennono innanzi ch’ella si racquistasse. - - -CAP. XVIII. - -_Come i Romani andarono per guastare Viterbo._ - -Di questo mese di giugno del detto anno, vedendo il popolo romano che -il prefetto da Vico cresceva in forza e ad acquisto occupando le terre -del Patrimonio, feciono in fretta Giordano del Monte degli Orsini -capitano di guerra, e accolsono tutta la gente d’arme che fatta aveano -col loro rettore a piè e a cavallo e accozzaronli col capitano del -Patrimonio messer Niccola delle Serre cittadino d’Agobbio, e in pochi -dì accolsono milledugento cavalieri e dodicimila pedoni in arme, e -con gran furia se n’andarono sopra la città di Viterbo per guastarla -d’intorno e porvi l’assedio, e starvi tanto che tratta l’avessono -delle mani del prefetto. Avvenne in su la giunta che a messer Niccola -capitano del Patrimonio cadde il suo cavallo addosso, e per la percossa -e per lo disordinato caldo per spasimo morì di presente. Morto il -capitano, l’oste senza fare alcuna cosa notevole, con poco onore del -capitano de’ Romani, si partì da Viterbo, e catuno si tornò a casa sua. - - -CAP. XIX. - -_Come il re Luigi ebbe Nocera._ - -In questi dì messer Currado Lupo ch’era per addietro stato vicario -del re d’Ungheria nel Regno, sapendo che la pace era fatta dal re -d’Ungheria a’ reali di Puglia, e che di volontà del suo signore era -ch’egli rendesse le terre che tenea al re Luigi, già coronato per la -Chiesa del reame, con l’astuzia tedesca pensò di trarre suo vantaggio, -e accolse tutti i Tedeschi ch’erano nel Regno, e con settecento -barbute fece testa a Nocera de’ Saracini, e levò un’insegna imperiale, -mostrando che a stanza dell’imperadore volesse rimanere nel Regno; e -per alquanti si disse che alcuni baroni del reame il favoreggiavano. -Temendo il re che questi non avesse appoggio d’altro signore, o che -non l’acquistasse stando, per lo meno reo prese di patteggiar con lui, -e diedegli contanti trentacinque mila fiorini d’oro, e rendè Nocera e -la contea di Giuglionese, e uscissi del Regno con tutta la sua gente, -con patto fermato per suo saramento, che da ivi a due anni non dovesse -per alcuno modo tornare nel Regno, ma valicati i due anni vi potesse -tornare come barone del re per le terre della moglie, facendogli il -debito saramento e omaggio. - - -CAP. XX. - -_Come fu sconfitto il conte di Caserta._ - -Seguitando i rivolgimenti dello sviato Regno, ci occorre in questi dì -come il duca d’Atene conte di Brenna, il quale altra volta per la sua -incostante tirannia meritò a furore essere cacciato della signoria -di Firenze, essendo tratto di Francia all’odore dello sviato Regno -non con intera fede, con sue masnade di cavalieri franceschi fece in -Puglia spontanea guerra contro al conte di Caserta, figliuolo che fu -di messer Diego della Ratta conte camarlingo, il quale era con gente -d’arme a Taranto, e con assentimento del re Luigi guerreggiava le terre -del detto duca, secondo la comune voce; l’infermità del Regno non -consentiva nè in guerra nè in pace cose aperte nè chiari movimenti. Il -detto duca accolti de’ paesani, co’ suoi Franceschi combattè col conte -e sconfisselo, facendo alla sua gente grave danno. E rifuggito il detto -conte in Taranto per sua sicurtà, del detto anno, del mese di Maggio, -per lo detto duca fu lungamente senza frutto assediato. - - -CAP. XXI. - -_La novità in Casole di Volterra._ - -I figliuoli di messer Ranieri da Casole di Volterra cacciati per -lungo tempo da’ loro nimici del castello, come giovani coraggiosi, -accolsono segretamente masnadieri e amici, e a dì 15 luglio del detto -anno entrarono nella terra di Casole, che si guardava per lo comune -di Siena, e improvviso corsono a casa i loro nimici, e quanti ve ne -trovarono misono al taglio delle spade, e rubarono le case loro, e -appresso l’arsono, e gli altri che non furono morti cacciarono della -terra, e la podestà che v’era pe’ Sanesi riguardarono: la terra tennono -tanto per loro, che co’ Sanesi presono accordo di tenervi podestà dal -comune di Siena; e fecionsi ribandire, e rimasono i maggiori nella -terra. - - -CAP. XXII. - -_Come furono decapitati degli Ardinghelli di Sangimignano._ - -Seguita in questi medesimi dì, come Benedetto di messer Giovanni -degli Strozzi di Firenze, essendo capitano della guardia per lo -nostro comune di Sangimignano, con ingiusto sospetto prese il Rosso -e Primerano di messer Gualtieri degli Ardinghelli, giovani di grande -aspetto e seguito, d’animo e di nazione guelfi, e tenendoli senza -trovare vera cagione perchè presi gli aveva, per accidente v’occorse -caso, che gittarono una lettera a’ loro amici fuori della carcere, -pregandoli che li venissono ad atare liberare di prigione. Il capitano -avendo questa lettera, quale che fosse la cagione, o per zelo del suo -uficio, o per inzigamento de’ Sanucci loro nimici, deliberò di farli -morire. Il comune di Firenze sapendo che non erano colpevoli, volea -che campassono; e mandandovi in fretta ambasciadori con espresso -comandamento al capitano che non gli dovesse fare morire, la fortuna -impedì i messaggi per disordinata grandezza dell’Elsa, che non li -lasciò passare in quella notte. Il capitano temendo non sopravvenisse -il comandamento, s’affrettò di farli morire; e la vilia di san Lorenzo, -a dì 9 d’agosto, con un altro terrazzano a cui aveano scritto che fosse -a loro scampo, in sulla piazza li fece dicollare, onde fu riputato -grande danno, e il capitano ne fu molto biasimato. Questa decollazione -si tirò dietro materia di grande scandalo e rivoltura di quella terra, -come al suo tempo racconteremo. - - -CAP. XXIII. - -_Come gente del re di Francia fu sconfitta a Guinisi._ - -Essendo il re di Francia in singolare sollecitudine di racquistare la -contea di Guinisi che sotto le triegue gli era stata furata, vi mandò -millecinquecento cavalieri e tremila pedoni, tra i quali ebbe gran -parte di masnadieri lombardi e avendovi posto l’assedio, difendendosi -lungamente que’ del castello, i Franceschi vi feciono bastite intorno, -per tenerlo stretto con meno gente. Il re d’Inghilterra mettea con -due barche di notte gente in Calese per modo, che i Franceschi non se -n’accorgevano; e avendovi per questo modo accolta quella gente che a -lui parve, forniti di capitani avvisati delle bastite e della guardia -de’ Franceschi, una notte chetamente uscirono di Calese, e improvviso -da più parti assalirono i Franceschi, i quali impauriti del non pensato -assalto intesono a fuggire e a campare, senza mettersi alla difesa; -e così in poca d’ora furono rotti e sbarattati dagl’Inghilesi, e i -battifolli arsi, con più vergogna che danno de’ Franceschi per la -grazia della notte. E liberato il castello dall’assedio, e rifornito di -nuovo, del mese di luglio del detto anno gl’Inghilesi si ritornarono -nell’isola senza fare altra guerra. Poco appresso il re di Francia -scoperse che certi baroni il doveano uccidere per trattato del re -d’Inghilterra, per la qual cosa a certi ne fu tagliata la testa: e il -re a modo di tiranno si faceva guardare a gente armata, dentro e fuori -di suo ostiere reale, a cavallo e a piè, di dì e di notte nella città -di Parigi, cosa strana e disusata alla maestà reale e a’ paesani. - - -CAP. XXIV. - -_Come i Perugini assediarono Bettona._ - -Tornando alle vicine materie, avendo il comune di Perugia da’ -Fiorentini ottocento cavalieri di buona gente d’arme, con loro -sforzo valicarono le Giaci per porre l’assedio a Bettona, e con -grande popolo l’assediarono. E volendosi partire de’ cavalieri -dell’arcivescovo della terra, ovvero per andare in foraggio, otto -bandiere furono sorprese dalla gente dell’oste per modo, che la maggior -parte rimasono presi, e d’allora innanzi si ritennono dentro alla -guardia del castello. E procacciando d’avere soccorso da’ cavalieri -e dagli amici dell’arcivescovo ch’erano per lo paese di qua, e per -fare migliore guardia, si misono a campo fuori della terra nella -piaggia a petto al campo de’ Perugini. I Perugini aggiungevano al -continovo gente d’arme nel campo per soldo e per amistà, e mandaronvi -la maggior parte de’ loro cittadini, e dall’altra parte della terra -formarono due battifolli, perchè nè vittuaglia nè soccorso nella terra -potesse entrare. E così assediata la terra, procuravano d’afforzare -e d’impedire i passi, per riparare dalla lungi al campo che nimici -non potessono sopravvenire. E per questo modo durò l’assedio infino -all’agosto vegnente, come appresso diviseremo, e posto vi fu del mese -di giugno del detto anno. - - -CAP. XXV. - -_Come fu liberato Montecchio dall’assedio per soccorrere Bettona._ - -Era in questo tempo stato assediato lungamente il piccolo castello di -Montecchio presso a Castiglionaretino da’ Tarlati e dal signore di -Cortona colla cavalleria dell’arcivescovo, e recato a partito, che i -maggiori di quelli che ’l teneano erano venuti nel campo per volerlo -dare. Temendo i Tarlati che avuto il castello per la vicinanza non -rimanesse al signore di Cortona, per consiglio aggiunte minacce a -coloro ch’erano venuti per darlo, si ritornarono dentro alla difesa. -E l’oste sollecitata del soccorso dagli assediati di Bettona, se ne -levarono, e accozzaronsi i cavalieri dell’arcivescovo con gli altri -cavalieri loro compagni ch’erano in Agobbio e nelle circostanze, e -trovaronsi millecinquecento barbute e masnadieri assai, e per fare -levare i Perugini da Bettona si misono a oste alla Città di Castello. E -stativi alquanti dì, feciono provvedere i passi come potessono andare -a soccorrere Bettona, e trovarono che i Perugini erano alla difesa -de’ passi molto bene provveduti e forniti alla guardia; tornaronsi al -Borgo per accogliere maggiore gente e forza, e farlo per altra più -lunga via. In questo medesimo tempo gli assediati per la speranza -del soccorso presono ardire, e assalirono l’uno de’ battifolli de’ -Perugini, e vinsonlo e arsonlo, e mostrarne per segni di luminaria -gran festa; e con quella baldanza presa andarono ad assalire l’altro, -e furono occupati per modo da’ cavalieri dell’oste che tornarono in -rotta, presa parte della loro gente da cavallo e da piè; gli altri -si fuggirono tutti nella terra, levandosi da campo per stare alla -difesa delle mura, e da’ Perugini furono più stretti. I capitani della -gente dell’arcivescovo feciono capitano generale il conte Nolfo da -Urbino, e misonsi per la valle di Chiusi, e andarono a Orvieto; e -tratti i cavalieri ch’aveano in quella città, si trovarono con duemila -barbute; e volendo soccorrere gli assediati, trovarono in catuno passo -sì provveduti i Perugini e sì forti alla difesa, che per niuno modo -vidono di poterlo fornire. Ed essendo disperati dell’impresa, vollono -rimettere in Orvieto i loro cavalieri che n’aveano tratti, e non furono -voluti ricevere, e con gli altri insieme se ne tornarono al Borgo, e -gli assediati furono fuori d’ogni speranza d’avere soccorso. - - -CAP. XXVI. - -_Come i Perugini ebbono Bettona e arsonla, e disfeciono affatto._ - -Vedendo i caporali ch’erano rinchiusi in Bettona che a loro era mancata -ogni speranza di soccorso, e che la vittuaglia era mancata, e mangiata -gran parte de’ loro cavalli, vedendosi a mal partito, con industria e -con danari pensarono allo scampo delle loro persone molto segretamente, -perchè sapeano bene che i Perugini avrebbono maggiore gloria d’avere -le loro persone che la terra di Bettona; e però strettisi insieme, e -prestato la fede l’uno all’altro, il signore di Cortona, e il conte di -Montefeltro, e Ghisello degli Ubaldini avendo procacciato per danari -il nome di quella notte, vestiti a modo di ribaldi per mezzo il campo -passarono a salvamento: onde poi fu incolpato alcuno de’ rettori di -Perugia. I soldati sentendo campati i loro capitani, incontanente -presono messer Crespoldo signore di Bettona, e uno de’ Baglioni di -Perugia ch’aveano loro data la terra, e patteggiarono co’ Perugini -di dare costoro prigioni, e rendere la terra salve le persone loro -solamente, lasciando l’arme e’ cavalli, e giurando di non venire mai -contro a quello comune nè a quello di Firenze, e così fu fatto; e -avendo mangiati centocinquanta cavalli de’ loro per fame, s’uscirono -della terra, e i Perugini la presono; e trattine tutti gli abitanti, e -tutte le masserizie e ogni altra sostanza, e condotta a Perugia, arsono -la terra; e dopo l’arsione abbatterono le mura dentro e di fuori, -acciocchè non avesse mai più cagione di rubellarsi a’ Perugini; e a -messer Crespoldo e a quello de’ Baglioni feciono tagliare le teste. E -questa fu la fine dell’antica terra di Bettona, ripresa a dì 19 del -mese d’agosto gli anni _Domini_ 1352, in gran vituperio de’ Visconti di -Milano, e a onore del comune di Firenze, per lo cui aiuto e conforto -infino alla fine i Perugini ebbono questa vittoria. - - -CAP. XXVII. - -_Come la città d’Agobbio s’accordò co’ Perugini._ - -Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio, avendo veduto come le cose non -succedevano prospere all’imprese fatte per lo tiranno di Milano, e che -Bettona non era potuta soccorrere, ed era disfatta, diffidandosi della -sua difesa se la piena gli si volgesse addosso, sapendo che i suoi -cittadini non erano in fede con lui, con astuta malizia si provvide -e mandò a trattare pace co’ Perugini. E fu fatto che gli usciti vi -tornassono, salvo messer Iacopo Gabbrielli, e tutti avessono frutti de’ -loro beni, e che due anni il detto Giovanni vi potesse eleggere podestà -d’Agobbio cui e’ volesse, e valicati i due anni, la città rimanesse -al comune, e i Perugini avessono la guardia della terra senza altra -giurisdizione: ma poco durò l’accordo, come seguendo si potrà vedere. - - -CAP. XXVIII. - -_Come ser Lallo s’accordò con il re Luigi dell’Aquila._ - -Avemo addietro contato come la città dell’Aquila si reggeva sotto -il governamento di ser Lallo suo piccolo cittadino, il quale avea -dimostrato più volte di tenerla quando per lo re d’Ungheria, e quando -per lo re Luigi, come bene gli mettea; ma poichè il re Luigi fu -coronato, e i Tedeschi e gli Ungheri partiti del Regno, vedendo che -mantenere non la potrebbe contro alla corona, trasse suo vantaggio, e -fecesi fare conte di Montorio, ed ebbe altre due castella in Abruzzi, -e nell’Aquila ricevette capitano per lo re e per la reina. Nondimeno i -cittadini ubbidivano più ser Lallo che il re o suo capitano, e convenne -al re dissimulare la sua offesa per lo minore male. - - -CAP. XXIX. - -_Come i Perugini e’ Fiorentini tornarono a guastare Cortona._ - -I Perugini avuta la vittoria di Bettona, colle masnade del comune di -Firenze ritornarono sopra la città di Cortona essendo messer Currado -Lupo uscito del Regno all’Orsaia con cinquecento barbute, il quale -si stette di mezzo senza pigliare arme; e i Perugini guastarono le -ville intorno a Cortona come seppono il peggio. In questi medesimi dì, -all’uscita d’agosto del detto anno, de’ cavalieri dell’arcivescovo -ch’erano tornati al Borgo a san Sepolcro si partirono milledugento -barbute, e andarono su quello d’Arezzo, e posonsi in sulla Chiassa, -e afforzarono di steccati certo poggio sopra il campo per più loro -salvezza: e quivi si misono per vernare in luogo dovizioso e grasso. E -per ingannare gli Aretini cominciarono a comperare e a pagare derrata -per danaio, non facendo vista d’alcuna violenza. E quando si vidono -forniti, cominciarono a cavalcare per lo contado, e fare preda di -bestiame e d’uomini e di ciò che trovavano senza avere contasto. E -questo avvenne, che alquanti cittadini, meno di sette, avendo occupato -il reggimento di quella città, per tema di loro stato presono gelosia -de’ Fiorentini, e innanzi soffersono il danno da’ nemici, che volessono -l’aiuto dagli amici. I Fiorentini nondimeno tennoro ottocento cavalieri -alle frontiere di Valdarno, e raffrenavano alquanto le loro gualdane, -e salvarono il loro distretto. Gli Aretini lungamente furono tribolati -da quella gente, per la singolare non debita paura di pochi loro -cittadini, come detto abbiamo. - - -CAP. XXX. - -_Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono -dall’imperadore senza accordo._ - -In questi dì gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana ch’erano stati -con l’eletto imperadore tornarono, avendo assai praticato sopra i patti -e convenenze promesse per lo suo vececancelliere, non trovando con -lui concordia per la brevità del termine, e per la povertà del detto -eletto, tempellato dal consiglio de’ ghibellini che non si fidasse -de’ guelfi; ma questa parte non ebbe in lui podere, che conoscea che -la necessità lo strignea, volendo pervenire al suo onore, d’avere -l’amore e la confidenza de’ guelfi d’Italia, e però non si rompeva e -non riusciva a niuno effetto. In questo avvenne che ragionando con gli -ambasciadori, l’uno de’ Fiorentini per corrotto parlare, tenendosi più -savio che gli altri perchè avea maggiore stato in comune, riprendendo -l’eletto imperadore, disse: voi filate molto sottile; l’imperadore -che sapea la lingua latina conobbe l’indiscreta parola, e turbato -temperò se medesimo, parendoli che l’imperiale maestà ricevesse -ingiuria dall’indiscreta e vile parola; ma d’allora innanzi poco volle -udire quel savio ambasciadore. E venuto il termine diputato a’ detti -ambasciadori convenne che tornassono, lasciando la cosa sospesa da ogni -parte. - - -CAP. XXXI. - -_Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani._ - -In questa sospensione, gli animi de’ Toscani e principalmente de’ -Fiorentini si cominciarono a cambiare, veggendo ch’erano a nulla del -loro proponimento; e in questo l’arcivescovo conoscendo che questi -comuni di Toscana intendeano a muovere contro a lui gran cose, e -veggendosi ributtato da’ Fiorentini e da’ Perugini, grave gli sarebbe a -mantenere guerra in Toscana, e già sentiva che i suoi vicini Lombardi -non si contentavano di vederlo troppo grande, pensò che per lui facea -d’avere pace co’ Fiorentini e Toscani; e confidandosi molto in Lotto -Gambacorti da Pisa che allora era amico de’ Fiorentini, fece muovere -le parole e insistere in quelle. Il nostro comune conoscendo che della -pace del tiranno poco si poteano confidare, nondimeno vedendo che colla -Chiesa nè coll’imperadore non aveano potuto far quello che procuravano, -diede a intendersi a questo trattato. E avendo l’arcivescovo a questa -fine mandati suoi ambasciadori a Serezzana, il comune vi mandò prima -religiosi per suoi ambasciadori, per sentire se la sposizione fosse con -speranza d’alcuno frutto. E nondimeno ordinarono e mandarono gli altri -ambasciadori a Trevigi, ov’era venuto il patriarca d’Aquilea fratello -dell’eletto e altri ambasciadori dell’imperadore futuro per trattare -le cose cominciate co’ comuni di Toscana. Lasceremo al presente -l’ambasciate tanto che torni il loro frutto, e seguiteremo nell’altre -cose la nostra materia. - - -CAP. XXXII. - -_Come il prefetto da Vico fu fatto signore d’Orvieto._ - -I cittadini d’Orvieto rotti divisi e insanguinati per le cittadine -discordie, e caduti nella forza de’ ghibellini, essendo naturali -guelfi, voltandosi come l’infermo palpando, voltandosi ora da una parte -ora dall’altra, alla fine per la sagacità del prefetto da Vico loro -vicino fu fatto signore con certi patti; e messo nella città cominciò -a far fare alcune paci, e rimise dentro de’ cittadini cacciati, e di -fuori ritenne cui e’ volle, e la signoria reggea con poco contentamento -del popolo, e patto promesso non osservava, sicchè non si vedeano -alleggiati delle divisioni, nè delle nimistà cittadinesche, e vedendosi -sottoposti al tiranno e signoreggiati da’ ghibellini. Ma dopo il fatto, -aggiunta del vituperio è il pentersi; che la soma sotto il tirannesco -giogo convenne loro portare. E questo avvenne all’uscita d’agosto del -detto anno. - - -CAP. XXXIII. - -_Novità state a Roma._ - -All’entrata del mese di settembre del detto anno, il rettore del -popolo romano oltraggiato da Luca Savelli, e male ubbidito dal popolo, -volle ragunare il parlamento per rinunziare la signoria. Nel popolo -nacque dissensione, che chi volea che rinunziasse, e chi nò. In questa -contenzione messer Rinaldo Orsini, ch’era senatore, prese l’arme, e -seguitato dal popolo, cacciò di Roma Luca Savelli co’ suoi seguaci, -ma poco stettono fuori, che si tornarono dentro. Il rettore volendo -fortificare il popolo con ordini, acciocchè i principi non avessono -soperchia audacia, fece richiedere il popolo per rioni a bocca, e -appresso colla campana: e non raunandosi, prese sospetto della sua -persona; e trovando in sua balia seimila fiorini d’oro, che la Chiesa -avea donati al popolo per aiutare mantenere quell’uficio, e altri -denari ch’egli avea accolti, si partì di Roma e andossene in Abruzzi, -e comperato uno castello si stette nel paese, avendo abbandonata la -snervata repubblica, meritandolo per la sua incostanza. - - -CAP. XXXIV. - -_Come la gente del Biscione assediarono la Città di Castello._ - -All’uscita di questo mese, i cavalieri dell’arcivescovo di Milano stati -ad Arezzo e consumato il loro contado se ne partirono, e andarono sopra -la Città di Castello, rubando per lo paese amici e nimici. E stando -ivi, per più riprese i castellani uscirono a loro per assalti e per -aguati, facendo d’arme assai notevoli cose. - - -CAP. XXXV. - -_Come i Fiorentini soccorsono Barga e sconfissono i Castracani._ - -Del mese d’ottobre del detto anno, essendo stata la terra di Barga -in Garfagnana del comune di Firenze assediata quattro mesi e più da -messer Francesco Castracani degl’Interminelli di Lucca coll’aiuto -dell’arcivescovo di Milano, per modo che più non si potea tenere per -difetto di vettuaglia, il comune di Firenze, quanto che quella terra -gli fosse di grande costo e di piccola utilità, per non abbandonare -gli amici ragunò a Pistoia seicento barbute e ventimila masnadieri, -accomandati a messer Ramondo Lupo da Parma capitano di guerra, il -quale maestrevolmente a dì 7 d’ottobre, la notte, si mosse colla gente -e colla salmeria per la montagna di Pistoia, dando vista d’andarla a -fornire da Sommacologna. E mandati cinquecento fanti con parte della -salmeria per quella via, innanzi il dì traversò da Seravalle e misesi -per la Valdinievole, e cavalcato per lo contado di Lucca, il dì di -santa Reparata si trovò in Garfagnana nel piano dinanzi al Borgo a -Mezzano in sul passo, dov’era messer Francesco con trecento cavalieri -e con millecinquecento fanti buona gente d’arme alla guardia, il quale -si mise fuori del borgo colle schiere fatte, prendendo l’avvantaggio -del terreno. Il capitano de’ Fiorentini avendo confortata la sua -gente di ben fare, in sull’ora del mezzo dì percosse a’ nimici con -sì fatto empito, che in poca d’ora gli ebbe rotti e sbarattati, e -morti da cinquanta in sul campo, e centoventi n’ebbono a prigioni, e -tolto l’arme e’ cavalli li lasciarono alla fede. E preso il Borgo a -Mezzano, messer Francesco campato della battaglia si fuggì in Uzzano. I -Fiorentini coll’empìto di questa vittoria senza arresto se n’andarono -a Barga, e trovando abbandonati i battifolli, ch’erano quattro, gli -presono e arsono, e la vittuaglia ch’aveano portata e la guadagnata -misono in Barga, e fornitala doppiamente, tornati per la via ond’erano -andati, con vittoria se ne tornarono e Pistoia. - - -CAP. XXXVI. - -_Come si difese il borgo d’Arezzo per i Fiorentini._ - -In questi dì, sentendo i cavalieri dell’arcivescovo ch’erano alla Città -di Castello come i cavalieri de’ Fiorentini erano andati a Barga, -tornarono ad Arezzo milleottocento cavalieri e puosonsi a Quarata. -Cento de’ cavalieri de’ Fiorentini che tornavano da Perugia albergarono -la notte nel borgo d’Arezzo, ove molti contadini erano rifuggiti col -loro bestiame per paura de’ nimici; la cavalleria del Biscione si -strinse al borgo, assalendolo aspramente per modo, che i cittadini -l’abbandonarono; e sarebbe perduto, se non ch’e’ cento cavalieri de’ -Fiorentini francamente il difesono, e alla ritratta de’ nimici uscirono -fuori del borgo, e feciono alla codazza danno e vergogna. - - -CAP. XXXVII. - -_D’un segno mirabile ch’apparve._ - -Nel detto anno, a dì 12 d’ottobre, venerdì sera tramontato il sole, -si mosse tra gherbino e mezzogiorno una massa grandissima di vapori -infocata, la quale ardeva con sì gran fiamma, che tutto il cielo di -sopra e la terra alluminava maravigliosamente, e alla nostra vista -valicò sopra la città di Firenze, e così parve a tutti i cittadini di -catuna città d’Italia. E perchè fosse in somma altezza pareva agli -uomini in catuna parte che dovesse toccare le sommità delle torri e -le cime degli alberi; e spesso gittava fuori di se grandi brandoni di -fuoco, che parea che cadessono in terra. E il suo corso fu tanto veloce -fra tramontana e greco, che a tutti gl’Italiani, e a quelli del mare -Adriatico, e a’ Friolani, e agli Schiavoni e Ungheri, e ad altri popoli -più lontani, apparve valicando in quella medesima ora che a noi, e -catuno stimava che ivi presso dovesse essere data in terra. Com’ebbe di -subito valicata la nostra vista, essendo il cielo sereno senza alcuna -macchia di nuvoli, a’ nostri orecchi pervenne un tonitruo grandissimo -steso tremolante, il quale tenne sospesi gli orecchi lungamente non -come tuono consueto, ma come voce di terremuoto, e dopo il tuono rimase -l’aria quieta e serena, e così in ogni parte s’udì questa voce dopo -il valicamento della massa. Questo segno fece molto maravigliare la -gente, eziandio i più savi, non meno per la novità del tuono che per la -grande massa del fuoco. Dissono alquanti sperti, che quello infocamento -de’ vapori, o cometa o Asub che si fosse, che ella fu nel cielo in -somma altezza in quello di Marte: ed era sì grande, che se venuta -fosse a terra avrebbe coperta tutta l’Italia e maggiore paese. Vedemmo -seguire in quest’anno diminuzioni d’acque, che dal maggio all’ottobre -non furono acque che rigassono la terra, se con tempesta di gragnola -e fortuna di disordinati venti non venne, e di quelle niuna che con -frutto nella terra entrasse. - - -CAP. XXXVIII. - -_Come i Tarlati arsono il Borgo di Figghine._ - -Messer Piero Sacconi de’ Tarlati d’età di più di novant’anni, e il -vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno con alquanti -degli Ubaldini, avendo al loro servigio le masnade de’ cavalieri -dell’arcivescovo di Milano, a dì 12 d’ottobre del detto anno si mossono -da Quarata con duemila cavalieri, e duemilacinquecento pedoni, e la -domenica mattina, a dì 14 d’ottobre, colle schiere fatte, coperti da -una grossa nebbia, valicarono Montevarchi, e lungo la riva d’Arno -vennono fino all’Ancisa, e di là girarono ed entrarono nel borgo di -Figghine: il quale per la subita venuta non era sgombro, ma pieno -di masserizie, e di vittuaglia e di bestiame senza difesa, che ogni -uomo avea inteso a guardare la persona. Il castello e il castelluccio -de’ Benzi erano forniti e pieni di gente alla difesa, e però non -tentarono d’assalirli. In Firenze avea poca gente d’arme, che ancora -non era tornata l’oste che andò a Barga; quelli che si poterono avere -cavalcarono all’Ancisa. I nemici stettono nel borgo di Figghine la -domenica e il lunedì, e raccolsono la preda, lasciando la vittuaglia. -E durando la grossa nebbia continuamente, il martedì mattina affocate -le case del borgo si partirono senza alcuno impedimento; e prima ebbono -preso e arso il Tartagliese, che quelli delle castella di Figghine -sapessono la loro partita, o che il borgo fosse infocato, tanto -ingrossava il fumo la nebbia, che tolto era loro del foco ogni vista. -Allora corsono al borgo a spegnere il fuoco, ma tardi, per la maggior -parte. Il danno fu grande, e la vergogna non minore, avendo liberata -Barga in Garfagnana, e perduto e arso il borgo di Figghine; ma tornò -in bene, che fu cagione di fare una forte e grossa e buona terra, -come appresso a suo tempo racconteremo. I cavalieri dell’arcivescovo -si tornarono ad Arezzo, e posonsi fuori della porta alla fonte -Guinizzelli, e tribolato alcuno tempo da capo il loro contado si -divisono per vernare tra gli amici del Biscione, e parte se ne tornò a -Milano. - - -CAP. XXXIX. - -_Come gli usciti di Montepulciano venuti alla terra ne furono poi -cacciati._ - -A dì 2 del mese di novembre del detto anno, messer Iacopo della -casa de’ Cavalieri di Montepulciano, poco innanzi cacciato della -terra perchè ne volea essere signore, avendo cento cavalieri -dell’arcivescovo, e accolti altri cavalieri e fanti a piè di sua -amistà, corrotto per moneta un notaio da Sanminiato del Tedesco -ch’era sopra la guardia, e alcuni di quelle guardie, un venerdì notte -spezzò una delle porte, e con tutta sua gente entrò nella terra, e -fu in sulla piazza; e levato il romore, messer Niccolò suo consorto -cavaliere di grande ardire di presente fu all’arme, e montato a cavallo -con pochi compagni, subitamente senza attendere aiuto sì fedì tra -costoro, e ravviligli sì forte, che non feciono resistenza, ma volti -in fuga, messer Iacopo s’uscì della terra con venticinque cavalieri; -gli altri errando per la terra, desto il popolo, furono presi, che -furon settantacinque cavalieri, e il notaio colle guardie, de’ quali -venticinque ne furono impiccati, col notaio, e gli altri smozzicati. -Montepulciano fu libero per questa volta, ma cagione fu appresso della -loro suggezione, come seguendo si potrà trovare. - - -CAP. XL. - -_Come fra Moriale fu assediato, e rendessi al re Luigi._ - -Era rimaso nel Regno della gente del re d’Ungheria caporale messer fra -Moriale solo, il quale teneva la città d’Aversa, e col re dissimulava, -non facendo guerra e non rendendoli la terra. Il re vedendo ancora il -reame tenero sotto la sua signoria, e il Provenzale baldanzoso, temeva -di muovergli guerra; e per essere più forte e meglio ubbidito mandò -per messer Malatesta da Rimini con quattrocento cavalieri, e fecelo -vicario del Regno; il quale cavalcando per lo reame perseguitava i -malfattori, e recava i baroni e’ comuni all’ubbidienza del re, e a -tutti faceva pagare la colta, e fare i servigi feudatarii, e tenne per -tutto i cammini aperti e sicuri. E tornato a Napoli, fece che il re -mandò a fra Moriale che venisse a lui, e scusandosi, messer Malatesta -il fece citare più volte dalla corte della vicherìa: e non comparendo, -di subito colla sua gente, e con alquanta accolta del Regno, se n’andò -ad Aversa, e nella terra se n’entrò senza contasto. Fra Moriale si -rinchiuse nel castello colla sua gente, nel quale aveva il suo arnese e -il tesoro accolto delle prede e ruberie de’ paesani, e pensavasi essere -sicuro, e potere con patti rendere il forte castello al re quando a lui -paresse, al modo di messer Currado Lupo: ma trovossi ingannato, che -messer Malatesta di presente cinse il castello d’assedio, e appresso in -pochi dì l’ebbe cinto di fosso e di steccato per modo, che nè entrare -nè uscire vi si potea, e dì e notte il faceva guardare di buona e -sollecita guardia, e così il tenne stretto tutto il mese di dicembre. E -vedendosi fra Moriale disperato di soccorso, trasse patto di rendere il -castello, avendo per suo bisogno stretto solamente mille fiorini d’oro, -e salve le persone; e per bonarietà del re così fu fatto; e uscito del -castello rassegnò al re il tesoro male guadagnato, e dispettoso se -n’andò a Roma, pensando alla vendetta del re e di messer Malatesta, -come poi per grande e fellonesco ardire gli venne fatto, come innanzi -per li tempi racconteremo. Il castello e la città d’Aversa rimase al -re, e l’ubbidienza di tutto il Regno e di catuno barone per operazione -di messer Malatesta. - - -CAP. XLI. - -_Come i Fiorentini fornirono Lozzole._ - -All’uscita di novembre del detto anno, i Fiorentini, avendo con -battifolli stretto il castello di Lozzole per la forza degli Ubaldini -nel Podere, mandarono dugento cavalieri e millecinquecento masnadieri -col vicario di Mugello nell’alpe, e presono in sul giogo dell’alpe il -poggio di Malacoda e quello di Vagliana, e fecionli guardare a’ fanti -a piè e a’ cavalieri, e con seicento masnadieri tennero i Prati: e -eletti cento buoni masnadieri condussono il fornimento colla salmeria, -e rotti quelli del battifolle che voleano contrastare il passo, per -forza gli rimisono dentro, e la roba condussono nel castello. Certi -villani del paese, pochi e male armati, con trenta femmine ch’aveano -con loro saliti in alcuna parte sopra Malacoda, gridavano contro a’ -masnadieri ch’erano a quella guardia, e le femmine urlavano sanza -arresto; i codardi masnadieri mandarono per soccorso al vicario messer -Giovanni degli Alberti, il quale vi mandò cinquanta cavalieri, i quali -si rimasono nella piaggia; il castello era fornito, e l’animo della -gente codarda era di tornare in Mugello; que’ di Malacoda non vedendo -venire soccorso, impauriti delle grida delle femmine abbandonarono il -poggio, fuggendo alla china. I fanti degli Ubaldini, ch’erano settanta -per novero, gli cominciarono a seguire, e lasciare i palvesi per essere -più spediti, e le trenta femmine seguitavano rinforzando le grida: -allora tutta l’oste si mosse senza attendere l’uno l’altro dirupandosi -e voltolandosi per le ripe. Il vicario fu il primo che portò la novella -della rotta alla Scarperia. L’altra parte de’ masnadieri ch’erano a -Vagliano, sentendo fuggiti il capitano, e’ cavalieri e’ pedoni de’ -Prati e di Malacoda, si diedono a fuggire sanza essere incalciati. I -cento fanti ch’aveano fornito il castello, sentendo fuggita l’oste -d’ogni parte, vigorosamente stretti insieme, essendo usciti quelli -del battifolle contro a loro, per forza gli rimisono nel battifolle, -e tornaronsi nel castello, e di nuovo il rifornirono di legne: e poi -l’altro dì, bene acconci e avvisati alla loro difesa, se ne tornarono a -salvamento. Degli altri rimasono prigioni centoventi cavalieri, e più -di trecento pedoni; morti n’ebbe pochi. Questa fu più notabile fortuna -che gran fatto. Ha meritato qui d’essere notata per esempio della -mala condotta, che spesso i vinti fa vincitori, e i vincitori vinti. -Nella nostra città, in questi tempi, di così fatti falli non si tenea -ragione, però spesso ricevea vituperoso gastigamento. - - -CAP. XLII. - -_Maraviglie fatte a Roma per una folgore._ - -Non senza cagione di singulare ammirazione vegnamo a fare memoria, come -a dì 11 del mese di dicembre, già il cielo sgravato da impetuoso caldo -solare, che suole nell’aria naturalmente generare folgori e tempeste, -una disusata fortuna di venti e di tuoni turbò l’aria, e in quella -tempesta una folgore cadde in Roma, e percosse il campanile di san -Piero, e abbattè la cupola e parte del campanile, e tutte le grandi e -nobili campane ch’erano in quello fece cadere, e trovaronsi quasi tutte -fondute in quello punto, come fossono colate nella fornace. Questa pare -una favola a raccontare, ma fu manifesto a molti che ’l vidono, da cui -ne avemmo chiara e vera testimonianza. E molti il recarono in segno -ovvero prodigio della seguente materia. - - -CAP. XLIII. - -_Come morì papa Clemente sesto, e di sue condizioni._ - -In questi dì, essendo malato papa Clemente sesto nella città d’Avignone -in Provenza d’una continua, ond’era giaciuto sei dì, la notte vegnente -la festa di santo Niccola, a dì 5 di dicembre, passò di questa vita, -avendo tenuto il papato anni dieci e mesi sette. Costui fu natìo di -Francia, e arcivescovo di Rouen, e grande amico e protettore del re -Filippo di Francia, e per lui, innanzi al papato e poi che fu papa, -assai cose fece; e a papa Giovanni venne per suo ambasciadore, e -nella persona del detto re promise e giurò che farebbe il passaggio -d’oltre mare. Costui fatto papa non restò di fare quanto il detto re -seppe domandare, e molto scopertamente. Nella guerra ch’ebbe col re -d’Inghilterra prese la parte del re di Francia, e assai vi consumò -del tesoro di santa Chiesa. Larghissimo papa fu di dare i beneficii -di santa Chiesa, e tanti ne stribuì a spettanti l’uno appresso -l’altro, che non si trovava chi più ne domandasse, sanza il beneficio -dell’_Anteferri._ Il suo ostiere tenne alla reale con apparecchiamento -di nobili vivande, con grande tinello di cavalieri e scudieri, con -molti destrieri nella sua malistalla. Spesso cavalcava a suo diporto, -e mantenea grande comitiva di cavalieri e scudieri di sua roba. Molto -si dilettò di fare grandi i suoi parenti, e grandi baronaggi comperò -loro in Francia. La Chiesa rifornì di più cardinali suoi congiunti, e -fecene de’ sì giovani e di sì disonesta vita, che n’uscirono cose di -grande abominazione; e certi altri fece a richiesta del re di Francia, -fra i quali anche n’ebbe de’ troppo giovani. A quel tempo non s’avea -riguardo alla scienza o alle virtù, bastava saziare l’appetito col -cappello rosso. Uomo fu di convenevole scienza, molto cavalleresco, -poco religioso. Delle femmine assendo arcivescovo non si guardò, ma -trapassò il modo de’ secolari giovani baroni: e nel papato non se ne -seppe contenere nè occultare, ma alle sue camere andavano le grandi -dame come i prelati; e fra l’altre una contessa di Torenna fu tanto -in suo piacere, che per lei facea gran parte delle grazie sue. Quando -era infermo le dame il servivano e governavano, come congiunte parenti -gli altri secolari. Il tesoro della Chiesa stribuì con larga mano. -Dell’italiane discordie poco si curò; e l’impresa fatta a sua stanza -contro al tiranno di Bologna in sul buono abbandonò, e della vergogna -di santa Chiesa non si fece coscienza, ma per i molti danari che -l’arcivescovo di Milano largamente sparse ne’ suoi parenti e nel re di -Francia ogni cosa gli perdonò, e intitolollo per la Chiesa vicario di -Bologna. Vacò la Chiesa tredici dì. La cometa Nigra pronosticò la sua -morte, la folgore di san Piero a Roma la sua fama consumata nel vile -metallo. - - -CAP. XLIV. - -_Come fu fatto papa Innocenzio sesto._ - -Dopo la morte di papa Clemente sesto, i cardinali rinchiusi in conclave -sentendo che il re di Francia s’affrettava di venire a Avignone per -avere papa a sua volontà, la qual cosa non gli potea mancare, tanti -cardinali aveva a sua stanza e di suo reame, ma non ostante che -tutto il collegio de’ cardinali fosse stato al servigio del detto -re, tuttavia per la riverenza della libertà di santa Chiesa, vollono -innanzi avere fatto papa di loro movimento, che a stanza del re di -Francia. E però di presente presono accordo tra loro, ed elessono a -papa il cardinale d’Ostia nativo di Limogi, il quale era stato vescovo -di Chiaramonte, uomo di buona vita, e di non grande scienza, e assai -amico del re di Francia; la sua fama infra gli altri era di semplice -e buona vita, e antico d’età; e fecesi ne’ papali palagi in Avignone -a dì 28 di dicembre, gli anni _Domini_ 1352. Prese l’ammanto di san -Piero e la corona del regno, e ne’ suoi principii ragionò d’ammendare -la disonestà della corte, e fecene alcune buone costituzioni, e fecesi -chiamare papa Innocenzio sesto. - - -CAP. XLV. - -_Come usciti di prigione i reali del Regno s’arrestarono a Trevigi._ - -In questo anno del mese di novembre, essendo liberati di prigione -messer Ruberto Prenze di Taranto, e messer Luigi di Durazzo dal re -d’Ungheria, se ne vennono a Vinegia; e ricevuto onore da quello -comune, se n’andarono a Trevigi, e ivi attesono gli altri loro due -fratelli messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo. Il -re d’Ungheria volle che i primi due reali essendo in loro libertà -facessono certe obbligazioni, le quali non furono palesi, ma certo fu -che a Trevigi vennero a loro ambasciadori del re d’Ungheria, e che da -loro presono certe obbligazioni. E per avere questo tenne gli altri -due fratelli tanto, che gli ambasciadori furono da Trevigi tornati in -Ungheria colle cautele pubbliche di quello ch’elli aveano promesso, e -allora furono licenziati messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto -di Durazzo, e vennonsene a Trevigi agli altri loro fratelli. E partiti -di là se ne vennono a Ferrara, e appresso a Forlì, ricevuti in catuna -parte a grande onore. E stando in Romagna, mandarono a Firenze per -volere valicare nel Regno per la nostra città, e per lo nostro contado, -ove si pensavano potere venire confidentemente a grande onore. Certi -cittadini potenti, parziali di setta cittadinesca, che allora reggevano -il comune, vietarono la loro venuta nella città, e il passo per lo -contado, cosa incredibile a narrare, considerato l’antico e incorrotto -amore di quella casa reale al nostro comune, e il sangue loro mescolato -con quello de’ cittadini di Firenze, sparto nelle nostre battaglie -in difensione di quella città, e ora vieta loro il passo per lo suo -distretto, uomini usciti di prigione, senza arme e senza comitiva. Io -mi vergogno a scrivere che quello che il nostro comune spesso concede -a’ nemici fosse vietato a costoro. Se il comune ci avesse fallato, -sarebbe detestabile cosa a trovare memoria di cotanta ingratitudine: ma -considerata la singolare vilezza delle cittadine sette, figura della -sfrenata tirannia, non è cosa maravigliosa. I reali non senza giusta -cagione sdegnati presono altra via, e capitarono a Roma. - - -CAP. XLVI. - -_Di novità state in Sangimignano._ - -Ricordandoci de’ due fratelli dicollati degli Ardinghelli di -Sangimignano, ci occorre come i loro consorti tennono che ’l fatto -fosse per operazione de’ Salvucci di quella terra, onde i detti -Ardinghelli provveduti d’aiuto di loro parenti e amici, a dì 20 di -dicembre del detto anno levarono romore nella terra, e seguitati -dalla maggior parte del popolo corsono alle case de’ Salvucci in su -la piazza della pieve, e trovandoli sprovveduti alla difesa, senza -fare resistenza furono cacciati di Sangimignano, e le loro case rubate -e arse, e di tutti i loro seguaci; e la terra ch’era in guardia del -comune di Firenze tennono per loro, temendo di non essere puniti -del malificio commesso. I Salvucci cacciati co’ loro seguaci il dì -della pasqua di Natale se ne vennono a Firenze, domandando l’aiuto -del comune, sotto la cui guardia erano rubati e cacciati della loro -terra. Dall’altra parte gli Ardinghelli col titolo e coll’autorità del -comune mandarono ambasciadori a Firenze, dicendo, ch’aveano cacciati -i ghibellini di Sangimignano, e la terra teneano a onore del comune -di Firenze e di parte guelfa; e dove il comune l’avea per piccolo -tempo, la voleano dare per maggiore, ove delle cose fatte non si -facesse alcuna vendetta, e che i loro nimici non fossono rimessi nella -terra. Il comune tenne sospeso un pezzo, cercando se modo v’avesse -d’accordo, ma continovo cresceva la mala disposizione, diffidandosi gli -Ardinghelli e i loro seguaci d’avere remissione di quello ch’aveano -commesso, e aveano d’intorno a loro di mali consigliatori; onde per la -contumace e per l’impotenza poco appresso ne seguì la suggezione di -quella terra, come a suo tempo racconteremo. - - -CAP. XLVII. - -_Come i comuni di Toscana mandarono solenni ambasciadori a Serezzana a -trattare pace._ - -Avvegnachè ne’ cominciamenti poca fede si prendesse per li Fiorentini e -per gli altri comuni di Toscana della pace coll’arcivescovo di Milano, -nondimeno avendo trattato prima co’ religiosi, e poi con abboccamento -d’altri ambasciadori, e trovandosi convenienza alla pace, si ordinò più -solenne ambasciata di tutti i comuni, i quali si convennono a Firenze, -e in segreto si conferì la sostanza de’ patti; e il simigliante fece -l’arcivescovo co’ suoi e con gli ambasciadori de’ ghibellini d’Italia, -che concorrevano alla detta pace. E catuno comune diede libertà a’ suoi -ambasciadori di potere fermare la concordia. E poi, il primo dì di -gennaio del detto anno, andarono a Serezzana per dare compimento alla -detta pace. - - -CAP. XLVIII. - -_Di grandi tremuoti vennono in Toscana e in altre parti._ - -A dì 25 di dicembre del detto anno, in sul vespro, furono grandi -terremuoti, i quali abbatterono al Borgo a san Sepolcro una parte -degli edifici della terra, con danno di bene cinquecento tra uomini -e femmine e fanciulli morti. E la rocca d’Elci in su’ confini tra -Arezzo e il Borgo subissò con que’ viventi che v’erano a guardarla per -l’arcivescovo di Milano. E sollevati i tremuoti alquanti dì, poi a dì -31 del detto mese, la notte, vegnente la mattina di calen di gennaio in -sul mattutino, rinnovellarono maggiori terremuoti. E alla detta terra -del Borgo furono sì terribili, che quasi tutti gli edifici di quella -terra fece rovinare, nel cui scotimento, per la notte e per le ruine -d’ogni parte, pochi ne poterono campare, fuggendosi ignudi negli orti -e nelle piazze della terra, e quasi la maggiore parte de’ terrazzani -e de’ forestieri che v’erano feciono delle case sepoltura a’ lacerati -corpi, e molti magagnati e mezzi morti stettono parecchi dì senza -aiuto sotto le travi e’ palchi e altre concavità fatte dalla ruina, e -assai ne morirono che sarebbono campati se avessono avuto soccorso. -Le mura della terra da ogni parte caddono: e di vero gran pietà fu a -vedere l’eccidio di cotanti cristiani involti in così aspro giudicio -dalla loro morte, che fatto conto, più di duemila uomini d’ogni sesso -spirarono sotto quelle rovine. E non è da lasciare senza memoria quello -ch’avvenne loro per essere sotto la tirannia, che per paura de’ primi -terremuoti erano usciti della terra e stavano a campo, e sarebbono -campati, ma per tema della terra messer Piero Sacconi, e Nieri da -Faggiuola col vicario dell’arcivescovo vi cavalcarono, e per forza -costrinsono i terrazzani e’ soldati a ritornare nella terra. Alcuni -favoleggiando dissono, che questo fu singolare sentenza di Dio, perchè -costoro furono i primi in Toscana che diedono ricetto alla gente del -gran tiranno arcivescovo di Milano, in confusione de’ loro circostanti; -e tutte le prede indebitamente tolte a’ loro vicini comperavano per -niente, ingrassando e arricchendo di quelle indebitamente, non avendo i -detti terremuoti fatto alcuno danno in Toscana. - - -CAP. XLIX. - -_Come i Sanesi andarono a oste a Montepulciano._ - -Essendo i signori della casa de’ Cavalieri di Montepulciano divisi e -cacciati l’uno l’altro, come addietro è dimostrato, quelli ch’erano -rimasi signori teneano l’amistà de’ Perugini, e gli usciti quella -de’ Sanesi, onde avvenne che i Sanesi volevano che la terra tornasse -al governamento del popolo; e temendo coloro che la reggevano per -lo movimento de’ Sanesi, si fortificarono con aiuto di gente d’arme -de’ Perugini, e per questo i Sanesi cominciarono a cavalcare sopra -loro. E i terrazzani colle masnade de’ Perugini e de’ loro soldati -s’aiutavano francamente, facendo vergogna alla cavalleria de’ Sanesi, e -per questo presono sdegno contro a’ Perugini. E del comune di Firenze -si dolsono, perchè richiesti a questa impresa non vollono contro agli -amici loro guelfi dare loro aiuto. E tanto montò l’altezza dello sdegno -de’ Sanesi, che si fornirono di gente d’arme a piè e a cavallo, e -misonsi all’assedio di Montepulciano, e quello continovarono infino -al maggio seguente 1353, e strinsonlo con battifolli; e’ Perugini per -non dispiacere a’ Sanesi ne ritrassono la gente loro. I Fiorentini -e’ Perugini mandarono gli ambasciadori a trovare modo di pace e di -concordia tra ’l comune di Siena e quello di Montepulciano, i quali -vi dimorarono lungamente, innanzi che potessono recare le parti a -concordia. E perocchè nel detto tempo altre cose occorsono, conviene -per dare parte a loro alquanto soggiornare alla presente materia. - - -CAP. L. - -_Come Gualtieri Ubertini fu decapitato._ - -In questo medesimo mese di dicembre fu preso in un aguato da’ soldati -del comune di Firenze, a Civitella del vescovo d’Arezzo, Gualtieri -figliuolo di Bustaccio degli Ubertini, giovane di grande fama, valoroso -e pro’, e di grande aspetto e seguito, il quale per comandamento -del comune fu menato a Firenze: e credendosi campare, trovandosi il -bando generale di tutti quelli della casa degli Ubertini per la loro -ribellione, la vigilia di Natale fu dicollato, di cui gli Ubertini -riceverono gran danno, perocchè troppo era giovane di buono aspetto. A -costui fu tagliata la testa dirimpetto allo spedale di sant’Onofrio; e -messo il corpo nella cassa in due pezzi, e portandosi alla chiesa di -santa Croce, venuto a piè del campanile di quella chiesa, per spazio -d’una saettata di balestro o più il corpo si dibattè, e aperse le -giunture della cassa con tanto dicrollamento, che a pena fu ritenuta -che non cadde di collo agli uomini che ’l portavano; cosa assai -maravigliosa, ma fu vera e manifesta a molti, e noi l’avemmo da coloro -che ’l detto corpo nella cassa portarono, uomini degni di fede. - - -CAP. LI. - -_Come il duca d’Atene assediò Brandizio._ - -In questi dì, avendo il re Luigi fatta certa richiesta di baroni del -Regno, fra gli altri vi venne messer Filippo della Ripa di Brandizio, -ricco d’avere e di piccola nazione, da cui il re con finte cagioni -intendea di trarre di molti danari. A costui fu rivelata l’intenzione -del re, ond’egli senza congio si ritornò in Puglia. Il re fattolo da -capo richiedere per contumacia, ebbe cagione di farlo bandire. Il -duca d’Atene che colle sue terre gli era vicino, per torgli il suo, e -per potere sotto la coverta di costui prendere Brandizio, se n’andò -in Puglia; e presa licenza di procacciare di recare al fisco i beni -di costui ch’era bandeggiato, raunò gente d’arme, e non sappiendo -il re che procedesse per questo modo, fece di suoi Franceschi e -d’altri soldati quattrocento cavalieri e millecinquecento pedoni, e -andò a oste a Brandizio. I terrazzani vedendosi questa gente addosso -improvviso si maravigliarono forte, e conobbono il fatto tirannesco, e -di presente s’unirono alla difesa, e non lo lasciarono accostare alla -città. Puosesi a campo di fuori, e cominciò a correre e fare preda -per lo paese d’intorno. Sentendo questo il re Luigi si maravigliò del -duca, che faceva di suo arbitrio quello che non gli era commesso, e -incontanente per lettere gli mandò comandando che da Brandizio si -dovesse levare: ma poco valsono i suoi comandamenti, che vi s’affermò -credendosi occupare quella terra con tirannesca intenzione. Sopravvenne -la tornata del Prenze di Taranto, e il re per farli onore, ch’era d’età -suo maggiore fratello, sentita la volontà de’ cittadini ch’aveano -amore al Prenze, così assediata glie la privilegiò; e i cittadini di -concordia l’accettarono per loro signore, e allora il duca se ne levò -da assedio. - - -CAP. LII. - -_Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi._ - -In questo verno, sentendosi per l’Italia che a certo la pace generale -si dovea fare tra i comuni di Toscana, e l’arcivescovo di Milano e’ -suoi aderenti ghibellini, i Cortonesi per mostrare più liberalità a’ -Perugini, e il comune di Perugia per non obbligarsi al patto della -generale pace, di concordia vollono pervenire a quella, e di buona -volontà feciono pace tra loro. È vero che innanzi la pace i Cortonesi -non fidandosi de’ Perugini domandarono sodamenti, e il comune di -Perugia a grande istanza richiese il comune di Firenze, che fosse -mallevadore per lui a’ signori e al comune di Cortona di diecimila -marchi d’argento, che manterrebbe a’ Cortonesi buona e leale pace. Il -nostro comune mosso alle richieste di quello di Perugia, fece sindaco -un suo cittadino chiamato Otto Sopiti, e per lui fece il sodamento e -l’obbligagione predetta a’ signori e al comune di Cortona liberamente, -come i Perugini seppono divisare. - - -CAP. LIII. - -_Come il popolo di Gaeta uccisono dodici loro cittadini per la carestia -ch’aveano._ - -Ancora lo stato dello sviato Regno non era queto dalla fortuna e in -debito reggimento, essendo quest’anno generale carestia in Italia, il -minuto popolo di Gaeta, avendo invidia a’ buoni e ricchi cittadini -mercatanti di quella città, del mese di dicembre del detto anno si -mossono a furore e presono l’arme, e furiosi corsono per la terra, -a intenzione d’uccidere quanti trovare potessono di loro maggiori: -e in quell’empito uccisono dodici de’ migliori che trovarono senza -alcuna misericordia, grandi e onesti e buoni mercatanti; gli altri -si fuggirono e rinchiusono in luoghi ove il furore del popolo non si -potè stendere. Il re Luigi avendo intesa questa iniquità vi cavalcò -in persona con gente d’arme per farne giustizia, e giunto in Gaeta, -fece inquisizione di questo fatto; la cosa fu scusata per la furia -d’alquanti, e furono presi e giustiziati de’ meno possenti; degli altri -si fece composizione di moneta, e chi fu morto s’ebbe il danno, e la -corte pervertì; e racquetata la cosa, il re gli ordinò, e tornossene a -Napoli. - - -CAP. LIV. - -_Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi a’ Veneziani._ - -In questo medesimo verno, papa Innocenzio mandò al comune di Genova e a -quello di Vinegia che mandassono a lui gli ambasciadori ch’erano stati -a papa Clemente a trattare della loro pace, e per la morte sopravvenuta -del detto papa se n’erano partiti senza essere d’accordo, perocch’egli -intendea di metterli in pace giusta suo podere. I Genovesi non vollono -tornare a corte, nè entrare in trattato di pace co’ Veneziani, anzi -ordinarono lega e compagnia col re d’Ungheria contro a’ Veneziani. E -il detto re avendo promessa compagnia co’ Genovesi mandò a Venezia -al comune che gli dovesse restituire Giara, e l’altre città e terre -ch’aveano occupate del suo reame nella Schiavonia. I Veneziani feciono -agli ambasciadori quella savia risposta che seppono, facendosi tra -loro beffe della sua domanda; nondimeno non senza paura, e con molta -sollicitudine e con grande spendio fornirono a doppio, oltre all’usato, -tutte le terre che teneano in quella marina. - - -CAP. LV. - -_Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano, e fecionli ubbidire._ - -Addietro è narrato come quelli che reggeano Sangimignano teneano -trattato col comune di Firenze, ma non fidando, non si poteano per -lo comune riducere a fermezza, e il comune temendo che in questa -vacillazione peggio non ne seguisse, del mese di febbraio del detto -anno vi mandò messer Paolo Vaiani di Roma, allora podestà di Firenze, -con seicento cavalieri e con grande popolo, i quali giunti intorno alla -terra, e non avendo risposta da quelli d’entro, a volontà del nostro -comune vi si misono a campo, e cominciarono a dare il guasto; ma però -alcuno Sangimignanese o loro gente d’arme non uscirono fuori per fare -alcuna resistenza o altra vista, ma dopo il ricevuto danno vennono alla -concordia, che il comune di Firenze dovesse fare la pace fra loro e -gli usciti, e che d’allora gli usciti avessono i frutti de’ loro beni, -ma dovessono stare fuori della terra sei mesi, e fatta la pace tra gli -Ardinghelli e’ Salvucci, per lo comune di Firenze detto, e’ potessono -tornare nella terra: e che il comune di Firenze oltre al termine de’ -tre anni che ne dovea avere la guardia l’avesse anche cinque anni, e -che per patto vi tenesse settantacinque cavalieri col capitano della -guardia alle loro spese. E fatto il decreto e le cautele per i loro -consigli, e ricevuto il capitano colla sua compagnia, l’oste se ne -tornò a Firenze. - - -CAP. LVI. - -_Come in Italia fu generale carestia._ - -In questo anno fu generale carestia in tutta Italia; in Firenze -cominciò di ricolta a valere lo staio del grano soldi quaranta di -libbre cinquantadue lo staio, e in questo pregio stette parecchi mesi: -poi venne montando tanto, che andò in lire cinque lo staio, i grani -cattivi e di mal peso. Le fave lire tre lo staio, e così i mochi e -le vecce: il panico soldi quarantacinque in cinquanta, e la saggina -soldi trenta in trentacinque. Il vino di vendemmia valse il cogno -fiorini sei d’oro del più vile, e otto e dieci il migliore, e montò -in fiorini quindici il cogno. La carne del porco senza gabella lire -undici il centinaio; il castrone denari ventotto in trenta la libbra -tutto l’anno. La vitella di latte montò danari trentadue in quaranta -la libbra; l’uovo danari cinque e sei l’uno; l’olio lire cinque e -mezzo in sei l’orcio, di libbre ottantacinque. Tutti erbaggi furono -in somma carestia; e in que’ tempi valea il fiorino dell’oro lire tre -soldi otto di piccioli. Tutti drappi da vestire, di lana, e di lino, e -di seta, furono in notabile carestia, e così il calzamento. E benchè -abbiamo fatto conto di Firenze, in quest’anno fu tenuto in tutta Italia -che Firenze avesse così buono mercato comunalmente come alcuna altra -terra. Ed è da notare, che di così grande e disusata carestia il minuto -popolo di Firenze non parve che se ne curasse, e così di più altre -terre; e questo avvenne perchè tutti erano ricchi de’ loro mestieri: -guadagnavano ingordamente, e più erano pronti a comperare e a vivere -delle migliori cose, non ostante la carestia, e più ne devano per -averle innanzi che i più antichi e ricchi cittadini, cosa sconvenevole -e maravigliosa a raccontare, ma di continova veduta ne possiamo fare -chiara testimonianza. E quello che a altri tempi innanzi alla generale -mortalità sarebbe stato tomulto di popolo incomportabile, in quest’anno -continovo improntitudine e calca del minuto popolo fu nella nostra -città ad avere le cose innanzi a’ maggiori, e di darne più che gli -altri. E così festeggiava, e vestiva e convitava il minuto popolo, come -se fossono in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene. - - -CAP. LVII. - -_Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo degli Orsini loro -senatore._ - -Senatori di Roma erano il conte Bertoldo degli Orsini e Stefanello -della Colonna, e dal popolo erano infamati d’avere venduta la tratta, -e lasciato trarre il grano della loro Maremma, e questo era fatto per -loro, non pensando che ’l grano andasse in così alta carestia. In -Campidoglio si faceva il mercato a dì 15 di febbraio del detto anno, e -la sù abitavano i senatori; e accoltovisi grande popolo per comperare -del grano, e trovandone poco e molto caro, corsone a furore al palagio -de’ senatori con le pietre in mano. Stefanello ch’era giovane fu -accorto, e innanzi che il popolo moltiplicasse al palagio col furore si -fuggì per una porta di dietro, e salvò la persona; il conte Bertoldo -fu più tardo, e volendosi fuggire, fu sorpreso dal furore di quel -popolo, e colle pietre lapidato e morto: e tante glie ne gittarono -addosso, acciocchè catuno fosse partecipe a quella vendetta, che bene -due braccia s’alzò la mora delle pietre sopra il corpo morto del loro -senatore; e fatto questo, il popolo comportò la carestia più dolcemente. - - -CAP. LVIII. - -_Come fu tagliata la testa a Bordone de’ Bordoni._ - -In questi dì, del mese di febbraio sopraddetto, essendo podestà -di Firenze messer Paolo Vaiani di Roma, uomo aspro e rigido nella -giustizia, avendo presa informazione di mala fama contro a Bordone -figliuolo che fu di Chele Bordoni, antico e grande e potente popolano -di Firenze, essendo questo giovane sopra gli altri leggiadro e di -grande pompa, il fece pigliare per ladro, apponendogli molti furti, e -tutti per martorio gliel fece confessare. I suoi consorti, ch’erano -in grande stato in comune, co’ priori e collegi il difendeano, e non -parea loro che il podestà il dovesse condannare a morte; il mormorio -del popolo minuto era contro a lui, e ’l podestà non si volea muovere -ad alcuno priego de’ signori; onde avvenne, per male consiglio, ch’e’ -priori, acciocchè ’l podestà non potesse fare uficio, cassarono tutta -la sua famiglia. Costui più inacerbito lasciò la bacchetta della sua -podesteria a’ priori, e tornossi al palagio come privato uomo. Il -mormorio si levò grande nella città contro a’ priori, e parendo loro -avere fatto male, con ogni preghiera cercarono di poterlo ritenere; -ma l’astuto Romano, sentendo scommosso il popolo, la notte montò a -cavallo e andossene a Siena. Il popolo sentendolo partito, quasi come -comunità rotta trassono al palagio de’ priori e a quello della podestà, -e doleansi dicendo, che i potenti cittadini che facevano i grandi mali -non voleano che fossono puniti, e i piccoli e impotenti cittadini -d’ogni piccolo fallo erano impiccati, e smozzicati, e dicollati; e per -questa novità fu la città in grande smovimento, operandosi l’animosità -delle sette. I signori vedendo la città a cotal condizione, di subito -gli mandarono ambasciadori, e con fiorini duemilacinquecento d’oro che -gli diedono per suoi interessi fecionlo ritornare: e ritornato, per -grazia fece dicollare Bordone, e il popolo fu racquetato. - - -CAP. LIX. - -_Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo a’ comuni di Toscana._ - -Gli ambasciadori de’ comuni di Toscana che furono mandati a Sarezzana -per fermare la pace coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi aderenti -ghibellini di Toscana e d’Italia, trovarono la materia sì acconcia, -eziandio contro alla speranza, che di presente vi dierono fermezza, del -mese di marzo 1352; e appresso, il primo dì d’aprile 1353, si piuvicò -in parlamento di tutto il popolo. E quanto che catuno desiderasse -pace per cagione di riposo e di fuggire spesa, niuna festa se ne -fece, nè niuno rallegramento nel popolo se ne vide, quasi stimando -catuno la pace del potente tiranno troppo vicino, essere più nel -suo arbitrio sottoposta a inganno che a fermezza di certo riposo. -Nella pace in sostanza si contenne, che generale e perpetua pace sia -tra l’arcivescovo di Milano, e tutte le sue città e distrettuali, e -tutti coloro che con lui furono nella guerra contro a’ Fiorentini, -e’ Perugini, e’ Sanesi, e’ loro distrettuali, Pistoiesi, e Aretini, -e altri simiglianti, tutti da catuna parte e aderenti loro debbano -osservare buona e leale pace; e l’arcivescovo è tenuto di mettere in -mano comune la Sambuca e ’l Sambucone: e fatto questo, il comune di -Firenze un mese appresso debba disfare la rocca di Montegemmoli, con -patto, che disfatta debba riavere le dette castella depositate; e il -detto Montegemmoli non si debba per alcuna parte redificare: e che -i Fiorentini debbano rendere Lozzole agli Ubaldini, e l’arcivescovo -Piteccio e l’altre tenute de’ Pistoiesi; e che il comune di Firenze dee -trarre di bando tutti coloro che fossono bandeggiati per quella guerra, -e chiunque fosse dichiarato aderente del detto arcivescovo: patto assai -pregno, e doppio, e poco accetto, la cui dichiarazione fu commessa a -Lotto e a Franceschino Gambacorti di Pisa, mezzani di questa pace. -Questo fu assai lieve legame di pace, avvegnachè ci si stipulasse pena -fiorini dugentomila d’oro, ma per la grandezza del signore di Milano, -e per la potenza de’ tre comuni che non si avvilivano per lui, rimase -contenta catuna parte al legame del titolo della pace, senza altra -sicurtà dimandare o prendere. - - -CAP. LX. - -_L’inganno ricevette il comune di Firenze dagli sbanditi._ - -Il comune di Firenze in questo fatto degli sbanditi fu ingannato da’ -suoi medesimi ambasciadori, de’ quali niuno si potè incolpare, ch’erano -secolari, e uomini che non sapeano quello ch’e’ titoli de’ giudici -portassono, e a loro non se n’aspettava alcuna cosa, ma incolpato ne -fu un savio giudice e grande avvocato chiamato messer Niccola Lapi, -di lieve nazione, sospetto a parte, ma per la sua scienza il comune -gli commise l’ordinazione delle scritture per non essere ingannato. -Costui lasciò ne’ patti un capitolo non promesso nè pensato, per lo -quale tutti gli sbanditi e rubelli del comune di Firenze poteano essere -ribanditi e ristituiti ne’ loro beni, e così degli altri comuni di -Toscana. E il pertugio di questo titolo fu, che a’ patti s’aggiunse, -che tutti gli aderenti, e parenti e seguaci di messer Carlino Tedici -e de’ consorti ribelli di Pistoia, dovessono essere ribanditi, e -restituiti ne’ beni di qualunque bando o condannagione ch’avessono dal -comune di Pistoia, e questa fu l’intenzione vera: ma arroso fu, e di -Firenze, e di Perugia, e di Siena, e dell’altre terre di Toscana, salvo -chi avesse avuto bando nel tempo della guerra, essendo all’ubbidienza -del comune di Pistoia: bando enorme e non parziale. Qui si comprese la -malizia di questo fallo: se per errore fu commesso, grande vergogna -fu al savio avvocato, se per malizia, meritò grande pena, perocchè -sotto quel titolo messer Carlino faceva suo aderente cui egli voleva; -e Franceschino e Lotto gli dichiaravano, e ’l savio consigliava, e ’l -notaio ch’era sopra ciò cancellava; e avevane già dichiarati più di -duemila, e cancellati da trecento. Ed era una mercatanzia tra tutti di -grande guadagno, ma di maggiore danno e vergogna del nostro comune, e -molto se ne dolevano i cittadini. Ma gli autori del fatto, con mettere -paura di non conturbare la pace, ogni lingua acchetavano, e le borse -si empievano. E procedendo a voto il primo fallo, un altro se n’arrose -per l’avvocato già detto, contro al beneficio ricorso a utilità della -patria, che i dichiaratori da Pisa aveano mandato a Firenze intorno di -sedici dichiarazioni fatte nel principio in diversi dì, acciocchè a -Firenze fossono per lo notaio diputato sopra ciò cancellati di bando. -Le dichiarazioni furono portate al detto messer Niccola Lapi, il quale -vide che per l’ordine de’ patti non se ne poteva cancellare per ragione -più che quelli ch’erano dichiarati per lo primo dì, e da quel dì -innanzi il comune di Firenze era libero della sua promessa. Costui di -presente le rimandò a dietro, e scrisse, che non valeano dichiaragioni -che facessono separate in diversi dì; e per questo avvenne, che poi -quelle che si feciono, e che si mossono a fare in diversi e lunghi -tempi, le riducevano a essere fatte nel primo dì che gli cominciarono -a dichiarare, commettendo in questo processo frode, e facendo fare -le carte false, che furono più di trecento quelle che si recarono -a cancellare. Di cotali falli il comune s’avvedeva e doleva, ma le -preghiere degli amici non lasciavano al comune fare giustizia in questi -tempi. Ma de’ mali principii riesce spesse volte mal frutto, come in -parte uscì di questo, secondo che appresso diviseremo, mutando un poco -nostro ordine di travalicare il tempo per imporre fine a questa materia. - - -CAP. LXI. - -_Di questa medesima materia._ - -Avvenne, valicato l’anno predetto, che di questa corrotta radice -procedette una corruzione che terminò la causa e la vita del notaio -a ciò diputato, e d’un giudice ch’avea cominciato a pascersi sopra -questa carogna. A ser Francesco di ser Rosso notaio di grande autorità, -ch’aveva procurato questo uficio, fu portata carta d’una dichiarazione -d’uno Ghiandone di Chiovo Machiavelli condannato, uomo infame e di mala -condizione; del nome e soprannome di costui erano rimase certe lettere, -il mese e l’altre rase, e sottilmente per simiglianti lettere rimesse, -e con molta istanzia per alcuno suo consorte, e alcuno amico allora de’ -priori, fu stretto ser Francesco a cancellarlo, e messer Corbizzesco -giudice da Poggibonizzi a consigliarlo. I quali più volonterosi al -servigio che a conoscere la malizia ch’appariva nella carta, benchè -tutta paresse una lettera, il savio consigliò, e il notaio cancellò. E -sentendosi la diliberazione di costui a Pisa, Franceschino Gambacorti -scrisse a’ signori scusandosi, che costui per la sua infamia mai non -avea voluto dichiarare. Onde preso il notaio, e appresso il giudice, -per il marchese dal Monte valente podestà di Firenze, dopo lunga -discettazione e combattimento di cittadini, e d’immunità di privilegio -ch’aveva ser Francesco, mercoledì a dì 21 di maggio 1354 avendoli -condannati al fuoco, per grazia commutò la pena, e colle mitere in -capo li fece dicollare. Per la morte di ser Francesco mancò il potere -cancellare; e mancato questo, si rimase il dichiarare, e il comune -dimenticò gli altri falli per questa cagione, e per troppa mansuetudine. - - -CAP. LXII. - -_Come messer Piero Sacconi de’ Tarlati tentò di fare grande preda -innanzi che fosse bandita la pace._ - -Messer Piero Sacconi de’ Tarlati ch’aveva in Bibbiena delle masnade -dell’arcivescovo di Milano, sentendo ferma la pace, innanzi ch’ella -si bandisse, come volpe vecchia, accolse gente quanta ne potè avere, -a piè e a cavallo, e sapendo che i villani del contado d’Arezzo per -la novella della pace s’assicuravano colle bestie a’ campi, cavalcò -subitamente il contado d’Arezzo infino a Laterina, accogliendo il -bestiame, e mettendosi la preda innanzi. I paesani stormeggiando da -ogni parte s’avvidono del fatto, e feciono tanto, che per campare -le persone i cavalieri e’ masnadieri abbandonarono la preda, e con -vergogna tornarono a Bibbiena. E per simil modo in questi medesimi dì i -soldati del Biscione ch’erano a Montecarelli con il conte Tano corsono -in Mugello per fare preda, innanzi che la pace fosse pubblicata. Il -vicario della Scarperia co’ soldati de’ Fiorentini gli cacciarono de’ -campi fino a Montecarelli. Queste cavalcate non erano degne di memoria, -ma per esempio a’ popoli che non sono offenditori, che almeno si -guardino, acciocchè non incorrino nell’antico proverbio, che dice, tra -la pace e la triegua guai a chi la lieva. - - -CAP. LXIII. - -_Come il corpo di messer Lorenzo Acciaiuoli fu recato del Regno a -Firenze, e seppellito a Montaguto a Certosa onoratamente._ - -Togliendone la quiete della pace materia da scrivere, forse alcuna -scusa ci fa a raccontare quello ch’ora scriveremo di privata novità. -Messer Niccola Acciaiuoli di Firenze grande siniscalco del reame di -Sicilia, governatore del re Luigi, aveva un figliuolo primogenito -cavaliere e grande barone, appartenendogli la moglie promessa della -casa di Sanseverino, giovane provato in arme, adorno di belli costumi, -grazioso e di grande aspetto. Costui, come a Dio piacque, innanzi al -tempo, all’aspetto degli uomini, rendè l’anima a Dio, e morì nel Regno -in assenza del padre. Ed essendogli annunziata la morte a Gaeta di -cotanto caro e diletto figliuolo, il magnanimo ristrinse il dolore -dentro senza mutare aspetto, e colla molta pazienza, e con abito ornato -di grandi virtudi comportò la morte del caro figliuolo, dicendo, io era -certo che dovea morire, e che credeva che Iddio avesse eletto il tempo -di più salute dell’anima sua. E avendo egli grande devozione al nobile -monistero edificato a sua stanza in sul poggio di Montaguto, posto tra -la Greve e l’Ema, presso alla città di Firenze, a due miglia, il quale -si chiama il monistero di Certosa, quivi mandò con grande comitiva e -spesa a seppellire il corpo del figliuolo. E recato prima a Firenze, e -fatti gli ornamenti più che militari, e invitati per i consorti tutti i -buoni cittadini, a dì 7 d’aprile 1353 fu portato alla sepoltura in una -bara cavalleresca, con due grandi destrieri, l’uno dinanzi e l’altro -didietro, coperti di zendado coll’arme degli Acciaiuoli, e la bara -ov’era la cassa col corpo era coperta con fini drappi e baldacchini di -seta e d’oro, e disopr’essi veluto chermisi fine, e in su i cavalli gli -scudieri vestiti a nero che guidavano i cavalli con la bara; e innanzi -alla bara avea sette scudieri in su sette grandi destrieri, tutti -coperti infino a terra, innanzi con l’arme d’argento battuto degli -Acciaiuoli: i due primi catuno portava uno cimiere, il terzo portava lo -stendale, e gli altri quattro seguenti catuno una grande bandiera tutta -di quell’arme con le targhe rilevate nel campo azzurro, e un leone -rampante bianco com’è la detta arme, con grande novero di doppieri -dinanzi e intorno al corpo, cosa magnifica a ogni barone, eziandio -se fosse della casa reale. I grandi e orrevoli cittadini di Firenze -accompagnarono il corpo infino alla porta a san Piero Gattolino; poi -gran parte montati a cavallo andarono col corpo infino al monistero, e -gli altri si tornarono a casa. Abbiamo fatta questa memoria perchè fu -nuova e disusata alla nostra città, e magnifica all’autore di quella, -che più di cinquemila fiorini d’oro costò la spesa. - - -CAP. LXIV. - -_Come si fe’ l’accordo da’ Sanesi a Montepulciano._ - -I Sanesi avendo voglia di vincere Montepulciano, essendovi stati ad -assedio lungamente, vi puosono un gran battifolle molto di presso. -Nella terra avea buone masnade di cavalieri e di masnadieri, i quali -spesso avrebbono danneggiati i Sanesi, se fossono stati lasciati -guerreggiare, ma com’è detto addietro, essendo l’una parte e l’altra -guelfi e amici de’ Fiorentini e de’ Perugini, essendo con catuno gli -ambasciadori de’ detti comuni nel campo e nella terra, e benchè fosse -molto malagevole, infine gli recarono a questa concordia: che la terra -rimanesse al governamento del popolo, e stesse venti anni nella guardia -del comune di Siena, tenendovi un capitano di guardia con quindici -cavalieri e con venti fanti, avendo in sua signoria una delle porti -della terra e una campana, e che i Sanesi dovessono dare contanti, -infra certo termine, a messer Niccolò de’ Cavalieri per ristoro delle -spese fatte fiorini seimila, e dovesse stare dieci anni con immunità -personale e reale in quella sua terra; e a messer Iacopo de’ Cavalieri -che n’era fuori dovessono dare fiorini tremila d’oro, e riavere le -rendite de’ suoi beni: per lo quale accordo i due comuni per loro -sindacato furono mallevadori. E fatto questo, a dì 2 di maggio del -detto anno i Sanesi presono la guardia ordinata, e levarsi da campo; -e rifornita la terra, allegri, con bella e buona pace si tornarono a -Siena, grati del beneficio ricevuto da’ due comuni, come l’operazioni -di corrotta fede appresso dimostreranno. - - -CAP. LXV. - -_D’una notabile grandine venuta in Lombardia, e d’altro._ - -A dì 7 del mese di maggio del detto anno, turbato il tempo con ravvolto -enfiamento di nuvoli, ristretta la materia umida da’ venti d’ogni -parte, con disordinato empito sopra la città e parte del contado di -Cremona ruppe, mandando sopra quella pietre sformate di grandine, la -quale, cui trovò alla scoperta, uomini e femmine, percotendo li uccise, -e la città premette sì forte, che tutte le copriture de’ tetti ruppe -e macinò senza rimedio, con grandissimo danno de’ cittadini. E le -pietre della grandine ch’erano maggiori si trovarono di libbre otto e -once tre, e le minori erano d’una libbra di peso. In questo medesimo -tempo l’arcivescovo di Milano mandò per fare redificare le mura e case -del Borgo a san Sepolcro, rovinate e guaste per lo tremuoto, trecento -maestri. I Borghigiani rimasi in vita erano tutti ricchi sopra modo -per l’eredità de’ morti, e per gli sconci guadagni delle prede de’ -loro vicini condotte al Borgo, e perchè a’ soldati al continovo aveano -venduto caro la loro vittuaglia e gli altri arnesi, e però, venuti i -maestri, cominciarono a edificare le case e’ palagi, e a fare troppo -più nobili e più belli abituri che prima non aveano: ma poco poterono -edificare, che la terra mutò stato, come appresso nel suo tempo -racconteremo. - - -CAP. LXVI. - -_Come sotto le triegue procedettono le cose in Francia._ - -Essendo alcuno tempo durate le triegue tra il re di Francia e quello -d’Inghilterra, infra il detto tempo alquante terre in Brettagna -e alcuna in Guascogna che si teneano per lo re di Francia, per -ingegno e per malizioso sommovimento s’arrecarono dalla parte del -re d’Inghilterra; per la qual cosa turbato il re di Francia, fece -bandire la guerra per tutto il suo reame: e a ciò lo indusse non meno -certi trattati scoperti contro della sua persona, ch’e’ baratti di -quelle terre. E fatto questo, del mese di maggio del detto anno, il -cardinale di Bologna, e gli altri prelati e baroni che trattavano la -pace si misono al riparo, e tanto operarono, che triegue si rifeciono -tra i detti re. E stando le cose di là in successioni di triegue, non -accaddono in lungo tempo cose notevoli in que’ paesi. - - -CAP. LXVII. - -_Come i Genovesi spregiarono la pace de’ Veneziani._ - -Tornando nostra materia a’ fatti de’ Genovesi e de’ Veneziani, in -questo primo tempo del detto anno i Genovesi levarono lo stendale di -sessanta galee, le quali incontanente cominciarono ad armare, e per -la compagnia ch’aveano fatta col re d’Ungheria contro a’ Veneziani -v’aggiunsono l’arme del detto re; e intendeano, che come e’ fossono -colla loro armata in mare, che ’l detto re avesse in Ischiavonia i -suoi Ungheri a fare guerra per terra a’ Veneziani, come avea promesso. -E certe galee ch’aveano allora in concio d’arme mandarono improvviso -nel golfo a’ Veneziani, le quali feciono in quello grave danno di -rubare molti legni che vi trovarono, traendone l’avere sottile, e -profondando i legni in mare; e con due loro galee sottili bene armate -valicarono san Niccolò del Lido, ed entrarono nel canale grande, e -nella città saettarono molti verrettoni. E tornandosi addietro, le -galee della guardia del golfo ch’erano per novero più che le genovesi, -potendosi abboccare con loro, non ebbono ardimento, che la paura del -re d’Ungheria gl’impacciava forte più che de’ Genovesi, per tema che -non traboccasse loro addosso la sua grande potenza. Le galee genovesi -non avendo contasto s’uscirono del golfo, e andarono al loro viaggio, -avendo fatto gran vergogna a’ Veneziani. - - -CAP. LXVIII. - -_Come i Veneziani si provvidono._ - -Il comune di Vinegia sentendo l’armata de’ Genovesi e le minacce del re -d’Ungheria, e non volendoli rendere le terre marine della Schiavonia, -conobbono che la necessità gli strignea a trovar modo di difendersi -per mare e per terra. E però guernite le loro terre per la difesa, con -grande e buona provvisione mandarono solenne ambasciata all’imperadore, -pregandolo che procacciasse in loro servigio che il re d’Ungheria -non movesse loro guerra a stanza de’ Genovesi; e un’altra ambasciata -mandarono in Catalogna al re d’Araona a fare lega e compagnia con lui, -acciocch’egli armasse con loro contro a’ Genovesi. In catuna parte -ebbono prosperamente loro intenzione: che l’imperadore ritenne a sua -preghiera il re d’Ungheria dal muovere guerra a’ Veneziani, non senza -alcuna speranza d’accordo in processo di tempo; e’ Catalani aontati -della sconfitta ricevuta co’ Veneziani da’ Genovesi in Costantinopoli, -lievemente si recarono per animo di vendetta a fare la volontà de’ -Veneziani; e di presente misono per opera d’armare trenta galee al -loro soldo, e venti alle spese del comune di Vinegia, e i Veneziani -n’armarono altre venti a Vinegia; e catuna parte sollecitava sua armata -per essere prima in mare; i Genovesi per la vittoria avuta sopra loro -dispettando e avvilendo i nimici, e’ Catalani e’ Veneziani desiderando -la vendetta. E apparecchiandosi catuna parte, innanzi al loro -abboccamento ci occorrono altre cose a raccontare, e però al presente -soprastaremo alquanto a questa materia. - - -CAP. LXIX. - -_Come fu guasto il castello di Picchiena, e perchè._ - -I signori del castello di Picchiena non ostante che si tenessono in -amistà col comune di Firenze, furono principali con gli Ardinghelli a -commuovere lo stato di Sangimignano quando furono cacciati i Salvucci, -essendo la guardia di quella terra nelle mani del comune di Firenze; -e di questo fallo non feciono scusa nè ammenda a’ Fiorentini; e però, -nel detto mese di giugno del detto anno, il comune di Firenze mandò -sue masnade co’ maestri e guastatori a Picchiena, e senza contasto -entrarono nella terra. E acciocchè quel castello non fosse più cagione -di fare sommuovere ad alcuna ribellione Sangimignano e Colle, a dì 20 -del detto mese feciono abbattere le mura e la rocca, senza far loro -altro danno. - - -CAP. LXX. - -_Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla duchessa sua moglie._ - -Vedendosi la sventurata moglie che fu del duca di Durazzo, Maria -sirocchia della reina Giovanna di Gerusalemme e di Sicilia, avvilita -per lo violente matrimonio contratto con Ruberto figliuolo che fu del -conte d’Avellino della casa del Balzo, il quale dopo la morte del -padre, come addietro avemo fatta menzione, era rimaso prigione del re -Luigi; la donna, non tenendosi vedova nè maritata, pensò che per la -morte di costui tornerebbe a certa veduità, e potrebbesi maritare. E -assai apparve chiaro che a questo consentì il re e la reina; perocchè -essendo Ruberto detto in prigione altrove, fu menato nel castello -dell’abitazione reale, e collocato in una camera con certe guardie: -e valicati alquanti dì, il re e la reina feciono apparecchiare e -andarono a desinare e a cena agli scogli di mare, cosa nuova e -disusata alla corona; e in questo dì la detta duchessa Maria rimasa -nel castello prese quattro sergenti armati, e andossene alla camera -dov’era il marito, e chiamatolo traditore del sangue reale, senza -misericordia in sua presenza il fece uccidere; e fattagli tagliare la -testa dall’imbusto, non affatto, fece traboccare dal castello in su la -marina lo scellerato corpo, condotto a questo per lo malvagio pensiero -del suo prosuntuoso padre. Il re e la reina tornati a Napoli si -mostrarono turbati molto di questo fatto, usando parole che s’ella non -fosse femmina ne farebbono alta vendetta: e il corpo che giacea senza -sepoltura feciono sotterrare; e la donna rimase vedova di due mariti -tagliati a ghiado in piccolo travalicamento di tempo. - - -CAP. LXXI. - -_Come furono cacciati i ghibellini del Borgo._ - -All’entrante del mese di luglio del detto anno, i guelfi del Borgo a -san Sepolcro vedendosi sottoposti a quelli della casa de’ Bogognani, -caporali ghibellini e traditori di quella terra, la quale aveano -sottoposta all’arcivescovo di Milano per trattato di messer Piero -Sacconi, e per i patti della pace era rimasa libera sotto il dominio -de Bogognani, e non potendosi atare co’ Fiorentini e’ Perugini per non -fare contro a’ patti della pace, s’accostarono con Nieri da Faggiuola -loro vicino e terrazzano del Borgo, non ostante che fosse ghibellino, -perocchè si discordava co’ Tarlati d’Arezzo e co’ Bogognani; il quale -avendo fatta sua ragunata, i guelfi del Borgo levarono il romore, e -Nieri trasse colla sua gente, e messo nella terra, ne cacciarono i -Bogognani e tutti i ghibellini di loro seguito, e rubarono le case -degli usciti; e appresso riformarono la terra a comune reggimento -di guelfi e di ghibellini, com’era loro usanza, ritenendo Nieri da -Faggiuola per alcuno tempo per loro capitano con certa limitata balìa, -il quale poi ne trassono, come innanzi si potrà trovare. - - -CAP. LXXII. - -_Di quattro leoni di macigno posti al palagio de’ priori._ - -Essendo in questo tempo un uficio di priorato in Firenze, avendo -poco ad attendere ad altre cose per la quiete della pace, feciono -fare quattro leoni di macigno, e fecionli dorare con gran costo, e -fecionli porre in su’ quattro canti del palagio del popolo di Firenze, -a ciascuno canto uno. E per fare questo per certa vanagloria al loro -tempo, lasciarono di farli scolpiti, e fusi di rame e dorati, che -costavano poco più che quelli del macigno, ed erano belli e duranti per -lunghi secoli; ma le piccole cose e le grandi continovo si guastano -nella nostra città per le spezialità de’ cittadini. - - -CAP. LXXIII. - -_Come Sangimignano fu recato a contado di Firenze._ - -Avvegnachè per operazione de’ Fiorentini la terra di Sangimignano -fosse riformata in pace, e che dentro vi fossono gli Ardinghelli e’ -Salvucci pacificati insieme, nondimeno nell’interiore dentro era tra -loro radicata mala volontà; e non sapeano conversare insieme, e teneano -intenebrata tutta la terra. I Salvucci vedendo arse e rovinate le -loro nobili possessioni non si poteano dare pace, e gli Ardinghelli -per l’offesa fatta stavano in paura e non si fidavano non ostante la -pace, e il seguito ch’aveano avuto da’ terrazzani a cacciare i Salvucci -non rispondea loro in questo nuovo reggimento come prima. Per queste -dissensioni i popolani della terra conoscendo il loro male stato, e -non trovando rimedio tra loro, stavano sospesi e in mala disposizione; -e vedendo gli Ardinghelli il popolo commosso, e che per loro non si -potea mettere alcuno consiglio che i Salvucci non si mettessono al -contradio, furono consigliati di confortare il popolo, innanzi ch’altri -il movesse prima di loro, di darsi liberi al comune di Firenze. E -questo potea essere loro scampo, perocch’erano pochi e poveri a petto -de’ loro avversari, ch’erano assai e ricchi, e conoscendo il popolo, e -vedendolo disposto a volere uscire de’ pericoli, ove le discordie de’ -loro maggiori gli conducea, fu agevole a muovere, e del mese di luglio -1353 feciono parlamento generale, nel quale deliberarono con molta -concordia di mettersi liberamente nella guardia del comune di Firenze. -I Salvucci si misono con loro amici a operare co’ cittadini di Firenze -loro amici che il comune non li prendesse, dicendo, che questa era -operazione di setta e non volontà del comune; ed ebbono tanto podere, -che il comune non li volle prendere, dicendo, che volea l’amore e la -buona volontà di tutto il comune, e non la signoria di quella terra -in divisione del popolo; per la qual cosa il popolo commosso, d’ogni -famiglia mandarono a Firenze più di dugentocinquanta loro terrazzani di -maggiore stato e autorità, i quali s’appresentarono dinanzi a’ signori -priori dicendo, come la deliberazione del loro comune era vera, e non -violenta nè mossa per alcuno ordine di setta, ma di comune movimento e -volontà di tutto il popolo, conoscendo non potere vivere sicuri se non -sotto la giurisdizione libera e protezione del comune di Firenze, e con -viva voce gridarono, e pregarono il comune di Firenze, che ricevere -li volesse al loro contado, e se questo non facesse, quel comune era -per disfarsi e distruggersi senza alcuno rimedio, in poco onore del -comune di Firenze che l’avea a guardia. In fine i signori ne feciono -proposta al consiglio del popolo, e tanto favore ebbono i Salvucci, -che si metteano al contrario delle preghiere de’ loro amici da Firenze -fatte a’ consiglieri, e del popolo, che quello che catuno doveva -desiderare per grande e onorevole accrescimento della sua patria, -avendo molti contrari al segreto squittino, si vinse solo per una fava -nera; vergognomi averlo scritto, con tanto vitupero de’ miei cittadini. -Vinto il partito, la terra del nobile castello di Sangimignano, e suo -contado e distretto, fu recato a contado del comune di Firenze, e -datogli l’estimo come agli altri contadini, e tutti i suoi cittadini e -terrazzani furono fatti cittadini e popolani di Firenze a dì 7 d’Agosto -del detto anno; e ne’ registri del comune furono notate le cautele e le -sommissioni dette; e carta ne fece ser Piero di ser Grifo, notaio delle -riformagioni del detto comune. - - -CAP. LXXIV. - -_D’un segno apparve in cielo._ - -A dì 11 del mese d’agosto, tramonto il sole nella prima ora, si -mosse da mezzo il cielo fuori del zodiaco un vapore grande infocato -sfavillante, il quale scorse per diritto di levante in ponente, -lasciandosi dietro un vapore cenerognolo traendo allo stagneo, -steso per tutto il corpo suo, e durò nell’aria valicato il fuoco -lungamente; e poi cominciò a raccogliersi a onde a modo d’una serpe; -e il capo grosso stette fermo ove il vapore mosse, simigliante a capo -serpentino, e il collo digradava sottile, e nel ventre ingrossava, -e poi assottigliava digradando con ragione infino alla punta della -coda: e per lunga vista si dimostrò in propria figura di serpe, e poi -cominciò a invanire dalla coda e dal collo, e ultimamente il corpo e ’l -capo venne meno, dando di se disusata vista a molti popoli. Altro non -ne sapemmo di sua influenza scernere che diminuzioni d’acque, perocchè -quattro mesi interi stette appresso senza piovere. - - -CAP. LXXV. - -_Come fu assediata Argenta._ - -Essendo Francesco de’ marchesi da Este ribellato al marchese -Aldobrandino signore di Ferrara e di Modena, figliuolo del marchese -Obizzo; questo marchese Obizzo avea acquistato suo figliuolo -Aldobrandino d’amore, avendo per moglie la figliuola di Romeo de’ -Peppoli di Bologna, della quale non ebbe figliuolo, e morta la detta -donna, il marchese fece legittimare questo suo figliuolo, e la madre -si prese per moglie. E venendo a morte, lasciò la signoria di Ferrara -e di Modena a questo suo figliuolo Aldobrandino, essendo d’illegittimo -matrimonio. Il marchese Francesco figliuolo del marchese Bertoldo, -a cui parea che di ragione s’appartenesse la signoria, per la qual -cosa temette che ’l marchese Aldobrandino per tema della signoria nol -facesse morire, e però si parti di Ferrara; ed essendo rubello, trattò -con Galeazzo de’ Medici da Ferrara, ch’era potente, e del segreto -consigliò del marchese Aldobrandino, e con altri cittadini di Ferrara, -e per consiglio di costoro, per avere braccio forte, s’accostò con -messer Malatesta da Rimini. E del mese d’agosto del detto anno messer -Malatesta in persona, e il detto marchese Francesco, con cinquecento -cavalieri e quattromila pedoni valicarono per le terre del signore di -Ravenna con sua volontà, e improvviso furono ad Argenta. E stati quivi -quattro dì, attendendo risposta da coloro con cui teneano il trattato -in Ferrara, e avuto da loro come quello ch’essi credevano poter fare -non vedeano venisse loro fatto, però sanza soprastare o fare alcuno -danno di presente se ne partirono, dando voce che il signore di Ravenna -avea chiuso il passo alla vittuaglia. E Galeazzo e altri che teneano al -trattato uscirono di Ferrara, e andaronsene al gran Cane di Verona, - - -CAP. LXXVI. - -_Come si temette in Toscana di carestia._ - -Non è da lasciare in silenzio quello ch’avvenne in Toscana in sulla -ricolta, che nel contado e distretto di Firenze e d’Arezzo, e nelle più -contrade, fu assai ubertosa ricolta, in quello di Siena e di Ravenna fu -magra; e nondimeno sotto la vetta valse per tutto soldi quarantadue, -e poi montò in soldi cinquanta lo staio fiorentino, di lire tre soldi -otto il fiorino dell’oro. Temendo il comune di disordinata carestia -mandò in Turchia, e in Provenza e in Borgogna a comperare grano, e -molti mercati fece co’ mercatanti, che promisono di recarne di Calavria -e d’altre parti del mondo, costando lo staio posto in Firenze l’uno -per l’altro da soldi cinquanta in sessanta di piccioli: e se fosse -venuto, come si pensava, perdea il comune di Firenze più di centomila -fiorini d’oro, perocché ’l popolo mobolato, per paura della carestia -passata poco dinanzi, si fornia a calca, e feciono montare il grano -nella ricolta, e ristrignere i granai a chi n’avea conserva. Ma -sentendosi la grande quantità che ’l comune n’avea procurata d’avere -catuno temette di tenerlo, e apersono l’endiche di marzo e d’aprile -del detto anno, e davano il buono grano a soldi venticinque lo staio. -E venendone al comune dodicimila staia di Provenza venuto di Borgogna, -il volle spacciare a soldi venti lo staio, ed essendo buono grano non -si potè stribuire; e perdenne il comune fiorini trentamila d’oro, i -quali investì male all’ingrato popolo: l’altro che doveva venire di -Turchia e le compere fatte, come a Dio piacque, non ebbono effetto per -diversi accidenti. Abbianne fatta memoria per ammaestramento di coloro -c’hanno a venire, perocchè in cotali casi occorrono diversi gravi -accidenti, e spesso contradi l’uno all’altro. Le grandi compere in -così fatta carestia fanno pericolo di disordinata perdita, e certezza -non si può avere di grano che di pelago si aspetta; ma utilissima cosa -è dare larga speranza al popolo, che si fa con essa aprire i serrati -granai de’ cittadini, e non con violenza, che la violenza fa il serrato -occultare, e la carestia tornare in fame; e di questo per esperienza -più volte occorsa nella nostra città in cinquantacinque anni di nostra -ricordanza possiamo fare vera fede. - - -CAP. LXXVII. - -_Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la -moglie e due figliuoli._ - -Lasciando alla testimonianza del consumato regno dell’isola di -Cicilia molti micidii, incendii, violenze e prede avvenuti in quello -per sette e invidia del reggimento, mancando per debolezza d’età la -signoria reale, diremo quello che in questo tempo, del mese d’agosto -del detto anno, più notabile avvenne. Essendo il conte Mazzeo de’ -Palizzi di Messina capo di setta degl’Italiani di Cicilia, contradio -a quella de’ Catalani, per sua grandezza governava il giovane e poco -virtuoso figliuolo di don Petro re di Cicilia, il quale per retaggio -doveva essere re, e tutta la corte reggeva a contrario de’ Catalani e -della loro parte per modo più tirannesco che reale; essendo l’izza e -l’invidia parziale cresciuta mortalmente, alla corte mancava l’entrata, -e a’ paesani la rendita e le ricchezze, e la guerra del diviso regno -richiedeva aiuto di moneta; e non essendovi l’entrata, il detto conte -Mazzeo gravava i Messinesi e gli altri sudditi moltiplicando gravezze -sopra gravezze. I cittadini si doleano, e vedendosi pure gravare, -negavano e fuggivano il pagamento, e odiavano chi guidava il fatto; -il conte infocando contro a’ sudditi la sua stracotata superbia, fece -decreto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea, che chi non volea -pagare, o non poteva, ch’egli era della setta de’ Catalani; e per -questo modo abbattea la sua parte, e crescea quella degli avversari. -Avvenne che il popolo di Messina s’accostò col conte Arrigo Rosso e -col conte Simone di Chiaramente, amendue della setta de’ Palizzi, -ma portavano invidia al conte Mazzeo perch’avea troppo usurpata la -signoria, e sotto titolo di dire che voleano pace, mossono il lieve -popolo a gridare pace: e levato il romore, con furore corsono al -palagio del re ov’abitava il conte Mazzeo: e trovandolo nella sala col -giovane duca, in sua presenza uccisono lui, e la moglie e due suoi -figliuoli, lasciando il duca con gran paura e tremore, e legati i -capestri al collo de’ morti li tranarono per la terra vituperosamente, -e poi li arsono, e la polvere gittarono al vento. E in questi medesimi -dì quelli di Sciacca feciono il simigliante a’ loro maggiori della -setta del conte Mazzeo predetto. Il duca, benchè fosse sicurato dal -popolo, per la concetta paura prese suo tempo e andossene a Catania, -accostandosi alla setta de’ Catalani. Questo repentino caso di cotanto -polente usurpatore della repubblica è da notare, per esempio di coloro -i quali colla destra della fallace fortuna in futuro monteranno a -somiglianti gradi, di non essere ignoranti de’ nascosi aguati che -nell’invidia e ne’ furori de’ non fermi stati si racchiudono. - - -CAP. LXXVIII. - -_Come fu creato nuovo tribuno in Roma._ - -Egli è da dolersi per coloro c’hanno udito e inteso le magnifiche -cose che far solea il popolo di Roma, con le virtù de’ loro nobili -principi, in tempo di pace e di guerra, le quali erano specchio e luce -chiarissima a tutto l’universo, vedendo a’ nostri tempi a tanta vilezza -condotto il detto popolo e’ loro maggiori, che le novità che occorrono -in quell’antica madre e donna del mondo non paiono degne di memoria -per i lievi e vili movimenti di quella, tuttavia per antica reverenza -di quel nome non perdoneremo ora alla nostra penna. Essendo il popolo -romano ingrassato dell’albergherie de’ romei, e fatto e disfatto in -breve tempo l’uficio de’ loro rettori, i loro principi cominciarono -a tencionare del senato, e il popolo lieve e dimestico al giogo, -dimenticata l’antica franchigia, seguitava la loro divisione. Faceva -parte ovvero setta Luca Savelli con parte degli Orsini e co’ Colonnesi, -e gli altri Orsini erano in contradio: e per questo vennero all’arme, e -abbarrarono la città, e combatteronsi alle barre tutto il mese d’agosto -del detto anno. In fine il popolo abbandonò d’ogni parte la gara de’ -loro principi, e fece tribuno del popolo lo Schiavo Baroncelli, il -quale era scribasenato, cioè notaio del senatore, uomo di piccola e -vile nazione, e di poca scienza. Tuttavia, perch’egli non conosceva -molto i Romani e i vizi loro, cominciò con umiltà a recare ad alcuno -ordine il reggimento al modo de’ comuni di Toscana; e per partecipare -il consiglio de’ popolani, per segreto squittino elesse e insaccò assai -buoni uomini cittadini romani di popolo per suoi consiglieri, de’ quali -ogni capo di due mesi traeva otto, e con loro deliberava le faccende -del comune; e fece camarlinghi dell’entrata del comune, e cominciò a -fare giustizia, e levare i popolani del seguito de’ grandi, e molto -perseguitava i malfattori: sicchè alcuno sentimento di franchigia -cominciò a gustare quel popolo, la quale poi crebbe a maggiori cose, -come innanzi al suo tempo racconteremo. - - -CAP. LXXIX. - -_Come furono sconfitti in mare i Genovesi alla Loiera._ - -Essendo venuto il tempo che la furiosa superbia de’ Genovesi per far -guerra a’ Veneziani e Catalani avea da catuna parte apparecchiate in -mare le loro forze, del mese d’agosto del detto anno i Genovesi si -trovarono con sessanta galee armate, avendo per loro ammiraglio messer -Antonio Grimaldi, nella quale erano tratti di tutte le famiglie la -metà de’ più chiari e nobili cittadini di Genova e della Riviera, il -quale ammiraglio si trasse con l’armata a Portoveneri, per non lasciare -mettere scambio a’ cittadini che ’l procacciavano, dicendo, che col -loro aiuto e consiglio sperava d’avere la vittoria de’ loro nimici, -e aspettava lingua di loro sollecitamente. I Catalani aveano armate -trenta galee tra sottili e grosse e uscieri, e venti galee alle spese -de’ Veneziani, con cinquanta galee e tre grandi cocche incastellate, e -armate di quattrocento combattitori per cocca, avendo caricati cavalli -e cavalieri assai per porli in Sardegna, del detto mese d’agosto si -partirono di Catalogna, facendo con prospero tempo la via di Sardegna, -ove con l’armata de’ Veneziani si doveano raccozzare. E i Veneziani in -questi medesimi dì con venti galee armate di buona gente si dirizzarono -alla Sardegna. I Genovesi avuta lingua che catuna armata era in pelago, -avvisarono d’abboccarsi con l’una armata innanzi che insieme si -congiugnessono. E perocchè le sessanta loro galee non erano pienamente -armate, lasciarono otto corpi delle sessanta, e delle ciurme e de’ -soprassaglienti fornirono ottimamente le cinquantadue, e con quelle -senza arresto, atandosi con le vele e co’ remi, con grande baldanza -si dirizzarono alla Sardegna. Ed essendo giunti presso alla Loiera, -ebbono lingua che l’armate de’ loro nimici s’erano raccozzate insieme; -e passato ch’ebbono una punta scopersono l’armata de’ Veneziani e de’ -Catalani, i quali s’erano ristretti insieme, e le sottili galee aveano -nascose dietro alle grosse per mostrarsi meno che non erano a’ loro -nimici, e ancora s’incatenarono e stavano ferme senza farsi incontro -a’ Genovesi, mostrando avvisatamente paura, acciocchè traessono a loro -la baldanza de’ Genovesi con loro vantaggio. I Genovesi non ostante -ch’avessono perduta la speranza di non aver trovate l’armate partite, e -ingannati dalla vista, che pareva loro che le galee de’ loro avversari -fossono meno che non erano, e poco più che le loro, baldanzosi della -fresca vittoria avuta sopra i detti loro nimici in Romania, si misono -ad andare contro a loro vigorosamente. E valicata certa punta di mare, -si trovarono sopra la Loiera sì presso a’ loro nimici, ch’elli scorsono -ch’elli erano troppo più ch’elli non estimavano, e vidongli acconci -e ordinati alla battaglia, e che presso di loro aveano le tre cocche -incastellate e armate di molta gente da combattere; per la qual cosa -l’animo si cambiò a’ Genovesi, e la furia prese freno di temperanza, -e vorrebbono non essere sì presso a’ loro nimici, e tra loro ebbono -ripitio di non savia condotta: tuttavia presono cuore e franchezza -di mettersi alla battaglia, sentendosi l’aiuto del vento in poppa, e -alquanto contrario a’ loro avversari, conoscendo che l’aiuto delle -cocche non poteano avere durando quel vento, tuttavia più per temenza -che per franchezza legarono e incatenarono la loro armata, lasciando -d’ogni banda quattro galee sottili, libere d’assalire e da sovvenire -all’altre secondo il bisogno. I Veneziani e’ Catalani avendo a petto i -loro nimici, trassono della loro armata sedici galee sottili, e misonne -otto libere da catuna parte della loro armata, la quale aveano ordinata -e incatenata per essere più interi alla battaglia, ricordandosi che -l’essersi sparti in Romania gli avea fatti sconfiggere; e così ordinati -l’una gente e l’altra con lento passo si veniano appressando, e le -libere galee cominciarono l’assalto molto lentamente, che catuno stava -a riguardo per attendere suo vantaggio; e nonostante che i Veneziani -e’ Catalani fossono molti più che i Genovesi, tanto gli ridottavano, -che non s’ardivano ad afferrare con loro: è vero che il vento alquanto -gli noiava, più per non potere avere l’aiuto delle loro cocche, che per -altro, e però soprastavano. Dall’altra parte i Genovesi già impediti -per lo soperchio de’ loro nimici non s’ardivano a strignersi alla -battaglia, e così consumarono il giorno dalla mezza terza alla mezza -nona, con lieve badalucco delle loro libere galee. I Genovesi vedendo -che i loro nimici più potenti non li ardivano ad assalire, presono -più baldanza, e metteronsi in ordine d’andarli ad assalire con più -aspra battaglia. Ma colui che è rettore degli eserciti, avendo per -lungo tempo sostenuta la sfrenata ambizione de’ Genovesi, per lieve -spiramento di piccolo vento abbattè la loro superbia; che stando catuna -parte alla lieve battaglia si levò un vento di verso scilocco, il quale -empiè le vele delle tre cocche. I Catalani animosi contro a’ Genovesi, -vedendosi atare dal vento, apparecchiate loro lance, e dardi e pietre, -con ismisurato romore, levate l’ancore del mare, con tutte e tre le -cocche si dirizzarono contro all’armata de’ Genovesi, e con l’impeto -del corpo delle cocche sì fedirono nelle galee de’ Genovesi, e nella -prima percossa ne misono tre in fondo, e seguendo innanzi, alcuna -altra ne ruppono: e di sopra gittavano con tanta rabbia pietre lance e -dardi sopra i loro nimici, che parea come la sformata grandine pinta -da spodestata fortuna d’impetuosi venti, e molti Genovesi n’uccisono -in quel subito assalto, e annegaronne assai, e più ne fedirono e -magagnarono. L’armata de’ Veneziani e Catalani vedendosi fatta la via -a’ loro navilii, con più ardire si misono innanzi strignendosi alla -battaglia. I Genovesi, uomini virtuosi e di grande cuore, sostennono -francamente il grave assalto delle cocche, atandosi con l’arme e con le -balestra, magagnando molti de’ loro nemici, e alle galee rispondeano -con sì ardita e folta battaglia, che per vantaggio ch’e’ loro nimici -avessono non poteano sperare vittoria. Ma l’ammiraglio de’ Genovesi -invilito nell’animo suo di questo primo assalto, fece vista di -volere ricoverare la vittoria per maestria di guerra; e sollevata la -battaglia, in fretta fece sciogliere undici galee della sua armata, -e con quelle aggiunse l’otto sottili ch’erano libere dalle latora -dell’armata, e diede voce di volere volgere e girare dalle reni de’ -nimici: e per questa novità i Veneziani e’ Catalani ebbono paura, e -sollevarono la battaglia, e stettono in riguardo, per vedere quello -che le dette galee volessono fare. Ma l’ammiraglio abbandonata la -battaglia, e lasciate l’altre galee insieme alla fronte de’ nimici, -fece la via di Genova senza tornare all’oste, e già si cominciava a -tardare il giorno. Vedendo i Veneziani e’ Catalani che l’ammiraglio -de’ Genovesi non avea girato sopra loro, ma era al disteso fuggito -con diciannove galee, con certezza di loro vittoria vennono sopra i -Genovesi; i quali vedendosi abbandonati dal loro ammiraglio, senza -resistenza chi non potè fuggire si renderono prigioni. Così i Veneziani -e’ Catalani senza spandimento di loro sangue ebbono de’ Genovesi piena -vittoria: ed ebbono trenta corpi di galee e più di tremilacinquecento -prigioni, fra i quali furono molti nominati grandi e buoni cittadini -di Genova. E morti ne furono e annegati con le ciurme più di duemila. -La detta sventurata battaglia per i Genovesi fu il dì di san Giovanni -dicollato, a dì 29 d’agosto del detto anno. - - -CAP. LXXX. - -_Come i Catalani perderono loro terre in Sardegna._ - -Con piccolo travalicamento di tempo sosterremo alquanto l’altre cose, -raccogliendo i fatti che nell’isola di Sardegna avvennono dopo la detta -vittoria. I Catalani e’ Veneziani con la loro armata, e con le tre -cocche, e con le galee prese de’ Genovesi e co’ prigioni arrivarono in -Sardegna, e nella loro giunta avendo messo in terra i loro cavalieri, -e gli altri soprassaglienti, e molti delle ciurme, il castello della -Loiera, e ’l castello Lione, e il castello Genovese, e Sasseri e più -altre terre che teneano i Genovesi s’arrenderono a’ Catalani. Avendo -senza fatica fatto l’acquisto delle dette castella, aggiunte alla -loro vittoria, pensarono d’acquistare tutto il rimanente dell’isola -che si possedea per lo giudice d’Alborea, e con più baldanzosa che -provveduta volontà, o buon ordine, se n’andarono verso Arestano, non -pensando trovarvi resistenza. Ma il giudice con molta gente d’arme e -con molti Sardi, i quali aveva accolti per difendere le sue terre, -venne loro incontro del mese di settembre, e abboccatosi con loro, -vennono alla battaglia, e furono sconfitti i Catalani; de’ quali tra -nella battaglia e nella fuga rimasono morti più di millecinquecento -Catalani. E per questa sconfitta, e per la mala guardia che delle terre -nuovamente acquistate faceano, e per l’aspra signoria ch’usavano a’ -paesani tutte si rubellarono, e ancora l’altre che prima vi teneano, -sicchè tutto perderono, fuori che castello di Castro detto Caglieri: -e volendole racquistare per forza, feciono maggiore oste, e un’altra -volta s’abboccarono co’ Sardi e col giudice d’Alborea; e dopo lunga -battaglia, i Catalani ritennono il campo e i Sardi l’abbandonarono, con -pochi più morti di loro che de’ loro nimici. Onde i Catalani ebbono -poco lieta vittoria, lasciando morti in questa seconda battaglia -cinquecento combattitori, benchè più ne fossono morti de’ Sardi, e -però non racquistarono alcuna terra: e dopo lunga dimora, del mese di -novembre, avendo perduti assai de’ loro prigioni genovesi ch’erano -accomandati nella Loiera, si partirono dell’isola, andandosene i -Catalani in Catalogna, e i Veneziani a Vinegia a salvamento, vinti i -Genovesi loro nimici, e abbassata con piena vittoria la loro superbia. - - -CAP. LXXXI. - -_Come il prefetto venne a oste a Todi._ - -In questo tempo, la Chiesa di Roma per racquistare il Patrimonio -occupato dal prefetto da Vico avea tenuto gente d’arme a Montefiascone -guerreggiando il prefetto; e in questa guerra fra Moriale di Provenza, -grande guerriere e nomato soldato, con sue masnade avea servito la -Chiesa lungamente, senza potere avere l’intero pagamento de’ suoi -soldi, e però s’accostò col prefetto, e andò dalla sua parte con -quattrocento cavalieri. E vedendosi il prefetto sicuro dalla forza -della Chiesa, avendo in sua compagnia i Chiaravallesi usciti di Todi, -con fra Moriale e con altre sue genti d’arme di subito e improvviso se -ne venne a Todi, e con lui i Chiaravallesi, i quali si sentivano tanti -parenti e amici nella città, che si credeano, come fossono con forte -braccio ivi presso, che li vi rimetterebbono dentro o per ingegno o -per forza: ma trovaronsi ingannati, perocchè i cittadini temendo della -tirannia del prefetto e de’ loro cittadini si misono alla difesa, e il -prefetto e i Chiaravallesi ad assedio. Ma avendo i Todini aiuto da’ -Perugini e dal comune di Firenze, che catuno vi mandò gente d’arme, il -prefetto perdè la speranza d’entrare nella terra; e statovi a campo di -settembre e d’ottobre, e dato il guasto intorno alla città, si partì -dall’assedio con suo poco onore. - - -CAP. LXXXII. - -_Come fu presa e lasciata Vicorata._ - -Di questo mese di settembre del detto anno, il conte Guido da -Battifolle avendo accolta gente de’ suoi fedeli e del conte Ruberto, -sentendo che Andrea di Filippozzo de’ Bardi signore del contado del -Pozzo e di Vicorata era in bando del comune di Firenze per malificio, -tenendosi gravato da lui, improvviso di mezza notte venne a Vicorata, -e con alcuno trattato il dì seguente entrò in Vicorata, ed ebbe tutto -il procinto, e rinchiuso Andrea e alcuni de’ fratelli nella torre, alla -quale accostato il conte suoi dificii la faceva tagliare. Il comune -di Firenze sentendo i suoi cittadini a quello pericolo, non ostante -che fossono in bando, di presente mandarono comandando al conte Guido -che lasciasse quell’impresa. Il quale udito il comandamento de’ priori -di Firenze, essendo egli medesimo anco in bando del detto comune per -simile modo, di presente fu ubbidiente, e non lasciando alcuna cosa -torre o rubare se ne partì, e tornossi nel suo contado. La clemenza -del nostro comune poco appresso fece l’una parte e l’altra venire a -Firenze, e fatto fare pace tra loro, catuno per grazia trasse di bando. - - -CAP. LXXXIII. - -_Come il conte di Caserta si rubellò dal re Luigi._ - -Il re Luigi di Gerusalemme e di Sicilia, in questo anno, il dì della -Pentecoste, avea fatta solenne festa co’ suoi baroni per l’annuale -rinnovellamento di sua coronazione. E in quella festa ordinò cosa -nuova e disusata alla corona, ch’egli elesse sessanta tra baroni e -cavalieri, i quali giurarono fede e compagnia insieme col detto re, -sotto certo ordine di loro vita, e di loro usaggi e vestimenti: e fatto -il giuramento, si vestirono d’una cottardita e d’un’assisa e d’un -colore tutti quanti, portando nel petto un nodo di Salomone, e chi ebbe -l’animo vano più magnificò la cottardita e il nodo d’oro e d’argento, e -di pietre preziose di grande costo e di grande apparenza; e fu chiamata -la compagnia del nodo. Il Prenze di Taranto fratello del re non v’era, -ma sopravvenne, e il re gli aveva fatta fare la cottardita reale, con -un nodo di perle grosse di gran valuta, e mandogliele all’ostello: il -Prenze non la volle vestire, dicendo che ’l nodo del fraternale amore -portava nel cuore, e donolla a suo cavaliere, la qual cosa il re non -ebbe a grado. In questo tempo il duca d’Atene avea messo grande odio -tra il Prenze di Taranto e ’l conte di Caserta, figliuolo che fu di -messer Dego della Ratta Catalano conte camarlingo: e per questo amando -il re il detto conte, e avendolo trovato leale e fedele, a instigamento -del Prenze convenne che il re contra sua voglia il sbandeggiasse. Il -conte si ridusse a Caserta, e tenea il Sesto e Tuliverno, e il Prenze -col duca d’Atene gli andò addosso con cento cavalieri, e in persona -vi venne il re con trecento e con assai popolo, volendo compiacere -al fratello. E un dì stando il re nel castello di Matalona sopra lo -sporto che chiamavano Gheffo, la sua gente presono un Unghero soldato -del detto conte, e con tanta maraviglia il condussono al re, ch’ogni -gente gli traeva dietro come s’elli avessono preso il re degli Unni; -e per questa pazzia caricarono sì sconciamente il Gheffo, che gran -parte n’andò a terra, ove morirono diciassette uomini, e molti se ne -magagnarono. Il re ch’era un poco da parte apprendendosi col Prenze, -come a Dio piacque, si ritenne in quello rimanente che del Gheffo non -cadde; messer Filippo di Taranto traboccò sopra i caduti e non ebbe -male. L’oste stette sopra il conte più tempo senza avere onore di cosa -che vi si facesse, e straccata se ne partì. Il conte con sue masnade -partita l’oste cominciò a cavalcare per Terra di Lavoro, e rubare le -strade e rompere i cammini, e conturbò tutto il paese, cavalcando -alcuna volta con trecento cavalieri infino presso a Napoli senza trovar -contasto: e vendicata sua onta, si ritenne alle terre sue senza fare -più danno o guerra. - - -CAP. LXXXIV. - -_Come il cardinale legato venne a Firenze._ - -La Chiesa di Roma veggendo che ’l prefetto da Vico tirannescamente -cresciuto aveva occupato il Patrimonio, e che novellamente avea -acquistato la città d’Orvieto, il papa con deliberazione de’ cardinali -mandò legato in Toscana messer Gilio di Spagna cardinale, il quale -era stato al secolo pro’ e valente cavaliere e ammaestrato in guerra, -acciocchè con l’aiuto degl’Italiani racquistasse le terre di santa -Chiesa occupate nel Patrimonio. E datagli grande legazione il mandò -per terra in Lombardia, ove dall’arcivescovo di Milano fu ricevuto a -grande onore, facendogli fare per tutto suo distretto le spese con -largo apparecchiamento; ma in Bologna non volle ch’egli entrasse, e -però tenne la via da Pisa, e a dì 2 d’ottobre del detto anno giunse in -Firenze, ove fu ricevuto con grande onore, e con solenne processione e -festa, con un ricco palio di seta e d’oro sopra capo portato da nobili -popolani, e addestrato al freno e alla sella da gentili cavalieri di -Firenze, sonando tutte le campane delle chiese e del comune a Dio -laudiamo; e condotto per la città fu albergato in casa gli Alberti, -ove fece suo dimoro: e presentato dal comune confetti, e cera e biada -abbondantemente, e tre pezze di fini panni scarlatti di grana, e -datogli centocinquanta cavalieri in aiuto alla sua guerra, a dì 11 -d’ottobre si partì, e andò a suo viaggio. E in questi dì Cetona si -rubellò al prefetto, e presela il conte di Sarteano con aiuto ch’ebbe -da’ Fiorentini, e poi la rassegnò al legato. - - -CAP. LXXXV. - -_Rinnovazione del palio di santa Reparata._ - -In questi dì vacando in pace i Fiorentini, i priori vollono chiarire -perchè la chiesa cattedrale di Firenze era dinominata santa Reparata, -e perchè per antico costume in cotal dì s’è corso il palio in Firenze; -e trovossi per alcune scritture, come Radagasio re de’ Goti, e Svezi e -Vandali, avendo assalito l’imperio di Roma, e guaste in Italia molte -città e consumati gli abitanti, s’era messo ad assedio alla città -di Firenze con dugentomila cavalieri, essendo vescovo di Firenze il -venerabile san Zenobio della casa de’ Girolami nostro cittadino, il -quale avea seco due santi cappellani; e stando all’assedio, come a -Dio piacque, Onorio imperadore di Grecia in Italia venne al soccorso -dell’imperio di Roma, e in sua compagnia non avea oltre a tremila -cavalieri; e venendo incontro a’ nimici, tanta paura gli occupò, che -raccogliendosi dall’assedio, senza provvisione si misono ad entrare -tra le circustanti montagne, passando tra Fiesole e Monterinaldi, e -rattennonsi nella valle di Mugnone. Credesi, avvegnachè Onorio fosse -fedele cristiano, che Iddio facesse questo per le preghiere di san -Zenobio e de’ suoi santi cappellani. I barbari essendo rinchiusi -da aspre montagne, senza acqua e senza vittuaglia, dalla gente -dell’imperadore e da’ fiorentini paesani che sapeano i passi furono -ristretti per modo che uscire non ne poteano. Il loro re furandosi dal -suo esercito fu in Mugello preso e morto: e morendo i barbari di fame -e di sete, sentendo morto il loro re, gittate l’armi s’arrenderono, -e per fame e per ferro infine tutti perirono; e questo avvenne il -dì della festa della vergine benedetta santa Reparata, per la cui -reverenza s’ordinò e fece nuova chiesa cattedrale alla nostra città -intitolata del suo nome. E perocchè i nostri antichi non erano in -troppa magnificenza in que’ tempi, ordinarono che in cotal dì si -corresse un palio di braccia otto d’uno cardinalesco di lieve costo a -piede tenendosi al duomo, e movendosi i corridori di fuori della porta -di san Piero Gattolino: e per la rinnovazione di questa memoria il -comune l’ordinò di braccia dodici di scarlatto fine, e che si corresse -a cavallo. - - -CAP. LXXXVI. - -_Come i Genovesi si misono in servaggio dell’arcivescovo._ - -Nuova e mirabile cosa seguita a raccontare, in considerazione del gran -cambiamento che fortuna fa degli stati del mondo. La nobile città di -Genova, e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle nostre -marine, e di quelle di Romania, e del Mare maggiore, uomini sopra gli -altri destri e sperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie del -mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, e signori al continovo -di molto navilio, usati sempre di recare alla loro città innumerabili -prede delle loro rapine, temuti e ridottati da tutte le nazioni -ch’abitavano le ripe del Mar tirreno e degli altri mari che rispondono -in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni d’Italia, -per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna da’ Veneziani e -Catalani, con non disordinato danno, vennono in tanta discordia e -confusione tra loro nella città, e in tanta misera paura, che rotti -e inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in -vilissima codardia, non parendo loro potere atarsi: eziandio avendo -il comune di Firenze mandato là suoi ambasciadori a confortarli, e a -profferere loro con grande affezione il suo aiuto, e consiglio e favore -largamente a mantenere e ricoverare loro franchigia e buono stato, -tanto erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e per loro -discordie, che non seppono conoscere rimedio al loro scampo, se non di -sottomettersi al servaggio del potente tiranno arcivescovo di Milano; -e di comune concordia il feciono loro signore, dandogli liberamente -la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera di levante e di -ponente, e l’altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco -e Metone e Roccabruna, le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non -le volle dare. E a dì 10 d’ottobre 1353, il conte Pallavicino vicario -dell’arcivescovo con settecento cavalieri e con millecinquecento -masnadieri entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e disposto il -doge, e ’l consiglio, e tutti gli altri reggimenti del comune, prese la -signoria e il governamento delle dette città e de’ loro distretti, e -aperte le strade di Lombardia con sollecitudine, procacciò abbondanza -di vittuaglia a’ suoi servi, e prestanza al comune per armare alquante -galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto acquisto. - - -CAP. LXXXVII. - -_Come i Pisani feciono confinati._ - -I Pisani vedendosi il tirannesco fuoco a’ loro confini, temettono de’ -loro cittadini animosi di parte ghibellina, che per invidia de’ loro -reggenti avrebbono voluto la signoria dell’arcivescovo di Milano. E -temendo per questo i Gambacorti e i loro seguaci perdere lo stato, -di presente votarono la città d’ogni sospetto, mandando a’ confini -de’ loro cittadini, e prendendo buona guardia dentro e di fuori, -intendendosi co’ Fiorentini amichevolmente per la comune franchigia. In -questi medesimi dì, avendo il tiranno preso sdegno contro a’ Fiorentini -per gli ambasciadori ch’aveano mandati a confortare i Genovesi della -loro franchigia, mosse loro lite dicendo, ch’aveano rotta la pace, -perocchè non avevano disfatto Montegemmoli nell’alpe, avendo egli -voluto assegnare la Sambuca e ’l Sambucone, come diceano i patti della -pace, a Lotto Gambacorti come amico comune, non ostante che per lui non -fosse voluto ricevere, parendogli avere osservato dalla sua parte: per -la qual cosa s’accozzarono ambasciadori di catuna parte a Serezzana, -e mostrato fu per ragione che per quella offerta e’ non era scusato, -nè aveva adempiute le convenenze, e però i Fiorentini non erano in -colpa. La cagione che acquetò l’arcivescovo fu, che non gli parve tempo -utile a muovere guerra a’ Fiorentini, e però s’acquetò, e consentì -alla loro ragione. Poco tempo appresso nel detto verno l’arcivescovo -mise cinquecento uomini al lavorio, e fece tutto il cammino per terra -da Nizza a Genova, ch’era scropuloso e pieno di molti stretti e mali -passi, appianare e allargare, tagliando le pietre per forza di picconi, -e facendo fare molti ponti ov’erano i mali valichi, sicchè gli uomini a -cavallo due insieme, e le some per tutto il cammino potessono andare, -cosa assai utile e notevole se fatto fosse a fine di bene; ma che che -l’arcivescovo e’ suoi s’avessono nell’animo, a’ Provenzali n’entrò -grande gelosia, e stettonne a Nizza e nell’altre terre in lunga -guardia, e poco lasciavano usare quello cammino, temendo della potenza -del tiranno. - - -CAP. LXXXVIII. - -_Come i Sanesi ruppono i patti a Montepulciano._ - -Potendosi catuno dolere con ragione in se della corrotta fede odiosa a’ -popoli, mercatanzia de’ tiranni, cagione nascosa di gravi pericoli, ci -muove a dire con vergogna, come reggendosi il comune di Siena sotto il -governamento occupato dall’ordine de’ nove, ruppono la fede promessa -a’ signori di Montepulciano, essendone stati mezzani i Fiorentini -e’ Perugini, e mallevadori alla richiesta di quello comune. E per -giustificarsi della corrotta fede, aggiunsono una corrotta dannazione, -mettendo il detto messer Niccola senza colpa in bando per traditore, -acciocchè non paressono tenuti a dargli fiorini seimila d’oro che -promessi gli aveano, quando diede loro la signoria di Montepulciano. -Della qual cosa turbato il comune di Firenze e quello di Perugia, -mandarono loro ambasciadori a Siena per far loro con preghiere -addirizzare questo torto; e avuto sopra ciò più volte udienza, e menati -lungamente per parole da’ signori, e straziati da’ loro consigli, -insieme mostrando coll’opere la corruzione conceputa contro a’ detti -comuni per lo detto ordine de’ nove. Agli ambasciadori di catuno comune -fu fatta vergogna, e gittato loro addosso cavalcando per la città -vituperoso fastidio, e udendosi dire dietro villane parole: a quelli -di Perugia furono gittati de’ sassi, e minacciati di peggio: e così -senza altro comiato, con accrescimento d’onta e di disonore, catuni -ambasciadori tornarono a’ loro comuni; i quali conoscendo doppiamente -essere offesi, per lo migliore dissimularono il fatto, comportando con -senno la loro ingiuria. E questo avvenne del mese di febbraio del detto -anno. - - -CAP. LXXXIX. - -_Come si cominciò la gran compagnia nella Marca._ - -Il friere di san Giovanni fra Moriale, vedendo che il prefetto da Vico, -con cui era stato all’assedio di Todi, nol potea sostenere a soldo, -avendo l’animo grande alla preda, si propose d’accogliere gente d’arme -d’ogni parte d’Italia, e fare una compagnia di pedoni con la quale -potesse cavalcare e predare ogni paese e ogni uomo. E qui cominciò il -maladetto principio delle compagnie, che poi per lungo tempo turbarono -Italia, e la Provenza, e il reame di Francia e molti altri paesi, come -leggendo per li tempi si potrà trovare. Questo fra Moriale incontanente -co’ suoi messaggi e lettere mosse in Italia gran parte de’ soldati -ch’erano in Toscana, e in Romagna e nella Marca senza soldo, a cavallo -e a piè, dicendo, che chi venisse a lui sarebbe provveduto delle spese -e di buono soldo; e per questo ingegno in breve tempo accolse a se -millecinquecento barbute e più di duemila masnadieri, uomini vaghi -d’avere loro vita alle spese altrui. E avendo messer Malatesta da -Rimini assediata per lungo tempo la città di Fermo e condotta agli -ultimi estremi, ed essendo per averla in breve tempo, fra Moriale, -ricordandosi del servigio che da lui avea ricevuto quando l’assediò -nel castello d’Aversa, avendo movimento da Gentile da Mogliano che -tiranneggiava Fermo, e dal capitano di Forlì ch’era nimico di messer -Malatesta, fidandosi alle loro promesse e a’ loro stadichi, del mese -di novembre con la sua compagnia entrò nella Marca, e costrinse messer -Malatesta a levarsi da oste da Fermo, e liberò la città dall’assedio, e -rimasesi nel paese. E per lo nome sparto di questo primo cominciamento -la compagnia crebbe e fece grandi cose in questo verno, e poi maggiori, -come al suo tempo racconteremo, tornando prima all’altre cose che -domandono la nostra penna. - - -CAP. XC. - -_Dice de’ leoni nati in Firenze._ - -E’ non pare cosa degna di memoria a raccontare la natività de’ leoni, -ma due cagioni ci stringono a non tacere: l’una si è, perchè antichi -autori raccontano che in Italia non nascono leoni, l’altra, che -dicono che i leoni nascono del ventre della madre morti, e che poi -sono vivificati dal muggio della madre e del leone fatto sopra loro: -e noi avemo da coloro che più volte gli vidono nascere, che il loro -nascimento è come degli altri catelli che nascono vivi: all’altra parte -è risposto per lo loro nascimento, più e diverse volte avvenuto nella -nostra città, e in questo anno, del mese di novembre, ne nacquero in -Firenze tre, de’ quali l’uno si donò al duca di Osteric, che per grazia -il domandò al nostro comune; e il leone padre vedendosi tolto l’uno de’ -suoi leoncini se ne diè tanto dolore, che quattro dì stette che non -volle mangiare, e temettesi che non morisse. E perch’elli stavano in -luogo stretto ove si batte la moneta del comune, ne furono tratti, e -dato loro larghezza di case, e di cortili, e di condotti nelle case che -il duca d’Atene avea fatte disfare per incastellarsi, che furono de’ -Manieri, dietro al palagio del capitano e dell’esecutore in su la via -da casa i Magalotti, ove stanno al largo, e bene. - - -CAP. XCI. - -_Come i Romani si dierono alla Chiesa di Roma._ - -Il popolo romano non sappiendosi reggere per li suoi tribuni e per li -rettori, sentendo il cardinale di Spagna a Montefiascone legato del -papa, valoroso signore nell’arme e di grande autorità, trattò con lui -d’accomandarsi alla Chiesa di Roma sotto singolare condizione e patto. -E ricevuto in protezione del legato con quello lieve legame, con lui -si convenne, e con furia lo mosse a far guerra e danneggiare di guasto -i Viterbesi; della qual cosa, cresciuta la forza e ’l numero de’ -cavalieri al legato, seguirono poi maggiori cose, come seguendo nostra -materia racconteremo. - - -CAP. XCII. - -_Le novità seguite in Pistoia._ - -Essendo ordine in Pistoia che balia per li fatti del comune non si -potesse dare a’ suoi cittadini, nato da sospetto delle loro sette, -trovandosi capitano della guardia per lo comune di Firenze messer -Gherardo de’ Bordoni il quale favoreggiava i Cancellieri e la loro -parte, era in que’ dì fatto un processo per l’inquisitore de’ paterini -contro a certi cittadini di Pistoia, di che tutto il comune si gravava; -e a riparare a questo, convenne che balìa si desse a certi cittadini. -L’industria de’ Cancellieri, coll’aiuto del capitano, fece tanto, che -la balìa fu data a certi uomini tutti della parte de’ Cancellieri, -i quali intesono ad abbattere in comune lo stato de’ Panciatichi, e -di presente aggiunsono al numero del consiglio del comune, che avea -quaranta uomini, della parte de’ Cancellieri; e intendendo di fare -più innanzi, i Panciatichi per paura, e per non essere criminati -dal capitano se ne vennono a Firenze: gli altri cittadini vedendosi -ingannati da quelli della balìa corsono all’arme, e abbarrarono le vie, -e catuno s’afforzava per combattere e per difendere. In questo tempo -de’ romori di Pistoia, messer Ricciardo Cancellieri fu notificato a -Firenze per lo Piovano de’ Cancellieri suo consorto, ch’egli volea fare -al comune certo tradimento. E chiamato in giudicio a Firenze l’uno -e l’altro, e dato balìa per lo comune al capitano della guardia di -Firenze di potere conoscere sopra la causa, furono messi in prigione, e -trovato che non era colpevole messer Ricciardo, fu liberato, e ritenuto -il Piovano, e mutato in Pistoia nuovo capitano. Il comune di Firenze -mandò in Pistoia ambasciadori, e con loro i Panciatichi, e racquetato -lo scandalo tra i cittadini, si riposarono in pace. - - -CAP. XCIII. - -_Come l’arcivescovo richiese di pace i Veneziani._ - -L’arcivescovo di Milano avendo sottomesso a sua signoria la città -di Genova e di Savona, e tutta la Riviera e il loro contado, i cui -abitanti erano nimici de’ Veneziani, mandò suoi ambasciadori al doge -e al comune di Vinegia, per li quali significò a quello comune come -i Genovesi erano suoi uomini, e le loro città e contado erano suo -distretto; e tenendosi amico de’ Veneziani, e sapendo che per addietro -i Genovesi erano stati loro nimici, intendea, quando al doge piacesse -e al comune di Vinegia, che per innanzi fossono fratelli e amici: e -intorno a ciò usarono belle e suadevoli ragioni. Il doge e il suo -consiglio presono tempo d’avere loro consiglio, e di rispondere la -mattina vegnente: e venuto il giorno, di gran concordia risposono la -mattina dicendo: che ’l comune di Vinegia si tenea gravato e offeso -dall’arcivescovo, il quale avea preso ad aiutare i Genovesi loro -capitali nemici, e però non intendeano di volere pace e concordia con -lui nè col comune di Genova, ma giusta loro podere tratterebbono lui e -i suoi sudditi come loro nemici. E conseguendo al fatto, incontanente -feciono accomiatare e bandeggiare di Vinegia, e di Trevigi, e di -tutte le loro terre e distretti tutti coloro che fossono sotto la -giurisdizione dell’arcivescovo di Milano; e simigliantemente fece nelle -sue terre l’arcivescovo de’ Veneziani: e così fu manifesta la guerra -tra loro, del mese di novembre del detto anno, per tutta la Lombardia e -Toscana. - - -CAP. XCIV. - -_Come i Veneziani ordinarono lega contro al Biscione._ - -Incontanente che agli altri signori lombardi fu palese la risposta -fatta pe’ Veneziani all’arcivescovo, il gran Cane di Verona, e’ signori -di Padova, e que’ di Mantova, e il marchese da Ferrara e i Veneziani, -feciono parlamento per loro solenni ambasciadori, ove si propose di -fare lega insieme, e taglia di gente d’arme contro all’arcivescovo di -Milano, il quale parea loro che fosse troppo montato; e non fidandosi -tutti insieme di potere resistere alla grande potenza dell’arcivescovo, -s’accordarono di fare passare a loro stanza l’imperadore in Italia. -E dopo più parlamenti sopra ciò fatti fermarono compagnia e lega -tra loro, e taglia di quattromila cavalieri, e fecionla piuvicare -in Lombardia, e con grande istanza per loro segreti ambasciadori -richiesono e pregarono il comune di Firenze che si dovesse collegare -con loro, prendendo ogni vantaggio che volesse: ma perocchè il detto -comune era in pace coll’arcivescovo, per alcuna preghiera o promessa di -vantaggio che fatta fosse, non potè essere recato che la pace volesse -contaminare. I collegati incontanente mandarono ambasciadori solenni -in Alamagna all’imperadore, per inducerlo a passare in Lombardia -contro all’arcivescovo di Milano, offerendogli tutta la loro forza, -e danari assai in aiuto alle sue spese, acciocchè meglio potesse -tenere la sua cavalleria; e per tutto fu divulgata la fama, che in -quest’anno l’imperadore passerebbe a istanza della detta lega. Queste -cose furono ferme e mosse del mese di dicembre del detto anno. E stando -gli allegati in aspetto, non si provvidono di fare la gente della -taglia infino al primo tempo, nè d’avere capitano; e però lasceremo al -presente questa materia, tanto che ritornerà il suo tempo, e diremo di -quelle che ci occorrono al presente a raccontare. - - -CAP. XCV. - -_Come il conestabile di Francia fu morto._ - -Era messer Carlo, figliuolo che fu di messer Alfonso di Spagna, -accresciuto dall’infanzia in compagnia del re Giovanni di Francia, ed -era divenuto cavaliere di gran cuore e ardire, e valoroso in fatti -d’arme, pieno di virtù e di cortesia, e adorno del corpo, e di belli -costumi, ed era fatto conestabile di Francia, ed il re gli mostrava -singolare amore, e innanzi agli altri baroni seguitava il consiglio -di costui; e chi volea mal parlare, criminavano il re di disordinato -amore in questo giovane: e del grande stato di costui nacque materia di -grande invidia, che gli portavano gli altri maggiori baroni. Avvenne -che il re Giovanni provvidde il re di Navarra suo congiunto d’una -contea in Guascogna, la quale essendo a’ confini delle terre del re -d’Inghilterra, era in guerra e in grave spesa per la guardia, più che -’l detto re non avrebbe voluto, e però la rinunziò, e il re poi la -diede al conestabile, ch’era franco barone e di gran cuore in fatti -d’arme. Il re di Navarra che già avea contro al conestabile conceputo -invidia, mostrò di scoprirla, prendendo sdegno perch’egli avea -accettata la sua contea, nonostante ch’egli l’avesse rinunciata. Ed -essendo genero del re di Francia, con più audace baldanza, in persona, -con altri baroni che simigliantemente invidiavano il suo grande stato, -una notte andarono a casa sua, e trovandolo dormire in sul letto suo -l’uccisono a ghiado; della qual cosa il re di Francia si turbò di cuore -con ismisurato dolore, e più di quattro dì stette senza lasciarsi -parlare. La cosa fu notabile e abominevole, e molto biasimata per tutto -il reame, e fu materia e cagione di gravi scandali che ne seguirono, -come seguendo ne’ suoi tempi si potrà trovare. E questo micidio fu -fatto in questo verno del detto anno 1353. - - -CAP. XCVI. - -_Come si cominciò la rocca in Sangimignano, e la via coperta a Prato._ - -In questo medesimo tempo, il comune di Firenze per volere vivere più -sicuro della terra di Sangimignano, e levare ogni cagione a’ terrazzani -suoi di male pensare, cominciò a far fare, e senza dimettere il lavorio -alle sue spese, e compiè una grande e nobile rocca e forte, la quale -pose sopra la pieve dov’era la chiesa de’ frati predicatori, e quella -chiesa fece maggiore e più bella redificare dall’altra parte della -terra più al basso. E in questo medesimo tempo nella terra di Prato -fece fare una larga via coperta, in due alie di grosso muro d’ogni -parte, con una volta sopra la detta via, e un corridoio sopra la detta -volta, largo e spazioso a difensione; la quale via muove dal castello -di Prato fatto anticamente per l’imperatore, e viene fino alla porta; -ove si fece crescere e incastellare la torre della porta a modo d’una -rocca; e in catuna parte tiene il comune continova guardia di suoi -castellani. - - -CAP. XCVII. - -_Del male stato dell’isola di Sicilia._ - -Assai ne pare cosa più da dolere che da raccontare, gli assalti, -gli aguati, i tradimenti, gl’incendi, le rapine, l’uccisioni senza -misericordia, che in questi tempi i Siciliani faceano tra loro per -invidia e setta parziale, le quali maladette cose tra gli uomini -d’una medesima patria ebbono tanta forza di male aoperare nell’isola, -ch’abbandonata la cultura de’ fertili campi, i quali sogliono pascere -gli strani popoli, de’ suoi trasse per fame più di diecimila famiglie -della detta isola, i quali per non morire d’inopia, si feciono -abitatori dell’altrui terre in Sardegna, e in Calabria, e nel Regno -di qua dal faro. E in questa tempesta, certi baroni dell’isola -contrari alla setta de’ Catalani, che governavano lo sventurato duca -che s’attendea a essere re, sentendolo egli e i suoi manifestamente, -trattavano di dare la maggiore parte delle buone terre dell’isola al -re Luigi suo avversario, e non ebbe per lungo tempo podere d’atarsene, -tanto che venne fatto, come nel principio del quarto libro seguendo si -potrà trovare. - - -CAP. XCVIII. - -_Come il legato del papa procedette col prefetto._ - -In questo verno, il cardinale di Spagna legato del papa avendo tentato -il prefetto lentamente con poco prosperevole guerra, cercò con più -riprese di trovare pace con lui, e fu la cosa tanto innanzi, che per -tutto scorse la fama che la pace era fatta. Ma il prefetto già tiranno -senza fede, vedendosi il destro, sotto la speranza della pace tolse al -legato due castella, e rotto il trattato, il cominciò a guerreggiare: -per la qual cosa il legato seguitò il processo fatto contro a lui, e -del mese di febbraio del detto anno pronunziò la sentenza, e per sue -lettere il fece scomunicare come eretico per tutta Italia; e fatto -questo, conoscendo che altra medecina bisognava a riducere costui alla -via diritta, che suono di campane o fummo di candele, saviamente, e -senza dimostrare sua intenzione innanzi al fatto, si venne provvedendo -d’avere al tempo gente d’arme, da potere fare l’esecuzione contro a -lui del suo processo. E in questo mezzo, avendo dugento cavalieri -del comune di Firenze e alquanti da se, fece sì continua guerra al -tiranno, che poco potea resistere o comparire fuori delle mura. E -avendo il prefetto preso sospetto de’ Viterbesi e degli Orvietani, che -si doleano perchè la pace non era venuta a perfezione, tirannescamente -volle tentare l’animo de’ cittadini di catuna città, e fare cosa da -tenerli in paura. E però segretamente accolse fanti di fuori a pochi -insieme, e miseli in catuna terra ne’ suoi palagi, e in un medesimo dì -fece a certa gente di cui e’ si confidò levare il romore contro a se -in catuna città, al quale romore alquanti cittadini in catuna terra -presono l’arme, e seguitavano il grido. Il tiranno con quattrocento -fanti ch’aveva armati e apparecchiati in Viterbo uscì fuori e corse la -terra, uccidendo cui egli volle, e condannò e cacciò a’ confini tutti -coloro di cui sospettava. E per simigliante modo fece correre la città -d’Orvieto al figliuolo, e uccidere e condannare e mandare a’ confini -cui egli volle. E così gli parve per male ingegno aver purgate quelle -due città d’ogni sospetto, e avere più ferma la sua signoria, la quale -per lo contradio, non avendo da se potenza nè aspettandola d’altrui, -per questa mala crudeltà ogni dì venne mancando, come l’opere appresso -dimostreranno manifestamente in fatto. - - -CAP. XCIX. - -_Come si rubellò Verona al Gran Cane per messer Frignano._ - -Chi potrebbe esplicare le seduzioni, gl’inganni e’ tradimenti che i -tiranni posponendo ogni carità, parentado e onore, pensano, ordinano, -e fanno per ambizione di signoria? Certo tanti sono i modi quanti i -loro pensieri, sicchè ogni penna ne verrebbe meno e stanca. Tuttavia -per quello ch’ora ci occorre, cosa strana e notevole, ci sforzeremo a -dimostrare l’avviluppata verità di diversi tradimenti e suoi effetti. -Narrato avemo poco dinanzi come la lega de’ Veneziani con gli altri -signori Lombardi era giurata e ferma contro al signore di Milano, ed -essendo il signore di Mantova de’ più avvisati tiranni di Lombardia -vicino dell’arcivescovo di Milano, l’arcivescovo con industriose -suasioni e con grandi promesse il mosse a farlo trattare di tradire -messer Gran Cane signore di Verona e di Vicenza con cui egli era -in lega, ed egli per accattare la benivolenza dell’arcivescovo, -dimenticato il beneficio ricevuto da quelli della Scala, che l’aveano -fatto signore di Mantova, diede opera al fatto, e non senza speranza -d’aoperare per se, se la fortuna conducesse la cosa ov’era la sua -immaginazione. E però conoscendo egli messer Frignano figliuolo -bastardo di messer Mastino, uomo pro’, e ardito d’arme, e di grande -animo, accetto nel cospetto del fratello suo signore, e amato dal -popolo di Verona e di Vicenza, vago di signoria, trattò con lui di -farlo signore di Verona con suo consiglio, e colla sua forza e del -signore di Milano. Questo sterpone tornando alla sua natura, senza fede -o fraternale carità, di presente intese al tradimento del fratello, e -col signore di Mantova ordinarono il modo ch’egli avesse a tenere, e -l’aiuto della gente ch’egli avrebbe da lui. In questo tempo avvenne -che ’l Gran Cane andò a parlamentare col marchese di Brandimborgo suo -suocero per li fatti della lega, e il fratello bastardo era cognato del -signore di Castelborgo, ch’era a’ confini del cammino ove il Gran Cane -dovea passare; costui avvisato da messer Frignano mise un aguato per -uccidere il Gran Cane, ma scoperto l’aguato, passò senza impedimento. -Come messer Frignano avea ordinato, a Verona tornarono novelle come il -Gran Cane era stato morto; ma innanzi che la novella venisse, messer -Frignano avea mandati fuori di Verona tutti i cavalieri soldati, salvo -coloro di cui s’era fidato, e che con lui s’intesero al tradimento. -Pubblicata la novella in Verona come il Gran Cane loro signore era -stato morto, il traditore con gran pianto fece incontanente, a dì 17 di -febbraio del detto anno, raunare il popolo, e a uno giudice, cui egli -avea informato, fece proporre in parlamento come il loro signore era -morto, e che ’l comune di Verona rimanea in gran pericolo senza capo, -avendo a vicino così possente signore com’era l’arcivescovo di Milano; -e aggiunse, che a lui parea che messer Frignano prendesse il loro -governamento. Il traditore ch’era presente, senza attendere ch’altri si -levasse a parlamentare, o ch’altra deliberazione si facesse, si levò -suso, e disse, che così prendeva e accettava la signoria. E montato a -cavallo, colle masnade che v’erano corse la terra, gridando, muoiano -le gabelle; e fece ardere i libri e gli atti della corte, e ruppono le -prigioni. E di subito il signore di Mantova vi mandò messer Feltrino, -e messer Federigo, e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Ugolino -da Gonzaga tutti de’ signori di Mantova con trecento cavalieri. Il -signore di Ferrara ingannato del tradimento vi mandò messer Dondaccio -con dugento cavalieri; ma innanzi che tutti v’entrassono, il capitano -colla maggior parte di loro per contramandato si tornarono indietro -scoperto l’inganno. Messer Frignano ricevuta questa gente d’arme, e -accolti certi cittadini che ’l seguirono, da capo corse la terra: i -cittadini non si mossono, ed egli s’entrò nel palagio dell’abitazione -del signore. Messer Azzo da Coreggio ch’era in Verona se n’uscì non con -buona fama. Le guardie furono poste alle porte, e la terra s’acquetò, e -messer Frignano ne fu signore; la quale signoria il signore di Mantova -per ingegno, e quello di Milano per ingegno e forza si credette catuno -avere, come seguendo appresso diviseremo. - - -CAP. C. - -_Come messer Bernabò con duemila barbute si credette entrare in Verona._ - -Il signore di Mantova avendo in Verona quattro tra figliuoli e -congiunti con trecento cavalieri, procacciava di mettervene anche per -esservi più forte che messer Frignano, a intenzione di tradire lui, -e di recare a se la signoria, ma non gli potè venire fatto, perocchè -sentì che l’arcivescovo di Milano, che vegghiava a questo effetto, -mandava messer Bernabò cognato del Gran Cane a Verona con duemila -cavalieri, temette di se, e non ebbe ardire di sfornire Mantova di -cavalieri; e così per la non pensata perdè quello che avea lungamente -provveduto. La novella del gran soccorso che venia da Milano, e -dell’apparecchiamento di quello di Mantova sentito a Verona, generò -sospetto a messer Frignano e a’ cittadini della città, e però presono -l’arme, e rafforzarono le guardie, e stettono in più guardia; onde i -signori che v’erano di Mantova non vidono modo di fornire loro corrotta -intenzione, e però si stettono, mostrandosi fedeli a messer Frignano e -alla guardia della città. In questo stante messer Bernabò con duemila -barbute e gran popolo giunse a Verona, mostrando di volere ricoverare -la signoria di Verona al cognato, credendo con questo trarre a se -l’animo de’ cittadini, e credendo che quelli ch’aveano mossa questa -novità a stanza dell’arcivescovo l’atassono entrare nella terra, e -però si strinse infino alle porte, e domandava l’entrata, la quale gli -fu negata; e non vedendo che dentro alcuno gli rispondesse, cominciò -a combatterla; ma vedendo il suo assalto tornare invano, e sentendo -la tornata di messer Gran Cane d’Alamagna, si partì del paese, e -tornossi a Milano mal contento de’ signori di Mantova, ed eglino peggio -contenti dell’arcivescovo, ch’aveva sconcio il loro tranello per quella -cavalcata, come poco appresso dimostrarono in opera catuna parte, -secondo che seguendo dimostreremo. - - -CAP. CI. - -_Come messer Gran Cane racquistò Verona, e fu morto messer Frignano._ - -Quando messer Gran Cane cavalcava al marchese di Brandimborgo avea -con seco il fratello, e sospicando di novità quando sentì l’aguato -del signore di Castelborgo rimandò il fratello addietro, il quale -venendo nel paese, sentì come messer Frignano avea rubellata Verona, -e però se n’andò in Vicenza. La novella corse a messer Gran Cane, e -vennegli essendo egli col marchese; e turbato l’uno e l’altro, il -marchese francamente il confortò, offerendoli tutta la sua possa -a racquistare Verona: ma perchè l’indugio a cotali cose conobbe -pericoloso, di presente il fece montare a cavallo, apparecchiandoli -di subito cento barbute delle sue, e colla gente ch’egli aveva da se, -senza soggiorno, cavalcando il dì e la notte, se ne venne a Vicenza, -e là trovò il fratello, e trovovvi messer Manno Donati di Firenze -capitano di dugento cavalieri, che il signore di Padova avea mandati -in suo aiuto, e trovovvi della gente del marchese di Ferrara; e -sommosso il popolo di Vicenza a cotanto suo bisogno, gran parte ne -menò con seco; e la notte medesima, con seicento barbute e col popolo -di Vicenza se ne venne a Verona, e in sul mattino lasciò la strada, -e attraversando pe’ campi entrò in Campo marzio, che è fuori della -città ivi presso, murato intorno, e risponde a una piccola porta della -città, la quale meno ch’altra porta si solea guardare. Quivi s’affermò -messer Gran Cane, e mandò innanzi un Giovanni dell’Ischia di Firenze -la notte, che procacciasse d’entrare in Verona, e facesse sentire a’ -confidenti cittadini di messer Gran Cane com’egli era di fuori in -Campo marzio, e accompagnollo d’uno confidente Tedesco. Costoro, non -avendo altra via, si misono a notare co’ cavalli per l’Adice per venire -infra la città ove mancava il muro, e in questo notare, il Tedesco -poco destro del servigio dell’acqua vi rimase affogato. Giovanni -dell’Ischia entrò nella terra, e andò informando e sommovendo gli -amici di messer Gran Cane, avvisando come avessono a venire a quella -porta in suo favore; i quali sentendo ivi fuori il loro signore, la -mattina vennono con le scuri alla porta, e spezzaronla. Nondimeno le -guardie ch’erano sopr’essa con le pietre e con le balestra da alto -francamente la difendevano, sicchè non vi lasciarono entrare alcuno. -Intanto il traditore messer Frignano essendo in sollecita guardia -del fratello, e ancora di messer Bernabò, che il dì dinanzi l’avea -assalito co’ suoi cavalieri, cavalcava intorno alla terra, e la mattina -era montato in certa parte onde potea vedere di fuori, e guardava se -messer Gran Cane venisse, che già non sapeva che fosse così dipresso, -e guardando inverso Campo marzio, vide la porta piccola di Verona -aperta, e dicendo, noi siamo traditi, francamente trasse con la gente -sua inverso quella porta per difendere l’entrata; ma innanzi che vi -giugnesse, il Gran Cane s’era tratto innanzi alla porta, e trattasi -la barbuta, e fattosi conoscere a coloro che la guardavano, dicendo, -io vedrò chi saranno coloro che mi contradiranno l’entrata della mia -terra, e conosciuto da loro, incontanente gli feciono reverenza, e -lasciarono entrare lui e la sua gente senza contasto. E sopravvenendo -messer Frignano, il trovò entrato nella città con la maggior parte -della gente, e avvisatolo, che bene il conosceva, nella piazza dentro -dalla porta, si dirizzò verso lui colla lancia per fedirlo di posta, -e tentare l’ultima fortuna: ma già era cominciato l’assalto tra i -cavalieri di catuna parte aspro e forte, sicchè vedendo un cavaliere di -quelli di messer Gran Cane mosso messer Frignano colla lancia abbassata -verso il suo signore, gli si addirizzò per traverso, e colla lancia il -percosse nella guancia dell’elmo per tale forza, come fortuna volle, -che l’abbattè del cavallo a terra. Messer Giovanni chiamato Mezza -Scala, vedendo messer Frignano abbattuto del destriere, scese del suo -cavallo, e disse, che che s’avvegna di Verona tu morrai delle mie mani, -e corsegli addosso, e con un coltello gli segò le vene, e lasciollo -morto a terra. Ed in quello baratto fu morto con lui messer Paolo della -Mirandola, e messer Bonsignore d’Ibra grandi conestabili. E morti -costoro, l’altra gente ruppe, e assai ve ne furono morti fuggendo. Le -porti della città erano serrate, e i cittadini sentendo il loro signore -dentro tutti tennero con lui, e però i forestieri che v’erano furono -presi e rassegnati a messer Gran Cane, il quale per la sua sollecita -tornata felicemente racquistò Verona e uccise i traditori. Che se al -fatto avesse messo indugio, non la racquistava in lungo tempo, o per -avventura non mai, sì si venia provvedendo alla difesa lo sterpone. E -questo avvenne il dì di carnasciale, a dì 25 di febbraio l’anno 1353. - - -CAP. CII. - -_Come messer Gran Cane riformò la città di Verona, e fece giustizia de’ -traditori._ - -Messer Gran Cane avendo racquistata Verona avventurosamente si fece -appresentare i prigioni, e diligentemente volle investigare la verità, -come i cittadini aveano acconsentito al traditore, e udita la sagacità -dell’inganno, comportò dolcemente l’errore del popolo. E raddirizzato -l’ordine al governamento della città, fece impiccare in sù la piazza di -mezzo il mercato di Verona il corpo di messer Frignano, e ventiquattro -caporali partefici al tradimento del fratello, tra’ quali fu Giovannino -Canovaro di Verona grande cittadino con quattro suoi figliuoli, e -Alboino della Scala suo consorto, e messer Alberto di Monfalcone -grande conestabile, e Giannotto fratello di madre di messer Frignano, -e due figliuoli di Tebaldo da Camino, e due medici de’ signori della -Scala, e il notaio della condotta, e altri uficiali infino al numero -sopraddetto. A prigione ritenne messer Feltrino da Mantova, e messer -Ugolino e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Federigo suo -fratello, e Piero Ervai di Firenze, il quale era fatto podestà di -Verona per messer Frignano, il quale si ricomperò per non essere -impiccato fiorini diecimila d’oro. Guidetto Guidetti si ricomperò per -simile cagione fiorini dodicimila d’oro. Messer Giovanni da Sommariva -e Tebaldo da Camino vi rimasono prigioni, e a’ cavalieri soldati tolse -l’armi e’ cavalli, e feceli giurare di non essere mai contro a lui, e -lasciolli andare. A coloro che più singolarmente l’aiutarono in questo -fatto, come fu messer Manno Donati, e que’ dell’Ischia, e quelli di -Boccuccio de’ Bueri tutti cittadini di Firenze, ch’adoperarono gran -cose in sul fatto, provvide di possessioni de’ traditori, e molti altri -ebbono grazia da lui cittadini e forestieri. E rimaso libero signore -come di prima, aontato contro al signore di Mantova, avuta gente d’arme -dal marchese di Brandimborgo cavalcò sul Mantovano, e ruppe la lega, e -dissimulava trattato d’allegarsi con l’arcivescovo di Milano, insino -che le cose si ridussono a concordia per sollecita operazione de’ -Veneziani, come al suo tempo innanzi racconteremo. - - -CAP. CIII. - -_Come fu deliberato per la Chiesa l’avvenimento dell’imperadore in -Italia._ - -Avendo l’eletto imperadore prima veduto come i comuni di Toscana -l’aveano richiesto per farlo valicare in Italia, e da loro non s’era -rotto, e appresso era richiesto dalla lega de’ Lombardi, e con loro -tenea benevoglienza e trattato, e ancora l’arcivescovo avea appo -lui continovi ambasciadori che gli offeriano il loro aiuto alla sua -coronazione, per le quali cose considerò che agevolmente e senza -resistenza e’ potea valicare per la corona. E però sostenendo catuna -parte in speranza e in amore, mandò a corte di Roma ad Avignone per -avere licenza e la benedizione papale, e i legati e ’l sussidio -promesso dalla Chiesa per la sua coronazione. Gli ambasciadori furono -graziosamente ricevuti dal papa, e udita la domanda dell’eletto -debita e giusta, tenuti sopra ciò alquanti consigli e consistori, del -mese di febbraio del detto anno, fu deliberato per lo papa e per li -cardinali ch’egli avesse la licenza, e la benedizione, e i legati per -la sua coronazione; altro sussidio non gli promisono. E partiti gli -ambasciadori da corte, tra i cardinali ebbe divisione e tire di coloro -ch’avessono la legazione per venire con lui, e per le dette tire, e -perchè l’avvenimento non parea presto, si rimase la commessione de’ -legati infino al tempo dell’avvenimento suo; onde si raffreddarono i -procacciatori, non sentendolo ricco da trarre da lui quello che la loro -avarizia prima si pensava. - - -CAP. CIV. - -_D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria._ - -Il primo dì di marzo, alle sei ore della notte, si mosse uno sformato -fuoco nell’aria, il quale corse per gherbino in verso greco, come -aveva fatto l’altro che prima era venuto col tremuoto, ma di lume e -d’infiammagione non fu molto minore. A questo seguitò grande secco, -perocchè infino al giugno non caddono acque che podere avessono di -bagnare la terra, per la qual cosa il grano e le biade cresciute il -verno e parte della primavera, e in buona speranza di ricolta, a tanto -erano condotte per lo secco, che se non fosse la manifesta grazia che -Madonna fece alla processione dell’antica tavola della sua effigie di -santa Maria in Pineta, come al suo tempo si diviserà, erano i popoli di -Toscana fuori di speranza di ricogliere grano, o biada o altri frutti -in quest’anno per nutricamento di quattro mesi; e però non ci pare -da lasciare in silenzio il caso di questo segno, per ammaestramento -de’ tempi avvenire. Seguitò ancora l’avvenimento dell’imperadore in -quest’anno in Italia e la sua coronazione, e avvenimento di grandi -terremuoti, come appresso racconteremo. - - -CAP. CV. - -_Di tremuoti che furono._ - -In questo medesimo dì primo di marzo furono in Romania grandissimi -terremuoti, e nella nobile città di Costantinopoli abbatterono molti -grandi e nobili edificii e gran parte delle mura della città, con -grande uccisione d’uomini, e di femmine, e di fanciulli. E da Boccadone -infino a Costantinopoli, su per la marina, non rimase castello nè -città che non avesse grandissime rovine delle mura e degli edificii -con grande mortalità de’ suoi abitanti; per la qual cosa avvenne, che -i Turchi loro vicini sentendo i Greci spaventati, e senza potersi -racchiudere e salvare nelle fortezze, corsono sopra loro, e presonne -assai, e menaronli in servaggio: e alcuni castelli rifeciono e -afforzarono, e misonvi abitatori e guardie di loro Turchi; e appresso -accolsono grande esercito di loro gente, e puosonvi assedio per terra -a Costantinopoli, ch’era in divisione e in tremore, ma contro a’ -Turchi s’unirono alla difesa; sicchè stativi alcuno tempo senza potere -acquistare la città, corsono le ville, e rubarono le contrade, e senza -avere resistenza fuori delle mura si tornarono in loro paese. - - -CAP. CVI. - -_De’ fatti del monte._ - -La fede utile sopra l’altre cose, e gran sussidio a’ bisogni della -repubblica, ci dà materia di non lasciare in oblivione quello che -seguita. Il nostro comune, per guerra ch’ebbe co’ Pisani per lo fatto -di Lucca, si trovò avere accattati da’ suoi cittadini più di seicento -migliaia di fiorini d’oro; e non avendo d’onde renderli, purgò il -debito, e tornollo a cinquecentoquattro migliaia di fiorini d’oro -e centinaia, e fecene un monte, facendo in quattro libri, catuno -quartiere per se, scrivere i creditori per alfabeto, e ordinò con certe -leggi penali, alla camera del papa obbligate, chi per modo diretto o -indiretto venisse contro a privilegio e immunità ch’avessono i danari -del monte. E ordinò che in perpetuo ogni mese, catuno creditore dovesse -avere e avesse per dono d’anno e interesso uno danaio per lira, e che i -danari del monte ad alcuno non si potessono torre per alcuna cagione, -o malificio, o bando, o condannagione che alcuno avesse; e che i detti -danari non potessono essere staggiti per alcuno debito, nè per alcune -dote, nè fare di quelli alcuna esecuzione, e che lecito fosse a catuno -poterli vendere e trasmutare, e così a catuno in cui si trovassono -trasmutati, que’ privilegi, e quell’immunità, e quello dono avesse il -successore che ’l principale. E cominciato questo gli anni di Cristo -1345, sopravvenendo al comune molte gravi fortune e smisurati bisogni, -mai questa fede non maculò, onde avvenne che sempre a’ suoi bisogni -per la fede servata trovava prestanza da’ suoi cittadini senza alcuno -rammaricamento: e molto ci si avanzava sopra il monte, accattandone -contanti cento, e facendone finire al monte altri cento, a certo -termine n’assegnava dugento sopra le gabelle del comune, sicchè i -cittadini il meno guadagnavano col comune a ragione di quindici per -centinaio l’anno. Essendo i libri e le ragioni mal guidate per i notai -che non gli sapeano correggere, e avevanvi commessi molti errori e -falsi dati, si ridussono in mano di scrivani uomini mercatanti che gli -correggessono, e corressono molto chiaramente a salvezza del comune e -de’ creditori, avendo al continovo uno notaio che facea carta delle -trasmutagioni per licenza del vero creditore, e poi gli scrivani gli -acconciavano in su’ registri del comune, levando dall’uno e ponendo -all’altro. Di questi contratti de’ comperatori si feciono in Firenze -l’anno 1353 e 1354 molte questioni, se la compera era lecita senza -tenimento di restituzione o nò, eziandio che il comperatore il facesse -a fine d’avere l’utile che il comune avea ordinato a’ creditori, e -comperando i fiorini cento prestati al comune per lo primo creditore -venticinque fiorini d’oro, e più e meno com’era il corso loro, -l’opinione de’ teologi e de’ legisti in molte disputazioni furono -varie, che l’uno tenea che fusse illecito e tenuto alla restituzione, -e l’altro nò, e i religiosi ne predicavano diversamente: que’ -dell’ordine di san Domenico diceano che non si potea fare lecitamente, -e con loro s’accostavano de’ romitani, e i minori predicavano che si -potea fare, e per questo la gente ne stava intenebrata. Era in questi -tempi in Firenze copia di maestri in teologia, fra i quali de’ più -eccellenti era maestro Piero degli Strozzi de’ frati predicatori, e -maestro Francesco da Empoli de’ minori; maestro Piero dicea che non -era lecito contratto, e predicavalo senza dimostrarne le ragioni -chiare; perchè maestro Francesco de’ minori avendo sopra ciò con grande -diligenza avute molte disputazioni con altri maestri in divinità, -e con dottori di legge e di decretali, al tutto chiarì, e tenne, e -predicò, e scrisse ch’era lecito, e senza tenimento di restituzione a -chi il facea, senza fare contro a sua coscienza; e le ragioni perchè -scrisse e mandò a tutte le regole, apparecchiato a mantenere quello -che predicato e scritto avea. Nondimeno i predicatori e’ loro maestri -non si rimossono della loro opinione, predicando che non si potea fare -lecitamente e senza restituzione; e della loro opinione non mostrarono -ragione, e contro alle scritte per maestro Francesco non contradissono -con alcuna ragione; e per questo a molti rimase in dubbio il detto -contratto, e molti l’ebbono per chiaro accostandosi alle ragioni del -maestro Francesco, e senza riprensione di loro coscienza vendevano e -comperavano, facendone traffico come d’un’altra mercatanzia. Se ’l -contratto si potea provare usurario, debito era a chi ’l predicava -di riprovare quello che si provava in contrario, per trarre la gente -d’errore; se lecitamente fare si poteva, considerato che gli uomini -sono cupidi a guadagnare, male era a recare loro in sospetto, e -contaminare le coscienze di quello che lecito era per non discrete -predicazioni. - - -CAP. CVI. - -_Di certe rivolture di tiranni di Lombardia, e di più cose per lo -tradimento di Verona_ - -Detto abbiamo poco addietro come il Gran Cane della Scala si tenea aver -perduta Verona per operazione del signore di Mantova, ed era contro a -lui forte inanimato per lo fallo ch’egli avea fatto; essendo con lui -nella lega s’era rotto dalla lega degli altri, e trattava d’allegarsi -coll’arcivescovo di Milano e col marchese di Brandimborgo per far -guerra coll’arcivescovo insieme contro a Mantova, e l’arcivescovo molto -vi venia volentieri, e furono le cose tanto innanzi, che per tutto -corse la voce ch’ell’era fatta. Il comune di Vinegia conoscendo che -questa discordia poteva tornare a grande pericolo del loro comune e -degli altri loro collegati lombardi, mandarono di loro assentimento al -Gran Cane solenni ambasciadori, per rivocarlo alla lega e compagnia -ch’aveano insieme, e far fare al signore di Mantova l’ammenda del suo -fallo; e seguendo gli ambasciadori solennemente quello che fu loro -commesso, operarono tanto, che ’l signore di Mantova fece l’ammenda -come messer Gran Cane volle, e per la stima del danno ricevuto diede -trentamila fiorini d’oro a messer Gran Cane, i quali promise, e pagò -poi per lui il comune di Vinegia, e il signore di Mantova ne diè loro -in guardia tre buone castella: e per questo modo fu fatta la pace, e -lasciati di prigione que’ di Mantova, e messer Gran Cane tornò alla -lega com’era in prima. Essendo raffermata la lega, ne’ porti di Mantova -si trovò in un dì molta mercatanzia di Milanesi e d’altri distrettuali -dell’arcivescovo, e perocchè a stanza dell’arcivescovo il signore di -Mantova s’era mosso a far quello onde gli era convenuto fare ammenda di -fiorini trentamila d’oro, di fatto fece arrestare tutto, e ripresesi -sopra i Milanesi e distrettuali dell’arcivescovo di più che non -restituì al signore di Verona, la qual cosa l’arcivescovo e’ suoi si -recarono a grande onta. - - -CAP. CVII. - -_Del processo della grande compagnia di fra Moriale della Marca._ - -Tornando alla nuova tempesta di fra Moriale e di sua compagnia, rimasi -nella Marca dopo la partita di messer Malatesta dall’assedio di -Fermo, cominciarono a cavalcare il paese e fare in ogni parte preda, -e vinsono per forza Mondelfoglio, e le Fratte, e san Vito, e sei -altre castelletta nel paese, e scorsono a Iesi, e rubarono i borghi -e predarono il paese. Appresso combatterono Feltrino e vinsonlo per -forza, e uccisonvi da cinquant’uomini, e perch’era pieno d’ogni bene -da vivere vi dimorarono un mese. E in fra questo tempo ebbono Monte -di Fano, e Monte di Fiore, e più altre castella d’intorno per paura -feciono i loro comandamenti. Per la fama delle grandi prede che faceva -la compagnia, molti soldati ch’aveano compiute le loro ferme, senza -volere più soldo traevano a fra Moriale, e assai in prova si facevano -cassare per essere con lui, ed egli li faceva scrivere, e con ordine -dava a catuno certa parte al bottino, e tutte le ruberie e prede -ch’erano venali facea vendere, e sicurava i comperatori, e facevali -scorgere lealmente, per dare corso alla sua mercatanzia. E ordinò -camarlingo che ricevea e pagava, e fece consiglieri e segretari con -cui guidava tutto; e da tutti i cavalieri e masnadieri era ubbidito -come fosse loro signore, e mantenea ragione tra loro, la quale faceva -spedire sommariamente. E così ordinati cavalcarono, e mutavano paese, e -vennono a Montelupone, il quale per paura s’arrendè loro, e stettonvi -venti dì; e raunata ivi la preda fatta nel paese e la sostanza -del castello, ogni cosa ne trassono senza far male agli uomini, e -cavalcarono alla marina e presono Umana, e combatterono Orivolo, e non -l’ebbono, e da Umana andarono sopra Ancona, e presono la Falconara -a patti salve le persone. E in que’ dì ebbono otto castella che -s’arrenderono loro in sull’Anconitano, fuggendo le persone, e lasciando -le terre e la roba alla compagnia. Appresso tornarono sopra Iesi, e per -forza ebbono Alberello ed un altro castello, e tutto recarono in preda, -e poi andarono a Castelficardo pieno di molta vittuaglia, e quello -combattendo vinsono per forza. E del mese di marzo presono il castello -delle Staffole pieno di molto vino, ed il Massaccio e la Penna. E per -tutto quel paese il residuo del verno sparsono la loro irreparabile -tempesta, rubando e uccidendo, e facendo ogni sconcio male a’ paesani, -e singolarmente più a’ sudditi di messer Malatesta, avendo delle sue -terre quarantaquattro castella in loro servaggio, e avendo stadico un -figliuolo del capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, per li soldi -che promessi aveano alla detta compagnia. - - -CAP. CVIII. - -_Come il legato prese Toscanella._ - -In quest’anno del mese di marzo, il cardinale di Spagna legato del papa -facendo guerra col prefetto di Vico, per trattato gli tolse Toscanella, -e questo fu il primo acquisto che il legato facesse contro a lui: -dappoi seguitarono le cose a maggiori fatti, come seguendo nostra -materia diviseremo. In questi dì, il marchese di Ferrara parendogli -essere debole nella nuova signoria, perchè Francesco marchese, il -quale si tenea dovere di ragione essere signore, gli s’era rubellato, -o che trovasse alcuno trattato nella città contro a se, o ch’egli il -contraffacesse, a che si diè più fede, cacciò di Ferrara de’ suoi -fratelli e alquanti de’ maggiori cittadini, confinandoli fuori del suo -distretto, e cominciò a stare più fornito di gente forestiera, e in -maggiore guardia. - - -CAP. CIX. - -_Come messer Malatesta si ricomperò dalla compagnia._ - -Essendo la compagnia di fra Moriale cresciuta di cavalieri e di -masnadieri, e nutricata il verno sopra le terre che distruggea, -messer Malatesta da Rimini, avvisato e provveduto in fatti di guerra, -considerando la gente della compagnia, e la loro troppa sicurtà -presa per non avere avversario, e il luogo dov’erano e il loro -reggimento, pensò, che dove i comuni di Toscana lo volessono atare, -ch’egli vincerebbe la detta compagnia; e non parendogli materia da -commettere ad ambasciadori, in persona venne a Perugia, e poi a Siena, -e appresso a Firenze, e mostrò a ciascun comune il pericolo che potea -loro venire di quella compagnia se contra loro non si riparasse, e -domandava a catuno comune aiuto di gente d’arme, e dove dato gli -fosse, con ottocento barbute di buona gente ch’egli avea da se, e col -suo popolo e col vantaggio ch’avea intorno a loro delle sue terre, -promettea di rompere e di sbarattare la compagnia in breve tempo; -e questo dimostrava per vere e manifeste ragioni; ma catuno comune -avendo la tempesta da lungi se ne curava poco. I Perugini che furono -prima richiesti, dissono, che in ciò seguiterebbono la volontà de’ -Fiorentini, e in questo modo risposono anco i Sanesi. E venuto messer -Malatesta colle lettere de’ detti comuni a Firenze, i Fiorentini udita -la sua domanda gli diedono dugento cavalieri, i quali menò con seco -fino a Perugia. I Perugini e’ Sanesi non vollono attenere la loro -promessa, e però i cavalieri de’ Fiorentini si tornarono addietro. -Messer Malatesta vedendosi abbandonato dall’aiuto de’ comuni di -Toscana, e che tempo era che la compagnia potea procacciare altrove, -trattò con loro, e venne a concordia di dare fiorini quarantamila d’oro -alla compagnia, parte contanti, e degli altri li sicurò, dando loro per -istadico il figliuolo, e si partirono del suo distretto, e promisono -di non tornarvi infra certo tempo. E fatto l’accordo, e partita -la compagnia, messer Malatesta cassò quasi tutti i suoi soldati, -i quali di presente s’aggiunsono alla compagnia; la quale essendo -molto cresciuta di baroni, e di conti e di conestabili, si cominciò a -chiamare la gran compagnia, e tribolando la Marca, e la Romagna, e il -Ducato, innanzi che di là si partissono rifermarono la loro compagnia -per certo tempo, e tutti la giurarono nelle mani di messer fra Moriale. -E benchè fra loro fossono grandi baroni alamanni, tutti vollono che il -titolo della compagnia, e la capitaneria fosse in messer fra Moriale, -ma dieronli quattro segretari de’ cavalieri, che l’uno fu il conte di -Lando, e un barone di gran seguito ch’avea nome Fenzo di... e il conte -Broccardo di.... e messer Amerigo del Canaletto; e de’ masnadieri -quattro conestabili italiani. In costoro era la deliberazione -dell’imprese e il segreto consiglio, e feciono altri quaranta -consiglieri, e un tesoriere a cui venia tutta l’entrata delle loro -prede, e questi pagava e prestava a’ comandamenti del capitano. Dato -l’ordine, il capitano era ubbidito da tutti come fosse l’imperadore, e -facea la notte cavalcare di lungi dal campo venticinque o trenta miglia -ov’egli comandava, e il dì tornavano con grandi prede, e ogni cosa -fedelmente rassegnavano al bottino. E perocchè quasi quanti conestabili -avea in Italia al soldo de’ signori e de’ comuni aveano parte di loro -masnade nella compagnia, erano sì baldanzosi, che di niuna gente di -soldo temeano, e però tutti i comuni minacciavano se non dessono loro -denari di venire sopra loro. E mandarono ambasciadori nel Regno, ed -ebbono promissione dal re Luigi di quarantamila fiorini d’oro, i -quali non mandò loro, di che cari gli feciono poi costare. Ebbono dal -capitano di Forlì e da Gentile da Mogliano trentamila fiorini d’oro, e -da messer Malatesta quarantamila. Ed essendo richiesti dall’arcivescovo -di Milano di volerli conducere a suo soldo contro alla lega, e da -quelli della lega contro all’arcivescovo, catuno teneano in speranza e -con niuno si fermavano, e anche teneano trattato col prefetto di Vico -contro al legato, e però non si potea sapere che dovessono fare, e -molto manteneano bene loro credenza. E in fine del mese di maggio 1354 -se ne vennono a Fuligno, e dal vescovo ebbono mercato d’ogni vittuaglia -abbondevolmente. Lasceremo ora la gran compagnia che n’è assai detto, e -non senza debita scusa, per la grande e pericolosa novità che ne seguì -in Italia, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare. - - -CAP. CX. - -_D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze._ - -In questo verno del detto anno nacque in Firenze nel popolo di san -Piero Maggiore un fanciullo maschio figliuolo d’uno de’ maggiori -popolari di quello popolo, ch’avea tutte le membra umane dal collo -a’ piedi, e il viso suo non avea effigie umana; la faccia era tutta -piana senza bocca, e avea un foro per lo quale messo lo zezzolo della -poppa traeva il latte, e poppava, e nella superficie della testa al -diritto, sopra dove doveano essere gli occhi avea due fori: e’ vivette -più giorni, e fu battezzato, e seppellito in san Piero Maggiore. E -poco appresso una gentile donna moglie d’un cavaliere avendo fatto un -fanciullo un mese dinanzi, partorì un’altra materia di carne a modo -d’un cuore di bue, di peso di libbre quindici, con alcuni dimostramenti -ma non chiari d’effigie umana, senza distinzione di membri, e come -questo ebbe partorito, incontanente morì la donna. - - -CAP. CXI. - -_Come furono cacciati i guelfi di Rieti e da Spoleto._ - -De mese d’aprile, del detto anno 1354, i guelfi di Rieti avendo il -governamento della città, e podestà e capitano dal re Luigi, montati -in superbia per animo di parte oltraggiavano i ghibellini di quella -terra, e tanto montarono gli oltraggi, ch’e’ guelfi mossono romore per -cacciare i ghibellini, e catuna parte fu sotto l’arme, e di cheto senza -fare altra novità s’acquetarono a quella volta; e nondimeno catuna -parte rimase in gran sospetto e riguardo l’uno con l’altro, e in questo -modo erano stati lungamente. Avvenne che i guelfi, avendo a loro stanza -gli uficiali della terra, con ordine fatto, una domenica mattina a dì -20 d’aprile subito presono l’arme e corsono alla piazza, gridando: -muoiano i ghibellini. I cittadini di quella parte temendo del subito e -non pensato romore, francamente s’armarono e corsono alla piazza per -difendersi, e quivi cominciò aspra e crudele battaglia, e senza alcuno -riguardo uccideva e fediva l’uno l’altro, e durò assai, che niuno -perdeva di suo terreno; in fine ghibellini disperati di loro salute -ruppono una barra incatenata che gli dividea da’ guelfi, e con grande -empito d’amaro cuore assalirono i guelfi per sì fatto modo, che gli -ruppono, e senza ritegno gli seguitarono uccidendone quanti giugnere ne -poteano. E in questa rotta furono morti venticinque cittadini di nome -e assai più degli altri, e molti per campare si gittarono nel fiume, e -sommersi annegarono in quello. I ghibellini seguendo loro avventurato -caso cacciarono i rettori che v’erano per lo re Luigi, e rimasi signori -della città riformarono il reggimento di quella a loro volontà, e per -questa novità di Rieti furono cacciati di Spoleto i caporali guelfi che -v’erano, ma non con battaglia nè a furore di popolo. - - - - -LIBRO QUARTO - -_Comincia il quarto libro, e prima il Prologo._ - - -CAPITOLO PRIMO. - -Assai si può alcuna volta comprendere per gli effetti delle cose -mondane, che il senno aggiunto alla nobiltà dell’animo, all’altezza -dello stato, alla ricchezza e potenza reale, operato con piena -provvidenza, fornito e apparecchiato di grandissime forze, non puote -pervenire nè acquistare, eziandio con sommo studio e con lieve -resistenza quelle cose che con giusta causa l’appetito ha richiesto, le -quali, volto il tempo pochi anni, e mutato il principe per successione, -con certo mancamento di tutte le predette cose, per altre non -provvedute vie della variata fortuna, trovarsi lievemente vittorioso in -quelle. Onde presumere certa confidenza di se, per senno, o per virtù, -o per potenza, alcuna volta con grave turbazione d’animo si trova -ingannato; perocchè non è in potestà degli uomini il consiglio e la -volontà di Dio. E avendoci già condotta la sua materia al cominciamento -del quarto libro, alcuno certo e manifesto esempio alle predette cose -in prima ci s’offera a raccontare. - - -CAP. II. - -_Comparazione dal re Ruberto al re Luigi._ - -Manifesto fu appresso la morte del re Ruberto di Gerusalemme e di -Cicilia, il quale avea regnato trentatrè anni e mesi, il cui pari ne’ -suoi tempi tra’ principi de’ cristiani non si trovò di sapienza e -d’intelletto, in virtù e in vita onesta, e in adornamento di bellissimi -costumi, pieno di ricchezze, fornito di grande e nobile cavalleria di -suoi baroni e sudditi, apparecchiato di navili sopra gli altri signori, -avendo dirizzato l’animo con sommo studio a racquistare l’isola di -Cicilia, la quale di ragione s’apparteneva alla sua signoria come -principale membro del suo reame, con continovi trattati, con spessi e -diversi assalimenti, con generali armate, guidate dalla sua persona, -e dal figliuolo e da altri, di centoventi e di centosessanta galee, -con molto altro navilio per volta e di più e di meno, con duemila e -più cavalieri per armata alcuna volta e popolo senza numero, per molti -anni cercato di racquistare la detta isola, o d’avere alcuna terra -o porto in quella per potere alquanto appagare l’animo suo, la qual -cosa fatta mai non gli venne con alcuna perfezione; e il re Luigi -suo nipote intitolato di quel medesimo regno da santa Chiesa, povero -d’avere e di consiglio, e non ubbidito da’ suoi regnicoli, impotente di -gente d’arme, mal destro a potere reggere o guardare il suo reame, non -che avesse potuto cercare a racquistare suo reame della Cicilia, non -sufficiente d’armare dieci galee, nè di reprimere un solo suo barone -a quel tempo; ma le divisioni e sette crudeli e mortali de’ baroni -dell’isola, Catalani e Italiani, come già è detto, aveano a tanto -condotto l’isola, che di gran parte fu fatto signore, come appresso -racconteremo. - - -CAP. III. - -_Come gran parte dell’isola di Cicilia venne all’ubbidienza del re -Luigi._ - -Avendo raccontato addietro molte volte del male stato dell’isola di -Cicilia, al presente ci occorre a dire come per la detta cagione don -Luigi figliuolo di don Pietro, a cui s’appartenea d’essere signore, -avea trattato accordo col re Luigi, ed erano venuti a concordia che -si dovesse nominare re di Trinacria, e riconoscere la Cicilia dal re -Luigi e fargliene omaggio, e dargliene ogni anno certa somma sopra il -censo della Chiesa per suo omaggio; e a questo s’erano accordati, ma -non aveano ancora piuvicata la pace nè fatte l’obbligazioni. In questo -stante, il conte Simone di Chiaramonte capo della setta degl’Italiani, -il quale aveva in sua forza molte città e castella dell’isola, avendo -anche lungamente tenuto trattato col re Luigi acciocchè la concordia -del re non si facesse, pervenne al suo trattato con l’opere. Ed essendo -allora l’isola in gran fame, promise a’ suoi soccorso di vittuaglia e -forte braccio alla loro difesa: i popoli per l’inopia gli assentirono, -e il re Luigi si fermò con lui. E facendo suo isforzo, mandò messer -Niccola Acciaiuoli grande siniscalco, ch’era stato menatore di questo -trattato, con cento cavalieri e con quattrocento fanti di soldo in su -l’isola, con sei galee e due panfani, e tre legni di carico, e trenta -barche grosse cariche di grano e d’altra vittuaglia. Prima fu dato -loro il forte castello di Melazzo, ove lasciò cinquanta cavalieri e -cento fanti, e appresso con tutto il navilio e col resto della gente -dell’arme se n’andò a Palermo, e con gran festa fu ricevuto da’ -Palermitani, che per fame più non aveano vita, e prese la signoria -della città di Palermo e la guardia del castello con quella gente -ch’egli avea, e delle castella e del suo distretto. E incontanente -le sette degl’Italiani fece rubellare a don Luigi e alla parte de’ -Catalani, e seguirono quelli di Chiaramonte, dandosi al re Luigi la -città di Trapani, e quella di Saragozza, Girgenti, la Licata, Mazzara, -Marsala, Castro Gianni, e molte altre terre e castella, che in tutto -furono tra città e buone terre e castella centododici, alle quali il -detto re Luigi per povertà di gente e di danari non potè mandare aiuto -d’alcuna forza di gente d’arme oltre a quella ch’era in Palermo e in -Melazzo; ma tanta era l’impossibilità dell’altra parte, che la cosa -rimase senza movimento di altra gente alcuno tempo. Alla parte del -re Luigi rispondeva la Calabria, portando loro vittuaglia ond’elli -aveano gran bisogno, e questo gli sostenea in fede col detto re Luigi. -È vero che fu biasimato di non avere tenuto fede a don Luigi del -trattato ch’avea fatto con lui per pace dell’isola, e la scusa del re -fu, dicendo, che non gli avea attenuti i patti. Il vero rimase nel -suo luogo, e il fatto seguì come narrato abbiamo. Questa novità fu -nell’isola a dì 17 d’aprile 1354. - - -CAP. IV. - -_Come l’arcivescovo cominciò guerra contro a’ collegati di Lombardia._ - -Vedendo l’arcivescovo di Milano che il comune di Vinegia avea rannodata -e riferma la lega tra i Lombardi, innanzi che fossono forniti di -gente d’arme, essendone egli a destro, fece muovere da Parma duemila -barbute e gran popolo e scorrere infino a Modena, per tornare addietro -e assediare Reggio; e nel Modenese trovarono cavalieri della lega -ch’andavano a Reggio i quali tutti presono. E tornati a Reggio, -l’assediarono del detto mese d’aprile, e all’assedio stettono poi -lungamente con più bastite, e quelli della lega per lungo tempo non -ebbono podere di levarlone; ma la città sostennono e difesono, sicchè -non l’ebbe. - - -CAP. V. - -_Come il re d’Ungheria passò con grande esercito contra un re de’ -Tartari._ - -In quest’anno e in questo medesimo tempo, Lodovico re d’Ungheria -accolse suo sforzo, e di quello di Pollonia e di quello di Prosclavia -suoi uomini, e apparecchiato grande carreggio di vittuaglia, con -dugento migliaia di cavalieri andando quindici dì per luoghi diserti -con grande travaglio, passò nel reame d’un gran re della gesta de’ -Tartari. E giunto nel reame di colui, essendo per cominciare a fare -danno nel paese, il re di quello paese, ch’era assai giovane, mandò -pregando quello d’Ungheria che gli desse licenza che con poca compagnia -potesse venire a lui sicuramente, e impetrata la licenza, venne a lui -con cento baroni molto adorni riccamente apparecchiati; e fatta la -riverenza, domandò il re d’Ungheria perchè egli era venuto con forza -d’arme nel suo reame, e quello ch’e’ volea da lui. Il re gli disse, -ch’era venuto sopra lui perchè non era cristiano, e che volea tre cose: -la prima, che divenisse cristiano con la sua gente: la seconda, che lo -riconoscesse per suo maggiore: la terza, che in segno d’omaggio gli -desse ogni anno certo tributo, ed egli sarebbe suo protettore. E il -giovane disse: vedi re d’Ungheria, la mia forza è troppo maggiore della -tua, solo del mio reame senza l’aiuto de’ miei maggiori; e faccioti -certo, che condotto se’ in parte, che s’io volessi gran vittoria potrei -averla di te e della tua gente: ma perocch’io ho animo di divenire -cristiano, accetto di volere fare le tue domande, e intendo di farle -a tempo col tuo aiuto e del papa; e rimasi in concordia, fece grande -onore al re d’Ungheria, e accompagnollo fino a’ confini del suo reame. -Ma in quello venire, per invidia i grandi baroni d’Ungheria non gli -feciono onore, per impedire che il loro re per l’acquisto di costui non -divenisse grande di soperchio, e fu materia di grande sconcio del buon -volere ch’aveva il re de’ Tartari, e dell’intenzione del re d’Ungheria. - - -CAP. VI. - -_De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi in Cipri._ - -In quest’anno abbondarono in Barberia, a Tunisi e nelle contrade vicine -tanta moltitudine di grilli che copersono tutto il paese, e rosono e -consumarono tutte l’erbe vive che trovarono sopra la terra, e del puzzo -che uscia della loro corruzione si corruppe tanto l’aria del paese, -che ne seguitò grande mortalità negli uomini, e gran fame a tutta la -provincia. E questa medesima pestilenza di grilli nel seguente anno -occupò l’isola di Cipri per sì sconcio modo, che le strade e i campi -n’erano pieni, alti da terra un mezzo braccio e più, e guastarono ciò -che v’era di verde. E per cessare la pestilenza della loro corruzione -il re fece per decreto, che ogni uomo grande e popolare, barone e -prelato, cittadino e contadino, ne dovesse rassegnare certa misura -agli ufficiali eletti sopra ciò per lo re, i quali feciono fare per -campi grandi fosse, ove gli metteano e ricoprivano. E per questa legge -i villani si dispuosono a fare loro civanza, e patteggiarono con gli -uomini ch’aveano a fare il servigio che comandato e imposto gli era, -e aveano della misura certo prezzo, e rassegnavanli per nome di colui -che gli avea pagati agli uficiali deputati sopra ciò, i quali teneano -il conto di catuno; e durò questa maladizione in quell’isola parecchi -anni. Con tutto l’argomento che fu utilissimo ad alleggiare i campi e -cessare la corruzione, fu grande noia e confusione a tutto il paese. - - -CAP. VII. - -_D’una notabile maraviglia della reverenza, della tavola di santa Maria -in Pineta._ - -Essendo per influenza di costellazione e di segni avvenuti in cielo -in quest’anno continovato tre mesi o più, nel tempo che le biade -hanno maggiore bisogno delle piove, continovato secco, erano quelle -già in tutta Toscana aride e in estremi, da sperare sterilità e -fame: i Fiorentini temendo di perdere i frutti della terra ricorsone -all’aiutorio divino, facendo fare orazioni e continove processioni -per la città e per lo contado, e quante più processioni si faceano -più diventava il dì e la notte sereno il cielo. I cittadini vedendo -che questo non giovava, con grande divozione e speranza ricorsono -all’aiuto di nostra Donna, e feciono trarre fuori l’antica figura di -nostra Donna dipinta nella tavola di santa Maria in Pineta, e a dì 9 di -maggio 1354, fatto apparecchiamento per lo comune di molti doppieri, e -mosso il chericato con tutte le religioni, col braccio di messer san -Filippo apostolo, e con la venerabile testa di san Zanobi, e con molte -altre sante reliquie, quasi tutto il popolo uomini e donne e fanciulli, -co’ priori e con tutte le signorie di Firenze, sonando le campane del -comune e delle chiese a Dio lodiamo, andarono incontro alla detta -tavola infino fuori della porta di san Piero Gattolino: e la detta -tavola guardavano e conducevano quelli della casa de’ Buondelmonti -padroni della detta pieve reverentemente con gli uomini del piviere. E -giunto il vescovo con la processione, e con le reliquie e col popolo -alla santa figura, con grande reverenza e solennità la condussono -fino a san Giovanni, e di là fu condotta a san Miniato a Monte, e poi -riportata nel suo antico luogo a santa Maria in Pineta. Avvenne, che in -quella giornata continovando la processione il cielo empiè di nuvoli, -e il secondo dì sostenne il nuvolato, che per molte volte prima s’era -continovo per la calura consumato, il terzo dì cominciarono a stillare -minuto e poco, e il quarto a piovere abbondantemente, e conseguì l’uno -dì appresso l’altro sette dì continovi un’acqua minuta e cheta che -tutta s’impinguava nella terra, in singolare e manifesto beneficio di -quello che bisognava a racquistare le biade e’ frutti; e non fu meno -mirabile dono di grazia per l’ordinata e utile piova, che per la piova -medesima. Avvenne, che dove si stimava sterilità grande per la ricolta -prossima a venire, conseguì ubertosa di tutti i beni che la terra -produce. - - -CAP. VIII. - -_Come il vicario di Bologna mando l’oste sopra Modena con due quartieri -di Bologna._ - -Essendo cominciata la guerra tra l’arcivescovo e la lega de’ Lombardi, -messer Giovanni da Oleggio vicario dell’arcivescovo nella città di -Bologna, a dì 11 di maggio del detto anno, mandò sopra la città di -Modena ottocento cavalieri di soldo, e due quartieri di Bologna, -i quali v’andarono sforzati e di mala voglia; e da Parma vi mandò -l’arcivescovo duemila barbute; e giunti a Modena corsono il paese, -ardendo e guastando il contado, e poi si puosono ad assedio alla città -molto di presso. Ed essendovi stati fino all’uscita di maggio, temendo -della gran compagnia di fra Moriale ch’era in Toscana, e davano voce -d’andare a Bologna, subitamente abbandonarono l’assedio, e sconciamente -con alcuno danno tornarono a Bologna e a Parma, avendo a’ Modenesi -fatto danno assai. - - -CAP. IX. - -_Come il legato e i Romani guastarono il contado di Viterbo._ - -Del detto mese di maggio, del detto anno, vedendo il legato la -contumacia e la malizia del prefetto da Vico, e che la sua superbia -ogni dì montava in vergogna di santa Chiesa, provvide che contro a -lui bisognava altre operazioni che suono di campane e fumo di candele -spente. E però accolse gente d’arme, tanto ch’ebbe milletrecento -cavalieri di soldo, e richiese il popolo di Roma per fare il guasto -sopra la città di Viterbo, i quali Romani per grande animo ch’aveano -di fare danno a’ Viterbesi, essendo la gente del legato sopra Viterbo, -vi mandarono diecimila uomini, e aggiunti con le masnade del legato, -in pochi dì feciono assai gran danno intorno a Viterbo. E saziata in -parte la volontà del popolo romano si tornarono a Roma: e il legato -abbattuto alcuna parte dell’orgoglio del prefetto, e conturbato l’animo -de’ cittadini contro al tiranno, se ne tornò con la sua gente a -Montefiascone senza alcuno impedimento. - - -CAP. X. - -_Come il prefetto s’arrendè al legato liberamente._ - -Il legato del papa avendo fatto guastare intorno a Viterbo, seguendo -d’abbattere il prefetto, sentendolo in Orvieto vi cavalcò con tutta la -sua gente d’arme, e pose l’assedio alla città strignendola intorno con -più battifolli, facendo correre ogni dì infino alle porti. Il prefetto -che v’era dentro mal veduto da’ cittadini, ed avea cercato di volere -dare per moglie la figliuola sua al fratello di fra Moriale con gran -dote per avere aiuto della sua compagnia, e averne perduta la speranza -d’ogni altro soccorso, si pensò per l’odio che i cittadini d’Orvieto e -di Viterbo gli portavano che un dì a furore di popolo sarebbe morto o -dato preso al legato, e tosto gli sarebbe venuto fatto per la piccola -forza che da se avea, e perchè gli Orvietani erano guelfi e uomini di -santa Chiesa, e mal volontieri sosteneano l’assedio, per la qual cosa -come uomo savio e avveduto de’ casi del mondo, non sapendo vedere altro -rimedio a’ fatti suoi, si dispose a volere accordo col legato, e per -questo acchetò gli animi de’ cittadini; e incontanente mandò al comune -di Perugia che mandassono alcuno ambasciadore al legato, che per le -loro mani voleva fare l’accordo con lui. Il comune vi mandò solenni -ambasciadori a ciò fare, ma il legato altre volte ingannato da lui e -da’ suoi baratti non li volle udire, e con ogni sollecitudine stringeva -la terra più l’un dì che l’altro, e a niuno patto si voleva recare -col prefetto. E stringendo la paura il prefetto, mandò il figliuolo -al legato dicendo, che gli piacesse venire per la città, e ricevere -il prefetto senza alcuno patto alla sua misericordia. L’altra mattina -venne il legato colla sua gente a Orvieto, e il prefetto a piede con -molti cittadini gli venne incontro fuori della città bene un miglio, e -giunto a lui, si gittò a’ piedi del cavallo ginocchione domandandogli -misericordia, rendendo se e tutte le terre che teneva di santa Chiesa -alla sua volontà. Il legato il fece stare alquanto ginocchione, e -poi gli comandò che montasse a cavallo, e montato dietro a lui se -n’entrarono in Orvieto, ove il legato fu ricevuto con grande festa e -allegrezza da’ cittadini. E appresso mandò il legato a Viterbo, e fugli -renduta la città e le castella, e così tutte l’altre terre che tenea -il prefetto, e il prefetto e ’l figliuolo rimasono appresso del legato -col loro patrimonio, e oltre a ciò gli diè il legato per certo tempo la -signoria della città di... terra di buona rendita per la pastura delle -bestie. - - -CAP. XI. - -_Come il popolo di Bologna si levò a romore per avere loro libertà, e -fu in maggiore servaggio._ - -Del mese di giugno del detto anno, messer Giovanni da Oleggio vicario -di Bologna essendo assicurato de’ fatti della compagnia intendeva -di riporre l’oste a Modena, e fece comandamento a due quartieri -di Bologna che s’apparecchiassono dell’armi, e a mille uomini di -catuno degli altri due quartieri, per andare nell’oste a Modena. I -cittadini si gravavano di questo fatto per due cagioni, l’una, perchè -parea loro troppo aspro servaggio essere mandati nell’oste a modo di -soldati senza soldo, e l’altra, che que’ di Modena erano loro vicini -e antichi amici. E però venuto il termine assegnato, il signore fece -sollecitare la gente co’ suoi bandi e stormeggiare le campane, ma -però niuno s’armava o facea vista di volere andare, e reiterati i -bandi con grandi pene, cominciò il popolo a mormorare, e appresso a -dolersi l’uno con l’altro nelle vie e nelle piazze. In questo stante -cominciarono alcuni a gridare popolo popolo; e udito il romore catuno -prese l’arme, e gran parte del popolo trasse a casa i Bianchi. Il -dì era venuto da ricoverare loro franchigia: perchè sentendo messer -Giovanni da Oleggio il popolo armato contro a se impaurì sì forte, -che non sapea che si fare, e racchiusesi nel suo castello. I soldati -forestieri non faceano resistenza al popolo armato e commosso, e gran -parte avrebbe seguito il popolo per paura di loro; nondimeno per non -essere morti nè rubati nella terra, si ridussono e ingrossavano alla -fortezza del tiranno, essendo il popolo a casa i Bianchi. Messer Iacopo -uomo di grande autorità, pro’ e ardito, capo di quella casa, montato a -cavallo armato, e inviato verso la piazza col popolo, ove non avrebbe -trovato contasto, che non v’era, e il popolo avrebbe preso ardire, e -cacciato il tiranno, e assediatolo nel castello e presolo, che non -v’era rimedio, e quella città tornava in libertà, ma non erano ancora -puniti i loro peccati. E però avvenne, che andando messer Iacopo de’ -Bianchi col popolo infocato verso la piazza, il genero di messer Iacopo -gli si fece incontro maliziosamente, ch’era de’ rientrati in Bologna, -e amava il tiranno, e con mendaci parole gli mostrò, che l’andare alla -piazza era di gran pericolo a lui e al popolo. Il cavaliere invilì -dando fede alle parole del genero, e diè la volta, e tornossi a casa, e -il popolo perdè e raffreddò il furore, e cominciò catuno ad abbandonare -le vie e le piazze ov’erano ragunati per le vicinanze, e tornarsi -alle proprie case. Il Bocca de’ Sabatini e altri di nuovo tornati -in Bologna per paura de’ loro avversari cittadini presono l’armi, e -montarono a cavallo e andarono al tiranno, dicendo, che ’l furore del -popolo era tornato in paura, e che avendo le sue masnade a cavallo e a -piè correrebbono la terra senza trovare contasto. Il tiranno vedendo -questi cittadini prese ardire, e diè loro cavalieri e masnadieri, e -rimasesi nel castello in buona guardia. Costoro corsono la terra, -gridando, viva il capitano, e in niuna parte trovarono resistenza o -contasto, ma vilissimamente i cittadini posono giù l’armi. Il signore -ripreso l’ardire sentendo disarmato il popolo, mandò sue genti a casa -i Bentivogli capo de’ beccari, ch’erano di gran podere nel popolo, e -presine alquanti di loro fece rubare le case, e gli altri si fuggirono. -Appresso mandò e fece pigliare messer Iacopo de’ Bianchi e un altro suo -consorto, e molti altri grandi cittadini, e senza troppa dilazione o -processi fece a messer Iacopo e al consorto tagliare la testa: e questo -gli avvenne per voler credere al consiglio del genero più che alla sua -apparecchiata salute e del suo popolo; appresso fece decapitare uno -de’ Gozzadini valente uomo, e a più de’ Bentivogli e ad altri grandi -popolani, che in tutto a questa volta furono trentadue, e molti ne -ritenne in prigione, de’ quali parte ne condannò in danari, e un’altra -a’ confini come a lui piacque. E avendosi cominciato a involgere nel -cittadinesco sangue, divenne crudele e di maggiore furore contro a’ -suoi sudditi; onde i cittadini temeano sì forte, che non ardivano a -pena nelle loro case a favellare. Nondimeno per lo caso avvenuto, a -lui entrò tanta paura in corpo, che molti mesi stette rinchiuso nel -castello, e continuava ad accrescere gente, e fare maggiore guardia -nella città, e i cittadini tenea sotto più aspro giogo, come leggendo -si potrà trovare. - - -CAP. XII. - -_Come fu tolta l’arme al popolo di Bologna._ - -Pochi dì appresso il tagliamento de’ cittadini di Bologna, il tiranno -mandò per la città che in fra certi dì a venire catuno cittadino -di Bologna portasse tutte le sue armi nella chiesa di san Piero, e -rassegnassele agli uficiali che sopra ciò avea deputati, sotto certa -pena a chi nol facesse: il vile popolo, che l’armi non avea saputo -adoperare per sua salute, con tanta fretta le portò alla chiesa, -che gli uficiali deputati a riceverle non poteano comportare la -calca. E il tiranno conosciuti gli uomini tornati peggio che pecore -per la loro codardia gli trattò aspramente, e fece due quartieri di -Bologna costringere ad andare alle loro spese nell’oste senz’arme, -e là dovessono stare quindici dì, tanto che gli altri due quartieri -gli andassono a scambiare, e di presente fu ubbidito, andandovi ogni -maniera di gente con le mazze in mano; e quando gli ebbe così mossi, -mutò proposito temperando la crudeltà in avarizia, e fece ordine che -chi non vi volesse andare pagasse lire tre di bolognini per gita di -quindici dì; e costrinse tutta la città con certo ordine penale, che -chi non osservasse catuno dovesse manicare pane di gabella, il quale -facea fare aspro e forte, nè altro pane non s’osava fare nè cuocere -nella terra, ond’egli traeva molti danari. E allora avendo tra di que’ -di Bologna e che gli mandò l’arcivescovo duemila cavalieri e popolo -assai, da capo ripose l’assedio alla città di Modena, e i Modenesi -essendo forniti di cavalieri e di pedoni alla guardia, e d’abbondanza -di vittuaglia, si stavano a guardare le mura, attendendo il soccorso di -quelli della lega. - - -CAP. XIII. - -_Come il legato ebbe la città d’Agobbio._ - -Di questo mese di giugno del detto anno, ragunatisi insieme gli -usciti d’Agobbio con loro amistà per andare a guastare il contado -d’Agobbio, richiesono il legato d’aiuto; il legato comandò loro che -non si movessono senza suo comandamento, dicendo, che non sarebbe -onore di santa Chiesa ch’egli assalisse prima la città ch’egli la -trovasse in colpa di disubbidienza o di ribellione: e però incontanente -fece formare processo contro a Giovanni di Cantuccio il quale -tirannescamente avea occupata quella terra, e mandogli comandando -che restituisse la città d’Agobbio a santa Chiesa senza dilazione, -altrimenti aspettasse la sentenza contro a se, e l’oste sopra la -città senza indugio. Giovanni sentendosi povero di danari, e senza -gente d’arme da potersi difendere, e odiato da’ cittadini dentro, e -senza speranza di soccorso di fuori, e vedendo il legato potente e -vittorioso, prese partito, e rispose, ch’era apparecchiato a ubbidire, -e così fece; e il legato mandò a prendere la guardia e la signoria -della città il conte Carlo da Doadola, e fecevelo suo vicario, il quale -con pace fu ricevuto nella città a grande onore. E presa la signoria -della terra vi rimise gli usciti senza niuno scandalo, salvo messer -Iacopo Gabbrielli come gli fu imposto, perocch’era grande e sentia del -tiranno. Giovanni si presentò al legato, e rimase appresso di lui, e -messer Iacopo ch’era suo nemico stando fuori d’Agobbio prendea sue -civanze nelle rettorie, malcontento di non potere ritornare in Agobbio. -La città fu riformata in libertà del popolo al governamento di santa -Chiesa, come per antico si solea governare. - - -CAP. XIV. - -_Come i Perugini non tennono fede a’ Fiorentini e’ Sanesi._ - -Tornando nostra materia a’ fatti della compagnia di fra Moriale la -quale avea vernato nella Marca, temendo i comuni di Toscana ch’ella -non si stendesse sopra loro sprovveduti, s’accolsono insieme a -parlamento per loro ambasciadori, il comune di Firenze, e di Perugia, -e quello di Siena, e feciono e fermarono lega e compagnia contro la -detta compagnia, e taglia di tremila cavalieri; e perocch’ell’era -più vicina a Perugia, i Fiorentini mandarono la maggior parte de’ -cavalieri che toccava loro della taglia, e metteano in concio di -mandare loro il rimanente, e così aveano fatto i Sanesi, per riparare -ch’ella non entrasse in Toscana. In questo tempo, del mese di giugno -del detto anno, la compagnia fu a Fuligno, e senza fare danno, ebbono -dal vescovo che n’era signore derrata per danaio, e licenza d’entrare -nella città senz’arme chi volea panni, o arnese o armadure comperare, -e ivi si rifornirono d’armadure e di molte altre cose di che aveano -grande bisogno. E stando ivi, mandarono cautamente per rompere la lega -loro ambasciadori a Perugia, dicendo, che gli aveano per amici, e non -intendeano di volere da loro se non vittuaglia derrata per danaio, -e il passo per lo loro terreno. I Perugini vedendosi potere levare -la compagnia da dosso senza loro danno, ruppono la fede della lega -promessa a’ Fiorentini e a’ Sanesi, e senza significare loro alcuna -cosa, o rimandare addietro i cavalieri a’ detti comuni ch’aveano -della taglia, s’accordarono con la compagnia, e diedono il passo e la -vittuaglia abbondantemente. Messer fra Moriale vedendosi avere rotta -la lega de’ comuni, baldanzosamente venne verso Montepulciano con la -sua compagnia, e prese la via per Asciano, ed entrò molto subitamente -nel contado di Siena, predando e pigliando uomini e bestiame. I -Sanesi vedendo la compagnia sul loro contado non attesono alla lega -ch’avessono co’ Fiorentini, nè a domandare loro aiuto o consiglio, ma -di presente elessono de’ loro cittadini ch’andassono a fra Moriale e -agli altri maggiori della compagnia a prendere accordo con loro, i -quali di presente promessono a’ caporali in segreto per le loro persone -fiorini tremila d’oro, e in palese per la compagnia ne promisono -tredicimila, e la vittuaglia derrata per danaio, e il passo per lo -loro terreno. Questa è la fede che ora e molte altre volte il comune -di Firenze ha trovata nelle leghe o compagnie c’ha fatto co’ suoi -vicini, che trovando loro vantaggio lo s’hanno preso. E dolendosene -poi il comune di Firenze a Perugia e a Siena, hanno risposto, che il -comune di Firenze non dee guardare a’ loro difetti, ma avere senno -e per se e per loro. Siamo contenti di ricordarlo qui e altrove per -esempio di quello che ancora ne potrà avvenire. Fornito per lo comune -di Siena il pane che domandarono, e dati de’ loro cittadini a conducere -la compagnia, presa la via per Monte a san Savino, condussonli in sul -contado d’Arezzo. E non trovando con gli Aretini modo d’avere danari, -s’accordarono con loro d’avere panno e vestimento, e calzamenti e vino -per li loro danari, perocchè n’aveano grande bisogno, e sicurarono -il contado, e senz’arme entrarono nella terra per le dette cose; non -riguardando però le biade de’ campi per li loro cavalli, nè l’altre -cose che potessono giugnere, senza fare gualdane o saccomanno. - - -CAP. XV. - -_Come procedettono i rettori di Firenze in questa sopravvenuta tempesta -della compagnia di fra Moriale._ - -In questo tempo si trovò fornito il comune di Firenze al priorato -d’uomini senza sentimento di virtù, golosi e sopra ogni sconvenevolezza -corrotti nel bere, e massimamente de’ nove i sei. Costoro disordinati -in se, non sapeano provvedere al soccorso del comune; tuttavia per -gli altri collegi fu provveduto in fretta di fare lega e compagnia -co’ Pisani, per prendere riparo contro alla compagnia, e dovea il -comune di Firenze avere in taglia milledugento cavalieri, e i Pisani -ottocento. E fatta la lega, catuno avea quasi il novero de’ suoi -cavalieri. La compagnia essendo ad Arezzo avea in animo d’andare al -soldo in Lombardia, e per questa cagione mandarono alcuno ambasciadore -al comune di Firenze per avere titolo d’essere in accordo col detto -comune, e lieve cosa che ’l comune avesse dato loro sarebbono stati -contenti per seguire loro viaggio: i priori indiscreti se ne feciono -beffe, e però non provvidono come con tanto fatto richiedea. Ma -i Valdarnesi per paura della ricolta, non ostante che ancora non -fosse in perfetta maturità, s’affrettarono di levarla de’ campi e -riducerla nelle castella; e la frontiera del Valdarno fu fornita di -cavalieri e di fanti assai bene alla guardia. La compagnia vedendo -che i Fiorentini per lieve cosa non si voleano accordare con loro, -cambiarono proponimento, e vedendo che il Valdarno era provveduto -contra loro, si tornarono a Siena. I Sanesi diedono loro da capo il -pane, e il passo e la guida di loro cittadini, e in calen di luglio -del detto anno l’ebbono condotta ne’ borghi di Staggia, e ivi si -stesono fino alla Badia a Isola sopra l’Elsa. Là si trovarono settemila -paglie di cavalieri, che cinquemila o più erano in arme cavalcanti, -fra i quali avea grande quantità di conestabili e di gentili uomini -diventati di pedoni bene montati e armati, con più di millecinquecento -masnadieri italiani, e oltre a costoro più di ventimila ribaldi e -femmine di mala condizione seguivano la compagnia per fare male, e -pascersi della carogna. E nondimeno per l’ordine dato loro per fra -Moriale grande aiuto e servigio n’avea, principalmente i cavalieri e’ -masnadieri, e appresso tutto l’esercito. Le femmine lavavano i panni -e cocevano il pane, e avendo catuno le macinelle, che fatte avea loro -fare di piccole pietre, catuno facea farina, e per questo l’oste si -mantenea incredibilmente in abbondanza di farina e di pane, solo per la -provvisione e ordine dato per fra Moriale. - - -CAP. XVI. - -_Come si provvedde a Firenze contra la compagnia._ - -Essendo la compagnia a Staggia, i Fiorentini richiesono i Pisani della -taglia loro per la lega fatta, che doveano essere ottocento cavalieri, -e mandarono un loro cittadino con un gran gonfalone con meno d’ottanta -barbute; e richiesti ancora i Perugini e’ Sanesi di cavalieri della -taglia, o almeno d’alcuna parte d’aiuto, catuno comune rispose ch’erano -d’accordo con la compagnia, e non manderebbono gente d’arme contro a -quella: e vedendosi il comune da tutti gli amici ingannato, e da non -potere resistere alla compagnia, fece suoi ambasciadori e mandolli a -Staggia alla compagnia per accordarsi e dare loro danari, ed eglino -non entrassono sul contado di Firenze. Giunti gli ambasciadori a -fra Moriale e al suo consiglio, furono ricevuti da loro senza avere -risposta; e incontanente a dì 4 di luglio si misono in via, e senza -arresto furono ne’ borghi di san Casciano, e correndo le contrade -d’attorno, facendo preda e ardendo ove a loro piacea senza trovare -contasto, e stettono fino a dì 10 del detto mese senza venire ad -accordo; allora fatti doni a’ caporali di fiorini tremila d’oro, -vennono a composizione di dare alla compagnia venticinquemila fiorini -d’oro. Gli ambasciadori pisani, innanzi che la tempesta rompesse -sopra loro, al detto luogo di san Casciano s’accordarono con loro di -dare fiorini sedicimila d’oro, e a’ caporali feciono doni. E avuta la -condotta da’ Fiorentini per la Val di Robbiana, condotti a Leona ebbono -il pagamento de’ detti comuni, e fatta la promissione, e le cautele e -il saramento di non tornare in sul contado di Firenze nè di Pisa infra -due anni, se n’andarono alla Città di Castello, ove stettono tanto -ch’ebbono quello che restava a dare loro messer Malatesta da Rimini -capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, e partita tra loro la moneta, -presono la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro al signore -di Milano per centocinquantamila fiorini in quattro mesi. E rifermata -e giurata da capo sotto i loro capitani s’avviarono in Lombardia, e -fra Moriale con licenza degli altri caporali accomandò la compagnia al -conte di Lando e fecenelo suo vicario, ed egli se n’andò a Perugia, -per provvedere come alla tornata della compagnia e’ potesse in Italia -maggior male aoperare, e da’ Perugini fu ricevuto onoratamente, e fatto -cittadino di Perugia. - - -CAP. XVII. - -_Come fu morto messer Lallo._ - -Per larga sperienza di molti anni si vide, che messer Lallo -dell’Aquila, uomo di piccola nazione, per sua industria prima cacciati -gli avversari della città dopo la morte del re Ruberto tenne la -signoria della terra come un dimestico popolare e compagnevole tiranno, -e seppe sì piacevolmente conversare co’ suoi cittadini, che catuno il -desiderava a signore, e al tutto aveano dimenticata la signoria reale, -ma egli saviamente mantenea il titolo del capitanato della terra alla -corona, facendovi venire cui egli volea, nondimeno ciò che occorreva -di grave nella città tornava a ser Lallo. E non avendo il re podere -nella città più che ser Lallo si volesse, per molti modi in diversi -tempi cercò d’abbatterlo, e non gli venne fatto, e però cercò la via -de’ beneficii, e fecelo conte di Montorio, e diegli terre in Abruzzi, -ed e’ le si prese, e mostrò di volere fare dell’Aquila la volontà -del re; ma con astuzia e senno dissimulando col re tenea l’Aquila -continovamente al suo segno. E stando le cose in questi termini, -messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi venne in Abruzzi, e -ricettato nell’Aquila da messer Lallo con grande onore, dopo alquanti -dì messer Filippo ragionò con messer Lallo, ch’egli farebbe rendere -pace a’ figliuoli di messer Todino suoi nimici, i quali erano sbanditi -dell’Aquila, e intendea fermare la pace con amore e con parentado, -e con grande istanza il pregò che li dovesse ricevere nell’Aquila -con buona pace. Messer Lallo sentendosi in grande amore co’ suoi -cittadini, mostrò di poco temere i suoi avversari, e di volere servire -messer Filippo accettando la pace e la loro tornata nell’Aquila. -Messer Filippo semplicemente con alcuni suoi scudieri li facea venire -in Aquila, ed essendo già presso alla città, il popolo si levò a -romore, e prese l’arme gridando, viva il conte, e corsono alle porte e -serraronle. Messer Filippo sentendo il romore temette di sè, ma messer -Lallo fu subitamente a lui, confortandolo e scusando sè, che questo -non era sua fattura ma del popolo, per tema ch’avea de’ figliuoli di -messer Todino se rientrassono in Aquila. Messer Filippo turbato di -questo baratto si mise in concio di partire, e la mattina vegnente fu -in cammino. Messer Lallo accompagnandolo s’allungò dalla città tre -miglia, offerendosi a messer Filippo e scusandosi del caso avvenuto; e -volendosi tornare all’Aquila, e prendere congio da messer Filippo, per -fargli la reverenza all’usanza reale scese del suo cavallo, e com’era -ordinato, parlando messer Filippo con lui, e usando parole di minacce, -uno scudiere il fedì d’uno stocco, e un altro appresso, e ivi a’ piè di -messer Filippo fu morto messer Lallo per troppa confidanza, perdendo il -senno e la malizia tanto tempo usata nel suo reggimento. Messer Filippo -non s’arrestò per tema di quel popolo e del suo furore, ma senza alcuno -soggiorno tornò a Napoli, e gli Aquilani feciono gran lamento della -morte di messer Lallo, ma non essendovi il secondo, ritornarono senza -contasto alla consueta signoria reale; e questo avvenne di giugno 1354. - - -CAP. XVIII. - -_Come il re di Spagna cacciata la non vera moglie coronò la legittima._ - -In questo tempo del detto anno, avendo il giovane re di Spagna per -moglie la figliuola di messer Filippo di Borbona della casa di Francia, -lasciandosi vincere e menare al disordinato appetito, avendola già -tenuta un anno, corruppe il degno sagramento del matrimonio, e -seguitando il modo de’ bestiali saracini con cui conversava, prese -per sua moglie e sposò un’altra donna cui egli amava, nata della -casa di Padiglia di Castella, chiamata Maria, con la quale si copulò -con tanta disordinata concupiscenza carnale, che molte dissolute e -sconce cose ne faceva, e la legittima moglie non volea vedere; la -quale vedendosi a sconcio partito, prese segretamente sue damigelle e -alquanti confidenti di sua famiglia, e senza saputa del re si tornò -in Francia, richiamandosi al re, e al padre e agli altri baroni -dell’ingiuria ricevuta dal suo marito; e udita in Francia la sconcia -novella, il re e tutti i baroni se ne sdegnarono forte, e proposono -d’andare in Spagna con forte braccio per gastigare il re della sua -follia. I baroni di Spagna e le comuni a cui dispiacea questo fatto, -sentendo le novelle di Francia, di concordia se n’andarono al re, e -ripresonlo duramente d’avere per sua sconcia volontà d’una privata -femmina fatta tanta vergogna alla casa di Francia e alla loro reina, -dicendogli, che se non ammendasse il suo fallo, che sarebbono in aiuto -al re di Francia per ricoverare il suo onore. Il giovane re riconobbe -il suo fallo, e disposesi di presente a seguitare il loro consiglio; e -alla non degna moglie, per appagare la legittima, le feciono tagliare -i panni per lungo infino alla cintola a loro costuma, e con vergogna -la mandarono via, e tornata la moglie, con gran festa feciono coronare -lei e pacificare col re, e quella notte giacque con la reina Bianca sua -moglie. Ma, o che fosse affatturato, o occupato nella mente del troppo -peccato, la mattina per tempo le si levò da lato, e senza fare assapere -altrui alcuna cosa cavalcò con piccola compagnia e andossene alla -terra dov’era dama Maria di Padiglia, e d’allora innanzi non volle mai -vedere la reina Bianca; e perch’ella non si partisse la fece mettere -in Briscia suo forte castello, e ivi bene guardare, la quale per grave -sdegno, o per dolore, o per malinconia, o per operazione del re, che ne -fu sospetto, o per malizia naturale, innanzi tempo nella sua giovanezza -finì sua vita, della quale il re ebbe più piacere che doglia, e -vilmente la fece seppellire. Avvenne ancora, che vivendo la reina e -dama Maria, il detto re Pietro, non senza sentimento della saracinesca -consuetudine, innamorato d’una giovane donna vedova di Castella di -grande lignaggio, la si prese a moglie; e quando con lei ebbe saziata -sua sfrenata libidine, la cacciò via, e ritennesi alla sua dama Maria, -della quale ebbe un figliuolo maschio e due femmine, e poi sopra -parto si morì, poco appresso della reina, di cui il re si diè grave -turbazione, e il corpo suo fece imbalsamare, e portare venticinque -giornate di lungi da Sibilia alla sepoltura ch’ella s’avea eletta, e -il re, e per amore del re i suoi baroni se ne vestirono a nero. Avemo -raccolto qui il processo della moglie e dell’altre femmine del re, per -non istendere in più parti del nostro trattato la vile materia. - - -CAP. XIX. - -_Come i collegati di Lombardia condotta la compagnia mandarono -all’imperadore._ - -Il comune di Vinegia, e il signore di Verona, e quello di Padova, e -quello di Mantova, e il marchese di Ferrara, collegati insieme contro -l’arcivescovo di Milano, avendo condotta per quattro mesi la compagnia -del conte di Lando, la quale era cinquemiladugento paghe, ma non -avea oltre a tremilacinquecento cavalieri bene armati, la quale era -partita dalla Città di Castello, e cavalcata sul contado di Bologna -facendo danno, se n’andarono a Modena, dov’erano le bastite del -signore di Milano, le quali non ebbono podere di levare, e lasciatovi -l’assedio cavalcarono in sul Bresciano. I collegati vedendosi forniti -di gente da potere campeggiare, mandarono ambasciadori, del mese di -luglio del detto anno, all’eletto imperadore, con cui avevano fatto -accordo per farlo valicare in Lombardia contro all’arcivescovo di -Milano, e dove ricusasse la venuta, volevano essere liberi delle loro -promesse. In questo tempo l’imperadore era in discordia col marchese -di Brandimborgo, e catuno aveva accolto gente d’arme, e con l’eletto -era il duca d’Osteric e molti cavalieri del re d’Ungheria, e credettesi -si conducessono a battaglia: ma la questione avea lieve cagione di -sdegno, sicchè tosto si recò a concordia, e l’eletto imperadore per -l’animo ch’avea di valicare in Italia fu più abile alla pace, e ferma, -catuna gente d’arme si tornò in suo paese; e senza sospetto de’ fatti -d’Alamagna l’eletto si tornò in Boemia, e deliberò per lo modo che a -lui piacque di valicare in Lombardia, e con seco ritenne parte degli -ambasciadori della lega infino al suo movimento. - - -CAP. XX. - -_Come i Bordoni furono cacciati di Firenze, e sbanditi per ribelli._ - -Era avvenuto del mese di Luglio del detto anno in Firenze, che essendo -la compagnia di fra Moriale a Sancasciano, i Bordoni, de’ quali era -capo messer Gherardo di quella casa, tenendosi essere ingannati da’ -Mangioni e da’ Beccanugi loro vicini per lo dicollamento di Bordone -loro consorto, e vedendo la città sotto l’arme e in gelosia, con -loro gente accolta cominciarono prima con parole e poi con l’arme -ad assalire i Mangioni; e rimettendoli per forza nelle case, in -quell’assalto la moglie d’Andrea di Lippozzo de’ Mangioni ebbe d’una -lancia sopra il ciglio, ond’ella si morì poco appresso. A quello romore -corse d’ogni parte il popolo armato, e i priori vi mandarono la loro -famiglia, e feciono acquetare la zuffa. Poi partita la compagnia, e -ritornata la città al primo governamento, parendo al comune il fallo -essere grave in così fatto tempo contro alla repubblica, fu commesso -all’esecutore degli ordini della giustizia che ne facesse inquisizione, -e punisse i colpevoli; i Beccanugi e’ Mangioni andarono dinanzi e -scusaronsi, e furono prosciolti e lasciati, e i Bordoni rimasono -contumaci; e a dì 2 d’agosto, nel detto anno, messer Gherardo con -quattro suoi consorti e con dodici loro seguaci furono condannati, per -avere turbato il buono e pacifico stato del comune di Firenze e per -l’omicidio, tutti nell’avere e nelle persone, e uscironsi di Firenze, e -i loro beni furono guasti e messi tra i beni de’ rubelli. - - -CAP. XXI. - -_Come il re d’Araona venne con grande armata a racquistare Sardegna._ - -Il re d’Araona, che l’anno dinanzi avea perduta tutta la Sardegna -salvo che Castello di Castro, come addietro fu narrato, fatta sua -armata di centosessanta tra galee e uscieri, cocche e navi armate, con -grande cavalleria di suoi Catalani e molti mugaveri a piede, del mese -di luglio del detto anno arrivò in Calleri, che altro non v’aveva, -e lasciato ivi il navilio grosso, e messi in terra i cavalieri e i -mugaveri, fece scorrere il paese e predare dovunque si stendeva, e con -le galee sottili per mare e i cavalieri per terra s’addirizzò alla -Loiera, nella quale aveva balestrieri genovesi, e masnadieri toscani -e lombardi, che il vicario dell’arcivescovo signore di Genova v’avea -mandati alla guardia, che francamente la difendevano e guardavano; e -continuandovi l’assedio, nondimeno per mare con le galee, e per terra -con la gente d’arme, faceano guerra all’altre terre e castella che -ubbidivano al giudice d’Alborea, e il giudice fornito de’ suoi Sardi -e di cavalieri condotti di Toscana si difendea francamente per modo, -che delle sue terre non gli lasciava alcuna acquistare: e aveva in -suo aiuto l’aria sardesca e ’l tempo della fervida state, che molto -abbattea i Catalani di malattie e di morte; non ostante ciò, il re -animoso mantenea l’assedio stretto, e facea tormentare molto i suoi -avversari; e bench’egli sapesse che i Genovesi suoi nimici avessono -armate trentadue galee, non se ne curava, perchè sapeva che i Veneziani -suoi amici contro a loro n’aveano armate trentacinque: e ancora gli -rendea molta fidanza la fresca vittoria ch’aveva avuta in quel luogo -co’ Veneziani insieme sopra i Genovesi, e però intendea coraggiosamente -a fare la sua guerra per terra e per mare. Lasceremo ora l’intrigata -guerra di Sardegna che il tempo vegna della sua fine, e seguiremo altre -novità che prima ci occorrono a raccontare. - - -CAP. XXII. - -_Come i Genovesi feciono armata contro a’ Veneziani e’ Catalani._ - -Avendo sentito i Genovesi l’armata de’ Catalani, e che i Veneziani -armavano, avvegnachè per la sconfitta l’anno dinanzi ricevuta alla -Loiera molto fossono infieboliti, presono cuore da sdegno per non -dare la baldanza del mare al tutto al loro nimico, e però con aiuto -di moneta che procacciarono dall’arcivescovo loro signore armarono -trentatrè galee sottili, della migliore gente che rimasa fosse in -Genova e nella riviera, e fecionne ammiraglio messer Paganino Doria, -il quale altra volta avea avuto vittoria sopra i Catalani e’ Veneziani -in Romania. Costui sentendo che i Veneziani erano usciti del golfo con -trentacinque galee armate, mandò tre galee più sottili, e bene reggenti -e armate nel golfo di Vinegia, le quali improvviso a’ paesani giunsono -a Parezzo, e misono in terra; e trovando i terrazzani sprovveduti -e smarriti per lo subito assalto, s’entrarono nella terra, e senza -trovare contasto rubarono e arsono gran parte della città. Ed essendo -nel porto tre grossi navilii de’ Veneziani carichi di grande avere, gli -presono e rubarono, e ricolti a galee carichi di preda de’ loro nemici, -con grande vergogna de’ Veneziani tornarono sani e salvi alla loro -armata; la quale avendo lingua de’ Veneziani, prese la via di Romania -per abboccarsi con loro a battaglia, se fortuna il concedesse. L’armate -cavalcano il mare, e innanzi che insieme si ritrovino ci occorrono -altre non piccole cose. - - -CAP. XXIII. - -_Come il tribuno di Roma fece tagliare la testa a fra Moriale._ - -Avvegnachè addietro detto sia dell’operazioni di fra Moriale innanzi -ch’egli facesse la grande compagnia, e poi quanto male aoperò con -quella, sopravvenendo il termine della sua morte, ci dà materia di -raccontare la cagione, com’egli essendo semplice friere condusse tanti -baroni, e conestabili e cavalieri a collegarsi sotto il suo reggimento -in compagnia di predoni. Costui fu in Italia lungo tempo soldato -franco cavaliere, e atto singolarmente a ogni fatica cavalleresca, e -molto avvisato in fatti d’arme, il quale considerò che tutte le terre -e’ signori d’Italia facevano le loro guerre con soldati forestieri, -e i paesani poco compariano in arme, e parve a lui che accogliendosi -i conestabili per via di compagnia, e partecipando con loro che -rimanevano al soldo, che in niuna parte troverebbono contasto in -campo: e avendo questo verisimile messo nel capo a molti conestabili, -l’uno smovea l’altro, e traevano gente di catuna bandiera che rimaneva -al soldo; e con quest’ordine, essendo in loro libertà, si pensavano -sottoporre e fare tributaria tutta Italia, e pensavano, se alcuna buona -città venisse loro presa, che per forza tutte l’altre converrebbe -che sostenessono il giogo; e sotto questo segreto consiglio tutti i -conestabili delle masnade tedesche, e’ Borgognoni e altri oltramontani -promisono e giurarono da capo la compagnia e ubbidienza a messer fra -Moriale, e per passare il verno all’altrui spese presono il soldo della -lega de’ Lombardi, e messer fra Moriale, sotto titolo di mostrare -d’avere a ordinare suoi propri fatti, rimase in Toscana: ma nel segreto -fu, che provvederebbe del luogo dove dovessono tornare al primo tempo. -Costui baldanzoso con poca compagnia, come detto abbiamo, se n’andò a -Perugia, e di là mandò i fratelli con certe masnade di suoi cavalieri -al tribuno, ch’era di nuovo ritornato in Roma, per atarlo; essendo -stato prima cacciato da’ Romani e tenuto in esilio, e’ fu prigione -dell’eletto imperadore lungo tempo, e poi per lo male stato de’ -Romani di volontà del papa e del popolo fu richiamato; e rendutagli -la signoria, con più baldanza che di prima, non ostante che predetto -gli fosse, o per revelazione di spirito immondo o per altro modo, che -a romore di popolo sarebbe morto, e’ faceva rigida e aspra signoria, -e reprimendo la baldanza de’ principi di Roma, onde fu opinione di -molti che i Colonnesi s’intendessono contro a lui con fra Moriale per -abbatterlo della signoria del tribunato: ma come che si fosse, poco -appresso la mandata de’ fratelli fra Moriale andò a Roma, e il tribuno -il fece chiamare a sè, ed egli senza alcuno sospetto andò a lui; e -giuntogli innanzi, senza altro parlamento il tribuno gli mise in mano -un processo di tradimento che fare dovea contro a lui, e come pubblico -principe di ladroni, il quale aveva assalite le città della Marca e di -Romagna, e la città di Firenze, di Siena e d’Arezzo in Toscana; e fatte -arsioni, e violenze e ruberie senza cagione in catuna parte, e molte -uccisioni d’uomini innocenti, delle quali cose disse che di presente -si scusasse. E non avendo scusa contro alla verità del libello, senza -voler più attendere, a dì 29 d’agosto del detto anno gli fece levare la -testa dall’imbusto: e così finì il malvagio friere, cagione di molto -male passato e di maggiore avvenire, per l’aoperazione della maladetta -compagnia; per la qual cosa s’aggiugnerebbe memoria degna di gran -lodi al tribuno se per movimento di chiara giustizia l’avesse fatto, -ma perocchè egli prese i fratelli, e’ beni di fra Moriale e’ loro e -pubblicolli a sè, parve che d’ingratitudine de’ servigi ricevuti e -d’avarizia maculasse la sua fama: e abbianne più detto che forse non -si conveniva, ma per lo malo esempio dato a’ soldati, e per la giusta -vendetta della sua morte, ne crediamo avere alcuna scusa. - - -CAP. XXIV. - -_D’una sformata grandine venuta a Mompelieri, e della scurazione del -sole._ - -A dì 12 di settembre 1354 cadde sopra Mompelieri e nelle circustanze -una grandine sformata di grossezza di più d’una comune melarancia, e -fece a’ frutti e agli uomini gravissimi danni, e le bestie che trovò -ne’ campi alla scoperta uccise, e guastò molto le copriture delle -case. E poi, a dì 17 del detto mese, fu scurazione del sole, e durò a -Firenze una terza ora, coperto nella maggiore parte il corpo solare. Di -sua influenza poco potemmo vedere e comprendere, salvo che asciutto e -freddo seguitò tutto il verno singolarmente. - - -CAP. XXV. - -_Come morì l’arcivescovo di Milano._ - -Messer Giovanni de’ Visconti arcivescovo di Milano potentissimo -tiranno in Italia, avendo dilatata la fama della sua potenza in grande -altezza, e vivuto al mondo lungo tempo in dissoluta vita secondo -prelato, vedendosi avere vinta sua punga, e soperchiata nel temporale -la Chiesa di Roma, e riconciliatosi a quella co’ suoi sformati doni, -e che tutta Italia il temeva, e l’eletto imperadore non avea ardire, -eziandio sollecitato dalla forza e’ danari della lega di Lombardia, -pigliare arme contro a lui, vaneggiante nel colmo della sua gloria, -uno venerdì sera, a dì 3 d’ottobre 1354, gli apparve nella fronte -sopra il ciglio un piccolo carbonchiello, del quale poco si curava, -e il sabato sera a dì 4 del detto mese il fece tagliare, e come fu -tagliato, cadde morto l’arcivescovo senza potere fare testamento, o -alcuna provvisione dell’anima sua o della successione de’ suoi nipoti -nella signoria; i quali feciono al corpo solenne esequie, e senza -questione con molta concordia si ristrinsono insieme, facendo grande -onore l’uno all’altro; per la qual cosa i Milanesi e tutti i loro -sudditi stettono in obbedienza de’ nuovi signori, tanto che poi con -nuova suggezione di tutti i popoli si feciono dichiarare signori, come -appresso racconteremo, rendendo prima il nostro debito alla sprovveduta -e violente morte del tribuno di Roma, e allo strano avvenimento -dell’eletto imperadore in Italia. - - -CAP. XXVI. - -_Come il tribuno di Roma fu morto a furia di popolo._ - -Il primo tribuno romano dopo la sua cacciata tornato in Roma con comune -assentimento dell’incostante popolo, e ordinati statuti a franchigia e -a fortificagione del popolo, e certe entrate al comune per fortificare -la signoria, procacciava di fornirsi di cavalieri e di masnadieri di -soldo, per potere meglio raffrenare i potenti cittadini, i quali sapea -ch’erano contro al suo tribunato: e come uomo ch’avea grande animo, -credeva col favore del fallace popolo fare gran cose, e cominciato -avea, ma non bene, perocchè essendo in Roma uno valente e savio uomo -Pandolfo de’ Pandolfucci antico cittadino, e di grande autorità nel -cospetto del popolo, e temendo il tribuno di lui, solo perchè gli -pareva atto a potere muovere il popolo per la sua autorità e per la -sua eloquenza, tirannescamente e senza colpa il fece decapitare; -e per questo, e per la morte di fra Moriale, i principi di Roma, -massimamente i Colonnesi e’ Savelli, temeano forte, e procacciavano -di farlo cacciare o morire. E sparta già l’infamia della morte di -Pandolfo tra il popolo, fu più leggiere a’ Colonnesi e a Luca Savelli -venire alla loro intenzione, e con lieve movimento alquanti amici de’ -Colonnesi e’ Savelli della riva del Tevere, a loro stanza cominciarono -a levare romore contro il tribuno e corsono all’arme; e con l’aiuto -de’ Colonnesi e de’ Savelli, e di certi Romani offesi per la morte di -Pandolfo, dimenticando la franchigia del popolo, a dì 8 d’ottobre del -detto anno in su la nona corsono al Campidoglio, dicendo, muoia il -tribuno. Il tribuno sprovveduto di questo subito e non pensato furore -del popolo francamente provvide come necessità l’ammaestrava, e di -presente s’armò e prese il gonfalone del popolo, e con esso in mano si -fece alle finestre, e trattolo fuori, cominciò a gridare ad alta voce, -viva il popolo, pensando che il popolo dovesse trarre al suo aiuto: -ma trovossi ingannato, che il popolo il saettava, e gridava la sua -morte: e avendo egli sostenuto con parole e con difesa l’assalto fino -al vespero, e vedendo il popolo più acerbo e più infocato contro a sè -da sezzo che da prima, e che soccorso da niuna parte aspettava, pensò -di campare per ingegno; e tramutato l’abito suo in abito di ribaldo, -fece aprire le porte del palagio alla sua famiglia al popolo perchè -intendesse a rubare, come solea essere loro usanza; e mostrandosi nella -ruberia come uno di loro, avea preso un fascio d’una materassa con -altri panni dal letto, e scendendo la prima e la seconda scala senza -essere conosciuto, dicea agli altri, su a rubare, che v’ha roba assai; -ed era già quasi al sommo di scampare la morte, quando uno cui egli -avea offeso così col fascio in collo il conobbe, e gridando, questi è -il tribuno, il fedì: e l’uno dopo l’altro trattolo fuori dell’uscio -del palazzo tutto lo stamparono co’ ferri, e tagliarongli le mani -e sventraronlo, e misongli un capestro al collo e tranaronlo fino -a casa i Colonnesi; e fatto quivi uno paio di forche v’appiccarono -lo sventurato corpo, ove più dì il tennero appeso senza sepoltura. -E questa fu la fine del tribuno, dal quale il popolo romano sperava -potere riprendere sua libertà. - - -CAP. XXVII. - -_Come l’imperadore Carlo venne in Lombardia._ - -Messer Carlo di Luzimborgo re di Boemia e re de’ Romani, eletto -imperadore, avendo accettata la profferta del comune di Vinegia, e -del Gran Cane di Verona, e degli altri allegati di Lombardia contro -all’arcivescovo di Milano, considerò che per la sua non grande facoltà -d’avere e di potenza il fascio di cotanta impresa gli era troppo -grave, e avvisossi con grande discrezione, che a volere venire in -Italia per la corona del ferro, e appresso per l’imperiale, che gli -convenia per forza vincere i signori, e le città, e’ popoli d’Italia -che gli fossono avversi, o con senno o con amore recare a sè gli animi -loro: ricordandosi che l’imperadore Arrigo suo avolo, avendo seco -tutto il favore de’ ghibellini, e mosso con più di diecimila cavalieri -tedeschi gente eletta, guidata da grandi baroni e nobili cavalieri, -credendosi per forza sottomettere parte guelfa in Italia avendo seco -tutta la forza de’ ghibellini, passò in Italia; e non potuto per sua -forza domare gli avversari nè avere la corona, com’è la costuma, -nella basilica di san Pietro, e consumate le sue forze senza essere -ubbidito, rendè a Buonconvento il debito della carne alla terra, e -l’anima a Dio. Per lo cui esempio l’avvisato eletto Carlo imperadore -abbandonato ogni pensiero di sua potenza, e di quella che promesso -gli era, fidanza prese nel suo temperato proponimento; e non volendo -a’ collegati negare la promessa della sua venuta, nè mostrare che -contro a’ signori di Milano si movesse, veduto il tempo atto al suo -proponimento, mosse d’Alamagna con trecento cavalieri in sua compagnia -venendo in Aquilea; e giunto a Udine, a dì 14 d’ottobre del detto anno, -s’accompagnò il patriarca suo fratello con poca gente senz’arme, e -cavalcando a buone giornate giunsono in Padova a dì 4 di novembre, ove -fu ricevuto a grande onore; e fatti alquanti cavalieri de’ signori e -di loro prossimani della casa da Carrara, e lasciati i signori suoi -vicarii nella signoria della città, a dì 7 di novembre prese suo -cammino: e temendosi messer Gran Cane che non entrasse in Vicenza nè -in Verona il fece con lieve onore conducere per lo contado alla città -di Mantova, e ivi ricevuto come signore, prese a fare suo dimoro per -trattare se tra i Lombardi potesse mettere accordo, e ivi attendea s’e’ -comuni e’ popoli e’ signori di Toscana gli mandassono ambasciadori per -potersi meglio provvedere alla sua coronazione. Lasceremo ora alquanto -questa materia, tanto che alcuna cosa degna di memoria occorra di ciò -al nostro proponimento, e diremo dell’altre che prima addomandano il -debito alla nostra penna. - - -CAP. XXVIII. - -_Come i tre fratelli de’ Visconti di Milano furono fatti signori, e -loro divise._ - -Tornando a’ fatti de’ Visconti di Milano, dopo la morte -dell’arcivescovo messer Maffiolo, e messer Bernabò, e messer Galeazzo, -figliuoli che furono di messer Stefano nipote dell’arcivescovo, essendo -forniti di molti cavalieri e masnadieri per difendersi e abbattere -giusto loro podere la forza degli altri Lombardi collegati contro a -loro, e da resistere all’imperadore se muover si volesse contro a -loro, stare facevano tutte le loro città e castella in buona guardia -e sollecita; ed essendo tutti e tre in Milano, si feciono eleggere -signori indifferentemente a dì 12 d’ottobre, e appresso si feciono -fare a tutte le città del loro distretto il simigliante; ed essendo da -tutti confermati nella signoria, si partirono tra loro il reggimento -in questo modo: che Milano fosse comune a tutti, e dell’altre città -feciono di concordia tre parti, salvo la città di Genova, che vollono -che rimanesse comune in fra loro come Milano, e gittarono le sorte, per -le quali a messer Maffiolo, ch’era il maggiore, toccò Parma, Piacenza, -Bologna, e Lodi: a messer Bernabò Cremona, Brescia, e Bergamo: e a -messer Galeazzo Como, Novara, Vercelli, Asti, Tortona, e Alessandria, -con tre altre terre di Piemonte; e nondimeno a comune ne’ cominciamenti -manteneano la spesa de’ soldati, e molto onorava l’uno l’altro, e di -gran concordia faceano le loro imprese. A messer Maffiolo, perch’era -di più tempo e di minor virtù, rendeano onore di metterlo innanzi ne’ -titoli e ne’ consigli. I fatti della cavalleria e dell’arme erano -contenti che guidasse messer Bernabò che n’era più sperto, e messer -Galeazzo ne prendea alcuna volta parte come a lui piacea. Essendo -questi signori di Milano così ordinati tra loro, sopravvenuto l’eletto -imperadore in Mantova, stavano apparecchiati in loro senza fare altro -movimento di guerra contra a’ loro avversari, e gli allegati anche -stavano a vedere che l’imperadore facesse senza muovere la loro gente a -far guerra. - - -CAP. XXIX. - -_Come l’imperadore stando a Mantova trattava la pace de’ Lombardi._ - -L’imperatore avendosi avvisatamente condotto in Lombardia di verno, -e sapendo la gran forza di gente ch’aveano i signori di Milano, e la -potenza del loro tesoro e delle loro entrate, fece venire a se in -Mantova gli ambasciadori del comune di Vinegia e di tutti i signori -collegati, e con loro insieme vide che la sua forza e la loro in que’ -tempi non era sufficiente a tanto fatto quanto volevano imprendere. -Ancora considerò che stando egli a Mantova niuno signore o comune -d’Italia, salvo che i collegati, era venuto o avea mandato a lui -contro a’ signori di Milano, e però gli parve che le cose fossono -assai bene disposte al suo proponimento col quale s’era messo a farsi -trattatore di pace, per accattare da ogni parte benevolenza, e non -prendere nimicizia con alcuno, e però cominciò a trattare della pace; e -parendogli che catuno si disponesse a volerla, acciocchè quelli della -lega non portassono la gravezza del soldo della gran compagnia, la -fece licenziare a dì 8 di novembre, e quelli della compagnia ne furono -contenti: ed essendo in sul Bresciano, parte ne condussono i signori -di Milano, e parte la lega, e il rimanente si ritenne in compagnia col -conte di Lando. L’imperadore seguiva con sellecitudine che la pace si -facesse, e in lungo processo di trattato più volte corse la voce che la -pace era fatta. Ma nascendo ora dall’una parte ora dall’altra cagione -di tirare, la pace non veniva a perfezione, e in questo soprastare, -vennono accidenti che non la lasciarono venire a perfezione, i quali -diviseremo nel tempo ch’avvennono secondo l’ordine del nostro trattato. - - -CAP. XXX. - -_Come furono presi i legni ch’andavano a Palermo._ - -Del mese d’ottobre del detto anno, il re Luigi sentendo la città di -Palermo in gran bisogno di vittuaglia e di gente d’arme per la difesa -contro a’ nimici, fece armare tre galee, e uno panfano, e dodici -legnetti e una nave, e tutte le fece caricare di grano e d’altra -vittuaglia, e fece ammiraglio il conte di Bellante Potarzio d’Ischia, -e comandogli che le conducesse in Palermo; ed essendo nel mare di -Calabria si vidono contra galee di Messinesi, che stavano alla guardia -per procacciare di vittuaglia, di che aveano gran bisogno, le quali -vedendo quelle del Regno con legni armati, e conoscendo la loro poca -virtù, s’addirizzarono verso loro. Il conte vedendole venire, come -codardo non prese alcuna difesa, ma la sua propria galea abbandonò -perch’avea del grano in corpo, e montato su un legno armato, innanzi -che i nemici s’appressassono si fuggì. Le galee de’ Messinesi giugnendo -a quelle del Regno le trovaron senza capitano e senza difesa, e però -le si presono col carico e colla gente, e con gran festa e gazzarra -questa utile preda al bisogno della loro città misono in Messina, ove -furono ricevuti a grande onore, più per loro bisogno che per la piccola -vittoria. - - -CAP. XXXI. - -_Come si cominciò guerra in Puglia tra loro._ - -Messer Luigi di Durazzo cugino carnale del re Luigi, vedendo che -il detto re avea dato al prenze di Taranto e a messer Filippo suoi -fratelli carnali grandi baronaggi in Puglia e nel Regno, nè a lui -nè a messer Ruberto non avea data nulla cosa, con giusto sdegno, -vedendosi in povero stato, si tenea dal re e dalla reina malcontento: -e il conte di Minerbino tenendosi anche male del re e della reina -s’accostò con messer Luigi, e propuosono di volere fare guerra nel -paese di Puglia. Per questa tema il re e la reina andarono in Puglia -cercando riconciliarli con parole, e mandaronli pregando che venissono -a loro; e consigliati insieme, ordinarono che il conte v’andasse, -avendo prima per sua sicurtà per stadichi il vescovo di Bari e messer -Giannotto dello Stendardo in Minerbino, e così fu fatto. E stando col -re e con la reina non si trovò modo d’accordo, nè che messer Luigi si -volesse assicurare di andare a loro. In questo stante, gente d’arme -acconcia a far male percossono alla strada, e presono settanta muli -che tornavano da Barletta con poca roba, e menargli via in vergogna -della corona, essendo la persona del re nel paese. E tornandosi il re -e la reina a Napoli, messer Luigi e il Paladino presono ardire di più -aperta rubellione, e accolsono gente d’arme, e correano per lo paese. -Ma sentendosi di piccola possanza, entrarono in trattato col conte -di Lando, che dovesse conducere la compagnia nel Regno. Soprastaremo -alquanto al presente a questa materia, parandocisi innanzi più notevole -avvenimento di grave fortuna. - - -CAP. XXXII. - -_Come i Genovesi sconfissono i Veneziani a Portolungo in Romania._ - -Avendo la non domata rabbia del comune di Genova e di quello di Vinegia -condotto le loro armate in Romania, essendo messer Paganino Doria di -trentatre galee genovesi ammiraglio, e messer Niccolò da ca Pisani -ammiraglio di trentacinque galee de’ Veneziani, e tre panfani e un -legno armato, e venti tra saettie e barche, e cinque navi di carico -tutte armate e incastellate, e navicando l’una armata e l’altra per -lo mare di Romania a fine d’abboccarsi insieme, non vi si poterono -trovare: l’ammiraglio de’ Veneziani con tutte le galee e gli altri -navilii della sua armata si ridusse nel porto di Sapienza nella Romania -bassa, e ivi s’ordinò, avendo lingua de’ suoi nemici ch’erano nel mare -di Romania, in questo modo: che le navi mise nella bocca del porto -incatenate insieme, e con esse venti galee alla guardia, e molto le -fece bene armare e acconciare alla difesa della bocca del porto, e con -queste rimase il loro ammiraglio; l’altre quindici galee co’ legni -armati e con le saettie accomandò a uno da ca Morosini di Vinegia, e -misele dentro nel Portolungo, acciocchè stessono più salve, e potessono -contastare a’ nemici dinanzi e l’ammiraglio di dietro, se caso venisse -che l’armata de’ Genovesi si mettesse nel porto. L’ammiraglio de’ -Genovesi avendo in Romania sentito lingua dell’armata de’ Veneziani, e -com’erano più galee e assai legni di carico incastellati più di loro, -e che fatto aveano la via di Portolungo di Sapienza nella Romania -bassa, come uomo di gran cuore e ardire, avvilendo i suoi nemici che -non aveano cercato d’abboccarsi con lui, ma piuttosto fatto vista di -schifarlo, di presente s’addirizzò con la sua armata verso il porto -di Sapienza per richiedere i Veneziani di battaglia; e come giunto fu -sopra il porto di Sapienza, vide come i Veneziani co’ loro navilii -incastellati e incatenati e con le galee s’erano afforzati alla bocca -del porto, e parvegli segno che non volessono combattere; nondimeno per -mostrarsi a’ nemici senza paura, non credendosi venire a battaglia, -stando aringati sopra il porto, mandò a richiedere l’ammiraglio de’ -Veneziani di battaglia, dicendo, come l’attendea fuori del porto, per -porre fine a’ travagli e alle tribulazioni che gli altri navicanti e -tutto il mare portava della loro guerra. L’ammiraglio de’ Veneziani -rispose, ch’era in casa sua, e non intendea combattere a richiesta -de’ suoi nemici, ma quando a lui paresse prenderebbe la battaglia. -I Genovesi più inanimati, veggendo ricusavano la battaglia, da capo -la dimandarono, vituperando i loro avversari, sonando e risonando -trombe e nacchere, e vedendo che niuno segno si facea pe’ Veneziani di -muoversi, ad alcuno atto, presono un folle ardimento, se i Veneziani -avessono aoperato come poteano l’armi, perocchè Giovanni Doria nipote -dell’ammiraglio mattamente si mise con una galea ad entrare nel porto, -e appresso di lui il figliuolo dell’ammiraglio con la sua, entrando -sotto la guardia delle navi e delle galee. I Veneziani vedendoli -entrare, follemente li lasciarono entrare, sperando rinchiuderli nel -porto e averli tutti a man salva; e così senza contasto per atare i -giovani che s’erano messi a quello pericolo v’entrarono tredici galee -di Genovesi l’una dopo l’altra, senza essere impedite o combattute -dall’ammiraglio o dalla sua armata ch’era alla guardia della bocca -del porto; e trovandosi nel porto, si dirizzarono con ordine e con -grande ardimento a combattere le quindici galee de’ Veneziani e’ legni -armati ch’erano nel porto, le quali aveano le prode a terra per loro -agiamento, ed erano più atte alla difesa. I Genovesi l’assalirono con -aspra battaglia, ma quale che fosse la cagione, o per sdegno preso -contro all’ammiraglio che non avea impedito la loro entrata, e non -s’era mosso alla loro difesa, o per molta codardia, a quel punto -feciono piccola difesa, e però nel primo assalto furono assai de’ -Veneziani fediti e morti: e pignendo i Genovesi, con piccola resistenza -de’ loro avversari montarono in sulle galee, e in poca d’ora tutti gli -ebbono presi e sbarattati, ne’ quali molti più annegarono gittandosi -in mare per fuggire, che quelli che morirono di ferro. Avendo queste -tredici galee avuta piena vittoria delle quindici del porto, feciono -segno al loro ammiraglio e all’altre galee ch’erano fuori del porto -della loro vittoria, le quali con grande baldanza e ardire si misono -innanzi, per volere combattere le venti galee e le navi ch’erano -alla guardia della bocca del porto, e le tredici vittoriose vennono -dall’altra parte, avendo due corpi di galee veneziane affocate per -metterle loro addosso. Strignendosi d’ogni parte la battaglia, -l’ammiraglio veneziano ingannato per molta viltà del primo suo avviso, -e sbigottito delle quindici galee perdute, e della battaglia che d’ogni -parte si vedea apparecchiare, s’arrendè alla misericordia de’ Genovesi, -e da quel punto innanzi più non v’ebbe morto o fedito alcuno Veneziano; -tutti furono prigioni, perocchè in porto e tutto in mare di lungi dalla -terra ferma niuno dell’armata de’ Veneziani campò che non fosse preso -o morto, e i prigioni furono per novero cinquemilaottocentosettanta, -i quali con tutte le galee, e altri legni e navilii, con grande -vittoria quasi senza loro danno menarono a Genova, lasciati nel porto -e nella marina di Sapienza quattromila o più corpi di Veneziani morti -e annegati in quella battaglia, la quale fu a dì 3 di novembre 1354. -Della quale vittoria i Genovesi ripresono cuore e ardire di loro stato, -e i Veneziani molto ne dibassarono; e questo fece la mala provvedenza -del loro ammiraglio, che avendo guardata la bocca del porto come potea, -le galee de’ Genovesi non v’entravano, e l’entrate se l’avesse volute -combattere di dietro con parte delle sue galee, come poteva, avrebbe -vinti i Genovesi, come i Genovesi vinsono lui. Ma la guerra è di questa -natura, che commesso il fallo seguita la penitenza senza rimedio le più -volte. - - -CAP. XXXIII. - -_Come Gentile da Mogliano diede Fermo al legato._ - -Innanzi che noi procediamo ad altri effetti della detta sconfitta, -Gentile da Mogliano signore della città di Fermo nella Marca ci ritiene -alquanto, perocchè essendo tirannello oppressato da messer Malatesta -da Rimini maggiore tiranno, per cui s’era messo a soldare la compagnia -per liberare Fermo dall’assedio, come già è detto, rimase povero -d’avere e d’aiuto, conobbesi impotente da difendersi dal nimico suo, -non che dal legato, che per riavere la Marca occupata a santa Chiesa -s’apparecchiava di venire a oste alla sua occupata città di Fermo, e -però si pensò di riconciliar col legato e d’abbattere messer Malatesta -suo nimico, e andossene in persona al legato ch’era a Fuligno, e -promiseli di renderli la città di Fermo, e d’essere fedele al servigio -di santa Chiesa e del legato. Il legato ebbe tanto a grado la venuta -e l’offerta di Gentile, che di presente il ricevette con grande -allegrezza, e per onorarlo e fargli bene, comunicatosi insieme con lui -alla messa, il fece gonfaloniere di santa Chiesa, e promisegli que’ -danari che volle a certo termine, dicendogli ch’era contento tenesse -la rocca di Fermo infino che fosse pagato. Il legato mandò della sua -gente da cavallo e da piè, e furono ricevuti da’ Fermani con grande -allegrezza e festa, pensando che uscivano di pericoloso servaggio, che -Gentile era bisognoso e gravavagli troppo, e non gli poteva difendere -nè aiutare. E il legato pensava fare in Fermo sua frontiera al primo -tempo, perocch’era vicino alle città della Marca occupate per messer -Malatesta, e avendo fatto contro a lui e contro agli altri tiranni di -Romagna gravi processi, pensava volere fare l’esecuzione con altro che -col suono delle campane e con le candele spente, ma da’ baratti e da’ -tradimenti de’ Romagnuoli e de’ Marchigiani non si potè guardare, come -innanzi racconteremo. - - -CAP. XXXIV. - -_Come il re di Araona ebbe la Loiera, e fece accordo col giudice._ - -Tornando a’ fatti di Sardegna, il re di Araona con la sua cavalleria -e con l’armata delle sue galee avendo mantenuto assedio alla Loiera -dal luglio al novembre, e fatto continova guerra al giudice d’Alborea -con piccolo acquisto, essendo la Loiera a grande stretta, e non -vedendo d’essere soccorsa, trattavano col re, e similmente il giudice -d’Alborea rincrescendogli la guerra. Il re si teneva duro, e voleva -maggiori cose che offerte non gli erano. In questo stante sopravvenne -la sconfitta de’ Veneziani ricevuta da’ Genovesi, la novella della -quale fu in segreto molto tosto a Vinegia. Il doge e ’l consiglio -che questo seppono, tennono la cosa celata per modo, che i loro -cittadini non poterono alcuna cosa sentire, e di presente armarono -un legno sottile, e mandarono significando al re d’Araona il loro -fortunoso caso, e avvisandolo che innanzi che la novella si spargesse -sapesse pigliare suo vantaggio, e guardare la sua armata. Il legno -portò volando la mala novella al re d’Araona, ed egli con maestrevole -avviso con molta festa manifestò la novella per lo contradio, facendo -assapere al giudice e agli assediati che i Veneziani aveano sconfitti -i Genovesi. Per questo i Genovesi ch’erano a guardia della Loiera -perderono ogni ardire, e procacciavano l’accordo, e il giudice si -dichinò più che fatto non avrebbe, e il re mostrandosi di buona aria -più che non solea, di presente venne alla concordia della pace, e fu -fatta in questo modo: che il re avesse la Loiera andandosene sani e -salvi i Genovesi e gli altri forestieri che la guardavano, e il giudice -d’Alborea riconobbe ritenere tutte le terre dal detto re, e feceli il -saramento, e promiseli dare ogni anno certa moneta per l’omaggio delle -dette terre; e fatta la pace, e fornita la Loiera di sua gente d’arme, -per lo beneficio dell’affrettata novella, e per lo savio consiglio -del re, si tornò in Catalogna, con acquisto, e con pace, e con onore. -Ove se la novella fosse sentita prima da’ suoi avversari, con danno -e con vergogna senza nullo acquisto gli convenia partire dell’isola -vituperosamente: e però si verifica qui l’antico proverbio contrario -alla vile pigrizia, che dice; il buono studio vince ria fortuna. - - -CAP. XXXV. - -_Come i Pisani si diliberarono di mandare all’imperatore._ - -Soprastando l’eletto imperadore a Mantova per volere trarre a fine la -pace tra’ Lombardi, i Pisani i quali erano a quel tempo in grande e -buono stato sotto il reggimento de’ Gambacorti, ch’erano i maggiori, -e con loro gli Agliati e seguaci e Bergolini, i quali manteneano -pace e onore co’ Fiorentini, e non ostante che fossono amici de’ -guelfi, sentendo il popolo minuto tutto imperiale, per provvedersi -di conservare loro stato diliberarono di mandare di loro medesimi -ambasciadori con pleno mandato del detto comune al detto eletto, -e nel loro segreto fu, che procacciassono d’avere promessione e -fede dall’eletto, che gli conserverebbe nello stato senza far nella -città mutazione degli ufici, e che non vi rimetterebbe gli usciti -ribelli, e che manterrebbe al comune di Pisa la signoria di Lucca, -e non la recherebbe in libertà nè ad altro stato. Gli ambasciadori -con grande compagnia e molto adorni giunsono a Mantova, dov’era -l’eletto imperadore, e ricevuti da lui con grande onore, e fatta la -riverenza, spuosono l’ambasciata del loro comune, ove liberamente gli -offersono la città e gli uomini di quella alla sua ubbidienza, pregando -divotamente per bene, e per pace e buono stato del detto comune, -che gli dovesse piacere di promettere per la sua fede, e appresso -dell’imperiale corona le sopraddette cose utili e necessarie al buono -stato di que’ cittadini, e l’eletto con grande allegrezza e festa li -ricevette, e promise nella sua fede liberamente ciò che per loro era -domandato. Allora gli ambasciadori gli promisono trentamila fiorini -d’oro in aiuto alla spesa della sua coronazione, e altri trentamila -per lo consentimento della città di Lucca, il quale consentimento -non onorevole alla maestà imperiale, comprese sotto la ragione del -padre suo re Giovanni, quando la città di Lucca gli fu data. Della -quale promessa i grandi mercanti, e gli altri usciti di Lucca, che si -pensavano tornare in libertà per la venuta dell’imperadore, si tennono -mal contenti: e così fu fatta la concordia dall’eletto imperadore -a’ Pisani, della quale i cittadini feciono in Pisa per molti giorni -singulare e grande festa, ignoranti del futuro avvenimento della loro -ruina. - - -CAP. XXXVI. - -_Rottura della pace del re di Francia e d’Inghilterra._ - -Essendo per lungo tempo trattato per lo cardinale di Bologna e per -altri prelati di volere fare accordo tra il re di Francia e quello -d’Inghilterra, e sotto questa speranza più volte prolungate le triegue -tra l’uno re e l’altro; e non potendo trarlo a fine, provvidono di -comune consiglio quelli che menavano il trattato, che abboccandosi i -due re insieme nella presenza del papa, o i loro più confidenti baroni, -che pace ne dovesse seguire; e per seguire questo consiglio il re di -Francia vi mandò il duca di Borbona suo consorto, e il conestabile -di Francia: e il re d’Inghilterra vi mandò il duca di Lancastro suo -cugino, e il vescovo di Vervic, e catuno giunse a corte del mese di -dicembre: e abboccatisi insieme per più riprese nella presenza del -papa, tanto volea catuno mantenere l’onore del titolo del suo signore, -che mezzo non seppono trovare di recarli in pace. Il papa, o per -soperchia arroganza che trovasse in loro, o per poco ardire ch’avesse -di sforzare gli animi de’ signori, non vi s’interpose come avrebbe -potuto la sua autorità, con la quale poteva catuno sostenere con suo -onore, e trovare mezzo di recarli a concordia e pace; nol fece, che -forse non erano ancora puniti i peccati de’ Franceschi: e però del mese -di gennaio del detto anno, catuna parte in discordia con poco onore del -santo padre e de’ suoi cardinali si tornò al suo signore. - - -CAP. XXXVII. - -_Come un gatto uccise un fanciullo in Firenze._ - -Avvegnachè assai paia cosa strana e non degna di memoria quello che -seguita, perocchè fu inaudito caso, non l’abbiamo saputo tacere. In -Firenze era da san Gregorio un lasagnaio con una sua moglie, aveano un -piccolo loro fanciullo di tre mesi, e avendolo la madre governato e -rimessolo nella culla al modo usato, una gatta accresciuta e nutricata -in quella casa se n’andò al fanciullo, e cominciolli a rodere la testa, -e trassegli gli occhi e manicosseli, e poi rodendo la testa se n’andò -fino al cervello; e avendo lungamente pianto il fanciullo, il padre -e la madre soccorsono tardi, non pensando che cotale caso fosse, e -trovarono il fanciullo storpiato, e la gatta sopr’esso ancora vivo, -ma incontanente morì; e sparata la maladetta gatta le trovarono gli -occhi del fanciullo in corpo. Questa è quasi cosa incredibile, ma per -esperienza del vero di questo fatto si dee alle donne e alle balie -accrescere sollecitudine e accrescimento di buona guardia a’ piccoli -fanciulli. Avvenne questo inopinato caso a dì 6 di dicembre 1354. - - -CAP. XXXVIII. - -_Come l’imperadore fe’ fare triegua da’ Lombardi a’ signori di Milano._ - -Avendo fino a qui dimostrato i trattati tenuti per l’eletto imperadore -e la sua venuta a Mantova, al presente ci strigne il tempo a venire -dimostrando i cominciamenti in fatti delle sue proprie operazioni. -Costui secondo il suo supremo titolo, conoscendo se medesimo e il suo -piccolo podere, e abbattendo nell’animo suo ogni elezione, provvide -che per astuta e dissimulata suggezione gli convenia procedere per -venire all’ottato fine della sua coronazione, e per questo in fatto -prese abito, forma, e operazione umile, e sommissione incredibile -all’imperiale nome in fondamento de’ suoi principii: e venuto a Mantova -senz’arme, e fattosi trattatore della pace da’ signori di Milano a’ -legati lombardi, avendo seguito il fatto dall’entrata di novembre -al Natale senza frutto, essendo montata la superbia de’ Genovesi e -de’ loro signori, per la vittoria avuta in mare sopra i Veneziani, -per la quale mutando in prima i patti li voleano più larghi per loro -in vergogna degli allegati, ed eglino sdegnosi non acconsentivano, -l’imperadore, ch’avea l’animo più a’ suo’ fatti propri, si doleva -di perdere il tempo invano, e conoscendo la potenza de’ Visconti di -Milano maggiore che della lega, e non vedendosi da’ comuni di Toscana -fuori che da’ Pisani dimostramento d’alcuno favore, comprese che a’ -collegati non faceva utile, e a se faceva impedimento grande per la -coronazione della corona del ferro, ch’era nella potenza de’ signori di -Milano, e però non dimostrando d’abbandonare il trattato, ma di volerlo -conducere a fine di pace, facea fare triegua tra’ Lombardi fino al -maggio prossimo vegnente; e fatta la triegua, incontanente trattò per -se accordo co’ signori di Milano, sottomettendo la sua persona, e ’l -suo onore, e la dignità imperiale oltre al debito modo nell’arbitrio -e potenza de’ tiranni, prendendo confidenza di quelli, o da purità di -mente, o da matto consiglio, non però di certo e di chiaro giudicio; -e il patto fu, che li darebbono abilità d’avere sotto le loro braccia -la corona a Moncia, ed egli senza entrare in Milano gli lascerebbe -suoi vicari in tutta la loro giurisdizione; ed egli avuta promissione -da loro, che alla sua coronazione a Roma gli donerebbono per aiuto -alle spese fiorini cinquantamila d’oro, senza alcuna gente d’arme come -privato uomo si sottomise nella loro signoria, vincendo gli animi fieri -e l’usata fallacia tirannesca colla sua persona creduta nelle loro mani -liberamente, come appresso diviseremo. - - -CAP. XXXIX. - -_Come l’imperadore andò a Moncia per la corona del ferro._ - -L’eletto imperadore avendo fatto la sua concordia co’ signori di -Milano, più della pace de’ Lombardi non si travagliò, ma di presente -fatta la festa della natività di Cristo a Mantova, si mise a cammino -verso Milano con meno di trecento cavalieri, i più senz’arme, e i -signori di Milano ordinarono, che per tutto loro distretto all’eletto e -alla sua compagnia fosse apparecchiato per loro e per li loro cavalli -ogni cosa da vivere senza torre alcuno danaio: e giugnendo a Lodi, -messer Galeazzo gli venne incontro con millecinquecento cavalieri -armati, e giunto a lui, gli fece la reverenza, e accompagnollo fino -dentro alla città di Lodi, e ivi il collocò onoratamente nelle case de’ -signori, facendo nondimeno serrare le porti della città, e guardarla -dì e notte colla gente armata. E albergato in Lodi una notte, la -mattina appresso mosso il re de’ Romani, messer Galeazzo colla sua -gente armata l’accompagnò, avendo ordinata la desinea alla grande badia -di Chiaravalle: e appressandosi a Chiaravalle, messer Bernabò con -molti cavalieri armati gli si fece incontro, e fattagli la reverenza, -gli presentò da parte de’ fratelli e cavalli e palafreni covertati -di velluto, e di scarlatto e di drappi di seta, guerniti di ricchi -paramenti di selle e di freni: e fattogli alla badia nobile desinare, -messer Bernabò il richiese da parte de’ suoi fratelli e da sua che gli -dovesse piacere d’entrare nella città di Milano; l’eletto rispose, che -per niuno modo intendea venire contro a quello che promesso avea loro; -messer Bernabò gli disse, che questo gli fu domandato pensando che la -gente della lega il dovesse accompagnare, ma per la sua persona non era -fatto: e tanto il costrinsono, ed egli e messer Galeazzo, liberandolo -per loro e per messer Maffiolo dalla promessa, che con loro n’andò -in Milano; e entrato nella città, fu ricevuto con maggior tumulto -che festa, non potendo quasi vedere altro che cavalieri e masnadieri -armati: e i suoni delle trombe, e trombette, e nacchere, e cornamuse, -e tamburi erano tanti, che non si sarebbono potuti udire grandi tuoni; -e come fu in Milano, così furono le porti serrate, e così rinchiuso -il condussono a’ palazzi della loro abitazione, e assegnateli sale e -camere fornite nobilissimamente di letta e di ricchi apparecchiamenti, -messer Maffiolo e gli altri fratelli da capo andarono a fargli la -reverenza, dicendogli con belle parole come tutto ciò che possedevano -riconoscevano avere dal santo imperio, e al suo servigio intendevano -di tenerlo. Il dì appresso feciono fare generale mostra di tutta la -gente d’arme a cavallo e a piè ch’aveano accolta in Milano, e oltre -a ciò feciono armare quanti cittadini ebbono che montare potessono a -cavallo, tutti sforzati di coverte e d’altri paramenti e d’avvistate -sopravveste, e feciono stare l’imperadore alle finestre sopra la -piazza a vedere; e passando con gran tumulto di stromenti, feciono -intendere all’eletto ch’erano seimila cavalieri e diecimila pedoni di -soldo: e passata la mostra, dissono: signore nostro, questi cavalieri -e masnadieri, e le nostre persone, sono al vostro servigio e a’ -vostri comandamenti; dicendo che oltre a questi aveano fornite tutte -le loro città terre e castella di cavalieri e di masnadieri per la -guardia di quelle. E così magnificarono la gran potenza del loro stato -nell’imperiale presenza, tenendo il dì e la notte le porte serrate e -la gente armata per la città, non senza sospetto e temenza dell’eletto -imperadore, il quale vedendosi in tanta noia di sollecita guardia, fu -ora che innanzi vorrebbe essere stato altrove con minore onore, e in -tutto fu in servaggio l’animo imperiale alla volontà de’ tiranni, e -l’aquila sottoposta alla vipera, verificandosi la pronosticazione detta -per previsione d’astrologia, negli anni _Domini_ 1351, per messer frate -Ugo vescovo di...... grande astrologo al suo tempo, il quale predisse -il cadimento del prefetto da Vico, e la soggezione futura dell’aquila -imperiale in questi versi: - - _Aquila flava ruet post parum vipera fortis._ - _Moenia subintrat Lombardi prima sophiae_ - _Anno quadrato minori decimonono._ - _Aquila succumbet pro stupri crimine foedo_ - _Nigra revolabit sublimi cardine Romam._ - -ma egli come savio comportò con chiara e allegra faccia la sua cortese -prigione; e con molta liberalità vinse quello che acquistare non -avrebbe potuto per forza. Dopo alquanti dì, come a’ signori tiranni -piacque, il condussono con la loro gente armata a Moncia, e ivi il -dì della santa Epifania, a dì 6 del mese di gennaio di detto anno, -fu coronato della seconda corona del ferro, con quella solennità e -festa che i signori Visconti li vollono fare; e tornato a Milano sotto -continova guardia, fattivi certi cavalieri, ed egli per tornare in -libertà sollecitando la sua partita, fu accompagnato di terra in terra -dalle masnade armate de’ signori, facendo serrare la città e castella -dov’entrava, e il dì e la notte tenerle in continova guardia: ed egli -avacciando il suo cammino, non come imperadore, ma come mercatante -ch’andasse in fretta alla fiera, si fece conducere fuori del distretto -de’ tiranni: e ivi rimaso libero della loro guardia, con quattrocento -compagni, i più a ronzini senz’arme, si dirizzò alla città di Pisa per -esservi prima che non avea loro promesso, e così li venne fatto. - - -CAP. XL. - -_Come il conte di Lando venne di Lombardia in Romagna con la gran -compagnia._ - -In questi dì all’entrata di gennaio, il conte di Lando capitano del -residuo della gran compagnia, avendo un dì lungamente parlamentato a -solo coll’eletto imperadore, con duemilacinquecento barbute se ne venne -a Ravenna, e con lui due fratelli della bella contessa, che l’anno -del generale perdono andando a Roma capitò in Ravenna, e ritenuta -dal tiranno per conducerla o per amore o per forza a consentire alla -sua sfrenata libidine, la valente donna vedendo non potere mantenere -la sua castità contro alla forza dello scellerato tiranno se non per -via di morte, trovò il modo di finire sua vita innanzi che volesse -corrompere la sua castità; questi cavalieri credendosi potere vendicare -dell’onta della loro sirocchia contro al tiranno, s’accostarono con la -compagnia, e furono singolare cagione di menarla in sul Ravennese, ove -stette lungamente ardendo, e predando, e guastando il paese; e dopo la -detta stanza e guasto dato, essendosi tenuto alle mura della città il -conte, gli domandò trentamila fiorini d’oro se volea si partissono di -suo terreno, e avendo il tiranno bargagnato, s’era recato il conte a -dodicimila fiorini d’oro. Allora disse il tiranno, che gli darebbe i -detti danari, se ’l conte il volesse sicurare di non partirsi con la -compagnia per spazio d’un anno continovo del contado di Ravenna: e a’ -suoi cittadini fece stimare il danno ricevuto delle loro possessioni, -tenendoli in speranza di pagare loro la restituzione del danno; onde -il conte e la sua compagnia frustrata del loro intendimento si partì -di là, e andossene nella Marca. Lasceremo ora de’ fatti della gran -compagnia, e torneremo alle cose che per l’avvenimento dell’imperadore -occorsono in Toscana. - - -CAP. XLI. - -_Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore a Pisa si provvidono._ - -Sentendo i Fiorentini l’avvenimento dell’eletto imperadore a Pisa, non -avendo alcuna cosa provveduto dinanzi quando era a Mantova, ove ciò che -avessono voluto da lui avrebbono di suo buon grado impetrato, stavano -in consiglio se dovessono ubbidire o contradiare: ed essendone la città -tutta in vari e indeterminati consigli, presono di fare dodici uficiali -ch’andassono per tutto il contado con ordinata balìa, di fare riducere -tutta la vittuaglia nelle terre murate e nelle castella forti, e ogni -altra cosa di valuta, e diedono voce di volere prendere difesa, e non -con accettare l’imperadore, per non sottomettere la franchigia del -comune ad alcuna signoria; e quanto che in fatto questa provvigione -avesse poco effetto, pure fu utilmente provveduto, per non mostrare -viltà o paura, e per dare intendere all’eletto imperadore e al suo -consiglio che il comune di Firenze s’apparecchiava alla sua difesa; e -nondimeno elessono sei cittadini per mandarli a lui come fosse riposato -in Pisa, per trattare accordo con lui, se rimanendo in libertà il -potessono trovare. E questo fu ordinato e fatto in Firenze a dì 11 di -gennaio del detto anno. - - -CAP. XLII. - -_Come il legato prese Recanati._ - -In questo mese di gennaio, il legato del papa avendo la città di -Fermo, e seguitando suo processo contro a messer Malatesta da Rimini -per le città ch’egli occupava a santa Chiesa, nondimeno come signore -avvisato e pratico ne’ fatti della guerra, non stava solo a’ processi -nè al suono delle campane, anzi cercava trattati, e co’ suoi cavalieri -sollecitava gli avversari di continova guerra: e in questi dì per -trattato mise la sua cavalleria in Recanati, e racquistò la città -alla Chiesa di Roma; e in quella, perch’era povera d’abitanti, mise -gente assai a cavallo e a piè per far guerra a messer Malatesta, e per -guardare la città più sicuramente. - - -CAP. XLIII. - -_Come il capitano di Forlì venne in Firenze._ - -Quello che al presente ci muove non è per lo fatto della propria -persona degno di memoria, ma all’indiscreto movimento de’ rettori di -Firenze a quel tempo, non senza ammirazione ci muove a ricordare come -nel nostro contado venne messer Luigi marito della reina Giovanna -figliuola del re Ruberto, ed egli figliuolo del prenze di Taranto -fratello carnale del detto re Ruberto, stati sempre protettori del -nostro comune, e il detto prenze capitano e conducitore delle nostre -osti, avendo il loro reale sangue e la vita, nelle persone di messer -Carlo loro fratello e di messer Piero figliuolo del detto re, sparto -nelle nostre guerre, non dimenticata la memoria di cotanti servigi, -gli fu vietato non tanto il venire nella nostra città senz’arme e -senza compagnia di gente d’arme, ma lo stare nel nostro contado gli -fu vietato; e i fratelli carnali e’ cugini tornando di prigione -d’Ungheria, e domandando di volere fare loro diritto cammino per la -nostra città, e per lo nostro contado a tornare nel Regno, fu loro -vietato e contradetto il passo, ove si doveva con singulare festa e -onore fargli ricevere e accompagnare: ma tanto fu il podere d’alquanti -cittadini che allora governavano il comune, fortificandosi con non -giusti nè veri sospetti, che contro al piacere degli altri cittadini -ebbono podere di così fare. Il capitano di Forlì antico tiranno, sempre -stato nemico di santa Chiesa e del nostro comune, caporale in Romagna -di parte ghibellina, scomunicato e dannato da santa Chiesa, volendo -andare a Pisa all’imperadore con grande compagnia di gente d’arme, fu -nella nostra città ricevuto con disordinato e sobrabbondante onore, e -convitato da’ signori e da altri cittadini stette in festa alcuni dì di -suo soggiorno: poi volendo essere nella presenza dell’eletto imperadore -a Pisa, non gli fu conceduto eziandio entrare in quella città, -perch’era in indegnazione di santa Chiesa. Non è l’onore alcuna volta -fatto al nemico da biasimare, ma molto pare cosa detestabile in luogo -del debito onore a fidatissimi amici imporre sospetto e fare vergogna; -alla matta ignoranza del vario reggimento della nostra città fu lecito -di così fare a questa volta. - - -CAP. XLIV. - -_Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa._ - -L’eletto imperadore diliberato delle mani de’ tiranni di Milano, avendo -in sua compagnia il fratello naturale patriarca d’Aquilea, giunse alla -città di Pisa domenica a dì 18 di gennaio, gli anni _Domini_ 1354 -dalla sua incarnazione, in su l’ora della nona. Ed essendo i Pisani -provveduti a fargli onore, gli andarono incontro con la processione -del loro arcivescovo e di tutto il chericato, e con allegra festa i -giovani vestiti a compagnie di nuove assise andavano armeggiando, e i -rettori del comune con gli altri più maturi cittadini, e co’ soldati -senz’arme gli si feciono incontro fuori della terra facendogli somma -riverenza, e così tutto l’altro popolo a piè pieno d’allegrezza gli -si fece incontro; e addestrato da’ loro cavalieri con ricco palio -sopra capo, gridando il popolo viva l’imperadore, il condussono nella -città. L’imperadore, vestito molto onestamente d’uno paonazzo bruno -senza alcuno ornamento d’oro, o d’argento o di pietre preziose, andava -con molta umilità salutando i grandi e’ piccoli, pigliando gli animi -di molti forestieri che l’erano a vedere col suo benigno aspetto e -umile portamento, e condotto alla chiesa cattedrale, reverentemente -inginocchiato all’altare fece sue orazioni; e rimontato a cavallo, con -grande allegrezza e festa fu condotto a’ nobili abituri de’ Gambacorti, -ov’era il famoso giardino, e apparecchiato da’ detti Gambacorti le -camere e le letta di nobilissimi adornamenti, e apparecchiate le -vivande per la cena, e gli ostieri attorno per tutta la sua compagnia, -fu con somma letizia consumata la prima giornata, verificandosi -l’antico proverbio, che dice: gli stremi dell’allegrezza occupa il -pianto, come seguendo appresso in questo processo dell’imperadore si -potrà trovare. - - -CAP. XLV. - -_Come l’imperadore bandì parlamento in Pisa, e quello n’avvenne._ - -Lunedì vegnente a dì 19 di gennaio, volendo l’imperadore fare -ragunare i cittadini a parlamento per ricevere il saramento della -loro ubbidienza, mandò il bando da sua parte che tutti si ragunassono -al duomo per la detta cagione, ed egli s’apparecchiò d’andare là. Il -popolo mosso per lo bando si ragunava al duomo. Erano in questo tempo -in Pisa due sette, l’una reggea lo stato del comune, della quale i -Gambacorti e Cecco Agliati erano caporali, e costoro erano chiamati -Bergolini, l’altra si chiamava la setta de’ Matraversi, e non erano -confidenti al reggimento del comune, ed essendo venuto di Lombardia -appresso all’eletto imperadore uno Paffetta della casa de’ Conti, il -quale era de’ caporali della setta de’ Matraversi, costui con certi -altri di quella setta disposti a rimuovere il reggimento della città, -il quale l’eletto imperadore aveva a Mantova promesso di conservare -e di mantenere, essendo egli già mosso per andare al parlamento, -e valicato il ponte alla Spina, cominciato fu con gran romore per -li Matraversi a dire, viva l’imperadore e la libertà, e muoia il -conservadore. Udendosi nel romore la novità del conservadore, i grandi -e’ piccoli cominciarono a sospettare per tema, e altri per mala -industria, cominciò il popolo a correre all’arme. L’eletto sentendo -questa novità, incontanente diede la volta, e avendo seco Franceschino -Gambacorti, il quale era sindaco del comune a fargli il saramento, e -con lui i soldati del comune, se ne venne al palagio degli anziani, e -di là mandò bandi per la terra, e fece a’ cittadini porre giù l’arme, -e racchetare il popolo; e lasciati i soldati del comune alcuna parte -armati in segno di guardia, in quel giorno non si fece altra novità, e -prolungossi il saramento che fare si dovea all’eletto imperadore. - - -CAP. XLVI. - -_Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò l’imperio._ - -Del detto mese di gennaio, un’altro giovane Calogianni Paleologo -imperadore di Costantinopoli, essendo, come addietro è narrato, dal suo -suocero Mega Domestico balio dell’imperio per lui cacciato di quello, -ed usurpato a se la signoria del detto imperio, aveva lui lungamente -tenuto in esilio nel reame di Salonicco: il quale giovane imperadore -avendo tenuto lungo trattato con certi de’ suoi baroni, i quali gli -dicevano che procurasse di comparire a Costantinopoli, ed essendovi -l’ubbidirebbono, costui povero d’avere e di gente, non trovando altro -aiuto, si fece ad amico un gentile uomo di Genova ch’era ricco in quel -paese, il quale co’ suoi danari e con l’industria della sua persona -segretamente il condusse in Costantinopoli; ed essendo nella città, -fu manifestato a’ baroni con cui era in trattato, i quali di presente -gli feciono braccio forte, e sommossono il popolo, che il desiderava -come loro diritto imperadore; e presa l’arme, combattendo il castello -della signoria, Mega Domestico usurpatore dell’imperio, male provveduto -di questo caso, come Iddio volle si fuggì di Costantinopoli, e il -giovane a cui si dovea l’imperio di ragione rimase imperadore, e il -suocero per paura si rendè calogo cioè eremita. E stando in quello -stato da non prender guardia di lui, trattava col figliuolo e co’ -suoi amici d’abbattere l’imperadore, e scoperto il trattato si fuggì, -e cambiato abito, accolse gente, e cominciò a guerreggiare in alcuna -parte l’imperio, con lieve aiuto di sbanditi e di ribelli. L’imperadore -per rimunerare il servigio ricevuto dal Genovese, ch’aveva nome messer -... li diede l’isola di Metelino, e la sirocchia per moglie, ed ebbelo -continovo al suo consiglio. - - -CAP. XLVII. - -_Come i Matraversi di Pisa feciono muovere l’imperadore._ - -Tornando alla materia de’ Pisani, il martedì a dì 20 di gennaio del -detto anno si ragunarono in Pisa col Paffetta assai della setta de’ -Matraversi, e con loro gran parte d’un’altra nuova setta che si diceano -i Malcontenti, e in compagnia s’appresentarono dinanzi all’eletto -imperadore, e con grande istanza il richiesono e pregarono, che per -bene e contentamento del comune dovesse prendere a se il saramento de’ -loro soldati, che i cittadini erano malcontenti che i suoi soldati -fossono all’ubbidienza di due privati cittadini, ciò era Franceschino -Gambacorti e Cecco Agliati: e Cecco Agliati per alcuna invidia presa, -vedendo che a’ bisogni i soldati andavano più a Franceschino che a -lui, sentendo questo movimento andò all’imperadore, e disse, che -dicevano bene, e che per se era contento che così si facesse. L’eletto -imperadore vedendo che il movimento di costoro s’accostava alla sua -volontà, quanto che ciò fosse contro a’ patti promessi, sott’ombra di -volere racquetare la contenzione del comune, e levare materia agli -scandali già mossi, andò al palagio degli anziani, e ivi fatti ragunare -i soldati del comune a cavallo e a piè, prese il saramento da loro, e -cominciò a venir meno allo stato che reggeva della sua promessa, e a -dare baldanza a’ suoi avversari; ma per non dimostrare che così tosto -avesse loro rotti i patti, argomentò, e fecene capitani Franceschino -Gambacorti e Cecco Agliati alla sua volontà. La cosa era già condotta -in termini che dire non s’osava contro a cosa che facesse, nè ricordare -i patti promessi, ma catuno dimostrava essere contento a ciò che -facesse per accattare la sua benivolenza. - - -CAP. XLVIII. - -_Come procedettono i fatti in Pisa._ - -Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che l’eletto assentiva di -grado le novità che moveano i loro avversari, e non vi volea mettere -riparo, conobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e non vi -poteano riparare con alcuno salutevole consiglio. E però vedendosi a -mal partito, strignendosi insieme, per lo meno reo presono di volere -essere motori, innanzi che fatto venisse alla setta contraria a loro -di dare la libera signoria del comune all’imperadore, pensando che per -i patti egli era loro obbligato, e per questa libertà sarebbe più: -e così deliberati furono all’eletto, e con belle e riverenti parole -dissono, ch’aveano provveduto, per levare gli scandali della città di -Pisa e del suo contado e distretto, darli la signoria; l’imperadore -che per via indiretta cercava questo, si mostrò molto contento, e di -presente prese la signoria, e levò le guardie dalle porte che v’avevano -i Pisani e mise vi la sua gente, e il dì e la notte faceva guardare la -terra alla sua cavalleria tanto che vi fosse più forte, e l’entrate del -comune recò a sua stribuizione, e mandò bando da sua parte, che chi -si sentisse offeso del tempo passato, o per l’avvenire, andasse per -giustizia a lui e alla sua corte, dicendo, che intendea che l’agnello -pascesse allato al lupo senza lesione o paura. Tutto questo processo -per la fretta delle sette e per la volontà dell’imperadore, sotto ombra -di volere conservare il comune in pacifico stato, fu aoperato di fatto, -senza deliberazione di comune consentimento. - - -CAP. XLIX. - -_Come gli ambasciadori del comune di Firenze andaro all’imperadore._ - -Il comune di Firenze avendo lungamente praticato con quello di Siena -e di Perugia per la comune libertà del reggimento delle dette città, -e trovato che i Perugini si poteano diliberare dalla suggezione -dell’imperio, sotto titolo d’essere uomini di santa Chiesa, nondimeno -di loro consiglio s’unirono insieme co’ Sanesi a dovere seguitare -uno sì e uno nò nel cospetto dell’imperadore a mantenere loro stato -e la franchigia de’ loro comuni; e avendo presa questa concordia, -i Fiorentini ch’aveano eletti sei cittadini d’autorità a questo -servigio, gl’informarono della volontà del loro comune, dicendo, che -i Sanesi seguirebbono quello medesimo, secondo la promessa ch’aveano -dall’ordine de’ nove, che governava e reggeva quello comune; ed avendo -i capitoli scritti della loro commissione, a dì 22 di gennaio si -partirono di Firenze vestiti d’un’assisa tutti di doppi vestimenti, -l’uno di fine scarlatto, l’altro di fine mescolato di borsella, con -ricchi adornamenti, e con otto famigli a cavallo per uno tutti vestiti -d’un’assisa, e nel cammino attesono più giorni gli ambasciadori -perugini e’ sanesi per comparire tutti insieme nella presenza -dell’imperadore, come ordinato era, sperando dovere impetrare ogni loro -domanda con la benevolenza del signore, ove i Sanesi tenessono la fede -promessa a’ Fiorentini e a’ Perugini, la qual cosa venne mancata per la -corrotta intenzione de’ Sanesi, come poco appresso racconteremo. - - -CAP. L. - -_Di novità stata in Montepulciano._ - -Mercoledì notte a dì 21 di gennaio, messer Niccolò de’ Cavalieri uscito -di Montepulciano, avendo trattato co’ suoi amici ch’erano nel castello, -accolti dugento cavalieri e cinquecento fanti, essendogli aperta una -porta, entrò nel castello; i Sanesi ch’aveano la rocca e la guardia di -Montepulciano, sentendo messer Niccolò e la sua gente entrati dentro, -francamente con certi terrazzani che non erano nel trattato abbarrarono -la terra, e intendevano alla difesa, ma poco sarebbe loro valuto, se -non che per caso avvenne, che per altra cagione in Montefollonico ivi -vicino erano venute masnade di Sanesi, i quali sentendo lo stormo di -Montepulciano di presente furono là al soccorso de’ loro; e aiutato -sostenere la battaglia e difendere la terra infino al vespero, vedendo -messer Niccolò e i terrazzani ch’erano con lui che non poteano rompere -gli avversari, e che il giorno declinava verso la notte, temette che -nel soprastare maggior gente de’ Sanesi non li sorprendesse, presono -partito d’ardere la terra, e andarsene: e mettendo prima catuno -fuoco nella sua casa, e appresso nell’altre, e affocato ogni cosa, -abbandonarono la terra: e intrigati que’ d’entro a riparare al fuoco -non li poterono seguire, e però si ricolsono a salvamento; e per -l’abbondanza del fuoco messo in molte parti, senza potersi riparare -arse dalla rocca del sasso in giù tutta quanta, con gran danno de’ -terrazzani. - - -CAP. LI. - -_Come le sette di Pisa si pacificarono insieme._ - -A’ 23 di gennaio 1354, avendo l’imperadore recato a se la guardia e -la libera signoria di Pisa, e messi i Tedeschi in luogo de’ cittadini -alla guardia, e già cominciando a prendere per loro, e volere per loro -alberghi le case de’ buoni cittadini di Pisa e le loro masserizie, -per paura di peggio catuna setta si ragunò a casa degli anziani: -e vedendosi insieme, catuno dicea, che per le loro discordie e -disordinati movimenti l’imperadore avea presa la guardia e la signoria -di Pisa contro a’ patti, e senza la deliberazione del comune, e -dimostrarono in quello consiglio quanto male poteva seguire alla patria -per le loro discordie; e ivi gli animi avvelenati da catuna parte -cominciarono a dissimulare, e mostrare di volere tra loro concordia, -e gli anziani in quello stante elessono dodici cittadini di catuna -parte, i quali ragunati insieme, senza contasto terminarono che ogni -dissensione tornasse a unità e concordia. E avuto consiglio con molti -cittadini, feciono fare pace a coloro ch’aveano briga insieme, e quelli -che discordavano per cagione di sette si mostrarono a quella volta -d’uno volere, e di concordia elessono ventiquattro, dodici di catuna -parte, che riformassono la terra degli ufici e’ reggimenti a volontà -dell’imperadore; e così ferma la concordia fra loro andarono insieme -all’imperadore, il quale avea già cassi i soldati borgognoni e italiani -del comune di Pisa, e in loro luoghi condotti de’ suoi tedeschi, e -fattili giurare a se. Venuti i Pisani nella presenza dell’imperadore, -con belle e savie parole li feciono intendere la loro pace e la loro -concordia. L’imperadore, nonostante quello ch’avea inteso da’ dicitori, -fece domandare il popolo se così era di loro volere, e tutti gridando -risposono di sì; allora l’imperadore scusò se, dicendo, che quello -ch’avea fatto non era stato di suo movimento nè per sua volontà, ma -le discordie e i romori mossi e fatti nel suo cospetto l’aveano fatto -temere del suo onore e del pericolo della città, e però avea presa la -guardia; ora molto allegro della loro pace e concordia restituiva la -guardia della città al comune e gli ufici a’ cittadini; e di presente -colla sua autorità confermò i ventiquattro eletti a riformare la terra, -pregando e comandando loro che facessono buona e comune elezione agli -ufici de’ loro cittadini, sicchè alcuno non si potesse con ragione -rammaricare: ma le chiavi delle porte della città non volle però -rendere agli anziani. E chi bene riguarderà questo processo, troverà -per astuto ingegno abbattuto lo stato di coloro che reggevano, e forse -darà fede a una fama che corse, che tutto ciò ch’è avvenuto fosse -ordinato con l’imperadore per lo Paffetta capo de’ Matraversi fino in -Lombardia. - - -CAP. LII. - -_Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di Fermo._ - -Tornando nella fontana de’ tradimenti nella Romagna e nella Marca, -ci occorre Gentile da Mogliano, il quale per dare più certa fede de’ -suoi futuri tradimenti, s’era comunicato col cardinale all’altare -del corpo di Cristo quando rendè la città di Fermo a santa Chiesa, e -fu fatto gonfaloniere per lo detto legato contra i nemici di santa -Chiesa di Roma, e capitano della gente della Chiesa contro a messer -Malatesta da Rimini ch’era suo nemico capitale, e mandò il legato, -com’era in convegna con Gentile, gente d’arme a cavallo e a piè per -ricevere la tenuta della rocca e fornirla, e mandò per loro contanti -fiorini d’oro ottomila per dare a Gentile, come gli avea promessi -quando consegnasse la rocca. In questi medesimi dì, innanzi che le -cose avessono il suo effetto, messer Malatesta s’avvisò non potere -resistere contro al legato avendo seco Gentile da Mogliano e la -città di Fermo; e ’l capitano di Forlì, quanto che fosse nemico di -messer Malatesta, s’accorse, che acquistando la Chiesa sopra messer -Malatesta, la piena verrebbe poi sopra lui, e però incontanente fece -sapere a messer Malatesta, che volea dimenticare l’ingiurie ricevute, -ed essere suo amico, e senza attendere risposta, con molta confidanza -se n’andò a lui, il quale veggendo la liberalità del capitano il -ricevette amichevolemente; e ragionando insieme, conobbono il pericolo -del loro stato, e che rimedio non avea se non della loro concordia e -di Gentile da Mugliano: e presa fede da messer Malatesta che farebbe -pace con Gentile, e che gli renderebbe il porto di Fermo, di presente -mandò messer Lodovico suo figliuolo cognato di Gentile a ordinare che -tradisse il legato e santa Chiesa: e perocchè la natura di que’ tiranni -è molto conforme a’ tradimenti, con poca fatica recò Gentile al fatto; -e udita la promessa di messer Malatesta, e vedendosi acconcio a potere -tradire, tutto l’onore ricevuto dal legato, e la speranza di quelli che -gli si apparecchiavano, e ’l saramento prestato nella comunione a santa -Chiesa mise per niente, e fu tanto sfacciato, ch’essendo già venute -in Fermo le some de’ soldati del legato con parte della gente, fece -cercare se i danari vi fossono che il legato mandava per la rocca, e -per avventura erano ancora fuori della terra; e temendo de’ cittadini, -che volentieri erano usciti della sua tirannia, mostrando di volere -fare ciò ch’avea promesso, occultamente racchiuse nella rocca messer -Lodovico con dugento cavalieri, e del mese di gennaio, essendo molti -cittadini fuori della terra a una certa festa, scesono improvviso -della rocca nella città gridando, viva Gentile da Mogliano, e muoia -la parte della Chiesa, e corsono a serrare le porti, e i soldati che -dentro v’erano per la Chiesa mandarono fuori. La gente del legato -uscita di Fermo, e l’altra ch’era fuori, temendo per lo subito e non -pensato tradimento, si ricolsono a Recanati: e fornito Gentile il suo -tradimento, e fatto pace con messer Malatesta, e riavuto il porto di -Fermo, tutti e tre i tiranni ribelli a santa Chiesa si collegarono -insieme contro al legato, ma egli con grande animo per questo non si -smagò, ma prese cuore d’abbatterli, come infine fatto gli venne. - - -CAP. LIII. - -_Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi furono ricevuti -dall’imperadore._ - -A dì 29 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze, -in compagnia con gli ambasciadori di Siena, entrarono in Pisa, e -andarono a fare la riverenza all’imperadore, e con loro furono ancora -gli ambasciadori del comune d’Arezzo: (quelli del comune di Perugia, -perocchè si voleano appresentare come uomini di santa Chiesa, non -vollono andare con loro): e come giunsono all’imperadore, trovarono -accolti con lui tutti i suoi baroni, ed entrando gli ambasciadori de -detti comuni, i baroni avvallarono i cappucci, e l’imperadore e’ suoi -li ricevettono con molta festa e allegrezza: e volendo baciare i piedi -all’imperadore, nol sofferse: e ricevuta la riverenza da tutti, con -singolare dimostramento d’amore prese per mano degli ambasciadori di -Firenze, e feceseli tutti sedere allato, e tale fu ch’egli abbracciò e -baciò in bocca per mostrare che contro a lui non avesse preso sdegno, -sapendo ch’altra volta tornato a Firenze dalla Magna avea sparlato -contro a lui; e festeggiando con tutti allegramente, domandarono -giornata per sporre la loro ambasciata, e fu data loro per lo seguente -giorno. - - -CAP. LIV. - -_Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede contro a’ Fiorentini._ - -L’altro dì vegnente, a dì 30 di gennaio detto, gli ambasciadori del -comune di Firenze vestiti di scarlatto foderato di vaio con adorni -paramenti, con gli ambasciadori de’ Sanesi insieme, ch’erano de’ -maggiori cittadini di quella città, s’appresentarono alla presenza -dell’imperadore e del suo consiglio: e avendo voluto i Fiorentini che -con loro insieme fossono gli ambasciadori d’Arezzo, i Sanesi ch’avevano -la mente corrotta contro a’ Fiorentini nol vollono acconsentire, -perchè i Fiorentini a quel parlamento non avessono chi li seguisse. E -cominciando gli ambasciadori fiorentini a sporre l’ambasciata com’era -loro imposto, per dimostrare più franchezza del loro comune, usarono -parole di debita reverenza alla maestà imperiale, dicendo _santa -corona_, e poi conseguendo _serenissimo principe_, senza ricordarlo -imperadore, o dimostrargli alcuna riverenza di suggezione, domandando -che il comune di Firenze volea, essendogli ubbidiente, le cotali e -cotali franchigie per mantenere il suo popolo nell’usata libertà, e -avendo tutto detto come fu loro commesso, conchiusono la loro reverenza -con poco onore della maestà imperiale, della qual cosa seguitò poco -onore a’ rettori di Firenze da cui mosse quello consiglio. Di questo -nacque tra i baroni e’ consiglieri dell’imperadore, e massimamente -tra coloro che per animo di parte erano contradi al comune di -Firenze, sdegno e baldanza di parlare contro al nostro comune, e se -l’imperadore, e il patriarca, e il vececancelliere non avessono avuta -più temperanza che gli altri del consiglio, i fatti con la consequenza -de’ Sanesi, che in quello consiglio ingannarono il comune di Firenze, -andavano a rovescio con molto sdegno da catuna parte, ma il savio -signore con temperanza conobbe quanto pericolo al suo stato portava -a non rimanere in concordia col comune di Firenze, e però sostenne, -magnificando quel comune, e mostrando verso quello volere fare quanto -onestamente potesse fare, non guardando troppo all’onore imperiale: -e ordinò di tornare con più diligenza altra volta a trattare co’ -detti ambasciadori, e il suo consiglio ripremette d’ogni oltraggioso -parlamento quivi fatto. Dopo questo, gli ambasciadori sanesi, ch’aveano -altro in cuore che non aveano promesso a’ Fiorentini, lieti della poca -riverenza fatta all’imperadore per gli ambasciadori fiorentini, parendo -loro venuto il tempo che i loro rettori con coperta malavoglienza -lungamente aveano aspettato, credendosi col loro tradimento abbattere -e disfare il comune di Firenze, partendosi da quello che in fede -aveano promesso al nostro comune, cominciarono a sporre innanzi -all’imperadore, e al suo consiglio, e agli ambasciadori del comune -di Firenze la loro ambasciata, magnificando con ornato sermone la -serenità della maestà imperiale, chiamandolo loro signore, e senza -alcuno patto offersono quello comune liberamente alla sua signoria, -con le più magnifiche lode che pronunziare si possono, e con le più -libere offerte, pensando di questo rimanere esaltati e grandi, e aver -messo in fondo il comune di Firenze. Onde l’imperadore graziosamente -e con lieto volto ricevette e accettò l’offerte di quello comune, -e gli ambasciadori commendò molto del loro onorevole parlare, in -onesta riprensione di coloro che con meno reverenza aveano parlato -all’imperiale maestà. Ma perocchè l’intenzione dell’ordine de’ nove di -Siena infino a quello punto era stata occulta a molti grandi cittadini -di Siena e al comune di Firenze, cominciata a palesare ne’ fatti, ebbe -ravvolgimenti, e seguironne cose assai notevoli, come al suo tempo -innanzi racconteremo: ricordando qui, che come a Dio piacque, l’ordine -de’ nove, che questo tradimento ordinarono, ne fu abbattuto e disfatto, -e il comune di Firenze n’è esaltato in maggiore e migliore stato. - - -CAP. LV. - -_De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti -da’ suoi vicini._ - -Avvegnachè quello che seguita non sia cosa notevole, concedesi al -nostro trattato per ammaestramento delle cose a venire. I rettori del -comune di Firenze sentendo passato in Italia l’imperadore e coronato a -Moncia, per loro non si fe’ alcuna provvisione in utilità o beneficio -del nostro comune; stando egli lungamente a Mantova nel lieve stato -che v’era, se il nostro comune v’avesse mandato a dargli conforto, -ciò che avessono voluto avrebbono di grazia impetrato da lui, ove poi -con pericolo e con gran costo s’accordarono con lui, come seguendo si -potrà trovare. E ancora lasciarono per matta ignoranza a provvedere -d’arrecare alla loro volontà e disposizione tutte le città e castella -e terre vicine, le quali lievemente con alquanta provvedenza arebbono -recato a dire e a fare quello che il comune di Firenze avesse voluto, -ove in sul fatto catuna terra e castello senza richiesta del comune -di Firenze prese suo vantaggio, non senza pericolo del nostro comune; -la diligenza e la sollecitudine de’ nostri rettori fu abbandonata al -corso della fortuna, come per antico vizio degli uomini del nostro -comune è consueto, perocchè non è chi si curi di patrocinare lo stato -e la provvedenza del nostro comune: e i rettori, c’hanno poco a fare -all’uficio, intendono più alle loro private cose che a’ beneficii -del comune, e però più lo conduce fortuna che provvedimento, ma -molto l’aiuta Iddio, e gli ordini dati alla grande massa del comune -per i nostri antichi maggiori. E in questo tempo per questa cagione -avvenne, che i Sanesi non si curarono di rompere in sul fatto la fede -a’ Fiorentini: e i Volterrani, sentendo l’offerte fatte pe’ Sanesi, -anch’eglino si diedono liberamente all’imperadore contro al volere de’ -Fiorentini; e i Pistoiesi contro al volere de’ Fiorentini, e senza con -loro conferirne vi mandarono ambasciadori per darlisi: ma sentendo che -il comune di Firenze si turbava contro a loro, si rattennono della -libera profferta, e soprastettono più per paura che per amore: e’ -Samminiatesi cominciarono segretamente, coprendosi a’ Fiorentini, di -darsi liberamente all’imperadore, e trovando tra loro concordia, prima -l’ebbono fatto ch’e’ Fiorentini vi potessono riparare; e se non fosse -che i rettori d’Arezzo temeano forte de’ Tarlati loro usciti e de’ -ghibellini d’entro, avendosi veduti a stanza de’ Sanesi abbandonare -da’ Fiorentini nella presenza dell’imperadore, si sarebbono dati come -gli altri, non curandosi del Comune di Firenze, ma per loro medesimi -sostennono la libertà di quello comune, essendo forte impugnati da’ -Tarlati Pazzi e Ubertini loro ribelli ch’erano con l’imperadore. E -avvedutisi gli ambasciadori fiorentini dell’inganno de’ Sanesi, e di -quello ch’aveano fatto i Samminiatesi e’ Volterrani, cominciarono -a parlare per gli Aretini e per i Pistoiesi; l’imperadore per sua -industria non li sostenne, ma disse la parola del Vangelo: _aetatem -habent ipsi, de se loquantur_, e non lasciò dar loro audacia o favore; -e così per difetto di mala provvedenza, i Fiorentini de’ loro propri -fatti, e di quelli che s’appartengono alla guardia de’ loro vicini, -furono più e più giorni a pericoloso partito, e in grande ripitio degli -altri cittadini. - - -CAP. LVI. - -_Di molti Alamanni venuti alla coronazione dell’imperadore._ - -Stando l’imperadore a Pisa ne’ trattati colle città e comuni di -Toscana, come detto è, innanzi che i sindachi fossono venuti a -fermare le suggezioni, la novella della sua coronazione da Moncia, e -dell’avvenimento da Pisa, era sparta in Alamagna e nel suo reame di -Boemia, e come le città d’Italia erano senza guerra acconce alla sua -ubbidienza: e per questo l’imperatrice si mosse con mille cavalieri di -buona gente d’arme e molti baroni a sua compagnia per venire a Pisa, e -per simile modo molti prelati e grandi signori della Magna di diverse -provincie si mossono, catuno con grande compagnia, per venire in Italia -per essere alla sua coronazione a Roma, e in breve tempo giunsono a -Pisa l’imperatrice e più di quattromila cavalieri della più bella e -ricca baronia del mondo, bene montati, e con nobili paramenti, e molti -arnesi, ma con lieve armadura, e molti ne vennono per la nostra città, -albergandone seicento e settecento per notte, ove con cortese e buona -guardia onorevolmente furono veduti e albergati. L’imperatrice volea di -grazia venire per Firenze, ma perocchè ancora per lo nostro comune non -era presa fermezza d’accordo con l’imperadore, temendo che l’ignorante -e indiscreto popolo minuto non movesse parole villane contro a’ -forestieri essendo l’imperadrice nella città, o contro i rettori del -nostro comune, per lo meno reo e più sicuro fu diliberato e preso, che -con grande compagnia o piccola ella non venisse nella città di Firenze. - - -CAP. LVII. - -_Di novità della Marca per Recanati._ - -Messer Malatesta da Rimini, e il capitano di Forlì, e Gentile da -Mogliano, collegati insieme contro al legato, sentendo che i signori -di Milano aveano tregua con gli allegati Lombardi, e catuno stava -sospeso per cagione dell’imperadore, aveano cassi cento bandiere di -soldati, e perchè non tornassono loro addosso per via di compagnie non -li lasciavano partire del loro distretto se non per la via della Magna: -e per questo li ritennono a manicare sopra la pelle più d’un mese, e -molti se ne tornarono nella Magna, perocch’erano tutti Tedeschi, e -quando gli ebbono assottigliati, concedettono al resto la via per la -Lombardia, i quali senza arresto improvviso giunsono in Romagna: e -arrestati quivi senza far danno da millecinquecento barbute, i tiranni -sopraddetti romagnuoli s’accolsono con loro, e fatto loro alcuno aiuto -di loro danari, e promesse d’una buona terra dove potrebbono vernare ad -agio, li condussono a Recanati, pensando per forza poterla vincere e -racquistare. Il legato ammaestrato de’ fatti della guerra e de’ baratti -de’ suoi avversari, avendo per suo capitano di guerra messer Ridolfo -da Camerino, pro’ e valente cavaliere, avea fatta guernire di gente -d’arme da cavallo e da piè la città di Recanati: sicchè sopravvenendo -i tiranni con quella cavalleria, e sforzandosi di combatterla, la -trovarono sì guernita alla difesa, che ne perderono tosto ogni -speranza: e non potendovi soprastare, con vergogna se ne partirono -tornandosi addietro. - - -CAP. LVIII. - -_Come la gran compagnia del conte di Lando entrò nel Regno._ - -Essendo per l’avvenimento dell’imperadore in triegua i fatti di -Lombardia, la gran compagnia del conte di Lando era tornata nella -Marca: e ricordandosi che l’anno dinanzi il re Luigi non avea mandato -loro quarantamila fiorini d’oro ch’egli avea promessi, e sentendo -che il duca di Durazzo e il conte Paladino erano in rubellione della -corona, ed erano contenti che la compagnia entrasse nel Regno, -nondimeno il conte di Lando, perchè il re non si provvedesse contro a -loro, tenea trattato d’accordarsi al soldo della Chiesa: ma non gli -era bisogno, che ’l traccurato re era stato assai dinanzi avvisato -dall’imperadore e da più altri che si provvedesse, che di certo la -grande compagnia dovea entrare nel Regno, e la provvigione che di ciò -fatta era, era di stare continovo in danzare e in festa colle donne: e -però la detta compagnia facendo la via della marina d’Abruzzi, senza -trovare contasto o riparo entrò nel Regno: e nella prima entrata -presono Pescara, e Villafranca, e san Fabiano, e trovandoli pieni di -vittuaglia e d’arnesi si dimorarono in essi fino al marzo, recando in -preda ciò che venne loro alle mani, scorrendo le contrade d’intorno. -E d’altra parte il conte Paladino, con trecento cavalieri e molti -masnadieri, in questo medesimo tempo correva predando le terre di -Puglia, facendo noia e danno assai a’ paesani; e avvegnachè messer -Luigi di Durazzo non si scoprisse in questi fatti, tutto si riputava -che fosse di suo consentimento e volontà. Il re facea fortificare -le terre alla difesa contro alla compagnia, e confortavali che si -guardassono bene per non cadere nelle mani de’ predoni: altro aiuto non -dava loro, che non n’era provveduto nè fornito di poterlo fare. - - -CAP. LIX. - -_Come l’imperadore andò a Lucca._ - -Essendo stato l’imperadore in Pisa, e lasciato fare a’ cittadini -le novità che narrate avemo, stimando che quelle divisioni fossono -favorevoli alla sua signoria, e in iscusa a’ patti rotti, intra’ -quali era la suggezione di Lucca, già immaginandone alcuna cosa a sua -utilità, volle andare a vedere la città, e a dì 13 di febbraio anno -detto si mosse con piccola compagnia di gente d’arme, e stettevi quel -dì e l’altro, e prendendo la riverenza da’ cittadini, il pregavano -della loro libertà. Il savio e avveduto imperadore, volendo compiacere -a’ Pisani e mostrare di volere mantenere i patti, quanto che altro -avesse nell’animo, disse, com’e’ sapeva che i cittadini di Lucca erano -stati per lungo tempo ribelli all’imperio, e però li reputava degni di -quello ch’avevano ricevuto: e confortandoli disse, che comportassono -con pazienza quello che sosteneano per penitenza del peccato commesso, -tanto che meritassono la liberazione: e nell’agosto lasciò que’ -medesimi cittadini che i Pisani v’aveano deputati alla guardia, e non -rimosse uficiali nell’ordine di quel reggimento in alcuna parte, e -l’altro dì se ne tornò a Pisa. - - -CAP. LX. - -_Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso._ - -In questo mese di febbraio nacque presso a Firenze in un luogo che si -chiama il Galluzzo, a uno barbiere, un fanciullo mostruoso e diminuto, -che ’l viso era come di vitello con gli occhi bovini, e dove doveano -essere i bracci, dagli omeri delle spalle uscivano due branche quasi -come d’una botta, da ogni parte la sua, e avea il corpo e la natura -umana senza coscie: ma dove le coscie dall’imbusto doveano discendere, -uscivano due branche da catuno lato una, ravvolte che non aveano -comparazione: e’ vivette parecchie ore, e appresso morì, lasciando -ammirazione di se. Ma di questo e degli altri corpi umani nati -mostruosi nella nostra città non potemmo comprendere che fosse vestigio -o pronosticatori d’alcuni accidenti, come credeano gli antichi, ma gli -sconci e disonesti peccati spesso sono cagione di mostruosi nascimenti, -e alcuna volta l’empito delle costellazioni. - - -CAP. LXI. - -_De’ fatti di Siena con l’imperadore._ - -Era per lunghi tempi governato il reggimento della città di Siena per -l’ordine de’ nove, il quale era ristretto in meno di novanta cittadini -sotto certo industrioso inganno: perocchè quando il tempo veniva di -fare i loro generali squittini, acciocchè ogni degno cittadino popolare -entrasse nell’ordine de’ nove, coloro ch’aveano già usurpati gli ufici -si ragunavano segretamente in una chiesa, e ivi disponevano d’alcuni -cui voleano che rimanessono nell’ordine, fermandoli tra loro per -saramento, e prometteano tutti dare a’ detti le loro boci co’ lupini -neri, e tutti gli altri ch’andavano allo squittino, ch’erano molti -buoni e degni cittadini, li riprovavano co’ lupini bianchi, sicchè -l’ordine non crescea più che volessono, nè alcuno v’entrava che tra -loro prima non fosse deliberato: per la qual cosa erano in odio a tutti -gli altri popolani, e a gran parte de’ nobili con cui non s’intendeano. -Eranvi certi che manteneano questa setta, e guidavano il comune com’e’ -voleano; costoro furono quelli che con loro tradimento credettono -abbattere il comune di Firenze, e disfare sua franchigia e reggimento -con la forza dell’imperadore, ed esaltare loro, sottomettendo la -libertà del loro comune alla libera signoria dell’imperio, come -poco addietro abbiamo narrato: avvenne, che manifestata in Siena -l’intenzione de’ loro rettori, strana all’intenzione de’ Fiorentini -e della maggior parte de’ loro cittadini grandi e popolani, essendo -mandato per gli ambasciadori al comune di Siena che facessono il -sindaco a fare la sommissione, la cosa cominciò a intorbidare gli animi -de’ cittadini, e a impedirsi il sindacato con grandi ripitii de’ loro -rettori e dell’ordine de’ nove che questo aveano fatto, e fu la città -in grave sospetto di ravvolgimento e di romore, e tutte le case de’ -grandi feciono ragunata di gente d’arme. L’imperadore in Pisa volea che -gli ambasciadori sanesi facessono la sommessione ch’aveano promessa di -fare, e per questa cagione avea fatto bandire il parlamento. Allora uno -degli ambasciadori ch’era della casa de’ Tolomei disse a’ compagni, -che non intendea senza nuovo sindacato palese a’ suoi cittadini fare -quella sommessione: e per questo traendosene catuno addietro, la -cosa soprastette, e rimandarono a Siena: di che l’imperadore ebbe -malinconia e gran sospetto, e tutti i dì di questo aspetto stette -rinchiuso senza dare alcuna udienza o mostrarsi ad alcuno. I grandi -cittadini di Siena conoscendo il gran pericolo che occorrere poteva -al loro comune ribellandosi della promessa fatta all’imperadore, e -avendo fatto conoscere all’ordine de’ nove e al popolo, che senza loro -volontà non aveano podere di darsi all’imperadore, a dì 26 di febbraio -ragunato il parlamento, per volere piacere non meno al minuto popolo, -ch’era imperiale, che all’ordine e alla setta de’ nove, feciono fare -il sindacato pieno a darsi liberamente all’imperadore. Avvenne per -questo, che l’imperadore conobbe e seppe che le case de’ grandi di -Siena ebbono la signoria di fare della città a loro senno, e da loro -principalmente conobbe la soggezione di quella; e venuto il nuovo -sindacato agli ambasciadori detti, domenica, a dì primo di marzo del -detto anno, raunato il parlamento, i detti ambasciadori con pieno -sindacato del loro comune, feciono al detto eletto imperadore per se -e pe’ suoi successori ricevere libera suggezione del misto e mero -dominio di quella città e contado, e de’ loro uomini alla signoria -dell’imperio, non riserbandosi alcuna franchigia dell’antica libertà di -quello comune: e di questo li feciono fare reverenza, e prestarono il -saramento, ed egli l’accettò e ricevette per se e pe’ suoi successori -in futuro in presenza di tutto il parlamento, con grande allegrezza -e festa del popolo pisano ch’era presente; e accecati dalla coperta -invidia che portavano al comune di Firenze, avvisandosi per questo -abbattere la libertà de’ Fiorentini, mattamente sommisono la loro. - - -CAP. LXII. - -_Di più imbasciate ghibelline state in presenza dell’imperadore._ - -Non ci parve da lasciare in silenzio quello che al presente seguita. -Messer Piero Sacconi, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e Neri da -Faggiuola, co’ loro consorti e co’ Pazzi di Valdarno, feciono loro -sforzo accattando sopra loro possessioni, e vendendone, per mettersi a -comperare belli cavalli, e armi orrevoli, e robe e ricchi paramenti, -per comparire magnifici nella presenza e servigio dell’imperadore, -credendosi essere esaltati da lui sopra gli altri Toscani: ed essendo -gli ambasciadori d’Arezzo per trovare accordo con l’imperadore, i -loro caporali nominati s’appresentarono nell’udienza imperiale, e in -quella addomandarono baldanzosamente d’essere rimessi nella loro città -d’Arezzo, e che a loro fossono rendute le terre e le possessioni. -Gli ambasciadori francamente li ripugnavano. L’imperadore, ch’avea -l’animo a’ fatti suoi e non a quelli della parte ghibellina, li si -levò dinanzi, dando loro uditori ch’avessono a riferire a lui: e nella -presenza degli uditori messer Piero montò in tanta arroganza, che -con aspre minacce e villanie domandava di volere essere restituito -nella capitaneria d’Arezzo e del contado. Gli ambasciadori savi e -coraggiosi rimproveravano la sua abbominevole tirannia, e il proprio -acquisto fatto per violente rapina, e per manifesta ruberia fatta a’ -meno possenti sotto il titolo del capitanato, conchiudendo, ch’egli -era degno di ricevere dall’imperio gravi pene, avendo convertita la -capitaneria di quella città in incomportabile tirannia: e che quella -città che gli era accomandata per la santa memoria dell’imperadore -Arrigo, egli per malizia e per somma avarizia l’avea sottoposta e -venduta a’ Fiorentini per quarantamila fiorini d’oro, in vergogna -e detrimento del santo imperio: e grande vergogna gli era ora con -sfrenata baldanza avere fatto manifesto all’imperiale maestà cotanti -suoi difetti. Ancora il detto messer Piero avea nella presenza degli -uditori e degli ambasciadori infamato Neri da Faggiuola, ch’avea -per amistà de’ Perugini fatta la terra del Borgo, ch’era per lui -acquistata a’ ghibellini, venire in parte guelfa; per Neri gli fu -altamente risposto, mostrando come tutto era avvenuto per la sua -malizia, e per le sue violenze quando v’avea stato: e anche avvenne -che il vescovo d’Arezzo si lamentò di messer Piero di gravi ingiurie; -e così l’uno disse improvviso contro all’altro per modo, che tutti -impetrarono grazia nel cospetto dell’imperadore e del suo consiglio -di gravi abbominazioni, senza altro acquisto di frutto; e d’allora -innanzi gli ambasciadori del comune d’Arezzo ebbono graziosa udienza -dall’imperadore per l’accordo di quello comune. - - -CAP. LXIII. - -_Come i Volterrani si diedero all’imperadore._ - -Avvegnachè innanzi sia fatta alcuna narrazione della sommissione -di Volterra e di Samminiato, qui si torna al termine del fatto. -I Volterrani sapendo che i Sanesi senza patto erano sottomessi -all’imperadore, avendo poco amore e meno confidanza al comune di -Firenze, perocchè si reggevano sotto la tirannia de’ figliuoli di -messer Ottaviano de’ Belforti, i quali quanto che fossono guelfi di -nazione, per la tirannia dichinavano ad animo ghibellino come mettesse -loro bene, e non amavano il comune di Firenze nè i Fiorentini per la -tirannia, ch’era contradia alla libertà del nostro comune, e però -senza volere seguire il consiglio de’ Fiorentini di domandare patti, -feciono sindachi i loro ambasciadori con pieno mandato e mandarli a -Pisa, i quali in pubblico parlamento, a dì 4 di marzo del detto anno, -si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperatore e de’ suoi -successori, e feciono l’omaggio e la reverenza per lo detto comune, e -il saramento come i Sanesi aveano fatto. - - -CAP. LXIV. - -_Come i Samminiatesi si diedero all’imperadore._ - -I Samminiatesi, che soleano essere più all’ubbidienza del comune di -Firenze che i Volterrani, avendo vedute le sopraddette città di parte -guelfa già sottomesse all’imperio, e che il comune di Firenze trattava -per se d’accordarsi con lui, essendo tra loro divisi per setta per la -maggioranza delle due famiglie Malpigli e Mangiadori, temendo l’una -parte che l’altra non pigliasse vantaggio, s’accostarono insieme -dopo l’aspetto di più giorni: e celandosi da’ Fiorentini perchè non -movessono alcuna delle dette case, e veduto loro tempo convenevole, -di concordia feciono loro ambasciadori con pieno mandato e sindacato -del comune a darsi liberamente all’imperadore; e mandatili a Pisa, a -dì 8 di marzo in parlamento si sottomisono liberamente alla signoria -dell’imperadore; e fatto il saramento, e volendo fare l’omaggio e -baciare i piedi all’imperadore, li levò di terra, e ricevetteli _ad -osculum pacis_, cosa che non avea fatta a’ sindachi di niuna altra -città: la cagione si stimò che fosse per l’affezione che l’imperio -per antico avea a quello castello, ove solea essere la residenza -degl’imperadori e de’ loro vicari, perchè è uno mezzo tra le grandi e -buone città di Toscana. Questo fu prima fatto che il comune di Firenze -ne sentisse alcuna cosa, e quando il seppono, più gravò nell’animo de’ -cittadini di Firenze che la sommissione di Siena e di Volterra, per la -vicinanza che ’l detto castello ha con la nostra città e con l’altre -di Toscana: ma gran cagione ne fu la poca provvedenza già detta de’ -rettori del nostro comune. - - -CAP. LXV. - -_Di disusato tempo stato nel verno._ - -Non ci pare da lasciare in silenzio quello che fu singolare alla -memoria de’ più antichi, la cagione si credette che venisse da -influenza di costellazioni: il fatto fu, che dal novembre al marzo il -tempo fu di dì e di notte il più sereno, cheto e bello che per addietro -si ricordasse, essendo il freddo senza venti continovo e grande: e le -nevi ch’erano cadute dal principio si mantennono ghiacciate nel contado -di Firenze, e in molte parti bastò nella città più di tre mesi: il mare -fu tranquillo e dolce a navicare oltre alla credenza degli uomini; -tutti i gran fiumi stettono serrati di ghiaccio lungamente per modo -che niuno si poteva navicare, e il nostro fiume d’Arno, che è corrente -come uno fossato, stette fermo e serrato di ghiaccio, che lungamente -senza pericolo in ogni parte si poteva sopra il ghiaccio valicare: e a -dì 8 di marzo cominciarono a rompere le piove dolci e utili a tutte le -sementa della terra. - - -CAP. LXVI. - -_Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato all’imperadore._ - -Seguendo gli ambasciadori di Firenze il trattato della concordia -con l’imperadore, e avendo il mandato di profferirgli per lo comune -cinquanta migliaia di fiorini d’oro, avendo da lui i patti privilegiati -che per parte del comune gli si dimandavano, l’imperadore, avvisato -e malizioso, della moneta, dov’egli avea l’animo, non mostrava di -curarsi, ma ne’ patti si mostrava strano e tenace per vendere più cara -la sua mercatanzia. Avvedendosi di questo gli ambasciadori, e avendone -alcuno segreto accennamento di fuori da lui, due degli ambasciadori per -comune consiglio degli altri tornarono in Firenze per informare a bocca -i rettori, e avvisarli di quello che a loro pareva dell’intenzione del -signore. Vedendo i rettori che l’imperadore s’addurava, e che le terre -vicine s’era no date liberamente alla sua signoria, aveano cagione -di più temere: e tennono più consigli segreti ove si raccontavano -de’ falli dell’eletto: come manifesto appariva che non avea tenuto -fede a’ Gambacorti, nè allo stato di coloro che reggevano la città -di Pisa, dilettandosi de’ romori e della divisione de’ cittadini, e -tenea con loro che più erano pronti a movere le novità nella terra -per averne più libera signoria, e come si mostrava bisognoso e cupido -di trarre a se moneta: e avendo per più riprese praticato sopra i -fatti dell’imperadore e sopra quelli del nostro comune, infine d’un -animo presono partito per lo meno reo, che non si guardasse a costo -di moneta infino in fiorini centomila d’oro, dandoli all’imperadore, -dove la nostra città di Firenze rimanesse libera in sua giurisdizione, -con altri singolari patti. E commettendo la pratica di queste cose -ne’ detti ambasciadori, avendoli informati che si tenessono forti a -cinquantamila fiorini, e che non mostrassono nè paura nè viltà in -domandare e sostenere il vantaggio del comune nella quantità della -moneta e negli altri patti, ma innanzi si rompessono da lui aveano di -darli i detti fiorini centomila d’oro. Questo consiglio fu ristretto -ne’ priori e ne’ loro collegi con piccolo numero d’arroti, e fu -comandata a tutti la credenza, e giurata solennemente: e rimandati -i due ambasciadori a Pisa, essendo con l’imperadore, e sostenendo -francamente quello ch’era stato loro imposto, l’imperadore cominciò -a sorridere contro a loro, e manifestò ciò ch’era loro commesso, e -la deliberazione del loro comune, dicendo, che per scrittura tutto -gli era manifesto. Gli ambasciadori di presente senza procedere più -innanzi significarono all’uficio de’ priori ciò ch’aveano di bocca -dell’imperadore della revelazione del loro segreto consiglio, che per -questa cagione, avvegnachè per loro non li fosse acconsentita alcuna -cosa, il trovavano più duro e più turbato che prima, dicendo, come non -era traditore de’ Gambacorti, nè che non era cupido di moneta più del -suo onore, nè si dilettava nella commozione de’ cittadini. Come questa -novella fu divolgata nella nostra città, l’infamia de’ signori, e de’ -collegi, e degli arroti, in cui era la credenza, fu molto grande: ma -però non trovò il comune chi alcuna cosa ne facesse allora per purgare -la comune infamia, temendo per la tenerezza dello stato, avendo così -dipresso l’imperadore, che maggiore pericolo non ne seguisse. Il -consiglio non fu reo, se rifermato lo stato del comune con la pace -dell’imperadore se ne fosse fatta debita inquisizione e giustizia. - - -CAP. LXVII. - -_Come l’imperadore mandò aiuto di gente al legato._ - -Essendo i tiranni di Romagna accozzati insieme, e accolta gente -d’arme assai venuta di Lombardia per reprimere la forza del legato, -ch’era piccola, il legato mandò a richiedere l’imperadore d’aiuto. -L’imperadore immantinente, per mostrarsi zeloso e divoto a’ servigi -di santa Chiesa, vi mandò di presente de’ suoi Tedeschi cinquecento -barbute, e feciono la via per Siena, veduti e onorati da’ Sanesi -graziosamente: e giunti al legato con l’insegna del loro signore, -rifrenarono la forza e la volontà de’ tiranni. Questo non era per -l’andata di cinquecento barbute cosa da farne memoria, ma consentesi al -nostro trattato perchè fu la prima e l’ultima che l’imperadore facesse -in Italia in fatti d’arme. - - -CAP. LXVIII. - -_Trattati dell’imperadore ai Fiorentini._ - -Essendo gli ambasciadori del comune di Firenze quasi ogni dì con -l’imperadore per trattare la concordia, ed egli avendo scoperto il -segreto del comune, e crescendogli ogni dì forza grandissima di baroni -e di cavalieri della Magna, non gli parea volere di meno, e però -si tenea forte a non condiscendere alla volontà de’ Fiorentini: e -nondimeno temperava per non rompersi da loro, con tutto l’attizzamento -de’ caporali ghibellini d’Italia ch’erano appresso di lui, che al -continovo l’infestavano, perchè si rompesse dai trattato della -concordia de’ Fiorentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Siena, -Volterra e Samminiato, e l’aiuto de’ ghibellini ch’erano ivi a fare i -suoi comandamenti, e la gran forza della sua baronia, senza dubbio di -presente ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro arrogante -superbia con grande onore e magnificenza dell’imperio. Il savio signore -conoscea quanto pericolo gli potea incorrere, potendo con suo onore -e vantaggio avere pace, cercare guerra: e conosceva, che quando il -comune di Firenze, ch’era potentissimo, si facesse capo della guerra -contro a lui, che tosto gli si scoprirebbono molti nemici: e conoscea -il servigio che avrebbe dalla gente tedesca, se con larga mano non -li provvedesse, e quanto erano fallaci le suggestioni de’ ghibellini -d’Italia: e però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo petto, -e forte si temea che nascesse cagione per la quale i Fiorentini si -rompessono dal trattato; e però avendo trattato con loro per modo che -pareano assai di presso, l’imperadore disse, che facessono d’avere il -sindacato pieno dal loro comune come la materia richiedeva: e allora -diliberarono che tre degli ambasciadori tornassono a Firenze a fare che -il sindacato si facesse. - - -CAP. LXIX. - -_Raccolti falli de’ governatori del comune in Firenze._ - -Perocchè gli antichi moderati e virtudiosi che soleano reggere e -governare lo stato della repubblica in grande libertà, e con maturi -movimenti e con diligente provvidenza governavano quella in tempo -di pace e di guerra, e non perdonando i falli che si faceano contro -la patria, nè lasciando senza merito l’operazioni che si facevano -virtudiose in accrescimento e onore del comune, onde al nostro tempo -è da maravigliare come la cittadinanza si mantiene, essendo strana da -quelle virtù, e dalla provvisione di quel reggimento: e in luogo di -quelli antichi amatori della patria, spregiatori de’ loro propri comodi -per accrescere quelli del comune, si trovano usurpatori de’ reggimenti -con indebiti e disonesti procacci e argomenti, uomini avveniticci, -senza senno e senza virtù, e di niuna autorità nella maggiore parte, -i quali abbracciato il reggimento del comune intendono a’ loro propri -vantaggi e de’ loro amici con tanta sollecitudine e fede, che in tutto -dimenticano la provvisione salutevole al nostro comune: e non è chi -per lui pensi, nè per la sua libertà, nè per lo suo esaltamento, nè -onore, nè per riparare al pericolo che sopravvenire gli può, se non -nella strema giornata o in sul fatto; e per questo spesso occorrono -gravi casi al nostro comune, e niuno prende vergogna, o aspetta, per -avere mal fatto al comune, alcuna pena: e però non è senza pensiero di -grande ammirazione come il nostro comune non cade in grandi pericoli -di suo disfacimento. Ma i discreti del nostro tempo tengono che questo -sia singolare grazia e operazione di Dio, perocchè in così gran fascio -di cittadini e di religiosi, benchè molti ne sieno de’ rei, assai v’ha -de’ virtuosi e de’ buoni, le cui preghiere conservano la città da molti -pericoli, e alquanto è la gente cattolica e limosiniera, perchè Iddio -la conserva; e oltre a ciò gli ordini dati alla massa del comune per -li nostri antichi, e ’l reggimento che ha preso il corso alla comune -giustizia per le conservate leggi, è grande braccio al conservamene del -comune stato. E benchè gli usurpatori del non degno uficio sieno molti, -e male disposti al comune bene, e solleciti e provveduti a’ loro propri -vantaggi, e occupino la civile libertà, il tempo di due mesi ordinato -al reggimento del sommo uficio del priorato per li nostri provveduti -antichi è sì breve, che fa grande resistenza alla propria arroganza: -e ancora la riprieme non poco la compagnia di nove priori e de’ loro -collegi. Ma non possono ammendare il continovo fallo dell’abbandonata -provvedenza: onde avviene, che come fortuna guida le cose, infino al -pubblico destamento del popolo si pena a provvedere, non il migliore -consiglio, che nol concede il trapassamento delle debite provvedenze, -ma il meno reo. E questo avviene continovo in tutte grandi e pericolose -cose e accidenti ovvero imprese che accaggiono al nostro comune. - - -CAP. LXX. - -_Come a Firenze si fece il sindacato per l’accordo con l’imperadore._ - -Avendo narrato il modo del reggimento del comune di Firenze e de’ -suoi rettori, si può dire con verità del fatto, manifestato più volte -in pieno consiglio per la bocca dell’imperadore, che avendo mandati -il comune di Firenze a Mantova suoi ambasciadori a profferirgli -l’aiuto del comune, e confortarlo della sua coronazione, non avrebbono -domandati que’ patti, che largamente senza niuna promessa di moneta -non avesse liberamente fatti; ma la provvedenza era, ed è per lunghi -tempi stata in contumace del nostro comune: e però tornati a Firenze -i tre ambasciadori per far fare il sindacato, sperando la concordia -con l’imperadore, a dì 12 di marzo del detto anno, ragunato il -consiglio del popolo secondo l’ordine del nostro comune, che prima -s’ha a deliberare in quello, poi in quella del comune, avvenne che il -notaio delle riformagioni, ch’era natio da..... leggendo i patti che -s’intendeano d’avere con l’imperadore, per mostrare grande tenerezza -al popolo della libertà pura del comune, non ostante che in quelle -scritture se ne contenesse assai già deliberate pe’ signori e pe’ -collegi, si ruppe a piagnere per modo, che la proposta non si potè -leggere; e gli animi de’ consiglieri a quelle lagrime si commossono dal -loro proponimento, e però si rimase il consiglio e il sindacato per -quella giornata, e convenne che di nuovo si rifacessono altri privati -consigli, ne’ quali il movimento del notaio non fu riputato fatto -con movimento di ragionevole carità, ma piuttosto per adulazione per -accattare benivoglienza dal popolo. E pertanto tutti i privati consigli -fermarono l’intenzione a fare quello s’addomandava dagli ambasciadori, -e da capo a dì 13 del detto mese si mosse la proposta al consiglio del -popolo, e sette volte l’una dopo l’altra si perdè: all’ultimo levati -molti cittadini d’autorità a dire, e a mostrare il beneficio che di -questo seguitava al comune, e il pericolo che venia del contrario, -si vinse, e fu dato la balìa di pieno sindacato a tutti e sei gli -ambasciadori del comune, a potere promettere per lo comune ciò ch’era -trattato o di nuovo si trattasse: e appresso l’altro dì, a dì 14 del -mese, con minore fatica si rifermò nel consiglio del comune, e gli -ambasciadori col mandato pieno si tornarono a Fisa. - - -CAP. LXXI. - -_Quello si fe’ per alcuno cardinale per la coronazione dell’imperadore._ - -In questi dì il cardinale d’Ostia, a cui s’appartiene la coronazione -dell’imperadore, giunse in Pisa, ricevuto dall’eletto a grande onore. -Era consuetudine di santa Chiesa di mandare tre cardinali alla -coronazione degl’imperadori, quello d’Ostia, c’ha l’uficio d’andare -a coronare l’imperadore alle sue spese e alla sua provvisione, gli -altri due debbono andare alle spese di santa Chiesa: ma a questa -volta essendone fatto gran procaccio in corte, e per questo avuto -la grazia il cardinale di Pelagorga, e quello di Bologna in su ’l -mare, ch’erano di maggiore legnaggio, il papa e gli altri cardinali -non acconsentirono che la Chiesa facesse loro le spese, dicendo, se -voleano andare ch’aveano la benedizione, ma altro non aspettassono. -I cardinali considerarono la spesa grande, e l’imperadore povero di -moneta e stretto d’animo, e però con poco loro onore per lo procaccio -fatto si rimasono di quella legazione, e il papa per non accrescere -loro vergogna non ve ne mandò alcuno altro: e di questo non si turbò -l’imperadore per non avere a stendere in loro il suo onore. - - -CAP. LXXII. - -_Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze._ - -Sentendo l’imperadore tornati gli ambasciadori del comune di Firenze -con pieno mandato e sindacato da fare l’accordo con lui, e come a’ -Fiorentini era paruto malagevole, e conosciuto ch’egli avea recati -gli ambasciadori a promettergli centomila fiorini d’oro, più per -la revelazione ch’egli avea fatta loro del segreto del comune che -per altro piacere, e trovando che i Pisani per mala suggestione già -gli aveano domandato che li dovesse liberare della franchigia ch’e’ -Fiorentini aveano in Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea -dicendo, che il loro movimento non era buono; e vedendo che il suo -consiglio era insuperbito per la gente alamanna che crescea al suo -servigio tutto dì, e per la forte inzicagione che i ghibellini -italiani faceano loro, temette del suo consiglio, e poi volle gli -ambasciadori avere in camera seco col patriarca e col vececancelliere -soli: e cominciando a chiarire i patti, l’imperadore vi s’allargò -molto più che infino allora non avea fatto, per tema che discordia -non rinascesse, e per non avere a riferire la sua volontà col suo -consiglio. Nondimeno quando vennero al saramento per fermezza delle -cose che si trattavano, gli ambasciadori al tutto voleano il salvo -manifesto e palese fermato col detto saramento; l’imperadore si -fermò a non volerlo fare: ma volea la sommissione libera, e da parte -privilegiare i patti, e che nel saramento de’ sindachi non fosse -eccezione. Gli ambasciadori, in questa parte alquanto indiscreti, -potendolo fare a salvezza del comune, lungamente lo tennono sospeso -non senza sua turbazione, e poi il feciono, e già era molto infra la -notte. Appresso vennono a dire, che il saramento della sommissione -non voleano che si stendesse a’ successori dell’imperio, altro che -alla sua corona; a questo, disse l’imperadore, che non credea che vi -si stendesse, perocchè questo si dovea fare nominatamente alla sua -persona, ma dove a’ successori andasse, in niuna maniera intendea a -derogare le loro ragioni. Appresso domandarono, che tutte le leggi e -statuti fatte e fatti, o che per innanzi si facessono per lo comune di -Firenze, in quanto le comuni leggi nominatamente non le repugnassono, -le dovesse per suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconvenevole -domanda, e non la volea consentire: e parendo questo agli ambasciadori -dubbioso, tre ore o più di piena notte tennono la contesa con lui, e -infine l’imperadore infellonito gittò la bacchetta ch’avea in mano -per terra, e mostrandosi forte crucciato, giurò in alta voce per più -riprese, che se innanzi ch’egli uscisse di quella camera questo non -si consentisse per i sindachi, che con la sua forza e de’ signori di -Milano e degli altri ghibellini d’Italia distruggerebbe la città di -Firenze, dicendo, che troppa era l’altezza della superbia d’uno comune -a volere suppeditare l’imperio. Gli ambasciadori vedendolo così forte -turbato dissono, che troverebbono modo di venire a fare di ciò la sua -volontà: e perocchè l’ora era fuori di modo tarda, presono licenza per -andarsi a posare, e per questa cagione ogni cosa rimase imperfetta in -quella notte, e in quell’ora significarono il fatto gli ambasciadori a’ -signori di Firenze, per avere il dì vegnente da risposta a buon’ora. -L’imperadore sentendo che gli ambasciadori aveano scritto al comune -di Firenze significando le sue parole, temette forte che i Fiorentini -non si rompessono dalla concordia, e però la mattina per tempo, non -attendendo che gli ambasciadori avessono risposta, mandò per loro, e -usate molte savie parole intorno al movimento tedioso della notte, con -dimostramento di grande amore verso il comune di Firenze, largamente -acconsentì ciò che gli ambasciadori aveano domandato: e oltre a ciò per -sua liberalità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso d’essergli -stadichi per attendere la promessa del comune, poco appresso fatta la -concordia disse, ch’alla fede del comune intendea di stare di questo -e d’ogni gran cosa, e licenziò gli stadichi, e raffermata tutta la -concordia, innanzi che da Firenze venisse la risposta: nondimeno il -comune avea risposto, che per le dette cose non volea che la concordia -rimanesse: e questo fu a dì 20 di marzo del detto anno. - - -CAP. LXXIII. - -_Come i Fiorentini per mala provvedenza errarono a loro danno._ - -Avvegnachè molto sia detto de’ falli del nostro comune, uno singolare -non ci si lascia passare senza fare in questo luogo memoria di lui. -Fatta e ferma la concordia con l’imperadore di dargli fiorini d’oro -centomila per avere fine e remissione da lui delle condannagioni e -pene, in che ’l nostro comune era incorso per decreti dell’imperadore -Arrigo e degli altri suoi antecessori, si ritrovò il saramento fatto -per lo detto eletto a papa Clemente sesto e alla Chiesa di Roma, -quando fu promosso per operazione del detto papa e di santa Chiesa -all’elezione dell’imperio, ch’egli libererebbe i comuni di Toscana -d’ogni condannagione fatta per i suoi antecessori, e d’ogni debito a -che si trovassono obbligati per addietro all’imperio, massimamente -il comune di Firenze, il quale per l’imperadore Arrigo era stato -condannato con i suoi cittadini in loro singolarità, la qual cosa -era manifesta a santa Chiesa. E ancora giurò, che i detti comuni non -graverebbe, nè farebbe contro alcuno di quelli muovere guerra, nè -sottometterebbe la loro libertà. Grande ignoranza fu trattare presso -a due mesi con l’imperadore, e non avere memoria di cotanto fatto. Io -reputo essere stata degna compensagione, avendo così fatta ignoranza -compensata con prezzo di cento migliaia di fiorini d’oro, i quali il -comune pagò per avere con fatica e con paura quello che aver potea -senza costo, per la benigna provvedenza di santa Chiesa: e quello che -pagò per debito in piccola parte, potea in luogo di servigio e di -grazia compensare. Vergognomi ancora di scrivere la seguente arrota: -avendo nella fama dell’avvenimento in Italia dell’imperadore, mandato a -corte al papa e a’ cardinali per avere aiuto e favore da santa Chiesa, -le lettere furono impetrate piene e graziose e favorevoli per lo -nostro comune all’imperadore, ove il papa e’ cardinali gli ricordavano -la promessa fatta sotto il suo saramento; le lettere stettono in -cancelleria per spazio di tre mesi, innanzi che modo si trovasse di -pagare fiorini trenta d’oro per le comuni spese della cancelleria: e -per questo, poco appresso che la sommissione del comune e la promessa -della moneta fu fatta, giunsono le lettere bollate al nostro comune, -con grande ripitio e vergogna de’ nostri rettori. - - -CAP. LXXIV. - -_Della statura e continenza dell’imperadore._ - -Secondo che noi comprendiamo da coloro che conversano intorno -all’imperadore, la sua persona era di mezzana statura, ma piccolo -secondo gli Alamanni, gobbetto, premendo il collo e ’l viso innanzi non -disordinatamente: di pelo nero, il viso larghetto, gli occhi grossi, -e le gote rilevate in colmo, la barba nera, e ’l capo calvo dinanzi. -Vestiva panni onesti e chiusi continovamente, senza niuno adornamento, -ma corti presso al ginocchio: poco spendea, e con molta industria -ragunava pecunia, e non provvedeva bene chi lo serviva in arme. Suo -costume era eziandio stando a udienza di tenere verghette di salcio in -mano e uno coltellino, e tagliare a suo diletto minutamente, e oltre -al lavorio delle mani, avendo gli uomini ginocchioni innanzi a sporre -le loro petizioni, movea gli occhi intorno a’ circostanti per modo, -che a coloro che gli parlavano parea che non dovesse attendere a loro -udienza, e nondimeno intendea e udiva nobilemente, e con poche parole -piene di sustanzia rispondenti alle domande, secondo sua volontà, e -senza altra deliberazione di tempo o di consiglio faceva pienamente -savie risposte. E però furono in lui in uno stante tre atti senza -offendere o variare l’intelletto, il vario riguardo degli occhi, -il lavorare con le mani, e con pieno intendimento dare l’udienze e -fare le premeditate risposte; cosa mirabile, e assai notevole in uno -signore. La sua gente, avendo in un’ora in Pisa più di quattromila -cavalieri tedeschi, faceva mantenere onestamente, eziandio astenere -dalle taverne e dalle disoneste cose per modo, che innanzi alla sua -coronazione in Pisa non ebbe zuffa nè riotte tra’ forestieri e’ -cittadini d’alcuna cosa. Il suo consiglio ristrignea con pochi suoi -baroni e del suo patriarca, ma la deliberazione era più sua che del -suo consiglio: perocché ’l suo senno con sottile e temperata industria -valicava il consiglio degli altri; e molto si guardò di muoversi alla -stigazione e conforto de’ ghibellini d’Italia, usati d’incendere e -d’infocare l’imprese all’appetito parziale, più che al singolare onore -dell’imperiale corona, i cui vizi nobilemente conoscea. - - -CAP. LXXV. - -_Come si bandì in Firenze l’accordo con l’imperadore._ - -Sabato mattina, a dì 21 di marzo del detto anno, l’imperadore -provvedutamente fece ragunare tutti i forestieri ch’erano in Pisa e’ -Pisani a parlamento nel duomo di Pisa, e con dimostramento di singolare -allegrezza fece venire dinanzi da se tutti e sei gli ambasciadori e -sindachi del comune di Firenze: i quali giunti nel parlamento furono -guardati da tutti con ammirazione grande, perocchè alla memoria di -coloro ch’erano vivi, nè di molto tempo innanzi, si trovava che il -comune di Firenze fosse stato altro che nemico all’imperadore, e ora -vedeano che con pace aveano dall’imperadore que’ patti ch’aveano saputi -dimandare: e da loro ricevette l’omaggio e il saramento della fede che -promisero all’imperadore, sotto la condizione de’ patti e convenienze -che ferme aveano con lui per lo comune di Firenze, le quali su brevità -appresso in sostanza diviseremo: e l’eletto imperadore come re de’ -Romani ne fece a loro privilegi reali, e promise ricevuta l’imperiale -corona di farli imperiali. E a dì 23 del detto mese, lunedì sera, -si pubblicò in Firenze la concordia presa con l’imperadore, sonando -le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo. Poca gente, a -rispetto del nostro comune, si ragunò al parlamento, e senza alcuna -vista d’allegrezza ogni uomo si tornò a casa. Il comune fece in sulle -torri e in su i palagi festa e luminaria: ma nella città pe’ cittadini -non si fece falò per segno d’alcuna allegrezza, conoscendo quanto -costava caro al comune l’ignoranza de’ loro cittadini governatori per -l’abbandonata provvedenza. - - -CAP. LXXVI. - -_I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore._ - -Questi furono i patti che messer Carlo re di Boemia eletto imperadore -impromise al comune di Firenze, e co’ suoi reali privilegi confermò. -In prima cassò e annullò ogni sentenza e condannagione le quali per -addietro fossono fatte contro alla città, e’ cittadini e comune di -Firenze e’ suoi contadini, e contra i conti da Battifolle, e da -Doadola, e da Mangona, e Nerone d’Alvernia per gl’imperadori romani -ovvero re de’ Romani suoi antecessori: e tutti e catuno integrò e -restituì ne’ suoi onorie giurisdizioni e dominii personali e reali. E -concedette che il comune e popolo, e la città e contado e distretto -di Firenze si reggesse secondo gli statuti e le leggi municipali e -ordinamenti consueti del detto comune: e di singolare grazia confermò -al detto comune per suoi privilegi quello che più gli parve grave, -cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti fatti, e che per -innanzi si facessono, approvandoli e confermandoli in quanto le comuni -leggi nominatamente non le riprovassono: dicendo, la moltitudine delle -leggi è tanta, che se a questo non hanno provveduto, io a’ Fiorentini -nol vo’ negare. Ancora, che i priori dell’arti e il gonfaloniere della -giustizia, che sono e che per li tempi saranno all’uficio del priorato, -sieno irrevocabili suoi vicari tutto il tempo della sua vita. E il -detto imperadore graziosamente, avendo affezione a volere mantenere il -pacifico stato e tranquillo riposo del comune di Firenze, acciocchè per -lo suo avvenimento in quella città non nascesse tumulto o mutazione, -promise e concedette di grazia speziale di non volere entrare nella -città di Firenze nè in alcuna sua terra murata. I sindachi predetti -a vice e a nome del comune di sopra detto feciono a lui in pubblico -la sommessione e l’ubbidienza, e giurarono liberamente riconoscendolo -per vero eletto e futuro imperadore: e la reverenza li feciono in -segno del debito omaggio; e promisongli in nome del comune di Firenze -per satisfazione intera di ciò, che obbligati fossono per lo tempo -passato infino al presente dì, a lui e a tutti i suoi antecessori, per -qualunque ragione o cagione dire o nominare si potesse, e ancora per -tutte le terre che ’l detto comune tiene, e ha tenute in suo contado e -in suo distretto, fiorini centomila d’oro in quattro paghe in cinque -mesi, finendo per tutto il mese d’agosto del detto anno 1355: e per lo -tempo avvenire promisono di dare ogni anno del mese di marzo al detto -imperadore Carlo, alla sua vita solamente, fiorini quattromila d’oro -per compensagione di censo, in quanto le città di Toscana fossono -tenute di ragione all’imperio, e oltre a ciò, per tutte e singule -quelle cose le quali il detto comune per se e per lo suo contado e -distretto dire si potesse ch’all’imperio fossono per alcuna cosa -obbligati; e di tutti i detti patti e convenienze, oltre a’ privilegi -reali, fu contento l’imperadore futuro che ser Agnolo di ser Andrea -di messer Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale, ne facesse -carta e pubblico istrumento al detto comune. Aggiugnesi qui, benchè -quello che seguita avvenisse dopo la sua coronazione, acciocchè insieme -si trovi la memoria de’ patti e de’ privilegi imperiali, e dell’arrota -della graziosa libertà del detto imperadore inverso il nostro comune. -E a dì 3 di maggio 1355 nella città di Siena, tornando l’imperadore -dalla sua coronazione, tutte le dette convenienze e promesse fatte -rinnovò, e comandò che si dessono al nostro comune sotto la fermezza -de’ suoi privilegi imperiali roborati delle bolle dell’oro. E avendo -nel processo del tempo il detto imperadore trovato il comune di Firenze -in molta fede e dirittura delle sue promesse, non ostante che i Pisani, -e’ Sanesi e gli altri Toscani l’avessono tradito e messo in grave caso -di fortuna, essendo ridotto a Pietrasanta per partirsi d’Italia, e -avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandato là il compimento de’ -centomila fiorini promessi, avendolo egli molto a grado, e commendando -l’amore e la fede del comune, in vituperio degli altri comuni -ch’aveano mostrato la libera suggezione all’imperio, e poi l’aveano -tradito, s’offerse singolarmente a’ Fiorentini, e di suo proprio -movimento privilegiò al nostro comune generalmente ciò che tenea in -suo distretto, e mandonne i suoi privilegi imperiali bollati d’oro al -nostro comune, fatti in Pietrasanta a dì 3 di giugno 1355. In questo -tempo il comune di Firenze tenea in suo distretto la Valdinievole, il -Valdarno di sotto, Pistoia, e ’l castello di Serravalle, e tutta la -montagna di sotto, e Colle, e Laterina, e Montegemmoli, e la terra di -Barga con più castella di Garfagnana, e Castel san Niccolò col suo -contado, e la montagna fiorentina, e molte altre terre e castella che -qui per brevità non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano e di -Prato, avvegnachè già, come è detto, erano ridotte a contado di Firenze. - - -CAP. LXXVII. - -_Come fu offesa la libertà del popolo di Roma da’ Toscani._ - -Vedendo i falli commessi per li comuni di Toscana, che liberamente -sottomisono la loro libertà al nuovo imperadore, ci dà materia di -ricordare per esempio del tempo avvenire, come col popolo romano i -comuni d’Italia, e massimamente i Toscani, sotto il loro principato -parteciparono la cittadinanza e la libertà di quello popolo, la cui -autorità creava gl’imperadori: e questo medesimo popolo, non da se, ma -la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli cristiani, concedette -l’elezione degl’imperadori a sette principi della Magna. Per la qual -cosa è manifesto, avvegnachè assai più antiche storie il manifestino, -che ’l popolo predetto faceva gl’imperadori, e per la loro reità -alcuna volta gli abbattea, e la libertà del popolo romano non era in -alcun modo sottoposta alla libertà dell’imperio, nè tributaria come -l’altre nazioni, le quali erano sottoposte al popolo, e al senato e al -comune di Roma, e per lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo -a’ nostri comuni di Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla -civiltà del popolo romano, è assai manifesto, che la maestà di quel -popolo per la libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di -Pisa, e di Siena, e di Volterra, e di Samminiato fu da loro offesa, -e dirogata la franchigia de’ Toscani vilmente, per l’invidia ch’avea -l’uno comune dell’altro, più che per altra debita cagione. - - -CAP. LXXVIII. - -_Di quello medesimo._ - -Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è -detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa -del sommo impero, è loro lecito anzi debito il patteggiare con -gl’imperadori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una, -che seguita ne’ fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato -che ha da Dio e dal santo imperio in quello, e questi sono dinominati -Guelfi, cioè guardatori di fè: e l’altra parte seguitano l’imperio, -o fedele o infedele che sia delle cose del mondo o santa Chiesa, e -chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie, -e seguitano il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli altri -sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due -sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato, ma non -potendosi fare, ove signoreggia l’una, e ove l’altra, quanto che tutti -si solessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo -in Italia gl’imperadori alamanni, hanno più usato favoreggiare i -ghibellini ch’e’ guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città -vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria, -e morti gl’imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e -levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici -della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non -è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti -imperadori. Appresso è da considerare, che la lingua latina, e’ costumi -e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e divisati e -strani agl’Italiani, la cui lingua e le cui leggi, e’ costumi, e’ -gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo, -e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gl’imperadori della -Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della -Magna reggere gl’Italiani, non lo sanno, e non lo possono fare: e -per questo, essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano -tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per essere -per contraversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù, o -per ragione d’intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e -vere ragioni, le città e’ popoli che liberamente gli ricevono conviene -che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato -reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella -città, o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo -riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli, -che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non -essere ribelli agl’imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi -con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperadori, che senza -gran sicurtà li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo -qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammaestramento della libertà -de’ comuni d’Italia, si prova per gli antichi esempi, chi li vorrà -ricercare, e per li nuovi, chi li vorrà ricercare e appresso leggere il -nostro trattato. - - -CAP. LXXIX. - -_Come la gran compagnia rubò il Guasto in Puglia._ - -Il conte di Lando con la gran compagnia avendo soggiornato in -Abruzzi infino all’entrata di marzo, si mosse da Pescara e da san -Fabiano, e andò verso il Guasto. Que’ della terra male provveduti da -loro, e peggio dal re loro signore, trattarono con la compagnia, e -fidaronsi mattamente nelle loro promesse, che non li ruberebbono, e -che torrebbono della roba derrata per danaio, li misono nella terra; -ma come furono entrati dentro, i predoni usarono crudelmente la loro -rapina uccidendo e rubando tutta la terra, e appresso con fuoco -n’arsone gran parte: per lo cui esempio tutte l’altre terre di Puglia -si disposero a ogni pericolo per difendersi da loro, e afforzaronsi -francamente per modo, che quanto ch’elli stessono lungamente a campo -senza potere più acquistare città o castella. Appresso valicarono a -san Siverno in Puglia, e ivi s’accamparono e stettono lungamente, -scorrendo e predando e facendo danno assai a’ paesani: e dall’altra -parte il Paladino aggiuntosi gente della compagnia tribolava la marina -della Puglia, ed era palese a’ regnicoli che messer Luigi di Durazzo -favoreggiava la compagnia. - - -CAP. LXXX. - -_Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, e non l’ebbe._ - -Avendo l’imperadore compiuto e fermo l’accordo co’ Fiorentini, mandò -a Firenze suoi ambasciadori a richiedere il comune di Firenze con -grande stanza, che piacesse loro per bene e stato di tutte le città di -Toscana, e per levare ogni pericolo che venire potesse loro addosso per -la forza de’ tiranni e della gran compagnia, per vivere i detti comuni -insieme in unità e in pace, di fare lega insieme, e quella gente per -via di taglia che a’ Fiorentini piacesse, e offerendo l’aiuto suo ove -che fosse a ogni loro bisogno molto largamente, dicendo, che presa la -corona intendea d’andare in Lombardia o nella Magna, ove il comune di -Firenze consigliasse. I Fiorentini in più consigli privati e palesi -praticarono se questa lega fosse da fare o no: e infine considerato -il pericolo dell’imprese, e temendo di non correre ad essere indotti -a rompere la pace a’ signori di Milano, e che la gente d’arme raunata -sotto un capitano dato dall’imperadore non potesse essere cagione -di novità contro alla libertà del comune, al tutto deliberare che -la lega per lo nostro comune non si facesse, e con belle e oneste e -legittime cagioni si diliberarono di quella richiesta. L’imperadore -essendo in movimento per andare a vicitare le città e le terre che gli -s’erano date, e andare per la corona, soprastette senza accettare la -scusa, e domandò che il nostro comune apparecchiasse dugento cavalieri -che l’accompagnassono a Roma: e da Pisa si partì a dì 23 di marzo e -andossene a Volterra, ove fu ricevuto secondo la loro possa assai -onoratamente; e albergatovi una notte, l’altro dì venne a Samminiato, e -da loro fu ricevuto come signore; e a dì 23 di marzo giunse a Siena la -sera, ove fu ricevuto con singolar festa e onore. - - -CAP. LXXXI. - -_Come si mutò lo stato de’ nove di Siena._ - -E’ pare degna cosa, che coloro i quali ingannano in comune i loro -cittadini, e rompono la fede a’ loro amici, che alcuna volta per quella -medesima sieno puniti, e portino pena de’ peccati commessi. L’ordine -de’ nove di Siena, avendo per lungo tempo ingannati e detratti dagli -ufici del comune con malo ingegno i loro cittadini, come già abbiamo -narrato, e tradito il comune di Firenze nel cospetto dell’imperadore, -seguitando la rea intenzione della setta di Giovanni d’Agnolino Bottoni -loro caporale, quando liberamente si dierono all’imperadore, credendo -per quello essere esaltati, e avere abbattuto lo stato e la libertà del -comune di Firenze; il comune di Firenze per la sua costanza e savia -provvisione rimase grande nel cospetto dell’imperadore e privilegiato -da lui, e mantenea accrescendo suo stato, la sua libertà e il suo -onore. Entrato l’imperadore in Siena il martedì sera, il mercoledì -vegnente, il dì dell’Annunziazione di nostra Donna, gli _anni Domini_ -1355 a dì 25 di marzo, Tolomei, Malavolti, Piccolomini, Saracini, e -alcuno de’ Salimbeni, contrari a Giovanni d’Agnolino Bottoni loro -consorto, con seguito del minuto popolo levarono il romore nella città, -dicendo: Viva l’imperadore, e muoiano i nove e le gabelle: e in questa -furia furono morti due cittadini: e corsi alle case del capitano -della guardia, e trovandolo gravemente malato in sul letto, rubarono -tutto l’ostiere e ciò che aveva la famiglia, e l’arme e’ cavalli, e -lasciato il capitano in sulla paglia in terra, in poch’ore appresso -morì: e di là corsono al palagio de’ nove, e cacciatine in furia i -nove e la loro famiglia vi misono l’imperadore, e feciono mandare per -la cassa dov’erano insaccati i cittadini dell’ordine de’ nove e gli -altri loro uficiali, e usando la loro besseria, con grande dirisione -la feciono tranare per la terra, andandola scopando, e poi impetrato -il comandamento dall’imperadore l’arsono con gran romore in sul campo, -e appresso tutti gli atti e ordini de’ nove, e tutti gli ufici della -città; e le persone di coloro ch’aveano avuti gli ufici furono in -persecuzione e in pericolo grande nella cittadinanza, come leggendo si -potrà trovare. - - -CAP. LXXXII. - -_Di quello medesimo._ - -Avendo veduto l’eletto imperadore il romore e le novità fatte nella -città di Siena con dimostrazione d’esserne stato contento, con poco -onore dell’imperiale fama, il seguente dì fece ragunare tutti i -cittadini a parlamento; e quando gli ebbe ragunati, fece separare i -grandi dal popolo, e i popolani maggiori dal minuto popolo, e a catuno -per se fece fare un sindaco con pieno mandato a sottomettersi da capo -liberamente senza alcuno eccetto, e da capo si diedono all’imperadore, -sottomettendo all’imperiale signoria il comune, il popolo, e la città, -e il contado, e il distretto e la giurisdizione di Siena, dandogli in -tutto il misto e mero imperio di quella città, contado e distretto: e -incontanente licenziati tutti gli uficiali e rettori della terra ne -fece suo vicario l’arcivescovo di Praga: e fatta pigliare la tenuta -e la guardia di tutte le loro terre e castella, per decreto cassò, -e annullò, e vietò in perpetuo l’uficio e ordine de’ nove. Coloro -ch’erano stati di quell’ordine, villaneggiati da’ cittadini, veggendosi -a pericolo stando nella terra, chi se n’andò in una parte e chi in -un’altra partendosi della città; ed essendo dalle loro vicinanze con -giusta infamia guardati come traditori della propria patria e de’ loro -vicini, con grande vituperio traevano la loro vita nell’altrui terre. - - -CAP. LXXXIII. - -_Il modo trovò il comune di Firenze per avere danari._ - -E’ non sarebbe da fare memoria di quello che seguita, se il modo -col quale il comune di Firenze ebbe i danari con agevolezza non ce -ne sforzasse, per buono esempio delle cose avvenire. Incontanente -che l’imperadore fu riposato in Siena, i Fiorentini non aspettando -il termine della prima paga, gli mandarono contanti a Siena fiorini -trentamila d’oro, i quali si pagarono a dì 27 di marzo 1355; della -qual cosa l’imperadore si tenne molto contento, perocchè li vennono a -gran bisogno, perchè era in su l’andare da Roma, e avea necessità di -provvedere a’ suoi baroni per aiuto alle spese. Il comune di Firenze -per avere questi danari e gli altri, ordinò nella città a’ suoi -cittadini un estimo che si chiamò la sega, che fu posto a’ cittadini -per casa certi danari il dì: e fatta la sega, si fece pagare soldi -quindici per ogni danaio, e catuno pagava questa piccola somma a -colta. Nondimeno, perchè i meno possenti parevano troppo gravati a -rispetto degli altri, il comune elesse d’ogni gonfalone certi uomini, -e commise loro ch’abbattessono il quarto di quello che montava la loro -sega sgravandone gl’impotenti; e questo si fece subito e comunalmente -bene: e però appresso la detta paga si raccolse un’altra volta a soldi -trenta il danaio per modo, che in termine di due mesi, o in meno, -ebbono contanti i fiorini centomila che si diedono all’imperadore, -senza andare alcuni esattori per la città, o essere alcuno gravato -per forza. È vero che leggi s’ordinarono per lo comune, che chi non -pagasse la sega per se o altri per lui non potesse avere uficio di -comune, nè dovesse essere udito in alcuno uficio in suo beneficio: e -ordinò il comune, che catuno che prestasse danari di questa sega, fosse -in certo tempo assegnato in su le sue gabelle con provvisione a dieci -per centinaio l’anno: e per questo molti cittadini mobolati pagavano -per chiunque volea dar loro alcuno vantaggio, e così gl’impotenti per -piccola cosa che si cavavano di borsa trovavano chi pagava per loro -e prendevano l’assegnamento. Il comune mantenne la fede di pagare a’ -termini ch’avea promesso, e però a molti cittadini era grande guadagno, -e agli altri non era gravezza; e per questo, quanti danari fossono -bisognati al comune avea senza alcuna fatica, e il merito che pagava -tornava nelle mani de’ suoi cittadini, non però senza alcuna invidia. -Abbianne fatta questa memoria per li tempi avvenire, a dimostrare -quanto è utile al soccorso della repubblica mantenere il comune la -fede a’ suoi cittadini, e quanto bene seguita al comune l’ordine di -restituire le prestanze: perocchè nella nostra ricordanza è di veduta, -che il comune soleva fare libbre ed imposte le quali generavano molte -mortali nimicizie tra’ cittadini, perocchè si facevano disordinatamente -sconce, e se pure ventimila fiorini imponeva il comune, più di cento -case se n’abbattevano in Firenze, e recavansi i beni tra quelli de’ -rubelli per cessanti delle fazioni del comune, e i cittadini erano -pegnorati o presi, e molti s’uscivano in bando per le dette cagioni, e -gli esattori e’ messi se n’andavano per loro col quarto dell’imposta, -in grave confusione della cittadinanza. - - -CAP. LXXXIV. - -_L’ordine diede l’imperadore agli Aretini._ - -Gli ambasciadori del comune d’Arezzo avendo sostenuto molte battaglie -in giudicio da’ Tarlati e dagli Ubertini nell’udienza dell’imperadore e -del suo consiglio, che domandavano di volere tornare nella loro città -d’Arezzo, e avendoli gli ambasciadori convinti con ragione come non -erano degni di tornare cittadini in quella città, dov’avevano per loro -sfrenata potenza usate le tirannie manifeste e l’ingiuste operazioni, -per le quali aveano per più riprese fatto manifesto all’imperadore e -al suo consiglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni altro -pericolo di fortuna, che coloro consentissono di rimettere nella città -sotto alcun patto. L’imperadore avendo assai sostenuto a riceverli in -servigio de’ Tarlati e degli Ubertini, vedendo la giusta costanza degli -ambasciadori, diliberò che tutti i cittadini non ribelli di quello -comune raccomunassono gli ufici, e che tanti vi fossono de’ ghibellini -quanto de’ guelfi; ma che le due castella della città si guardassono -solo per i guelfi, com’erano usate di guardare, per più fermezza dello -stato della città; e che catuno dovesse avere il frutto de’ suoi -propri beni, e non potessono domandare altro a quello comune. Gli -ambasciadori col sindacato del loro comune gli feciono la sommessione -di quello comune e l’omaggio, promettendoli ogni anno per censo fiorini -quattrocento d’oro del mese di marzo: e oltre a ciò gli donarono per -aiuto alla sua coronazione fiorini cinquemila d’oro, e l’imperadore -futuro per suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado: e -questo fu fatto nella città di Siena all’uscita del mese di marzo 1355. - - -CAP. LXXXV. - -_Come fu preso Montepulciano dalla casa de’ Cavalieri._ - -Essendo per lunga esperienza certificati messer Niccolò e messer -Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che la loro discordia gli avea -abbattuti della signoria, e cacciati in esilio della loro terra e della -città di Siena, si ridussono a pace e a concordia; e innanzi che il -bollore del popolo sanese s’acchetasse in fermo stato, messer Niccolò -di volontà di messer Iacopo suo consorto tornò in Montepulciano, -ricevuto da’ terrazzani che dentro v’erano con allegra faccia, perocchè -volentieri tornavano al loro antico reggimento: nondimeno la rocca -ch’era in mano e in guardia de’ Sanesi non potè avere. La novella -venne a Siena di presente dov’era l’imperadore, e messer Iacopo de’ -Cavalieri ch’era di ciò avvisato, avendo in sua compagnia alquanti -grandi uomini di Siena, incontanente fu in presenza dell’imperadore, -e informollo pienamente del manifesto torto che il popolo di Siena -avea fatto loro, non attenendo i patti nè le convenienze ch’aveano -promesse per la corrotta fede de’ nove; e que’ grandi cittadini -ch’erano con lui feciono chiaro l’imperadore che quello che diceva era -in fatto vero: e però in quello stante, quanto ch’e’ s’avesse altro in -cuore, disse ch’era contento che tenessono la terra di Montepulciano -come suoi vicari; e il terzo dì appresso, cavalcando l’eletto verso -Roma, volle andare a desinare nella terra. I signori allegramente -gli apparecchiarono la desinea; e com’ebbe mangiato ne menò seco a -Roma l’uno e l’altro, e nella terra mise altra gente alla guardia: ed -essendo in Roma, e sentendo alcuna cosa contro a messer Niccolò, o -che per sospetto si movesse, il fece citare, ed egli ingelosito per -sospetto della sua persona si partì di Roma, senza comparire e senza -prendere comiato. - - -CAP. LXXXVI. - -_Come il papa riprese in concistoro certi dissoluti cardinali._ - -Il cardinale di Pelagorga di Guascogna baldanzoso e superbo, non meno -per la potenza dei suo legnaggio che per lo cappello rosso, oltre a -molte grandi e sconce cose fatte per la sua arroganza, singolari nella -corte di Roma, in questi dì del mese di marzo, nella santa Quaresima, -essendo per loro bisogne venuti a corte nella città d’Avignone alquanti -cavalieri guasconi, disordinati, della setta sua e di suo lignaggio, -senz’altra singolare cagione ne fece uccidere tre, che niuna guardia -si pensavano avere a fare, non guardando alla reverenza de’ pastori -di santa Chiesa, nè a’ santi giorni quaresimali. E altri giovani -fatti cardinali per papa Clemente erano stati, e in questi dì erano -in tanta disonesta e dissoluta vita, che niuni giovani dissoluti -tiranni gli avanzavano: e intra l’altre cose (con vergogna il dico) -facevano nella città a’ loro scudieri rapire le giovani donne a’ loro -mariti manifestamente, e senza vergogna le teneano palesi nelle loro -livree; e molte cose violenti usavano in vituperio di santa Chiesa. -Onde papa Innocenzio sesto udendo molta infamia nella corte di questi -cardinali, facendo dell’edima santa singolare consistoro per questa -cosa, li riprese in pubblico aspramente, dicendo: Voi vi portate sì -dissolutamente in vituperio di santa Chiesa, che mi conducerete a -essere in parte, ch’io farò abbassare la vostra superbia; minacciandoli -di tornare la corte in Italia: ma poco se n’ammendarono; e il tempo non -era ancora ordinato da Dio di tornare alla sedia apostolica di Roma i -suoi pontefici per l’antico peccato de’ prelati italiani, che ancora -non si mostravano soperchiati dagli oltramontani. - - -CAP. LXXXVII. - -_Di alcuna novità di Pisa per gelosia._ - -Essendo l’imperadore a Siena, era in Pisa rimaso un suo vicario con -seicento cavalieri tedeschi: i Pisani per le divisioni e per l’invidia -delle loro sette mormoravano l’uno contro l’altro, e catuno contro -all’imperadore. Il vicario per reprimere la volontà de’ malcontenti, e -per accrescersi favore del minuto popolo ch’era tutto imperiale, a dì -29 di marzo 1355 fece improvviso a’ Pisani di subito armare tutte le -sue masnade tedesche, e con loro insieme corse tutta la città gridando, -viva l’imperadore, e il popolo rispondea per tutte le contrade, viva -l’imperadore; e senza alcuna altra novità fare s’acquetarono: e tornati -a’ loro alberghi puosono giuso l’armi, e a’ Pisani delle sette crebbe -il mal volere contro all’imperadore. - - -CAP. LXXXVIII. - -_Della gente che i Fiorentini mandarono con l’imperadore._ - -L’eletto imperadore volendo andare a prendere la corona a san Piero -a Roma, si pensò, che non ostante la sua copiosa compagnia, grande -sicurtà gli sarebbe per tutto ad avere in sua condotta l’insegna del -comune di Firenze, e alla guardia della sua persona de’ suoi cittadini -con parte della loro gente d’arme; e però richiese i Fiorentini che -gli mandassono de’ loro cavalieri dugento con l’insegna del comune, e -con alcuni cittadini alla sua compagnia. Il comune elesse di presente -due cittadini, uno grande e uno popolare, ambedue cavalieri, e dugento -barbute di gente eletta molto bene montati e armati nobilemente, e bene -guerniti di robe e d’arnesi, e diedono l’insegna del popolo, il giglio -e il rastrello, senza alcuna aguglia: e giunti a Siena, l’imperadore -li ricevette graziosamente, e costituilli alla guardia del suo corpo, -perocchè gran confidanza avea de’ Fiorentini, e tra tutta sua gente -non avea altrettanti cavalieri sì bene a cavallo nè sì bene armati: -e in sua compagnia andarono, e stettono, e tornarono da Roma infino -alla città di Siena, e ivi licenziati dall’imperadore si tornarono a -Firenze. Abbiamo di questa lieve cosa fatta memoria, non tanto per lo -fatto, quanto che fu cosa disusata e strana per lunghi tempi passati, -vedere l’insegna del comune di Firenze a guardia dell’imperadore. - - -CAP. LXXXIX. - -_Come l’imperadore si partì da Siena._ - -Avendo l’imperadore veduto la subita revoluzione fatta per i cittadini -di Siena, d’avere disfatto e abbattuto il loro antico reggimento e -l’ordine de’ nove, avendo di presente ad essere a Roma il dì della -Pasqua della santa Resurrezione a dì 5 d’aprile, prese sospetto di -lasciarla in libertà, e lasciovvi l’arcivescovo di Praga cui n’avea -fatto vicario, prelato di grande autorità, e sperto delle cose del -mondo, e pro’ e ardito in fatti d’arme, e in sua compagnia e per suo -consiglio lasciò il signore di Cortona, e i Tarlati d’Arezzo, e’ conti -da Santafiore, e più altri caporali di parte ghibellina, mostrando più -confidanza in loro che nelle case guelfe di Siena, che liberamente -gli aveano data la signoria di quella città: per la qual cosa i -gentili uomini di quella terra e i popolani grassi molto si turbarono -e rimasono malcontenti, benchè in apparenza allora non ne feciono -dimostrazione; e a dì 28 di marzo 1355 l’eletto si partì da Siena, e -seguitò a gran giornate il suo viaggio, e infino alla sua tornata i -Sanesi vivettono senza niuno loro ordine sotto il volontario reggimento -del vicario. - - -CAP. XC. - -_Della gran compagnia ch’era in Puglia._ - -In questo tempo, all’entrare d’aprile del detto anno, la compagnia -del conte di Lando era cresciuta nel Regno in quattromila barbute, e -in molti masnadieri, e in grande popolo di bordaglia, e tenendo loro -campi sopra Nocera e sopra Foggia correvano la Puglia piana predando -e pigliando uomini e femmine, e bestiame e roba ovunque ne poteano -giungnere, e strignevano per paura i casali e le ville a portare -vittuaglia al campo. Nel paese faceano danno assai; ma niuna terra -murata poterono acquistare, perocchè non aveano argomenti da vincerle -per battaglia, e per la fede ch’aveano rotta a quelli del Guasto quando -si dierono loro, niuna terra si volea più confidare alle loro promesse, -ma tutte s’erano armate e afforzate alla difesa. Stando la compagnia -per questo modo in Puglia, il re Luigi poco mostrava che si curasse -della compagnia, e meno del danno de’ suoi sudditi, con mancamento -di suo onore, perocchè nè aiuto nè consiglio dava loro: ma in questi -dì mandò messer Niccola Acciaiuoli di Firenze suo grande siniscalco -al legato, per trattare pace da lui a messer Malatesta da Rimini, e -ambasciadore all’imperadore, e appresso al comune di Firenze, per -avere da catuno aiuto di gente contro alla compagnia, e per sentire -la volontà e ’l processo dell’imperadore: ma da se nel Regno niuna -provvisione fece, fuori che festeggiare e danzare con le donne, in -detrimento della sua fama. - - -CAP. XCI. - -_Come il gran siniscalco cambiò sua fama in Firenze._ - -Noi avremmo volontieri trapassato quello che seguita senza memoria, -se senza potere essere incolpato d’adulazione per tacere l’avessimo -potuto fare. Il grande siniscalco del re Luigi partitosi dalle mollizie -del suo signore, e inviscato da quelle, venne al legato in Romagna, -e cercato secondo la commissione a lui fatta dal re Luigi di tentare -la pace dal legato a messer Malatesta da Rimini, non ebbe autorità di -poterla in alcuno atto disporla: e partitosi dal legato, venne a Siena -all’imperadore, e spuosegli la sua ambasciata, dal quale fu ricevuto -graziosamente per amore del re, e ancora della sua persona, perocch’era -cittadino popolare di Firenze, e vedevalo montato in cotanta dignità, e -a Roma il menò con seco, e fu alla sua coronazione: e tornato a Siena -con lui senza avere impetrata alcuna cosa di sua domanda, se ne venne -a Firenze del mese d’aprile del detto anno, con grande comitiva di -baroni e di cavalieri napoletani, giovani ornati di diverse e strane -portature, e abiti di loro robe, con maravigliosi paramenti d’oro e -d’argento, e di pietre preziose e di perle, e in Firenze cominciò a -fare molti conviti, e continovolli lungamente in città e in contado, -avendo le giovani donne le quali faceva invitare con grande istanza -sera e mattina a’ suoi corredi, e tutto dì le tenea in danza e in festa -co’ suoi cavalieri; le quali femminili mollizie molto nella patria -indebolirono la sua fama; e considerando i cittadini il tempo nel -quale la compagnia tribolava il Regno, e le novità dell’imperadore, -e le mutazioni degli stati delle città e delle terre di Toscana, e -la nuova gravezza, e sollecita provvedenza e guardia ch’avea il suo -comune di Firenze, facevano manifesto che allora bisognavano cose -virtuose e virili, e non disoneste mollezze di donne. Crediamo che il -male esempio del suo signore, e la vanità che ’l movea a accattare -benevolenza de’ giovani e vani baroni e cavalieri ch’erano con lui gli -feciono dimenticare le sue usate virtù, e la fortezza del suo animo. E -per merito di questo, avendo domandato al suo comune per parte del re -alcuno sussidio di gente d’arme contro alla compagnia, cosa che altra -volta si sarebbe fatta senza domandare, per più riprese gli fu negata; -potendo conoscere che poco onore della sua città riportò al re suo -signore contra l’usato modo: e dove la sua persona era per addietro -nominatissima in altezza d’animo e in molte virtù, per la vana mollezza -femminile, a questa volta nella sua patria recò in memoria de’ suoi -cittadini la detestabile vita di Sardanapalo. - - -CAP. XCII. - -_Come l’imperadore giunse a Roma._ - -Carlo nominato nel battesimo Vincislao, figliuolo del re Giovanni, -figliuolo dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo re di Boemia, eletto -imperadore, giunto a Roma il giovedì santo, entrò nella città -sconosciuto, e a modo di romeo vestito di panno bruno con molti suoi -baroni, e andò il venerdì e il sabato santo a vicitare le principali -chiese di Roma in forma di pellegrino, e per modo che da niuno -forestiero o paesano potea essere conosciuto chi fosse l’imperadore: -e la mattina innanzi dì, vegnente la Resurrezione, uscì di Roma con -la maggiore parte della sua gente, per entrare la mattina della -santa Pasqua palesemente in Roma, per venire alla sua coronazione -manifestamente. Il popolo di Roma per ordine de’ loro Rioni, co’ suoi -principi e con tutto il chericato con solenne processione gli uscirono -incontro fuori della città, e trovaronlo apparecchiato; e fattogli la -debita salutazione e reverenza, con somma allegrezza e festa, e con -grande moltitudine di cavalieri romani e paesani e strani, oltre alla -sua cavalleria, condussono lui innanzi e l’imperatrice appresso nella -città di Roma, e menaronlo alla Basilica del principe degli Apostoli -san Piero, la mattina innanzi la messa, e là smontati. Qui si faccia -fine al nostro quarto libro, per fare cominciamento al quinto della sua -coronazione. - - - - -TAVOLA DEI CAPITOLI - - - _Qui comincia il terzo libro della Cronica di Matteo - Villani; e prima il Prologo_ Pag. 5 - _CAP. II. La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il - procaccio fece a corte per la sua liberazione_ 6 - _CAP. III. Come papa Clemente sesto propose tre cose - a’ comuni di Toscana, perchè pigliassono l’una_ 9 - _CAP. IV. Come il papa e’ cardinali annullarono i processi - contro all’arcivescovo_ 10 - _CAP. V. Come gli ambasciadori de’ Toscani si partirono - di corte mal contenti_ 11 - _CAP. VI. Come i tre comuni di Toscana s’accordarono - a far passare l’imperadore_ 12 - _CAP. VII. Quali furono i patti dall’imperadore a’ tre - comuni_ 13 - _CAP. VIII. Come il re Luigi e la reina Giovanna furono - coronati per la Chiesa_ 15 - _CAP. IX. Commendazione in laude di messer Niccola - Acciaiuoli_ 17 - _CAP. X. Come fu cacciato messer Iacopo Cavalieri di - Montepulciano._ 20 - _CAP. XI. Come si die’ il guasto a Bibbiena, e sconfitti - i Tarlati da’ Fiorentini_ 21 - _CAP. XII. Come si rubellò a’ Fiorentini Coriglia e - Sorana_ 23 - _CAP. XIII. Come i tre comuni di Toscana mandarono - ambasciadori in Boemia a far muovere l’imperadore_ 24 - _CAP. XIV. Di disusati tempi stati_ 25 - _CAP. XV. Dell’inganno ricevette il comune di Firenze - del braccio di santa Reparata_ 27 - _CAP. XVI. Di quello medesimo_ 28 - _CAP. XVII Come la gente del Biscione cavalcarono - i Perugini_ 29 - _CAP. XVIII. Come i Romani andarono per guastare - Viterbo_ 31 - _CAP. XIX. Come il re Luigi ebbe Nocera_ 32 - _CAP. XX. Come fu sconfitto il conte di Caserta_ 33 - _CAP. XXI. La novità in Casole di Volterra_ 34 - _CAP. XXII. Come furono decapitati degli Ardinghelli - di Sangimignano_ 34 - _CAP. XXIII. Come gente del re di Francia fu sconfitta - a Guinisi_ 35 - _CAP. XXIV. Come i Perugini assediarono Bettona_ 37 - _CAP. XXV. Come fu liberato Montecchio dall’assedio - per soccorrere Bettona_ 38 - _CAP. XXVI. Come i Perugini ebbono Bettona e arsonla, - e disfeciono affatto_ 39 - _CAP. XXVII. Come la città d’Agobbio s’accordò - co’ Perugini_ 41 - _CAP. XXVIII. Come ser Lallo s’accordò con il re Luigi - dell’Aquila_ 41 - _CAP. XXIX. Come i Perugini e’ Fiorentini tornarono - a guastare Cortona_ 42 - _CAP. XXX. Come gli ambasciadori de’ tre comuni di - Toscana tornarono dall’imperadore senza accordo_ 43 - _CAP. XXXI. Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani_ 44 - _CAP. XXXII. Come il prefetto da Vico fu fatto signore - d’Orvieto_ 45 - _CAP. XXXIII. Novità state a Roma_ 46 - _CAP. XXXIV. Come la gente del Biscione assediarono - la Città di Castello_ 47 - _CAP. XXXV. Come i Fiorentini soccorsono Barga e - sconfissono i Castracani_ 47 - _CAP. XXXVI. Come si difese il borgo d’Arezzo per - i Fiorentini_ 48 - _CAP. XXXVII. D’un segno mirabile ch’apparve_ 49 - _CAP. XXXVIII. Come i Tarlati arsono il borgo di - Figghine_ 50 - _CAP. XXXIX. Come gli usciti di Montepulciano venuti - alla terra ne furono poi cacciati_ 52 - _CAP. XL. Come fra Moriale fu assediato, e rendessi - al re Luigi_ 53 - _CAP. XLI. Come i Fiorentini fornirono Lozzole_ 54 - _CAP. XLII. Maraviglie fatte a Roma per una folgore_ 56 - _CAP. XLIII. Come morì papa Clemente sesto, e di sue - condizioni_ 57 - _CAP. XLIV. Come fu fatto papa Innocenzio sesto_ 59 - _CAP. XLV. Come usciti di prigione i reali del Regno - s’arrestarono a Trevigi_ 60 - _CAP. XLVI. Di novità state in Sangimignano_ 61 - _CAP. XLVII. Come i comuni di Toscana mandarono - solenni ambasciadori a Serezzana a trattare pace_ 63 - _CAP. XLVIII. Di grandi tremuoti vennono in Toscana - e in altre parti_ 63 - _CAP. XLIX. Come i Sanesi andarono a oste a Montepulciano_ 65 - _CAP. L. Come Gualtieri Ubertini fu decapitato_ 66 - _CAP. LI. Come il duca d’Atene assediò Brandizio_ 67 - _CAP. LII. Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi_ 68 - _CAP. LIII. Come il popolo di Gaeta uccisono dodici - loro cittadini per la carestia ch’aveano_ 69 - _CAP. LIV. Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi - a’ Veneziani_ 70 - _CAP. LV. Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano, - e fecionli ubbidire_ 71 - _CAP. LVI. Come in Italia fu generale carestia_ 72 - _CAP. LVII. Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo - degli Orsini loro senatore_ 73 - _CAP. LVIII. Come fu tagliata la testa a Bordone - de’ Bordoni_ 74 - _CAP. LIX. Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo - a’ comuni di Toscana_ 75 - _CAP. LX. L’inganno ricevette il comune di Firenze - dagli sbanditi_ 77 - _CAP. LXI. Di questa medesima materia_ 79 - _CAP. LXII. Come messer Piero Sacconi de’ Tarlati - tentò di fare grande preda innanzi che fosse - bandita la pace_ 80 - _CAP. LXIII. Come il corpo di messer Lorenzo Acciaiuoli - fu recato del Regno a Firenze, e seppellito a - Montaguto a Certosa onoratamente_ 81 - _CAP. LXIV. Come si fe’ l’accordo da’ Sanesi a Montepulciano_ 83 - _CAP. LXV. D’una notabile grandine venuta in Lombardia, - e d’altro_ 84 - _CAP. LXVI. Come sotto le triegue procedettono le - cose in Francia_ 85 - _CAP. LXVII. Come i Genovesi spregiarono la pace - de’ Veneziani_ 86 - _CAP. LXVIII. Come i Veneziani si provvidono_ 87 - _CAP. LXIX. Come fu guasto il castello di Picchiena, - e perchè_ 88 - _CAP. LXX. Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla - duchessa sua moglie_ 89 - _CAP. LXXI. Come furono cacciati i ghibellini del Borgo_ 90 - _CAP. LXXII. Di quattro leoni di macigno posti al - palagio de’ priori_ 91 - _CAP. LXXIII. Come Sangimignano fu recato a contado - di Firenze_ 91 - _CAP. LXXIV. D’un segno apparve in cielo_ 94 - _CAP. LXXV. Come fu assediata Argenta_ 94 - _CAP. LXXVI. Come si temette in Toscana di carestia_ 96 - _CAP. LXXVII. Come in Messina fu morto il conte - Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la moglie e due figliuoli_ 97 - _CAP. LXXVIII. Come fu creato nuovo tribuno in Roma_ 99 - _CAP. LXXIX. Come furono sconfitti in mare i Genovesi - alla Loiera_ 101 - _CAP. LXXX. Come i Catalani perderono loro terre - in Sardegna_ 106 - _CAP. LXXXI. Come il prefetto venne a oste a Todi_ 107 - _CAP. LXXXII. Come fu presa e lasciata Vicorata_ 108 - _CAP. LXXXIII. Come il conte di Caserta si rubellò dal - re Luigi_ 109 - _CAP. LXXXIV. Come il cardinale legato venne a Firenze_ 111 - _CAP. LXXXV. Rinnovazione del palio di santa Reparata_ 112 - _CAP. LXXXVI. Come i Genovesi si misono in servaggio - dell’arcivescovo_ 114 - _CAP. LXXXVII. Come i Pisani feciono confinati_ 115 - _CAP. LXXXVIII. Come i Sanesi ruppono i patti a - Montepulciano_ 117 - _CAP. LXXXIX. Come si cominciò la gran compagnia - nella Marca_ 118 - _CAP. XC. Dice de’ leoni nati in Firenze_ 119 - _CAP. XCI. Come i Romani si dierono alla Chiesa di - Roma_ 120 - _CAP. XCII. Le novità seguite in Pistoia_ 121 - _CAP. XCIII. Come l’arcivescovo richiese di pace i - Veneziani_ 122 - _CAP. XCIV. Come i Veneziani ordinarono lega contro - al Biscione_ 123 - _CAP. XCV. Come il conestabile di Francia fu morto_ 124 - _CAP. XCVI. Come si cominciò la rocca in Sangimignano, - e la via coperta a Prato_ 126 - _CAP. XCVII. Del male stato dell’isola di Sicilia_ 126 - _CAP. XCVIII. Come il legato del papa procedette col - prefetto_ 127 - _CAP. XCIX. Come si rubellò Verona al Gran Cane - per messer Frignano_ 129 - _CAP. C. Come messer Bernabò con duemila barbute - si credette entrare in Verona_ 132 - _CAP. CI. Come messer Gran Cane racquistò Verona, - e fu morto messer Frignano_ 136 - _CAP. CII. Come messer Gran Cane riformò la città - di Verona, e fece giustizia de’ traditori_ 136 - _CAP. CIII. Come fu deliberato per la Chiesa l’avvenimento - dell’imperadore in Italia_ 138 - _CAP. CIV. D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria_ 139 - _CAP. CV. Di tremuoti che furono_ 140 - _CAP. CVI. De’ fatti del monte_ 141 - _CAP. CVI. Di certe rivolture di tiranni di Lombardia, - e di più cose per lo tradimento di Verona_ 144 - _CAP. CVII. Del processo della grande compagnia di - fra Moriale della Marca_ 145 - _CAP. CVIII. Come il legato prese Toscanella_ 147 - _CAP. CIX. Come messer Malatesta si ricomperò dalla - compagnia_ 148 - _CAP. CX. D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze_ 151 - _CAP. CXI. Come furono cacciati i guelfi di Rieti e - da Spoleto_ 151 - - LIBRO QUARTO - - _CAP. I. Comincia il quarto libro, e prima il Prologo_ 153 - _CAP. II. Comparazione dal re Ruberto al re Luigi_ 154 - _CAP. III. Come gran parte dell’isola di Cicilia venne - all’ubbidienza del re Luigi_ 155 - _CAP. IV. Come l’arcivescovo cominciò guerra contro - a’ collegati di Lombardia_ 157 - _CAP. V. Come il re d’Ungheria passò con grande - esercito contra un re de’ Tartari_ 157 - _CAP. VI. De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi - in Cipri_ 159 - _CAP. VII. D’una notabile maraviglia della reverenza - della tavola di santa Maria in Pineta_ 160 - _CAP. VIII. Come il vicario di Bologna mandò l’oste - sopra Modena con due quartieri di Bologna_ 162 - _CAP. IX. Come il legato e i Romani guastarono il - contada di Viterbo._ 162 - _CAP. X. Come il prefetto s’arrendè al legato liberamente_ 163 - _CAP. XI. Come il popolo di Bologna si levò a - romore per avere loro libertà, e fu in maggiore - servaggio._ 165 - _CAP. XII. Come fu tolta l’arme al popolo di Bologna_ 168 - _CAP. XIII. Come il legato ebbe la città d’Agobbio_ 169 - _CAP. XIV. Come i Perugini non tennono fede a’ Fiorentini - e’ Sanesi_ 170 - _CAP. XV. Come procedettono i rettori di Firenze in - questa sopravvenuta tempesta della compagnia di - fra Moriale_ 173 - _CAP. XVI. Come si provvedde a Firenze contra la - compagnia_ 175 - _CAP. XVII. Come fu morto messer Lallo_ 176 - _CAP. XVIII. Come il re di Spagna cacciata la non - vera moglie coronò la legittima_ 178 - _CAP. XIX. Come i collegati di Lombardia condotta - la compagnia mandarono all’imperadore_ 181 - _CAP. XX. Come i Bordoni furono cacciati di Firenze, - e sbanditi per ribelli_ 182 - _CAP. XXI. Come il re d’Araona venne con grande - armata a racquistare Sardegna_ 183 - _CAP. XXII. Come i Genovesi feciono armata contro - a’ Veneziani e Catalani_ 184 - _CAP. XXIII. Come il tribuno di Roma fece tagliare - la testa a fra Moriale_ 186 - _CAP. XXIV. D’una sformata grandine venuta a Mompelieri, - e della scurazione del sole_ 188 - _CAP. XXV. Come morì l’arcivescovo di Milano_ 189 - _CAP. XXVI. Come il tribuno di Roma fu morto a - furia di popolo_ 190 - _CAP. XXVII. Come l’imperadore Carlo venne in Lombardia_ 192 - _CAP. XXVIII. Come i tre fratelli de’ Visconti di Milano - furono fatti signori, e loro divise_ 194 - _CAP. XXIX. Come l’imperadore stando a Mantova - trattava la pace de’ Lombardi_ 195 - _CAP. XXX. Come furono presi i legni ch’andavano - a Palermo_ 197 - _CAP. XXXI. Come si cominciò guerra il Puglia tra loro._ 198 - _CAP. XXXII. Come i Genovesi sconfissono i Veneziani - a Portolungone in Romania_ 199 - _CAP. XXXIII. Come Gentile da Mogliano diede fermo - al legato_ 203 - _CAP.XXXIV. Come il re d’Araona ebbe la Loiera, - e fece accordo col giudice_ 204 - _CAP. XXXV. Come i Pisani si diliberarono di mandare - all’imperatore_ 206 - _CAP. XXXVI. Rottura della pace del re di Francia - e d’Inghilterra_ 207 - _CAP. XXXVII. Come un gatto uccise un fanciullo in - Firenze_ 208 - _CAP. XXXVIII. Come l’imperadore fe’ fare triegua - da’ Lombardi a’ signori di Milano_ 209 - _CAP. XXXIX. Come l’imperadore andò a Moncia per - la corona del ferro_ 211 - _CAP. XL. Come il conte di Lando venne di Lombardia - in Romagna con la gran compagnia_ 214 - _CAP. XLI. Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore - a Pisa si provvidono_ 215 - _CAP. XLII. Come il legato prese Recanati_ 217 - _CAP. XLIII. Come il capitano di Forlì venne in Firenze_ 218 - _CAP. XLIV. Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa_ 219 - _CAP. XLV. Come l’imperadore bandì parlamento in - Pisa, e quello n’avvenne_ 220 - _CAP. XLVI. Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò - l’imperio_ 221 - _CAP. XLVII. Come i Matraversi di Pisa feciono muovere - l’imperadore_ 223 - _CAP. XLVIII. Come procedettono i fatti in Pisa_ 224 - _CAP. XLIX. Come gli ambasciadori del comune di Firenze - andaro all’imperadore_ 225 - _CAP. L. Di novità stata in Montepulciano_ 226 - _CAP. LI. Come le sette di Pisa si pacificarono insieme_ 227 - _CAP. LII. Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di - Fermo_ 229 - _CAP. LIII. Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi - furono ricevuti dall’imperadore_ 231 - _CAP. LIV. Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede - contro a’ Fiorentini_ 232 - _CAP. LV. De’ falli commessi per lo comune di Firenze, - e degl’inganni ricevuti da’ suoi vicini_ 235 - _CAP. LVI. Di molti Alamanni venuti alla coronazione - dell’imperadore_ 237 - _CAP. LVII. Di novità della Marca per Recanati_ 238 - _CAP. LVIII. Come la gran compagnia del conte di Lando - entrò nel Regno_ 239 - _CAP. LIX. Come l’imperadore andò a Lucca_ 240 - _CAP. LX. Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso_ 241 - _CAP. LXI. De’ fatti di Siena con l’imperadore_ 242 - _CAP. LXII. Di più imbasciate ghibelline state in presenza - dell’imperadore_ 245 - _CAP. LXIII. Come i Volterrani si dierono all’imperadore_ 247 - _CAP. LXIV. Come i Samminiatesi si dierono all’imperadore_ 248 - _CAP. LXV. Di disusato tempo stato nel verno_ 249 - _CAP. LXVI. Come il segreto giurato in Firenze fu - manifestato all’imperadore_ 250 - _CAP. LXVII. Come l’imperadore mandò aiuto di gente - al legato_ 252 - _CAP. LXVIII. Trattati dall’imperadore a’ Fiorentini_ 253 - _CAP. LXIX. Raccolti falli de’ governatori del comune di - Firenze_ 254 - _CAP. LXX. Come a Firenze si fece il sindacato per - l’accordo con l’imperadore_ 256 - _CAP. LXXI. Quello si fe’ per alcuno cardinale per la - coronazione dell’imperadore_ 258 - _CAP. LXXII. Come si fermò l’accordo e’ patti - dall’imperadore al comune di Firenze_ 259 - _CAP. LXXIII. Come i Fiorentini per mala provvedenza - errarono a loro danno_ 262 - _CAP. LXXIV. Della statura e continenza dell’imperadore_ 263 - _CAP. LXXV. Come si bandì in Firenze l’accordo con - l’imperadore_ 265 - _CAP. LXXVI. I patti e le convenienze da’ Fiorentini - all’imperadore_ 266 - _CAP. LXXVII. Come fu offesa la libertà del popolo di - Roma da’ Toscani_ 260 - _CAP. LXXVIII. Di quello medesimo_ 270 - _CAP. LXXIX. Come la gran compagnia rubò il Guasto - in Puglia_ 272 - _CAP. LXXX. Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, - e non l’ebbe_ 273 - _CAP. LXXXI. Come si mutò lo stato de’ nove di Siena_ 275 - _CAP. LXXXII. Di quello medesimo_ 276 - _CAP. LXXXIII. Il modo trovò il comune di Firenze - per avere danari_ 277 - _CAP. LXXXIV. L’ordine diede l’imperadore agli Aretini_ 279 - _CAP. LXXXV. Come fu preso Montepulciano dalla casa - de’ Cavalieri_ 281 - _CAP. LXXXVI. Come il papa riprese in concistoro certi - dissoluti cardinali_ 282 - _CAP. LXXXVII. Di alcuna novità di Pisa per gelosia_ 283 - _CAP.LXXXVIII. Della gente che i Fiorentini mandarono - con l’imperadore_ 284 - _CAP. LXXXIX. Come l’imperadore si partì da Siena_ 285 - _CAP. XC. Della gran compagnia ch’era in Puglia_ 286 - _CAP. XCI. Come il gran siniscalco cambiò sua fama in - Firenze_ 287 - _CAP.XCII. Come l’imperadore giunse a Roma_ 289 - - - - - ERRORI CORREZIONI - - TOMO SECONDO - - p. 36 v. 15 sbarrattati sbarattati - — 48 — 17 a’ prigioni a prigioni - — 121 — 19 uomini della uomini, della - — 125 — 10 Avenne Avvenne - — 175 — 27 d’oro gli d’oro. Gli - — 254 — 19 ehe si che si - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in -fine libro sono state riportate nel testo. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, VOL. -II *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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