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I - A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna - -Author: Matteo Villani - -Editor: Ignazio Moutier - -Release Date: January 29, 2023 [eBook #69898] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by the Bayerische Staatsbibliothek) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, -VOL. I *** - - - CRONICA - - DI - - MATTEO - VILLANI - - - A MIGLIOR LEZIONE RIDOTTA - COLL’AIUTO - DE’ TESTI A PENNA - - TOMO I. - - - - FIRENZE - PER IL MAGHERI - 1825 - - - - -_AI LETTORI_ - -L’EDITORE IGNAZIO MOUTIER. - - -_Matteo Villani continuatore della Cronica di Giovanni è reputato -inferiore all’ultimo e per la lingua e per lo stile: ma quanto sia -ingiusto un giudizio sì decisivo emesso in vari tempi da accreditati -scrittori, e sempre ciecamente ripetuto, lo dimostra la medesima opera -sua, a coloro che si dilettassero di farne uno studio più diligente. -L’accusa datagli di diffuso scrittore è tanto essenzialmente falsa, -che sembra pronunziata da uomo mal prevenuto, o che non abbia mai -conosciuta l’opera che li piacque di condannare. Ma la cagione primaria -per cui pochi fino ad ora si dedicarono a studiare la Cronica di -Matteo, è stata certamente la pessima forma con la quale fu sempre -pubblicata nelle poche edizioni che ne furon fatte fino a questo -giorno. La buona volontà d’un lettore paziente si stanca facilmente -alla lettura d’un’opera condotta senz’ombra d’ortografia, e che trovi -ad ogni passo periodi intralciati, voci fuor di luogo, omissioni -d’ogni genere, e dei versi ancora ripetuti, e in tale stato sono le -tre edizioni eseguite dai Giunti in epoche differenti, e che tutte si -trovan citate nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. È cosa -veramente da deplorarsi con quanta negligenza siano state impresse -nel secolo decimosesto molte opere classiche di nostra lingua. -L’esperienza di fatto mi fece conoscere, che molti editori di opere -di classici antichi scrittori, cominciando poco avanti la metà del -secolo decimosesto fino verso la fine di esso, avevano adottato un -certo loro particolar sistema di variare a capriccio la lezione dei -codici antichi, in quei luoghi che discordavano dalla loro maniera di -vedere e d’intendere, sostituendo e togliendo a vicenda voci e talvolta -interi periodi, senza altra ragione che il loro singolarissimo sistema. -Questo intollerabile abuso di torta critica guastò talmente gli scritti -di molte opere classiche, che i giudizi che ne furon fatti di esse da -chi s’affidò ciecamente alle stampe del cinquecento senza ricorrere ai -manoscritti son da tenersi per inesatti e non veri. Quanta verità possa -avere l’accusa che io do agli editori del cinquecento lo mostrerebbero -abbastanza l’edizioni di Giovanni e di Matteo Villani eseguite in quel -secolo, ma più luminosamente potrò dimostrarlo fra qualche tempo, se -la fortuna mi concede il mezzo di dare al pubblico l’opere tutte d’un -sommo scrittore, che già da qualche anno m’occupo con paziente studio -alla loro emendazione._ - -_Lorenzo Torrentino fu il primo a pubblicare in un volumetto, -in Firenze nel 1554, i soli primi quattro libri della Cronica di -Matteo Villani, corretti quanto poteva ottenersi in quel tempo da -una prima edizione di un’opera che si traeva da antico manoscritto. -Filippo e Iacopo Giunti stampatori in Firenze, commessero nel 1562 a -Domenico Guerra e Giovan Battista suo fratello stampatori in Venezia -l’impressione della Cronica di Matteo, la quale non giunse oltre il -cap. 85 del libro nono. Nella dedica che fanno i Giunti al principe -don Francesco de’ Medici in data del medesimo anno, vi si leggono -lusinghiere promesse di dare l’opera in quel modo appunto ch’ella -fu scritta dall’autore, avendone affidata la revisione ad _uomini -eccellentissimi, che ogni particella e ogni parola accomodarono -al luogo suo, ch’ella non uscì forse di mano a Matteo altramente -disposta_: ma ad onta di sì belle parole, quest’impressione fu reputata -scorretta dai medesimi Giunti, i quali nel 1581 la riprodussero più -emendata col soccorso d’un codice che allora esisteva presso Giuliano -de’ Ricci, premettendovi la medesima prefazione al principe don -Francesco senza mutar data. Quest’edizione benchè conti un capitolo di -più della prima in fine del libro nono contiene precisamente la stessa -materia, non variando che la materiale numerazione dei capitoli. Col -soccorso pure del codice di Giuliano de’ Ricci pubblicarono i Giunti -nel 1577 in Firenze i tre ultimi libri della Cronica di Matteo, così -da loro intitolati, ma che essenzialmente non sono che ventisette -capitoli che compiscono il nono libro, e il libro decimo e undecimo; di -questi ultimi libri ne fecero un’esatta ristampa nel 1596. La giunta -di Filippo comprende gli ultimi quarantadue capitoli dell’undecimo -ed ultimo libro. L’ultima edizione, e certamente la migliore della -Cronica di Matteo, fu pubblicata nel 1729 in Milano nel decimoquarto -volume della celebre collezione degli scrittori delle cose d’Italia di -Lodovico Antonio Muratori, procurata ed illustrata da Filippo Argelati. -In quest’edizione fu seguitata la stampa dei Giunti del 1581, e il -seguito impresso nel 1577; vi furono per altro aggiunte a piè della -pagina le varianti lezioni che furono tratte dal cavalier Marmi dal -codice Ricci, e da un altro manoscritto esistente allora presso il -prior Francesco Covoni; ma queste varie lezioni si trovano per la -maggior parte sì inutilmente abbondanti in principio dell’opera, come -scarseggianti dopo l’ottavo libro, da muovere ragionevolmente sospetto -che il cavalier Marmi si stancasse alla metà del suo faticoso lavoro. -In questa edizione fu con tanto scrupolo seguitata la lezione giuntina -che vi fu lasciata stare la medesima viziosa ortografia, a danno dei -poveri lettori, a’ quali è troppo grave nello studio degli antichi -classici questo barbaro sistema, che non è ancora spento del tutto._ - -_Da questo esatto ragguaglio dell’edizioni della Cronica di Matteo -e Filippo Villani fino ad ora pubblicate, è facile persuadersi del -bisogno di farne una nuova più accurata edizione, ma tal pensiero -venuto più volte in mente a uomini di molta dottrina, e amantissimi -della lingua italiana, svanì e venne meno allorchè cominciarono a -sentire il peso di questa spinosa fatica. Colui che sia nuovo affatto -di simili studi non può con approssimazione calcolare il lungo tedio -che richiedono i confronti d’opere stampate con i manoscritti, che -quasi sempre si trovano tra loro discordi nella lezione, o mancanti, -o inintelligibili, e quel che è peggio variati sovente dall’arbitrio -d’ignoranti copisti. Abituato com’io sono da molti anni a simili -studi, da me intrapresi con vero desiderio di recare con l’opera mia -qualche vantaggio agli amatori dei classici nostri, che sì deturpati -per la maggior parte erano stati impressi in antico, pubblicai già -è un anno la Cronica di Giovanni Villani (alla cui emendazione ebbi -l’assistenza un mio carissimo amico) e fin da quell’epoca contrassi -verso il pubblico l’obbligazione di dare alla luce ricorretta ed -emendata l’opera di Matteo e Filippo Villani, servendomi della lezione -del famoso codice Ricci. Questo codice cartaceo in foglio, di non -elegante ma buona forma di lettere, è scritto tutto d’una medesima -mano; ha in principio una breve nota che ci fa conoscere l’anno in -cui fu trascritto, così concepita: _Questo libro fu scritto l’anno -1378 da Ardingo di Corso de’ Ricci, e continuamente si conserva in -questa casa: e oggi, che siamo alli 6 di maggio 1608, è posseduto da -Ruberto di Giuliano de’ Ricci._ Su qual documento asserisca questo -Ruberto de’ Ricci che il codice sia stato scritto nel 1378 non è da -conoscersi tanto facilmente, ma di certo la scrittura è del secolo -in cui si vuole che sia stato copiato. Comincia il manoscritto con -la tavola delle rubriche o capitoli con le prime voci e i numeri dei -capitoli scritti in rosso, che occupano le prime diciotto carte; ne -segue poi la Cronica, che comprende carte trecentosettanta, con i -titoli de’ capitoli e la serie della loro numerazione in rosso. Questo -codice di buona conservazione, non va per altro esente dalla sorte che -hanno incontrato la maggior parte dei manoscritti, che per incuria o -ignoranza di chi gli ha avuti a mano si trovano oggi mutilati e mal -conci, poichè si hanno in esso mancanti le carte 299, e 384; mancava -pure la carta 108, che fu sostituita fino dall’anno 1573 da ignota -mano. La buonissima lezione che ha questo manoscritto fa chiara -testimonianza della diligenza del suo copista, che non deve essere -stato di que’ prezzolati emanuensi che in quel secolo flagellarono ogni -maniera di scritture, ma uomo al certo di qualche dottrina. E qui mi -sia lecito dar tributo d’obbligazione e di riconoscenza all’egregio -signor Commendatore Lapo de’ Ricci, che con tanta amorevolezza si -compiacque accordarmi l’uso per la presente edizione di questo prezioso -codice di Matteo Villani, scritto come parla l’antica tradizione da -Ardingo di Corso de’ Ricci, già di sopra menzionato, e che tuttavia si -conserva nella biblioteca di quest’illustre famiglia._ - -_Di questo codice adunque mi sono quasi interamente giovato nella -presente ristampa di Matteo Villani, come il più corretto e copioso -di quanti n’abbia veduti, ed ho solamente avuto ricorso alle varianti -del codice Covoni che esistono nell’accennata edizione dell’opera -di Matteo eseguita in Milano nel 1729, in quei pochissimi luoghi che -manifestamente erano errati. Due codici della libreria Riccardiana e -uno della Magliabechiana mi hanno fornito di qualche variante nel corso -dell’opera, la poca importanza delle quali mi disobbliga dal far di -essi un circostanziato ragguaglio._ - -_La presente edizione della Cronica di Matteo Villani potrebbe -ragionevolmente chiamarsi un’esatta copia del codice Ricci, se i -pochi luoghi che in esso si trovano errati non avessero domandato il -soccorso d’altri codici antichi per rettificarne gli errori. Così -avess’io potuto supplire con altri manoscritti alle lagune vistose -del codice Ricci, specialmente a quelle che s’incontrano ne’ tre -ultimi libri, ma il fatto mi ha dimostrato non esser questo un errore -da attribuirsi al copista, ma bensì all’autore medesimo, l’immatura -morte del quale gli tolse il modo di dar l’ultima mano all’opera sua, -giacchè tutti i manoscritti da me riscontrati, e non in piccol numero, -hanno sventuratamente lo stesso difetto, da toglier la speranza a ogni -accurato investigatore di rinvenire un giorno ciò che ora invano si -desidera. Quei passi per altro, che nell’edizioni eseguite dai Giunti -furono tolti per cagione de’ tempi, si troveranno in quest’edizione -restituiti al loro luogo, cioè al Cap. 93 del libro nono, e al Prologo -del libro undecimo._ - -_Il sistema che ho creduto dover seguitare in quest’edizione è stato il -medesimo che servì di norma alla pubblicazione del primo Villani, meno -che più libertà mi son preso intorno a’ nomi propri, avendone del tutto -banditi gl’idiotismi del tempo, che nulla han che fare con la lingua, -e che ad altro non servono che ad essere inciampo e noia al maggior -numero dei lettori. L’ortografia ho avuto cura che si presti totalmente -all’intelligenza del testo senz’altra regola speciale, semplicizzando -più che ho saputo l’andamento del periodo. Finalmente all’ultimo -volume vi ho posto l’indice generale, indispensabile ad un’opera di tal -natura, e un elenco di voci mancanti nel Vocabolario degli Accademici -della Crusca. In un volume di supplemento riprodurrò le vite degli -uomini illustri Fiorentini scritte da Filippo Villani, giovandomi -dell’edizione procurata dall’erudito Giammaria Mazzuchelli nel 1747 in -Venezia; e così mi compiacerò d’essere stato il primo a riunire in un -sol corpo tutte l’opere toscane de’ tre Villani, impresa molte volte -progettata e mai condotta a buon termine, per gl’infiniti ostacoli -ch’era d’uopo sormontare con lungo e pazientissimo studio._ - -_Il dovere mi obbligherebbe a premettere all’opera alcune notizie -intorno alla vita pubblica e privata di Matteo Villani, ma tanto scarsi -sono i documenti che lo riguardano, quanto inutili e infruttuose -sono state fino ad ora le ricerche di diligenti biografi. Il suo -figliuolo Filippo continuatore dell’opera del padre ci ha tramandata -l’epoca della di lui morte, la quale avvenne a dì 12 di luglio del -1363, anch’egli come il fratello Giovanni colpito dalla peste che da -molti anni lacerava quasi tutta Europa, ma specialmente la misera -Italia, senza che gli uomini riparassero a tanto loro esterminio. -Il Manni (Sig. Ant. T. 4. p. 75) ci addita due mogli ch’egli ebbe, -Lisa de’ Buondelmonti e Monna de’ Pazzi, e alcune altre notizie ci -riferisce illustrando l’albero di casa Villani, la più importante -è quella che Matteo come ghibellino fu da’ capitani di parte guelfa -ammonito. Di Filippo assai ne ragiona il diligentissimo Mazzuchelli -nella sua prefazione alle Vite degli Uomini illustri Fiorentini, la -quale pubblicherò nel settimo volume di quest’opera, premettendola -alle medesime Vite scritte da Filippo, procurando pure d’emendarle con -l’aiuto de’ manoscritti, benchè fino ad ora quelli che m’è avvenuto -riscontrare non meritano nessuna fiducia per essere troppo moderni, e -notoriamente variati dal capriccio de’ loro copiatori._ - -_Se questa mia non lieve fatica d’aver cercato di ridurre a miglior -lezione la Cronica di Matteo Villani non incontrerà in particolare -l’approvazione dei dotti, riscuoterà certamente il suffragio da tutti -quelli che s’esercitano nello studio dei nostri classici antichi, -che da un fonte più puro potranno trarre, con minor noia e fatica di -quel che far si potesse in addietro, preziosi documenti per l’istoria -e per l’incremento della lingua italiana. Così piaccia alla fortuna -d’accordare tal’ozio tranquillo ai dotti accademici della Crusca, -a’ quali è commesso l’incarico di nostra lingua, che applicar si -possano con vero studio all’emendazione di tanti classici, che ripieni -d’infiniti errori e mancanze, attendono ancora dalla critica di questo -secolo d’essere riprodotti nella loro vera e primitiva forma. Ad -alcuni onorevoli Accademici è debitrice la repubblica delle lettere -di alcune opere riprodotte nella loro originalità, e di altri se -ne desiderano tuttavia le studiose fatiche, ma troppe opere ancora -rimangono da emendarsi, e dell’inedite da pubblicarsi, che il loro -numero e la loro importanza può giustificare qualunque lamento che -se ne faccia. Sia loro di massimo incitamento l’esempio dell’ottimo -nostro Sovrano, che da qualche anno si compiacque di farsi membro -di quell’illustre Accademia, il quale con munificenza degna di tanto -Principe ha pubblicato in quest’anno le opere di Lorenzo il Magnifico, -con grandissimo studio da Lui emendate e illustrate._ - - - - -CRONICA - -DI MATTEO VILLANI - - - - -LIBRO PRIMO - - -_Qui comincia la Cronica di Matteo Villani, e prima il prologo, e primo -libro._ - -Esaminando nell’animo la vostra esortazione, carissimi amici, di -mettere opera a scrivere le storie e le novità che a’ nostri tempi -avverranno, pensai la mia piccola facultà essere debole a cotanta e -tale opera seguire. Ma perocchè la vostra richesta mi rende per debito -pronto a ubbidire, e il vostro consiglio aggiugne vigore alla stanca -mente; e pensando che per la macchia del peccato la generazione umana -tutta è sottoposta alle temporali calamità, e a molta miseria, e a -innumerabili mali, i quali avvengono nel mondo per varie maniere, e -per diversi e strani movimenti, e tempi; come sono inquietazioni di -guerre, movimenti di battaglie, furore di popoli, mutamenti di reami, -occupazioni di tiranni, pestilenzie, mortalità e fame, diluvi, incendi, -naufragi e altre gravi cose, delle quali gli uomini, ne’ cui tempi -avvengono, quasi da ignoranza soppresi, più forte si maravigliano, e -meno comprendono il divino giudicio, e poco conoscono il consiglio e -’l rimedio dell’avversità, se per memoria di simiglianti casi avvenuti -ne’ tempi passati non hanno alcuno ammaestramento: e in quelle che -la chiara faccia della prosperità rapporta non sanno usare il debito -temperamento; rischiudendo sotto lo scuro velo della ignoranza -l’uscimento cadevole, e il fine dubbioso delle mortali cose. Onde -pensando che l’opera puote essere fruttuosa, e debba piacere per li -naturali desideri degli uomini, mi mossi a cominciare, per esempio -di me uomo di leggieri scienza, ad apparecchiar materia a’ savi di -concedere del loro tempo alcuna parte, per lasciare agli altri memoria -delle cose appariranno di ciò degne a’ loro temporali, e a’ meno sperti -speranza con fatica e studio da poter venire a operazioni virtudiose, -e a coloro che avranno più alto ingegno, materia di ristrignere su -brevità, e con più piacere degli uditori, le nostre storie. Ma perocchè -ogni cosa è imperfetta e vana senza l’aiuto della divina grazia, -chiamiamo in nostro aiuto la carità divina, Cristo benedetto; il quale -è in unità col Padre e con lo Spirito Santo, vive e regna per tutti -i secoli, e dà cominciamento e mezzo e termine perfetto a ogni buona -operazione. - - -CAP. I. - -_Della inaudita mortalità._ - -Trovasi nella santa Scrittura, che avendo il peccato corrotto ogni via -della umana carne, Iddio mandò il diluvio sopra la terra: e riservando -per la sua misericordia l’umana carne in otto anime, di Noè, e di tre -suoi figliuoli e delle loro mogli nell’arca, tutta l’altra generazione -nel diluvio sommerse. Dappoi per li tempi multiplicando la gente, sono -stati alquanti diluvi particolari, mortalità, corruzioni e pistolenze, -fami e molti altri mali, che Iddio ha permesso venire sopra gli uomini -per li loro peccati. Tra le quali mortalità troviamo venute le più -gravi l’una al tempo di Marco Aurelio, Antonio e Lucio Aurelio Commodo -imperadori, gli anni di Cristo 171, la quale cominciò in Babilonia -d’Egitto, e comprese molte provincie del mondo. E tornando L. Commodo -colle legioni de’ Romani delle parti d’Asia, parea combattesse -ostilemente per la loro infezione gli uomini delle provincie ond’elli -passavano: e a Roma fece grave sterminio de’ suoi abitanti. E l’altra -venne al tempo di Gallo Ostilio Augusto, e Bolusseno suo figliuolo, -occupatori dello imperio, e gravi persecutori de’ cristiani, la quale -cominciò gli anni di Cristo 254, e durò, ritornando di tempo in tempo, -intorno di quindici anni: e fu di diverse e incredibili infermitadi, -e comprese molte provincie del mondo. Ma per quello che trovar si -possa per le scritture, dal generale diluvio in qua, non fu universale -giudicio di mortalità che tanto comprendesse l’universo, come quella -che ne’ nostri dì avvenne. Nella quale mortalità, considerando la -moltitudine che allora vivea, in comparazione di coloro che erano -in vita al tempo del generale diluvio, assai più ne morirono in -questa che in quello, secondo la estimazione di molti discreti. Nella -quale mortalità avendo renduta l’anima a Dio l’autore della cronica -nominata la Cronica di Giovanni Villani cittadino di Firenze, al quale -per sangue e per dilezione fui strettamente congiunto, dopo molte -gravi fortune, con più conoscimento della calamità del mondo che la -prosperità di quello non m’avea dimostrato, propuosi nell’animo mio -fare alla nostra varia e calamitosa materia cominciamento a questo -tempo, come a uno rinnovellamento di tempo e secolo, comprendendo -annualmente le novità che appariranno di memoria degne, giusta la -possa del debole ingegno, come più certa fede per li tempi avvenire ne -potremo avere. - - -CAP. II. - -_Quanto durava il tempo della moría in catuno paese._ - -Avendo per cominciamento nel nostro principio a raccontare lo sterminio -della generazione umana, e convenendone divisare il tempo e il modo, la -qualità e la quantità di quella, stupidisce la mente appressandosi a -scrivere la sentenzia, che la divina giustizia con molta misericordia -mandò sopra gli uomini, degni per la corruzione del peccato di final -giudizio. Ma pensando l’utilità salutevole che di questa memoria puote -addivenire alle nazioni che dopo noi seguiranno, con più sicurtà del -nostro animo così cominciamo. Videsi negli anni di Cristo, dalla sua -salutevole incarnazione 1346, la congiunzione di tre superiori pianeti -nel segno dell’Aquario, della quale congiunzione si disse per gli -astrolaghi che Saturno fu signore: onde pronosticarono al mondo grandi -e gravi novitadi; ma simile congiunzione per li tempi passati molte -altre volte stata e mostrata, la influenzia per altri particulari -accidenti non parve cagione di questa, ma piuttosto divino giudicio -secondo la disposizione dell’assoluta volontà di Dio. Cominciossi nelle -parti d’Oriente, nel detto anno, inverso il Cattai e l’India superiore, -e nelle altre provincie circustanti a quelle marine dell’oceano, una -pestilenzia tra gli uomini d’ogni condizione di catuna età e sesso, che -cominciavano a sputare sangue, e morivano chi di subito, chi in due o -in tre dì, e alquanti sostenevano più al morire. E avveniva, che chi -era a servire questi malati, appiccandosi quella malattia, o infetti, -di quella medesima corruzione incontanente malavano, e morivano per -somigliante modo; e a’ più ingrossava l’anguinaia, e a molti sotto le -ditella delle braccia a destra e a sinistra, e altri in altre parti -del corpo, che quasi generalmente alcuna enfiatura singulare nel corpo -infetto si dimostrava. Questa pestilenzia si venne di tempo in tempo, -e di gente in gente apprendendo, comprese infra il termine d’uno anno -la terza parte del mondo che si chiama Asia. E nell’ultimo di questo -tempo s’aggiunse alle nazioni del Mare maggiore, e alle ripe del Mare -tirreno, nella Soria e Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera -del Mar rosso, e dalla parte settentrionale la Rossia e la Grecia, -e l’Erminia e l’altre conseguenti provincie. E in quello tempo galee -d’Italiani si partirono del Mare maggiore, e della Soria e di Romania -per fuggire la morte, e recare le loro mercatanzie in Italia: e’ non -poterono cansare, che gran parte di loro non morisse in mare di quella -infermità. E arrivati in Cicilia conversaro co’ paesani, e lasciarvi -di loro malati, onde incontanente si cominciò quella pestilenzia ne’ -Ciciliani. E venendo le dette galee a Pisa, e poi a Genova, per la -conversazione di quegli uomini cominciò la mortalità ne’ detti luoghi, -ma non generale. Poi conseguendo il tempo ordinato da Dio a’ paesi, la -Cicilia tutta fu involta in questa mortale pestilenzia. E l’Affrica -nelle marine, e nelle sue provincie di verso levante, e le rive del -nostro Mare tirreno. E venendo di tempo in tempo verso il ponente, -comprese la Sardigna, e la Corsica, e l’altre isole di questo mare; e -dall’altra parte, ch’è detta Europa, per simigliante modo aggiunse alle -parti vicine verso il ponente, volgendosi verso il mezzogiorno con più -aspro assalimento che sotto le parti settentrionali. E negli anni di -Cristo 1348 ebbe infetta tutta Italia, salvo che la città di Milano, -e certi circustanti all’Alpi, che dividono l’Italia dall’Alamagna, ove -gravò poco. E in questo medesimo anno cominciò a passare le montagne, -e stendersi in Proenza, e in Savoia, e nel Dalfinato, e in Borgogna, -e per la marina di Marsilia e d’Acquamorta, e per la Catalogna, e -nell’isola di Maiolica, e in Ispagna e in Granata. E nel 1349 ebbe -compreso fino nel ponente, le rive del Mare oceano, d’Europa e -d’Affrica e d’Irlanda, e l’isola d’Inghilterra e di Scozia, e l’altre -isole di ponente, e tutto infra terra con quasi eguale mortalità, salvo -in Brabante ove poco offese. E nel 1350 premette gli Alamanni, e gli -Ungheri, Frigia, Danesmarche, Gotti, e Vandali, e gli altri popoli e -nazioni settentrionali. E la successione di questa pestilenzia durava -nel paese ove s’apprendeva cinque mesi continovi, ovvero cinque lunari: -e questo avemmo per isperienza certa di molti paesi. Avvenne, perchè -parea che questa pestifera infezione s’appiccasse per la veduta e -per lo toccamento, che come l’uomo, o la femmina o i fanciulli si -conoscevano malati di quella enfiatura, molti n’abbandonavano, e -innumerabile quantità ne morirono, che sarebbono campati se fossono -stati aiutati delle cose bisognevoli. Tra gl’infedeli cominciò questa -inumanità crudele, che le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e -i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri -congiunti, cosa crudele e maravigliosa, e molto strana dalla umana -natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le -nazioni barbare, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella -nostra città di Firenze, fu biasimata da’ discreti la sperienza veduta -di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitari, -e di sana aria, forniti, d’ogni buona cosa da vivere, ove non era -sospetto di gente infetta; in diverse contrade il divino giudicio (a -cui non si può serrare le porti) gli abbattè come gli altri che non -s’erano provveduti. E molti altri, i quali si dispuosono alla morte per -servire i loro parenti e amici malati, camparono avendo male, e assai -non l’ebbono continovando quello servigio; per la qual cosa ciascuno -si ravvide, e cominciarono senza sospetto ad aiutare e servire l’uno -l’altro; onde molti guarirono, ed erano più sicuri a servire gli altri. -Nella nostra città cominciò generale all’entrare del mese d’aprile gli -anni _Domini_ 1348, e durò fino al cominciamento del mese di settembre -del detto anno. E morì tra nella città, contado e distretto di Firenze, -d’ogni sesso e di catuna età de’ cinque i tre, e più, compensando -il minuto popolo e i mezzani e’ maggiori, perchè alquanto fu più -menomato, perchè cominciò prima, ed ebbe meno aiuto, e più disagi e -difetti. E nel generale per tutto il mondo mancò la generazione umana -per simigliante numero e modo, secondo le novelle che avemmo di molti -paesi strani, e di molte provincie del mondo. Ben furono provincie nel -Levante dove vie più ne moriro. Di questa pestifera infermità i medici -in catuna parte del mondo, per filosofia naturale, o per fisica, o -per arte d’astrologia non ebbono argomento nè vera cura. Alquanti per -guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti, li quali per la -loro morte mostrarono l’arte essere fitta, e non vera: e assai per -coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ciò aveano presi -indebitamente. - -Avemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che aveano avute -novelle di que’ paesi, che alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia, -nelle parti dell’Asia superiore, uscì della terra, ovvero cadde da -cielo un fuoco grandissimo, il quale stendendosi verso il ponente, arse -e consumò grandissimo paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono, -che del puzzo di questo fuoco si generò la materia corruttibile della -generale pestilenzia: ma questo non possiamo accertare. Appresso -sapemmo da uno venerabile frate minore di Firenze vescovo di .... del -Regno, uomo degno di fede, che s’era trovato in quelle parti dov’è -la città di Lamech ne’ tempi della mortalità, che tre dì e tre notti -piovvono in quello paese biscie con sangue che appuzzarono e corruppono -tutte le contrade: e in quella tempesta fu abbattuto parte del tempio -di Maometto, e alquanto della sua sepoltura. - - -CAP. III. - -_Della indulgenzia diede il papa per la detta pistolenza._ - -In questi tempi della mortale pestilenzia, papa Clemente sesto fece -grande indulgenza generale della pena di tutti i peccati a coloro che -pentuti e confessi la domandavano a’ loro confessori, e morivano: e in -quella certa mortalità catuno cristiano credendosi morire si disponea -bene, e con molta contrizione e pazienzia rendevano l’anima a Dio. - - -CAP. IV. - -_Come gli uomini furono peggiori che prima._ - -Stimossi per quelli pochi discreti che rimasono in vita molte cose, -che per la corruzione del peccato tutte fallirono agli avvisi degli -uomini, seguendo nel contradio maravigliosamente. Credetesi che gli -uomini, i quali Iddio per grazia avea riserbati in vita, avendo veduto -lo sterminio dei loro prossimi, e di tutte le nazioni del mondo, -udito il simigliante, che divenissono di migliore condizione, umili, -virtudiosi e cattolici, guardassonsi dall’iniquità e dai peccati, e -fossono pieni d’amore e di carità l’uno contra l’altro. Ma di presente -restata la mortalità apparve il contradio; che gli uomini trovandosi -pochi, e abbondanti per l’eredità e successioni dei beni terreni, -dimenticando le cose passate come state non fossono, si dierono alla -più sconcia e disonesta vita che prima non aveano usata. Perocchè -vacando in ozio, usavano dissolutamente il peccato della gola, i -conviti, taverne e delizie con dilicate vivande, e’ giuochi, scorrendo -senza freno alla lussuria, trovando nei vestimenti strane e disusate -fogge e disoneste maniere, mutando nuove forme a tutti gli arredi. E -il minuto popolo, uomini e femmine, per la soperchia abbondanza che -si trovarono delle cose, non voleano lavorare agli usati mestieri; e -le più care e dilicate vivande voleano per loro vita, e allibito si -maritavano, vestendo le fanti e le vili femmine tutte le belle e care -robe delle orrevoli donne morte. E senza alcuno ritegno quasi tutta -la nostra città scorse alla disonesta vita; e così, e peggio, l’altre -città e provincie del mondo. E secondo le novelle che sentire potemmo, -niuna parte fu, in cui vivente in continenzia si riserbasse, campati -dal divino furore, stimando la mano di Dio essere stanca. Ma secondo -il profeta Isaia, non è abbreviato il furore d’Iddio, nè la sua mano -stanca, ma molto si compiace nella sua misericordia, e però lavora -sostenendo, per ritrarre i peccatori a conversione e penitenzia, e -punisce temperatamente. - - -CAP. V. - -_Come si stimò dovizia, e seguì carestia._ - -Stimossi per il mancamento della gente dovere essere dovizia di tutte -le cose che la terra produce, e in contradio per l’ingratitudine degli -uomini ogni cosa venne in disusata carestia, e continovò lungo tempo: -ma in certi paesi, come narreremo, furono gravi e disusate fami. E -ancora si pensò essere dovizia e abbondanza di vestimenti, e di tutte -l’altre cose che al corpo umano sono di bisogno oltre alla vita, e il -contrario apparve in fatto lungamente; che due cotanti o più valsono -la maggior parte delle cose che valere non soleano innanzi alla detta -mortalità. E il lavorio, e le manifatture d’ogni arte e mestiero -montò oltre al doppio consueto disordinatamente. Piati, quistioni, -contraversie e riotte sursono da ogni parte tra’ cittadini di catuna -terra, per cagione dell’eredità e successioni. E la nostra città -di Firenze lungamente ne riempiè le sue corti con grandi spendii e -disusate gravezze. Guerre, e diversi scandali si mossono per tutto -l’universo, contro alle opinioni degli uomini. - - -CAP. VI. - -_Come nacque in Prato un fanciullo mostruoso._ - -In questo anno, del mese d’agosto, nacque in Prato uno fanciullo -mostruoso di maravigliosa figura, perocchè a uno capo e a uno collo -furono partiti e stesi due imbusti umani con tutte le membra distinte -e partite dal collo in giuso, senza niuna diminuzione che natura dia -a corpo umano: e catuno imbusto fu colle membra e natura masculina. Ma -l’uno corpo era maggiore che l’altro: e vivette questo corpo mostruoso -e maraviglioso quindici giorni, dando pronosticazione forse di loro -futuri danni, come leggendo appresso si potrà trovare. - - -CAP. VII. - -_Come alla compagnia d’Orto san Michele fu lasciato gran tesoro._ - -Nella nostra città di Firenze, l’anno della detta mortalità, avvenne -mirabile cosa: che venendo a morte gli uomini, per la fede che i -cittadini di Firenze aveano all’ordine e all’esperienza che veduta era -della chiara, e buona e ordinata limosina che s’era fatta lungo tempo, -e facea per li capitani della compagnia di Madonna santa Maria d’Orto -san Michele, senza alcuno umano procaccio, si trovò per testamenti -fatti (i quali testamenti nella mortalità, e poco appresso, si poterono -trovare e avere) che i cittadini di Firenze lasciarono a stribuire a’ -poveri per li capitani di quella compagnia più di trecentocinquanta -migliaia di fiorini d’oro. Che vedendosi la gente morire, e morire -i loro figliuoli e i loro congiunti, ordinavano i testamenti, e chi -avea reda che vivesse, legava la reda, e se la reda morisse, volea la -detta compagnia fosse reda; e molti che non avevano alcuna reda, per -divozione dell’usata e santa limosina che questa compagnia solea fare, -acciocchè il suo si stribuisse a’ poveri com’era usato, lasciavano di -ciò ch’aveano reda la detta compagnia: e molti altri non volendo che -per successione il suo venisse a’ suoi congiunti, o a’ suoi consorti, -legavano alla detta compagnia tutti i loro beni. Per questa cagione, -restata la mortalità in Firenze, si trovò improvviso quella compagnia -in sì grande tesoro, senza quello che ancora non potea sapere. E i -mendichi poveri erano quasi tutti morti, e ogni femminella era piena -e abbondevole delle cose, sicchè non cercavano limosina. Sentendosi -questo fatto per cittadini, procacciarono molti con sollecitudine -d’essere capitani per potere amministrare questo tesoro, e cominciarono -a ragunare le masserizie e’ danari; ch’avendo a vendere le masserizie -nobili de’ grandi cittadini e mercatanti, tutte le migliori e le più -belle voleano per loro a grande mercato, e l’altre più vili faceano -vendere in pubblico, e i danari cominciarono a serbare, e chi ne tenea -una parte, e chi un’altra a loro utilità. E non essendo in quel tempo -poveri bisognosi, facevano le limosine grandi ciascuno capitano ove più -gli piaceva, poco a grado a Dio e alla sua madre. E per questo indebito -modo si consumò in poco tempo molto tesoro. E quando veniva il tempo di -rifare i nuovi capitani, i cittadini amici de’ vecchi si facevano fare -capitani nuovi da loro che avevano la balía, con molte preghiere, e -altre promessioni, intendendosi insieme per poco onesta intenzione. Le -possessioni della compagnia allogavano per amistà e buon mercato, e le -vendite faceano disonestamente. I cittadini ch’erano avviluppati nelle -mani de’ detti capitani per li lasci, e per le dote, e per li debiti, -e per le participazioni di quelli beni, e per l’altre successioni non -si poteano per lunghi tempi spacciare da loro: e ogni cosa sosteneano -in lunga contumacia senza sciogliere, se per speziale servigio non si -facea. E fu tre anni continovi più grande la loro corte che quella del -nostro comune. E avvedendosi i cittadini della ipocrisia de’ capitani, -acciocchè più non seguitasse la elezione, che l’uno facesse l’altro, -ordinarono che i capitani si chiamassono per lo consiglio. In processo -di tempo il comune prese de’ danari del mobile della detta compagnia -alcuna parte, vedendo che male si stribuivano per li capitani. E per le -dette cagioni la fede di quella compagnia tra’ cittadini e’ contadini -cominciò molto a mancare, avvelenata per lo disordinato tesoro, e per -gli avari guidatori di quello. E per lo simigliante modo fu lasciato -a una nuova compagnia chiamata la compagnia della Misericordia, -tra in mobile e in possessioni, il valore di più di venticinquemila -fiorini d’oro, i quali si stribuirono poco bene per lo difetto de’ -capitani che gli aveano a stribuire. E allo spedale di santa Maria -Nuova di san Gilio fu anche lasciato in quella mortalità il valore -di venticinquemila fiorini d’oro. Questi lasci di questo spedale si -stribuirono assai bene, perocchè lo spedale è di grande elemosina, e -sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine, i quali sono serviti -e curati con molta diligenza e abbondanza di buone cose da vivere, e da -sovvenire a’ malati, governandosi per uomini e femmine di santa vita. - - -CAP. VIII. - -_Come in Firenze da prima si cominciò lo Studio._ - -Rallentata la mortalità, e assicurati alquanto i cittadini che -aveano a governare il comune di Firenze, volendo attrarre gente alla -nostra città, e dilatarla in fama e in onore, e dare materia a’ suoi -cittadini d’essere scienziati e virtudiosi, con buono consiglio, il -comune provvide e mise in opera che in Firenze fosse generale studio -di catuna scienzia, e in legge canonica e civile, e di teologia. E a -ciò fare ordinarono uficiali, e la moneta che bisognava per avere i -dottori delle scienze: stanziò si pagassono annualmente dalla camera -del comune; e feciono acconciare i luoghi dello Studio in su la via -che traversa da casa i Donati a casa i Visdomini, in su i casolari -de’ Tedaldini. E piuvicarono lo studio per tutta Italia; e avuti -dottori assai famosi in tutte le facultà delle leggi e dell’altre -scienze, cominciarono a leggere a dì 6 del mese di novembre, gli -anni di Cristo 1348. E mandato il comune al papa e a’ cardinali a -impetrare privilegio di potere conventare in Firenze in catuna facultà -di scienza, ed avere le immunità e onori che hanno gli altri studi -generali di santa Chiesa, papa Clemente sesto, con suoi cardinali, -ricevuta graziosamente la domanda del nostro comune, e considerando -che la città di Firenze era braccio destro in favore di santa Chiesa, -e copiosa d’ogni arte e mestiere, e che questo che s’addomandava era -onore virtudioso, acciocchè ’l buono cominciamento potesse crescere -successivamente in frutto di virtudi, di comune concordia di tutto il -collegio, e del papa, concedettono al nostro comune privilegio, che -nella città di Firenze si potesse dottorare, e ammaestrare in teologia, -e in tutte l’altre facultadi delle scienze generalmente. E attribuì -tutte le franchigie e onori al detto Studio che più pienamente avesse -da santa Chiesa Parigi o Bologna, o alcuna altra città de’ cristiani. -Il privilegio bollato della papale bolla venne a Firenze, dato in -Avignone dì 31 di maggio, gli anni _Domini_ 1349, l’ottavo anno del suo -pontificato. - - -CAP. IX. - -_Raggiugnimento di principii che furono cagione di grandi novitadi nel -Regno._ - -Avvegnachè nella cronica del nostro anticessore sia trattato della -novità sopravvenuta nel regno di Cicilia e di qua dal faro, insino -al tempo vicino alla nominata mortalità, nondimeno la nostra materia -richiede (acciocchè meglio s’intendano le cose che nel nostro tempo poi -seguiranno) che qui s’accolgano alquanti principii che furono materia e -cagioni di gravi movimenti. Il re Ruberto rimorso da buona coscienza, -avendo con Carlo Umberto di suo lignaggio re d’Ungheria trattato la -restituzione del suo reame dopo la sua morte a’ figliuoli del detto -Carlo, nipoti di Carlo Martello primogenito di Carlo secondo, a cui -di ragione succedea il detto reame di Cicilia, e fermata la detta -restituzione con promissione di matrimonio, sotto certe condizioni de’ -figliuoli del detto Carlo Umberto, e delle due figliuole di M. Carlo -duca di Calavra, figliuolo che fu del detto re Ruberto. E avendo già -accresciuto appresso di se il re Ruberto Andreasso figliuolo di Carlo -Umberto, e fattolo duca di Calavra, a cui si dovea dare per moglie -Giovanna primagenita del detto Carlo, nipote del re Ruberto, acciocchè -fosse successore del reame dopo la sua morte; e la detta Giovanna -reina, con condizioni ordinate per li casi che avvenire poteano, -che l’una succedesse all’altra in caso di mancamento di figliuoli, -acciocchè la successione del Regno non uscisse delle nipoti. Vedendosi -appressare alla morte, tanto fu stretto dallo amore della propria -carne, ch’egli commise errori i quali furono cagione di molti mali. -Perocchè innanzi la sua morte fece consumare il matrimonio del detto -duca Andreasso alla detta Giovanna sua nipote, e lei intolò reina. E -a tutti i baroni, reali, e feudatari e uficiali del Regno fece fare -il saramento alla detta reina Giovanna, lasciando per testamento, che -quando Andreasso duca di Calavra, e marito della detta reina Giovanna, -fosse in età di ventidue anni, dovesse essere coronato re del suo reame -di Cicilia. Onde avvenne che ’l senno di cotanto principe accecato -del proprio amore della carne, morendo lasciò la giovane reina ricca -di grande tesoro, e governatora del suo reame, e povera di maturo -consiglio, e maestra e donna del suo barone, il quale come marito dovea -essere suo signore. E così verificando la parola di Salomone, il quale -disse, se la moglie avrà il principato, diventerà contraria al suo -marito. La detta Giovanna vedendosi nel dominio, avendo giovanile e -vano consiglio, rendeva poco onore al suo marito, e reggeva e governava -tutto il Regno con più lasciva e vana che virtudiosa larghezza: e -l’amore matrimoniale per l’ambizione della signoria, e per inzigamento -di perversi e malvagi consigli, non conseguiva le sue ragioni, ma -piuttosto declinava nell’altra parte. E però si disse che per fattura -malefica la reina parea strana dall’amore del suo marito. Per la qual -cagione de’ reali e assai giovani baroni presono sozza baldanza, e poco -onoravano colui che attendevano per loro signore. Onde l’animo nobile -del giovane, vedendosi offendere, e tenere a vile a’ suoi sudditi, -lievemente prendeva sdegni. E moltiplicando le ingiurie per diversi -modi, dalla parte della sua donna e de’ suoi baroni, per giovanile -incostanza, alcuna volta con la reina, alcuna volta con i baroni usò -parole di minacce, per le quali, coll’altra materia che qui abbiamo -detta, appressandosi il tempo della sua coronazione, s’avacciò la -crudele e violente sua morte. Onde avvenne, che per fare la vendetta -Lodovico re d’Ungheria, fratello anzinato del detto Andreasso, con -forte braccio venne nel Regno non contastato da niuno de’ reali, o -da altro barone, se non solo da M. Luigi di Taranto, il quale dopo la -morte del duca Andreasso, per operazione della imperadrice sua madre, -di M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio, avea tolta la detta -reina Giovanna per sua moglie. E innanzi la dispensagione, ch’era sua -nipote in terzo grado, temendo il giovane d’entrare nella camera alla -reina, confortatolo, e presolo per lo braccio dal detto suo balio, -in segreto sposò la detta donna: e in palese fu dispensato il detto -matrimonio da santa Chiesa. Il quale M. Luigi si mise a contastare -alcuno tempo alla gente del detto re d’Ungheria, venuta innanzi che -la persona del detto re. Ma sopravvenendo il re, la reina Giovanna -in prima, e appresso M. Luigi, con certe galee in fretta, e male -provveduti fuori che dello scampo delle persone, fuggirono in Toscana, -e poi passarono in Proenza. - - -CAP. X. - -_Come il re d’Ungheria fece ad Aversa uccidere il duca di Durazzo._ - -Lodovico re d’Ungheria giunto ad Aversa, fece suo dimoro in quel luogo -ove fu morto il fratello. E ivi tutti i baroni del Regno l’andarono a -vicitare, e fare la reverenza come zio, e governatore di Carlo Martello -infante, figliuolo del detto duca Andreasso, e della reina Giovanna, -a cui succedeva il reame. I reali, ciò furono M. Ruberto prenze di -Taranto, M. Filippo suo fratello, M. Carlo duca di Durazzo, che avea -per moglie donna Maria sirocchia della reina Giovanna, e M. Luigi e -M. Ruberto suoi fratelli andarono ad Aversa confidentemente a fare -la reverenza al detto re d’Ungheria; e ricevuti da lui con infinta e -simulata festa, stettono con lui infino al quarto giorno. E mosso per -andare da Aversa a Napoli con grande comitiva, oltre alla sua gente, -di quella de’ reali e del Regno, rimaso addietro, e cavalcando con -lui il duca di Durazzo, il re gli disse: menatemi dove fu morto mio -fratello. E senza accettare scusa condotto al luogo, il detto duca di -Durazzo sceso del palafreno, già conoscendo il suo mortale caso, disse -il re: traditore del sangue tuo, che farai? E tirato per forza, come -era ordinato, infino ove fu strangolato il duca Andreasso, tagliatali -la testa da un infedele Cumino, in sul sabbione dal Gafo fu in due -pezzi gittato, in quell’orto e in quello luogo dove fu gittato il duca -Andreasso. E in quello stante furono presi gli altri reali, e ordinata -la condotta sotto buona guardia, e con loro il piccolo infante Carlo -Martello, furono mandati in Ungheria. Il quale Carlo poco appresso -giunto in Ungheria morì. E M. Ruberto prenze di Taranto, e ’l fratello -e’ cugini furono messi in prigione, e insieme ritenuti sotto buona -guardia. - - -CAP. XI. - -_La cagione della morte del duca di Durazzo._ - -Questo duca di Durazzo non si trovò che fosse autore della morte del -duca Andreasso, ma però ch’egli come molto astuto, avea, non senza -alcuna espettazione di speranza del Regno, coll’aiuto del zio cardinale -di Pelagorga, procacciato dispensazione dal papa, colla quale ruppe -quattro grandi misteri. Ciò furono, violando il testamento e l’ordine -e la concordia presa dal re Ruberto, e Umberto Martello re d’Ungheria, -ove era disposto che il matrimonio di dama Maria sirocchia della -reina Giovanna si dovesse fare, a conservagione della successione -del regno colla casa di Carlo Umberto, discendenti di Carlo Martello, -in certo caso di morte, o di mancamento di figliuoli alla reina. La -quale Maria il detto duca si prese per moglie. E il saramento di -ciò prestato per lo detto duca, e per altri reali in sul corpo di -Cristo; e la dispensagione di potere prendere la nipote per moglie, -la quale si prese e menò di quaresima. E bene che col duca Andreasso -si ritenesse mostrandoli amore, nondimeno lungo tempo segretamente -fece impedire a corte la diliberazione della sua coronazione. Onde -per questo soprastare fu fatto l’ordine e messo a esecuzione il -detestabile e patricida della sua morte: e questa fu la cagione perchè -il re d’Ungheria il fece morire. Di questa morte, e della carceragione -de’ reali nacque grande tremore a tutto il regno. E fu il re reputato -crudele non meno per la carceragione degl’innocenti giovani reali, che -per la morte del duca di Durazzo. - - -CAP. XII. - -_Come il re d’Ungheria entrò in Napoli._ - -Fatta il re d’Ungheria parte della sua vendetta, e ricevuto in Napoli -come signore, e ordinato i magistrati, e comandato giustizia per tutto -il regno, cominciò ad andare vicitando le città e le provincie. E -da tutti i baroni prese saramento per Carlo Martello suo nipote. E -nell’anno 1348 quasi tutto il regno l’ubbidia, salvo che in Puglia -era contra lui il forte castello d’Amalfi della montagna, il quale si -teneva per la reina, e per M. Luigi di Taranto. E questo guardavano -masnade italiane con cento cavalieri tedeschi, capitano della gente -e del castello M. Lorenzo figliuolo di M. Niccola degli Acciaiuoli di -Firenze, giovane cavaliere, e di grande cuore, e di buono aspetto. Non -avendo ancora mandato il detto re in terra d’Otranto, nè in Calavra, -i giustizieri che v’erano per la reina faceano l’uficio per lei, e non -ubbidivano al re d’Ungheria, ed egli non strignea il paese, e però non -vi si mostrava ribellione. - - -CAP. XIII. - -_Come il re d’Ungheria vicitava il regno di Puglia._ - -In questi dì essendo la mortalità già cominciata nel Regno per tutto, -nondimeno il re cavalcava vicitando le terre del Regno. Ed essendo -stato in Abruzzi, in Puglia, e in Principato, tornò a Napoli del mese -d’aprile del detto anno: e trovati già morti alquanti de’ suoi baroni, -sentì che certi conti e baroni del Regno faceano cospirazione contro -a lui. E impaurito in se medesimo per la morte de’ suoi, e per la -generale mortalità, avegnachè fosse di molto franco cuore, non gli -parve tempo da ricercare quelle cose con alcuno sospetto: anzi con -savia continenza mostrava a’ baroni piena confidenza. E copertamente -(eziandio al suo privato consiglio) intendea a fornire tutte le buone -terre e castella del Regno di gente d’arme e di vittuaglia. E con seco -aveva uno barone della Magna che avea nome Currado Lupo. Costui aveva -il re provato fedele e ardito in molti suoi servigi, e a lui accomandò -milledugento cavalieri tedeschi che aveva nel Regno. E un suo fratello, -ch’avea nome Guelforte, mise nel castello nuovo di Napoli dove era -l’abitazione reale, con buona compagnia, e bene fornito d’ogni cosa -da vivere, e d’arme e di vestimento e calzamento, e gli accomandò la -guardia di quello castello; e fornì il castello di Capovana, e quello -di Santermo sopra la città di Napoli, e il castello dell’Uovo. E -tratto del Regno il doge Guernieri Tedesco, cui egli avea soldato con -millecinquecento barbute quando entrò nel Regno, non fidandosi di lui, -lasciò suo vicario alla guardia del detto reame il detto Currado Lupo; -e ’l doge Guernieri malcontento del re, con sue masnade di Tedeschi si -ridusse in Campagna. - - -CAP. XIV. - -_Come il re d’Ungheria partitosi del Regno tornò in Ungheria._ - -Avendo il detto re ordinata la sua gente e le sue terre in tutte le -parti del Regno, le quali e’ possedeva: e ammaestrati in segreto i -suoi vicari e castellani di buona guardia, non mostrando a’ baroni -del Regno, nè eziandio a’ suoi, che del Regno si dovesse partire, si -mosse da Napoli, dove avea fatto poco dimoro, e andonne in Puglia; e -ordinata la guardia delle terre e delle castella di là in mano di suoi -Ungheri, avendo fatto armare nel porto di Barletta una sottile galea, -subitamente, improvviso a tutti quelli del Regno, all’uscita di Maggio -l’anno 1348, vi montò suso con poca compagnia, e fece dare de’ remi in -acqua, e senza arresto valicò sano e salvo in Ischiavonia, e di là con -pochi compagni a cavallo se n’andò in Ungheria. Questa subita partita -di cotanto re fu tenuta follemente fatta da molti, e da lieve e non -savio movimento d’animo, e molti il ne biasimarono. Altri dissono che -provvedutamente e con molto senno l’avea fatto, avendo diliberato il -partire nell’animo suo per tema della mortalità, e non vedendo tempo -da potersi scoprire contra i baroni, i quali sentiva male disposti -alla sua fede, come detto è, e commendaronlo di segreto e provveduto -partimento. - - -CAP. XV. - -_Novità del reame di Tunisi, e più rivolgimenti di quello._ - -In questo mese di maggio avendo Balase re del Garbo e della Bella -Marina prima conquistato il reame di Trenusi, e montatone in superbia -ambizione, trattò con Alesbi fratello del re di Tunisi: e fatta sua -armata per mare, e grande oste per terra, improvviso al re di Tunisi -fu addosso, e senza contasto, avendo il ricetto d’Alesbi, entrò -nella città, e prese il re, e di presente il fece morire. E avendo la -signoria, non attenne i patti ad Alesbi, il quale partito di Tunisi, -e aggiuntosi grande copia d’Arabi del reame, venne verso Tunisi. Il -re Balase accolta grande oste andò contro a lui, e commissono insieme -mortale battaglia, nella quale morì la maggiore parte della gente del -re Balase, ed egli sconfitto si fuggì in Carvano, suo forte castello; -e assediato in quello dagli Arabi, per danari s’acconciò con loro, e -tornossi a Tunisi. Alesbi da capo co’ gli Arabi tornò sopra Tunisi: ma -Balase si tenea la guardia delle terre, sicchè gli Arabi non potendo -combattere si tornarono in loro pasture. Avea Balase quando si partì -di suo reame lasciato nella città reale di Fessa Maumetto suo nipote, -e in Tremus Buevem suo figliuolo. Costoro avendo sentito come Balase -era sconfitto e assediato dagli Arabi, senza sapere l’uno dell’altro, -catuno si rubellò e fecionsi fare re: il figliuolo in Tremus, e il -nipote in Fessa. E sentendo Buevem che Maumetto s’era levato re in -Fessa, parendogli ch’egli avesse occupata la sua eredità, propose -nell’animo suo d’abbatterlo, e così gli venne fatto, come innanzi al -suo debito tempo racconteremo. - - -CAP. XVI. - -_Come per la partita del re d’Ungheria del Regno i baroni e’ popoli si -dolsono._ - -Sentendo gli uomini e i baroni del Regno la subita partita del re -d’Ungheria si maravigliarono forte, non ne avendo di ciò conosciuto -alcuno indizio. E molte comunanze e baroni ch’amavano il riposo del -Regno, e portavano fede alla sua signoria ne furono dolenti; perocchè -non ostante che fosse nato e nutricato in Ungheria, e avesse con seco -assai di quella gente barbara, molto mantenea grande giustizia, e non -sofferia che sua gente facesse oltraggio o noia a’ paesani, anzi gli -puniva più gravemente: e fece de’ suoi Ungheri per non troppo gravi -falli aspre e spaventevoli giustizie. E le strade e i cammini facea -per tutto il Regno sicure. E avea spente le brigate de’ paesani, delle -quali per antica consuetudine soleano grandi congregazioni di ladroni -fare, i quali sotto loro capitani conturbavano le contrade e’ cammini: -e per questo pareva a’ paesani essere in istato tranquillo e fermo da -dovere bene posare. E alquanti altri baroni che male si contentavano, -e gentili uomini di Napoli, per la morte del duca di Durazzo, e per -la presura de’ reali a cui e’ portavano grande amore, e perchè il -re non facea loro troppo onore, gli volevano male, e furono contenti -della sua partita. Gli altri se ne dolsono assai, e parve loro che il -Regno rimanesse in fortuna e in male stato, e che il peccato commesso -della morte del re Andreasso, e l’aggravamento de’ peccati commessi -per la troppa quiete de’ paesani, e per la soperchia abbondanza in -che si sconoscevano a Dio, non fosse punita, e meritasse maggior -disciplina e spogliamento di que’ beni, dai quali procedeva la viziosa -ingratitudine, come avvenne, e seguendo nostra materia diviseremo. - - -CAP. XVII. - -_Come si reggeva la sua gente nel Regno partito il re._ - -Partito il re d’Ungheria del Regno, la cavalleria dei Tedeschi e -degli Ungheri, governata per buoni capitani, con le masnade de’ fanti -a piè toscani che aveano con loro, si manteneano chetamente senza -villaneggiare i paesani. E rispondea l’una gente all’altra tutti -ubbedendo a M. Currado Lupo, cui il re avea lasciato vicario, il quale -manteneva giustizia ov’egli distrignea. E gli uomini del Regno benchè -si vedessono in debole signoria, non si ardivano a muovere contro -ai forestieri, e non parea però loro bene stare. Ma i baroni che non -amavano il re d’Ungheria, volevano che la reina e M. Luigi tornassono -nel Regno; e l’università di Napoli, co’ gentiluomini di Capovana e di -Nido, d’un animo deliberarono il simigliante; e mandarono in Proenza, -dicendo che di presente dovessono tornare nel Regno, e fare capo a -Napoli ove sarebbono ricevuti onorevolemente, mostrando come i paesani -si contentavano male della signoria de’ Tedeschi e degli Ungheri, e che -in brieve tempo col loro aiuto sarebbono signori del reame. Aggiugnendo -che i soldati Ungheri e Tedeschi si rammaricavano forte, che il re -d’Ungheria non mandava danari per le loro paghe, ond’eglino erano di -lui malcontenti; e il doge Guernieri colla sua compagnia de’ Tedeschi -ch’era in Campagna s’offeria d’essere colla reina e con M. Luigi contro -alla gente del re d’Ungheria, in quanto il volesse conducere al suo -soldo: promettendo fedelmente per se e per le sue masnade d’aiutarli -riacquistare il Regno. - - -CAP. XVIII. - -_Come messer Luigi si fe’ titolare re al papa, e mandò nel Regno._ - -Messer Luigi trovandosi in corte di papa marito della regina Giovanna, -e non re, gli parve, avendo diliberato di tornare nel Regno, che li -fosse di necessità avere titolo di re: acciocchè avendo a governare -colla reina le cose del reame, e a fare lettere da sua parte e della -reina, il titolo non disformasse, perocchè ancora la santa Chiesa -non avea diliberato di farlo re di Cicilia, si fece titolare il re -Luigi d’altro reame, il quale non avea, nè era per poter avere. E -d’allora innanzi cominciarono a scrivere le lettere intitolandole in -questo modo: _Ludovicus et Ioanna Dei gratia rex et regina Hierusalem -et Ciciliae_. E d’allora innanzi M. Luigi fu chiamato re. Il detto -re Luigi e la reina Giovanna avendo il conforto del ritornare nel -Regno, come detto è, senza soggiorno procacciarono di ciò fare. E -trovandosi poveri di moneta, richiesono d’aiuto il papa e i cardinali, -il quale non impetrarono. Allora per necessità venderono alla Chiesa -la giurisdizione che la reina avea nella città di Vignone per fiorini -trentamila d’oro. E nondimeno richiesono baroni, e comunanze, e -prelati, limosinando d’ogni parte per lo stretto bisogno. E con -molta fatica feciono armare dieci galee di Genovesi, e pagaronle -per quattro mesi. E in questo mezzo il re Luigi mandò innanzi a -se nel Regno M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio con pieno -mandato, il quale trovando la materia disposta al proponimento del suo -signore, incontanente condusse il doge Guernieri, ch’era in Campagna -con milledugento barbute di Tedeschi, ch’erano in sua compagnia. E -ordinato le cose prestamente, mandò sollecitando il re e la reina che -senza indugio venissono a Napoli con le loro galee: che essendo nel -Regno le loro persone, con l’aiuto di Dio e de’ baroni del Regno, che -desideravano la loro tornata, e de’ Napolitani, e del doge Guernieri, -cui egli avea condotto con buone masnade, e con le sue galee e’ -sarebbono a queto signori del Regno, e non conoscea che la gente del -re d’Ungheria a questo potesse riparare, sicchè in brieve al tutto -sarebbono signori. - - -CAP. XIX. - -_Come il re e la reina ritornarono nel Regno._ - -Avendo il re e la reina queste novelle, incontanente con quei baroni -che poterono accogliere di Proenza, e con la loro famiglia, si -raccolsono a Marsilia in su le dette dieci galee de’ Genovesi: ed -avendo il tempo acconcio al loro viaggio, sani e salvi in pochi giorni -arrivarono a Napoli, all’uscita del mese d’agosto del detto anno. -E perocchè le castella di Napoli, e quello dell’Uovo, e il castello -di Santermo, e ’l porto e la Tenzana erano nella signoria e guardia -della gente del re d’Ungheria, non si poterono mettere nel porto, nè -in quelle parti; anzi arrivarono fuori di Napoli sopra santa Maria del -Carmino, di verso ponte Guicciardi, e ivi scesono in terra; e il re e -la reina entrarono nella chiesa di Nostra Donna per aspettare i baroni -e l’università di Napoli, che gli conducessono nella città. - - -CAP. XX. - -_Come il re e la reina Giovanna entrarono in Napoli a gran festa._ - -I baroni ch’erano accolti a Napoli, aspettando la venuta del re e -della reina con la loro cavalleria, de’ quali erano caporali quegli -di san Severino, e della casa del Balzo, l’ammiraglio conte di -Montescheggioso, quelli dello Stendardo, il conte di Santo Agnolo, -que’ della casa della Raonessa, e di Catanzano, e molti altri. I quali -forniti di molti cavalli e di ricchi arredi e di nobili robe e arnesi, -con loro scudieri vestiti d’assise, e’ gentili uomini di Napoli con -loro proprio, apparecchiati pomposamente a cavallo e a piè con molta -festa si misono ad andare al Carmino per conducere il re e la reina -in Napoli con molta allegrezza; e da parte i Fiorentini e Sanesi e -Lucchesi mercatanti che allora erano in Napoli, e Genovesi e Provenzali -e altri forestieri, catuna gente per se, vestiti di ricche robe di -velluti e di drappi di seta e di lana, con molti stormenti d’ogni -ragione, sforzando la dissimulata festa, andarono incontro al re e -alla reina. E giunti a loro, e fatta catuna compagnia la riverenza, -apparecchiati nobilissimi destrieri, montati a cavallo, addestrati -da’ baroni, sotto ricchi palii d’oro e di seta con molte compagnie -d’armeggiatori innanzi, in prima il re, a cui andava in fronte il duca -Guernieri co’ suoi Tedeschi, smovendo il popolo, e dicendo: gridate -viva il signore: e così gridando, fu la parola da molti notata, perchè -era a loro nuovo titolo, non dicendosi viva il re, e con ragione dire -non lo potevano a quella stagione. E con questa festa il condussono -a Napoli; e perchè l’abitazioni reali erano tutte nella forza de’ -nemici, il collocarono ad Arco, sopra Capovana, nelle case che furono -di messere Aiutorio. E appresso di lui con somigliante festa vi -condussono la reina. La gente, benchè sforzata si fosse di fare festa, -pure s’avvedea per le molte città e castella che il re d’Ungheria avea -nel Regno, e per la buona gente che v’era alla guardia, che questa -tornata del re Luigi e della reina Giovanna era piuttosto aspetto di -guerra e di grande spesa, e sconcio del paese e della mercanzia e de’ -forestieri, che cominciamento di riposo, come poi n’avvenne. - - -CAP. XXI. - -_Come il re Luigi si fe’ fare cavaliere, e da cui._ - -Vedendosi il re Luigi, e conoscendo il bisogno che avea di buono -aiuto, e veggendo che la maggiore forza de’ suoi cavalieri era nel -duca Guernieri, acciocchè per onorevole beneficio più lo traesse alla -sua fede e amore, ordinò di farsi fare cavaliere per le sue mani, -della qual cosa avvilì se, per onorare altrui. E ordinata gran festa -per la sua cavalleria, del mese di settembre del detto anno, si fece -fare cavaliere al detto doge Guernieri, ed egli in quello stante fece -appresso ottanta altri cavalieri della città di Napoli, e d’altri -paesi del Regno. La libertà grande che ’l re dimostrò nel tedesco duca -Guernieri tosto trovò vana in colui, come per la sua corrotta fede nel -processo della nostra materia al suo tempo racconteremo. - - -CAP. XXII. - -_Brieve raccontamento di cose fatte per il re d’Inghilterra contra -quello di Francia._ - -Richiede il nostro proponimento, per le cose che avremo a scrivere de’ -fatti del re di Francia e di quello d’Inghilterra per la loro guerra, -che noi ci traiamo un poco addietro alle cose occorse più vicine, -acciocchè quelle che seguiranno abbiano più chiaro intendimento. -Essendo il valoroso re Adoardo d’Inghilterra passato in Normandia, del -mese d’agosto, gli anni di Cristo 1347, e avendo preso Camoboroso e -Saulu e più altre ville, venendo verso Parigi con quattromila cavalieri -e quarantamila sergenti, tra’ quali avea molti arcieri, e fatto -d’arsioni e di preda gravi danni al paese, s’accampò a Pussì e a San -Germano, presso a Parigi a due leghe. Il re di Francia era andato colla -sua forza verso Camo per farlisi incontro, e non trovandolo nel paese, -si tornò addietro, e accolta molta baronia e cavalieri e sergenti -di suo vassallaggio, s’accampò fuori di Parigi con più di settemila -cavalieri e sessantamila sergenti: il re d’Inghilterra, sentendo la -tornata del re di Francia, si levò da campo scostandosi da Parigi. -Il re di Francia con grande baldanza il seguitò con la sua gente, -tanto che sopraggiunse il re d’Inghilterra, che andava assai a lenti -passi per non mostrare paura: e aggiugnendosi l’una oste all’altra, -il re d’Inghilterra vedendosi presso il re di Francia, e quello di -Boemia e quello di Maiolica con molti baroni, e con più di due tanti -cavalieri che non avea egli, come signore di grande cuore e ardire, -di presente s’apparecchiò alla battaglia, intra Crescì e Albevilla. -E ordinò tutto il suo carreaggio alla fronte a modo d’una schiera, e -di sopra alle carra mise i cavalieri armati, e a piè d’ogni parte i -suoi arcieri. E sopravvenendo l’assalto de’ Franceschi, baldanzosi, -con grande empito cominciarono la battaglia. Gl’Inglesi fermi al loro -carreaggio, con l’ordine dato agli arcieri, senza perdere colpo, -di loro saette fedivano i cavalli e’ cavalieri de’ Franceschi. E -vedendo gl’Inglesi fediti molti de’ cavalli e de’ cavalieri de’ loro -avversari, a uno segno dato ordinate le guardie de’ sergenti sopra il -carreaggio, corsono i cavalieri a’ loro cavalli che aveano a destro -dietro al carriaggio, e montati e assettati sopra i loro cavalli, -con savia condotta vennono alle spalle de’ nimici, ed assalirono i -Franceschi con dura battaglia. I Franceschi che erano re e baroni -d’alto pregio manteneano la battaglia vigorosamente, la quale durò -da mezza nona alle due ore di notte; ove si dimostrarono di grandi -operazioni d’armi di valorosi baroni e cavalieri da catuna parte. Ma -perocchè i Franceschi e i loro cavalli erano più stanchi e magagnati -dalle saette degl’Inglesi, e molti conducitori di loro morti, come fu -la volontà d’Iddio la vittoria rimase al re d’Inghilterra, con grande -e grave danno de’ Franceschi. Morto vi fu il valente re di Boemia, -figliuolo dello imperatore Arrigo di Luzimborgo, e il duca di Loreno, -il conte di Lanzone fratello del re di Francia, e sei altri conti, con -milleseicento cavalieri grande parte baroni e banderesi, e morironvi -ventimila pedoni; fra i quali furono i Genovesi che erano andati là -con dodici galee, che pochi ne camparono. Ed il re Filippo di Francia -di notte, con sei tra prelati e baroni, e sessanta sergenti a piè, -uscì della battaglia, e campò per grazia della notte. Sul campo si -trovarono molti cavalli morti e bene quattromila fediti. E fatta questa -battaglia a dì 26 d’agosto nel 1347, il re d’Inghilterra poco appresso -pose assedio al forte castello di Calese sulla marina, e per assedio il -vinse: e fattolo più forte, per avere porto nel reame e nella marina -di Francia, lasciato nel paese il conte d’Erbi duca di Lancastro, -suo cugino, a guerreggiare, con duemila cavalieri e ventimila pedoni -i più arcieri, con grande onore si tornò in Inghilterra. Il conte -d’Erbi entrò in Guascogna l’anno appresso, e conquistò più terre di -quelle che vi tenea il re di Francia; e rotti in più abboccamenti i -cavalieri franceschi, se ne venne cavalcando e predando il paese infino -alla città di Tolosa; ma aggravando la mortalità quei paesi, si tornò -addietro con grande preda. E fatta tregua dall’uno re all’altro, con -grande onore del re d’Inghilterra, posò la guerra per alcuno tempo. - - -CAP. XXIII. - -_Come gli Ubaldini furo cominciatori della guerra che il comune di -Firenze ebbe con loro._ - -Avendo narrato de’ fatti de’ due reami, cominciano le novità della -nostra città di Firenze. Negli anni di Cristo 1348, essendo gli -Ubaldini in pace, ma in corrotta fede col nostro comune, fidandosi -nelle loro alpigiane fortezze, cominciarono a ricettare sbanditi del -comune di Firenze: e insieme con loro entravano di notte nel Mugello, -rubando le case e uccidendo gli uomini, e ricoglieansi nell’alpe con -le ruberie. E avendo fatto questo più volte di notte, il cominciarono -a fare di dì. E tornando d’Avignone uno Maghinardo da Firenze con -duemila fiorini d’oro, gli Ubaldini il seguirono e uccisono, rubandolo -sul contado di Firenze. E non volendone fare ammenda alla richesta del -comune, i Fiorentini mandarono nell’alpe suoi soldati a piè e a cavallo -col capitano della guardia. E stati più dì sopra le terre e sopra i -fedeli degli Ubaldini feciono loro gran danno, e senza alcuno contasto -si tornarono a Firenze. - - -CAP. XXIV. - -_Come i fedeli del conte Galeotto si rubellarono da lui e dieronsi al -comune di Firenze._ - -In questo anno, i fedeli del conte Galeotto de’ conti Guidi si -rubellarono da lui, perocchè lungamente gli avea male trattati, per -sua crudeltà e dissoluta vita: e all’entrata del mese di marzo del -detto anno gli tolsono il forte castello di san Niccolò, e tutte le sue -terre e tenute intorno a quello, e ’l suo tesoro e arnesi, che n’era -fornito nobilmente, e di presente si diedono al comune di Firenze. Il -quale, perocchè il detto conte sempre avea nimicato il nostro comune, -perocchè era ghibellino, ricevette la fortezza e gli uomini in sua -giurisdizione e libera signoria, con quelle solenni cautele che i -detti uomini poterono fare; e fecionli popolani e contadini, dando loro -per alcuno tempo certe immunità. E ordinata la guardia delle castella -nelle mani de’ cittadini, a’ popoli diede podestà che gli reggesse, e -messe le castella e gli uomini ne’ suoi registri. Dinominò e intitolò -l’acquisto, il contado di san Niccolò del comune di Firenze. - - -CAP. XXV. - -_Come i Fiorentini feciono guerra agli Ubaldini, e presero Montegemmoli -e loro castella._ - -Vedendo i Fiorentini che la latrocina superbia degli Ubaldini non -si gastigava per una battitura, feciono decreto, che ogni anno -si dovesse tornare sopra di loro, tanto che fossono privati delle -alpigiane spelonche. E per questa cagione, il verno furono chiamati -otto cittadini uficiali sopra provvedere e fornire la guerra: i quali, -del mese di giugno 1349, mandarono l’oste del comune nell’alpe, la -quale si dirizzò a Montegemmoli, una rocca quasi inespugnabile: nella -quale era Maghinardo da Susinana e due suoi figliuoli, con parecchie -masnade di franchi masnadieri, i più usciti di Firenze. Era fuori -della rocca in su la stretta schiena del poggio, alla guardia della -via ch’andava al castello, una torre forte e bene armata: innanzi -alla torre una tagliata in su la schiena del poggio, con forte -steccato: e a questa guardia, per voglia di fare d’arme, i caporali -de’ masnadieri del castello erano scesi co’ loro compagni: e la gente -del comune di Firenze avendo fermo il loro campo, a intendimento di -vincere il castello per assedio, e molestarlo con dificii i quali -vi faceano conducere, alquanti masnadieri s’appressarono verso la -guardia della torre per badaluccare. I valenti masnadieri d’entro, per -troppa baldanza, uscirono fuori della tagliata incontro alla gente de’ -Fiorentini, badaluccando e facendo gran cose d’arme per lo vantaggio -che aveano del terreno. In questo stante i cavalieri de’ Fiorentini -montando il poggio per dare vigore a’ loro masnadieri, cominciarono -a scendere de’ cavalli, e a pignersi innanzi con fanti e a’ nemici, i -quali per non perdere il terreno, con folle prodezza attesono tanto, -che i cavalieri e’ masnadieri de’ Fiorentini co’ balestrieri furono -mischiati tra loro, innanzi che si potessono ritrarre alla fortezza. -E volendosi ritrarre, per lo soperchio de’ loro avversari non poterono -fare, che a un’ora con loro insieme non entrassono dentro alli steccati -i masnadieri fiorentini, e a loro aiuto erano tratti tanti balestrieri, -che non lasciarono a’ nemici riprendere la fortezza della torre: anzi -la presono per loro. E ritraendosi i masnadieri degli Ubaldini per -loro scampo nella rocca, continuando la battaglia stretta alle mani, -entrarono i Fiorentini cacciando gli avversari nel primo procinto. E -crescendo della gente dell’oste la loro forza, presono tutto, fuori -de’ palagi e torri dell’ultima fortezza, ov’era racchiuso Maghinardo -e la moglie, e due suoi figliuoli con loro compagnia: i quali si -difenderono vigorosamente. Essendo il dì e la notte combattuti dalla -gente de’ Fiorentini, Maghinardo e’ figliuoli, benchè fossero in -fortezza da potersi difendere lungamente, conobbono il loro pericolo. -E sentendosi male d’accordo per loro quistioni con gli altri Ubaldini -loro consorti, si deliberarono di dare la rocca a’ Fiorentini, e di -volere essere contro a’ suoi consorti co’ Fiorentini. E fatti i patti, -e fermi a Firenze, diedono la rocca libera al comune di Firenze: e il -comune prese il saramento della fede promessa, li ricevette in amicizia -e cittadinanza, e ordinarono loro la provvigione promessa: e dati loro -cavalieri e pedoni si mossono a guerreggiare gli altri Ubaldini. E -innanzi che l’oste de’ Fiorentini tornasse, assediò Montecolloreto, e -presonlo; e misonvi fornimento e buona guardia. Andarono a Roccabruna -ed ebbonla: ed entrarono nel Podere e presono Lozzole per trattato. -E per trattato fu dato loro la signoria di Vigiano e di più altre -tenute, che appartenevano al detto Maghinardo e a certi altri degli -Ubaldini che feciono il comandamento del comune. E andarono intorno a -Susinana, guastando le case e’ campi di fuori; e tentando di volerlo -combattere, trovarono il castello sì forte e sì bene fornito alla -difesa, che lasciarono stare, e andarono a Valdagnello, e dieronvi una -battaglia, senza potervi acquistare per la fortezza del sito, e perchè -era bene provveduto alla difesa: e però guastarono i campi e le ville -d’intorno. E fornito che ebbono tutte le castella che aveano acquistate -di vittuaglia e d’arme e di buona guardia, avendo fatto agli Ubaldini e -a’ loro fedeli gran danno, del mese d’agosto, gli anni di Cristo 1349, -senza alcuno impedimento, sani e salvi con vittoria si tornarono alla -città di Firenze. - - -CAP. XXVI. - -_Come il re di Francia comperò il Dalfinato._ - -Il re di Francia posandosi nella tregua col re d’Inghilterra, avendo -papa Clemente sesto, suo protettore ne’ fatti temporali, perocchè -per lui si teneva essere al papato, e amava sopra modo d’accrescere -i suoi congiunti, i quali erano uomini del re di Francia, e però il -re traeva in sussidio della guerra danari al bisogno; e le decime del -reame e tutte grazie che volea domandare il papa senza mezzo l’otriava, -trapassando l’onestà del suo pontificato: e perocchè i cardinali erano -la maggior parte di suo reame, non si ardivano a contrapporre a cosa -che volesse. Era in que’ dì il Dalfino di Vienna uomo molle, e di poca -virtù e fermezza. Costui alcuno tempo tenne vita femminile e lasciva, -vivendo in mollizie: ed appresso volle usare l’arme: e andò capitano -per la Chiesa alle Smirne in Turchia, e dove poteva acquistare onore -e pregio, tornò con poca buona fama: e per bisogno impegnò alla Chiesa -il Dalfinato per fiorini centomila d’oro: ed essendo morta la moglie, -credendo prosperare in abito chericile, sperando in quello divenire -cardinale, vendè al re Filippo di Francia il Dalfinato, contro alla -volontà de’ suoi paesani, e pagò la Chiesa: e fatto cherico fu dal -papa promosso in patriarca.... nel quale finì sua vita spegnendo -la fama della casa sua. E il re di Francia, perdendo per la guerra -d’Inghilterra in ponente, accresceva senza guerra in levante i confini -al suo reame. - - -CAP. XXVII. - -_La cagione perchè il re d’Araona tolse Maiolica al re._ - -Vera cosa fu, che il re di Maiolica nella sua infanzia si nutricò co’ -reali di Francia, e poi che fu re di Maiolica, essendo dissimigliante -a’ Catalani onde traeva suo origine, mostrò d’essere molto scienziato -e adorno di bei costumi. Disdegnò di rendere al re d’Araona l’omaggio -debito, il quale si pagava con la reverenzia d’un bacio: e schifo della -vita catalanesca e di loro costumi, seguiva i Franceschi; la qual -cosa il fece sospetto al suo legnaggio. Cugino era del re d’Araona, -e la sirocchia carnale avea per moglie, della quale avea figliuoli. -Nondimeno il re d’Araona fece apparecchiamento d’arme contro a lui, e -trattato occulto co’ cittadini di Maiolica. Per lo quale, essendo egli -a Perpignano, e venendo sopra loro il re d’Araona, volendo mostrare di -volersi difendere, il feciono venire in Maiolica, mostrando di volerlo -atare fedelmente. Venuta la gente col re d’Araona, e scesa nell’isola, -accogliendo il consiglio in Maiolica per volere dare ordine alla -difesa, essendo tempo da potere scoprire il loro tradimento, feciono -dire al loro re, o che facesse la volontà del re d’Araona, o che se -n’andasse. Vedendosi tradito da’ suoi cittadini, i quali aveano già -abbarrata la città contro a lui, si ricolse in fretta, per campare la -persona, in una galea. E partendosi dell’isola, le porte della città -furono aperte alla gente del re d’Araona: e data loro la signoria di -tutta l’isola, con patto che ella non dovesse tornare per alcuno tempo -al loro re nè a’ suoi discendenti. - - -CAP. XXVIII. - -_Come il re di Maiolica vendè la sua parte di Mompelieri al re di -Francia._ - -Il re di Maiolica essendo cacciato dell’isola da’ suoi sudditi, venuta -l’isola nella signoria del re d’Araona, e avendo poco di quello che il -suo titolo reale richiedea, disiderando d’accogliere moneta, e d’avere -aiuto dal re di Francia, al cui servigio era stato lungamente nelle -sue guerre e battaglie personalmente, il richiese con grande istanza -d’aiuto, acciocchè potesse ricoverare lo suo, ma da lui non potè avere -alcuno aiuto. E stretto da grave bisogno, vendè al detto re di Francia -la propietà e giurisdizione ch’avea in comune consorteria col detto re -nella metà di Mompelieri, per quello pregio che il re di Francia volle, -a buono mercato. E come povero e sventurato re venia cercando modo di -riacquistare l’isola di Maiolica. La qual cosa fu cagione della sua -finale morte, come innanzi al suo tempo racconteremo. - - -CAP. XXIX. - -_Come s’ordinò il generale perdono a Roma nel 1349._ - -Essendo stato il giudicio della generale mortalità nell’universo -per giusta cagione, fu supplicato al papa che nel prossimo futuro -cinquantesimo anno la Chiesa rinnovellasse generale perdono in Roma. -Il papa Clemente sesto, col consiglio de’ suoi cardinali, e di molti -altri prelati e maestri in teologia, trovando che per lo dicreto fatto -per papa Bonifazio, ogni capo di cento anni dalla natività di Cristo -fosse ordinato generale perdono a Roma, per comune consiglio parve più -convenevole, considerando l’età umana che è brieve, che il perdono -fosse di cinquanta in cinquanta anni. Avendo ancora alcuno rispetto -all’anno Iubileo della santa Scrittura, nel quale catuno ritornava ne’ -suoi propri beni: e i propri beni de’ cristiani sono i meriti della -passione di Cristo, per li quali ci seguita indulgenzia e remissione -dei peccati. E per questa cagione la santa madre Chiesa fece decreto -e ordine: che nel prossimo futuro cinquantesimo anno, per la natività -di Cristo, cominciasse a Roma generale perdono di colpa e di pena -di tutti i peccati a’ fedeli cristiani i quali andassono a Roma, dal -detto termine a uno anno, i quali fossono confessi e contriti de’ loro -peccati, e vicitassono ogni dì la chiesa di santo Pietro e di santo -Paolo e di santo Giovanni Laterano. E le dette visitazioni furono -stribuite a’ Romani trenta dì continovi, salvo che quello si omettesse -si potesse con un altro ristorare; ed agl’Italiani quindici dì, e -agli oltramontani a tali dieci, a tali cinque dì, e meno, secondo la -distanza de’ paesi. E nondimeno la Chiesa discretamente provvide, per -molti e diversi casi e cagioni che possono avvenire, ch’e’ cardinali e -gli altri legati che andarono per lo mondo, e stettono a Roma, avessono -autorità di potere dispensare del tempo come a loro paresse. E le -lettere furono fatte e mandate per corrieri sotto le bolle papali. In -prima per tutta la cristianità, e appresso per suoi legati a predicare -per tutto le sante indulgenze, acciocchè ciascuno s’apparecchiasse e -disponesse a potere ricevere il santo perdono. In Italia furono mandati -due cardinali, quello di Bologna sopra lo Mare, messer Annibaldo di -Ceccano, e messer Ponzo di Perotto di Linguadoca vescovo d’Orbivieto, -uomo onesto, e di grande autorità, il quale era vicario di Roma per -lo papa: fu commessa piena e generale legazione a potere a tutti -dispensare il tempo delle dette visitazioni come a lui paresse, ch’era -presente continuo nella città di Roma. Lasciando alquanto la santa -disposizione del perdono, ci occorrono meno piacevoli, e più gravi cose -al presente a raccontare. - - -CAP. XXX. - -_Come il re di Maiolica andò per racquistare l’isola, e fuvvi morto._ - -Lo sventurato re di Maiolica non trovando aiuto dal re di Francia, -cui egli avea lungamente servito nelle sue guerre, nè dal papa, nè -da alcuno altro signore, strignendolo la volontà e ’l bisogno di -racquistare l’isola, come disperato d’ogni aiuto, avendo venduta la sua -parte di Mompelieri, accattò danari dal re di Francia sopra la villa -di Perpignano, ch’altro non gli era rimaso, e condusse cavalieri e -pedoni, e dodici galee di Genovesi fece armare al suo soldo, e alcuno -navilio di carico; sperando, quando fosse con forza d’arme nell’isola, -gli uomini del suo regno tornassono a lui, come forse a inganno gli era -dato intendimento, perocchè con alquanti era in trattato. Apparecchiata -l’oste, e ’l navilio con le dodici galee armate, del mese di... del -detto anno si mise in mare; e senza impedimento arrivò nell’isola di -Maiolica, presso alla città a dieci miglia; e ivi scesi in terra, -s’accampò con quattrocento cavalieri e cinquecento masnadieri, -aspettando che coloro della città con cui avea trattato, e il popolo -della terra il volessono come loro benigno e natural signore. Le dodici -galee de’ Genovesi avendo messo in terra il re, o che fosse di suo -comandamento, per mostrarsi più forte agli uomini dell’isola, o per -altre cagioni, si partirono da quella parte ove il re avea posto il -campo, e girarono da un’altra parte del’isola; e rimaso il re, e ’l -figliuolo, e l’altra gente senza il favore delle dodici galee, della -città di Maiolica subitamente uscirono più di seicento cavalieri con -grandissimo popolo, e vennero contro all’oste del re per combattere con -lui. Il re vedendosi i nimici appresso, potea stare alle difese tanto -che tornassero le sue galee: ma con vana confidanza de’ suoi regnicoli, -che non dovessero resistere contro a lui, senza attendere punto, si -volle mettere alla battaglia, per trarre a fine la sua impresa come la -fortuna il menava. E ordinata la sua gente, e confortata a ben fare, -mostrando che quivi non era altro rimedio che nel bene operare la virtù -delle loro persone, sì fedì tra i nemici, i quali erano cavalieri -catalani, maggiore quantità e migliore gente che i suoi soldati, e -guidati da buoni capitani, i quali ricevettono il re e i suoi cavalieri -francamente, per modo, che in poca d’ora furono sconfitti, e il re -morto. Il quale se avessono voluto potieno ritener prigione, ma rade -volte in fatti d’arme tra’ Catalani si trova mansuetudine: il figliuolo -fu preso, e rappresentato al zio re d’Araona, l’altra gente fu rotta -e sbarattata, e l’isola rimase libera al re d’Araona, e Mompelieri e -Perpignano al re di Francia. - - -CAP. XXXI. - -_Come i baroni italiani e catalani per loro discordie guastarono -l’isola di Cicilia._ - -Avendo detto dell’isola di Maiolica, quella di Cicilia ci s’offera con -dissimigliante fortuna. Essendo per la mortalità morto il valoroso -duca Giovanni, balio e governatore dell’isola di Cicilia, rimaso -picciolo fanciullo di dieci anni messer Luigi figliuolo che fu di -don Pietro, il quale si fece appellare re di Cicilia, a cui aspettava -l’eredità del detto reame. Costui avea due fratelli minori di se, l’uno -chiamato Giovanni, l’altro Federigo. E non essendo della casa reale -nessuno in età che governasse l’isola per lo fanciullo, discordia -nacque tra i baroni: e dall’una parte erano i Palizzi caporali, e -con loro teneano quelli di Chiaramonte, e’ conti di Vintimiglia, e i -discendenti conti della casa degli Uberti di Firenze, de’ quali era -capo il conte Scalore, e con costoro teneano quasi la maggiore parte -degl’Italiani dell’isola. E questi si faceano chiamare la parte del re, -e a loro segno rispondeano le migliori città della marina dell’isola, -Messina, Siracusa, Melazzo, Cefalu, Palermo, Trapani, Mazzara, Sciacca, -Girgenti, Taormina, e gran parte delle buone terre e castella fra la -terra dell’isola. E dall’altra parte era don Brasco d’Araona caporale -con gli altri Catalani dell’isola, e il figliuolo di Giovanni Barresi -colla sua casa, genero di don Brasco, e molti altri di Catania, i quali -aveano a loro segno alla marina la città di Catania, Iaci, Alicata, -Tose, la Catona, e il capo d’Orlando; e fra terra grande numero di -città e di castella. E per simigliante modo si faceano costoro chiamare -la parte del re. E per le loro divisioni cominciarono a far guerra -l’uno contra l’altro. E catuna parte s’armava, e afforzava d’avere -seguito di gente dell’isola: e catuno volea governare il reame per -lo re, e non potendosi trovare via d’accordo tra loro, cominciarono -a cavalcare l’uno sopra l’altro; e dove si scontravano si combatteano -mortalmente. E spesso rompea e sconfiggea l’una gente l’altra, e senza -misericordia a tenere prigione s’uccidevano insieme, e montando la loro -sfrenata mala volontà, cominciarono ad ardere le loro possessioni e -le biade ne’ campi, come fossono in terra di nimici; e facendo questo -guasto, oggi in una contrada, e domani nell’altra, consumarono il paese -senza alcuna misericordia. E seguitando l’uno dì appresso dell’altro -questa pestilente furia tra loro, in poco tempo fu tanta tribolazione -tra’ paesani, e tanta disfidanza, che lasciarono il coltivamento delle -terre, e il nutricamento del bestiame: onde avvenne che quello paese, -il quale per antico era fontana viva di grano, e di biade, e d’ogni -vittuaglia, a spandere per lo mondo tra i cristiani e tra i saracini, -che solo tra loro nell’isola non avea che manicare; e il bestiame per -simigliante modo fu consumato e disperso. Per la quale cosa avvenne -che l’anno 1349 a Palermo, e a più altre città, per inopia convenne -si provvedesse per comune consiglio grano mescolato con orzo, e dare -ogni settimana certa piccola distribuizione per testa d’uomo, acciocchè -potessono miserevolmente mantenere la loro vita. E non potendosi -sostentare i popoli con questa misera provvisione, convenne che il -popolo minuto in gran parte per nicistà abbandonasse l’isola, e molti -ne fuggirono in Calavra e nel’isola di Sardigna per scampare dalla -fame la loro vita. E questa pestilenzia non avvenne a’ Ciciliani per -sterilità di tempo avverso, che i campi aveano da Dio la loro stagione -fertile, e abbondevole della grazia del cielo. E non era tolto loro -il coltivamento da nimici strani, nè per rubellione di loro signorie, -nè per odio del paese, ch’era patria de’ suoi abitanti a catuna parte -e reame d’uno medesimo re: ma stimasi avvenisse per dimostrazione -del peccato della ingratitudine dell’abbondanza di troppi beni, e -a dimostrare come è divoratrice senza rimedio d’ogni buono stato la -cittadinesca discordia, e il divoratore fuoco della laida invidia. - - -CAP. XXXII. - -_Come il re Filippo di Francia e ’l figliuolo tolsono moglie._ - -Era nella mortalità morta la moglie del re Filippo di Francia, madre di -messer Giovanni primogenito, Dalfino di Vienna, la quale fu sirocchia -del duca di Borgogna, e la moglie di messer Giovanni suo figliuolo, -figliuola che fu del re Giovanni di Boemia della casa di Luzimborgo, -della quale rimasono quattro figliuoli maschi, che ’l primo nomato -Carlo fu duca di Normandia, e il secondo messer Luigi conte d’Angiò, -e il terzo messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto minore -messer Filippo: e tre figliuole, che la maggiore fu reina di Navarra, -la seconda monaca del grande monasterio di Puscì, e un’altra piccola -nominata Lisabetta. Ed essendo catuno senza moglie, il duca Giovanni -trattava di torre per moglie la sirocchia del re di Navarra, ch’era -delle più belle giovani e di maggiore pregio di virtù che niun’altra -di que’ paesi, e tenevane bargagno. Il re Filippo suo padre sapendo -che il figliuolo trattava d’avere questa damigella per moglie, un dì -che ’l duca suo figliuolo era cavalcato fuori del paese, mandò per -questa giovane: e come fu venuta, senza fare altro trattato la tolse -per moglie, perocchè ’l piacere della sua bellezza non gli lasciò -considerare più innanzi. Tornato il figliuolo se ne indegnò forte, e -alla festa delle nozze del padre non volle essere. Ma passato alcuno -tempo, richiamato dal padre, venne a lui. E riprendendolo il re -dolcemente, gli disse: caro figliuolo, se voi amavate avere a donna -questa damigella, voi non dovevate tener bargagno. Onde egli conoscendo -suo difetto, rimase contento. E allora il padre gli diè per moglie -un’altra nobile dama della casa di Bologna su lo mare, ch’era stata -moglie del duca di Borgogna: della qual cosa i Borgognoni furono mal -contenti, essendo rimaso un picciolo fanciullo della detta donna, il -quale dovea essere loro duca. E per lo detto maritaggio vendè la donna -il governamento del figliuolo con la forza del re, e il re occupò -parte della giuridizione di Borgogna, onde i baroni e’ paesani forte si -sdegnarono contro al loro re. Ma perocchè il re di Francia per troppa -giovinile vaghezza avea offeso il figliuolo e se, poco tempo stette -con la sua giovane e vaga donna, che sforzando la natura già senile -nella bellezza della damigella, raccorciò il tempo della sua vita, -come appresso al debito tempo racconteremo, narrando prima com’egli fu -ingannato dagl’Inghilesi. - - -CAP. XXXIII. - -_Come il re di Francia fu ingannato del trattato di Calese con gran -danno._ - -Il re Filippo avendo l’animo curioso di trarre del suo reame la forza -del re d’Inghilterra, il quale teneva il forte castello di Calese in su -la marina, non potendo per forza farlo, pensava fornirlo per danari con -trattato. Alla guardia di Calese era uno gentile uomo d’Inghilterra, -con sue masnade di cavalieri e di sergenti. Il re di Francia il fece -tentare se per danari gli rendesse il castello. L’Inghilese avveduto -diede orecchie al fatto, e senza indugio il fece segretamente sentire -al suo signore; il quale confidandosi nella fede di costui, gli -diede per comandamento che menasse saviamente il trattato infino al -fatto. Costui seguitò con molta astuzia, tanto, che per la sfrenata -volontà che il re di Francia avea di racquistarlo, s’indusse a dare -i danari innanzi, attenendosi alla fede del castellano, e dielli, -come era il patto, seimila scudi d’oro, di ventimila che per lo patto -gli dovea dare, e del rimanente gli fece quelle fermezze che volle, -che mettendo dentro nel castello quella gente che il re volesse, in -sul ponte compierebbe il pagamento. E così data la fede da catuna -parte, il re di Francia commise la bisogna ad alquanti suoi baroni: -i quali incontanente forniti di cavalieri e di sergenti d’arme in -grande quantità, cavalcarono al castello; e come ordinato era per -lo castellano, aperta la porta, e calato il ponte, mise dentro nel -castello coloro cui i Franceschi vollono, perchè vedessero a loro -sicurtà che dentro non vi fosse altra gente che la sua alla guardia, -acciocchè si assicurassono a fare il rimanente del pagamento; e a -costoro, com’egli avea provveduto, fece sì vedere, che del nascoso -aguato non si avvidono. Onde i Franceschi vinti dalla sprovveduta -baldanza, s’affrettarono a fare sul ponte il pagamento del rimanente -fino ne’ ventimila scudi d’oro al castellano, ed egli mise dentro nel -castello una parte de’ Franceschi, mostrando di volere assegnare loro -la fortezza del castello, e l’altra oste s’attendea di fuori. Il re -d’Inghilterra, che avea fatto menare questo trattato, era di notte -venuto nel castello egli e il figliuolo con buona compagnia di gente -eletta e fidata, come a quello affare gli parve competente, i quali -si stettono riposti per modo, ch’e’ Franceschi non se ne poterono -avvedere. I Franceschi che si credettono senza inganno essere signori -del castello, da più parti furono subitamente assaliti dal re e da sue -genti. E bene che gl’Inghilesi fossono pochi a rispetto de’ Franceschi, -per lo improvviso e subito assalto i Franceschi ch’erano nel castello -sbigottirono, e temettono, vedendosi a stretta, e non essendo usi -di cotali baratti, per sì fatto modo, che poco feciono resistenza. -Gl’Inghilesi di presente, come ordinato fu, presono le vie e le porti, -e ’l castellano che si mischiava al cominciamento co’ Franceschi -d’entro si rivolse contro a loro. E vedendo i Franceschi che non -aveano l’uscita libera della terra, lasciarono l’arme, e arrenderonsi -prigioni al re d’Inghilterra. E fatto questo, a’ Franceschi di fuori -fu la cosa sì maravigliosa, che fortemente spaventarono. E sentendo -questo il re e’ suoi presono ardire, e uscirono fuori addosso agli -spaventati, con grandi strida e ardire. E non ostante che i Franceschi -fossono presso a dieci per uno degl’Inghilesi, tanta paura gli vinse, -che si misono in fuga, e abbandonarono il campo. Ed essendo seguitati -alquanto dagl’Inghilesi, che non gli poterono troppo seguitare perchè -aveano pochi cavalli, presine e morti alquanti, con doppia vittoria si -ritornarono nel castello. - - -CAP. XXXIV. - -_Come messer Carlo eletto imperadore fu presso che morto di veleno._ - -Nella cronica del nostro anticessore è fatta memoria, come la santa -Chiesa di Roma, sappiendo come Carlo figliuolo del re Giovanni di -Boemia era di virtù e di senno e di prodezza il più eccellente prenze -della Magna, morto il Bavaro, che lungo tempo in discordia colla Chiesa -avea occupato lo ’mperio, non ostante che il re Giovanni vivesse, -ordinò di farlo eleggere allo ’mperio. Ed essendo in discordia gli -elettori, perocchè l’arcivescovo di Maganza non gli volea dare la boce -sua, papa Clemente trovando ch’egli era stato de’ fautori del Bavaro, -il privò dell’arcivescovado, ed elessene un altro; il quale avendo il -titolo, non ostante non avesse la possessione, come il papa volle diede -la sua boce al detto Carlo, e così ebbe piena la sua elezione. Costui -eletto era impotente di cavalleria e di moneta a potere mantenere campo -ad Aia la Cappella quaranta dì, a rispondere con la forza dell’arme -a chi lo volesse contastare, secondo la consuetudine degli eletti -imperadori: e però santa Chiesa dispensò con lui questa ceremonia, -e levollo dal pericolo e dalla spesa. E in questo servigio la Chiesa -prese saramento da lui, che venendo alla corona egli perdonerebbe a’ -comuni di Toscana ogni offesa fatta all’imperadore Arrigo suo avolo -e agli altri imperadori, e tratterebbegli come amici senza alcuna -oppressione. Dopo questo, morto il padre nella battaglia del re di -Francia, come detto è, a costui succedette, e fu chiamato re di Boemia. -E cercando d’accogliere forza per potere venire alla corona dello -imperio, ed essendo poco pregiato e meno ubbidito dagli Alamanni, -tenendosi gravati della sua elezione, egli umile si stava chetamente -in Boemia aspettando suo tempo. La reina con femminile consiglio -volendo attrarre l’amore del marito dall’altre donne, ch’era giovane, -avvegnachè assai onesta, gli fece dare a mangiare certa cosa, la quale -mangiata dovea crescere l’amore alla sua donna. Nella qual cosa, o erba -o altro che mescolato vi fosse che tenesse veleno, come presa l’ebbe, -ne venne a pericolo di morte; e per aiuto di grandi e subiti argomenti, -pelato de’ suoi peli, ricoverò la salute del suo corpo. Della qual -cosa facendo condannare a morte due suoi siniscalchi per giustizia, -la reina, parendo che per sua semplice operazione, più che per colpa -che avessono, i famigli del loro eletto imperadore fossono per morire -innocenti, s’inginocchiò dinanzi al re dicendo, come que’ cavalieri non -aveano colpa di quello accidente, ma se colpa c’era, era sua: perocchè -per femminile consiglio, volendo più attrarre a se il suo amore, non -credendo far cosa che offendere il dovesse, li fece dare quella cosa a -bere, ovvero a mangiare: e però, se giustizia se n’avea a fare, ella -era degna per la sua ignoranza d’ogni pena, e non coloro ch’erano -innocenti. Il discreto signore udite queste parole, considerò la -fragilità e la natura delle femmine, e colla sua mansuetudine inchinò -l’animo all’errore dell’amore femminile, e con molta benignità perdonò -alla reina dolcemente, e liberò i suoi siniscalchi, rimettendogli ne’ -loro ufici e onori. Alcuni dissono, che messer Luchino de’ Visconti -di Milano il fece avvelenare per tema di perdere la sua tirannia. Ed -essendo lo eletto imperadore nel pericolo della morte, si disse che -promise a Dio se campasse, che perdonerebbe a chi l’avesse offeso e -non ne farebbe alcuna vendetta; e quale che fosse la cagione, l’effetto -seguitò, che vendetta nessuna fece. - - -CAP. XXXV. - -_Come il re Luigi prese più castella._ - -Tornando a’ fatti d’Italia, il re Luigi fatto cavaliere, e dato alcuno -ordine a’ fatti del Regno che l’ubbidia, avvedutosi de’ baroni che -teneano col re d’Ungheria, innanzi che volesse procedere a fare altra -impresa attese a volere racquistare le castella di Napoli. E prima -cominciò al castello di Santermo sopra la detta città, e quello per -viltà di coloro che l’aveano a guardia, temendo delle minacce più -che della forza della battaglia ch’era loro cominciata, essendo da -potersi bene difendere, s’arrenderono al re. E avendo vittoriosamente -acquistato questo castello, se ne venne a quello di Capovana, che -è all’entrata della città, fortissimo, da non potersi vincere per -battaglia. Coloro che dentro v’erano alla difesa cominciarono a -resistere al primo assalto; ma inviliti per la presura di quello -di Santermo, e più perchè non vedeano apparecchiato loro soccorso, -trattaron la loro salvezza, e renderono il castello al re. Avuto il -re questi due forti castelli con poca fatica, s’addirizzò al castello -dell’Uovo fuori di Napoli sopra il mare, il quale per battaglia non -si potea avere, ma era agevole ad assediare, che tutto era in mare, -salvo d’una parte si congiungeva con una cresta del poggio, in sul -quale il re fece fare un battifolle. Que’ del castello sappiendo che -il loro soccorso non potea essere d’altra parte che per mare, e in -quello mare non era alcuna forza del re d’Ungheria, innanzi che si -volessono recare allo stremo patteggiarono col re, e renderongli il -castello. Avute il re prosperamente queste tre castella in poco tempo, -fece molto rinvigorire gli animi de’ Napoletani. E vedendo che non -v’era rimaso altro che il castello Nuovo a capo alla città, dove era -l’abitazione reale, il quale era sopra modo forte e bene fornito, tanto -era cresciuta la baldanza, che nel fervore del loro animo con molto -apparecchiamento si misono a combatterlo da ogni parte, con aspra e -fiera battaglia. Ma dentro v’era Gulforte fratello di Currado Lupo, -cui il re d’Ungheria avea lasciato vicario suo, ed era accompagnato -di buona masnada, e bene fornito alla difesa, sicchè per niente si -travagliarono della battaglia. E certificati che per forza non lo -potevano avere, e che Gulforte era fedele al suo signore, presono -consiglio d’abbarrare tra il castello e la città, e così fu fatto, e -misonvi buona guardia; sicchè fuori che dalla marina il castello era -assediato. E poi senza combattere o assalirlo, l’una gente e l’altra si -stettono lungamente. - - -CAP. XXXVI. - -_Come il re Luigi prese il conte d’Apici._ - -Avendo il re Luigi vittoriosamente racquistato tre così forti castelli, -e lasciando il quarto assediato per terra e per mare, con la sua -cavalleria, e con le masnade del doge Guernieri si mise a cavalcare -sopra i baroni che teneano col re d’Ungheria, e in prima andò sopra il -conte d’Apici, figliuolo del conte d’Ariano. Il conte vedendosi venire -il re addosso con gran forza d’uomini d’arme, si racchiuse in Apici, -e ivi s’afforzò alla difesa come potè il meglio. Il re faceva spesso -assalire la terra. Vedendo il conte che non attendea soccorso, e che -il castello non era forte da poter fare lunga difesa, s’arrendè alla -misericordia del re: il quale trattò d’avere di suoi danari trentamila -fiorini d’oro, e rimiselo nel suo stato, riconciliato alla sua grazia. - - -CAP. XXXVII. - -_Come il re Luigi assediò Nocera._ - -Prosperando la fortuna il re Luigi nelle lievi cose, gli dava speranza -di prendere le maggiori, e però si mise di presente con tutta sua -gente nel piano di Puglia, e dirizzossi a Nocera de’ saracini, che -si guardava per la gente del re d’Ungheria. Ma perocchè la città era -grande, e guasta e male acconcia a potersi difendere, sentendo gli -Ungheri che dentro v’erano l’avvenimento del re con la sua gente, -abbandonarono la terra, e ridussonsi nella rocca di sopra, ch’era -larga, e molto forte alla difesa, e ivi ridussono tutte le loro -cose. E sopravvenendo il re Luigi, senza contasto con tutta sua gente -entrarono nella città: e trovando il castello sopra la terra forte e -bene guernito alla difesa, conobbono che non era da potersi vincere per -forza di battaglie, e però non tentarono di combatterlo: ma avendo la -città in loro balía, afforzarono in ogni parte intorno alla rocca, e -puosonvi l’assedio, sperando d’averla, poichè gli Ungheri e i Tedeschi -erano per la mortalità malati e mancati, e molti se n’erano iti per -lo mancamento del soldo, e non era loro avviso che a tempo potessono -avere soccorso; e però tenendo que’ del castello di Nocera assediati, -cavalcarono tutto il piano di Puglia infino presso a Barletta; e -avendo cominciato a prendere ardire, trovando che Currado Lupo vicario -del re d’Ungheria non avea forza d’entrare in campo col re Luigi, nè -di soccorrere gli assediati di Nocera, era assai possibile al re di -mantenere l’assedio, e di fare tornare l’altre terre di Puglia a sua -volontà, cavalcando con la sua forza il paese. Ma il fallace duca -Guernieri, ch’avea milledugento cavalieri tedeschi in sua compagnia, -conoscendo il tempo che far lo potea signore e trarlo di guerra, si -mise a fargli quistione, e non lo lasciò muovere dall’assedio, nè -andare all’altre terre per lungo tempo: dando luogo a Currado Lupo -avversario del re di potersi provvedere al soccorso, e il re non era -potente da se di cavalleria nè di moneta che senza il doge potesse -fornire le sue bisogne, e però convenia che seguisse più la volontà -corrotta del doge Guernieri che la sua. E non avea ardimento di -mostrare sospetto di lui, per paura che peggio non gli facesse, e da se -nol potea partire senza peggiorare sua condizione, e crescere la forza -e ’l vigore a’ suoi nimici. Ed essendo così intrigato e male condotto, -per avere un capo a tutti i suoi soldati, perdè tempo più di cinque -mesi al disutile assedio, e diede tempo a’ nimici di procacciare aiuto -e soccorso, come fatto venne loro, come appresso racconteremo. - - -CAP. XXXVIII. - -_Come Currado Lupo liberò Nocera._ - -Mentre che l’assedio si manteneva per lo re Luigi a Nocera, Currado -Lupo, ch’era rimaso alla guardia del reame per lo re d’Ungheria, intese -a sollicitare il re, tanto che gli mandò una quantità di danari per -ristorare la gente che per la mortalità gli era mancata: il quale di -presente cavalcò in Abruzzi, e condusse de’ cavalieri tedeschi ch’erano -in Toscana e nella Marca, tanti, che co’ suoi si trovò con duemila -barbute: e lasciatine una parte alla guardia delle terre che per lui si -teneano, e eletti milledugento cavalieri in sua compagnia, si propose -di soccorrere gli assediati del castello di Nocera. Il re Luigi avendo -sentito come Currado Lupo avea accolta gente per venire contra lui, -di presente mandò il conte di Minerbino, e il conte di Sprech Tedesco, -con ottocento cavalieri a impedire i passi, che Currado Lupo co’ suoi -cavalieri non potesse entrare nel piano di Puglia. Ma il detto Currado, -come franco capitano e sollecito, la notte si mise a cammino, e fu -prima, partendosi da Guglionese, valicato i passi ed entrato nel piano -di Puglia, che la gente del re fosse a impedirlo, e senza arresto, -co’ suoi cavalieri in quello dì cavalcarono quaranta miglia, e la sera -giunsono a Nocera in sul tramontare del sole; e perocchè erano molto -affaticati della lunga giornata, e i cavalli stanchi e l’ora tarda, -se n’entrarono nel castello senza fare altro assalto, o riceverlo -dalla gente del re Luigi. E questo avvenne, imperciocchè del subito -avvenimento sbigottì forte la gente del re, e specialmente essendo -assottigliato l’oste, e non sappiendo che della loro gente andata -a’ passi si fosse avvenuto. Il re veggendo la sua gente sbigottita, -prese l’arme e montò a cavallo, e confortò francamente i suoi: e -sopravvenendo la notte, in persona ordinò buona e sollecita guardia, -attendendo il ritorno de’ suoi cavalieri. I nimici ch’erano stanchi -intesono a mangiare, e a confortare la loro gente, e dare riposo a’ -loro cavalli, per essere la mattina alla battaglia. - - -CAP. XXXIX. - -_Come il re Luigi rifiutò la battaglia con Currado Lupo._ - -La mattina seguente, Currado Lupo innanzi che scendessono del castello -nel piano, mandò a richiedere il re Luigi di battaglia, e per segno -di ciò gli mandò il guanto per lo suo trombetta; il re ricevette il -guanto, e con dimostramento di franco cuore e d’ardire, senza tenere -altro consiglio promise la battaglia: perocchè la notte medesima il -conte di Minerbino e ’l conte di Sprech erano tornati con la loro -gente al soccorso del re. Currado avendo la risposta dal re, come -accettava di venire alla battaglia, non ostante che il re avesse assai -più gente di lui, confidandosi nella buona gente che avere gli pareva, -e conoscendo la condizione del doge Guernieri, e forse intendendosi -con lui, scese del castello con tutta sua cavalleria, e ancora con gli -Ungheri ch’erano nel castello a cavallo, e valicato per una parte della -città ch’era in loro signoria, con dimostramento di grande ardire si -schierò nel piano dirimpetto alla città, aspettando che il re venisse -con la sua gente alla battaglia. E vedendo che non venia, un’altra -volta il mandò a richiedere di battaglia. Il re avendo volontà di -combattere sommovea i suoi baroni e gli altri cavalieri a ciò fare, -con grande istanzia: il doge Guernieri, quale che cagione il movesse, -che dubbia era la sua fede, vedendo il re acceso alla battaglia, fu a -lui, e con dimostramento di savio e buono consiglio, e con belle parole -il ritenne, mostrandogli che folle partito era a quel punto prendere -battaglia, allegando che per due cose sole si dovea combattere, l’una -per necessità, e l’altra per grande avvantaggio, e quivi non era nè -l’una nè l’altra. E forse che il consiglio suo fu più salutevole che -malvagio a quel punto, il re vedendo il consiglio del duca, e temendo -di non essere seguito nella battaglia da lui nè da’ suoi cavalieri, si -ritenne in Nocera, ontosamente schernito da’ suoi avversari, i quali -schierati in sul campo faceano vergogna al re, perchè non usciva alla -battaglia come promesso avea; e avendo aspettato infino al mezzodì, -e trombato e ritrombato per attrarre la gente del re alla battaglia, -e veggendo non erano acconci a uscire della terra, si partì di là -ordinatamente con le schiere fatte, e dirizzossi verso la città di -Foggia, ch’era ivi presso nello piano di Puglia, e in quella, ch’era -senza guardia e senza sospetto, s’entrò di cheto, senza trovare alcuno -riparo. E trovandola piena d’ogni bene, quivi s’alloggiarono, facendo -delle case, e delle masserizie, e della vittuaglia, e delle donne -maritate e delle pulzelle la loro sfrenata volontà, e ogni sustanza -di quella terra si recarono prima in uso, e poscia in preda. E quivi -in prima si cominciò ad assaggiare la preda dello avere del Regno da’ -Tedeschi e dagli Ungari, la quale assaggiata vi attrasse da ogni parte -i soldati, come gli uccelli alla carogna, in grave danno di tutto il -paese, come procedendo per li tempi in nostra materia dimostreremo. - - -CAP. XL. - -_Della materia medesima._ - -Essendo Currado Lupo con la sua gente in Foggia, con grande baldanza -presa contro al re Luigi, intendendosi col duca Guernieri, afforzò -la città di Foggia, per potere contastare al re il ritorno per la -via del piano in Terra di Lavoro. E così fece lungamente, crescendo -continuamente la sua gente di cavalleria e masnadieri, perchè viveano -di prede, e avanzavano sopra i paesani non usi di guerra, nè provveduti -alla loro difesa. Il re avendo scoperto come dal duca Guernieri non -potea avere servigio che utile gli fosse, e che fidare non se ne potea, -stato due mesi a Nocera senza alcuno frutto, con grande abbassamento -di suo stato e onore, poichè Currado Lupo entrò in Puglia, prese suo -tempo, e girando la Puglia, dilungandosi da’ nimici ch’erano in Foggia, -entrò in Ascoli, e ivi stato pochi dì se ne venne a Troia, e di là per -Terra beneventana si tornò a Napoli senza contasto. - - -CAP. XLI. - -_Come morì il re Alfonso di Castella._ - -In questo anno, del mese di marzo, morì il re Alfonso di Castella, -lasciando Pietro suo figliuolo legittimo, nato della reina sirocchia -del re di Portogallo, d’età di quindici anni, e sette suoi fratelli -nati di donna Dianora, grande e gentile donna di Castella, la quale il -detto re amò sopra la reina, e tennela ventiquattro anni. Morto il re, -don Pietro fu coronato del reame, ed essendo troppo giovane, i maggiori -baroni per tre anni ebbono a governare il reame. E venuto il re Pietro -in età di diciotto anni, con malizia, e con senno e con ardire, di -gran cuore prese il governamento di suo reame, e trassene i baroni, e -cominciò aspramente a farsi ubbidire; perocchè temendo de’ suoi baroni, -trovò modo di fare infamare l’uno l’altro, e prendendo cagione, gli -cominciò a uccidere colle sue mani, e in breve tempo ne fece morire -venticinque: e tre suoi fratelli fece morire e la loro madre, e gli -altri perseguitò: ed eglino valenti e di gran seguito e ardire si -ridussono in loro castella, e feciono al re aspra guerra. E ora fu, che -l’uno di loro, ch’era conte di... in uno abboccamento ebbe prigione il -re, e consentì che si fuggisse per grande benignità, e in fine si partì -di Spagna, e tornossene col fratello in Araona. - - -CAP. XLII. - -_Come il doge Guernieri fu preso in Corneto dagli Ungheri._ - -Tornato il re Luigi a Napoli, non avendo potuto acquistare in Puglia -alcuna cosa, ma peggiorata la sua condizione, acciocchè le terre -e’ baroni di sua parte non prendessono troppo sconforto della sua -partita, mandò in Puglia il doge Guernieri con quattrocento cavalieri, -e commisegli la guardia di coloro che teneano con esso lui, e che -raffrenasse la baldanza de’ suoi avversari. Il duca si mosse con sua -compagnia, e con lui mandò il re alquanti confidenti toscani, tra’ -quali fu messer Iacopo de’ Cavalcanti di Firenze, pro’ e valente -cavaliere. Costoro entrati in Puglia si ridussono in Corneto. Il -fallace duca pensava, che stando dalla parte del re non potea predare -nè avanzare come l’animo suo desiderava, e vedendo la materia acconcia, -e già cominciata per Currado Lupo e per gli Ungheri, trovò modo, -volendo coprire il suo tradimento, come fatto gli venisse senza sua -palese infamia. E per venire a questo, essendo presso a nimici più -possenti di lui, si stava senza alcuno ordine e senza fare guardia -il dì e la notte, anzi non lasciava serrare le porti della città, -e andavasi a dormire con tutta la sua masnada. Onde avvenne, come -si crede ch’egli avesse ordinato, che Currado Lupo con parte di sua -gente una notte vi cavalcò, e trovate le porte aperte, e senza difesa -e guardia, s’entrò nella città: e trovando il doge e’ suoi cavalieri -dormire ne’ loro alberghi, tutti senza dare colpo di lancia o di spada -ebbe a prigione, loro e’ loro cavalli e arnesi, senza che niuno ne -fuggisse; e avuti i forestieri a prigioni furono signori della terra, e -fecionne, come di Foggia, la loro volontà: e il dì seguente con grande -gazzarra ne menarono i prigioni e la preda a Foggia, dove faceano -loro residenza. Ed essendo il duca Guernieri prigione in Foggia, si -fece porre di taglia trentamila fiorini d’oro; e mandò al re che ’l -dovesse ricomperare in fra certo tempo, e dove questo non facesse, -disse gli conveniva essere contro a lui in aiuto del re d’Ungheria: e -però gli protestava, che se il riscatto non facesse, non gli farebbe -tradimento venendo contro a lui dal termine innanzi. Il re Luigi avendo -conosciuto per opere i suoi baratti, avvegnachè conoscesse che per -cupidità di preda e’ sarebbe contro a’ suoi agro nimico, innanzi il -volle suo avversario, potendo contro a lui scoprirsi alla sua difesa, -che averlo traditore dalla sua parte, e però nol volle riscuotere. Onde -egli trasse a se tutti i Tedeschi di sua condotta, e da Currado Lupo -fu fatto il terzo conducitore della sua oste, renduto a lui e a’ suoi -l’armi e’ cavalli e gli arnesi. Messer Iacopo de’ Cavalcanti, perocchè -altra volta era stato preso, e lasciato alla fede, fu ritenuto, e -ultimamente per mandato del re d’Ungheria, per corrotto saramento, -vituperevolemente fu impiccato. - - -CAP. XLIII. - -_Come i Fiorentini presono Colle._ - -I Colligiani avendo ripreso in loro giuridizione il reggimento libero -della loro terra, poichè ’l duca d’Atene fu cacciato di Firenze, -che per lo detto comune n’era signore, volendo mantenere la loro -libertà, non lo seppono fare, anzi cominciarono a setteggiare, e -volere cacciare l’uno l’altro, e alcuna parte trattava coll’aiuto di -grandi e possenti vicini d’esserne tiranni. E scoperto tra loro il -trattato, si condussono all’arme: e stando in combattimento dentro, -il comune di Firenze per paura che tirannia non vi si accogliesse, -subitamente vi mandò il capitano della guardia che allora tenea in -Firenze, con trecento cavalieri e con assai fanti a piè, e improvviso -vennono a’ Colligiani in su le porti e intorno alla Prateria, del mese -d’aprile gli anni 1349. E sentendo i Colligiani la gente de’ Fiorentini -alle porti, e tra loro grave discordia dentro, viddono, che volere -a’ cittadini di Firenze, che ivi erano mandati per loro bene, fare -resistenza era impossibile, e il loro peggiore, perocchè se l’una setta -si fosse messa alla difesa, l’altra si sarebbe fatta forte col comune -di Firenze, e arebbono abbattuta la setta contraria, sicchè per lo -loro migliore, di comune concordia apersono le porti, e misono dentro -la gente del comune di Firenze. E come dentro vi furono, i terrazzani -lasciarono l’arme che aveano prese per la loro divisione, e ragunati al -consiglio, conobbono, che il comune beneficio della loro comunità era -di dare la guardia di quella terra al comune di Firenze, e altrimenti -non vedeano di potere vivere in pace e in riposo senza sospetto l’uno -dell’altro. E però diliberarono solennemente tutti d’uno animo e d’una -concordia, che ’l comune di Firenze avesse in perpetuo la guardia di -quella terra; e il comune la prese, e ordinò dentro senza quistione -i loro ufici, comunicandoli discretamente tra’ loro terrazzani, a -contentamento di catuna parte; e appresso di tempo in tempo v’ordinò il -comune di Firenze la guardia de’ suoi cittadini, e i rettori di quella, -mandandovegli da Firenze ogni sei mesi successivamente. - - -CAP. XLIV. - -_Come i Fiorentini ebbono Sangimignano a tempo._ - -Nel detto anno e mese d’aprile, recata la terra di Colle a guardia -del comune di Firenze prosperamente, innanzi che il detto capitano -con sua gente a piè e a cavallo tornasse a Firenze, essendo il comune -di Sangimignano per simile modo in grande divisione per cagione del -loro reggimento, onde forte si temea non pervenisse a tiranno, il -comune di Firenze vegghiando con sollecitudine a mantenere la libertà -di Toscana, fece comandamento al capitano e a’ cittadini consiglieri -ch’erano con lui ch’andassono a Sangimignano, e senza fare alcuno -danno, o atto di guerra, domandassono per lo comune di Firenze la -guardia di quella terra, acciocchè il comune loro e ’l nostro vivessono -di ciò più sicuri, che non si potea vivere vedendogli in setta e in -divisioni. Il capitano con quella gente se n’andò a Sangimignano, e -fece il comandamento del comune di Firenze, standosi fuori della terra -senza fare danno niuno. E fatta la richesta, quegli di Sangimignano -ebbono sopra ciò diversi consigli, e dibattutosi fra loro più giorni, -che l’uno volea e l’altro no, in fine avvedendosi che le loro discordie -erano pericolose, e che non erano potenti a mantenere libertà; vedendo -il pericolo delle divisioni e sette che aveano tra loro, e che lo -sdegno del comune di Firenze potea risultare in loro maggiore pericolo, -per comune consiglio diedono per tre anni a venire il governamento e la -guardia di quella terra al comune di Firenze, con patto che il comune -vi mandasse di sei mesi in sei mesi uno cittadino popolano di Firenze -per capitano della guardia, e un altro per podestà alle loro spese; e -così deliberato, misono di gran concordia dentro la gente del comune di -Firenze. E ricevuti i rettori, cominciarono a vivere tra loro in molta -concordia e pace, e catuno intendeva a fare i fatti suoi, dimenticando -le cittadine contenzioni e gli altri sospetti che gli conturbavano, e -il capitano co’ suoi cavalieri e col popolo tornò a Firenze ricevuto a -onore, del detto mese d’aprile. - - -CAP. XLV. - -_Di tremuoti furono in Italia._ - -In questo anno, a dì 10 di settembre, si cominciarono in Italia -tremuoti disusati e maravigliosi, i quali in molte parti del mondo -durarono più dì, e a Roma feciono cadere il campanile della chiesa -grande di san Paolo, con parte delle loggi di quella chiesa, e una -parte della nobile torre delle milizie, e la torre del conte, lasciando -in molte altre parti di Roma memoria delle sue rovine. Nella città di -Napoli fece cadere il campanile, e la faccia della chiesa del vescovado -e di santo Giovanni maggiore, e in assai altre parti della città fece -grandi rovine, con poco danno degli uomini. Nella città d’Aversa, -essendo i caporali de’ Tedeschi e degli Ungheri, con molti conestabili -e cavalieri, a consiglio nella chiesa maggiore, non determinato il -loro consiglio uscirono della chiesa, e come furono fuori, la chiesa -cadde, e per volontà di Dio a niuno fece male. La città dell’Aquila ne -fu quasi distrutta, che tutte le chiese e’ grandi difici della città -caddono, con grande mortalità d’uomini e di femmine; e durando per più -dì i detti tremuoti, tutti i cittadini, ed eziandio i forestieri, si -misono a stare il dì e la notte su per le piazze e di fuori a campo, -mentre che quello movimento della terra fu, che durò otto dì e più. -Ed erano sì grandi, che in piana terra avea l’uomo fatica di potersi -tenere in piede. A san Germano e a monte Cassino fece incredibili ruine -di grandi difici, e dell’antico monistero di santo Benedetto sopra il -monte del poggio medesimo, che pare tutto sasso, abbattè buona parte; -il castello di Valzorano del poggio rovinò nella valle, con morte -quasi di tutti i suoi abitanti. Nella città di Sora fece degli edifici -grandissime ruine, e così in molte altre parti di Campagna e di terra -di Roma, e del Regno e di molte altre parti d’Italia, che sarebbono -lunghe e tediose a raccontare. Per li quali terremuoti si potea per li -savi stimare le future novità e rivolgimenti di que’ paesi, le quali -poi seguitarono, come il nostro trattato seguendo si potrà vedere. - - -CAP. XLVI. - -_Come sommerse Villacco in Alamagna._ - -In questo medesimo tempo, essendo all’entrare della Magna sopra una -valle una città che ha nome Villacco, in sul passo, con alquante -villate e castella che teneano bene dodici miglia, a’ confini della -Schiavonia, questa terra con le sue ville e castella per gli terremuoti -s’attuffò nella valle, con grande danno di morte de’ suoi abitanti. -E perocchè il luogo è sul passo del Friuli e Schiavonia, e paese -ubertuoso, e i suoi alberghi tutti si fanno di legname, che ve n’ha -grande abbondanza, fu tosto rifatto e abitato. Innanzi che l’anno fusse -compiuto dal suo rifacimento, per fuoco arse tutta la terra, che fu a -pensare non piccolo giudicio de’ suoi abitanti. Ma per lo fertile luogo -e utile per lo passo, in brieve tempo fu redificata la terra più bella -che prima. - - -CAP. XLVII. - -_De’ fatti del Regno._ - -Del mese di maggio del detto anno, sentendo il re Luigi crescere -fortemente nel Regno la forza del re d’Ungheria, fece comandamento a -tutti i suoi baroni che teneano con lui che si sforzassono d’arme e di -cavalli, e ragunassonsi in Napoli per resistere a’ loro avversari, che -aveano per la presa di Foggia e di Corneto presa superchia baldanza -in Puglia, e accolti molti Tedeschi d’Italia, per vaghezza delle -prede del Regno, più che per soldo ch’elli avessono. I baroni vedendo -il comune pericolo di loro stato e di tutto il Regno, feciono gente -d’arme, e ragunaronsi a Napoli più di tremila cavalieri ben montati -e bene armati; e ancora non era venuto il conte di Minerbino, che -avea con seco trecento barbute. Currado Lupo, che avea con seco il -duca Guernieri, e ’l conte di Lando, e messer Giovanni d’Arnicchi, -Tedeschi grandi maestri di guerra, e con grande seguito di soldati -tedeschi, avieno accolti tutti gli Ungheri del Regno, ch’erano più di -settecento, in grande fede al loro signore: e ancora erano ragunati -con loro masnadieri italiani assai, tratti per guadagnare, sentendo -che la forza del re era ragunata a Napoli, di presente fornì di -guardia tutte le terre sue, e co’ sopraddetti caporali, e co’ loro -cavalieri tedeschi e ungheri, milleseicento o più, e con briganti -a piè, acconci a guadagnare, sperando abboccarsi co’ ricchi baroni -del Regno, si partirono di Foggia, e senza fare soggiorno o trovare -resistenza se ne vennero infino ad Aversa, città di Terra di Lavoro, -presso a Napoli a otto miglia, la quale in quel tempo non era murata: -e per mala provvedenza non era guardata, avvegnachè malagevole fosse a -guardare, perchè era molto sparta, ma avea il castello molto grande e -forte. Currado Lupo con la sua cavalleria senza contasto s’entrò nella -terra, la quale era doviziosa e piena d’ogni bene. Ed essendo altra -volta stata all’ubbidienza del re d’Ungheria, non si pensarono essere -trattati in ruberia e in preda dal vicario del re, e però si trovarono -ingannati. I Tedeschi e gli Ungheri come furono dentro cominciarono a -fare delle cose, vi trovarono da vivere a comune con i cittadini, con -più temperanza e ordine che fatto non aveano in Foggia, perocchè vi -aveano più a stare. E incontanente cavalcarono per lo paese e per li -casali dintorno per farsi ubbidire, e recare il mercato derrata per -danaio; e chi non gli ubbidia di recare della roba ad Aversa sì la -rubavano e ardevano. E in fine, ora per una cagione, ora per un’altra, -tutti erano rubati, e cominciarono a cavalcare fino presso a Napoli, -ed a non lasciare a’ foresi portare alcuna roba in quella terra, che -a giornata solea abbondare della molta roba delle terre e casali di -fuori, ed ora niuno v’andava, che d’ogni parte erano rotte le strade e -i cammini, onde la città cominciò ad avere carestia, e convenia che per -mare si fornisse. Il re Luigi avea baroni e cavalieri assai in Napoli, -ma per buono consiglio riteneva i suoi baroni con il volonteroso popolo -che non uscissono contro a’ nimici a loro stanza, e attendea maggiore -forza di sua gente di dì in dì, e pensava che i nimici per le ruberie -fatte a’ paesani venissono in soffratta, e volea a sua stanza e a -suo tempo andare sopra i suoi nimici e a suo vantaggio, e non alla -loro richiesta, e questo era salutevole e buono consiglio. Ma dove la -fortuna giuoca più che ’l senno, la gente vi corre. - - -CAP. XLVIII. - -_Come la gente del re d’Ungheria sconfisse i baroni del Regno._ - -Vedendo i capitani della gente del re d’Ungheria che la baronia del -Regno era accolta a Napoli contro a loro, e non si movea nè mostrava -in campo per le loro cavalcate, si feciono loro più presso a Meleto -quattro miglia presso a Napoli; e quivi stando, cominciarono a dare -voce che discordia fosse tra’ Tedeschi e gli Ungheri, e seguendo -loro malizia s’armarono, e acconciarono il campo come se dovessero -combattere insieme; e avendo tra loro mezzani gli Ungheri, come -malcontenti d’essere con Currado Lupo, dierono voce di volersene -tornare in Puglia. I giovani baroni che sentivano di presso le novelle -de’ loro nimici, e’ baldanzosi cavalieri napoletani credendo che la -discordia fosse tra gli Ungheri e’ Tedeschi come la boce correa, non -accorgendosi del baratto, e parendo loro che per difetto di vittuaglia -e’ non potessono più stare nel paese, quasi come la preda uscisse -loro tra le mani aspettando, fremivano nell’animo d’uscire fuori, e -correre sopra i nimici; e contradicendo il re e ’l suo consiglio la -furiosa presunzione de’ giovani baroni e de’ pomposi Napoletani, in -furia s’apparecchiarono dell’arme. E montati sopra i loro destrieri e -buoni cavalli, che n’erano bene forniti, e con ricchi arredi e nobili -sopransegne, colle cinture dell’oro e dell’argento cinte, in grande -pompa, avendo fatto loro capitani messer Ruberto di Sanseverino, -e messer Ramondo del Balzo, valenti baroni, e il conte di Sprech -Tedesco, e messer Guiglielmo da Fogliano, ordinate loro battaglie, -contradicendolo il re in persona, uscirono di Napoli, e addirizzaronsi -a’ nimici. Il cammino era corto, e il paese piano, sicchè in poca d’ora -furono giunti al campo, ove trovarono di costa a Meleto nella spianata -schierati i nemici, i quali aveano sentito il furioso movimento de’ -ricchi baroni e cavalieri del Regno, e aveano con savio provvedimento -fatte tre schiere. Vedendo la folle condotta de’ loro avversari, -s’allegrarono, e’ baldanzosi regnicoli sì diedono francamente nella -prima schiera, la quale, per ordine fatto a maestria, s’aperse, e -lasciò valicare, e mescolare tra loro la cavalleria del Regno, non -ostante che assai fussono più di loro; e reggendo a testa la seconda -schiera e intrigata la battaglia, il conte di Lando, ch’era da parte -colla sua schiera, tornò un poco di campo, e venne loro alle reni, -e combattendoli dinanzi e didietro, avvegnachè v’avesse di valorosi -cavalieri, per la loro mala provvedenza in poca d’ora con non troppa -asprezza di battaglia gli ebbono vinti, e sbarattati e richiusi tra -loro per modo, che la maggior parte co’ loro capitani furono presi, -e pochi ne morirono. Quelli che poterono fuggire ne fuggirono, e -non furono incalciati, perchè erano presso alla città, e i loro -nemici n’aveano assai tra le mani a guardare, sicchè non si curarono -d’incalciare gli altri. Questa propriamente non si potè dire battaglia, -ma uno irretamento da pigliare baroni e cavalieri di grandi ricchezze. -I presi furono tra conti e baroni venticinque de’ maggiori del Regno, -con molti ricchi cavalieri napoletani di Capovana e di Nido, e nobili -scudieri e grandi borgesi e baroncelli del Regno, i quali erano tutti -bene montati. E come i capitani de’ Tedeschi e degli Ungheri ebbono -raccolti insieme i prigioni e la preda, con grande festa e sollazzo -d’avere acquistato grande tesoro senza fatica, gli condussono ad -Aversa; e messi i baroni e’ cavalieri in sicure prigioni, l’altra preda -divisono tra loro. E questo fu a dì sei di giugno 1349. - - -CAP. XLIX. - -_Come i Napoletani ricomperarono la vendemmia da’ nimici._ - -Dopo la detta sconfitta la gente del re d’Ungheria avendo presa grande -baldanza, cavalcavano ogni dì infino a Napoli per tutte le contrade -circostanti alla città, senza trovare alcuno contasto. Ch’e’ cavalieri -ch’erano in Napoli, e quelli che scamparono della sconfitta, tutti -tornarono in loro paese, e i Napoletani non ebbono più ardire di -montare a cavallo contra i nimici; per la qual cosa assai picciola -gente spesso entravano con grande ardire tra santa Maria del Carmino -e il Santolo, rubando e facendo preda in sul mercato; e per questo -avvenne che per terra non v’entrava alcuna vittuaglia, e però convenne -che per mare vi venisse d’altre parti, e montasse ogni cosa, fuori -del vino, in grande carestia. Vedendo i Napoletani nella forza de’ -loro nemici tutto il loro contado, temendo delle loro vendemmie, -e per avere alcuna posa, diedono a Currado Lupo e a’ suoi compagni -ventimila fiorini d’oro, e messer Ramondo del Balzo, e messer Ruberto -da Sanseverino, e il conte di Tricario anche della casa di Sanseverino, -e il conte di santo Angiolo, e un altro barone, ch’erano presi, si -ricomperarono fiorini centomila d’oro, e gli altri baroni del Regno -e cavalieri si ricomperarono fiorini cinquantamila, e’ cavalieri e -scudieri di Napoli si ricomperarono altri cinquantamila fiorini: e -il conte di Sprech Tedesco, e M. Guiglielmo da Fogliano e’ soldati -forestieri, tolto loro l’arme e’ cavalli, furono lasciati alla fede. E -trovandosi questa gente del re d’Ungheria fornita d’arme e di cavalli, -e pieni d’arnesi, e abbondante d’ogni bene, questi danari, e molti -gioielli d’oro e d’ariento, riposono nel castello d’Aversa senza -partire, acciocchè niuno avesse cagione di partirsi del paese. E per -accogliere maggiore tesoro, i danari del riscatto, e del tempo della -vendemmia, furono pagati, e queto il paese mentre che le vendemmie -durarono, secondo la loro promessa, e passato il tempo ricominciarono -la guerra come prima, aspettando danari freschi dal re e da’ -Napoletani, come appresso seguendo si potrà trovare. - - -CAP. L. - -_Come si fe’ triegua nel Regno._ - -Il papa e’ cardinali avendo sentita la rotta de’ baroni del Regno, -e che ’l paese si guastava, mandarono nel Regno M. Annibaldo da -Ceccano cardinale legato di santa Chiesa, a procacciare di conservare -il reame, acciocchè la discordia de’ due re non guastasse quello -ch’era di santa Chiesa. Il cardinale giunto a Napoli trovò il re e’ -Napoletani in male stato, e i paesi di Terra di Lavoro guasti, rubate -le castella, le ville, i casali, e vedendo che la forza de’ Tedeschi -e degli Ungheri guastava tutto, si mise a cercare via d’accordo, e -andava dall’una parte all’altra, ma poco frutto di concordia seppe -fare. Onde il re e’ Napoletani avvedendosi che il cardinale non facea -loro profitto, si condussono a cercare eglino con loro confidenti. E -mandarono a Currado Lupo e agli altri caporali ad Aversa, e in fine -vennono con loro a concordia, che dovessono lasciare in mano del -cardinale Aversa e Capova, e tutte le terre e castella che teneano -dal Volturno di Tuliverno in verso Napoli, per tutta Terra di Lavoro -e di Principato, e facendo questo avessono contanti centoventimila -fiorini d’oro. Le terre furono lasciate nella guardia del cardinale, -e i danari furono pagati del mese di gennaio 1349. Allora vidono il -conto de’ danari che aveano raunati, e trovaronsi in contanti più di -cinquecento migliaia di fiorini d’oro, i quali di molta concordia si -divisono a bottino. E’ caporali dividitori furono, Currado Lupo, e il -doge Guernieri, e il conte di Lando, e M. Gianni d’Ornicchi, e alcuni -altri. E oltre a questo tesoro, e oltre a molti destrieri, e ricchi -arnesi e armadure che catuno avea, ebbono parte di molte vasellamenta -d’argento, e di croci e di calici e d’altri ornamenti delle chiese che -avieno spogliate, e ornamenti delle donne, e drappi e vestimenta di -grandissima valuta, de’ quali erano pieni, avendone spogliate parecchie -città, come detto abbiamo. Costoro sopra modo ricchi, passato il -Volturno, si diliberarono di partirsi del Regno, e tutti, fuori che -Currado Lupo, e fra Moriale e gli Ungheri, che si ritennono per lo -re d’Ungheria nel Regno, si partirono e menandone molte donne rapite -a’ loro mariti, e molte altre che non aveano marito, cosa strana e -disusata tra’ fedeli cristiani; e ricchi delle loro rapine, quali -si tornarono in Alamagna, e altri si sparsono nell’italiane guerre: -e per questo modo il Regno ebbe alcuno sollevamento dalle ruberie -e dalla guerra, che catuno si posava volentieri. E dandoci alquanto -triegua le novità dello sviato Regno, ci s’apparecchia nuova e lieve -cagione, della quale surse come di picciola favilla fuoco di smisurata -grandezza. - - -CAP. LI. - -_Di novità di barbari di Bella Marina._ - -Tornando alquanto nostra materia a’ fatti de’ barbari, in questo tempo -Buevem figliuolo di Balese della Bella Marina, a cui come addietro è -narrato, il detto Buevem avea rubellato il regno di Tremusi, sentendo -che Maometto suo cugino gli avea rubellato Fessa e il suo reame, liberò -di servaggio mille cristiani, e misegli a cavallo e in arme, e accolse -suo oste di quindicimila cavalieri, e di gran popolo di Mori a piè, -e andonne verso Fessa, contro a Maometto, il quale trovò provveduto -con venticinquemila cavalieri e di grande popolo, e fecelisi incontro -fuori della città di Fessa, e non troppo lungi della città commisono -aspra battaglia, nella quale morirono grandissima quantità di saracini -da catuna parte; in fine, come piacque a Dio, per virtù de’ cristiani -Maometto fu sconfitto, colla sua gente morta e sbarattata, ed egli -si rifuggì nel castello di Villanuova, ove Buevem il tenne assediato -sei mesi senza speranza di poterlo avere per la grande fortezza; e -però argomentò di fare fuggire da se un grande caporale de’ cristiani -con sua masnada, e mostrando di perseguirlo per uccidere, si fuggì -a Maometto nel castello, il quale conoscendo la prodezza e senno de’ -cristiani, pensò di difendersi meglio, avendo costui dal suo lato, e -però gli fece onore e grandi promesse, perchè avesse materia d’aiutarlo -e d’esser leale. Costui mostrandosi agro nimico di Buevem, alcuna volta -uscì fuori percotendo il campo, e ritornando con onore. Il re Buevem -mostrando che onta gli fosse cresciuta per la fuggita del malvagio -cristiano, ordinò di volere combattere il castello. Maometto sentendo -ciò s’ordinò alla difesa: e avendo presa confidenza nel conestabile -cristiano, gli accomandò la guardia d’una porta del castello. E venendo -il re alla battaglia, il traditore gli aperse la porta, ed entrato -dentro con grande sforzo, preso Maometto, e incarcerato, in pochi dì -il fece morire. E andato a Fessa, fu ricevuto come re e loro signore, -e fu coronato re di Morocco, e della Bella Marina e di Tremusi in -poco tempo, essendo il padre a Tunisi, il quale tornando poi contro al -figliuolo per lo regno, gli avvenne quello che a suo tempo diremo. - - -CAP. LII. - -_Come Balase tornando per lo suo reame contro al figliuolo ebbe grande -fortuna, e poi fu avvelenato._ - -Balase avendo acquistato il reame di Tunisi, e perduto quello di Bella -Marina e di Tremusi, di che Buevem suo figliuolo s’avea fatto coronare, -fece in Tunisi re un altro suo figliuolo, e con sei galee armate, e -una nave di Genovesi carica di grande tesoro ch’avea tratto di Tunisi, -del mese d’ottobre del detto anno, si mise in mare per tornare nel -suo reame: confidandosi, che essendo con sua persona nel paese, i -suoi sudditi l’ubbidirebbono, non ostante che il figliuolo avesse la -signoria. E avendo lasciato il suo nuovo re in Tunisi, poco appresso la -sua partita gli Arabi entrarono in Tunisi, e uccisono questo figliuolo -rimaso, e fecionne re il nipote del re di Tunisi, cui Balase avea -morto; e ’l detto Balase essendo in mare, una fortuna il percosse, -e tutte e sei le sue galee ruppe, e tutti gli uomini perirono, salvo -il re con alquanti compagni che camparono in su uno scoglio: e indi -levato da certi pescatori fu portato a Morocco, ove riconosciuto, fu -ricevuto come loro signore. La nave col suo tesoro messasi in alto -pelago arrivò in Ispagna, e il re Pietro s’appropiò il tesoro. Balase -essendo ubbidito in Morocco e nel paese, di presente accolse di suoi -baroni, e con grande oste andò contro a Buevem suo figliuolo, inverso -Fessa; e cominciato a guerreggiare, veggendo Buevem che i suoi baroni -cominciavano a ubbidire al padre, disperandosi della difesa, argomentò -con incredibile tradimento. Egli avea seco una sua sirocchia giovane -fanciulla figliuola di Balase, costei ammaestrò di quello ch’egli -volle ch’ella facesse: la quale si partì da lui, mostrando mal suo -volere, e tornò al padre, il quale la vide allegramente, ed ella lui, -come caro padre, e commendatola della sua venuta, la tenea intorno a -se come figliuola. Ma la corrotta fanciulla osservando la malizia del -fratello, ivi a pochi dì avvelenò il padre. Finito Balase il corso -della sua vita, e delle sue grandi fortune prospere e avverse, Buevem -suo figliuolo rimase re della Bella Marina, e di Morocco e di Tremusi; -ma poco appresso i Mori gli rubellarono Tremusi, ma egli di presente -vi mandò grande oste, e racquistò tutto. E montato in grande potenzia, -per forza si sottomise il reame di Buggea e quello di Costantina, e’ -loro re mise in prigione. E incrudelito, per ambizione di reggere la -signoria con meno paura, in brieve tempo fece morire venticinque suoi -fratelli di diverse madri. Ed esaltato sopra tutti i Barberi, cominciò -a usare senza freno la sua lussuria, e gli altri diletti carnali, ove -si riposa la gloria di quelli saracini; e a un’otta avea trecento mogli -e grande novero di vergini, le più nobili e le più belle de’ suoi -reami: e quando gli piaceva, usava con quella che l’appetito della -sua concupiscenza richiedeva, e quella mettea nel numero delle sue -mogli. Uomo fu ridottato sopra gli altri signori, e aspro punitore di -giustizia; e con grande guardia e con molto ordine governava i suoi -reami. A’ cristiani mercatanti facea grande onore, e volentieri gli -ricettava in suo reame. - - -CAP. LIII. - -_Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna._ - -Essendo conte di Romagna messer Astorgio di Duraforte di Proenza, -il quale avea per moglie una nipote di papa Clemente sesto, o che -più vero fosse sua figliuola, il papa l’amava, e intendeva a farlo -grande. Costui il dì della Pasqua di Natale del detto anno, mostrando -familiarità co’ gentiluomini di Faenza, gli fece invitare a pasquare -seco. Ed essendo a desinare, riscaldati dalla vivanda e dal vino, -messer Giovanni de’ Manfredi dimestico del conte gli disse: in cotale -mattina per cagione di padronatico, ci è debitore il vescovo di Faenza -di mandare una gallina con dodici pulcini di pasta, e con carne cotta: -e quando questo e’ non fa, a noi è lecito mandare alla sua cucina, -e trarne la vivanda, e ciò che in quella si trova. La gallina non è -venuta, e però piacciavi che con vostra licenza noi possiamo usare -la ragione del nostro padronatico. La domanda fu indiscreta, essendo -in casa altrui, che non era certo che il vescovo avesse fallato; -e il conte con poco sentimento, non considerando il pericolo della -novità, concedette quella licenza follemente. Il vescovo avea fatto -suo dovere, e avea mandata a casa messer Giovanni d’Alberghettino la -gallina e i pulcini, a cui l’anno toccava quello onore, e la donna -per un suo scudiere l’avea mandata al marito al palagio del conte; -ma per comandamento fatto a’ portieri per lo conte che alcuno non -vi lasciassero entrare, se n’era tornato a casa. Nondimeno messer -Giovanni, ch’avea avuta la licenzia dal conte, disse a’ suoi famigli: -andate, e chiamate de’ nostri amici, e dite loro rechino le scuri, ed -entrate nel vescovado: e se le porti non vi sono aperte, colle scuri -l’aprite, e della cucina del vescovo gittate fuori vivanda, e ciò -che vi trovate dentro. Costoro andando agli amici di messer Giovanni -diceano: togliete le scuri, e venite con noi. Coloro ch’erano invitati -che togliessono le scuri non sapendo la cagione, pigliarono anche -l’altre armi, e l’uno confortava l’altro: e così armati traevano a -casa messer Giovanni. Le masnade del conte a piè e a cavallo che il -dì avieno la guardia, temendo di questa novità, trassono a casa messer -Giovanni, e cominciarono mischia contro a coloro vi trovarono armati. -I terrazzani si difendeano non sappiendo la cagione del fatto: la -gente traeva da ogni parte a romore. Sentendosi la novità al palagio -dov’erano i convitati, facendosi il conte alle finestre, vidde a piè -del palagio uno Franceschino di Valle, grande amico di messer Giovanni -Manfredi, a cui commise che andasse da sua parte a comandare alla sua -gente e a’ cittadini che lasciassono la zuffa e non contendessono -insieme. Costui disarmato andò a fare il comandamento da parte del -conte. La gente del conte, che conosceano costui amico di messer -Giovanni, presono maggiore sospetto, e rivolsonsi contro a lui, e -volendogli uno dare della spada in sulla testa, parando la mano al -colpo gli fu tagliata: e seguendo i colpi contro a lui, fu morto, e in -quello stante tre altri amici di messer Giovanni vi furono tagliati e -morti. Per la qual cosa, al matto movimento aggiunto la vergogna e il -danno, generò fellonia e sdegno in messer Giovanni, e conceputo nel -petto, propose nella mente di tentare cose quasi incredibili a poterli -venire fatte, secondo il suo piccolo e povero stato, le quali per molto -studio copertamente, come vedere si potrà appresso, condusse al suo -intendimento. - - -CAP. LIV. - -_Come messer Giovanni Manfredi rubellò Faenza alla Chiesa._ - -Messer Giovanni Ricciardi de’ Manfredi avendo conceputo il tradimento -ch’egli intendea fare, cominciò segretamente a dare ordine al fatto: -e avvennegli bene, che il conte sopraddetto andò a corte a Vignone. -E per alcuno sentimento di gelosia, per sicurtà menò con seco messer -Guglielmo fratello carnale del detto messer Giovanni, come per grande -confidenza di sua compagnia, e lasciò vececonte un Provenzale di poca -virtù, con trecento cavalieri a sua compagnia. E oltre a ciò, lasciò -fornite le fortezze della città e le castella di fuori. Messer Giovanni -de’ Manfredi con molta stanzia tenea grande familiarità col vececonte, -e con singulare studio traeva a se l’amore e la benivoglienza de’ -cittadini. E come gli parve tempo, cominciò a mettere copertamente -fanti in Faenza a pochi insieme, e feceli ricettare a’ suoi confidenti. -E seppe sì fare, che in poco tempo ebbe nella città cinquecento -fanti forestieri a sua petizione, innanzi che il vececonte o alcuno -se ne fosse accorto. Ma discordandosi da lui messer Giovanni dello -Argentino suo consorto, per via di setta, sentì come in certa contrada -nel contado, gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo non si -trovavano, e non si sapea dove fossono. E per questo sospettando di -tradimento, fece sentire al vececonte, com’egli sapea che gli amici di -messer Giovanni di messer Ricciardo in cotale e in cotale parte non -si ritrovavano, perchè temea che in Faenza non apparisse novità; il -visconte avendo con messer Giovanni singolare amicizia e confidenza, -non volea intendere di lui alcuno sospetto, ma provvedea al riparo. E -appressandosi il tempo che il fatto si dovea muovere, la cosa si venia -più scoprendo. Allora il visconte ingelosito mandò a fare richiedere -degli amici di messer Giovanni: costoro andarono prima a messer -Giovanni a sapere quello ch’avessono a fare. Messer Giovanni disse -loro: tornatevi a casa, e armatevi co’ vostri parenti e amici, e levate -il romore. Ed egli co’ cittadini con cui egli si confidava, e co’ fanti -che avea messi in Faenza s’andò ad armare, e accolto il suo aiuto, uscì -delle case armato, e fecesi forte a’ suoi palagi. Levato il romore, il -visconte fu a cavallo co’ suoi cavalieri e con fanti appiè soldati, e -dirizzossi alle case di messer Giovanni, ove sentiva la gente armata. -E giunto al luogo, trovando messer Giovanni co’ suoi armati cominciò a -combattere con loro fortemente. Messer Giovanni co’ suoi si difendeva -virtudiosamente, sostenendo il dì e la notte, senza perdere della -piazza. La mattina messer Giovanni prese una parte della sua gente, e -misesi sul fosso della città, onde attendea soccorso da alcuni suoi -amici di fuori, e sforzandosi il visconte di levarlo di quel luogo, -non ebbe podere. La gente venne, e misono un ponte, ch’aveano fatto -però, sopra il fosso, e atati da quelli d’entro valicarono senza -contrasto, e furono trecento fanti di Valdilamone, e altri amici di -messer Giovanni, e due bandiere di quaranta cavalieri che vi mandò il -signore di Ravenna. Il Provenzale sbigottito per codardia, avendo la -maggior parte de’ cittadini in suo aiuto, e tutte le fortezze della -città in sua guardia, e l’aiuto delle masnade di santa Chiesa a cavallo -e a piè, ed essendo vincitore, standosi fermo, tanta viltà gli occupò -la mente, ch’egli abbandonò le fortezze della terra, e la libera -signoria ch’egli avea nelle sue mani, e tutto il suo onore, e non stato -cacciato, abbandonò la città, e fuggissi a Imola colla sua gente, ove -per reverenzia di santa Chiesa fu ricevuto, e raccettato mansuetamente. -E abbandonata per costoro la città di Faenza e le sue fortezze, messer -Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi ne rimase libero signore. -E incontanente si collegò col capitano di Forlì, e col signore di -Ravenna, e co’ signori di Bologna, che temeano della Chiesa, perchè per -tirannia teneano le città contro al volere della Chiesa, e segretamente -davano aiuto e consiglio a messer Giovanni, acciocchè Faenza e Romagna -non rimanesse all’ubbidienza della Chiesa. Questo appresso si dimostrò -manifestamente, come leggendo nostro trattato si potrà trovare. E -questo rubellamento avvenne a dì 27 di febbraio del detto anno. - - -CAP. LV. - -_Come il capitano di Forlì prese Brettinoro per assedio._ - -Del mese di maggio seguente, gli anni _Domini_ 1350, il capitano di -Forlì vedendo che la Chiesa avea perduta Faenza, essendosi collegato -co’ tiranni di Bologna, con quello di Ravenna e di Faenza, che -desideravano al tutto svegliere la Chiesa di Romagna e la sua forza; -conoscendo il tempo fece suo sforzo, e andò ad assedio al castello di -Brettinoro, ch’era molto forte e bene fornito. E ivi stando lungamente, -la Chiesa non lo soccorreva per avarizia, ma scrivea a’ signori di -Bologna, i quali amavano che si perdesse, e ai comuni di Toscana, che -aiutassono al conte di Romagna a soccorrerlo senza darli forza di gente -d’arme. E stando d’oggi in domane a speranza dell’aiuto degl’Italiani, -non avendo alcuna forza da se, il conte si trovò ingannato. Il -capitano stringeva gli assediati con ogni argomento, i quali disperati -di soccorso, in prima i terrazzani s’arrenderono al capitano, e -appresso quelli della rocca la dierono per danari, che bene la poteano -lungamente difendere. Ma la viltà del non sentire apparecchiare -soccorso gli fece affrettare a trarre il loro vantaggio. - - -CAP. LVI. - -_Come i cristiani d’Europa cominciarono a venire al perdono._ - -Negli anni di Cristo della sua natività 1350, il dì di Natale, cominciò -la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a -Roma, facendo le vicitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica -di santo Pietro, e di san Giovanni Laterano, e di santo Paolo fuori di -Roma: al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse -di cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di -poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in -diverse parti d’Europa tra’ fedeli cristiani; e con tanta devozione -e umilità seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano -il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi -e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte: e i cammini -pieni di dì e di notte d’alberghi, e le case sopra i cammini non erano -sofficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e -gli Ungheri in gregge, e a turme grandissime, stavano la notte a campo -stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli -ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane il vino e -la biada, ma di prendere i danari. E molte volte avvenne, che i romei -volendo seguire il loro cammino, lasciavano i danari del loro scotto -sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi gli -togliesse, infino che dell’ostelliere venia chi gli togliesse. - -Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e aiutava -l’uno all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni -in Terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano -morti e presi, aiutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano -guardare i cammini, e spaventavano i ladroni: sicchè secondo il -fatto, assai furono sicure le strade e’ cammini tutto quell’anno. -La moltitudine de’ cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a -numerare: ma per stima di coloro ch’erano risedenti nella città, che -il dì di Natale, e de’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino -alla pasqua della santa Resurrezione, al continovo fossono in Roma -romei dalle mille migliaia alle dodici centinaia di migliaia. E poi per -l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaia; essendo -pieni i cammini il dì e la notte, come detto è. Ma venendo la state -cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per -lo disordinato caldo; ma non sì, che quando v’ebbe meno romei, non -vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaia d’uomini -forestieri. Le vicitazioni delle tre chiese, movendosi d’onde era -albergato catuno, e tornando a casa, furono undici miglia di via. Le -vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la -turba a piede e a cavallo, che poco si poteva avanzare; e per tanto -era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a -catuna chiesa, chi poco, e chi assai, come gli parea. Il santo sudario -di Cristo si mostrava nella chiesa di san Pietro, per consolazione de’ -romei, ogni domenica, e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior -parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo -grande e indiscreta. Perchè più volte avvenne, che quando due, quando -quattro, quando sei, e tal’ora fu che dodici vi si trovarono morti -dalla stretta, e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano -fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per -cavallo il dì uno tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due, -secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo -ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. I Romani per guadagnare -disordinatamente, potendo lasciare avere abbondanza e buono mercato -d’ogni cosa da vivere a’ romei, mantennero carestia di pane, e di -vino e di carne tutto l’anno, facendo divieto, che i mercatanti non vi -conducessono vino forestiere, nè grano nè biada, per vendere più cara -la loro. Valsevi al continovo uno pane grande di dodici o diciotto -once a peso, danari dodici. E il vino soldi tre, quattro, e cinque il -pitetto, secondo ch’era migliore. Il biado costava il rugghio, ch’era -dodici profende comunali, a comperarlo in grosso, quasi tutto l’anno, -da lire quattro e soldi dieci in lire cinque: il fieno, la paglia, -le legne, il pesce, e l’erbaggio vi furono in grande carestia. Della -carne v’ebbe convenevole mercato, ma frodavano il macello, mescolando -e vendendo insieme, con sottili inganni, la mala carne colla buona. Il -fiorino dell’oro valeva soldi quaranta di quella moneta. Nell’ultimo -dell’anno, come nel cominciamento, v’abbondò la gente e poco meno. Ma -allora vi concorsono più signori, e grandi dame, e orrevoli uomini, e -femmine d’oltre a’ monti e di lontani paesi, ed eziandio d’Italia, che -nel cominciamento o nel mezzo del tempo: e ogni dì presso alla fine si -faceano delle dispensagioni, del vicitare le chiese, maggiori grazie. -E nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma, e non avesse tempo -a potere fornire le visitazioni, rimanesse, senza la grazia, senza -indulgenzia de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino -all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenzia. E -così fu celebrato questo anno del santo giubbileo la dispensagione -de’ meriti della passione di Cristo, e di quelli della santa Chiesa, e -remissione de’ peccati de’ fedeli cristiani. - - -CAP. LVII. - -_Perchè s’intramesse il dificio d’Orto san Michele._ - -Era cominciato innanzi alla mortalità il nobile edificio del palagio -sopra dodici pilastri nella piazza d’Orto san Michele, per farvi -granai per lo comune, acciocchè si stesse in continua provvisione di -grano e di biada, per sovvenire il popolo al tempo della carestia. -Ma avvedendosi il comune, che il minuto popolo era ingrassato e -impoltronito dopo la mortalità, e non volea servire agli usati -mestieri, e voleano per loro vita le più care e le più dilicate cose -che gli altri antichi cittadini, e con questo disordinavano tutta la -città, volendo di salario le fanti, femmine rozze e senza essere ausate -a servigio, e i ragazzi della stalla, il meno fiorini dodici l’anno, -e i più sperti diciotto e ventiquattro l’anno: e così le balie, e gli -artefici minuti manuali, volevano tre cotanti o appresso che l’usato, -e i lavoratori delle terre voleano tutti buoi e tutto seme, e lavorare -le migliori terre, e lasciare l’altre: pensarono i nostri rettori con -buono consiglio, di mettere ordine alle cose, e raffrenare i soperchi -con certe leggi, ma per cosa che fare sapessono, a questa volta non vi -poterono porre rimedio, e convenne che a Dio si lasciasse il corso e -l’addirizzamento di quelli soperchi, i quali ancora nel 1362 durano, -poco corretti, o mancati. Perocchè l’abbondanza del guadagno corrompeva -il comune corso del ben vivere, pensarono che più utile era raffrenare -lo ingrato e sconoscente popolo la carestia, che la dovizia. E allora -si rimase coperto d’un basso tetto l’edificio del palagio d’Orto san -Michele. E il comune avendo bisogno, raddoppiò la gabella del vino alle -porte, e dove pagava soldi trenta il cogno, lo recò in soldi sessanta. -E chi vendesse vino a minuto, dovesse pagare de’ due danari l’uno -al comune. E dinuovo puosono soldi due a ogni staio di farina che si -logorasse nella città, e danari quattro alla libbra della carne, e che -lo staio del sale si vendesse per lo comune lire cinque e soldi otto. -E non vollono che provvisione di grano o di biada si facesse per lo -comune, ma in contradio ordinarono, che tutto il pane vendereccio si -facesse per lo comune, e vendessesi caro: e quale fornaio ne volesse -fare per vendere, pagasse d’ogni staio soldi otto di gabella al comune. -Queste furono cose di grande gravezza; ma tanto era l’utile che traeva -d’ogni cosa il minuto popolo, che meno se ne curavano che i maggiori -cittadini. - - -CAP. LVIII. - -_Come la Chiesa mandò il conte per racquistare la contea di Romagna._ - -In questo anno 1350, parendo al papa e a’ cardinali, con vergogna -di santa Chiesa avere perduta la signoria e la propietà di Romagna, -ordinarono di volerla racquistare per forza; e avendo papa Clemente -sesto volontà d’accrescere onore e stato a messer Astorgio di -Duraforte, conte di Romagna, suo parente, il fece capitano della gente -che la Chiesa intendea di mettere in arme a questo servigio. Il quale -accolse quattrocento cavalieri gentiluomini in Proenza, e fece suo -maliscalco messer Rostagno da Vignone della casa de’ Cavalierri, pro’ -e ardito e valoroso cavaliere. E la Chiesa gli ordinò uno tesoriere, -che ricogliesse i danari, e convertissegli ne’ soldi e negli altri -bisogni che occorressono alla guerra, a volontà del conte. E innanzi -che il conte si movesse di Proenza, fece a Firenze e a Perugia soldare -ottocento cavalieri e mille masnadieri di buona gente d’arme. E oltre a -ciò, il papa con molta istanza fece richiedere i tiranni di Lombardia, -catuno per se, e i comuni di Toscana, che dovessono aiutare al conte -racquistare Romagna. L’arcivescovo di Milano gli mandò cinquecento -barbute: messer Mastino della Scala glie ne mandò dugento: i tiranni -di Bologna glie ne mandarono dugento: il marchese di Ferrara cento; -i comuni di Toscana non vi mandarono loro gente. Il conte di Romagna -avendo i suoi cavalieri e masnadieri, e questo aiuto, a dì 13 di maggio -del detto anno si partì d’Imola, e addirizzossi al ponte san Brocolo; -ed essendo il ponte molto afforzato e bene guernito di gente alla -difesa per lo signore di Faenza, a dì 15 del detto mese, con aspra -e dura battaglia combatterono la fortezza e vinsonla, che fu assai -prospero cominciamento. E rafforzata la bastita del ponte, e messovi le -guardie per difendere il passo, con tutta sua cavalleria s’addirizzò a -Salervolo, uno castello presso a Faenza a cinque miglia, il quale non -era murato, nè fortezza, nel luogo, che avendolo vinto fosse grande -acquisto. E ivi puose l’assedio, lasciando per mala provvisione di -porsi a Faenza, ch’era male fornita e poco intera alla difesa, e i -cittadini non amavano la signoria del nuovo tiranno, e però fu reputato -pe’ savi follemente fatto. Il tiranno di Faenza, messer Giovanni di -messer Ricciardo Manfredi, che stava in grande paura della città, -sentendo posta l’oste a Salervolo, fu molto contento, e prese cuore -alla difesa; e di subito mise masnadieri in Salervolo, che avea soldati -in Toscana, sperti a sapere guardare le castella, i quali francamente -difesono la terra di molte battaglie che ’l conte vi fece dare, -durandovi l’assedio dal dì 17 di maggio, fino a dì 6 del prossimo mese -di luglio, senza lasciarsi avanzare alcuna cosa. - - -CAP. LIX. - -_Processo de’ traditori di Romagna, e di certi Provenzali._ - -Seguita il processo de’ traditori, che si provvedeano con molta -sagacità a ingannare l’uno l’altro, e catuno infine con la sua parte -dell’impresa rimase disfatto e ingannato. E dell’attizzamento di questa -maladetta favilla crebbe fuoco, il cui fumo corruppe tutta Italia, -e offuscò gli occhi a’ liberi popoli, e ottenebrò la vista de’ sacri -pastori, e fu cagione di nuovi avvenimenti di signori, e di grandi e -gravi revoluzioni di stati, come seguendo a’ loro tempi racconteremo. -Per questa impresa della Chiesa, i tiranni di Bologna, che allora erano -messer Giovanni e messer Iacopo di messer Taddeo di Romeo de’ Peppoli -di Bologna, avendo occupata la città alla Chiesa di Roma sotto certo -censo, ed essendo in grande stato e pompa nella signoria, temeano che -la Chiesa non racquistasse la signoria di Romagna; e dall’altra parte -si tenea dissimulando per lo conte, che per lo loro caldo e favore -messer Giovanni Manfredi avesse rubellata Faenza alla Chiesa, e che -segretamente atassono a mantenere la difesa. E però il conte, che -era più sperto in coperta malizia, che in aperta prodezza o virtù, -continovo attendeva a tendere suoi lacci, come i tiranni i loro, e -mostravansi insieme con molta confidanza e grande amistà, e davansi -aiuto e consiglio l’uno all’altro, coperto di frode e di dolo. - - -CAP. LX. - -_Come messer Giovanni de’ Peppoli cercò accordo dal conte a messer -Giovanni._ - -In fra ’l tempo già detto dell’assedio di Salervolo, crescendo -continuo la forza del conte per lo sussidio de’ danari della Chiesa, e -dell’amistà che giugnea in aiuto al conte, messer Giovanni de’ Peppoli, -per tenere in tranquillo il conte e farli perdere tempo, cominciò -un trattato, di voler riducere messer Giovanni Manfredi di Faenza -all’ubbidienza di santa Chiesa: e mandò a dire al conte che volea -essere in ciò mezzano, facendo a santa Chiesa riavere suo diritto e -suo onore. Il conte, ch’era di natura e di studio malizioso, si mostrò -molto contento di voler seguire questo trattato, mostrando in questo, -e nell’altre cose, volersi reggere per suo consiglio, dicendo, che -così aveva in mandato dal santo padre: e nondimeno sapea al certo, -che per operazione de’ signori di Bologna, e del capitano di Forlì, -e co’ loro danari, al presente era entrato il doge Guernieri con -cinquecento barbute alla difesa di Faenza. E dato lo intendimento a -messer Giovanni, acciocchè seguisse il trattato, egli con sollecitudine -mandava in Faenza suoi ambasciadori, e nell’oste al conte, e mostravasi -già il trattato venire a concordia. Allora il conte mandò a dire -a messer Giovanni a Bologna per li suoi medesimi ambasciadori, che -innanzi che fermasse la concordia, volea essere personalmente con lui -in Bologna, o dovunque gli piacesse, per dare compimento a questo, -e ragionargli d’altre segrete cose, che dal santo padre avea in -commissione di conferire con lui: e però mandasse a dire dove e’ volea -ch’egli venisse, che avuta la risposta, con piccola compagnia subito -sarebbe a lui. - - -CAP. LXI. - -_Come messer Giovanni de’ Peppoli andò nell’oste, e fu preso._ - -Messer Giovanni de’ Peppoli signore di Bologna, avendo dal conte -dimostramento di tanta libertà, e sentendo che il papa l’amava e -davali molta fede, prese sicurtà per lo trattato ch’egli menava, e -perchè aveva nell’oste del conte dugento suoi cavalieri, e avea grande -amistà con molti altri conestabili dell’oste. E volendo mostrare -al conte com’egli era fedele di santa Chiesa, per ricoprire le sue -coperte operazioni fatte contro a quella, secondo la malizia del conte, -pervenne a sua volontà: e contro al consiglio di messer Iacopo suo -fratello, di presente prese in sua compagnia de’ maggiori cittadini -di Bologna, e di suoi soldati trecento cavalieri, e promettendo al -fratello che non passerebbe Castel san Pietro, si mise a cammino. -Ed essendo giunti la mattina a buon ora a Castel san Pietro, come il -peccato conduce, e le fini de’ tiranni s’apparecchiano per non pensato -sentiere, come si vide a Castel san Pietro non attese la promessa al -fratello, ma volendo improvviso e tosto giugnere al conte, cavalcò -senza arresto: e prima fu giunto al padiglione del conte, che sapesse -che vi dovesse venire; e scavalcato, il conte il ricevette con grande -festa, mostrandogli ne’ sembianti amore fraternale; e molto s’allegrava -con lui della sua cortese venuta. E questo fu a dì 6 di luglio in -sulla nona, che ’l caldo era grande. Innanzi fece venire vini, frutte -e confetti, per fare rinfrescare lui e la sua brigata ch’erano ivi; -e in questo soggiorno, veggendosi il conte tra le mani il tiranno -di Bologna, o ch’egli avesse prima pensato il tradimento, o che -subitamente l’animo il tirasse all’inganno, bevendo e mangiando insieme -in grande sollazzo, mandò il suo maliscalco a fare armare cavalieri -e masnadieri cui egli volle, dando voce di fare assalto a quelli di -Salervolo. E come furono armati, fece promettere a’ conestabili paga -doppia e mese compiuto, acciocchè non si mettessono alla difesa del -signore di Bologna. Messer Giovanni che avea bevuto e mangiato, e preso -rinfrescamento a volontà del conte, attendea che il conte gli parlasse: -e non vedendo che ne facesse sembiante, disse a quelli ambasciadori -che quella ambasciata gli aveano portata, che dicessono al conte che si -dovea diliberare; e già cominciava a dubitare. Il conte rispuose, che -attendeva il suo maliscalco, che di presente vi sarebbe, e fornirebbono -loro parlamento. Ancora erano le parole, quando messer Rostagno -maliscalco dell’oste giunse colla gente armata al padiglione del conte -ove messer Giovanni attendea, e fugli intorno: e apparecchiatogli -uno cavallo de’ suoi, disse: messer Giovanni, montate qui su: e -immantinente vi fu posto più tosto che non vi sarebbe montato, e -senza contesa o difesa, di salto fu menato prigione a Imola. Uno suo -famiglio cominciò a gridare e a piagnere, dicendo: oimè, signore mio: -e di presente gli fu morto a’ piedi. E giunto in Imola, fu messo nella -rocca, e ordinatogli buona guardia. I cittadini di Bologna, e tutta -la compagnia che avea menata di Bologna, e i dugento cavalieri che -avea tenuti nell’oste in servigio del conte, in quella medesima ora, -come preda di nimici vinta in battaglia, furono presi, e rubato loro -l’arme, e’ cavalli, e arnesi, e i soldati così rubati furono cacciati -del campo; e i cittadini di Bologna furono tenuti prigioni alquanti dì, -e manifestato per tutto il grande tradimento, furono lasciati. E messer -Giovanni rimase in prigione: il quale, dappoichè pervenne alla tirannia -di Bologna, non tenne fede a parte guelfa, nè a’ suoi cittadini, -nè a’ Fiorentini, nè all’altre città di sua vicinanza: e però forse -degnamente con tradimento fu punito della sua corrotta fede. - - -CAP. LXII. - -_Come il conte scoperse l’altro trattato che avea con messer Mastino._ - -Non ostante che il conte tenesse trattato con messer Giovanni de’ -Peppoli, avea trattato con messer Mastino della Scala, che venendo -egli sopra la città di Bologna gli darebbe mille cavalieri in aiuto -infino a guerra finita. Onde essendo venuto fatto al conte d’avere -messer Giovanni a prigione, prese grande speranza d’avere Bologna con -l’aiuto di messer Mastino. E significatoli il fatto, e domandatoli -l’aiuto promesso, a dì 10 di luglio, del detto anno 1350, si levò -da Salervolo, e venne a Imola con tutta l’oste. E come uomo di poca -discrezione e provvedenza promise un’altra volta paga doppia e mese -compiuto a’ suoi cavalieri, se per forza pigliassono Castel san Pietro. -I quali cavalieri di presente andarono al detto castello, che non era -fornito di gente nè provveduto alla difesa, e senza trovarvi resistenza -in poca d’ora l’ebbono preso, che non vi morirono quattro persone. -E così in meno di dieci dì i soldati del conte ebbono per vituperose -cagioni guadagnate due paghe doppie e due mesi compiuti, che montarono -un grande tesoro: e non parea che il conte se ne curasse, se non come -avesse a distribuire il tesoro di santa Chiesa. Le quali promesse -follemente fatte, con l’altre follie della sua pazza condotta, al fine -rendè il merito a santa Chiesa della provvisione di sì fatto capitano, -chente la disciplina della guerra richiede. Ed essendo il conte -con l’oste a Castel san Pietro, messer Mastino gli mandò ottocento -cavalieri, per compiere i mille che promesso gli avea, ov’egli venisse -all’assedio di Bologna, come detto è addietro. - - -CAP. LXIII. - -_Come messer Iacopo Peppoli rimaso in Bologna si provvidde alla difesa._ - -Infra queste sopraddette tempeste, messer Iacopo de’ Peppoli ch’era -rimaso in Bologna sentendo preso il fratello, e che l’oste del conte -avea preso Castel san Pietro, e venia sopra lui a Bologna: e come -messer Mastino signore di Verona e di Vicenza s’era scoperto suo -nimico, non sapea che si fare; ma come la necessità intrigata dalla -paura argomenta, mandò per soccorso al signore di Milano, e al marchese -di Ferrara, e al comune di Firenze, e in ogni parte onde sperava -avere alcuno aiuto o consiglio; e mandate le lettere e’ messaggi, -richiese con grande istanza i cittadini di Bologna, che a questo punto -soccorressono al suo e al loro pericolo. I quali già domati dal servile -giogo della tirannia, essendo venuto il tempo della franchezza, per -povertà d’animo, e per li loro peccati, non furono degni di cotale -beneficio, che senza contasto a quel punto era in loro potenzia di -tornare in libertà. E aveano il comune di Firenze vicino nimico della -tirannia, il quale per la libertà di quel popolo avrebbe prestato -loro aiuto e favore, e riparato allo assalto del conte, con giusta -cagione di pace e di concordia con la santa Chiesa, disposto che il -tiranno fosse della tirannia. Ma perocchè ne’ popoli più regna corso -di fortuna che libertà d’arbitrio, per apparecchiarsi alle debite -pene de’ peccati, per li quali l’empio tiranno regna, fu accecato -il loro intendimento: e mollemente s’apparecchiarono alla difesa per -paura del tiranno, combattuti nell’animo dall’apparecchiata libertà. -In questo stante l’arcivescovo signore di Milano sentì la presura di -messer Giovanni, e scoperto l’animo di messer Mastino, mandò al conte -suoi ambasciadori dolendosi dell’ingiuria fatta a messer Giovanni suo -amico, e di sua lega e compagnia, dimandando che di presente il dovesse -liberare: e quando questo non facesse, mandò comandamento a’ suoi -capitani e a’ suoi cavalieri che erano al servigio del conte, che di -presente si dovessono partire da lui. Il conte rispuose di non volerlo -lasciare perocchè sapea al certo ch’egli avea fatta rubellare, la città -di Faenza alla Chiesa di Roma, e come tenea trattato col capitano di -Forlì, e col signore di Ravenna, e con quello di Faenza, di rompergli -l’oste a un dì nominato, e di prendere lui a grande tradimento: e -però avea preso il traditore, e intendea tenerlo a volontà del papa -e di santa Chiesa. E però fu comandato a’ cavalieri dell’arcivescovo -si dovessono partire. Ma i cavalieri, e’ loro capitani, che aveano -promesse dal conte di due paghe doppie e di due mesi compiuti, non -si vollono partire, e rimasono cassi dal soldo dell’arcivescovo; e il -conte con lo sfrenato animo, non guardandosi innanzi, gli condusse al -soldo della Chiesa, facendo debito sopra debito. E riveduta sua gente, -si trovò a Castel san Pietro con tremila barbute e con grande popolo di -soldo. - - -CAP. LXIV. - -_L’aiuto che messer Iacopo accolse per guardare Bologna._ - -Stando il conte colla sua oste a Castel san Pietro, e cavalcando il -contado di Bologna, l’arcivescovo di Milano mandò di presente trecento -cavalieri in Bologna, per aiuto della guardia d’entro. E cominciò -a pensare, che mantenendo messer Iacopo nella città, a poco insieme -conducerebbe lui e la terra in tali stremi, che agevolemente all’ultimo -ne diverrebbe signore, come in fine fatto gli venne. Messer Malatesta -d’Arimino, ch’era allora nemico di santa Chiesa, vi venne in persona, -e dato conforto a messer Iacopo, gli lasciò dugento cavalieri de’ suoi, -e tornossene in Romagna. I Fiorentini per niuno modo vi vollono mandare -alcuna gente per riverenzia della Chiesa, ma incontanente vi mandarono -ambasciadori a cercare se tra loro e il conte potessero metter -pace o accordo; e più volte andarono da Bologna al conte senza fare -alcuno frutto tra le parti. Messer Iacopo vedendosi più l’uno dì che -l’altro infiebolire, condusse il doge Guernieri ch’era in Faenza con -cinquecento barbute; il quale volendo andare a Bologna, convenne che -valicasse per lo distretto del comune di Firenze nell’alpi, ove lieve -era a impedire per li stretti passi, ed egli era nimico del comune, e -andava contro a santa Chiesa. Trovossi che fu fattura de’ priori che -allora erano all’uficio senza sentimento degli altri cittadini; della -qual cosa in Firenze ne fu grande ripitio, ma fatta la cosa si rimase a -tanto, e il doge passò senza impedimento, e con tutta sua compagnia se -n’entrò in Bologna. - - -CAP. LXV. - -_Del male stato che si condusse la città di Bologna, e di certi -trattati che allora si tennono._ - -Come il duca Guernieri co’ suoi cavalieri fu in Bologna, prese per suo -abituro una contrada, e in quella volle le case, e le masserizie, e -quello che in esse trovò da vivere, come se egli avesse presa la terra -per forza: e non era chi osasse parlare contro a suo volere. Gli altri -soldati all’esempio di costui cominciarono a fare il simigliante. -I nimici di fuori cavalcavano ogni dì intorno alla terra, pigliando -gli uomini, e predando le ville del contado, venendo spesso fino alle -porti. Per la qual cosa la città cominciò a sentire grandissimi disagi -e carestia d’ogni bene, e i cittadini oppressati dentro e di fuori, -non sapendo che si fare, e non trovando accordo col conte per ambiziosa -superbia, messer Iacopo e’ cittadini di Bologna, di grande concordia, -e d’uno consentimento, vollono dare la guardia di Bologna libera al -comune di Firenze, disponendosi al tutto di volere lasciare la signoria -messer Iacopo, sperando che ciò fatto, colla Chiesa non mancherebbe -accordo. E nel vero questa era salutevole via: ma certi cittadini -popolani di Firenze della casa ... che aveano in quel tempo stato in -Firenze, ed erano per la Chiesa al servigio del conte e del tesoriere, -per loro spezialità avvisandosi, che venendo Bologna alle mani della -Chiesa, come speravano, e’ ne sarebbono governatori, e farebbonsene -ricchi e grandi; e per questa cagione smossono i loro amici cittadini -grandi e popolani: ed eglino medesimi essendo a consigliare quello -ch’era grandezza e stato del loro comune, e riposo di tutta Italia, si -opposono al contradio, dicendo, che il comune n’offenderebbe troppo il -papa, e’ cardinali e la santa Chiesa. Ed essendo favoreggiati da’ loro -amici, ebbono podere di non lasciare imprendere al comune di Firenze -questo servigio, e commisono grande materia di molto male a tutta -Italia, e non pervennono alla loro corrotta intenzione. I Bolognesi -disperati di questo, ove riposava tutta la loro speranza, e ’l conte -montato nella cima della sua superbia, coloro non sapevano più che si -fare, e il conte credendo senza contasto venire al suo intendimento -d’avere la città per forza, essendo stato infino al settembre a Castel -san Pietro, volle muovere l’oste, e porsi su le porti di Bologna; e -sarebbegli venuto fatto, tanto erano i cittadini oppressati da’ soldati -d’entro, e in disagio di tutte le cose da vivere, le quali al continuo -montavano in disordinata carestia, e non aveano capo a cui i cittadini -e’ forestieri ubbidissono, ma come la mala provvedenza del conte -meritò, i soldati mossono quistione come appresso diviseremo. - - -CAP. LXVI. - -_Come i soldati mossono quistione al conte, e fu loro assegnato messer -Giovanni Peppoli._ - -La mala provvedenza del conte di Romagna avendo moltiplicata gente -d’arme al suo soldo, e promesse paghe doppie e mesi compiuti per -niente, e dalla Chiesa non aveva i danari, come la sua follia avea -stimato: i soldati conoscendo loro tempo, essendo a pagare di parecchi -mesi di loro propi soldi, senza le promesse del conte, dissono, che di -quel luogo non si partirebbono, se prima non fossono pagati de’ loro -soldi serviti, e delle paghe doppie e mesi compiuti che promessi avea -loro. Il quale soldo, colle promesse fatte, montava centocinquanta -migliaia di fiorini d’oro. Il conte vedendo che la Chiesa non gli -mandava danari, se non a stento, e a pochi insieme, temette che i -soldati, ch’erano tutti di concordia, a uno volere non lo pigliassono, -trattò con loro d’avere termine da fare venire loro danari, e diede -loro in pegno messer Giovanni de’ Peppoli, e certi Bolognesi che avea -prigioni a Imola, e Castel san Pietro, e quello di Luco, e quello di -Doccia, ch’egli avea acquistati in sul Bolognese: e fu con loro in -accordo, come avessono la possessione di tutto, allora cavalcherebbono, -e porrebbonsi a campo stretto alla città di Bologna. Il conte fece -dare loro i prigioni e la guardia delle castella, e avutole, volea -che cavalcassono. I soldati colla corrotta fede, usati de’ baratti, -dissono che ’l pegno non era buono, e non voleano cavalcare nè partirsi -da Castel san Pietro. Messer Giovanni de’ Peppoli sentendo questo, -di presente ebbe de’ conestabili, e trattò con loro di dare contanti -fiorini ventimila d’oro, e per stadichi i suoi figliuoli e quelli -di messer Iacopo suo fratello, e certi cittadini di Bologna per lo -rimanente, ed elli li liberassono di prigione. L’accordo fu fatto -con assentimento del conte, se infra certo tempo la Chiesa non avesse -mandati i danari. Venuto il termine, e non i danari, i soldati presono -fiorini ventimila contanti, e gli stadichi promessi, e lasciarono -messer Giovanni, il quale tornò in Bologna, e il fratello e la parte -loro furono più forti, e signori di potere fare della città a loro -senno, senza la volontà e consiglio de’ loro cittadini, perocchè messer -Giovanni era molto temuto, e sapeva bene essere co’ soldati ne’ fatti -della guerra. - - -CAP. LXVII. - -_Come messer Giovanni tenne suoi trattati della città di Bologna._ - -Tornando messer Giovanni in Bologna, e lasciati a’ soldati della -Chiesa gli stadichi promessi, trovò la città in molto male stato per -le cagioni già dette, e non vide modo come difendere si potesse, e -conobbe che perdere gli convenia la signoria di Bologna in breve tempo. -I cittadini di Firenze, che desideravano l’accordo di quella città -colla Chiesa, sentendo tornato in Bologna messer Giovanni, vi mandarono -de’ loro cittadini più solenne ambasciata, i quali da’ tiranni furono -ricevuti a onore, e di loro volontà trattarono accordo col conte, e -condussono il trattato a questo punto. Che i tiranni lasciassono al -tutto la signoria della città e contado, e renderla alla Chiesa di -Roma per lo modo usato: ch’ella tornasse al governamento del popolo, -e avere continuo i rettori della Chiesa, e pagare il censo consueto; -e al presente voleano ricevere nella città il conte con cinquecento -cavalieri, e riformare doveano loro stato al popolo, per quelli -cittadini che ’l comune di Firenze vi mandasse a ciò fare. Il conte -che avea provati i rimprocci de’ soldati, e il pericolo che correa -con loro, dichinava le corna della sua superbia, e acconciavasi alla -detta concordia. Ma come pomposo e vano, si strinse al consiglio di -questo partito che potea pigliare con messer Guglielmo da Fogliano, -e con messer Frignano, figliuolo bastardo di messer Mastino, e altri -conestabili che v’erano per messer Mastino, i quali non v’erano tanto -per onore di santa Chiesa, quanto per loro vantaggio, per cui faceva -la guerra, e speravano con loro malizia conducere la città di Bologna -piuttosto in mano del loro signore, che del conte e della Chiesa di -Roma, i quali dissono al conte: tu vedi che i signori di Bologna non -possono più, e la città è condotta a tanta stremità dentro, che delle -mani tue non puote uscire: e però non pensare a questi patti, che noi -te ne faremo libero signore colla spada in mano. Il conte pomposo, -pieno di vanagloria, con lieve testa, non pensò i casi che occorrono -nelle guerre, e per le vane promesse de’ fallaci adulatori ruppe il -trattato menato per gli ambasciadori del comune di Firenze fedelmente, -a onore e a beneficio di santa Chiesa, e a ricoveramento di riposo al -fortunoso stato di quella città. Vedendo i tiranni la sconcia volontà -del conte, si pensarono con tradimento de’ loro cittadini e della loro -patria venire a un altro loro intendimento, già mosso per la malizia -e per lo sdegno di messer Giovanni; e però, acciocchè più copertamente -a’ loro cittadini potessono fare l’inganno, dissono che al tutto erano -diliberati mettere Bologna nella guardia del comune di Firenze. E a -questo i Bolognesi e grandi e piccoli di buona voglia s’accordarono, -e sotto questa concordia elessono tre de’ maggiori cittadini di cui -il popolo faceva maggiore capo, e quasti tre con altri compagni, e con -pieno mandato, mandarono a Firenze con diversi intendimenti. Il popolo -credendosi racquistare libertà e pace sotto la protezione del comune di -Firenze, e i tiranni avendone tratti i caporali del popolo, pensarono -senza contasto, come fatto venne loro, di venire a loro intendimento, -di potere vendere la città e i suoi cittadini all’arcivescovo di -Milano. Gli ambasciadori in fede e con grandissima affezione vennono -a Firenze, e spuosono la loro ambasciata, solennemente dinanzi a’ -signori, e a’ loro collegi, e a molti altri grandi e buoni cittadini -di Firenze, richiesti e adunati per la detta cagione. E il dicitore -fu messer Ricciardo da Saliceto, famoso dottore di legge, e la sua -proposta fu: _Ad Dominum cum tribularer clamavi, ec._ E con nobile -ed eccellente orazione, e con efficaci ragioni e induttivi argomenti, -conchiuse la sua dimanda, a inducere il comune di Firenze a prendere -la guardia della città e de’ cittadini di Bologna. I governatori del -comune di Firenze già aveano alcuna spirazione del trattato ch’e’ -tiranni di Bologna aveano col signore di Milano, e comprendevano che -questi ambasciadori fossono mandati a inganno: nondimeno per non aversi -a riprendere, in quello consiglio deliberarono di mandare solenni -ambasciadori di presente a corte per trovare accordo col papa, e in -questo mezzo di mandare cavalieri, e de’ suoi cittadini alla guardia di -Bologna, per contentare il popolo. Ma l’altro dì vegnente fu manifesto -a’ signori di Firenze e agli ambasciadori di Bologna, che i tiranni -l’aveano per danari venduta all’arcivescovo di Milano; e fu per lettera -de’ tiranni detti comandato agli ambasciadori, che non si dovessono -partire di Firenze senza loro comandamento; allora fu al tutto la cosa -palese, e seguitò il fatto come appresso racconteremo. - - -CAP. LXVIII. - -_Secondo trattato di Bologna._ - -Messer Giovanni de’ Peppoli avvelenato di sdegno della sua presura, -vedendo che però perdea la tirannia di Bologna, avendo con non -piccola fatica recato Messer Iacopo al suo volere, e vota la terra de’ -caporali di cui temea, e fortificata la guardia nella città, avendo -segretamente tenuto trattato coll’arcivescovo di Milano, coll’impeto -del suo dispettoso cuore, ebbe podere di vendere la città e’ suoi -cittadini della sua propria patria, e da cui avea ricevuto esaltamento -della sua signoria e onore, e niente per loro difetto del suo caso, -cosa molto detestabile a udire. Costui vedendo che ’l suo trattato era -scoperto, cavalcò di presente a Milano, e fermò la maledetta vendita -per dugentomila fiorini, de’ quali si dovea dare certa parte a’ -soldati della Chiesa per riavere gli stadichi che avea loro lasciati -per liberare la sua persona, e a lui e al fratello dovea rimanere in -loro libertà il castello di san Giovanni in Percesena, e Nonandola e -Crevalcuore. E tornato lui, manifestata la vendita, i Bolognesi grandi -e piccoli si tennono soggiogati di giogo d’incomportabile servaggio, e -molto si doleano palesemente e in occulto l’uno coll’altro; e innanzi -che la terra si pigliasse per lo signore di Milano grande gelosia -ebbono i traditori della patria, e molto vegghiarono e di dì e di notte -alla guardia della città. Ma i vili e codardi cittadini non ardirono -di levarsi contra a’ tiranni, nè a muovere romore nella terra: che se -fatto l’avessono, leggiermente coll’aiuto del comune di Firenze, a cui -dispiaceva la vicinanza di sì potente tiranno, sarebbe venuto fatto -di tornare in libertà. Alcuna trista vista ne feciono mollemente, e -in fine si lasciarono vendere e sottoporre al duro giogo, del mese -d’ottobre gli anni di Cristo 1350. - - -CAP. LXIX. - -_Come l’arcivescovo di Milano mandò a prendere la possessione di -Bologna._ - -Come l’arcivescovo di Milano ebbe fermo il patto della compera di -Bologna con messer Giovanni, non guardò con alcuna reverenzia o debito -di ragione che la città fosse di santa Chiesa, ma cresciuto nella -tirannesca superbia subitamente fece apparecchiare messer Bernabò -suo nipote, figliuolo di messer Stefano, valente uomo e di grande -ardire, e con millecinquecento barbute di soldati eletti il mise a -cammino, e mandollo a pigliare la tenuta di Bologna. Sentendo questa -venuta il doge Guernieri, ch’era in bando dell’arcivescovo di Milano, -con tutta sua masnada si partì di Bologna; e standosi fuori della -città, accogliea gente senza soldo per fare una compagna. Messer -Bernabò giunto alla città entrò dentro senza alcuno contasto co’ suoi -cavalieri, e con trecento che prima avea alla guardia di Bologna vi -si trovò con millecinquecento barbute: e prese la tenuta e la guardia -della città e delle castella di fuori, e appresso convocò i cittadini -a parlamento, e per forza fece loro ratificare la vendita fatta per -i tiranni, e dinuovo aggiudicarsi fedeli dell’arcivescovo e de’ suoi -successori. E l’obbligazioni e le carte e il saramento fece fare il -meglio seppe divisare; e questo fu fatto all’uscita del mese d’ottobre -1350. E così ebbe fine la tirannia della casa di Romeo de’ Peppoli, -grandi ed antichi cittadini di Bologna, i quali erano stati onorati -e fatti signori da’ loro cittadini, dalla cacciata del cardinale del -Poggetto legato del papa, i quali aveano loro signoria mantenuta assai -dolcemente co’ cittadini. Essendo di natura guelfi, per la tirannia -erano quasi alienati dalla parte, e i Fiorentini, amicissimi di quello -comune, trattavano in molte cose con dissimulata e corrotta fede; e -perocchè a’ traditori della patria tosto pare che Iddio apparecchi la -vendetta, in breve tempo seguitò a messer Iacopo e a messer Giovanni, -per addietro tiranni di Bologna, pena del peccato commesso, come -seguendo nostra materia racconteremo. - - -CAP. LXX. - -_Come capitò il conte di Romagna e l’oste della Chiesa._ - -Il conte di Romagna ventoso di superbia, e incostante per poco senno, -il quale cotante volte potè avere con grande sua gloria e onore di -santa Chiesa la città di Bologna, e non volutola se non colla spada -in mano, secondo il consiglio de’ malvagi compagni, vedendola nelle -mani del potente tiranno, vorrebbe avere creduto al consiglio de’ -Fiorentini. Non però dimeno, perocchè per tutto questo la città non era -allargata di vittuaglia, ma piuttosto aggravata, e’ soldati erano per -gli stadichi che aveano, per li ventimila fiorini ricevuti, allargati -di speranza, e messer Mastino che dell’impresa dell’arcivescovo era -dolente a cuore, offerendo al conte tutto suo sforzo di gente e di -prestare danari alla Chiesa, confortò il conte a seguitare l’impresa. -Il conte per questo si recò a conducere il doge Guernieri con -milledugento barbute, uscito di Bologna, e raccolta gente come detto -è. Messer Mastino anche vi mandò di nuovo de’ suoi cavalieri, e danari -per comportare i soldati. E il conte fatte grandi impromesse a’ soldati -mosse il campo da Castel san Pietro e venne con l’oste a Budri, in -mezzo tra Bologna e Ferrara, e di là valicarono ad Argellata e a san -Giovanni in Percesena, e ivi stettono dieci dì aspettando danari, con -intenzione di porsi presso a Bologna dalla parte di Modena, per levare -ogni soccorso a messer Bernabò: il quale era dentro in grande soffratta -di vittuaglia e di strame, e male veduto da’ cittadini, e però stava -in paura e non s’ardiva a muovere. Onde la città era a partito da -non poter durare: e per forza convenia che tornasse alle mani della -Chiesa, se il pagamento o in tutto o in parte fosse venuto a’ soldati. -Ma chi si fida ne’ fatti della guerra alla vista delle prime imprese -de’ prelati, e non considera come la Chiesa è usata a non mantenere le -imprese, spesso se ne truova ingannato. E’ non valse al conte scrivere -al papa, nè mandare ambasciadori, nè tanto mostrare come Bologna si -racquistava con grande onore di santa Chiesa, assai potè dolere la -vergogna, che l’arcivescovo di Milano facea d’avere tolta Bologna, che -danari debiti a’ soldati, per vincere così onorevole punga, venissero -da corte. Per tanto i soldati non si vollono strignere a Bologna, anzi -di loro arbitrio mossero il campo e tornarono a Budri, e ivi ch’era -luogo ubertuoso, e che ’l marchese dava copioso, si misono ad attendere -se i danari de’ loro soldi e dell’altre promesse venissero: e ivi -dimorarono infino a dì 28 di gennaio del detto anno, e però i danari -non vennono. Per la qual cosa al conte parea male stare, e per paura -di se consentì a’ soldati che trattassero d’avere le paghe sostenute e -le paghe doppie promesse per lui da messer Bernabò, condotto in parte -per la sua mala provvedenza, che altro non poteva fare; rimanendogli -alcuna vana speranza, che se messer Bernabò non si accordasse con loro, -che gli farebbono più aspra guerra, ma il tiranno s’accordò di presente -ad accordarli e pagarli, e riavere le castella e li stadichi; e questo -fornì de’ danari della compra che avea fatta di Bologna. In questo -medesimo trattato, condusse settanta bandiere di Tedeschi e Borgognoni -soldati della Chiesa al suo soldo. Ed essendo assediato, in cotanto -pericolo ricolse gli stadichi, riebbe le castella, ruppe l’oste de’ -nimici, liberò la città dell’assedio, e in uno dì mise in Bologna in -suo aiuto de’ cavalieri della Chiesa millecinquecento barbute; e tutto -gli avvenne per l’avarizia de’ prelati di santa Chiesa, e per la forza -e larghezza della sua pecunia. Il doge Guernieri colla sua compagna -si ridusse in Doccia, e la gente di messer Mastino e del marchese di -Ferrara si tornarono a’ loro signori: e il conte povero e vituperato -del fine della sua impresa si tornò co’ suoi Provenzali in Imola, -e Bologna si rimase sotto il giogo del potente tiranno, mettendo in -paura tutta Italia, e spezialmente la parte guelfa. Abbiamo stesamente -narrato il processo di questa guerra per esempio del pericolo che corre -de’ folli e ambiziosi capitani: e come per troppa superbia spesse volte -volendo tutto si perde ogni cosa: e a dimostrare come è folle chi ha -fidanza de’ danari della Chiesa far le imprese della guerra. Ancora -questa rivoltura di Bologna fu cagione d’apparecchiare a tutta Italia, -per lunghi tempi, grandi e gravi novità di guerre, come seguendo nostro -trattato si potrà vedere. - - -CAP. LXXI. - -_Come i Guazzalotri di Prato cominciarono a scoprire loro tirannia._ - -Tornando a’ fatti della nostra città di Firenze, il nobile castello -di Prato ci dà cagione di cominciare da lui, nel quale la famiglia -de’ Guazzalotri erano i migliori e più potenti, e la loro grandezza -procedeva perocchè erano amati sopra gli altri di quella terra dal -comune di Firenze: ed essendo guelfi, portavano fede e ubbidienza -grande al nostro comune. Vero è che quello comune vedendosi in -libertà e in vicinanza de’ Fiorentini, per tema che alcuna volta -non si sommettessono al comune di Firenze aveano provveduto, come si -racconta nella cronica del nostro antecessore, di darsi a messer Carlo -duca di Calavra, figliuolo del re Ruberto, e a’ suoi discendenti in -perpetuo, con misto e mero imperio, ed egli così gli prese. Nondimeno -si manteneano in fede e amore del comune di Firenze. Avvenne che -morti gli antichi e savi cavalieri della casa de’ Guazzalotri, i -quali conoscevano la loro grandezza procedere dal comune di Firenze, -rimasonvi giovani donzelli: i quali trovandosi nella signoria di quella -terra, mancando allora il governamento della casa reale per le fortune -del Regno, cominciarono i giovani a trapassare l’ordine e il modo de’ -loro antecessori nel governamento di quel castello, conducendolo a -modo tirannesco. Della quale tirannia spesso veniva richiamo a’ priori -di Firenze, e il comune per lo antico amore che portava a quelli di -quella casa mandava pe’ caporali, tra’ quali il maggiore e il più -ardito e riverito da tutti a quelle stagioni era Iacopo di Zarino, e -riprendevanli e ammonivano parentevolemente per riducerli alla regola -de’ loro maggiori. Ma i giovani caldi nella signoria e poco savi, e -inzigati da mal consiglio, non seguendo il consiglio de’ Fiorentini, -l’un dì appresso all’altro più dimostravano atto tirannesco per tenere -in paura più che in amore i loro terrazzani. E per dimostrare in -fatto quello che aveano nella mente, feciono di subito pigliare due -Pratesi, l’uno era uno buono uomo ricco, vecchio e gottoso, l’altro -era un giovane notaio ricco, onesto e di leggiadra conversazione a -cui i Guazzalotri a altro tempo aveano fatto uccidere il padre, e a -questi due appuosono, che voleano tradire Prato, e darlo a’ Cancellieri -di Pistoia. Sentendo questo il comune di Firenze mandò per Iacopo di -Zarino, e per gli altri caporali de’ Guazzalotri, e pregarongli che non -seguissono questa novità, e che i presi dovessono lasciare: perocchè -manifestamente sapieno ch’elli erano innocenti: tornarono a Prato, e -contro alla preghiera del comune di Firenze strussono gl’innocenti al -giudicio: e sentendosi in Firenze, il comune vi mandò ambasciadori e -lettere; ed essendovi gli ambasciadori del comune, e avute le lettere -che gli richiedeano che non giudicassono a torto g’innocenti, i -tirannelli per male consiglio s’affrettarono, e feciongli morire in -vergogna del comune di Firenze, nella presenza de’ suoi ambasciadori. E -fatto a catuno tagliare la testa, occuparono i loro beni indebitamente. - - -CAP. LXXII. - -_Come i Fiorentini andarono a oste a Prato, ed ebbonne la signoria._ - -I Fiorentini vedendo la novità delle guerre d’Italia che da ogni -parte s’apparecchiavano con tiranneschi aguati, e come avieno la -nuova vicinanza del potente tiranno di Milano che teneva Bologna, e -così messer Mastino, e vedeano che i Guazzalotri, congiunti per sito -alle porti della città di Firenze, cominciavano a usare tirannia, -pensarono che se possanza di grande tiranno s’appressasse loro, come -s’apparecchiava, che della terra di Prato poco si poteano fidare. E -però con buono consiglio, subitamente e improvviso a’ Pratesi, del mese -di settembre gli anni _Domini_ 1350, feciono cavalcare le masnade de’ -cavalieri soldati del comune, con alquanti cittadini e pedoni delle -leghe del contado, e d’ogni parte si puosono a campo intorno a Prato, e -senza fare preda o guasto, domandarono di volere la guardia di quella -terra. I Pratesi smarriti del subito avvenimento, e non provveduti -alla difesa, e avendo nella terra molti a cui la novella tirannia de’ -Guazzalotri dispiaceva, senza troppo contasto furono contenti di fare -la volontà del comune di Firenze. E sicurati da’ cittadini che danno -non si farebbe, dierono al comune di Firenze liberamente la guardia di -Prato, rimanendo a’ terrazzani la loro usata giurisdizione. E il comune -prese il castello dello imperadore e misevi castellano, e fece la terra -guardare solennemente. - - -CAP. LXXIII. - -_Come i Fiorentini comperarono Prato, e recaronlo al loro contado._ - -Avendo il nostro comune la guardia di Prato presa contro la comune -volontà de’ terrazzani, pensò che se mai tornasse in libertà, che -i giovani in cui mano era rimasa la signoria con provvedenza la -guarderebbono e la recherebbono a tirannia lievemente: e però sentendo -il re Luigi e la reina Giovanna ereda del duca di Calavra, tornati -di nuovo nel Regno, e che erano in fortuna e in grande bisogno, -e governavansi per consiglio di messer Niccola Acciaiuoli nostro -cittadino, feciono segretamente trattare di comperare la giurisdizione -ch’aveano in Prato. E trovando la materia disposta per lo bisogno -del re e della reina, e bene favoreggiata da messer Niccola detto, -il mercato fu fatto, e pagati per lo comune fiorini diciassettemila -e cinquecento alla reina, come fu la convegna, per solenni privilegi -e stipulazioni pubbliche dierono al comune di Firenze ogni ragione e -misto e mero imperio ch’aveano nella terra di Prato e nel suo contado. -E come il comune ebbe la ragione di questa compera, improvviso a’ -Pratesi mandò alcuna forza a Prato e prese la tenuta di nuovo, e fece -manifestare a’ Pratesi come la terra e il contado e gli uomini di quel -comune erano liberi del nostro comune per la detta compera, e mostrar -loro i privilegi e le carte; e questo fu del mese di... nel detto -anno. E presa la tenuta, incontanente levò le signorie, gli ordini -e gli statuti de’ Pratesi, e recò la terra e il contado a contado di -Firenze, e diede l’estimo e le gabelle a quello comune come a’ suoi -contadini, e diede loro quelli beneficii della cittadinanza e degli -altri privilegi ch’hanno i contadini di Firenze: e ordinovvi rettori -cittadini con certa limitata giurisdizione, recando il sangue e l’altre -cose più gravi alla corte del podestà del comune di Firenze. Della qual -cosa i Pratesi vedendosi avere perduta la loro franchigia, generalmente -si tennono mal contenti, ma poterono conoscere per non sapere usare -libertà divenire suggetti: e per la provvisione fatta di non venire -alla signoria de’ Fiorentini, con quella in perpetuo furono legati alla -sua giurisdizione. - - -CAP. LXXIV. - -_Come i guelfi furono cacciati dalla Città di Castello._ - -In questo anno, essendo ne’ collegi del reggimento di Perugia insaccati -per segreti squittini gran parte de’ ghibellini, de’ quali a quel tempo -n’erano i più all’ufficio, per operazione di Vanni da Susinana e degli -altri Ubaldini della Carda, ch’erano cittadini della Città di Castello, -fu messo in sospetto de’ Perugini la casa de’ Guelfucci, antichi -cittadini e guelfi, ed altri guelfi, apponendo loro che trattavano di -dare la Città di Castello a’ Fiorentini, e aggiungendovi alcuna altra -cagione, mossono il reggimento di Perugia, senza cercare la verità del -fatto, a fare cavalcare a Castello tutti i loro soldati, e per forza -cacciarono i Guelfucci di Castello e certi altri, i quali di queste -cose non erano colpevoli, e non si guardavano. Come gli Ubaldini ebbono -fornita la loro intenzione, tutti si vestirono di bianche robe, e -andarono a Perugia colle carte bianche in mano, offerendo al comune -di fare tutta la sua volontà: scrivessono, ed elli affermerebbono. Ma -poco stante, entrato a reggimento il nuovo uficio del loro priorato, -uomini i più guelfi, s’avvidono dello inganno che il loro comune avea -ricevuto, di cacciare i caporali di parte guelfa di Castello per malo -ingegno degli Ubaldini, e in furia arsono e ruppono i sacchi de’ loro -ufici, e di nuovo riformarono la città, mettendo ne’ sacchi per loro -squittini cittadini guelfi, e ischiusonne i ghibellini; e di presente -rimisono i Guelfucci nella Città di Castello, e confinaronne gli -Ubaldini. - - -CAP. LXXV. - -_Come morì il re Filippo di Francia._ - -Stando la tregua, rinnovellata più volte tra il re di Francia e il -re d’Inghilterra, poche notabili cose degne di memoria furono in -que’ paesi. Ma il detto re Filippo di Francia, avendo per troppa -vaghezza tolta per moglie la nobile e sopra bella dama figliuola del -re di Navarra, e levatala al figliuolo come abbiamo narrato, tanto -disordinatamente usò il diletto della sua bellezza, che cadendo -malato, la natura infiebolita non potè sostenere, e in pochi dì -diede fine colla sua morte alla sollecitudine della guerra, e a’ -pensieri del regno e ai diletti della carne. E morto in Sanlisi, -fu recato il corpo in Parigi, e fatto il reale esequio solennemente -nella presenzia de’ figliuoli e de’ baroni del reame, e sepolto co’ -suoi antecessori alla mastra chiesa di san Dionigi, a dì... gli anni -_Domini_ 1350. Immantinente appresso nella città di Rems fu coronato -del reame di Francia messer Giovanni suo figliuolo primogenito, e -la moglie in reina, e ricevette il saramento e l’omaggio da tutti -i baroni e da tutti gli altri feudatari del suo reame e dell’altro -acquisto. Questo Filippo re di Francia fu figliuolo di messer Carlo -Sanzaterra, e fu uomo di bella statura, composto e savio delle cose -del mondo, e molto astuto a trovar modo d’accogliere moneta, e in -ciò non seppe conservare nè fede nè legge. E sentendosi molto in -grazia e temuto da papa Giovanni ventiduesimo, per l’openione che -sparta avea disputando della visione dell’anime beate in Dio, la cui -openione per li teologi del reame di Francia era riprovata, e perchè -il collegio de’ cardinali erano tutti quasi fuori de’ Catalani, di -suo reame, e per questa baldanza ebbe animo d’ingannar santa Chiesa, -sotto la promessa di mostrare di volere fare passaggio oltre mare per -racquistare la Terra santa: e per questo domandò per cinque anni le -decime del suo reame a ricogliere in breve tempo, non avendo l’animo -al passaggio, come appresso l’opere dimostrarono. E nel suo reame -mutò spesso e improvviso monete d’oro, peggiorandole molto e di peso -e d’oro: per le quali mutazioni disertò e fece tornare i mercatanti di -suo reame di ricchezza in povertà: e’ suoi baroni e borgesi assottigliò -d’avere per modo, che poco era amato da loro per questa cagione. Onde -apparve quasi come sentenzia di Dio, che avendo egli cotanta baronia e -moltitudine di buoni cavalieri, i quali solieno essere pregiati sopra -gli altri del mondo in fatti d’arme, non s’abboccavano in alcuna parte -con gl’Inghilesi, che non facessono disonore al loro signore: ove per -antico gli aveano in fatti d’arme sopra modo a vile. E molte singulari -gravezze sopra la mercatanzia e sopra uomini singulari mise, onde -molti mercatanti forestieri n’abbandonarono il reame; e non ostante che -spesso fosse percosso dal bastone degl’Inghilesi, al continovo il re -accrescea il suo reame per le infortune degli altri circustanti baroni, -e per l’aiuto de’ suoi danari. Lasciò due figliuoli il re: messer -Giovanni e messer Luigi duca d’Orliens: e quattro nipoti figliuoli -del re Giovanni: il maggiore nominato messer Carlo Dalfino di Vienna -e duca di Normandia, l’altro nominato Luigi duca d’Angiò, il terzo -messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto messer Filippo piccolo -fanciullo: e tre femmine: la prima moglie del re di Navarra, la seconda -monaca del grande monistero di Puscì, e la terza nominata Caterina, -picciola fanciulla, la quale fu poi moglie di messer Giovan Galeazzo -de’ Visconti di Milano, come a suo tempo diviseremo. - - -CAP. LXXVI. - -_Come la Chiesa rinnovò processo contra l’arcivescovo di Milano._ - -In questo anno, avendo saputo il papa e’ cardinali come l’arcivescovo -di Milano per loro mandato non s’era voluto rimuovere dell’impresa -di Bologna, ma contro a loro volontà, e in vitupero della Chiesa, -avea presa la città e rotta l’oste della Chiesa e del conte, furono -molto turbati. E ricordandosi come l’arcivescovo era stato infedele, -e rinvoltosi nella resia dell’antipapa e fattosi suo cardinale, e poi -tornato all’ubbidienza di santa Chiesa era ricevuto a misericordia -da papa Giovanni ventesimosecondo, e riconciliato, il fece vescovo -di Novara, e poi per Clemente sesto promosso e fatto arcivescovo di -Milano, e ora ingrato era tornato nella prima eresia, di non volere -avere riverenzia nè ubbidire a santa Chiesa: rinnovellarono contro -a lui e contro a’ suoi nipoti i processi altre volte fatti per papa -Giovanni predetto, e feciono richiedere l’arcivescovo, e messer -Galeazzo, e messer Bernabò, e messer Maffiuolo di messer Stefano -Visconti, e assegnarono loro i termini debiti che s’andassono a -scusare, e gli ultimi termini perentori furono a dì 8 d’aprile 1351. -Infra il termine del detto processo vedendo il papa e’ cardinali per -la loro avarizia, in vituperio, delle loro persone e in contento di -santa Chiesa, tolta tutta la Romagna e la città di Bologna, volendo -con ingegno unire in lega e compagnia gli altri tiranni lombardi, col -comune di Firenze e di Perugia e di Siena, e colla Chiesa medesima, -per potere con maggiore forza resistere al potente tiranno, mandò in -Italia il vescovo di Ferrara, cittadino di Firenze della casa degli -Antellesi, con pieno mandato a ciò ordinare e fermare: il quale giunto -in Toscana, mandò a’ signori di Lombardia e a’ comuni predetti, che -a certo termine catuno mandasse suoi ambasciadori alla città d’Arezzo -a parlamento. E innanzi che il termine venisse, il detto legato andò -in persona a messer Mastino e al marchese di Ferrara, e al comune -di Perugia e di Siena a sporre la sua ambasciata, e tornò a Firenze, -avendo sommossi i detti comuni e signori a venire in loro servigio e -di santa Chiesa alla detta lega, perocchè catuno si temeva della gran -potenza del’arcivescovo. E messer Mastino, che gli era più vicino, con -sollecitudine confortava i Lombardi e’ comuni di Toscana che venissono -alla lega e a fare sì fatta taglia, che all’arcivescovo si potesse -resistere francamente. E del mese d’ottobre vegnente gli ambasciadori -d’ogni parte furono ragunati ad Arezzo; quelli di messer Mastino e -de’ Fiorentini v’andarono con pieno mandato; i Perugini mostravano di -volere lega e taglia, ma d’ogni punto voleano prima risposta dal loro -comune, e i Sanesi faceano il somigliante, per li quali intervalli, -gli ambasciadori stettono lungamente ad Arezzo senza poter prendere -partito. E questo avveniva perocchè a’ Perugini e a’ Sanesi parea -che la forza dell’arcivescovo non potesse giugnere a’ loro confini, e -volevano mostrare di non volersi partire dal volere di santa Chiesa -e de’ Fiorentini. E in questo soggiorno, l’arcivescovo di Milano -temendo che la Chiesa non si facesse forte coll’aiuto de’ Toscani -e de’ Lombardi, mandò a messer Mastino messer Bernabò suo genero, -pregandolo che si ritraesse da questa impresa: e grandi impromesse -al comune di Firenze faceva d’ogni patto e vantaggio che volesse -da lui: e con queste suasioni cercava disturbare la detta lega: ma -invano s’affaticava con questi tentamenti, che di presente tutti si -piovicavano nel parlamento, e’ Sanesi s’erano ridotti al segno de’ -Fiorentini, ed era preso, che se i Perugini non volessono essere alla -lega, che si facesse senza loro. E avendo questo protestato loro, -attendendo l’ultima risposta, la quale dilungavano con nuove cagioni -di dì in dì, andandovi in persona oggi l’uno ambasciadore e domane -l’altro, essendo gli altri ambasciadori per fermare la lega e la taglia -senza loro, come a Dio piacque, sopravvenne la novella della morte -di messer Mastino, per la quale cosa si ruppe il parlamento senza -fermare lega, e catuno ambasciadore si tornò a suo comune e signore; -della qual cosa tornò grande ripetio a’ comuni di Toscana. E benchè i -Fiorentini e i Sanesi non fossono cagione di questo scordo, nondimeno -peccarono in tanto aspettare i Perugini: che grande utilità era al -comune di Firenze, che confinava col tiranno, avere in suo aiuto il -braccio di santa Chiesa e del signore di Verona, e di Ferrara e di -Siena. Ma quando i falli si prendono ne’ fatti della guerra sempre -hanno uscimento di privato pericolo: e però gli antichi maestri della -disciplina militare punivano con aspre pene i mali consigliatori, -eziandio che del male consiglio conseguisse prospero fine. Ma ne’ -nostri tempi, i falli della guerra si puniscono non per giustizia, ma -per esperienza del male che ne seguita, come tosto avvenne a’ detti -comuni di Toscana, come seguendo appresso ne’ suoi tempi dimostreremo. - - -CAP. LXXVII. - -_Come il tiranno di Milano si collegò con tutti i ghibellini d’Italia._ - -Avvenne in questo anno, come l’arcivescovo di Milano sentì rotto -il trattato della lega mosso per lo papa, e morto messer Mastino di -cui più temea, gli parve che fortuna al tutto fosse con lui, e prese -speranza di sottomettersi Toscana, e appresso tutta l’Italia. E però -procacciò di recare a se il gran Cane della Scala cognato di messer -Bernabò, e vennegli fatto per la confidenza del parentado. E perchè -essendo giovane e nuovo nella signoria non facea per lui la guerra di -sì fatto vicino, e però lievemente venne a concordia e legossi con lui, -e promise d’aiutare l’uno l’altro nelle loro guerre. Sentita questa -lega gli altri tiranni lombardi tutti si legarono coll’arcivescovo, -non guardando il marchese di Ferrara perchè avesse antico amore e -singolare affetto col comune di Firenze; e così tutti i tirannelli -di Romagna feciono il simigliante, e que’ della Marca. E il comune di -Pisa per patto li promisono dugento cavalieri, e non volendo rompere -patto di pace a’ Fiorentini l’intitolarono alla guardia di Milano. E in -Toscana s’aggiunse i Tarlati d’Arezzo, non ostante che fossono in pace -e in protezione del comune di Firenze, e il somigliante di Cortona: e -gli Ubaldini, e’ Pazzi di Valdarno, e gli Ubertini, e de’ conti Guidi -tutti i ghibellini, e quei di Santafiore, e molti altri tirannelli -ghibellini, i quali segretamente s’intesono coll’arcivescovo, non -volendosi mostrare innanzi al tempo, per paura che i comuni guelfi -loro vicini nol sapessono. Questa lega fu fatta e giurata tosto e -molto segretamente, perocchè vedendo i ghibellini la gran potenza -dell’arcivescovo, e sappiendo che la Chiesa non avea potuto fare la -lega, e che i tiranni tutti di Lombardia s’erano accostati a dare -aiuto all’arcivescovo, pensarono che venuto fosse il tempo di spegnere -parte guelfa in Italia, e però senza tenere pace o fede promessa catuno -s’accostò col Biscione, e vennesi provvedendo d’arme e di cavalli per -essere alla stagione apparecchiati. In questo mezzo l’arcivescovo per -meglio coprire l’intenzione sua amichevolemente mandava al comune di -Firenze sue lettere, congratulandosi de’ suoi onori, e profferendosi -come ad amici, e con questa dissimulazione passò tutto il verno, -e mostrava d’avere l’animo a stendersi nella Romagna. E il comune -di Firenze per non mostrare in sospetto l’amicizia che dimostrava -a’ Fiorentini, non si provvedeva di capitano di guerra nè di gente -d’arme, e le strade di Bologna e di Lombardia usava sicuramente colle -mercatanzie de’ suoi cittadini; e i Milanesi e’ Bolognesi e gli altri -Lombardi faceano a Firenze il somigliante senza alcuno sospetto: -perocchè il malvagio concetto del tiranno e de’ suoi congiunti si -racchiudea ne’ loro petti, e di fuori non si dimostrava, per meglio -potere adempiere loro intenzione. - - -CAP. LXXVIII. - -_Come fu assediata Imola dal Biscione e altri._ - -In questo medesimo verno, messer Bernabò, ch’era in Bologna vicario per -l’arcivescovo, costrinse i Bolognesi, e mandò a porre l’oste a Imola -i due quartieri della città: ed egli v’andò in persona con ottocento -cavalieri, e fecevi venire il capitano di Forlì colla sua gente a piè -e a cavallo, e vennevi messer Giovanni Manfredi tiranno di Faenza colla -sua forza, e il signore di Ravenna e gli Ubaldini, e assediarono Imola -intorno con più campi. Guido degli Alidogi signore d’Imola, guelfo e -fedele a santa Chiesa, avendo sentito questo fatto dinanzi, e richiesto -i Fiorentini e gli altri comuni e amici di santa Chiesa d’aiuto, e -non avendolo trovato, per la paura che catuno avea d’offendere al -Biscione, come uomo franco e di gran cuore s’era provveduto dinanzi che -l’assedio vi venisse di molta vittuaglia; e per non moltiplicare spesa -di soldati elesse centocinquanta cavalieri di buona gente d’arme e -trecento masnadieri nomati, tutti di Toscana, e con questi si rinchiuse -in Imola; e fece intorno alla città due miglia abbattere case chiese -e quanti difici v’erano, perchè i nimici non potessono avere ridotto -intorno alla terra; e così francamente ricevette l’assedio, acquistando -onore di franca difesa, insino all’uscita di maggio gli anni _Domini_ -1351. In questo stante al continovo si mettea in ordine sotto questa -coverta d’Imola di potere improvviso a’ cittadini di Firenze assalire -la città: e approssimandosi al tempo, di subito fece levare l’oste da -Imola e lasciarvi certi battifolli, i quali in poco tempo straccati, -senza potere tenere assediata la città, se ne levarono e lasciaronla -libera. - - -CAP. LXXIX. - -_Come il capitano di Forlì tolse al conticino da Ghiaggiuolo e al conte -Carlo da Doadola loro terre._ - -In questo medesimo tempo, il capitano di Forlì disideroso d’accrescere -sua signoria, e avventurato nell’imprese, non vedendosi avere in -Romagna di cui e’ dovesse temere, co’ suoi cavalieri venne subitamente -sopra le terre del conticino da Ghiaggiuolo, di cui non si guardava, -e con lui venne l’abate di Galeata, da cui il conticino tenea certe -terre, e non gli rispondea com’era tenuto. E parve che fosse una -maraviglia, che avendo buone e forti castella e bene guernite a grande -difesa, tutte l’ebbe in pochi dì. E con questa foga se n’andò sopra le -terre di Carlo conte di Doadola, e quasi senza trovar contasto tutte le -recò sotto la sua signoria. Egli era a quel tempo in lega col signore -di Milano, e però non trovò il comune di Firenze, benchè il conticino -fosse stato suo cittadino, ch’aiutare lo volesse contro al capitano. - - -CAP. LXXX. - -_Come nella città d’Orbivieto si cominciò materia di grande scandalo._ - -In questo anno 1350, reggendosi la città d’Orbivieto a comune appo il -popolo, erano i maggiori governatori di quello stato Monaldo di messer -Ormanno, e Monaldo di messer Bernardo della casa de’ Monaldeschi; -Benedetto di messer Bonconte loro consorto, per invidia e per setta -recati a se due altri suoi consorti, trattò con loro il malificio, che -poco appresso gli venne fatto; perocchè del mese di marzo del detto -anno, uscendo amendue i Monaldi sopraddetti del palagio del comune -dal consiglio, Benedetto co’ suoi due consorti s’aggiunsono con loro, -e senza alcuno sospetto, i due Monaldi, che al continovo il dì e la -notte usavano con Benedetto, s’avviarono con lui ragionando; e avendo -il traditore l’uno di loro per mano, nel ragionamento, in sulla piazza, -il fedì d’uno stocco, e cadde morto; l’altro Monaldo vedendo questo -cominciò a fuggire: Benedetto sgridò i compagni, i quali il seguirono, -e innanzi che potesse entrare in casa sua il giunsono e uccisonlo. -Morti che furono costoro, Benedetto corse a casa sua e armossi; e -accolti certi suoi amici, co’ suoi due consorti corsono la terra: e non -trovando contasto, entrarono nel palagio del comune; e aggiuntasi forza -di cittadini di sua setta, Benedetto si fece fare signore, e cominciò -a perseguitare tutti coloro ch’erano stati amici de’ suoi consorti -morti; e montò in tanta crudeltà la sua tirannia coll’audacia de’ suoi -seguaci, che cacciati molti cittadini, in piccolo tempo, innanzi che -l’anno fosse compiuto, più di dugento tra dell’una setta e dell’altra -se ne trovarono morti di ferro. Onde il contado e il paese d’intorno se -ne ruppe in sì fatto modo, che in niuno cammino del loro distretto si -potea andare sicuro. - - -CAP. LXXXI. - -_Come la città d’Agobbio venne a tirannia di Giovanni Gabbrielli._ - -Avendo narrato delle nuove tirannie che si cominciarono in Toscana, -ci occorre a fare memoria d’un’altra che si creò nella Marca in -questo medesimo anno, la città d’Agobbio, la quale in quel tempo avea -sparti per l’Italia quasi tutti i suoi maggiori cittadini in ufici -e rettorie. Giovanni di Cantuccio de’ Gabbrielli d’Agobbio, essendo -co’ suoi consorti in discordia per una badia di Santacroce, si pensò -che agevolemente si potea fare signore e della badia e d’Agobbio, -trovandosi nella città il maggiore, e non guardandosi i suoi consorti -nè gli altri cittadini di lui. E non ostante che fosse guelfo di -nazione, considerò che tutti i comuni e signori di parte guelfa di -Romagna, e di Toscana e della Marca temeano forte del signore di -Milano, ch’avea presa di novello la città di Bologna, e provvidde, che -dove i Perugini o altra forza si movesse contro a lui, che l’aiuto -dell’arcivescovo non gli mancherebbe. E avendo così pensato, senza -indugio accolse cento fanti masnadieri, e con alquanti cittadini -disperati e acconci a mal fare, i quali accolse a questo tradimento -della patria, subitamente corse in prima alle case de’ suoi consorti, e -affocate e rotte le porti, prese messer Belo di messer Cante, e messer -Bino e Rinuccio suoi figliuoli, e Petruccio di messer Bino e quattro -altri piccioli fanciulli, e tutti gli mise in prigione; e rubate le -case, vi mise il fuoco e arsele. E fatto questo, corse al palagio de’ -consoli rettori di quello comune: e non volendo il gonfaloniere darli -il palagio, corse alle case sue e arsele in sua vista. E tornato al -palagio, disse agli altri consoli, che se non gli dessono il palagio -altrettale farebbe delle loro; onde per paura gli aprirono; e preso -il palagio, vi lasciò sue guardie, e corse la terra. I cittadini -sentendo presi i consorti di Giovanni, di cui avrebbono potuto fare -capo, si stettono per paura, e niuno si mise a contastarlo. E così -disventuratamente coll’aiuto di meno di centocinquanta fanti fu -occupata in tirannia la città d’Agobbio in una notte, la quale avea -seimila uomini d’arme. Ma i peccati loro, e massimamente le ree cose -commesse per le città d’Italia per le continove rettorie ch’aveano gli -uomini di quella città, li condusse in quelle, e nella disciplina della -nuova e disusata tirannia. E per le discordie della casa de’ Gabbrielli -a quell’ora non avea la città podestà, nè capitano nè altro rettore. -Avevavi alcune masnade de’ Perugini, i quali Giovanni ne cacciò fuori; -e ’l dì seguente, avendo cresciuta la sua forza dentro, se ne fece fare -signore; e di presente, come potè il meglio, si fornì di gente, e di -notte facea sollecita guardia, e fortificava la sua signoria. - - -CAP. LXXXII. - -_Come il comune di Perugia e il capitano del Patrimonio andarono a oste -ad Agobbio._ - -Sparta per lo paese la nuova signoria d’Agobbio, messer Iacopo, ch’era -capo della casa de’ Gabbrielli, e allora era capitano del Patrimonio -per la Chiesa, co’ suoi cavalieri, e con aiuto d’alquanti suoi amici, -di subito cavalcò a Perugia; e il comune di Perugia, che si sentiva -offeso per lo cacciare della sua gente d’Agobbio, a furore di popolo -si mosse a cavalcare popolo e cavalieri con messer Iacopo, e puosonsi -a oste intorno alla città d’Agobbio. Vedendo Giovanni di Cantuccio, -nuovo tiranno, che il comune di Perugia, e messer Iacopo e altri suoi -consorti con forte braccio l’avieno assediato, e che da se era male -fornito a potere resistere, e de’ suoi cittadini d’entro non si potea -fidare, sagacemente mandò nel campo a’ Perugini suoi ambasciadori, -i quali da parte di Giovanni dissono: Signori Perugini, Giovanni di -Cantuccio ci manda a voi a farvi assapere, com’egli è di quella casa -de’ Gabbrielli, che sempre furono amatori e fedeli del vostro comune, -e così intende d’essere egli; e intende che ’l comune di Perugia abbia -in Agobbio ogni onore e ogni giurisdizione che da qui addietro avere -vi solea, e maggiore, e vuole rendere i prigioni; ed e’ si partissono -dall’assedio, e mandassono in Agobbio que’ savi cittadini di Perugia -cui elli volessono, a mettere in ordine e riformare il governamento -del comune, e ricevere i prigioni. La profferta fu larga, e’ Perugini -più baldanzosi che discreti, confidandosi follemente alla promessa del -tiranno, elessono ambasciadori ch’andassono a ricevere i prigioni e -riformare la città, e misongli in Agobbio: e di presente si levarono -da campo della terra e tornaronsi in Perugia, e lasciarono messer -Iacopo a campo colla gente d’arme ch’avea della Chiesa, il quale rimase -all’assedio più dì partiti i Perugini; pensando coll’aiuto de’ suoi -cittadini d’entro potere da se alcuna cosa, o se la fede di Giovanni -fosse intera co’ Perugini, potere tornare in Agobbio. Gli ambasciadori -de’ Perugini entrati in Agobbio, con grandissima festa, e dimostramento -di grande amore e confidanza furono ricevuti da Giovanni. E cominciolli -prima a convitare e tenerli in desinari e in cene, e tranquillarli -d’oggi in domane; e strignendolo gli ambasciadori, disse che volea -prima vedere partito messer Iacopo dall’assedio. Messer Iacopo -s’avvide bene dell’inganno, ma stretto dagli ambasciadori perugini, -acciocchè a lui non si potesse imputare cagione che per lui seguitasse -la discordia, si partì dall’assedio e tornossi nel Patrimonio. Gli -ambasciadori di Perugia, partitosi messer Iacopo, con più baldanza -strigneano Giovanni, di rivolere i prigioni, e ordinare il reggimento -della guardia della terra, com’egli avea promesso. Il tiranno vedendosi -levato l’assedio, tenea con più fidanza gli ambasciadori in parole, -e trovando nuove cagioni a dilungare il tempo, gli tenea sospesi. Ma -vedendo che oltre al debito modo gli menava per parole, per sdegno -si partirono d’Agobbio, e rapportarono al loro comune l’inganno che -Giovanni avea fatto. A’ Perugini ne parve male: ma non trovarono tra -loro concordia di ritornarvi ad oste. Nondimeno il nuovo tiranno, -pensandosi più gravemente avere offeso il comune di Perugia, non -ostante che fosse per nazione e per patria guelfo, si pensò d’aiutare -co’ ghibellini. E mandò ambasciadori a messer Bernabò ch’era a Bologna, -dicendo: che volea tenere la città d’Agobbio dal suo signore messer -l’arcivescovo: e pregollo che gli mandasse gente d’arme alla guardia -sua e della terra; il quale senza indugio vi mandò dugentocinquanta -cavalieri, e appresso ve ne mandò maggiore quantità, parendoli avere -fatto grande acquisto alla sua intenzione. Giovanni da se sforzò i -suoi cittadini per avere danari, e fornissi di gente d’arme a piè e a -cavallo; e vedendosi fornito alla difesa si dimostrò palesemente nimico -de’ Perugini, come appresso seguendo nostro trattato racconteremo. - - -CAP. LXXXIII. - -_Come cominciò l’izza da’ Genovesi a’ Veneziani._ - -Essendo cresciuto scandalo nato d’invidia di stato tra il comune -di Genova e quello di Vinegia, tenendosi ciascuno il maggiore, -cominciamento fu di grave e grande guerra di mare. E la prima cagione -che mosse fu, che avendo avuto i Genovesi guerra e briga con Giannisbec -imperadore nelle provincie del Mare maggiore, a cui i Genovesi aveano -arsa la Tana e fatto danno grande alla gente sua, per la qual cosa i -Genovesi non potieno colle loro galee andare al mercato della Tana, -anzi facevano a Caffa porto, e per terra vi faceano venire la spezieria -e altre mercatanzie, con più costo e avarie che quando usavano la Tana. -I Veneziani dopo la detta briga s’acconciarono coll’imperadore, e alla -Tana andavano con loro navili e colle loro galee per la mercatanzia, -e traevanla a migliore mercato, la qual cosa mettea male a’ Genovesi. -Per la qual cosa richiesono i Veneziani, e pregaronli che si dovessono -accordare con loro a fare porto a Caffa, e darebbono loro quella -immunità e fondaco e franchigia ch’avieno per loro: e facendo questo, -l’arebbono in grande servigio; ed essendo in concordia, non dottavano -che Giannisbec si recherebbe a far loro ogni vantaggio che volessono, -per ritornarli al mercato della Tana: e questo tornerebbe in loro -profitto, e in onore di tutta la cristianità. I Veneziani non vi si -poterono per alcun modo recare, anzi dissono, che intendeano d’andare -con loro legni e galee alla Tana e dove più loro piacesse, che della -briga che i Genovesi aveano coll’imperadore non si curavano. Per la -quale risposta i Genovesi sdegnarono, e dispuosonsi dove si vedessono -il bello, di fare danno a’ Veneziani in mare, e i Veneziani a loro; e -d’allora innanzi, dove si trovarono in mare si combatteano insieme, e -in trapasso di non gran tempo feciono danno l’uno all’altro assai. E -sentendo catuno comune come la guerra era cominciata in mare tra’ loro -cittadini, ordinarono di mandare a maggiore riguardo e più armati i -loro navili grossi che non solieno. E per non mostrare paura nè viltà -l’uno dell’altro non si ristrinsono del navicare. - - -CAP. LXXXIV. - -_Come quattordici galee di Veneziani presono in Romania nove de’ -Genovesi._ - -Avvenne che andando in questo anno alla Tana quattordici galee di -Veneziani bene armate, come furono in Romania s’abboccarono in undici -galee de’ Genovesi ch’andavano a Caffa, sopra l’Isola di Negroponte, -e incontanente si dirizzano colle vele e co’ remi in verso loro. I -Genovesi vedendole venire, l’attesono arditamente, e acconciaronsi -alla battaglia. E sopraggiungendo le galee de’ Veneziani, combatterono -insieme. E dopo la lunga battaglia, i Veneziani sconfissono i Genovesi: -e seguitando la fuga, delle undici galee ne presono nove, e le due -camparono, e fuggirono in Pera. I Veneziani avendo questa vittoria, -trovandosi presso all’isola di Negroponte, acciocchè non impedissono -per tornare a Vinegia il loro viaggio della Tana, tornarono a Candia, e -ivi scaricarono la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, e -misonla nel loro fondaco, e tutti i prigioni incarcerarono: e i corpi -delle galee de’ Genovesi lasciarono nel porto, pensando d’avere ogni -cosa in salvo alla loro tornata, e allora menar la preda della loro -vittoria a Vinegia con grande gazzarra; e fatto questo seguirono il -loro viaggio. Ma le cose ebbono tutto altro fine che non si pensarono, -come appresso diviseremo. - - -CAP. LXXXV. - -_Come i Genovesi di Pera presono Negroponte, e riebbono loro -mercatanzia._ - -Le due galee di Genovesi campate dalla sconfitta, e venute a Pera, -narrarono a’ Genovesi di Pera la loro fortuna. E sentito per quelli -di Pera come le quattordici galee di Veneziani erano passate nel -Mare maggiore, e come i Genovesi prigioni, e la mercatanzia e i corpi -delle loro galee erano in Candia; non inviliti per la rotta de’ loro -cittadini, ma come uomini di franco cuore e ardire, di presente avendo -in Pera sette corpi di galee le misono in mare, e quelle e le due -de’ Genovesi della sconfitta, e quanti legni aveano armarono di loro -medesimi, e montaronvi suso a gara chi meglio potè, fornendosi d’arme -e di balestra doppiamente; e senza soggiorno, improvviso a’ Veneziani -di Candia, i quali non sapieno che galee di Genovesi fossono in quel -mare, furono nel porto. I Veneziani co’ paesani, volendo contastare -la scesa a’ Genovesi in terra nel loro porto, tratti alla marina, per -forza d’arme e dalle balestra de’ Genovesi furono ributtati; e scesi in -terra i Genovesi di Pera, e romore levato per la città, tutti trassono -i cittadini alla difesa, per ritenere i Genovesi che non si mettessono -più innanzi verso la terra. Ma poco valse loro, che con tanto empito -di loro coraggioso ardire i Genovesi si misono innanzi, che coll’aiuto -delle loro balestra rotti que’ della terra, e fuggendo nella città, con -loro insieme v’entrarono. Come si vidono dentro, affocando le case, -e dilungando da loro i cittadini co’ verrettoni, gli strinsono per -modo, che già erano signori della terra; ma pervenuti alla prigione la -ruppono, e trassonne tutti i loro cittadini presi; ed entrarono nel -fondaco, e tutta la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, -e quella che dentro v’era de’ Veneziani presono, e caricarono ne’ -corpi delle loro nove galee prese nel porto, e su le loro; e rimessi i -prigioni in su le galee, pensarono che tanto erano rotti e sbigottiti -gli abitatori di Candia, che agevole parea loro vincere la terra, ma -vincendola e convenendola guardare, convenia loro abbandonare Pera, -e però si ricolsono alle galee, e con piena vittoria si ritornarono a -Pera. E a Genova rimandarono le nove galee racquistate per loro, e gli -uomini e la mercatanzia, con notabile fama di loro prodezza e di varia -fortuna. - - -CAP. LXXXVI. - -_Come fu morto il patriarca d’Aquilea, e fattane vendetta._ - -In questo anno, del mese di giugno, messer Beltramo di san Guinigi -patriarca d’Aquilea, cavalcando per lo patriarcato, da certi terrieri -suoi sudditi, con aiuto di cavalieri del conte d’Aquilizia, ch’era -male di lui, fu nel cammino assalito e morto con tutta sua compagnia, -e senza essere conosciuti allora, coloro che feciono il malificio si -ricolsono in loro paese. Per la qual cosa rimaso il patriarcato senza -capo, i comuni smossono il duca d’Osterich, il quale con duemila -barbute venne, e fu ricevuto da tutti i paesani senza contasto, e -onorato da loro. E vicitato il paese infino nel Friuli, sentendo che ’l -papa avea fatto patriarca il figliuolo del re Giovanni di Boemia, non -illigittimo ma ligittimo, si tornò in suo paese. E poco appresso, il -detto patriarca venne nel paese, e fu con pace ricevuto e ubbidito da -tutti i comuni e terrieri del patriarcato. E statovi poco tempo, certi -castellani il vollono fare avvelenare, e furono coloro ch’avieno morto -l’altro patriarca, avendo a ciò corrotto due confidenti famigliari. -Onde egli scoperto il tradimento, messer Francesco Giovanni grande -terriere, capo di questi malfattori, con certi altri castellani che -’l seguitavano, furono da lui perseguitati senza arresto, tanto che -si ridussono a guardia nelle loro fortezze, e ivi furono assediati per -modo, che s’arrenderono al patriarca. Il quale prima abbattè tutte loro -castella, le quali erano cagione della loro sfrenata superbia, e al -detto messer Francesco, con otto de’ maggiori castellani fece tagliare -le teste, e un’altra parte ne fece impendere per la gola. Per la qual -cosa tutto il paese rimase cheto e sicuro, e il patriarca temuto e -ubbidito da tutti senza sospetto o contasto. - - -CAP. LXXXVII. - -_Come il legato del papa si partì del Regno, e il re riprese Aversa._ - -Tornando alle novità del regno di Cicilia di qua dal Faro, come è -narrato, fatto l’accordo dal re Luigi a Currado Lupo e agli altri -caporali ch’erano sotto il titolo del re d’Ungheria in Terra di Lavoro, -le città e le castella che teneano in quella furono assegnate alla -guardia del cardinale messer Annibaldo da Ceccano, salvo le torri -di Capova. Il cardinale non trovando tra le parti accordo, per dare -materia al re Luigi che si potesse riprendere le città e le castella -che a lui erano accomandate, si partì del Regno e andossene a Roma, ove -da’ Romani fu male veduto; perocchè dispensava e accorciava i termini -della vicitazione a’ romei, contro all’appetito della loro avarizia, -onde più volte standosi nel suo ostiere fu saettato da loro, e alla -sua famiglia fatta vergogna, e assaliti e fediti cavalcando per Roma. -Onde egli sdegnoso si partì, e andossone in Campagna; e nel cammino -morì di veleno con assai suoi famigliari. Dissesi che ad Aquino era -stato avvelenato vino nelle botti, del quale non ebbono guardia, e -bevvonsene: se per altro modo fu non si potè sapere. Rimasta la città -d’Aversa e la guardia del castello a certi famigliari del cardinale in -nome di santa Chiesa, il re Luigi vi cavalcò con poca gente, e fecesi -aprire le porte del castello senza contasto, e misevi fornimento o -gente d’arme alla guardia. E incontanente la città, ch’era troppo larga -e sparta da non potersi bene difendere, ristrinse, facendo disfare -tutte le case e’ palagi che fuori del cerchio che prese rimanieno; -e delle pietre fece cominciare a cignere quella di buone e grosse -mura: e a ciò fare mise grande sollecitudine, sicchè in poco tempo, -innanzi l’avvenimento del re d’Ungheria nel Regno, le mura erano alzate -per tutto sei braccia intorno alla terra. E fatto capitano messer -Iacopo Pignattaro di Gaeta, valente barone, di trecento cavalieri e -di seicento pedoni masnadieri, gli accomandò la guardia della città -d’Aversa e del castello; e nella terra fece mettere abbondanza di -vittuaglia, perocchè di quella terra, più che dell’altre, si dubitava -alla tornata del re d’Ungheria. In quel tempo Currado Lupo non -sentendosi forte di cavalieri, che s’erano partiti del Regno, s’era -ridotto a Viglionese in Abruzzi, e gli Ungheri in Puglia, e guardavano -il passo delle torri di Capova, aspettando il loro signore. - - -CAP. LXXXVIII. - -_Come il re d’Ungheria ritornò in Puglia conquistando molte terre._ - -In questo anno, Lodovico re d’Ungheria sentendo che la sua gente avea -sconfitto a Meleto i baroni del re Luigi e i Napoletani, e aveano molti -a prigioni: essendo sollecitato per lettere e per ambasciadori da’ -comuni e da’ baroni che teneano nel Regno la sua parte che ritornasse, -diliberò di farlo. E di presente mandò innanzi de’ suoi cavalieri -ungheri con certi capitani in Ischiavonia, perchè di là passassero -in Puglia. E quando gli sentì passati, subitamente con certi suoi -eletti baroni, con piccola compagnia, si mise a cammino, e prima fu -alla marina di Schiavonia che sapere si potesse della sua partita: e -trovando al porto le galee e i legni apparecchiati, vi montò suso; e -avendo il tempo buono, valicò in Puglia a salvamento, assai più tosto -che per i paesani non si stimava. E sentita la partita sua in Ungheria, -grande moltitudine d’Ungheri il seguitarono, valicando di Schiavonia -in Puglia in barche e in piccoli legni armati sì disordinatamente, che -se il re Luigi avesse avute due galee armate senza fallo gli avrebbono -rotti e impediti per modo, che non sarebbono potuti passare: ma come -furono passati, il re Luigi vi mandò tre galee armate che vi giunsono -invano. Ed essendo il re d’Ungheria in Puglia, ragunò la sua gente -insieme, e trovossi con diecimila cavalieri. In que’ dì il conte di -Minerbino, il quale s’era ribellato dal detto re, si racchiuse nella -città di Trani, alla quale il re andò ad assedio. E vedendosi il conte -senza speranza di soccorso e disperato di salute, col capestro in -collo e in camicia uscì della città, e gittossi ginocchione in terra -a piè del re domandandoli misericordia. Il re d’Ungheria dimenticati -i baratti e’ falli del conte benignamente gli perdonò, e rimiselo -nel suo stato: e lasciato nelle città e castella di Puglia quella -gente che volle, venne in Principato. La città di Salerno essendo -in cittadinesche discordie gli apersono le porte, e ricevettonlo a -onore: e ivi si riposò alquanti dì; e messo suo vicario nella città -e castellano nel castello, se ne venne a Nocera de’ cristiani; e in -quella se n’entrò senza contasto. Il castello era forte e bene fornito -alla difesa, ma invilito il castellano, per codardia l’abbandonò. Il -re il fece prendere e guardare alla sua gente. E partito di là venne a -Matalona, nella quale entrò senza contasto. E tutte le città e castella -di Terra di Lavoro feciono il suo comandamento, salvo la città di -Napoli ed Aversa. E poi il detto re con tutto suo sforzo se ne venne -ad Aversa, del mese di maggio nel detto anno, e credettelasi avere alla -prima giunta, ma trovossi ingannato, perocchè era città di mura cinta, -e bene che fossero basse, era imbertescata e fornita di legname alla -difesa; e dentro v’erano i cavalieri e i masnadieri che la difendevano -virtuosamente; e assaggiata per più volte dall’assalto degli Ungheri, -con loro dannaggio, il re conobbe che non la potea vincere per forza, e -però vi mise assedio, e strinsela con più campi per modo, che da niuna -parte vi si poteva entrare. - - -CAP. LXXXIX. - -_Come i Genovesi ebbono Ventimiglia._ - -In questo tempo dell’assedio d’Aversa, il doge di Genova e il suo -consiglio, conosciuto loro tempo, armarono dodici galee e mandaronle -nel porto di Napoli, e diedono il partito a prendere al re e a alla -reina, dicendo in questo modo: il doge di Genova e il suo consiglio -ci hanno mandati qui a essere in vostro aiuto, in quanto voi rendiate -liberamente al nostro comune la città di Ventimiglia, la quale è di -nostra riviera, avvegnachè di ragione fosse della contea di Provenza. -E se questo non fate, di presente abbiamo comandamento d’essere contro -a voi, e di servire il re d’Ungheria. Il re e la reina vedendosi -assediati per terra dalla grande cavalleria del re d’Ungheria, a cui -ubbidia tutta la Terra di Lavoro, e di mare convenia che venisse tutta -loro vittuaglia, e da loro non aveano solo una galea: pensarono che -se i Genovesi gli nimicassono in mare erano perduti, e però stretti -dalla necessità deliberarono di fare la volontà del doge e del comune -di Genova, avendo speranza dell’aiuto di quelle galee molto migliorasse -la loro condizione. E incontanente mandarono a far dare la tenuta -della città di Ventimiglia al comune di Genova. E le dodici galee non -si vollono muovere del porto di Napoli, nè fare alcuna novità infino a -tanto che la risposta non venne dal loro doge, come avessono la tenuta -della detta città. Avuta la novella, non tennono fede al re Luigi nè -alla reina di volere nimicare le terre che ubbidivano al re d’Ungheria, -nè essere contro a lui; anzi si partirono da Napoli, e presono altro -loro viaggio. - - -CAP. XC. - -_Come fu data l’ultima battaglia ad Aversa dal re d’Ungheria._ - -Stando l’assedio ad Aversa, il re d’Ungheria facea scorrere continovo -la sua gente fino a Napoli e per lo paese d’intorno d’ogni parte, e -tutti i casali e le vicinanze l’ubbidivano, e mandavano il mercato -all’oste. A Napoli per terra non entrava alcuna cosa da vivere, e però -avea soffratta d’ogni bene, salvo che di grechi e di vini latini. E -se il re d’Ungheria avesse avute galee in mare, avrebbe vinta la città -di Napoli per assedio più tosto che Aversa: perocchè non aveano d’onde -vivere, se per mare non veniva da Gaeta e di Roma con grande costo. Nel -cominciamento, l’oste del re d’Ungheria fu abbondevole d’ogni grascia, -per l’ubbidienza de’ paesani: ma soprastando l’assedio, il servigio -cominciò a rincrescere, e l’oste ad avere mancamento di molte cose, -e spezialmente di ferri di cavalli e di chiovi. E i nobili regnicoli -vedendo che il re in persona con diecimila cavalieri non poteva -prendere Aversa, debole di mura e di fortezza e con poca gente alla -difesa, cominciarono ad avere a vile gli Ungheri, e trarre le cose loro -de’ casali, e la vittuaglia non portavano al campo come erano usati. E -per questo le masnade degli Ungheri andavano a rubare oggi l’uno casale -e domane l’altro, e spaventati i paesani, la carestia e il disagio -montava nell’oste. Il re temendo che la vittuaglia non fallasse nel -soggiorno, deliberò di combattere la città con più ordine e con più -forza ch’altra volta non avea fatto, come appresso diviseremo. - - -CAP. XCI. - -_Della materia medesima._ - -Vedendo il re d’Ungheria mancare la vittuaglia all’oste, ebbe i -capitani e’ conestabili de’ suoi Ungheri e Tedeschi che v’erano a -parlamento: e disse come grande vergogna era a lui e a loro essere -stati tanto tempo intorno a quella terra, abbandonata di soccorso e -imperfetta di mura, e non averla potuta prendere; e ora conoscea che -per lo mancamento della vittuaglia il soggiorno non gli tornasse a -vergogna; e però gli richiedeva e pregava ch’elli confortassono loro e -i loro cavalieri, ch’elli adoperassono per loro virtù, che combattendo -la terra si vincesse: ch’egli intendea di volere che la battaglia -da ogni parte vi si desse aspra e forte, sicch’ella si vincesse. I -capitani e’ conestabili di grande animo e di buono volere s’offersono -al re, e il re in persona disse loro d’essere alla detta battaglia. -Quelli d’entro che sentirono come doveano essere combattuti con tutta -la forza di quella gente barbara, non si sbigottirono, anzi presono -cuore e ardire e argomento alla loro difesa. Gli Ungheri e i Tedeschi -sprovveduti d’ingegni da coprirsi e da prendere aiuto all’assalto delle -mura, fidandosi negli archi e nelle saette, da ogni parte a uno segno -fatto assalirono le mura. E il re in persona fu all’assalto, per fare -da se, e per dare vigore agli altri. E data la battaglia, e rinfrescata -spesso, per stancare i difenditori, e fatto di loro saettamento ogni -prova, ed essendo da quelli della terra in ogni parte ribattuti, -coll’aiuto de’ balestrieri e delle pietre e della calcina gittata sopra -loro, e delle lanci e pali e d’altri argomenti, non ebbono podere di -prendere alcuna parte delle mura, ma molti di loro morti e più fediti, -e infino fedito il re, con acquisto d’onta e di vergogna si ritrassono -dalla battaglia. Que’ d’entro avendo combattuto francamente, confortati -e medicati di loro fedite, presono delle fatiche riposo. - - -CAP. XCII. - -_Come il conte d’Avellino con dieci galee stette a Napoli, e Aversa -s’arrendè al re._ - -Stando l’assedio ad Aversa, la reina Giovanna non essendo bene del -re Luigi, perchè volea essere da lui più riverita che non le parea, -perocchè era donna e reina del reame, e il marito non era ancora re, -a sua ’stanza fece in Proenza al conte d’Avellino, capo e maggiore -della casa del Balzo, armare dieci galee, e all’uscita di giugno nel -detto anno giunse nel porto di Napoli colla detta armata, atteso -per soccorso, del quale aveano gran bisogno. Ma il conte pieno di -malizia, conoscendo il bisogno del re Luigi, e poco curandosi della -reina, mostrandosi di volere trattare suo vantaggio, colle sue galee -si teneva in alto sopra il porto di Napoli. E per trarre vantaggio e -mantenere l’armata, ordinò che ogni legno o barca che nel porto volesse -entrare o uscire pagasse certa quantità di danari, e per questo modo -aggravava i Napoletani, e faceva loro più grande la carestia della -vittuaglia. E stando in questo modo, trattava domandando vantaggio -al re Luigi, e il re gliel’otriava quanto sapea domandare, per avere -l’aiuto di quelle galee, aggiugnendo i prieghi della reina, mostrando -come con quelle galee poteano racquistare le terre di quella marina, -onde seguirebbe loro grande soccorso. Ma per cosa che fare sapesse -non potè smuovere il conte a dargli l’aiuto di quell’armata, anzi -si partì di là, e per potere agiare la ciurma in terra s’apportò -al castello dell’Uovo: e cominciò a trattare col re d’Ungheria di -volergli dare per moglie la sirocchia della reina, che fu moglie del -duca di Durazzo, e il re avvisato gli dava intendimento, per volere -quelle galee tenere in contumace de’ suoi avversari. E stando il conte -in trattati e di là e di qua, non si potea conoscere che facesse la -volontà della reina, nè che fosse ribello al re Luigi, o in che modo si -potesse giudicare essere col re d’Ungheria, tenendo colla sua malizia -ogni parte sospesa. Al re Luigi e ai Napoletani fece danno, alla reina -non accrebbe baldanza: ma al re d’Ungheria, per lo suo trattare, fece -piuttosto avere Aversa: che sentendo gli assediati i trattati del -conte, affaticati lungamente alla difesa d’Aversa, pensando che il re -d’Ungheria rimanesse nel Regno, benchè ancora si potessono difendere -alcun tempo, presono partito di trattare per loro. E messer Iacopo -Pignattaro loro capitano, essendo regnicolo, e di natura mobile alla -nuova signoria, tosto s’accordò col re, ed ebbe sotto titolo di loro -soldi moneta dal re d’Ungheria, e rendégli la città d’Aversa: il quale -incontanente v’entrò dentro con tutta sua cavalleria, e non lasciò -fare a’ cittadini alcuna violenza o ruberia. E questo fu del mese di -settembre del detto anno. Manifesto fu che questa vittoria venne agli -Ungheri a gran bisogno, perocchè già era sì stracca la gente, per lungo -disagio e per la carestia, che poco più vi poteano stare, e il partire -senza averla vinta tornava al re e alla sua grande cavalleria ontosa -vergogna. - - -CAP. XCIII. - -_Come il re d’Ungheria e il re Luigi vennono a certa tregua._ - -Avendo non ispedite guerre, ma piuttosto avviluppamenti di quelle -narrate de’ fatti del regno di Cicilia, seguita non meno incognito -e avviluppato processo nelle seguenti successioni di que’ fatti; ma -cotali chenti alla nostra materia s’offeriranno, con nostra scusa gli -racconteremo. Avuta il re d’Ungheria la città d’Aversa, alla quale -lungo tempo s’era dibattuto con tutta la sua grande oste, e non l’avea -potuta nè per forza nè per assedio acquistare, essendo debole città -di mura e da poca gente difesa, si pensò che l’altre maggiori e più -forti città che si teneano contro a lui sarebbono più malagevoli a -conquistare, e per esempio d’Aversa troverebbe maggiore resistenza; e i -suoi baroni aveano già compiuto con lui il termine del debito servigio, -e a volerli ritenere al conquisto del Regno bisognava che desse loro -danaro, che n’avea pochi, e del Regno non ne potea trarre, essendo in -guerra: vide che il re Luigi, i baroni, e quelli che si teneano dal -suo lato erano disposti di stare alla difesa delle mura: e però mutò -l’animo agevolmente disposto a trovare accordo, col quale con meno sua -vergogna si potesse partire del Regno. E dall’altra parte il re Luigi -era a tanto condotto, che non che potesse con arme resistere al nimico, -ma di mantenere bisognose e necessarie spese di sua vita era impotente; -e se non fosse che l’animo de’ Napoletani concorrea a lui e alla reina -alla loro difesa, non arebbono potuto sostenere. E per questa cagione -era atta la materia da catuna parte a venire alla concordia con piccolo -aiuto d’alcuni mezzani. Onde alcuno prelato di santa Chiesa, il quale -era dal papa mandato nel Regno, e il conte d’Avellino, che avea da -ogni parte puttaneggiato, coll’aiuto d’alcuno altro barone, movendosi -a cercare se potessono trovare via d’accordo, con piccola fatica vi -pervennono alla cavalleresca, in questo modo. Che triegue fossono -fatte infino a calen di aprile, gli anni _Domini_ 1351, con patto, che -chi avesse nel Regno dovesse sicuramente tenere sue città, castella -e ville in pace tutto il tempo detto. Che la questione che si faceva -contro alla reina Giovanna della morte del re Andreasso, si dovesse -commettere nel papa e ne’ cardinali: e dove fosse trovata colpevole, -dovesse perdere il reame, e tornasse libero al re d’Ungheria: e -dove ella non fosse giudicata colpevole della morte del marito, ma -liberatane per sentenza del papa e del collegio de’ cardinali dovesse -rimanere reina del detto regno. E il re d’Ungheria le dovea rendere -tutte le città, castella e baronaggi che vi tenea, riavendo da lei per -le spese fatte per lui fiorini trecentomila d’oro, per quello modo e -termine competente che ordinato fosse per la santa Chiesa; e per patto -catuno re si dovea partire personalmente, e la reina del reame. Per -la fermezza d’attenere l’uno all’altro questi patti non ebbe altro -legame, che la fe e la scrittura e la testimonianza de’ mezzani. Il re -d’Ungheria che avea d’uscire del reame maggior voglia, prese l’onesta -cagione d’andare in romeaggio a Roma al santo perdono; e in Puglia -alle terre della marina lasciò de’ suoi Ungheri alla guardia con loro -capitani, e fornì di buona guardia tutte le sue tenute in Terra di -Lavoro; e a Capova e Aversa, e per l’altre terre e castella circustanti -lasciò suo vicario messer fra Moriale cavaliere friere di san Giovanni -di Provenza, valente e ridottato cavaliere, con buone masnade di -Provenzali, di cui il detto re molto si confidava; e a Viglionese -e a Lanciano e nell’altre terre che tenea in Abruzzi lasciò vicario -messer Currado Lupo, franco cavaliere, con sue masnade di Tedeschi -a quella guardia. E ordinato ch’ebbe la guardia delle sue terre nel -Regno si mise a cammino per andare a Roma: e incontanente il re Luigi -per mostrare di volere uscire del Regno, e tenere i patti, si partì -da Napoli colla reina, e venne alla città di Gaeta in su’ confini del -reame, e ivi attendeva che il re d’Ungheria si partisse d’Italia e -tornasse in suo reame, com’era in convegna; e ciò fatto, il re Luigi -e la reina Giovanna doveano fuori del reame attendere la sentenza di -santa Chiesa. I Gaetani ricevettono il re Luigi e la reina Giovanna -in Gaeta con grande onore: e provviddongli di loro danari per aiuto -alle spese, che n’aveano grande bisogno. Ed ivi si fermarono con animo -e intenzione di non uscire del Regno, bene che promesso l’avessono, -parendo loro che il dilungamento da quello, al bisognoso e lieve stato -ch’aveano, fosse pericoloso al fatto loro. Il re d’Ungheria seguì a -Roma suo viaggio, e avuto il santo perdono senza soggiorno se ne tornò -in Ungheria. - - -CAP. XCIV. - -_Come il conte d’Avellino diè al suo figliuolo per moglie la duchessa -di Durazzo._ - -Il conte d’Avellino, il quale colle sue galee era rimaso sopra Napoli -al castello dell’Uovo, vedendo i fatti del Regno rimasi intrigati per -lungo tempo, essendo rimasa la duchessa di Durazzo sirocchia della -reina, vedova, nel castello dell’Uovo, chiamata Maria, non ostante -che ’l detto conte fosse suo compare, ma per quello mostrando più -familiarità, con piccola compagnia andò al castello per vicitarla, -innanzi alla sua partita; la duchessa con buona confidanza gli fece -aprire liberamente il castello, ed egli con due suoi figliuoli e colla -sua famiglia armata v’entrarono: e entrati, fece prendere la guardia -delle porti e delle fortezze d’entro. Ed essendo colla duchessa, disse -che volea ch’ella fosse moglie di Ruberto suo figliuolo, e per forza le -fece consumare il matrimonio: e di presente la trasse del castello con -tutti i suoi arnesi, e misela nella sua galea, per menarla in Proenza. -Il re Luigi ch’era in Gaeta sentì di presente questo fatto, e egli e -la reina ne furono molto turbati. E seguendo il conte suo viaggio per -tornare in Proenza con tutte le galee, quando furono sopra a Gaeta -l’otto entrarono nel porto, e i padroni e’ nocchieri e le ciurme -scesono in terra per pigliare rinfrescamento. Il conte colla duchessa -e co’ figliuoli rimasono fuori del porto in due galee, e attendevano -l’altre che prendevano rinfrescamento per seguire loro viaggio. Il re -Luigi cautamente fece venire a se i padroni e’ nocchieri dell’otto -galee, e fece segretamente armare de’ Gaetani e stare alla guardia, -che non potessono senza sua volontà tornare alle galee. E fatto questo, -disse: pensate di morire se non fate che le due galee dov’è il conte, -e i figliuoli e la duchessa, venghino dentro nel porto a terra; e alle -minacce aggiunse amore e preghiere: e ritenuti de’ caporali cui egli -volle per sicurtà del fatto, lasciò gli altri tornare alle galee: i -quali di presente s’accostarono alle due galee del conte, che di questo -fatto, come il peccato l’accecava, non s’era avveduto, e di presente -l’ebbono condotte a terra dentro al porto. Allora il re mandò a dire al -conte che venisse a lui. Il conte si scusò che non potea perocch’era -forte stretto dalle gotte. Il re acceso di furore e infiammato d’ira, -per l’ingiuria ricevuta della vergogna fatta al sangue reale, e de’ -suoi gravi e pericolosi baratti, non si potè temperare nè raffrenare il -conceputo sdegno: ma prese certi compagni di sua famiglia, e armati, -in persona si mosse: e giunto al porto, montò in su la galea dov’era -il conte. Venuto a lui, in brieve sermone gli raccontò tutti i suoi -tradimenti, e la folle baldanza che lo avea condotto a vituperare il -sangue reale: e detto questo, senza attendere risposta, con uno stocco -il fedì del primo colpo; e incontanente n’ebbe tanti, che senza potere -fare parola rimase morto in su la galea. La duchessa di presente fu -tratta di galea, e collocata colla sua famiglia e co’ suoi arnesi -in uno ostieri in Gaeta, e i due figliuoli del conte furono messi in -prigione. Lasceremo ora de’ fatti del Regno, che stando le triegue non -v’ebbe cosa degna di memoria, e ritorneremo alla nostra materia degli -altri fatti d’Italia, e della nostra città di Firenze. - - -CAP. XCV. - -_Della grande potenza dell’arcivescovo di Milano, e come i Fiorentini -temeano di Pistoia, e quello che ne seguì._ - -In questo medesimo tempo, tra il fine del cinquantesimo ed il -cominciamento del milletrecentocinquantuno, i Fiorentini cominciarono -forte a temere della città di Pistoia, la quale per cittadinesche -sette era divisa e in male stato. E la casa de’ Panciatichi, che non -erano originali guelfi, in que’ dì aveano cacciato della città messer -Riccardo Cancellieri e i suoi naturali, guelfi, di quella terra, e -antichi servidori del comune di Firenze: e messer Giovanni Panciatichi -s’avea recato in mano il governamento di quella terra, e per sembianti -mostrava d’essere amico del comune di Firenze. I Fiorentini sentendo -l’arcivescovo di Milano, il quale in quel tempo avea sotto la sua -tirannia ventidue città, tra in Lombardia e in Piemonte, e di nuovo -avea contro la volontà di santa Chiesa presa la città di Bologna, -la quale confinava col loro comune, temeano forte che Pistoia per le -cittadinesche discordie non pervenisse nelle sue mani, e però voleano -la guardia di quella terra. E quanto che messer Giovanni si mostrasse -amico del comune di Firenze, con diverse e nuove cagioni tranquillava -e metteva indugio col seguito de’ cittadini della sua setta, che il -comune di Firenze non avesse la guardia, raffrenando l’appetito de’ -Fiorentini, col sospetto del potente vicino. Nondimeno i Pistolesi -guelfi pur vollono che il comune di Firenze v’avesse dentro alcuna -sua sicurtà, e consentirono che i Fiorentini mettessono in Pistoia -messer Andrea Salamoncelli, uscito di Lucca loro soldato, con cento -cavalieri e con centocinquanta masnadieri alla guardia di Pistoia, alle -spese del comune di Firenze, con patto espresso, che il detto capitano -co’ suoi cavalieri e fanti giurassono di mantenere quello stato che -allora reggeva Pistoia, contro il comune di Firenze, e ogni altro che -offendere o mutare il volesse. I Fiorentini vedendo che meglio non si -poteva fare senza grave pericolo, benchè conoscessono che questa non -era la guardia che bisognava, acconsentirono, e misonvi il capitano e -la gente d’arme sotto il detto saramento: e con molte dissimulazioni -e lusinghe manteneano quella città, ritenendo i cavalieri in Firenze -senza mutazione infino al primo tempo. - - -CAP. XCVI. - -_Come certi rettori di Firenze vollono prendere Pistoia per inganno._ - -Era per successione de’ rettori di Firenze di priorato in priorato -la sollecitudine di mettere rimedio alla guardia di quella città, e -non trovandosi da potere fare altro che fatto si fosse, alcuni allora -rettori del nostro comune, con più presunzione che il loro consiglio -non permettea, provvidono di fare tra loro segretamente d’avere per -non leale ingegno la signoria di quella terra; e com’ebbono conceputo -il non debito fatto, così per non discreto nè savio modo il vollono -mettere a esecuzione, e sotto altro titolo accolsono i soldati del -comune a piedi e a cavallo, e mossonne delle leghe del contado: e -avendo a questa gente dato ordine alla notte che si doveano muovere, -vollono provvedere di mutare di Pistoia il capitano ch’avea giurato a’ -Pistolesi, ch’era troppo diritto e leale cavaliere di sua promessa, -e scambiare le masnade sotto il titolo della condotta, acciocchè -potessono senza contasto dentro meglio fornire la loro intenzione: e a -ciò fare mattamente si confidarono a uno ser Piero Gucci, soprannomato -Mucini, allora notaro della condotta, il quale era paraboloso e di -grande vista, e poco veritiere ne’ fatti. Questi promise di fornire -la bisogna chiaramente, e d’avvisare del fatto alcuni conestabili -confidenti: e preso a fornire il servigio, i poco discreti rettori del -comune ebbono la promessa di colui come se la cosa fosse ferma e certa; -e per questo la notte ordinata, a dì 26 di marzo gli anni _Domini_ -1351, feciono cavalcare i cavalieri e’ pedoni ch’aveano apparecchiati, -e con loro messer Ricciardo Cancellieri, colle scale provvedute alla -misura delle mura, e a Pistoia furono la mattina innanzi dì, ed ebbono -messe le scale, e montati de’ cavalieri e de’ pedoni in su le mura, -e scesine dentro una parte, avvisando d’avere l’aiuto de’ soldati del -comune di Firenze che v’erano dentro, come era loro dato a divedere, -pensavano a dare la via agli altri e farsi forti, e tutto era senza -contasto, perocchè i cittadini si dormivano senza sospetto. E i soldati -del comune che dentro v’erano non aveano sentimento nè avviso alcuno, -perocchè il notaio, a cui la bisogna fu commessa, fu trovato in Prato -nell’albergo a dormire. Messer Ricciardo essendo co’ suoi in sulle mura -si scoperse innanzi tempo, facendo gridare viva il comune di Firenze e -messer Ricciardo. I Pistolesi sentendo il rumore credettono fosse opera -di messer Ricciardo loro sbandito, il quale aveano in gran sospetto; -e però co’ soldati de’ Fiorentini insieme furono all’arme, e trassono -alle mura francamente ad assalire coloro che dentro erano scesi: e -feditine alquanti, tutti gli presono, e allora di prima seppono che -questa era fattura de’ Fiorentini; e tutti co’ soldati de’ Fiorentini -insieme intesono sollecitamente a guardare la terra il dì e la notte. E -la folle impresa, mattamente condotta per li rettori di Firenze, generò -in Pistoia grave e pericoloso sospetto, e in Firenze molta riprensione. -Il notaio, a cui i signori aveano commessa la bisogna, fu preso a -furore di popolo e menato alla podestà, e avrebbe perduta la persona, -se non che il grande fallo ch’aveano commesso i suoi comandatori, -perchè non gravasse loro difesono lui. E di questo seguì quello che -appresso diviseremo. - - -CAP. XCVII. - -_Come i Fiorentini assediarono Pistoia ed ebbonla a’ comandamenti loro._ - -Quando i Fiorentini s’avvidono del pericolo, ove l’indebita impresa -de’ loro rettori gli aveva messi, di recare a partito i Pistolesi, -per la nuova ingiuria ricevuta, d’aiutarsi colla forza del vicino -tiranno: temendo che questo non avvenisse, non per animo di volere di -quella città alcuna giurisdizione fuori che la guardia, per gelosia -che al tiranno non pervenisse, di presente diliberarono che la città -si strignesse per forza e per amore tanto che la guardia solo se ne -avesse, per loro sicurtà, e del nostro comune, e altro non volea; e -senza indugio alla gente che andata v’era s’aggiunse cavalieri, quanti -allora il comune ne aveva, e fanti a piè. E per decreto del comune si -diè parola agli sbanditi che catuno facesse suo sforzo, e alle sue -spese menasse gente nell’oste in aiuto al comune di Firenze secondo -suo stato, e dopo il servigio fatto sarebbe ribandito d’ogni bando. Per -la qual cosa in tre dì furono intorno a Pistoia ottocento cavalieri e -dodicimila pedoni, e ristrinsonla d’ogni parte con più campi, sicchè -di loro contado nè da altra amistà dentro non poterono avere alcuno -soccorso o aiuto. E di Firenze vi s’aggiunse sedici pennoni, uno per -gonfalone, co’ quali andarono duemila cittadini quasi tutti armati come -cavalieri, e molti ve n’andarono a cavallo; e giunti nell’oste con -loro capitani, feciono dirizzare intorno alla città otto battifolli. -In Pistoia aveva a questo tempo millecinquecento cittadini, o poco -più, da potere con arme difendere la terra, oltre alle masnade a -cavallo e a piè che dentro v’erano a soldo de’ Fiorentini, i quali -si stavano senza fare novità dentro o guerra di fuori: per la qual -cosa al gran giro della città parea che così pochi cittadini non la -dovessono potere difendere. E per questa cagione i Fiorentini aveano -speranza di vincerla per forza, quando con loro non si potesse trovare -accordo. I Pistolesi d’entro, uomini coraggiosi e altieri, con dura -faccia intendeano dì e notte alla loro difesa: e perch’erano pochi a -tanta guardia quanta il dì e la notte convenia loro fare, uscirono -delle loro case, e vennono ad abitare intorno alle mura: e le mura -armarono di bertesche e di ventiere, e dentro uno largo corridore di -legname, e fornironlo di pietre e di legname e di pali da gittare, -e di travi sopra i merli: e feciono a piè delle mura intorno intorno -molti fornelli con caldaie, per apparecchiare acqua bollita per gittare -sopra coloro che combattessono: e apparecchiarono calcina viva in -polvere per gittare, e con ferma e aspra fronte mostravano volere -difendere la loro franchigia; la qual cosa era degna di molta lode, -se per antichi e nuovi e continovi esempli, della loro cittadinesca -discordia non fosse contaminata. E addurandosi di non volere prendere -accordo col comune di Firenze, soffersono il guasto di fuori de’ loro -campi; e vedendo i Fiorentini che più s’adduravano, diliberarono che -la terra si combattesse; e per levare loro la speranza del contradio, -comandarono a messer Andrea Salamoncelli, capitano e conestabile de’ -cavalieri e de’ pedoni che dentro v’erano a soldo del nostro comune, -che ne dovesse uscire, e così fu fatto; per la qual cosa la nostra -oste s’accrebbe, e a loro mancò la speranza: e ordinati di fuori ponti -e grilli, e castella di legname e altri fornimenti da combattere le -mura, acciocchè con più sicurtà si potesse intendere alla battaglia, -cinsono di buono steccato dall’uno battifolle all’altro. I Pistolesi -vedendo la disposizione de’ Fiorentini, e pensando, eziandio che si -difendessono, non poteano bene rimanere, cominciarono più a temere. -In questo mezzo ambasciadori da Siena v’entrarono, mandati dal loro -comune per trovare accordo, e come che s’aoperassono conferendo colle -parti, manifesto fu che peggiorarono la condizione, e inacerbirono -gli animi e dentro e di fuori. E dato il dì della battaglia, e da ogni -parte apparecchiata, i guelfi di Pistoia, ch’erano la maggiore forza -della città, s’accolsono insieme con pochi ghibellini, ed essendo al -consiglio, ricercarono con l’animo più riposato il pericolo a che si -conducevano, per contrastare a’ padri loro, il comune di Firenze, la -guardia loro e della città, la quale doveano con istanza domandare -a’ Fiorentini che la prendessono, volendo mantenere la città a parte -guelfa, e in più sicuro e pacifico stato che non erano. E così parlato, -misono il partito a segreto squittino, e vinsero che la guardia della -città fosse messa liberamente nel comune di Firenze, e che dentro vi -mettesse gente e capitano alla guardia quanto al detto comune piacesse; -e che dentro alla città in su le mura si facesse un castello alle spese -de’ Fiorentini, per più sicura guardia, e che oltre a ciò avessono -la guardia di Seravalle e quella della Sambuca. E messi dentro de’ -cittadini di Firenze in quel dì, ogni cosa di grande concordia si recò -in buona pace; e dentro vi misono il capitano e’ cavalieri e’ pedoni -che i nostri cittadini vollono, e presono la tenuta, e ordinarono -la guardia di Seravalle: e per fretta e mala provvidenza indugiarono -di mandare per la tenuta della Sambuca nel passo dell’alpe, la quale -quando poi vollono, senza difetto de’ Pistolesi, non poterono avere: -onde poi ne seguì cagione di grande pericolo a’ Pistoiesi e al nostro -comune, come leggendo per innanzi si potrà trovare. Fatta la detta -concordia, i Fiorentini levarono il campo e arsono i battifolli, e -ordinatamente con gran festa tornò tutta la bene avventurata oste nella -nostra città, all’uscita d’aprile, gli anni di Cristo 1351. E pochi dì -appresso vi mandò il comune di Firenze de’ suoi grandi cittadini con -pieno mandato, i quali riformassono al piacere de’ cittadini di Pistoia -lo stato e il reggimento di quello comune; e rimisonvi messer Ricciardo -Cancellieri e’ suoi, con pace de’ Panciatichi, fortificata e ferma con -più matrimoni dall’una famiglia all’altra. - - -CAP. XCVIII. - -_Come il re d’Inghilterra sconfisse in mare gli Spagnuoli._ - -Nel tempo delle tregue del re di Francia e di quello d’Inghilterra, -gli Spagnuoli, i quali usavano colle loro cocche e navili di navicare -il mare di Fiandra, cominciarono a danneggiare i navili d’Inghilterra, -e a rubare in corso le loro mercatanzie; e seguitando con più forza la -loro guerra, per più riprese feciono agl’Inghilesi onta e danno assai. -Il re d’Inghilterra non potè dissimulare questa ingiuria, che senza -cagione di guerra gli Spagnuoli gli aveano fatta, e però accolse suo -navilio, e in persona con due suoi figliuoli assai giovani si mise in -mare per andare in Spagna. Il re di Castella che sentì l’armata del -re d’Inghilterra, fece suo sforzo d’armare molte navi, e abboccaronsi -coll’armata d’Inghilterra nella vicinanza delle loro marine, e -commisono aspra e fiera battaglia, della quale il re d’Inghilterra -ebbe la vittoria, con grande danno degli Spagnuoli e delle loro navi. -E fatta la sua vendetta, con piena vittoria si tornò in Inghilterra. E -qui finisce il nostro primo libro, anni di Cristo 1351. - - - - -LIBRO SECONDO - - -CAPITOLO PRIMO - -_Prolago._ - -Perocchè anticamente gl’infedeli e i pagani e le barbare nazioni, -compiacendosi alla reverenza delle virtù morali, i cominciamenti della -guerra alle ragioni della giustizia congiugneano, non senza debita -ammirazione ne’ nostri tempi, ne’ quali i cristiani, non solamente -dalle morali, ma dalle virtù divine ammaestrati nella perfetta fede -di Cristo nostro redentore, molti trapassano con disordinato appetito -la via eguale della vera giustizia, e seguitando la sfrenata volontà -della tirannesca ambizione, non colle debite ragioni, ma con perverse -cagioni, con subiti e sprovveduti assalti gli sprovveduti popoli -assaliscono, le città e le terre, confidandosi nella loro quiete, per -furti, per tradimenti, e per inganni rapiscono, sforzandosi con ogni -generazione d’inganni quelle soggiogare, e sottomettere al giogo della -loro tirannia; e non meno la cristianità, che le infedeli nazioni, -di queste malizie e inganni spesso si conturba. E avvegnachè queste -cose senza vergogna de’ laici secolari raccontare non si possono, ne’ -cherici, e massimamente ne’ prelati, i quali, invece di Cristo fatti -spirituali pastori della sua greggia, diventando rapaci lupi, nelle -predette cose sono con ogni abominazione da detestare. E però venendo -al cominciamento del secondo libro del nostro trattato, diverse e -varie cagioni di questa materia prima ci s’apparecchiano, vinti da -onesta necessità, la verità del fatto, con seguire nostra materia, -racconteremo. - - -CAP. II. - -_Come il comune di Firenze usava la pace coll’arcivescovo di Milano._ - -I Fiorentini avendo per gelosia presa la guardia del castello di Prato -e della città di Pistoia, usciti della paura di quelle, si stavano -in pace, riputandosi essere in amistà dell’arcivescovo di Milano, -perocchè guerra non v’era, e contro a sua impresa i Fiorentini non -s’erano voluti travagliare. Con Bologna tenea le strade e i cammini -aperti, e le mercatanzie d’ogni parte andavano e venivano sicure. E -spesso il tiranno scrivea al comune de’ suoi onori e de’ singulari -servigi, come accade ad amici, e il comune a lui, come a reverente -signore e caro amico. E con folle ignoranza stava il nostro comune -senza sospetto, e per non dare materia di sospetto al vicino tiranno, -si guardava di fornirsi di capitano di guerra e di gente d’arme, e -appena aveano fornite di guardie le loro castella. Il tiranno, ch’avea -fatta la lega con gli altri tiranni d’Italia e con tutti i ghibellini, -si venia fornendo di gente d’arme al suo soldo a piè e a cavallo, -e vegghiava al continovo contro al nostro comune nella conceputa -malizia, attendendo il tempo che a ciò avea divisato. E in questo mezzo -carezzava con doni e con servigi i suoi vicini tiranni, per averli -più pronti al suo servigio al tempo del bisogno. E si pensava, che -ingannando i Fiorentini, e venendo della città al suo intendimento, -essere appresso al tutto signore d’Italia. E i rettori della città di -Firenze avendo a’ suoi confini il tiranno potente, viveano improvvisi, -sotto confidenza degna di biasimo e di grave punizione. Ma così avviene -spesso alla nostra città: perocchè ogni vile artefice della comunanza -vuole pervenire al grado del priorato e de’ maggiori ufici del comune, -ove s’hanno a provvedere le grandi e gravi cose di quello, e per forza -delle loro capitudini vi pervengono; e così gli altri cittadini di -leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali per grande -procaccio, e doni e spesa si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli -squittini del comune insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni -e gli antichi, e’ savi e discreti cittadini di rado possono provvedere -a’ fatti del comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa -molto strana dall’antico governamento de’ nostri antecessori, e dalla -loro sollecita provvisione. E per questo avviene, che in fretta e -in furia spesso conviene che si soccorra il nostro comune, e che più -l’antico ordine, e il gran fascio della nostra comunanza, e la fortuna, -governi e regga la città di Firenze, che il senno o la provvidenza de’ -suoi rettori. Catuno intende i due mesi c’ha a stare al sommo uficio al -comodo della sua utilità, a servire gli amici, o a diservire i nimici -col favore del comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’ -cittadini: e questo è spesso cagione di vergogna e di grave danno del -nostro comune, ricevuto da’ suoi minori e impotenti vicini. - - -CAP. III. - -_Come l’arcivescovo di Milano appuose tradimento e condannò messer -Iacopo Peppoli._ - -Era in questo tempo rimaso in Bologna messer Iacopo de’ Peppoli, il -quale fu traditore con messer Giovanni suo fratello della propria -patria, vendendo la città e i suoi cittadini all’arcivescovo, come -detto abbiamo, al quale la sua malizia, e il commesso peccato, tosto -apparecchiò alcuna penitenza alle sue male operazioni. Che trattando -egli con certi tiranni lombardi di fare rivolgere la città di Bologna, -l’arcivescovo, o vero o bugia che fosse, sentì che trattato si tenea -per lui e per alcuni altri cittadini di Bologna: e la boce corse -che trattavano co’ Fiorentini: e questo non ebbe sostanza alcuna di -verità. Il tiranno avea voglia di trarlo di Bologna, sicchè ogni lieve -ragionamento o materia gli fu assai: e però di presente fece prendere -lui e’ figliuoli e alcuni altri cittadini, e condannati gli altri a -morte, messer Iacopo per grande servigio condannato a perpetua carcere, -e pubblicati i suoi beni alla sua camera, come di traditore, e tolsegli -i danari che gli restavano della vendita di Bologna, e le castella che -dato gli avea, e il proprio patrimonio: e fattolo venire co’ figliuoli -a Milano, incarcerò lui nel castello di... e i figliuoli a Cremona. -L’altro fratello che a quello tempo era in Milano non involse in -questa sentenza, il quale dissimulando suo dolore rimase in Milano in -lieve stato, per passare il tempo alla provvigione del signore, con -amaro cuore. Assai tosto ha fatto manifesto qui il divino giudicio la -miseria a che sono condotti i traditori della loro patria, i quali per -disperato consiglio, i cittadini i quali gli aveano con grande onore -esaltati e fatti signori sottopuosono per avarizia al giogo del crudele -tiranno: e ora spogliati de’ propri beni, e privati d’ogni amore de’ -loro cittadini, in calamitosa prigione danno esemplo agli altri di più -intera fede a’ loro comuni. - - -CAP. IV. - -_Come l’arcivescovo fermò d’assalire improvviso la città di Firenze._ - -Nel mese di luglio del detto anno, l’arcivescovo di Milano, avendo -purgato di sospetto la città di Bologna, per la morte d’alquanti -cittadini e per l’incarcerazione di messer Iacopo de’ Peppoli e -de’ figliuoli, e accolti e fatti accogliere quasi tutti i soldati -oltramontani d’Italia, parendoli venuto il tempo di scoprire a’ suoi -collegati ghibellini d’Italia la sua intenzione, ebbe in Milano i -caporali di parte ghibellina d’Italia, e conferì con loro di volere -sottomettersi il comune di Firenze, e con molte ragioni dimostrò -com’era venuto il tempo da poterlo fare col loro aiuto: e ciò fatto, -era spento in Italia il nome di parte guelfa. La proposta fu in piacere -di tutti. Eranvi caporali, oltre a’ Lombardi, gli Ubaldini, i figliuoli -di Castruccio Interminelli e messer Francesco Castracani da Lucca, -messer Carlino di Pistoia e’ suoi, il conte Nolfo d’Urbino, i conti di -Santafiore e il conte Guglielmo Spadalunga, e de’ ribelli del comune di -Firenze alquanti di quelli da Cigliano, e messer Tassino e il fratello -discesi della casa de’ Donati. E non volendosi scoprire d’esservi in -persona i Tarlati d’Arezzo, il vescovo co’ suoi Ubertini, e’ Pazzi di -Valdarno, e il conte Tano da Montecarelli, ch’erano allora in pace e -in amore col comune di Firenze, in segreto vi mandarono catuno segreti -ambasciadori con pieno mandato. I quali tutti udita l’intenzione del -potente tiranno furono molto allegri, e confortarono l’arcivescovo -dell’impresa: aggiugnendo che sentivano i cittadini di Firenze in tanta -discordia per le loro sette, e per lo male contentamento del reggimento -della città, e Arezzo e Pistoia in sì male stato, che se la sua potenza -improvviso a quelli comuni col loro aiuto si stenderà sopra loro, non -vedeano che di tutto in breve tempo e’ non fosse signore: e la signoria -di Firenze il facea signore d’Italia. E così d’un animo rimasono in -accordo col tiranno di fare l’impresa ordinata; e data la fede della -loro credenza e di loro aiuto, con grandi promesse lieti si ritornarono -in loro contrade, e intesono d’apparecchiarsi di cavalli e d’arme al -loro podere. L’ordine fu preso, che quando l’oste dell’arcivescovo -fosse sopra i Fiorentini, che gli Ubaldini co’ Romagnuoli assalissono -nel’alpe, e i Tarlati Ubertini e Pazzi si rubellassono e assalissono -il Valdarno: e il conte Tano da Montecarelli movesse guerra in Mugello. -A’ Pisani intendea l’arcivescovo co’ suoi confidenti ambasciadori fare -rompere pace a’ Fiorentini, e muovere guerra dalla loro parte: cercando -muoverli con sue coperte suasioni, non dimostrando il perchè, in suo -aiuto. Ma i Pisani accorgendosi del fatto, nutricavano il tiranno con -parole di speranza, e mandarono a lui loro ambasciadori per potere -sentire più il vero da che movea quella inchiesta, e per avere più -tempo a deliberare. E questo avvenne, perocchè allora la città di -Pisa signoreggiava per li Gambacorti, uomini mercatanti e amici de’ -Fiorentini. Ma i governatori del comune di Firenze, addormentati e -fuori della mente, non procuravano di sentire queste cose, e quello -che sentivano mettevano al non calere, e provvisione alla loro guardia -non faceano, sentendo che molta gente d’arme s’accogliea in Lombardia, -e che Lombardia non era in guerra, ma in lega coll’arcivescovo di -Milano. I quali rettori del nostro comune non erano degni di governare -il fascio di tanta città, ma di grandi pene delle loro persone, -commettendo contro al loro comune pericolo d’irreparabile fallo. - - -CAP. V. - -_Come si mise in ordine il consiglio preso._ - -L’arcivescovo di Milano, la gente d’arme che avea in diverse parti -in Lombardia, in pochi dì la fece venire a Bologna: e fatto capitano -messer Giovanni de’ Visconti da Oleggio, il quale per fama si tenea -essere suo figliuolo, per addietro capitano de’ Pisani, e prigione -de’ Fiorentini nella battaglia che feciono per soccorrere Lucca alla -Ghiaia, animoso contro a’ Fiorentini, singularmente per quell’onta, -uomo di grande animo, e accompagnato da’ caporali ghibellini lombardi -toscani e marchigiani, maestrevoli conducitori di guerra, si pensò -prosperamente fornire la commissione a lui fatta per lo suo signore. Il -castello della Sambuca, nel passo della montagna tra Bologna e Pistoia, -era allora per difetto de’ Fiorentini nelle sue mani, al quale avea di -vittuaglia per l’oste grande apparecchiamento; e di questo non s’erano -accorti i Fiorentini: e così provveduto, subitamente a dì 28 del mese -di luglio, gli anni _Domini_ 1351, mosse colla sua oste da Bologna, e -prima fu valicato la Sambuca, e accampatosi presso a Pistoia a quattro -miglia, per attendere il rimanente del suo esercito, che i Fiorentini -sapessono alcuna cosa, o che avessono avuto pensiero che la forza del -tiranno si stendesse sopra loro: ma sentendo questo, subitamente, in -que’ due dì ch’e’ nimici attesono la loro gente, i Fiorentini misono -gente d’arme a piè e a cavallo in Pistoia, sicchè dentro vi si trovò -alla guardia da cinquecento cavalieri e seicento fanti alla venuta -dell’oste, messer Giovanni raunata tutta la sua oste e la vittuaglia, a -dì 30 di luglio predetto si strinse alla città di Pistoia, credendolasi -avere per vane promesse, ma non essendogli risposto come s’avvisava, -vi si strinse e posevisi ad assedio. La gente de’ Fiorentini che -dentro v’era, faceano di dì e di notte sofficiente e buona guardia, e -per questo, se trattato niuno v’era non s’ardì a scoprire, ma tutti i -cittadini colla gente de’ Fiorentini insieme attesono alla difesa della -città. - - -CAP. VI. - -_Come gli Ubaldini arsono Firenzuola, e presono Montecolloreto._ - -Gli Ubaldini, ch’erano in pace col comune di Firenze, sentendo l’oste -dell’arcivescovo sopra Pistoia, avendo fatto loro sforzo, e avuto -cavalieri del tiranno, improvviso a’ Fiorentini apparirono nell’alpe, -e corsono a Firenzuola, che si redificava pe’ Fiorentini, ma non era -ancora cinta di mura, nè di fossi nè di steccati, ma incominciata, e -dentro v’erano capanne per alberghi, e lieve guardia per tener sicuro -il cammino, sicchè senza contrasto la presono e arsono: e andaronsene -a oste a Montecolloreto, nel quale era castellano per lo comune di -Firenze uno popolano de’ Ciuriani di Firenze, giovane poco scorto -degl’inganni delle guerre. Costui vedendosi assediato, e dando fede -alle parole de’ nimici, i quali diceano come Firenze era per arrendersi -al signore di Milano, si condusse mattamente a patteggiar con loro: -che se in fra ’l terzo dì non fosse soccorso, darebbe la rocca: e -per istadico diede un suo fratello. I Fiorentini ch’aveano l’animo -a guardare quella fortezza, cercarono di soccorrerla, e trovato uno -conestabile valente con venticinque masnadieri, promise d’entrare -innanzi al termine nel castello; e di presente si mise in cammino: e -tanto procacciò per suo ingegno e virtù, che innanzi il termine fu nel -castello, ma non potè entrare nella mastra fortezza, che si guardava -per lo castellano, e ’l castellano avendo questo soccorso si potea -difendere per lungo tempo da tutta la forza ch’avessono potuta fare gli -Ubaldini, perocchè il luogo era fortissimo e bene fornito: ma essendo -(come egli follemente avea messo il fratello nelle mani de’ nimici, -i quali minacciavano d’impiccarlo se non rendesse la rocca) vinto -dall’amore della carne, non volle ricevere il soccorso, anzi diede la -rocca a’ nimici. E salvate le persone da’ nimici, condotto a Firenze, -e giudicato traditore del comune, per la sua dicollazione e di due suoi -compagni diede esemplo agli altri castellani di più intera fede al loro -comune. I mallevadori che dati avea di rassegnare la rocca al comune -convenne che pagassono lire ottomila com’erano obbligati. - - -CAP. VII. - -_Come gli Ubertini, e’ Tarlati, e i Pazzi assalirono il contado di -Firenze._ - -Messer Piero Sacconi co’ suoi Tarlati usciti d’Arezzo, e il vescovo -d’Arezzo degli Ubertini co’ suoi consorti, e Bustaccio co’ Pazzi di -Valdarno, per lungo tempo stati in pace e in protezione col comune -di Firenze, sentendo l’avvenimento di messer Giovanni Visconti da -Oleggio con grande forza d’arme sopra Pistoia, si ragunarono con -tutto loro sforzo di gente d’arme a piè e a cavallo a Bibbiena; e -dall’arcivescovo aveano avuto dugentocinquanta barbute, acciocchè -potessono fare maggiore guerra. Di presente, improvviso a’ Fiorentini, -cominciarono a cavalcare sopra loro, e sopra i conti Guidi, amici e -fedeli del comune di Firenze, e oggi correvano in una contrada e domane -in un’altra, uccidendo e predando, e facendo aspra guerra. I Fiorentini -vedendo d’ogni parte le subite e sprovvedute tempeste venire sopra -loro, e sentendo gli amici diventati nimici, ebbono paura non piccola, -mescolata di grande sospetto, e i provveduti rettori del comune non -sapeano che si fare. E così era la città di forza e di consiglio -spaventata, e molto piena di paura e di sospetto per modo, che non -veggendo nè per atto nè per consiglio alcuna cagione di sospetto -cittadinesco, non si fidava l’uno del’altro, e non si provvedea al -comune riparo per via di consiglio in que’ primi cominciamenti. - - -CAP. VIII. - -_Come i Fiorentini mandaro ambasciadori al capitano dell’oste._ - -Vedendosi i Fiorentini con tanta forza e da cotante parti assalire dal -signore di Milano, senza avere con lui alcuna guerra o conturbagione -di pace, elessono alquanti cittadini, e mandaronli ambasciadori nel -campo a messer Giovanni da Oleggio, capitano dell’oste sopra a Pistoia, -i quali essendo giunti nel campo, furono ricevuti dal capitano assai -cortesemente. E secondo la commissione a loro fatta da’ priori e -da’ collegi del nostro comune, domandarono messer Giovanni, con ciò -fosse cosa che tra l’arcivescovo suo signore e ’l comune di Firenze -fosse pace e niuno sospetto di guerra, perchè venuto era ostilmente -come contra suoi nimici sopra il comune di Firenze, non avendo prima -annunziato al comune la sua guerra secondo i patti della pace, salvo -che per una breve lettera, mandata per lui poichè fu sopra Pistoia: la -quale senza precedente cagione di nostro fallo, disse: _non avete voi -voluto osservare la pace, e però vi facciamo la guerra_: la quale non -era nè onesta nè debita cagione; e però siamo mandati dal nostro comune -a sapere la verità di questo movimento. Udito il capitano la loro -ambasciata, raccolse il suo consiglio, e appresso rispose altieramente -in questo modo. Il nostro signore, messer l’arcivescovo di Milano, è -potente, benigno e grazioso signore, e non fa volentieri male ad alcuna -gente, anzi mette pace e accordo in ogni luogo ove la sua potenza si -stende; è amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e -mantiene: e qui non ci ha mandati per mal fare, ma per volere tutta la -Toscana riducere e mettere in accordo e in pace, e levare le divisoni -e le gravezze che sono tra’ popoli e’ comuni di questi paesi. E perchè -a lui è pervenuto e sente le divisioni discordie e sette, e le gravezze -che sono in Firenze, le quali conturbano e aggravano la vostra città e -tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui affinchè voi vi governiate -e reggiate in pace e in giustizia per lo suo consiglio, e sotto la sua -protezione e guardia; e così intende volere addirizzare tutte le terre -di Toscana. E dove questo non si possa fare con dolcezza e con amore, -intende farlo colla forza della sua potenza e degli amici suoi. E a -noi ha commesso, ove per voi non si ubbidisca al suo buono e giusto -proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porti e intorno -alla vostra città, e che ivi tanto manterrà quella, accrescendola e -fortificandola, continuamente combattendo d’ogni parte il contado e il -distretto del vostro comune col fuoco e col ferro, e colle prede de’ -vostri beni, che tornerete per vostro bene alla volontà sua. Udendo -gli ambasciadori la superba risposta del capitano e del suo consiglio, -non parve che luogo e tempo fosse di quivi stendere più loro sermone: -e però domandarono sicurtà fino a Bologna per potere andare al signore -di Milano, come aveano in commissione dal loro comune, la quale il -capitano non volle dare. E però si tornarono a Firenze, e spuosono a’ -signori e al consiglio quello ch’aveano avuto dal capitano dell’oste -per risposta della loro ambasciata, per la quale l’animo de’ cittadini -di Firenze crebbe più in disdegno che in paura. - - -CAP. IX. - -_Come l’oste si levò da Pistoia e puosesi a Campi._ - -Essendo stata l’oste del tiranno otto dì sopra la città di Pistoia, e -mancata la speranza d’avere la terra, per la buona guardia e sollecita -che ’l dì e la notte vi faceano i Fiorentini: e il somigliante di -Prato, nelle quali terre erano le tre parti della gente d’arme che -allora aveano i Fiorentini, essendo la città di Firenze quasi rimasa -senza aiuto di soldati forestieri, e non avendo capitano di guerra: -messer Giovanni da Oleggio col consiglio de’ caporali ghibellini -ch’avea con seco, i quali stavano solleciti a sentire il fatto del -nostro comune, e sentivano essere dentro grande sospetto e poco -consiglio, e minore forza d’arme che in Pistoia e in Prato, con molte -verisimili suasioni mossono il capitano subitamente a stringersi -sopra Firenze colla sua oste: il quale essendo uomo di grande ardire, -e animoso contro a’ Fiorentini, sentendosi accompagnato da molti -buoni capitani di guerra, e da cinquemila barbute, e da duemila -altri cavalieri, e seimila masnadieri a piede, non bene provveduto di -vittuaglia, sperando nel contado di Firenze farsene abbondevole, come -mostrato gli era, a dì 4 d’agosto del detto anno subitamente levò il -campo da Pistoia, e per la strada dritta e piana senza arresto valicata -la terra di Prato, condusse la sua oste in sull’ora del vespero a -Campi, Brozzi e Peretola, improvviso, non che a’ Fiorentini, ma agli -uomini di quelle ville e contrade, per la qual cosa non poterono -campare alcuna cosa, fuori che le persone, e di quelle vi rimasono -assai. Il capitano per non conducersi al tardi, e perchè il luogo era -albergato e pieno d’ogni bene, fermò il campo a Campi. Della villa di -Campi e d’altre d’intorno raccolsono grano e biada e carnagione assai, -e molte masserizie e letta de’ paesani: e intesono a starsi ad agio e a -rinfrescare la gente di vivanda, della quale intorno a Pistoia aveano -avuto disagio. E dato l’ordine al campo di buona guardia di dì e di -notte, provviddono che ogni cavalcata che si facesse verso la città -di Firenze avesse riscossa di mille cavalieri il meno. E incontanente -cominciarono a cavalcare per lo piano, prendendo e raccogliendo -il bestiame e la roba che rimasa v’era senza trovare riparo, e -alcuna volta si stesono infino alle mura della città di Firenze. I -Fiorentini sentendo questa subita venuta dell’oste sopra la città, e la -baldanza presa d’aversi lasciato dietro Pistoia e Prato, sbigottirono -disordinatamente, non trovandosi forniti nè provveduti al riparo. E i -rettori del comune per lo fallo commesso dell’abbandonata provvisione -non sapeano che si fare; e molto temeano che fossono venuti così -baldanzosi a istanza de’ loro cittadini d’entro. E in questa contumacia -e sospetto si stette insino che manifesto apparve per l’operazione -de’ cittadini grandi e popolani grassi, che catuno era in fede al suo -comune: e levata la nebbia che teneva intenebrata la mente del popolo -e del comune, presono più ardire, e feciono trarre fuori i gonfaloni, -e andarono coll’arme alle porti, e fecionle serrare di verso la parte -d’ond’erano i nimici; e ordinarono guardie di buoni cittadini, facendo -il dì e la notte fare buona guardia. E armarono le mura di ventiere, -e le più deboli parti feciono afforzare per difendere la città, che di -mettere gente in campo a quell’ora non aveano podere. - - -CAP. X. - -_Come l’oste ebbe gran difetti a Campi e a Calenzano._ - -Avvenne, che stando l’oste a Campi, per mala provvisione, tutto il -bestiame ch’avrebbe dato con ordine lungamente carne all’oste, in -pochi dì si straziò e consumò. E in quello tempo era sformato caldo e -secco grande, e tutte mulina di quelle contrade erano state sferrate -e guaste; per la qual cosa, benchè l’oste avesse del grano, non potea -fare farine, ed erano in grande soffratta di sale. E la vittuaglia -di quel piano cominciò a mancare, e quella che venia da Bologna per -scorta era spesso in preda de’ cavalieri ch’erano in Pistoia. E per -questo avvenne, che in pochi dì all’oste mancò il pane e il sale: e -non aveano che manicare, se non carne, e di quella poca, e cocevanla -col grano, che farina non aveano. Da niuna parte del contado di Firenze -aveano mercato, e cavalcate non poteano stendere in parte onde recare -potessono fornimento al campo, perocchè tutte le circustanze aveano -sgombrato e ridotto nella città. Onde cominciarono a sentire fame, e -il caldo li consumava e affliggeva forte i corpi degli uomini; e il -maggiore sussidio ch’avessono era l’agresto e le frutta non mature: e -poco tempo v’aveano a stare, che senza essere contastati da’ Fiorentini -veniano in ultima disperazione. I loro capitani e conducitori vedendosi -a questo pericolo, diedono voce di volersi strignere alla città, e -per forza valicare nel piano di san Salvi. I Fiorentini temettono di -questo: e non trovandosi gente d’arme da potere contradiare il passo -a’ nimici, feciono una tagliata dal ponte della porta a san Gallo -infino alla costa di Montughi: e ivi misono molti balestrieri e popolo -alla guardia, con ordine di soccorso se bisogno fosse. L’altra voce -diedono di tornarsene per lo piano d’ond’erano venuti verso Pistoia; -i Pistolesi per questa tema ruppono i passi, e abbarrarono i cammini -con fossi e con alberi. E per questo i Fiorentini più temeano che non -valicassono nel piano di san Salvi, e per questa cagione afforzarono -di bertesche e di steccati la rocca di Fiesole, e fecionla guardare; -e nondimeno tutto il contado da lunge e d’appresso feciono sgombrare -da quella parte. I capitani dell’oste vedendosi a cotanto disagio, non -ardirono di strignersi più alla città, anzi levarono il campo, a dì 11 -d’agosto del detto anno, e traendosi addietro si puosono a Calenzano. I -Fiorentini stimando che se n’andassono, sonarono le campane del comune -a stormo; e il popolo volonteroso a cacciare chi fuggisse s’armò, e -alquanti mattamente senza ordine e senza capitano uscirono della città: -ma sentendo che i nimici non fuggivano, tosto ritornarono dentro dalle -mura. Ma di questo nacque la voce per lo contado e scorse per tutto, -che se n’andavano per la Valdimarina; e di stormo in stormo si mossono -i contadini senza ordine o comandamento del comune, e occuparono -le montagne sopra la Valdimarina d’ogni parte, e furono loro tanto -innanzi all’ora del vespero, che forte feciono temere e maravigliare i -nimici, ch’aveano intenzione di valicare nel Mugello per quella via. -Come i capitani ebbono fermo il loro campo sotto Calenzano in sulla -Marina, feciono combattere la pieve e certa fortezza ov’era raccolta la -vittuaglia de’ paesani, e presonle a patti, salve le persone: e anche -presono il castello di Calenzano, che non era murato nè difeso, e in -questa tenuta trovarono alcuno rinfrescamento. Fino a quell’ora non -aveano fatta alcuna arsione: stando ivi, uno grande conestabile tedesco -si stese a Pizzidimonte, e fuvvi morto da’ villani; e per questa -cagione vi cavalcarono e arsonlo, e appresso alcuna altra villa intorno -a Calenzano. E feciono provvedere i passi per valicare in Mugello, -ch’ogni altro viaggio era loro, in stremità del pane, più pericoloso a -pigliare. - - -CAP. XI. - -_Come i rettori di Firenze abbandonarono il passo di Valdimarina._ - -La necessità delle cose da vivere, l’un dì appresso l’altro già -tornata in fame, strignea l’oste del Biscione, che così si chiamava -allora, a partirsi del piano, ove senza speranza di potersi allargare, -di pane erano affamati. I cittadini di Firenze, a cui era commessa -la provvisione della guerra, ch’erano oltre a’ priori e a’ collegi -diciotto tra grandi e popolani, sapeano bene il difetto ch’aveano i -nemici, ma non aveano capitano, e da loro non sapeano la maestria della -guerra, conobbono per lo comune grido, che agevole era a tenere loro il -passo che non entrassono nel Mugello per la Valdimarina, che per natura -il luogo era stretto, e’ passi aspri e forti, da tenergli poca gente -con loro sicurtà da tutta l’oste: e vidono manifesto, che dove questa -via s’impedisse loro, convenia che si partissono, tornando addietro da -Pistoia sconciamente. Ma la tema della boce che non passassono a san -Salvi, ch’era quasi impossibile, fece al comune non riparare a quel -passo. Ma un gentile scudiere alamanno, il quale in quel tempo per lo -comune era capitano in Mugello, da se medesimo commise a uno della casa -de’ Medici, il quale era in sua compagnia, ch’andasse a provvedere al -passo, e diegli dugento fanti e cinquanta cavalieri. La commissione fu -debole a cotanto fatto: nondimeno se il cittadino fosse stato valoroso, -e avesse voluto acquistare onore, molto agevole gli era a guardare -quel passo, perocchè i Mugellesi sentendo che il capitano mandava a -guardare quel passo, con grande animo di ben fare trassono da ogni -parte allo stretto ov’era venuto il provveditore. Ed essendo nel luogo, -viddono che il passo si difendea senza dubbio, a grande sicurtà de’ -difenditori, per la fortezza naturale di quelle valli, onde conveniva -l’oste de’ nemici valicare a piede, e uomo innanzi uomo, che a cavallo -insieme non v’era modo da poter valicare. Ma il cittadino deputato -a quel servigio disse a’ Mugellesi che gli conveniva essere altrove, -e quivi per niuno modo si potea ritenere. Onde i Mugellesi ch’erano -tratti coraggiosi alla difesa, vedendo come colui cui doveano avere -per capitano a quella guardia si partiva, perderono ogni vigore: e -partito il capitano, tornarono a casa, e cominciarono a fuggire il loro -bestiame, e le loro famiglie e masserizie, maledicendo il comune di -Firenze e’ suoi governatori, con giusta cagione della loro fortuna. - - -CAP. XII. - -_Come l’oste del Biscione valicò il passo, e andò in Mugello._ - -I capitani dell’oste che si vedeano in gran bisogno d’uscire del -luogo dov’erano stretti dalla fame, seppono di presente come il passo -era abbandonato da’ Mugellesi, e però incontanente mandarono innanzi -masnadieri eletti, e buoni balestrieri a prendere il passo: e senza -arresto levarono il campo, a dì 12 d’agosto del detto anno, e misonsi -loro appresso. In sul passo erano rimasi alquanti fanti del paese, i -quali di loro volontà attesono i masnadieri de’ nemici; e alle mani con -loro, li ributtarono indietro. Ma vedendosi pochi e senza soccorso, e -vedendo i nemici che riempieano le coste de’ poggi e le valli d’ogni -parte, abbandonarono il passo, e i nemici di presente il presono, e -l’oste senza contrasto o pericolo valicò, facendosi grandi beffe del -comune di Firenze, parendo a catuno di servo essere divenuto signore. -E pensando alla viltà ch’avevano trovata ne’ Fiorentini, a non avere -fatto tenere e difendere quel passo, e al poco provvedimento che -mostravano ne’ fatti della guerra, crebbe la loro superbia. E poichè si -viddono essere valicati senza contrasto nel piano di Mugello, presono -fidanza d’essere signori di tutto il paese senza contrasto, e quel dì -medesimo cavalcarono a Barberino, e a Villanuova. Barberino era forte -e bene fornito alla difesa, e molta roba v’era dentro raccolta delle -vicinanze, ad intendimento di difendersi, tanto ch’avessono soccorso -da’ Fiorentini. Ma Niccolò da Barberino, antico castellano e de’ -nobili di quella terra, avendo la fede corta al comune di Firenze, se -n’andò al capitano dell’oste, e senza consiglio de’ suoi castellani, a -suo vantaggio trasse patto, e rendè il castello a’ nemici, e misonvi -la loro guardia, e la vittovaglia che v’era fece dare all’oste. -Villanuova, e Gagliano, e Latera, e altre terre circustanti, che non -erano di gran fortezza, nè guardate da gente d’arme del comune di -Firenze, feciono il comandamento del capitano dell’oste, e dieronli -il mercato. Trovandosi la gente affamata in paese largo e dovizioso -e pieno d’ogni bene, soggiornarono volontieri più dì, per prendere -conforto delle loro persone, e a’ loro animali, che tutti n’avevano -gran bisogno. Ma chi ha ne’ fatti della guerra il tempo da avanzare, e -per riposo lo indugia, tardi il racquista; e così avvenne a costoro per -lo detto soggiorno, come appresso diviseremo. - - -CAP. XIII. - -_Come il conte di Montecarelli si rubellò a’ Fiorentini e venne al -capitano._ - -Il conte Tano di Montecarelli rompendo la pace ch’avea col comune di -Firenze, essendo con gli altri ghibellini collegato coll’arcivescovo, -avendo in prima per inganno, per mala provvedenza del castellano, -ritolta a’ Fiorentini la rocca di Montevivagni, nella quale era a -guardia uno popolare figliuolo di Piero del Papa, il quale fu però -condannato per traditore, come sentì l’oste del Biscione nel Mugello, -fece suo sforzo di cavalieri in piccolo numero, e in persona con i -suoi compagni a cavallo e con dugento fanti venne nell’oste, e in -Montecarelli mise la guardia per l’arcivescovo e le sue insegne; e -mentre che l’oste stette in Mugello fu a nimicare il comune di Firenze, -e a dare il mercato all’oste, e ricetto in Montecarelli a’ nemici del -comune. - - -CAP. XIV. - -_Come si fornì la Scarparia e il Borgo._ - -Avvenne come l’oste del tiranno fu valicata nel Mugello, e dilungata -dalla città, a’ Fiorentini parve al tutto essere fuori di sospetto, -e ritornò loro il vigore e la virtù dell’animo a consigliare e a -provvedere a’ rimedi. E in quello stante che l’oste si riposava a -Barberino, misono nella Scarperia Iacopo di Fiore conestabile tedesco, -uomo leale e valoroso, il qual era capitano del Mugello. A costui -dierono dugento cavalieri eletti di buona gente, e trecento masnadieri -esperti in arme, de’ quali quasi tutti i conestabili furono Fiorentini, -uomini di grande pregio in fatti d’arme. E fornirono la terra di molta -vittuaglia, e d’arme, di balestra, e di saettamento, e di lagname e -di ferramenti, e di buoni maestri da fare ogni dificio da offendere -e da difendere; e fornita d’ogni cosa bisognevole per un anno, al -detto capitano e conestabile accomandarono la guardia e la difesa di -quello castello. E per simigliante modo e forma fornirono il Borgo -a san Lorenzo, e Pulicciano, e altre fortezze. E mandarono armadure, -saettamento e balestra, e ammonirongli di buona guardia, confortandogli -che a ogni bisogno avrebbono aiuto e soccorso presto dal comune. E gli -uficiali deputati alla provvigione di quella guerra si cominciarono a -provvedere, e accogliere gente di soldo a cavallo e a piè quanti avere -ne poteano, per attendere alla difesa. - - -CAP. XV. - -_Come l’oste assediò la Scarperia._ - -Messer Giovanni da Oleggio capitano dell’oste, e il Conte Nolfo -da Urbino maliscalco, veduto la gente rinfrescata, e presa forza e -baldanza per lo abbondante paese dove si trovarono, con le spalle -di Bologna, onde potevano avere prestamente aiuto e favore quando -bisogno fosse, pensavano senza contrasto essere signori di tutto. E -con questa baldanza, a dì 20 del mese d’Agosto del detto anno vennero -colle schiere fatte sopra il castello della Scarperia, e con loro -s’aggiunsono gli Ubaldini, ch’erano con tutto loro sforzo nell’alpe, -e più altri ghibellini nemici del comune di Firenze. La Scarperia -era a quell’ora debole terra di piccolo compreso, e non era murata se -non dall’una delle parti, ma in quello stare di Barberino, in molta -fretta s’era rimesso il fosso vecchio e trattone la terra, e innanzi -a quello fattone un’altro piccolo, e racconciato lo steccato assai -debole. I nimici vi furono intorno con tanta moltitudine di cavalieri -e di pedoni, che copriano tutto il piano, e avendo da ogni parte -circondato il piccolo castello, e fermi i campi loro, domandarono il -castello a coloro che ’l guardavano, dicendo come i Fiorentini non lo -potevano soccorrere nè difendere, ma perocchè sentivano che dentro -v’erano di prod’uomini e virtudiosi d’arme, voleano far loro grazia -d’avergli per amici, dove rendessono la terra senza contasto: e che -quando questo non facessono nel breve termine loro assegnato, gli -vincerebbono per battaglia, e la vita non perdonerebbono ad alcuno: e -così era deliberato per lo capitano e per tutti i guidatori dell’oste. -Gli assediati risposono che voleano termine a rispondere, e che dopo -il termine farebbono quello che la fortuna concedesse con loro onore. -Furono domandati da’ capitani quanto termine voleano. Gli assediati -risposono, che con loro onore non vedeano che potesse essere meno -di tre anni: e dopo il detto termine intendeano prima morire in su i -merli, che di quelli dessono uno a’ nimici: e di così franca risposta -molto feciono maravigliare i capitani dell’oste, parendo che si -mettessono a grande pericolo a volere difendere così debole castello, -e da cotanta forza. E fatta la risposta, di presente s’ordinarono -e di dì e di notte a molta sollecita guardia, e a buona e a franca -difesa; e cominciarono a regolare la vita di tutti, come se l’oste vi -dovesse stare due anni. I nimici cominciarono prima ad assalirli con -grossi badalucchi, per tentare il loro reggimento, il quale trovarono -sollecito, e maestrevolmente provveduto alla difesa. - - -CAP. XVI. - -_Come i Fiorentini afforzarono Spugnole._ - -I Fiorentini ch’al continovo raccoglievano gente d’arme a cavallo -e a piè al loro soldo, e sollecitavano gli amici d’aiuto, avendo -già accolto un poco di gente, deliberarono d’afforzare Spugnole e -Montegiovi per guardare le contrade di qua da Sieve, e per dare alcuna -speranza agli assediati della Scarperia, e ivi misono de’ cavalieri -ch’aveano, e parecchie masnade di buoni e valorosi masnadieri. E al -Borgo a san Lorenzo crebbono gente d’arme: e come crescea al comune -gente d’arme per soldo o per amistà gli mandavano alle frontiere -de’ nemici in Mugello. Onde avvenne più volte, che per gli aguati da -catuna parte, e per le cavalcate de’ nimici v’ebbe di belli e di grossi -assalti, ove si mostrarono operazioni di buoni cavalieri e di franchi -masnadieri. Per questo avvenne che i nemici non ardirono a valicare la -Sieve colle loro cavalcate inverso Firenze. E tutte loro cavalcate di -là da Sieve faceano grosse di mille cavalieri, o di millecinquecento, -o di duemila per volta, e nondimeno erano continuamente percossi alla -ritratta, e assaliti d’aguati che si metteano loro. E in questo modo -si venne domesticando la guerra, e gli uomini del paese cominciarono a -prendere cuore e ardire, per modo che i villani si raccoglieano insieme -e nascondevansi a’ passi, e come i cavalieri si stendevano alle ville -gli uccidevano; e avvezzi a questo guadagno dell’arme e de’ cavalli, -con molta sollecitudine intendevano a tendere i loro aguati in ogni -luogo. E per questo modo uccisono de’ nemici grande quantità nel tempo -che durò la detta guerra. - - -CAP. XVII. - -_Come si difese Pulicciano di grave battaglia._ - -Al castello di Pulicciano furono condotti per certi ghibellini della -terra in una cavalcata cinquecento cavalieri e quattrocento fanti, e -non essendo se non pochi terrazzani nella fortezza di sopra, appena la -difesono. I borghi di fuori arsono e rubarono, e mandaronne il bestiame -e la preda nel campo. Sentito questo a Firenze, subito vi mandò il -comune cento fanti masnadieri alla guardia: i quali vi furono tosto a -gran bisogno, perocchè quelli dell’oste per seducimento di traditori -del castello, e per conforto de’ soldati ch’erano stati in quella -cavalcata, si pensarono vincere la fortezza, che non era chiusa di -mura, ma da uno vile steccato, e avendo quella, signoreggerebbono un -paese forte e pieno d’ogni bene da vivere: e però una mattina per tempo -vi feciono cavalcare duemila barbute, e mille fanti e più balestrieri. -E giunti a piè del castello, i cavalieri scesono de’ cavalli, e -con gli elmi e colle barbute in testa si legarono con le braccia -insieme, tenendo l’uno ’altro, e tra loro ordinarono i balestrieri, -e cominciarono da ogni parte a un’ora a montare verso gli steccati. -I terrazzani arditi e fieri, co’ soldati che v’erano, si misono -francamente alla difesa colle balestra ch’aveano e co’ sassi maneschi. -La forza de’ nemici era grande tanto, che per forza condussono un loro -conestabile con la sua bandiera quasi al pari dello steccato. Come si -fermò con l’insegna per dare favore agli altri, tra con le balestra e -con le pietre lo traboccarono morto giù per la ripa. Nondimeno i nimici -con grave battaglia gli stringeano forte, e quelli del castello molto -vivamente senza riposo difendeano gli steccati per modo, che da mezza -terza fino a mezzo dì, che la battaglia era durata senza arresto, i -nimici non aveano potuto abbattere un legno del loro steccato. Per -la qual cosa vedendo i cavalieri la franca difesa di que’ villani, e -già morti alquanti di loro, e che il giorno era nel calare, disperati -di quell’impresa, con loro vergogna si ritrassono della battaglia e -tornarono nel campo, e più non tentarono di ritornarvi. - - -CAP. XVIII. - -_Come i Tarlati, e i Pazzi di Valdarno e gli Ubertini vennono in sul -contado di Firenze, e furonne cacciati per forza da’ Fiorentini._ - -Dall’altra parte messer Piero de’ Tarlati d’Arezzo in prospera -vecchiezza, valicati i novanta anni della sua età, e il vescovo -d’Arezzo della casa degli Ubertini, e i Pazzi di Valdarno, non ostante -che fossono in pace col comune di Firenze, avendo dugentocinquanta -cavalieri di quelli dell’arcivescovo, e aggiuntosi de’ conti -d’Urbino e altri ghibellini, mentre che l’oste era in Mugello, con -trecentocinquanta cavalieri e con duemila pedoni si misono da capo -predando il contado di Firenze, e vennono all’Ambra, e di là intendeano -entrare nel Valdarno e venire a Fegghine. I Fiorentini sdegnosi di -questi traditori, subitamente trassono dalle loro frontiere cinquecento -cavalieri, e commisono a centocinquanta cavalieri ch’aveano in Arezzo -che dovessono venire a raccozzarsi co’ nostri; e mossono il popolo -del Valdarno, che con grande animo e di buona voglia andavano in -quello servigio. Il comune di Firenze si confidò al tutto in questa -cavalcata di Albertaccio di messer Bindaccio da Ricasoli, uomo savio, -pro’ e ardito e buono capitano, se fosse stato in fede nel servigio -del comune: e benchè altri buoni cittadini fossono mandati in detto -servigio, a costui fu dato il mandato che in tutto fosse ubbidito. La -gente a piè e a cavallo che cavalcavano di volontà, sopraggiunsono -i nimici in sul vespero all’Ambra, in parte, che avendo voluto fare -quello si poteva per la nostra gente, non ne campava testa che non -fossono morti o presi: perocchè la gente del comune di Firenze era due -cotanti, e migliore gente d’arme, e erano nel loro terreno intorniati -dagli amici. Questo Albertaccio avendo parentado e amistà co’ detti -nimici, portò infamia di non avere servito il comune lealmente. In -prima d’avere sostenuta la gente del comune a Montevarchi, che potea -più infra ’l dì avere occupati i nimici: appresso, che quando fu a loro -non gli lasciò per la nostra gente badaluccare, per tenerli corti e -ristretti che non si potessono provvedere: e perocchè non lasciò porre -la sera la cavalleria de’ Fiorentini nel luogo dove si poteva torre -la via a’ nimici che andare non se ne potessono quella notte. Per li -savi che v’erano con lui si provvedeva, nondimeno per lo pieno mandato -ch’aveva dal comune fu ubbidito; ed egli mostrava di fare buona e -franca capitaneria, e di volere vincere i nimici senza pericolo della -sua gente: e però puose quella sera il campo in luogo sicuro a’ suoi, -e utile a’ nimici. O vero o bugia che fosse, infamato fu d’avere dato -il tempo e fatto assapere a’ nimici che si dovessono partire in quella -notte. I nimici traditori del nostro comune, vedendosi sorpresi a -loro gran pericolo, intesono con ogni sollecitudine, senza dormire, a -campare le persone: e non tennono per una via, ma per diverse parti per -lo scuro della notte presono la fuga molto chetamente. La nostra gente -non fu ordinata a quella guardia, e poi innanzi che il capitano facesse -armare il campo, i nimici erano più di sei miglia dilungati; allora -si strinsono ove la sera aveano lasciati i loro avversari, e niuno ve -ne trovarono: onde la infamia crebbe al capitano per lo fatto, e il -ripitio fu grande tra i cavalieri soldati e il conducitore, ch’avea -tolto loro quella preda per mala condotta. La gente che v’era d’Arezzo, -forte sdegnata di questo tradimento che parve loro avere ricevuto, -si partirono senza licenza del capitano con centocinquanta cavalieri -ch’aveano per loro guardia da’ Fiorentini, e tornaronsi in Arezzo. - - -CAP. XIX. - -_Come Bustaccio entrò e rendè la Badia a Agnano._ - -In quella notte Bustaccio degli Ubertini si ridusse con parte di quella -gente a piede e a cavallo nella Badia a Agnano, la quale era molto -forte e bene guernita. La cavalleria de’ Fiorentini rimasa con vergogna -della partita de’ nimici, sentendo come Bustaccio era ricoverato in -quella Badia, cavalcarono là, e trovaronli racchiusi, e ordinati alla -difesa di quella tenuta. Il capitano per volere ricoprire sua infamia -volea combattere la fortezza; i conestabili de’ cavalieri, stretti -insieme, dissono ch’erano stati ingannati, e per baratto aveano perduta -la preda de’ nimici fuggiti, e però non intendeano combattere se prima -non fossono sicuri della preda, se per patto si lasciassono i nimici -partire: e in fine ne furono in concordia d’avere fiorini cinquecento -d’oro, come che i nimici si capitassono. E di presente combattendo -certo borgo il vinsono. Poi combattendo la Badia furono ributtati a -dietro, e perderono tre bandiere, ch’erano in sulle case, le quali -i nimici presono, e per paura del passo ove si trovavano le locaro -ritte in sull’altare maggiore della badia. I cavalieri aontati delle -loro bandiere prese, d’un animo si disponeano per forza a vincere -la Badia, e sarebbe venuto fatto loro, ma non senza grande danno, -perchè dentro v’erano buoni guerrieri; e però innanzi che alla grave -battaglia si venisse, il Roba da Ricasoli, allora discordante per -setta d’Albertaccio, volle parlare con quelli d’entro, i quali stavano -in gran paura: e parlato loro, di presente s’acconciarono a rendere -la Badia, potendosene andare salve le persone, e i cavalli e l’arme. -E presa per lo meno reo partito la detta concordia, e data la fede, -i nimici si partirono, e la fortezza e le bandiere s’ebbono senza -vergogna del comune, e i conestabili vollono i fiorini cinquecento -d’oro loro promessi. - - -CAP. XX. - -_Come l’arcivescovo tentò i Pisani di guerra contro a’ Fiorentini._ - -Stando l’oste intorno alla Scarperia, e dando opera i capitani a -far fare dificii da traboccare nella terra per rompere le torri -e mura, e gatti e altri ingegni di legname per vincere la terra -per battaglia, e i Fiorentini d’accogliere gente d’arme, e d’avere -capitano per poterla soccorrere, l’arcivescovo non restava di tentare -i Pisani dalla sua parte in comune e in diviso che rompessono pace -a’ Fiorentini, con intenzione di mandare messer Bernabò da quella -parte con duemila cavalieri ad assalire co’ Pisani insieme il nostro -comune, e faceva loro grandi promesse. I Gambacorti, a cui segno Pisa -si governava, non vollono rompere la pace: nondimeno l’arcivescovo -avendo favore dentro, e’ consigliò del modo che avesse a tenere -di muovere il popolo naturale nemico de’ Fiorentini, ed elesse una -solenne ambasciata, fornita d’autorità di savi uomini, e mandògli a -Pisa: e giunti là, e sposta la loro ambasciata con molte suadevoli -ragioni, i Pisani astuti, per pigliare consiglio nel tempo, dissono di -rispondere all’arcivescovo per loro ambasciadori, e incontanente gli -mandarono a Milano, imponendo loro, che della volontà dell’arcivescovo -non si rompessono, ma tranquillassono il fatto. E in questo mezzo -provvidono più riposatamente sopra il partito, e conobbono che -rompere pace al comune di Firenze non tornava in loro utile: che se -l’arcivescovo prendea signoria in Toscana, era loro suggezione e danno; -e segretamente feciono quello sentire a tutti i confidenti di quello -stato, buoni cittadini. L’arcivescovo avvedendosi del modo che con -lui tenevano coloro che governavano la terra, li credette ingannare, -e per lo favore ch’avea nel popolo e in molti altri cittadini, e non -ostante che avesse gli ambasciadori pisani in Milano, fece maggiore -e più solenne ambasciata a’ Pisani; e commise loro, che in parlamento -esponessono la sua domanda, come detto gli era, sperando che a grido -di popolo avrebbe la sua intenzione contro a’ Fiorentini. E come -giunti furono in Pisa, senza sporre alcuna cosa a’ rettori del comune, -addomandarono loro di volere il parlamento, e risposto fu loro di -farlo adunare volentieri a certo giorno, onde gli ambasciadori furono -contenti; e incontanente feciono a tutti i cittadini, con cui aveano -conferito loro consiglio, dire che venissono al parlamento; e bandito e -sonato a parlamento, come ordinato fu si ragunò il popolo nella chiesa -maggiore in gran numero, ove furono tutti i cittadini che temeano di -perdere loro libertà e il loro stato. Gli ambasciadori ammaestrati in -udienza di tutto il parlamento, con molto ornato sermone, ricordando -i servigi grandi per la casa de’ Visconti fatti al comune di Pisa, -e come gli aveano onorati e aggranditi sopra gli altri cittadini di -Toscana, e’ raccontarono per ordine la mala volontà che i Fiorentini -aveano verso di loro, e l’ingiurie che altro tempo inimichevolmente -aveano loro fatte, e intendeano di fare quando si vedessono il destro, -mostrando loro come ora era venuto tempo nel quale il loro signore -intendea d’abbattere in tutto lo stato e l’arroganza de’ Fiorentini -loro antichi nemici, e spegnere parte guelfa in Italia, e a ciò fare -avea mossi tutti i ghibellini di Lombardia e di Toscana, e di Romagna e -della Marca, come per opera era loro manifesto. La qual cosa conosciuta -per loro, ch’erano capo di parte ghibellina in Toscana, molto doveano -essere contenti di poter fare in cotanta loro esaltazione la volontà -del loro signore, la quale e’ domandava con tanta istanza a quello -popolo. Essendo uditi attentamente, si pensarono a grida di popolo -avere impetrata la loro dimanda, ma la cosa andò tutt’altrimenti, -per la provvisione de’ savi cittadini, li quali si ritennero in -silenzio in quello parlamento, come per loro fu provveduto. E quando -gli ambasciadori l’uno dopo l’altro ebbono detto e confermato loro -sermone, pregarono gli ambasciadori che si attendessono alquanto, e -tosto risponderebbono di comune consentimento alla loro ambasciata, -e così si trassono del parlamento. E usciti gli ambasciadori, gli -anziani feciono la proposta che si consigliasse se il comune di Pisa -dovesse rompere pace a’ Fiorentini, oggi loro amici e loro vicini, -o no: e levatosi alcuno a dire in servigio dell’arcivescovo, molti -più, i maggiori cittadini, si levarono a dire come grande male e -vergogna del loro comune sarebbe, avendo ferma e buona pace col comune -di Firenze, a romperla contro a ragione, in perpetua infamia del -loro comune. E fatto il partito, fu vinto che pace non si rompesse -a’ Fiorentini. Gli ambasciadori, già preso sdegno per l’uscita del -parlamento, avvedendosi dove la cosa riuscirebbe, senza attendere se -n’erano andati all’ostiere. E quando gli anziani mandarono per loro per -fare la risposta del parlamento, sentendo che non sarebbe quella ch’e’ -voleano, non vi vollono andare, e senza prendere comiato montarono -a cavallo e tornaronsene a Milano. I Pisani si scusarono saviamente -all’arcivescovo, perchè non stesse indegnato, e mandarongli dugento -cavalieri, che mandar gli doveano per loro convenenza alla guardia -di Milano. Allora venne meno all’arcivescovo la maggiore speranza che -avesse di potere vincere i Fiorentini. Il comune di Firenze cercava in -questo tempo d’avere capitano di guerra che guidasse la sua gente, che -al continuo la cresceva, e avendo mandato a molti l’elezione con grande -salario, tutti la rifiutavano per paura del potente tiranno: nondimeno -il comune pensava d’atarsi con la capitaneria de’ suoi cittadini. -E avendo l’oste così grande in Mugello, non pareva se ne curasse, e -nella città catuno faceva la sua mercatanzia e sua arte senza portare -alcuna arme; e continovo facea rendere a’ cittadini i danari del -monte: e sapendo questo i nemici forte se ne maravigliavano, e molto -n’abbassarono la loro superbia. - - -CAP. XXI. - -_Come l’oste deliberò combattere la Scarperia._ - -Quando i conduttori dell’oste seppono che il comune di Pisa non voleva -rompere pace a’ Fiorentini, e come alcuno trattato ch’aveano in Pistoia -era scoperto, con tutta la loro intenzione si rivolsono alla Scarperia, -e quella cominciarono a tormentare con percosse di grandissimi dificii, -che il dì e la notte gettavano nel piccolo castello grossissime pietre, -le quali rompeano le case d’entro, e le mura e le bertesche gettavano -a terra. E ogni dì faceano assalto loro alla terra: onde gli assediati -per la continova guerra, e per la sollecita guardia che conveniva loro -fare il dì e la notte alla difesa, erano infieboliti, e pensarono che -senza soccorso di fuori, o aiuto di masnadieri freschi poco potrebbono -sostenere: e però scriveano a’ Fiorentini per loro fanti tedeschi, che -si mescolavano con gli altri Tedeschi di fuori, che avacciassono il -loro soccorso. I Fiorentini erano in ciò assai solleciti, e già avevano -al loro soldo accolti milleottocento cavalieri, e tremilacinquecento -masnadieri a piede de’ buoni d’Italia, e dugento cavalieri aveano da’ -Sanesi, e seicento n’attendeano da Perugia, i quali erano a cammino; -e avendo ordinato d’uscire a campo con questi cavalieri, e con grande -popolo, a petto a’ nemici sopra il Borgo a san Lorenzo luogo detto a -san Donnino, ove erano forti per lo sito, e con le spalle al Borgo a -san Lorenzo da potere strignere e danneggiare i nemici, ch’erano assai -di presso, e dare vigore e baldanza agli assediati della Scarperia: -ed essendo ogni cosa provveduta, attendendo i cavalieri perugini per -uscire fuori, n’avvenne la fortuna che appresso diviseremo. - - -CAP. XXII. - -_Come i Tarlati sconfissono i cavalieri de’ Perugini._ - -In questi dì, del mese di settembre del detto anno, era giunto a -messer Piero Saccone de’ Tarlati in Bibbiena, mandato dal tiranno, -il doge Rinaldo Tedesco con quattrocento cavalieri per incominciare -più forte guerra a’ Fiorentini nel Valdarno. In questo stante, messer -Piero molto avveduto, sentì che seicento cavalieri buona gente -d’arme, che ’l comune di Perugia mandava in aiuto a’ Fiorentini, -erano in cammino, e venivano baldanzosi senza sospetto, e la sera -doveano albergare all’Olmo fuori d’Arezzo a due miglia. Avendo messer -Piero il certo del fatto, col doge Rinaldo insieme con quattrocento -cavalieri e con duemila fanti cavalcò la notte, e chetamente ripose -i fanti nella montagna sopra l’Olmo, per averli al suo soccorso nel -fatto; e la mattina per tempo co’ suoi cavalieri e col doge Rinaldo -assalì la cavalleria di Perugia, che la maggior parte era ancora per -gli alberghi, ma quelli ch’erano montati a cavallo si cominciarono -francamente a difendere. E già aveano tra loro messer Piero, che -s’era messo molto innanzi nella via ov’era la battaglia, prigione, -con più altri de’ caporali in sua compagnia. E se in quello assalto -gli Aretini fossono stati favorevoli ad aiutare gli amici del comune -di Firenze, come doveano, tutta la gente di messer Piero rimaneva -presa per lo stretto luogo dove s’erano messi. Ma usciti d’Arezzo i -Brandagli con loro seguito, che allora erano i maggiori cittadini, -intesono a campare Messer Piero con gli altri prigioni che i cavalieri -di Perugia aveano ritenuti, come gente che aveano l’animo corrotto -alla tirannia della loro città, come poco appresso dimostrerò. Campato -messer Piero e’ suoi, gli Aretini si tornarono dentro senza aiutare -que’ di Perugia, o dar loro la raccolta nella città. In questo, messer -Piero e’ suoi ripresono ardire, e feciono scendere della montagna -i fanti loro, traboccando addosso a’ Perugini con smisurato romore: -i quali non vedendo essere soccorsi, nè avere ricolta, non poterono -sostenere, ma chi potè fuggire campò, e gli altri tutti furono presi -nelle vie e negli alberghi. Messer Piero raccolta la preda dell’arme, -e de’ cavalli, e de’ prigioni, senza esser contastato dagli Aretini, -si raccolse colla sua gente a salvamento, menandone più di trecento -cavalieri prigioni, ventisette bandiere cavalleresche, e trecento -cavalli; e giunto in Bibbiena con questa vittoria i cavalli e l’armi e -l’altra roba partì a bottino, e i cavalieri prigioni poveri e mendichi -lasciò alla fede. A’ Fiorentini levò l’aiuto e la speranza d’uscire a -campo al soccorso della Scarperia, come ordinato era, e a’ nimici diede -maggiore baldanza di vincere il castello. - - -CAP. XXIII. - -_Come i Fiorentini procuraro di mettere gente nella Scarperia._ - -Veggendo i Fiorentini mancato disavventuratamente l’aiuto de’ Perugini, -e cresciuta baldanza a’ nimici per quella vittoria di messer Piero -Tarlati, perderono al tutto la speranza del campeggiare, e quelli -ch’erano assediati addomandavano soccorso più sollecitamente. Avvenne -che uno valente conestabile della casa de’ Visdomini di Firenze, che -aveva nome Giovanni, con grande ardire elesse trenta compagni sperti -in arme, buoni masnadieri, e una notte si mise nel campo de’ nimici, -e per mezzo delle guardie, non pensando che gente de’ Fiorentini si -mettessono tra loro, virtuosamente si misono nella Scarperia; la -qual cosa fu agli assediati alcuno conforto, e più per la persona -del valente conestabile, che per la sua piccola compagnia, a cotanto -bisogno quanto aveano dì e notte, per gli assalti continovi de’ loro -nimici. E i conducitori dell’oste avendo sentito l’entrata di que’ -masnadieri nella Scarperia, la feciono più strignere e più guardare il -dì e la notte. E tentato i Fiorentini per più riprese di mettervi anche -gente, e non trovando per niuno prezzo il modo, un altro conestabile -cittadino di Firenze della casa de’ Medici, di grande fama tra gli -uomini d’arme, per accrescere suo onore si fece dare cento fanti -masnadieri a sua eletta, e avendo con seco uno della Scarperia che -sapeva l’ore delle vegghie delle guardie, e le loro vie, presono il -cammino di notte per l’alpe di verso quella parte donde meno si potea -temere per quelli dell’oste, con la insegna levata co’ suoi compagni -stretti si mise arditamente per lo campo, dirizzandosi verso la -Scarperia. E in su l’entrata del campo le guardie s’avviddono, e levato -il romore, venti di quelli fanti rimasono addietro, e non poterono -ristrignersi co’ compagni, e tornaronsi nell’alpe, e camparono: e il -conestabile con ottanta compagni sanza fare arresto, innanzi che i -nimici il potessono occupare con la loro forza, sano e salvo co’ suoi -compagni entrò nella Scarperia; e così per virtù di due conestabili -fu fornito quello castello di quello che aveva maggiore bisogno. E per -questo soccorso gli assediati presono cuore e speranza ferma della loro -difesa; e tra capitani dell’oste n’ebbe ripitio e grande sospetto, -temendo che gli Ubaldini non gli avessono condotti, ma niuna colpa -v’ebbono. E soprastando alquanto allo infestamento de’ nimici sopra -questo castello, ci occorre alcune altre materie a cui ci conviene dare -luogo per debito del nostro trattato, e appresso ritorneremo con più -onestà alla presente materia. - - -CAP. XXIV. - -_Come la reina Giovanna si fece scusare in corte di Roma._ - -Come addietro abbiamo narrato, quando l’accordo si fece dal re -d’Ungheria al re Luigi, ne’ patti venne fatta la commissione nel -papa e ne’ cardinali per catuna parte: che se la reina Giovanna si -trovasse colpevole della morte d’Andreasso suo marito, fratello del re -d’Ungheria, ch’ella dovesse essere privata del reame, e dove colpevole -non si trovasse, dovesse essere reina. A questo patto acconsentì il -re d’Ungheria, più per l’animo che avea di tornare in suo paese, che -per altra buona volontà che di ciò avesse, e però la commissione fu -avviluppata più che ordinato o spedito libello, e non vedendo i pastori -della Chiesa come onestamente potessono diliberare questa cosa, la -dilungarono. Essendo lungamente gli ambasciatori di catuna parte stati -in corte senza alcuno frutto dell’altre cose commesse per li detti re -nella Chiesa, vedendo che questo articolo non terminandosi portava -infamia e pericolo alla reina, con ogni studio vollono che il suo -processo si terminasse. E perocchè assoluta verità del fatto non poteva -scusare la regina, levare il luogo della dubbiosa fama proposono; -che se alcuno sospetto di non perfetto amore matrimoniale si potesse -proporre o provare, che ciò non era avvenuto per corrotta intenzione o -volontà della reina, ma per forza di malíe o fatture che le erano state -fatte, alle quali la sua fragile natura femminile non avea saputo nè -potuto riparare. E fatta prova per più testimoni come ciò era stato -vero, avendo discreti e favorevoli uditori, fu giudicata innocente -di quello malificio, e assoluta d’ogni cagione che di ciò per alcun -tempo le fosse apposto, o che per innanzi le si potesse apporre di -quella cagione: e la detta sentenza fece divulgare per la sua innocenza -ovunque la fede giunse della detta scusa. - - -CAP. XXV. - -_Come i Genovesi e i Veneziani ricominciarono guerra in mare._ - -Seguita di dar parte intra le italiane tempeste della terra a quelle -che in que’ tempi concepute ne’ nostri mari Tirreno e Adriatico -da superbe presunzioni di due comuni, in Grecia e poi nelli stremi -d’Europa partorirono gravi cose, come seguendo nostro trattato si potrà -trovare. I Genovesi infestati dalla loro alterezza, ricordandosi che -i Veneziani l’anno passato aveano soperchiato in mare le undici loro -galee, avvegnachè per l’aiuto de’ loro di Pera si fossono felicemente -vendicati, vollono per opera mostrare loro potenza a’ Veneziani, e per -comune consiglio, essendo a quel tempo catuna casa de’ loro maggiori -cittadini tornata con pace in Genova, ordinarono di fare armata, la -quale fosse fornita per più eccellente modo che mai avessono armato. -E comandarono a’ grandi e a’ popolani mercatanti, e agli artefici -minori e ad ogni maniera di gente, che di due l’uno s’acconciassono ad -andare in quell’armata, e simigliante comandamento feciono fare per -tutta la loro riviera, e certo la volontà vinse il comandamento, che -più volentieri s’acconciavano d’andare che di rimanere: i corpi delle -galee furono per numero sessantaquattro, e ammiraglio fu fatto messer -Paganino Doria; i soprassaglienti furono sopra ogni galea doppi, armati -nobilmente, e doppi i balestrieri e i galeotti, tutti forniti d’arme, -e tutti si vestirono per compagne chi d’un’assisa e chi d’un’altra, e -comandamento ebbono dal loro comune d’abbattere la forza de’ Veneziani -in mare e in terra giusta loro podere: e fornite le galee di panatica -e di ciò ch’aveano bisogno, e pagati per ordine di mercatanzia e’ -dazii, senza trarre danari di comune, per sei mesi, del mese di -luglio, gli anni di Cristo 1351, si partirono da Genova, ed entrarono -nel golfo di Vinegia facendo danno assai a’ navili e alle terre de’ -Veneziani, e senza lungo soggiorno si partirono di là e andaronne -all’isola di Negroponte. I Veneziani non provveduti della subita armata -de’ Genovesi, aveano mandate venti loro galee armate in Romania, le -quali erano nell’Arcipelago, delle quali i Genovesi ebbono lingua, e -seguitandole, le sopraggiunsono all’isola di Scio: le quali vedendosi -di presso l’armata de’ Genovesi, con la paura aggiunsono forza a’ remi, -e avendo aiuto d’alcuno vento alle loro vele, essendo seguitate da’ -Genovesi, fuggendo le diciassette ricoverarono nel porto di Candia, e -le tre presono alto mare per loro scampo. - - -CAP. XXVI. - -_Come l’armata genovese andò a Negroponte e assediò Candia, e quello -che ne seguì._ - -L’armata de’ Genovesi seguendo quella de’ Veneziani giunsono a -Negroponte, ove i Veneziani con grande studio e paura erano arrivati, e -avendo da’ terrazzani aiuto, appena aveano compiuto di tirare le loro -diciassette galee in terra, lasciando le poppe in mare per poterle -difendere, e in aringo l’aveano messe l’una a lato all’altra a modo -di bertesca per poterle meglio di terra difendere, ove giunta l’armata -de’ Genovesi, senza arresto l’assalirono con aspra e folta battaglia, e -prese l’avrebbono, se non fosse che tutti gli uomini d’arme di quella -terra furono alla loro difesa, e a guardare la marina che i Genovesi -non potessono scendere in terra: e in quello assalto la feciono sì -bene, che i Genovesi s’avvidono per forza non poterle guadagnare nè -scendere in terra nel porto: e però presono loro consiglio d’assediare -la città di Candia per mare e per terra, e procacciare di Pera e -dell’altre parti di loro amici legni grossi, e gente e dificii di -legname per combattere e vincere la terra, se per loro virtù e forza -fortuna l’assentisse. E allora lasciarono guardia delle loro galee -sopra il porto, e con l’altre girarono alquanto, e misono in terra loro -campo, attendendo gente e fornimenti che procacciavano per combattere -la terra, e que’ d’entro s’afforzavano alla difesa, e dì e notte -intendeano a fare buona guardia, avendo mandato a’ Veneziani per loro -soccorso. - - -CAP. XXVII. - -_Come i Veneziani feciono lega co’ Catalani, e di nuovo armarono -cinquanta galee._ - -Stando l’armata de’ Genovesi per mare e per terra all’assedio della -città di Candia, il comune di Vinegia ebbe le novelle, ed essendo -tanti loro grandi e buoni cittadini, e le loro galee e la loro -città assediata, ebbono grande dolore, nondimeno con franco animo -deliberarono di fare ogni loro sforzo per soccorrerli: e ricercando -la gente che allora poteano fare di loro distretto, non trovarono che -bastasse a potere fornire loro armata, tanto era mancata per la passata -mortalità, e però elessono di loro cari cittadini solenni ambasciadori, -i quali mandarono prima a Pisa, e appresso in Catalogna, per recarli a -loro lega, e averli in loro aiuto, con ogni largo patto che volessono: -e di ciò diedono agli ambasciadori piena libertà e balìa, con ispendio -di grande somma di moneta. I Pisani essendo in pace co’ Genovesi, -avvegnachè poco s’amassono, per promesse o patto che fosse offerto -loro non si vollono muovere contro a’ Genovesi, ma alquanto più che ’l -consueto s’inamicarono con loro, ricevendo grazie da’ Genovesi per la -fede mantenuta a quel punto. I Catalani per grande odio che aveano a’ -Genovesi, per ingiurie e danni ricevuti da loro in mare, di presente -s’allegarono co’ Veneziani, e promisono di dare armate di loro uomini -quelle galee che i Veneziani volessono, dando i Veneziani loro i corpi -delle galee e i debiti soldi a’ Catalani. E ferma la lega, i Veneziani -incontanente misono il banco, e cominciarono a scrivere e a soldare la -gente, e mandarono a Venezia che vi mandassono i corpi delle galee e’ -danari, i quali senza indugio vi mandarono ventitrè corpi di galee, e -danari assai, e fecionle armare di buona gente. I Veneziani a Venezia -prestamente n’armarono ventisette, e mentre che l’armata si facea -in Catalogna e a Venezia, i Veneziani mandarono una galea sottile -bene armata a portare novelle del loro grande soccorso, e mandarono -in quella danari per fare apparecchiare le galee ch’erano là, che di -presente al tempo della venuta della loro armata fossono apparecchiate, -sicchè contra a’ loro nimici fossono più possenti. Questa galea per -scontro di fortuna s’abbattè in una galea di Genovesi, e combattendo -insieme, la veneziana fu vinta e presa in segno del futuro danno. -I Genovesi ebbono i danari, e le lettere e l’avviso dell’armata de’ -Veneziani e de’ Catalani per potersi provvedere; il corpo della galea -aggiunsono alle loro, e gli uomini ritennono a prigioni, con gran festa -di questa avventura. - - -CAP. XXVIII. - -_Come la imperatrice di Costantinopoli col figliuolo si fuggì in -Salonicco._ - -Avvenne che in questi medesimi tempi che l’armata de’ Genovesi era a -Negroponte, che Mega Domestico del lignaggio imperiale, il quale si -faceva dire Cantacuzeno, cioè imperadore, essendo rimaso balio del -figliuolo dell’imperadore di Costantinopoli a cui succedea l’imperio, -governava tutto per lui, gli diè la figliuola per moglie, ingannando -la giovanezza del suo pupillo, senza consentimento della madre. -L’imperatrice sentendo quello che Mega Domestico avea fatto, prese -sospetto, e fatto le fu vedere che ’l figliuolo sarebbe avvelenato, -perchè l’imperio come era in guardia rimanesse libero al detto Mega, -balio dell’imperio e del giovane, onde l’imperadrice col figliuolo, -di furto e improvviso a Mega s’erano fuggiti di Costantinopoli, e -andati nel loro reame di Salonicco, ivi mostrando manifesto sospetto -del balio dell’imperio, si dimorarono in grande guardia. E Mega -Domestico, come è detto, vedendosi rimaso nella forza dell’imperio, -si fece dinominare imperadore: e senza fare guerra al giovane, si -fortificava nell’imperio, e aveasi confederato l’amistà de’ Veneziani. -L’imperadrice avendo sentita l’armata de’ Genovesi a Negroponte, -mossa da femminile furia e sprovveduto consiglio, mandò a trattare -co’ Genovesi, in cui prendeva confidanza, perocchè era figliuola -del conte di Savoia, assai presso di vicinanza a’ Genovesi, e sapea -ch’elli erano nimici de’ Veneziani, amici di Mega Domestico suo -avversario; il trattato fu fermo co’ Genovesi, e le promesse furono -grandi ove rimettessono il figliuolo in signoria dell’imperio di -Costantinopoli. I Genovesi per questo si pensarono di passare il verno -alle spese del’imperadrice, e abbattere molto della forza degli amici -de’ Veneziani, e d’essere più agresti e più forti contro alla loro -armata, e però si dispuosono a lasciar l’assedio con loro onore, ove -poco profittavano, e a prendere il servigio dell’imperadrice. Lasceremo -al presente questa materia per riprenderla al suo debito tempo, e -torneremo a’ fatti di Firenze. - - -CAP. XXIX. - -_Come la Scarperia sostenne la prima battaglia dal Biscione._ - -Tornando all’assedio della Scarperia, il capitano dell’oste col suo -consiglio vedendo che la Scarperia era fornita per la sua difesa di -valorosi masnadieri, e che dentro era bene fornita di vittuaglia, -e sentendo che i Fiorentini non si curavano di loro, e continovo -accresceva loro forza, ed essendo mancata la ferma de’ loro soldati: -per non partirsi con vergogna di non avere vinto per forza uno piccolo -castello, rifermarono i loro cavalieri, e avuti danari dall’arcivescovo -tutti gli pagarono, e promisono paga doppia e mese compiuto a coloro -che combattendo vincessono la Scarperia. Il tempo era già all’entrata -d’ottobre, e la vittuaglia cominciava a rincarare, e questo più gli -spronava a volere vincere la punga. I dificii da combattere la terra -erano apparecchiati, scale assai, e grilli e gatti e torri di legname, -le quali aveano condotte presso al castello al tirare della balestra, -o poco più. E così apparecchiati, una domenica mattina, ordinati -i combattitori, da più parti con molti balestrieri assalirono il -castello, e conduceano i dificii e le scale alle mura con gran tempesta -di loro grida. Quelli del castello ordinati dentro alla difesa co’ loro -capitani, si teneano coperti e cheti, e lasciarono valicare i nimici il -primo fosso e entrare nel secondo, che non v’avea acqua, e accostare -molte scale alle mura innanzi che si movessono: allora dato il segno -da’ loro conestabili, con grande romore sollecitamente cominciarono -dalle mura a percuotere sopra i nimici colle pietre, lance e pali, e -a traboccare loro legname addosso, e i balestrieri saettare da presso -e da lungi senza perdere in vano i loro verrettoni. In questo primo -assalto fediti e magagnati assai di quelli che s’erano accostati -alle mura e agli steccati per forza ne furono dilungati: nondimeno -i capitani per straccare di fatica quelli delle mura, rimutavano -spesso la loro gente dalla battaglia, rinfrescando gente nuova, e non -lasciando prendere lena nè riposo a que’ delle mura e della guardia -degli steccati, ma i franchi masnadieri si difendeano virtudiosamente, -avendo in dispregio il riposo, e confortando l’uno l’altro per modo, -che per forza nè per rinfrescamento di loro battaglia, da innanzi terza -all’ora di nona, per molte riprese di battaglie non ebbono podere -d’accostarsi alle mura, nè agli steccati ove le mura non erano. Nel -primo fosso condussono sessantaquattro scale, e nel secondo accosta -del muro tre, le quali abbandonarono, non potendo avanzare; e con poco -onore di questa prima battaglia, e con alquanti morti rimasi nel fosso, -e con molti fediti e magagnati, si ritrassono dalla battaglia, e que’ -d’entro intesono al riposo e a medicare i loro fediti, che ne aveano -gran bisogno. - - -CAP. XXX. - -_Come la Scarperia riparò alla cava de’ nimici._ - -Nonostante l’ordine delle battaglie, i conducitori dell’oste con gran -costo e con molto studio conducevano una cava sotterra per abbattere -le mura della Scarperia, e molto grande speranza aveano in quella di -vincere la terra. Que’ d’entro pensando e temendo che così dovessono -fare i loro avversari, provvidono al rimedio, e feciono un fosso dentro -intorno alle mura, il quale era braccia quattro e mezzo largo in bocca, -e braccia tre largo in fondo, e andava di sotto al fondamento delle -mura braccio uno e mezzo, acciocchè se le mura cadessono, si trovassono -l’aiuto del detto fosso alla loro difesa. E nondimeno provvidono di -cavare di fuori de’ fossi per ritrovare la cava de’ nimici innanzi che -giugnesse alle mura. E a fornire questo misono grande sollecitudine, -ma i loro avversari adoperarono grande forza per ritrarli da quello -lavorio: e condussono un castello di legname in sul primo fosso, sì -presso, che con le pietre combatteano coloro ch’erano tra l’uno fosso -e l’altro alla guardia de’ loro cavatori, e avvenne che a questa si -rivolse grande parte dell’oste, e tutta la forza di quelli d’entro. -Quelli di fuori combattendo con le pietre e con le balestre, e -rinnovando d’ora in ora i freschi combattitori, quelli del fosso colle -fosse delle parate e co’ palvesi francamente s’atavano, con le loro -balestra e con quelle del loro aiuto dalle mura, e diputati a questa -punga trecento di que’ d’entro, sostennono l’assalto de’ nimici il -lunedì e ’l martedì molto francamente, non lasciando impedire i loro -cavatori: i quali lavorando con grande sollecitudine pervennero alla -cava de’ nimici, la quale era venuta innanzi centottanta braccia, e -presso alle mura a venti braccia: la quale di presente affocarono, e -cacciarono i cavatori, e guastarono loro la cava. Essendo da catuna -parte molti fediti, que’ del campo abbandonarono l’assalto con loro -vergogna; e i valenti masnadieri alla ritratta de’ nimici presono e -arsono il castello del legname ch’era sopra il fosso, e stesonsi ad -assalire un altro ch’era più di lungi, e per forza l’affocarono, e -tornaronsi sani e salvi nel castello, avendo presa grande baldanza -della loro difesa, per la vittoriosa punga di quella cava. - - -CAP. XXXI. - -_Del secondo assalto dato alla Scarperia._ - -Vedendo il capitano dell’oste e il suo consiglio essere di ogni assalto -fatto con vergogna ributtato da que’ della Scarperia, e vedendosi -venire addosso il verno e non avere vinto il castello, e che lo strame -mancava, pensavano che la partita sarebbe con loro grande vergogna: -però vollono ancora da capo cercare la fortuna, innanzi che da quello -assedio si partissono. E per avere apparecchiato da riempiere i -fossi, feciono tutto il legname e’ frascati che aveano ne’ loro campi -conducere presso a’ fossi: e il giovedì mattina innanzi dì, essendo -l’oste armata, e le battaglie ordinate, e più torri di legnami condotte -presso a’ fossi, con ordine di palvesari e di loro balestrieri, senza -contasto riempierono di frascati il primo fosso, e le torri condussono -sopr’esso fornite di molti balestrieri. I cavalieri smontarono de’ -cavalli con gli elmi in testa, e cominciata la battaglia a un’ora da -ogni parte, i cavalieri si sforzarono di conducere gatti, grilli e -scale alle mura. Que’ d’entro che aveano preso maggiore ardire per gli -altri assalti, lasciarono fare molte cose innanzi che alla battaglia -si scoprissono, ma ordinato da’ loro conestabili, al segno dato si -mostrarono alla difesa, e con tanto impeto cominciarono a caricare di -pietre, e di pali aguti e di legname i loro assalitori, con l’aiuto -de’ loro buoni balestrieri, che per forza gli ributtarono addietro -del primo fosso. E avendo a quelli ch’erano nelle torri ordinato -di loro i migliori balestrieri, gli strinsono per modo, che non si -poteano scoprire, nè dare a loro utile aiutorio. E in questo assalto -alcuni conestabili d’entro ebbono ardire con certi loro compagni -eletti d’uscire fuori della terra, e con le lance e con le spade in -mano fediano per costa i combattitori, e incontanente si ritraevano: -e questo feciono più volte danneggiando i nimici, e ritraendoli dalla -battaglia dov’erano ordinati, senza ricevere impedimento. Ed essendo -durata la battaglia infino a nona, senza avere que’ dell’oste fatto -alcuno acquisto, feciono sonare la ritratta. E di presente quei del -castello misono fuori de’ loro masnadieri, i quali presono le torri -e’ dificii e arsonli, che i nimici aveano condotti, e dato opera -infino alla notte a mettere dentro il legname utile, tutto l’altro co’ -frascati arsono nel fosso. E intesono a medicare i loro fediti, e a -farsi ad agio d’alcuno riposo, del quale aveano gran bisogno per quella -giornata. - - -CAP. XXXII. - -_Del terzo assalto dato._ - -Avendo i capitani dell’oste quasi perduta ogni speranza di potere -vincere la Scarperia, vollono tentare l’ultimo rimedio con danari e -con ingegno; e in quello rimanente del dì feciono venire a loro tutti -i conestabili tedeschi con i più nomati cavalieri di loro lingua, i -quali nelle battaglie date al castello poco s’erano travagliati altro -che di vedere, e dissono loro: se a voi desse il cuore di vincere con -forza e con ingegno questa terra, l’onore sarebbe vostro, e oltre alla -paga doppia e mese compiuto, a catuno daremo grandi doni. I conestabili -e i loro baccellieri si strinsono insieme, e mossi da presuntuosa -vanagloria e da avarizia, rispuosono: che dove e’ fossono sicuri -d’avere di dono sopra le cose promesse fiorini diecimila d’oro, che -darebbono presa la Scarperia: e questo dava loro il cuore di fornire -con l’aiuto dell’altra oste, ove fosse fatto quello che direbbono -in quella notte. I capitani promisono tutto senza indugio, sicchè -rimasono contenti, e di presente feciono fare comandamento a tutti -i conestabili delle masnade da cavallo e da piè, che colà da mezza -notte fossono apparecchiati dell’arme e de’ cavalli; e fatto questo, -andarono a cenare e a prendere alcuno riposo. Venuta la mezza notte, -e armata l’oste chetamente, il tempo era sereno e bello, e la luna -faceva ombra in quella parte della Scarperia che i Tedeschi aveano -pensato d’assalire: e fatto tra loro elezione di trecento baccellieri, -a loro commisono tutto il fascio della loro intenzione; i quali bene -armati, separati dall’altra gente, con le scale a ciò diputate e con -altri utili argomenti, senza alcuno lume, s’addirizzarono verso quella -parte della terra ove l’ombra gli copriva. Tutta l’altra oste con -innumerabili luminarie, e con ismisurato romore e suoni di tutti gli -stromenti dell’oste, colle schiere fatte e colle battaglie ordinate -si cominciarono a dirizzare dall’altre parti verso la Scarperia. I -fanti della Scarperia, che appena aveano ancora dell’affanno del dì -preso alcuno riposo, sentendo lo stormo, e vedendo l’esercito venire -con ordine di loro battaglie a combattere la terra, cacciata la paura -e invilito il riposo, di presente furono all’arme: e con l’ardire -delle loro difese apparecchiati, andò catuno alla sua guardia delle -mura e de’ palancati; e stando cheti e senza mostrare i loro lumi -attesono tanto, che le schiere e le battaglie s’appressarono alle mura, -e cominciato fu l’assalto con suoni di tanti stromenti e con grida -d’uomini, che riempieva il cielo e tutto il paese molto di lungi. -Quest’asprezza delle grida era maggiore che dell’arme, per attrarre -l’aiuto da quella parte di que’ d’entro, e mancarlo ov’era l’aguato. -Quelli della terra maestri di cotali cose delle grida non si curavano, -e quelli che si appressavano, francamente colla balestra e colle pietre -gli faceano risentire e allungare, e niuno non si partiva o mosse dalla -sua guardia. I trecento baccellieri riposti presso della terra sentendo -il romore e l’infestamento di quelli dell’oste, chetamente colle scale -in collo passarono il primo e il secondo fosso, che non v’avea acqua, -e condussono e dirizzarono alle mura più e più scale, vedendolo e -sentendolo que’ della terra ch’erano a quella guardia, e lasciandogli -fare, finchè cominciarono a salire sopra esse, e aveano già i loro -aiutori a piede; allora quelli della guardia cominciarono a gridare, -e a mandare sopra loro grandi pietre e legname e pali, percotendoli e -facendoli traboccare delle scale nel fosso l’uno sopra l’altro. E in -un punto gli ebbono sì storditi e fediti e magagnati, che in caccia si -partirono da quello assalto, e tornaronsi all’altra oste. Dall’altra -parte fu maggiore il grido che l’assalto, ma per li buoni balestrieri -molti ve ne furono fediti in quella notte. E facendosi dì, in sulla -ritratta uscirono della terra un fiotto di buoni briganti, e dieronsi -tra’ nimici, e per forza ne presono e ne menarono tre di loro cavalieri -nella Scarperia, e gli altri ritornarono al campo perduta ogni speranza -d’avere la Scarperia. Que’ di dentro uscirono fuori un’altra volta -quella mattina, e arsono più dificii di legname ch’erano presso, e uno -castello ch’era più di lungi, e contamente senza impedimento sani e -salvi si ritornarono nella Scarperia. - - -CAP. XXXIII. - -_La partita dell’oste dalla Scarperia._ - -Vedendo il capitano dell’oste e i suoi consiglieri aver fatta la loro -oste ogni prova per vincere la Scarperia, ed esserne con vergogna -ributtati per la virtù de’ buoni masnadieri che dentro v’erano, e -tornando l’oste piena di molti fediti, e che la vittuaglia venia -mancando l’un dì appresso l’altro fortemente, e che già lo strame per i -cavalli al tutto venia loro meno, e il tempo ch’era stato fermo e bello -lungamente s’apparecchiava di corrompere all’acqua, prese per partito -d’andarsene a Bologna; e al segno dato d’una lumiera alzata sopra -ogni lume molto, il sabato notte, a dì 16 d’ottobre, l’oste si dovesse -partire, e ogni uomo si dovesse riducere verso l’alpe di Bologna, i cui -passi erano tutti in loro signoria, e il cammino era corto e il passo -aperto, e la gente volonterosa di levarsi da campo, per la qual cosa -subito ebbono passato il giogo dell’alpe. I Fiorentini avendo sentito -che i nimici erano per partirsi dall’assedio, aveano mandati in Mugello -i cavalieri che aveano per danneggiarli, se potessono, alla levata: -ma gli avvisati capitani dell’oste la domenica mattina innanzi che la -loro gente s’avviasse feciono una schiera di duemila buoni cavalieri, -i quali tennero ferma in sul piano, insino che seppono che tutta la -loro gente e la salmeria erano valicati il giogo e passati in luogo -salvo; la schiera della guardia passò, non vedendo apparire alcuno -nimico, girò e prese il suo cammino verso la montata dell’alpe, ch’era -presso a due miglia di piano: ed ebbono passato prima il giogo, che -la cavalleria de’ Fiorentini si assicurasse di stendere per lo piano, -temendo d’aguato: e così sani e salvi si ricolsono a Bologna senza -impedimento per lo senno de’ loro capitani. Quest’oste mossa con tanto -ordine e aiuto di tutti i ghibellini d’Italia, venuta di subito sopra -la nostra città sprovveduta d’ogni aiuto, stette ottantadue dì sopra -il nostro contado senza potere vincere per forza niuno castello, e de’ -quali, sessantuno dì consumarono all’assedio del piccolo castello della -Scarperia. E come fu piacer di Dio, la sfrenata potenza di cotanto -signore, aggiunta con tutta la forza de’ ghibellini d’Italia, guidata -da buoni capitani, credendosi soggiogare la città di Firenze e’ popoli -circustanti, non ebbono podere di vincere la Scarperia, da qui addietro -vilissimo castello, non murato per tutto e di piccola fortezza per -sito, ma difeso da piccolo numero di valorosi masnadieri: essendovi -a oste con più di cinquemila barbute, e duemila cavalieri, e seimila -pedoni di soldo, senza la forza degli Ubaldini e degli altri ghibellini -con loro sforzo; per la qual cosa il tiranno che avea l’animo levato a -inghiottire le italiane provincie, potè conoscere che un piccolo e vile -castello domò e fece ricredente tutta la sua forza. E come era venuto -a guisa di leone con la testa alzata, spaventevole a tutte le città -di Toscana, chinate le corna dell’ambiziosa superbia, tornò pieno di -vergogna e di vituperio, non avendo per sua potenza potuto acquistare -un debole castello, e diede materia a’ popoli di grande confidenza -della loro difesa. Lasceremo ora finita questa materia, e torneremo -all’altre tempeste italiane, che non bastando in terra conturbano -l’altrui mare. - - -CAP. XXXIV. - -_Come l’armata de’ Genovesi si partì da Negroponte e andò a Salonicco._ - -In questo tempo cominciando aspro e fortunoso verno, i Genovesi che con -la loro armata di sessantaquattro galee erano stati all’assedio della -città di Candia nell’isola di Negroponte, sentendo l’apparecchiamento -delle cinquanta galee de’ Veneziani e de’ Catalani che doveano venire -contro a loro al soccorso; e vedendo che lo stare ivi per speranza -d’avere la terra era invano, e non minor danno a loro che a’ Veneziani, -e avendo promesso il loro aiuto all’imperadrice di Costantinopoli, -ch’era fuggita col figliuolo nel reame di Salonicco, parendo per -questa cagione la loro levata dall’assedio fosse con meno vergogna, -ed entrando nell’imperio aveano più sicuro vernare, si partirono di -là e dirizzarono loro viaggio verso Salonicco; e giunti a Malvagia, -intendeano levare l’imperadrice e ’l figliuolo, e fare loro podere di -rimetterli in Costantinopoli con la loro forza e della parte che amava -il loro vero signore. L’imperadrice sentendo l’armata di presso, come -femmina mutevole, non avendo piena confidenza del figliuolo, cominciò a -sospettare: e il giovane medesimo non avendo avuto più maturo consiglio -all’impresa, convenendo la sua persona mettere nelle mani dell’altrui -forza, dubitò, e non lo volle fare, e forse fu più da biasimare il -cominciamento della folle impresa che ’l cambiamento del femminile e -giovanile animo, i quali non si vollono abbandonare alla non provata -fede de’ Genovesi; per la qual cosa l’ammiraglio col suo consiglio -presono sdegno, e rivolta la loro armata, desiderosi di rapina e -di preda, vennero all’isola di Tenedo, piena di gente e d’avere, -sottoposta all’imperio, i quali de’ Genovesi non prendeano alcuna -guardia, ed elli la presono e rubarono d’ogni sustanza. E quivi feciono -dimoro gran parte del verno prendendo rinfrescamento, e ragunando la -preda di quella e dell’altre terre di Grecia, della quale data a catuno -la parte sua, si trovarono pieni di roba e di danari, sicchè a loro non -fece bisogno altro soldo, e la loro vita tutta ebbero per niente delle -ruberie del paese. E ivi stettono fino al Natale senza mutare porto. - - -CAP. XXXV. - -_Come i Veneziani e’ Catalani s’accozzarono in Romania con l’altra -armata._ - -I Veneziani, come addietro abbiamo narrato, avendo fatta compagnia e -lega co’ Catalani contro a’ Genovesi, armarono in Venezia ventisette -galee molto nobilmente, ove si ricolsono quasi tutti i maggiori e -migliori cittadini di Venezia per governatori e soprassaglienti, -forniti a doppio di ciò che a guerra faccia mestiero, e ventitrè galee -armarono i Catalani. E tanto bolliva negli animi loro lo infocamento -dell’izza ch’aveano presa contro a’ loro avversari genovesi, che -nel tempo che l’armate sogliono abbandonare il mare e vernare in -terra, si mossono da Venezia e di Catalogna, domando le tempeste -del mare, ad andare contro a’ loro nimici in Romania. Del mese di -novembre s’accozzarono insieme in Cicilia, e di là senza soggiorno -si dirizzarono verso l’Arcipelago, e con grandi e aspre fortune, -avendo per quelle perdute sette galee veneziane e due catalane, non -senza danno della loro gente, pervennero in Turchia, e posono alla -Palatia e a Altoloco; e ivi, del mese di dicembre del detto anno, -avendo raccolte le galee che aveano a Negroponte e nelle contrade si -trovarono con settanta galee: e in Turchia stettono gran parte del -più fortunoso verno per rivedere i loro legni e avere novelle di loro -nimici. In questo travalicamento del tempo delle due armate ci occorre -a raccontare altre cose rimase addietro, e in prima una pazzia di -corrotta mente dell’ambizione umana, la quale alcuna volta combattendo, -contro al suo prospero e buono stato abbatte e rovina se medesimo con -debito e degno traboccamento. - - -CAP. XXXVI. - -_Come i Brandagli si vollono fare signori d’Arezzo._ - -Dappoich’e’ Bostoli per loro superbia furono cacciati della terra -d’Arezzo, una famiglia che si chiamarono i Brandagli, loro nimici, -cominciarono di nuovo ad avere stato in comune, e montando l’un dì -appresso all’altro vennono in maggiori, ed erano al tutto governatori -del reggimento di quello comune, e per questo montati in grandi -ricchezze: e della loro famiglia Martino e Guido di Messer Brandaglia -erano i caporali. Costoro ingrati del loro buono stato cercarono di -farsene signori con tradimento, non perchè fossono da tanto, ma per -farne loro mercatanzia, come nel fine del fatto si scoperse. Costoro -trattarono col nuovo tiranno d’Agobbio d’avere da lui al tempo ordinato -centocinquanta cavalieri, e da quello di Cortona dugento cavalieri, non -che da se gli avesse, ma per servire costoro n’accattò centocinquanta -dal prefetto da Vico, e cinquanta dal conte Nolfo da Urbino, e -feceli venire e soggiornare all’Orsaia, come gente di passaggio che -attendessono d’essere condotti e oltre a questa gente a cavallo, di -quello che non era richiesto, mise in ordine d’avere apparecchiati -undicimila fanti a piede, con intenzione, che se fortuna il mettesse in -Arezzo di volerlo per se. E ancora richiese messer Piero Tarlati, che -aveva in Bibbiena il doge Rinaldo con trecento cavalieri, benchè fosse -ghibellino e nimico del loro comune richieselo non manifestandogli -il fatto. Ma la volpe vecchia che conobbe la magagna, si offerse loro -molto liberamente, sperando altro fine del fatto che non pensavano i -traditori, accecati nella cupidigia della sperata tirannia. A conducere -questa gente aveano fuori d’Arezzo Brandaglia loro nipote, e Guido -intendeva a raccogliere i masnadieri che gli capitavano segretamente, -e a nasconderli ne’ loro palagi, e Martino stava nel palagio co’ -priori della terra a tutti i segreti del comune. In quel tempo si -dava in guardia a confidenti cittadini una porta della città che si -chiamava la porta di messer Alberto, la quale era a modo d’un cassero, -e dava l’entrata tra le due castella. Questa guardia per procaccio -di Brandaglia era ne’ figliuoli di messer Agnolo loro confidenti, con -cui elli si teneano in questo tradimento. E messe le cose d’ogni parte -in assetto, a’ signori d’Arezzo fu scritto per lo comune di Firenze -e per quello di Siena ch’avessono buona guardia, perocchè sentivano -che una terra si cercava di furare, ma non sapeano come nè quale; -Martino Brandagli ch’era nel consiglio, co’ suoi argomenti levava i -sospetti. E venuto il dì che la notte si dava il segno a que’ di fuora, -un conestabile fiorentino ch’era in Arezzo, uomo guelfo e fedele, fu -richiesto da’ Brandagli per la notte. Costui per amore della sua città -e di parte non potè sostenere per promesse che avesse avute che non -manifestasse a’ priori il tradimento di quella notte. Incontanente -i priori mandarono per Martino, il quale confidandosi nel suo grande -stato e ne’ molti amici, andò dinanzi a’ priori, e negava scusandosi -che niente sapeva di quelle cose; e in quello stante Guido suo fratello -corse a’ loro palagi, e colla gente che avea nascosa levò il romore, e -tennesi co’ suoi masnadieri forte. I cittadini in furia armati corsono -alla porta di messer Alberto, che poteva dare l’entrata a’ forestieri, -per fornire di guardia per lo comune, ma trovarono ch’ella si tenea -per i traditori. E così la città intrigata nel nuovo pericolo, e non -provveduta, fu in grande paura. La porta era forte e bene guernita alla -difesa da non poter vincersi per battaglia, e già era venuta la notte, -e quei della torre della porta d’entro feciono i cenni ordinati alla -gente di fuori, che venire doveano a loro aiuto per vincere la terra. - - -CAP. XXXVII. - -_Di quello medesimo._ - -I cittadini vedendo i cenni, temendo di non essere sorpresi dall’aiuto -provveduto da’ traditori, tempestando nell’animo, intrigati dalle -tenebre della notte e dalla paura, intendendo a combattere quei -della porta e mettere gente in su le mura, ma per questo non poteano -conoscere riparo che i forestieri non entrassono per forza nella -città, e però s’avvisarono di rompere le mura della città appresso a -quella porta: e fattane la rotta che vollono, avendo per loro guardia -cento cavalieri di Fiorentini e alcuni di loro, li misono fuori in uno -borgo fuori di quella porta, ove dovea essere l’entrata de’ nemici, -e accompagnaronli di cittadini e d’altri fanti alla difesa con buone -balestra; e di subito tagliarono alberi, e abbarrarono e impedirono -le vie al corso de’ cavalli, e le mura guarentirono di gente e di -saettamento: e nondimeno facevano dal lato d’entro combattere di -continovo quelli della porta e della torre, ma e’ si difendevano, e -di quella battaglia poco si curavano, e continovo manteneano cenni a -loro soccorso: e dentro i Brandagli difendeano i loro palazzi e la loro -contrada co’ masnadieri che aveano accolti, e attendendo Brandaglia -con la gente invitata, con la quale non dottavano d’essere signori -della terra s’ella v’entrasse. I segni della torre furono veduti dal -principio della notte, e il signore di Cortona che stava attento fu -in sul mattutino con dugento cavalieri e duemila pedoni giunto ad -Arezzo, e Brandaglia con altri dugento cavalieri. La gente di messer -Piero Saccone tardò più a venire, per riotta che mosse il doge Rinaldo -in sul fatto; gli altri ch’erano venuti baldanzosi, credendosi senza -contasto entrare nella città, come furono presso alla terra, mandarono -innanzi cento cavalieri che prendessono e guardassono l’entrata della -porta, e quella trovarono imbarrata dagli alberi e le vie innanzi al -borgo: ed essendo là venuti, e saettati da quelli ch’erano alla guardia -del borgo, e scorgendo in su l’aurora le mura piene di cittadini -armati alla difesa, e già morti due di loro compagni da quei del -borgo, si tornarono addietro, e feciono assapere a quelli dell’oste -che attendeano come stava il fatto: di che spaventati s’arrestarono -senza strignersi più alla terra, e già per segni e ammattamento che -que’ della torre e della porta facessono, e eziandio chiamandoli ad -alte voci, non si attentarono di venire più innanzi, ma ivi presso si -fermarono attendendo come i fatti dentro procedessono, e così stettono -schierati dalla mattina sino presso a nona. E in verso la nona messer -Piero Sacconi giunse co’ suoi cavalieri e pedoni, il quale sentendo -la cosa scoperta e i cittadini alla difesa, senza attendere punto co’ -suoi cavalieri diè volta e co’ suoi pedoni, e tornossene a Bibbiena; -e veduto questo, tutti gli altri si partirono, e i traditori rimasono -senza speranza di soccorso. Questa novità sentita nel contado e -distretto de’ Fiorentini, mosse senza arresto i cavalieri e’ masnadieri -che allora avea in quelle circustanze, e i Valdarnesi per venire al -soccorso degli Aretini: i quali non bene confidenti del comune di -Firenze parte ne ritennono per loro sicurtà, e agli altri diedono -commiato onestamente, senza riceverli nella città, e dolcemente fu -sostenuto. Nondimeno i traditori teneano i palagi, e la torre e la -porta: e tanta miseria occupò l’animo di que’ pochi cittadini in cui -era rimaso il reggimento, per tema di non volere fare parte agli altri -da cui e’ potessono avere aiuto, che si misono a trattare con Martino -cui eglino aveano prigione, dicendo di lasciare andare e lui e’ suoi, -e i figliuoli di messer Agnolo e le loro cose liberamente, ed e’ -rendessono la porta. E innanzi che questo venisse alla loro intenzione, -convenne che i figliuoli di messer Agnolo fossono sicuri a loro modo -d’avere contanti fiorini tremila d’oro, e avuta la sicurtà renderono la -porta e la torre al comune; e facendosi loro il pagamento per coloro -che aveano fatta la promessa, i danari furono staggiti per coloro che -aveano per loro sodo al comune, che eglino renderebbono quella fortezza -al detto comune: e così s’uscirono della città co’ Brandagli insieme; -e il seguente dì furono tutti condannati per traditori, e i loro beni -disfatti e pubblicati al comune. Trovossi poi di vero, che i traditori -aveano trattato come avessono presa la signoria, con ciò sia cosa che -non erano d’aiuto per loro lignaggio da poterla tenere, di venderla -all’arcivescovo di Milano, a gravamento della loro detestabile malizia, -la quale prese non il debito fine, ma alcuno segno della loro rovina, -per la viltà di coloro che non degni rimasono al governamento di quella -terra. - - -CAP. XXXVIII. - -_Come il re Luigi mandò il gran siniscalco ad accogliere gente in -Romagna._ - -Tanto imbrigamento di guerra sboglientava gli animi degl’Italiani per -terra e per mare in questi tempi, che volendo cercare delle novità -degli strani, non ci lasciano da loro partire. Il re Luigi valicata -la tregua dal re d’Ungheria a lui, non ostante che rimesso avessono -le loro questioni al giudicio del papa e de’ cardinali, tentava con -preghiere e impromesse di recare dalla sua parte fra Moriale, friere -di san Giovanni, il quale teneva Aversa e Capua dal re di Ungheria, -e questo fra Moriale, astuto e malizioso, mostrava di voler piacere -al re Luigi; e dandogli speranza, cominciò ad allargare il passo -alla gente del re e a’ paesani d’Aversa e di Capua, sicchè andavano -e venivano sicuramente, e non faceva guerra, ma nondimeno guardava -le città e le fortezze di quelle, e per questo corse la voce che la -concordia era fatta: ma però il re di lui, o egli del re si fidava. -Ma in questo tranquillo, il re mandò il grande siniscalco nella Marca -ad accogliere gente d’arme, il quale con grandi promesse mosse messer -Galeotto da Rimini a venire al servigio del re con trecento cavalieri, -e messer Ridolfo da Camerino con cento, a tutte loro spese, e ’l grande -siniscalco messer Niccola Acciaiuoli di Firenze ne condusse e menò -quattrocento al soldo del re, e con tutta questa cavalleria entrò in -Abruzzi. E mandò al re, che con la sua forza e con quella de’ baroni -del Regno, i quali il re avea richiesti e ragunati a Napoli, venisse -là, come era ordinato, per vincere messer Currado Lupo, e racquistare -le terre d’Abruzzi che di là si teneano per lo re d’Ungheria. - - -CAP. XXXIX. - -_Come il re Luigi accolse i baroni del Regno e andò in Abruzzi._ - -Il re Luigi sentendo come il gran siniscalco avea con seco in Abruzzi -que’ due buoni capitani con ottocento cavalieri di buona gente, fu -molto contento, e avendo presa sicurtà che fra Moriale per la concordia -ch’aveano non moverebbe guerra in Terra di Lavoro, si mosse da Napoli -per mare, e capitò incontanente a Castello a mare del Volturno, e -tutta sua gente a piè e a cavallo fece andare per terra da Pozzuolo -e per lo Gualdo al detto Castello a mare, non fidando la gente sua -per gli stretti passi d’Aversa e di Capua ch’erano in guardia di -fra Moriale: e seguendo di là loro cammino, del mese d’ottobre del -detto anno s’accozzò in Abruzzi con la cavalleria accolta per lo gran -siniscalco: e fatta fare la mostra, si trovò con undicimila cavalieri -e con grande popolo. Messer Currado Lupo avendo sentito l’oste che -gli veniva addosso, e non avendo gente da potere uscire a campo, mise -guardia nelle terre che teneva in Abruzzi e ordinolle alla difesa, e -con cinquecento cavalieri tedeschi bene montati e buoni dell’arme si -mise in Lanciano. Il re poco provveduto di quello che a mantenere oste -bisognava, e povero di moneta, volendo usare l’aiuto degli amici che -quivi avea si mise a oste a Lanciano; e dopo non molti dì, cavalcando -messer Galeotto co’ suoi cavalieri intorno alla terra, messer Currado -Lupo uscì fuori con parte de’ suoi cavalieri e percosse i nimici, e -danneggiò molto la masnada di messer Galeotto, e innanzi che dall’altra -oste fosse soccorso si ritrasse in Lanciano a salvamento. Per questa -cagione spaventato l’oste, considerando l’ardimento preso per li -cavalieri di messer Currado, e che la terra di Lanciano era forte -e bene guernita, e il verno veniva loro addosso, per lo migliore -presono consiglio e levaronsi dall’assedio: e stando in dubbio di -quello dovessono fare più dì, a messer Galeotto e a messer Ridolfo, -non vedendo di poter fare utile servigio al re, rincrebbe lo stallo, -presono congiò dal re e tornaronsi nella Marca, e i baroni del Regno -feciono il simigliante. Il re con la sua gente invilito e quasi -disperato avendo animo di volere entrare nell’Aquila, gli fu detto non -se ne mettesse a pruova, perocchè non vi sarebbe lasciato entrare, e -scoprirebbe nimico messer Lallo che gli si mostrava fedele; e così -rimaso il re pieno di sdegno e voto di forza e d’avere, si tornò a -Sulmona a mezzo dicembre del detto anno, e ivi s’arrestò per trarre -da’ paesani alcuno sussidio, e per fare in quella terra la festa del -Natale. - - -CAP. XL. - -_Come il re Luigi sostenne gli Aquilani che pasquavano con lui._ - -Vedendosi il re Luigi rotto da’ suoi intendimenti, e abbandonato -del servigio degli amici, trovandosi a Sulmona povero, si ristrinse -nell’animo, e diede opera di volere fare in Sulmona gran festa per lo -Natale, e fece a quella invitare quei gentiluomini e baroni circostanti -che potè avere. I Sulmontini il providono di moneta e d’altri doni -per aiuto alla festa. Ciascuno si sforzò di comparire bene a quella -festa, e intra gli altri principali fu invitato messer Lallo, il -quale governava il reggimento dell’Aquila, e conoscendo la sua coperta -tirannia si dubitò d’andare al re, e infinsesi d’essere malato, e sotto -questa scusa ricusò l’andare alla festa. Per fare più accetta la sua -scusa al re elesse quindici de’ maggiori cittadini d’Aquila col suo -fratello carnale, i quali portarono al re per dono da parte del comune -dell’Aquila fiorini quattromila d’oro, e costoro mandò a festeggiare -col re: e giunti a Sulmona furono ricevuti dal re graziosamente, -nonostante che si turbasse perchè messer Lallo non v’era venuto. E -fatto il corredo reale con piena festa, i cittadini dell’Aquila volendo -prendere licenza dal re per tornare a casa furono ritenuti prigioni, -della qual cosa il re fu forte biasimato di mal consiglio, parendo -a tutti più opera tirannesca che reale. La novella corse in Aquila: -il tiranno molto savio e buono parlatore raccolse il popolo, e con -argomenti di sua savia diceria infiammò il popolo all’ingiuria, e -mosselo all’arme e corse la terra, e ordinò la guardia come se il re -con l’oste vi dovesse venire, ma il re non era atto a poterlo fare, e -però si rimase, e messer Lallo più s’afforzò nella signoria. - - -CAP. XLI. - -_Come papa Clemente sesto fe’ la pace de’ due re._ - -Stando il re Luigi in Sulmona maninconoso e quasi in disperazione di -suo stato, considerando come in tutte cose la fortuna gli era avversa, -e come con abbassamento di suo onore gli avea fatte fare cose non -reali, ma di vile e mendace tiranno, e vedendosi povero e mal ubbidito, -non sapeva che si fare, e parevagli per la baldanza presa pe’ suoi -avversari ch’elli dovessono ristrignerlo o cacciare del Regno, e de’ -suoi fatti da corte non avea potuto avere alcuna speranza o novella che -buona fosse. Il papa Clemente in questo tempo era stato in una grande e -grave malattia, nella quale rimorso da coscienza di non avere capitato -il fatto tra i due re che gli era commesso, e di questo sostenere era -seguito danno e confusione di molti, propuose nell’animo come fosse -guarito di capitare quella questione senza indugio, e come fu sollevato -mise opera al fatto; e per più acconcio di quello reame, vedendo che -il re d’Ungheria avea l’animo al suo reame, ed era appagato della -vendetta fatta del suo fratello, deliberò, poichè avea deliberato la -reina, che messer Luigi fosse re: e questo pubblicò co’ suoi cardinali, -e poi il mise a esecuzione, come appresso nel suo tempo racconteremo. -La novella venne improvviso al re Luigi a Sulmona, della qual cosa -fu molto allegro: e confortato nel fondo della sua fortuna da questa -prosperità, di presente conobbe il suo esaltamento per opera, che i -baroni e’ comuni il cominciarono ad onorare e a vicitare con doni e -grandi profferte come a loro signore: e tornato a Napoli con grandi -onori, stette in festa più dì tutta la terra delle buone novelle. -Lasceremo al presente alquanto de’ fatti del Regno sollecitandoci le -novità di Toscana, delle quali prima ci conviene fare memoria, per non -travalicare il debito tempo della nostra materia. - - -CAP. XLII. - -_Come messer Piero Saccone prese il Borgo a san Sepolcro._ - -Avendo messer Piero Saccone de’ Tarlati a Bibbiena il conte Pallavicino -con quattrocento cavalieri dell’arcivescovo di Milano, e cento di suo -sforzo per fare guerra, e standosi e non facendola, faceva maravigliare -la gente, ma egli nel soggiorno lavorava copertamente quello che -prosperamente gli venne fatto. Il Borgo a san Sepolcro, terra forte e -piena di popolo e di ricchi cittadini, e fornita copiosamente d’ogni -bene da vivere, era nella guardia de’ Perugini con due casseri forniti -alla guardia de’ castellani perugini e di gente d’arme. Messer Piero -aveva appo se uno suo fedele che aveva nome Arrighetto di san Polo, -questi era grande e maraviglioso ladro, e facea grandi e belli furti -di bestiame, traendo i buoi delle tenute murate e guardate, e rompeva -tanto chetamente le mura, che niuno il sentiva, e di quelle pietre -rimurava le porti a’ villani di fuori sì contamente, che prima aveva -dilungate le turme de’ buoi, e tratte per lo rotto del muro due o tre -miglia, che i villani trovandosi murate le porti, e impacciati dalle -tenebre della notte e dalla novità del fatto, le potessono soccorrere; -così n’avea fatte molte beffe, e accusatone di furto, messer Piero il -difendea, e davagli ricetto in tutta sua giurisdizione. Questi saliva -su per li cauti delle mura e delle torri co’ suoi lievi argomenti -incredibilmente, e quanto che fossono alte non se ne curava, ed era -dell’altezza maraviglioso avvisatore. Per costui fece messer Piero -furare la forte e alta torre del castello di Chiusi alla moglie -che fu di messer Tarlato. A costui scoperse messer Piero come volea -furare il Borgo a Sansepolcro, e mandollo a provvedere l’altezza della -torre della porta: il quale tornato disse, che gli dava il cuore di -montare in su la più alta torre che vi fosse; e avuta messer Piero -questa risposta, s’intese con uno de’ Boccognani del Borgo e grande -ghibellino, il quale odiava la signoria de’ Perugini, e da lui ebbe, -che se la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse forza di -gente a cavallo e a piè grande, ch’egli con gli altri ghibellini -d’entro verrebbono in loro aiuto a metterli dentro. E dato l’ordine -tra loro, messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila pedoni un -sabato notte, a dì 20 del mese di novembre del detto anno, improvviso -a’ Borghigiani, innanzi il dì fu presso al Borgo; e mandato Arrighetto -con certi masnadieri eletti in sua compagnia a prendere la torre -e la porta, il detto Arrighetto con suoi incredibili argomenti in -quello servigio, cintosi corde, e aiutato di non esser sentito per -uno grande vento che allora soffiava, e avea ristrette le guardie -sotto il coperto, montò in su la torre della porta, ed essendovi due -sole guardie, si recò il coltello ignudo in mano, e mostrò d’avere -compagnia, minacciandoli d’uccidere. Eglino storditi per la novità, -non sapendo che si fare, stettono cheti per paura, e Arrighetto data -la corda a’ masnadieri ch’erano a piè del muro, con una scala leggieri -di funi tirò su l’uno de’ capi e accomandollo a uno de’ merli, e -incontanente montati suso per quella l’uno appresso l’altro dodici -masnadieri, e quando si vidono signori della porta, feciono a quelli -traditori d’entro certo segno ordinato. Quello de’ Boccognani veduto il -segno come la porta era presa, fece sonare a stormo una campana d’una -chiesa, al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini del Borgo -furono all’arme e traevano verso la porta. I guelfi che non sapeano il -tradimento traevano storditi alla piazza senza niuno capo; e schiarito -il dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, e sentendo -come messer Piero era di fuori con molta gente, non vedevano da potere -riparare; ma i ghibellini non volendo guastare la terra sicurarono i -guelfi che ruberia non vi si farebbe, e senza contasto vi lasciarono -entrare messer Piero con tutta la sua gente e del conte Pallavicino, -e non vi si diè colpo e non vi si fece alcuna ruberia: e così messer -Piero ne fu signore; ma le due rocche che erano forti e guardate -per li Perugini si misono alla difesa, per attendere il soccorso de’ -Perugini. Messer Piero e il conte senza prendere soggiorno con tutta -la sua gente a cavallo e a piè uscirono del Borgo, e accamparonsi -di fuori dirimpetto alle rocche per torre la via a’ Perugini, e -fecionsi innanzi al loro campo fare un fosso di subito e uno steccato, -e mandarono a tutte le terre dov’avea gente d’arme del signore di -Milano che mandassero loro aiuto, e in pochi dì vi si trovarono -con ottocento cavalieri e popolo assai. E per impedire a’ Perugini, -Giovanni di Cantuccio d’Agobbio con la cavalleria che avea del Biscione -cavalcò sopra loro: nondimeno i Perugini turbati di questa perdita, -procacciarono da ogni parte aiuto per racquistare la terra, tenendosi -i casseri, e di presente ebbono cinquecento cavalieri da’ Fiorentini: e -con millequattrocento cavalieri e con grande popolo se ne vennono alla -Città di Castello: e acconciandosi per soccorrere quelli de’ casseri, -tanta viltà fu in coloro che gli aveano in guardia, che senza attendere -il soccorso così vicino s’arrenderono a messer Piero; e incontanente -quelli del castello d’Anghiari cacciarono la guardia che v’era de’ -Perugini, e dieronsi al vicario dell’arcivescovo, ed egli lo rendè a -messer Maso de’ Tarlati. In que’ dì il castello della Pieve a santo -Stefano, e ’l Castello perugino, tenendosi mal contenti de’ Perugini, -anche si rubellarono da loro. - - -CAP. XLIII. - -_Come i Perugini arsono intorno al Borgo e sconfissono de’ nimici._ - -I Perugini avendo perduta la speranza di soccorrere le rocche, -cavalcarono al Borgo, e arsonlo intorno guastando tutte le possessioni, -e già messer Piero e ’l conte Pallavicino non ebbono ardire d’uscire -della terra contro a loro: e fatto il guasto, si tornarono alla Città -di Castello. Messer Piero preso suo tempo, con tutta la cavalleria -ch’avea nel Borgo cavalcò fino alle porti della Città di Castello: i -cavalieri che v’erano dentro de’ Perugini, e singolarmente quelli de’ -Fiorentini, ch’erano buona gente d’arme e bene montati, uscirono fuori -perchè i nimici aveano a fare lunga ritratta, e seguitando i nimici -quasi a mezzo il cammino, s’abbatterono in un grosso aguato: e ivi -cominciò l’assalto aspro e forte, ove s’accolse la maggiore parte della -gente di catuna parte senza fanti a piede; e ivi dando e ricevendo -si fece aspra battaglia, e durò lungamente, perocchè catuno voleva -mantenere l’onore del campo; e non avendo pedoni che l’impedissono, -feciono i buoni cavalieri grande punga, e in fine per virtù di certi -conestabili della masnada de’ Fiorentini, ristringendosi insieme, con -impetuoso assalto ruppono la cavalleria di messer Piero, e a forza in -isconfitta gli cacciarono del campo, e rimasono morti sessanta de’ loro -cavalieri in sul campo e più cavalli, e presi sei de’ loro conestabili -da’ cavalieri de’ Fiorentini, e messer Manfredi de’ Pazzi di Valdarno, -e più altri cavalieri tedeschi e borgognoni, a’ quali tolsono l’arme e’ -cavalli secondo l’usanza, e lasciaronli alla fede: e questo fu del mese -di dicembre del detto anno. - - -CAP. XLIV. - -_D’una cometa ch’apparve in oriente._ - -In questo anno 1351, del detto mese di dicembre, si vide in prima in -cielo a noi verso levante una cometa, la quale per li più fu giudicata -Nigra, la quale è di natura saturnina. Il suo apparimento fu a noi -all’uscita del segno del Cancro, e alcuni dissono ch’ella entrò nel -Leone: ma innanzi che per noi si vedesse fuori del Cancro, fu fuori del -verno, sicchè approssimandosi il Sole al Cancro se ne perdè la vista. -Alcuni pronosticarono morte di grandi signori, ovvero per decollazione, -e avvenimento di signorie. Noi stemmo quell’anno a vedere le novità che -più singolari e grandi apparissono onde avere potessimo novelle, e in -Italia e nel patriarcato d’Aquilea furono molte dicollazioni di grandi -terrieri e cittadini, che lungo sarebbe a riducere qui i singulari -tagliamenti. E mortalità di comune morte in questo anno non avvenne: ma -per la guerra de’ Genovesi, e Veneziani e Catalani avvennono naufragii -grandi, e mortalità di ferro grandissima in quelle genti e ne’ loro -seguaci, e per i difetti sostenuti in mare non meno ne morirono -tornando che combattendo. Avvenne in Italia singolare accidente al -grano, vino e olio e frutti degli alberi, che essendo ogni cosa in -speranza di grande ubertà, subitamente del mese di luglio si mosse una -sformata tempesta di vento, che tutti gli alberi pericolò de’ loro -frutti, e i grani e le biade ch’erano mature battè e mise per terra -con smisurato danno. Dappoi a pochi dì fu il caldo sì disordinato, che -tutte le biade verdi inaridì e seccò. Per questo accidente avvenne, -che dove s’aspettava ricolta fertile e ubertosa, fu generalmente per -tutta Italia arida e cattiva. E avvennono in questi anni singulari -diluvi d’acque, che feciono in molte parti gran danni, e gittò per -tutta Italia generale carestia di pane e sformata di vino. In questo -medesimo mese di dicembre apparve la mattina anzi giorno, a dì 17, un -grande bordone di fuoco, il quale corse di verso tramontana in mezzodì. -E in questo medesimo anno all’entrare di dicembre morì papa Clemente -sesto, e alcuno de’ cardinali. Al nostro lieve intendimento basta di -questi segni del cielo e delle cose occorse averne raccontato parte, -lasciando agli astrolaghi l’influenza di quello che s’appartiene alla -loro scienza, e noi ritorneremo alla più rozza materia. - - -CAP. XLV. - -_Come fu preso il castello della Badia de’ Perugini, e come si -racquistò._ - -Essendo i Perugini imbrigati nelle rubellioni delle loro terre per -gli assalti de’ loro vicini, con la forza dell’arcivescovo di Milano, -la quale di prima, come addietro narrammo, nel tempo che si cercò -di fare lega con la Chiesa e co’ Lombardi, dicevano che non si potea -stendere a loro, due conestabili di fanti a piè cittadini sbanditi di -Firenze, partendosi dal soldo del tiranno d’Agobbio co’ loro compagni, -di furto entrarono nel castello della Badia, grosso castello, il quale -era de’ Perugini, e cominciarono a correre e predare le villate vicine -con l’aiuto di Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio. I Perugini vi -mandaro certe masnade di cavalieri che aveano di Fiorentini e altra -gente a piè: costoro vi si puosono a oste del mese di gennaio. Giovanni -di Cantuccio con la cavalleria ch’avea dell’arcivescovo di Milano -e co’ suoi fanti a piè, essendo tre cotanti di cavalieri e di fanti -che quelli de’ Perugini, andarono per levarli da campo e fornire il -castello. Un conestabile tedesco delle masnade de’ Fiorentini valente -cavaliere, ch’avea nome M... si fece incontro a’ nimici a un ponte onde -conveniva ch’e’ nimici venissono, e francamente li ritenne, tanto che -l’altra cavalleria de’ Perugini ch’era alla Città di Castello venne -al soccorso del passo: e giunti, valicarono il ponte, e per forza -cacciarono l’oste di Giovanni di Cantuccio in rotta, e presono cento e -più de’ cavalieri del Biscione: e tornati al castello, i masnadieri che -’l teneano, vedendosi fuori di speranza di avere soccorso, il renderono -a’ Perugini, salvo le persone e l’arme, a dì 6 del detto mese di -gennaio. - - -CAP. XLVI. - -_Come i Fiorentini cercarono lega co’ comuni di Toscana, e accrebbono -loro entrata._ - -Temendo il comune di Firenze la gran potenza del signore di Milano, -fornito della compagnia de’ ghibellini d’Italia, con suoi ambasciadori -smosse i Perugini Sanesi e Aretini a parlamento alla città di Siena, -del mese di dicembre del detto anno, e ivi composono lega e compagnia -di tremila cavalieri e di mille masnadieri, contra qualunque volesse -fare guerra a’ detti comuni o ad alcuno di quelli; e incontanente il -comune di Firenze si fornì di cavalieri e di masnadieri di più assai -che in parte della lega non li toccava. E per avere l’entrata ordinata -a mantenere la spesa elessono venti cittadini, con balìa a crescere -l’entrata e le rendite del comune, i quali commutarono il disutile -e dannoso servigio de’ contadini personale in danari, compensandoli -che pagassono per servigio di cinque pedoni per centinaio del loro -estimo per rinnovata dell’anno, a soldi dieci il dì per fante: e -questo pagassono in tre paghe l’anno, e fossono liberi dell’antico -servigio personale: o quando per necessità occorresse il bisogno del -servigio personale, scontassono di questo. E questa entrata secondo -l’estimo nuovo montò l’anno cinquantaduemila fiorini d’oro, e fu grande -contentamento de’ condannati. E a’ cherici ordinarono certa taglia -per aiuto e guardia e alla difesa della città e del contado, la quale -stribuirono e raccolsono i loro prelati, e montò fiorini ... d’oro; e -raddoppiarono e crebbono più gabelle, per le quali entrate il comune -potè spendere l’anno trecentosessantamila fiorini d’oro. E oltre a ciò -ordinarono e distribuirono tra’ cittadini la gabella de’ fumanti, la -quale nel fatto fu per modo di sega, che catuno capo di famiglia fu -tassato in certi danari il dì per modo, che raccogliendosi il numero -montava fiorini d’oro centoquaranta il dì: poi per ogni danaro che -l’uomo avea di sega, fu recato in estimo di soldi trenta; e questa -gabella montava l’anno fiorini cinquantamila d’oro: e quando il comune -aveva necessità, riscoteva questa gabella per avere i danari presti, -e assegnavali alla restituzione di certe gabelle. Per queste sformate -gravezze, avendo carestia generale delle cose da vivere, era la città -e il contado in assai disagio, forse meritevolmente per la dissoluta -vita, e’ disordinati e non leciti guadagni de’ suoi cittadini. - - -CAP. XLVII. - -_Come i Romani feciono rettore del popolo._ - -In questo anno essendo per lo corso stato a Roma del general -perdono arricchito il popolo, i loro principi e gli altri gentilotti -cominciarono a ricettare i malandrini nelle loro tenute, che facevano -assai di male, rubando, e uccidendo, e conturbando tutto il paese. -Senatore fu fatto Giordano dal Monte degli Orsini, il quale reggeva -l’uficio con poco contentamento de’ Romani. E per questa cagione gli -fu mossa guerra a un suo castello, per la quale abbandonò il senato. -Il vicario del papa ch’era in Roma, messer Ponzo di Perotto vescovo -d’Orvieto, uomo di grande autorità, vedendo abbandonato il senato, -con la famiglia che aveva, in nome del papa entrò in Campidoglio per -guardare, tanto che la Chiesa provvedesse di senatore. Iacopo Savelli -della parte di quelli della Colonna accolse gente d’arme, e per forza -entrò in Campidoglio e trassene il vicario del papa, e Stefano della -Colonna occupò la torre del conte, e la città rimase senza governatore, -e catuno facea male a suo senno perocchè non v’era luogo di giustizia. -E per questo il popolo era in male stato, la città dentro piena di -malfattori, e fuori per tutto si rubava. I forestieri e i romei erano -in terra di Roma come le pecore tra’ lupi: ogni cosa in rapina e in -preda. A’ buoni uomini del popolo pareva stare male, ma l’uno s’era -accomandato all’una parte, e l’altro all’altra di loro maggiori, e però -i pensieri di mettervi consiglio erano prima rotti che cominciati: -e la cosa procedeva di male in peggio di dì in dì. Ultimamente non -trovando altro modo come a consiglio il popolo si potesse radunare, -il dì dopo la natività di Cristo, per consuetudine d’una compagnia -degli accomandati di Madonna santa Maria, s’accolsono avvisatamente -molti buoni popolani in santa Maria Maggiore, e ivi consigliarono di -volere avere capo di popolo: e di concordia in quello stante elessono -Giovanni Cerroni antico popolare de’ Cerroni di Roma, uomo pieno d’età, -e famoso di buona vita. E così fatto, tutti insieme uscirono della -chiesa e andarono per lui, e smosso parte del popolo, il menarono -al Campidoglio ov’era Luca Savelli. Il quale vedendo questo subito -movimento non ebbe ardire di contastare il popolo, ma dimandò di loro -volere: ed e’ dissono che voleano Campidoglio, il quale liberamente -diè loro; ed entrati dentro sonarono la campana: il popolo trasse al -Campidoglio d’ogni parte della città senza arme, e i principi con le -loro famiglie armati, ed essendo là, domandarono la cagione di questo -movimento e quello che ’l popolo volea: il popolo d’una voce risposono -che voleano Giovanni Cerroni per rettore, con piena balía di reggere -e governare in giustizia il popolo e comune di Roma. E consentendo -i principi all’ordinazione del popolo, di comune volontà fu fatto -rettore; e mandato per lo vicario del papa che lo confermasse, come -savio e discreto volle che prima giurasse la fede a santa Chiesa, e -d’ubbidire i comandamenti del papa, e ricevuto di volontà del popolo -il saramento dal rettore, il confermò per quell’autorità che aveva: e -tutto fu fatto in quella mattina di santo Stefano, innanzi ch’e’ Romani -andassono a desinare. E lasciato il rettore in Campidoglio, catuno si -tornò a casa con assai allegrezza di quello ch’era loro venuto fatto -così prosperamente. - - -CAP. XLVIII. - -_Di una lettera fu trovata in concistoro di papa._ - -Essendo per lo papa e per i cardinali molto tratto innanzi il processo -contro al’arcivescovo di Milano, una lettera fu trovata in concistoro, -la quale non si potè sapere chi la vi recasse, ma uno de’ cardinali -la si lasciò cadere avvisatamente in occulto: la lettera venne alle -mani del papa, e la fece leggere in concistoro. La lettera era d’alto -dittato, simulata da parte del principe delle tenebre al suo vicario -papa Clemente e a’ suoi consiglieri cardinali: ricordando i privati e -comuni peccati di catuno, ne’ quali li commendava altamente nel suo -cospetto, e confortavali in quelle operazioni, acciocchè pienamente -meritassono la grazia del suo regno: avvilendo e vituperando la vita -povera e la dottrina apostolica, la quale come suoi fedeli vicari -eglino aveano in odio e ripugnavano, ma non ferventemente ne’ loro -ammaestramenti come nell’opere, per la qual cosa li riprendeva e -ammoniva che se ne correggessono, acciocchè li ponesse per loro -merito in maggiore stato nel suo regno. La lettera toccò molto e bene -i vizi de’ nostri pastori di santa Chiesa, e per questo molte copie -se ne sparsono tra’ cristiani. Per molti fu tenuto fosse operazione -dell’arcivescovo di Milano allora ribello di santa Chiesa, potentissimo -tiranno, acciocchè manifestati i vizi de’ pastori si dovessono più -tollerare i suoi difetti, manifesti a tutti i cristiani. Ma il papa -e i cardinali poco se ne curarono, come per innanzi l’operazioni si -dimostreranno. - - -CAP. XLIX. - -_Come il re d’Inghilterra essendo in tregua col re di Francia acquistò -la contea di Guinisi._ - -Avvenne in questo anno, che un Inghilese prigione nella forte rocca -di Guinisi, la quale era del re di Francia, essendo per ricomperarsi, -avea larghezza d’andare per la rocca, e così andando, provvide l’ordine -delle guardie e l’altezza d’alcuna parte della rocca ond’ella si -potesse furare. E pagati i danari della sua taglia, fu lasciato; e -trovatosi con alquanti sergenti d’arme, suoi confidenti, disse ove -potesse avere il loro aiuto gli farebbe ricchi. E presa fede da loro -manifestò come intendea furare la rocca di Guinisi, e avea provveduto -come fare il poteva, i quali arditi e volonterosi di guadagnare -promisono il servigio: ed essendo tra tutti cinquanta sergenti bene -armati, avendo scale fatte alla misura del primo procinto, una notte in -su l’ora che l’Inghilese sapea che la guardia della mastra fortezza vi -si rinchiudea dentro, condotte le scale al muro chetamente montarono -sopra il primo procinto: e sorprese le guardie, per non lasciarsi -uccidere si lasciarono legare, e così legati gli faceano rispondere -all’altre guardie della rocca. Quando venne in sul fare del dì -gl’Inghilesi feciono alle guardie muovere riotta, e fare romore tra -loro in modo di mischia. Il castellano sentendo questo tra le guardie, -mostrando non avere sospetto scese della rocca, e aprendo l’uscio per -venire a correggere le guardie, gl’Inghilesi apparecchiati nell’aguato, -immantinente con l’armi ignude in mano furono sopra lui, e presono -l’uscio ed entrarono nella rocca, e presono il castello e le guardie. -E incontanente mandarono al re d’Inghilterra come aveano presa la -forte rocca di Guinisi, la quale il re molto desiderava. E di presente -vi mandò gente d’arme e fecela prendere e guardare, e commendata -la valenza e l’industria del suo fedele e degli altri scudieri fece -loro onore e provvidegli magnificamente. E per questa rocca fu il re -d’Inghilterra in tutto signore della contea di Guinisi, e il re di -Francia forte conturbato. E avvegnachè questa presura andasse per la -forma che è detto, e’ si trovò poi che il castellano avea consentito -al tradimento, e tornato di prigione, essendo lasciato, in Francia fu -squartato. - - -CAP. L. - -_Il piato fu in corte tra’ due re per la contea di Guinisi._ - -Essendo furata la contea di Guinisi al re di Francia sotto la -confidanza delle triegue, trasse in giudicio il re d’Inghilterra a -corte di Roma per suoi ambasciadori, dicendo che sotto la fede delle -triegue prestata il re d’Inghilterra gli avea tolto per furto la rocca, -e la contea occupata per forza. Per la parte del re d’Inghilterra fu -risposto, che avendo per suo prigione il conte di Guinisi conestabile -di Francia preso in battaglia, e dovendosi riscattare per lo patto -fatto della sua taglia scudi ottantamila d’oro, o in luogo di danari -la detta contea di Guinisi, e lasciato alla fede acciocchè procacciare -potesse la moneta, il re di Francia appellandolo traditore, per non -averlo a ricomperare, o acconsentirgli la contea di Guinisi il fece -dicollare: e così contro a giustizia privò il re d’Inghilterra delle -sue ragioni, le quali giustamente avea racquistate. La quistione fu -grande in concistoro, e pendeva la causa in favore del re di Francia, -e però innanzi che sentenza se ne desse, il re fece restituire la terra -di Guinisi a quell’Inghilese che data glie l’avea; e seguendo la morte -di papa Clemente non ne seguì altra sentenza. - - -CAP. LI. - -_Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati per rifare guerra -a’ Fiorentini._ - -In questo tempo del verno, avendo l’arcivescovo di Milano fatte -rivedere e rassegnare le sue masnade tornate da Firenze, trovò ch’aveva -a fare ammenda di bene milledugento cavalli. E turbato forte nel suo -furore, propose di fare al primo tempo maggiore e più aspra guerra -a’ Fiorentini. E trovando che avea consumato senza acquisto grande -tesoro, volendolo rifare senza mancare la sua generale entrata, fece -nuova colta in Milano e in tutte le sue terre per sì grave modo, che -tutti i mercatanti si ritrassono delle loro mercatanzie nelle sue -terre: nondimeno a catuno convenne portare la soma che gli fu imposta; -per la quale gravezza accrebbe cinquecento migliaia di fiorini d’oro -sopra le sue rendite ordinarie in piccolo tempo. In queste oppressioni -molti parlavano biasimando l’impresa contro al comune di Firenze, e -rimproveravano quello che avea fatto loro il vile castelletto della -Scarperia per provvisione del comune di Firenze, essendovi intorno la -forza de’ Lombardi e de’ ghibellini di Toscana. E in tra gli altri -un cavaliere bresciano di grande età, amico e fedele alla casa de’ -Visconti, biasimò l’impresa, dicendo semplicemente il vero, come -aveva ricordo di lungo tempo, che qualunque signore avea impreso -di far guerra al comune di Firenze n’era mal capitato, però per -amore che aveva al suo signore non lodava l’impresa. Le parole del -cavaliere furono rapportate all’arcivescovo; il tiranno inacerbito, -non considerando la fede dell’antico cavaliere, seguitando l’impetuoso -furore del suo animo, mandò per lui. E venuto nella sua presenza, il -domandò s’egli aveva usate quelle parole. Il cavaliere disse, che dette -l’avea per grande amore e fede ch’avea alla sua signoria, ricordandosi -dell’imperadore Arrigo, e dell’impresa di messer Cane della Scala e -degli altri che non erano bene capitati. Il tiranno infiammato nel -suo disordinato appetito, di presente fece armare un suo conestibile -con la sua masnada, e accomandogli il cavaliere, e disse il rimenasse -in Brescia, e in su l’uscio della sua casa gli facesse tagliare la -testa, e così fu fatto. Costui per la sua fede degno di premio e per -l’utile consiglio ricevette pena, la quale soddisfece colla sua testa -all’appetito del turbato tiranno. - - -CAP. LII. - -_Come i Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi mandarono ambasciadori a -corte._ - -Stando le città di Toscana in gran tema di futura guerra, i comuni -della lega di parte guelfa mandarono al papa e a’ cardinali solenne -ambasciata, a inducere la Chiesa contro alla grande tirannia -dell’arcivescovo di Milano per aggravare il processo che contro a lui -si faceva, e procurare l’aiuto e il favore di santa Chiesa alla loro -difesa. Gli ambasciadori furono ricevuti dal papa e da’ cardinali -graziosamente. Ma innanzi che questi ambasciadori fossono a corte, -l’arcivescovo v’avea mandati i suoi, per riconciliarsi colla Chiesa, e -fare annullare il processo fatto contro a lui per l’impresa di Bologna, -i quali ambasciadori erano forniti di molti danari contanti per -spendere e donare largamente; e facendolo con molta larghezza aveano -il favore del re di Francia, che faceva parlare per lui, e quello di -molti cardinali, e de’ parenti del papa e della contessa di Torenna, -per cui il papa si movea molto alle gran cose. E il papa medesimo avea -già l’ingiuria fatta a santa Chiesa per l’arcivescovo della tolta di -Bologna temperata, ed era disposto a prendere accordo coll’arcivescovo: -e per questo fu molto più contento della venuta degli ambasciadori -de’ tre comuni di Toscana, credendo fare l’accordo dell’arcivescovo di -loro volontà; perocchè nel primo parlamento disse agli ambasciadori: -eleggete delle tre cose che io vi proporrò l’una, quale più vi piace, o -volete pace coll’arcivescovo, o volete lega colla Chiesa, o volete la -venuta dell’imperadore in Italia per vostra difesa. L’offerte furono -larghe per conchiudere alla pace che parea più abile e migliore. Gli -ambasciadori savi e discreti di concordia rimisono la detta elezione -nel papa, a fine di farlo più pensare nel fatto dandoli gravezza, -dimostrando grande confidanza nella deliberazione. E così cominciata -la cosa a praticare ebbono tempo e cagione gli ambasciadori d’avvisare -i loro comuni, e in questo si soggiornò la maggior parte del verno -senza uscirne alcun frutto. Lasceremo alquanto gli ambasciadori e ’l -processo del papa, e torneremo agli altri fatti che occorsono in questo -soggiorno, rendendo a catuno suo diritto. - - -CAP. LIII. - -_Come l’ammiraglio di Damasco fece novità a’ cristiani._ - -In questo tempo l’ammiraglio del soldano che reggeva la gran città di -Damasco si pensò di trarre un gran tesoro da’ cristiani di Damasco per -sua malizia, e una notte fece segretamente mettere fuoco in due parti -della città, il quale fece in Damasco grave danno. Spento il fuoco, -l’ammiraglio fece apporre che questo era stato avvistatamente messo -pe’ cristiani, e richiese i più ricchi cristiani della città, che ve -n’avea assai, e feceli martoriare, e per martorio confessarono che -fatto l’aveano a fine di cacciare i saracini: e coloro che di questo -pericolo vollono campare la vita gli dierono danari assai; e tanti -furono coloro che si ricomperarono, che l’ammiraglio ne trasse gran -tesoro: agli altri diede partito o che rinnegassono la fede di Cristo -o che morissono in croce. Una gran parte di loro per corrotta fede -rinnegò per campare; rimasonne ventidue, i quali diliberarono di morire -in croce, innanzi che la perfetta fede di Cristo volessono rinnegare. E -però il crudele ammiraglio li fece mettere in sulle croci, e ordinolli -in suso i cammelli che li conducessono per la terra, e in questo -tormento vivettono tre dì. Ed era menato il padre crocifisso innanzi -al figliuolo, e il figliuolo innanzi al padre rinnegato; e i rinnegati -con pianto e con preghiere pregavano i crocifissi che volessono campare -la crudele morte e tornare alla fede di Maometto; ma i costanti -fedeli, il padre spregiava il figliuolo rinnegato, dicendo che non -era suo figliuolo, e il figliuolo il padre rinnegato, dicendo che non -era suo padre, ma del nimico che ’l volea tentare e torli i beni di -vita eterna: e molto biasimavano a’ rinnegati la loro incostanza per -la paura della pena temporale, dicendo che a loro era diletto e gran -grazia potere seguitare Cristo loro redentore. E così consumate le -loro temporali vite in grave tormento e in grandissima costanza, nella -veduta per tre dì de’ saracini e de’ cristiani, renderono l’anime -a Dio. Il soldano sentì il movimento reo del suo ammiraglio, mandò -incontanente per lui, e fecelo tagliare per mezzo. - - -CAP. LIV. - -_Come i Fiorentini disfeciono terre di Mugello._ - -In questo medesimo tempo, di verno, i Fiorentini mandarono certi loro -cittadini per lo contado a provvedere le loro castella e terre, a fine -di afforzare le parti deboli, e fornire le terre di ciò ch’alla difesa -mancasse per averle guernite, sopravvenendo la guerra che s’aspettava -del Biscione. Avvenne, come è usanza del nostro comune, acciocchè il -buon consiglio non fosse senza difetto di singolare ovvero cittadinesco -odio, che nel Mugello furono per loro fatte disfare alquante tenute -forti e utili alla difesa di quello contado per modo, che dove state -non vi fossono, era utile consiglio a porlevi di nuovo. E feciono -abbattere Barberino, Latera, Gagliano e Marcoiano, ch’erano al Mugello -mura contra i nimici di verso Montecarelli, e di Montevivagni e delle -terre degli Ubaldini, ove in que’ tempi si faceva capo pe’ nimici -a fare guerra al nostro comune, le quali tenute con piccola spesa -d’afforzamento erano gran sicurtà a tutto il Mugello, per le cui -rovine s’accrebbe campo a’ nimici senza contasto di più di sei miglia -di nostro contado, il quale tutto s’abbandonò, a danno e vergogna del -nostro comune. Riprensione comune ne seguitò a coloro che così mala -provvisione feciono, altro gastigamento no, per la corrotta usanza -del comune di Firenze di non punire le cose mal fatte, nè meritare le -buone. - - -CAP. LV. - -_Come la Scarperia fu furata e racquistata._ - -Facendo il comune di Firenze con molta sollecitudine afforzare il -castello della Scarperia di grandi fossi e di forti palancati, il -tiranno e gli Ubaldini con ogni sottigliezza d’inganno tentavano di -procacciare ridotto nel Mugello, e sopra tutto di levarsi l’onta della -Scarperia, e continovo cercavano come la potessono furare: per la qual -cosa corruppono più loro fedeli mandandoli per essere manovali, come -se fossono Mugellesi, e alcuno maestro. E messi al lavorio del votare -il fosso, del quale si portava la terra al palancato per alzare la -parte dentro, costoro provvidono la via onde la terra si portava: e -segretamente tra le due terre segarono alcuni legni del palancato, e -dierono la posta agli Ubaldini: i quali di presente feciono scendere -gente a cavallo e a piè a Montecarelli, e alla Sambuca, e a Pietramala, -e nell’alpe e nel Podere, per dare diversi riguardi a’ Fiorentini, e -seppono come pochi dì innanzi i soldati che guardavano la Scarperia -aveano fatto mischia co’ terrazzani, e mortine parecchi, onde tra’ -terrazzani e’ forestieri era sconfidanza grande. La notte che ordinata -fu a questo servigio scesono dell’alpe e da Montecarelli nel piano -di Mugello duemilacinquecento fanti, e quattro bandiere di cento -cavalieri a guida degli Ubaldini. Costoro elessono dugentocinquanta -i più pregiati briganti di tutta quella gente con dieci bandiere, e -conestabili molto famosi d’arme, e lasciati gli altri fanti e cavalieri -riposti ivi presso per loro soccorso, chetamente guidati per la via -provveduta del fosso dalla parte di Sant’Agata, e senza esser sentiti, -entrarono tutti nella Scarperia a dì 17 di gennaio del detto anno: -e stretti insieme si condussono in su la piazza, gridando, muoiano i -forestieri, e vivano i terrazzani. E in quella notte non avea nella -Scarperia tra forestieri e terrazzani centocinquanta uomini d’arme, -sicchè al tutto n’erano signori i nimici. Sentendo questo romore -nella scurità della notte i soldati forestieri, credettono che i -terrazzani li volessono offendere, e non ardivano d’uscire delle -case, e i terrazzani temeano de’ soldati, pensando che fosse in su -la piazza inganno, e non voleano uscire fuori, e così i nimici non -aveano contasto; e dove Iddio per singolar grazia non avesse liberato -quella terra, senza speranza di soccorso umano era perduta. Ma la -volontà di Dio fu, che la grande potenza del tiranno non avesse quello -ridotto a consumazione del nostro paese; onde a coloro ch’aveano presa -la terra, e che aveano presso a un miglio tutta la loro gente tolse -l’accorgimento, che non lasciassono guardia al passo ond’erano entrati, -e non feciono il segno ordinato a quelli di fuori; e diede Iddio -baldanza manifesta a que’ d’entro e accorgimento, perocchè per la vista -scura i terrazzani conobbono all’insegne che coloro dalla piazza erano -nemici: e incontanente assicurarono i conestabili de’ forestieri che -v’erano, per paura che quella gente nè quelle grida non erano per loro -fattura, ma de’ nimici ch’erano nella terra. Come i valenti masnadieri -sentirono la verità del fatto, ragunati insieme meno di cinquanta tra -terrazzani e forestieri, gridando alla morte alla morte, sì fedirono -tra’ nimici, che lungamente erano stati ammassati in su la piazza, e -nel primo assalto senza fare resistenza li ruppono, cacciandoli come -se fossono stati altrettanti montoni; e senza attendere l’uno l’altro, -affrettando d’uscire per lo luogo stretto ond’erano entrati, e’ cadeano -nel fosso, e voltolavansi per quelle ripe. Que’ d’entro erano pochi, e -però non ve ne poterono uccidere più di cinque, e dodici ne ritennono -a prigioni, tra’ quali furono conestabili di pregio, che ’l signore -avrebbe ricomperati molti danari, ma tutti furono impiccati. Que’ di -fuori che attendeano il segno per entrare dentro sentendo la tornata -in rotta, senza attendere il giorno chiaro, innanzi che la novella si -spandesse per il Mugello, si ricolsono nell’alpe a salvamento; e così -in una notte fu presa e liberata la Scarperia con dubbia e maravigliosa -fortuna. - - -CAP. LVI. - -_Come messer Piero Sacconi cavalcò con mille barbute infino in su le -porte di Perugia._ - -Del mese di febbraio del detto anno, cresciuta gente d’arme a messer -Piero Sacconi de’ Tarlati dall’arcivescovo di Milano, trovandosi -baldanzoso per la presa del Borgo a san Sepolcro e delle terre vicine, -e trovando i signori di Cortona ch’aveano rotta pace a’ Perugini, ed -eransi collegati col Biscione, se n’andò a Cortona con mille cavalieri, -e da’ Cortonesi ebbono il mercato e gente d’arme, con la quale cavalcò -sopra il contado di Perugia, ardendo e predando le ville d’intorno -al lago; e per forza presono Vagliano e arsonlo, e combatterono -Castiglione del Lago e non lo poterono avere; e partiti di là se -n’andarono fino presso a Perugia facendo grandissimi danni. E non -essendo i Perugini in concio da potere riparare a’ nemici, fatta grande -preda, senza contasto si ritornarono a Cortona sani e salvi, e di là -al Borgo a san Sepolcro, onde partirono e venderono la loro preda. -Per questa cagione grande sdegno presono i Perugini contro a’ signori -di Cortona, ma la baldanza dell’arcivescovo gli aveva sì gonfiati di -superbia, che non si curavano rompere pace nè fare ingiuria a’ loro -vicini, per la qual cosa poco appresso ricevettono quello che aveano -meritato per la loro follia, come ne’ suoi tempi racconteremo. - - -CAP. LVII. - -_Come i Chiaravallesi di Todi vollono ribellare la terra e furono -cacciati._ - -Questa sfrenata baldanza de’ ghibellini di Toscana e della Marca per la -forza del Biscione facea gravi movimenti, tra’ quali, mentre che messer -Piero Sacconi guastava e predava il contado di Perugia, i Chiaravallesi -grandi cittadini di Todi, d’animo ghibellino, feciono venire il -prefetto di Vico con trecento cavalieri subitamente per metterlo in -Todi, e cacciarne i caporali guelfi che s’intendeano co’ Perugini; ed -essendo il prefetto con la detta cavalleria già presso alla città di -Todi, il popolo e’ guelfi scoperto il trattato de’ Chiaravallesi, di -subito presono l’arme e corsono sopra i traditori: i quali essendosi -più fidati alla venuta del prefetto che provveduti d’aiuto dentro -all’assalto del popolo, non ebbono forza a ributtarlo, ma francamente -sostennono la battaglia, consumando il rimanente del dì nella loro -difensione. I Perugini che tosto sentirono la novella vi cavalcarono -prestamente, sicchè la notte furono alla porta. Il popolo per metterli -nella terra spezzarono una porta, che già non erano signori d’aprirla, -ed entrati i Perugini in Todi, e fatto giorno, i Chiaravallesi furono -costretti d’uscire della città co’ loro seguaci, e fuggendo trovarono -assai di presso il prefetto colla sua gente che veniva a loro stanza, i -quali co’ cacciati insieme vituperosamente si tornarono indietro, e la -città rimase a più fermo stato di popolo e di parte guelfa col favore -de’ Perugini in suo riposo. - - -CAP. LVIII. - -_Come que’ da Ricasoli rubellarono Vertine a’ Fiorentini._ - -Era in questi dì questione non piccola tra’ consorti della casa da -Ricasoli per cagione della pieve di san Polo di Chianti, che essendo -il piovano in decrepita età ammalato, temendo i figliuoli d’Arrigo e -il Roba da Ricasoli, che per maggioranza dello stato messer Bindaccio -da Ricasoli e’ figliuoli non occupassono la detta pieve, pervennono -ad accuparla contro la riformagione del comune di Firenze, onde -furono condannati nella persona a condizione; il Roba ubbidì, e fu -prosciolto: i figliuoli d’Arrigo, avvegnachè restituissono al comune -la possessione, non essendo loro attenuto quello che però fu loro -promesso dal comune, rimasono in bando; e sdegnati di questa ingiuria, -sapendo che molta roba de’ loro consorti era ridotta nel castello di -Vertine, accolsono centocinquanta fanti masnadieri, ed entrarono nel -castello, che non si guardava, e di presente l’afforzarono: e corsono -per le villate d’attorno, e misono nel castello molta roba, e gli -abituri e case de’ loro consorti arsono e guastarono. Il comune di -Firenze vi feciono cavalcare il podestà con certe masnade di cavalieri -e di pedoni, stimando che contro al comune non facessono resistenza: -ma i giovani trovandosi in luogo forte e bene guerniti, e la forza del -Biscione di presso, di cui il comune forte temeva, e favoreggiati da -Giovanni d’Ottolino Bottoni de’ Salimbeni di Siena, pensarono di tenere -il castello per forza, tanto che il comune di Firenze per riaverlo -farebbono la loro volontà: e però si misono a ribellione. E alla loro -follia aggiunse il tempo aiuto, che all’entrata di febbraio caddono -nevi grandissime l’una dopo l’altra, che stettono sopra la terra oltre -all’usato modo tutto il detto mese per tale maniera, che tale era a -cavalcare il contado di Firenze come le più serrate alpi. Lasceremo -Vertine tra le nevi nella sua ribellione, traendoci altra maggiore -materia in prima a raccontare. - - -CAP. LIX. - -_Come i Veneziani e’ Catalani furono sconfitti in Romania da’ Genovesi._ - -Avendo in parte narrato lo sboglientamento delle guerre e delle -seduzioni italiane, benchè ci partiamo del paese, ci accade a -raccontare le marine battaglie che gl’Italiani medesimi feciono in -Romania tra loro. Era l’armata de’ Genovesi di sessantaquattro galee -presso a Pera sopra il passo di Turchia, e ivi stavano per riguardo -che l’armata de’ Veneziani e Catalani non passassono in Costantinopoli, -acciocchè non si aggiugnessono forza dall’imperadore ch’era in lega con -loro. I Veneziani e’ Catalani avendo soggiornato gran parte del verno -a Modone e Corone in Turchia, e riparate loro galee, si trovarono con -sessantasette galee bene armate, e con aiuto di molti legni e barche -armate di loro sudditi e di certi Turchi, avendo volontà d’essere a -Costantinopoli, dove s’accrescerebbe la loro forza e per mare e per -terra, senza attendere che il verno valicasse si misono a navicare -verso Costantinopoli, a intenzione di combattere co’ Genovesi se -impedire gli volessono. I Genovesi con le sessantaquattro galee armate, -avendo per ammiraglio messer Paganino Doria, e stando solleciti alla -guardia per attendere i loro nemici, mandarono a dì 7 di febbraio due -galee a Gallipoli per avere lingua di loro nemici, e quel dì trovarono -che l’armata de’ Veneziani e Catalani entravano all’isola de’ Principi. -Come i Genovesi ebbono questa novella si mossono per andare loro -incontro, e per forza d’impetuoso vento furono portati indietro al -porto di san Dimitrum verso Peschiera, dove stettono fino al lunedì, -a dì 13 di febbraio. E partiti di là con grande fatica, tornarono al -passo di Turchia. In questo mezzo tornarono le due galee con festa -ch’aveano seguita una galea de’ Veneziani e aveanla fatta dare in -terra, e campati gli uomini, la galea aveano arsa e profondata; allora -tutte le galee insieme si misono da capo per andare contro a’ nemici, -e poco avanzato di mare per lo contrario tempo, scopersono alla uscita -di Principi l’armata de’ Veneziani e Catalani che facevano la via verso -Grecia con grosso mare e molto vento in poppa. I Catalani e’ Veneziani -com’ebbono scoperti i loro nimici genovesi, si dirizzarono verso loro -colle vele piene per combattere, conoscendo il vantaggio che aveano -per l’aiuto del vento e del mare, e passare in Costantinopoli a loro -contradio. I Genovesi veggendosi venire addosso i nimici con le vele -piene si ristrinsono insieme sopra la Turchia, e ritennonsi da parte a -modo d’una schiera, per cessare e lasciare passare l’impeto de’ nimici, -temendo della percossa delle loro galee aiutate dalla forza del vento -e del mare. E come le galee veneziane e catalane passando vennono al -pari delle poppe delle galee de’ Genovesi, i Genovesi si sforzarono -per ingegni e per forza d’arme traversarne e ritenerne alcuna, ma non -ebbono podere, tanto era forte il corso di quelle. E così i Veneziani -e’ Catalani con le loro galee e co’ loro navili armati valicarono a -Valanca lasciandosi addietro l’armata de’ Genovesi, e aggiuntosi otto -galee armate di gente greca dell’imperadore di Costantinopoli, si -trovarono settantacinque galee e molti legni armati. Le sessantaquattro -galee de’ Genovesi per lo traversare che aveano voluto fare, avendo -i marosi e ’l vento contrario, erano scerrate e sparte, e vedendosi -disordinati, e con gli avversari passati, intendeano a raccogliersi -insieme senza seguire i nimici per riducersi nel porto di san -Dimitrum. I Veneziani e’ Catalani che si trovarono valicati per -forza, e accresciuta la loro potenza, vedendo che i Genovesi non -veniano verso di loro, e ch’aveano le galee sparte e male ordinate a -potere sostenere la battaglia, presono subitamente partito di tornare -loro addosso sperando avere piena vittoria. E dato il segno a tutta -l’oste, si dirizzarono per forza di remi, avendo il mare contradio, a -venire sopra le galee de’ Genovesi, le quali non erano ancora potute -raccogliersi insieme. Ma vedendo che tutto lo stuolo de’ Veneziani, e -Catalani e Greci erano rivolti per venire loro addosso, catuna parte -della loro armata, secondo che le galee genovesi si trovarono insieme, -non potendosi ristrignere nè raccozzarsi al loro ammiraglio, come -uomini di grande cuore e ardire s’ordinarono alla loro difesa, sempre -avendo riguardo e dando opera d’accostarsi al loro capitano, ma la -traversa del mare e la fortuna forte l’impediva. L’ammiraglio a tutte -le galee che avea appresso di se fece trarre l’ancore, e ritrarsi -alquanto fuori delle grosse maree, e dirizzossi contro a’ suoi nimici -con la sua galea grossa e con sette altre che avea in sua compagnia; -e date le prode contro a’ nimici, feciono testa. Il capitano delle -galee veneziane e quello delle catalane, con seguito di gran parte -della loro armata, si trassono innanzi, avendo contrario il mare, per -assalire i loro nimici. I Genovesi vedendoli venire, mandarono loro -incontro due delle loro galee sottili per assaggiarle con le loro -balestra, e cominciare lo stormo a modo di badalucco. Il capitano -de’ Catalani s’avanzò innanzi, e quello de’ Veneziani appresso, per -investire la galea dell’ammiraglio de’ Genovesi, ma trovandole serrate -e bene in concio, non le investirono, e non si afferrarono con loro, o -per codardia, o per maestria di tramezzare l’altre galee de’ Genovesi -innanzi che si raccogliessono al loro ammiraglio: ma dietro a loro tre -grosse de’ Veneziani si misono a combattere la galea dell’ammiraglio -di Genova, e l’altre galee contro quelle ch’erano in diverse parti del -mare; e cominciata da ogni parte l’aspra battaglia tra l’una armata -e l’altra, le due grosse de’ Veneziani si misono per proda e una per -banda a combattere la sopra galea dell’ammiraglio de’ Genovesi. Quivi -fu lunga e aspra e grande battaglia, perocchè d’ogni parte s’aggiunsono -galee a quello stormo, e quivi furono molti fediti e morti da catuna -parte; e valicato l’ora del vespero, per lo grande aiuto delle galee -de’ Genovesi che soccorsono il loro ammiraglio, le tre de’ Veneziani -che s’erano afferrate con quella rimasono sbarattate e prese; e -l’altre galee de’ Veneziani e Catalani, ch’erano passate e divise tra -l’ammiraglio e l’altre galee genovesi, combattendo in diverse parti -cacciarono delle galee de’ Genovesi: in prima dieci galee, che per -campare le persone diedono in terra verso sant’Agnolo, abbandonati i -corpi delle galee a’ nimici, morti e perduti assai de’ compagni, il -rimanente si fuggì a Pera; e dopo queste altre tre galee de’ Genovesi -fuggendo innanzi a’ Veneziani feciono il simigliante, e abbandonati i -corpi delle galee si fuggirono a Pera. I Veneziani e’ Catalani misono -fuoco in quelle galee, e tutte le profondarono; e oltre a queste altre -sei galee de’ Genovesi si fuggirono nel Mare maggiore per campare. -Dall’altra parte i Genovesi combattendo per forza d’arme delle galee -de’ Veneziani e Catalani e Greci in diversi abboccamenti, con grande -uccisione di catuna parte, ne vinsono e presono assai: ma però non -sapea l’uno dell’altro chi avesse il migliore. La tempesta del mare era -grande, e non lasciava riconoscere nè raccogliere insieme alcuna delle -parti. E avendo per questo modo disordinato e fortunoso combattuto -fino alla notte senza sapere chi avesse vinto o perduto, l’uno residuo -dell’armata e l’altro si ridussono a terra alle Colonne al porto di -Sanfoca; e dividendoli la notte, dilungata l’una parte dall’altra il -più che si potè, nel detto porto cercarono per quella notte alcuno -sollevamento dalle fatiche agli affannati corpi. - - -CAP. LX. - -_Di quello medesimo._ - -La mattina vegnente, a dì 14 di febbraio, i Veneziani, Catalani e Greci -che si conobbono essere maltrattati in quella battaglia da’ Genovesi, -innanzi che ’l sole alzasse sopra la terra, per paura che i Genovesi, -ravveduti del danno che aveano fatto loro, non li sorprendessono -in quel luogo, si partirono, e andarsene a un porto che si chiama -Trapenon, ch’è nella forza de’ Greci, ove poterono stare più sicuri. I -Genovesi venuto il giorno, ricercarono la loro armata, e trovarono meno -le tredici galee profondate, e le sei ch’erano andate fuggendo i nimici -nel Mare maggiore: e della loro gente si trovarono molto scemati, tra -morti e annegati e fuggiti. Dall’altra parte trovarono, che aveano -prese quattordici galee de’ Veneziani, e dieci de’ Catalani e due de’ -Greci, e allora conobbono che i nimici come rotti s’erano partiti e -fuggiti a Trapenon. E trovandosi avere morti di loro nimici intorno -di duemila, e presine milleottocento, ebbono certezza della loro poco -allegra vittoria, e incontanente de’ loro prigioni fediti e magagnati -lasciarono quattrocento, acciocchè non corrompessono la loro gente, e -per fare alcuna misericordia della loro vittoria. Ma tanto fu il loro -danno de’ morti e fediti, e d’avere perdute le loro galee, che della -detta vittoria non poterono far festa. Questa battaglia non ebbe ordine -nè modo, anzi fu avviluppata e sparta come la tempesta marina: e però -com’ella fu varia e non potuta bene cernere nè vedere, non l’abbiamo -potuta con più certo e chiaro ordine recitare. - - -CAP. LXI. - -_Come per le discordie de’ paesani la Sicilia era in grave stato._ - -Partendoci dalle battaglie fatte per gl’Italiani negli strani paesi, -ci occorre l’intestino male dell’isola di Sicilia: la quale non avendo -nemico strano, tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che -senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano -s’uccidevano, per aguati, per tradimenti, e per furti di loro tenute -continovo adoperavano il fuoco e il ferro, onde molti gentiluomini, -e altre genti del paese perderono la materia delle paesane divisioni -per le loro violenti morti; e ancora per questo tanto si disusarono i -campi della cultura, tanto si consumarono i frutti ricolti, che l’isola -per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva -le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri -paesi. E per partirci un poco da tanta crudele infamia, la seguente -ferina crudelezza, con vergogna degli uomini di quella lingua, sia -per ora termine a questa materia. Un Catalano, il quale teneva una -rocca nella Valle di... fece a’ suoi compagni tenere trattato col -conte di Ventimiglia, il quale avendo voglia d’avere quella rocca, -con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello -con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere: ma come -con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse -le porti, e ’l conte e i compagni presi; e avendovi uomini i quali si -volevano ricomperare grande moneta, ed erano da riserbare per i casi -fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, -che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle -mani di dietro, l’uno dopo l’altro posto a’ merli della maggiore torre -della rocca, sopra uno dirupinato grandissimo furono dirupinati senza -niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro -caduta a’ crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento -d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo -castello vicino a’ crudi nemici. Chi crederebbe questa sevizia trovare -tra’ fieri popoli delle barbare nazioni, la quale tra i cristiani, tra -i consorti d’uno reame, tra i vicini passò le crudeltà de’ tigri, e la -fierezza de’ più salvatichi animali che la terra produca? E perocchè -trovare non si potrebbe maggiore, trapassiamo a un’altra di minore -numero, ma forse non di minore infamia. - - -CAP. LXII. - -_Come fu in Firenze tagliate le teste a più de’ Guazzalotri di Prato._ - -Avendo narrata la grande crudeltà de’ Catalani, un’altra sotto ombra -di non vera scusa, non senza biasimo dell’abbandonata mansuetudine -del nostro comune, ci s’offera a raccontare. I Guazzalotri di Prato, -come è detto addietro, innanzi che il comune il comperasse, usando la -tirannia di quello tirannescamente, ne furono abbattuti: per questo -l’animo di Iacopo di Zarino caporale di quella casa era mal contento, -avvegnachè assai onestamente sel comportasse. Avvenne che alquanti -cittadini di Firenze, animosi di setta, calunniarono lui e alquanti -cittadini di Firenze di trattato contro al comune, della qual cosa -convenne che in giudicio si scusassono, e non trovandosi colpevoli, fu -infamia a quella gente che quello aveano loro apposto, ed egli con gli -altri infamati furono prosciolti. Avvenne appresso, o per fuggire il -pericolo degl’infamatori, o per sdegno conceputo, andando per podestà a -Ferrara, fu ritenuto dal tiranno di Bologna e poi lasciato, rimanendo -per stadico il figliuolo; e tornato a Firenze, e preso sospetto di -lui, fu confinato a Montepulciano: i quali confini, qual che si fosse -la cagione, e’ non seppe comportare, e fece suo trattato col signore -di Bologna per ritornare in Prato; per la qual cosa venne a Vaiano in -Valdibisenzio, e fece richiedere de’ suoi amici, e da Siena vennono -lettere al comune di Firenze di questo fatto: per le quali il nostro -comune di presente vi mise gente d’arme alla guardia, per modo che -non se ne potea dottare. Nondimeno i cittadini che reggevano allora il -comune, animosi per setta, volendo aggravare l’infamia, in su la mezza -notte feciono chiamare delle letta e armare i cittadini, e trarre fuori -i gonfaloni, come se i nimici fossono alle porti, di che i reggenti -ne furono forte biasimati. Nondimeno seguendo loro intendimento, -aveano fatto venire da Prato tutti gli uomini di casa i Guazzalotri, -i quali per numero furono sette; e incontanente, come uomini guelfi -e innocenti, e che dell’imprese di Iacopo di Zarino erano ignoranti, -vennono a Firenze: ed essendo tutti in su la porta del palagio de’ -priori, un fante giunse il dì medesimo, che le guardie erano rinforzate -in Prato, il quale disse loro da parte di Iacopo, com’egli intendea -d’essere quella notte in Prato. Costoro di presente furono a’ signori -e a’ loro collegi, e dissono quello che in quell’ora Iacopo avea loro -mandato a dire, scusando la loro innocenza. I priori co’ loro collegi -non dimostrando di loro alcuno sospetto, gli licenziarono per quel -giorno: l’altra mattina gli feciono chiamare, e tutti senza sospetto -andarono a’ signori, fuori d’un giovane, il quale quanto che non -fosse colpevole, temette di venire in esaminazione; gli altri furono -ritenuti, e messi nelle mani del capitano del popolo, uomo di poca -virtù, e fatti pigliare certi Pratesi, e un Fiorentino de’ Galigai, -e due fabbri di contado, tutti per gravi martori confessarono, come -coloro che questo feciono fare vollono, e subitamente, improvviso -agli altri cittadini, il detto capitano, del mese di marzo 1351, -fece decapitare i nove, e i fabbri impiccare; la qual cosa fu tenuta -crudele e ingiusta sentenza, e molto dispiacque a’ cittadini, perocchè -manifesto fu che non erano colpevoli. Abbiamone detto steso per due -cagioni, l’una per manifestare di quanto pericolo sono le sette -cittadinesche, che i giusti spesso com’e’ colpevoli involgono in -capitale sentenza; la seconda per dimostrare quanto a Dio dispiace -quando si spande l’innocente sangue: che per quello che i Guazzalotri -poco innanzi sparsero per tirannia nella loro terra, il loro per -simigliante modo fu sparto nella città di Firenze. - - -CAP. LXIII. - -_Come il tiranno d’Orvieto fu morto._ - -In questo anno, del mese di marzo, essendo tiranno d’Orvieto Benedetto -di messer Bonconte de’ Monaldeschi, il quale poco dinanzi aveva morti -due suoi consorti per venire alla tirannia, e stando in quella per -operazione de’ suoi consorti, da uno fante nel suo palagio fu morto. -Per la morte di costui la città fu in grave divisione; ma coll’aiuto -di gente e d’ambasciadori perugini s’acquetò alquanto il popolo -con alcuno lieve e non fermo stato, perocchè tutta la terra era -insanguinata per la divisione della casa de’ Monaldeschi, e avendo -dentro poca concordia, e di fuori sparti per lo contado e distretto -i cittadini cacciati, rimase lo stato dubbioso a potere sostenere; e -per la cavalleria che l’arcivescovo di Milano aveva in Toscana e nella -Marca, i comuni di parte guelfa poco consiglio vi misono, onde ne -seguì la rivoltura che appresso seguendo nostro trattato nel suo tempo -racconteremo. - - -CAP. LXIV. - -_Come i Fiorentini assediarono Vertine._ - -Nel predetto mese di marzo i Fiorentini feciono porre l’oste al -castello di Vertine, e strignerlo con due campi al trarre delle -balestra, e rizzaronvi due mangani che tutto dì gittavano, abbattendo -e guastando le case della terra. Nell’oste avea seicento cavalieri, -e millecinquecento masnadieri di soldo, i quali deliberarono di -combattere il castello e vincerlo per battaglia: ma avvenne mirabile -cosa, che quasi pareva fatta per arte magica, che il tempo si corruppe -all’acqua, che dì e notte non ristò infino alla Pasqua; e impedì tanto -l’oste, che alla battaglia non si potè venire per niun modo, e quelli -del castello ebbono agio di farlo più forte alla difesa; e per questa -cagione, e perchè dentro avea franca masnada di buoni briganti, poco -parea si curassono de’ Fiorentini, e minacciavano di darlo al Biscione; -e così francamente il tennono in fino all’uscita d’aprile, come -appresso diviseremo. - - -CAP. LXV. - -_Come in corte fu fermata la pace dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia._ - -Essendo per lungo tempo trattata in corte di Roma a Vignone la pace -tra il re d’Ungheria e i reali del regno di Cicilia di qua dal Faro, -papa Clemente essendo guarito della sua infermità, nella quale aveva -avuta grave riprensione di coscienza, perchè aveva sostenuta la detta -causa in contumacia, potendola acconciare, con singulare sollecitudine -mise opera che la pace si facesse. Ed essendo il re d’Ungheria con un -solo fratello re di Pollonia, senza avere altri consorti fuori de’ -reali del regno di Cicilia, e già soddisfatto in parte non piccola -della vendetta del fratello, agevolmente si dispose a volere la pace, -gradendola al papa e a’ cardinali che con istanza ne pregavano, e però -mandò a corte suoi ambasciadori con pieno mandato, informati di sua -intenzione, lo eletto di cinque chiese, e un vescovo d’Ungheria, e -Gulforte Tedesco fratello di messer Currado Lupo vicario nel Regno del -detto re; e del mese di gennaio 1351, i detti ambasciadori in presenza -del papa e de’ cardinali, come ordinato fu per lo detto papa, si fece -la pace con gli ambasciadori del re Luigi e della reina Giovanna in -nome di tutti i reali di quella casa. E per parte del re Luigi e della -reina furono fatte l’obbliganze, per le quali, secondo che ’l papa e i -cardinali aveano trattato, il re e la reina doveano dare e restituire -al re d’Ungheria trecentomila fiorini d’oro in diversi termini, -per sodisfacimento delle spese che il re d’Ungheria avea fatte in -quell’impresa del Regno. E fatte le dette cautele e la detta pace, il -papa per l’autorità sua e del consiglio de’ suoi cardinali per decreto -confermò ogni cosa, confermando la pace, e consentendo all’obbligagione -pecuniaria del reame. E fornito ogni cosa solennemente, innanzi che -della casa si partissono le parti, gli ambasciadori del re d’Ungheria, -improvviso a tutti, seguendo il mandato segreto che aveano dal -loro signore, di grazia spontaneamente, per propria volontà del re -d’Ungheria, finirono e quetarono al re, e alla reina, e a’ reali di -Puglia, e al Regno, e alla Chiesa di Roma, di cui è il detto reame, -i detti trecentomila fiorini d’oro, dicendo, come il loro signore non -avea fatta quell’impresa per avarizia, ma per vendicare la morte del -suo fratello. E incontanente si partì Gulforte, e tornò in Ungheria a -fare assapere al re come fatto era quanto egli avea comandato, a grande -grado e piacere di santa Chiesa. E i sopraddetti prelati andarono -nel Regno a trarne gli Ungheri che v’erano salvamente, e a fare per -comandamento del loro signore restituire al re Luigi e alla reina tutte -le città, e terre e castella che la sua gente vi tenea. E fatto questo -accordo, quale che si fosse la cagione, il re d’Ungheria non lasciò -incontanente i reali ch’aveva prigioni in Ungheria, anzi gli tenne -insino al settembre prossimo, come al suo tempo si dirà, occorrendoci -altre cose che prima richieggono il debito alla nostra penna. - - -CAP. LXVI. - -_Come l’arcivescovo trattava pace colla Chiesa._ - -In questo tempo, del verno, l’arcivescovo di Milano continovo mantenea -a corte solenni ambasciadori a procurare la sua riconciliazione con -santa Chiesa, e a ciò movea il re di Francia con forza di grandi doni -che gli faceva, e al continovo pregava per sue lettere il papa e’ -cardinali che perdonassono all’arcivescovo, ed egli per essere più -favoreggiato domandava pace. I parenti del papa e certi cardinali -erano sì altamente provveduti, e sì spesso, che continovo pregavano per -lui il papa, e la contessa di Torenna non finava, per la qual cosa il -papa dimenticava l’onore e l’ingiurie di santa Chiesa. E non ostante -che tenesse sospesi gli ambasciatori de’ comuni di Toscana delle cose -che aveano proposto loro, gli ambasciadori continovo ricordavano in -concistoro l’offese fatte per l’arcivescovo e pe’ suoi antecessori, -e l’ingiurie e violenze che fatte avea, e continovo faceva a’ comuni -di Toscana fedeli e divoti di santa Chiesa. Il papa non ostante ciò -favoreggiava oltre al modo onesto la causa del tiranno, onde per alcuno -cardinale ne fu cortesemente ripreso; a costui e agli altri cardinali -che mostravano in concistoro di essere zelanti dell’onore di santa -Chiesa, procedendo il tempo, coll’ingegno e coll’arte e co’ doni del -tiranno furono racchiuse le bocche, e aperte le lingue in suo favore, -sicchè ultimamente pervenne alla sua intenzione, come seguendo al suo -tempo dimostreremo. - - -CAP. LXVII. - -_Della gran fame ch’ebbono i barbari di Morocco._ - -Avvenne in quest’anno nel reame di Morocco e nel reame della Bella -Marina un’inopinata fame per sterilità del paese, la qual fame gittò -gran carestia in Granata e nella Spagna, e stesesi per la Navarra, -e appresso in Francia infino a Parigi: che per portare il grano a’ -barbari, per disordinato guadagno che se ne facea, venne lo staio di -libbre cinquanta di peso in Parigi in valuta di due fiorini d’oro, -e per lo paese non molto meno. E i barbari saracini per sostentare -la vita s’ordinarono continovo digiuno, il quale sodisfacevano con -tre once di pane dato loro, e con un poco d’olio quanto teneva la -palma della mano, nel quale intignevano il detto pane, e con questo -mantenevano la loro vita: nondimeno gran quantità ne morirono di fame -in quell’anno. - - -CAP. LXVIII. - -_Come i rettori di Firenze cominciarono segretamente a trattare accordo -con l’eletto imperadore._ - -Mentre che il comune di Firenze e di Siena aveano gli ambasciadori -a corte di papa contro all’arcivescovo di Milano, avvedendosi che -la Chiesa per le preghiere del re di Francia e d’altri baroni, e per -la grande quantità di moneta che il tiranno spendea in corte, colla -quale avea recato in suo favore tutta la corte, ed era per essere -riconciliato e fatto assai maggiore che non era in prima, diffidandosi -di non potere per loro resistere alla sua potenza, ordinarono molto -segretamente di volere far muovere della Magna messer Carlo re de’ -Romani eletto imperadore, e però mandarono e feciono venire d’Alemagna -a Firenze segretamente un suo cancelliere con grande mandato: il quale -fu collocato e stette tutto il verno racchiuso in san Lorenzo per modo, -che i Fiorentini non sapeano chi si fosse, e di notte andavano a lui -segretari del comune, i quali trattavano il modo della venuta del detto -eletto, col favore e aiuto grande del detto comune, per abbattere la -tirannia dell’arcivescovo: e in fine vennono col detto cancelliere a -piena concordia, tanto che, nonostante l’antico odio del nome imperiale -a’ detti comuni, fu loro lecito di piuvicare la detta concordia accetta -a’ detti popoli, come a suo tempo racconteremo. - - -CAP. LXIX. - -_Come la gente de’ Fiorentini che andavano a fornire Lozzole furono -rotti dagli Ubaldini._ - -Entrando nel mese d’aprile 1352, essendo commesso per lo comune di -Firenze al capitano del Mugello che fornisse Lozzole che i Fiorentini -tenevano nel Podere, acciocchè più chiusamente si facesse, si mise -a farlo con sì poca provvisione, che più dì innanzi fu palese agli -Ubaldini la cavalcata che fare si doveva. I quali in que’ dì aveano -colla gente dell’arcivescovo di Milano preso il Monte della Fine a’ -confini di Romagna, il quale era stato accomandato, ma non difeso da’ -Fiorentini. E avendo la gente apparecchiata, si misono in più aguati -nell’alpe, ove stettono più dì aspettando la scorta de’ Fiorentini -per fornire Lozzole. Il folle capitano di Mugello con quattrocento -cavalieri e con pedoni del Mugello, non avendo prima presi i passi -più forti dell’alpe, nè fatto provvedere se aguato vi fosse, si mise -per la via del Rezzuolo con la salmeria e con la sua gente ad entrare -nell’alpe, e lasciossi uno degli aguati de’ nimici addietro; quando -ebbono valicato Rezzuolo furono assaliti da’ nimici dinanzi, e da lato -e didietro per modo, che piccola difesa v’ebbe, altro che di fuggire -chi potè. Rimasonvi morti cinquanta uomini tra a cavallo e a piede, e -ottanta presi con tutta la salmeria; e di questo fallo non fu altra -vendetta in Firenze, se non che chi fu morto o preso per la mala -condotta s’ebbe il danno. Il capitano fu Rosso di Ricciardo de’ Ricci -di Firenze. - - -CAP. LXX. - -_Come s’ebbe Vertine a patti e disfecesi la rocca._ - -Essendo stato il castello di Vertine lungamente assediato e traboccato -da’ dificii, e non volendosi arrendere, i Fiorentini diliberarono di -farlo combattere: e a dì 20 d’Aprile, gli anni Domini 1352, con molta -baldanza e con poco ordine si strinsono al castello assalendolo da -più parti; e in alcuno luogo furono infino al rompere delle mura, -ma per non avere dificii da coprire, nè le scale che bisognavano -a assalire, condotti alle mura, con danno e con vergogna, mortine -alquanti, e fediti e magagnati assai degli assalitori, si ritrassono -della battaglia, la quale aveano mantenuta tre ore del dì. L’assedio -vi si fortificò, e strinsono il castello più di presso, e ordinavano -di combatterlo con più ordine e con maggiore forza. Que’ d’entro -vedendosi senza speranza di soccorso, per fuggire il pericolo della -battaglia trattarono di rendere la terra, salve le persone e l’armi, e -che potessono trarre tutto il grano che aveano nel castello di Vertine -di que’ della casa da Ricasoli, infra quindici dì prossimi. Il trattato -fu fermo, e il primo dì di Maggio del detto anno n’uscirono que’ da -Ricasoli con centocinquantotto masnadieri, molto bella gente d’arme; e -il comune prese la terra, e incontanente fece abbattere due fortezze -che v’erano a modo di rocche, l’una di que’ da Ricasoli, e l’altra -di que’ da Vertine, acciocchè più per quelle tenute non si potesse -rubellare. - - -CAP. LXXI. - -_Esempio di cittadinesca varietà di fortuna._ - -In questo tempo avvenne una cosa notevole in Firenze, la quale per se -non era degna di memoria, ma concedelesi luogo per esempio delle cose -avvenire. Un giudice di legge di grande fama nella pratica de’ piati -criminali e civili, di assai nuova progenie, e di piccolo stato ne’ -suoi principii, venne per suo guadagno in ricchezza, e con prospera -fortuna, il dì di calen di maggio del detto anno, dottorato un suo -figliuolo e menata moglie, con dote di fiorini millecinquecento d’oro, -e con eredità di patrimonio di fiorini tremilacinquecento d’oro in -possessioni a lui pervenute, celebrò solenne festa in più dì in grande -allegrezza. E verificandosi la parola detta per santo Gregorio sopra -il Giobbe, il quale disse: _Praenuntia tribulationis est laetitia -satietatis_: poco appresso avvenne, che essendo ingrati della non -debita e sformata dote e successione ereditaria della detta donna, -vollono alla madre della fanciulla per male ingegno della loro arte -sottrarre altri certi beni, la quale turbata si difendea a ragione. -I legisti ordinarono un piato tacito, e avendo avuta per altri fatti -una procura dalla detta donna, si sforzarono, non avendo avversario, -di venire alla sentenza. Ma come Iddio volle, la corte s’avvide del -baratto; e scoperto l’inganno, il figliuolo fu condannato nel fuoco -con un suo nipote; e il padre confidandosi di difendere a ragione si -rappresentò in giudicio. Ed essendo per essere arso un suo nipote -ch’avea nome Lotto del maestro Cambio de’ Salviati, uomo di buona -condizione e amato da’ cittadini, accadde essere de’ priori di Firenze, -il quale per onore della sua casa operò tanto, che fu condannato nel -fuoco per falsità, a condizione, che se infra dieci dì non pagasse -al comune lire quattromila, e stesse a Perugia un anno a’ confini; -ed essendo già stato da dieci mesi a’ confini, tanto seppe adoperare -con un altro podestà, che rivocò i suoi confini, e tornò a Firenze -innanzi al tempo, e mostrossi palese più d’un mese. Volendosi fare -cancellare del detto bando, e restituire alla matricola ov’era stato -raso, e non trovandosi modo come di ragione fare si potesse, rimase in -bando del fuoco per avere rotti i confini, i quali aveva poco tempo a -ubbidire ed era libero. Costui fu il primo che mise in pratica nella -nostra città di conducere i civili piati in criminali, e per quella -medesima cagione fu infamato e condannato egli e ’l suo figliuolo; il -quale poi dopo l’esilio di presso a otto anni morì in bando, avendo -prima il padre ricomperato dal comune per grandi riformagioni il suo -fallo d’avere rotti i confini lire milledugento. E dopo la morte del -figliuolo la donna ritrasse della casa la dote e ’l patrimonio in -grande abbassamento di quella famiglia, lasciando esempio a’ suoi -cittadini, che come la scienza convertita in pratica di male suasioni, -e le disordinate dote fanno gli uomini arricchire e montare in stato, -così quelle medesime operazioni e dote spesso sono materia e cagioni di -gravi ruine: questo ci scusi averne fatto qui la detta memoria. - - -CAP. LXXII. - -_Come un gran re de’ Tartari venne sopra il re di Proslavia._ - -Avvenne in quest’anno, che un re del lignaggio de’ Tartari, avendo -avuta la sua gente briga col re di Proslavia infedele, avegnachè -suddito al re d’Ungheria, e fatto danno l’una gente all’altra, il detto -re de’ Tartari sentendosi di grande potenza, per prosunzione della sua -grandezza, ovvero per trarre la gente del suo paese che aveano a quel -tempo grandissima fame, uscì del suo reame con infinito numero di gente -a piè e a cavallo, ed entrò nel regno de’ Proslavi. Il re de’ Proslavi -colla sua gente si fece incontro a quella moltitudine per ritenerli -a certe frontiere, tanto che avesse il soccorso dal re d’Ungheria, il -quale di presente vi mandò quarantamila arceri a cavallo: e aggiuntosi -colla gente del re de’ Proslavi, di presente commisono la battaglia co’ -Tartari, de’ quali tanti n’uccisono, che la lena mancò agli uomini, e -lo taglio alle spade, e le saette agli archi. Ma per la soprabbondante -moltitudine de’ Tartari, non potendoli gli Ungheri e i Proslavi più -tagliare, convenne ch’abbandonassono il campo, non senza grande danno -della loro gente. I Tartari vinti rimasono vincitori: ma per disagio -di vivande, e per la corruzione dell’aria, costretti prima a manicare -de’ corpi morti, sentendo che per li due re si faceva apparecchiamento -di ritornare in campo con maggiore e più potente esercito, per paura, -e per lo gran difetto che i Tartari aveano di vittuaglia, si tornarono -addietro in loro paese. Questa novella avemmo da più e diverse parti in -Firenze del mese d’aprile 1352. - - -CAP. LXXIII. - -_Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio._ - -Ritornando all’italiane tempeste, essendo rimasa la città d’Orvieto -con grande dissensione tra’ cittadini dopo la morte di Benedetto di -messer Bonconte loro tiranno, i cittadini da capo si cominciarono a -insanguinare insieme, e uccidea l’uno l’altro nella città e di fuori, -come s’uccidono le bestie al macello. Ed era sì corrotta la città ed -il contado, che in niuna parte si poteva andare o stare sicuro, e -i Perugini e gli altri comuni di Toscana erano sì oppressati dalla -gente del Biscione, che appena poteano intendere alla loro difesa, -sicchè de’ fatti d’Orvieto non si potevano intramettere come a quel -tempo bisognava. Avvenne che Petruccio di Peppo Monaldeschi, come -che d’animo e di nazione fosse guelfo, avendo rispetto a pigliare la -tirannia d’Orvieto, per suo trattato fece venire a condotta degli -Ubaldini a Cetona dugento cavalieri, e procacciò d’avere gente dal -prefetto da Vico: e quando si vide il bello, avendo raunato nella -terra assai fanti, levò il romore e corse la terra, e mise dentro i -dugento cavalieri ch’avea in Cetona, e uccise Bonconte suo consorto, -nipote di Benedetto, e più altri, e ridusse la città nella forza de’ -ghibellini, credendo poterla tiranneggiare per se; ma in fine, come -al suo tempo racconteremo, la signoria rimase al prefetto da Vico e a -parte ghibellina, tradita la patria e i consorti per singolare invidia -de’ suoi congiunti. - - -CAP. LXXIV. - -_Come l’armata de’ Genovesi andò a Trapenon per danneggiare i nemici._ - -Dopo la battaglia fatta in Romania tra’ Genovesi, Veneziani e Catalani, -avendo i Genovesi preso riposo per alcuno tempo, e ritornate le sei -galee fuggite nel Mare maggiore, riconoscerono la loro amara vittoria, -presono cuore dimenticando il danno loro per l’animosità ch’aveano -contro a’ loro nemici ch’erano rifuggiti a Trapenon, e procacciarono -aiuto da Pera, e mandarono per rinfrescamento di galee armate, -strignendo che quante più ne potessono mandare armate il facessono -senza indugio, a fine di disfare affatto l’armata de’ Veneziani e -Catalani, avendo anche speranza di vincere Costantinopoli. E racconce -le loro galee, e rifornite le ciurme e’ soprassaglienti se n’andarono a -Trapenon, ove i Veneziani e’ Catalani s’erano rifuggiti; e assai volte -tentarono d’assalirli, ma gli avversari aveano la forza della terra, -e l’avvantaggio della guardia del porto, sicchè poco li curavano; -e quando vidono un tempo al loro viaggio fatto e fermo, e che era -contradio a’ loro nemici a poterli impedire, con trentotto galee -racconce e rifornite si misono in mare, e atandosi con le vele e co’ -remi, avendo il vento in poppa, a contradio de’ Genovesi valicarono in -Candia: e giunti in Candia misono in terra, e disarmarono. E stando -nell’isola, per la corruzione di loro fediti e de’ disagi sostenuti -infermarono e corruppono molto la terra, e mandarono due loro galee per -avere aiuto da Vinegia, le quali s’abbatterono in dieci galee ch’e’ -Genovesi mandavano in aiuto alla loro armata, ma l’una per forza di -remi campò, l’altra diede a terra, e abbandonato il corpo della galea -salvarono le persone. - - -CAP. LXXV. - -_Come i Genovesi assediarono Costantinopoli._ - -L’armata de’ Genovesi non avendo potuto impedire l’armata de’ -Veneziani e Catalani che non fossono passati all’isola di Negroponte, -non attesono a seguirli, ma attesono ad assediare Costantinopoli per -mare, e fermarono di fare ogni loro podere per abbattere l’aiuto che i -Veneziani aveano dall’imperatore. E stando ivi, giunse in loro aiuto -sessanta legni armati di Turchi, e le dieci galee che il comune di -Genova avea mandate loro. Mega Domestico che allora governava l’imperio -come tiranno, vedendo i Veneziani rotti e soperchiati in quella guerra -da’ Genovesi, e che la loro forza cresceva, e sentendosi il vero -imperatore, il quale s’avea fatto a genero, nemico, per non venire -a peggio trattò pace co’ Genovesi, e fermossi la detta pace a dì 6 -maggio del detto anno: e fu in patto, ch’e’ Veneziani del paese fossono -salvi in avere e in persona, e che i Genovesi non dovessono pagare -in Costantinopoli commercio, e che vi potessono fare porto, e andare -e stare come amici: e che d’allora innanzi l’imperadore non dovesse -ricettare i Veneziani nè i Catalani, nè dare loro alcuno aiuto. E ferma -la pace, i Genovesi con tutta loro armata se ne vennono in Candia per -vincere il paese; e volendo porre in terra, ebbono incontro i paesani -con trecento cavalieri, e le ciurme delle galee, e contradissono -la prima scesa. I Genovesi si provvidono di fare parate, e dietro a -quelle misono i balestrieri, e messe le scale in terra, a contradio de’ -nemici presono campo; e stando in terra trovarono il paese corrotto, -e avvelenata l’aria e la terra dalla corruzione sparta dalle galee de’ -Veneziani e Catalani, e anche tra loro avea de’ fediti e degl’infermi, -e per questa cagione, e per i molti disagi sostenuti lungamente, -pensarono che il soprastare era pestilenzioso e mortale, si ricolsono a -galea, e misonsi in mare per tornarsi a Genova; e innanzi pervenissono -alla patria più di mille cinquecento uomini morti gettarono in mare: e -nondimeno lasciarono nel golfo di Vinegia dieci galee per danneggiare -i Veneziani. E del mese d’agosto del detto anno con trentadue galee -tornarono a Genova col loro ammiraglio, e con settecento prigioni -veneziani, e con molta preda dell’acquisto fatto sopra i nemici e -sopra le spoglie de’ Greci. Della qual vittoria, avvengnachè molto ne -montasse in fama il comune di Genova, più tristizia che allegrezza, più -pianto e dolore che festa tornò alla loro patria; e trovossi all’ultimo -di questa maladetta guerra di queste armate, che tra morti in -battaglia, e annegati in mare, e periti di pestilenza, tra l’una parte -e l’altra vi morirono più d’ottomila Italiani in quell’anno. E questo -avvenne solo per attizzamento d’invidia di pari stato di due popoli -Genovesi e Veneziani, che catuno si volea tenere il maggiore. - - -CAP. LXXVI. - -_Concordia fatta dall’imperadore a’ comuni di Toscana._ - -Tornando al lungo trattato menato in Firenze per li Fiorentini e -Perugini e Sanesi, molto segretamente con messer Arrigo proposto -d’Esdria dell’ordine di certi frieri, vececancelliere di messer Carlo -eletto imperadore re di Boemia e re de’ Romani, il quale con molto -senno e gran diligenza avendo il mandato dal suo signore, e per mezzano -tra lui e gli ambasciadori de’ sopraddetti comuni messer Ramondo l’uno -degli usciti guelfi di Parma marchese di Soraga, capitano di guerra -del comune di Firenze, scritte le convenenze e’ patti di concordia, si -sostenne la piuvicazione di quelli per lo detto vececancelliere e per -li detti comuni, tanto ch’ebbono la fermezza da corte come il papa avea -riconciliato per sentenza l’arcivescovo di Milano, e fatto la concordia -con lui, come nel principio del nostro terzo libro si potrà trovare; e -questa concordia fu ferma del detto mese d’aprile del detto anno. - - -CAP. LXXVII. - -_Come si levò una compagnia nel Regno, e fu rotta dal re Luigi._ - -Avvenne non ostante che la pace fosse fatta tra il re d’Ungheria e i -reali di Puglia, e deliberato fosse per lo papa la coronazione del re -Luigi, per la baldanza che i soldati forestieri aveano presa nel Regno, -uno Beltramo della Motta nipote di fra Moriale, che ancora teneva la -città d’Aversa, fece raccolta di cavalieri di sua lingua, e di Tedeschi -e d’Italiani ch’erano nel Regno senza soldo, ed ebbe quattrocento -barbute e cinquecento masnadieri: e cominciò a correre per Terra di -Lavoro, di consiglio e consentimento di Fra Moriale, secondo il suono, -benchè secondo la vista dimostrava il contradio, e prendea i casali, -e facea rimedire la gente, e molto conturbava il paese: e i baroni e’ -cavalieri regnicoli che voleano venire a Napoli alla coronazione del -re erano da costoro forte impediti, e i cammini erano rotti per loro, -e spesso assaliti, e per soperchia baldanza s’erano ridotti a Cesa, tra -la città d’Aversa e l’Acerra. E stando ivi, in gran vergogna del futuro -re Luigi, il re infiammato di questa ingiuria, subitamente e improvviso -a’ ladroni accolse de’ baroni ch’erano venuti a lui, e di Napoletani da -mille cavalieri, e montò a cavallo in persona, e seguitato da’ suoi, -a dì 28 d’aprile del detto anno occupò Beltramo della Motta e la sua -compagnia, i quali per lo subito assalto non feciono retta, ma chi potè -fuggire non attese il compagno: e così fuggendo molti ne furono morti e -presi, che pochi ne camparono. Beltramo della Motta con venti compagni -fuggì a Alife e campò. In Napoli furono giudicati a morte venticinque -paesani ch’erano in quella compagnia, gli altri rimasono prigioni: e la -detta compagnia fu al tutto consumata e spenta con onore del re Luigi, -e con più lieta festa della sua coronazione, che appresso seguitò, come -tosto diviseremo. - - -CAP. LXXVIII. - -_Come i Perugini guastarono intorno a Cortona._ - -In questo mese d’aprile del detto anno, i cavalieri dell’arcivescovo -di Milano ch’erano stati lungamente al servigio del signore di -Cortona all’Orsaia, si partirono di là, e lasciarono dugentocinquanta -cavalieri. I Perugini aontati dell’ingiuria fatta loro da’ Cortonesi, -di presente, avuto trecento cavalieri da’ Fiorentini, con settecento -barbute e con gran popolo cavalcarono sopra Cortona, ardendo e -guastando le case, e le vigne e’ campi, e tagliando gli alberi, -aoperando il fuoco e il ferro, e guastarla intorno per molti giorni, -senza potere i Cortonesi difendere in niuna parte, di fuori che -dall’Orsaia a Cortona, per la guardia vi fecero i dugentocinquanta -cavalieri del Biscione: ma senza arsione, così consumarono que’ -cavalieri quella parte difendendo, come i Perugini l’altre parti per -loro vendetta. - - -CAP. LXXIX. - -_Come i Fiorentini fornirono Lozzole._ - -I Fiorentini poco tempo innanzi per mala condotta rotti dagli Ubaldini -nell’alpe, volendo fornire Lozzole, provvidono di fornirlo con più -avviso e provvedenza; che senza fare apparecchiamento nel Mugello, -avendo in Firenze cavalieri e pedoni, e la vittuaglia apparecchiata, -senza alcuna vista mandarono improvviso agli Ubaldini, e feciono -pigliare a buoni masnadieri i passi e i poggi dell’alpe. E presi i -passi la notte, la mattina vi mandarono cento cavalieri, e quattrocento -balestrieri eletti, e seicento buoni masnadieri di soldo e tutta la -salmeria con loro, i quali andarono senza contasto. E furono sopra -il battifolle degli Ubaldini, il quale era sopra Lozzole, innanzi -che potessono avere soccorso; e vedendosi sorprendere alla gente de’ -Fiorentini, abbandonaro la bastita e l’arme, e gittaronsi per le ripe -per salvare le persone; i Fiorentini presono l’arme e la roba ch’era -nella bastita, e aggiunsonla alla loro salmeria, e misono ogni cosa nel -castello di Lozzole, e arsono il battifolle de’ nimici, e sani e salvi -senza trovare contasto si tornarono a Firenze del mese di maggio del -detto anno. - - - - -TAVOLA DEI CAPITOLI - - - _Prefazione._ Pag. V - _Qui comincia la Cronica di Matteo Villani, e prima - il prologo, e primo libro._ 1 - _CAP. I. Dell’inaudita mortalità_ 3 - _CAP. II. Quanto durava il tempo della moria in catuno - paese_ 4 - _CAP. III. Della indulgenzia diede il papa per la detta - pistolenza_ 9 - _CAP. IV. Come gli uomini furono peggiori che prima_ 10 - _CAP. V. Come si stimò dovizia, e seguì carestia_ 11 - _CAP. VI. Come nacque in Prato un fanciullo mostruoso_ 12 - _CAP. VII. Come alla compagnia d’Orto san Michele - fu lasciato gran tesoro_ 12 - _CAP. VIII. Come in Firenze da prima si cominciò lo - Studio_ 15 - _CAP. IX. Raggiugnimento di principi che furono cagione - di grandi novitadi nel Regno_ 17 - _CAP. X. Come il re d’Ungheria fece ad Aversa uccidere - il duca di Durazzo_ 20 - _CAP. XI. La cagione della morte del duca di Durazzo_ 21 - _CAP. XII. Come il re d’Ungheria entrò in Napoli_ 22 - _CAP. XIII. Come il re d’Ungheria vicitava il regno - di Puglia_ 23 - _CAP. XIV. Come il re d’Ungheria partitosi del Regno - tornò in Ungheria_ 24 - _CAP. XV. Novità del reame di Tunisi, e più rivolgimenti - di quello_ 25 - _CAP. XVI. Come per la partita del re d’Ungheria del - Regno i baroni e’ popoli si dolsono_ 26 - _CAP. XVII. Come si reggeva la sua gente nel Regno - partito il re_ 27 - _CAP. XVIII. Come messer Luigi si fe’ titolare re al - papa, e mandò nel Regno_ 28 - _CAP. XIX. Come il re e la reina ritornarono nel Regno_ 30 - _CAP. XX. Come il re e la reina Giovanna entrarono - in Napoli a gran festa_ 31 - _CAP. XXI. Come il re Luigi si fe’ fare cavaliere, e - da cui_ 32 - _CAP. XXII. Brieve raccontamento di cose fatte per - il re d’Inghilterra contra quello di Francia_ 33 - _CAP. XXIII. Come gli Ubaldini furo cominiciatori della - guerra che il comune di Firenze ebbe con loro_ 36 - _CAP. XXIV. Come i fedeli del conte Galeotto si rubellarono - da lui e dieronsi al comune di Firenze_ 36 - _CAP. XXV. Come i Fiorentini feciono guerra agli Ubaldini, - e presero Montegemmoli e loro castella_ 37 - _CAP. XXVI. Come il re di Francia comperò il Delfinato_ 40 - _CAP. XXVII. La cagione perchè il re d’Araona tolse - Maiolica al re_ 41 - _CAP. XXVIII. Come il re di Maiolica vendè la sua - parte di Mompelieri al re di Francia_ 42 - _CAP. XXIX. Come s’ordinò il generale perdono a Roma - nel 1349_ 43 - _CAP. XXX. Come il re di Maiolica andò per racquistare - l’isola e fuvvi morto_ 45 - _CAP. XXXI. Come i baroni italiani e catalani per loro - discordie guastarono l’isola di Cicilia_ 46 - _CAP. XXXII. Come il re Filippo di Francia e ’l figliuolo - tolsono moglie_ 49 - _CAP. XXXIII. Come il re di Francia fu ingannato - del trattato di Calese con gran danno_ 51 - _CAP. XXXIV. Come messer Carlo eletto imperadore - fu preso e morto di veleno_ 53 - _CAP. XXXV. Come il re Luigi prese più castella_ 56 - _CAP. XXXVI. Come il re Luigi prese il conte d’Apici_ 57 - _CAP. XXXVII. Come il re Luigi Assediò Nocera_ 58 - _CAP. XXXVIII. Come Currado Lupo liberò Nocera_ 60 - _CAP. XXXIX. Come il re Luigi rifiutò la battaglia - con Currado Lupo_ 61 - _CAP. XL. Della materia medesima_ 63 - _CAP. XLI. Come morì il re Alfonso di Castella_ 64 - _CAP. XLII. Come il doge Guernieri fu preso in Corneto - dagli Ungheri_ 65 - _CAP. XLIII. Come i Fiorentini presero Colle_ 67 - _CAP. XLIV. Come i Fiorentini ebbono Sangimignano a - tempo_ 68 - _CAP. XLV. Di tremuoti furono in Italia_ 70 - _CAP. XLVI. Come sommerse Villacco in Alamagna_ 71 - _CAP. XLVII. De’ fatti del Regno_ 72 - _CAP. XLVIII. Come la gente del re d’Ungheria sconfisse - i baroni del Regno_ 74 - _CAP. XLIX. Come i Napoletani ricomperarono la vendemmia - da’ nimici_ 76 - _CAP. L. Come si fe’ triegua nel Regno_ 78 - _CAP. LI. Di novità di barbari di Bella Marina_ 80 - _CAP. LII. Come Balese tornando per lo suo reame contro - al figliuolo ebbe grande fortuna, e poi fu avvelenato_ 81 - _CAP. LIII. Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna_ 83 - _CAP. LIV. Come messer Giovanni Manfredi rubellò - Faenza alla Chiesa_ 86 - _CAP. LV. Come il capitano di Forlì prese Brettinoro - per assedio_ 89 - _CAP. LVI. Come i cristiani d’Europa cominciarono a - venire al perdono_ 90 - _CAP. LVII. Perchè s’intramesse il dificio d’Orto san - Michele_ 93 - _CAP. LVIII. Come la Chiesa mandò il conte per racquistare - la contea di Romagna_ 95 - _CAP. LIX. Processo de’ traditori di Romagna, e di - certi Provenzali_ 97 - _CAP. LX. Come messer Giovanni de’ Peppoli cercò accordo - dal conte a messer Giovanni_ 98 - _CAP. LXI. Come messer Giovanni de’ Peppoli andò - nell’oste, e fu preso_ 99 - _CAP. LXII. Come il conte scoperse l’altro trattato che - avea con messer Mastino_ 101 - _CAP. LXIII. Come messer Iacopo Peppoli rimaso in - Bologna si provvidde alla difesa_ 103 - _CAP. LXIV. L’aiuto che messer Iacopo accolse per - guardare Bologna_ 105 - _CAP. LXV. Del male stato che si condusse la città di - Bologna, e di certi trattati che allora si tennono_ 106 - _CAP. LXVI. Come i soldati mossono quistione al conte, - e fu loro assegnato messer Giovanni Peppoli_ 108 - _CAP. LXVII. Come messer Giovanni tenne suoi trattati - della città di Bologna_ 109 - _CAP. LXVIII. Secondo trattato di Bologna_ 112 - _CAP. LXIX. Come l’arcivescovo di Milano mandò a - prendere la possesione di Bologna_ 114 - _CAP. LXX. Come capitò il conte di Romagna e l’oste - della Chiesa_ 115 - _CAP. LXXI. Come i Guazzalotri di Prato cominciarono - a scoprire loro tirannia_ 118 - _CAP. LXXII. Come i Fiorentini andarono a oste a - Prato, ed ebbonne la signoria_ 120 - _CAP. LXXIII. Come i Fiorentini comperarono Prato, - e recaronlo al loro contado_ 121 - _CAP. LXXIV. Come i guelfi forono cacciati dalla Città - di Castello_ 123 - _CAP. LXXV. Come morì il re Filippo di Francia_ 124 - _CAP. LXXVI. Come la Chiesa rinnovò processo contra - l’arcivescovo di Milano_ 126 - _CAP. LXXVII. Come il tiranno di Milano si collegò - con tutti i ghibellini d’Italia_ 129 - _CAP. LXXVIII. Come fu assediata Imola dal Biscione - e altri_ 131 - _CAP LXXIX. Come il capitano di Forlì tolse al conticino - da Ghiaggiuolo e al conte Carlo da Doadola - loro terre_ 133 - _CAP. LXXX. Come nella città d’Orbivieto si cominciò - materia di grande scandalo_ ivi - _CAP. LXXXI. Come la città d’Agobbio venne a tirannia - di Giovanni Gabbrielli_ 135 - _CAP. LXXXII. Come il comune di Perugia e il capitano - del Patrimonio andarono a oste ad Agobbio_ 137 - _CAP. LXXXIII. Come cominciò l’izza da’ Genovesi - a’ Veneziani_ 139 - _CAP. LXXXIV. Come quattordici galee di Veneziani - presono in Romania nove de’ Genovesi_ 141 - _CAP. LXXXV. Come i Genovesi di Pera presono Negroponte, - e riebbono loro mercatanzia_ 142 - _CAP. LXXXVI. Come fu morto il patriarca d’Aquilea, - e fattane vendetta_ 143 - _CAP. LXXXVII. Come il legato del papa si partì del - Regno, e il re riprese Aversa_ 145 - _CAP. LXXXVIII. Come il re d’Ungheria ritornò in - Puglia conquistando molte terre_ 146 - _CAP. LXXXIX. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia_ 148 - _CAP. XC. Come fu data l’ultima battaglia ad Aversa - dal re d’Ungheria_ 150 - _CAP. XCI. Della materia medesima_ 151 - _CAP. XCII. Come il conte d’Avellino con dieci galee - stette a Napoli, e Aversa s’arrendè al re_ 152 - _CAP. XCIII. Come il re d’Ungheria e il re Luigi vennono - a certa tregua_ 154 - _CAP. XCIV. Come il conte d’Avellino diè al suo figliuolo - per moglie la duchessa di Durazzo_ 157 - _CAP. XCV. Della grande potenza dell’arcivescovo di - Milano, e come i Fiorentini temeano di Pistoia, - e quello che ne seguì_ 159 - _CAP. XCVI. Come certi rettori di Firenze vollono - prendere Pistoia per inganno_ 161 - _CAP. XCVII. Come i Fiorentini assediarono Pistoia - ed ebbonla a’ comandamenti loro_ 163 - _CAP. XCVIII. Come il re d’Inghilterra sconfisse in - mare gli Spagnuoli_ 167 - - LIBRO SECONDO - - _CAP. I. Prologo_ 169 - _CAP. II. Come il comune di Firenze usava la pace - coll’arcivescovo di Milano_ 170 - _CAP. III. Come l’arcivescovo di Milano appuose tradimento - e condannò messer Iacopo Peppoli_ 172 - _CAP. IV. Come l’arcivescovo fermò d’assalire improvviso - la città di Firenze_ 173 - _CAP. V. Come si mise in ordine il consiglio preso_ 176 - _CAP. VI. Come gli Ubaldini arsono Firenzuola, e - presono Montecolloreto_ 177 - _CAP. VII. Come gli Ubertini, e’ Tarlati, e i Pazzi - assalirono il contado di Firenze_ 179 - _CAP. VIII. Come i Fiorentini mandaro ambasciadori al - capitano dell’oste_ 180 - _CAP. IX. Come l’oste si levò da Pistoia e puosesi a - Campi_ 182 - _CAP. X. Come l’oste ebbe gran difetti a Campi e a - Calenzano_ 184 - _CAP. XI. Come i rettori di Firenze abbandonarono il - passo di Valdimarina_ 187 - _CAP. XII. Come l’oste del Biscione valicò il passo, e - andò in Mugello_ 188 - _CAP. XIII. Come il conte di Montecarelli si rubellò - a’ Fiorentini e venne al capitano_ 190 - _CAP. XIV. Come si fornì la Scarperia e il Borgo_ 191 - _CAP. XV. Come l’oste assediò la Scarperia_ 192 - _CAP. XVI. Come i Fiorentini afforzarono Spugnole_ 194 - _CAP. XVII. Come si difese Pulicciano di grave battaglia_ 195 - _CAP. XVIII. Come i Tarlati, e i Pazzi di Valdarno e - gli Ubertini vennono in sul contado di Firenze, e - furonne cacciati per forza da’ Fiorentini_ 196 - _CAP. XIX. Come Bustaccio entrò e rendè la Badia a - Agnano_ 199 - _CAP. XX. Come l’arcivescovo tentò i Pisani di guerra - contro a’ Fiorentini_ 200 - _CAP. XXI. Come l’oste deliberò combattere la Scarperia_ 204 - _CAP. XXII. Come i Tarlati sconfissono i cavalieri - de’ Perugini_ 205 - _CAP. XXIII. Come i Fiorentini procuraro di mettere - gente nella Scarperia_ 207 - _CAP. XXIV. Come la reina Giovanna si fece scusare - in corte di Roma_ 209 - _CAP. XXV. Come i Genovesi e i Veneziani ricominciarono - guerra in mare_ 210 - _CAP. XXVI. Come l’armata genovese andò a Negroponte - e assediò Candia, e quello che ne seguì_ 212 - _CAP. XXVII. Come i Veneziani feciono lega co’ Catalani, - e di nuovo armarono cinquanta galee_ 213 - _CAP. XXVIII. Come la imperatrice di Costantinopoli - col figliuolo si fuggì in Salonicco_ 215 - _CAP. XXIX. Come la Scarperia sostenne la prima battaglia - dal Biscione_ 216 - _CAP. XXX. Come la Scarperia riparò alla cava de’ - nimici_ 218 - _CAP. XXXI. Del secondo assalto dato alla Scarperia_ 220 - _CAP. XXXII. Del terzo assalto dato_ 221 - _CAP. XXXIII. La partita dell’oste dalla Scarperia_ 224 - _CAP. XXXIV. Come l’armata de’ Genovesi si partì da - Negroponte e andò a Salonicco_ 226 - _CAP. XXXV. Come i Veneziani e’ Catalani s’accozzarono - in Romania con l’altra armata_ 228 - _CAP. XXXVI. Come i Brandagli si vollono fare signori - d’Arezzo_ 229 - _CAP. XXXVII. Di quello medesimo_ 231 - _CAP. XXXVIII. Come il re Luigi mandò il gran siniscalco - ad accogliere gente in Romagna_ 234 - _CAP. XXXIX. Come il re Luigi accolse i baroni del - Regno e andò in Abruzzi_ 236 - _CAP. XL. Come il re Luigi sostenne gli Aquilani che - pasquavano con lui_ 237 - _CAP. XLI. Come papa Clemente sesto fe’ la pace - de’ due re_ 239 - _CAP. XLII. Come messer Piero Saccone prese il Borgo - a san Sepolcro_ 240 - _CAP. XLIII. Come i Perugini arsono intorno al Borgo - e sconfissono de’ nimici_ 243 - _CAP. XLIV. D’una cometa ch’apparve in oriente_ 245 - _CAP. XLV. Come fu preso il castello della Badia - de’ Perugini, e come si racquistò_ 246 - _CAP. XLVI. Come i Fiorentini cercarono lega co’ comuni - di Toscana, e accrebbono loro entrata_ 248 - _CAP. XLVII. Come i Romani feciono rettore del popolo_ 249 - _CAP. XLVIII. Di una lettera fu trovata in concistoro - di papa_ 252 - _CAP. XLIX. Come il re d’Inghilterra essendo in tregua - col re di Francia acquistò la contea di Guinisi_ 253 - _CAP. L. Il piato fu in corte tra’ due re per la contea di - Guinisi_ 254 - _CAP. LI. Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi - soldati per rifare guerra a’ Fiorentini_ 255 - _CAP. LII. Come i Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi - mandarono ambasciadori a corte_ 257 - _CAP. LIII. Come l’ammiraglio di Damasco fece novità - a’ cristiani_ 258 - _CAP. LIV. Come i Fiorentini disfeciono terre di Mugello_ 260 - _CAP. LV. Come la Scarperia fu furata e racquistata_ 261 - _CAP. LVI. Come messer Piero Sacconi cavalcò con - mille barbute infino in su le porte di Perugia_ 263 - _CAP. LVII. Come i Chiaravallesi di Todi vollono rubellare - la terra e furono cacciati_ 264 - _CAP. LVIII. Come que’ da Ricasoli rubellarono Vertine - a’ Fiorentini_ 265 - _CAP. LIX. Come i Veneziani e’ Catalani furono sconfitti - in Romania da’ Genovesi_ 267 - _CAP. LX. Di quello medesimo_ 272 - _CAP. LXI. Come per le discordie de’ paesani la Sicilia - era in grave stato_ 273 - _CAP. LXII. Come fu in Firenze tagliate le teste a più - de’ Guazzalotri di Prato_ 274 - _CAP. LXIII. Come il tiranno d’Orvieto fu morto_ 277 - _CAP. LXIV. Come i Fiorentini assediarono Vertine_ 278 - _CAP. LXV. Come in corte fu fermata la pace dal re - d’Ungheria a’ reali di Puglia_ 278 - _CAP. LXVI. Come l’arcivescovo trattava pace colla - Chiesa_ 280 - _CAP. LXVII. Della gran fame ch’ebbono i barbari di - Marrocco_ 282 - _CAP. LXVIII. Come i rettori di Firenze cominciarono - segretamente a trattare accordo con l’eletto - imperadore_ 282 - _CAP. LXIX. Come la gente de’ Fiorentini che andavano - a fornire Lozzole furono rotti dagli Ubaldini_ 283 - _CAP. LXX. Come s’ebbe Vertine a patti e disfecesi la - rocca_ 284 - _CAP. LXXI. Esempio di cittadinesca varietà di fortuna_ 285 - _CAP. LXXII. Come un gran re de’ Tartari venne sopra - il re di Proslavia_ 287 - _CAP. LXXIII. Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio_ 289 - _CAP. LXXIV. Come l’armata de’ Genovesi andò a - Trapenon per danneggiare i nemici_ 290 - _CAP. LXXV. Come i Genovesi assediarono Costantinopoli_ 291 - _CAP. LXXVI. Concordia fatta dall’imperadore a’ comuni - di Toscana_ 293 - _CAP. LXXVII. Come si levò una compagnia nel Regno, - e fu rotta dal re Luigi_ 294 - _CAP. LXXVIII. Come i Perugini guastarono intorno - a Cortona_ 295 - _CAP. LXXIX. Come i Fiorentini fornirono Lozzole_ 296 - - - - - ERRORI CORREZIONI - - TOMO PRIMO - - p. 7 v. 28 li ro (in alcuna copia) libro - — 11 — 26 volsono valsono - — 17 — 2 e 10 principi principii - — 20 — 25 traditore, del traditore del sangue - sangue tuo che tuo, che farai? - farai? - — 44 — 13 ch’ cardinali ch’e’ cardinali - — 100 — 15 o ch’gli o ch’egli - — 118 — 14 cominciorono cominciarono - — 123 — 10 in sopetto in sospetto - — 177 — 2, e 3 fanti. Alla fanti alla venuta - venuta dell’oste dell’oste, - messer Giovanni messer Giovanni - — 202 — 12 il destro il destro, - — 236 — 7 ch’fra che fra - — 259 — 3 che v’ n’avea che ve n’avea - — 268 — 24 o passare e passare - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in -fine libro sono state riportate nel testo. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, VOL. -I *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. 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