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-The Project Gutenberg eBook of Cronica di Matteo Villani, vol. II, by
-Matteo Villani
-
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-using this eBook.
-
-Title: Cronica di Matteo Villani, vol. II
- A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna
-
-Author: Matteo Villani
-
-Editor: Ignazio Moutier
-
-Release Date: January 29, 2023 [eBook #69899]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by the Bayerische Staatsbibliothek)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI,
-VOL. II ***
-
-
- CRONICA
-
- DI
-
- MATTEO
- VILLANI
-
-
- A MIGLIOR LEZIONE RIDOTTA
- COLL’AIUTO
- DE’ TESTI A PENNA
-
- TOMO II.
-
-
-
- FIRENZE
- PER IL MAGHERI
- 1825
-
-
-
-
-LIBRO TERZO
-
-_Qui comincia il terzo libro della Cronica di Matteo Villani; e prima
-il Prologo._
-
-
-CAPITOLO PRIMO
-
-Rendendo spesso testimonianza delle mutevoli cose del mondo ogni
-stato umano, non è da pensare cosa maravigliosa quella che ha fatto
-maravigliare ne’ nostri dì ovunque la sua fama aggiunse. E domandando
-la debita materia di fare cominciamento al terzo libro, possiamo con
-ragione dire, che la corona dell’imperiale maestà e il suo regno, alla
-quale dipendea la monarchia dell’universo, era Roma coll’italiana
-provincia, delle provincie della quale ne’ nostri tempi la città di
-Firenze, Perugia e Siena, seguendo alcune orme di quella, per li tempi
-avversi dello sviato imperio, in segno della romana libertà, avendo
-veduto per li tempi passati l’incostanza degl’imperadori alamanni avere
-in Italia generate e accresciute tirannesche suggezioni di popoli,
-hanno mantenuto la franchigia e la libertà discesa in loro dall’antico
-popolo romano: e zelanti di non sostenere quella a tirannia, molte
-volte per diversi e lunghi tempi apparvono contradi all’imperiale
-suggezione, intanto che non si poteva in questi popoli sostenere
-senza sospetto, senza pericolo e senza infamia il raccontamento
-dell’imperiale nome. E come subitamente gli animi di que’ popoli e de’
-loro rettori per paura del potente tiranno arcivescovo di Milano si
-cambiarono, procurando l’amistà e l’avvenimento in Italia di messer
-Carlo re di Boemia eletto imperadore, i movimenti già narrati, e le
-operazioni che appresso ne seguirono, seguendo nostro trattato il
-dimostreremo.
-
-
-CAP. II.
-
-_La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il procaccio fece a corte per
-la sua liberazione._
-
-Era in questo tempo potentissimo e temuto signore messer Giovanni de’
-Visconti arcivescovo di Milano, sotto la cui signoria si reggea la
-nobile e grande città di Milano, e l’antica e famosa città di Bologna,
-Cremona, Lodi, Parma, Piacenza, Brescia, Moncia, Bergamo, Como, Asti,
-Alessandria della paglia, Tortona, Alba, Novara, Vercelli, Bobbio,
-Crema, e più altre città e terre nelle montagne di verso la Magna, co’
-loro contadi ville e castella; e i signori di Pavia, ch’erano que’ di
-Beccheria, l’ubbidivano come signore, benchè la città fosse al loro
-governamento. In Toscana aveva acquistato il Borgo a san Sepolcro,
-e il castello d’Anghiari e altre castella d’intorno. E accomandati
-e ubbidienti gli erano Cortona, Orvieto, Cetona, Agobbio, i Tarlati
-usciti d’Arezzo, gli Ubaldini, i Pazzi di Valdarno, gli Ubertini, e
-que’ da Faggiuola; e i conti da Montefeltro, e de’ conti Guidi dal lato
-ghibellino, e il conte Tano da Montecarelli, e gli altri ghibellini
-caporali di Toscana, e di Romagna e della Marca l’ubbidivano. E a
-sua lega e a compagnia avea il signore della Scala e di Mantova e di
-Padova: e il marchese di Ferrara in Lombardia, e il comune di Genova e
-quello di Pisa sotto alcuno ordinato servigio, e il capitano di Forlì,
-e il tiranno di Faenza, e il signore di Ravenna tenevano con lui in
-lega e in compagnia, come nel secondo nostro libro narrato abbiamo. E
-non avendo l’arcivescovo altra guerra che col comune di Firenze e di
-Perugia, alla cui compagnia e lega s’accostava debolmente il comune di
-Siena, era sì potente e di tanto aiuto e forza, che impossibile pareva
-a questi popoli potersi difendere senza aiuto di più potente braccio,
-e però aveano mandato a corte, come detto è, per inducere il papa e i
-cardinali contra lui, sentendo che la Chiesa per le grandi ingiurie
-ricevute procedeva contro a lui. Ma l’arcivescovo per riparare,
-sentendo che gl’impugnatori erano grandi, pensò che non era tempo
-da nutricare il lavorio, ma di trarlo a fine; e avvedendosi quanto
-l’avarizia movea le cortigiane cose, e disponeva i prelati all’olore
-della pecunia, e per questo le cose, aspettando maggior frutto, si
-sostenevano, da capo mandò più grande e più solenne ambasciata a corte
-di suoi confidenti, uomini sperti e di grande autorità, e mandolli
-forniti di più di dugentomila fiorini d’oro, con pieno mandato a
-operare e fare con doni e con loro industria e impromesse, senza avere
-riguardo alla pecunia, d’avere la riconciliazione di santa Chiesa,
-rimanendoli la signoria di Bologna. E oltre a ciò aoperò per forza
-de’ suoi doni, che messer Giovanni di Valois re di Francia mandò
-altri baroni suoi ambasciadori al papa e a’ cardinali a procurare la
-riconciliazione dell’arcivescovo; e la contessa di Torenna governatore
-del papa nelle sue temporali bisogne, per cui il santo padre molto si
-movea nelle grandi bisogne, procacciò con ismisurati doni. Nel continuo
-tempellamento del papa, per lo suo aiuto, e ne’ parenti del papa si
-provvide con larga mano. E in certi cardinali che gli si mostravano
-avversi per zelo dell’onore di santa Chiesa si provvide per modo, che
-agevole fu a conoscere che l’onore di santa Chiesa non s’apparteneva
-a loro. E avendo l’arcivescovo tutta compresa la corte in suo favore,
-seguita il modo che papa Clemente tenne con gli ambasciadori de’ comuni
-di Toscana, per potere fare con più sua scusa quello che prima avea
-deliberato di fare.
-
-
-CAP. III.
-
-_Come papa Clemente sesto propose tre cose a’ comuni di Toscana, perchè
-pigliassono l’una._
-
-Essendo tutta la corte di Roma ripiena di doni e d’ambasciadori
-per i fatti dell’arcivescovo, e volendo il papa terminare la sua
-causa secondo la domanda de’ suoi ambasciadori, i quali nella vista
-proferivano di lui ogni ubbidienza di santa Chiesa, e nel segreto
-aveano l’ubbidienza del papa e de’ cardinali alla sua volontà, per
-le ragioni e cagioni già narrate; volendo il papa mostrare agli
-ambasciadori de’ tre comuni di Toscana singolare affezione, da
-capo gli ebbe in concistoro, e commendato molto i loro comuni di
-molte cose, e singolarmente dell’amore e della fede che portavano a
-santa Chiesa, e dolutosi delle loro oppressioni per le divisioni e
-scandali d’Italia, infine conchiudendo disse, che mettea nella loro
-elezione quelle tre cose ch’avea altre volte loro promesse, ch’elli
-eleggessono l’una senza soggiorno: o di buona pace coll’arcivescovo, o
-lega e compagnia colla Chiesa contro a lui, o che facesse passare in
-Italia l’eletto imperatore. Gli ambasciadori ristretti insieme, che
-conoscevano e sentivano dove la causa dell’arcivescovo era ridotta,
-non si vollono rimutare da quello ch’altra volta aveano detto al papa,
-che quello che a lui paresse il migliore erano contenti che facesse
-loro, mantenendo in sul fatto la piena confidenza ch’aveano a santa
-Chiesa e al sommo pastore. Il papa conobbe che la risposta era intera
-alla sua intenzione, e che poteva procedere con giusto titolo senza
-offendere i comuni di Toscana ne’ suoi movimenti, quanto che in fatti
-era il contradio, alla sentenza di riconciliare l’arcivescovo, e però
-fu contento, e disse loro che provvederebbe per modo, che i loro comuni
-avrebbono coll’arcivescovo buona pace: della quale offerta niuna
-speranza si prese, conoscendo manifestamente ch’al tutto s’intendeva a
-magnificare il tiranno, e a fare la sua volontà.
-
-
-CAP. IV.
-
-_Come il papa e’ cardinali annullarono i processi contro
-all’arcivescovo._
-
-Poco appresso dopo la detta risposta, avendo gli ambasciadori
-significato a’ loro comuni quello ch’aveano dal papa, e quello che
-sentivano di certo de’ fatti dell’arcivescovo, il papa convocò i
-cardinali a concistoro, i quali tutti, niuno discordante, erano
-d’accordo con gli ambasciadori dell’arcivescovo, e però non essendo
-tra loro quistione, domenica mattina a dì 5 di Maggio, gli anni
-Domini 1352, fu per la santa ubbidienza dell’arcivescovo sopraddetto
-annullato il processo fatto contro a lui, e riconciliato a santa
-Chiesa, e tratto d’ogni scomunicazione e d’ogni interdetto. E in
-quello concistoro piuvico, avendo per li suoi ambasciadori rendute le
-chiavi al papa in segno della restituzione di Bologna, il papa colla
-volontà de’ suoi cardinali ne rinvestì gli ambasciadori, riceventi per
-lo detto arcivescovo e de’ suoi successori, nella signoria di Milano
-e di Bologna, per tempo e termine di dodici anni prossimi a venire,
-con promessione che ogni anno ne darebbe di censo fiorini dodicimila
-alla camera del papa, e compiuto il detto termine la renderebbe
-libera a santa Chiesa, e allora restituiranno contanti, per nome del
-detto arcivescovo, fiorini centomila alla camera del papa, per la
-restituzione delle spese che la Chiesa vi fece quando vi tenne l’oste
-il conte di Romagna. E così per pietà e per danari ogni gran cosa si
-fornisce a’ nostri tempi co’ pastori di santa Chiesa.
-
-
-CAP. V.
-
-_Come gli ambasciadori de’ Toscani si partirono di corte mal contenti._
-
-Il papa avendo grande appetito di servire tosto all’arcivescovo,
-vedendo che ’l trattare della pace promessa a’ comuni di Toscana avea
-a sostenere la causa del tiranno, si fece promettere triegua per un
-anno, in quanto il comune di Firenze e gli altri comuni la volessono,
-acciocchè infra il termine più ordinatamente si trattasse della pace.
-Gli ambasciadori ch’aveano assai dinanzi avvisati i loro comuni come la
-cosa procedeva acciocchè provvedessono al loro stato, frustrati della
-loro intenzione, si partirono mal contenti di corte, e tornaronsi in
-Toscana. E innanzi la loro tornata, in Firenze si piuvicò il trattato
-e la concordia presa col vececancelliere dell’eletto imperadore,
-come appresso diviseremo. Avvenne poco appresso che il vicario
-dell’arcivescovo in Bologna mandò a Firenze un messo con ulivo in mano
-e con sue lettere, significando la tregua fatta e bandita nelle terre
-dell’arcivescovo suo signore; e in quello dì fece muovere sua gente
-a cavallo e a piè da Montecarelli, e cavalcare nel Mugello predando,
-e uccidendo e ardendo come gravi nimici del comune, e ritrassonsi a
-salvamento; e ivi dopo pochi dì ritornarono, e misono loro aguati, e
-furono scoperti, e rotti, e morti e presi gran parte di loro, sicchè
-più non s’attentarono di venire in Mugello. Per questi segni si
-scoperse, che il trattato del papa con le tregue, colla fè corrotta del
-tiranno, non ebbe principio di buona intenzione.
-
-
-CAP. VI.
-
-_Come i tre comuni di Toscana s’accordarono a far passare l’imperadore._
-
-I rettori de’ tre comuni di Toscana, per l’informazione ch’aveano avuta
-da corte da’ loro ambasciadori, sentivano a certo che la Chiesa gli
-abbandonava, ed era per magnificare il loro avversario: e bene che
-sentissono le promesse del papa, non vedeano da potersene confidare, e
-però tempellavano negli animi tra il sospetto e la paura, aggiugnendo
-temenza di cittadinesche discordie nel soprastare: e bene che ancora
-non avessono avuta certezza del fatto da’ loro ambasciadori, senza
-rendere al santo padre il debito onore, quasi palpando, per lo trattato
-tenuto col vececancelliere dell’imperadore, mostrando di prendere
-confidanza nella fama delle virtù e senno e larghe profferte del
-detto eletto imperadore, per aiutarsi dal potente tiranno nimico,
-valicando egli in Italia a istanza de’ detti tre comuni, come il suo
-cancelliere promettea, e per questa cagione, d’uno animo e d’uno
-volere tutto il reggimento di questi tre comuni, Firenze, Perugia,
-e Siena, con pubblico consentimento de’ loro popoli si deliberarono
-d’essere all’ubbidienza del detto eletto imperadore con certi patti e
-convenzioni, i quali erano assai strani alla libertà del sommo imperio.
-Ma perchè le cose disviate con alcuno mezzo più tosto si congiungono
-a unità e a concordia, non fu a quel tempo tenuta sconvenevole la
-domanda, nè ingiusto l’assentimento del signore; e però all’uscita
-del mese d’aprile del detto anno, nella città di Firenze in pubblico
-parlamento si fermò il trattato ordinato per lo vececancelliere
-dell’eletto imperadore, con gli ambasciadori e sindachi de’ detti
-tre comuni, e piuvicossi i patti e le convenzioni, e fattone solenni
-stipulazioni e carte, grande ammirazione ne fu per tutta Italia. I
-patti in sostanza racconteremo qui appresso nel seguente capitolo.
-
-
-CAP. VII.
-
-_Quali furono i patti dall’imperadore a’ tre comuni._
-
-Promise il detto vececancelliere, che per tutto il prossimo mese di
-luglio l’eletto re de’ Romani imperadore sarebbe in Lombardia sopra le
-terre dell’arcivescovo di Milano per guerreggiare e abbattere la sua
-signoria con seimila cavalieri: de’ quali duemila ne dovea avere al
-suo proprio soldo, ovvero servigio, e mille che promessi gli avea la
-Chiesa di Roma quando passasse, i quali se dalla Chiesa non avesse,
-promettea fornirli da se, e gli altri tremila cavalieri, i quali dovea
-soldare a sua eletta. Questi tre comuni gli doveano dare per un anno
-dugento migliaia di fiorini d’oro, e oltre a ciò gli doveano donare
-come e’ fosse in Aquilea fiorini diecimila d’oro. La taglia era al
-comune di Firenze per millecinquecentocinquanta cavalieri, Perugia
-ottocentocinquanta, e Siena seicento. E se in uno anno la guerra
-non fosse terminata, si dovea provvedere del nuovo sussidio innanzi
-al tempo, confidandosi catuna parte d’averne concordia. E i detti
-tre comuni deono tenere il detto messer Carlo vero re de’ Romani, e
-futuro diritto imperadore, ed egli dee promettere di mantenere i detti
-tre comuni nella loro libertà e ne’ loro statuti; e come avesse la
-corona, avendo sottomesso il tiranno, i priori di Firenze e’ nove di
-Siena si doveano dinominare vicari dell’imperadore mentre che fossono
-all’uficio (i Perugini non s’obbligarono a questo, facendosi uomini di
-santa Chiesa) e il comune di Firenze promise in detto caso pagare ogni
-anno per nome di censo danari ventisei per focolare: gli altri comuni
-s’obbligarono senza distinzione di pagare ogni anno quello ch’era
-consueto all’imperadore per antico. E fu in patto che l’imperadore
-venuto alla corona dovesse privilegiare a’ detti comuni tutte le terre,
-ville e castella ch’al presente possedeano, e che avessono posseduto
-sei anni addietro, quanto che ora non le possedessono, e che dalla
-condannagione fatta per l’imperadore Arrigo suo avolo, promise liberare
-e assolvere i detti comuni. E ’l detto vececancelliere per nome del
-detto eletto imperadore promise, che le dette convenenze e patti il
-detto eletto confermerebbe infra mezzo il prossimo futuro mese di
-giugno del detto anno. Altre singulari cose vi si promisono, che non
-sono di necessità a raccontare.
-
-
-CAP. VIII.
-
-_Come il re Luigi e la reina Giovanna furono coronati per la Chiesa._
-
-Avendo papa Clemente sesto e’ suoi cardinali mandati legati nel Regno,
-a dì 27 di maggio del detto anno, il dì della santa Pentecoste, nella
-città di Napoli, celebrata la solenne messa, con la consueta solennità
-consacrarono e coronarono in nome di santa Chiesa in prima il re
-Luigi, e dappresso la reina Giovanna, del reame di Gerusalemme e di
-Cicilia. E questo fu fatto con molta festa di baroni e di cavalieri del
-regno, e de’ Napoletani e de’ forestieri, i quali tutti si sforzarono
-di onorare il re e la reina in quella festa; e fecesi alle case del
-prenze di Taranto sopra le Coreggie, con molte giostre e con grande
-armeggiare: e vestiti e adorni il re e la reina in abito di reale
-maestà, ricevettono l’omaggio da tutti i baroni che non erano stati
-contrari nella guerra, e da assai di quelli ch’aveano tenuto contro a
-lui per lo re d’Ungheria, a’ quali tutti perdonò, mostrando loro buono
-animo e buono volere. E a coloro che alla sua coronazione non erano
-venuti a fare l’omaggio, assegnò termine giusto a potere venire con
-pace e con amore alla sua ubbidienza; e quale dal termine innanzi non
-fosse venuto, per decreto fece che fosse rubello della corona. E dopo
-la coronazione cavalcò il re in abito reale per la città di Napoli,
-montato in su uno grande e poderoso destriere, addestrato al freno e
-alla sella da’ suoi baroni. Quando fu valicato porta Petrucci nella
-via di Porto, certe donne per fargli onore e festa gittarono sopra lui
-dalle finestre rose e fiori di grande odore: il destriere aombrò, ed
-erse; i baroni ch’erano al freno si sforzarono d’abbassare il cavallo:
-il destriere ch’era poderoso ruppe le redine. Il re Luigi vedendosi
-sopra il destriere spaventato senza redine, di subito destramente se ne
-gittò a terra, e caddegli la corona di capo, e ruppesi in tre pezzi,
-cadendone tre merli; alla persona non si fece male: rilegata la corona,
-di presente, ridendo, montò a cavallo, cavalcando per la terra con gran
-festa e onore. In questo medesimo dì morì una sua fanciulla, che altro
-figliuolo non aveva della reina. Molti per questi casi pronosticarono
-non prospere cose alla maestà reale.
-
-
-CAP. IX.
-
-_Commendazione in laude di messer Niccola Acciaiuoli._
-
-Degna cosa ne pare, e debito del nostro trattato, appresso la
-coronazione del re Luigi, rendere beneficio di memoria per chiara fama
-di messer Niccola Acciaiuoli cittadino popolare di Firenze, balio
-e governatore dell’infanzia del detto re; il quale essendo prima
-compagno della compagnia degli Acciaiuoli, con animo più cavalleresco
-che mercantile si mise al servigio dell’imperatrice moglie che fu
-del Prenze di Taranto, e quello esercitò realmente e personalmente
-con tanta virtù e con tanto piacere della donna, che ella avendo
-tre suoi figliuoli di piccola età, Ruberto primogenito, e messer
-Luigi secondo, e Filippo il terzo, tutti gli mise nel governamento
-di Niccola Acciaiuoli, che allora non era cavaliere, e tutto il suo
-consiglio l’imperatrice ristrinse in lui, e con lei se ne passò in
-Romania, e ordinati i fatti delle terre e baronie di là, con lei
-se ne tornò a Napoli. Ed essendo cresciuto di età di anni quindici
-messer Luigi, volendo il re Ruberto mandare gente d’arme in Calavra,
-e dilettandosi dell’industria del giovane barone, fatta eletta di
-cinquecento cavalieri d’arme, e datili all’ubbidienza di messer
-Luigi, lui accomandò a messer Niccola Acciaiuoli, comandandogli in
-tutto che ubbidisse al suo maestro. E questo fece il re di volontà
-dell’imperatrice sua madre; avendo poco innanzi fatto cavaliere il
-detto messer Niccola; e da quell’ora appresso il detto messer Luigi si
-resse in tutto e governò per le mani di messer Niccola. E sopravvenuta
-la morte del duca Andreasso, per operazione dell’imperatrice e di
-messer Niccola Acciaiuoli fu data la reina Giovanna per moglie a
-messer Luigi: e ne’ primi cominciamenti con assai prospera fortuna
-accrescea il suo signore. E cambiandosi le cose per l’avvenimento del
-re d’Ungheria alla vendetta del fratello, essendo tutti gli altri reali
-all’ubbidienza del potente re, costui solo, coll’aiuto d’alquanti che
-ubbidivano alla reina, per lo consiglio e conforto di messer Niccola,
-sostenne contro alla gente del re d’Ungheria lungamente, e tentò di
-resistere alla persona del loro re, e non si partì dalla frontiera di
-Capova, infino che abbandonato dagli avari regnicoli, e già soppreso
-dall’avvenimento del re e del suo esercito, fu costretto di partirsi
-da Capova, e appresso da Napoli, sprovveduto, di notte, ricogliendosi
-per necessità in su una vecchia e male armata galea; e in quella
-raccolto, con poco arnese e con lieve compagnia valicò in Toscana in
-povero stato. E per lo detto messer Niccola, e co’ suoi danari e di
-suoi amici fu atato e rifornito e confortato nella grave tempesta
-della fortuna. Presi tutti i reali, e morto il duca di Durazzo, e
-il Regno venuto nelle mani del suo persecutore, e non volendolo i
-Fiorentini ricevere nella loro città, nè sovvenire d’alcuna cosa per
-tema del re d’Ungheria, ridottosi parecchi dì alla possessione del
-detto messer Niccola in Valdipesa, di là si partì, e andò in Proenza
-ove la reina era rifuggita. E tornato il re d’Ungheria, per tema della
-generale mortalità, in suo paese; per sollecitudine e trattato di
-messer Niccola, prima tornato nel regno, e sommossi de’ baroni e de’
-cavalieri, e confortati i Napoletani, e accolta gente d’arme in favore
-del suo signore, in breve tempo ordinò la sua tornata e della reina nel
-Regno, nel quale assai battaglie e vari e diversi assalti di guerra
-sostenne; e per avversa fortuna rotte le sue forze in battaglia per
-più riprese, tradito dagli amici, perseguitato da’ nemici, condotto
-all’inopia, sentina della fortuna, l’animo del valente cavaliere fu
-di tanta potenza e di tanta virtù, che con pari animo sostenne il
-giovane barone suo signore in speranza certa della sua esaltazione,
-sempre aiutandolo e sostenendolo con sua industria e suo procaccio, e
-con fortezza e con pazienza fece comportare l’asprezza della turbata
-fortuna. Onde avvenne, che quella potendosi maravigliare della costanza
-dell’uomo, subitamente e improvviso mutò la turbata faccia in chiara,
-e l’asprezza in dolcezza e in mansuetudine: e colui che avea ributtato
-per cotante tempeste e vari pericoli, oltre all’opinione degli uomini,
-con felici e prospere successioni condusse alla reale corona, e alla
-libera signoria di tutto il corrotto e sviato regno in brevissimo
-tempo. E per lo nobile consiglio e avvedimento di messer Niccola
-Acciaiuoli, i reali lasciati di prigione e tornati nel Regno, ove per
-tutti si stimava che il Prenze di Taranto maggiore fratello del re,
-per sdegno e per forte inzigamento contro al re movesse scandolo nel
-reame, con mansuetudine e con caritatevole animo il fece al re ricevere
-in compagno del regno; e fattogli prendere titolo dell’imperiato
-costantinopolitano, e aggiunto largamente alla sua baronia, conobbe
-e manifestò a tutti, che il padre loro messer Niccola, appresso la
-grazia di Dio, era cagione del ricoveramento del regno, e dello stato
-e onore. Perchè dunque dovevamo tacere? innanzi vogliamo essere da’
-denti degl’invidiosi cittadini morso, che la provata verità per li suoi
-effetti, e per la fine de’ suoi felici avvenimenti, avessimo lasciata
-sotto scurità d’ignorante oblivione.
-
-
-CAP. X.
-
-_Come fu cacciato messer Iacopo Cavalieri di Montepulciano._
-
-In questo anno del mese d’aprile, sabato santo, avendo messer Iacopo
-de’ Cavalieri di Montepulciano trattato, coll’aiuto della gente
-dell’arcivescovo ch’era in Toscana, di farsi signore della terra di
-Montepulciano, e a ciò consentivano una parte de’ terrazzani di suo
-seguito, messer Niccola suo consorto sentì questo trattato, e fecelo
-sentire a’ governatori del popolo; e in questo dì, levata la terra
-a romore, cacciarono messer Iacopo di Montepulciano, e venti altri
-terrazzani suoi seguaci, uomini nominati di stato intra il popolo; e
-col consiglio di messer Niccola de’ Cavalieri riformarono la terra di
-loro reggimenti, e ischiusonne gli amici e’ seguaci di messer Iacopo;
-il quale si ridusse a Siena, e là ordinò grande novità, e scandalo e
-suggezione di quella terra, come innanzi a’ suoi tempi si potrà trovare.
-
-
-CAP. XI.
-
-_Come si die’ il guasto a Bibbiena, e sconfitti i Tarlati da’
-Fiorentini._
-
-Del mese di maggio del detto anno, ricordandosi i Fiorentini
-dell’ingiuria ricevuta da’ Tarlati, Pazzi e Ubertini per la ribellione
-ch’aveano fatta al comune al tempo della guerra dell’arcivescovo
-di Milano, quando ruppono la pace e cavalcarono sopra il contado e
-distretto di Firenze, accolsono seicento cavalieri di loro masnade e
-gran popolo, e andarsene alla Cornia, e poi alla Penna, e a Gaenna, e
-ad altre terre e ville che si tenevano pe’ Pazzi e Ubertini e Tarlati,
-e a tutte diedono il guasto; e poi se n’andarono a Bibbiena, ov’era
-messer Piero Sacconi, e a Soci, e ivi dimorarono più dì, ardendo e
-guastando d’intorno: quelli da Bibbiena francamente si difesono dal
-guasto le vigne d’intorno presso alla terra. Messer Piero avea in
-Bibbiena milledugento buoni fanti e pochi cavalieri, con li quali si
-fece un grosso badalucco presso alla terra. Poi la mattina vegnente, a
-dì 10 di giugno, l’oste si mosse per andare a Montecchio. Messer Piero,
-antico e buono guerriere, sapendo l’andata de’ Fiorentini, si pensò
-di fare loro danno, e la mattina per tempo con settanta cavalieri e
-con mille buoni fanti in persona occupò un colle sopra l’Arno in sul
-passo, e mise aguati per danneggiare la gente de’ Fiorentini. Avvenne
-che, mossa l’oste dall’altra parte dell’Arno, vidono preso il colle
-dalla gente di messer Piero; allora cominciarono a fare valicare della
-gente dell’oste certi masnadieri, sì perchè tenessono a badalucco i
-nemici e per trarli abbasso, e a poco a poco li ringrossavano d’aiuto,
-ma non senza loro grande pericolo, a’ quali in sul maggiore bisogno
-soccorsono parecchi conestabili a cavallo co’ loro cavalieri. Ed
-essendo atticciata la battaglia, e stando i nemici attenti a quella
-sperandone avere vittoria, altri cavalieri e masnadieri de’ Fiorentini
-presono, scostandosi dall’oste, un’altra via, che i nemici non
-s’accorsono, e valicarono l’Arno, e sopravvennono alla gente riposta di
-messer Piero dall’altra parte del colle, i quali ruppono di presente,
-e montarono al poggio, e improvviso furono sopra la gente grossa di
-messer Piero, che stava attenta a vedere e ad aiutare quelli del
-badalucco, e con grandi grida correndo col vantaggio del terreno loro
-addosso, li ruppono e sbarattarono. Messer Piero per bontà del buono
-cavallo dov’era montato con pochi compagni, non potendo ritornare in
-Bibbiena, fuggendo ricoverò in Montecchio. Della sua gente furono
-in sul campo più di cento morti, e dugento presi, e molti fediti. I
-prigioni tornando l’oste li condussono a Firenze legati a una fune, e
-poco appresso furono lasciati; e l’oste tornò vittoriosa, avendo preso
-alcuna vendetta degl’ingrati traditori.
-
-
-CAP. XII.
-
-_Come si rubellò a’ Fiorentini Coriglia e Sorana._
-
-In questo anno sentendo messer Francesco Castracani che i Fiorentini
-erano inbrigati par la gente che l’arcivescovo teneva a guerreggiare
-in Toscana, essendo forte in Lunigiana e in Garfagnana, a petizione
-de’ Pisani fece furare a’ Fiorentini la rocca di Coriglia, la quale
-appresso rendè a’ Pisani, a cui stanza l’avea furata, e’ Pisani la
-presono, rompendo la pace a’ Fiorentini; ch’espresso era nella pace
-rinnovata per lo duca d’Atene in nome del comune di Firenze, che in
-niun modo di quella terra si dovessono travagliare. E appresso i detti
-Pisani feciono con sagacità di grande tradimento torre a’ Fiorentini,
-contro a’ patti della pace, la terra di Sorana, e rendutala da capo,
-la ritolsono per indiretto, e poi in palese la difesono, non curando
-i patti della pace. I Fiorentini per queste due terre non si mossono,
-benchè grave li fosse l’oltraggio de’ Pisani. Messer Francesco avendo
-avuto trecento cavalieri dall’arcivescovo di Milano, montato in grande
-orgoglio, e confortato da’ Pisani, si pose ad assedio a Barga, ch’era
-de’ Fiorentini, e avendo grande popolo la strinse intorno con più
-bastie, sperandolasi avere per assedio. Lasceremo ora quest’assedio per
-raccontare altre maggiori cose innanzi che Barga fosse liberata.
-
-
-CAP. XIII.
-
-_Come i tre comuni di Toscana mandarono ambasciadori in Boemia a far
-muovere l’imperadore._
-
-Avendo i tre comuni di Toscana presa e pubblicata la concordia col
-vececancelliere dell’eletto imperadore, volendo mettere ad esecuzione
-quello che per loro era stato promesso, catuno elesse de’ maggiori
-cittadini confidenti al reggimento di quelli per suoi ambasciatori,
-e mandaronli all’eletto imperadore a Boemia nella Magna per farlo
-muovere, e per fargli il pagamento ordinato, e per essere al suo
-consiglio per i tre comuni, nella promessa impresa passando egli in
-Italia. Gli ambasciadori del nostro comune di Firenze furono cinque:
-messer Tommaso Corsini dottore di legge, messer Pino de’ Rossi, messer
-Gherardo de’ Buondelmonti cavaliere, Filippo di Cione Magalotti, e
-Uguccione di Ricciardo de’ Ricci, a’ quali fu data grande e piena
-legazione, e dato loro un popolare sindaco per lo comune, a potere
-obbligare il comune, secondo le cose promesse al vececancelliere,
-come paresse a’ detti ambasciadori, se altro bisognasse di fare.
-Costoro tutti vestiti di fine panno scarlatto e d’altro fine mellato,
-catuno con otto scudieri il meno vestiti d’assisa, a dì 17 di maggio,
-il dì dell’Ascensione, si partirono di Firenze. E partiti loro,
-molti cittadini pensando che quello ch’era ordinato dovesse venire
-fatto, perocchè tra gli ambasciadori erano i più reputati caporali
-di cittadina setta, temettono, che essendo costoro al continuo con
-l’imperadore, e di suo consiglio, che pericolo si commettesse contro
-al comune e pubblica libertà de’ cittadini, e però si mosse questione
-di limitare il loro tempo, e strignerli con certe leggi, e di questo
-fu gara e lunga tira nel nostro comune; in fine si vinse, e fecesi
-per riformagione di comune, che niuno cittadino di Firenze potesse
-stare in quel servigio appresso all’imperadore più che quattro mesi, e
-che alcuna grazia, uficio, o beneficio reale o personale per i detti
-ambasciadori o per loro successori si dovesse ricevere o impetrare,
-sotto gravi pene, acciocchè la speranza si troncasse a tutti della
-propria utilità. E incontanente elessono e insaccarono molti cittadini
-per succedere di quattro mesi in quattro mesi a’ detti ambasciadori in
-quello servigio.
-
-
-CAP. XIV.
-
-_Di disusati tempi stati._
-
-Non è da lasciare in silenzio quello che del mese di giugno del
-detto anno avvenne, perocchè fu notabile caso di tempo con diverse
-considerazioni, che essendo ne’ campi seminati cresciute le biade
-e’ grani d’aspetto d’ubertosa ricolta vicina alla falce, in diverse
-contrade di Toscana, e massimamente nel contado di Firenze, vennono
-diluvi d’acque, i quali guastarono molto grano e biade, e feciono
-de’ dificii, e d’altro singolari danni a molti. E a dì 14 del detto
-mese cominciò un vento austro spodestato e impetuoso con tanta
-furiosa tempesta, che ogni cosa parea che dovesse abbattere e mettere
-per terra, e tutte le granora e biade che trovò mature, ove il suo
-impetuoso spirito potè percuotere, battè per modo, che alla terra diede
-nuova sementa, e nelle spighe lasciò poco altro che l’aride reste, e
-quelle che ancora non erano granate percosse e inaridì; facendo nelle
-montagne in diverse parti sformate grandini e diverse tempeste, e molte
-vigne guastò, e abbattè alberi molti, e di grandi dificii in diverse
-parti di Toscana e di Romagna; e in Firenze fece rovinare il campanile
-del monastero delle donne degli Scalzi, e uccise la badessa con sei
-monache. Nella sommità delle montagne di Pistoia levò gli uomini di
-su’ poggi, traboccandoli dove l’impeto gli portava. E pubblica fama
-fu, che quarantatrè masnadieri ch’andavano in preda trovandosi in sul
-giogo, senza potersi ritenere furono portati dal vento per modo, che
-di loro non si seppe novelle. E restato lo strabocchevole vento, ivi a
-pochi dì fu un caldo sformato senza aiuto d’alcuno spiramento, che il
-residuo de’ grani e de’ biadi in molti paesi, singolarmente nel contado
-di Firenze, fece ristrignere e invanire per modo, che ov’era stata
-speranza d’ubertosa ricolta generò sformata carestia anzi l’avvenimento
-dell’altra ricolta, come appresso dimostreremo. Alcuni diedono questo
-singulare accidente agli effetti della congiunzione, già narrata al
-principio del nostro primo libro, de’ tre superiori pianeti onde
-Saturno fu signore: perocchè gli astrolaghi tengono che l’influenza di
-cotale congiunzione duri per diciannove anni, e altri tengono infino
-in ventitrè. Arbitrò altri, che questo procedesse dall’influenza
-della cometa ch’apparve in quest’anno, e quella fu saturnina, sicchè
-catuno trasse agli effetti saturnali. Altri tennono che ciò fosse
-dimostramento d’assoluto giudicio divino per i disordinati peccati de’
-popoli non domati da tante tribolazioni di guerre, quante dimostrate
-abbiamo in poco tempo dopo la miserabile mortalità.
-
-
-CAP. XV.
-
-_Dell’inganno ricevette il comune di Firenze del braccio di santa
-Reparata._
-
-Essendo stati certi ambasciadori del comune di Firenze alla coronazione
-del re Luigi per lo detto comune, domandarono di grazia al re e alla
-reina alcuna parte del corpo della vergine santa Reparata ch’è in
-Teano, per onorare la sua reliquia nella nobile chiesa cattedrale
-della nostra città ch’è edificata a suo nome. La loro petizione dal
-re e dalla reina fu accettata; ma perocchè la città di Teano era del
-conte Francesco da Montescheggioso, figliuolo che fu del conte Novello
-amicissimo del nostro comune, convenne che con sua industria il
-braccio destro di quella santa si procacciasse d’avere per modo, che i
-terrazzani non se n’avvedessono, che si mostrava loro, ed era nel paese
-in grande devozione, e questo si mostrò di fornire con industria, e
-con grande sollicitudine. Gli ambasciadori credendosi avere la santa
-reliquia il significarono a’ priori, acciocchè all’entrata della città
-l’onorassono. I rettori del comune ordinata solennissima processione
-di tutti i prelati cherici e religiosi della città di Firenze, con
-grandissimo popolo d’uomini e di femmine, con molti torchi accesi
-comandati per l’arti e forniti per lo comune, e il vescovo di Firenze
-ricevuto colle sue mani il santo braccio, colla mano segnando la gente
-molto divota e lieta, credendosi avere quella santa reliquia, fu
-portata e collocata nella nostra chiesa, a dì 22 di giugno 1352.
-
-
-CAP. XVI.
-
-_Di quello medesimo._
-
-Avendo narrata la fede, la reverenza e la divozione che i nostri
-cittadini ebbono alla santa vergine, benchè l’inganno ricevuto fosse
-durato in fede del detto comune quattro anni e mesi, infine si scoperse
-il sacrilegio e l’inganno ricevuto per la femminile astuzia della
-badessa del monastero di Teano, ov’era il corpo della detta santa,
-che vedendo che quello braccio le conveniva dare per volontà del re,
-e della reina e del conte, dissimulando gran pianto colle sue suore
-per lo partimento della reliquia, lo sostennero di assegnare alcuno
-dì. E in questo tempo feciono fare un simulacro di legno e di gesso,
-che propriamente pareva quella santa reliquia, e dando questa con
-grande pianto, fece credere agli ambasciadori che avesse assegnata
-loro la santa reliquia, e a Firenze fece onorare come santuaria quello
-simulacro per cotanto tempo, essendo cagione di cotanto male, non
-manifestando la sua falsa religione. Avvenne che il comune del mese
-d’ottobre 1356, volendo d’oro e d’argento e di pietre preziose fare
-adornare quella reliquia, i maestri la trovarono di legno e di gesso: e
-segatala per mezzo, furono certi che niuna reliquia v’era nascosa, e il
-comune fu certo del ricevuto inganno. Noi, non ostante che cinquantadue
-mesi fosse questo ritrovato appresso alla sopraddetta venuta, contro
-all’ordine del nostro annuale trattato l’abbiamo congiunto insieme,
-acciocchè avendo alcuno letto la venuta del santo braccio, non fosse
-ingannato dalla simulazione di quello, e dalla malizia della sacrilega
-badessa.
-
-
-CAP. XVII.
-
-_Come la gente del Biscione cavalcarono i Perugini._
-
-Del mese di giugno del detto anno, accolti duemila cavalieri
-dell’arcivescovo di Milano alla città di Cortona e popolo assai,
-cavalcarono per la valle di Chio, e strinsonsi alla città di Perugia
-predando e ardendo il suo contado. Per la qual cavalcata così
-bandalzosa i cittadini presono sospetto dentro, e però non ebbono
-ardire di fare uscire fuori alcuna loro gente contro a’ nimici.
-Conducitori di questa gente erano il conte Nolfo da Urbino, il signore
-di Cortona, e Gisello degli Ubaldini, i quali avevano trattato con
-messer Crespoldo di Bettona. Questo messer Crespoldo era guelfo,
-ma perocch’era male trattato da’ Perugini ricevette costoro in
-Bettona, e cacciarono coloro che v’erano alla guardia per lo comune
-di Perugia. Questa terra era presso a Perugia a otto miglia e nella
-loro vista, e sentendo la gente che dentro v’era, e la potenza
-dell’arcivescovo, furono in gran tremore; e non senza cagione, che
-quella terra era forte, e in frontiera ad Ascesi e all’altre terre
-de’ Perugini, le quali non amavano troppo la loro signoria, e però
-cominciarono incontanente a dare il mercato a’ nimici, e molto erano
-di presso a fare le comandamenta del tiranno, e ciò che gli ritenne
-fu, ch’aspettavano quello che in questa novità facesse il comune di
-Firenze. Stando i Perugini in questo pericolo, incontanente il comune
-di Firenze li mandò confortando per loro ambasciadori, promettendo loro
-aiuto quanto il comune potesse fare; e seguitando col fatto, di subito
-vi mandarono ottocento cavalieri di buona gente, promettendo d’arrogere
-quanti bisognasse infino a tanto che Bettona fosse racquistata.
-Avvenne che come Ascesi e l’altre terre circostanti de’ Perugini
-intesono l’aiuto e il conforto che i Fiorentini davano al comune di
-Perugia, ove stavano sospesi e non rispondeano al comune di Perugia,
-e davano il mercato a’ nimici, di presente levarono il mercato, e
-acconciarsi alla difesa, e mandarono a offerirsi a’ Perugini, e
-cominciarono a guerreggiare quelli di Bettona. Onde convenne per
-necessità delle cose da vivere che la cavalleria ch’era in Bettona
-s’alleggiasse, e lasciaronvi a guardia della terra seicento cavalieri e
-più d’altrettanti masnadieri, e l’altra gente tornò a Cortona. Rimasi
-in Bettona i sopraddetti capitani e’ riposono l’assedio a Montecchio,
-e ordinaronsi per accrescere loro forza e soccorrere Bettona, se il
-bisogno occorresse. Lasceremo alquanto de’ fatti di Bettona per seguire
-dell’altre cose, ch’avvennono innanzi ch’ella si racquistasse.
-
-
-CAP. XVIII.
-
-_Come i Romani andarono per guastare Viterbo._
-
-Di questo mese di giugno del detto anno, vedendo il popolo romano che
-il prefetto da Vico cresceva in forza e ad acquisto occupando le terre
-del Patrimonio, feciono in fretta Giordano del Monte degli Orsini
-capitano di guerra, e accolsono tutta la gente d’arme che fatta aveano
-col loro rettore a piè e a cavallo e accozzaronli col capitano del
-Patrimonio messer Niccola delle Serre cittadino d’Agobbio, e in pochi
-dì accolsono milledugento cavalieri e dodicimila pedoni in arme, e
-con gran furia se n’andarono sopra la città di Viterbo per guastarla
-d’intorno e porvi l’assedio, e starvi tanto che tratta l’avessono
-delle mani del prefetto. Avvenne in su la giunta che a messer Niccola
-capitano del Patrimonio cadde il suo cavallo addosso, e per la percossa
-e per lo disordinato caldo per spasimo morì di presente. Morto il
-capitano, l’oste senza fare alcuna cosa notevole, con poco onore del
-capitano de’ Romani, si partì da Viterbo, e catuno si tornò a casa sua.
-
-
-CAP. XIX.
-
-_Come il re Luigi ebbe Nocera._
-
-In questi dì messer Currado Lupo ch’era per addietro stato vicario
-del re d’Ungheria nel Regno, sapendo che la pace era fatta dal re
-d’Ungheria a’ reali di Puglia, e che di volontà del suo signore era
-ch’egli rendesse le terre che tenea al re Luigi, già coronato per la
-Chiesa del reame, con l’astuzia tedesca pensò di trarre suo vantaggio,
-e accolse tutti i Tedeschi ch’erano nel Regno, e con settecento
-barbute fece testa a Nocera de’ Saracini, e levò un’insegna imperiale,
-mostrando che a stanza dell’imperadore volesse rimanere nel Regno; e
-per alquanti si disse che alcuni baroni del reame il favoreggiavano.
-Temendo il re che questi non avesse appoggio d’altro signore, o che
-non l’acquistasse stando, per lo meno reo prese di patteggiar con lui,
-e diedegli contanti trentacinque mila fiorini d’oro, e rendè Nocera e
-la contea di Giuglionese, e uscissi del Regno con tutta la sua gente,
-con patto fermato per suo saramento, che da ivi a due anni non dovesse
-per alcuno modo tornare nel Regno, ma valicati i due anni vi potesse
-tornare come barone del re per le terre della moglie, facendogli il
-debito saramento e omaggio.
-
-
-CAP. XX.
-
-_Come fu sconfitto il conte di Caserta._
-
-Seguitando i rivolgimenti dello sviato Regno, ci occorre in questi dì
-come il duca d’Atene conte di Brenna, il quale altra volta per la sua
-incostante tirannia meritò a furore essere cacciato della signoria
-di Firenze, essendo tratto di Francia all’odore dello sviato Regno
-non con intera fede, con sue masnade di cavalieri franceschi fece in
-Puglia spontanea guerra contro al conte di Caserta, figliuolo che fu
-di messer Diego della Ratta conte camarlingo, il quale era con gente
-d’arme a Taranto, e con assentimento del re Luigi guerreggiava le terre
-del detto duca, secondo la comune voce; l’infermità del Regno non
-consentiva nè in guerra nè in pace cose aperte nè chiari movimenti. Il
-detto duca accolti de’ paesani, co’ suoi Franceschi combattè col conte
-e sconfisselo, facendo alla sua gente grave danno. E rifuggito il detto
-conte in Taranto per sua sicurtà, del detto anno, del mese di Maggio,
-per lo detto duca fu lungamente senza frutto assediato.
-
-
-CAP. XXI.
-
-_La novità in Casole di Volterra._
-
-I figliuoli di messer Ranieri da Casole di Volterra cacciati per
-lungo tempo da’ loro nimici del castello, come giovani coraggiosi,
-accolsono segretamente masnadieri e amici, e a dì 15 luglio del detto
-anno entrarono nella terra di Casole, che si guardava per lo comune
-di Siena, e improvviso corsono a casa i loro nimici, e quanti ve ne
-trovarono misono al taglio delle spade, e rubarono le case loro, e
-appresso l’arsono, e gli altri che non furono morti cacciarono della
-terra, e la podestà che v’era pe’ Sanesi riguardarono: la terra tennono
-tanto per loro, che co’ Sanesi presono accordo di tenervi podestà dal
-comune di Siena; e fecionsi ribandire, e rimasono i maggiori nella
-terra.
-
-
-CAP. XXII.
-
-_Come furono decapitati degli Ardinghelli di Sangimignano._
-
-Seguita in questi medesimi dì, come Benedetto di messer Giovanni
-degli Strozzi di Firenze, essendo capitano della guardia per lo
-nostro comune di Sangimignano, con ingiusto sospetto prese il Rosso
-e Primerano di messer Gualtieri degli Ardinghelli, giovani di grande
-aspetto e seguito, d’animo e di nazione guelfi, e tenendoli senza
-trovare vera cagione perchè presi gli aveva, per accidente v’occorse
-caso, che gittarono una lettera a’ loro amici fuori della carcere,
-pregandoli che li venissono ad atare liberare di prigione. Il capitano
-avendo questa lettera, quale che fosse la cagione, o per zelo del suo
-uficio, o per inzigamento de’ Sanucci loro nimici, deliberò di farli
-morire. Il comune di Firenze sapendo che non erano colpevoli, volea
-che campassono; e mandandovi in fretta ambasciadori con espresso
-comandamento al capitano che non gli dovesse fare morire, la fortuna
-impedì i messaggi per disordinata grandezza dell’Elsa, che non li
-lasciò passare in quella notte. Il capitano temendo non sopravvenisse
-il comandamento, s’affrettò di farli morire; e la vilia di san Lorenzo,
-a dì 9 d’agosto, con un altro terrazzano a cui aveano scritto che fosse
-a loro scampo, in sulla piazza li fece dicollare, onde fu riputato
-grande danno, e il capitano ne fu molto biasimato. Questa decollazione
-si tirò dietro materia di grande scandalo e rivoltura di quella terra,
-come al suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. XXIII.
-
-_Come gente del re di Francia fu sconfitta a Guinisi._
-
-Essendo il re di Francia in singolare sollecitudine di racquistare la
-contea di Guinisi che sotto le triegue gli era stata furata, vi mandò
-millecinquecento cavalieri e tremila pedoni, tra i quali ebbe gran
-parte di masnadieri lombardi e avendovi posto l’assedio, difendendosi
-lungamente que’ del castello, i Franceschi vi feciono bastite intorno,
-per tenerlo stretto con meno gente. Il re d’Inghilterra mettea con
-due barche di notte gente in Calese per modo, che i Franceschi non se
-n’accorgevano; e avendovi per questo modo accolta quella gente che a
-lui parve, forniti di capitani avvisati delle bastite e della guardia
-de’ Franceschi, una notte chetamente uscirono di Calese, e improvviso
-da più parti assalirono i Franceschi, i quali impauriti del non pensato
-assalto intesono a fuggire e a campare, senza mettersi alla difesa;
-e così in poca d’ora furono rotti e sbarattati dagl’Inghilesi, e i
-battifolli arsi, con più vergogna che danno de’ Franceschi per la
-grazia della notte. E liberato il castello dall’assedio, e rifornito di
-nuovo, del mese di luglio del detto anno gl’Inghilesi si ritornarono
-nell’isola senza fare altra guerra. Poco appresso il re di Francia
-scoperse che certi baroni il doveano uccidere per trattato del re
-d’Inghilterra, per la qual cosa a certi ne fu tagliata la testa: e il
-re a modo di tiranno si faceva guardare a gente armata, dentro e fuori
-di suo ostiere reale, a cavallo e a piè, di dì e di notte nella città
-di Parigi, cosa strana e disusata alla maestà reale e a’ paesani.
-
-
-CAP. XXIV.
-
-_Come i Perugini assediarono Bettona._
-
-Tornando alle vicine materie, avendo il comune di Perugia da’
-Fiorentini ottocento cavalieri di buona gente d’arme, con loro
-sforzo valicarono le Giaci per porre l’assedio a Bettona, e con
-grande popolo l’assediarono. E volendosi partire de’ cavalieri
-dell’arcivescovo della terra, ovvero per andare in foraggio, otto
-bandiere furono sorprese dalla gente dell’oste per modo, che la maggior
-parte rimasono presi, e d’allora innanzi si ritennono dentro alla
-guardia del castello. E procacciando d’avere soccorso da’ cavalieri
-e dagli amici dell’arcivescovo ch’erano per lo paese di qua, e per
-fare migliore guardia, si misono a campo fuori della terra nella
-piaggia a petto al campo de’ Perugini. I Perugini aggiungevano al
-continovo gente d’arme nel campo per soldo e per amistà, e mandaronvi
-la maggior parte de’ loro cittadini, e dall’altra parte della terra
-formarono due battifolli, perchè nè vittuaglia nè soccorso nella terra
-potesse entrare. E così assediata la terra, procuravano d’afforzare
-e d’impedire i passi, per riparare dalla lungi al campo che nimici
-non potessono sopravvenire. E per questo modo durò l’assedio infino
-all’agosto vegnente, come appresso diviseremo, e posto vi fu del mese
-di giugno del detto anno.
-
-
-CAP. XXV.
-
-_Come fu liberato Montecchio dall’assedio per soccorrere Bettona._
-
-Era in questo tempo stato assediato lungamente il piccolo castello di
-Montecchio presso a Castiglionaretino da’ Tarlati e dal signore di
-Cortona colla cavalleria dell’arcivescovo, e recato a partito, che i
-maggiori di quelli che ’l teneano erano venuti nel campo per volerlo
-dare. Temendo i Tarlati che avuto il castello per la vicinanza non
-rimanesse al signore di Cortona, per consiglio aggiunte minacce a
-coloro ch’erano venuti per darlo, si ritornarono dentro alla difesa.
-E l’oste sollecitata del soccorso dagli assediati di Bettona, se ne
-levarono, e accozzaronsi i cavalieri dell’arcivescovo con gli altri
-cavalieri loro compagni ch’erano in Agobbio e nelle circostanze, e
-trovaronsi millecinquecento barbute e masnadieri assai, e per fare
-levare i Perugini da Bettona si misono a oste alla Città di Castello. E
-stativi alquanti dì, feciono provvedere i passi come potessono andare
-a soccorrere Bettona, e trovarono che i Perugini erano alla difesa
-de’ passi molto bene provveduti e forniti alla guardia; tornaronsi al
-Borgo per accogliere maggiore gente e forza, e farlo per altra più
-lunga via. In questo medesimo tempo gli assediati per la speranza
-del soccorso presono ardire, e assalirono l’uno de’ battifolli de’
-Perugini, e vinsonlo e arsonlo, e mostrarne per segni di luminaria
-gran festa; e con quella baldanza presa andarono ad assalire l’altro,
-e furono occupati per modo da’ cavalieri dell’oste che tornarono in
-rotta, presa parte della loro gente da cavallo e da piè; gli altri
-si fuggirono tutti nella terra, levandosi da campo per stare alla
-difesa delle mura, e da’ Perugini furono più stretti. I capitani della
-gente dell’arcivescovo feciono capitano generale il conte Nolfo da
-Urbino, e misonsi per la valle di Chiusi, e andarono a Orvieto; e
-tratti i cavalieri ch’aveano in quella città, si trovarono con duemila
-barbute; e volendo soccorrere gli assediati, trovarono in catuno passo
-sì provveduti i Perugini e sì forti alla difesa, che per niuno modo
-vidono di poterlo fornire. Ed essendo disperati dell’impresa, vollono
-rimettere in Orvieto i loro cavalieri che n’aveano tratti, e non furono
-voluti ricevere, e con gli altri insieme se ne tornarono al Borgo, e
-gli assediati furono fuori d’ogni speranza d’avere soccorso.
-
-
-CAP. XXVI.
-
-_Come i Perugini ebbono Bettona e arsonla, e disfeciono affatto._
-
-Vedendo i caporali ch’erano rinchiusi in Bettona che a loro era mancata
-ogni speranza di soccorso, e che la vittuaglia era mancata, e mangiata
-gran parte de’ loro cavalli, vedendosi a mal partito, con industria e
-con danari pensarono allo scampo delle loro persone molto segretamente,
-perchè sapeano bene che i Perugini avrebbono maggiore gloria d’avere
-le loro persone che la terra di Bettona; e però strettisi insieme, e
-prestato la fede l’uno all’altro, il signore di Cortona, e il conte di
-Montefeltro, e Ghisello degli Ubaldini avendo procacciato per danari
-il nome di quella notte, vestiti a modo di ribaldi per mezzo il campo
-passarono a salvamento: onde poi fu incolpato alcuno de’ rettori di
-Perugia. I soldati sentendo campati i loro capitani, incontanente
-presono messer Crespoldo signore di Bettona, e uno de’ Baglioni di
-Perugia ch’aveano loro data la terra, e patteggiarono co’ Perugini
-di dare costoro prigioni, e rendere la terra salve le persone loro
-solamente, lasciando l’arme e’ cavalli, e giurando di non venire mai
-contro a quello comune nè a quello di Firenze, e così fu fatto; e
-avendo mangiati centocinquanta cavalli de’ loro per fame, s’uscirono
-della terra, e i Perugini la presono; e trattine tutti gli abitanti, e
-tutte le masserizie e ogni altra sostanza, e condotta a Perugia, arsono
-la terra; e dopo l’arsione abbatterono le mura dentro e di fuori,
-acciocchè non avesse mai più cagione di rubellarsi a’ Perugini; e a
-messer Crespoldo e a quello de’ Baglioni feciono tagliare le teste. E
-questa fu la fine dell’antica terra di Bettona, ripresa a dì 19 del
-mese d’agosto gli anni _Domini_ 1352, in gran vituperio de’ Visconti di
-Milano, e a onore del comune di Firenze, per lo cui aiuto e conforto
-infino alla fine i Perugini ebbono questa vittoria.
-
-
-CAP. XXVII.
-
-_Come la città d’Agobbio s’accordò co’ Perugini._
-
-Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio, avendo veduto come le cose non
-succedevano prospere all’imprese fatte per lo tiranno di Milano, e che
-Bettona non era potuta soccorrere, ed era disfatta, diffidandosi della
-sua difesa se la piena gli si volgesse addosso, sapendo che i suoi
-cittadini non erano in fede con lui, con astuta malizia si provvide
-e mandò a trattare pace co’ Perugini. E fu fatto che gli usciti vi
-tornassono, salvo messer Iacopo Gabbrielli, e tutti avessono frutti de’
-loro beni, e che due anni il detto Giovanni vi potesse eleggere podestà
-d’Agobbio cui e’ volesse, e valicati i due anni, la città rimanesse
-al comune, e i Perugini avessono la guardia della terra senza altra
-giurisdizione: ma poco durò l’accordo, come seguendo si potrà vedere.
-
-
-CAP. XXVIII.
-
-_Come ser Lallo s’accordò con il re Luigi dell’Aquila._
-
-Avemo addietro contato come la città dell’Aquila si reggeva sotto
-il governamento di ser Lallo suo piccolo cittadino, il quale avea
-dimostrato più volte di tenerla quando per lo re d’Ungheria, e quando
-per lo re Luigi, come bene gli mettea; ma poichè il re Luigi fu
-coronato, e i Tedeschi e gli Ungheri partiti del Regno, vedendo che
-mantenere non la potrebbe contro alla corona, trasse suo vantaggio, e
-fecesi fare conte di Montorio, ed ebbe altre due castella in Abruzzi,
-e nell’Aquila ricevette capitano per lo re e per la reina. Nondimeno i
-cittadini ubbidivano più ser Lallo che il re o suo capitano, e convenne
-al re dissimulare la sua offesa per lo minore male.
-
-
-CAP. XXIX.
-
-_Come i Perugini e’ Fiorentini tornarono a guastare Cortona._
-
-I Perugini avuta la vittoria di Bettona, colle masnade del comune di
-Firenze ritornarono sopra la città di Cortona essendo messer Currado
-Lupo uscito del Regno all’Orsaia con cinquecento barbute, il quale
-si stette di mezzo senza pigliare arme; e i Perugini guastarono le
-ville intorno a Cortona come seppono il peggio. In questi medesimi dì,
-all’uscita d’agosto del detto anno, de’ cavalieri dell’arcivescovo
-ch’erano tornati al Borgo a san Sepolcro si partirono milledugento
-barbute, e andarono su quello d’Arezzo, e posonsi in sulla Chiassa,
-e afforzarono di steccati certo poggio sopra il campo per più loro
-salvezza: e quivi si misono per vernare in luogo dovizioso e grasso. E
-per ingannare gli Aretini cominciarono a comperare e a pagare derrata
-per danaio, non facendo vista d’alcuna violenza. E quando si vidono
-forniti, cominciarono a cavalcare per lo contado, e fare preda di
-bestiame e d’uomini e di ciò che trovavano senza avere contasto. E
-questo avvenne, che alquanti cittadini, meno di sette, avendo occupato
-il reggimento di quella città, per tema di loro stato presono gelosia
-de’ Fiorentini, e innanzi soffersono il danno da’ nemici, che volessono
-l’aiuto dagli amici. I Fiorentini nondimeno tennoro ottocento cavalieri
-alle frontiere di Valdarno, e raffrenavano alquanto le loro gualdane,
-e salvarono il loro distretto. Gli Aretini lungamente furono tribolati
-da quella gente, per la singolare non debita paura di pochi loro
-cittadini, come detto abbiamo.
-
-
-CAP. XXX.
-
-_Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono
-dall’imperadore senza accordo._
-
-In questi dì gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana ch’erano stati
-con l’eletto imperadore tornarono, avendo assai praticato sopra i patti
-e convenenze promesse per lo suo vececancelliere, non trovando con
-lui concordia per la brevità del termine, e per la povertà del detto
-eletto, tempellato dal consiglio de’ ghibellini che non si fidasse
-de’ guelfi; ma questa parte non ebbe in lui podere, che conoscea che
-la necessità lo strignea, volendo pervenire al suo onore, d’avere
-l’amore e la confidenza de’ guelfi d’Italia, e però non si rompeva e
-non riusciva a niuno effetto. In questo avvenne che ragionando con gli
-ambasciadori, l’uno de’ Fiorentini per corrotto parlare, tenendosi più
-savio che gli altri perchè avea maggiore stato in comune, riprendendo
-l’eletto imperadore, disse: voi filate molto sottile; l’imperadore
-che sapea la lingua latina conobbe l’indiscreta parola, e turbato
-temperò se medesimo, parendoli che l’imperiale maestà ricevesse
-ingiuria dall’indiscreta e vile parola; ma d’allora innanzi poco volle
-udire quel savio ambasciadore. E venuto il termine diputato a’ detti
-ambasciadori convenne che tornassono, lasciando la cosa sospesa da ogni
-parte.
-
-
-CAP. XXXI.
-
-_Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani._
-
-In questa sospensione, gli animi de’ Toscani e principalmente de’
-Fiorentini si cominciarono a cambiare, veggendo ch’erano a nulla del
-loro proponimento; e in questo l’arcivescovo conoscendo che questi
-comuni di Toscana intendeano a muovere contro a lui gran cose, e
-veggendosi ributtato da’ Fiorentini e da’ Perugini, grave gli sarebbe a
-mantenere guerra in Toscana, e già sentiva che i suoi vicini Lombardi
-non si contentavano di vederlo troppo grande, pensò che per lui facea
-d’avere pace co’ Fiorentini e Toscani; e confidandosi molto in Lotto
-Gambacorti da Pisa che allora era amico de’ Fiorentini, fece muovere
-le parole e insistere in quelle. Il nostro comune conoscendo che della
-pace del tiranno poco si poteano confidare, nondimeno vedendo che colla
-Chiesa nè coll’imperadore non aveano potuto far quello che procuravano,
-diede a intendersi a questo trattato. E avendo l’arcivescovo a questa
-fine mandati suoi ambasciadori a Serezzana, il comune vi mandò prima
-religiosi per suoi ambasciadori, per sentire se la sposizione fosse con
-speranza d’alcuno frutto. E nondimeno ordinarono e mandarono gli altri
-ambasciadori a Trevigi, ov’era venuto il patriarca d’Aquilea fratello
-dell’eletto e altri ambasciadori dell’imperadore futuro per trattare
-le cose cominciate co’ comuni di Toscana. Lasceremo al presente
-l’ambasciate tanto che torni il loro frutto, e seguiteremo nell’altre
-cose la nostra materia.
-
-
-CAP. XXXII.
-
-_Come il prefetto da Vico fu fatto signore d’Orvieto._
-
-I cittadini d’Orvieto rotti divisi e insanguinati per le cittadine
-discordie, e caduti nella forza de’ ghibellini, essendo naturali
-guelfi, voltandosi come l’infermo palpando, voltandosi ora da una parte
-ora dall’altra, alla fine per la sagacità del prefetto da Vico loro
-vicino fu fatto signore con certi patti; e messo nella città cominciò
-a far fare alcune paci, e rimise dentro de’ cittadini cacciati, e di
-fuori ritenne cui e’ volle, e la signoria reggea con poco contentamento
-del popolo, e patto promesso non osservava, sicchè non si vedeano
-alleggiati delle divisioni, nè delle nimistà cittadinesche, e vedendosi
-sottoposti al tiranno e signoreggiati da’ ghibellini. Ma dopo il fatto,
-aggiunta del vituperio è il pentersi; che la soma sotto il tirannesco
-giogo convenne loro portare. E questo avvenne all’uscita d’agosto del
-detto anno.
-
-
-CAP. XXXIII.
-
-_Novità state a Roma._
-
-All’entrata del mese di settembre del detto anno, il rettore del
-popolo romano oltraggiato da Luca Savelli, e male ubbidito dal popolo,
-volle ragunare il parlamento per rinunziare la signoria. Nel popolo
-nacque dissensione, che chi volea che rinunziasse, e chi nò. In questa
-contenzione messer Rinaldo Orsini, ch’era senatore, prese l’arme, e
-seguitato dal popolo, cacciò di Roma Luca Savelli co’ suoi seguaci,
-ma poco stettono fuori, che si tornarono dentro. Il rettore volendo
-fortificare il popolo con ordini, acciocchè i principi non avessono
-soperchia audacia, fece richiedere il popolo per rioni a bocca, e
-appresso colla campana: e non raunandosi, prese sospetto della sua
-persona; e trovando in sua balia seimila fiorini d’oro, che la Chiesa
-avea donati al popolo per aiutare mantenere quell’uficio, e altri
-denari ch’egli avea accolti, si partì di Roma e andossene in Abruzzi,
-e comperato uno castello si stette nel paese, avendo abbandonata la
-snervata repubblica, meritandolo per la sua incostanza.
-
-
-CAP. XXXIV.
-
-_Come la gente del Biscione assediarono la Città di Castello._
-
-All’uscita di questo mese, i cavalieri dell’arcivescovo di Milano stati
-ad Arezzo e consumato il loro contado se ne partirono, e andarono sopra
-la Città di Castello, rubando per lo paese amici e nimici. E stando
-ivi, per più riprese i castellani uscirono a loro per assalti e per
-aguati, facendo d’arme assai notevoli cose.
-
-
-CAP. XXXV.
-
-_Come i Fiorentini soccorsono Barga e sconfissono i Castracani._
-
-Del mese d’ottobre del detto anno, essendo stata la terra di Barga
-in Garfagnana del comune di Firenze assediata quattro mesi e più da
-messer Francesco Castracani degl’Interminelli di Lucca coll’aiuto
-dell’arcivescovo di Milano, per modo che più non si potea tenere per
-difetto di vettuaglia, il comune di Firenze, quanto che quella terra
-gli fosse di grande costo e di piccola utilità, per non abbandonare
-gli amici ragunò a Pistoia seicento barbute e ventimila masnadieri,
-accomandati a messer Ramondo Lupo da Parma capitano di guerra, il
-quale maestrevolmente a dì 7 d’ottobre, la notte, si mosse colla gente
-e colla salmeria per la montagna di Pistoia, dando vista d’andarla a
-fornire da Sommacologna. E mandati cinquecento fanti con parte della
-salmeria per quella via, innanzi il dì traversò da Seravalle e misesi
-per la Valdinievole, e cavalcato per lo contado di Lucca, il dì di
-santa Reparata si trovò in Garfagnana nel piano dinanzi al Borgo a
-Mezzano in sul passo, dov’era messer Francesco con trecento cavalieri
-e con millecinquecento fanti buona gente d’arme alla guardia, il quale
-si mise fuori del borgo colle schiere fatte, prendendo l’avvantaggio
-del terreno. Il capitano de’ Fiorentini avendo confortata la sua
-gente di ben fare, in sull’ora del mezzo dì percosse a’ nimici con
-sì fatto empito, che in poca d’ora gli ebbe rotti e sbarattati, e
-morti da cinquanta in sul campo, e centoventi n’ebbono a prigioni, e
-tolto l’arme e’ cavalli li lasciarono alla fede. E preso il Borgo a
-Mezzano, messer Francesco campato della battaglia si fuggì in Uzzano. I
-Fiorentini coll’empìto di questa vittoria senza arresto se n’andarono
-a Barga, e trovando abbandonati i battifolli, ch’erano quattro, gli
-presono e arsono, e la vittuaglia ch’aveano portata e la guadagnata
-misono in Barga, e fornitala doppiamente, tornati per la via ond’erano
-andati, con vittoria se ne tornarono e Pistoia.
-
-
-CAP. XXXVI.
-
-_Come si difese il borgo d’Arezzo per i Fiorentini._
-
-In questi dì, sentendo i cavalieri dell’arcivescovo ch’erano alla Città
-di Castello come i cavalieri de’ Fiorentini erano andati a Barga,
-tornarono ad Arezzo milleottocento cavalieri e puosonsi a Quarata.
-Cento de’ cavalieri de’ Fiorentini che tornavano da Perugia albergarono
-la notte nel borgo d’Arezzo, ove molti contadini erano rifuggiti col
-loro bestiame per paura de’ nimici; la cavalleria del Biscione si
-strinse al borgo, assalendolo aspramente per modo, che i cittadini
-l’abbandonarono; e sarebbe perduto, se non ch’e’ cento cavalieri de’
-Fiorentini francamente il difesono, e alla ritratta de’ nimici uscirono
-fuori del borgo, e feciono alla codazza danno e vergogna.
-
-
-CAP. XXXVII.
-
-_D’un segno mirabile ch’apparve._
-
-Nel detto anno, a dì 12 d’ottobre, venerdì sera tramontato il sole,
-si mosse tra gherbino e mezzogiorno una massa grandissima di vapori
-infocata, la quale ardeva con sì gran fiamma, che tutto il cielo di
-sopra e la terra alluminava maravigliosamente, e alla nostra vista
-valicò sopra la città di Firenze, e così parve a tutti i cittadini di
-catuna città d’Italia. E perchè fosse in somma altezza pareva agli
-uomini in catuna parte che dovesse toccare le sommità delle torri e
-le cime degli alberi; e spesso gittava fuori di se grandi brandoni di
-fuoco, che parea che cadessono in terra. E il suo corso fu tanto veloce
-fra tramontana e greco, che a tutti gl’Italiani, e a quelli del mare
-Adriatico, e a’ Friolani, e agli Schiavoni e Ungheri, e ad altri popoli
-più lontani, apparve valicando in quella medesima ora che a noi, e
-catuno stimava che ivi presso dovesse essere data in terra. Com’ebbe di
-subito valicata la nostra vista, essendo il cielo sereno senza alcuna
-macchia di nuvoli, a’ nostri orecchi pervenne un tonitruo grandissimo
-steso tremolante, il quale tenne sospesi gli orecchi lungamente non
-come tuono consueto, ma come voce di terremuoto, e dopo il tuono rimase
-l’aria quieta e serena, e così in ogni parte s’udì questa voce dopo
-il valicamento della massa. Questo segno fece molto maravigliare la
-gente, eziandio i più savi, non meno per la novità del tuono che per la
-grande massa del fuoco. Dissono alquanti sperti, che quello infocamento
-de’ vapori, o cometa o Asub che si fosse, che ella fu nel cielo in
-somma altezza in quello di Marte: ed era sì grande, che se venuta
-fosse a terra avrebbe coperta tutta l’Italia e maggiore paese. Vedemmo
-seguire in quest’anno diminuzioni d’acque, che dal maggio all’ottobre
-non furono acque che rigassono la terra, se con tempesta di gragnola
-e fortuna di disordinati venti non venne, e di quelle niuna che con
-frutto nella terra entrasse.
-
-
-CAP. XXXVIII.
-
-_Come i Tarlati arsono il Borgo di Figghine._
-
-Messer Piero Sacconi de’ Tarlati d’età di più di novant’anni, e il
-vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno con alquanti
-degli Ubaldini, avendo al loro servigio le masnade de’ cavalieri
-dell’arcivescovo di Milano, a dì 12 d’ottobre del detto anno si mossono
-da Quarata con duemila cavalieri, e duemilacinquecento pedoni, e la
-domenica mattina, a dì 14 d’ottobre, colle schiere fatte, coperti da
-una grossa nebbia, valicarono Montevarchi, e lungo la riva d’Arno
-vennono fino all’Ancisa, e di là girarono ed entrarono nel borgo di
-Figghine: il quale per la subita venuta non era sgombro, ma pieno
-di masserizie, e di vittuaglia e di bestiame senza difesa, che ogni
-uomo avea inteso a guardare la persona. Il castello e il castelluccio
-de’ Benzi erano forniti e pieni di gente alla difesa, e però non
-tentarono d’assalirli. In Firenze avea poca gente d’arme, che ancora
-non era tornata l’oste che andò a Barga; quelli che si poterono avere
-cavalcarono all’Ancisa. I nemici stettono nel borgo di Figghine la
-domenica e il lunedì, e raccolsono la preda, lasciando la vittuaglia.
-E durando la grossa nebbia continuamente, il martedì mattina affocate
-le case del borgo si partirono senza alcuno impedimento; e prima ebbono
-preso e arso il Tartagliese, che quelli delle castella di Figghine
-sapessono la loro partita, o che il borgo fosse infocato, tanto
-ingrossava il fumo la nebbia, che tolto era loro del foco ogni vista.
-Allora corsono al borgo a spegnere il fuoco, ma tardi, per la maggior
-parte. Il danno fu grande, e la vergogna non minore, avendo liberata
-Barga in Garfagnana, e perduto e arso il borgo di Figghine; ma tornò
-in bene, che fu cagione di fare una forte e grossa e buona terra,
-come appresso a suo tempo racconteremo. I cavalieri dell’arcivescovo
-si tornarono ad Arezzo, e posonsi fuori della porta alla fonte
-Guinizzelli, e tribolato alcuno tempo da capo il loro contado si
-divisono per vernare tra gli amici del Biscione, e parte se ne tornò a
-Milano.
-
-
-CAP. XXXIX.
-
-_Come gli usciti di Montepulciano venuti alla terra ne furono poi
-cacciati._
-
-A dì 2 del mese di novembre del detto anno, messer Iacopo della
-casa de’ Cavalieri di Montepulciano, poco innanzi cacciato della
-terra perchè ne volea essere signore, avendo cento cavalieri
-dell’arcivescovo, e accolti altri cavalieri e fanti a piè di sua
-amistà, corrotto per moneta un notaio da Sanminiato del Tedesco
-ch’era sopra la guardia, e alcuni di quelle guardie, un venerdì notte
-spezzò una delle porte, e con tutta sua gente entrò nella terra, e
-fu in sulla piazza; e levato il romore, messer Niccolò suo consorto
-cavaliere di grande ardire di presente fu all’arme, e montato a cavallo
-con pochi compagni, subitamente senza attendere aiuto sì fedì tra
-costoro, e ravviligli sì forte, che non feciono resistenza, ma volti
-in fuga, messer Iacopo s’uscì della terra con venticinque cavalieri;
-gli altri errando per la terra, desto il popolo, furono presi, che
-furon settantacinque cavalieri, e il notaio colle guardie, de’ quali
-venticinque ne furono impiccati, col notaio, e gli altri smozzicati.
-Montepulciano fu libero per questa volta, ma cagione fu appresso della
-loro suggezione, come seguendo si potrà trovare.
-
-
-CAP. XL.
-
-_Come fra Moriale fu assediato, e rendessi al re Luigi._
-
-Era rimaso nel Regno della gente del re d’Ungheria caporale messer fra
-Moriale solo, il quale teneva la città d’Aversa, e col re dissimulava,
-non facendo guerra e non rendendoli la terra. Il re vedendo ancora il
-reame tenero sotto la sua signoria, e il Provenzale baldanzoso, temeva
-di muovergli guerra; e per essere più forte e meglio ubbidito mandò
-per messer Malatesta da Rimini con quattrocento cavalieri, e fecelo
-vicario del Regno; il quale cavalcando per lo reame perseguitava i
-malfattori, e recava i baroni e’ comuni all’ubbidienza del re, e a
-tutti faceva pagare la colta, e fare i servigi feudatarii, e tenne per
-tutto i cammini aperti e sicuri. E tornato a Napoli, fece che il re
-mandò a fra Moriale che venisse a lui, e scusandosi, messer Malatesta
-il fece citare più volte dalla corte della vicherìa: e non comparendo,
-di subito colla sua gente, e con alquanta accolta del Regno, se n’andò
-ad Aversa, e nella terra se n’entrò senza contasto. Fra Moriale si
-rinchiuse nel castello colla sua gente, nel quale aveva il suo arnese e
-il tesoro accolto delle prede e ruberie de’ paesani, e pensavasi essere
-sicuro, e potere con patti rendere il forte castello al re quando a lui
-paresse, al modo di messer Currado Lupo: ma trovossi ingannato, che
-messer Malatesta di presente cinse il castello d’assedio, e appresso in
-pochi dì l’ebbe cinto di fosso e di steccato per modo, che nè entrare
-nè uscire vi si potea, e dì e notte il faceva guardare di buona e
-sollecita guardia, e così il tenne stretto tutto il mese di dicembre. E
-vedendosi fra Moriale disperato di soccorso, trasse patto di rendere il
-castello, avendo per suo bisogno stretto solamente mille fiorini d’oro,
-e salve le persone; e per bonarietà del re così fu fatto; e uscito del
-castello rassegnò al re il tesoro male guadagnato, e dispettoso se
-n’andò a Roma, pensando alla vendetta del re e di messer Malatesta,
-come poi per grande e fellonesco ardire gli venne fatto, come innanzi
-per li tempi racconteremo. Il castello e la città d’Aversa rimase al
-re, e l’ubbidienza di tutto il Regno e di catuno barone per operazione
-di messer Malatesta.
-
-
-CAP. XLI.
-
-_Come i Fiorentini fornirono Lozzole._
-
-All’uscita di novembre del detto anno, i Fiorentini, avendo con
-battifolli stretto il castello di Lozzole per la forza degli Ubaldini
-nel Podere, mandarono dugento cavalieri e millecinquecento masnadieri
-col vicario di Mugello nell’alpe, e presono in sul giogo dell’alpe il
-poggio di Malacoda e quello di Vagliana, e fecionli guardare a’ fanti
-a piè e a’ cavalieri, e con seicento masnadieri tennero i Prati: e
-eletti cento buoni masnadieri condussono il fornimento colla salmeria,
-e rotti quelli del battifolle che voleano contrastare il passo, per
-forza gli rimisono dentro, e la roba condussono nel castello. Certi
-villani del paese, pochi e male armati, con trenta femmine ch’aveano
-con loro saliti in alcuna parte sopra Malacoda, gridavano contro a’
-masnadieri ch’erano a quella guardia, e le femmine urlavano sanza
-arresto; i codardi masnadieri mandarono per soccorso al vicario messer
-Giovanni degli Alberti, il quale vi mandò cinquanta cavalieri, i quali
-si rimasono nella piaggia; il castello era fornito, e l’animo della
-gente codarda era di tornare in Mugello; que’ di Malacoda non vedendo
-venire soccorso, impauriti delle grida delle femmine abbandonarono il
-poggio, fuggendo alla china. I fanti degli Ubaldini, ch’erano settanta
-per novero, gli cominciarono a seguire, e lasciare i palvesi per essere
-più spediti, e le trenta femmine seguitavano rinforzando le grida:
-allora tutta l’oste si mosse senza attendere l’uno l’altro dirupandosi
-e voltolandosi per le ripe. Il vicario fu il primo che portò la novella
-della rotta alla Scarperia. L’altra parte de’ masnadieri ch’erano a
-Vagliano, sentendo fuggiti il capitano, e’ cavalieri e’ pedoni de’
-Prati e di Malacoda, si diedono a fuggire sanza essere incalciati. I
-cento fanti ch’aveano fornito il castello, sentendo fuggita l’oste
-d’ogni parte, vigorosamente stretti insieme, essendo usciti quelli
-del battifolle contro a loro, per forza gli rimisono nel battifolle,
-e tornaronsi nel castello, e di nuovo il rifornirono di legne: e poi
-l’altro dì, bene acconci e avvisati alla loro difesa, se ne tornarono a
-salvamento. Degli altri rimasono prigioni centoventi cavalieri, e più
-di trecento pedoni; morti n’ebbe pochi. Questa fu più notabile fortuna
-che gran fatto. Ha meritato qui d’essere notata per esempio della
-mala condotta, che spesso i vinti fa vincitori, e i vincitori vinti.
-Nella nostra città, in questi tempi, di così fatti falli non si tenea
-ragione, però spesso ricevea vituperoso gastigamento.
-
-
-CAP. XLII.
-
-_Maraviglie fatte a Roma per una folgore._
-
-Non senza cagione di singulare ammirazione vegnamo a fare memoria, come
-a dì 11 del mese di dicembre, già il cielo sgravato da impetuoso caldo
-solare, che suole nell’aria naturalmente generare folgori e tempeste,
-una disusata fortuna di venti e di tuoni turbò l’aria, e in quella
-tempesta una folgore cadde in Roma, e percosse il campanile di san
-Piero, e abbattè la cupola e parte del campanile, e tutte le grandi e
-nobili campane ch’erano in quello fece cadere, e trovaronsi quasi tutte
-fondute in quello punto, come fossono colate nella fornace. Questa pare
-una favola a raccontare, ma fu manifesto a molti che ’l vidono, da cui
-ne avemmo chiara e vera testimonianza. E molti il recarono in segno
-ovvero prodigio della seguente materia.
-
-
-CAP. XLIII.
-
-_Come morì papa Clemente sesto, e di sue condizioni._
-
-In questi dì, essendo malato papa Clemente sesto nella città d’Avignone
-in Provenza d’una continua, ond’era giaciuto sei dì, la notte vegnente
-la festa di santo Niccola, a dì 5 di dicembre, passò di questa vita,
-avendo tenuto il papato anni dieci e mesi sette. Costui fu natìo di
-Francia, e arcivescovo di Rouen, e grande amico e protettore del re
-Filippo di Francia, e per lui, innanzi al papato e poi che fu papa,
-assai cose fece; e a papa Giovanni venne per suo ambasciadore, e
-nella persona del detto re promise e giurò che farebbe il passaggio
-d’oltre mare. Costui fatto papa non restò di fare quanto il detto re
-seppe domandare, e molto scopertamente. Nella guerra ch’ebbe col re
-d’Inghilterra prese la parte del re di Francia, e assai vi consumò
-del tesoro di santa Chiesa. Larghissimo papa fu di dare i beneficii
-di santa Chiesa, e tanti ne stribuì a spettanti l’uno appresso
-l’altro, che non si trovava chi più ne domandasse, sanza il beneficio
-dell’_Anteferri._ Il suo ostiere tenne alla reale con apparecchiamento
-di nobili vivande, con grande tinello di cavalieri e scudieri, con
-molti destrieri nella sua malistalla. Spesso cavalcava a suo diporto,
-e mantenea grande comitiva di cavalieri e scudieri di sua roba. Molto
-si dilettò di fare grandi i suoi parenti, e grandi baronaggi comperò
-loro in Francia. La Chiesa rifornì di più cardinali suoi congiunti, e
-fecene de’ sì giovani e di sì disonesta vita, che n’uscirono cose di
-grande abominazione; e certi altri fece a richiesta del re di Francia,
-fra i quali anche n’ebbe de’ troppo giovani. A quel tempo non s’avea
-riguardo alla scienza o alle virtù, bastava saziare l’appetito col
-cappello rosso. Uomo fu di convenevole scienza, molto cavalleresco,
-poco religioso. Delle femmine assendo arcivescovo non si guardò, ma
-trapassò il modo de’ secolari giovani baroni: e nel papato non se ne
-seppe contenere nè occultare, ma alle sue camere andavano le grandi
-dame come i prelati; e fra l’altre una contessa di Torenna fu tanto
-in suo piacere, che per lei facea gran parte delle grazie sue. Quando
-era infermo le dame il servivano e governavano, come congiunte parenti
-gli altri secolari. Il tesoro della Chiesa stribuì con larga mano.
-Dell’italiane discordie poco si curò; e l’impresa fatta a sua stanza
-contro al tiranno di Bologna in sul buono abbandonò, e della vergogna
-di santa Chiesa non si fece coscienza, ma per i molti danari che
-l’arcivescovo di Milano largamente sparse ne’ suoi parenti e nel re di
-Francia ogni cosa gli perdonò, e intitolollo per la Chiesa vicario di
-Bologna. Vacò la Chiesa tredici dì. La cometa Nigra pronosticò la sua
-morte, la folgore di san Piero a Roma la sua fama consumata nel vile
-metallo.
-
-
-CAP. XLIV.
-
-_Come fu fatto papa Innocenzio sesto._
-
-Dopo la morte di papa Clemente sesto, i cardinali rinchiusi in conclave
-sentendo che il re di Francia s’affrettava di venire a Avignone per
-avere papa a sua volontà, la qual cosa non gli potea mancare, tanti
-cardinali aveva a sua stanza e di suo reame, ma non ostante che
-tutto il collegio de’ cardinali fosse stato al servigio del detto
-re, tuttavia per la riverenza della libertà di santa Chiesa, vollono
-innanzi avere fatto papa di loro movimento, che a stanza del re di
-Francia. E però di presente presono accordo tra loro, ed elessono a
-papa il cardinale d’Ostia nativo di Limogi, il quale era stato vescovo
-di Chiaramonte, uomo di buona vita, e di non grande scienza, e assai
-amico del re di Francia; la sua fama infra gli altri era di semplice
-e buona vita, e antico d’età; e fecesi ne’ papali palagi in Avignone
-a dì 28 di dicembre, gli anni _Domini_ 1352. Prese l’ammanto di san
-Piero e la corona del regno, e ne’ suoi principii ragionò d’ammendare
-la disonestà della corte, e fecene alcune buone costituzioni, e fecesi
-chiamare papa Innocenzio sesto.
-
-
-CAP. XLV.
-
-_Come usciti di prigione i reali del Regno s’arrestarono a Trevigi._
-
-In questo anno del mese di novembre, essendo liberati di prigione
-messer Ruberto Prenze di Taranto, e messer Luigi di Durazzo dal re
-d’Ungheria, se ne vennono a Vinegia; e ricevuto onore da quello
-comune, se n’andarono a Trevigi, e ivi attesono gli altri loro due
-fratelli messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo. Il
-re d’Ungheria volle che i primi due reali essendo in loro libertà
-facessono certe obbligazioni, le quali non furono palesi, ma certo fu
-che a Trevigi vennero a loro ambasciadori del re d’Ungheria, e che da
-loro presono certe obbligazioni. E per avere questo tenne gli altri
-due fratelli tanto, che gli ambasciadori furono da Trevigi tornati in
-Ungheria colle cautele pubbliche di quello ch’elli aveano promesso, e
-allora furono licenziati messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto
-di Durazzo, e vennonsene a Trevigi agli altri loro fratelli. E partiti
-di là se ne vennono a Ferrara, e appresso a Forlì, ricevuti in catuna
-parte a grande onore. E stando in Romagna, mandarono a Firenze per
-volere valicare nel Regno per la nostra città, e per lo nostro contado,
-ove si pensavano potere venire confidentemente a grande onore. Certi
-cittadini potenti, parziali di setta cittadinesca, che allora reggevano
-il comune, vietarono la loro venuta nella città, e il passo per lo
-contado, cosa incredibile a narrare, considerato l’antico e incorrotto
-amore di quella casa reale al nostro comune, e il sangue loro mescolato
-con quello de’ cittadini di Firenze, sparto nelle nostre battaglie
-in difensione di quella città, e ora vieta loro il passo per lo suo
-distretto, uomini usciti di prigione, senza arme e senza comitiva. Io
-mi vergogno a scrivere che quello che il nostro comune spesso concede
-a’ nemici fosse vietato a costoro. Se il comune ci avesse fallato,
-sarebbe detestabile cosa a trovare memoria di cotanta ingratitudine: ma
-considerata la singolare vilezza delle cittadine sette, figura della
-sfrenata tirannia, non è cosa maravigliosa. I reali non senza giusta
-cagione sdegnati presono altra via, e capitarono a Roma.
-
-
-CAP. XLVI.
-
-_Di novità state in Sangimignano._
-
-Ricordandoci de’ due fratelli dicollati degli Ardinghelli di
-Sangimignano, ci occorre come i loro consorti tennono che ’l fatto
-fosse per operazione de’ Salvucci di quella terra, onde i detti
-Ardinghelli provveduti d’aiuto di loro parenti e amici, a dì 20 di
-dicembre del detto anno levarono romore nella terra, e seguitati
-dalla maggior parte del popolo corsono alle case de’ Salvucci in su
-la piazza della pieve, e trovandoli sprovveduti alla difesa, senza
-fare resistenza furono cacciati di Sangimignano, e le loro case rubate
-e arse, e di tutti i loro seguaci; e la terra ch’era in guardia del
-comune di Firenze tennono per loro, temendo di non essere puniti
-del malificio commesso. I Salvucci cacciati co’ loro seguaci il dì
-della pasqua di Natale se ne vennono a Firenze, domandando l’aiuto
-del comune, sotto la cui guardia erano rubati e cacciati della loro
-terra. Dall’altra parte gli Ardinghelli col titolo e coll’autorità del
-comune mandarono ambasciadori a Firenze, dicendo, ch’aveano cacciati
-i ghibellini di Sangimignano, e la terra teneano a onore del comune
-di Firenze e di parte guelfa; e dove il comune l’avea per piccolo
-tempo, la voleano dare per maggiore, ove delle cose fatte non si
-facesse alcuna vendetta, e che i loro nimici non fossono rimessi nella
-terra. Il comune tenne sospeso un pezzo, cercando se modo v’avesse
-d’accordo, ma continovo cresceva la mala disposizione, diffidandosi gli
-Ardinghelli e i loro seguaci d’avere remissione di quello ch’aveano
-commesso, e aveano d’intorno a loro di mali consigliatori; onde per la
-contumace e per l’impotenza poco appresso ne seguì la suggezione di
-quella terra, come a suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. XLVII.
-
-_Come i comuni di Toscana mandarono solenni ambasciadori a Serezzana a
-trattare pace._
-
-Avvegnachè ne’ cominciamenti poca fede si prendesse per li Fiorentini e
-per gli altri comuni di Toscana della pace coll’arcivescovo di Milano,
-nondimeno avendo trattato prima co’ religiosi, e poi con abboccamento
-d’altri ambasciadori, e trovandosi convenienza alla pace, si ordinò più
-solenne ambasciata di tutti i comuni, i quali si convennono a Firenze,
-e in segreto si conferì la sostanza de’ patti; e il simigliante fece
-l’arcivescovo co’ suoi e con gli ambasciadori de’ ghibellini d’Italia,
-che concorrevano alla detta pace. E catuno comune diede libertà a’ suoi
-ambasciadori di potere fermare la concordia. E poi, il primo dì di
-gennaio del detto anno, andarono a Serezzana per dare compimento alla
-detta pace.
-
-
-CAP. XLVIII.
-
-_Di grandi tremuoti vennono in Toscana e in altre parti._
-
-A dì 25 di dicembre del detto anno, in sul vespro, furono grandi
-terremuoti, i quali abbatterono al Borgo a san Sepolcro una parte
-degli edifici della terra, con danno di bene cinquecento tra uomini
-e femmine e fanciulli morti. E la rocca d’Elci in su’ confini tra
-Arezzo e il Borgo subissò con que’ viventi che v’erano a guardarla per
-l’arcivescovo di Milano. E sollevati i tremuoti alquanti dì, poi a dì
-31 del detto mese, la notte, vegnente la mattina di calen di gennaio in
-sul mattutino, rinnovellarono maggiori terremuoti. E alla detta terra
-del Borgo furono sì terribili, che quasi tutti gli edifici di quella
-terra fece rovinare, nel cui scotimento, per la notte e per le ruine
-d’ogni parte, pochi ne poterono campare, fuggendosi ignudi negli orti
-e nelle piazze della terra, e quasi la maggiore parte de’ terrazzani
-e de’ forestieri che v’erano feciono delle case sepoltura a’ lacerati
-corpi, e molti magagnati e mezzi morti stettono parecchi dì senza
-aiuto sotto le travi e’ palchi e altre concavità fatte dalla ruina, e
-assai ne morirono che sarebbono campati se avessono avuto soccorso.
-Le mura della terra da ogni parte caddono: e di vero gran pietà fu a
-vedere l’eccidio di cotanti cristiani involti in così aspro giudicio
-dalla loro morte, che fatto conto, più di duemila uomini d’ogni sesso
-spirarono sotto quelle rovine. E non è da lasciare senza memoria quello
-ch’avvenne loro per essere sotto la tirannia, che per paura de’ primi
-terremuoti erano usciti della terra e stavano a campo, e sarebbono
-campati, ma per tema della terra messer Piero Sacconi, e Nieri da
-Faggiuola col vicario dell’arcivescovo vi cavalcarono, e per forza
-costrinsono i terrazzani e’ soldati a ritornare nella terra. Alcuni
-favoleggiando dissono, che questo fu singolare sentenza di Dio, perchè
-costoro furono i primi in Toscana che diedono ricetto alla gente del
-gran tiranno arcivescovo di Milano, in confusione de’ loro circostanti;
-e tutte le prede indebitamente tolte a’ loro vicini comperavano per
-niente, ingrassando e arricchendo di quelle indebitamente, non avendo i
-detti terremuoti fatto alcuno danno in Toscana.
-
-
-CAP. XLIX.
-
-_Come i Sanesi andarono a oste a Montepulciano._
-
-Essendo i signori della casa de’ Cavalieri di Montepulciano divisi e
-cacciati l’uno l’altro, come addietro è dimostrato, quelli ch’erano
-rimasi signori teneano l’amistà de’ Perugini, e gli usciti quella
-de’ Sanesi, onde avvenne che i Sanesi volevano che la terra tornasse
-al governamento del popolo; e temendo coloro che la reggevano per
-lo movimento de’ Sanesi, si fortificarono con aiuto di gente d’arme
-de’ Perugini, e per questo i Sanesi cominciarono a cavalcare sopra
-loro. E i terrazzani colle masnade de’ Perugini e de’ loro soldati
-s’aiutavano francamente, facendo vergogna alla cavalleria de’ Sanesi, e
-per questo presono sdegno contro a’ Perugini. E del comune di Firenze
-si dolsono, perchè richiesti a questa impresa non vollono contro agli
-amici loro guelfi dare loro aiuto. E tanto montò l’altezza dello sdegno
-de’ Sanesi, che si fornirono di gente d’arme a piè e a cavallo, e
-misonsi all’assedio di Montepulciano, e quello continovarono infino
-al maggio seguente 1353, e strinsonlo con battifolli; e’ Perugini per
-non dispiacere a’ Sanesi ne ritrassono la gente loro. I Fiorentini
-e’ Perugini mandarono gli ambasciadori a trovare modo di pace e di
-concordia tra ’l comune di Siena e quello di Montepulciano, i quali
-vi dimorarono lungamente, innanzi che potessono recare le parti a
-concordia. E perocchè nel detto tempo altre cose occorsono, conviene
-per dare parte a loro alquanto soggiornare alla presente materia.
-
-
-CAP. L.
-
-_Come Gualtieri Ubertini fu decapitato._
-
-In questo medesimo mese di dicembre fu preso in un aguato da’ soldati
-del comune di Firenze, a Civitella del vescovo d’Arezzo, Gualtieri
-figliuolo di Bustaccio degli Ubertini, giovane di grande fama, valoroso
-e pro’, e di grande aspetto e seguito, il quale per comandamento
-del comune fu menato a Firenze: e credendosi campare, trovandosi il
-bando generale di tutti quelli della casa degli Ubertini per la loro
-ribellione, la vigilia di Natale fu dicollato, di cui gli Ubertini
-riceverono gran danno, perocchè troppo era giovane di buono aspetto. A
-costui fu tagliata la testa dirimpetto allo spedale di sant’Onofrio; e
-messo il corpo nella cassa in due pezzi, e portandosi alla chiesa di
-santa Croce, venuto a piè del campanile di quella chiesa, per spazio
-d’una saettata di balestro o più il corpo si dibattè, e aperse le
-giunture della cassa con tanto dicrollamento, che a pena fu ritenuta
-che non cadde di collo agli uomini che ’l portavano; cosa assai
-maravigliosa, ma fu vera e manifesta a molti, e noi l’avemmo da coloro
-che ’l detto corpo nella cassa portarono, uomini degni di fede.
-
-
-CAP. LI.
-
-_Come il duca d’Atene assediò Brandizio._
-
-In questi dì, avendo il re Luigi fatta certa richiesta di baroni del
-Regno, fra gli altri vi venne messer Filippo della Ripa di Brandizio,
-ricco d’avere e di piccola nazione, da cui il re con finte cagioni
-intendea di trarre di molti danari. A costui fu rivelata l’intenzione
-del re, ond’egli senza congio si ritornò in Puglia. Il re fattolo da
-capo richiedere per contumacia, ebbe cagione di farlo bandire. Il
-duca d’Atene che colle sue terre gli era vicino, per torgli il suo, e
-per potere sotto la coverta di costui prendere Brandizio, se n’andò
-in Puglia; e presa licenza di procacciare di recare al fisco i beni
-di costui ch’era bandeggiato, raunò gente d’arme, e non sappiendo
-il re che procedesse per questo modo, fece di suoi Franceschi e
-d’altri soldati quattrocento cavalieri e millecinquecento pedoni, e
-andò a oste a Brandizio. I terrazzani vedendosi questa gente addosso
-improvviso si maravigliarono forte, e conobbono il fatto tirannesco, e
-di presente s’unirono alla difesa, e non lo lasciarono accostare alla
-città. Puosesi a campo di fuori, e cominciò a correre e fare preda
-per lo paese d’intorno. Sentendo questo il re Luigi si maravigliò del
-duca, che faceva di suo arbitrio quello che non gli era commesso, e
-incontanente per lettere gli mandò comandando che da Brandizio si
-dovesse levare: ma poco valsono i suoi comandamenti, che vi s’affermò
-credendosi occupare quella terra con tirannesca intenzione. Sopravvenne
-la tornata del Prenze di Taranto, e il re per farli onore, ch’era d’età
-suo maggiore fratello, sentita la volontà de’ cittadini ch’aveano
-amore al Prenze, così assediata glie la privilegiò; e i cittadini di
-concordia l’accettarono per loro signore, e allora il duca se ne levò
-da assedio.
-
-
-CAP. LII.
-
-_Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi._
-
-In questo verno, sentendosi per l’Italia che a certo la pace generale
-si dovea fare tra i comuni di Toscana, e l’arcivescovo di Milano e’
-suoi aderenti ghibellini, i Cortonesi per mostrare più liberalità a’
-Perugini, e il comune di Perugia per non obbligarsi al patto della
-generale pace, di concordia vollono pervenire a quella, e di buona
-volontà feciono pace tra loro. È vero che innanzi la pace i Cortonesi
-non fidandosi de’ Perugini domandarono sodamenti, e il comune di
-Perugia a grande istanza richiese il comune di Firenze, che fosse
-mallevadore per lui a’ signori e al comune di Cortona di diecimila
-marchi d’argento, che manterrebbe a’ Cortonesi buona e leale pace. Il
-nostro comune mosso alle richieste di quello di Perugia, fece sindaco
-un suo cittadino chiamato Otto Sopiti, e per lui fece il sodamento e
-l’obbligagione predetta a’ signori e al comune di Cortona liberamente,
-come i Perugini seppono divisare.
-
-
-CAP. LIII.
-
-_Come il popolo di Gaeta uccisono dodici loro cittadini per la carestia
-ch’aveano._
-
-Ancora lo stato dello sviato Regno non era queto dalla fortuna e in
-debito reggimento, essendo quest’anno generale carestia in Italia, il
-minuto popolo di Gaeta, avendo invidia a’ buoni e ricchi cittadini
-mercatanti di quella città, del mese di dicembre del detto anno si
-mossono a furore e presono l’arme, e furiosi corsono per la terra,
-a intenzione d’uccidere quanti trovare potessono di loro maggiori:
-e in quell’empito uccisono dodici de’ migliori che trovarono senza
-alcuna misericordia, grandi e onesti e buoni mercatanti; gli altri
-si fuggirono e rinchiusono in luoghi ove il furore del popolo non si
-potè stendere. Il re Luigi avendo intesa questa iniquità vi cavalcò
-in persona con gente d’arme per farne giustizia, e giunto in Gaeta,
-fece inquisizione di questo fatto; la cosa fu scusata per la furia
-d’alquanti, e furono presi e giustiziati de’ meno possenti; degli altri
-si fece composizione di moneta, e chi fu morto s’ebbe il danno, e la
-corte pervertì; e racquetata la cosa, il re gli ordinò, e tornossene a
-Napoli.
-
-
-CAP. LIV.
-
-_Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi a’ Veneziani._
-
-In questo medesimo verno, papa Innocenzio mandò al comune di Genova e a
-quello di Vinegia che mandassono a lui gli ambasciadori ch’erano stati
-a papa Clemente a trattare della loro pace, e per la morte sopravvenuta
-del detto papa se n’erano partiti senza essere d’accordo, perocch’egli
-intendea di metterli in pace giusta suo podere. I Genovesi non vollono
-tornare a corte, nè entrare in trattato di pace co’ Veneziani, anzi
-ordinarono lega e compagnia col re d’Ungheria contro a’ Veneziani. E
-il detto re avendo promessa compagnia co’ Genovesi mandò a Venezia
-al comune che gli dovesse restituire Giara, e l’altre città e terre
-ch’aveano occupate del suo reame nella Schiavonia. I Veneziani feciono
-agli ambasciadori quella savia risposta che seppono, facendosi tra
-loro beffe della sua domanda; nondimeno non senza paura, e con molta
-sollicitudine e con grande spendio fornirono a doppio, oltre all’usato,
-tutte le terre che teneano in quella marina.
-
-
-CAP. LV.
-
-_Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano, e fecionli ubbidire._
-
-Addietro è narrato come quelli che reggeano Sangimignano teneano
-trattato col comune di Firenze, ma non fidando, non si poteano per
-lo comune riducere a fermezza, e il comune temendo che in questa
-vacillazione peggio non ne seguisse, del mese di febbraio del detto
-anno vi mandò messer Paolo Vaiani di Roma, allora podestà di Firenze,
-con seicento cavalieri e con grande popolo, i quali giunti intorno alla
-terra, e non avendo risposta da quelli d’entro, a volontà del nostro
-comune vi si misono a campo, e cominciarono a dare il guasto; ma però
-alcuno Sangimignanese o loro gente d’arme non uscirono fuori per fare
-alcuna resistenza o altra vista, ma dopo il ricevuto danno vennono alla
-concordia, che il comune di Firenze dovesse fare la pace fra loro e
-gli usciti, e che d’allora gli usciti avessono i frutti de’ loro beni,
-ma dovessono stare fuori della terra sei mesi, e fatta la pace tra gli
-Ardinghelli e’ Salvucci, per lo comune di Firenze detto, e’ potessono
-tornare nella terra: e che il comune di Firenze oltre al termine de’
-tre anni che ne dovea avere la guardia l’avesse anche cinque anni, e
-che per patto vi tenesse settantacinque cavalieri col capitano della
-guardia alle loro spese. E fatto il decreto e le cautele per i loro
-consigli, e ricevuto il capitano colla sua compagnia, l’oste se ne
-tornò a Firenze.
-
-
-CAP. LVI.
-
-_Come in Italia fu generale carestia._
-
-In questo anno fu generale carestia in tutta Italia; in Firenze
-cominciò di ricolta a valere lo staio del grano soldi quaranta di
-libbre cinquantadue lo staio, e in questo pregio stette parecchi mesi:
-poi venne montando tanto, che andò in lire cinque lo staio, i grani
-cattivi e di mal peso. Le fave lire tre lo staio, e così i mochi e
-le vecce: il panico soldi quarantacinque in cinquanta, e la saggina
-soldi trenta in trentacinque. Il vino di vendemmia valse il cogno
-fiorini sei d’oro del più vile, e otto e dieci il migliore, e montò
-in fiorini quindici il cogno. La carne del porco senza gabella lire
-undici il centinaio; il castrone denari ventotto in trenta la libbra
-tutto l’anno. La vitella di latte montò danari trentadue in quaranta
-la libbra; l’uovo danari cinque e sei l’uno; l’olio lire cinque e
-mezzo in sei l’orcio, di libbre ottantacinque. Tutti erbaggi furono
-in somma carestia; e in que’ tempi valea il fiorino dell’oro lire tre
-soldi otto di piccioli. Tutti drappi da vestire, di lana, e di lino, e
-di seta, furono in notabile carestia, e così il calzamento. E benchè
-abbiamo fatto conto di Firenze, in quest’anno fu tenuto in tutta Italia
-che Firenze avesse così buono mercato comunalmente come alcuna altra
-terra. Ed è da notare, che di così grande e disusata carestia il minuto
-popolo di Firenze non parve che se ne curasse, e così di più altre
-terre; e questo avvenne perchè tutti erano ricchi de’ loro mestieri:
-guadagnavano ingordamente, e più erano pronti a comperare e a vivere
-delle migliori cose, non ostante la carestia, e più ne devano per
-averle innanzi che i più antichi e ricchi cittadini, cosa sconvenevole
-e maravigliosa a raccontare, ma di continova veduta ne possiamo fare
-chiara testimonianza. E quello che a altri tempi innanzi alla generale
-mortalità sarebbe stato tomulto di popolo incomportabile, in quest’anno
-continovo improntitudine e calca del minuto popolo fu nella nostra
-città ad avere le cose innanzi a’ maggiori, e di darne più che gli
-altri. E così festeggiava, e vestiva e convitava il minuto popolo, come
-se fossono in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.
-
-
-CAP. LVII.
-
-_Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo degli Orsini loro
-senatore._
-
-Senatori di Roma erano il conte Bertoldo degli Orsini e Stefanello
-della Colonna, e dal popolo erano infamati d’avere venduta la tratta,
-e lasciato trarre il grano della loro Maremma, e questo era fatto per
-loro, non pensando che ’l grano andasse in così alta carestia. In
-Campidoglio si faceva il mercato a dì 15 di febbraio del detto anno, e
-la sù abitavano i senatori; e accoltovisi grande popolo per comperare
-del grano, e trovandone poco e molto caro, corsone a furore al palagio
-de’ senatori con le pietre in mano. Stefanello ch’era giovane fu
-accorto, e innanzi che il popolo moltiplicasse al palagio col furore si
-fuggì per una porta di dietro, e salvò la persona; il conte Bertoldo
-fu più tardo, e volendosi fuggire, fu sorpreso dal furore di quel
-popolo, e colle pietre lapidato e morto: e tante glie ne gittarono
-addosso, acciocchè catuno fosse partecipe a quella vendetta, che bene
-due braccia s’alzò la mora delle pietre sopra il corpo morto del loro
-senatore; e fatto questo, il popolo comportò la carestia più dolcemente.
-
-
-CAP. LVIII.
-
-_Come fu tagliata la testa a Bordone de’ Bordoni._
-
-In questi dì, del mese di febbraio sopraddetto, essendo podestà
-di Firenze messer Paolo Vaiani di Roma, uomo aspro e rigido nella
-giustizia, avendo presa informazione di mala fama contro a Bordone
-figliuolo che fu di Chele Bordoni, antico e grande e potente popolano
-di Firenze, essendo questo giovane sopra gli altri leggiadro e di
-grande pompa, il fece pigliare per ladro, apponendogli molti furti, e
-tutti per martorio gliel fece confessare. I suoi consorti, ch’erano
-in grande stato in comune, co’ priori e collegi il difendeano, e non
-parea loro che il podestà il dovesse condannare a morte; il mormorio
-del popolo minuto era contro a lui, e ’l podestà non si volea muovere
-ad alcuno priego de’ signori; onde avvenne, per male consiglio, ch’e’
-priori, acciocchè ’l podestà non potesse fare uficio, cassarono tutta
-la sua famiglia. Costui più inacerbito lasciò la bacchetta della sua
-podesteria a’ priori, e tornossi al palagio come privato uomo. Il
-mormorio si levò grande nella città contro a’ priori, e parendo loro
-avere fatto male, con ogni preghiera cercarono di poterlo ritenere;
-ma l’astuto Romano, sentendo scommosso il popolo, la notte montò a
-cavallo e andossene a Siena. Il popolo sentendolo partito, quasi come
-comunità rotta trassono al palagio de’ priori e a quello della podestà,
-e doleansi dicendo, che i potenti cittadini che facevano i grandi mali
-non voleano che fossono puniti, e i piccoli e impotenti cittadini
-d’ogni piccolo fallo erano impiccati, e smozzicati, e dicollati; e per
-questa novità fu la città in grande smovimento, operandosi l’animosità
-delle sette. I signori vedendo la città a cotal condizione, di subito
-gli mandarono ambasciadori, e con fiorini duemilacinquecento d’oro che
-gli diedono per suoi interessi fecionlo ritornare: e ritornato, per
-grazia fece dicollare Bordone, e il popolo fu racquetato.
-
-
-CAP. LIX.
-
-_Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo a’ comuni di Toscana._
-
-Gli ambasciadori de’ comuni di Toscana che furono mandati a Sarezzana
-per fermare la pace coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi aderenti
-ghibellini di Toscana e d’Italia, trovarono la materia sì acconcia,
-eziandio contro alla speranza, che di presente vi dierono fermezza, del
-mese di marzo 1352; e appresso, il primo dì d’aprile 1353, si piuvicò
-in parlamento di tutto il popolo. E quanto che catuno desiderasse
-pace per cagione di riposo e di fuggire spesa, niuna festa se ne
-fece, nè niuno rallegramento nel popolo se ne vide, quasi stimando
-catuno la pace del potente tiranno troppo vicino, essere più nel
-suo arbitrio sottoposta a inganno che a fermezza di certo riposo.
-Nella pace in sostanza si contenne, che generale e perpetua pace sia
-tra l’arcivescovo di Milano, e tutte le sue città e distrettuali, e
-tutti coloro che con lui furono nella guerra contro a’ Fiorentini,
-e’ Perugini, e’ Sanesi, e’ loro distrettuali, Pistoiesi, e Aretini,
-e altri simiglianti, tutti da catuna parte e aderenti loro debbano
-osservare buona e leale pace; e l’arcivescovo è tenuto di mettere in
-mano comune la Sambuca e ’l Sambucone: e fatto questo, il comune di
-Firenze un mese appresso debba disfare la rocca di Montegemmoli, con
-patto, che disfatta debba riavere le dette castella depositate; e il
-detto Montegemmoli non si debba per alcuna parte redificare: e che
-i Fiorentini debbano rendere Lozzole agli Ubaldini, e l’arcivescovo
-Piteccio e l’altre tenute de’ Pistoiesi; e che il comune di Firenze dee
-trarre di bando tutti coloro che fossono bandeggiati per quella guerra,
-e chiunque fosse dichiarato aderente del detto arcivescovo: patto assai
-pregno, e doppio, e poco accetto, la cui dichiarazione fu commessa a
-Lotto e a Franceschino Gambacorti di Pisa, mezzani di questa pace.
-Questo fu assai lieve legame di pace, avvegnachè ci si stipulasse pena
-fiorini dugentomila d’oro, ma per la grandezza del signore di Milano,
-e per la potenza de’ tre comuni che non si avvilivano per lui, rimase
-contenta catuna parte al legame del titolo della pace, senza altra
-sicurtà dimandare o prendere.
-
-
-CAP. LX.
-
-_L’inganno ricevette il comune di Firenze dagli sbanditi._
-
-Il comune di Firenze in questo fatto degli sbanditi fu ingannato da’
-suoi medesimi ambasciadori, de’ quali niuno si potè incolpare, ch’erano
-secolari, e uomini che non sapeano quello ch’e’ titoli de’ giudici
-portassono, e a loro non se n’aspettava alcuna cosa, ma incolpato ne
-fu un savio giudice e grande avvocato chiamato messer Niccola Lapi,
-di lieve nazione, sospetto a parte, ma per la sua scienza il comune
-gli commise l’ordinazione delle scritture per non essere ingannato.
-Costui lasciò ne’ patti un capitolo non promesso nè pensato, per lo
-quale tutti gli sbanditi e rubelli del comune di Firenze poteano essere
-ribanditi e ristituiti ne’ loro beni, e così degli altri comuni di
-Toscana. E il pertugio di questo titolo fu, che a’ patti s’aggiunse,
-che tutti gli aderenti, e parenti e seguaci di messer Carlino Tedici
-e de’ consorti ribelli di Pistoia, dovessono essere ribanditi, e
-restituiti ne’ beni di qualunque bando o condannagione ch’avessono dal
-comune di Pistoia, e questa fu l’intenzione vera: ma arroso fu, e di
-Firenze, e di Perugia, e di Siena, e dell’altre terre di Toscana, salvo
-chi avesse avuto bando nel tempo della guerra, essendo all’ubbidienza
-del comune di Pistoia: bando enorme e non parziale. Qui si comprese la
-malizia di questo fallo: se per errore fu commesso, grande vergogna
-fu al savio avvocato, se per malizia, meritò grande pena, perocchè
-sotto quel titolo messer Carlino faceva suo aderente cui egli voleva;
-e Franceschino e Lotto gli dichiaravano, e ’l savio consigliava, e ’l
-notaio ch’era sopra ciò cancellava; e avevane già dichiarati più di
-duemila, e cancellati da trecento. Ed era una mercatanzia tra tutti di
-grande guadagno, ma di maggiore danno e vergogna del nostro comune, e
-molto se ne dolevano i cittadini. Ma gli autori del fatto, con mettere
-paura di non conturbare la pace, ogni lingua acchetavano, e le borse
-si empievano. E procedendo a voto il primo fallo, un altro se n’arrose
-per l’avvocato già detto, contro al beneficio ricorso a utilità della
-patria, che i dichiaratori da Pisa aveano mandato a Firenze intorno di
-sedici dichiarazioni fatte nel principio in diversi dì, acciocchè a
-Firenze fossono per lo notaio diputato sopra ciò cancellati di bando.
-Le dichiarazioni furono portate al detto messer Niccola Lapi, il quale
-vide che per l’ordine de’ patti non se ne poteva cancellare per ragione
-più che quelli ch’erano dichiarati per lo primo dì, e da quel dì
-innanzi il comune di Firenze era libero della sua promessa. Costui di
-presente le rimandò a dietro, e scrisse, che non valeano dichiaragioni
-che facessono separate in diversi dì; e per questo avvenne, che poi
-quelle che si feciono, e che si mossono a fare in diversi e lunghi
-tempi, le riducevano a essere fatte nel primo dì che gli cominciarono
-a dichiarare, commettendo in questo processo frode, e facendo fare
-le carte false, che furono più di trecento quelle che si recarono
-a cancellare. Di cotali falli il comune s’avvedeva e doleva, ma le
-preghiere degli amici non lasciavano al comune fare giustizia in questi
-tempi. Ma de’ mali principii riesce spesse volte mal frutto, come in
-parte uscì di questo, secondo che appresso diviseremo, mutando un poco
-nostro ordine di travalicare il tempo per imporre fine a questa materia.
-
-
-CAP. LXI.
-
-_Di questa medesima materia._
-
-Avvenne, valicato l’anno predetto, che di questa corrotta radice
-procedette una corruzione che terminò la causa e la vita del notaio
-a ciò diputato, e d’un giudice ch’avea cominciato a pascersi sopra
-questa carogna. A ser Francesco di ser Rosso notaio di grande autorità,
-ch’aveva procurato questo uficio, fu portata carta d’una dichiarazione
-d’uno Ghiandone di Chiovo Machiavelli condannato, uomo infame e di mala
-condizione; del nome e soprannome di costui erano rimase certe lettere,
-il mese e l’altre rase, e sottilmente per simiglianti lettere rimesse,
-e con molta istanzia per alcuno suo consorte, e alcuno amico allora de’
-priori, fu stretto ser Francesco a cancellarlo, e messer Corbizzesco
-giudice da Poggibonizzi a consigliarlo. I quali più volonterosi al
-servigio che a conoscere la malizia ch’appariva nella carta, benchè
-tutta paresse una lettera, il savio consigliò, e il notaio cancellò. E
-sentendosi la diliberazione di costui a Pisa, Franceschino Gambacorti
-scrisse a’ signori scusandosi, che costui per la sua infamia mai non
-avea voluto dichiarare. Onde preso il notaio, e appresso il giudice,
-per il marchese dal Monte valente podestà di Firenze, dopo lunga
-discettazione e combattimento di cittadini, e d’immunità di privilegio
-ch’aveva ser Francesco, mercoledì a dì 21 di maggio 1354 avendoli
-condannati al fuoco, per grazia commutò la pena, e colle mitere in
-capo li fece dicollare. Per la morte di ser Francesco mancò il potere
-cancellare; e mancato questo, si rimase il dichiarare, e il comune
-dimenticò gli altri falli per questa cagione, e per troppa mansuetudine.
-
-
-CAP. LXII.
-
-_Come messer Piero Sacconi de’ Tarlati tentò di fare grande preda
-innanzi che fosse bandita la pace._
-
-Messer Piero Sacconi de’ Tarlati ch’aveva in Bibbiena delle masnade
-dell’arcivescovo di Milano, sentendo ferma la pace, innanzi ch’ella
-si bandisse, come volpe vecchia, accolse gente quanta ne potè avere,
-a piè e a cavallo, e sapendo che i villani del contado d’Arezzo per
-la novella della pace s’assicuravano colle bestie a’ campi, cavalcò
-subitamente il contado d’Arezzo infino a Laterina, accogliendo il
-bestiame, e mettendosi la preda innanzi. I paesani stormeggiando da
-ogni parte s’avvidono del fatto, e feciono tanto, che per campare
-le persone i cavalieri e’ masnadieri abbandonarono la preda, e con
-vergogna tornarono a Bibbiena. E per simil modo in questi medesimi dì i
-soldati del Biscione ch’erano a Montecarelli con il conte Tano corsono
-in Mugello per fare preda, innanzi che la pace fosse pubblicata. Il
-vicario della Scarperia co’ soldati de’ Fiorentini gli cacciarono de’
-campi fino a Montecarelli. Queste cavalcate non erano degne di memoria,
-ma per esempio a’ popoli che non sono offenditori, che almeno si
-guardino, acciocchè non incorrino nell’antico proverbio, che dice, tra
-la pace e la triegua guai a chi la lieva.
-
-
-CAP. LXIII.
-
-_Come il corpo di messer Lorenzo Acciaiuoli fu recato del Regno a
-Firenze, e seppellito a Montaguto a Certosa onoratamente._
-
-Togliendone la quiete della pace materia da scrivere, forse alcuna
-scusa ci fa a raccontare quello ch’ora scriveremo di privata novità.
-Messer Niccola Acciaiuoli di Firenze grande siniscalco del reame di
-Sicilia, governatore del re Luigi, aveva un figliuolo primogenito
-cavaliere e grande barone, appartenendogli la moglie promessa della
-casa di Sanseverino, giovane provato in arme, adorno di belli costumi,
-grazioso e di grande aspetto. Costui, come a Dio piacque, innanzi al
-tempo, all’aspetto degli uomini, rendè l’anima a Dio, e morì nel Regno
-in assenza del padre. Ed essendogli annunziata la morte a Gaeta di
-cotanto caro e diletto figliuolo, il magnanimo ristrinse il dolore
-dentro senza mutare aspetto, e colla molta pazienza, e con abito ornato
-di grandi virtudi comportò la morte del caro figliuolo, dicendo, io era
-certo che dovea morire, e che credeva che Iddio avesse eletto il tempo
-di più salute dell’anima sua. E avendo egli grande devozione al nobile
-monistero edificato a sua stanza in sul poggio di Montaguto, posto tra
-la Greve e l’Ema, presso alla città di Firenze, a due miglia, il quale
-si chiama il monistero di Certosa, quivi mandò con grande comitiva e
-spesa a seppellire il corpo del figliuolo. E recato prima a Firenze, e
-fatti gli ornamenti più che militari, e invitati per i consorti tutti i
-buoni cittadini, a dì 7 d’aprile 1353 fu portato alla sepoltura in una
-bara cavalleresca, con due grandi destrieri, l’uno dinanzi e l’altro
-didietro, coperti di zendado coll’arme degli Acciaiuoli, e la bara
-ov’era la cassa col corpo era coperta con fini drappi e baldacchini di
-seta e d’oro, e disopr’essi veluto chermisi fine, e in su i cavalli gli
-scudieri vestiti a nero che guidavano i cavalli con la bara; e innanzi
-alla bara avea sette scudieri in su sette grandi destrieri, tutti
-coperti infino a terra, innanzi con l’arme d’argento battuto degli
-Acciaiuoli: i due primi catuno portava uno cimiere, il terzo portava lo
-stendale, e gli altri quattro seguenti catuno una grande bandiera tutta
-di quell’arme con le targhe rilevate nel campo azzurro, e un leone
-rampante bianco com’è la detta arme, con grande novero di doppieri
-dinanzi e intorno al corpo, cosa magnifica a ogni barone, eziandio
-se fosse della casa reale. I grandi e orrevoli cittadini di Firenze
-accompagnarono il corpo infino alla porta a san Piero Gattolino; poi
-gran parte montati a cavallo andarono col corpo infino al monistero, e
-gli altri si tornarono a casa. Abbiamo fatta questa memoria perchè fu
-nuova e disusata alla nostra città, e magnifica all’autore di quella,
-che più di cinquemila fiorini d’oro costò la spesa.
-
-
-CAP. LXIV.
-
-_Come si fe’ l’accordo da’ Sanesi a Montepulciano._
-
-I Sanesi avendo voglia di vincere Montepulciano, essendovi stati ad
-assedio lungamente, vi puosono un gran battifolle molto di presso.
-Nella terra avea buone masnade di cavalieri e di masnadieri, i quali
-spesso avrebbono danneggiati i Sanesi, se fossono stati lasciati
-guerreggiare, ma com’è detto addietro, essendo l’una parte e l’altra
-guelfi e amici de’ Fiorentini e de’ Perugini, essendo con catuno gli
-ambasciadori de’ detti comuni nel campo e nella terra, e benchè fosse
-molto malagevole, infine gli recarono a questa concordia: che la terra
-rimanesse al governamento del popolo, e stesse venti anni nella guardia
-del comune di Siena, tenendovi un capitano di guardia con quindici
-cavalieri e con venti fanti, avendo in sua signoria una delle porti
-della terra e una campana, e che i Sanesi dovessono dare contanti,
-infra certo termine, a messer Niccolò de’ Cavalieri per ristoro delle
-spese fatte fiorini seimila, e dovesse stare dieci anni con immunità
-personale e reale in quella sua terra; e a messer Iacopo de’ Cavalieri
-che n’era fuori dovessono dare fiorini tremila d’oro, e riavere le
-rendite de’ suoi beni: per lo quale accordo i due comuni per loro
-sindacato furono mallevadori. E fatto questo, a dì 2 di maggio del
-detto anno i Sanesi presono la guardia ordinata, e levarsi da campo;
-e rifornita la terra, allegri, con bella e buona pace si tornarono a
-Siena, grati del beneficio ricevuto da’ due comuni, come l’operazioni
-di corrotta fede appresso dimostreranno.
-
-
-CAP. LXV.
-
-_D’una notabile grandine venuta in Lombardia, e d’altro._
-
-A dì 7 del mese di maggio del detto anno, turbato il tempo con ravvolto
-enfiamento di nuvoli, ristretta la materia umida da’ venti d’ogni
-parte, con disordinato empito sopra la città e parte del contado di
-Cremona ruppe, mandando sopra quella pietre sformate di grandine, la
-quale, cui trovò alla scoperta, uomini e femmine, percotendo li uccise,
-e la città premette sì forte, che tutte le copriture de’ tetti ruppe
-e macinò senza rimedio, con grandissimo danno de’ cittadini. E le
-pietre della grandine ch’erano maggiori si trovarono di libbre otto e
-once tre, e le minori erano d’una libbra di peso. In questo medesimo
-tempo l’arcivescovo di Milano mandò per fare redificare le mura e case
-del Borgo a san Sepolcro, rovinate e guaste per lo tremuoto, trecento
-maestri. I Borghigiani rimasi in vita erano tutti ricchi sopra modo
-per l’eredità de’ morti, e per gli sconci guadagni delle prede de’
-loro vicini condotte al Borgo, e perchè a’ soldati al continovo aveano
-venduto caro la loro vittuaglia e gli altri arnesi, e però, venuti i
-maestri, cominciarono a edificare le case e’ palagi, e a fare troppo
-più nobili e più belli abituri che prima non aveano: ma poco poterono
-edificare, che la terra mutò stato, come appresso nel suo tempo
-racconteremo.
-
-
-CAP. LXVI.
-
-_Come sotto le triegue procedettono le cose in Francia._
-
-Essendo alcuno tempo durate le triegue tra il re di Francia e quello
-d’Inghilterra, infra il detto tempo alquante terre in Brettagna
-e alcuna in Guascogna che si teneano per lo re di Francia, per
-ingegno e per malizioso sommovimento s’arrecarono dalla parte del
-re d’Inghilterra; per la qual cosa turbato il re di Francia, fece
-bandire la guerra per tutto il suo reame: e a ciò lo indusse non meno
-certi trattati scoperti contro della sua persona, ch’e’ baratti di
-quelle terre. E fatto questo, del mese di maggio del detto anno, il
-cardinale di Bologna, e gli altri prelati e baroni che trattavano la
-pace si misono al riparo, e tanto operarono, che triegue si rifeciono
-tra i detti re. E stando le cose di là in successioni di triegue, non
-accaddono in lungo tempo cose notevoli in que’ paesi.
-
-
-CAP. LXVII.
-
-_Come i Genovesi spregiarono la pace de’ Veneziani._
-
-Tornando nostra materia a’ fatti de’ Genovesi e de’ Veneziani, in
-questo primo tempo del detto anno i Genovesi levarono lo stendale di
-sessanta galee, le quali incontanente cominciarono ad armare, e per
-la compagnia ch’aveano fatta col re d’Ungheria contro a’ Veneziani
-v’aggiunsono l’arme del detto re; e intendeano, che come e’ fossono
-colla loro armata in mare, che ’l detto re avesse in Ischiavonia i
-suoi Ungheri a fare guerra per terra a’ Veneziani, come avea promesso.
-E certe galee ch’aveano allora in concio d’arme mandarono improvviso
-nel golfo a’ Veneziani, le quali feciono in quello grave danno di
-rubare molti legni che vi trovarono, traendone l’avere sottile, e
-profondando i legni in mare; e con due loro galee sottili bene armate
-valicarono san Niccolò del Lido, ed entrarono nel canale grande, e
-nella città saettarono molti verrettoni. E tornandosi addietro, le
-galee della guardia del golfo ch’erano per novero più che le genovesi,
-potendosi abboccare con loro, non ebbono ardimento, che la paura del
-re d’Ungheria gl’impacciava forte più che de’ Genovesi, per tema che
-non traboccasse loro addosso la sua grande potenza. Le galee genovesi
-non avendo contasto s’uscirono del golfo, e andarono al loro viaggio,
-avendo fatto gran vergogna a’ Veneziani.
-
-
-CAP. LXVIII.
-
-_Come i Veneziani si provvidono._
-
-Il comune di Vinegia sentendo l’armata de’ Genovesi e le minacce del re
-d’Ungheria, e non volendoli rendere le terre marine della Schiavonia,
-conobbono che la necessità gli strignea a trovar modo di difendersi
-per mare e per terra. E però guernite le loro terre per la difesa, con
-grande e buona provvisione mandarono solenne ambasciata all’imperadore,
-pregandolo che procacciasse in loro servigio che il re d’Ungheria
-non movesse loro guerra a stanza de’ Genovesi; e un’altra ambasciata
-mandarono in Catalogna al re d’Araona a fare lega e compagnia con lui,
-acciocch’egli armasse con loro contro a’ Genovesi. In catuna parte
-ebbono prosperamente loro intenzione: che l’imperadore ritenne a sua
-preghiera il re d’Ungheria dal muovere guerra a’ Veneziani, non senza
-alcuna speranza d’accordo in processo di tempo; e’ Catalani aontati
-della sconfitta ricevuta co’ Veneziani da’ Genovesi in Costantinopoli,
-lievemente si recarono per animo di vendetta a fare la volontà de’
-Veneziani; e di presente misono per opera d’armare trenta galee al
-loro soldo, e venti alle spese del comune di Vinegia, e i Veneziani
-n’armarono altre venti a Vinegia; e catuna parte sollecitava sua armata
-per essere prima in mare; i Genovesi per la vittoria avuta sopra loro
-dispettando e avvilendo i nimici, e’ Catalani e’ Veneziani desiderando
-la vendetta. E apparecchiandosi catuna parte, innanzi al loro
-abboccamento ci occorrono altre cose a raccontare, e però al presente
-soprastaremo alquanto a questa materia.
-
-
-CAP. LXIX.
-
-_Come fu guasto il castello di Picchiena, e perchè._
-
-I signori del castello di Picchiena non ostante che si tenessono in
-amistà col comune di Firenze, furono principali con gli Ardinghelli a
-commuovere lo stato di Sangimignano quando furono cacciati i Salvucci,
-essendo la guardia di quella terra nelle mani del comune di Firenze;
-e di questo fallo non feciono scusa nè ammenda a’ Fiorentini; e però,
-nel detto mese di giugno del detto anno, il comune di Firenze mandò
-sue masnade co’ maestri e guastatori a Picchiena, e senza contasto
-entrarono nella terra. E acciocchè quel castello non fosse più cagione
-di fare sommuovere ad alcuna ribellione Sangimignano e Colle, a dì 20
-del detto mese feciono abbattere le mura e la rocca, senza far loro
-altro danno.
-
-
-CAP. LXX.
-
-_Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla duchessa sua moglie._
-
-Vedendosi la sventurata moglie che fu del duca di Durazzo, Maria
-sirocchia della reina Giovanna di Gerusalemme e di Sicilia, avvilita
-per lo violente matrimonio contratto con Ruberto figliuolo che fu del
-conte d’Avellino della casa del Balzo, il quale dopo la morte del
-padre, come addietro avemo fatta menzione, era rimaso prigione del re
-Luigi; la donna, non tenendosi vedova nè maritata, pensò che per la
-morte di costui tornerebbe a certa veduità, e potrebbesi maritare. E
-assai apparve chiaro che a questo consentì il re e la reina; perocchè
-essendo Ruberto detto in prigione altrove, fu menato nel castello
-dell’abitazione reale, e collocato in una camera con certe guardie:
-e valicati alquanti dì, il re e la reina feciono apparecchiare e
-andarono a desinare e a cena agli scogli di mare, cosa nuova e
-disusata alla corona; e in questo dì la detta duchessa Maria rimasa
-nel castello prese quattro sergenti armati, e andossene alla camera
-dov’era il marito, e chiamatolo traditore del sangue reale, senza
-misericordia in sua presenza il fece uccidere; e fattagli tagliare la
-testa dall’imbusto, non affatto, fece traboccare dal castello in su la
-marina lo scellerato corpo, condotto a questo per lo malvagio pensiero
-del suo prosuntuoso padre. Il re e la reina tornati a Napoli si
-mostrarono turbati molto di questo fatto, usando parole che s’ella non
-fosse femmina ne farebbono alta vendetta: e il corpo che giacea senza
-sepoltura feciono sotterrare; e la donna rimase vedova di due mariti
-tagliati a ghiado in piccolo travalicamento di tempo.
-
-
-CAP. LXXI.
-
-_Come furono cacciati i ghibellini del Borgo._
-
-All’entrante del mese di luglio del detto anno, i guelfi del Borgo a
-san Sepolcro vedendosi sottoposti a quelli della casa de’ Bogognani,
-caporali ghibellini e traditori di quella terra, la quale aveano
-sottoposta all’arcivescovo di Milano per trattato di messer Piero
-Sacconi, e per i patti della pace era rimasa libera sotto il dominio
-de Bogognani, e non potendosi atare co’ Fiorentini e’ Perugini per non
-fare contro a’ patti della pace, s’accostarono con Nieri da Faggiuola
-loro vicino e terrazzano del Borgo, non ostante che fosse ghibellino,
-perocchè si discordava co’ Tarlati d’Arezzo e co’ Bogognani; il quale
-avendo fatta sua ragunata, i guelfi del Borgo levarono il romore, e
-Nieri trasse colla sua gente, e messo nella terra, ne cacciarono i
-Bogognani e tutti i ghibellini di loro seguito, e rubarono le case
-degli usciti; e appresso riformarono la terra a comune reggimento
-di guelfi e di ghibellini, com’era loro usanza, ritenendo Nieri da
-Faggiuola per alcuno tempo per loro capitano con certa limitata balìa,
-il quale poi ne trassono, come innanzi si potrà trovare.
-
-
-CAP. LXXII.
-
-_Di quattro leoni di macigno posti al palagio de’ priori._
-
-Essendo in questo tempo un uficio di priorato in Firenze, avendo
-poco ad attendere ad altre cose per la quiete della pace, feciono
-fare quattro leoni di macigno, e fecionli dorare con gran costo, e
-fecionli porre in su’ quattro canti del palagio del popolo di Firenze,
-a ciascuno canto uno. E per fare questo per certa vanagloria al loro
-tempo, lasciarono di farli scolpiti, e fusi di rame e dorati, che
-costavano poco più che quelli del macigno, ed erano belli e duranti per
-lunghi secoli; ma le piccole cose e le grandi continovo si guastano
-nella nostra città per le spezialità de’ cittadini.
-
-
-CAP. LXXIII.
-
-_Come Sangimignano fu recato a contado di Firenze._
-
-Avvegnachè per operazione de’ Fiorentini la terra di Sangimignano
-fosse riformata in pace, e che dentro vi fossono gli Ardinghelli e’
-Salvucci pacificati insieme, nondimeno nell’interiore dentro era tra
-loro radicata mala volontà; e non sapeano conversare insieme, e teneano
-intenebrata tutta la terra. I Salvucci vedendo arse e rovinate le
-loro nobili possessioni non si poteano dare pace, e gli Ardinghelli
-per l’offesa fatta stavano in paura e non si fidavano non ostante la
-pace, e il seguito ch’aveano avuto da’ terrazzani a cacciare i Salvucci
-non rispondea loro in questo nuovo reggimento come prima. Per queste
-dissensioni i popolani della terra conoscendo il loro male stato, e
-non trovando rimedio tra loro, stavano sospesi e in mala disposizione;
-e vedendo gli Ardinghelli il popolo commosso, e che per loro non si
-potea mettere alcuno consiglio che i Salvucci non si mettessono al
-contradio, furono consigliati di confortare il popolo, innanzi ch’altri
-il movesse prima di loro, di darsi liberi al comune di Firenze. E
-questo potea essere loro scampo, perocch’erano pochi e poveri a petto
-de’ loro avversari, ch’erano assai e ricchi, e conoscendo il popolo, e
-vedendolo disposto a volere uscire de’ pericoli, ove le discordie de’
-loro maggiori gli conducea, fu agevole a muovere, e del mese di luglio
-1353 feciono parlamento generale, nel quale deliberarono con molta
-concordia di mettersi liberamente nella guardia del comune di Firenze.
-I Salvucci si misono con loro amici a operare co’ cittadini di Firenze
-loro amici che il comune non li prendesse, dicendo, che questa era
-operazione di setta e non volontà del comune; ed ebbono tanto podere,
-che il comune non li volle prendere, dicendo, che volea l’amore e la
-buona volontà di tutto il comune, e non la signoria di quella terra
-in divisione del popolo; per la qual cosa il popolo commosso, d’ogni
-famiglia mandarono a Firenze più di dugentocinquanta loro terrazzani di
-maggiore stato e autorità, i quali s’appresentarono dinanzi a’ signori
-priori dicendo, come la deliberazione del loro comune era vera, e non
-violenta nè mossa per alcuno ordine di setta, ma di comune movimento e
-volontà di tutto il popolo, conoscendo non potere vivere sicuri se non
-sotto la giurisdizione libera e protezione del comune di Firenze, e con
-viva voce gridarono, e pregarono il comune di Firenze, che ricevere
-li volesse al loro contado, e se questo non facesse, quel comune era
-per disfarsi e distruggersi senza alcuno rimedio, in poco onore del
-comune di Firenze che l’avea a guardia. In fine i signori ne feciono
-proposta al consiglio del popolo, e tanto favore ebbono i Salvucci,
-che si metteano al contrario delle preghiere de’ loro amici da Firenze
-fatte a’ consiglieri, e del popolo, che quello che catuno doveva
-desiderare per grande e onorevole accrescimento della sua patria,
-avendo molti contrari al segreto squittino, si vinse solo per una fava
-nera; vergognomi averlo scritto, con tanto vitupero de’ miei cittadini.
-Vinto il partito, la terra del nobile castello di Sangimignano, e suo
-contado e distretto, fu recato a contado del comune di Firenze, e
-datogli l’estimo come agli altri contadini, e tutti i suoi cittadini e
-terrazzani furono fatti cittadini e popolani di Firenze a dì 7 d’Agosto
-del detto anno; e ne’ registri del comune furono notate le cautele e le
-sommissioni dette; e carta ne fece ser Piero di ser Grifo, notaio delle
-riformagioni del detto comune.
-
-
-CAP. LXXIV.
-
-_D’un segno apparve in cielo._
-
-A dì 11 del mese d’agosto, tramonto il sole nella prima ora, si
-mosse da mezzo il cielo fuori del zodiaco un vapore grande infocato
-sfavillante, il quale scorse per diritto di levante in ponente,
-lasciandosi dietro un vapore cenerognolo traendo allo stagneo,
-steso per tutto il corpo suo, e durò nell’aria valicato il fuoco
-lungamente; e poi cominciò a raccogliersi a onde a modo d’una serpe;
-e il capo grosso stette fermo ove il vapore mosse, simigliante a capo
-serpentino, e il collo digradava sottile, e nel ventre ingrossava,
-e poi assottigliava digradando con ragione infino alla punta della
-coda: e per lunga vista si dimostrò in propria figura di serpe, e poi
-cominciò a invanire dalla coda e dal collo, e ultimamente il corpo e ’l
-capo venne meno, dando di se disusata vista a molti popoli. Altro non
-ne sapemmo di sua influenza scernere che diminuzioni d’acque, perocchè
-quattro mesi interi stette appresso senza piovere.
-
-
-CAP. LXXV.
-
-_Come fu assediata Argenta._
-
-Essendo Francesco de’ marchesi da Este ribellato al marchese
-Aldobrandino signore di Ferrara e di Modena, figliuolo del marchese
-Obizzo; questo marchese Obizzo avea acquistato suo figliuolo
-Aldobrandino d’amore, avendo per moglie la figliuola di Romeo de’
-Peppoli di Bologna, della quale non ebbe figliuolo, e morta la detta
-donna, il marchese fece legittimare questo suo figliuolo, e la madre
-si prese per moglie. E venendo a morte, lasciò la signoria di Ferrara
-e di Modena a questo suo figliuolo Aldobrandino, essendo d’illegittimo
-matrimonio. Il marchese Francesco figliuolo del marchese Bertoldo,
-a cui parea che di ragione s’appartenesse la signoria, per la qual
-cosa temette che ’l marchese Aldobrandino per tema della signoria nol
-facesse morire, e però si parti di Ferrara; ed essendo rubello, trattò
-con Galeazzo de’ Medici da Ferrara, ch’era potente, e del segreto
-consigliò del marchese Aldobrandino, e con altri cittadini di Ferrara,
-e per consiglio di costoro, per avere braccio forte, s’accostò con
-messer Malatesta da Rimini. E del mese d’agosto del detto anno messer
-Malatesta in persona, e il detto marchese Francesco, con cinquecento
-cavalieri e quattromila pedoni valicarono per le terre del signore di
-Ravenna con sua volontà, e improvviso furono ad Argenta. E stati quivi
-quattro dì, attendendo risposta da coloro con cui teneano il trattato
-in Ferrara, e avuto da loro come quello ch’essi credevano poter fare
-non vedeano venisse loro fatto, però sanza soprastare o fare alcuno
-danno di presente se ne partirono, dando voce che il signore di Ravenna
-avea chiuso il passo alla vittuaglia. E Galeazzo e altri che teneano al
-trattato uscirono di Ferrara, e andaronsene al gran Cane di Verona,
-
-
-CAP. LXXVI.
-
-_Come si temette in Toscana di carestia._
-
-Non è da lasciare in silenzio quello ch’avvenne in Toscana in sulla
-ricolta, che nel contado e distretto di Firenze e d’Arezzo, e nelle più
-contrade, fu assai ubertosa ricolta, in quello di Siena e di Ravenna fu
-magra; e nondimeno sotto la vetta valse per tutto soldi quarantadue,
-e poi montò in soldi cinquanta lo staio fiorentino, di lire tre soldi
-otto il fiorino dell’oro. Temendo il comune di disordinata carestia
-mandò in Turchia, e in Provenza e in Borgogna a comperare grano, e
-molti mercati fece co’ mercatanti, che promisono di recarne di Calavria
-e d’altre parti del mondo, costando lo staio posto in Firenze l’uno
-per l’altro da soldi cinquanta in sessanta di piccioli: e se fosse
-venuto, come si pensava, perdea il comune di Firenze più di centomila
-fiorini d’oro, perocché ’l popolo mobolato, per paura della carestia
-passata poco dinanzi, si fornia a calca, e feciono montare il grano
-nella ricolta, e ristrignere i granai a chi n’avea conserva. Ma
-sentendosi la grande quantità che ’l comune n’avea procurata d’avere
-catuno temette di tenerlo, e apersono l’endiche di marzo e d’aprile
-del detto anno, e davano il buono grano a soldi venticinque lo staio.
-E venendone al comune dodicimila staia di Provenza venuto di Borgogna,
-il volle spacciare a soldi venti lo staio, ed essendo buono grano non
-si potè stribuire; e perdenne il comune fiorini trentamila d’oro, i
-quali investì male all’ingrato popolo: l’altro che doveva venire di
-Turchia e le compere fatte, come a Dio piacque, non ebbono effetto per
-diversi accidenti. Abbianne fatta memoria per ammaestramento di coloro
-c’hanno a venire, perocchè in cotali casi occorrono diversi gravi
-accidenti, e spesso contradi l’uno all’altro. Le grandi compere in
-così fatta carestia fanno pericolo di disordinata perdita, e certezza
-non si può avere di grano che di pelago si aspetta; ma utilissima cosa
-è dare larga speranza al popolo, che si fa con essa aprire i serrati
-granai de’ cittadini, e non con violenza, che la violenza fa il serrato
-occultare, e la carestia tornare in fame; e di questo per esperienza
-più volte occorsa nella nostra città in cinquantacinque anni di nostra
-ricordanza possiamo fare vera fede.
-
-
-CAP. LXXVII.
-
-_Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la
-moglie e due figliuoli._
-
-Lasciando alla testimonianza del consumato regno dell’isola di
-Cicilia molti micidii, incendii, violenze e prede avvenuti in quello
-per sette e invidia del reggimento, mancando per debolezza d’età la
-signoria reale, diremo quello che in questo tempo, del mese d’agosto
-del detto anno, più notabile avvenne. Essendo il conte Mazzeo de’
-Palizzi di Messina capo di setta degl’Italiani di Cicilia, contradio
-a quella de’ Catalani, per sua grandezza governava il giovane e poco
-virtuoso figliuolo di don Petro re di Cicilia, il quale per retaggio
-doveva essere re, e tutta la corte reggeva a contrario de’ Catalani e
-della loro parte per modo più tirannesco che reale; essendo l’izza e
-l’invidia parziale cresciuta mortalmente, alla corte mancava l’entrata,
-e a’ paesani la rendita e le ricchezze, e la guerra del diviso regno
-richiedeva aiuto di moneta; e non essendovi l’entrata, il detto conte
-Mazzeo gravava i Messinesi e gli altri sudditi moltiplicando gravezze
-sopra gravezze. I cittadini si doleano, e vedendosi pure gravare,
-negavano e fuggivano il pagamento, e odiavano chi guidava il fatto;
-il conte infocando contro a’ sudditi la sua stracotata superbia, fece
-decreto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea, che chi non volea
-pagare, o non poteva, ch’egli era della setta de’ Catalani; e per
-questo modo abbattea la sua parte, e crescea quella degli avversari.
-Avvenne che il popolo di Messina s’accostò col conte Arrigo Rosso e
-col conte Simone di Chiaramente, amendue della setta de’ Palizzi,
-ma portavano invidia al conte Mazzeo perch’avea troppo usurpata la
-signoria, e sotto titolo di dire che voleano pace, mossono il lieve
-popolo a gridare pace: e levato il romore, con furore corsono al
-palagio del re ov’abitava il conte Mazzeo: e trovandolo nella sala col
-giovane duca, in sua presenza uccisono lui, e la moglie e due suoi
-figliuoli, lasciando il duca con gran paura e tremore, e legati i
-capestri al collo de’ morti li tranarono per la terra vituperosamente,
-e poi li arsono, e la polvere gittarono al vento. E in questi medesimi
-dì quelli di Sciacca feciono il simigliante a’ loro maggiori della
-setta del conte Mazzeo predetto. Il duca, benchè fosse sicurato dal
-popolo, per la concetta paura prese suo tempo e andossene a Catania,
-accostandosi alla setta de’ Catalani. Questo repentino caso di cotanto
-polente usurpatore della repubblica è da notare, per esempio di coloro
-i quali colla destra della fallace fortuna in futuro monteranno a
-somiglianti gradi, di non essere ignoranti de’ nascosi aguati che
-nell’invidia e ne’ furori de’ non fermi stati si racchiudono.
-
-
-CAP. LXXVIII.
-
-_Come fu creato nuovo tribuno in Roma._
-
-Egli è da dolersi per coloro c’hanno udito e inteso le magnifiche
-cose che far solea il popolo di Roma, con le virtù de’ loro nobili
-principi, in tempo di pace e di guerra, le quali erano specchio e luce
-chiarissima a tutto l’universo, vedendo a’ nostri tempi a tanta vilezza
-condotto il detto popolo e’ loro maggiori, che le novità che occorrono
-in quell’antica madre e donna del mondo non paiono degne di memoria
-per i lievi e vili movimenti di quella, tuttavia per antica reverenza
-di quel nome non perdoneremo ora alla nostra penna. Essendo il popolo
-romano ingrassato dell’albergherie de’ romei, e fatto e disfatto in
-breve tempo l’uficio de’ loro rettori, i loro principi cominciarono
-a tencionare del senato, e il popolo lieve e dimestico al giogo,
-dimenticata l’antica franchigia, seguitava la loro divisione. Faceva
-parte ovvero setta Luca Savelli con parte degli Orsini e co’ Colonnesi,
-e gli altri Orsini erano in contradio: e per questo vennero all’arme, e
-abbarrarono la città, e combatteronsi alle barre tutto il mese d’agosto
-del detto anno. In fine il popolo abbandonò d’ogni parte la gara de’
-loro principi, e fece tribuno del popolo lo Schiavo Baroncelli, il
-quale era scribasenato, cioè notaio del senatore, uomo di piccola e
-vile nazione, e di poca scienza. Tuttavia, perch’egli non conosceva
-molto i Romani e i vizi loro, cominciò con umiltà a recare ad alcuno
-ordine il reggimento al modo de’ comuni di Toscana; e per partecipare
-il consiglio de’ popolani, per segreto squittino elesse e insaccò assai
-buoni uomini cittadini romani di popolo per suoi consiglieri, de’ quali
-ogni capo di due mesi traeva otto, e con loro deliberava le faccende
-del comune; e fece camarlinghi dell’entrata del comune, e cominciò a
-fare giustizia, e levare i popolani del seguito de’ grandi, e molto
-perseguitava i malfattori: sicchè alcuno sentimento di franchigia
-cominciò a gustare quel popolo, la quale poi crebbe a maggiori cose,
-come innanzi al suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. LXXIX.
-
-_Come furono sconfitti in mare i Genovesi alla Loiera._
-
-Essendo venuto il tempo che la furiosa superbia de’ Genovesi per far
-guerra a’ Veneziani e Catalani avea da catuna parte apparecchiate in
-mare le loro forze, del mese d’agosto del detto anno i Genovesi si
-trovarono con sessanta galee armate, avendo per loro ammiraglio messer
-Antonio Grimaldi, nella quale erano tratti di tutte le famiglie la
-metà de’ più chiari e nobili cittadini di Genova e della Riviera, il
-quale ammiraglio si trasse con l’armata a Portoveneri, per non lasciare
-mettere scambio a’ cittadini che ’l procacciavano, dicendo, che col
-loro aiuto e consiglio sperava d’avere la vittoria de’ loro nimici,
-e aspettava lingua di loro sollecitamente. I Catalani aveano armate
-trenta galee tra sottili e grosse e uscieri, e venti galee alle spese
-de’ Veneziani, con cinquanta galee e tre grandi cocche incastellate, e
-armate di quattrocento combattitori per cocca, avendo caricati cavalli
-e cavalieri assai per porli in Sardegna, del detto mese d’agosto si
-partirono di Catalogna, facendo con prospero tempo la via di Sardegna,
-ove con l’armata de’ Veneziani si doveano raccozzare. E i Veneziani in
-questi medesimi dì con venti galee armate di buona gente si dirizzarono
-alla Sardegna. I Genovesi avuta lingua che catuna armata era in pelago,
-avvisarono d’abboccarsi con l’una armata innanzi che insieme si
-congiugnessono. E perocchè le sessanta loro galee non erano pienamente
-armate, lasciarono otto corpi delle sessanta, e delle ciurme e de’
-soprassaglienti fornirono ottimamente le cinquantadue, e con quelle
-senza arresto, atandosi con le vele e co’ remi, con grande baldanza
-si dirizzarono alla Sardegna. Ed essendo giunti presso alla Loiera,
-ebbono lingua che l’armate de’ loro nimici s’erano raccozzate insieme;
-e passato ch’ebbono una punta scopersono l’armata de’ Veneziani e de’
-Catalani, i quali s’erano ristretti insieme, e le sottili galee aveano
-nascose dietro alle grosse per mostrarsi meno che non erano a’ loro
-nimici, e ancora s’incatenarono e stavano ferme senza farsi incontro
-a’ Genovesi, mostrando avvisatamente paura, acciocchè traessono a loro
-la baldanza de’ Genovesi con loro vantaggio. I Genovesi non ostante
-ch’avessono perduta la speranza di non aver trovate l’armate partite, e
-ingannati dalla vista, che pareva loro che le galee de’ loro avversari
-fossono meno che non erano, e poco più che le loro, baldanzosi della
-fresca vittoria avuta sopra i detti loro nimici in Romania, si misono
-ad andare contro a loro vigorosamente. E valicata certa punta di mare,
-si trovarono sopra la Loiera sì presso a’ loro nimici, ch’elli scorsono
-ch’elli erano troppo più ch’elli non estimavano, e vidongli acconci
-e ordinati alla battaglia, e che presso di loro aveano le tre cocche
-incastellate e armate di molta gente da combattere; per la qual cosa
-l’animo si cambiò a’ Genovesi, e la furia prese freno di temperanza,
-e vorrebbono non essere sì presso a’ loro nimici, e tra loro ebbono
-ripitio di non savia condotta: tuttavia presono cuore e franchezza
-di mettersi alla battaglia, sentendosi l’aiuto del vento in poppa, e
-alquanto contrario a’ loro avversari, conoscendo che l’aiuto delle
-cocche non poteano avere durando quel vento, tuttavia più per temenza
-che per franchezza legarono e incatenarono la loro armata, lasciando
-d’ogni banda quattro galee sottili, libere d’assalire e da sovvenire
-all’altre secondo il bisogno. I Veneziani e’ Catalani avendo a petto i
-loro nimici, trassono della loro armata sedici galee sottili, e misonne
-otto libere da catuna parte della loro armata, la quale aveano ordinata
-e incatenata per essere più interi alla battaglia, ricordandosi che
-l’essersi sparti in Romania gli avea fatti sconfiggere; e così ordinati
-l’una gente e l’altra con lento passo si veniano appressando, e le
-libere galee cominciarono l’assalto molto lentamente, che catuno stava
-a riguardo per attendere suo vantaggio; e nonostante che i Veneziani
-e’ Catalani fossono molti più che i Genovesi, tanto gli ridottavano,
-che non s’ardivano ad afferrare con loro: è vero che il vento alquanto
-gli noiava, più per non potere avere l’aiuto delle loro cocche, che per
-altro, e però soprastavano. Dall’altra parte i Genovesi già impediti
-per lo soperchio de’ loro nimici non s’ardivano a strignersi alla
-battaglia, e così consumarono il giorno dalla mezza terza alla mezza
-nona, con lieve badalucco delle loro libere galee. I Genovesi vedendo
-che i loro nimici più potenti non li ardivano ad assalire, presono
-più baldanza, e metteronsi in ordine d’andarli ad assalire con più
-aspra battaglia. Ma colui che è rettore degli eserciti, avendo per
-lungo tempo sostenuta la sfrenata ambizione de’ Genovesi, per lieve
-spiramento di piccolo vento abbattè la loro superbia; che stando catuna
-parte alla lieve battaglia si levò un vento di verso scilocco, il quale
-empiè le vele delle tre cocche. I Catalani animosi contro a’ Genovesi,
-vedendosi atare dal vento, apparecchiate loro lance, e dardi e pietre,
-con ismisurato romore, levate l’ancore del mare, con tutte e tre le
-cocche si dirizzarono contro all’armata de’ Genovesi, e con l’impeto
-del corpo delle cocche sì fedirono nelle galee de’ Genovesi, e nella
-prima percossa ne misono tre in fondo, e seguendo innanzi, alcuna
-altra ne ruppono: e di sopra gittavano con tanta rabbia pietre lance e
-dardi sopra i loro nimici, che parea come la sformata grandine pinta
-da spodestata fortuna d’impetuosi venti, e molti Genovesi n’uccisono
-in quel subito assalto, e annegaronne assai, e più ne fedirono e
-magagnarono. L’armata de’ Veneziani e Catalani vedendosi fatta la via
-a’ loro navilii, con più ardire si misono innanzi strignendosi alla
-battaglia. I Genovesi, uomini virtuosi e di grande cuore, sostennono
-francamente il grave assalto delle cocche, atandosi con l’arme e con le
-balestra, magagnando molti de’ loro nemici, e alle galee rispondeano
-con sì ardita e folta battaglia, che per vantaggio ch’e’ loro nimici
-avessono non poteano sperare vittoria. Ma l’ammiraglio de’ Genovesi
-invilito nell’animo suo di questo primo assalto, fece vista di
-volere ricoverare la vittoria per maestria di guerra; e sollevata la
-battaglia, in fretta fece sciogliere undici galee della sua armata,
-e con quelle aggiunse l’otto sottili ch’erano libere dalle latora
-dell’armata, e diede voce di volere volgere e girare dalle reni de’
-nimici: e per questa novità i Veneziani e’ Catalani ebbono paura, e
-sollevarono la battaglia, e stettono in riguardo, per vedere quello
-che le dette galee volessono fare. Ma l’ammiraglio abbandonata la
-battaglia, e lasciate l’altre galee insieme alla fronte de’ nimici,
-fece la via di Genova senza tornare all’oste, e già si cominciava a
-tardare il giorno. Vedendo i Veneziani e’ Catalani che l’ammiraglio
-de’ Genovesi non avea girato sopra loro, ma era al disteso fuggito
-con diciannove galee, con certezza di loro vittoria vennono sopra i
-Genovesi; i quali vedendosi abbandonati dal loro ammiraglio, senza
-resistenza chi non potè fuggire si renderono prigioni. Così i Veneziani
-e’ Catalani senza spandimento di loro sangue ebbono de’ Genovesi piena
-vittoria: ed ebbono trenta corpi di galee e più di tremilacinquecento
-prigioni, fra i quali furono molti nominati grandi e buoni cittadini
-di Genova. E morti ne furono e annegati con le ciurme più di duemila.
-La detta sventurata battaglia per i Genovesi fu il dì di san Giovanni
-dicollato, a dì 29 d’agosto del detto anno.
-
-
-CAP. LXXX.
-
-_Come i Catalani perderono loro terre in Sardegna._
-
-Con piccolo travalicamento di tempo sosterremo alquanto l’altre cose,
-raccogliendo i fatti che nell’isola di Sardegna avvennono dopo la detta
-vittoria. I Catalani e’ Veneziani con la loro armata, e con le tre
-cocche, e con le galee prese de’ Genovesi e co’ prigioni arrivarono in
-Sardegna, e nella loro giunta avendo messo in terra i loro cavalieri,
-e gli altri soprassaglienti, e molti delle ciurme, il castello della
-Loiera, e ’l castello Lione, e il castello Genovese, e Sasseri e più
-altre terre che teneano i Genovesi s’arrenderono a’ Catalani. Avendo
-senza fatica fatto l’acquisto delle dette castella, aggiunte alla
-loro vittoria, pensarono d’acquistare tutto il rimanente dell’isola
-che si possedea per lo giudice d’Alborea, e con più baldanzosa che
-provveduta volontà, o buon ordine, se n’andarono verso Arestano, non
-pensando trovarvi resistenza. Ma il giudice con molta gente d’arme e
-con molti Sardi, i quali aveva accolti per difendere le sue terre,
-venne loro incontro del mese di settembre, e abboccatosi con loro,
-vennono alla battaglia, e furono sconfitti i Catalani; de’ quali tra
-nella battaglia e nella fuga rimasono morti più di millecinquecento
-Catalani. E per questa sconfitta, e per la mala guardia che delle terre
-nuovamente acquistate faceano, e per l’aspra signoria ch’usavano a’
-paesani tutte si rubellarono, e ancora l’altre che prima vi teneano,
-sicchè tutto perderono, fuori che castello di Castro detto Caglieri:
-e volendole racquistare per forza, feciono maggiore oste, e un’altra
-volta s’abboccarono co’ Sardi e col giudice d’Alborea; e dopo lunga
-battaglia, i Catalani ritennono il campo e i Sardi l’abbandonarono, con
-pochi più morti di loro che de’ loro nimici. Onde i Catalani ebbono
-poco lieta vittoria, lasciando morti in questa seconda battaglia
-cinquecento combattitori, benchè più ne fossono morti de’ Sardi, e
-però non racquistarono alcuna terra: e dopo lunga dimora, del mese di
-novembre, avendo perduti assai de’ loro prigioni genovesi ch’erano
-accomandati nella Loiera, si partirono dell’isola, andandosene i
-Catalani in Catalogna, e i Veneziani a Vinegia a salvamento, vinti i
-Genovesi loro nimici, e abbassata con piena vittoria la loro superbia.
-
-
-CAP. LXXXI.
-
-_Come il prefetto venne a oste a Todi._
-
-In questo tempo, la Chiesa di Roma per racquistare il Patrimonio
-occupato dal prefetto da Vico avea tenuto gente d’arme a Montefiascone
-guerreggiando il prefetto; e in questa guerra fra Moriale di Provenza,
-grande guerriere e nomato soldato, con sue masnade avea servito la
-Chiesa lungamente, senza potere avere l’intero pagamento de’ suoi
-soldi, e però s’accostò col prefetto, e andò dalla sua parte con
-quattrocento cavalieri. E vedendosi il prefetto sicuro dalla forza
-della Chiesa, avendo in sua compagnia i Chiaravallesi usciti di Todi,
-con fra Moriale e con altre sue genti d’arme di subito e improvviso se
-ne venne a Todi, e con lui i Chiaravallesi, i quali si sentivano tanti
-parenti e amici nella città, che si credeano, come fossono con forte
-braccio ivi presso, che li vi rimetterebbono dentro o per ingegno o
-per forza: ma trovaronsi ingannati, perocchè i cittadini temendo della
-tirannia del prefetto e de’ loro cittadini si misono alla difesa, e il
-prefetto e i Chiaravallesi ad assedio. Ma avendo i Todini aiuto da’
-Perugini e dal comune di Firenze, che catuno vi mandò gente d’arme, il
-prefetto perdè la speranza d’entrare nella terra; e statovi a campo di
-settembre e d’ottobre, e dato il guasto intorno alla città, si partì
-dall’assedio con suo poco onore.
-
-
-CAP. LXXXII.
-
-_Come fu presa e lasciata Vicorata._
-
-Di questo mese di settembre del detto anno, il conte Guido da
-Battifolle avendo accolta gente de’ suoi fedeli e del conte Ruberto,
-sentendo che Andrea di Filippozzo de’ Bardi signore del contado del
-Pozzo e di Vicorata era in bando del comune di Firenze per malificio,
-tenendosi gravato da lui, improvviso di mezza notte venne a Vicorata,
-e con alcuno trattato il dì seguente entrò in Vicorata, ed ebbe tutto
-il procinto, e rinchiuso Andrea e alcuni de’ fratelli nella torre, alla
-quale accostato il conte suoi dificii la faceva tagliare. Il comune
-di Firenze sentendo i suoi cittadini a quello pericolo, non ostante
-che fossono in bando, di presente mandarono comandando al conte Guido
-che lasciasse quell’impresa. Il quale udito il comandamento de’ priori
-di Firenze, essendo egli medesimo anco in bando del detto comune per
-simile modo, di presente fu ubbidiente, e non lasciando alcuna cosa
-torre o rubare se ne partì, e tornossi nel suo contado. La clemenza
-del nostro comune poco appresso fece l’una parte e l’altra venire a
-Firenze, e fatto fare pace tra loro, catuno per grazia trasse di bando.
-
-
-CAP. LXXXIII.
-
-_Come il conte di Caserta si rubellò dal re Luigi._
-
-Il re Luigi di Gerusalemme e di Sicilia, in questo anno, il dì della
-Pentecoste, avea fatta solenne festa co’ suoi baroni per l’annuale
-rinnovellamento di sua coronazione. E in quella festa ordinò cosa
-nuova e disusata alla corona, ch’egli elesse sessanta tra baroni e
-cavalieri, i quali giurarono fede e compagnia insieme col detto re,
-sotto certo ordine di loro vita, e di loro usaggi e vestimenti: e fatto
-il giuramento, si vestirono d’una cottardita e d’un’assisa e d’un
-colore tutti quanti, portando nel petto un nodo di Salomone, e chi ebbe
-l’animo vano più magnificò la cottardita e il nodo d’oro e d’argento, e
-di pietre preziose di grande costo e di grande apparenza; e fu chiamata
-la compagnia del nodo. Il Prenze di Taranto fratello del re non v’era,
-ma sopravvenne, e il re gli aveva fatta fare la cottardita reale, con
-un nodo di perle grosse di gran valuta, e mandogliele all’ostello: il
-Prenze non la volle vestire, dicendo che ’l nodo del fraternale amore
-portava nel cuore, e donolla a suo cavaliere, la qual cosa il re non
-ebbe a grado. In questo tempo il duca d’Atene avea messo grande odio
-tra il Prenze di Taranto e ’l conte di Caserta, figliuolo che fu di
-messer Dego della Ratta Catalano conte camarlingo: e per questo amando
-il re il detto conte, e avendolo trovato leale e fedele, a instigamento
-del Prenze convenne che il re contra sua voglia il sbandeggiasse. Il
-conte si ridusse a Caserta, e tenea il Sesto e Tuliverno, e il Prenze
-col duca d’Atene gli andò addosso con cento cavalieri, e in persona
-vi venne il re con trecento e con assai popolo, volendo compiacere
-al fratello. E un dì stando il re nel castello di Matalona sopra lo
-sporto che chiamavano Gheffo, la sua gente presono un Unghero soldato
-del detto conte, e con tanta maraviglia il condussono al re, ch’ogni
-gente gli traeva dietro come s’elli avessono preso il re degli Unni;
-e per questa pazzia caricarono sì sconciamente il Gheffo, che gran
-parte n’andò a terra, ove morirono diciassette uomini, e molti se ne
-magagnarono. Il re ch’era un poco da parte apprendendosi col Prenze,
-come a Dio piacque, si ritenne in quello rimanente che del Gheffo non
-cadde; messer Filippo di Taranto traboccò sopra i caduti e non ebbe
-male. L’oste stette sopra il conte più tempo senza avere onore di cosa
-che vi si facesse, e straccata se ne partì. Il conte con sue masnade
-partita l’oste cominciò a cavalcare per Terra di Lavoro, e rubare le
-strade e rompere i cammini, e conturbò tutto il paese, cavalcando
-alcuna volta con trecento cavalieri infino presso a Napoli senza trovar
-contasto: e vendicata sua onta, si ritenne alle terre sue senza fare
-più danno o guerra.
-
-
-CAP. LXXXIV.
-
-_Come il cardinale legato venne a Firenze._
-
-La Chiesa di Roma veggendo che ’l prefetto da Vico tirannescamente
-cresciuto aveva occupato il Patrimonio, e che novellamente avea
-acquistato la città d’Orvieto, il papa con deliberazione de’ cardinali
-mandò legato in Toscana messer Gilio di Spagna cardinale, il quale
-era stato al secolo pro’ e valente cavaliere e ammaestrato in guerra,
-acciocchè con l’aiuto degl’Italiani racquistasse le terre di santa
-Chiesa occupate nel Patrimonio. E datagli grande legazione il mandò
-per terra in Lombardia, ove dall’arcivescovo di Milano fu ricevuto a
-grande onore, facendogli fare per tutto suo distretto le spese con
-largo apparecchiamento; ma in Bologna non volle ch’egli entrasse, e
-però tenne la via da Pisa, e a dì 2 d’ottobre del detto anno giunse in
-Firenze, ove fu ricevuto con grande onore, e con solenne processione e
-festa, con un ricco palio di seta e d’oro sopra capo portato da nobili
-popolani, e addestrato al freno e alla sella da gentili cavalieri di
-Firenze, sonando tutte le campane delle chiese e del comune a Dio
-laudiamo; e condotto per la città fu albergato in casa gli Alberti,
-ove fece suo dimoro: e presentato dal comune confetti, e cera e biada
-abbondantemente, e tre pezze di fini panni scarlatti di grana, e
-datogli centocinquanta cavalieri in aiuto alla sua guerra, a dì 11
-d’ottobre si partì, e andò a suo viaggio. E in questi dì Cetona si
-rubellò al prefetto, e presela il conte di Sarteano con aiuto ch’ebbe
-da’ Fiorentini, e poi la rassegnò al legato.
-
-
-CAP. LXXXV.
-
-_Rinnovazione del palio di santa Reparata._
-
-In questi dì vacando in pace i Fiorentini, i priori vollono chiarire
-perchè la chiesa cattedrale di Firenze era dinominata santa Reparata,
-e perchè per antico costume in cotal dì s’è corso il palio in Firenze;
-e trovossi per alcune scritture, come Radagasio re de’ Goti, e Svezi e
-Vandali, avendo assalito l’imperio di Roma, e guaste in Italia molte
-città e consumati gli abitanti, s’era messo ad assedio alla città
-di Firenze con dugentomila cavalieri, essendo vescovo di Firenze il
-venerabile san Zenobio della casa de’ Girolami nostro cittadino, il
-quale avea seco due santi cappellani; e stando all’assedio, come a
-Dio piacque, Onorio imperadore di Grecia in Italia venne al soccorso
-dell’imperio di Roma, e in sua compagnia non avea oltre a tremila
-cavalieri; e venendo incontro a’ nimici, tanta paura gli occupò, che
-raccogliendosi dall’assedio, senza provvisione si misono ad entrare
-tra le circustanti montagne, passando tra Fiesole e Monterinaldi, e
-rattennonsi nella valle di Mugnone. Credesi, avvegnachè Onorio fosse
-fedele cristiano, che Iddio facesse questo per le preghiere di san
-Zenobio e de’ suoi santi cappellani. I barbari essendo rinchiusi
-da aspre montagne, senza acqua e senza vittuaglia, dalla gente
-dell’imperadore e da’ fiorentini paesani che sapeano i passi furono
-ristretti per modo che uscire non ne poteano. Il loro re furandosi dal
-suo esercito fu in Mugello preso e morto: e morendo i barbari di fame
-e di sete, sentendo morto il loro re, gittate l’armi s’arrenderono,
-e per fame e per ferro infine tutti perirono; e questo avvenne il
-dì della festa della vergine benedetta santa Reparata, per la cui
-reverenza s’ordinò e fece nuova chiesa cattedrale alla nostra città
-intitolata del suo nome. E perocchè i nostri antichi non erano in
-troppa magnificenza in que’ tempi, ordinarono che in cotal dì si
-corresse un palio di braccia otto d’uno cardinalesco di lieve costo a
-piede tenendosi al duomo, e movendosi i corridori di fuori della porta
-di san Piero Gattolino: e per la rinnovazione di questa memoria il
-comune l’ordinò di braccia dodici di scarlatto fine, e che si corresse
-a cavallo.
-
-
-CAP. LXXXVI.
-
-_Come i Genovesi si misono in servaggio dell’arcivescovo._
-
-Nuova e mirabile cosa seguita a raccontare, in considerazione del gran
-cambiamento che fortuna fa degli stati del mondo. La nobile città di
-Genova, e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle nostre
-marine, e di quelle di Romania, e del Mare maggiore, uomini sopra gli
-altri destri e sperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie del
-mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, e signori al continovo
-di molto navilio, usati sempre di recare alla loro città innumerabili
-prede delle loro rapine, temuti e ridottati da tutte le nazioni
-ch’abitavano le ripe del Mar tirreno e degli altri mari che rispondono
-in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni d’Italia,
-per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna da’ Veneziani e
-Catalani, con non disordinato danno, vennono in tanta discordia e
-confusione tra loro nella città, e in tanta misera paura, che rotti
-e inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in
-vilissima codardia, non parendo loro potere atarsi: eziandio avendo
-il comune di Firenze mandato là suoi ambasciadori a confortarli, e a
-profferere loro con grande affezione il suo aiuto, e consiglio e favore
-largamente a mantenere e ricoverare loro franchigia e buono stato,
-tanto erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e per loro
-discordie, che non seppono conoscere rimedio al loro scampo, se non di
-sottomettersi al servaggio del potente tiranno arcivescovo di Milano;
-e di comune concordia il feciono loro signore, dandogli liberamente
-la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera di levante e di
-ponente, e l’altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco
-e Metone e Roccabruna, le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non
-le volle dare. E a dì 10 d’ottobre 1353, il conte Pallavicino vicario
-dell’arcivescovo con settecento cavalieri e con millecinquecento
-masnadieri entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e disposto il
-doge, e ’l consiglio, e tutti gli altri reggimenti del comune, prese la
-signoria e il governamento delle dette città e de’ loro distretti, e
-aperte le strade di Lombardia con sollecitudine, procacciò abbondanza
-di vittuaglia a’ suoi servi, e prestanza al comune per armare alquante
-galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto acquisto.
-
-
-CAP. LXXXVII.
-
-_Come i Pisani feciono confinati._
-
-I Pisani vedendosi il tirannesco fuoco a’ loro confini, temettono de’
-loro cittadini animosi di parte ghibellina, che per invidia de’ loro
-reggenti avrebbono voluto la signoria dell’arcivescovo di Milano. E
-temendo per questo i Gambacorti e i loro seguaci perdere lo stato,
-di presente votarono la città d’ogni sospetto, mandando a’ confini
-de’ loro cittadini, e prendendo buona guardia dentro e di fuori,
-intendendosi co’ Fiorentini amichevolmente per la comune franchigia. In
-questi medesimi dì, avendo il tiranno preso sdegno contro a’ Fiorentini
-per gli ambasciadori ch’aveano mandati a confortare i Genovesi della
-loro franchigia, mosse loro lite dicendo, ch’aveano rotta la pace,
-perocchè non avevano disfatto Montegemmoli nell’alpe, avendo egli
-voluto assegnare la Sambuca e ’l Sambucone, come diceano i patti della
-pace, a Lotto Gambacorti come amico comune, non ostante che per lui non
-fosse voluto ricevere, parendogli avere osservato dalla sua parte: per
-la qual cosa s’accozzarono ambasciadori di catuna parte a Serezzana,
-e mostrato fu per ragione che per quella offerta e’ non era scusato,
-nè aveva adempiute le convenenze, e però i Fiorentini non erano in
-colpa. La cagione che acquetò l’arcivescovo fu, che non gli parve tempo
-utile a muovere guerra a’ Fiorentini, e però s’acquetò, e consentì
-alla loro ragione. Poco tempo appresso nel detto verno l’arcivescovo
-mise cinquecento uomini al lavorio, e fece tutto il cammino per terra
-da Nizza a Genova, ch’era scropuloso e pieno di molti stretti e mali
-passi, appianare e allargare, tagliando le pietre per forza di picconi,
-e facendo fare molti ponti ov’erano i mali valichi, sicchè gli uomini a
-cavallo due insieme, e le some per tutto il cammino potessono andare,
-cosa assai utile e notevole se fatto fosse a fine di bene; ma che che
-l’arcivescovo e’ suoi s’avessono nell’animo, a’ Provenzali n’entrò
-grande gelosia, e stettonne a Nizza e nell’altre terre in lunga
-guardia, e poco lasciavano usare quello cammino, temendo della potenza
-del tiranno.
-
-
-CAP. LXXXVIII.
-
-_Come i Sanesi ruppono i patti a Montepulciano._
-
-Potendosi catuno dolere con ragione in se della corrotta fede odiosa a’
-popoli, mercatanzia de’ tiranni, cagione nascosa di gravi pericoli, ci
-muove a dire con vergogna, come reggendosi il comune di Siena sotto il
-governamento occupato dall’ordine de’ nove, ruppono la fede promessa
-a’ signori di Montepulciano, essendone stati mezzani i Fiorentini
-e’ Perugini, e mallevadori alla richiesta di quello comune. E per
-giustificarsi della corrotta fede, aggiunsono una corrotta dannazione,
-mettendo il detto messer Niccola senza colpa in bando per traditore,
-acciocchè non paressono tenuti a dargli fiorini seimila d’oro che
-promessi gli aveano, quando diede loro la signoria di Montepulciano.
-Della qual cosa turbato il comune di Firenze e quello di Perugia,
-mandarono loro ambasciadori a Siena per far loro con preghiere
-addirizzare questo torto; e avuto sopra ciò più volte udienza, e menati
-lungamente per parole da’ signori, e straziati da’ loro consigli,
-insieme mostrando coll’opere la corruzione conceputa contro a’ detti
-comuni per lo detto ordine de’ nove. Agli ambasciadori di catuno comune
-fu fatta vergogna, e gittato loro addosso cavalcando per la città
-vituperoso fastidio, e udendosi dire dietro villane parole: a quelli
-di Perugia furono gittati de’ sassi, e minacciati di peggio: e così
-senza altro comiato, con accrescimento d’onta e di disonore, catuni
-ambasciadori tornarono a’ loro comuni; i quali conoscendo doppiamente
-essere offesi, per lo migliore dissimularono il fatto, comportando con
-senno la loro ingiuria. E questo avvenne del mese di febbraio del detto
-anno.
-
-
-CAP. LXXXIX.
-
-_Come si cominciò la gran compagnia nella Marca._
-
-Il friere di san Giovanni fra Moriale, vedendo che il prefetto da Vico,
-con cui era stato all’assedio di Todi, nol potea sostenere a soldo,
-avendo l’animo grande alla preda, si propose d’accogliere gente d’arme
-d’ogni parte d’Italia, e fare una compagnia di pedoni con la quale
-potesse cavalcare e predare ogni paese e ogni uomo. E qui cominciò il
-maladetto principio delle compagnie, che poi per lungo tempo turbarono
-Italia, e la Provenza, e il reame di Francia e molti altri paesi, come
-leggendo per li tempi si potrà trovare. Questo fra Moriale incontanente
-co’ suoi messaggi e lettere mosse in Italia gran parte de’ soldati
-ch’erano in Toscana, e in Romagna e nella Marca senza soldo, a cavallo
-e a piè, dicendo, che chi venisse a lui sarebbe provveduto delle spese
-e di buono soldo; e per questo ingegno in breve tempo accolse a se
-millecinquecento barbute e più di duemila masnadieri, uomini vaghi
-d’avere loro vita alle spese altrui. E avendo messer Malatesta da
-Rimini assediata per lungo tempo la città di Fermo e condotta agli
-ultimi estremi, ed essendo per averla in breve tempo, fra Moriale,
-ricordandosi del servigio che da lui avea ricevuto quando l’assediò
-nel castello d’Aversa, avendo movimento da Gentile da Mogliano che
-tiranneggiava Fermo, e dal capitano di Forlì ch’era nimico di messer
-Malatesta, fidandosi alle loro promesse e a’ loro stadichi, del mese
-di novembre con la sua compagnia entrò nella Marca, e costrinse messer
-Malatesta a levarsi da oste da Fermo, e liberò la città dall’assedio, e
-rimasesi nel paese. E per lo nome sparto di questo primo cominciamento
-la compagnia crebbe e fece grandi cose in questo verno, e poi maggiori,
-come al suo tempo racconteremo, tornando prima all’altre cose che
-domandono la nostra penna.
-
-
-CAP. XC.
-
-_Dice de’ leoni nati in Firenze._
-
-E’ non pare cosa degna di memoria a raccontare la natività de’ leoni,
-ma due cagioni ci stringono a non tacere: l’una si è, perchè antichi
-autori raccontano che in Italia non nascono leoni, l’altra, che
-dicono che i leoni nascono del ventre della madre morti, e che poi
-sono vivificati dal muggio della madre e del leone fatto sopra loro:
-e noi avemo da coloro che più volte gli vidono nascere, che il loro
-nascimento è come degli altri catelli che nascono vivi: all’altra parte
-è risposto per lo loro nascimento, più e diverse volte avvenuto nella
-nostra città, e in questo anno, del mese di novembre, ne nacquero in
-Firenze tre, de’ quali l’uno si donò al duca di Osteric, che per grazia
-il domandò al nostro comune; e il leone padre vedendosi tolto l’uno de’
-suoi leoncini se ne diè tanto dolore, che quattro dì stette che non
-volle mangiare, e temettesi che non morisse. E perch’elli stavano in
-luogo stretto ove si batte la moneta del comune, ne furono tratti, e
-dato loro larghezza di case, e di cortili, e di condotti nelle case che
-il duca d’Atene avea fatte disfare per incastellarsi, che furono de’
-Manieri, dietro al palagio del capitano e dell’esecutore in su la via
-da casa i Magalotti, ove stanno al largo, e bene.
-
-
-CAP. XCI.
-
-_Come i Romani si dierono alla Chiesa di Roma._
-
-Il popolo romano non sappiendosi reggere per li suoi tribuni e per li
-rettori, sentendo il cardinale di Spagna a Montefiascone legato del
-papa, valoroso signore nell’arme e di grande autorità, trattò con lui
-d’accomandarsi alla Chiesa di Roma sotto singolare condizione e patto.
-E ricevuto in protezione del legato con quello lieve legame, con lui
-si convenne, e con furia lo mosse a far guerra e danneggiare di guasto
-i Viterbesi; della qual cosa, cresciuta la forza e ’l numero de’
-cavalieri al legato, seguirono poi maggiori cose, come seguendo nostra
-materia racconteremo.
-
-
-CAP. XCII.
-
-_Le novità seguite in Pistoia._
-
-Essendo ordine in Pistoia che balia per li fatti del comune non si
-potesse dare a’ suoi cittadini, nato da sospetto delle loro sette,
-trovandosi capitano della guardia per lo comune di Firenze messer
-Gherardo de’ Bordoni il quale favoreggiava i Cancellieri e la loro
-parte, era in que’ dì fatto un processo per l’inquisitore de’ paterini
-contro a certi cittadini di Pistoia, di che tutto il comune si gravava;
-e a riparare a questo, convenne che balìa si desse a certi cittadini.
-L’industria de’ Cancellieri, coll’aiuto del capitano, fece tanto, che
-la balìa fu data a certi uomini tutti della parte de’ Cancellieri,
-i quali intesono ad abbattere in comune lo stato de’ Panciatichi, e
-di presente aggiunsono al numero del consiglio del comune, che avea
-quaranta uomini, della parte de’ Cancellieri; e intendendo di fare
-più innanzi, i Panciatichi per paura, e per non essere criminati
-dal capitano se ne vennono a Firenze: gli altri cittadini vedendosi
-ingannati da quelli della balìa corsono all’arme, e abbarrarono le vie,
-e catuno s’afforzava per combattere e per difendere. In questo tempo
-de’ romori di Pistoia, messer Ricciardo Cancellieri fu notificato a
-Firenze per lo Piovano de’ Cancellieri suo consorto, ch’egli volea fare
-al comune certo tradimento. E chiamato in giudicio a Firenze l’uno
-e l’altro, e dato balìa per lo comune al capitano della guardia di
-Firenze di potere conoscere sopra la causa, furono messi in prigione, e
-trovato che non era colpevole messer Ricciardo, fu liberato, e ritenuto
-il Piovano, e mutato in Pistoia nuovo capitano. Il comune di Firenze
-mandò in Pistoia ambasciadori, e con loro i Panciatichi, e racquetato
-lo scandalo tra i cittadini, si riposarono in pace.
-
-
-CAP. XCIII.
-
-_Come l’arcivescovo richiese di pace i Veneziani._
-
-L’arcivescovo di Milano avendo sottomesso a sua signoria la città
-di Genova e di Savona, e tutta la Riviera e il loro contado, i cui
-abitanti erano nimici de’ Veneziani, mandò suoi ambasciadori al doge
-e al comune di Vinegia, per li quali significò a quello comune come
-i Genovesi erano suoi uomini, e le loro città e contado erano suo
-distretto; e tenendosi amico de’ Veneziani, e sapendo che per addietro
-i Genovesi erano stati loro nimici, intendea, quando al doge piacesse
-e al comune di Vinegia, che per innanzi fossono fratelli e amici: e
-intorno a ciò usarono belle e suadevoli ragioni. Il doge e il suo
-consiglio presono tempo d’avere loro consiglio, e di rispondere la
-mattina vegnente: e venuto il giorno, di gran concordia risposono la
-mattina dicendo: che ’l comune di Vinegia si tenea gravato e offeso
-dall’arcivescovo, il quale avea preso ad aiutare i Genovesi loro
-capitali nemici, e però non intendeano di volere pace e concordia con
-lui nè col comune di Genova, ma giusta loro podere tratterebbono lui e
-i suoi sudditi come loro nemici. E conseguendo al fatto, incontanente
-feciono accomiatare e bandeggiare di Vinegia, e di Trevigi, e di
-tutte le loro terre e distretti tutti coloro che fossono sotto la
-giurisdizione dell’arcivescovo di Milano; e simigliantemente fece nelle
-sue terre l’arcivescovo de’ Veneziani: e così fu manifesta la guerra
-tra loro, del mese di novembre del detto anno, per tutta la Lombardia e
-Toscana.
-
-
-CAP. XCIV.
-
-_Come i Veneziani ordinarono lega contro al Biscione._
-
-Incontanente che agli altri signori lombardi fu palese la risposta
-fatta pe’ Veneziani all’arcivescovo, il gran Cane di Verona, e’ signori
-di Padova, e que’ di Mantova, e il marchese da Ferrara e i Veneziani,
-feciono parlamento per loro solenni ambasciadori, ove si propose di
-fare lega insieme, e taglia di gente d’arme contro all’arcivescovo di
-Milano, il quale parea loro che fosse troppo montato; e non fidandosi
-tutti insieme di potere resistere alla grande potenza dell’arcivescovo,
-s’accordarono di fare passare a loro stanza l’imperadore in Italia.
-E dopo più parlamenti sopra ciò fatti fermarono compagnia e lega
-tra loro, e taglia di quattromila cavalieri, e fecionla piuvicare
-in Lombardia, e con grande istanza per loro segreti ambasciadori
-richiesono e pregarono il comune di Firenze che si dovesse collegare
-con loro, prendendo ogni vantaggio che volesse: ma perocchè il detto
-comune era in pace coll’arcivescovo, per alcuna preghiera o promessa di
-vantaggio che fatta fosse, non potè essere recato che la pace volesse
-contaminare. I collegati incontanente mandarono ambasciadori solenni
-in Alamagna all’imperadore, per inducerlo a passare in Lombardia
-contro all’arcivescovo di Milano, offerendogli tutta la loro forza,
-e danari assai in aiuto alle sue spese, acciocchè meglio potesse
-tenere la sua cavalleria; e per tutto fu divulgata la fama, che in
-quest’anno l’imperadore passerebbe a istanza della detta lega. Queste
-cose furono ferme e mosse del mese di dicembre del detto anno. E stando
-gli allegati in aspetto, non si provvidono di fare la gente della
-taglia infino al primo tempo, nè d’avere capitano; e però lasceremo al
-presente questa materia, tanto che ritornerà il suo tempo, e diremo di
-quelle che ci occorrono al presente a raccontare.
-
-
-CAP. XCV.
-
-_Come il conestabile di Francia fu morto._
-
-Era messer Carlo, figliuolo che fu di messer Alfonso di Spagna,
-accresciuto dall’infanzia in compagnia del re Giovanni di Francia, ed
-era divenuto cavaliere di gran cuore e ardire, e valoroso in fatti
-d’arme, pieno di virtù e di cortesia, e adorno del corpo, e di belli
-costumi, ed era fatto conestabile di Francia, ed il re gli mostrava
-singolare amore, e innanzi agli altri baroni seguitava il consiglio
-di costui; e chi volea mal parlare, criminavano il re di disordinato
-amore in questo giovane: e del grande stato di costui nacque materia di
-grande invidia, che gli portavano gli altri maggiori baroni. Avvenne
-che il re Giovanni provvidde il re di Navarra suo congiunto d’una
-contea in Guascogna, la quale essendo a’ confini delle terre del re
-d’Inghilterra, era in guerra e in grave spesa per la guardia, più che
-’l detto re non avrebbe voluto, e però la rinunziò, e il re poi la
-diede al conestabile, ch’era franco barone e di gran cuore in fatti
-d’arme. Il re di Navarra che già avea contro al conestabile conceputo
-invidia, mostrò di scoprirla, prendendo sdegno perch’egli avea
-accettata la sua contea, nonostante ch’egli l’avesse rinunciata. Ed
-essendo genero del re di Francia, con più audace baldanza, in persona,
-con altri baroni che simigliantemente invidiavano il suo grande stato,
-una notte andarono a casa sua, e trovandolo dormire in sul letto suo
-l’uccisono a ghiado; della qual cosa il re di Francia si turbò di cuore
-con ismisurato dolore, e più di quattro dì stette senza lasciarsi
-parlare. La cosa fu notabile e abominevole, e molto biasimata per tutto
-il reame, e fu materia e cagione di gravi scandali che ne seguirono,
-come seguendo ne’ suoi tempi si potrà trovare. E questo micidio fu
-fatto in questo verno del detto anno 1353.
-
-
-CAP. XCVI.
-
-_Come si cominciò la rocca in Sangimignano, e la via coperta a Prato._
-
-In questo medesimo tempo, il comune di Firenze per volere vivere più
-sicuro della terra di Sangimignano, e levare ogni cagione a’ terrazzani
-suoi di male pensare, cominciò a far fare, e senza dimettere il lavorio
-alle sue spese, e compiè una grande e nobile rocca e forte, la quale
-pose sopra la pieve dov’era la chiesa de’ frati predicatori, e quella
-chiesa fece maggiore e più bella redificare dall’altra parte della
-terra più al basso. E in questo medesimo tempo nella terra di Prato
-fece fare una larga via coperta, in due alie di grosso muro d’ogni
-parte, con una volta sopra la detta via, e un corridoio sopra la detta
-volta, largo e spazioso a difensione; la quale via muove dal castello
-di Prato fatto anticamente per l’imperatore, e viene fino alla porta;
-ove si fece crescere e incastellare la torre della porta a modo d’una
-rocca; e in catuna parte tiene il comune continova guardia di suoi
-castellani.
-
-
-CAP. XCVII.
-
-_Del male stato dell’isola di Sicilia._
-
-Assai ne pare cosa più da dolere che da raccontare, gli assalti,
-gli aguati, i tradimenti, gl’incendi, le rapine, l’uccisioni senza
-misericordia, che in questi tempi i Siciliani faceano tra loro per
-invidia e setta parziale, le quali maladette cose tra gli uomini
-d’una medesima patria ebbono tanta forza di male aoperare nell’isola,
-ch’abbandonata la cultura de’ fertili campi, i quali sogliono pascere
-gli strani popoli, de’ suoi trasse per fame più di diecimila famiglie
-della detta isola, i quali per non morire d’inopia, si feciono
-abitatori dell’altrui terre in Sardegna, e in Calabria, e nel Regno
-di qua dal faro. E in questa tempesta, certi baroni dell’isola
-contrari alla setta de’ Catalani, che governavano lo sventurato duca
-che s’attendea a essere re, sentendolo egli e i suoi manifestamente,
-trattavano di dare la maggiore parte delle buone terre dell’isola al
-re Luigi suo avversario, e non ebbe per lungo tempo podere d’atarsene,
-tanto che venne fatto, come nel principio del quarto libro seguendo si
-potrà trovare.
-
-
-CAP. XCVIII.
-
-_Come il legato del papa procedette col prefetto._
-
-In questo verno, il cardinale di Spagna legato del papa avendo tentato
-il prefetto lentamente con poco prosperevole guerra, cercò con più
-riprese di trovare pace con lui, e fu la cosa tanto innanzi, che per
-tutto scorse la fama che la pace era fatta. Ma il prefetto già tiranno
-senza fede, vedendosi il destro, sotto la speranza della pace tolse al
-legato due castella, e rotto il trattato, il cominciò a guerreggiare:
-per la qual cosa il legato seguitò il processo fatto contro a lui, e
-del mese di febbraio del detto anno pronunziò la sentenza, e per sue
-lettere il fece scomunicare come eretico per tutta Italia; e fatto
-questo, conoscendo che altra medecina bisognava a riducere costui alla
-via diritta, che suono di campane o fummo di candele, saviamente, e
-senza dimostrare sua intenzione innanzi al fatto, si venne provvedendo
-d’avere al tempo gente d’arme, da potere fare l’esecuzione contro a
-lui del suo processo. E in questo mezzo, avendo dugento cavalieri
-del comune di Firenze e alquanti da se, fece sì continua guerra al
-tiranno, che poco potea resistere o comparire fuori delle mura. E
-avendo il prefetto preso sospetto de’ Viterbesi e degli Orvietani, che
-si doleano perchè la pace non era venuta a perfezione, tirannescamente
-volle tentare l’animo de’ cittadini di catuna città, e fare cosa da
-tenerli in paura. E però segretamente accolse fanti di fuori a pochi
-insieme, e miseli in catuna terra ne’ suoi palagi, e in un medesimo dì
-fece a certa gente di cui e’ si confidò levare il romore contro a se
-in catuna città, al quale romore alquanti cittadini in catuna terra
-presono l’arme, e seguitavano il grido. Il tiranno con quattrocento
-fanti ch’aveva armati e apparecchiati in Viterbo uscì fuori e corse la
-terra, uccidendo cui egli volle, e condannò e cacciò a’ confini tutti
-coloro di cui sospettava. E per simigliante modo fece correre la città
-d’Orvieto al figliuolo, e uccidere e condannare e mandare a’ confini
-cui egli volle. E così gli parve per male ingegno aver purgate quelle
-due città d’ogni sospetto, e avere più ferma la sua signoria, la quale
-per lo contradio, non avendo da se potenza nè aspettandola d’altrui,
-per questa mala crudeltà ogni dì venne mancando, come l’opere appresso
-dimostreranno manifestamente in fatto.
-
-
-CAP. XCIX.
-
-_Come si rubellò Verona al Gran Cane per messer Frignano._
-
-Chi potrebbe esplicare le seduzioni, gl’inganni e’ tradimenti che i
-tiranni posponendo ogni carità, parentado e onore, pensano, ordinano,
-e fanno per ambizione di signoria? Certo tanti sono i modi quanti i
-loro pensieri, sicchè ogni penna ne verrebbe meno e stanca. Tuttavia
-per quello ch’ora ci occorre, cosa strana e notevole, ci sforzeremo a
-dimostrare l’avviluppata verità di diversi tradimenti e suoi effetti.
-Narrato avemo poco dinanzi come la lega de’ Veneziani con gli altri
-signori Lombardi era giurata e ferma contro al signore di Milano, ed
-essendo il signore di Mantova de’ più avvisati tiranni di Lombardia
-vicino dell’arcivescovo di Milano, l’arcivescovo con industriose
-suasioni e con grandi promesse il mosse a farlo trattare di tradire
-messer Gran Cane signore di Verona e di Vicenza con cui egli era
-in lega, ed egli per accattare la benivolenza dell’arcivescovo,
-dimenticato il beneficio ricevuto da quelli della Scala, che l’aveano
-fatto signore di Mantova, diede opera al fatto, e non senza speranza
-d’aoperare per se, se la fortuna conducesse la cosa ov’era la sua
-immaginazione. E però conoscendo egli messer Frignano figliuolo
-bastardo di messer Mastino, uomo pro’, e ardito d’arme, e di grande
-animo, accetto nel cospetto del fratello suo signore, e amato dal
-popolo di Verona e di Vicenza, vago di signoria, trattò con lui di
-farlo signore di Verona con suo consiglio, e colla sua forza e del
-signore di Milano. Questo sterpone tornando alla sua natura, senza fede
-o fraternale carità, di presente intese al tradimento del fratello, e
-col signore di Mantova ordinarono il modo ch’egli avesse a tenere, e
-l’aiuto della gente ch’egli avrebbe da lui. In questo tempo avvenne
-che ’l Gran Cane andò a parlamentare col marchese di Brandimborgo suo
-suocero per li fatti della lega, e il fratello bastardo era cognato del
-signore di Castelborgo, ch’era a’ confini del cammino ove il Gran Cane
-dovea passare; costui avvisato da messer Frignano mise un aguato per
-uccidere il Gran Cane, ma scoperto l’aguato, passò senza impedimento.
-Come messer Frignano avea ordinato, a Verona tornarono novelle come il
-Gran Cane era stato morto; ma innanzi che la novella venisse, messer
-Frignano avea mandati fuori di Verona tutti i cavalieri soldati, salvo
-coloro di cui s’era fidato, e che con lui s’intesero al tradimento.
-Pubblicata la novella in Verona come il Gran Cane loro signore era
-stato morto, il traditore con gran pianto fece incontanente, a dì 17 di
-febbraio del detto anno, raunare il popolo, e a uno giudice, cui egli
-avea informato, fece proporre in parlamento come il loro signore era
-morto, e che ’l comune di Verona rimanea in gran pericolo senza capo,
-avendo a vicino così possente signore com’era l’arcivescovo di Milano;
-e aggiunse, che a lui parea che messer Frignano prendesse il loro
-governamento. Il traditore ch’era presente, senza attendere ch’altri si
-levasse a parlamentare, o ch’altra deliberazione si facesse, si levò
-suso, e disse, che così prendeva e accettava la signoria. E montato a
-cavallo, colle masnade che v’erano corse la terra, gridando, muoiano
-le gabelle; e fece ardere i libri e gli atti della corte, e ruppono le
-prigioni. E di subito il signore di Mantova vi mandò messer Feltrino,
-e messer Federigo, e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Ugolino
-da Gonzaga tutti de’ signori di Mantova con trecento cavalieri. Il
-signore di Ferrara ingannato del tradimento vi mandò messer Dondaccio
-con dugento cavalieri; ma innanzi che tutti v’entrassono, il capitano
-colla maggior parte di loro per contramandato si tornarono indietro
-scoperto l’inganno. Messer Frignano ricevuta questa gente d’arme, e
-accolti certi cittadini che ’l seguirono, da capo corse la terra: i
-cittadini non si mossono, ed egli s’entrò nel palagio dell’abitazione
-del signore. Messer Azzo da Coreggio ch’era in Verona se n’uscì non con
-buona fama. Le guardie furono poste alle porte, e la terra s’acquetò, e
-messer Frignano ne fu signore; la quale signoria il signore di Mantova
-per ingegno, e quello di Milano per ingegno e forza si credette catuno
-avere, come seguendo appresso diviseremo.
-
-
-CAP. C.
-
-_Come messer Bernabò con duemila barbute si credette entrare in Verona._
-
-Il signore di Mantova avendo in Verona quattro tra figliuoli e
-congiunti con trecento cavalieri, procacciava di mettervene anche per
-esservi più forte che messer Frignano, a intenzione di tradire lui,
-e di recare a se la signoria, ma non gli potè venire fatto, perocchè
-sentì che l’arcivescovo di Milano, che vegghiava a questo effetto,
-mandava messer Bernabò cognato del Gran Cane a Verona con duemila
-cavalieri, temette di se, e non ebbe ardire di sfornire Mantova di
-cavalieri; e così per la non pensata perdè quello che avea lungamente
-provveduto. La novella del gran soccorso che venia da Milano, e
-dell’apparecchiamento di quello di Mantova sentito a Verona, generò
-sospetto a messer Frignano e a’ cittadini della città, e però presono
-l’arme, e rafforzarono le guardie, e stettono in più guardia; onde i
-signori che v’erano di Mantova non vidono modo di fornire loro corrotta
-intenzione, e però si stettono, mostrandosi fedeli a messer Frignano e
-alla guardia della città. In questo stante messer Bernabò con duemila
-barbute e gran popolo giunse a Verona, mostrando di volere ricoverare
-la signoria di Verona al cognato, credendo con questo trarre a se
-l’animo de’ cittadini, e credendo che quelli ch’aveano mossa questa
-novità a stanza dell’arcivescovo l’atassono entrare nella terra, e
-però si strinse infino alle porte, e domandava l’entrata, la quale gli
-fu negata; e non vedendo che dentro alcuno gli rispondesse, cominciò
-a combatterla; ma vedendo il suo assalto tornare invano, e sentendo
-la tornata di messer Gran Cane d’Alamagna, si partì del paese, e
-tornossi a Milano mal contento de’ signori di Mantova, ed eglino peggio
-contenti dell’arcivescovo, ch’aveva sconcio il loro tranello per quella
-cavalcata, come poco appresso dimostrarono in opera catuna parte,
-secondo che seguendo dimostreremo.
-
-
-CAP. CI.
-
-_Come messer Gran Cane racquistò Verona, e fu morto messer Frignano._
-
-Quando messer Gran Cane cavalcava al marchese di Brandimborgo avea
-con seco il fratello, e sospicando di novità quando sentì l’aguato
-del signore di Castelborgo rimandò il fratello addietro, il quale
-venendo nel paese, sentì come messer Frignano avea rubellata Verona,
-e però se n’andò in Vicenza. La novella corse a messer Gran Cane, e
-vennegli essendo egli col marchese; e turbato l’uno e l’altro, il
-marchese francamente il confortò, offerendoli tutta la sua possa
-a racquistare Verona: ma perchè l’indugio a cotali cose conobbe
-pericoloso, di presente il fece montare a cavallo, apparecchiandoli
-di subito cento barbute delle sue, e colla gente ch’egli aveva da se,
-senza soggiorno, cavalcando il dì e la notte, se ne venne a Vicenza,
-e là trovò il fratello, e trovovvi messer Manno Donati di Firenze
-capitano di dugento cavalieri, che il signore di Padova avea mandati
-in suo aiuto, e trovovvi della gente del marchese di Ferrara; e
-sommosso il popolo di Vicenza a cotanto suo bisogno, gran parte ne
-menò con seco; e la notte medesima, con seicento barbute e col popolo
-di Vicenza se ne venne a Verona, e in sul mattino lasciò la strada,
-e attraversando pe’ campi entrò in Campo marzio, che è fuori della
-città ivi presso, murato intorno, e risponde a una piccola porta della
-città, la quale meno ch’altra porta si solea guardare. Quivi s’affermò
-messer Gran Cane, e mandò innanzi un Giovanni dell’Ischia di Firenze
-la notte, che procacciasse d’entrare in Verona, e facesse sentire a’
-confidenti cittadini di messer Gran Cane com’egli era di fuori in
-Campo marzio, e accompagnollo d’uno confidente Tedesco. Costoro, non
-avendo altra via, si misono a notare co’ cavalli per l’Adice per venire
-infra la città ove mancava il muro, e in questo notare, il Tedesco
-poco destro del servigio dell’acqua vi rimase affogato. Giovanni
-dell’Ischia entrò nella terra, e andò informando e sommovendo gli
-amici di messer Gran Cane, avvisando come avessono a venire a quella
-porta in suo favore; i quali sentendo ivi fuori il loro signore, la
-mattina vennono con le scuri alla porta, e spezzaronla. Nondimeno le
-guardie ch’erano sopr’essa con le pietre e con le balestra da alto
-francamente la difendevano, sicchè non vi lasciarono entrare alcuno.
-Intanto il traditore messer Frignano essendo in sollecita guardia
-del fratello, e ancora di messer Bernabò, che il dì dinanzi l’avea
-assalito co’ suoi cavalieri, cavalcava intorno alla terra, e la mattina
-era montato in certa parte onde potea vedere di fuori, e guardava se
-messer Gran Cane venisse, che già non sapeva che fosse così dipresso,
-e guardando inverso Campo marzio, vide la porta piccola di Verona
-aperta, e dicendo, noi siamo traditi, francamente trasse con la gente
-sua inverso quella porta per difendere l’entrata; ma innanzi che vi
-giugnesse, il Gran Cane s’era tratto innanzi alla porta, e trattasi
-la barbuta, e fattosi conoscere a coloro che la guardavano, dicendo,
-io vedrò chi saranno coloro che mi contradiranno l’entrata della mia
-terra, e conosciuto da loro, incontanente gli feciono reverenza, e
-lasciarono entrare lui e la sua gente senza contasto. E sopravvenendo
-messer Frignano, il trovò entrato nella città con la maggior parte
-della gente, e avvisatolo, che bene il conosceva, nella piazza dentro
-dalla porta, si dirizzò verso lui colla lancia per fedirlo di posta,
-e tentare l’ultima fortuna: ma già era cominciato l’assalto tra i
-cavalieri di catuna parte aspro e forte, sicchè vedendo un cavaliere di
-quelli di messer Gran Cane mosso messer Frignano colla lancia abbassata
-verso il suo signore, gli si addirizzò per traverso, e colla lancia il
-percosse nella guancia dell’elmo per tale forza, come fortuna volle,
-che l’abbattè del cavallo a terra. Messer Giovanni chiamato Mezza
-Scala, vedendo messer Frignano abbattuto del destriere, scese del suo
-cavallo, e disse, che che s’avvegna di Verona tu morrai delle mie mani,
-e corsegli addosso, e con un coltello gli segò le vene, e lasciollo
-morto a terra. Ed in quello baratto fu morto con lui messer Paolo della
-Mirandola, e messer Bonsignore d’Ibra grandi conestabili. E morti
-costoro, l’altra gente ruppe, e assai ve ne furono morti fuggendo. Le
-porti della città erano serrate, e i cittadini sentendo il loro signore
-dentro tutti tennero con lui, e però i forestieri che v’erano furono
-presi e rassegnati a messer Gran Cane, il quale per la sua sollecita
-tornata felicemente racquistò Verona e uccise i traditori. Che se al
-fatto avesse messo indugio, non la racquistava in lungo tempo, o per
-avventura non mai, sì si venia provvedendo alla difesa lo sterpone. E
-questo avvenne il dì di carnasciale, a dì 25 di febbraio l’anno 1353.
-
-
-CAP. CII.
-
-_Come messer Gran Cane riformò la città di Verona, e fece giustizia de’
-traditori._
-
-Messer Gran Cane avendo racquistata Verona avventurosamente si fece
-appresentare i prigioni, e diligentemente volle investigare la verità,
-come i cittadini aveano acconsentito al traditore, e udita la sagacità
-dell’inganno, comportò dolcemente l’errore del popolo. E raddirizzato
-l’ordine al governamento della città, fece impiccare in sù la piazza di
-mezzo il mercato di Verona il corpo di messer Frignano, e ventiquattro
-caporali partefici al tradimento del fratello, tra’ quali fu Giovannino
-Canovaro di Verona grande cittadino con quattro suoi figliuoli, e
-Alboino della Scala suo consorto, e messer Alberto di Monfalcone
-grande conestabile, e Giannotto fratello di madre di messer Frignano,
-e due figliuoli di Tebaldo da Camino, e due medici de’ signori della
-Scala, e il notaio della condotta, e altri uficiali infino al numero
-sopraddetto. A prigione ritenne messer Feltrino da Mantova, e messer
-Ugolino e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Federigo suo
-fratello, e Piero Ervai di Firenze, il quale era fatto podestà di
-Verona per messer Frignano, il quale si ricomperò per non essere
-impiccato fiorini diecimila d’oro. Guidetto Guidetti si ricomperò per
-simile cagione fiorini dodicimila d’oro. Messer Giovanni da Sommariva
-e Tebaldo da Camino vi rimasono prigioni, e a’ cavalieri soldati tolse
-l’armi e’ cavalli, e feceli giurare di non essere mai contro a lui, e
-lasciolli andare. A coloro che più singolarmente l’aiutarono in questo
-fatto, come fu messer Manno Donati, e que’ dell’Ischia, e quelli di
-Boccuccio de’ Bueri tutti cittadini di Firenze, ch’adoperarono gran
-cose in sul fatto, provvide di possessioni de’ traditori, e molti altri
-ebbono grazia da lui cittadini e forestieri. E rimaso libero signore
-come di prima, aontato contro al signore di Mantova, avuta gente d’arme
-dal marchese di Brandimborgo cavalcò sul Mantovano, e ruppe la lega, e
-dissimulava trattato d’allegarsi con l’arcivescovo di Milano, insino
-che le cose si ridussono a concordia per sollecita operazione de’
-Veneziani, come al suo tempo innanzi racconteremo.
-
-
-CAP. CIII.
-
-_Come fu deliberato per la Chiesa l’avvenimento dell’imperadore in
-Italia._
-
-Avendo l’eletto imperadore prima veduto come i comuni di Toscana
-l’aveano richiesto per farlo valicare in Italia, e da loro non s’era
-rotto, e appresso era richiesto dalla lega de’ Lombardi, e con loro
-tenea benevoglienza e trattato, e ancora l’arcivescovo avea appo
-lui continovi ambasciadori che gli offeriano il loro aiuto alla sua
-coronazione, per le quali cose considerò che agevolmente e senza
-resistenza e’ potea valicare per la corona. E però sostenendo catuna
-parte in speranza e in amore, mandò a corte di Roma ad Avignone per
-avere licenza e la benedizione papale, e i legati e ’l sussidio
-promesso dalla Chiesa per la sua coronazione. Gli ambasciadori furono
-graziosamente ricevuti dal papa, e udita la domanda dell’eletto
-debita e giusta, tenuti sopra ciò alquanti consigli e consistori, del
-mese di febbraio del detto anno, fu deliberato per lo papa e per li
-cardinali ch’egli avesse la licenza, e la benedizione, e i legati per
-la sua coronazione; altro sussidio non gli promisono. E partiti gli
-ambasciadori da corte, tra i cardinali ebbe divisione e tire di coloro
-ch’avessono la legazione per venire con lui, e per le dette tire, e
-perchè l’avvenimento non parea presto, si rimase la commessione de’
-legati infino al tempo dell’avvenimento suo; onde si raffreddarono i
-procacciatori, non sentendolo ricco da trarre da lui quello che la loro
-avarizia prima si pensava.
-
-
-CAP. CIV.
-
-_D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria._
-
-Il primo dì di marzo, alle sei ore della notte, si mosse uno sformato
-fuoco nell’aria, il quale corse per gherbino in verso greco, come
-aveva fatto l’altro che prima era venuto col tremuoto, ma di lume e
-d’infiammagione non fu molto minore. A questo seguitò grande secco,
-perocchè infino al giugno non caddono acque che podere avessono di
-bagnare la terra, per la qual cosa il grano e le biade cresciute il
-verno e parte della primavera, e in buona speranza di ricolta, a tanto
-erano condotte per lo secco, che se non fosse la manifesta grazia che
-Madonna fece alla processione dell’antica tavola della sua effigie di
-santa Maria in Pineta, come al suo tempo si diviserà, erano i popoli di
-Toscana fuori di speranza di ricogliere grano, o biada o altri frutti
-in quest’anno per nutricamento di quattro mesi; e però non ci pare
-da lasciare in silenzio il caso di questo segno, per ammaestramento
-de’ tempi avvenire. Seguitò ancora l’avvenimento dell’imperadore in
-quest’anno in Italia e la sua coronazione, e avvenimento di grandi
-terremuoti, come appresso racconteremo.
-
-
-CAP. CV.
-
-_Di tremuoti che furono._
-
-In questo medesimo dì primo di marzo furono in Romania grandissimi
-terremuoti, e nella nobile città di Costantinopoli abbatterono molti
-grandi e nobili edificii e gran parte delle mura della città, con
-grande uccisione d’uomini, e di femmine, e di fanciulli. E da Boccadone
-infino a Costantinopoli, su per la marina, non rimase castello nè
-città che non avesse grandissime rovine delle mura e degli edificii
-con grande mortalità de’ suoi abitanti; per la qual cosa avvenne, che
-i Turchi loro vicini sentendo i Greci spaventati, e senza potersi
-racchiudere e salvare nelle fortezze, corsono sopra loro, e presonne
-assai, e menaronli in servaggio: e alcuni castelli rifeciono e
-afforzarono, e misonvi abitatori e guardie di loro Turchi; e appresso
-accolsono grande esercito di loro gente, e puosonvi assedio per terra
-a Costantinopoli, ch’era in divisione e in tremore, ma contro a’
-Turchi s’unirono alla difesa; sicchè stativi alcuno tempo senza potere
-acquistare la città, corsono le ville, e rubarono le contrade, e senza
-avere resistenza fuori delle mura si tornarono in loro paese.
-
-
-CAP. CVI.
-
-_De’ fatti del monte._
-
-La fede utile sopra l’altre cose, e gran sussidio a’ bisogni della
-repubblica, ci dà materia di non lasciare in oblivione quello che
-seguita. Il nostro comune, per guerra ch’ebbe co’ Pisani per lo fatto
-di Lucca, si trovò avere accattati da’ suoi cittadini più di seicento
-migliaia di fiorini d’oro; e non avendo d’onde renderli, purgò il
-debito, e tornollo a cinquecentoquattro migliaia di fiorini d’oro
-e centinaia, e fecene un monte, facendo in quattro libri, catuno
-quartiere per se, scrivere i creditori per alfabeto, e ordinò con certe
-leggi penali, alla camera del papa obbligate, chi per modo diretto o
-indiretto venisse contro a privilegio e immunità ch’avessono i danari
-del monte. E ordinò che in perpetuo ogni mese, catuno creditore dovesse
-avere e avesse per dono d’anno e interesso uno danaio per lira, e che i
-danari del monte ad alcuno non si potessono torre per alcuna cagione,
-o malificio, o bando, o condannagione che alcuno avesse; e che i detti
-danari non potessono essere staggiti per alcuno debito, nè per alcune
-dote, nè fare di quelli alcuna esecuzione, e che lecito fosse a catuno
-poterli vendere e trasmutare, e così a catuno in cui si trovassono
-trasmutati, que’ privilegi, e quell’immunità, e quello dono avesse il
-successore che ’l principale. E cominciato questo gli anni di Cristo
-1345, sopravvenendo al comune molte gravi fortune e smisurati bisogni,
-mai questa fede non maculò, onde avvenne che sempre a’ suoi bisogni
-per la fede servata trovava prestanza da’ suoi cittadini senza alcuno
-rammaricamento: e molto ci si avanzava sopra il monte, accattandone
-contanti cento, e facendone finire al monte altri cento, a certo
-termine n’assegnava dugento sopra le gabelle del comune, sicchè i
-cittadini il meno guadagnavano col comune a ragione di quindici per
-centinaio l’anno. Essendo i libri e le ragioni mal guidate per i notai
-che non gli sapeano correggere, e avevanvi commessi molti errori e
-falsi dati, si ridussono in mano di scrivani uomini mercatanti che gli
-correggessono, e corressono molto chiaramente a salvezza del comune e
-de’ creditori, avendo al continovo uno notaio che facea carta delle
-trasmutagioni per licenza del vero creditore, e poi gli scrivani gli
-acconciavano in su’ registri del comune, levando dall’uno e ponendo
-all’altro. Di questi contratti de’ comperatori si feciono in Firenze
-l’anno 1353 e 1354 molte questioni, se la compera era lecita senza
-tenimento di restituzione o nò, eziandio che il comperatore il facesse
-a fine d’avere l’utile che il comune avea ordinato a’ creditori, e
-comperando i fiorini cento prestati al comune per lo primo creditore
-venticinque fiorini d’oro, e più e meno com’era il corso loro,
-l’opinione de’ teologi e de’ legisti in molte disputazioni furono
-varie, che l’uno tenea che fusse illecito e tenuto alla restituzione,
-e l’altro nò, e i religiosi ne predicavano diversamente: que’
-dell’ordine di san Domenico diceano che non si potea fare lecitamente,
-e con loro s’accostavano de’ romitani, e i minori predicavano che si
-potea fare, e per questo la gente ne stava intenebrata. Era in questi
-tempi in Firenze copia di maestri in teologia, fra i quali de’ più
-eccellenti era maestro Piero degli Strozzi de’ frati predicatori, e
-maestro Francesco da Empoli de’ minori; maestro Piero dicea che non
-era lecito contratto, e predicavalo senza dimostrarne le ragioni
-chiare; perchè maestro Francesco de’ minori avendo sopra ciò con grande
-diligenza avute molte disputazioni con altri maestri in divinità,
-e con dottori di legge e di decretali, al tutto chiarì, e tenne, e
-predicò, e scrisse ch’era lecito, e senza tenimento di restituzione a
-chi il facea, senza fare contro a sua coscienza; e le ragioni perchè
-scrisse e mandò a tutte le regole, apparecchiato a mantenere quello
-che predicato e scritto avea. Nondimeno i predicatori e’ loro maestri
-non si rimossono della loro opinione, predicando che non si potea fare
-lecitamente e senza restituzione; e della loro opinione non mostrarono
-ragione, e contro alle scritte per maestro Francesco non contradissono
-con alcuna ragione; e per questo a molti rimase in dubbio il detto
-contratto, e molti l’ebbono per chiaro accostandosi alle ragioni del
-maestro Francesco, e senza riprensione di loro coscienza vendevano e
-comperavano, facendone traffico come d’un’altra mercatanzia. Se ’l
-contratto si potea provare usurario, debito era a chi ’l predicava
-di riprovare quello che si provava in contrario, per trarre la gente
-d’errore; se lecitamente fare si poteva, considerato che gli uomini
-sono cupidi a guadagnare, male era a recare loro in sospetto, e
-contaminare le coscienze di quello che lecito era per non discrete
-predicazioni.
-
-
-CAP. CVI.
-
-_Di certe rivolture di tiranni di Lombardia, e di più cose per lo
-tradimento di Verona_
-
-Detto abbiamo poco addietro come il Gran Cane della Scala si tenea aver
-perduta Verona per operazione del signore di Mantova, ed era contro a
-lui forte inanimato per lo fallo ch’egli avea fatto; essendo con lui
-nella lega s’era rotto dalla lega degli altri, e trattava d’allegarsi
-coll’arcivescovo di Milano e col marchese di Brandimborgo per far
-guerra coll’arcivescovo insieme contro a Mantova, e l’arcivescovo molto
-vi venia volentieri, e furono le cose tanto innanzi, che per tutto
-corse la voce ch’ell’era fatta. Il comune di Vinegia conoscendo che
-questa discordia poteva tornare a grande pericolo del loro comune e
-degli altri loro collegati lombardi, mandarono di loro assentimento al
-Gran Cane solenni ambasciadori, per rivocarlo alla lega e compagnia
-ch’aveano insieme, e far fare al signore di Mantova l’ammenda del suo
-fallo; e seguendo gli ambasciadori solennemente quello che fu loro
-commesso, operarono tanto, che ’l signore di Mantova fece l’ammenda
-come messer Gran Cane volle, e per la stima del danno ricevuto diede
-trentamila fiorini d’oro a messer Gran Cane, i quali promise, e pagò
-poi per lui il comune di Vinegia, e il signore di Mantova ne diè loro
-in guardia tre buone castella: e per questo modo fu fatta la pace, e
-lasciati di prigione que’ di Mantova, e messer Gran Cane tornò alla
-lega com’era in prima. Essendo raffermata la lega, ne’ porti di Mantova
-si trovò in un dì molta mercatanzia di Milanesi e d’altri distrettuali
-dell’arcivescovo, e perocchè a stanza dell’arcivescovo il signore di
-Mantova s’era mosso a far quello onde gli era convenuto fare ammenda di
-fiorini trentamila d’oro, di fatto fece arrestare tutto, e ripresesi
-sopra i Milanesi e distrettuali dell’arcivescovo di più che non
-restituì al signore di Verona, la qual cosa l’arcivescovo e’ suoi si
-recarono a grande onta.
-
-
-CAP. CVII.
-
-_Del processo della grande compagnia di fra Moriale della Marca._
-
-Tornando alla nuova tempesta di fra Moriale e di sua compagnia, rimasi
-nella Marca dopo la partita di messer Malatesta dall’assedio di
-Fermo, cominciarono a cavalcare il paese e fare in ogni parte preda,
-e vinsono per forza Mondelfoglio, e le Fratte, e san Vito, e sei
-altre castelletta nel paese, e scorsono a Iesi, e rubarono i borghi
-e predarono il paese. Appresso combatterono Feltrino e vinsonlo per
-forza, e uccisonvi da cinquant’uomini, e perch’era pieno d’ogni bene
-da vivere vi dimorarono un mese. E in fra questo tempo ebbono Monte
-di Fano, e Monte di Fiore, e più altre castella d’intorno per paura
-feciono i loro comandamenti. Per la fama delle grandi prede che faceva
-la compagnia, molti soldati ch’aveano compiute le loro ferme, senza
-volere più soldo traevano a fra Moriale, e assai in prova si facevano
-cassare per essere con lui, ed egli li faceva scrivere, e con ordine
-dava a catuno certa parte al bottino, e tutte le ruberie e prede
-ch’erano venali facea vendere, e sicurava i comperatori, e facevali
-scorgere lealmente, per dare corso alla sua mercatanzia. E ordinò
-camarlingo che ricevea e pagava, e fece consiglieri e segretari con
-cui guidava tutto; e da tutti i cavalieri e masnadieri era ubbidito
-come fosse loro signore, e mantenea ragione tra loro, la quale faceva
-spedire sommariamente. E così ordinati cavalcarono, e mutavano paese, e
-vennono a Montelupone, il quale per paura s’arrendè loro, e stettonvi
-venti dì; e raunata ivi la preda fatta nel paese e la sostanza
-del castello, ogni cosa ne trassono senza far male agli uomini, e
-cavalcarono alla marina e presono Umana, e combatterono Orivolo, e non
-l’ebbono, e da Umana andarono sopra Ancona, e presono la Falconara
-a patti salve le persone. E in que’ dì ebbono otto castella che
-s’arrenderono loro in sull’Anconitano, fuggendo le persone, e lasciando
-le terre e la roba alla compagnia. Appresso tornarono sopra Iesi, e per
-forza ebbono Alberello ed un altro castello, e tutto recarono in preda,
-e poi andarono a Castelficardo pieno di molta vittuaglia, e quello
-combattendo vinsono per forza. E del mese di marzo presono il castello
-delle Staffole pieno di molto vino, ed il Massaccio e la Penna. E per
-tutto quel paese il residuo del verno sparsono la loro irreparabile
-tempesta, rubando e uccidendo, e facendo ogni sconcio male a’ paesani,
-e singolarmente più a’ sudditi di messer Malatesta, avendo delle sue
-terre quarantaquattro castella in loro servaggio, e avendo stadico un
-figliuolo del capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, per li soldi
-che promessi aveano alla detta compagnia.
-
-
-CAP. CVIII.
-
-_Come il legato prese Toscanella._
-
-In quest’anno del mese di marzo, il cardinale di Spagna legato del papa
-facendo guerra col prefetto di Vico, per trattato gli tolse Toscanella,
-e questo fu il primo acquisto che il legato facesse contro a lui:
-dappoi seguitarono le cose a maggiori fatti, come seguendo nostra
-materia diviseremo. In questi dì, il marchese di Ferrara parendogli
-essere debole nella nuova signoria, perchè Francesco marchese, il
-quale si tenea dovere di ragione essere signore, gli s’era rubellato,
-o che trovasse alcuno trattato nella città contro a se, o ch’egli il
-contraffacesse, a che si diè più fede, cacciò di Ferrara de’ suoi
-fratelli e alquanti de’ maggiori cittadini, confinandoli fuori del suo
-distretto, e cominciò a stare più fornito di gente forestiera, e in
-maggiore guardia.
-
-
-CAP. CIX.
-
-_Come messer Malatesta si ricomperò dalla compagnia._
-
-Essendo la compagnia di fra Moriale cresciuta di cavalieri e di
-masnadieri, e nutricata il verno sopra le terre che distruggea,
-messer Malatesta da Rimini, avvisato e provveduto in fatti di guerra,
-considerando la gente della compagnia, e la loro troppa sicurtà
-presa per non avere avversario, e il luogo dov’erano e il loro
-reggimento, pensò, che dove i comuni di Toscana lo volessono atare,
-ch’egli vincerebbe la detta compagnia; e non parendogli materia da
-commettere ad ambasciadori, in persona venne a Perugia, e poi a Siena,
-e appresso a Firenze, e mostrò a ciascun comune il pericolo che potea
-loro venire di quella compagnia se contra loro non si riparasse, e
-domandava a catuno comune aiuto di gente d’arme, e dove dato gli
-fosse, con ottocento barbute di buona gente ch’egli avea da se, e col
-suo popolo e col vantaggio ch’avea intorno a loro delle sue terre,
-promettea di rompere e di sbarattare la compagnia in breve tempo;
-e questo dimostrava per vere e manifeste ragioni; ma catuno comune
-avendo la tempesta da lungi se ne curava poco. I Perugini che furono
-prima richiesti, dissono, che in ciò seguiterebbono la volontà de’
-Fiorentini, e in questo modo risposono anco i Sanesi. E venuto messer
-Malatesta colle lettere de’ detti comuni a Firenze, i Fiorentini udita
-la sua domanda gli diedono dugento cavalieri, i quali menò con seco
-fino a Perugia. I Perugini e’ Sanesi non vollono attenere la loro
-promessa, e però i cavalieri de’ Fiorentini si tornarono addietro.
-Messer Malatesta vedendosi abbandonato dall’aiuto de’ comuni di
-Toscana, e che tempo era che la compagnia potea procacciare altrove,
-trattò con loro, e venne a concordia di dare fiorini quarantamila d’oro
-alla compagnia, parte contanti, e degli altri li sicurò, dando loro per
-istadico il figliuolo, e si partirono del suo distretto, e promisono
-di non tornarvi infra certo tempo. E fatto l’accordo, e partita
-la compagnia, messer Malatesta cassò quasi tutti i suoi soldati,
-i quali di presente s’aggiunsono alla compagnia; la quale essendo
-molto cresciuta di baroni, e di conti e di conestabili, si cominciò a
-chiamare la gran compagnia, e tribolando la Marca, e la Romagna, e il
-Ducato, innanzi che di là si partissono rifermarono la loro compagnia
-per certo tempo, e tutti la giurarono nelle mani di messer fra Moriale.
-E benchè fra loro fossono grandi baroni alamanni, tutti vollono che il
-titolo della compagnia, e la capitaneria fosse in messer fra Moriale,
-ma dieronli quattro segretari de’ cavalieri, che l’uno fu il conte di
-Lando, e un barone di gran seguito ch’avea nome Fenzo di... e il conte
-Broccardo di.... e messer Amerigo del Canaletto; e de’ masnadieri
-quattro conestabili italiani. In costoro era la deliberazione
-dell’imprese e il segreto consiglio, e feciono altri quaranta
-consiglieri, e un tesoriere a cui venia tutta l’entrata delle loro
-prede, e questi pagava e prestava a’ comandamenti del capitano. Dato
-l’ordine, il capitano era ubbidito da tutti come fosse l’imperadore, e
-facea la notte cavalcare di lungi dal campo venticinque o trenta miglia
-ov’egli comandava, e il dì tornavano con grandi prede, e ogni cosa
-fedelmente rassegnavano al bottino. E perocchè quasi quanti conestabili
-avea in Italia al soldo de’ signori e de’ comuni aveano parte di loro
-masnade nella compagnia, erano sì baldanzosi, che di niuna gente di
-soldo temeano, e però tutti i comuni minacciavano se non dessono loro
-denari di venire sopra loro. E mandarono ambasciadori nel Regno, ed
-ebbono promissione dal re Luigi di quarantamila fiorini d’oro, i
-quali non mandò loro, di che cari gli feciono poi costare. Ebbono dal
-capitano di Forlì e da Gentile da Mogliano trentamila fiorini d’oro, e
-da messer Malatesta quarantamila. Ed essendo richiesti dall’arcivescovo
-di Milano di volerli conducere a suo soldo contro alla lega, e da
-quelli della lega contro all’arcivescovo, catuno teneano in speranza e
-con niuno si fermavano, e anche teneano trattato col prefetto di Vico
-contro al legato, e però non si potea sapere che dovessono fare, e
-molto manteneano bene loro credenza. E in fine del mese di maggio 1354
-se ne vennono a Fuligno, e dal vescovo ebbono mercato d’ogni vittuaglia
-abbondevolmente. Lasceremo ora la gran compagnia che n’è assai detto, e
-non senza debita scusa, per la grande e pericolosa novità che ne seguì
-in Italia, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.
-
-
-CAP. CX.
-
-_D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze._
-
-In questo verno del detto anno nacque in Firenze nel popolo di san
-Piero Maggiore un fanciullo maschio figliuolo d’uno de’ maggiori
-popolari di quello popolo, ch’avea tutte le membra umane dal collo
-a’ piedi, e il viso suo non avea effigie umana; la faccia era tutta
-piana senza bocca, e avea un foro per lo quale messo lo zezzolo della
-poppa traeva il latte, e poppava, e nella superficie della testa al
-diritto, sopra dove doveano essere gli occhi avea due fori: e’ vivette
-più giorni, e fu battezzato, e seppellito in san Piero Maggiore. E
-poco appresso una gentile donna moglie d’un cavaliere avendo fatto un
-fanciullo un mese dinanzi, partorì un’altra materia di carne a modo
-d’un cuore di bue, di peso di libbre quindici, con alcuni dimostramenti
-ma non chiari d’effigie umana, senza distinzione di membri, e come
-questo ebbe partorito, incontanente morì la donna.
-
-
-CAP. CXI.
-
-_Come furono cacciati i guelfi di Rieti e da Spoleto._
-
-De mese d’aprile, del detto anno 1354, i guelfi di Rieti avendo il
-governamento della città, e podestà e capitano dal re Luigi, montati
-in superbia per animo di parte oltraggiavano i ghibellini di quella
-terra, e tanto montarono gli oltraggi, ch’e’ guelfi mossono romore per
-cacciare i ghibellini, e catuna parte fu sotto l’arme, e di cheto senza
-fare altra novità s’acquetarono a quella volta; e nondimeno catuna
-parte rimase in gran sospetto e riguardo l’uno con l’altro, e in questo
-modo erano stati lungamente. Avvenne che i guelfi, avendo a loro stanza
-gli uficiali della terra, con ordine fatto, una domenica mattina a dì
-20 d’aprile subito presono l’arme e corsono alla piazza, gridando:
-muoiano i ghibellini. I cittadini di quella parte temendo del subito e
-non pensato romore, francamente s’armarono e corsono alla piazza per
-difendersi, e quivi cominciò aspra e crudele battaglia, e senza alcuno
-riguardo uccideva e fediva l’uno l’altro, e durò assai, che niuno
-perdeva di suo terreno; in fine ghibellini disperati di loro salute
-ruppono una barra incatenata che gli dividea da’ guelfi, e con grande
-empito d’amaro cuore assalirono i guelfi per sì fatto modo, che gli
-ruppono, e senza ritegno gli seguitarono uccidendone quanti giugnere ne
-poteano. E in questa rotta furono morti venticinque cittadini di nome
-e assai più degli altri, e molti per campare si gittarono nel fiume, e
-sommersi annegarono in quello. I ghibellini seguendo loro avventurato
-caso cacciarono i rettori che v’erano per lo re Luigi, e rimasi signori
-della città riformarono il reggimento di quella a loro volontà, e per
-questa novità di Rieti furono cacciati di Spoleto i caporali guelfi che
-v’erano, ma non con battaglia nè a furore di popolo.
-
-
-
-
-LIBRO QUARTO
-
-_Comincia il quarto libro, e prima il Prologo._
-
-
-CAPITOLO PRIMO.
-
-Assai si può alcuna volta comprendere per gli effetti delle cose
-mondane, che il senno aggiunto alla nobiltà dell’animo, all’altezza
-dello stato, alla ricchezza e potenza reale, operato con piena
-provvidenza, fornito e apparecchiato di grandissime forze, non puote
-pervenire nè acquistare, eziandio con sommo studio e con lieve
-resistenza quelle cose che con giusta causa l’appetito ha richiesto, le
-quali, volto il tempo pochi anni, e mutato il principe per successione,
-con certo mancamento di tutte le predette cose, per altre non
-provvedute vie della variata fortuna, trovarsi lievemente vittorioso in
-quelle. Onde presumere certa confidenza di se, per senno, o per virtù,
-o per potenza, alcuna volta con grave turbazione d’animo si trova
-ingannato; perocchè non è in potestà degli uomini il consiglio e la
-volontà di Dio. E avendoci già condotta la sua materia al cominciamento
-del quarto libro, alcuno certo e manifesto esempio alle predette cose
-in prima ci s’offera a raccontare.
-
-
-CAP. II.
-
-_Comparazione dal re Ruberto al re Luigi._
-
-Manifesto fu appresso la morte del re Ruberto di Gerusalemme e di
-Cicilia, il quale avea regnato trentatrè anni e mesi, il cui pari ne’
-suoi tempi tra’ principi de’ cristiani non si trovò di sapienza e
-d’intelletto, in virtù e in vita onesta, e in adornamento di bellissimi
-costumi, pieno di ricchezze, fornito di grande e nobile cavalleria di
-suoi baroni e sudditi, apparecchiato di navili sopra gli altri signori,
-avendo dirizzato l’animo con sommo studio a racquistare l’isola di
-Cicilia, la quale di ragione s’apparteneva alla sua signoria come
-principale membro del suo reame, con continovi trattati, con spessi e
-diversi assalimenti, con generali armate, guidate dalla sua persona,
-e dal figliuolo e da altri, di centoventi e di centosessanta galee,
-con molto altro navilio per volta e di più e di meno, con duemila e
-più cavalieri per armata alcuna volta e popolo senza numero, per molti
-anni cercato di racquistare la detta isola, o d’avere alcuna terra
-o porto in quella per potere alquanto appagare l’animo suo, la qual
-cosa fatta mai non gli venne con alcuna perfezione; e il re Luigi
-suo nipote intitolato di quel medesimo regno da santa Chiesa, povero
-d’avere e di consiglio, e non ubbidito da’ suoi regnicoli, impotente di
-gente d’arme, mal destro a potere reggere o guardare il suo reame, non
-che avesse potuto cercare a racquistare suo reame della Cicilia, non
-sufficiente d’armare dieci galee, nè di reprimere un solo suo barone
-a quel tempo; ma le divisioni e sette crudeli e mortali de’ baroni
-dell’isola, Catalani e Italiani, come già è detto, aveano a tanto
-condotto l’isola, che di gran parte fu fatto signore, come appresso
-racconteremo.
-
-
-CAP. III.
-
-_Come gran parte dell’isola di Cicilia venne all’ubbidienza del re
-Luigi._
-
-Avendo raccontato addietro molte volte del male stato dell’isola di
-Cicilia, al presente ci occorre a dire come per la detta cagione don
-Luigi figliuolo di don Pietro, a cui s’appartenea d’essere signore,
-avea trattato accordo col re Luigi, ed erano venuti a concordia che
-si dovesse nominare re di Trinacria, e riconoscere la Cicilia dal re
-Luigi e fargliene omaggio, e dargliene ogni anno certa somma sopra il
-censo della Chiesa per suo omaggio; e a questo s’erano accordati, ma
-non aveano ancora piuvicata la pace nè fatte l’obbligazioni. In questo
-stante, il conte Simone di Chiaramonte capo della setta degl’Italiani,
-il quale aveva in sua forza molte città e castella dell’isola, avendo
-anche lungamente tenuto trattato col re Luigi acciocchè la concordia
-del re non si facesse, pervenne al suo trattato con l’opere. Ed essendo
-allora l’isola in gran fame, promise a’ suoi soccorso di vittuaglia e
-forte braccio alla loro difesa: i popoli per l’inopia gli assentirono,
-e il re Luigi si fermò con lui. E facendo suo isforzo, mandò messer
-Niccola Acciaiuoli grande siniscalco, ch’era stato menatore di questo
-trattato, con cento cavalieri e con quattrocento fanti di soldo in su
-l’isola, con sei galee e due panfani, e tre legni di carico, e trenta
-barche grosse cariche di grano e d’altra vittuaglia. Prima fu dato
-loro il forte castello di Melazzo, ove lasciò cinquanta cavalieri e
-cento fanti, e appresso con tutto il navilio e col resto della gente
-dell’arme se n’andò a Palermo, e con gran festa fu ricevuto da’
-Palermitani, che per fame più non aveano vita, e prese la signoria
-della città di Palermo e la guardia del castello con quella gente
-ch’egli avea, e delle castella e del suo distretto. E incontanente
-le sette degl’Italiani fece rubellare a don Luigi e alla parte de’
-Catalani, e seguirono quelli di Chiaramonte, dandosi al re Luigi la
-città di Trapani, e quella di Saragozza, Girgenti, la Licata, Mazzara,
-Marsala, Castro Gianni, e molte altre terre e castella, che in tutto
-furono tra città e buone terre e castella centododici, alle quali il
-detto re Luigi per povertà di gente e di danari non potè mandare aiuto
-d’alcuna forza di gente d’arme oltre a quella ch’era in Palermo e in
-Melazzo; ma tanta era l’impossibilità dell’altra parte, che la cosa
-rimase senza movimento di altra gente alcuno tempo. Alla parte del
-re Luigi rispondeva la Calabria, portando loro vittuaglia ond’elli
-aveano gran bisogno, e questo gli sostenea in fede col detto re Luigi.
-È vero che fu biasimato di non avere tenuto fede a don Luigi del
-trattato ch’avea fatto con lui per pace dell’isola, e la scusa del re
-fu, dicendo, che non gli avea attenuti i patti. Il vero rimase nel
-suo luogo, e il fatto seguì come narrato abbiamo. Questa novità fu
-nell’isola a dì 17 d’aprile 1354.
-
-
-CAP. IV.
-
-_Come l’arcivescovo cominciò guerra contro a’ collegati di Lombardia._
-
-Vedendo l’arcivescovo di Milano che il comune di Vinegia avea rannodata
-e riferma la lega tra i Lombardi, innanzi che fossono forniti di
-gente d’arme, essendone egli a destro, fece muovere da Parma duemila
-barbute e gran popolo e scorrere infino a Modena, per tornare addietro
-e assediare Reggio; e nel Modenese trovarono cavalieri della lega
-ch’andavano a Reggio i quali tutti presono. E tornati a Reggio,
-l’assediarono del detto mese d’aprile, e all’assedio stettono poi
-lungamente con più bastite, e quelli della lega per lungo tempo non
-ebbono podere di levarlone; ma la città sostennono e difesono, sicchè
-non l’ebbe.
-
-
-CAP. V.
-
-_Come il re d’Ungheria passò con grande esercito contra un re de’
-Tartari._
-
-In quest’anno e in questo medesimo tempo, Lodovico re d’Ungheria
-accolse suo sforzo, e di quello di Pollonia e di quello di Prosclavia
-suoi uomini, e apparecchiato grande carreggio di vittuaglia, con
-dugento migliaia di cavalieri andando quindici dì per luoghi diserti
-con grande travaglio, passò nel reame d’un gran re della gesta de’
-Tartari. E giunto nel reame di colui, essendo per cominciare a fare
-danno nel paese, il re di quello paese, ch’era assai giovane, mandò
-pregando quello d’Ungheria che gli desse licenza che con poca compagnia
-potesse venire a lui sicuramente, e impetrata la licenza, venne a lui
-con cento baroni molto adorni riccamente apparecchiati; e fatta la
-riverenza, domandò il re d’Ungheria perchè egli era venuto con forza
-d’arme nel suo reame, e quello ch’e’ volea da lui. Il re gli disse,
-ch’era venuto sopra lui perchè non era cristiano, e che volea tre cose:
-la prima, che divenisse cristiano con la sua gente: la seconda, che lo
-riconoscesse per suo maggiore: la terza, che in segno d’omaggio gli
-desse ogni anno certo tributo, ed egli sarebbe suo protettore. E il
-giovane disse: vedi re d’Ungheria, la mia forza è troppo maggiore della
-tua, solo del mio reame senza l’aiuto de’ miei maggiori; e faccioti
-certo, che condotto se’ in parte, che s’io volessi gran vittoria potrei
-averla di te e della tua gente: ma perocch’io ho animo di divenire
-cristiano, accetto di volere fare le tue domande, e intendo di farle
-a tempo col tuo aiuto e del papa; e rimasi in concordia, fece grande
-onore al re d’Ungheria, e accompagnollo fino a’ confini del suo reame.
-Ma in quello venire, per invidia i grandi baroni d’Ungheria non gli
-feciono onore, per impedire che il loro re per l’acquisto di costui non
-divenisse grande di soperchio, e fu materia di grande sconcio del buon
-volere ch’aveva il re de’ Tartari, e dell’intenzione del re d’Ungheria.
-
-
-CAP. VI.
-
-_De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi in Cipri._
-
-In quest’anno abbondarono in Barberia, a Tunisi e nelle contrade vicine
-tanta moltitudine di grilli che copersono tutto il paese, e rosono e
-consumarono tutte l’erbe vive che trovarono sopra la terra, e del puzzo
-che uscia della loro corruzione si corruppe tanto l’aria del paese,
-che ne seguitò grande mortalità negli uomini, e gran fame a tutta la
-provincia. E questa medesima pestilenza di grilli nel seguente anno
-occupò l’isola di Cipri per sì sconcio modo, che le strade e i campi
-n’erano pieni, alti da terra un mezzo braccio e più, e guastarono ciò
-che v’era di verde. E per cessare la pestilenza della loro corruzione
-il re fece per decreto, che ogni uomo grande e popolare, barone e
-prelato, cittadino e contadino, ne dovesse rassegnare certa misura
-agli ufficiali eletti sopra ciò per lo re, i quali feciono fare per
-campi grandi fosse, ove gli metteano e ricoprivano. E per questa legge
-i villani si dispuosono a fare loro civanza, e patteggiarono con gli
-uomini ch’aveano a fare il servigio che comandato e imposto gli era,
-e aveano della misura certo prezzo, e rassegnavanli per nome di colui
-che gli avea pagati agli uficiali deputati sopra ciò, i quali teneano
-il conto di catuno; e durò questa maladizione in quell’isola parecchi
-anni. Con tutto l’argomento che fu utilissimo ad alleggiare i campi e
-cessare la corruzione, fu grande noia e confusione a tutto il paese.
-
-
-CAP. VII.
-
-_D’una notabile maraviglia della reverenza, della tavola di santa Maria
-in Pineta._
-
-Essendo per influenza di costellazione e di segni avvenuti in cielo
-in quest’anno continovato tre mesi o più, nel tempo che le biade
-hanno maggiore bisogno delle piove, continovato secco, erano quelle
-già in tutta Toscana aride e in estremi, da sperare sterilità e
-fame: i Fiorentini temendo di perdere i frutti della terra ricorsone
-all’aiutorio divino, facendo fare orazioni e continove processioni
-per la città e per lo contado, e quante più processioni si faceano
-più diventava il dì e la notte sereno il cielo. I cittadini vedendo
-che questo non giovava, con grande divozione e speranza ricorsono
-all’aiuto di nostra Donna, e feciono trarre fuori l’antica figura di
-nostra Donna dipinta nella tavola di santa Maria in Pineta, e a dì 9 di
-maggio 1354, fatto apparecchiamento per lo comune di molti doppieri, e
-mosso il chericato con tutte le religioni, col braccio di messer san
-Filippo apostolo, e con la venerabile testa di san Zanobi, e con molte
-altre sante reliquie, quasi tutto il popolo uomini e donne e fanciulli,
-co’ priori e con tutte le signorie di Firenze, sonando le campane del
-comune e delle chiese a Dio lodiamo, andarono incontro alla detta
-tavola infino fuori della porta di san Piero Gattolino: e la detta
-tavola guardavano e conducevano quelli della casa de’ Buondelmonti
-padroni della detta pieve reverentemente con gli uomini del piviere. E
-giunto il vescovo con la processione, e con le reliquie e col popolo
-alla santa figura, con grande reverenza e solennità la condussono
-fino a san Giovanni, e di là fu condotta a san Miniato a Monte, e poi
-riportata nel suo antico luogo a santa Maria in Pineta. Avvenne, che in
-quella giornata continovando la processione il cielo empiè di nuvoli,
-e il secondo dì sostenne il nuvolato, che per molte volte prima s’era
-continovo per la calura consumato, il terzo dì cominciarono a stillare
-minuto e poco, e il quarto a piovere abbondantemente, e conseguì l’uno
-dì appresso l’altro sette dì continovi un’acqua minuta e cheta che
-tutta s’impinguava nella terra, in singolare e manifesto beneficio di
-quello che bisognava a racquistare le biade e’ frutti; e non fu meno
-mirabile dono di grazia per l’ordinata e utile piova, che per la piova
-medesima. Avvenne, che dove si stimava sterilità grande per la ricolta
-prossima a venire, conseguì ubertosa di tutti i beni che la terra
-produce.
-
-
-CAP. VIII.
-
-_Come il vicario di Bologna mando l’oste sopra Modena con due quartieri
-di Bologna._
-
-Essendo cominciata la guerra tra l’arcivescovo e la lega de’ Lombardi,
-messer Giovanni da Oleggio vicario dell’arcivescovo nella città di
-Bologna, a dì 11 di maggio del detto anno, mandò sopra la città di
-Modena ottocento cavalieri di soldo, e due quartieri di Bologna,
-i quali v’andarono sforzati e di mala voglia; e da Parma vi mandò
-l’arcivescovo duemila barbute; e giunti a Modena corsono il paese,
-ardendo e guastando il contado, e poi si puosono ad assedio alla città
-molto di presso. Ed essendovi stati fino all’uscita di maggio, temendo
-della gran compagnia di fra Moriale ch’era in Toscana, e davano voce
-d’andare a Bologna, subitamente abbandonarono l’assedio, e sconciamente
-con alcuno danno tornarono a Bologna e a Parma, avendo a’ Modenesi
-fatto danno assai.
-
-
-CAP. IX.
-
-_Come il legato e i Romani guastarono il contado di Viterbo._
-
-Del detto mese di maggio, del detto anno, vedendo il legato la
-contumacia e la malizia del prefetto da Vico, e che la sua superbia
-ogni dì montava in vergogna di santa Chiesa, provvide che contro a
-lui bisognava altre operazioni che suono di campane e fumo di candele
-spente. E però accolse gente d’arme, tanto ch’ebbe milletrecento
-cavalieri di soldo, e richiese il popolo di Roma per fare il guasto
-sopra la città di Viterbo, i quali Romani per grande animo ch’aveano
-di fare danno a’ Viterbesi, essendo la gente del legato sopra Viterbo,
-vi mandarono diecimila uomini, e aggiunti con le masnade del legato,
-in pochi dì feciono assai gran danno intorno a Viterbo. E saziata in
-parte la volontà del popolo romano si tornarono a Roma: e il legato
-abbattuto alcuna parte dell’orgoglio del prefetto, e conturbato l’animo
-de’ cittadini contro al tiranno, se ne tornò con la sua gente a
-Montefiascone senza alcuno impedimento.
-
-
-CAP. X.
-
-_Come il prefetto s’arrendè al legato liberamente._
-
-Il legato del papa avendo fatto guastare intorno a Viterbo, seguendo
-d’abbattere il prefetto, sentendolo in Orvieto vi cavalcò con tutta la
-sua gente d’arme, e pose l’assedio alla città strignendola intorno con
-più battifolli, facendo correre ogni dì infino alle porti. Il prefetto
-che v’era dentro mal veduto da’ cittadini, ed avea cercato di volere
-dare per moglie la figliuola sua al fratello di fra Moriale con gran
-dote per avere aiuto della sua compagnia, e averne perduta la speranza
-d’ogni altro soccorso, si pensò per l’odio che i cittadini d’Orvieto e
-di Viterbo gli portavano che un dì a furore di popolo sarebbe morto o
-dato preso al legato, e tosto gli sarebbe venuto fatto per la piccola
-forza che da se avea, e perchè gli Orvietani erano guelfi e uomini di
-santa Chiesa, e mal volontieri sosteneano l’assedio, per la qual cosa
-come uomo savio e avveduto de’ casi del mondo, non sapendo vedere altro
-rimedio a’ fatti suoi, si dispose a volere accordo col legato, e per
-questo acchetò gli animi de’ cittadini; e incontanente mandò al comune
-di Perugia che mandassono alcuno ambasciadore al legato, che per le
-loro mani voleva fare l’accordo con lui. Il comune vi mandò solenni
-ambasciadori a ciò fare, ma il legato altre volte ingannato da lui e
-da’ suoi baratti non li volle udire, e con ogni sollecitudine stringeva
-la terra più l’un dì che l’altro, e a niuno patto si voleva recare
-col prefetto. E stringendo la paura il prefetto, mandò il figliuolo
-al legato dicendo, che gli piacesse venire per la città, e ricevere
-il prefetto senza alcuno patto alla sua misericordia. L’altra mattina
-venne il legato colla sua gente a Orvieto, e il prefetto a piede con
-molti cittadini gli venne incontro fuori della città bene un miglio, e
-giunto a lui, si gittò a’ piedi del cavallo ginocchione domandandogli
-misericordia, rendendo se e tutte le terre che teneva di santa Chiesa
-alla sua volontà. Il legato il fece stare alquanto ginocchione, e
-poi gli comandò che montasse a cavallo, e montato dietro a lui se
-n’entrarono in Orvieto, ove il legato fu ricevuto con grande festa e
-allegrezza da’ cittadini. E appresso mandò il legato a Viterbo, e fugli
-renduta la città e le castella, e così tutte l’altre terre che tenea
-il prefetto, e il prefetto e ’l figliuolo rimasono appresso del legato
-col loro patrimonio, e oltre a ciò gli diè il legato per certo tempo la
-signoria della città di... terra di buona rendita per la pastura delle
-bestie.
-
-
-CAP. XI.
-
-_Come il popolo di Bologna si levò a romore per avere loro libertà, e
-fu in maggiore servaggio._
-
-Del mese di giugno del detto anno, messer Giovanni da Oleggio vicario
-di Bologna essendo assicurato de’ fatti della compagnia intendeva
-di riporre l’oste a Modena, e fece comandamento a due quartieri
-di Bologna che s’apparecchiassono dell’armi, e a mille uomini di
-catuno degli altri due quartieri, per andare nell’oste a Modena. I
-cittadini si gravavano di questo fatto per due cagioni, l’una, perchè
-parea loro troppo aspro servaggio essere mandati nell’oste a modo di
-soldati senza soldo, e l’altra, che que’ di Modena erano loro vicini
-e antichi amici. E però venuto il termine assegnato, il signore fece
-sollecitare la gente co’ suoi bandi e stormeggiare le campane, ma
-però niuno s’armava o facea vista di volere andare, e reiterati i
-bandi con grandi pene, cominciò il popolo a mormorare, e appresso a
-dolersi l’uno con l’altro nelle vie e nelle piazze. In questo stante
-cominciarono alcuni a gridare popolo popolo; e udito il romore catuno
-prese l’arme, e gran parte del popolo trasse a casa i Bianchi. Il
-dì era venuto da ricoverare loro franchigia: perchè sentendo messer
-Giovanni da Oleggio il popolo armato contro a se impaurì sì forte,
-che non sapea che si fare, e racchiusesi nel suo castello. I soldati
-forestieri non faceano resistenza al popolo armato e commosso, e gran
-parte avrebbe seguito il popolo per paura di loro; nondimeno per non
-essere morti nè rubati nella terra, si ridussono e ingrossavano alla
-fortezza del tiranno, essendo il popolo a casa i Bianchi. Messer Iacopo
-uomo di grande autorità, pro’ e ardito, capo di quella casa, montato a
-cavallo armato, e inviato verso la piazza col popolo, ove non avrebbe
-trovato contasto, che non v’era, e il popolo avrebbe preso ardire, e
-cacciato il tiranno, e assediatolo nel castello e presolo, che non
-v’era rimedio, e quella città tornava in libertà, ma non erano ancora
-puniti i loro peccati. E però avvenne, che andando messer Iacopo de’
-Bianchi col popolo infocato verso la piazza, il genero di messer Iacopo
-gli si fece incontro maliziosamente, ch’era de’ rientrati in Bologna,
-e amava il tiranno, e con mendaci parole gli mostrò, che l’andare alla
-piazza era di gran pericolo a lui e al popolo. Il cavaliere invilì
-dando fede alle parole del genero, e diè la volta, e tornossi a casa, e
-il popolo perdè e raffreddò il furore, e cominciò catuno ad abbandonare
-le vie e le piazze ov’erano ragunati per le vicinanze, e tornarsi
-alle proprie case. Il Bocca de’ Sabatini e altri di nuovo tornati
-in Bologna per paura de’ loro avversari cittadini presono l’armi, e
-montarono a cavallo e andarono al tiranno, dicendo, che ’l furore del
-popolo era tornato in paura, e che avendo le sue masnade a cavallo e a
-piè correrebbono la terra senza trovare contasto. Il tiranno vedendo
-questi cittadini prese ardire, e diè loro cavalieri e masnadieri, e
-rimasesi nel castello in buona guardia. Costoro corsono la terra,
-gridando, viva il capitano, e in niuna parte trovarono resistenza o
-contasto, ma vilissimamente i cittadini posono giù l’armi. Il signore
-ripreso l’ardire sentendo disarmato il popolo, mandò sue genti a casa
-i Bentivogli capo de’ beccari, ch’erano di gran podere nel popolo, e
-presine alquanti di loro fece rubare le case, e gli altri si fuggirono.
-Appresso mandò e fece pigliare messer Iacopo de’ Bianchi e un altro suo
-consorto, e molti altri grandi cittadini, e senza troppa dilazione o
-processi fece a messer Iacopo e al consorto tagliare la testa: e questo
-gli avvenne per voler credere al consiglio del genero più che alla sua
-apparecchiata salute e del suo popolo; appresso fece decapitare uno
-de’ Gozzadini valente uomo, e a più de’ Bentivogli e ad altri grandi
-popolani, che in tutto a questa volta furono trentadue, e molti ne
-ritenne in prigione, de’ quali parte ne condannò in danari, e un’altra
-a’ confini come a lui piacque. E avendosi cominciato a involgere nel
-cittadinesco sangue, divenne crudele e di maggiore furore contro a’
-suoi sudditi; onde i cittadini temeano sì forte, che non ardivano a
-pena nelle loro case a favellare. Nondimeno per lo caso avvenuto, a
-lui entrò tanta paura in corpo, che molti mesi stette rinchiuso nel
-castello, e continuava ad accrescere gente, e fare maggiore guardia
-nella città, e i cittadini tenea sotto più aspro giogo, come leggendo
-si potrà trovare.
-
-
-CAP. XII.
-
-_Come fu tolta l’arme al popolo di Bologna._
-
-Pochi dì appresso il tagliamento de’ cittadini di Bologna, il tiranno
-mandò per la città che in fra certi dì a venire catuno cittadino
-di Bologna portasse tutte le sue armi nella chiesa di san Piero, e
-rassegnassele agli uficiali che sopra ciò avea deputati, sotto certa
-pena a chi nol facesse: il vile popolo, che l’armi non avea saputo
-adoperare per sua salute, con tanta fretta le portò alla chiesa,
-che gli uficiali deputati a riceverle non poteano comportare la
-calca. E il tiranno conosciuti gli uomini tornati peggio che pecore
-per la loro codardia gli trattò aspramente, e fece due quartieri di
-Bologna costringere ad andare alle loro spese nell’oste senz’arme,
-e là dovessono stare quindici dì, tanto che gli altri due quartieri
-gli andassono a scambiare, e di presente fu ubbidito, andandovi ogni
-maniera di gente con le mazze in mano; e quando gli ebbe così mossi,
-mutò proposito temperando la crudeltà in avarizia, e fece ordine che
-chi non vi volesse andare pagasse lire tre di bolognini per gita di
-quindici dì; e costrinse tutta la città con certo ordine penale, che
-chi non osservasse catuno dovesse manicare pane di gabella, il quale
-facea fare aspro e forte, nè altro pane non s’osava fare nè cuocere
-nella terra, ond’egli traeva molti danari. E allora avendo tra di que’
-di Bologna e che gli mandò l’arcivescovo duemila cavalieri e popolo
-assai, da capo ripose l’assedio alla città di Modena, e i Modenesi
-essendo forniti di cavalieri e di pedoni alla guardia, e d’abbondanza
-di vittuaglia, si stavano a guardare le mura, attendendo il soccorso di
-quelli della lega.
-
-
-CAP. XIII.
-
-_Come il legato ebbe la città d’Agobbio._
-
-Di questo mese di giugno del detto anno, ragunatisi insieme gli
-usciti d’Agobbio con loro amistà per andare a guastare il contado
-d’Agobbio, richiesono il legato d’aiuto; il legato comandò loro che
-non si movessono senza suo comandamento, dicendo, che non sarebbe
-onore di santa Chiesa ch’egli assalisse prima la città ch’egli la
-trovasse in colpa di disubbidienza o di ribellione: e però incontanente
-fece formare processo contro a Giovanni di Cantuccio il quale
-tirannescamente avea occupata quella terra, e mandogli comandando
-che restituisse la città d’Agobbio a santa Chiesa senza dilazione,
-altrimenti aspettasse la sentenza contro a se, e l’oste sopra la
-città senza indugio. Giovanni sentendosi povero di danari, e senza
-gente d’arme da potersi difendere, e odiato da’ cittadini dentro, e
-senza speranza di soccorso di fuori, e vedendo il legato potente e
-vittorioso, prese partito, e rispose, ch’era apparecchiato a ubbidire,
-e così fece; e il legato mandò a prendere la guardia e la signoria
-della città il conte Carlo da Doadola, e fecevelo suo vicario, il quale
-con pace fu ricevuto nella città a grande onore. E presa la signoria
-della terra vi rimise gli usciti senza niuno scandalo, salvo messer
-Iacopo Gabbrielli come gli fu imposto, perocch’era grande e sentia del
-tiranno. Giovanni si presentò al legato, e rimase appresso di lui, e
-messer Iacopo ch’era suo nemico stando fuori d’Agobbio prendea sue
-civanze nelle rettorie, malcontento di non potere ritornare in Agobbio.
-La città fu riformata in libertà del popolo al governamento di santa
-Chiesa, come per antico si solea governare.
-
-
-CAP. XIV.
-
-_Come i Perugini non tennono fede a’ Fiorentini e’ Sanesi._
-
-Tornando nostra materia a’ fatti della compagnia di fra Moriale la
-quale avea vernato nella Marca, temendo i comuni di Toscana ch’ella
-non si stendesse sopra loro sprovveduti, s’accolsono insieme a
-parlamento per loro ambasciadori, il comune di Firenze, e di Perugia,
-e quello di Siena, e feciono e fermarono lega e compagnia contro la
-detta compagnia, e taglia di tremila cavalieri; e perocch’ell’era
-più vicina a Perugia, i Fiorentini mandarono la maggior parte de’
-cavalieri che toccava loro della taglia, e metteano in concio di
-mandare loro il rimanente, e così aveano fatto i Sanesi, per riparare
-ch’ella non entrasse in Toscana. In questo tempo, del mese di giugno
-del detto anno, la compagnia fu a Fuligno, e senza fare danno, ebbono
-dal vescovo che n’era signore derrata per danaio, e licenza d’entrare
-nella città senz’arme chi volea panni, o arnese o armadure comperare,
-e ivi si rifornirono d’armadure e di molte altre cose di che aveano
-grande bisogno. E stando ivi, mandarono cautamente per rompere la lega
-loro ambasciadori a Perugia, dicendo, che gli aveano per amici, e non
-intendeano di volere da loro se non vittuaglia derrata per danaio,
-e il passo per lo loro terreno. I Perugini vedendosi potere levare
-la compagnia da dosso senza loro danno, ruppono la fede della lega
-promessa a’ Fiorentini e a’ Sanesi, e senza significare loro alcuna
-cosa, o rimandare addietro i cavalieri a’ detti comuni ch’aveano
-della taglia, s’accordarono con la compagnia, e diedono il passo e la
-vittuaglia abbondantemente. Messer fra Moriale vedendosi avere rotta
-la lega de’ comuni, baldanzosamente venne verso Montepulciano con la
-sua compagnia, e prese la via per Asciano, ed entrò molto subitamente
-nel contado di Siena, predando e pigliando uomini e bestiame. I
-Sanesi vedendo la compagnia sul loro contado non attesono alla lega
-ch’avessono co’ Fiorentini, nè a domandare loro aiuto o consiglio, ma
-di presente elessono de’ loro cittadini ch’andassono a fra Moriale e
-agli altri maggiori della compagnia a prendere accordo con loro, i
-quali di presente promessono a’ caporali in segreto per le loro persone
-fiorini tremila d’oro, e in palese per la compagnia ne promisono
-tredicimila, e la vittuaglia derrata per danaio, e il passo per lo
-loro terreno. Questa è la fede che ora e molte altre volte il comune
-di Firenze ha trovata nelle leghe o compagnie c’ha fatto co’ suoi
-vicini, che trovando loro vantaggio lo s’hanno preso. E dolendosene
-poi il comune di Firenze a Perugia e a Siena, hanno risposto, che il
-comune di Firenze non dee guardare a’ loro difetti, ma avere senno
-e per se e per loro. Siamo contenti di ricordarlo qui e altrove per
-esempio di quello che ancora ne potrà avvenire. Fornito per lo comune
-di Siena il pane che domandarono, e dati de’ loro cittadini a conducere
-la compagnia, presa la via per Monte a san Savino, condussonli in sul
-contado d’Arezzo. E non trovando con gli Aretini modo d’avere danari,
-s’accordarono con loro d’avere panno e vestimento, e calzamenti e vino
-per li loro danari, perocchè n’aveano grande bisogno, e sicurarono
-il contado, e senz’arme entrarono nella terra per le dette cose; non
-riguardando però le biade de’ campi per li loro cavalli, nè l’altre
-cose che potessono giugnere, senza fare gualdane o saccomanno.
-
-
-CAP. XV.
-
-_Come procedettono i rettori di Firenze in questa sopravvenuta tempesta
-della compagnia di fra Moriale._
-
-In questo tempo si trovò fornito il comune di Firenze al priorato
-d’uomini senza sentimento di virtù, golosi e sopra ogni sconvenevolezza
-corrotti nel bere, e massimamente de’ nove i sei. Costoro disordinati
-in se, non sapeano provvedere al soccorso del comune; tuttavia per
-gli altri collegi fu provveduto in fretta di fare lega e compagnia
-co’ Pisani, per prendere riparo contro alla compagnia, e dovea il
-comune di Firenze avere in taglia milledugento cavalieri, e i Pisani
-ottocento. E fatta la lega, catuno avea quasi il novero de’ suoi
-cavalieri. La compagnia essendo ad Arezzo avea in animo d’andare al
-soldo in Lombardia, e per questa cagione mandarono alcuno ambasciadore
-al comune di Firenze per avere titolo d’essere in accordo col detto
-comune, e lieve cosa che ’l comune avesse dato loro sarebbono stati
-contenti per seguire loro viaggio: i priori indiscreti se ne feciono
-beffe, e però non provvidono come con tanto fatto richiedea. Ma
-i Valdarnesi per paura della ricolta, non ostante che ancora non
-fosse in perfetta maturità, s’affrettarono di levarla de’ campi e
-riducerla nelle castella; e la frontiera del Valdarno fu fornita di
-cavalieri e di fanti assai bene alla guardia. La compagnia vedendo
-che i Fiorentini per lieve cosa non si voleano accordare con loro,
-cambiarono proponimento, e vedendo che il Valdarno era provveduto
-contra loro, si tornarono a Siena. I Sanesi diedono loro da capo il
-pane, e il passo e la guida di loro cittadini, e in calen di luglio
-del detto anno l’ebbono condotta ne’ borghi di Staggia, e ivi si
-stesono fino alla Badia a Isola sopra l’Elsa. Là si trovarono settemila
-paglie di cavalieri, che cinquemila o più erano in arme cavalcanti,
-fra i quali avea grande quantità di conestabili e di gentili uomini
-diventati di pedoni bene montati e armati, con più di millecinquecento
-masnadieri italiani, e oltre a costoro più di ventimila ribaldi e
-femmine di mala condizione seguivano la compagnia per fare male, e
-pascersi della carogna. E nondimeno per l’ordine dato loro per fra
-Moriale grande aiuto e servigio n’avea, principalmente i cavalieri e’
-masnadieri, e appresso tutto l’esercito. Le femmine lavavano i panni
-e cocevano il pane, e avendo catuno le macinelle, che fatte avea loro
-fare di piccole pietre, catuno facea farina, e per questo l’oste si
-mantenea incredibilmente in abbondanza di farina e di pane, solo per la
-provvisione e ordine dato per fra Moriale.
-
-
-CAP. XVI.
-
-_Come si provvedde a Firenze contra la compagnia._
-
-Essendo la compagnia a Staggia, i Fiorentini richiesono i Pisani della
-taglia loro per la lega fatta, che doveano essere ottocento cavalieri,
-e mandarono un loro cittadino con un gran gonfalone con meno d’ottanta
-barbute; e richiesti ancora i Perugini e’ Sanesi di cavalieri della
-taglia, o almeno d’alcuna parte d’aiuto, catuno comune rispose ch’erano
-d’accordo con la compagnia, e non manderebbono gente d’arme contro a
-quella: e vedendosi il comune da tutti gli amici ingannato, e da non
-potere resistere alla compagnia, fece suoi ambasciadori e mandolli a
-Staggia alla compagnia per accordarsi e dare loro danari, ed eglino
-non entrassono sul contado di Firenze. Giunti gli ambasciadori a
-fra Moriale e al suo consiglio, furono ricevuti da loro senza avere
-risposta; e incontanente a dì 4 di luglio si misono in via, e senza
-arresto furono ne’ borghi di san Casciano, e correndo le contrade
-d’attorno, facendo preda e ardendo ove a loro piacea senza trovare
-contasto, e stettono fino a dì 10 del detto mese senza venire ad
-accordo; allora fatti doni a’ caporali di fiorini tremila d’oro,
-vennono a composizione di dare alla compagnia venticinquemila fiorini
-d’oro. Gli ambasciadori pisani, innanzi che la tempesta rompesse
-sopra loro, al detto luogo di san Casciano s’accordarono con loro di
-dare fiorini sedicimila d’oro, e a’ caporali feciono doni. E avuta la
-condotta da’ Fiorentini per la Val di Robbiana, condotti a Leona ebbono
-il pagamento de’ detti comuni, e fatta la promissione, e le cautele e
-il saramento di non tornare in sul contado di Firenze nè di Pisa infra
-due anni, se n’andarono alla Città di Castello, ove stettono tanto
-ch’ebbono quello che restava a dare loro messer Malatesta da Rimini
-capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, e partita tra loro la moneta,
-presono la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro al signore
-di Milano per centocinquantamila fiorini in quattro mesi. E rifermata
-e giurata da capo sotto i loro capitani s’avviarono in Lombardia, e
-fra Moriale con licenza degli altri caporali accomandò la compagnia al
-conte di Lando e fecenelo suo vicario, ed egli se n’andò a Perugia,
-per provvedere come alla tornata della compagnia e’ potesse in Italia
-maggior male aoperare, e da’ Perugini fu ricevuto onoratamente, e fatto
-cittadino di Perugia.
-
-
-CAP. XVII.
-
-_Come fu morto messer Lallo._
-
-Per larga sperienza di molti anni si vide, che messer Lallo
-dell’Aquila, uomo di piccola nazione, per sua industria prima cacciati
-gli avversari della città dopo la morte del re Ruberto tenne la
-signoria della terra come un dimestico popolare e compagnevole tiranno,
-e seppe sì piacevolmente conversare co’ suoi cittadini, che catuno il
-desiderava a signore, e al tutto aveano dimenticata la signoria reale,
-ma egli saviamente mantenea il titolo del capitanato della terra alla
-corona, facendovi venire cui egli volea, nondimeno ciò che occorreva
-di grave nella città tornava a ser Lallo. E non avendo il re podere
-nella città più che ser Lallo si volesse, per molti modi in diversi
-tempi cercò d’abbatterlo, e non gli venne fatto, e però cercò la via
-de’ beneficii, e fecelo conte di Montorio, e diegli terre in Abruzzi,
-ed e’ le si prese, e mostrò di volere fare dell’Aquila la volontà
-del re; ma con astuzia e senno dissimulando col re tenea l’Aquila
-continovamente al suo segno. E stando le cose in questi termini,
-messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi venne in Abruzzi, e
-ricettato nell’Aquila da messer Lallo con grande onore, dopo alquanti
-dì messer Filippo ragionò con messer Lallo, ch’egli farebbe rendere
-pace a’ figliuoli di messer Todino suoi nimici, i quali erano sbanditi
-dell’Aquila, e intendea fermare la pace con amore e con parentado,
-e con grande istanza il pregò che li dovesse ricevere nell’Aquila
-con buona pace. Messer Lallo sentendosi in grande amore co’ suoi
-cittadini, mostrò di poco temere i suoi avversari, e di volere servire
-messer Filippo accettando la pace e la loro tornata nell’Aquila.
-Messer Filippo semplicemente con alcuni suoi scudieri li facea venire
-in Aquila, ed essendo già presso alla città, il popolo si levò a
-romore, e prese l’arme gridando, viva il conte, e corsono alle porte e
-serraronle. Messer Filippo sentendo il romore temette di sè, ma messer
-Lallo fu subitamente a lui, confortandolo e scusando sè, che questo
-non era sua fattura ma del popolo, per tema ch’avea de’ figliuoli di
-messer Todino se rientrassono in Aquila. Messer Filippo turbato di
-questo baratto si mise in concio di partire, e la mattina vegnente fu
-in cammino. Messer Lallo accompagnandolo s’allungò dalla città tre
-miglia, offerendosi a messer Filippo e scusandosi del caso avvenuto; e
-volendosi tornare all’Aquila, e prendere congio da messer Filippo, per
-fargli la reverenza all’usanza reale scese del suo cavallo, e com’era
-ordinato, parlando messer Filippo con lui, e usando parole di minacce,
-uno scudiere il fedì d’uno stocco, e un altro appresso, e ivi a’ piè di
-messer Filippo fu morto messer Lallo per troppa confidanza, perdendo il
-senno e la malizia tanto tempo usata nel suo reggimento. Messer Filippo
-non s’arrestò per tema di quel popolo e del suo furore, ma senza alcuno
-soggiorno tornò a Napoli, e gli Aquilani feciono gran lamento della
-morte di messer Lallo, ma non essendovi il secondo, ritornarono senza
-contasto alla consueta signoria reale; e questo avvenne di giugno 1354.
-
-
-CAP. XVIII.
-
-_Come il re di Spagna cacciata la non vera moglie coronò la legittima._
-
-In questo tempo del detto anno, avendo il giovane re di Spagna per
-moglie la figliuola di messer Filippo di Borbona della casa di Francia,
-lasciandosi vincere e menare al disordinato appetito, avendola già
-tenuta un anno, corruppe il degno sagramento del matrimonio, e
-seguitando il modo de’ bestiali saracini con cui conversava, prese
-per sua moglie e sposò un’altra donna cui egli amava, nata della
-casa di Padiglia di Castella, chiamata Maria, con la quale si copulò
-con tanta disordinata concupiscenza carnale, che molte dissolute e
-sconce cose ne faceva, e la legittima moglie non volea vedere; la
-quale vedendosi a sconcio partito, prese segretamente sue damigelle e
-alquanti confidenti di sua famiglia, e senza saputa del re si tornò
-in Francia, richiamandosi al re, e al padre e agli altri baroni
-dell’ingiuria ricevuta dal suo marito; e udita in Francia la sconcia
-novella, il re e tutti i baroni se ne sdegnarono forte, e proposono
-d’andare in Spagna con forte braccio per gastigare il re della sua
-follia. I baroni di Spagna e le comuni a cui dispiacea questo fatto,
-sentendo le novelle di Francia, di concordia se n’andarono al re, e
-ripresonlo duramente d’avere per sua sconcia volontà d’una privata
-femmina fatta tanta vergogna alla casa di Francia e alla loro reina,
-dicendogli, che se non ammendasse il suo fallo, che sarebbono in aiuto
-al re di Francia per ricoverare il suo onore. Il giovane re riconobbe
-il suo fallo, e disposesi di presente a seguitare il loro consiglio; e
-alla non degna moglie, per appagare la legittima, le feciono tagliare
-i panni per lungo infino alla cintola a loro costuma, e con vergogna
-la mandarono via, e tornata la moglie, con gran festa feciono coronare
-lei e pacificare col re, e quella notte giacque con la reina Bianca sua
-moglie. Ma, o che fosse affatturato, o occupato nella mente del troppo
-peccato, la mattina per tempo le si levò da lato, e senza fare assapere
-altrui alcuna cosa cavalcò con piccola compagnia e andossene alla
-terra dov’era dama Maria di Padiglia, e d’allora innanzi non volle mai
-vedere la reina Bianca; e perch’ella non si partisse la fece mettere
-in Briscia suo forte castello, e ivi bene guardare, la quale per grave
-sdegno, o per dolore, o per malinconia, o per operazione del re, che ne
-fu sospetto, o per malizia naturale, innanzi tempo nella sua giovanezza
-finì sua vita, della quale il re ebbe più piacere che doglia, e
-vilmente la fece seppellire. Avvenne ancora, che vivendo la reina e
-dama Maria, il detto re Pietro, non senza sentimento della saracinesca
-consuetudine, innamorato d’una giovane donna vedova di Castella di
-grande lignaggio, la si prese a moglie; e quando con lei ebbe saziata
-sua sfrenata libidine, la cacciò via, e ritennesi alla sua dama Maria,
-della quale ebbe un figliuolo maschio e due femmine, e poi sopra
-parto si morì, poco appresso della reina, di cui il re si diè grave
-turbazione, e il corpo suo fece imbalsamare, e portare venticinque
-giornate di lungi da Sibilia alla sepoltura ch’ella s’avea eletta, e
-il re, e per amore del re i suoi baroni se ne vestirono a nero. Avemo
-raccolto qui il processo della moglie e dell’altre femmine del re, per
-non istendere in più parti del nostro trattato la vile materia.
-
-
-CAP. XIX.
-
-_Come i collegati di Lombardia condotta la compagnia mandarono
-all’imperadore._
-
-Il comune di Vinegia, e il signore di Verona, e quello di Padova, e
-quello di Mantova, e il marchese di Ferrara, collegati insieme contro
-l’arcivescovo di Milano, avendo condotta per quattro mesi la compagnia
-del conte di Lando, la quale era cinquemiladugento paghe, ma non
-avea oltre a tremilacinquecento cavalieri bene armati, la quale era
-partita dalla Città di Castello, e cavalcata sul contado di Bologna
-facendo danno, se n’andarono a Modena, dov’erano le bastite del
-signore di Milano, le quali non ebbono podere di levare, e lasciatovi
-l’assedio cavalcarono in sul Bresciano. I collegati vedendosi forniti
-di gente da potere campeggiare, mandarono ambasciadori, del mese di
-luglio del detto anno, all’eletto imperadore, con cui avevano fatto
-accordo per farlo valicare in Lombardia contro all’arcivescovo di
-Milano, e dove ricusasse la venuta, volevano essere liberi delle loro
-promesse. In questo tempo l’imperadore era in discordia col marchese
-di Brandimborgo, e catuno aveva accolto gente d’arme, e con l’eletto
-era il duca d’Osteric e molti cavalieri del re d’Ungheria, e credettesi
-si conducessono a battaglia: ma la questione avea lieve cagione di
-sdegno, sicchè tosto si recò a concordia, e l’eletto imperadore per
-l’animo ch’avea di valicare in Italia fu più abile alla pace, e ferma,
-catuna gente d’arme si tornò in suo paese; e senza sospetto de’ fatti
-d’Alamagna l’eletto si tornò in Boemia, e deliberò per lo modo che a
-lui piacque di valicare in Lombardia, e con seco ritenne parte degli
-ambasciadori della lega infino al suo movimento.
-
-
-CAP. XX.
-
-_Come i Bordoni furono cacciati di Firenze, e sbanditi per ribelli._
-
-Era avvenuto del mese di Luglio del detto anno in Firenze, che essendo
-la compagnia di fra Moriale a Sancasciano, i Bordoni, de’ quali era
-capo messer Gherardo di quella casa, tenendosi essere ingannati da’
-Mangioni e da’ Beccanugi loro vicini per lo dicollamento di Bordone
-loro consorto, e vedendo la città sotto l’arme e in gelosia, con
-loro gente accolta cominciarono prima con parole e poi con l’arme
-ad assalire i Mangioni; e rimettendoli per forza nelle case, in
-quell’assalto la moglie d’Andrea di Lippozzo de’ Mangioni ebbe d’una
-lancia sopra il ciglio, ond’ella si morì poco appresso. A quello romore
-corse d’ogni parte il popolo armato, e i priori vi mandarono la loro
-famiglia, e feciono acquetare la zuffa. Poi partita la compagnia, e
-ritornata la città al primo governamento, parendo al comune il fallo
-essere grave in così fatto tempo contro alla repubblica, fu commesso
-all’esecutore degli ordini della giustizia che ne facesse inquisizione,
-e punisse i colpevoli; i Beccanugi e’ Mangioni andarono dinanzi e
-scusaronsi, e furono prosciolti e lasciati, e i Bordoni rimasono
-contumaci; e a dì 2 d’agosto, nel detto anno, messer Gherardo con
-quattro suoi consorti e con dodici loro seguaci furono condannati, per
-avere turbato il buono e pacifico stato del comune di Firenze e per
-l’omicidio, tutti nell’avere e nelle persone, e uscironsi di Firenze, e
-i loro beni furono guasti e messi tra i beni de’ rubelli.
-
-
-CAP. XXI.
-
-_Come il re d’Araona venne con grande armata a racquistare Sardegna._
-
-Il re d’Araona, che l’anno dinanzi avea perduta tutta la Sardegna
-salvo che Castello di Castro, come addietro fu narrato, fatta sua
-armata di centosessanta tra galee e uscieri, cocche e navi armate, con
-grande cavalleria di suoi Catalani e molti mugaveri a piede, del mese
-di luglio del detto anno arrivò in Calleri, che altro non v’aveva,
-e lasciato ivi il navilio grosso, e messi in terra i cavalieri e i
-mugaveri, fece scorrere il paese e predare dovunque si stendeva, e con
-le galee sottili per mare e i cavalieri per terra s’addirizzò alla
-Loiera, nella quale aveva balestrieri genovesi, e masnadieri toscani
-e lombardi, che il vicario dell’arcivescovo signore di Genova v’avea
-mandati alla guardia, che francamente la difendevano e guardavano; e
-continuandovi l’assedio, nondimeno per mare con le galee, e per terra
-con la gente d’arme, faceano guerra all’altre terre e castella che
-ubbidivano al giudice d’Alborea, e il giudice fornito de’ suoi Sardi
-e di cavalieri condotti di Toscana si difendea francamente per modo,
-che delle sue terre non gli lasciava alcuna acquistare: e aveva in
-suo aiuto l’aria sardesca e ’l tempo della fervida state, che molto
-abbattea i Catalani di malattie e di morte; non ostante ciò, il re
-animoso mantenea l’assedio stretto, e facea tormentare molto i suoi
-avversari; e bench’egli sapesse che i Genovesi suoi nimici avessono
-armate trentadue galee, non se ne curava, perchè sapeva che i Veneziani
-suoi amici contro a loro n’aveano armate trentacinque: e ancora gli
-rendea molta fidanza la fresca vittoria ch’aveva avuta in quel luogo
-co’ Veneziani insieme sopra i Genovesi, e però intendea coraggiosamente
-a fare la sua guerra per terra e per mare. Lasceremo ora l’intrigata
-guerra di Sardegna che il tempo vegna della sua fine, e seguiremo altre
-novità che prima ci occorrono a raccontare.
-
-
-CAP. XXII.
-
-_Come i Genovesi feciono armata contro a’ Veneziani e’ Catalani._
-
-Avendo sentito i Genovesi l’armata de’ Catalani, e che i Veneziani
-armavano, avvegnachè per la sconfitta l’anno dinanzi ricevuta alla
-Loiera molto fossono infieboliti, presono cuore da sdegno per non
-dare la baldanza del mare al tutto al loro nimico, e però con aiuto
-di moneta che procacciarono dall’arcivescovo loro signore armarono
-trentatrè galee sottili, della migliore gente che rimasa fosse in
-Genova e nella riviera, e fecionne ammiraglio messer Paganino Doria,
-il quale altra volta avea avuto vittoria sopra i Catalani e’ Veneziani
-in Romania. Costui sentendo che i Veneziani erano usciti del golfo con
-trentacinque galee armate, mandò tre galee più sottili, e bene reggenti
-e armate nel golfo di Vinegia, le quali improvviso a’ paesani giunsono
-a Parezzo, e misono in terra; e trovando i terrazzani sprovveduti
-e smarriti per lo subito assalto, s’entrarono nella terra, e senza
-trovare contasto rubarono e arsono gran parte della città. Ed essendo
-nel porto tre grossi navilii de’ Veneziani carichi di grande avere, gli
-presono e rubarono, e ricolti a galee carichi di preda de’ loro nemici,
-con grande vergogna de’ Veneziani tornarono sani e salvi alla loro
-armata; la quale avendo lingua de’ Veneziani, prese la via di Romania
-per abboccarsi con loro a battaglia, se fortuna il concedesse. L’armate
-cavalcano il mare, e innanzi che insieme si ritrovino ci occorrono
-altre non piccole cose.
-
-
-CAP. XXIII.
-
-_Come il tribuno di Roma fece tagliare la testa a fra Moriale._
-
-Avvegnachè addietro detto sia dell’operazioni di fra Moriale innanzi
-ch’egli facesse la grande compagnia, e poi quanto male aoperò con
-quella, sopravvenendo il termine della sua morte, ci dà materia di
-raccontare la cagione, com’egli essendo semplice friere condusse tanti
-baroni, e conestabili e cavalieri a collegarsi sotto il suo reggimento
-in compagnia di predoni. Costui fu in Italia lungo tempo soldato
-franco cavaliere, e atto singolarmente a ogni fatica cavalleresca, e
-molto avvisato in fatti d’arme, il quale considerò che tutte le terre
-e’ signori d’Italia facevano le loro guerre con soldati forestieri,
-e i paesani poco compariano in arme, e parve a lui che accogliendosi
-i conestabili per via di compagnia, e partecipando con loro che
-rimanevano al soldo, che in niuna parte troverebbono contasto in
-campo: e avendo questo verisimile messo nel capo a molti conestabili,
-l’uno smovea l’altro, e traevano gente di catuna bandiera che rimaneva
-al soldo; e con quest’ordine, essendo in loro libertà, si pensavano
-sottoporre e fare tributaria tutta Italia, e pensavano, se alcuna buona
-città venisse loro presa, che per forza tutte l’altre converrebbe
-che sostenessono il giogo; e sotto questo segreto consiglio tutti i
-conestabili delle masnade tedesche, e’ Borgognoni e altri oltramontani
-promisono e giurarono da capo la compagnia e ubbidienza a messer fra
-Moriale, e per passare il verno all’altrui spese presono il soldo della
-lega de’ Lombardi, e messer fra Moriale, sotto titolo di mostrare
-d’avere a ordinare suoi propri fatti, rimase in Toscana: ma nel segreto
-fu, che provvederebbe del luogo dove dovessono tornare al primo tempo.
-Costui baldanzoso con poca compagnia, come detto abbiamo, se n’andò a
-Perugia, e di là mandò i fratelli con certe masnade di suoi cavalieri
-al tribuno, ch’era di nuovo ritornato in Roma, per atarlo; essendo
-stato prima cacciato da’ Romani e tenuto in esilio, e’ fu prigione
-dell’eletto imperadore lungo tempo, e poi per lo male stato de’
-Romani di volontà del papa e del popolo fu richiamato; e rendutagli
-la signoria, con più baldanza che di prima, non ostante che predetto
-gli fosse, o per revelazione di spirito immondo o per altro modo, che
-a romore di popolo sarebbe morto, e’ faceva rigida e aspra signoria,
-e reprimendo la baldanza de’ principi di Roma, onde fu opinione di
-molti che i Colonnesi s’intendessono contro a lui con fra Moriale per
-abbatterlo della signoria del tribunato: ma come che si fosse, poco
-appresso la mandata de’ fratelli fra Moriale andò a Roma, e il tribuno
-il fece chiamare a sè, ed egli senza alcuno sospetto andò a lui; e
-giuntogli innanzi, senza altro parlamento il tribuno gli mise in mano
-un processo di tradimento che fare dovea contro a lui, e come pubblico
-principe di ladroni, il quale aveva assalite le città della Marca e di
-Romagna, e la città di Firenze, di Siena e d’Arezzo in Toscana; e fatte
-arsioni, e violenze e ruberie senza cagione in catuna parte, e molte
-uccisioni d’uomini innocenti, delle quali cose disse che di presente
-si scusasse. E non avendo scusa contro alla verità del libello, senza
-voler più attendere, a dì 29 d’agosto del detto anno gli fece levare la
-testa dall’imbusto: e così finì il malvagio friere, cagione di molto
-male passato e di maggiore avvenire, per l’aoperazione della maladetta
-compagnia; per la qual cosa s’aggiugnerebbe memoria degna di gran
-lodi al tribuno se per movimento di chiara giustizia l’avesse fatto,
-ma perocchè egli prese i fratelli, e’ beni di fra Moriale e’ loro e
-pubblicolli a sè, parve che d’ingratitudine de’ servigi ricevuti e
-d’avarizia maculasse la sua fama: e abbianne più detto che forse non
-si conveniva, ma per lo malo esempio dato a’ soldati, e per la giusta
-vendetta della sua morte, ne crediamo avere alcuna scusa.
-
-
-CAP. XXIV.
-
-_D’una sformata grandine venuta a Mompelieri, e della scurazione del
-sole._
-
-A dì 12 di settembre 1354 cadde sopra Mompelieri e nelle circustanze
-una grandine sformata di grossezza di più d’una comune melarancia, e
-fece a’ frutti e agli uomini gravissimi danni, e le bestie che trovò
-ne’ campi alla scoperta uccise, e guastò molto le copriture delle
-case. E poi, a dì 17 del detto mese, fu scurazione del sole, e durò a
-Firenze una terza ora, coperto nella maggiore parte il corpo solare. Di
-sua influenza poco potemmo vedere e comprendere, salvo che asciutto e
-freddo seguitò tutto il verno singolarmente.
-
-
-CAP. XXV.
-
-_Come morì l’arcivescovo di Milano._
-
-Messer Giovanni de’ Visconti arcivescovo di Milano potentissimo
-tiranno in Italia, avendo dilatata la fama della sua potenza in grande
-altezza, e vivuto al mondo lungo tempo in dissoluta vita secondo
-prelato, vedendosi avere vinta sua punga, e soperchiata nel temporale
-la Chiesa di Roma, e riconciliatosi a quella co’ suoi sformati doni,
-e che tutta Italia il temeva, e l’eletto imperadore non avea ardire,
-eziandio sollecitato dalla forza e’ danari della lega di Lombardia,
-pigliare arme contro a lui, vaneggiante nel colmo della sua gloria,
-uno venerdì sera, a dì 3 d’ottobre 1354, gli apparve nella fronte
-sopra il ciglio un piccolo carbonchiello, del quale poco si curava,
-e il sabato sera a dì 4 del detto mese il fece tagliare, e come fu
-tagliato, cadde morto l’arcivescovo senza potere fare testamento, o
-alcuna provvisione dell’anima sua o della successione de’ suoi nipoti
-nella signoria; i quali feciono al corpo solenne esequie, e senza
-questione con molta concordia si ristrinsono insieme, facendo grande
-onore l’uno all’altro; per la qual cosa i Milanesi e tutti i loro
-sudditi stettono in obbedienza de’ nuovi signori, tanto che poi con
-nuova suggezione di tutti i popoli si feciono dichiarare signori, come
-appresso racconteremo, rendendo prima il nostro debito alla sprovveduta
-e violente morte del tribuno di Roma, e allo strano avvenimento
-dell’eletto imperadore in Italia.
-
-
-CAP. XXVI.
-
-_Come il tribuno di Roma fu morto a furia di popolo._
-
-Il primo tribuno romano dopo la sua cacciata tornato in Roma con comune
-assentimento dell’incostante popolo, e ordinati statuti a franchigia e
-a fortificagione del popolo, e certe entrate al comune per fortificare
-la signoria, procacciava di fornirsi di cavalieri e di masnadieri di
-soldo, per potere meglio raffrenare i potenti cittadini, i quali sapea
-ch’erano contro al suo tribunato: e come uomo ch’avea grande animo,
-credeva col favore del fallace popolo fare gran cose, e cominciato
-avea, ma non bene, perocchè essendo in Roma uno valente e savio uomo
-Pandolfo de’ Pandolfucci antico cittadino, e di grande autorità nel
-cospetto del popolo, e temendo il tribuno di lui, solo perchè gli
-pareva atto a potere muovere il popolo per la sua autorità e per la
-sua eloquenza, tirannescamente e senza colpa il fece decapitare;
-e per questo, e per la morte di fra Moriale, i principi di Roma,
-massimamente i Colonnesi e’ Savelli, temeano forte, e procacciavano
-di farlo cacciare o morire. E sparta già l’infamia della morte di
-Pandolfo tra il popolo, fu più leggiere a’ Colonnesi e a Luca Savelli
-venire alla loro intenzione, e con lieve movimento alquanti amici de’
-Colonnesi e’ Savelli della riva del Tevere, a loro stanza cominciarono
-a levare romore contro il tribuno e corsono all’arme; e con l’aiuto
-de’ Colonnesi e de’ Savelli, e di certi Romani offesi per la morte di
-Pandolfo, dimenticando la franchigia del popolo, a dì 8 d’ottobre del
-detto anno in su la nona corsono al Campidoglio, dicendo, muoia il
-tribuno. Il tribuno sprovveduto di questo subito e non pensato furore
-del popolo francamente provvide come necessità l’ammaestrava, e di
-presente s’armò e prese il gonfalone del popolo, e con esso in mano si
-fece alle finestre, e trattolo fuori, cominciò a gridare ad alta voce,
-viva il popolo, pensando che il popolo dovesse trarre al suo aiuto:
-ma trovossi ingannato, che il popolo il saettava, e gridava la sua
-morte: e avendo egli sostenuto con parole e con difesa l’assalto fino
-al vespero, e vedendo il popolo più acerbo e più infocato contro a sè
-da sezzo che da prima, e che soccorso da niuna parte aspettava, pensò
-di campare per ingegno; e tramutato l’abito suo in abito di ribaldo,
-fece aprire le porte del palagio alla sua famiglia al popolo perchè
-intendesse a rubare, come solea essere loro usanza; e mostrandosi nella
-ruberia come uno di loro, avea preso un fascio d’una materassa con
-altri panni dal letto, e scendendo la prima e la seconda scala senza
-essere conosciuto, dicea agli altri, su a rubare, che v’ha roba assai;
-ed era già quasi al sommo di scampare la morte, quando uno cui egli
-avea offeso così col fascio in collo il conobbe, e gridando, questi è
-il tribuno, il fedì: e l’uno dopo l’altro trattolo fuori dell’uscio
-del palazzo tutto lo stamparono co’ ferri, e tagliarongli le mani
-e sventraronlo, e misongli un capestro al collo e tranaronlo fino
-a casa i Colonnesi; e fatto quivi uno paio di forche v’appiccarono
-lo sventurato corpo, ove più dì il tennero appeso senza sepoltura.
-E questa fu la fine del tribuno, dal quale il popolo romano sperava
-potere riprendere sua libertà.
-
-
-CAP. XXVII.
-
-_Come l’imperadore Carlo venne in Lombardia._
-
-Messer Carlo di Luzimborgo re di Boemia e re de’ Romani, eletto
-imperadore, avendo accettata la profferta del comune di Vinegia, e
-del Gran Cane di Verona, e degli altri allegati di Lombardia contro
-all’arcivescovo di Milano, considerò che per la sua non grande facoltà
-d’avere e di potenza il fascio di cotanta impresa gli era troppo
-grave, e avvisossi con grande discrezione, che a volere venire in
-Italia per la corona del ferro, e appresso per l’imperiale, che gli
-convenia per forza vincere i signori, e le città, e’ popoli d’Italia
-che gli fossono avversi, o con senno o con amore recare a sè gli animi
-loro: ricordandosi che l’imperadore Arrigo suo avolo, avendo seco
-tutto il favore de’ ghibellini, e mosso con più di diecimila cavalieri
-tedeschi gente eletta, guidata da grandi baroni e nobili cavalieri,
-credendosi per forza sottomettere parte guelfa in Italia avendo seco
-tutta la forza de’ ghibellini, passò in Italia; e non potuto per sua
-forza domare gli avversari nè avere la corona, com’è la costuma,
-nella basilica di san Pietro, e consumate le sue forze senza essere
-ubbidito, rendè a Buonconvento il debito della carne alla terra, e
-l’anima a Dio. Per lo cui esempio l’avvisato eletto Carlo imperadore
-abbandonato ogni pensiero di sua potenza, e di quella che promesso
-gli era, fidanza prese nel suo temperato proponimento; e non volendo
-a’ collegati negare la promessa della sua venuta, nè mostrare che
-contro a’ signori di Milano si movesse, veduto il tempo atto al suo
-proponimento, mosse d’Alamagna con trecento cavalieri in sua compagnia
-venendo in Aquilea; e giunto a Udine, a dì 14 d’ottobre del detto anno,
-s’accompagnò il patriarca suo fratello con poca gente senz’arme, e
-cavalcando a buone giornate giunsono in Padova a dì 4 di novembre, ove
-fu ricevuto a grande onore; e fatti alquanti cavalieri de’ signori e
-di loro prossimani della casa da Carrara, e lasciati i signori suoi
-vicarii nella signoria della città, a dì 7 di novembre prese suo
-cammino: e temendosi messer Gran Cane che non entrasse in Vicenza nè
-in Verona il fece con lieve onore conducere per lo contado alla città
-di Mantova, e ivi ricevuto come signore, prese a fare suo dimoro per
-trattare se tra i Lombardi potesse mettere accordo, e ivi attendea s’e’
-comuni e’ popoli e’ signori di Toscana gli mandassono ambasciadori per
-potersi meglio provvedere alla sua coronazione. Lasceremo ora alquanto
-questa materia, tanto che alcuna cosa degna di memoria occorra di ciò
-al nostro proponimento, e diremo dell’altre che prima addomandano il
-debito alla nostra penna.
-
-
-CAP. XXVIII.
-
-_Come i tre fratelli de’ Visconti di Milano furono fatti signori, e
-loro divise._
-
-Tornando a’ fatti de’ Visconti di Milano, dopo la morte
-dell’arcivescovo messer Maffiolo, e messer Bernabò, e messer Galeazzo,
-figliuoli che furono di messer Stefano nipote dell’arcivescovo, essendo
-forniti di molti cavalieri e masnadieri per difendersi e abbattere
-giusto loro podere la forza degli altri Lombardi collegati contro a
-loro, e da resistere all’imperadore se muover si volesse contro a
-loro, stare facevano tutte le loro città e castella in buona guardia
-e sollecita; ed essendo tutti e tre in Milano, si feciono eleggere
-signori indifferentemente a dì 12 d’ottobre, e appresso si feciono
-fare a tutte le città del loro distretto il simigliante; ed essendo da
-tutti confermati nella signoria, si partirono tra loro il reggimento
-in questo modo: che Milano fosse comune a tutti, e dell’altre città
-feciono di concordia tre parti, salvo la città di Genova, che vollono
-che rimanesse comune in fra loro come Milano, e gittarono le sorte, per
-le quali a messer Maffiolo, ch’era il maggiore, toccò Parma, Piacenza,
-Bologna, e Lodi: a messer Bernabò Cremona, Brescia, e Bergamo: e a
-messer Galeazzo Como, Novara, Vercelli, Asti, Tortona, e Alessandria,
-con tre altre terre di Piemonte; e nondimeno a comune ne’ cominciamenti
-manteneano la spesa de’ soldati, e molto onorava l’uno l’altro, e di
-gran concordia faceano le loro imprese. A messer Maffiolo, perch’era
-di più tempo e di minor virtù, rendeano onore di metterlo innanzi ne’
-titoli e ne’ consigli. I fatti della cavalleria e dell’arme erano
-contenti che guidasse messer Bernabò che n’era più sperto, e messer
-Galeazzo ne prendea alcuna volta parte come a lui piacea. Essendo
-questi signori di Milano così ordinati tra loro, sopravvenuto l’eletto
-imperadore in Mantova, stavano apparecchiati in loro senza fare altro
-movimento di guerra contra a’ loro avversari, e gli allegati anche
-stavano a vedere che l’imperadore facesse senza muovere la loro gente a
-far guerra.
-
-
-CAP. XXIX.
-
-_Come l’imperadore stando a Mantova trattava la pace de’ Lombardi._
-
-L’imperatore avendosi avvisatamente condotto in Lombardia di verno,
-e sapendo la gran forza di gente ch’aveano i signori di Milano, e la
-potenza del loro tesoro e delle loro entrate, fece venire a se in
-Mantova gli ambasciadori del comune di Vinegia e di tutti i signori
-collegati, e con loro insieme vide che la sua forza e la loro in que’
-tempi non era sufficiente a tanto fatto quanto volevano imprendere.
-Ancora considerò che stando egli a Mantova niuno signore o comune
-d’Italia, salvo che i collegati, era venuto o avea mandato a lui
-contro a’ signori di Milano, e però gli parve che le cose fossono
-assai bene disposte al suo proponimento col quale s’era messo a farsi
-trattatore di pace, per accattare da ogni parte benevolenza, e non
-prendere nimicizia con alcuno, e però cominciò a trattare della pace; e
-parendogli che catuno si disponesse a volerla, acciocchè quelli della
-lega non portassono la gravezza del soldo della gran compagnia, la
-fece licenziare a dì 8 di novembre, e quelli della compagnia ne furono
-contenti: ed essendo in sul Bresciano, parte ne condussono i signori
-di Milano, e parte la lega, e il rimanente si ritenne in compagnia col
-conte di Lando. L’imperadore seguiva con sellecitudine che la pace si
-facesse, e in lungo processo di trattato più volte corse la voce che la
-pace era fatta. Ma nascendo ora dall’una parte ora dall’altra cagione
-di tirare, la pace non veniva a perfezione, e in questo soprastare,
-vennono accidenti che non la lasciarono venire a perfezione, i quali
-diviseremo nel tempo ch’avvennono secondo l’ordine del nostro trattato.
-
-
-CAP. XXX.
-
-_Come furono presi i legni ch’andavano a Palermo._
-
-Del mese d’ottobre del detto anno, il re Luigi sentendo la città di
-Palermo in gran bisogno di vittuaglia e di gente d’arme per la difesa
-contro a’ nimici, fece armare tre galee, e uno panfano, e dodici
-legnetti e una nave, e tutte le fece caricare di grano e d’altra
-vittuaglia, e fece ammiraglio il conte di Bellante Potarzio d’Ischia,
-e comandogli che le conducesse in Palermo; ed essendo nel mare di
-Calabria si vidono contra galee di Messinesi, che stavano alla guardia
-per procacciare di vittuaglia, di che aveano gran bisogno, le quali
-vedendo quelle del Regno con legni armati, e conoscendo la loro poca
-virtù, s’addirizzarono verso loro. Il conte vedendole venire, come
-codardo non prese alcuna difesa, ma la sua propria galea abbandonò
-perch’avea del grano in corpo, e montato su un legno armato, innanzi
-che i nemici s’appressassono si fuggì. Le galee de’ Messinesi giugnendo
-a quelle del Regno le trovaron senza capitano e senza difesa, e però
-le si presono col carico e colla gente, e con gran festa e gazzarra
-questa utile preda al bisogno della loro città misono in Messina, ove
-furono ricevuti a grande onore, più per loro bisogno che per la piccola
-vittoria.
-
-
-CAP. XXXI.
-
-_Come si cominciò guerra in Puglia tra loro._
-
-Messer Luigi di Durazzo cugino carnale del re Luigi, vedendo che
-il detto re avea dato al prenze di Taranto e a messer Filippo suoi
-fratelli carnali grandi baronaggi in Puglia e nel Regno, nè a lui
-nè a messer Ruberto non avea data nulla cosa, con giusto sdegno,
-vedendosi in povero stato, si tenea dal re e dalla reina malcontento:
-e il conte di Minerbino tenendosi anche male del re e della reina
-s’accostò con messer Luigi, e propuosono di volere fare guerra nel
-paese di Puglia. Per questa tema il re e la reina andarono in Puglia
-cercando riconciliarli con parole, e mandaronli pregando che venissono
-a loro; e consigliati insieme, ordinarono che il conte v’andasse,
-avendo prima per sua sicurtà per stadichi il vescovo di Bari e messer
-Giannotto dello Stendardo in Minerbino, e così fu fatto. E stando col
-re e con la reina non si trovò modo d’accordo, nè che messer Luigi si
-volesse assicurare di andare a loro. In questo stante, gente d’arme
-acconcia a far male percossono alla strada, e presono settanta muli
-che tornavano da Barletta con poca roba, e menargli via in vergogna
-della corona, essendo la persona del re nel paese. E tornandosi il re
-e la reina a Napoli, messer Luigi e il Paladino presono ardire di più
-aperta rubellione, e accolsono gente d’arme, e correano per lo paese.
-Ma sentendosi di piccola possanza, entrarono in trattato col conte
-di Lando, che dovesse conducere la compagnia nel Regno. Soprastaremo
-alquanto al presente a questa materia, parandocisi innanzi più notevole
-avvenimento di grave fortuna.
-
-
-CAP. XXXII.
-
-_Come i Genovesi sconfissono i Veneziani a Portolungo in Romania._
-
-Avendo la non domata rabbia del comune di Genova e di quello di Vinegia
-condotto le loro armate in Romania, essendo messer Paganino Doria di
-trentatre galee genovesi ammiraglio, e messer Niccolò da ca Pisani
-ammiraglio di trentacinque galee de’ Veneziani, e tre panfani e un
-legno armato, e venti tra saettie e barche, e cinque navi di carico
-tutte armate e incastellate, e navicando l’una armata e l’altra per
-lo mare di Romania a fine d’abboccarsi insieme, non vi si poterono
-trovare: l’ammiraglio de’ Veneziani con tutte le galee e gli altri
-navilii della sua armata si ridusse nel porto di Sapienza nella Romania
-bassa, e ivi s’ordinò, avendo lingua de’ suoi nemici ch’erano nel mare
-di Romania, in questo modo: che le navi mise nella bocca del porto
-incatenate insieme, e con esse venti galee alla guardia, e molto le
-fece bene armare e acconciare alla difesa della bocca del porto, e con
-queste rimase il loro ammiraglio; l’altre quindici galee co’ legni
-armati e con le saettie accomandò a uno da ca Morosini di Vinegia, e
-misele dentro nel Portolungo, acciocchè stessono più salve, e potessono
-contastare a’ nemici dinanzi e l’ammiraglio di dietro, se caso venisse
-che l’armata de’ Genovesi si mettesse nel porto. L’ammiraglio de’
-Genovesi avendo in Romania sentito lingua dell’armata de’ Veneziani, e
-com’erano più galee e assai legni di carico incastellati più di loro,
-e che fatto aveano la via di Portolungo di Sapienza nella Romania
-bassa, come uomo di gran cuore e ardire, avvilendo i suoi nemici che
-non aveano cercato d’abboccarsi con lui, ma piuttosto fatto vista di
-schifarlo, di presente s’addirizzò con la sua armata verso il porto
-di Sapienza per richiedere i Veneziani di battaglia; e come giunto fu
-sopra il porto di Sapienza, vide come i Veneziani co’ loro navilii
-incastellati e incatenati e con le galee s’erano afforzati alla bocca
-del porto, e parvegli segno che non volessono combattere; nondimeno per
-mostrarsi a’ nemici senza paura, non credendosi venire a battaglia,
-stando aringati sopra il porto, mandò a richiedere l’ammiraglio de’
-Veneziani di battaglia, dicendo, come l’attendea fuori del porto, per
-porre fine a’ travagli e alle tribulazioni che gli altri navicanti e
-tutto il mare portava della loro guerra. L’ammiraglio de’ Veneziani
-rispose, ch’era in casa sua, e non intendea combattere a richiesta
-de’ suoi nemici, ma quando a lui paresse prenderebbe la battaglia.
-I Genovesi più inanimati, veggendo ricusavano la battaglia, da capo
-la dimandarono, vituperando i loro avversari, sonando e risonando
-trombe e nacchere, e vedendo che niuno segno si facea pe’ Veneziani di
-muoversi, ad alcuno atto, presono un folle ardimento, se i Veneziani
-avessono aoperato come poteano l’armi, perocchè Giovanni Doria nipote
-dell’ammiraglio mattamente si mise con una galea ad entrare nel porto,
-e appresso di lui il figliuolo dell’ammiraglio con la sua, entrando
-sotto la guardia delle navi e delle galee. I Veneziani vedendoli
-entrare, follemente li lasciarono entrare, sperando rinchiuderli nel
-porto e averli tutti a man salva; e così senza contasto per atare i
-giovani che s’erano messi a quello pericolo v’entrarono tredici galee
-di Genovesi l’una dopo l’altra, senza essere impedite o combattute
-dall’ammiraglio o dalla sua armata ch’era alla guardia della bocca
-del porto; e trovandosi nel porto, si dirizzarono con ordine e con
-grande ardimento a combattere le quindici galee de’ Veneziani e’ legni
-armati ch’erano nel porto, le quali aveano le prode a terra per loro
-agiamento, ed erano più atte alla difesa. I Genovesi l’assalirono con
-aspra battaglia, ma quale che fosse la cagione, o per sdegno preso
-contro all’ammiraglio che non avea impedito la loro entrata, e non
-s’era mosso alla loro difesa, o per molta codardia, a quel punto
-feciono piccola difesa, e però nel primo assalto furono assai de’
-Veneziani fediti e morti: e pignendo i Genovesi, con piccola resistenza
-de’ loro avversari montarono in sulle galee, e in poca d’ora tutti gli
-ebbono presi e sbarattati, ne’ quali molti più annegarono gittandosi
-in mare per fuggire, che quelli che morirono di ferro. Avendo queste
-tredici galee avuta piena vittoria delle quindici del porto, feciono
-segno al loro ammiraglio e all’altre galee ch’erano fuori del porto
-della loro vittoria, le quali con grande baldanza e ardire si misono
-innanzi, per volere combattere le venti galee e le navi ch’erano
-alla guardia della bocca del porto, e le tredici vittoriose vennono
-dall’altra parte, avendo due corpi di galee veneziane affocate per
-metterle loro addosso. Strignendosi d’ogni parte la battaglia,
-l’ammiraglio veneziano ingannato per molta viltà del primo suo avviso,
-e sbigottito delle quindici galee perdute, e della battaglia che d’ogni
-parte si vedea apparecchiare, s’arrendè alla misericordia de’ Genovesi,
-e da quel punto innanzi più non v’ebbe morto o fedito alcuno Veneziano;
-tutti furono prigioni, perocchè in porto e tutto in mare di lungi dalla
-terra ferma niuno dell’armata de’ Veneziani campò che non fosse preso
-o morto, e i prigioni furono per novero cinquemilaottocentosettanta,
-i quali con tutte le galee, e altri legni e navilii, con grande
-vittoria quasi senza loro danno menarono a Genova, lasciati nel porto
-e nella marina di Sapienza quattromila o più corpi di Veneziani morti
-e annegati in quella battaglia, la quale fu a dì 3 di novembre 1354.
-Della quale vittoria i Genovesi ripresono cuore e ardire di loro stato,
-e i Veneziani molto ne dibassarono; e questo fece la mala provvedenza
-del loro ammiraglio, che avendo guardata la bocca del porto come potea,
-le galee de’ Genovesi non v’entravano, e l’entrate se l’avesse volute
-combattere di dietro con parte delle sue galee, come poteva, avrebbe
-vinti i Genovesi, come i Genovesi vinsono lui. Ma la guerra è di questa
-natura, che commesso il fallo seguita la penitenza senza rimedio le più
-volte.
-
-
-CAP. XXXIII.
-
-_Come Gentile da Mogliano diede Fermo al legato._
-
-Innanzi che noi procediamo ad altri effetti della detta sconfitta,
-Gentile da Mogliano signore della città di Fermo nella Marca ci ritiene
-alquanto, perocchè essendo tirannello oppressato da messer Malatesta
-da Rimini maggiore tiranno, per cui s’era messo a soldare la compagnia
-per liberare Fermo dall’assedio, come già è detto, rimase povero
-d’avere e d’aiuto, conobbesi impotente da difendersi dal nimico suo,
-non che dal legato, che per riavere la Marca occupata a santa Chiesa
-s’apparecchiava di venire a oste alla sua occupata città di Fermo, e
-però si pensò di riconciliar col legato e d’abbattere messer Malatesta
-suo nimico, e andossene in persona al legato ch’era a Fuligno, e
-promiseli di renderli la città di Fermo, e d’essere fedele al servigio
-di santa Chiesa e del legato. Il legato ebbe tanto a grado la venuta
-e l’offerta di Gentile, che di presente il ricevette con grande
-allegrezza, e per onorarlo e fargli bene, comunicatosi insieme con lui
-alla messa, il fece gonfaloniere di santa Chiesa, e promisegli que’
-danari che volle a certo termine, dicendogli ch’era contento tenesse
-la rocca di Fermo infino che fosse pagato. Il legato mandò della sua
-gente da cavallo e da piè, e furono ricevuti da’ Fermani con grande
-allegrezza e festa, pensando che uscivano di pericoloso servaggio, che
-Gentile era bisognoso e gravavagli troppo, e non gli poteva difendere
-nè aiutare. E il legato pensava fare in Fermo sua frontiera al primo
-tempo, perocch’era vicino alle città della Marca occupate per messer
-Malatesta, e avendo fatto contro a lui e contro agli altri tiranni di
-Romagna gravi processi, pensava volere fare l’esecuzione con altro che
-col suono delle campane e con le candele spente, ma da’ baratti e da’
-tradimenti de’ Romagnuoli e de’ Marchigiani non si potè guardare, come
-innanzi racconteremo.
-
-
-CAP. XXXIV.
-
-_Come il re di Araona ebbe la Loiera, e fece accordo col giudice._
-
-Tornando a’ fatti di Sardegna, il re di Araona con la sua cavalleria
-e con l’armata delle sue galee avendo mantenuto assedio alla Loiera
-dal luglio al novembre, e fatto continova guerra al giudice d’Alborea
-con piccolo acquisto, essendo la Loiera a grande stretta, e non
-vedendo d’essere soccorsa, trattavano col re, e similmente il giudice
-d’Alborea rincrescendogli la guerra. Il re si teneva duro, e voleva
-maggiori cose che offerte non gli erano. In questo stante sopravvenne
-la sconfitta de’ Veneziani ricevuta da’ Genovesi, la novella della
-quale fu in segreto molto tosto a Vinegia. Il doge e ’l consiglio
-che questo seppono, tennono la cosa celata per modo, che i loro
-cittadini non poterono alcuna cosa sentire, e di presente armarono
-un legno sottile, e mandarono significando al re d’Araona il loro
-fortunoso caso, e avvisandolo che innanzi che la novella si spargesse
-sapesse pigliare suo vantaggio, e guardare la sua armata. Il legno
-portò volando la mala novella al re d’Araona, ed egli con maestrevole
-avviso con molta festa manifestò la novella per lo contradio, facendo
-assapere al giudice e agli assediati che i Veneziani aveano sconfitti
-i Genovesi. Per questo i Genovesi ch’erano a guardia della Loiera
-perderono ogni ardire, e procacciavano l’accordo, e il giudice si
-dichinò più che fatto non avrebbe, e il re mostrandosi di buona aria
-più che non solea, di presente venne alla concordia della pace, e fu
-fatta in questo modo: che il re avesse la Loiera andandosene sani e
-salvi i Genovesi e gli altri forestieri che la guardavano, e il giudice
-d’Alborea riconobbe ritenere tutte le terre dal detto re, e feceli il
-saramento, e promiseli dare ogni anno certa moneta per l’omaggio delle
-dette terre; e fatta la pace, e fornita la Loiera di sua gente d’arme,
-per lo beneficio dell’affrettata novella, e per lo savio consiglio
-del re, si tornò in Catalogna, con acquisto, e con pace, e con onore.
-Ove se la novella fosse sentita prima da’ suoi avversari, con danno
-e con vergogna senza nullo acquisto gli convenia partire dell’isola
-vituperosamente: e però si verifica qui l’antico proverbio contrario
-alla vile pigrizia, che dice; il buono studio vince ria fortuna.
-
-
-CAP. XXXV.
-
-_Come i Pisani si diliberarono di mandare all’imperatore._
-
-Soprastando l’eletto imperadore a Mantova per volere trarre a fine la
-pace tra’ Lombardi, i Pisani i quali erano a quel tempo in grande e
-buono stato sotto il reggimento de’ Gambacorti, ch’erano i maggiori,
-e con loro gli Agliati e seguaci e Bergolini, i quali manteneano
-pace e onore co’ Fiorentini, e non ostante che fossono amici de’
-guelfi, sentendo il popolo minuto tutto imperiale, per provvedersi
-di conservare loro stato diliberarono di mandare di loro medesimi
-ambasciadori con pleno mandato del detto comune al detto eletto,
-e nel loro segreto fu, che procacciassono d’avere promessione e
-fede dall’eletto, che gli conserverebbe nello stato senza far nella
-città mutazione degli ufici, e che non vi rimetterebbe gli usciti
-ribelli, e che manterrebbe al comune di Pisa la signoria di Lucca,
-e non la recherebbe in libertà nè ad altro stato. Gli ambasciadori
-con grande compagnia e molto adorni giunsono a Mantova, dov’era
-l’eletto imperadore, e ricevuti da lui con grande onore, e fatta la
-riverenza, spuosono l’ambasciata del loro comune, ove liberamente gli
-offersono la città e gli uomini di quella alla sua ubbidienza, pregando
-divotamente per bene, e per pace e buono stato del detto comune,
-che gli dovesse piacere di promettere per la sua fede, e appresso
-dell’imperiale corona le sopraddette cose utili e necessarie al buono
-stato di que’ cittadini, e l’eletto con grande allegrezza e festa li
-ricevette, e promise nella sua fede liberamente ciò che per loro era
-domandato. Allora gli ambasciadori gli promisono trentamila fiorini
-d’oro in aiuto alla spesa della sua coronazione, e altri trentamila
-per lo consentimento della città di Lucca, il quale consentimento
-non onorevole alla maestà imperiale, comprese sotto la ragione del
-padre suo re Giovanni, quando la città di Lucca gli fu data. Della
-quale promessa i grandi mercanti, e gli altri usciti di Lucca, che si
-pensavano tornare in libertà per la venuta dell’imperadore, si tennono
-mal contenti: e così fu fatta la concordia dall’eletto imperadore
-a’ Pisani, della quale i cittadini feciono in Pisa per molti giorni
-singulare e grande festa, ignoranti del futuro avvenimento della loro
-ruina.
-
-
-CAP. XXXVI.
-
-_Rottura della pace del re di Francia e d’Inghilterra._
-
-Essendo per lungo tempo trattato per lo cardinale di Bologna e per
-altri prelati di volere fare accordo tra il re di Francia e quello
-d’Inghilterra, e sotto questa speranza più volte prolungate le triegue
-tra l’uno re e l’altro; e non potendo trarlo a fine, provvidono di
-comune consiglio quelli che menavano il trattato, che abboccandosi i
-due re insieme nella presenza del papa, o i loro più confidenti baroni,
-che pace ne dovesse seguire; e per seguire questo consiglio il re di
-Francia vi mandò il duca di Borbona suo consorto, e il conestabile
-di Francia: e il re d’Inghilterra vi mandò il duca di Lancastro suo
-cugino, e il vescovo di Vervic, e catuno giunse a corte del mese di
-dicembre: e abboccatisi insieme per più riprese nella presenza del
-papa, tanto volea catuno mantenere l’onore del titolo del suo signore,
-che mezzo non seppono trovare di recarli in pace. Il papa, o per
-soperchia arroganza che trovasse in loro, o per poco ardire ch’avesse
-di sforzare gli animi de’ signori, non vi s’interpose come avrebbe
-potuto la sua autorità, con la quale poteva catuno sostenere con suo
-onore, e trovare mezzo di recarli a concordia e pace; nol fece, che
-forse non erano ancora puniti i peccati de’ Franceschi: e però del mese
-di gennaio del detto anno, catuna parte in discordia con poco onore del
-santo padre e de’ suoi cardinali si tornò al suo signore.
-
-
-CAP. XXXVII.
-
-_Come un gatto uccise un fanciullo in Firenze._
-
-Avvegnachè assai paia cosa strana e non degna di memoria quello che
-seguita, perocchè fu inaudito caso, non l’abbiamo saputo tacere. In
-Firenze era da san Gregorio un lasagnaio con una sua moglie, aveano un
-piccolo loro fanciullo di tre mesi, e avendolo la madre governato e
-rimessolo nella culla al modo usato, una gatta accresciuta e nutricata
-in quella casa se n’andò al fanciullo, e cominciolli a rodere la testa,
-e trassegli gli occhi e manicosseli, e poi rodendo la testa se n’andò
-fino al cervello; e avendo lungamente pianto il fanciullo, il padre
-e la madre soccorsono tardi, non pensando che cotale caso fosse, e
-trovarono il fanciullo storpiato, e la gatta sopr’esso ancora vivo,
-ma incontanente morì; e sparata la maladetta gatta le trovarono gli
-occhi del fanciullo in corpo. Questa è quasi cosa incredibile, ma per
-esperienza del vero di questo fatto si dee alle donne e alle balie
-accrescere sollecitudine e accrescimento di buona guardia a’ piccoli
-fanciulli. Avvenne questo inopinato caso a dì 6 di dicembre 1354.
-
-
-CAP. XXXVIII.
-
-_Come l’imperadore fe’ fare triegua da’ Lombardi a’ signori di Milano._
-
-Avendo fino a qui dimostrato i trattati tenuti per l’eletto imperadore
-e la sua venuta a Mantova, al presente ci strigne il tempo a venire
-dimostrando i cominciamenti in fatti delle sue proprie operazioni.
-Costui secondo il suo supremo titolo, conoscendo se medesimo e il suo
-piccolo podere, e abbattendo nell’animo suo ogni elezione, provvide
-che per astuta e dissimulata suggezione gli convenia procedere per
-venire all’ottato fine della sua coronazione, e per questo in fatto
-prese abito, forma, e operazione umile, e sommissione incredibile
-all’imperiale nome in fondamento de’ suoi principii: e venuto a Mantova
-senz’arme, e fattosi trattatore della pace da’ signori di Milano a’
-legati lombardi, avendo seguito il fatto dall’entrata di novembre
-al Natale senza frutto, essendo montata la superbia de’ Genovesi e
-de’ loro signori, per la vittoria avuta in mare sopra i Veneziani,
-per la quale mutando in prima i patti li voleano più larghi per loro
-in vergogna degli allegati, ed eglino sdegnosi non acconsentivano,
-l’imperadore, ch’avea l’animo più a’ suo’ fatti propri, si doleva
-di perdere il tempo invano, e conoscendo la potenza de’ Visconti di
-Milano maggiore che della lega, e non vedendosi da’ comuni di Toscana
-fuori che da’ Pisani dimostramento d’alcuno favore, comprese che a’
-collegati non faceva utile, e a se faceva impedimento grande per la
-coronazione della corona del ferro, ch’era nella potenza de’ signori di
-Milano, e però non dimostrando d’abbandonare il trattato, ma di volerlo
-conducere a fine di pace, facea fare triegua tra’ Lombardi fino al
-maggio prossimo vegnente; e fatta la triegua, incontanente trattò per
-se accordo co’ signori di Milano, sottomettendo la sua persona, e ’l
-suo onore, e la dignità imperiale oltre al debito modo nell’arbitrio
-e potenza de’ tiranni, prendendo confidenza di quelli, o da purità di
-mente, o da matto consiglio, non però di certo e di chiaro giudicio;
-e il patto fu, che li darebbono abilità d’avere sotto le loro braccia
-la corona a Moncia, ed egli senza entrare in Milano gli lascerebbe
-suoi vicari in tutta la loro giurisdizione; ed egli avuta promissione
-da loro, che alla sua coronazione a Roma gli donerebbono per aiuto
-alle spese fiorini cinquantamila d’oro, senza alcuna gente d’arme come
-privato uomo si sottomise nella loro signoria, vincendo gli animi fieri
-e l’usata fallacia tirannesca colla sua persona creduta nelle loro mani
-liberamente, come appresso diviseremo.
-
-
-CAP. XXXIX.
-
-_Come l’imperadore andò a Moncia per la corona del ferro._
-
-L’eletto imperadore avendo fatto la sua concordia co’ signori di
-Milano, più della pace de’ Lombardi non si travagliò, ma di presente
-fatta la festa della natività di Cristo a Mantova, si mise a cammino
-verso Milano con meno di trecento cavalieri, i più senz’arme, e i
-signori di Milano ordinarono, che per tutto loro distretto all’eletto e
-alla sua compagnia fosse apparecchiato per loro e per li loro cavalli
-ogni cosa da vivere senza torre alcuno danaio: e giugnendo a Lodi,
-messer Galeazzo gli venne incontro con millecinquecento cavalieri
-armati, e giunto a lui, gli fece la reverenza, e accompagnollo fino
-dentro alla città di Lodi, e ivi il collocò onoratamente nelle case de’
-signori, facendo nondimeno serrare le porti della città, e guardarla
-dì e notte colla gente armata. E albergato in Lodi una notte, la
-mattina appresso mosso il re de’ Romani, messer Galeazzo colla sua
-gente armata l’accompagnò, avendo ordinata la desinea alla grande badia
-di Chiaravalle: e appressandosi a Chiaravalle, messer Bernabò con
-molti cavalieri armati gli si fece incontro, e fattagli la reverenza,
-gli presentò da parte de’ fratelli e cavalli e palafreni covertati
-di velluto, e di scarlatto e di drappi di seta, guerniti di ricchi
-paramenti di selle e di freni: e fattogli alla badia nobile desinare,
-messer Bernabò il richiese da parte de’ suoi fratelli e da sua che gli
-dovesse piacere d’entrare nella città di Milano; l’eletto rispose, che
-per niuno modo intendea venire contro a quello che promesso avea loro;
-messer Bernabò gli disse, che questo gli fu domandato pensando che la
-gente della lega il dovesse accompagnare, ma per la sua persona non era
-fatto: e tanto il costrinsono, ed egli e messer Galeazzo, liberandolo
-per loro e per messer Maffiolo dalla promessa, che con loro n’andò
-in Milano; e entrato nella città, fu ricevuto con maggior tumulto
-che festa, non potendo quasi vedere altro che cavalieri e masnadieri
-armati: e i suoni delle trombe, e trombette, e nacchere, e cornamuse,
-e tamburi erano tanti, che non si sarebbono potuti udire grandi tuoni;
-e come fu in Milano, così furono le porti serrate, e così rinchiuso
-il condussono a’ palazzi della loro abitazione, e assegnateli sale e
-camere fornite nobilissimamente di letta e di ricchi apparecchiamenti,
-messer Maffiolo e gli altri fratelli da capo andarono a fargli la
-reverenza, dicendogli con belle parole come tutto ciò che possedevano
-riconoscevano avere dal santo imperio, e al suo servigio intendevano
-di tenerlo. Il dì appresso feciono fare generale mostra di tutta la
-gente d’arme a cavallo e a piè ch’aveano accolta in Milano, e oltre
-a ciò feciono armare quanti cittadini ebbono che montare potessono a
-cavallo, tutti sforzati di coverte e d’altri paramenti e d’avvistate
-sopravveste, e feciono stare l’imperadore alle finestre sopra la
-piazza a vedere; e passando con gran tumulto di stromenti, feciono
-intendere all’eletto ch’erano seimila cavalieri e diecimila pedoni di
-soldo: e passata la mostra, dissono: signore nostro, questi cavalieri
-e masnadieri, e le nostre persone, sono al vostro servigio e a’
-vostri comandamenti; dicendo che oltre a questi aveano fornite tutte
-le loro città terre e castella di cavalieri e di masnadieri per la
-guardia di quelle. E così magnificarono la gran potenza del loro stato
-nell’imperiale presenza, tenendo il dì e la notte le porte serrate e
-la gente armata per la città, non senza sospetto e temenza dell’eletto
-imperadore, il quale vedendosi in tanta noia di sollecita guardia, fu
-ora che innanzi vorrebbe essere stato altrove con minore onore, e in
-tutto fu in servaggio l’animo imperiale alla volontà de’ tiranni, e
-l’aquila sottoposta alla vipera, verificandosi la pronosticazione detta
-per previsione d’astrologia, negli anni _Domini_ 1351, per messer frate
-Ugo vescovo di...... grande astrologo al suo tempo, il quale predisse
-il cadimento del prefetto da Vico, e la soggezione futura dell’aquila
-imperiale in questi versi:
-
- _Aquila flava ruet post parum vipera fortis._
- _Moenia subintrat Lombardi prima sophiae_
- _Anno quadrato minori decimonono._
- _Aquila succumbet pro stupri crimine foedo_
- _Nigra revolabit sublimi cardine Romam._
-
-ma egli come savio comportò con chiara e allegra faccia la sua cortese
-prigione; e con molta liberalità vinse quello che acquistare non
-avrebbe potuto per forza. Dopo alquanti dì, come a’ signori tiranni
-piacque, il condussono con la loro gente armata a Moncia, e ivi il
-dì della santa Epifania, a dì 6 del mese di gennaio di detto anno,
-fu coronato della seconda corona del ferro, con quella solennità e
-festa che i signori Visconti li vollono fare; e tornato a Milano sotto
-continova guardia, fattivi certi cavalieri, ed egli per tornare in
-libertà sollecitando la sua partita, fu accompagnato di terra in terra
-dalle masnade armate de’ signori, facendo serrare la città e castella
-dov’entrava, e il dì e la notte tenerle in continova guardia: ed egli
-avacciando il suo cammino, non come imperadore, ma come mercatante
-ch’andasse in fretta alla fiera, si fece conducere fuori del distretto
-de’ tiranni: e ivi rimaso libero della loro guardia, con quattrocento
-compagni, i più a ronzini senz’arme, si dirizzò alla città di Pisa per
-esservi prima che non avea loro promesso, e così li venne fatto.
-
-
-CAP. XL.
-
-_Come il conte di Lando venne di Lombardia in Romagna con la gran
-compagnia._
-
-In questi dì all’entrata di gennaio, il conte di Lando capitano del
-residuo della gran compagnia, avendo un dì lungamente parlamentato a
-solo coll’eletto imperadore, con duemilacinquecento barbute se ne venne
-a Ravenna, e con lui due fratelli della bella contessa, che l’anno
-del generale perdono andando a Roma capitò in Ravenna, e ritenuta
-dal tiranno per conducerla o per amore o per forza a consentire alla
-sua sfrenata libidine, la valente donna vedendo non potere mantenere
-la sua castità contro alla forza dello scellerato tiranno se non per
-via di morte, trovò il modo di finire sua vita innanzi che volesse
-corrompere la sua castità; questi cavalieri credendosi potere vendicare
-dell’onta della loro sirocchia contro al tiranno, s’accostarono con la
-compagnia, e furono singolare cagione di menarla in sul Ravennese, ove
-stette lungamente ardendo, e predando, e guastando il paese; e dopo la
-detta stanza e guasto dato, essendosi tenuto alle mura della città il
-conte, gli domandò trentamila fiorini d’oro se volea si partissono di
-suo terreno, e avendo il tiranno bargagnato, s’era recato il conte a
-dodicimila fiorini d’oro. Allora disse il tiranno, che gli darebbe i
-detti danari, se ’l conte il volesse sicurare di non partirsi con la
-compagnia per spazio d’un anno continovo del contado di Ravenna: e a’
-suoi cittadini fece stimare il danno ricevuto delle loro possessioni,
-tenendoli in speranza di pagare loro la restituzione del danno; onde
-il conte e la sua compagnia frustrata del loro intendimento si partì
-di là, e andossene nella Marca. Lasceremo ora de’ fatti della gran
-compagnia, e torneremo alle cose che per l’avvenimento dell’imperadore
-occorsono in Toscana.
-
-
-CAP. XLI.
-
-_Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore a Pisa si provvidono._
-
-Sentendo i Fiorentini l’avvenimento dell’eletto imperadore a Pisa, non
-avendo alcuna cosa provveduto dinanzi quando era a Mantova, ove ciò che
-avessono voluto da lui avrebbono di suo buon grado impetrato, stavano
-in consiglio se dovessono ubbidire o contradiare: ed essendone la città
-tutta in vari e indeterminati consigli, presono di fare dodici uficiali
-ch’andassono per tutto il contado con ordinata balìa, di fare riducere
-tutta la vittuaglia nelle terre murate e nelle castella forti, e ogni
-altra cosa di valuta, e diedono voce di volere prendere difesa, e non
-con accettare l’imperadore, per non sottomettere la franchigia del
-comune ad alcuna signoria; e quanto che in fatto questa provvigione
-avesse poco effetto, pure fu utilmente provveduto, per non mostrare
-viltà o paura, e per dare intendere all’eletto imperadore e al suo
-consiglio che il comune di Firenze s’apparecchiava alla sua difesa; e
-nondimeno elessono sei cittadini per mandarli a lui come fosse riposato
-in Pisa, per trattare accordo con lui, se rimanendo in libertà il
-potessono trovare. E questo fu ordinato e fatto in Firenze a dì 11 di
-gennaio del detto anno.
-
-
-CAP. XLII.
-
-_Come il legato prese Recanati._
-
-In questo mese di gennaio, il legato del papa avendo la città di
-Fermo, e seguitando suo processo contro a messer Malatesta da Rimini
-per le città ch’egli occupava a santa Chiesa, nondimeno come signore
-avvisato e pratico ne’ fatti della guerra, non stava solo a’ processi
-nè al suono delle campane, anzi cercava trattati, e co’ suoi cavalieri
-sollecitava gli avversari di continova guerra: e in questi dì per
-trattato mise la sua cavalleria in Recanati, e racquistò la città
-alla Chiesa di Roma; e in quella, perch’era povera d’abitanti, mise
-gente assai a cavallo e a piè per far guerra a messer Malatesta, e per
-guardare la città più sicuramente.
-
-
-CAP. XLIII.
-
-_Come il capitano di Forlì venne in Firenze._
-
-Quello che al presente ci muove non è per lo fatto della propria
-persona degno di memoria, ma all’indiscreto movimento de’ rettori di
-Firenze a quel tempo, non senza ammirazione ci muove a ricordare come
-nel nostro contado venne messer Luigi marito della reina Giovanna
-figliuola del re Ruberto, ed egli figliuolo del prenze di Taranto
-fratello carnale del detto re Ruberto, stati sempre protettori del
-nostro comune, e il detto prenze capitano e conducitore delle nostre
-osti, avendo il loro reale sangue e la vita, nelle persone di messer
-Carlo loro fratello e di messer Piero figliuolo del detto re, sparto
-nelle nostre guerre, non dimenticata la memoria di cotanti servigi,
-gli fu vietato non tanto il venire nella nostra città senz’arme e
-senza compagnia di gente d’arme, ma lo stare nel nostro contado gli
-fu vietato; e i fratelli carnali e’ cugini tornando di prigione
-d’Ungheria, e domandando di volere fare loro diritto cammino per la
-nostra città, e per lo nostro contado a tornare nel Regno, fu loro
-vietato e contradetto il passo, ove si doveva con singulare festa e
-onore fargli ricevere e accompagnare: ma tanto fu il podere d’alquanti
-cittadini che allora governavano il comune, fortificandosi con non
-giusti nè veri sospetti, che contro al piacere degli altri cittadini
-ebbono podere di così fare. Il capitano di Forlì antico tiranno, sempre
-stato nemico di santa Chiesa e del nostro comune, caporale in Romagna
-di parte ghibellina, scomunicato e dannato da santa Chiesa, volendo
-andare a Pisa all’imperadore con grande compagnia di gente d’arme, fu
-nella nostra città ricevuto con disordinato e sobrabbondante onore, e
-convitato da’ signori e da altri cittadini stette in festa alcuni dì di
-suo soggiorno: poi volendo essere nella presenza dell’eletto imperadore
-a Pisa, non gli fu conceduto eziandio entrare in quella città,
-perch’era in indegnazione di santa Chiesa. Non è l’onore alcuna volta
-fatto al nemico da biasimare, ma molto pare cosa detestabile in luogo
-del debito onore a fidatissimi amici imporre sospetto e fare vergogna;
-alla matta ignoranza del vario reggimento della nostra città fu lecito
-di così fare a questa volta.
-
-
-CAP. XLIV.
-
-_Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa._
-
-L’eletto imperadore diliberato delle mani de’ tiranni di Milano, avendo
-in sua compagnia il fratello naturale patriarca d’Aquilea, giunse alla
-città di Pisa domenica a dì 18 di gennaio, gli anni _Domini_ 1354
-dalla sua incarnazione, in su l’ora della nona. Ed essendo i Pisani
-provveduti a fargli onore, gli andarono incontro con la processione
-del loro arcivescovo e di tutto il chericato, e con allegra festa i
-giovani vestiti a compagnie di nuove assise andavano armeggiando, e i
-rettori del comune con gli altri più maturi cittadini, e co’ soldati
-senz’arme gli si feciono incontro fuori della terra facendogli somma
-riverenza, e così tutto l’altro popolo a piè pieno d’allegrezza gli
-si fece incontro; e addestrato da’ loro cavalieri con ricco palio
-sopra capo, gridando il popolo viva l’imperadore, il condussono nella
-città. L’imperadore, vestito molto onestamente d’uno paonazzo bruno
-senza alcuno ornamento d’oro, o d’argento o di pietre preziose, andava
-con molta umilità salutando i grandi e’ piccoli, pigliando gli animi
-di molti forestieri che l’erano a vedere col suo benigno aspetto e
-umile portamento, e condotto alla chiesa cattedrale, reverentemente
-inginocchiato all’altare fece sue orazioni; e rimontato a cavallo, con
-grande allegrezza e festa fu condotto a’ nobili abituri de’ Gambacorti,
-ov’era il famoso giardino, e apparecchiato da’ detti Gambacorti le
-camere e le letta di nobilissimi adornamenti, e apparecchiate le
-vivande per la cena, e gli ostieri attorno per tutta la sua compagnia,
-fu con somma letizia consumata la prima giornata, verificandosi
-l’antico proverbio, che dice: gli stremi dell’allegrezza occupa il
-pianto, come seguendo appresso in questo processo dell’imperadore si
-potrà trovare.
-
-
-CAP. XLV.
-
-_Come l’imperadore bandì parlamento in Pisa, e quello n’avvenne._
-
-Lunedì vegnente a dì 19 di gennaio, volendo l’imperadore fare
-ragunare i cittadini a parlamento per ricevere il saramento della
-loro ubbidienza, mandò il bando da sua parte che tutti si ragunassono
-al duomo per la detta cagione, ed egli s’apparecchiò d’andare là. Il
-popolo mosso per lo bando si ragunava al duomo. Erano in questo tempo
-in Pisa due sette, l’una reggea lo stato del comune, della quale i
-Gambacorti e Cecco Agliati erano caporali, e costoro erano chiamati
-Bergolini, l’altra si chiamava la setta de’ Matraversi, e non erano
-confidenti al reggimento del comune, ed essendo venuto di Lombardia
-appresso all’eletto imperadore uno Paffetta della casa de’ Conti, il
-quale era de’ caporali della setta de’ Matraversi, costui con certi
-altri di quella setta disposti a rimuovere il reggimento della città,
-il quale l’eletto imperadore aveva a Mantova promesso di conservare
-e di mantenere, essendo egli già mosso per andare al parlamento,
-e valicato il ponte alla Spina, cominciato fu con gran romore per
-li Matraversi a dire, viva l’imperadore e la libertà, e muoia il
-conservadore. Udendosi nel romore la novità del conservadore, i grandi
-e’ piccoli cominciarono a sospettare per tema, e altri per mala
-industria, cominciò il popolo a correre all’arme. L’eletto sentendo
-questa novità, incontanente diede la volta, e avendo seco Franceschino
-Gambacorti, il quale era sindaco del comune a fargli il saramento, e
-con lui i soldati del comune, se ne venne al palagio degli anziani, e
-di là mandò bandi per la terra, e fece a’ cittadini porre giù l’arme,
-e racchetare il popolo; e lasciati i soldati del comune alcuna parte
-armati in segno di guardia, in quel giorno non si fece altra novità, e
-prolungossi il saramento che fare si dovea all’eletto imperadore.
-
-
-CAP. XLVI.
-
-_Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò l’imperio._
-
-Del detto mese di gennaio, un’altro giovane Calogianni Paleologo
-imperadore di Costantinopoli, essendo, come addietro è narrato, dal suo
-suocero Mega Domestico balio dell’imperio per lui cacciato di quello,
-ed usurpato a se la signoria del detto imperio, aveva lui lungamente
-tenuto in esilio nel reame di Salonicco: il quale giovane imperadore
-avendo tenuto lungo trattato con certi de’ suoi baroni, i quali gli
-dicevano che procurasse di comparire a Costantinopoli, ed essendovi
-l’ubbidirebbono, costui povero d’avere e di gente, non trovando altro
-aiuto, si fece ad amico un gentile uomo di Genova ch’era ricco in quel
-paese, il quale co’ suoi danari e con l’industria della sua persona
-segretamente il condusse in Costantinopoli; ed essendo nella città,
-fu manifestato a’ baroni con cui era in trattato, i quali di presente
-gli feciono braccio forte, e sommossono il popolo, che il desiderava
-come loro diritto imperadore; e presa l’arme, combattendo il castello
-della signoria, Mega Domestico usurpatore dell’imperio, male provveduto
-di questo caso, come Iddio volle si fuggì di Costantinopoli, e il
-giovane a cui si dovea l’imperio di ragione rimase imperadore, e il
-suocero per paura si rendè calogo cioè eremita. E stando in quello
-stato da non prender guardia di lui, trattava col figliuolo e co’
-suoi amici d’abbattere l’imperadore, e scoperto il trattato si fuggì,
-e cambiato abito, accolse gente, e cominciò a guerreggiare in alcuna
-parte l’imperio, con lieve aiuto di sbanditi e di ribelli. L’imperadore
-per rimunerare il servigio ricevuto dal Genovese, ch’aveva nome messer
-... li diede l’isola di Metelino, e la sirocchia per moglie, ed ebbelo
-continovo al suo consiglio.
-
-
-CAP. XLVII.
-
-_Come i Matraversi di Pisa feciono muovere l’imperadore._
-
-Tornando alla materia de’ Pisani, il martedì a dì 20 di gennaio del
-detto anno si ragunarono in Pisa col Paffetta assai della setta de’
-Matraversi, e con loro gran parte d’un’altra nuova setta che si diceano
-i Malcontenti, e in compagnia s’appresentarono dinanzi all’eletto
-imperadore, e con grande istanza il richiesono e pregarono, che per
-bene e contentamento del comune dovesse prendere a se il saramento de’
-loro soldati, che i cittadini erano malcontenti che i suoi soldati
-fossono all’ubbidienza di due privati cittadini, ciò era Franceschino
-Gambacorti e Cecco Agliati: e Cecco Agliati per alcuna invidia presa,
-vedendo che a’ bisogni i soldati andavano più a Franceschino che a
-lui, sentendo questo movimento andò all’imperadore, e disse, che
-dicevano bene, e che per se era contento che così si facesse. L’eletto
-imperadore vedendo che il movimento di costoro s’accostava alla sua
-volontà, quanto che ciò fosse contro a’ patti promessi, sott’ombra di
-volere racquetare la contenzione del comune, e levare materia agli
-scandali già mossi, andò al palagio degli anziani, e ivi fatti ragunare
-i soldati del comune a cavallo e a piè, prese il saramento da loro, e
-cominciò a venir meno allo stato che reggeva della sua promessa, e a
-dare baldanza a’ suoi avversari; ma per non dimostrare che così tosto
-avesse loro rotti i patti, argomentò, e fecene capitani Franceschino
-Gambacorti e Cecco Agliati alla sua volontà. La cosa era già condotta
-in termini che dire non s’osava contro a cosa che facesse, nè ricordare
-i patti promessi, ma catuno dimostrava essere contento a ciò che
-facesse per accattare la sua benivolenza.
-
-
-CAP. XLVIII.
-
-_Come procedettono i fatti in Pisa._
-
-Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che l’eletto assentiva di
-grado le novità che moveano i loro avversari, e non vi volea mettere
-riparo, conobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e non vi
-poteano riparare con alcuno salutevole consiglio. E però vedendosi a
-mal partito, strignendosi insieme, per lo meno reo presono di volere
-essere motori, innanzi che fatto venisse alla setta contraria a loro
-di dare la libera signoria del comune all’imperadore, pensando che per
-i patti egli era loro obbligato, e per questa libertà sarebbe più:
-e così deliberati furono all’eletto, e con belle e riverenti parole
-dissono, ch’aveano provveduto, per levare gli scandali della città di
-Pisa e del suo contado e distretto, darli la signoria; l’imperadore
-che per via indiretta cercava questo, si mostrò molto contento, e di
-presente prese la signoria, e levò le guardie dalle porte che v’avevano
-i Pisani e mise vi la sua gente, e il dì e la notte faceva guardare la
-terra alla sua cavalleria tanto che vi fosse più forte, e l’entrate del
-comune recò a sua stribuizione, e mandò bando da sua parte, che chi
-si sentisse offeso del tempo passato, o per l’avvenire, andasse per
-giustizia a lui e alla sua corte, dicendo, che intendea che l’agnello
-pascesse allato al lupo senza lesione o paura. Tutto questo processo
-per la fretta delle sette e per la volontà dell’imperadore, sotto ombra
-di volere conservare il comune in pacifico stato, fu aoperato di fatto,
-senza deliberazione di comune consentimento.
-
-
-CAP. XLIX.
-
-_Come gli ambasciadori del comune di Firenze andaro all’imperadore._
-
-Il comune di Firenze avendo lungamente praticato con quello di Siena
-e di Perugia per la comune libertà del reggimento delle dette città,
-e trovato che i Perugini si poteano diliberare dalla suggezione
-dell’imperio, sotto titolo d’essere uomini di santa Chiesa, nondimeno
-di loro consiglio s’unirono insieme co’ Sanesi a dovere seguitare
-uno sì e uno nò nel cospetto dell’imperadore a mantenere loro stato
-e la franchigia de’ loro comuni; e avendo presa questa concordia,
-i Fiorentini ch’aveano eletti sei cittadini d’autorità a questo
-servigio, gl’informarono della volontà del loro comune, dicendo, che
-i Sanesi seguirebbono quello medesimo, secondo la promessa ch’aveano
-dall’ordine de’ nove, che governava e reggeva quello comune; ed avendo
-i capitoli scritti della loro commissione, a dì 22 di gennaio si
-partirono di Firenze vestiti d’un’assisa tutti di doppi vestimenti,
-l’uno di fine scarlatto, l’altro di fine mescolato di borsella, con
-ricchi adornamenti, e con otto famigli a cavallo per uno tutti vestiti
-d’un’assisa, e nel cammino attesono più giorni gli ambasciadori
-perugini e’ sanesi per comparire tutti insieme nella presenza
-dell’imperadore, come ordinato era, sperando dovere impetrare ogni loro
-domanda con la benevolenza del signore, ove i Sanesi tenessono la fede
-promessa a’ Fiorentini e a’ Perugini, la qual cosa venne mancata per la
-corrotta intenzione de’ Sanesi, come poco appresso racconteremo.
-
-
-CAP. L.
-
-_Di novità stata in Montepulciano._
-
-Mercoledì notte a dì 21 di gennaio, messer Niccolò de’ Cavalieri uscito
-di Montepulciano, avendo trattato co’ suoi amici ch’erano nel castello,
-accolti dugento cavalieri e cinquecento fanti, essendogli aperta una
-porta, entrò nel castello; i Sanesi ch’aveano la rocca e la guardia di
-Montepulciano, sentendo messer Niccolò e la sua gente entrati dentro,
-francamente con certi terrazzani che non erano nel trattato abbarrarono
-la terra, e intendevano alla difesa, ma poco sarebbe loro valuto, se
-non che per caso avvenne, che per altra cagione in Montefollonico ivi
-vicino erano venute masnade di Sanesi, i quali sentendo lo stormo di
-Montepulciano di presente furono là al soccorso de’ loro; e aiutato
-sostenere la battaglia e difendere la terra infino al vespero, vedendo
-messer Niccolò e i terrazzani ch’erano con lui che non poteano rompere
-gli avversari, e che il giorno declinava verso la notte, temette che
-nel soprastare maggior gente de’ Sanesi non li sorprendesse, presono
-partito d’ardere la terra, e andarsene: e mettendo prima catuno
-fuoco nella sua casa, e appresso nell’altre, e affocato ogni cosa,
-abbandonarono la terra: e intrigati que’ d’entro a riparare al fuoco
-non li poterono seguire, e però si ricolsono a salvamento; e per
-l’abbondanza del fuoco messo in molte parti, senza potersi riparare
-arse dalla rocca del sasso in giù tutta quanta, con gran danno de’
-terrazzani.
-
-
-CAP. LI.
-
-_Come le sette di Pisa si pacificarono insieme._
-
-A’ 23 di gennaio 1354, avendo l’imperadore recato a se la guardia e
-la libera signoria di Pisa, e messi i Tedeschi in luogo de’ cittadini
-alla guardia, e già cominciando a prendere per loro, e volere per loro
-alberghi le case de’ buoni cittadini di Pisa e le loro masserizie,
-per paura di peggio catuna setta si ragunò a casa degli anziani:
-e vedendosi insieme, catuno dicea, che per le loro discordie e
-disordinati movimenti l’imperadore avea presa la guardia e la signoria
-di Pisa contro a’ patti, e senza la deliberazione del comune, e
-dimostrarono in quello consiglio quanto male poteva seguire alla patria
-per le loro discordie; e ivi gli animi avvelenati da catuna parte
-cominciarono a dissimulare, e mostrare di volere tra loro concordia,
-e gli anziani in quello stante elessono dodici cittadini di catuna
-parte, i quali ragunati insieme, senza contasto terminarono che ogni
-dissensione tornasse a unità e concordia. E avuto consiglio con molti
-cittadini, feciono fare pace a coloro ch’aveano briga insieme, e quelli
-che discordavano per cagione di sette si mostrarono a quella volta
-d’uno volere, e di concordia elessono ventiquattro, dodici di catuna
-parte, che riformassono la terra degli ufici e’ reggimenti a volontà
-dell’imperadore; e così ferma la concordia fra loro andarono insieme
-all’imperadore, il quale avea già cassi i soldati borgognoni e italiani
-del comune di Pisa, e in loro luoghi condotti de’ suoi tedeschi, e
-fattili giurare a se. Venuti i Pisani nella presenza dell’imperadore,
-con belle e savie parole li feciono intendere la loro pace e la loro
-concordia. L’imperadore, nonostante quello ch’avea inteso da’ dicitori,
-fece domandare il popolo se così era di loro volere, e tutti gridando
-risposono di sì; allora l’imperadore scusò se, dicendo, che quello
-ch’avea fatto non era stato di suo movimento nè per sua volontà, ma
-le discordie e i romori mossi e fatti nel suo cospetto l’aveano fatto
-temere del suo onore e del pericolo della città, e però avea presa la
-guardia; ora molto allegro della loro pace e concordia restituiva la
-guardia della città al comune e gli ufici a’ cittadini; e di presente
-colla sua autorità confermò i ventiquattro eletti a riformare la terra,
-pregando e comandando loro che facessono buona e comune elezione agli
-ufici de’ loro cittadini, sicchè alcuno non si potesse con ragione
-rammaricare: ma le chiavi delle porte della città non volle però
-rendere agli anziani. E chi bene riguarderà questo processo, troverà
-per astuto ingegno abbattuto lo stato di coloro che reggevano, e forse
-darà fede a una fama che corse, che tutto ciò ch’è avvenuto fosse
-ordinato con l’imperadore per lo Paffetta capo de’ Matraversi fino in
-Lombardia.
-
-
-CAP. LII.
-
-_Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di Fermo._
-
-Tornando nella fontana de’ tradimenti nella Romagna e nella Marca,
-ci occorre Gentile da Mogliano, il quale per dare più certa fede de’
-suoi futuri tradimenti, s’era comunicato col cardinale all’altare
-del corpo di Cristo quando rendè la città di Fermo a santa Chiesa, e
-fu fatto gonfaloniere per lo detto legato contra i nemici di santa
-Chiesa di Roma, e capitano della gente della Chiesa contro a messer
-Malatesta da Rimini ch’era suo nemico capitale, e mandò il legato,
-com’era in convegna con Gentile, gente d’arme a cavallo e a piè per
-ricevere la tenuta della rocca e fornirla, e mandò per loro contanti
-fiorini d’oro ottomila per dare a Gentile, come gli avea promessi
-quando consegnasse la rocca. In questi medesimi dì, innanzi che le
-cose avessono il suo effetto, messer Malatesta s’avvisò non potere
-resistere contro al legato avendo seco Gentile da Mogliano e la
-città di Fermo; e ’l capitano di Forlì, quanto che fosse nemico di
-messer Malatesta, s’accorse, che acquistando la Chiesa sopra messer
-Malatesta, la piena verrebbe poi sopra lui, e però incontanente fece
-sapere a messer Malatesta, che volea dimenticare l’ingiurie ricevute,
-ed essere suo amico, e senza attendere risposta, con molta confidanza
-se n’andò a lui, il quale veggendo la liberalità del capitano il
-ricevette amichevolemente; e ragionando insieme, conobbono il pericolo
-del loro stato, e che rimedio non avea se non della loro concordia e
-di Gentile da Mugliano: e presa fede da messer Malatesta che farebbe
-pace con Gentile, e che gli renderebbe il porto di Fermo, di presente
-mandò messer Lodovico suo figliuolo cognato di Gentile a ordinare che
-tradisse il legato e santa Chiesa: e perocchè la natura di que’ tiranni
-è molto conforme a’ tradimenti, con poca fatica recò Gentile al fatto;
-e udita la promessa di messer Malatesta, e vedendosi acconcio a potere
-tradire, tutto l’onore ricevuto dal legato, e la speranza di quelli che
-gli si apparecchiavano, e ’l saramento prestato nella comunione a santa
-Chiesa mise per niente, e fu tanto sfacciato, ch’essendo già venute
-in Fermo le some de’ soldati del legato con parte della gente, fece
-cercare se i danari vi fossono che il legato mandava per la rocca, e
-per avventura erano ancora fuori della terra; e temendo de’ cittadini,
-che volentieri erano usciti della sua tirannia, mostrando di volere
-fare ciò ch’avea promesso, occultamente racchiuse nella rocca messer
-Lodovico con dugento cavalieri, e del mese di gennaio, essendo molti
-cittadini fuori della terra a una certa festa, scesono improvviso
-della rocca nella città gridando, viva Gentile da Mogliano, e muoia
-la parte della Chiesa, e corsono a serrare le porti, e i soldati che
-dentro v’erano per la Chiesa mandarono fuori. La gente del legato
-uscita di Fermo, e l’altra ch’era fuori, temendo per lo subito e non
-pensato tradimento, si ricolsono a Recanati: e fornito Gentile il suo
-tradimento, e fatto pace con messer Malatesta, e riavuto il porto di
-Fermo, tutti e tre i tiranni ribelli a santa Chiesa si collegarono
-insieme contro al legato, ma egli con grande animo per questo non si
-smagò, ma prese cuore d’abbatterli, come infine fatto gli venne.
-
-
-CAP. LIII.
-
-_Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi furono ricevuti
-dall’imperadore._
-
-A dì 29 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze,
-in compagnia con gli ambasciadori di Siena, entrarono in Pisa, e
-andarono a fare la riverenza all’imperadore, e con loro furono ancora
-gli ambasciadori del comune d’Arezzo: (quelli del comune di Perugia,
-perocchè si voleano appresentare come uomini di santa Chiesa, non
-vollono andare con loro): e come giunsono all’imperadore, trovarono
-accolti con lui tutti i suoi baroni, ed entrando gli ambasciadori de
-detti comuni, i baroni avvallarono i cappucci, e l’imperadore e’ suoi
-li ricevettono con molta festa e allegrezza: e volendo baciare i piedi
-all’imperadore, nol sofferse: e ricevuta la riverenza da tutti, con
-singolare dimostramento d’amore prese per mano degli ambasciadori di
-Firenze, e feceseli tutti sedere allato, e tale fu ch’egli abbracciò e
-baciò in bocca per mostrare che contro a lui non avesse preso sdegno,
-sapendo ch’altra volta tornato a Firenze dalla Magna avea sparlato
-contro a lui; e festeggiando con tutti allegramente, domandarono
-giornata per sporre la loro ambasciata, e fu data loro per lo seguente
-giorno.
-
-
-CAP. LIV.
-
-_Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede contro a’ Fiorentini._
-
-L’altro dì vegnente, a dì 30 di gennaio detto, gli ambasciadori del
-comune di Firenze vestiti di scarlatto foderato di vaio con adorni
-paramenti, con gli ambasciadori de’ Sanesi insieme, ch’erano de’
-maggiori cittadini di quella città, s’appresentarono alla presenza
-dell’imperadore e del suo consiglio: e avendo voluto i Fiorentini che
-con loro insieme fossono gli ambasciadori d’Arezzo, i Sanesi ch’avevano
-la mente corrotta contro a’ Fiorentini nol vollono acconsentire,
-perchè i Fiorentini a quel parlamento non avessono chi li seguisse. E
-cominciando gli ambasciadori fiorentini a sporre l’ambasciata com’era
-loro imposto, per dimostrare più franchezza del loro comune, usarono
-parole di debita reverenza alla maestà imperiale, dicendo _santa
-corona_, e poi conseguendo _serenissimo principe_, senza ricordarlo
-imperadore, o dimostrargli alcuna riverenza di suggezione, domandando
-che il comune di Firenze volea, essendogli ubbidiente, le cotali e
-cotali franchigie per mantenere il suo popolo nell’usata libertà, e
-avendo tutto detto come fu loro commesso, conchiusono la loro reverenza
-con poco onore della maestà imperiale, della qual cosa seguitò poco
-onore a’ rettori di Firenze da cui mosse quello consiglio. Di questo
-nacque tra i baroni e’ consiglieri dell’imperadore, e massimamente
-tra coloro che per animo di parte erano contradi al comune di
-Firenze, sdegno e baldanza di parlare contro al nostro comune, e se
-l’imperadore, e il patriarca, e il vececancelliere non avessono avuta
-più temperanza che gli altri del consiglio, i fatti con la consequenza
-de’ Sanesi, che in quello consiglio ingannarono il comune di Firenze,
-andavano a rovescio con molto sdegno da catuna parte, ma il savio
-signore con temperanza conobbe quanto pericolo al suo stato portava
-a non rimanere in concordia col comune di Firenze, e però sostenne,
-magnificando quel comune, e mostrando verso quello volere fare quanto
-onestamente potesse fare, non guardando troppo all’onore imperiale:
-e ordinò di tornare con più diligenza altra volta a trattare co’
-detti ambasciadori, e il suo consiglio ripremette d’ogni oltraggioso
-parlamento quivi fatto. Dopo questo, gli ambasciadori sanesi, ch’aveano
-altro in cuore che non aveano promesso a’ Fiorentini, lieti della poca
-riverenza fatta all’imperadore per gli ambasciadori fiorentini, parendo
-loro venuto il tempo che i loro rettori con coperta malavoglienza
-lungamente aveano aspettato, credendosi col loro tradimento abbattere
-e disfare il comune di Firenze, partendosi da quello che in fede
-aveano promesso al nostro comune, cominciarono a sporre innanzi
-all’imperadore, e al suo consiglio, e agli ambasciadori del comune
-di Firenze la loro ambasciata, magnificando con ornato sermone la
-serenità della maestà imperiale, chiamandolo loro signore, e senza
-alcuno patto offersono quello comune liberamente alla sua signoria,
-con le più magnifiche lode che pronunziare si possono, e con le più
-libere offerte, pensando di questo rimanere esaltati e grandi, e aver
-messo in fondo il comune di Firenze. Onde l’imperadore graziosamente
-e con lieto volto ricevette e accettò l’offerte di quello comune,
-e gli ambasciadori commendò molto del loro onorevole parlare, in
-onesta riprensione di coloro che con meno reverenza aveano parlato
-all’imperiale maestà. Ma perocchè l’intenzione dell’ordine de’ nove di
-Siena infino a quello punto era stata occulta a molti grandi cittadini
-di Siena e al comune di Firenze, cominciata a palesare ne’ fatti, ebbe
-ravvolgimenti, e seguironne cose assai notevoli, come al suo tempo
-innanzi racconteremo: ricordando qui, che come a Dio piacque, l’ordine
-de’ nove, che questo tradimento ordinarono, ne fu abbattuto e disfatto,
-e il comune di Firenze n’è esaltato in maggiore e migliore stato.
-
-
-CAP. LV.
-
-_De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti
-da’ suoi vicini._
-
-Avvegnachè quello che seguita non sia cosa notevole, concedesi al
-nostro trattato per ammaestramento delle cose a venire. I rettori del
-comune di Firenze sentendo passato in Italia l’imperadore e coronato a
-Moncia, per loro non si fe’ alcuna provvisione in utilità o beneficio
-del nostro comune; stando egli lungamente a Mantova nel lieve stato
-che v’era, se il nostro comune v’avesse mandato a dargli conforto,
-ciò che avessono voluto avrebbono di grazia impetrato da lui, ove poi
-con pericolo e con gran costo s’accordarono con lui, come seguendo si
-potrà trovare. E ancora lasciarono per matta ignoranza a provvedere
-d’arrecare alla loro volontà e disposizione tutte le città e castella
-e terre vicine, le quali lievemente con alquanta provvedenza arebbono
-recato a dire e a fare quello che il comune di Firenze avesse voluto,
-ove in sul fatto catuna terra e castello senza richiesta del comune
-di Firenze prese suo vantaggio, non senza pericolo del nostro comune;
-la diligenza e la sollecitudine de’ nostri rettori fu abbandonata al
-corso della fortuna, come per antico vizio degli uomini del nostro
-comune è consueto, perocchè non è chi si curi di patrocinare lo stato
-e la provvedenza del nostro comune: e i rettori, c’hanno poco a fare
-all’uficio, intendono più alle loro private cose che a’ beneficii
-del comune, e però più lo conduce fortuna che provvedimento, ma
-molto l’aiuta Iddio, e gli ordini dati alla grande massa del comune
-per i nostri antichi maggiori. E in questo tempo per questa cagione
-avvenne, che i Sanesi non si curarono di rompere in sul fatto la fede
-a’ Fiorentini: e i Volterrani, sentendo l’offerte fatte pe’ Sanesi,
-anch’eglino si diedono liberamente all’imperadore contro al volere de’
-Fiorentini; e i Pistoiesi contro al volere de’ Fiorentini, e senza con
-loro conferirne vi mandarono ambasciadori per darlisi: ma sentendo che
-il comune di Firenze si turbava contro a loro, si rattennono della
-libera profferta, e soprastettono più per paura che per amore: e’
-Samminiatesi cominciarono segretamente, coprendosi a’ Fiorentini, di
-darsi liberamente all’imperadore, e trovando tra loro concordia, prima
-l’ebbono fatto ch’e’ Fiorentini vi potessono riparare; e se non fosse
-che i rettori d’Arezzo temeano forte de’ Tarlati loro usciti e de’
-ghibellini d’entro, avendosi veduti a stanza de’ Sanesi abbandonare
-da’ Fiorentini nella presenza dell’imperadore, si sarebbono dati come
-gli altri, non curandosi del Comune di Firenze, ma per loro medesimi
-sostennono la libertà di quello comune, essendo forte impugnati da’
-Tarlati Pazzi e Ubertini loro ribelli ch’erano con l’imperadore. E
-avvedutisi gli ambasciadori fiorentini dell’inganno de’ Sanesi, e di
-quello ch’aveano fatto i Samminiatesi e’ Volterrani, cominciarono
-a parlare per gli Aretini e per i Pistoiesi; l’imperadore per sua
-industria non li sostenne, ma disse la parola del Vangelo: _aetatem
-habent ipsi, de se loquantur_, e non lasciò dar loro audacia o favore;
-e così per difetto di mala provvedenza, i Fiorentini de’ loro propri
-fatti, e di quelli che s’appartengono alla guardia de’ loro vicini,
-furono più e più giorni a pericoloso partito, e in grande ripitio degli
-altri cittadini.
-
-
-CAP. LVI.
-
-_Di molti Alamanni venuti alla coronazione dell’imperadore._
-
-Stando l’imperadore a Pisa ne’ trattati colle città e comuni di
-Toscana, come detto è, innanzi che i sindachi fossono venuti a
-fermare le suggezioni, la novella della sua coronazione da Moncia, e
-dell’avvenimento da Pisa, era sparta in Alamagna e nel suo reame di
-Boemia, e come le città d’Italia erano senza guerra acconce alla sua
-ubbidienza: e per questo l’imperatrice si mosse con mille cavalieri di
-buona gente d’arme e molti baroni a sua compagnia per venire a Pisa, e
-per simile modo molti prelati e grandi signori della Magna di diverse
-provincie si mossono, catuno con grande compagnia, per venire in Italia
-per essere alla sua coronazione a Roma, e in breve tempo giunsono a
-Pisa l’imperatrice e più di quattromila cavalieri della più bella e
-ricca baronia del mondo, bene montati, e con nobili paramenti, e molti
-arnesi, ma con lieve armadura, e molti ne vennono per la nostra città,
-albergandone seicento e settecento per notte, ove con cortese e buona
-guardia onorevolmente furono veduti e albergati. L’imperatrice volea di
-grazia venire per Firenze, ma perocchè ancora per lo nostro comune non
-era presa fermezza d’accordo con l’imperadore, temendo che l’ignorante
-e indiscreto popolo minuto non movesse parole villane contro a’
-forestieri essendo l’imperadrice nella città, o contro i rettori del
-nostro comune, per lo meno reo e più sicuro fu diliberato e preso, che
-con grande compagnia o piccola ella non venisse nella città di Firenze.
-
-
-CAP. LVII.
-
-_Di novità della Marca per Recanati._
-
-Messer Malatesta da Rimini, e il capitano di Forlì, e Gentile da
-Mogliano, collegati insieme contro al legato, sentendo che i signori
-di Milano aveano tregua con gli allegati Lombardi, e catuno stava
-sospeso per cagione dell’imperadore, aveano cassi cento bandiere di
-soldati, e perchè non tornassono loro addosso per via di compagnie non
-li lasciavano partire del loro distretto se non per la via della Magna:
-e per questo li ritennono a manicare sopra la pelle più d’un mese, e
-molti se ne tornarono nella Magna, perocch’erano tutti Tedeschi, e
-quando gli ebbono assottigliati, concedettono al resto la via per la
-Lombardia, i quali senza arresto improvviso giunsono in Romagna: e
-arrestati quivi senza far danno da millecinquecento barbute, i tiranni
-sopraddetti romagnuoli s’accolsono con loro, e fatto loro alcuno aiuto
-di loro danari, e promesse d’una buona terra dove potrebbono vernare ad
-agio, li condussono a Recanati, pensando per forza poterla vincere e
-racquistare. Il legato ammaestrato de’ fatti della guerra e de’ baratti
-de’ suoi avversari, avendo per suo capitano di guerra messer Ridolfo
-da Camerino, pro’ e valente cavaliere, avea fatta guernire di gente
-d’arme da cavallo e da piè la città di Recanati: sicchè sopravvenendo
-i tiranni con quella cavalleria, e sforzandosi di combatterla, la
-trovarono sì guernita alla difesa, che ne perderono tosto ogni
-speranza: e non potendovi soprastare, con vergogna se ne partirono
-tornandosi addietro.
-
-
-CAP. LVIII.
-
-_Come la gran compagnia del conte di Lando entrò nel Regno._
-
-Essendo per l’avvenimento dell’imperadore in triegua i fatti di
-Lombardia, la gran compagnia del conte di Lando era tornata nella
-Marca: e ricordandosi che l’anno dinanzi il re Luigi non avea mandato
-loro quarantamila fiorini d’oro ch’egli avea promessi, e sentendo
-che il duca di Durazzo e il conte Paladino erano in rubellione della
-corona, ed erano contenti che la compagnia entrasse nel Regno,
-nondimeno il conte di Lando, perchè il re non si provvedesse contro a
-loro, tenea trattato d’accordarsi al soldo della Chiesa: ma non gli
-era bisogno, che ’l traccurato re era stato assai dinanzi avvisato
-dall’imperadore e da più altri che si provvedesse, che di certo la
-grande compagnia dovea entrare nel Regno, e la provvigione che di ciò
-fatta era, era di stare continovo in danzare e in festa colle donne: e
-però la detta compagnia facendo la via della marina d’Abruzzi, senza
-trovare contasto o riparo entrò nel Regno: e nella prima entrata
-presono Pescara, e Villafranca, e san Fabiano, e trovandoli pieni di
-vittuaglia e d’arnesi si dimorarono in essi fino al marzo, recando in
-preda ciò che venne loro alle mani, scorrendo le contrade d’intorno.
-E d’altra parte il conte Paladino, con trecento cavalieri e molti
-masnadieri, in questo medesimo tempo correva predando le terre di
-Puglia, facendo noia e danno assai a’ paesani; e avvegnachè messer
-Luigi di Durazzo non si scoprisse in questi fatti, tutto si riputava
-che fosse di suo consentimento e volontà. Il re facea fortificare
-le terre alla difesa contro alla compagnia, e confortavali che si
-guardassono bene per non cadere nelle mani de’ predoni: altro aiuto non
-dava loro, che non n’era provveduto nè fornito di poterlo fare.
-
-
-CAP. LIX.
-
-_Come l’imperadore andò a Lucca._
-
-Essendo stato l’imperadore in Pisa, e lasciato fare a’ cittadini
-le novità che narrate avemo, stimando che quelle divisioni fossono
-favorevoli alla sua signoria, e in iscusa a’ patti rotti, intra’
-quali era la suggezione di Lucca, già immaginandone alcuna cosa a sua
-utilità, volle andare a vedere la città, e a dì 13 di febbraio anno
-detto si mosse con piccola compagnia di gente d’arme, e stettevi quel
-dì e l’altro, e prendendo la riverenza da’ cittadini, il pregavano
-della loro libertà. Il savio e avveduto imperadore, volendo compiacere
-a’ Pisani e mostrare di volere mantenere i patti, quanto che altro
-avesse nell’animo, disse, com’e’ sapeva che i cittadini di Lucca erano
-stati per lungo tempo ribelli all’imperio, e però li reputava degni di
-quello ch’avevano ricevuto: e confortandoli disse, che comportassono
-con pazienza quello che sosteneano per penitenza del peccato commesso,
-tanto che meritassono la liberazione: e nell’agosto lasciò que’
-medesimi cittadini che i Pisani v’aveano deputati alla guardia, e non
-rimosse uficiali nell’ordine di quel reggimento in alcuna parte, e
-l’altro dì se ne tornò a Pisa.
-
-
-CAP. LX.
-
-_Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso._
-
-In questo mese di febbraio nacque presso a Firenze in un luogo che si
-chiama il Galluzzo, a uno barbiere, un fanciullo mostruoso e diminuto,
-che ’l viso era come di vitello con gli occhi bovini, e dove doveano
-essere i bracci, dagli omeri delle spalle uscivano due branche quasi
-come d’una botta, da ogni parte la sua, e avea il corpo e la natura
-umana senza coscie: ma dove le coscie dall’imbusto doveano discendere,
-uscivano due branche da catuno lato una, ravvolte che non aveano
-comparazione: e’ vivette parecchie ore, e appresso morì, lasciando
-ammirazione di se. Ma di questo e degli altri corpi umani nati
-mostruosi nella nostra città non potemmo comprendere che fosse vestigio
-o pronosticatori d’alcuni accidenti, come credeano gli antichi, ma gli
-sconci e disonesti peccati spesso sono cagione di mostruosi nascimenti,
-e alcuna volta l’empito delle costellazioni.
-
-
-CAP. LXI.
-
-_De’ fatti di Siena con l’imperadore._
-
-Era per lunghi tempi governato il reggimento della città di Siena per
-l’ordine de’ nove, il quale era ristretto in meno di novanta cittadini
-sotto certo industrioso inganno: perocchè quando il tempo veniva di
-fare i loro generali squittini, acciocchè ogni degno cittadino popolare
-entrasse nell’ordine de’ nove, coloro ch’aveano già usurpati gli ufici
-si ragunavano segretamente in una chiesa, e ivi disponevano d’alcuni
-cui voleano che rimanessono nell’ordine, fermandoli tra loro per
-saramento, e prometteano tutti dare a’ detti le loro boci co’ lupini
-neri, e tutti gli altri ch’andavano allo squittino, ch’erano molti
-buoni e degni cittadini, li riprovavano co’ lupini bianchi, sicchè
-l’ordine non crescea più che volessono, nè alcuno v’entrava che tra
-loro prima non fosse deliberato: per la qual cosa erano in odio a tutti
-gli altri popolani, e a gran parte de’ nobili con cui non s’intendeano.
-Eranvi certi che manteneano questa setta, e guidavano il comune com’e’
-voleano; costoro furono quelli che con loro tradimento credettono
-abbattere il comune di Firenze, e disfare sua franchigia e reggimento
-con la forza dell’imperadore, ed esaltare loro, sottomettendo la
-libertà del loro comune alla libera signoria dell’imperio, come
-poco addietro abbiamo narrato: avvenne, che manifestata in Siena
-l’intenzione de’ loro rettori, strana all’intenzione de’ Fiorentini
-e della maggior parte de’ loro cittadini grandi e popolani, essendo
-mandato per gli ambasciadori al comune di Siena che facessono il
-sindaco a fare la sommissione, la cosa cominciò a intorbidare gli animi
-de’ cittadini, e a impedirsi il sindacato con grandi ripitii de’ loro
-rettori e dell’ordine de’ nove che questo aveano fatto, e fu la città
-in grave sospetto di ravvolgimento e di romore, e tutte le case de’
-grandi feciono ragunata di gente d’arme. L’imperadore in Pisa volea che
-gli ambasciadori sanesi facessono la sommessione ch’aveano promessa di
-fare, e per questa cagione avea fatto bandire il parlamento. Allora uno
-degli ambasciadori ch’era della casa de’ Tolomei disse a’ compagni,
-che non intendea senza nuovo sindacato palese a’ suoi cittadini fare
-quella sommessione: e per questo traendosene catuno addietro, la
-cosa soprastette, e rimandarono a Siena: di che l’imperadore ebbe
-malinconia e gran sospetto, e tutti i dì di questo aspetto stette
-rinchiuso senza dare alcuna udienza o mostrarsi ad alcuno. I grandi
-cittadini di Siena conoscendo il gran pericolo che occorrere poteva
-al loro comune ribellandosi della promessa fatta all’imperadore, e
-avendo fatto conoscere all’ordine de’ nove e al popolo, che senza loro
-volontà non aveano podere di darsi all’imperadore, a dì 26 di febbraio
-ragunato il parlamento, per volere piacere non meno al minuto popolo,
-ch’era imperiale, che all’ordine e alla setta de’ nove, feciono fare
-il sindacato pieno a darsi liberamente all’imperadore. Avvenne per
-questo, che l’imperadore conobbe e seppe che le case de’ grandi di
-Siena ebbono la signoria di fare della città a loro senno, e da loro
-principalmente conobbe la soggezione di quella; e venuto il nuovo
-sindacato agli ambasciadori detti, domenica, a dì primo di marzo del
-detto anno, raunato il parlamento, i detti ambasciadori con pieno
-sindacato del loro comune, feciono al detto eletto imperadore per se
-e pe’ suoi successori ricevere libera suggezione del misto e mero
-dominio di quella città e contado, e de’ loro uomini alla signoria
-dell’imperio, non riserbandosi alcuna franchigia dell’antica libertà di
-quello comune: e di questo li feciono fare reverenza, e prestarono il
-saramento, ed egli l’accettò e ricevette per se e pe’ suoi successori
-in futuro in presenza di tutto il parlamento, con grande allegrezza
-e festa del popolo pisano ch’era presente; e accecati dalla coperta
-invidia che portavano al comune di Firenze, avvisandosi per questo
-abbattere la libertà de’ Fiorentini, mattamente sommisono la loro.
-
-
-CAP. LXII.
-
-_Di più imbasciate ghibelline state in presenza dell’imperadore._
-
-Non ci parve da lasciare in silenzio quello che al presente seguita.
-Messer Piero Sacconi, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e Neri da
-Faggiuola, co’ loro consorti e co’ Pazzi di Valdarno, feciono loro
-sforzo accattando sopra loro possessioni, e vendendone, per mettersi a
-comperare belli cavalli, e armi orrevoli, e robe e ricchi paramenti,
-per comparire magnifici nella presenza e servigio dell’imperadore,
-credendosi essere esaltati da lui sopra gli altri Toscani: ed essendo
-gli ambasciadori d’Arezzo per trovare accordo con l’imperadore, i
-loro caporali nominati s’appresentarono nell’udienza imperiale, e in
-quella addomandarono baldanzosamente d’essere rimessi nella loro città
-d’Arezzo, e che a loro fossono rendute le terre e le possessioni.
-Gli ambasciadori francamente li ripugnavano. L’imperadore, ch’avea
-l’animo a’ fatti suoi e non a quelli della parte ghibellina, li si
-levò dinanzi, dando loro uditori ch’avessono a riferire a lui: e nella
-presenza degli uditori messer Piero montò in tanta arroganza, che
-con aspre minacce e villanie domandava di volere essere restituito
-nella capitaneria d’Arezzo e del contado. Gli ambasciadori savi e
-coraggiosi rimproveravano la sua abbominevole tirannia, e il proprio
-acquisto fatto per violente rapina, e per manifesta ruberia fatta a’
-meno possenti sotto il titolo del capitanato, conchiudendo, ch’egli
-era degno di ricevere dall’imperio gravi pene, avendo convertita la
-capitaneria di quella città in incomportabile tirannia: e che quella
-città che gli era accomandata per la santa memoria dell’imperadore
-Arrigo, egli per malizia e per somma avarizia l’avea sottoposta e
-venduta a’ Fiorentini per quarantamila fiorini d’oro, in vergogna
-e detrimento del santo imperio: e grande vergogna gli era ora con
-sfrenata baldanza avere fatto manifesto all’imperiale maestà cotanti
-suoi difetti. Ancora il detto messer Piero avea nella presenza degli
-uditori e degli ambasciadori infamato Neri da Faggiuola, ch’avea
-per amistà de’ Perugini fatta la terra del Borgo, ch’era per lui
-acquistata a’ ghibellini, venire in parte guelfa; per Neri gli fu
-altamente risposto, mostrando come tutto era avvenuto per la sua
-malizia, e per le sue violenze quando v’avea stato: e anche avvenne
-che il vescovo d’Arezzo si lamentò di messer Piero di gravi ingiurie;
-e così l’uno disse improvviso contro all’altro per modo, che tutti
-impetrarono grazia nel cospetto dell’imperadore e del suo consiglio
-di gravi abbominazioni, senza altro acquisto di frutto; e d’allora
-innanzi gli ambasciadori del comune d’Arezzo ebbono graziosa udienza
-dall’imperadore per l’accordo di quello comune.
-
-
-CAP. LXIII.
-
-_Come i Volterrani si diedero all’imperadore._
-
-Avvegnachè innanzi sia fatta alcuna narrazione della sommissione
-di Volterra e di Samminiato, qui si torna al termine del fatto.
-I Volterrani sapendo che i Sanesi senza patto erano sottomessi
-all’imperadore, avendo poco amore e meno confidanza al comune di
-Firenze, perocchè si reggevano sotto la tirannia de’ figliuoli di
-messer Ottaviano de’ Belforti, i quali quanto che fossono guelfi di
-nazione, per la tirannia dichinavano ad animo ghibellino come mettesse
-loro bene, e non amavano il comune di Firenze nè i Fiorentini per la
-tirannia, ch’era contradia alla libertà del nostro comune, e però
-senza volere seguire il consiglio de’ Fiorentini di domandare patti,
-feciono sindachi i loro ambasciadori con pieno mandato e mandarli a
-Pisa, i quali in pubblico parlamento, a dì 4 di marzo del detto anno,
-si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperatore e de’ suoi
-successori, e feciono l’omaggio e la reverenza per lo detto comune, e
-il saramento come i Sanesi aveano fatto.
-
-
-CAP. LXIV.
-
-_Come i Samminiatesi si diedero all’imperadore._
-
-I Samminiatesi, che soleano essere più all’ubbidienza del comune di
-Firenze che i Volterrani, avendo vedute le sopraddette città di parte
-guelfa già sottomesse all’imperio, e che il comune di Firenze trattava
-per se d’accordarsi con lui, essendo tra loro divisi per setta per la
-maggioranza delle due famiglie Malpigli e Mangiadori, temendo l’una
-parte che l’altra non pigliasse vantaggio, s’accostarono insieme
-dopo l’aspetto di più giorni: e celandosi da’ Fiorentini perchè non
-movessono alcuna delle dette case, e veduto loro tempo convenevole,
-di concordia feciono loro ambasciadori con pieno mandato e sindacato
-del comune a darsi liberamente all’imperadore; e mandatili a Pisa, a
-dì 8 di marzo in parlamento si sottomisono liberamente alla signoria
-dell’imperadore; e fatto il saramento, e volendo fare l’omaggio e
-baciare i piedi all’imperadore, li levò di terra, e ricevetteli _ad
-osculum pacis_, cosa che non avea fatta a’ sindachi di niuna altra
-città: la cagione si stimò che fosse per l’affezione che l’imperio
-per antico avea a quello castello, ove solea essere la residenza
-degl’imperadori e de’ loro vicari, perchè è uno mezzo tra le grandi e
-buone città di Toscana. Questo fu prima fatto che il comune di Firenze
-ne sentisse alcuna cosa, e quando il seppono, più gravò nell’animo de’
-cittadini di Firenze che la sommissione di Siena e di Volterra, per la
-vicinanza che ’l detto castello ha con la nostra città e con l’altre
-di Toscana: ma gran cagione ne fu la poca provvedenza già detta de’
-rettori del nostro comune.
-
-
-CAP. LXV.
-
-_Di disusato tempo stato nel verno._
-
-Non ci pare da lasciare in silenzio quello che fu singolare alla
-memoria de’ più antichi, la cagione si credette che venisse da
-influenza di costellazioni: il fatto fu, che dal novembre al marzo il
-tempo fu di dì e di notte il più sereno, cheto e bello che per addietro
-si ricordasse, essendo il freddo senza venti continovo e grande: e le
-nevi ch’erano cadute dal principio si mantennono ghiacciate nel contado
-di Firenze, e in molte parti bastò nella città più di tre mesi: il mare
-fu tranquillo e dolce a navicare oltre alla credenza degli uomini;
-tutti i gran fiumi stettono serrati di ghiaccio lungamente per modo
-che niuno si poteva navicare, e il nostro fiume d’Arno, che è corrente
-come uno fossato, stette fermo e serrato di ghiaccio, che lungamente
-senza pericolo in ogni parte si poteva sopra il ghiaccio valicare: e a
-dì 8 di marzo cominciarono a rompere le piove dolci e utili a tutte le
-sementa della terra.
-
-
-CAP. LXVI.
-
-_Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato all’imperadore._
-
-Seguendo gli ambasciadori di Firenze il trattato della concordia
-con l’imperadore, e avendo il mandato di profferirgli per lo comune
-cinquanta migliaia di fiorini d’oro, avendo da lui i patti privilegiati
-che per parte del comune gli si dimandavano, l’imperadore, avvisato
-e malizioso, della moneta, dov’egli avea l’animo, non mostrava di
-curarsi, ma ne’ patti si mostrava strano e tenace per vendere più cara
-la sua mercatanzia. Avvedendosi di questo gli ambasciadori, e avendone
-alcuno segreto accennamento di fuori da lui, due degli ambasciadori per
-comune consiglio degli altri tornarono in Firenze per informare a bocca
-i rettori, e avvisarli di quello che a loro pareva dell’intenzione del
-signore. Vedendo i rettori che l’imperadore s’addurava, e che le terre
-vicine s’era no date liberamente alla sua signoria, aveano cagione
-di più temere: e tennono più consigli segreti ove si raccontavano
-de’ falli dell’eletto: come manifesto appariva che non avea tenuto
-fede a’ Gambacorti, nè allo stato di coloro che reggevano la città
-di Pisa, dilettandosi de’ romori e della divisione de’ cittadini, e
-tenea con loro che più erano pronti a movere le novità nella terra
-per averne più libera signoria, e come si mostrava bisognoso e cupido
-di trarre a se moneta: e avendo per più riprese praticato sopra i
-fatti dell’imperadore e sopra quelli del nostro comune, infine d’un
-animo presono partito per lo meno reo, che non si guardasse a costo
-di moneta infino in fiorini centomila d’oro, dandoli all’imperadore,
-dove la nostra città di Firenze rimanesse libera in sua giurisdizione,
-con altri singolari patti. E commettendo la pratica di queste cose
-ne’ detti ambasciadori, avendoli informati che si tenessono forti a
-cinquantamila fiorini, e che non mostrassono nè paura nè viltà in
-domandare e sostenere il vantaggio del comune nella quantità della
-moneta e negli altri patti, ma innanzi si rompessono da lui aveano di
-darli i detti fiorini centomila d’oro. Questo consiglio fu ristretto
-ne’ priori e ne’ loro collegi con piccolo numero d’arroti, e fu
-comandata a tutti la credenza, e giurata solennemente: e rimandati
-i due ambasciadori a Pisa, essendo con l’imperadore, e sostenendo
-francamente quello ch’era stato loro imposto, l’imperadore cominciò
-a sorridere contro a loro, e manifestò ciò ch’era loro commesso, e
-la deliberazione del loro comune, dicendo, che per scrittura tutto
-gli era manifesto. Gli ambasciadori di presente senza procedere più
-innanzi significarono all’uficio de’ priori ciò ch’aveano di bocca
-dell’imperadore della revelazione del loro segreto consiglio, che per
-questa cagione, avvegnachè per loro non li fosse acconsentita alcuna
-cosa, il trovavano più duro e più turbato che prima, dicendo, come non
-era traditore de’ Gambacorti, nè che non era cupido di moneta più del
-suo onore, nè si dilettava nella commozione de’ cittadini. Come questa
-novella fu divolgata nella nostra città, l’infamia de’ signori, e de’
-collegi, e degli arroti, in cui era la credenza, fu molto grande: ma
-però non trovò il comune chi alcuna cosa ne facesse allora per purgare
-la comune infamia, temendo per la tenerezza dello stato, avendo così
-dipresso l’imperadore, che maggiore pericolo non ne seguisse. Il
-consiglio non fu reo, se rifermato lo stato del comune con la pace
-dell’imperadore se ne fosse fatta debita inquisizione e giustizia.
-
-
-CAP. LXVII.
-
-_Come l’imperadore mandò aiuto di gente al legato._
-
-Essendo i tiranni di Romagna accozzati insieme, e accolta gente
-d’arme assai venuta di Lombardia per reprimere la forza del legato,
-ch’era piccola, il legato mandò a richiedere l’imperadore d’aiuto.
-L’imperadore immantinente, per mostrarsi zeloso e divoto a’ servigi
-di santa Chiesa, vi mandò di presente de’ suoi Tedeschi cinquecento
-barbute, e feciono la via per Siena, veduti e onorati da’ Sanesi
-graziosamente: e giunti al legato con l’insegna del loro signore,
-rifrenarono la forza e la volontà de’ tiranni. Questo non era per
-l’andata di cinquecento barbute cosa da farne memoria, ma consentesi al
-nostro trattato perchè fu la prima e l’ultima che l’imperadore facesse
-in Italia in fatti d’arme.
-
-
-CAP. LXVIII.
-
-_Trattati dell’imperadore ai Fiorentini._
-
-Essendo gli ambasciadori del comune di Firenze quasi ogni dì con
-l’imperadore per trattare la concordia, ed egli avendo scoperto il
-segreto del comune, e crescendogli ogni dì forza grandissima di baroni
-e di cavalieri della Magna, non gli parea volere di meno, e però
-si tenea forte a non condiscendere alla volontà de’ Fiorentini: e
-nondimeno temperava per non rompersi da loro, con tutto l’attizzamento
-de’ caporali ghibellini d’Italia ch’erano appresso di lui, che al
-continovo l’infestavano, perchè si rompesse dai trattato della
-concordia de’ Fiorentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Siena,
-Volterra e Samminiato, e l’aiuto de’ ghibellini ch’erano ivi a fare i
-suoi comandamenti, e la gran forza della sua baronia, senza dubbio di
-presente ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro arrogante
-superbia con grande onore e magnificenza dell’imperio. Il savio signore
-conoscea quanto pericolo gli potea incorrere, potendo con suo onore
-e vantaggio avere pace, cercare guerra: e conosceva, che quando il
-comune di Firenze, ch’era potentissimo, si facesse capo della guerra
-contro a lui, che tosto gli si scoprirebbono molti nemici: e conoscea
-il servigio che avrebbe dalla gente tedesca, se con larga mano non
-li provvedesse, e quanto erano fallaci le suggestioni de’ ghibellini
-d’Italia: e però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo petto,
-e forte si temea che nascesse cagione per la quale i Fiorentini si
-rompessono dal trattato; e però avendo trattato con loro per modo che
-pareano assai di presso, l’imperadore disse, che facessono d’avere il
-sindacato pieno dal loro comune come la materia richiedeva: e allora
-diliberarono che tre degli ambasciadori tornassono a Firenze a fare che
-il sindacato si facesse.
-
-
-CAP. LXIX.
-
-_Raccolti falli de’ governatori del comune in Firenze._
-
-Perocchè gli antichi moderati e virtudiosi che soleano reggere e
-governare lo stato della repubblica in grande libertà, e con maturi
-movimenti e con diligente provvidenza governavano quella in tempo
-di pace e di guerra, e non perdonando i falli che si faceano contro
-la patria, nè lasciando senza merito l’operazioni che si facevano
-virtudiose in accrescimento e onore del comune, onde al nostro tempo
-è da maravigliare come la cittadinanza si mantiene, essendo strana da
-quelle virtù, e dalla provvisione di quel reggimento: e in luogo di
-quelli antichi amatori della patria, spregiatori de’ loro propri comodi
-per accrescere quelli del comune, si trovano usurpatori de’ reggimenti
-con indebiti e disonesti procacci e argomenti, uomini avveniticci,
-senza senno e senza virtù, e di niuna autorità nella maggiore parte,
-i quali abbracciato il reggimento del comune intendono a’ loro propri
-vantaggi e de’ loro amici con tanta sollecitudine e fede, che in tutto
-dimenticano la provvisione salutevole al nostro comune: e non è chi
-per lui pensi, nè per la sua libertà, nè per lo suo esaltamento, nè
-onore, nè per riparare al pericolo che sopravvenire gli può, se non
-nella strema giornata o in sul fatto; e per questo spesso occorrono
-gravi casi al nostro comune, e niuno prende vergogna, o aspetta, per
-avere mal fatto al comune, alcuna pena: e però non è senza pensiero di
-grande ammirazione come il nostro comune non cade in grandi pericoli
-di suo disfacimento. Ma i discreti del nostro tempo tengono che questo
-sia singolare grazia e operazione di Dio, perocchè in così gran fascio
-di cittadini e di religiosi, benchè molti ne sieno de’ rei, assai v’ha
-de’ virtuosi e de’ buoni, le cui preghiere conservano la città da molti
-pericoli, e alquanto è la gente cattolica e limosiniera, perchè Iddio
-la conserva; e oltre a ciò gli ordini dati alla massa del comune per
-li nostri antichi, e ’l reggimento che ha preso il corso alla comune
-giustizia per le conservate leggi, è grande braccio al conservamene del
-comune stato. E benchè gli usurpatori del non degno uficio sieno molti,
-e male disposti al comune bene, e solleciti e provveduti a’ loro propri
-vantaggi, e occupino la civile libertà, il tempo di due mesi ordinato
-al reggimento del sommo uficio del priorato per li nostri provveduti
-antichi è sì breve, che fa grande resistenza alla propria arroganza:
-e ancora la riprieme non poco la compagnia di nove priori e de’ loro
-collegi. Ma non possono ammendare il continovo fallo dell’abbandonata
-provvedenza: onde avviene, che come fortuna guida le cose, infino al
-pubblico destamento del popolo si pena a provvedere, non il migliore
-consiglio, che nol concede il trapassamento delle debite provvedenze,
-ma il meno reo. E questo avviene continovo in tutte grandi e pericolose
-cose e accidenti ovvero imprese che accaggiono al nostro comune.
-
-
-CAP. LXX.
-
-_Come a Firenze si fece il sindacato per l’accordo con l’imperadore._
-
-Avendo narrato il modo del reggimento del comune di Firenze e de’
-suoi rettori, si può dire con verità del fatto, manifestato più volte
-in pieno consiglio per la bocca dell’imperadore, che avendo mandati
-il comune di Firenze a Mantova suoi ambasciadori a profferirgli
-l’aiuto del comune, e confortarlo della sua coronazione, non avrebbono
-domandati que’ patti, che largamente senza niuna promessa di moneta
-non avesse liberamente fatti; ma la provvedenza era, ed è per lunghi
-tempi stata in contumace del nostro comune: e però tornati a Firenze
-i tre ambasciadori per far fare il sindacato, sperando la concordia
-con l’imperadore, a dì 12 di marzo del detto anno, ragunato il
-consiglio del popolo secondo l’ordine del nostro comune, che prima
-s’ha a deliberare in quello, poi in quella del comune, avvenne che il
-notaio delle riformagioni, ch’era natio da..... leggendo i patti che
-s’intendeano d’avere con l’imperadore, per mostrare grande tenerezza
-al popolo della libertà pura del comune, non ostante che in quelle
-scritture se ne contenesse assai già deliberate pe’ signori e pe’
-collegi, si ruppe a piagnere per modo, che la proposta non si potè
-leggere; e gli animi de’ consiglieri a quelle lagrime si commossono dal
-loro proponimento, e però si rimase il consiglio e il sindacato per
-quella giornata, e convenne che di nuovo si rifacessono altri privati
-consigli, ne’ quali il movimento del notaio non fu riputato fatto
-con movimento di ragionevole carità, ma piuttosto per adulazione per
-accattare benivoglienza dal popolo. E pertanto tutti i privati consigli
-fermarono l’intenzione a fare quello s’addomandava dagli ambasciadori,
-e da capo a dì 13 del detto mese si mosse la proposta al consiglio del
-popolo, e sette volte l’una dopo l’altra si perdè: all’ultimo levati
-molti cittadini d’autorità a dire, e a mostrare il beneficio che di
-questo seguitava al comune, e il pericolo che venia del contrario,
-si vinse, e fu dato la balìa di pieno sindacato a tutti e sei gli
-ambasciadori del comune, a potere promettere per lo comune ciò ch’era
-trattato o di nuovo si trattasse: e appresso l’altro dì, a dì 14 del
-mese, con minore fatica si rifermò nel consiglio del comune, e gli
-ambasciadori col mandato pieno si tornarono a Fisa.
-
-
-CAP. LXXI.
-
-_Quello si fe’ per alcuno cardinale per la coronazione dell’imperadore._
-
-In questi dì il cardinale d’Ostia, a cui s’appartiene la coronazione
-dell’imperadore, giunse in Pisa, ricevuto dall’eletto a grande onore.
-Era consuetudine di santa Chiesa di mandare tre cardinali alla
-coronazione degl’imperadori, quello d’Ostia, c’ha l’uficio d’andare
-a coronare l’imperadore alle sue spese e alla sua provvisione, gli
-altri due debbono andare alle spese di santa Chiesa: ma a questa
-volta essendone fatto gran procaccio in corte, e per questo avuto
-la grazia il cardinale di Pelagorga, e quello di Bologna in su ’l
-mare, ch’erano di maggiore legnaggio, il papa e gli altri cardinali
-non acconsentirono che la Chiesa facesse loro le spese, dicendo, se
-voleano andare ch’aveano la benedizione, ma altro non aspettassono.
-I cardinali considerarono la spesa grande, e l’imperadore povero di
-moneta e stretto d’animo, e però con poco loro onore per lo procaccio
-fatto si rimasono di quella legazione, e il papa per non accrescere
-loro vergogna non ve ne mandò alcuno altro: e di questo non si turbò
-l’imperadore per non avere a stendere in loro il suo onore.
-
-
-CAP. LXXII.
-
-_Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze._
-
-Sentendo l’imperadore tornati gli ambasciadori del comune di Firenze
-con pieno mandato e sindacato da fare l’accordo con lui, e come a’
-Fiorentini era paruto malagevole, e conosciuto ch’egli avea recati
-gli ambasciadori a promettergli centomila fiorini d’oro, più per
-la revelazione ch’egli avea fatta loro del segreto del comune che
-per altro piacere, e trovando che i Pisani per mala suggestione già
-gli aveano domandato che li dovesse liberare della franchigia ch’e’
-Fiorentini aveano in Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea
-dicendo, che il loro movimento non era buono; e vedendo che il suo
-consiglio era insuperbito per la gente alamanna che crescea al suo
-servigio tutto dì, e per la forte inzicagione che i ghibellini
-italiani faceano loro, temette del suo consiglio, e poi volle gli
-ambasciadori avere in camera seco col patriarca e col vececancelliere
-soli: e cominciando a chiarire i patti, l’imperadore vi s’allargò
-molto più che infino allora non avea fatto, per tema che discordia
-non rinascesse, e per non avere a riferire la sua volontà col suo
-consiglio. Nondimeno quando vennero al saramento per fermezza delle
-cose che si trattavano, gli ambasciadori al tutto voleano il salvo
-manifesto e palese fermato col detto saramento; l’imperadore si
-fermò a non volerlo fare: ma volea la sommissione libera, e da parte
-privilegiare i patti, e che nel saramento de’ sindachi non fosse
-eccezione. Gli ambasciadori, in questa parte alquanto indiscreti,
-potendolo fare a salvezza del comune, lungamente lo tennono sospeso
-non senza sua turbazione, e poi il feciono, e già era molto infra la
-notte. Appresso vennono a dire, che il saramento della sommissione
-non voleano che si stendesse a’ successori dell’imperio, altro che
-alla sua corona; a questo, disse l’imperadore, che non credea che vi
-si stendesse, perocchè questo si dovea fare nominatamente alla sua
-persona, ma dove a’ successori andasse, in niuna maniera intendea a
-derogare le loro ragioni. Appresso domandarono, che tutte le leggi e
-statuti fatte e fatti, o che per innanzi si facessono per lo comune di
-Firenze, in quanto le comuni leggi nominatamente non le repugnassono,
-le dovesse per suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconvenevole
-domanda, e non la volea consentire: e parendo questo agli ambasciadori
-dubbioso, tre ore o più di piena notte tennono la contesa con lui, e
-infine l’imperadore infellonito gittò la bacchetta ch’avea in mano
-per terra, e mostrandosi forte crucciato, giurò in alta voce per più
-riprese, che se innanzi ch’egli uscisse di quella camera questo non
-si consentisse per i sindachi, che con la sua forza e de’ signori di
-Milano e degli altri ghibellini d’Italia distruggerebbe la città di
-Firenze, dicendo, che troppa era l’altezza della superbia d’uno comune
-a volere suppeditare l’imperio. Gli ambasciadori vedendolo così forte
-turbato dissono, che troverebbono modo di venire a fare di ciò la sua
-volontà: e perocchè l’ora era fuori di modo tarda, presono licenza per
-andarsi a posare, e per questa cagione ogni cosa rimase imperfetta in
-quella notte, e in quell’ora significarono il fatto gli ambasciadori a’
-signori di Firenze, per avere il dì vegnente da risposta a buon’ora.
-L’imperadore sentendo che gli ambasciadori aveano scritto al comune
-di Firenze significando le sue parole, temette forte che i Fiorentini
-non si rompessono dalla concordia, e però la mattina per tempo, non
-attendendo che gli ambasciadori avessono risposta, mandò per loro, e
-usate molte savie parole intorno al movimento tedioso della notte, con
-dimostramento di grande amore verso il comune di Firenze, largamente
-acconsentì ciò che gli ambasciadori aveano domandato: e oltre a ciò per
-sua liberalità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso d’essergli
-stadichi per attendere la promessa del comune, poco appresso fatta la
-concordia disse, ch’alla fede del comune intendea di stare di questo
-e d’ogni gran cosa, e licenziò gli stadichi, e raffermata tutta la
-concordia, innanzi che da Firenze venisse la risposta: nondimeno il
-comune avea risposto, che per le dette cose non volea che la concordia
-rimanesse: e questo fu a dì 20 di marzo del detto anno.
-
-
-CAP. LXXIII.
-
-_Come i Fiorentini per mala provvedenza errarono a loro danno._
-
-Avvegnachè molto sia detto de’ falli del nostro comune, uno singolare
-non ci si lascia passare senza fare in questo luogo memoria di lui.
-Fatta e ferma la concordia con l’imperadore di dargli fiorini d’oro
-centomila per avere fine e remissione da lui delle condannagioni e
-pene, in che ’l nostro comune era incorso per decreti dell’imperadore
-Arrigo e degli altri suoi antecessori, si ritrovò il saramento fatto
-per lo detto eletto a papa Clemente sesto e alla Chiesa di Roma,
-quando fu promosso per operazione del detto papa e di santa Chiesa
-all’elezione dell’imperio, ch’egli libererebbe i comuni di Toscana
-d’ogni condannagione fatta per i suoi antecessori, e d’ogni debito a
-che si trovassono obbligati per addietro all’imperio, massimamente
-il comune di Firenze, il quale per l’imperadore Arrigo era stato
-condannato con i suoi cittadini in loro singolarità, la qual cosa
-era manifesta a santa Chiesa. E ancora giurò, che i detti comuni non
-graverebbe, nè farebbe contro alcuno di quelli muovere guerra, nè
-sottometterebbe la loro libertà. Grande ignoranza fu trattare presso
-a due mesi con l’imperadore, e non avere memoria di cotanto fatto. Io
-reputo essere stata degna compensagione, avendo così fatta ignoranza
-compensata con prezzo di cento migliaia di fiorini d’oro, i quali il
-comune pagò per avere con fatica e con paura quello che aver potea
-senza costo, per la benigna provvedenza di santa Chiesa: e quello che
-pagò per debito in piccola parte, potea in luogo di servigio e di
-grazia compensare. Vergognomi ancora di scrivere la seguente arrota:
-avendo nella fama dell’avvenimento in Italia dell’imperadore, mandato a
-corte al papa e a’ cardinali per avere aiuto e favore da santa Chiesa,
-le lettere furono impetrate piene e graziose e favorevoli per lo
-nostro comune all’imperadore, ove il papa e’ cardinali gli ricordavano
-la promessa fatta sotto il suo saramento; le lettere stettono in
-cancelleria per spazio di tre mesi, innanzi che modo si trovasse di
-pagare fiorini trenta d’oro per le comuni spese della cancelleria: e
-per questo, poco appresso che la sommissione del comune e la promessa
-della moneta fu fatta, giunsono le lettere bollate al nostro comune,
-con grande ripitio e vergogna de’ nostri rettori.
-
-
-CAP. LXXIV.
-
-_Della statura e continenza dell’imperadore._
-
-Secondo che noi comprendiamo da coloro che conversano intorno
-all’imperadore, la sua persona era di mezzana statura, ma piccolo
-secondo gli Alamanni, gobbetto, premendo il collo e ’l viso innanzi non
-disordinatamente: di pelo nero, il viso larghetto, gli occhi grossi,
-e le gote rilevate in colmo, la barba nera, e ’l capo calvo dinanzi.
-Vestiva panni onesti e chiusi continovamente, senza niuno adornamento,
-ma corti presso al ginocchio: poco spendea, e con molta industria
-ragunava pecunia, e non provvedeva bene chi lo serviva in arme. Suo
-costume era eziandio stando a udienza di tenere verghette di salcio in
-mano e uno coltellino, e tagliare a suo diletto minutamente, e oltre
-al lavorio delle mani, avendo gli uomini ginocchioni innanzi a sporre
-le loro petizioni, movea gli occhi intorno a’ circostanti per modo,
-che a coloro che gli parlavano parea che non dovesse attendere a loro
-udienza, e nondimeno intendea e udiva nobilemente, e con poche parole
-piene di sustanzia rispondenti alle domande, secondo sua volontà, e
-senza altra deliberazione di tempo o di consiglio faceva pienamente
-savie risposte. E però furono in lui in uno stante tre atti senza
-offendere o variare l’intelletto, il vario riguardo degli occhi,
-il lavorare con le mani, e con pieno intendimento dare l’udienze e
-fare le premeditate risposte; cosa mirabile, e assai notevole in uno
-signore. La sua gente, avendo in un’ora in Pisa più di quattromila
-cavalieri tedeschi, faceva mantenere onestamente, eziandio astenere
-dalle taverne e dalle disoneste cose per modo, che innanzi alla sua
-coronazione in Pisa non ebbe zuffa nè riotte tra’ forestieri e’
-cittadini d’alcuna cosa. Il suo consiglio ristrignea con pochi suoi
-baroni e del suo patriarca, ma la deliberazione era più sua che del
-suo consiglio: perocché ’l suo senno con sottile e temperata industria
-valicava il consiglio degli altri; e molto si guardò di muoversi alla
-stigazione e conforto de’ ghibellini d’Italia, usati d’incendere e
-d’infocare l’imprese all’appetito parziale, più che al singolare onore
-dell’imperiale corona, i cui vizi nobilemente conoscea.
-
-
-CAP. LXXV.
-
-_Come si bandì in Firenze l’accordo con l’imperadore._
-
-Sabato mattina, a dì 21 di marzo del detto anno, l’imperadore
-provvedutamente fece ragunare tutti i forestieri ch’erano in Pisa e’
-Pisani a parlamento nel duomo di Pisa, e con dimostramento di singolare
-allegrezza fece venire dinanzi da se tutti e sei gli ambasciadori e
-sindachi del comune di Firenze: i quali giunti nel parlamento furono
-guardati da tutti con ammirazione grande, perocchè alla memoria di
-coloro ch’erano vivi, nè di molto tempo innanzi, si trovava che il
-comune di Firenze fosse stato altro che nemico all’imperadore, e ora
-vedeano che con pace aveano dall’imperadore que’ patti ch’aveano saputi
-dimandare: e da loro ricevette l’omaggio e il saramento della fede che
-promisero all’imperadore, sotto la condizione de’ patti e convenienze
-che ferme aveano con lui per lo comune di Firenze, le quali su brevità
-appresso in sostanza diviseremo: e l’eletto imperadore come re de’
-Romani ne fece a loro privilegi reali, e promise ricevuta l’imperiale
-corona di farli imperiali. E a dì 23 del detto mese, lunedì sera,
-si pubblicò in Firenze la concordia presa con l’imperadore, sonando
-le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo. Poca gente, a
-rispetto del nostro comune, si ragunò al parlamento, e senza alcuna
-vista d’allegrezza ogni uomo si tornò a casa. Il comune fece in sulle
-torri e in su i palagi festa e luminaria: ma nella città pe’ cittadini
-non si fece falò per segno d’alcuna allegrezza, conoscendo quanto
-costava caro al comune l’ignoranza de’ loro cittadini governatori per
-l’abbandonata provvedenza.
-
-
-CAP. LXXVI.
-
-_I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore._
-
-Questi furono i patti che messer Carlo re di Boemia eletto imperadore
-impromise al comune di Firenze, e co’ suoi reali privilegi confermò.
-In prima cassò e annullò ogni sentenza e condannagione le quali per
-addietro fossono fatte contro alla città, e’ cittadini e comune di
-Firenze e’ suoi contadini, e contra i conti da Battifolle, e da
-Doadola, e da Mangona, e Nerone d’Alvernia per gl’imperadori romani
-ovvero re de’ Romani suoi antecessori: e tutti e catuno integrò e
-restituì ne’ suoi onorie giurisdizioni e dominii personali e reali. E
-concedette che il comune e popolo, e la città e contado e distretto
-di Firenze si reggesse secondo gli statuti e le leggi municipali e
-ordinamenti consueti del detto comune: e di singolare grazia confermò
-al detto comune per suoi privilegi quello che più gli parve grave,
-cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti fatti, e che per
-innanzi si facessono, approvandoli e confermandoli in quanto le comuni
-leggi nominatamente non le riprovassono: dicendo, la moltitudine delle
-leggi è tanta, che se a questo non hanno provveduto, io a’ Fiorentini
-nol vo’ negare. Ancora, che i priori dell’arti e il gonfaloniere della
-giustizia, che sono e che per li tempi saranno all’uficio del priorato,
-sieno irrevocabili suoi vicari tutto il tempo della sua vita. E il
-detto imperadore graziosamente, avendo affezione a volere mantenere il
-pacifico stato e tranquillo riposo del comune di Firenze, acciocchè per
-lo suo avvenimento in quella città non nascesse tumulto o mutazione,
-promise e concedette di grazia speziale di non volere entrare nella
-città di Firenze nè in alcuna sua terra murata. I sindachi predetti
-a vice e a nome del comune di sopra detto feciono a lui in pubblico
-la sommessione e l’ubbidienza, e giurarono liberamente riconoscendolo
-per vero eletto e futuro imperadore: e la reverenza li feciono in
-segno del debito omaggio; e promisongli in nome del comune di Firenze
-per satisfazione intera di ciò, che obbligati fossono per lo tempo
-passato infino al presente dì, a lui e a tutti i suoi antecessori, per
-qualunque ragione o cagione dire o nominare si potesse, e ancora per
-tutte le terre che ’l detto comune tiene, e ha tenute in suo contado e
-in suo distretto, fiorini centomila d’oro in quattro paghe in cinque
-mesi, finendo per tutto il mese d’agosto del detto anno 1355: e per lo
-tempo avvenire promisono di dare ogni anno del mese di marzo al detto
-imperadore Carlo, alla sua vita solamente, fiorini quattromila d’oro
-per compensagione di censo, in quanto le città di Toscana fossono
-tenute di ragione all’imperio, e oltre a ciò, per tutte e singule
-quelle cose le quali il detto comune per se e per lo suo contado e
-distretto dire si potesse ch’all’imperio fossono per alcuna cosa
-obbligati; e di tutti i detti patti e convenienze, oltre a’ privilegi
-reali, fu contento l’imperadore futuro che ser Agnolo di ser Andrea
-di messer Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale, ne facesse
-carta e pubblico istrumento al detto comune. Aggiugnesi qui, benchè
-quello che seguita avvenisse dopo la sua coronazione, acciocchè insieme
-si trovi la memoria de’ patti e de’ privilegi imperiali, e dell’arrota
-della graziosa libertà del detto imperadore inverso il nostro comune.
-E a dì 3 di maggio 1355 nella città di Siena, tornando l’imperadore
-dalla sua coronazione, tutte le dette convenienze e promesse fatte
-rinnovò, e comandò che si dessono al nostro comune sotto la fermezza
-de’ suoi privilegi imperiali roborati delle bolle dell’oro. E avendo
-nel processo del tempo il detto imperadore trovato il comune di Firenze
-in molta fede e dirittura delle sue promesse, non ostante che i Pisani,
-e’ Sanesi e gli altri Toscani l’avessono tradito e messo in grave caso
-di fortuna, essendo ridotto a Pietrasanta per partirsi d’Italia, e
-avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandato là il compimento de’
-centomila fiorini promessi, avendolo egli molto a grado, e commendando
-l’amore e la fede del comune, in vituperio degli altri comuni
-ch’aveano mostrato la libera suggezione all’imperio, e poi l’aveano
-tradito, s’offerse singolarmente a’ Fiorentini, e di suo proprio
-movimento privilegiò al nostro comune generalmente ciò che tenea in
-suo distretto, e mandonne i suoi privilegi imperiali bollati d’oro al
-nostro comune, fatti in Pietrasanta a dì 3 di giugno 1355. In questo
-tempo il comune di Firenze tenea in suo distretto la Valdinievole, il
-Valdarno di sotto, Pistoia, e ’l castello di Serravalle, e tutta la
-montagna di sotto, e Colle, e Laterina, e Montegemmoli, e la terra di
-Barga con più castella di Garfagnana, e Castel san Niccolò col suo
-contado, e la montagna fiorentina, e molte altre terre e castella che
-qui per brevità non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano e di
-Prato, avvegnachè già, come è detto, erano ridotte a contado di Firenze.
-
-
-CAP. LXXVII.
-
-_Come fu offesa la libertà del popolo di Roma da’ Toscani._
-
-Vedendo i falli commessi per li comuni di Toscana, che liberamente
-sottomisono la loro libertà al nuovo imperadore, ci dà materia di
-ricordare per esempio del tempo avvenire, come col popolo romano i
-comuni d’Italia, e massimamente i Toscani, sotto il loro principato
-parteciparono la cittadinanza e la libertà di quello popolo, la cui
-autorità creava gl’imperadori: e questo medesimo popolo, non da se, ma
-la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli cristiani, concedette
-l’elezione degl’imperadori a sette principi della Magna. Per la qual
-cosa è manifesto, avvegnachè assai più antiche storie il manifestino,
-che ’l popolo predetto faceva gl’imperadori, e per la loro reità
-alcuna volta gli abbattea, e la libertà del popolo romano non era in
-alcun modo sottoposta alla libertà dell’imperio, nè tributaria come
-l’altre nazioni, le quali erano sottoposte al popolo, e al senato e al
-comune di Roma, e per lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo
-a’ nostri comuni di Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla
-civiltà del popolo romano, è assai manifesto, che la maestà di quel
-popolo per la libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di
-Pisa, e di Siena, e di Volterra, e di Samminiato fu da loro offesa,
-e dirogata la franchigia de’ Toscani vilmente, per l’invidia ch’avea
-l’uno comune dell’altro, più che per altra debita cagione.
-
-
-CAP. LXXVIII.
-
-_Di quello medesimo._
-
-Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è
-detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa
-del sommo impero, è loro lecito anzi debito il patteggiare con
-gl’imperadori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una,
-che seguita ne’ fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato
-che ha da Dio e dal santo imperio in quello, e questi sono dinominati
-Guelfi, cioè guardatori di fè: e l’altra parte seguitano l’imperio,
-o fedele o infedele che sia delle cose del mondo o santa Chiesa, e
-chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie,
-e seguitano il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli altri
-sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due
-sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato, ma non
-potendosi fare, ove signoreggia l’una, e ove l’altra, quanto che tutti
-si solessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo
-in Italia gl’imperadori alamanni, hanno più usato favoreggiare i
-ghibellini ch’e’ guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città
-vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria,
-e morti gl’imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e
-levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici
-della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non
-è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti
-imperadori. Appresso è da considerare, che la lingua latina, e’ costumi
-e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e divisati e
-strani agl’Italiani, la cui lingua e le cui leggi, e’ costumi, e’
-gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo,
-e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gl’imperadori della
-Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della
-Magna reggere gl’Italiani, non lo sanno, e non lo possono fare: e
-per questo, essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano
-tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per essere
-per contraversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù, o
-per ragione d’intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e
-vere ragioni, le città e’ popoli che liberamente gli ricevono conviene
-che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato
-reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella
-città, o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo
-riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli,
-che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non
-essere ribelli agl’imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi
-con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperadori, che senza
-gran sicurtà li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo
-qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammaestramento della libertà
-de’ comuni d’Italia, si prova per gli antichi esempi, chi li vorrà
-ricercare, e per li nuovi, chi li vorrà ricercare e appresso leggere il
-nostro trattato.
-
-
-CAP. LXXIX.
-
-_Come la gran compagnia rubò il Guasto in Puglia._
-
-Il conte di Lando con la gran compagnia avendo soggiornato in
-Abruzzi infino all’entrata di marzo, si mosse da Pescara e da san
-Fabiano, e andò verso il Guasto. Que’ della terra male provveduti da
-loro, e peggio dal re loro signore, trattarono con la compagnia, e
-fidaronsi mattamente nelle loro promesse, che non li ruberebbono, e
-che torrebbono della roba derrata per danaio, li misono nella terra;
-ma come furono entrati dentro, i predoni usarono crudelmente la loro
-rapina uccidendo e rubando tutta la terra, e appresso con fuoco
-n’arsone gran parte: per lo cui esempio tutte l’altre terre di Puglia
-si disposero a ogni pericolo per difendersi da loro, e afforzaronsi
-francamente per modo, che quanto ch’elli stessono lungamente a campo
-senza potere più acquistare città o castella. Appresso valicarono a
-san Siverno in Puglia, e ivi s’accamparono e stettono lungamente,
-scorrendo e predando e facendo danno assai a’ paesani: e dall’altra
-parte il Paladino aggiuntosi gente della compagnia tribolava la marina
-della Puglia, ed era palese a’ regnicoli che messer Luigi di Durazzo
-favoreggiava la compagnia.
-
-
-CAP. LXXX.
-
-_Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, e non l’ebbe._
-
-Avendo l’imperadore compiuto e fermo l’accordo co’ Fiorentini, mandò
-a Firenze suoi ambasciadori a richiedere il comune di Firenze con
-grande stanza, che piacesse loro per bene e stato di tutte le città di
-Toscana, e per levare ogni pericolo che venire potesse loro addosso per
-la forza de’ tiranni e della gran compagnia, per vivere i detti comuni
-insieme in unità e in pace, di fare lega insieme, e quella gente per
-via di taglia che a’ Fiorentini piacesse, e offerendo l’aiuto suo ove
-che fosse a ogni loro bisogno molto largamente, dicendo, che presa la
-corona intendea d’andare in Lombardia o nella Magna, ove il comune di
-Firenze consigliasse. I Fiorentini in più consigli privati e palesi
-praticarono se questa lega fosse da fare o no: e infine considerato
-il pericolo dell’imprese, e temendo di non correre ad essere indotti
-a rompere la pace a’ signori di Milano, e che la gente d’arme raunata
-sotto un capitano dato dall’imperadore non potesse essere cagione
-di novità contro alla libertà del comune, al tutto deliberare che
-la lega per lo nostro comune non si facesse, e con belle e oneste e
-legittime cagioni si diliberarono di quella richiesta. L’imperadore
-essendo in movimento per andare a vicitare le città e le terre che gli
-s’erano date, e andare per la corona, soprastette senza accettare la
-scusa, e domandò che il nostro comune apparecchiasse dugento cavalieri
-che l’accompagnassono a Roma: e da Pisa si partì a dì 23 di marzo e
-andossene a Volterra, ove fu ricevuto secondo la loro possa assai
-onoratamente; e albergatovi una notte, l’altro dì venne a Samminiato, e
-da loro fu ricevuto come signore; e a dì 23 di marzo giunse a Siena la
-sera, ove fu ricevuto con singolar festa e onore.
-
-
-CAP. LXXXI.
-
-_Come si mutò lo stato de’ nove di Siena._
-
-E’ pare degna cosa, che coloro i quali ingannano in comune i loro
-cittadini, e rompono la fede a’ loro amici, che alcuna volta per quella
-medesima sieno puniti, e portino pena de’ peccati commessi. L’ordine
-de’ nove di Siena, avendo per lungo tempo ingannati e detratti dagli
-ufici del comune con malo ingegno i loro cittadini, come già abbiamo
-narrato, e tradito il comune di Firenze nel cospetto dell’imperadore,
-seguitando la rea intenzione della setta di Giovanni d’Agnolino Bottoni
-loro caporale, quando liberamente si dierono all’imperadore, credendo
-per quello essere esaltati, e avere abbattuto lo stato e la libertà del
-comune di Firenze; il comune di Firenze per la sua costanza e savia
-provvisione rimase grande nel cospetto dell’imperadore e privilegiato
-da lui, e mantenea accrescendo suo stato, la sua libertà e il suo
-onore. Entrato l’imperadore in Siena il martedì sera, il mercoledì
-vegnente, il dì dell’Annunziazione di nostra Donna, gli _anni Domini_
-1355 a dì 25 di marzo, Tolomei, Malavolti, Piccolomini, Saracini, e
-alcuno de’ Salimbeni, contrari a Giovanni d’Agnolino Bottoni loro
-consorto, con seguito del minuto popolo levarono il romore nella città,
-dicendo: Viva l’imperadore, e muoiano i nove e le gabelle: e in questa
-furia furono morti due cittadini: e corsi alle case del capitano
-della guardia, e trovandolo gravemente malato in sul letto, rubarono
-tutto l’ostiere e ciò che aveva la famiglia, e l’arme e’ cavalli, e
-lasciato il capitano in sulla paglia in terra, in poch’ore appresso
-morì: e di là corsono al palagio de’ nove, e cacciatine in furia i
-nove e la loro famiglia vi misono l’imperadore, e feciono mandare per
-la cassa dov’erano insaccati i cittadini dell’ordine de’ nove e gli
-altri loro uficiali, e usando la loro besseria, con grande dirisione
-la feciono tranare per la terra, andandola scopando, e poi impetrato
-il comandamento dall’imperadore l’arsono con gran romore in sul campo,
-e appresso tutti gli atti e ordini de’ nove, e tutti gli ufici della
-città; e le persone di coloro ch’aveano avuti gli ufici furono in
-persecuzione e in pericolo grande nella cittadinanza, come leggendo si
-potrà trovare.
-
-
-CAP. LXXXII.
-
-_Di quello medesimo._
-
-Avendo veduto l’eletto imperadore il romore e le novità fatte nella
-città di Siena con dimostrazione d’esserne stato contento, con poco
-onore dell’imperiale fama, il seguente dì fece ragunare tutti i
-cittadini a parlamento; e quando gli ebbe ragunati, fece separare i
-grandi dal popolo, e i popolani maggiori dal minuto popolo, e a catuno
-per se fece fare un sindaco con pieno mandato a sottomettersi da capo
-liberamente senza alcuno eccetto, e da capo si diedono all’imperadore,
-sottomettendo all’imperiale signoria il comune, il popolo, e la città,
-e il contado, e il distretto e la giurisdizione di Siena, dandogli in
-tutto il misto e mero imperio di quella città, contado e distretto: e
-incontanente licenziati tutti gli uficiali e rettori della terra ne
-fece suo vicario l’arcivescovo di Praga: e fatta pigliare la tenuta
-e la guardia di tutte le loro terre e castella, per decreto cassò,
-e annullò, e vietò in perpetuo l’uficio e ordine de’ nove. Coloro
-ch’erano stati di quell’ordine, villaneggiati da’ cittadini, veggendosi
-a pericolo stando nella terra, chi se n’andò in una parte e chi in
-un’altra partendosi della città; ed essendo dalle loro vicinanze con
-giusta infamia guardati come traditori della propria patria e de’ loro
-vicini, con grande vituperio traevano la loro vita nell’altrui terre.
-
-
-CAP. LXXXIII.
-
-_Il modo trovò il comune di Firenze per avere danari._
-
-E’ non sarebbe da fare memoria di quello che seguita, se il modo
-col quale il comune di Firenze ebbe i danari con agevolezza non ce
-ne sforzasse, per buono esempio delle cose avvenire. Incontanente
-che l’imperadore fu riposato in Siena, i Fiorentini non aspettando
-il termine della prima paga, gli mandarono contanti a Siena fiorini
-trentamila d’oro, i quali si pagarono a dì 27 di marzo 1355; della
-qual cosa l’imperadore si tenne molto contento, perocchè li vennono a
-gran bisogno, perchè era in su l’andare da Roma, e avea necessità di
-provvedere a’ suoi baroni per aiuto alle spese. Il comune di Firenze
-per avere questi danari e gli altri, ordinò nella città a’ suoi
-cittadini un estimo che si chiamò la sega, che fu posto a’ cittadini
-per casa certi danari il dì: e fatta la sega, si fece pagare soldi
-quindici per ogni danaio, e catuno pagava questa piccola somma a
-colta. Nondimeno, perchè i meno possenti parevano troppo gravati a
-rispetto degli altri, il comune elesse d’ogni gonfalone certi uomini,
-e commise loro ch’abbattessono il quarto di quello che montava la loro
-sega sgravandone gl’impotenti; e questo si fece subito e comunalmente
-bene: e però appresso la detta paga si raccolse un’altra volta a soldi
-trenta il danaio per modo, che in termine di due mesi, o in meno,
-ebbono contanti i fiorini centomila che si diedono all’imperadore,
-senza andare alcuni esattori per la città, o essere alcuno gravato
-per forza. È vero che leggi s’ordinarono per lo comune, che chi non
-pagasse la sega per se o altri per lui non potesse avere uficio di
-comune, nè dovesse essere udito in alcuno uficio in suo beneficio: e
-ordinò il comune, che catuno che prestasse danari di questa sega, fosse
-in certo tempo assegnato in su le sue gabelle con provvisione a dieci
-per centinaio l’anno: e per questo molti cittadini mobolati pagavano
-per chiunque volea dar loro alcuno vantaggio, e così gl’impotenti per
-piccola cosa che si cavavano di borsa trovavano chi pagava per loro
-e prendevano l’assegnamento. Il comune mantenne la fede di pagare a’
-termini ch’avea promesso, e però a molti cittadini era grande guadagno,
-e agli altri non era gravezza; e per questo, quanti danari fossono
-bisognati al comune avea senza alcuna fatica, e il merito che pagava
-tornava nelle mani de’ suoi cittadini, non però senza alcuna invidia.
-Abbianne fatta questa memoria per li tempi avvenire, a dimostrare
-quanto è utile al soccorso della repubblica mantenere il comune la
-fede a’ suoi cittadini, e quanto bene seguita al comune l’ordine di
-restituire le prestanze: perocchè nella nostra ricordanza è di veduta,
-che il comune soleva fare libbre ed imposte le quali generavano molte
-mortali nimicizie tra’ cittadini, perocchè si facevano disordinatamente
-sconce, e se pure ventimila fiorini imponeva il comune, più di cento
-case se n’abbattevano in Firenze, e recavansi i beni tra quelli de’
-rubelli per cessanti delle fazioni del comune, e i cittadini erano
-pegnorati o presi, e molti s’uscivano in bando per le dette cagioni, e
-gli esattori e’ messi se n’andavano per loro col quarto dell’imposta,
-in grave confusione della cittadinanza.
-
-
-CAP. LXXXIV.
-
-_L’ordine diede l’imperadore agli Aretini._
-
-Gli ambasciadori del comune d’Arezzo avendo sostenuto molte battaglie
-in giudicio da’ Tarlati e dagli Ubertini nell’udienza dell’imperadore e
-del suo consiglio, che domandavano di volere tornare nella loro città
-d’Arezzo, e avendoli gli ambasciadori convinti con ragione come non
-erano degni di tornare cittadini in quella città, dov’avevano per loro
-sfrenata potenza usate le tirannie manifeste e l’ingiuste operazioni,
-per le quali aveano per più riprese fatto manifesto all’imperadore e
-al suo consiglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni altro
-pericolo di fortuna, che coloro consentissono di rimettere nella città
-sotto alcun patto. L’imperadore avendo assai sostenuto a riceverli in
-servigio de’ Tarlati e degli Ubertini, vedendo la giusta costanza degli
-ambasciadori, diliberò che tutti i cittadini non ribelli di quello
-comune raccomunassono gli ufici, e che tanti vi fossono de’ ghibellini
-quanto de’ guelfi; ma che le due castella della città si guardassono
-solo per i guelfi, com’erano usate di guardare, per più fermezza dello
-stato della città; e che catuno dovesse avere il frutto de’ suoi
-propri beni, e non potessono domandare altro a quello comune. Gli
-ambasciadori col sindacato del loro comune gli feciono la sommessione
-di quello comune e l’omaggio, promettendoli ogni anno per censo fiorini
-quattrocento d’oro del mese di marzo: e oltre a ciò gli donarono per
-aiuto alla sua coronazione fiorini cinquemila d’oro, e l’imperadore
-futuro per suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado: e
-questo fu fatto nella città di Siena all’uscita del mese di marzo 1355.
-
-
-CAP. LXXXV.
-
-_Come fu preso Montepulciano dalla casa de’ Cavalieri._
-
-Essendo per lunga esperienza certificati messer Niccolò e messer
-Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che la loro discordia gli avea
-abbattuti della signoria, e cacciati in esilio della loro terra e della
-città di Siena, si ridussono a pace e a concordia; e innanzi che il
-bollore del popolo sanese s’acchetasse in fermo stato, messer Niccolò
-di volontà di messer Iacopo suo consorto tornò in Montepulciano,
-ricevuto da’ terrazzani che dentro v’erano con allegra faccia, perocchè
-volentieri tornavano al loro antico reggimento: nondimeno la rocca
-ch’era in mano e in guardia de’ Sanesi non potè avere. La novella
-venne a Siena di presente dov’era l’imperadore, e messer Iacopo de’
-Cavalieri ch’era di ciò avvisato, avendo in sua compagnia alquanti
-grandi uomini di Siena, incontanente fu in presenza dell’imperadore,
-e informollo pienamente del manifesto torto che il popolo di Siena
-avea fatto loro, non attenendo i patti nè le convenienze ch’aveano
-promesse per la corrotta fede de’ nove; e que’ grandi cittadini
-ch’erano con lui feciono chiaro l’imperadore che quello che diceva era
-in fatto vero: e però in quello stante, quanto ch’e’ s’avesse altro in
-cuore, disse ch’era contento che tenessono la terra di Montepulciano
-come suoi vicari; e il terzo dì appresso, cavalcando l’eletto verso
-Roma, volle andare a desinare nella terra. I signori allegramente
-gli apparecchiarono la desinea; e com’ebbe mangiato ne menò seco a
-Roma l’uno e l’altro, e nella terra mise altra gente alla guardia: ed
-essendo in Roma, e sentendo alcuna cosa contro a messer Niccolò, o
-che per sospetto si movesse, il fece citare, ed egli ingelosito per
-sospetto della sua persona si partì di Roma, senza comparire e senza
-prendere comiato.
-
-
-CAP. LXXXVI.
-
-_Come il papa riprese in concistoro certi dissoluti cardinali._
-
-Il cardinale di Pelagorga di Guascogna baldanzoso e superbo, non meno
-per la potenza dei suo legnaggio che per lo cappello rosso, oltre a
-molte grandi e sconce cose fatte per la sua arroganza, singolari nella
-corte di Roma, in questi dì del mese di marzo, nella santa Quaresima,
-essendo per loro bisogne venuti a corte nella città d’Avignone alquanti
-cavalieri guasconi, disordinati, della setta sua e di suo lignaggio,
-senz’altra singolare cagione ne fece uccidere tre, che niuna guardia
-si pensavano avere a fare, non guardando alla reverenza de’ pastori
-di santa Chiesa, nè a’ santi giorni quaresimali. E altri giovani
-fatti cardinali per papa Clemente erano stati, e in questi dì erano
-in tanta disonesta e dissoluta vita, che niuni giovani dissoluti
-tiranni gli avanzavano: e intra l’altre cose (con vergogna il dico)
-facevano nella città a’ loro scudieri rapire le giovani donne a’ loro
-mariti manifestamente, e senza vergogna le teneano palesi nelle loro
-livree; e molte cose violenti usavano in vituperio di santa Chiesa.
-Onde papa Innocenzio sesto udendo molta infamia nella corte di questi
-cardinali, facendo dell’edima santa singolare consistoro per questa
-cosa, li riprese in pubblico aspramente, dicendo: Voi vi portate sì
-dissolutamente in vituperio di santa Chiesa, che mi conducerete a
-essere in parte, ch’io farò abbassare la vostra superbia; minacciandoli
-di tornare la corte in Italia: ma poco se n’ammendarono; e il tempo non
-era ancora ordinato da Dio di tornare alla sedia apostolica di Roma i
-suoi pontefici per l’antico peccato de’ prelati italiani, che ancora
-non si mostravano soperchiati dagli oltramontani.
-
-
-CAP. LXXXVII.
-
-_Di alcuna novità di Pisa per gelosia._
-
-Essendo l’imperadore a Siena, era in Pisa rimaso un suo vicario con
-seicento cavalieri tedeschi: i Pisani per le divisioni e per l’invidia
-delle loro sette mormoravano l’uno contro l’altro, e catuno contro
-all’imperadore. Il vicario per reprimere la volontà de’ malcontenti, e
-per accrescersi favore del minuto popolo ch’era tutto imperiale, a dì
-29 di marzo 1355 fece improvviso a’ Pisani di subito armare tutte le
-sue masnade tedesche, e con loro insieme corse tutta la città gridando,
-viva l’imperadore, e il popolo rispondea per tutte le contrade, viva
-l’imperadore; e senza alcuna altra novità fare s’acquetarono: e tornati
-a’ loro alberghi puosono giuso l’armi, e a’ Pisani delle sette crebbe
-il mal volere contro all’imperadore.
-
-
-CAP. LXXXVIII.
-
-_Della gente che i Fiorentini mandarono con l’imperadore._
-
-L’eletto imperadore volendo andare a prendere la corona a san Piero
-a Roma, si pensò, che non ostante la sua copiosa compagnia, grande
-sicurtà gli sarebbe per tutto ad avere in sua condotta l’insegna del
-comune di Firenze, e alla guardia della sua persona de’ suoi cittadini
-con parte della loro gente d’arme; e però richiese i Fiorentini che
-gli mandassono de’ loro cavalieri dugento con l’insegna del comune, e
-con alcuni cittadini alla sua compagnia. Il comune elesse di presente
-due cittadini, uno grande e uno popolare, ambedue cavalieri, e dugento
-barbute di gente eletta molto bene montati e armati nobilemente, e bene
-guerniti di robe e d’arnesi, e diedono l’insegna del popolo, il giglio
-e il rastrello, senza alcuna aguglia: e giunti a Siena, l’imperadore
-li ricevette graziosamente, e costituilli alla guardia del suo corpo,
-perocchè gran confidanza avea de’ Fiorentini, e tra tutta sua gente
-non avea altrettanti cavalieri sì bene a cavallo nè sì bene armati:
-e in sua compagnia andarono, e stettono, e tornarono da Roma infino
-alla città di Siena, e ivi licenziati dall’imperadore si tornarono a
-Firenze. Abbiamo di questa lieve cosa fatta memoria, non tanto per lo
-fatto, quanto che fu cosa disusata e strana per lunghi tempi passati,
-vedere l’insegna del comune di Firenze a guardia dell’imperadore.
-
-
-CAP. LXXXIX.
-
-_Come l’imperadore si partì da Siena._
-
-Avendo l’imperadore veduto la subita revoluzione fatta per i cittadini
-di Siena, d’avere disfatto e abbattuto il loro antico reggimento e
-l’ordine de’ nove, avendo di presente ad essere a Roma il dì della
-Pasqua della santa Resurrezione a dì 5 d’aprile, prese sospetto di
-lasciarla in libertà, e lasciovvi l’arcivescovo di Praga cui n’avea
-fatto vicario, prelato di grande autorità, e sperto delle cose del
-mondo, e pro’ e ardito in fatti d’arme, e in sua compagnia e per suo
-consiglio lasciò il signore di Cortona, e i Tarlati d’Arezzo, e’ conti
-da Santafiore, e più altri caporali di parte ghibellina, mostrando più
-confidanza in loro che nelle case guelfe di Siena, che liberamente
-gli aveano data la signoria di quella città: per la qual cosa i
-gentili uomini di quella terra e i popolani grassi molto si turbarono
-e rimasono malcontenti, benchè in apparenza allora non ne feciono
-dimostrazione; e a dì 28 di marzo 1355 l’eletto si partì da Siena, e
-seguitò a gran giornate il suo viaggio, e infino alla sua tornata i
-Sanesi vivettono senza niuno loro ordine sotto il volontario reggimento
-del vicario.
-
-
-CAP. XC.
-
-_Della gran compagnia ch’era in Puglia._
-
-In questo tempo, all’entrare d’aprile del detto anno, la compagnia
-del conte di Lando era cresciuta nel Regno in quattromila barbute, e
-in molti masnadieri, e in grande popolo di bordaglia, e tenendo loro
-campi sopra Nocera e sopra Foggia correvano la Puglia piana predando
-e pigliando uomini e femmine, e bestiame e roba ovunque ne poteano
-giungnere, e strignevano per paura i casali e le ville a portare
-vittuaglia al campo. Nel paese faceano danno assai; ma niuna terra
-murata poterono acquistare, perocchè non aveano argomenti da vincerle
-per battaglia, e per la fede ch’aveano rotta a quelli del Guasto quando
-si dierono loro, niuna terra si volea più confidare alle loro promesse,
-ma tutte s’erano armate e afforzate alla difesa. Stando la compagnia
-per questo modo in Puglia, il re Luigi poco mostrava che si curasse
-della compagnia, e meno del danno de’ suoi sudditi, con mancamento
-di suo onore, perocchè nè aiuto nè consiglio dava loro: ma in questi
-dì mandò messer Niccola Acciaiuoli di Firenze suo grande siniscalco
-al legato, per trattare pace da lui a messer Malatesta da Rimini, e
-ambasciadore all’imperadore, e appresso al comune di Firenze, per
-avere da catuno aiuto di gente contro alla compagnia, e per sentire
-la volontà e ’l processo dell’imperadore: ma da se nel Regno niuna
-provvisione fece, fuori che festeggiare e danzare con le donne, in
-detrimento della sua fama.
-
-
-CAP. XCI.
-
-_Come il gran siniscalco cambiò sua fama in Firenze._
-
-Noi avremmo volontieri trapassato quello che seguita senza memoria,
-se senza potere essere incolpato d’adulazione per tacere l’avessimo
-potuto fare. Il grande siniscalco del re Luigi partitosi dalle mollizie
-del suo signore, e inviscato da quelle, venne al legato in Romagna,
-e cercato secondo la commissione a lui fatta dal re Luigi di tentare
-la pace dal legato a messer Malatesta da Rimini, non ebbe autorità di
-poterla in alcuno atto disporla: e partitosi dal legato, venne a Siena
-all’imperadore, e spuosegli la sua ambasciata, dal quale fu ricevuto
-graziosamente per amore del re, e ancora della sua persona, perocch’era
-cittadino popolare di Firenze, e vedevalo montato in cotanta dignità, e
-a Roma il menò con seco, e fu alla sua coronazione: e tornato a Siena
-con lui senza avere impetrata alcuna cosa di sua domanda, se ne venne
-a Firenze del mese d’aprile del detto anno, con grande comitiva di
-baroni e di cavalieri napoletani, giovani ornati di diverse e strane
-portature, e abiti di loro robe, con maravigliosi paramenti d’oro e
-d’argento, e di pietre preziose e di perle, e in Firenze cominciò a
-fare molti conviti, e continovolli lungamente in città e in contado,
-avendo le giovani donne le quali faceva invitare con grande istanza
-sera e mattina a’ suoi corredi, e tutto dì le tenea in danza e in festa
-co’ suoi cavalieri; le quali femminili mollizie molto nella patria
-indebolirono la sua fama; e considerando i cittadini il tempo nel
-quale la compagnia tribolava il Regno, e le novità dell’imperadore,
-e le mutazioni degli stati delle città e delle terre di Toscana, e
-la nuova gravezza, e sollecita provvedenza e guardia ch’avea il suo
-comune di Firenze, facevano manifesto che allora bisognavano cose
-virtuose e virili, e non disoneste mollezze di donne. Crediamo che il
-male esempio del suo signore, e la vanità che ’l movea a accattare
-benevolenza de’ giovani e vani baroni e cavalieri ch’erano con lui gli
-feciono dimenticare le sue usate virtù, e la fortezza del suo animo. E
-per merito di questo, avendo domandato al suo comune per parte del re
-alcuno sussidio di gente d’arme contro alla compagnia, cosa che altra
-volta si sarebbe fatta senza domandare, per più riprese gli fu negata;
-potendo conoscere che poco onore della sua città riportò al re suo
-signore contra l’usato modo: e dove la sua persona era per addietro
-nominatissima in altezza d’animo e in molte virtù, per la vana mollezza
-femminile, a questa volta nella sua patria recò in memoria de’ suoi
-cittadini la detestabile vita di Sardanapalo.
-
-
-CAP. XCII.
-
-_Come l’imperadore giunse a Roma._
-
-Carlo nominato nel battesimo Vincislao, figliuolo del re Giovanni,
-figliuolo dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo re di Boemia, eletto
-imperadore, giunto a Roma il giovedì santo, entrò nella città
-sconosciuto, e a modo di romeo vestito di panno bruno con molti suoi
-baroni, e andò il venerdì e il sabato santo a vicitare le principali
-chiese di Roma in forma di pellegrino, e per modo che da niuno
-forestiero o paesano potea essere conosciuto chi fosse l’imperadore:
-e la mattina innanzi dì, vegnente la Resurrezione, uscì di Roma con
-la maggiore parte della sua gente, per entrare la mattina della
-santa Pasqua palesemente in Roma, per venire alla sua coronazione
-manifestamente. Il popolo di Roma per ordine de’ loro Rioni, co’ suoi
-principi e con tutto il chericato con solenne processione gli uscirono
-incontro fuori della città, e trovaronlo apparecchiato; e fattogli la
-debita salutazione e reverenza, con somma allegrezza e festa, e con
-grande moltitudine di cavalieri romani e paesani e strani, oltre alla
-sua cavalleria, condussono lui innanzi e l’imperatrice appresso nella
-città di Roma, e menaronlo alla Basilica del principe degli Apostoli
-san Piero, la mattina innanzi la messa, e là smontati. Qui si faccia
-fine al nostro quarto libro, per fare cominciamento al quinto della sua
-coronazione.
-
-
-
-
-TAVOLA DEI CAPITOLI
-
-
- _Qui comincia il terzo libro della Cronica di Matteo
- Villani; e prima il Prologo_ Pag. 5
- _CAP. II. La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il
- procaccio fece a corte per la sua liberazione_ 6
- _CAP. III. Come papa Clemente sesto propose tre cose
- a’ comuni di Toscana, perchè pigliassono l’una_ 9
- _CAP. IV. Come il papa e’ cardinali annullarono i processi
- contro all’arcivescovo_ 10
- _CAP. V. Come gli ambasciadori de’ Toscani si partirono
- di corte mal contenti_ 11
- _CAP. VI. Come i tre comuni di Toscana s’accordarono
- a far passare l’imperadore_ 12
- _CAP. VII. Quali furono i patti dall’imperadore a’ tre
- comuni_ 13
- _CAP. VIII. Come il re Luigi e la reina Giovanna furono
- coronati per la Chiesa_ 15
- _CAP. IX. Commendazione in laude di messer Niccola
- Acciaiuoli_ 17
- _CAP. X. Come fu cacciato messer Iacopo Cavalieri di
- Montepulciano._ 20
- _CAP. XI. Come si die’ il guasto a Bibbiena, e sconfitti
- i Tarlati da’ Fiorentini_ 21
- _CAP. XII. Come si rubellò a’ Fiorentini Coriglia e
- Sorana_ 23
- _CAP. XIII. Come i tre comuni di Toscana mandarono
- ambasciadori in Boemia a far muovere l’imperadore_ 24
- _CAP. XIV. Di disusati tempi stati_ 25
- _CAP. XV. Dell’inganno ricevette il comune di Firenze
- del braccio di santa Reparata_ 27
- _CAP. XVI. Di quello medesimo_ 28
- _CAP. XVII Come la gente del Biscione cavalcarono
- i Perugini_ 29
- _CAP. XVIII. Come i Romani andarono per guastare
- Viterbo_ 31
- _CAP. XIX. Come il re Luigi ebbe Nocera_ 32
- _CAP. XX. Come fu sconfitto il conte di Caserta_ 33
- _CAP. XXI. La novità in Casole di Volterra_ 34
- _CAP. XXII. Come furono decapitati degli Ardinghelli
- di Sangimignano_ 34
- _CAP. XXIII. Come gente del re di Francia fu sconfitta
- a Guinisi_ 35
- _CAP. XXIV. Come i Perugini assediarono Bettona_ 37
- _CAP. XXV. Come fu liberato Montecchio dall’assedio
- per soccorrere Bettona_ 38
- _CAP. XXVI. Come i Perugini ebbono Bettona e arsonla,
- e disfeciono affatto_ 39
- _CAP. XXVII. Come la città d’Agobbio s’accordò
- co’ Perugini_ 41
- _CAP. XXVIII. Come ser Lallo s’accordò con il re Luigi
- dell’Aquila_ 41
- _CAP. XXIX. Come i Perugini e’ Fiorentini tornarono
- a guastare Cortona_ 42
- _CAP. XXX. Come gli ambasciadori de’ tre comuni di
- Toscana tornarono dall’imperadore senza accordo_ 43
- _CAP. XXXI. Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani_ 44
- _CAP. XXXII. Come il prefetto da Vico fu fatto signore
- d’Orvieto_ 45
- _CAP. XXXIII. Novità state a Roma_ 46
- _CAP. XXXIV. Come la gente del Biscione assediarono
- la Città di Castello_ 47
- _CAP. XXXV. Come i Fiorentini soccorsono Barga e
- sconfissono i Castracani_ 47
- _CAP. XXXVI. Come si difese il borgo d’Arezzo per
- i Fiorentini_ 48
- _CAP. XXXVII. D’un segno mirabile ch’apparve_ 49
- _CAP. XXXVIII. Come i Tarlati arsono il borgo di
- Figghine_ 50
- _CAP. XXXIX. Come gli usciti di Montepulciano venuti
- alla terra ne furono poi cacciati_ 52
- _CAP. XL. Come fra Moriale fu assediato, e rendessi
- al re Luigi_ 53
- _CAP. XLI. Come i Fiorentini fornirono Lozzole_ 54
- _CAP. XLII. Maraviglie fatte a Roma per una folgore_ 56
- _CAP. XLIII. Come morì papa Clemente sesto, e di sue
- condizioni_ 57
- _CAP. XLIV. Come fu fatto papa Innocenzio sesto_ 59
- _CAP. XLV. Come usciti di prigione i reali del Regno
- s’arrestarono a Trevigi_ 60
- _CAP. XLVI. Di novità state in Sangimignano_ 61
- _CAP. XLVII. Come i comuni di Toscana mandarono
- solenni ambasciadori a Serezzana a trattare pace_ 63
- _CAP. XLVIII. Di grandi tremuoti vennono in Toscana
- e in altre parti_ 63
- _CAP. XLIX. Come i Sanesi andarono a oste a Montepulciano_ 65
- _CAP. L. Come Gualtieri Ubertini fu decapitato_ 66
- _CAP. LI. Come il duca d’Atene assediò Brandizio_ 67
- _CAP. LII. Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi_ 68
- _CAP. LIII. Come il popolo di Gaeta uccisono dodici
- loro cittadini per la carestia ch’aveano_ 69
- _CAP. LIV. Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi
- a’ Veneziani_ 70
- _CAP. LV. Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano,
- e fecionli ubbidire_ 71
- _CAP. LVI. Come in Italia fu generale carestia_ 72
- _CAP. LVII. Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo
- degli Orsini loro senatore_ 73
- _CAP. LVIII. Come fu tagliata la testa a Bordone
- de’ Bordoni_ 74
- _CAP. LIX. Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo
- a’ comuni di Toscana_ 75
- _CAP. LX. L’inganno ricevette il comune di Firenze
- dagli sbanditi_ 77
- _CAP. LXI. Di questa medesima materia_ 79
- _CAP. LXII. Come messer Piero Sacconi de’ Tarlati
- tentò di fare grande preda innanzi che fosse
- bandita la pace_ 80
- _CAP. LXIII. Come il corpo di messer Lorenzo Acciaiuoli
- fu recato del Regno a Firenze, e seppellito a
- Montaguto a Certosa onoratamente_ 81
- _CAP. LXIV. Come si fe’ l’accordo da’ Sanesi a Montepulciano_ 83
- _CAP. LXV. D’una notabile grandine venuta in Lombardia,
- e d’altro_ 84
- _CAP. LXVI. Come sotto le triegue procedettono le
- cose in Francia_ 85
- _CAP. LXVII. Come i Genovesi spregiarono la pace
- de’ Veneziani_ 86
- _CAP. LXVIII. Come i Veneziani si provvidono_ 87
- _CAP. LXIX. Come fu guasto il castello di Picchiena,
- e perchè_ 88
- _CAP. LXX. Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla
- duchessa sua moglie_ 89
- _CAP. LXXI. Come furono cacciati i ghibellini del Borgo_ 90
- _CAP. LXXII. Di quattro leoni di macigno posti al
- palagio de’ priori_ 91
- _CAP. LXXIII. Come Sangimignano fu recato a contado
- di Firenze_ 91
- _CAP. LXXIV. D’un segno apparve in cielo_ 94
- _CAP. LXXV. Come fu assediata Argenta_ 94
- _CAP. LXXVI. Come si temette in Toscana di carestia_ 96
- _CAP. LXXVII. Come in Messina fu morto il conte
- Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la moglie e due figliuoli_ 97
- _CAP. LXXVIII. Come fu creato nuovo tribuno in Roma_ 99
- _CAP. LXXIX. Come furono sconfitti in mare i Genovesi
- alla Loiera_ 101
- _CAP. LXXX. Come i Catalani perderono loro terre
- in Sardegna_ 106
- _CAP. LXXXI. Come il prefetto venne a oste a Todi_ 107
- _CAP. LXXXII. Come fu presa e lasciata Vicorata_ 108
- _CAP. LXXXIII. Come il conte di Caserta si rubellò dal
- re Luigi_ 109
- _CAP. LXXXIV. Come il cardinale legato venne a Firenze_ 111
- _CAP. LXXXV. Rinnovazione del palio di santa Reparata_ 112
- _CAP. LXXXVI. Come i Genovesi si misono in servaggio
- dell’arcivescovo_ 114
- _CAP. LXXXVII. Come i Pisani feciono confinati_ 115
- _CAP. LXXXVIII. Come i Sanesi ruppono i patti a
- Montepulciano_ 117
- _CAP. LXXXIX. Come si cominciò la gran compagnia
- nella Marca_ 118
- _CAP. XC. Dice de’ leoni nati in Firenze_ 119
- _CAP. XCI. Come i Romani si dierono alla Chiesa di
- Roma_ 120
- _CAP. XCII. Le novità seguite in Pistoia_ 121
- _CAP. XCIII. Come l’arcivescovo richiese di pace i
- Veneziani_ 122
- _CAP. XCIV. Come i Veneziani ordinarono lega contro
- al Biscione_ 123
- _CAP. XCV. Come il conestabile di Francia fu morto_ 124
- _CAP. XCVI. Come si cominciò la rocca in Sangimignano,
- e la via coperta a Prato_ 126
- _CAP. XCVII. Del male stato dell’isola di Sicilia_ 126
- _CAP. XCVIII. Come il legato del papa procedette col
- prefetto_ 127
- _CAP. XCIX. Come si rubellò Verona al Gran Cane
- per messer Frignano_ 129
- _CAP. C. Come messer Bernabò con duemila barbute
- si credette entrare in Verona_ 132
- _CAP. CI. Come messer Gran Cane racquistò Verona,
- e fu morto messer Frignano_ 136
- _CAP. CII. Come messer Gran Cane riformò la città
- di Verona, e fece giustizia de’ traditori_ 136
- _CAP. CIII. Come fu deliberato per la Chiesa l’avvenimento
- dell’imperadore in Italia_ 138
- _CAP. CIV. D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria_ 139
- _CAP. CV. Di tremuoti che furono_ 140
- _CAP. CVI. De’ fatti del monte_ 141
- _CAP. CVI. Di certe rivolture di tiranni di Lombardia,
- e di più cose per lo tradimento di Verona_ 144
- _CAP. CVII. Del processo della grande compagnia di
- fra Moriale della Marca_ 145
- _CAP. CVIII. Come il legato prese Toscanella_ 147
- _CAP. CIX. Come messer Malatesta si ricomperò dalla
- compagnia_ 148
- _CAP. CX. D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze_ 151
- _CAP. CXI. Come furono cacciati i guelfi di Rieti e
- da Spoleto_ 151
-
- LIBRO QUARTO
-
- _CAP. I. Comincia il quarto libro, e prima il Prologo_ 153
- _CAP. II. Comparazione dal re Ruberto al re Luigi_ 154
- _CAP. III. Come gran parte dell’isola di Cicilia venne
- all’ubbidienza del re Luigi_ 155
- _CAP. IV. Come l’arcivescovo cominciò guerra contro
- a’ collegati di Lombardia_ 157
- _CAP. V. Come il re d’Ungheria passò con grande
- esercito contra un re de’ Tartari_ 157
- _CAP. VI. De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi
- in Cipri_ 159
- _CAP. VII. D’una notabile maraviglia della reverenza
- della tavola di santa Maria in Pineta_ 160
- _CAP. VIII. Come il vicario di Bologna mandò l’oste
- sopra Modena con due quartieri di Bologna_ 162
- _CAP. IX. Come il legato e i Romani guastarono il
- contada di Viterbo._ 162
- _CAP. X. Come il prefetto s’arrendè al legato liberamente_ 163
- _CAP. XI. Come il popolo di Bologna si levò a
- romore per avere loro libertà, e fu in maggiore
- servaggio._ 165
- _CAP. XII. Come fu tolta l’arme al popolo di Bologna_ 168
- _CAP. XIII. Come il legato ebbe la città d’Agobbio_ 169
- _CAP. XIV. Come i Perugini non tennono fede a’ Fiorentini
- e’ Sanesi_ 170
- _CAP. XV. Come procedettono i rettori di Firenze in
- questa sopravvenuta tempesta della compagnia di
- fra Moriale_ 173
- _CAP. XVI. Come si provvedde a Firenze contra la
- compagnia_ 175
- _CAP. XVII. Come fu morto messer Lallo_ 176
- _CAP. XVIII. Come il re di Spagna cacciata la non
- vera moglie coronò la legittima_ 178
- _CAP. XIX. Come i collegati di Lombardia condotta
- la compagnia mandarono all’imperadore_ 181
- _CAP. XX. Come i Bordoni furono cacciati di Firenze,
- e sbanditi per ribelli_ 182
- _CAP. XXI. Come il re d’Araona venne con grande
- armata a racquistare Sardegna_ 183
- _CAP. XXII. Come i Genovesi feciono armata contro
- a’ Veneziani e Catalani_ 184
- _CAP. XXIII. Come il tribuno di Roma fece tagliare
- la testa a fra Moriale_ 186
- _CAP. XXIV. D’una sformata grandine venuta a Mompelieri,
- e della scurazione del sole_ 188
- _CAP. XXV. Come morì l’arcivescovo di Milano_ 189
- _CAP. XXVI. Come il tribuno di Roma fu morto a
- furia di popolo_ 190
- _CAP. XXVII. Come l’imperadore Carlo venne in Lombardia_ 192
- _CAP. XXVIII. Come i tre fratelli de’ Visconti di Milano
- furono fatti signori, e loro divise_ 194
- _CAP. XXIX. Come l’imperadore stando a Mantova
- trattava la pace de’ Lombardi_ 195
- _CAP. XXX. Come furono presi i legni ch’andavano
- a Palermo_ 197
- _CAP. XXXI. Come si cominciò guerra il Puglia tra loro._ 198
- _CAP. XXXII. Come i Genovesi sconfissono i Veneziani
- a Portolungone in Romania_ 199
- _CAP. XXXIII. Come Gentile da Mogliano diede fermo
- al legato_ 203
- _CAP.XXXIV. Come il re d’Araona ebbe la Loiera,
- e fece accordo col giudice_ 204
- _CAP. XXXV. Come i Pisani si diliberarono di mandare
- all’imperatore_ 206
- _CAP. XXXVI. Rottura della pace del re di Francia
- e d’Inghilterra_ 207
- _CAP. XXXVII. Come un gatto uccise un fanciullo in
- Firenze_ 208
- _CAP. XXXVIII. Come l’imperadore fe’ fare triegua
- da’ Lombardi a’ signori di Milano_ 209
- _CAP. XXXIX. Come l’imperadore andò a Moncia per
- la corona del ferro_ 211
- _CAP. XL. Come il conte di Lando venne di Lombardia
- in Romagna con la gran compagnia_ 214
- _CAP. XLI. Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore
- a Pisa si provvidono_ 215
- _CAP. XLII. Come il legato prese Recanati_ 217
- _CAP. XLIII. Come il capitano di Forlì venne in Firenze_ 218
- _CAP. XLIV. Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa_ 219
- _CAP. XLV. Come l’imperadore bandì parlamento in
- Pisa, e quello n’avvenne_ 220
- _CAP. XLVI. Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò
- l’imperio_ 221
- _CAP. XLVII. Come i Matraversi di Pisa feciono muovere
- l’imperadore_ 223
- _CAP. XLVIII. Come procedettono i fatti in Pisa_ 224
- _CAP. XLIX. Come gli ambasciadori del comune di Firenze
- andaro all’imperadore_ 225
- _CAP. L. Di novità stata in Montepulciano_ 226
- _CAP. LI. Come le sette di Pisa si pacificarono insieme_ 227
- _CAP. LII. Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di
- Fermo_ 229
- _CAP. LIII. Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi
- furono ricevuti dall’imperadore_ 231
- _CAP. LIV. Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede
- contro a’ Fiorentini_ 232
- _CAP. LV. De’ falli commessi per lo comune di Firenze,
- e degl’inganni ricevuti da’ suoi vicini_ 235
- _CAP. LVI. Di molti Alamanni venuti alla coronazione
- dell’imperadore_ 237
- _CAP. LVII. Di novità della Marca per Recanati_ 238
- _CAP. LVIII. Come la gran compagnia del conte di Lando
- entrò nel Regno_ 239
- _CAP. LIX. Come l’imperadore andò a Lucca_ 240
- _CAP. LX. Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso_ 241
- _CAP. LXI. De’ fatti di Siena con l’imperadore_ 242
- _CAP. LXII. Di più imbasciate ghibelline state in presenza
- dell’imperadore_ 245
- _CAP. LXIII. Come i Volterrani si dierono all’imperadore_ 247
- _CAP. LXIV. Come i Samminiatesi si dierono all’imperadore_ 248
- _CAP. LXV. Di disusato tempo stato nel verno_ 249
- _CAP. LXVI. Come il segreto giurato in Firenze fu
- manifestato all’imperadore_ 250
- _CAP. LXVII. Come l’imperadore mandò aiuto di gente
- al legato_ 252
- _CAP. LXVIII. Trattati dall’imperadore a’ Fiorentini_ 253
- _CAP. LXIX. Raccolti falli de’ governatori del comune di
- Firenze_ 254
- _CAP. LXX. Come a Firenze si fece il sindacato per
- l’accordo con l’imperadore_ 256
- _CAP. LXXI. Quello si fe’ per alcuno cardinale per la
- coronazione dell’imperadore_ 258
- _CAP. LXXII. Come si fermò l’accordo e’ patti
- dall’imperadore al comune di Firenze_ 259
- _CAP. LXXIII. Come i Fiorentini per mala provvedenza
- errarono a loro danno_ 262
- _CAP. LXXIV. Della statura e continenza dell’imperadore_ 263
- _CAP. LXXV. Come si bandì in Firenze l’accordo con
- l’imperadore_ 265
- _CAP. LXXVI. I patti e le convenienze da’ Fiorentini
- all’imperadore_ 266
- _CAP. LXXVII. Come fu offesa la libertà del popolo di
- Roma da’ Toscani_ 260
- _CAP. LXXVIII. Di quello medesimo_ 270
- _CAP. LXXIX. Come la gran compagnia rubò il Guasto
- in Puglia_ 272
- _CAP. LXXX. Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini,
- e non l’ebbe_ 273
- _CAP. LXXXI. Come si mutò lo stato de’ nove di Siena_ 275
- _CAP. LXXXII. Di quello medesimo_ 276
- _CAP. LXXXIII. Il modo trovò il comune di Firenze
- per avere danari_ 277
- _CAP. LXXXIV. L’ordine diede l’imperadore agli Aretini_ 279
- _CAP. LXXXV. Come fu preso Montepulciano dalla casa
- de’ Cavalieri_ 281
- _CAP. LXXXVI. Come il papa riprese in concistoro certi
- dissoluti cardinali_ 282
- _CAP. LXXXVII. Di alcuna novità di Pisa per gelosia_ 283
- _CAP.LXXXVIII. Della gente che i Fiorentini mandarono
- con l’imperadore_ 284
- _CAP. LXXXIX. Come l’imperadore si partì da Siena_ 285
- _CAP. XC. Della gran compagnia ch’era in Puglia_ 286
- _CAP. XCI. Come il gran siniscalco cambiò sua fama in
- Firenze_ 287
- _CAP.XCII. Come l’imperadore giunse a Roma_ 289
-
-
-
-
- ERRORI CORREZIONI
-
- TOMO SECONDO
-
- p. 36 v. 15 sbarrattati sbarattati
- — 48 — 17 a’ prigioni a prigioni
- — 121 — 19 uomini della uomini, della
- — 125 — 10 Avenne Avvenne
- — 175 — 27 d’oro gli d’oro. Gli
- — 254 — 19 ehe si che si
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in
-fine libro sono state riportate nel testo.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, VOL.
-II ***
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