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-The Project Gutenberg eBook of Cronica di Matteo Villani, vol. I, by
-Matteo Villani
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-using this eBook.
-
-Title: Cronica di Matteo Villani, vol. I
- A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna
-
-Author: Matteo Villani
-
-Editor: Ignazio Moutier
-
-Release Date: January 29, 2023 [eBook #69898]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by the Bayerische Staatsbibliothek)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI,
-VOL. I ***
-
-
- CRONICA
-
- DI
-
- MATTEO
- VILLANI
-
-
- A MIGLIOR LEZIONE RIDOTTA
- COLL’AIUTO
- DE’ TESTI A PENNA
-
- TOMO I.
-
-
-
- FIRENZE
- PER IL MAGHERI
- 1825
-
-
-
-
-_AI LETTORI_
-
-L’EDITORE IGNAZIO MOUTIER.
-
-
-_Matteo Villani continuatore della Cronica di Giovanni è reputato
-inferiore all’ultimo e per la lingua e per lo stile: ma quanto sia
-ingiusto un giudizio sì decisivo emesso in vari tempi da accreditati
-scrittori, e sempre ciecamente ripetuto, lo dimostra la medesima opera
-sua, a coloro che si dilettassero di farne uno studio più diligente.
-L’accusa datagli di diffuso scrittore è tanto essenzialmente falsa,
-che sembra pronunziata da uomo mal prevenuto, o che non abbia mai
-conosciuta l’opera che li piacque di condannare. Ma la cagione primaria
-per cui pochi fino ad ora si dedicarono a studiare la Cronica di
-Matteo, è stata certamente la pessima forma con la quale fu sempre
-pubblicata nelle poche edizioni che ne furon fatte fino a questo
-giorno. La buona volontà d’un lettore paziente si stanca facilmente
-alla lettura d’un’opera condotta senz’ombra d’ortografia, e che trovi
-ad ogni passo periodi intralciati, voci fuor di luogo, omissioni
-d’ogni genere, e dei versi ancora ripetuti, e in tale stato sono le
-tre edizioni eseguite dai Giunti in epoche differenti, e che tutte si
-trovan citate nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. È cosa
-veramente da deplorarsi con quanta negligenza siano state impresse
-nel secolo decimosesto molte opere classiche di nostra lingua.
-L’esperienza di fatto mi fece conoscere, che molti editori di opere
-di classici antichi scrittori, cominciando poco avanti la metà del
-secolo decimosesto fino verso la fine di esso, avevano adottato un
-certo loro particolar sistema di variare a capriccio la lezione dei
-codici antichi, in quei luoghi che discordavano dalla loro maniera di
-vedere e d’intendere, sostituendo e togliendo a vicenda voci e talvolta
-interi periodi, senza altra ragione che il loro singolarissimo sistema.
-Questo intollerabile abuso di torta critica guastò talmente gli scritti
-di molte opere classiche, che i giudizi che ne furon fatti di esse da
-chi s’affidò ciecamente alle stampe del cinquecento senza ricorrere ai
-manoscritti son da tenersi per inesatti e non veri. Quanta verità possa
-avere l’accusa che io do agli editori del cinquecento lo mostrerebbero
-abbastanza l’edizioni di Giovanni e di Matteo Villani eseguite in quel
-secolo, ma più luminosamente potrò dimostrarlo fra qualche tempo, se
-la fortuna mi concede il mezzo di dare al pubblico l’opere tutte d’un
-sommo scrittore, che già da qualche anno m’occupo con paziente studio
-alla loro emendazione._
-
-_Lorenzo Torrentino fu il primo a pubblicare in un volumetto,
-in Firenze nel 1554, i soli primi quattro libri della Cronica di
-Matteo Villani, corretti quanto poteva ottenersi in quel tempo da
-una prima edizione di un’opera che si traeva da antico manoscritto.
-Filippo e Iacopo Giunti stampatori in Firenze, commessero nel 1562 a
-Domenico Guerra e Giovan Battista suo fratello stampatori in Venezia
-l’impressione della Cronica di Matteo, la quale non giunse oltre il
-cap. 85 del libro nono. Nella dedica che fanno i Giunti al principe
-don Francesco de’ Medici in data del medesimo anno, vi si leggono
-lusinghiere promesse di dare l’opera in quel modo appunto ch’ella
-fu scritta dall’autore, avendone affidata la revisione ad _uomini
-eccellentissimi, che ogni particella e ogni parola accomodarono
-al luogo suo, ch’ella non uscì forse di mano a Matteo altramente
-disposta_: ma ad onta di sì belle parole, quest’impressione fu reputata
-scorretta dai medesimi Giunti, i quali nel 1581 la riprodussero più
-emendata col soccorso d’un codice che allora esisteva presso Giuliano
-de’ Ricci, premettendovi la medesima prefazione al principe don
-Francesco senza mutar data. Quest’edizione benchè conti un capitolo di
-più della prima in fine del libro nono contiene precisamente la stessa
-materia, non variando che la materiale numerazione dei capitoli. Col
-soccorso pure del codice di Giuliano de’ Ricci pubblicarono i Giunti
-nel 1577 in Firenze i tre ultimi libri della Cronica di Matteo, così
-da loro intitolati, ma che essenzialmente non sono che ventisette
-capitoli che compiscono il nono libro, e il libro decimo e undecimo; di
-questi ultimi libri ne fecero un’esatta ristampa nel 1596. La giunta
-di Filippo comprende gli ultimi quarantadue capitoli dell’undecimo
-ed ultimo libro. L’ultima edizione, e certamente la migliore della
-Cronica di Matteo, fu pubblicata nel 1729 in Milano nel decimoquarto
-volume della celebre collezione degli scrittori delle cose d’Italia di
-Lodovico Antonio Muratori, procurata ed illustrata da Filippo Argelati.
-In quest’edizione fu seguitata la stampa dei Giunti del 1581, e il
-seguito impresso nel 1577; vi furono per altro aggiunte a piè della
-pagina le varianti lezioni che furono tratte dal cavalier Marmi dal
-codice Ricci, e da un altro manoscritto esistente allora presso il
-prior Francesco Covoni; ma queste varie lezioni si trovano per la
-maggior parte sì inutilmente abbondanti in principio dell’opera, come
-scarseggianti dopo l’ottavo libro, da muovere ragionevolmente sospetto
-che il cavalier Marmi si stancasse alla metà del suo faticoso lavoro.
-In questa edizione fu con tanto scrupolo seguitata la lezione giuntina
-che vi fu lasciata stare la medesima viziosa ortografia, a danno dei
-poveri lettori, a’ quali è troppo grave nello studio degli antichi
-classici questo barbaro sistema, che non è ancora spento del tutto._
-
-_Da questo esatto ragguaglio dell’edizioni della Cronica di Matteo
-e Filippo Villani fino ad ora pubblicate, è facile persuadersi del
-bisogno di farne una nuova più accurata edizione, ma tal pensiero
-venuto più volte in mente a uomini di molta dottrina, e amantissimi
-della lingua italiana, svanì e venne meno allorchè cominciarono a
-sentire il peso di questa spinosa fatica. Colui che sia nuovo affatto
-di simili studi non può con approssimazione calcolare il lungo tedio
-che richiedono i confronti d’opere stampate con i manoscritti, che
-quasi sempre si trovano tra loro discordi nella lezione, o mancanti,
-o inintelligibili, e quel che è peggio variati sovente dall’arbitrio
-d’ignoranti copisti. Abituato com’io sono da molti anni a simili
-studi, da me intrapresi con vero desiderio di recare con l’opera mia
-qualche vantaggio agli amatori dei classici nostri, che sì deturpati
-per la maggior parte erano stati impressi in antico, pubblicai già
-è un anno la Cronica di Giovanni Villani (alla cui emendazione ebbi
-l’assistenza un mio carissimo amico) e fin da quell’epoca contrassi
-verso il pubblico l’obbligazione di dare alla luce ricorretta ed
-emendata l’opera di Matteo e Filippo Villani, servendomi della lezione
-del famoso codice Ricci. Questo codice cartaceo in foglio, di non
-elegante ma buona forma di lettere, è scritto tutto d’una medesima
-mano; ha in principio una breve nota che ci fa conoscere l’anno in
-cui fu trascritto, così concepita: _Questo libro fu scritto l’anno
-1378 da Ardingo di Corso de’ Ricci, e continuamente si conserva in
-questa casa: e oggi, che siamo alli 6 di maggio 1608, è posseduto da
-Ruberto di Giuliano de’ Ricci._ Su qual documento asserisca questo
-Ruberto de’ Ricci che il codice sia stato scritto nel 1378 non è da
-conoscersi tanto facilmente, ma di certo la scrittura è del secolo
-in cui si vuole che sia stato copiato. Comincia il manoscritto con
-la tavola delle rubriche o capitoli con le prime voci e i numeri dei
-capitoli scritti in rosso, che occupano le prime diciotto carte; ne
-segue poi la Cronica, che comprende carte trecentosettanta, con i
-titoli de’ capitoli e la serie della loro numerazione in rosso. Questo
-codice di buona conservazione, non va per altro esente dalla sorte che
-hanno incontrato la maggior parte dei manoscritti, che per incuria o
-ignoranza di chi gli ha avuti a mano si trovano oggi mutilati e mal
-conci, poichè si hanno in esso mancanti le carte 299, e 384; mancava
-pure la carta 108, che fu sostituita fino dall’anno 1573 da ignota
-mano. La buonissima lezione che ha questo manoscritto fa chiara
-testimonianza della diligenza del suo copista, che non deve essere
-stato di que’ prezzolati emanuensi che in quel secolo flagellarono ogni
-maniera di scritture, ma uomo al certo di qualche dottrina. E qui mi
-sia lecito dar tributo d’obbligazione e di riconoscenza all’egregio
-signor Commendatore Lapo de’ Ricci, che con tanta amorevolezza si
-compiacque accordarmi l’uso per la presente edizione di questo prezioso
-codice di Matteo Villani, scritto come parla l’antica tradizione da
-Ardingo di Corso de’ Ricci, già di sopra menzionato, e che tuttavia si
-conserva nella biblioteca di quest’illustre famiglia._
-
-_Di questo codice adunque mi sono quasi interamente giovato nella
-presente ristampa di Matteo Villani, come il più corretto e copioso
-di quanti n’abbia veduti, ed ho solamente avuto ricorso alle varianti
-del codice Covoni che esistono nell’accennata edizione dell’opera
-di Matteo eseguita in Milano nel 1729, in quei pochissimi luoghi che
-manifestamente erano errati. Due codici della libreria Riccardiana e
-uno della Magliabechiana mi hanno fornito di qualche variante nel corso
-dell’opera, la poca importanza delle quali mi disobbliga dal far di
-essi un circostanziato ragguaglio._
-
-_La presente edizione della Cronica di Matteo Villani potrebbe
-ragionevolmente chiamarsi un’esatta copia del codice Ricci, se i
-pochi luoghi che in esso si trovano errati non avessero domandato il
-soccorso d’altri codici antichi per rettificarne gli errori. Così
-avess’io potuto supplire con altri manoscritti alle lagune vistose
-del codice Ricci, specialmente a quelle che s’incontrano ne’ tre
-ultimi libri, ma il fatto mi ha dimostrato non esser questo un errore
-da attribuirsi al copista, ma bensì all’autore medesimo, l’immatura
-morte del quale gli tolse il modo di dar l’ultima mano all’opera sua,
-giacchè tutti i manoscritti da me riscontrati, e non in piccol numero,
-hanno sventuratamente lo stesso difetto, da toglier la speranza a ogni
-accurato investigatore di rinvenire un giorno ciò che ora invano si
-desidera. Quei passi per altro, che nell’edizioni eseguite dai Giunti
-furono tolti per cagione de’ tempi, si troveranno in quest’edizione
-restituiti al loro luogo, cioè al Cap. 93 del libro nono, e al Prologo
-del libro undecimo._
-
-_Il sistema che ho creduto dover seguitare in quest’edizione è stato il
-medesimo che servì di norma alla pubblicazione del primo Villani, meno
-che più libertà mi son preso intorno a’ nomi propri, avendone del tutto
-banditi gl’idiotismi del tempo, che nulla han che fare con la lingua,
-e che ad altro non servono che ad essere inciampo e noia al maggior
-numero dei lettori. L’ortografia ho avuto cura che si presti totalmente
-all’intelligenza del testo senz’altra regola speciale, semplicizzando
-più che ho saputo l’andamento del periodo. Finalmente all’ultimo
-volume vi ho posto l’indice generale, indispensabile ad un’opera di tal
-natura, e un elenco di voci mancanti nel Vocabolario degli Accademici
-della Crusca. In un volume di supplemento riprodurrò le vite degli
-uomini illustri Fiorentini scritte da Filippo Villani, giovandomi
-dell’edizione procurata dall’erudito Giammaria Mazzuchelli nel 1747 in
-Venezia; e così mi compiacerò d’essere stato il primo a riunire in un
-sol corpo tutte l’opere toscane de’ tre Villani, impresa molte volte
-progettata e mai condotta a buon termine, per gl’infiniti ostacoli
-ch’era d’uopo sormontare con lungo e pazientissimo studio._
-
-_Il dovere mi obbligherebbe a premettere all’opera alcune notizie
-intorno alla vita pubblica e privata di Matteo Villani, ma tanto scarsi
-sono i documenti che lo riguardano, quanto inutili e infruttuose
-sono state fino ad ora le ricerche di diligenti biografi. Il suo
-figliuolo Filippo continuatore dell’opera del padre ci ha tramandata
-l’epoca della di lui morte, la quale avvenne a dì 12 di luglio del
-1363, anch’egli come il fratello Giovanni colpito dalla peste che da
-molti anni lacerava quasi tutta Europa, ma specialmente la misera
-Italia, senza che gli uomini riparassero a tanto loro esterminio.
-Il Manni (Sig. Ant. T. 4. p. 75) ci addita due mogli ch’egli ebbe,
-Lisa de’ Buondelmonti e Monna de’ Pazzi, e alcune altre notizie ci
-riferisce illustrando l’albero di casa Villani, la più importante
-è quella che Matteo come ghibellino fu da’ capitani di parte guelfa
-ammonito. Di Filippo assai ne ragiona il diligentissimo Mazzuchelli
-nella sua prefazione alle Vite degli Uomini illustri Fiorentini, la
-quale pubblicherò nel settimo volume di quest’opera, premettendola
-alle medesime Vite scritte da Filippo, procurando pure d’emendarle con
-l’aiuto de’ manoscritti, benchè fino ad ora quelli che m’è avvenuto
-riscontrare non meritano nessuna fiducia per essere troppo moderni, e
-notoriamente variati dal capriccio de’ loro copiatori._
-
-_Se questa mia non lieve fatica d’aver cercato di ridurre a miglior
-lezione la Cronica di Matteo Villani non incontrerà in particolare
-l’approvazione dei dotti, riscuoterà certamente il suffragio da tutti
-quelli che s’esercitano nello studio dei nostri classici antichi,
-che da un fonte più puro potranno trarre, con minor noia e fatica di
-quel che far si potesse in addietro, preziosi documenti per l’istoria
-e per l’incremento della lingua italiana. Così piaccia alla fortuna
-d’accordare tal’ozio tranquillo ai dotti accademici della Crusca,
-a’ quali è commesso l’incarico di nostra lingua, che applicar si
-possano con vero studio all’emendazione di tanti classici, che ripieni
-d’infiniti errori e mancanze, attendono ancora dalla critica di questo
-secolo d’essere riprodotti nella loro vera e primitiva forma. Ad
-alcuni onorevoli Accademici è debitrice la repubblica delle lettere
-di alcune opere riprodotte nella loro originalità, e di altri se
-ne desiderano tuttavia le studiose fatiche, ma troppe opere ancora
-rimangono da emendarsi, e dell’inedite da pubblicarsi, che il loro
-numero e la loro importanza può giustificare qualunque lamento che
-se ne faccia. Sia loro di massimo incitamento l’esempio dell’ottimo
-nostro Sovrano, che da qualche anno si compiacque di farsi membro
-di quell’illustre Accademia, il quale con munificenza degna di tanto
-Principe ha pubblicato in quest’anno le opere di Lorenzo il Magnifico,
-con grandissimo studio da Lui emendate e illustrate._
-
-
-
-
-CRONICA
-
-DI MATTEO VILLANI
-
-
-
-
-LIBRO PRIMO
-
-
-_Qui comincia la Cronica di Matteo Villani, e prima il prologo, e primo
-libro._
-
-Esaminando nell’animo la vostra esortazione, carissimi amici, di
-mettere opera a scrivere le storie e le novità che a’ nostri tempi
-avverranno, pensai la mia piccola facultà essere debole a cotanta e
-tale opera seguire. Ma perocchè la vostra richesta mi rende per debito
-pronto a ubbidire, e il vostro consiglio aggiugne vigore alla stanca
-mente; e pensando che per la macchia del peccato la generazione umana
-tutta è sottoposta alle temporali calamità, e a molta miseria, e a
-innumerabili mali, i quali avvengono nel mondo per varie maniere, e
-per diversi e strani movimenti, e tempi; come sono inquietazioni di
-guerre, movimenti di battaglie, furore di popoli, mutamenti di reami,
-occupazioni di tiranni, pestilenzie, mortalità e fame, diluvi, incendi,
-naufragi e altre gravi cose, delle quali gli uomini, ne’ cui tempi
-avvengono, quasi da ignoranza soppresi, più forte si maravigliano, e
-meno comprendono il divino giudicio, e poco conoscono il consiglio e
-’l rimedio dell’avversità, se per memoria di simiglianti casi avvenuti
-ne’ tempi passati non hanno alcuno ammaestramento: e in quelle che
-la chiara faccia della prosperità rapporta non sanno usare il debito
-temperamento; rischiudendo sotto lo scuro velo della ignoranza
-l’uscimento cadevole, e il fine dubbioso delle mortali cose. Onde
-pensando che l’opera puote essere fruttuosa, e debba piacere per li
-naturali desideri degli uomini, mi mossi a cominciare, per esempio
-di me uomo di leggieri scienza, ad apparecchiar materia a’ savi di
-concedere del loro tempo alcuna parte, per lasciare agli altri memoria
-delle cose appariranno di ciò degne a’ loro temporali, e a’ meno sperti
-speranza con fatica e studio da poter venire a operazioni virtudiose,
-e a coloro che avranno più alto ingegno, materia di ristrignere su
-brevità, e con più piacere degli uditori, le nostre storie. Ma perocchè
-ogni cosa è imperfetta e vana senza l’aiuto della divina grazia,
-chiamiamo in nostro aiuto la carità divina, Cristo benedetto; il quale
-è in unità col Padre e con lo Spirito Santo, vive e regna per tutti
-i secoli, e dà cominciamento e mezzo e termine perfetto a ogni buona
-operazione.
-
-
-CAP. I.
-
-_Della inaudita mortalità._
-
-Trovasi nella santa Scrittura, che avendo il peccato corrotto ogni via
-della umana carne, Iddio mandò il diluvio sopra la terra: e riservando
-per la sua misericordia l’umana carne in otto anime, di Noè, e di tre
-suoi figliuoli e delle loro mogli nell’arca, tutta l’altra generazione
-nel diluvio sommerse. Dappoi per li tempi multiplicando la gente, sono
-stati alquanti diluvi particolari, mortalità, corruzioni e pistolenze,
-fami e molti altri mali, che Iddio ha permesso venire sopra gli uomini
-per li loro peccati. Tra le quali mortalità troviamo venute le più
-gravi l’una al tempo di Marco Aurelio, Antonio e Lucio Aurelio Commodo
-imperadori, gli anni di Cristo 171, la quale cominciò in Babilonia
-d’Egitto, e comprese molte provincie del mondo. E tornando L. Commodo
-colle legioni de’ Romani delle parti d’Asia, parea combattesse
-ostilemente per la loro infezione gli uomini delle provincie ond’elli
-passavano: e a Roma fece grave sterminio de’ suoi abitanti. E l’altra
-venne al tempo di Gallo Ostilio Augusto, e Bolusseno suo figliuolo,
-occupatori dello imperio, e gravi persecutori de’ cristiani, la quale
-cominciò gli anni di Cristo 254, e durò, ritornando di tempo in tempo,
-intorno di quindici anni: e fu di diverse e incredibili infermitadi,
-e comprese molte provincie del mondo. Ma per quello che trovar si
-possa per le scritture, dal generale diluvio in qua, non fu universale
-giudicio di mortalità che tanto comprendesse l’universo, come quella
-che ne’ nostri dì avvenne. Nella quale mortalità, considerando la
-moltitudine che allora vivea, in comparazione di coloro che erano
-in vita al tempo del generale diluvio, assai più ne morirono in
-questa che in quello, secondo la estimazione di molti discreti. Nella
-quale mortalità avendo renduta l’anima a Dio l’autore della cronica
-nominata la Cronica di Giovanni Villani cittadino di Firenze, al quale
-per sangue e per dilezione fui strettamente congiunto, dopo molte
-gravi fortune, con più conoscimento della calamità del mondo che la
-prosperità di quello non m’avea dimostrato, propuosi nell’animo mio
-fare alla nostra varia e calamitosa materia cominciamento a questo
-tempo, come a uno rinnovellamento di tempo e secolo, comprendendo
-annualmente le novità che appariranno di memoria degne, giusta la
-possa del debole ingegno, come più certa fede per li tempi avvenire ne
-potremo avere.
-
-
-CAP. II.
-
-_Quanto durava il tempo della moría in catuno paese._
-
-Avendo per cominciamento nel nostro principio a raccontare lo sterminio
-della generazione umana, e convenendone divisare il tempo e il modo, la
-qualità e la quantità di quella, stupidisce la mente appressandosi a
-scrivere la sentenzia, che la divina giustizia con molta misericordia
-mandò sopra gli uomini, degni per la corruzione del peccato di final
-giudizio. Ma pensando l’utilità salutevole che di questa memoria puote
-addivenire alle nazioni che dopo noi seguiranno, con più sicurtà del
-nostro animo così cominciamo. Videsi negli anni di Cristo, dalla sua
-salutevole incarnazione 1346, la congiunzione di tre superiori pianeti
-nel segno dell’Aquario, della quale congiunzione si disse per gli
-astrolaghi che Saturno fu signore: onde pronosticarono al mondo grandi
-e gravi novitadi; ma simile congiunzione per li tempi passati molte
-altre volte stata e mostrata, la influenzia per altri particulari
-accidenti non parve cagione di questa, ma piuttosto divino giudicio
-secondo la disposizione dell’assoluta volontà di Dio. Cominciossi nelle
-parti d’Oriente, nel detto anno, inverso il Cattai e l’India superiore,
-e nelle altre provincie circustanti a quelle marine dell’oceano, una
-pestilenzia tra gli uomini d’ogni condizione di catuna età e sesso, che
-cominciavano a sputare sangue, e morivano chi di subito, chi in due o
-in tre dì, e alquanti sostenevano più al morire. E avveniva, che chi
-era a servire questi malati, appiccandosi quella malattia, o infetti,
-di quella medesima corruzione incontanente malavano, e morivano per
-somigliante modo; e a’ più ingrossava l’anguinaia, e a molti sotto le
-ditella delle braccia a destra e a sinistra, e altri in altre parti
-del corpo, che quasi generalmente alcuna enfiatura singulare nel corpo
-infetto si dimostrava. Questa pestilenzia si venne di tempo in tempo,
-e di gente in gente apprendendo, comprese infra il termine d’uno anno
-la terza parte del mondo che si chiama Asia. E nell’ultimo di questo
-tempo s’aggiunse alle nazioni del Mare maggiore, e alle ripe del Mare
-tirreno, nella Soria e Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera
-del Mar rosso, e dalla parte settentrionale la Rossia e la Grecia,
-e l’Erminia e l’altre conseguenti provincie. E in quello tempo galee
-d’Italiani si partirono del Mare maggiore, e della Soria e di Romania
-per fuggire la morte, e recare le loro mercatanzie in Italia: e’ non
-poterono cansare, che gran parte di loro non morisse in mare di quella
-infermità. E arrivati in Cicilia conversaro co’ paesani, e lasciarvi
-di loro malati, onde incontanente si cominciò quella pestilenzia ne’
-Ciciliani. E venendo le dette galee a Pisa, e poi a Genova, per la
-conversazione di quegli uomini cominciò la mortalità ne’ detti luoghi,
-ma non generale. Poi conseguendo il tempo ordinato da Dio a’ paesi, la
-Cicilia tutta fu involta in questa mortale pestilenzia. E l’Affrica
-nelle marine, e nelle sue provincie di verso levante, e le rive del
-nostro Mare tirreno. E venendo di tempo in tempo verso il ponente,
-comprese la Sardigna, e la Corsica, e l’altre isole di questo mare; e
-dall’altra parte, ch’è detta Europa, per simigliante modo aggiunse alle
-parti vicine verso il ponente, volgendosi verso il mezzogiorno con più
-aspro assalimento che sotto le parti settentrionali. E negli anni di
-Cristo 1348 ebbe infetta tutta Italia, salvo che la città di Milano,
-e certi circustanti all’Alpi, che dividono l’Italia dall’Alamagna, ove
-gravò poco. E in questo medesimo anno cominciò a passare le montagne,
-e stendersi in Proenza, e in Savoia, e nel Dalfinato, e in Borgogna,
-e per la marina di Marsilia e d’Acquamorta, e per la Catalogna, e
-nell’isola di Maiolica, e in Ispagna e in Granata. E nel 1349 ebbe
-compreso fino nel ponente, le rive del Mare oceano, d’Europa e
-d’Affrica e d’Irlanda, e l’isola d’Inghilterra e di Scozia, e l’altre
-isole di ponente, e tutto infra terra con quasi eguale mortalità, salvo
-in Brabante ove poco offese. E nel 1350 premette gli Alamanni, e gli
-Ungheri, Frigia, Danesmarche, Gotti, e Vandali, e gli altri popoli e
-nazioni settentrionali. E la successione di questa pestilenzia durava
-nel paese ove s’apprendeva cinque mesi continovi, ovvero cinque lunari:
-e questo avemmo per isperienza certa di molti paesi. Avvenne, perchè
-parea che questa pestifera infezione s’appiccasse per la veduta e
-per lo toccamento, che come l’uomo, o la femmina o i fanciulli si
-conoscevano malati di quella enfiatura, molti n’abbandonavano, e
-innumerabile quantità ne morirono, che sarebbono campati se fossono
-stati aiutati delle cose bisognevoli. Tra gl’infedeli cominciò questa
-inumanità crudele, che le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e
-i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri
-congiunti, cosa crudele e maravigliosa, e molto strana dalla umana
-natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le
-nazioni barbare, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella
-nostra città di Firenze, fu biasimata da’ discreti la sperienza veduta
-di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitari,
-e di sana aria, forniti, d’ogni buona cosa da vivere, ove non era
-sospetto di gente infetta; in diverse contrade il divino giudicio (a
-cui non si può serrare le porti) gli abbattè come gli altri che non
-s’erano provveduti. E molti altri, i quali si dispuosono alla morte per
-servire i loro parenti e amici malati, camparono avendo male, e assai
-non l’ebbono continovando quello servigio; per la qual cosa ciascuno
-si ravvide, e cominciarono senza sospetto ad aiutare e servire l’uno
-l’altro; onde molti guarirono, ed erano più sicuri a servire gli altri.
-Nella nostra città cominciò generale all’entrare del mese d’aprile gli
-anni _Domini_ 1348, e durò fino al cominciamento del mese di settembre
-del detto anno. E morì tra nella città, contado e distretto di Firenze,
-d’ogni sesso e di catuna età de’ cinque i tre, e più, compensando
-il minuto popolo e i mezzani e’ maggiori, perchè alquanto fu più
-menomato, perchè cominciò prima, ed ebbe meno aiuto, e più disagi e
-difetti. E nel generale per tutto il mondo mancò la generazione umana
-per simigliante numero e modo, secondo le novelle che avemmo di molti
-paesi strani, e di molte provincie del mondo. Ben furono provincie nel
-Levante dove vie più ne moriro. Di questa pestifera infermità i medici
-in catuna parte del mondo, per filosofia naturale, o per fisica, o
-per arte d’astrologia non ebbono argomento nè vera cura. Alquanti per
-guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti, li quali per la
-loro morte mostrarono l’arte essere fitta, e non vera: e assai per
-coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ciò aveano presi
-indebitamente.
-
-Avemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che aveano avute
-novelle di que’ paesi, che alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia,
-nelle parti dell’Asia superiore, uscì della terra, ovvero cadde da
-cielo un fuoco grandissimo, il quale stendendosi verso il ponente, arse
-e consumò grandissimo paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono,
-che del puzzo di questo fuoco si generò la materia corruttibile della
-generale pestilenzia: ma questo non possiamo accertare. Appresso
-sapemmo da uno venerabile frate minore di Firenze vescovo di .... del
-Regno, uomo degno di fede, che s’era trovato in quelle parti dov’è
-la città di Lamech ne’ tempi della mortalità, che tre dì e tre notti
-piovvono in quello paese biscie con sangue che appuzzarono e corruppono
-tutte le contrade: e in quella tempesta fu abbattuto parte del tempio
-di Maometto, e alquanto della sua sepoltura.
-
-
-CAP. III.
-
-_Della indulgenzia diede il papa per la detta pistolenza._
-
-In questi tempi della mortale pestilenzia, papa Clemente sesto fece
-grande indulgenza generale della pena di tutti i peccati a coloro che
-pentuti e confessi la domandavano a’ loro confessori, e morivano: e in
-quella certa mortalità catuno cristiano credendosi morire si disponea
-bene, e con molta contrizione e pazienzia rendevano l’anima a Dio.
-
-
-CAP. IV.
-
-_Come gli uomini furono peggiori che prima._
-
-Stimossi per quelli pochi discreti che rimasono in vita molte cose,
-che per la corruzione del peccato tutte fallirono agli avvisi degli
-uomini, seguendo nel contradio maravigliosamente. Credetesi che gli
-uomini, i quali Iddio per grazia avea riserbati in vita, avendo veduto
-lo sterminio dei loro prossimi, e di tutte le nazioni del mondo,
-udito il simigliante, che divenissono di migliore condizione, umili,
-virtudiosi e cattolici, guardassonsi dall’iniquità e dai peccati, e
-fossono pieni d’amore e di carità l’uno contra l’altro. Ma di presente
-restata la mortalità apparve il contradio; che gli uomini trovandosi
-pochi, e abbondanti per l’eredità e successioni dei beni terreni,
-dimenticando le cose passate come state non fossono, si dierono alla
-più sconcia e disonesta vita che prima non aveano usata. Perocchè
-vacando in ozio, usavano dissolutamente il peccato della gola, i
-conviti, taverne e delizie con dilicate vivande, e’ giuochi, scorrendo
-senza freno alla lussuria, trovando nei vestimenti strane e disusate
-fogge e disoneste maniere, mutando nuove forme a tutti gli arredi. E
-il minuto popolo, uomini e femmine, per la soperchia abbondanza che
-si trovarono delle cose, non voleano lavorare agli usati mestieri; e
-le più care e dilicate vivande voleano per loro vita, e allibito si
-maritavano, vestendo le fanti e le vili femmine tutte le belle e care
-robe delle orrevoli donne morte. E senza alcuno ritegno quasi tutta
-la nostra città scorse alla disonesta vita; e così, e peggio, l’altre
-città e provincie del mondo. E secondo le novelle che sentire potemmo,
-niuna parte fu, in cui vivente in continenzia si riserbasse, campati
-dal divino furore, stimando la mano di Dio essere stanca. Ma secondo
-il profeta Isaia, non è abbreviato il furore d’Iddio, nè la sua mano
-stanca, ma molto si compiace nella sua misericordia, e però lavora
-sostenendo, per ritrarre i peccatori a conversione e penitenzia, e
-punisce temperatamente.
-
-
-CAP. V.
-
-_Come si stimò dovizia, e seguì carestia._
-
-Stimossi per il mancamento della gente dovere essere dovizia di tutte
-le cose che la terra produce, e in contradio per l’ingratitudine degli
-uomini ogni cosa venne in disusata carestia, e continovò lungo tempo:
-ma in certi paesi, come narreremo, furono gravi e disusate fami. E
-ancora si pensò essere dovizia e abbondanza di vestimenti, e di tutte
-l’altre cose che al corpo umano sono di bisogno oltre alla vita, e il
-contrario apparve in fatto lungamente; che due cotanti o più valsono
-la maggior parte delle cose che valere non soleano innanzi alla detta
-mortalità. E il lavorio, e le manifatture d’ogni arte e mestiero
-montò oltre al doppio consueto disordinatamente. Piati, quistioni,
-contraversie e riotte sursono da ogni parte tra’ cittadini di catuna
-terra, per cagione dell’eredità e successioni. E la nostra città
-di Firenze lungamente ne riempiè le sue corti con grandi spendii e
-disusate gravezze. Guerre, e diversi scandali si mossono per tutto
-l’universo, contro alle opinioni degli uomini.
-
-
-CAP. VI.
-
-_Come nacque in Prato un fanciullo mostruoso._
-
-In questo anno, del mese d’agosto, nacque in Prato uno fanciullo
-mostruoso di maravigliosa figura, perocchè a uno capo e a uno collo
-furono partiti e stesi due imbusti umani con tutte le membra distinte
-e partite dal collo in giuso, senza niuna diminuzione che natura dia
-a corpo umano: e catuno imbusto fu colle membra e natura masculina. Ma
-l’uno corpo era maggiore che l’altro: e vivette questo corpo mostruoso
-e maraviglioso quindici giorni, dando pronosticazione forse di loro
-futuri danni, come leggendo appresso si potrà trovare.
-
-
-CAP. VII.
-
-_Come alla compagnia d’Orto san Michele fu lasciato gran tesoro._
-
-Nella nostra città di Firenze, l’anno della detta mortalità, avvenne
-mirabile cosa: che venendo a morte gli uomini, per la fede che i
-cittadini di Firenze aveano all’ordine e all’esperienza che veduta era
-della chiara, e buona e ordinata limosina che s’era fatta lungo tempo,
-e facea per li capitani della compagnia di Madonna santa Maria d’Orto
-san Michele, senza alcuno umano procaccio, si trovò per testamenti
-fatti (i quali testamenti nella mortalità, e poco appresso, si poterono
-trovare e avere) che i cittadini di Firenze lasciarono a stribuire a’
-poveri per li capitani di quella compagnia più di trecentocinquanta
-migliaia di fiorini d’oro. Che vedendosi la gente morire, e morire
-i loro figliuoli e i loro congiunti, ordinavano i testamenti, e chi
-avea reda che vivesse, legava la reda, e se la reda morisse, volea la
-detta compagnia fosse reda; e molti che non avevano alcuna reda, per
-divozione dell’usata e santa limosina che questa compagnia solea fare,
-acciocchè il suo si stribuisse a’ poveri com’era usato, lasciavano di
-ciò ch’aveano reda la detta compagnia: e molti altri non volendo che
-per successione il suo venisse a’ suoi congiunti, o a’ suoi consorti,
-legavano alla detta compagnia tutti i loro beni. Per questa cagione,
-restata la mortalità in Firenze, si trovò improvviso quella compagnia
-in sì grande tesoro, senza quello che ancora non potea sapere. E i
-mendichi poveri erano quasi tutti morti, e ogni femminella era piena
-e abbondevole delle cose, sicchè non cercavano limosina. Sentendosi
-questo fatto per cittadini, procacciarono molti con sollecitudine
-d’essere capitani per potere amministrare questo tesoro, e cominciarono
-a ragunare le masserizie e’ danari; ch’avendo a vendere le masserizie
-nobili de’ grandi cittadini e mercatanti, tutte le migliori e le più
-belle voleano per loro a grande mercato, e l’altre più vili faceano
-vendere in pubblico, e i danari cominciarono a serbare, e chi ne tenea
-una parte, e chi un’altra a loro utilità. E non essendo in quel tempo
-poveri bisognosi, facevano le limosine grandi ciascuno capitano ove più
-gli piaceva, poco a grado a Dio e alla sua madre. E per questo indebito
-modo si consumò in poco tempo molto tesoro. E quando veniva il tempo di
-rifare i nuovi capitani, i cittadini amici de’ vecchi si facevano fare
-capitani nuovi da loro che avevano la balía, con molte preghiere, e
-altre promessioni, intendendosi insieme per poco onesta intenzione. Le
-possessioni della compagnia allogavano per amistà e buon mercato, e le
-vendite faceano disonestamente. I cittadini ch’erano avviluppati nelle
-mani de’ detti capitani per li lasci, e per le dote, e per li debiti,
-e per le participazioni di quelli beni, e per l’altre successioni non
-si poteano per lunghi tempi spacciare da loro: e ogni cosa sosteneano
-in lunga contumacia senza sciogliere, se per speziale servigio non si
-facea. E fu tre anni continovi più grande la loro corte che quella del
-nostro comune. E avvedendosi i cittadini della ipocrisia de’ capitani,
-acciocchè più non seguitasse la elezione, che l’uno facesse l’altro,
-ordinarono che i capitani si chiamassono per lo consiglio. In processo
-di tempo il comune prese de’ danari del mobile della detta compagnia
-alcuna parte, vedendo che male si stribuivano per li capitani. E per le
-dette cagioni la fede di quella compagnia tra’ cittadini e’ contadini
-cominciò molto a mancare, avvelenata per lo disordinato tesoro, e per
-gli avari guidatori di quello. E per lo simigliante modo fu lasciato
-a una nuova compagnia chiamata la compagnia della Misericordia,
-tra in mobile e in possessioni, il valore di più di venticinquemila
-fiorini d’oro, i quali si stribuirono poco bene per lo difetto de’
-capitani che gli aveano a stribuire. E allo spedale di santa Maria
-Nuova di san Gilio fu anche lasciato in quella mortalità il valore
-di venticinquemila fiorini d’oro. Questi lasci di questo spedale si
-stribuirono assai bene, perocchè lo spedale è di grande elemosina, e
-sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine, i quali sono serviti
-e curati con molta diligenza e abbondanza di buone cose da vivere, e da
-sovvenire a’ malati, governandosi per uomini e femmine di santa vita.
-
-
-CAP. VIII.
-
-_Come in Firenze da prima si cominciò lo Studio._
-
-Rallentata la mortalità, e assicurati alquanto i cittadini che
-aveano a governare il comune di Firenze, volendo attrarre gente alla
-nostra città, e dilatarla in fama e in onore, e dare materia a’ suoi
-cittadini d’essere scienziati e virtudiosi, con buono consiglio, il
-comune provvide e mise in opera che in Firenze fosse generale studio
-di catuna scienzia, e in legge canonica e civile, e di teologia. E a
-ciò fare ordinarono uficiali, e la moneta che bisognava per avere i
-dottori delle scienze: stanziò si pagassono annualmente dalla camera
-del comune; e feciono acconciare i luoghi dello Studio in su la via
-che traversa da casa i Donati a casa i Visdomini, in su i casolari
-de’ Tedaldini. E piuvicarono lo studio per tutta Italia; e avuti
-dottori assai famosi in tutte le facultà delle leggi e dell’altre
-scienze, cominciarono a leggere a dì 6 del mese di novembre, gli
-anni di Cristo 1348. E mandato il comune al papa e a’ cardinali a
-impetrare privilegio di potere conventare in Firenze in catuna facultà
-di scienza, ed avere le immunità e onori che hanno gli altri studi
-generali di santa Chiesa, papa Clemente sesto, con suoi cardinali,
-ricevuta graziosamente la domanda del nostro comune, e considerando
-che la città di Firenze era braccio destro in favore di santa Chiesa,
-e copiosa d’ogni arte e mestiere, e che questo che s’addomandava era
-onore virtudioso, acciocchè ’l buono cominciamento potesse crescere
-successivamente in frutto di virtudi, di comune concordia di tutto il
-collegio, e del papa, concedettono al nostro comune privilegio, che
-nella città di Firenze si potesse dottorare, e ammaestrare in teologia,
-e in tutte l’altre facultadi delle scienze generalmente. E attribuì
-tutte le franchigie e onori al detto Studio che più pienamente avesse
-da santa Chiesa Parigi o Bologna, o alcuna altra città de’ cristiani.
-Il privilegio bollato della papale bolla venne a Firenze, dato in
-Avignone dì 31 di maggio, gli anni _Domini_ 1349, l’ottavo anno del suo
-pontificato.
-
-
-CAP. IX.
-
-_Raggiugnimento di principii che furono cagione di grandi novitadi nel
-Regno._
-
-Avvegnachè nella cronica del nostro anticessore sia trattato della
-novità sopravvenuta nel regno di Cicilia e di qua dal faro, insino
-al tempo vicino alla nominata mortalità, nondimeno la nostra materia
-richiede (acciocchè meglio s’intendano le cose che nel nostro tempo poi
-seguiranno) che qui s’accolgano alquanti principii che furono materia e
-cagioni di gravi movimenti. Il re Ruberto rimorso da buona coscienza,
-avendo con Carlo Umberto di suo lignaggio re d’Ungheria trattato la
-restituzione del suo reame dopo la sua morte a’ figliuoli del detto
-Carlo, nipoti di Carlo Martello primogenito di Carlo secondo, a cui
-di ragione succedea il detto reame di Cicilia, e fermata la detta
-restituzione con promissione di matrimonio, sotto certe condizioni de’
-figliuoli del detto Carlo Umberto, e delle due figliuole di M. Carlo
-duca di Calavra, figliuolo che fu del detto re Ruberto. E avendo già
-accresciuto appresso di se il re Ruberto Andreasso figliuolo di Carlo
-Umberto, e fattolo duca di Calavra, a cui si dovea dare per moglie
-Giovanna primagenita del detto Carlo, nipote del re Ruberto, acciocchè
-fosse successore del reame dopo la sua morte; e la detta Giovanna
-reina, con condizioni ordinate per li casi che avvenire poteano,
-che l’una succedesse all’altra in caso di mancamento di figliuoli,
-acciocchè la successione del Regno non uscisse delle nipoti. Vedendosi
-appressare alla morte, tanto fu stretto dallo amore della propria
-carne, ch’egli commise errori i quali furono cagione di molti mali.
-Perocchè innanzi la sua morte fece consumare il matrimonio del detto
-duca Andreasso alla detta Giovanna sua nipote, e lei intolò reina. E
-a tutti i baroni, reali, e feudatari e uficiali del Regno fece fare
-il saramento alla detta reina Giovanna, lasciando per testamento, che
-quando Andreasso duca di Calavra, e marito della detta reina Giovanna,
-fosse in età di ventidue anni, dovesse essere coronato re del suo reame
-di Cicilia. Onde avvenne che ’l senno di cotanto principe accecato
-del proprio amore della carne, morendo lasciò la giovane reina ricca
-di grande tesoro, e governatora del suo reame, e povera di maturo
-consiglio, e maestra e donna del suo barone, il quale come marito dovea
-essere suo signore. E così verificando la parola di Salomone, il quale
-disse, se la moglie avrà il principato, diventerà contraria al suo
-marito. La detta Giovanna vedendosi nel dominio, avendo giovanile e
-vano consiglio, rendeva poco onore al suo marito, e reggeva e governava
-tutto il Regno con più lasciva e vana che virtudiosa larghezza: e
-l’amore matrimoniale per l’ambizione della signoria, e per inzigamento
-di perversi e malvagi consigli, non conseguiva le sue ragioni, ma
-piuttosto declinava nell’altra parte. E però si disse che per fattura
-malefica la reina parea strana dall’amore del suo marito. Per la qual
-cagione de’ reali e assai giovani baroni presono sozza baldanza, e poco
-onoravano colui che attendevano per loro signore. Onde l’animo nobile
-del giovane, vedendosi offendere, e tenere a vile a’ suoi sudditi,
-lievemente prendeva sdegni. E moltiplicando le ingiurie per diversi
-modi, dalla parte della sua donna e de’ suoi baroni, per giovanile
-incostanza, alcuna volta con la reina, alcuna volta con i baroni usò
-parole di minacce, per le quali, coll’altra materia che qui abbiamo
-detta, appressandosi il tempo della sua coronazione, s’avacciò la
-crudele e violente sua morte. Onde avvenne, che per fare la vendetta
-Lodovico re d’Ungheria, fratello anzinato del detto Andreasso, con
-forte braccio venne nel Regno non contastato da niuno de’ reali, o
-da altro barone, se non solo da M. Luigi di Taranto, il quale dopo la
-morte del duca Andreasso, per operazione della imperadrice sua madre,
-di M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio, avea tolta la detta
-reina Giovanna per sua moglie. E innanzi la dispensagione, ch’era sua
-nipote in terzo grado, temendo il giovane d’entrare nella camera alla
-reina, confortatolo, e presolo per lo braccio dal detto suo balio,
-in segreto sposò la detta donna: e in palese fu dispensato il detto
-matrimonio da santa Chiesa. Il quale M. Luigi si mise a contastare
-alcuno tempo alla gente del detto re d’Ungheria, venuta innanzi che
-la persona del detto re. Ma sopravvenendo il re, la reina Giovanna
-in prima, e appresso M. Luigi, con certe galee in fretta, e male
-provveduti fuori che dello scampo delle persone, fuggirono in Toscana,
-e poi passarono in Proenza.
-
-
-CAP. X.
-
-_Come il re d’Ungheria fece ad Aversa uccidere il duca di Durazzo._
-
-Lodovico re d’Ungheria giunto ad Aversa, fece suo dimoro in quel luogo
-ove fu morto il fratello. E ivi tutti i baroni del Regno l’andarono a
-vicitare, e fare la reverenza come zio, e governatore di Carlo Martello
-infante, figliuolo del detto duca Andreasso, e della reina Giovanna,
-a cui succedeva il reame. I reali, ciò furono M. Ruberto prenze di
-Taranto, M. Filippo suo fratello, M. Carlo duca di Durazzo, che avea
-per moglie donna Maria sirocchia della reina Giovanna, e M. Luigi e
-M. Ruberto suoi fratelli andarono ad Aversa confidentemente a fare
-la reverenza al detto re d’Ungheria; e ricevuti da lui con infinta e
-simulata festa, stettono con lui infino al quarto giorno. E mosso per
-andare da Aversa a Napoli con grande comitiva, oltre alla sua gente,
-di quella de’ reali e del Regno, rimaso addietro, e cavalcando con
-lui il duca di Durazzo, il re gli disse: menatemi dove fu morto mio
-fratello. E senza accettare scusa condotto al luogo, il detto duca di
-Durazzo sceso del palafreno, già conoscendo il suo mortale caso, disse
-il re: traditore del sangue tuo, che farai? E tirato per forza, come
-era ordinato, infino ove fu strangolato il duca Andreasso, tagliatali
-la testa da un infedele Cumino, in sul sabbione dal Gafo fu in due
-pezzi gittato, in quell’orto e in quello luogo dove fu gittato il duca
-Andreasso. E in quello stante furono presi gli altri reali, e ordinata
-la condotta sotto buona guardia, e con loro il piccolo infante Carlo
-Martello, furono mandati in Ungheria. Il quale Carlo poco appresso
-giunto in Ungheria morì. E M. Ruberto prenze di Taranto, e ’l fratello
-e’ cugini furono messi in prigione, e insieme ritenuti sotto buona
-guardia.
-
-
-CAP. XI.
-
-_La cagione della morte del duca di Durazzo._
-
-Questo duca di Durazzo non si trovò che fosse autore della morte del
-duca Andreasso, ma però ch’egli come molto astuto, avea, non senza
-alcuna espettazione di speranza del Regno, coll’aiuto del zio cardinale
-di Pelagorga, procacciato dispensazione dal papa, colla quale ruppe
-quattro grandi misteri. Ciò furono, violando il testamento e l’ordine
-e la concordia presa dal re Ruberto, e Umberto Martello re d’Ungheria,
-ove era disposto che il matrimonio di dama Maria sirocchia della
-reina Giovanna si dovesse fare, a conservagione della successione
-del regno colla casa di Carlo Umberto, discendenti di Carlo Martello,
-in certo caso di morte, o di mancamento di figliuoli alla reina. La
-quale Maria il detto duca si prese per moglie. E il saramento di
-ciò prestato per lo detto duca, e per altri reali in sul corpo di
-Cristo; e la dispensagione di potere prendere la nipote per moglie,
-la quale si prese e menò di quaresima. E bene che col duca Andreasso
-si ritenesse mostrandoli amore, nondimeno lungo tempo segretamente
-fece impedire a corte la diliberazione della sua coronazione. Onde
-per questo soprastare fu fatto l’ordine e messo a esecuzione il
-detestabile e patricida della sua morte: e questa fu la cagione perchè
-il re d’Ungheria il fece morire. Di questa morte, e della carceragione
-de’ reali nacque grande tremore a tutto il regno. E fu il re reputato
-crudele non meno per la carceragione degl’innocenti giovani reali, che
-per la morte del duca di Durazzo.
-
-
-CAP. XII.
-
-_Come il re d’Ungheria entrò in Napoli._
-
-Fatta il re d’Ungheria parte della sua vendetta, e ricevuto in Napoli
-come signore, e ordinato i magistrati, e comandato giustizia per tutto
-il regno, cominciò ad andare vicitando le città e le provincie. E
-da tutti i baroni prese saramento per Carlo Martello suo nipote. E
-nell’anno 1348 quasi tutto il regno l’ubbidia, salvo che in Puglia
-era contra lui il forte castello d’Amalfi della montagna, il quale si
-teneva per la reina, e per M. Luigi di Taranto. E questo guardavano
-masnade italiane con cento cavalieri tedeschi, capitano della gente
-e del castello M. Lorenzo figliuolo di M. Niccola degli Acciaiuoli di
-Firenze, giovane cavaliere, e di grande cuore, e di buono aspetto. Non
-avendo ancora mandato il detto re in terra d’Otranto, nè in Calavra,
-i giustizieri che v’erano per la reina faceano l’uficio per lei, e non
-ubbidivano al re d’Ungheria, ed egli non strignea il paese, e però non
-vi si mostrava ribellione.
-
-
-CAP. XIII.
-
-_Come il re d’Ungheria vicitava il regno di Puglia._
-
-In questi dì essendo la mortalità già cominciata nel Regno per tutto,
-nondimeno il re cavalcava vicitando le terre del Regno. Ed essendo
-stato in Abruzzi, in Puglia, e in Principato, tornò a Napoli del mese
-d’aprile del detto anno: e trovati già morti alquanti de’ suoi baroni,
-sentì che certi conti e baroni del Regno faceano cospirazione contro
-a lui. E impaurito in se medesimo per la morte de’ suoi, e per la
-generale mortalità, avegnachè fosse di molto franco cuore, non gli
-parve tempo da ricercare quelle cose con alcuno sospetto: anzi con
-savia continenza mostrava a’ baroni piena confidenza. E copertamente
-(eziandio al suo privato consiglio) intendea a fornire tutte le buone
-terre e castella del Regno di gente d’arme e di vittuaglia. E con seco
-aveva uno barone della Magna che avea nome Currado Lupo. Costui aveva
-il re provato fedele e ardito in molti suoi servigi, e a lui accomandò
-milledugento cavalieri tedeschi che aveva nel Regno. E un suo fratello,
-ch’avea nome Guelforte, mise nel castello nuovo di Napoli dove era
-l’abitazione reale, con buona compagnia, e bene fornito d’ogni cosa
-da vivere, e d’arme e di vestimento e calzamento, e gli accomandò la
-guardia di quello castello; e fornì il castello di Capovana, e quello
-di Santermo sopra la città di Napoli, e il castello dell’Uovo. E
-tratto del Regno il doge Guernieri Tedesco, cui egli avea soldato con
-millecinquecento barbute quando entrò nel Regno, non fidandosi di lui,
-lasciò suo vicario alla guardia del detto reame il detto Currado Lupo;
-e ’l doge Guernieri malcontento del re, con sue masnade di Tedeschi si
-ridusse in Campagna.
-
-
-CAP. XIV.
-
-_Come il re d’Ungheria partitosi del Regno tornò in Ungheria._
-
-Avendo il detto re ordinata la sua gente e le sue terre in tutte le
-parti del Regno, le quali e’ possedeva: e ammaestrati in segreto i
-suoi vicari e castellani di buona guardia, non mostrando a’ baroni
-del Regno, nè eziandio a’ suoi, che del Regno si dovesse partire, si
-mosse da Napoli, dove avea fatto poco dimoro, e andonne in Puglia; e
-ordinata la guardia delle terre e delle castella di là in mano di suoi
-Ungheri, avendo fatto armare nel porto di Barletta una sottile galea,
-subitamente, improvviso a tutti quelli del Regno, all’uscita di Maggio
-l’anno 1348, vi montò suso con poca compagnia, e fece dare de’ remi in
-acqua, e senza arresto valicò sano e salvo in Ischiavonia, e di là con
-pochi compagni a cavallo se n’andò in Ungheria. Questa subita partita
-di cotanto re fu tenuta follemente fatta da molti, e da lieve e non
-savio movimento d’animo, e molti il ne biasimarono. Altri dissono che
-provvedutamente e con molto senno l’avea fatto, avendo diliberato il
-partire nell’animo suo per tema della mortalità, e non vedendo tempo
-da potersi scoprire contra i baroni, i quali sentiva male disposti
-alla sua fede, come detto è, e commendaronlo di segreto e provveduto
-partimento.
-
-
-CAP. XV.
-
-_Novità del reame di Tunisi, e più rivolgimenti di quello._
-
-In questo mese di maggio avendo Balase re del Garbo e della Bella
-Marina prima conquistato il reame di Trenusi, e montatone in superbia
-ambizione, trattò con Alesbi fratello del re di Tunisi: e fatta sua
-armata per mare, e grande oste per terra, improvviso al re di Tunisi
-fu addosso, e senza contasto, avendo il ricetto d’Alesbi, entrò
-nella città, e prese il re, e di presente il fece morire. E avendo la
-signoria, non attenne i patti ad Alesbi, il quale partito di Tunisi,
-e aggiuntosi grande copia d’Arabi del reame, venne verso Tunisi. Il
-re Balase accolta grande oste andò contro a lui, e commissono insieme
-mortale battaglia, nella quale morì la maggiore parte della gente del
-re Balase, ed egli sconfitto si fuggì in Carvano, suo forte castello;
-e assediato in quello dagli Arabi, per danari s’acconciò con loro, e
-tornossi a Tunisi. Alesbi da capo co’ gli Arabi tornò sopra Tunisi: ma
-Balase si tenea la guardia delle terre, sicchè gli Arabi non potendo
-combattere si tornarono in loro pasture. Avea Balase quando si partì
-di suo reame lasciato nella città reale di Fessa Maumetto suo nipote,
-e in Tremus Buevem suo figliuolo. Costoro avendo sentito come Balase
-era sconfitto e assediato dagli Arabi, senza sapere l’uno dell’altro,
-catuno si rubellò e fecionsi fare re: il figliuolo in Tremus, e il
-nipote in Fessa. E sentendo Buevem che Maumetto s’era levato re in
-Fessa, parendogli ch’egli avesse occupata la sua eredità, propose
-nell’animo suo d’abbatterlo, e così gli venne fatto, come innanzi al
-suo debito tempo racconteremo.
-
-
-CAP. XVI.
-
-_Come per la partita del re d’Ungheria del Regno i baroni e’ popoli si
-dolsono._
-
-Sentendo gli uomini e i baroni del Regno la subita partita del re
-d’Ungheria si maravigliarono forte, non ne avendo di ciò conosciuto
-alcuno indizio. E molte comunanze e baroni ch’amavano il riposo del
-Regno, e portavano fede alla sua signoria ne furono dolenti; perocchè
-non ostante che fosse nato e nutricato in Ungheria, e avesse con seco
-assai di quella gente barbara, molto mantenea grande giustizia, e non
-sofferia che sua gente facesse oltraggio o noia a’ paesani, anzi gli
-puniva più gravemente: e fece de’ suoi Ungheri per non troppo gravi
-falli aspre e spaventevoli giustizie. E le strade e i cammini facea
-per tutto il Regno sicure. E avea spente le brigate de’ paesani, delle
-quali per antica consuetudine soleano grandi congregazioni di ladroni
-fare, i quali sotto loro capitani conturbavano le contrade e’ cammini:
-e per questo pareva a’ paesani essere in istato tranquillo e fermo da
-dovere bene posare. E alquanti altri baroni che male si contentavano,
-e gentili uomini di Napoli, per la morte del duca di Durazzo, e per
-la presura de’ reali a cui e’ portavano grande amore, e perchè il
-re non facea loro troppo onore, gli volevano male, e furono contenti
-della sua partita. Gli altri se ne dolsono assai, e parve loro che il
-Regno rimanesse in fortuna e in male stato, e che il peccato commesso
-della morte del re Andreasso, e l’aggravamento de’ peccati commessi
-per la troppa quiete de’ paesani, e per la soperchia abbondanza in
-che si sconoscevano a Dio, non fosse punita, e meritasse maggior
-disciplina e spogliamento di que’ beni, dai quali procedeva la viziosa
-ingratitudine, come avvenne, e seguendo nostra materia diviseremo.
-
-
-CAP. XVII.
-
-_Come si reggeva la sua gente nel Regno partito il re._
-
-Partito il re d’Ungheria del Regno, la cavalleria dei Tedeschi e
-degli Ungheri, governata per buoni capitani, con le masnade de’ fanti
-a piè toscani che aveano con loro, si manteneano chetamente senza
-villaneggiare i paesani. E rispondea l’una gente all’altra tutti
-ubbedendo a M. Currado Lupo, cui il re avea lasciato vicario, il quale
-manteneva giustizia ov’egli distrignea. E gli uomini del Regno benchè
-si vedessono in debole signoria, non si ardivano a muovere contro
-ai forestieri, e non parea però loro bene stare. Ma i baroni che non
-amavano il re d’Ungheria, volevano che la reina e M. Luigi tornassono
-nel Regno; e l’università di Napoli, co’ gentiluomini di Capovana e di
-Nido, d’un animo deliberarono il simigliante; e mandarono in Proenza,
-dicendo che di presente dovessono tornare nel Regno, e fare capo a
-Napoli ove sarebbono ricevuti onorevolemente, mostrando come i paesani
-si contentavano male della signoria de’ Tedeschi e degli Ungheri, e che
-in brieve tempo col loro aiuto sarebbono signori del reame. Aggiugnendo
-che i soldati Ungheri e Tedeschi si rammaricavano forte, che il re
-d’Ungheria non mandava danari per le loro paghe, ond’eglino erano di
-lui malcontenti; e il doge Guernieri colla sua compagnia de’ Tedeschi
-ch’era in Campagna s’offeria d’essere colla reina e con M. Luigi contro
-alla gente del re d’Ungheria, in quanto il volesse conducere al suo
-soldo: promettendo fedelmente per se e per le sue masnade d’aiutarli
-riacquistare il Regno.
-
-
-CAP. XVIII.
-
-_Come messer Luigi si fe’ titolare re al papa, e mandò nel Regno._
-
-Messer Luigi trovandosi in corte di papa marito della regina Giovanna,
-e non re, gli parve, avendo diliberato di tornare nel Regno, che li
-fosse di necessità avere titolo di re: acciocchè avendo a governare
-colla reina le cose del reame, e a fare lettere da sua parte e della
-reina, il titolo non disformasse, perocchè ancora la santa Chiesa
-non avea diliberato di farlo re di Cicilia, si fece titolare il re
-Luigi d’altro reame, il quale non avea, nè era per poter avere. E
-d’allora innanzi cominciarono a scrivere le lettere intitolandole in
-questo modo: _Ludovicus et Ioanna Dei gratia rex et regina Hierusalem
-et Ciciliae_. E d’allora innanzi M. Luigi fu chiamato re. Il detto
-re Luigi e la reina Giovanna avendo il conforto del ritornare nel
-Regno, come detto è, senza soggiorno procacciarono di ciò fare. E
-trovandosi poveri di moneta, richiesono d’aiuto il papa e i cardinali,
-il quale non impetrarono. Allora per necessità venderono alla Chiesa
-la giurisdizione che la reina avea nella città di Vignone per fiorini
-trentamila d’oro. E nondimeno richiesono baroni, e comunanze, e
-prelati, limosinando d’ogni parte per lo stretto bisogno. E con
-molta fatica feciono armare dieci galee di Genovesi, e pagaronle
-per quattro mesi. E in questo mezzo il re Luigi mandò innanzi a
-se nel Regno M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio con pieno
-mandato, il quale trovando la materia disposta al proponimento del suo
-signore, incontanente condusse il doge Guernieri, ch’era in Campagna
-con milledugento barbute di Tedeschi, ch’erano in sua compagnia. E
-ordinato le cose prestamente, mandò sollecitando il re e la reina che
-senza indugio venissono a Napoli con le loro galee: che essendo nel
-Regno le loro persone, con l’aiuto di Dio e de’ baroni del Regno, che
-desideravano la loro tornata, e de’ Napolitani, e del doge Guernieri,
-cui egli avea condotto con buone masnade, e con le sue galee e’
-sarebbono a queto signori del Regno, e non conoscea che la gente del
-re d’Ungheria a questo potesse riparare, sicchè in brieve al tutto
-sarebbono signori.
-
-
-CAP. XIX.
-
-_Come il re e la reina ritornarono nel Regno._
-
-Avendo il re e la reina queste novelle, incontanente con quei baroni
-che poterono accogliere di Proenza, e con la loro famiglia, si
-raccolsono a Marsilia in su le dette dieci galee de’ Genovesi: ed
-avendo il tempo acconcio al loro viaggio, sani e salvi in pochi giorni
-arrivarono a Napoli, all’uscita del mese d’agosto del detto anno.
-E perocchè le castella di Napoli, e quello dell’Uovo, e il castello
-di Santermo, e ’l porto e la Tenzana erano nella signoria e guardia
-della gente del re d’Ungheria, non si poterono mettere nel porto, nè
-in quelle parti; anzi arrivarono fuori di Napoli sopra santa Maria del
-Carmino, di verso ponte Guicciardi, e ivi scesono in terra; e il re e
-la reina entrarono nella chiesa di Nostra Donna per aspettare i baroni
-e l’università di Napoli, che gli conducessono nella città.
-
-
-CAP. XX.
-
-_Come il re e la reina Giovanna entrarono in Napoli a gran festa._
-
-I baroni ch’erano accolti a Napoli, aspettando la venuta del re e
-della reina con la loro cavalleria, de’ quali erano caporali quegli
-di san Severino, e della casa del Balzo, l’ammiraglio conte di
-Montescheggioso, quelli dello Stendardo, il conte di Santo Agnolo,
-que’ della casa della Raonessa, e di Catanzano, e molti altri. I quali
-forniti di molti cavalli e di ricchi arredi e di nobili robe e arnesi,
-con loro scudieri vestiti d’assise, e’ gentili uomini di Napoli con
-loro proprio, apparecchiati pomposamente a cavallo e a piè con molta
-festa si misono ad andare al Carmino per conducere il re e la reina
-in Napoli con molta allegrezza; e da parte i Fiorentini e Sanesi e
-Lucchesi mercatanti che allora erano in Napoli, e Genovesi e Provenzali
-e altri forestieri, catuna gente per se, vestiti di ricche robe di
-velluti e di drappi di seta e di lana, con molti stormenti d’ogni
-ragione, sforzando la dissimulata festa, andarono incontro al re e
-alla reina. E giunti a loro, e fatta catuna compagnia la riverenza,
-apparecchiati nobilissimi destrieri, montati a cavallo, addestrati
-da’ baroni, sotto ricchi palii d’oro e di seta con molte compagnie
-d’armeggiatori innanzi, in prima il re, a cui andava in fronte il duca
-Guernieri co’ suoi Tedeschi, smovendo il popolo, e dicendo: gridate
-viva il signore: e così gridando, fu la parola da molti notata, perchè
-era a loro nuovo titolo, non dicendosi viva il re, e con ragione dire
-non lo potevano a quella stagione. E con questa festa il condussono
-a Napoli; e perchè l’abitazioni reali erano tutte nella forza de’
-nemici, il collocarono ad Arco, sopra Capovana, nelle case che furono
-di messere Aiutorio. E appresso di lui con somigliante festa vi
-condussono la reina. La gente, benchè sforzata si fosse di fare festa,
-pure s’avvedea per le molte città e castella che il re d’Ungheria avea
-nel Regno, e per la buona gente che v’era alla guardia, che questa
-tornata del re Luigi e della reina Giovanna era piuttosto aspetto di
-guerra e di grande spesa, e sconcio del paese e della mercanzia e de’
-forestieri, che cominciamento di riposo, come poi n’avvenne.
-
-
-CAP. XXI.
-
-_Come il re Luigi si fe’ fare cavaliere, e da cui._
-
-Vedendosi il re Luigi, e conoscendo il bisogno che avea di buono
-aiuto, e veggendo che la maggiore forza de’ suoi cavalieri era nel
-duca Guernieri, acciocchè per onorevole beneficio più lo traesse alla
-sua fede e amore, ordinò di farsi fare cavaliere per le sue mani,
-della qual cosa avvilì se, per onorare altrui. E ordinata gran festa
-per la sua cavalleria, del mese di settembre del detto anno, si fece
-fare cavaliere al detto doge Guernieri, ed egli in quello stante fece
-appresso ottanta altri cavalieri della città di Napoli, e d’altri
-paesi del Regno. La libertà grande che ’l re dimostrò nel tedesco duca
-Guernieri tosto trovò vana in colui, come per la sua corrotta fede nel
-processo della nostra materia al suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. XXII.
-
-_Brieve raccontamento di cose fatte per il re d’Inghilterra contra
-quello di Francia._
-
-Richiede il nostro proponimento, per le cose che avremo a scrivere de’
-fatti del re di Francia e di quello d’Inghilterra per la loro guerra,
-che noi ci traiamo un poco addietro alle cose occorse più vicine,
-acciocchè quelle che seguiranno abbiano più chiaro intendimento.
-Essendo il valoroso re Adoardo d’Inghilterra passato in Normandia, del
-mese d’agosto, gli anni di Cristo 1347, e avendo preso Camoboroso e
-Saulu e più altre ville, venendo verso Parigi con quattromila cavalieri
-e quarantamila sergenti, tra’ quali avea molti arcieri, e fatto
-d’arsioni e di preda gravi danni al paese, s’accampò a Pussì e a San
-Germano, presso a Parigi a due leghe. Il re di Francia era andato colla
-sua forza verso Camo per farlisi incontro, e non trovandolo nel paese,
-si tornò addietro, e accolta molta baronia e cavalieri e sergenti
-di suo vassallaggio, s’accampò fuori di Parigi con più di settemila
-cavalieri e sessantamila sergenti: il re d’Inghilterra, sentendo la
-tornata del re di Francia, si levò da campo scostandosi da Parigi.
-Il re di Francia con grande baldanza il seguitò con la sua gente,
-tanto che sopraggiunse il re d’Inghilterra, che andava assai a lenti
-passi per non mostrare paura: e aggiugnendosi l’una oste all’altra,
-il re d’Inghilterra vedendosi presso il re di Francia, e quello di
-Boemia e quello di Maiolica con molti baroni, e con più di due tanti
-cavalieri che non avea egli, come signore di grande cuore e ardire,
-di presente s’apparecchiò alla battaglia, intra Crescì e Albevilla.
-E ordinò tutto il suo carreaggio alla fronte a modo d’una schiera, e
-di sopra alle carra mise i cavalieri armati, e a piè d’ogni parte i
-suoi arcieri. E sopravvenendo l’assalto de’ Franceschi, baldanzosi,
-con grande empito cominciarono la battaglia. Gl’Inglesi fermi al loro
-carreaggio, con l’ordine dato agli arcieri, senza perdere colpo,
-di loro saette fedivano i cavalli e’ cavalieri de’ Franceschi. E
-vedendo gl’Inglesi fediti molti de’ cavalli e de’ cavalieri de’ loro
-avversari, a uno segno dato ordinate le guardie de’ sergenti sopra il
-carreaggio, corsono i cavalieri a’ loro cavalli che aveano a destro
-dietro al carriaggio, e montati e assettati sopra i loro cavalli,
-con savia condotta vennono alle spalle de’ nimici, ed assalirono i
-Franceschi con dura battaglia. I Franceschi che erano re e baroni
-d’alto pregio manteneano la battaglia vigorosamente, la quale durò
-da mezza nona alle due ore di notte; ove si dimostrarono di grandi
-operazioni d’armi di valorosi baroni e cavalieri da catuna parte. Ma
-perocchè i Franceschi e i loro cavalli erano più stanchi e magagnati
-dalle saette degl’Inglesi, e molti conducitori di loro morti, come fu
-la volontà d’Iddio la vittoria rimase al re d’Inghilterra, con grande
-e grave danno de’ Franceschi. Morto vi fu il valente re di Boemia,
-figliuolo dello imperatore Arrigo di Luzimborgo, e il duca di Loreno,
-il conte di Lanzone fratello del re di Francia, e sei altri conti, con
-milleseicento cavalieri grande parte baroni e banderesi, e morironvi
-ventimila pedoni; fra i quali furono i Genovesi che erano andati là
-con dodici galee, che pochi ne camparono. Ed il re Filippo di Francia
-di notte, con sei tra prelati e baroni, e sessanta sergenti a piè,
-uscì della battaglia, e campò per grazia della notte. Sul campo si
-trovarono molti cavalli morti e bene quattromila fediti. E fatta questa
-battaglia a dì 26 d’agosto nel 1347, il re d’Inghilterra poco appresso
-pose assedio al forte castello di Calese sulla marina, e per assedio il
-vinse: e fattolo più forte, per avere porto nel reame e nella marina
-di Francia, lasciato nel paese il conte d’Erbi duca di Lancastro,
-suo cugino, a guerreggiare, con duemila cavalieri e ventimila pedoni
-i più arcieri, con grande onore si tornò in Inghilterra. Il conte
-d’Erbi entrò in Guascogna l’anno appresso, e conquistò più terre di
-quelle che vi tenea il re di Francia; e rotti in più abboccamenti i
-cavalieri franceschi, se ne venne cavalcando e predando il paese infino
-alla città di Tolosa; ma aggravando la mortalità quei paesi, si tornò
-addietro con grande preda. E fatta tregua dall’uno re all’altro, con
-grande onore del re d’Inghilterra, posò la guerra per alcuno tempo.
-
-
-CAP. XXIII.
-
-_Come gli Ubaldini furo cominciatori della guerra che il comune di
-Firenze ebbe con loro._
-
-Avendo narrato de’ fatti de’ due reami, cominciano le novità della
-nostra città di Firenze. Negli anni di Cristo 1348, essendo gli
-Ubaldini in pace, ma in corrotta fede col nostro comune, fidandosi
-nelle loro alpigiane fortezze, cominciarono a ricettare sbanditi del
-comune di Firenze: e insieme con loro entravano di notte nel Mugello,
-rubando le case e uccidendo gli uomini, e ricoglieansi nell’alpe con
-le ruberie. E avendo fatto questo più volte di notte, il cominciarono
-a fare di dì. E tornando d’Avignone uno Maghinardo da Firenze con
-duemila fiorini d’oro, gli Ubaldini il seguirono e uccisono, rubandolo
-sul contado di Firenze. E non volendone fare ammenda alla richesta del
-comune, i Fiorentini mandarono nell’alpe suoi soldati a piè e a cavallo
-col capitano della guardia. E stati più dì sopra le terre e sopra i
-fedeli degli Ubaldini feciono loro gran danno, e senza alcuno contasto
-si tornarono a Firenze.
-
-
-CAP. XXIV.
-
-_Come i fedeli del conte Galeotto si rubellarono da lui e dieronsi al
-comune di Firenze._
-
-In questo anno, i fedeli del conte Galeotto de’ conti Guidi si
-rubellarono da lui, perocchè lungamente gli avea male trattati, per
-sua crudeltà e dissoluta vita: e all’entrata del mese di marzo del
-detto anno gli tolsono il forte castello di san Niccolò, e tutte le sue
-terre e tenute intorno a quello, e ’l suo tesoro e arnesi, che n’era
-fornito nobilmente, e di presente si diedono al comune di Firenze. Il
-quale, perocchè il detto conte sempre avea nimicato il nostro comune,
-perocchè era ghibellino, ricevette la fortezza e gli uomini in sua
-giurisdizione e libera signoria, con quelle solenni cautele che i
-detti uomini poterono fare; e fecionli popolani e contadini, dando loro
-per alcuno tempo certe immunità. E ordinata la guardia delle castella
-nelle mani de’ cittadini, a’ popoli diede podestà che gli reggesse, e
-messe le castella e gli uomini ne’ suoi registri. Dinominò e intitolò
-l’acquisto, il contado di san Niccolò del comune di Firenze.
-
-
-CAP. XXV.
-
-_Come i Fiorentini feciono guerra agli Ubaldini, e presero Montegemmoli
-e loro castella._
-
-Vedendo i Fiorentini che la latrocina superbia degli Ubaldini non
-si gastigava per una battitura, feciono decreto, che ogni anno
-si dovesse tornare sopra di loro, tanto che fossono privati delle
-alpigiane spelonche. E per questa cagione, il verno furono chiamati
-otto cittadini uficiali sopra provvedere e fornire la guerra: i quali,
-del mese di giugno 1349, mandarono l’oste del comune nell’alpe, la
-quale si dirizzò a Montegemmoli, una rocca quasi inespugnabile: nella
-quale era Maghinardo da Susinana e due suoi figliuoli, con parecchie
-masnade di franchi masnadieri, i più usciti di Firenze. Era fuori
-della rocca in su la stretta schiena del poggio, alla guardia della
-via ch’andava al castello, una torre forte e bene armata: innanzi
-alla torre una tagliata in su la schiena del poggio, con forte
-steccato: e a questa guardia, per voglia di fare d’arme, i caporali
-de’ masnadieri del castello erano scesi co’ loro compagni: e la gente
-del comune di Firenze avendo fermo il loro campo, a intendimento di
-vincere il castello per assedio, e molestarlo con dificii i quali
-vi faceano conducere, alquanti masnadieri s’appressarono verso la
-guardia della torre per badaluccare. I valenti masnadieri d’entro, per
-troppa baldanza, uscirono fuori della tagliata incontro alla gente de’
-Fiorentini, badaluccando e facendo gran cose d’arme per lo vantaggio
-che aveano del terreno. In questo stante i cavalieri de’ Fiorentini
-montando il poggio per dare vigore a’ loro masnadieri, cominciarono
-a scendere de’ cavalli, e a pignersi innanzi con fanti e a’ nemici, i
-quali per non perdere il terreno, con folle prodezza attesono tanto,
-che i cavalieri e’ masnadieri de’ Fiorentini co’ balestrieri furono
-mischiati tra loro, innanzi che si potessono ritrarre alla fortezza.
-E volendosi ritrarre, per lo soperchio de’ loro avversari non poterono
-fare, che a un’ora con loro insieme non entrassono dentro alli steccati
-i masnadieri fiorentini, e a loro aiuto erano tratti tanti balestrieri,
-che non lasciarono a’ nemici riprendere la fortezza della torre: anzi
-la presono per loro. E ritraendosi i masnadieri degli Ubaldini per
-loro scampo nella rocca, continuando la battaglia stretta alle mani,
-entrarono i Fiorentini cacciando gli avversari nel primo procinto. E
-crescendo della gente dell’oste la loro forza, presono tutto, fuori
-de’ palagi e torri dell’ultima fortezza, ov’era racchiuso Maghinardo
-e la moglie, e due suoi figliuoli con loro compagnia: i quali si
-difenderono vigorosamente. Essendo il dì e la notte combattuti dalla
-gente de’ Fiorentini, Maghinardo e’ figliuoli, benchè fossero in
-fortezza da potersi difendere lungamente, conobbono il loro pericolo.
-E sentendosi male d’accordo per loro quistioni con gli altri Ubaldini
-loro consorti, si deliberarono di dare la rocca a’ Fiorentini, e di
-volere essere contro a’ suoi consorti co’ Fiorentini. E fatti i patti,
-e fermi a Firenze, diedono la rocca libera al comune di Firenze: e il
-comune prese il saramento della fede promessa, li ricevette in amicizia
-e cittadinanza, e ordinarono loro la provvigione promessa: e dati loro
-cavalieri e pedoni si mossono a guerreggiare gli altri Ubaldini. E
-innanzi che l’oste de’ Fiorentini tornasse, assediò Montecolloreto, e
-presonlo; e misonvi fornimento e buona guardia. Andarono a Roccabruna
-ed ebbonla: ed entrarono nel Podere e presono Lozzole per trattato.
-E per trattato fu dato loro la signoria di Vigiano e di più altre
-tenute, che appartenevano al detto Maghinardo e a certi altri degli
-Ubaldini che feciono il comandamento del comune. E andarono intorno a
-Susinana, guastando le case e’ campi di fuori; e tentando di volerlo
-combattere, trovarono il castello sì forte e sì bene fornito alla
-difesa, che lasciarono stare, e andarono a Valdagnello, e dieronvi una
-battaglia, senza potervi acquistare per la fortezza del sito, e perchè
-era bene provveduto alla difesa: e però guastarono i campi e le ville
-d’intorno. E fornito che ebbono tutte le castella che aveano acquistate
-di vittuaglia e d’arme e di buona guardia, avendo fatto agli Ubaldini e
-a’ loro fedeli gran danno, del mese d’agosto, gli anni di Cristo 1349,
-senza alcuno impedimento, sani e salvi con vittoria si tornarono alla
-città di Firenze.
-
-
-CAP. XXVI.
-
-_Come il re di Francia comperò il Dalfinato._
-
-Il re di Francia posandosi nella tregua col re d’Inghilterra, avendo
-papa Clemente sesto, suo protettore ne’ fatti temporali, perocchè
-per lui si teneva essere al papato, e amava sopra modo d’accrescere
-i suoi congiunti, i quali erano uomini del re di Francia, e però il
-re traeva in sussidio della guerra danari al bisogno; e le decime del
-reame e tutte grazie che volea domandare il papa senza mezzo l’otriava,
-trapassando l’onestà del suo pontificato: e perocchè i cardinali erano
-la maggior parte di suo reame, non si ardivano a contrapporre a cosa
-che volesse. Era in que’ dì il Dalfino di Vienna uomo molle, e di poca
-virtù e fermezza. Costui alcuno tempo tenne vita femminile e lasciva,
-vivendo in mollizie: ed appresso volle usare l’arme: e andò capitano
-per la Chiesa alle Smirne in Turchia, e dove poteva acquistare onore
-e pregio, tornò con poca buona fama: e per bisogno impegnò alla Chiesa
-il Dalfinato per fiorini centomila d’oro: ed essendo morta la moglie,
-credendo prosperare in abito chericile, sperando in quello divenire
-cardinale, vendè al re Filippo di Francia il Dalfinato, contro alla
-volontà de’ suoi paesani, e pagò la Chiesa: e fatto cherico fu dal
-papa promosso in patriarca.... nel quale finì sua vita spegnendo
-la fama della casa sua. E il re di Francia, perdendo per la guerra
-d’Inghilterra in ponente, accresceva senza guerra in levante i confini
-al suo reame.
-
-
-CAP. XXVII.
-
-_La cagione perchè il re d’Araona tolse Maiolica al re._
-
-Vera cosa fu, che il re di Maiolica nella sua infanzia si nutricò co’
-reali di Francia, e poi che fu re di Maiolica, essendo dissimigliante
-a’ Catalani onde traeva suo origine, mostrò d’essere molto scienziato
-e adorno di bei costumi. Disdegnò di rendere al re d’Araona l’omaggio
-debito, il quale si pagava con la reverenzia d’un bacio: e schifo della
-vita catalanesca e di loro costumi, seguiva i Franceschi; la qual
-cosa il fece sospetto al suo legnaggio. Cugino era del re d’Araona,
-e la sirocchia carnale avea per moglie, della quale avea figliuoli.
-Nondimeno il re d’Araona fece apparecchiamento d’arme contro a lui, e
-trattato occulto co’ cittadini di Maiolica. Per lo quale, essendo egli
-a Perpignano, e venendo sopra loro il re d’Araona, volendo mostrare di
-volersi difendere, il feciono venire in Maiolica, mostrando di volerlo
-atare fedelmente. Venuta la gente col re d’Araona, e scesa nell’isola,
-accogliendo il consiglio in Maiolica per volere dare ordine alla
-difesa, essendo tempo da potere scoprire il loro tradimento, feciono
-dire al loro re, o che facesse la volontà del re d’Araona, o che se
-n’andasse. Vedendosi tradito da’ suoi cittadini, i quali aveano già
-abbarrata la città contro a lui, si ricolse in fretta, per campare la
-persona, in una galea. E partendosi dell’isola, le porte della città
-furono aperte alla gente del re d’Araona: e data loro la signoria di
-tutta l’isola, con patto che ella non dovesse tornare per alcuno tempo
-al loro re nè a’ suoi discendenti.
-
-
-CAP. XXVIII.
-
-_Come il re di Maiolica vendè la sua parte di Mompelieri al re di
-Francia._
-
-Il re di Maiolica essendo cacciato dell’isola da’ suoi sudditi, venuta
-l’isola nella signoria del re d’Araona, e avendo poco di quello che il
-suo titolo reale richiedea, disiderando d’accogliere moneta, e d’avere
-aiuto dal re di Francia, al cui servigio era stato lungamente nelle
-sue guerre e battaglie personalmente, il richiese con grande istanza
-d’aiuto, acciocchè potesse ricoverare lo suo, ma da lui non potè avere
-alcuno aiuto. E stretto da grave bisogno, vendè al detto re di Francia
-la propietà e giurisdizione ch’avea in comune consorteria col detto re
-nella metà di Mompelieri, per quello pregio che il re di Francia volle,
-a buono mercato. E come povero e sventurato re venia cercando modo di
-riacquistare l’isola di Maiolica. La qual cosa fu cagione della sua
-finale morte, come innanzi al suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. XXIX.
-
-_Come s’ordinò il generale perdono a Roma nel 1349._
-
-Essendo stato il giudicio della generale mortalità nell’universo
-per giusta cagione, fu supplicato al papa che nel prossimo futuro
-cinquantesimo anno la Chiesa rinnovellasse generale perdono in Roma.
-Il papa Clemente sesto, col consiglio de’ suoi cardinali, e di molti
-altri prelati e maestri in teologia, trovando che per lo dicreto fatto
-per papa Bonifazio, ogni capo di cento anni dalla natività di Cristo
-fosse ordinato generale perdono a Roma, per comune consiglio parve più
-convenevole, considerando l’età umana che è brieve, che il perdono
-fosse di cinquanta in cinquanta anni. Avendo ancora alcuno rispetto
-all’anno Iubileo della santa Scrittura, nel quale catuno ritornava ne’
-suoi propri beni: e i propri beni de’ cristiani sono i meriti della
-passione di Cristo, per li quali ci seguita indulgenzia e remissione
-dei peccati. E per questa cagione la santa madre Chiesa fece decreto
-e ordine: che nel prossimo futuro cinquantesimo anno, per la natività
-di Cristo, cominciasse a Roma generale perdono di colpa e di pena
-di tutti i peccati a’ fedeli cristiani i quali andassono a Roma, dal
-detto termine a uno anno, i quali fossono confessi e contriti de’ loro
-peccati, e vicitassono ogni dì la chiesa di santo Pietro e di santo
-Paolo e di santo Giovanni Laterano. E le dette visitazioni furono
-stribuite a’ Romani trenta dì continovi, salvo che quello si omettesse
-si potesse con un altro ristorare; ed agl’Italiani quindici dì, e
-agli oltramontani a tali dieci, a tali cinque dì, e meno, secondo la
-distanza de’ paesi. E nondimeno la Chiesa discretamente provvide, per
-molti e diversi casi e cagioni che possono avvenire, ch’e’ cardinali e
-gli altri legati che andarono per lo mondo, e stettono a Roma, avessono
-autorità di potere dispensare del tempo come a loro paresse. E le
-lettere furono fatte e mandate per corrieri sotto le bolle papali. In
-prima per tutta la cristianità, e appresso per suoi legati a predicare
-per tutto le sante indulgenze, acciocchè ciascuno s’apparecchiasse e
-disponesse a potere ricevere il santo perdono. In Italia furono mandati
-due cardinali, quello di Bologna sopra lo Mare, messer Annibaldo di
-Ceccano, e messer Ponzo di Perotto di Linguadoca vescovo d’Orbivieto,
-uomo onesto, e di grande autorità, il quale era vicario di Roma per
-lo papa: fu commessa piena e generale legazione a potere a tutti
-dispensare il tempo delle dette visitazioni come a lui paresse, ch’era
-presente continuo nella città di Roma. Lasciando alquanto la santa
-disposizione del perdono, ci occorrono meno piacevoli, e più gravi cose
-al presente a raccontare.
-
-
-CAP. XXX.
-
-_Come il re di Maiolica andò per racquistare l’isola, e fuvvi morto._
-
-Lo sventurato re di Maiolica non trovando aiuto dal re di Francia,
-cui egli avea lungamente servito nelle sue guerre, nè dal papa, nè
-da alcuno altro signore, strignendolo la volontà e ’l bisogno di
-racquistare l’isola, come disperato d’ogni aiuto, avendo venduta la sua
-parte di Mompelieri, accattò danari dal re di Francia sopra la villa
-di Perpignano, ch’altro non gli era rimaso, e condusse cavalieri e
-pedoni, e dodici galee di Genovesi fece armare al suo soldo, e alcuno
-navilio di carico; sperando, quando fosse con forza d’arme nell’isola,
-gli uomini del suo regno tornassono a lui, come forse a inganno gli era
-dato intendimento, perocchè con alquanti era in trattato. Apparecchiata
-l’oste, e ’l navilio con le dodici galee armate, del mese di... del
-detto anno si mise in mare; e senza impedimento arrivò nell’isola di
-Maiolica, presso alla città a dieci miglia; e ivi scesi in terra,
-s’accampò con quattrocento cavalieri e cinquecento masnadieri,
-aspettando che coloro della città con cui avea trattato, e il popolo
-della terra il volessono come loro benigno e natural signore. Le dodici
-galee de’ Genovesi avendo messo in terra il re, o che fosse di suo
-comandamento, per mostrarsi più forte agli uomini dell’isola, o per
-altre cagioni, si partirono da quella parte ove il re avea posto il
-campo, e girarono da un’altra parte del’isola; e rimaso il re, e ’l
-figliuolo, e l’altra gente senza il favore delle dodici galee, della
-città di Maiolica subitamente uscirono più di seicento cavalieri con
-grandissimo popolo, e vennero contro all’oste del re per combattere con
-lui. Il re vedendosi i nimici appresso, potea stare alle difese tanto
-che tornassero le sue galee: ma con vana confidanza de’ suoi regnicoli,
-che non dovessero resistere contro a lui, senza attendere punto, si
-volle mettere alla battaglia, per trarre a fine la sua impresa come la
-fortuna il menava. E ordinata la sua gente, e confortata a ben fare,
-mostrando che quivi non era altro rimedio che nel bene operare la virtù
-delle loro persone, sì fedì tra i nemici, i quali erano cavalieri
-catalani, maggiore quantità e migliore gente che i suoi soldati, e
-guidati da buoni capitani, i quali ricevettono il re e i suoi cavalieri
-francamente, per modo, che in poca d’ora furono sconfitti, e il re
-morto. Il quale se avessono voluto potieno ritener prigione, ma rade
-volte in fatti d’arme tra’ Catalani si trova mansuetudine: il figliuolo
-fu preso, e rappresentato al zio re d’Araona, l’altra gente fu rotta
-e sbarattata, e l’isola rimase libera al re d’Araona, e Mompelieri e
-Perpignano al re di Francia.
-
-
-CAP. XXXI.
-
-_Come i baroni italiani e catalani per loro discordie guastarono
-l’isola di Cicilia._
-
-Avendo detto dell’isola di Maiolica, quella di Cicilia ci s’offera con
-dissimigliante fortuna. Essendo per la mortalità morto il valoroso
-duca Giovanni, balio e governatore dell’isola di Cicilia, rimaso
-picciolo fanciullo di dieci anni messer Luigi figliuolo che fu di
-don Pietro, il quale si fece appellare re di Cicilia, a cui aspettava
-l’eredità del detto reame. Costui avea due fratelli minori di se, l’uno
-chiamato Giovanni, l’altro Federigo. E non essendo della casa reale
-nessuno in età che governasse l’isola per lo fanciullo, discordia
-nacque tra i baroni: e dall’una parte erano i Palizzi caporali, e
-con loro teneano quelli di Chiaramonte, e’ conti di Vintimiglia, e i
-discendenti conti della casa degli Uberti di Firenze, de’ quali era
-capo il conte Scalore, e con costoro teneano quasi la maggiore parte
-degl’Italiani dell’isola. E questi si faceano chiamare la parte del re,
-e a loro segno rispondeano le migliori città della marina dell’isola,
-Messina, Siracusa, Melazzo, Cefalu, Palermo, Trapani, Mazzara, Sciacca,
-Girgenti, Taormina, e gran parte delle buone terre e castella fra la
-terra dell’isola. E dall’altra parte era don Brasco d’Araona caporale
-con gli altri Catalani dell’isola, e il figliuolo di Giovanni Barresi
-colla sua casa, genero di don Brasco, e molti altri di Catania, i quali
-aveano a loro segno alla marina la città di Catania, Iaci, Alicata,
-Tose, la Catona, e il capo d’Orlando; e fra terra grande numero di
-città e di castella. E per simigliante modo si faceano costoro chiamare
-la parte del re. E per le loro divisioni cominciarono a far guerra
-l’uno contra l’altro. E catuna parte s’armava, e afforzava d’avere
-seguito di gente dell’isola: e catuno volea governare il reame per
-lo re, e non potendosi trovare via d’accordo tra loro, cominciarono
-a cavalcare l’uno sopra l’altro; e dove si scontravano si combatteano
-mortalmente. E spesso rompea e sconfiggea l’una gente l’altra, e senza
-misericordia a tenere prigione s’uccidevano insieme, e montando la loro
-sfrenata mala volontà, cominciarono ad ardere le loro possessioni e
-le biade ne’ campi, come fossono in terra di nimici; e facendo questo
-guasto, oggi in una contrada, e domani nell’altra, consumarono il paese
-senza alcuna misericordia. E seguitando l’uno dì appresso dell’altro
-questa pestilente furia tra loro, in poco tempo fu tanta tribolazione
-tra’ paesani, e tanta disfidanza, che lasciarono il coltivamento delle
-terre, e il nutricamento del bestiame: onde avvenne che quello paese,
-il quale per antico era fontana viva di grano, e di biade, e d’ogni
-vittuaglia, a spandere per lo mondo tra i cristiani e tra i saracini,
-che solo tra loro nell’isola non avea che manicare; e il bestiame per
-simigliante modo fu consumato e disperso. Per la quale cosa avvenne
-che l’anno 1349 a Palermo, e a più altre città, per inopia convenne
-si provvedesse per comune consiglio grano mescolato con orzo, e dare
-ogni settimana certa piccola distribuizione per testa d’uomo, acciocchè
-potessono miserevolmente mantenere la loro vita. E non potendosi
-sostentare i popoli con questa misera provvisione, convenne che il
-popolo minuto in gran parte per nicistà abbandonasse l’isola, e molti
-ne fuggirono in Calavra e nel’isola di Sardigna per scampare dalla
-fame la loro vita. E questa pestilenzia non avvenne a’ Ciciliani per
-sterilità di tempo avverso, che i campi aveano da Dio la loro stagione
-fertile, e abbondevole della grazia del cielo. E non era tolto loro
-il coltivamento da nimici strani, nè per rubellione di loro signorie,
-nè per odio del paese, ch’era patria de’ suoi abitanti a catuna parte
-e reame d’uno medesimo re: ma stimasi avvenisse per dimostrazione
-del peccato della ingratitudine dell’abbondanza di troppi beni, e
-a dimostrare come è divoratrice senza rimedio d’ogni buono stato la
-cittadinesca discordia, e il divoratore fuoco della laida invidia.
-
-
-CAP. XXXII.
-
-_Come il re Filippo di Francia e ’l figliuolo tolsono moglie._
-
-Era nella mortalità morta la moglie del re Filippo di Francia, madre di
-messer Giovanni primogenito, Dalfino di Vienna, la quale fu sirocchia
-del duca di Borgogna, e la moglie di messer Giovanni suo figliuolo,
-figliuola che fu del re Giovanni di Boemia della casa di Luzimborgo,
-della quale rimasono quattro figliuoli maschi, che ’l primo nomato
-Carlo fu duca di Normandia, e il secondo messer Luigi conte d’Angiò,
-e il terzo messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto minore
-messer Filippo: e tre figliuole, che la maggiore fu reina di Navarra,
-la seconda monaca del grande monasterio di Puscì, e un’altra piccola
-nominata Lisabetta. Ed essendo catuno senza moglie, il duca Giovanni
-trattava di torre per moglie la sirocchia del re di Navarra, ch’era
-delle più belle giovani e di maggiore pregio di virtù che niun’altra
-di que’ paesi, e tenevane bargagno. Il re Filippo suo padre sapendo
-che il figliuolo trattava d’avere questa damigella per moglie, un dì
-che ’l duca suo figliuolo era cavalcato fuori del paese, mandò per
-questa giovane: e come fu venuta, senza fare altro trattato la tolse
-per moglie, perocchè ’l piacere della sua bellezza non gli lasciò
-considerare più innanzi. Tornato il figliuolo se ne indegnò forte, e
-alla festa delle nozze del padre non volle essere. Ma passato alcuno
-tempo, richiamato dal padre, venne a lui. E riprendendolo il re
-dolcemente, gli disse: caro figliuolo, se voi amavate avere a donna
-questa damigella, voi non dovevate tener bargagno. Onde egli conoscendo
-suo difetto, rimase contento. E allora il padre gli diè per moglie
-un’altra nobile dama della casa di Bologna su lo mare, ch’era stata
-moglie del duca di Borgogna: della qual cosa i Borgognoni furono mal
-contenti, essendo rimaso un picciolo fanciullo della detta donna, il
-quale dovea essere loro duca. E per lo detto maritaggio vendè la donna
-il governamento del figliuolo con la forza del re, e il re occupò
-parte della giuridizione di Borgogna, onde i baroni e’ paesani forte si
-sdegnarono contro al loro re. Ma perocchè il re di Francia per troppa
-giovinile vaghezza avea offeso il figliuolo e se, poco tempo stette
-con la sua giovane e vaga donna, che sforzando la natura già senile
-nella bellezza della damigella, raccorciò il tempo della sua vita,
-come appresso al debito tempo racconteremo, narrando prima com’egli fu
-ingannato dagl’Inghilesi.
-
-
-CAP. XXXIII.
-
-_Come il re di Francia fu ingannato del trattato di Calese con gran
-danno._
-
-Il re Filippo avendo l’animo curioso di trarre del suo reame la forza
-del re d’Inghilterra, il quale teneva il forte castello di Calese in su
-la marina, non potendo per forza farlo, pensava fornirlo per danari con
-trattato. Alla guardia di Calese era uno gentile uomo d’Inghilterra,
-con sue masnade di cavalieri e di sergenti. Il re di Francia il fece
-tentare se per danari gli rendesse il castello. L’Inghilese avveduto
-diede orecchie al fatto, e senza indugio il fece segretamente sentire
-al suo signore; il quale confidandosi nella fede di costui, gli
-diede per comandamento che menasse saviamente il trattato infino al
-fatto. Costui seguitò con molta astuzia, tanto, che per la sfrenata
-volontà che il re di Francia avea di racquistarlo, s’indusse a dare
-i danari innanzi, attenendosi alla fede del castellano, e dielli,
-come era il patto, seimila scudi d’oro, di ventimila che per lo patto
-gli dovea dare, e del rimanente gli fece quelle fermezze che volle,
-che mettendo dentro nel castello quella gente che il re volesse, in
-sul ponte compierebbe il pagamento. E così data la fede da catuna
-parte, il re di Francia commise la bisogna ad alquanti suoi baroni:
-i quali incontanente forniti di cavalieri e di sergenti d’arme in
-grande quantità, cavalcarono al castello; e come ordinato era per
-lo castellano, aperta la porta, e calato il ponte, mise dentro nel
-castello coloro cui i Franceschi vollono, perchè vedessero a loro
-sicurtà che dentro non vi fosse altra gente che la sua alla guardia,
-acciocchè si assicurassono a fare il rimanente del pagamento; e a
-costoro, com’egli avea provveduto, fece sì vedere, che del nascoso
-aguato non si avvidono. Onde i Franceschi vinti dalla sprovveduta
-baldanza, s’affrettarono a fare sul ponte il pagamento del rimanente
-fino ne’ ventimila scudi d’oro al castellano, ed egli mise dentro nel
-castello una parte de’ Franceschi, mostrando di volere assegnare loro
-la fortezza del castello, e l’altra oste s’attendea di fuori. Il re
-d’Inghilterra, che avea fatto menare questo trattato, era di notte
-venuto nel castello egli e il figliuolo con buona compagnia di gente
-eletta e fidata, come a quello affare gli parve competente, i quali
-si stettono riposti per modo, ch’e’ Franceschi non se ne poterono
-avvedere. I Franceschi che si credettono senza inganno essere signori
-del castello, da più parti furono subitamente assaliti dal re e da sue
-genti. E bene che gl’Inghilesi fossono pochi a rispetto de’ Franceschi,
-per lo improvviso e subito assalto i Franceschi ch’erano nel castello
-sbigottirono, e temettono, vedendosi a stretta, e non essendo usi
-di cotali baratti, per sì fatto modo, che poco feciono resistenza.
-Gl’Inghilesi di presente, come ordinato fu, presono le vie e le porti,
-e ’l castellano che si mischiava al cominciamento co’ Franceschi
-d’entro si rivolse contro a loro. E vedendo i Franceschi che non
-aveano l’uscita libera della terra, lasciarono l’arme, e arrenderonsi
-prigioni al re d’Inghilterra. E fatto questo, a’ Franceschi di fuori
-fu la cosa sì maravigliosa, che fortemente spaventarono. E sentendo
-questo il re e’ suoi presono ardire, e uscirono fuori addosso agli
-spaventati, con grandi strida e ardire. E non ostante che i Franceschi
-fossono presso a dieci per uno degl’Inghilesi, tanta paura gli vinse,
-che si misono in fuga, e abbandonarono il campo. Ed essendo seguitati
-alquanto dagl’Inghilesi, che non gli poterono troppo seguitare perchè
-aveano pochi cavalli, presine e morti alquanti, con doppia vittoria si
-ritornarono nel castello.
-
-
-CAP. XXXIV.
-
-_Come messer Carlo eletto imperadore fu presso che morto di veleno._
-
-Nella cronica del nostro anticessore è fatta memoria, come la santa
-Chiesa di Roma, sappiendo come Carlo figliuolo del re Giovanni di
-Boemia era di virtù e di senno e di prodezza il più eccellente prenze
-della Magna, morto il Bavaro, che lungo tempo in discordia colla Chiesa
-avea occupato lo ’mperio, non ostante che il re Giovanni vivesse,
-ordinò di farlo eleggere allo ’mperio. Ed essendo in discordia gli
-elettori, perocchè l’arcivescovo di Maganza non gli volea dare la boce
-sua, papa Clemente trovando ch’egli era stato de’ fautori del Bavaro,
-il privò dell’arcivescovado, ed elessene un altro; il quale avendo il
-titolo, non ostante non avesse la possessione, come il papa volle diede
-la sua boce al detto Carlo, e così ebbe piena la sua elezione. Costui
-eletto era impotente di cavalleria e di moneta a potere mantenere campo
-ad Aia la Cappella quaranta dì, a rispondere con la forza dell’arme
-a chi lo volesse contastare, secondo la consuetudine degli eletti
-imperadori: e però santa Chiesa dispensò con lui questa ceremonia,
-e levollo dal pericolo e dalla spesa. E in questo servigio la Chiesa
-prese saramento da lui, che venendo alla corona egli perdonerebbe a’
-comuni di Toscana ogni offesa fatta all’imperadore Arrigo suo avolo
-e agli altri imperadori, e tratterebbegli come amici senza alcuna
-oppressione. Dopo questo, morto il padre nella battaglia del re di
-Francia, come detto è, a costui succedette, e fu chiamato re di Boemia.
-E cercando d’accogliere forza per potere venire alla corona dello
-imperio, ed essendo poco pregiato e meno ubbidito dagli Alamanni,
-tenendosi gravati della sua elezione, egli umile si stava chetamente
-in Boemia aspettando suo tempo. La reina con femminile consiglio
-volendo attrarre l’amore del marito dall’altre donne, ch’era giovane,
-avvegnachè assai onesta, gli fece dare a mangiare certa cosa, la quale
-mangiata dovea crescere l’amore alla sua donna. Nella qual cosa, o erba
-o altro che mescolato vi fosse che tenesse veleno, come presa l’ebbe,
-ne venne a pericolo di morte; e per aiuto di grandi e subiti argomenti,
-pelato de’ suoi peli, ricoverò la salute del suo corpo. Della qual
-cosa facendo condannare a morte due suoi siniscalchi per giustizia,
-la reina, parendo che per sua semplice operazione, più che per colpa
-che avessono, i famigli del loro eletto imperadore fossono per morire
-innocenti, s’inginocchiò dinanzi al re dicendo, come que’ cavalieri non
-aveano colpa di quello accidente, ma se colpa c’era, era sua: perocchè
-per femminile consiglio, volendo più attrarre a se il suo amore, non
-credendo far cosa che offendere il dovesse, li fece dare quella cosa a
-bere, ovvero a mangiare: e però, se giustizia se n’avea a fare, ella
-era degna per la sua ignoranza d’ogni pena, e non coloro ch’erano
-innocenti. Il discreto signore udite queste parole, considerò la
-fragilità e la natura delle femmine, e colla sua mansuetudine inchinò
-l’animo all’errore dell’amore femminile, e con molta benignità perdonò
-alla reina dolcemente, e liberò i suoi siniscalchi, rimettendogli ne’
-loro ufici e onori. Alcuni dissono, che messer Luchino de’ Visconti
-di Milano il fece avvelenare per tema di perdere la sua tirannia. Ed
-essendo lo eletto imperadore nel pericolo della morte, si disse che
-promise a Dio se campasse, che perdonerebbe a chi l’avesse offeso e
-non ne farebbe alcuna vendetta; e quale che fosse la cagione, l’effetto
-seguitò, che vendetta nessuna fece.
-
-
-CAP. XXXV.
-
-_Come il re Luigi prese più castella._
-
-Tornando a’ fatti d’Italia, il re Luigi fatto cavaliere, e dato alcuno
-ordine a’ fatti del Regno che l’ubbidia, avvedutosi de’ baroni che
-teneano col re d’Ungheria, innanzi che volesse procedere a fare altra
-impresa attese a volere racquistare le castella di Napoli. E prima
-cominciò al castello di Santermo sopra la detta città, e quello per
-viltà di coloro che l’aveano a guardia, temendo delle minacce più
-che della forza della battaglia ch’era loro cominciata, essendo da
-potersi bene difendere, s’arrenderono al re. E avendo vittoriosamente
-acquistato questo castello, se ne venne a quello di Capovana, che
-è all’entrata della città, fortissimo, da non potersi vincere per
-battaglia. Coloro che dentro v’erano alla difesa cominciarono a
-resistere al primo assalto; ma inviliti per la presura di quello
-di Santermo, e più perchè non vedeano apparecchiato loro soccorso,
-trattaron la loro salvezza, e renderono il castello al re. Avuto il
-re questi due forti castelli con poca fatica, s’addirizzò al castello
-dell’Uovo fuori di Napoli sopra il mare, il quale per battaglia non
-si potea avere, ma era agevole ad assediare, che tutto era in mare,
-salvo d’una parte si congiungeva con una cresta del poggio, in sul
-quale il re fece fare un battifolle. Que’ del castello sappiendo che
-il loro soccorso non potea essere d’altra parte che per mare, e in
-quello mare non era alcuna forza del re d’Ungheria, innanzi che si
-volessono recare allo stremo patteggiarono col re, e renderongli il
-castello. Avute il re prosperamente queste tre castella in poco tempo,
-fece molto rinvigorire gli animi de’ Napoletani. E vedendo che non
-v’era rimaso altro che il castello Nuovo a capo alla città, dove era
-l’abitazione reale, il quale era sopra modo forte e bene fornito, tanto
-era cresciuta la baldanza, che nel fervore del loro animo con molto
-apparecchiamento si misono a combatterlo da ogni parte, con aspra e
-fiera battaglia. Ma dentro v’era Gulforte fratello di Currado Lupo,
-cui il re d’Ungheria avea lasciato vicario suo, ed era accompagnato
-di buona masnada, e bene fornito alla difesa, sicchè per niente si
-travagliarono della battaglia. E certificati che per forza non lo
-potevano avere, e che Gulforte era fedele al suo signore, presono
-consiglio d’abbarrare tra il castello e la città, e così fu fatto, e
-misonvi buona guardia; sicchè fuori che dalla marina il castello era
-assediato. E poi senza combattere o assalirlo, l’una gente e l’altra si
-stettono lungamente.
-
-
-CAP. XXXVI.
-
-_Come il re Luigi prese il conte d’Apici._
-
-Avendo il re Luigi vittoriosamente racquistato tre così forti castelli,
-e lasciando il quarto assediato per terra e per mare, con la sua
-cavalleria, e con le masnade del doge Guernieri si mise a cavalcare
-sopra i baroni che teneano col re d’Ungheria, e in prima andò sopra il
-conte d’Apici, figliuolo del conte d’Ariano. Il conte vedendosi venire
-il re addosso con gran forza d’uomini d’arme, si racchiuse in Apici,
-e ivi s’afforzò alla difesa come potè il meglio. Il re faceva spesso
-assalire la terra. Vedendo il conte che non attendea soccorso, e che
-il castello non era forte da poter fare lunga difesa, s’arrendè alla
-misericordia del re: il quale trattò d’avere di suoi danari trentamila
-fiorini d’oro, e rimiselo nel suo stato, riconciliato alla sua grazia.
-
-
-CAP. XXXVII.
-
-_Come il re Luigi assediò Nocera._
-
-Prosperando la fortuna il re Luigi nelle lievi cose, gli dava speranza
-di prendere le maggiori, e però si mise di presente con tutta sua
-gente nel piano di Puglia, e dirizzossi a Nocera de’ saracini, che
-si guardava per la gente del re d’Ungheria. Ma perocchè la città era
-grande, e guasta e male acconcia a potersi difendere, sentendo gli
-Ungheri che dentro v’erano l’avvenimento del re con la sua gente,
-abbandonarono la terra, e ridussonsi nella rocca di sopra, ch’era
-larga, e molto forte alla difesa, e ivi ridussono tutte le loro
-cose. E sopravvenendo il re Luigi, senza contasto con tutta sua gente
-entrarono nella città: e trovando il castello sopra la terra forte e
-bene guernito alla difesa, conobbono che non era da potersi vincere per
-forza di battaglie, e però non tentarono di combatterlo: ma avendo la
-città in loro balía, afforzarono in ogni parte intorno alla rocca, e
-puosonvi l’assedio, sperando d’averla, poichè gli Ungheri e i Tedeschi
-erano per la mortalità malati e mancati, e molti se n’erano iti per
-lo mancamento del soldo, e non era loro avviso che a tempo potessono
-avere soccorso; e però tenendo que’ del castello di Nocera assediati,
-cavalcarono tutto il piano di Puglia infino presso a Barletta; e
-avendo cominciato a prendere ardire, trovando che Currado Lupo vicario
-del re d’Ungheria non avea forza d’entrare in campo col re Luigi, nè
-di soccorrere gli assediati di Nocera, era assai possibile al re di
-mantenere l’assedio, e di fare tornare l’altre terre di Puglia a sua
-volontà, cavalcando con la sua forza il paese. Ma il fallace duca
-Guernieri, ch’avea milledugento cavalieri tedeschi in sua compagnia,
-conoscendo il tempo che far lo potea signore e trarlo di guerra, si
-mise a fargli quistione, e non lo lasciò muovere dall’assedio, nè
-andare all’altre terre per lungo tempo: dando luogo a Currado Lupo
-avversario del re di potersi provvedere al soccorso, e il re non era
-potente da se di cavalleria nè di moneta che senza il doge potesse
-fornire le sue bisogne, e però convenia che seguisse più la volontà
-corrotta del doge Guernieri che la sua. E non avea ardimento di
-mostrare sospetto di lui, per paura che peggio non gli facesse, e da se
-nol potea partire senza peggiorare sua condizione, e crescere la forza
-e ’l vigore a’ suoi nimici. Ed essendo così intrigato e male condotto,
-per avere un capo a tutti i suoi soldati, perdè tempo più di cinque
-mesi al disutile assedio, e diede tempo a’ nimici di procacciare aiuto
-e soccorso, come fatto venne loro, come appresso racconteremo.
-
-
-CAP. XXXVIII.
-
-_Come Currado Lupo liberò Nocera._
-
-Mentre che l’assedio si manteneva per lo re Luigi a Nocera, Currado
-Lupo, ch’era rimaso alla guardia del reame per lo re d’Ungheria, intese
-a sollicitare il re, tanto che gli mandò una quantità di danari per
-ristorare la gente che per la mortalità gli era mancata: il quale di
-presente cavalcò in Abruzzi, e condusse de’ cavalieri tedeschi ch’erano
-in Toscana e nella Marca, tanti, che co’ suoi si trovò con duemila
-barbute: e lasciatine una parte alla guardia delle terre che per lui si
-teneano, e eletti milledugento cavalieri in sua compagnia, si propose
-di soccorrere gli assediati del castello di Nocera. Il re Luigi avendo
-sentito come Currado Lupo avea accolta gente per venire contra lui,
-di presente mandò il conte di Minerbino, e il conte di Sprech Tedesco,
-con ottocento cavalieri a impedire i passi, che Currado Lupo co’ suoi
-cavalieri non potesse entrare nel piano di Puglia. Ma il detto Currado,
-come franco capitano e sollecito, la notte si mise a cammino, e fu
-prima, partendosi da Guglionese, valicato i passi ed entrato nel piano
-di Puglia, che la gente del re fosse a impedirlo, e senza arresto,
-co’ suoi cavalieri in quello dì cavalcarono quaranta miglia, e la sera
-giunsono a Nocera in sul tramontare del sole; e perocchè erano molto
-affaticati della lunga giornata, e i cavalli stanchi e l’ora tarda,
-se n’entrarono nel castello senza fare altro assalto, o riceverlo
-dalla gente del re Luigi. E questo avvenne, imperciocchè del subito
-avvenimento sbigottì forte la gente del re, e specialmente essendo
-assottigliato l’oste, e non sappiendo che della loro gente andata
-a’ passi si fosse avvenuto. Il re veggendo la sua gente sbigottita,
-prese l’arme e montò a cavallo, e confortò francamente i suoi: e
-sopravvenendo la notte, in persona ordinò buona e sollecita guardia,
-attendendo il ritorno de’ suoi cavalieri. I nimici ch’erano stanchi
-intesono a mangiare, e a confortare la loro gente, e dare riposo a’
-loro cavalli, per essere la mattina alla battaglia.
-
-
-CAP. XXXIX.
-
-_Come il re Luigi rifiutò la battaglia con Currado Lupo._
-
-La mattina seguente, Currado Lupo innanzi che scendessono del castello
-nel piano, mandò a richiedere il re Luigi di battaglia, e per segno
-di ciò gli mandò il guanto per lo suo trombetta; il re ricevette il
-guanto, e con dimostramento di franco cuore e d’ardire, senza tenere
-altro consiglio promise la battaglia: perocchè la notte medesima il
-conte di Minerbino e ’l conte di Sprech erano tornati con la loro
-gente al soccorso del re. Currado avendo la risposta dal re, come
-accettava di venire alla battaglia, non ostante che il re avesse assai
-più gente di lui, confidandosi nella buona gente che avere gli pareva,
-e conoscendo la condizione del doge Guernieri, e forse intendendosi
-con lui, scese del castello con tutta sua cavalleria, e ancora con gli
-Ungheri ch’erano nel castello a cavallo, e valicato per una parte della
-città ch’era in loro signoria, con dimostramento di grande ardire si
-schierò nel piano dirimpetto alla città, aspettando che il re venisse
-con la sua gente alla battaglia. E vedendo che non venia, un’altra
-volta il mandò a richiedere di battaglia. Il re avendo volontà di
-combattere sommovea i suoi baroni e gli altri cavalieri a ciò fare,
-con grande istanzia: il doge Guernieri, quale che cagione il movesse,
-che dubbia era la sua fede, vedendo il re acceso alla battaglia, fu a
-lui, e con dimostramento di savio e buono consiglio, e con belle parole
-il ritenne, mostrandogli che folle partito era a quel punto prendere
-battaglia, allegando che per due cose sole si dovea combattere, l’una
-per necessità, e l’altra per grande avvantaggio, e quivi non era nè
-l’una nè l’altra. E forse che il consiglio suo fu più salutevole che
-malvagio a quel punto, il re vedendo il consiglio del duca, e temendo
-di non essere seguito nella battaglia da lui nè da’ suoi cavalieri, si
-ritenne in Nocera, ontosamente schernito da’ suoi avversari, i quali
-schierati in sul campo faceano vergogna al re, perchè non usciva alla
-battaglia come promesso avea; e avendo aspettato infino al mezzodì,
-e trombato e ritrombato per attrarre la gente del re alla battaglia,
-e veggendo non erano acconci a uscire della terra, si partì di là
-ordinatamente con le schiere fatte, e dirizzossi verso la città di
-Foggia, ch’era ivi presso nello piano di Puglia, e in quella, ch’era
-senza guardia e senza sospetto, s’entrò di cheto, senza trovare alcuno
-riparo. E trovandola piena d’ogni bene, quivi s’alloggiarono, facendo
-delle case, e delle masserizie, e della vittuaglia, e delle donne
-maritate e delle pulzelle la loro sfrenata volontà, e ogni sustanza
-di quella terra si recarono prima in uso, e poscia in preda. E quivi
-in prima si cominciò ad assaggiare la preda dello avere del Regno da’
-Tedeschi e dagli Ungari, la quale assaggiata vi attrasse da ogni parte
-i soldati, come gli uccelli alla carogna, in grave danno di tutto il
-paese, come procedendo per li tempi in nostra materia dimostreremo.
-
-
-CAP. XL.
-
-_Della materia medesima._
-
-Essendo Currado Lupo con la sua gente in Foggia, con grande baldanza
-presa contro al re Luigi, intendendosi col duca Guernieri, afforzò
-la città di Foggia, per potere contastare al re il ritorno per la
-via del piano in Terra di Lavoro. E così fece lungamente, crescendo
-continuamente la sua gente di cavalleria e masnadieri, perchè viveano
-di prede, e avanzavano sopra i paesani non usi di guerra, nè provveduti
-alla loro difesa. Il re avendo scoperto come dal duca Guernieri non
-potea avere servigio che utile gli fosse, e che fidare non se ne potea,
-stato due mesi a Nocera senza alcuno frutto, con grande abbassamento
-di suo stato e onore, poichè Currado Lupo entrò in Puglia, prese suo
-tempo, e girando la Puglia, dilungandosi da’ nimici ch’erano in Foggia,
-entrò in Ascoli, e ivi stato pochi dì se ne venne a Troia, e di là per
-Terra beneventana si tornò a Napoli senza contasto.
-
-
-CAP. XLI.
-
-_Come morì il re Alfonso di Castella._
-
-In questo anno, del mese di marzo, morì il re Alfonso di Castella,
-lasciando Pietro suo figliuolo legittimo, nato della reina sirocchia
-del re di Portogallo, d’età di quindici anni, e sette suoi fratelli
-nati di donna Dianora, grande e gentile donna di Castella, la quale il
-detto re amò sopra la reina, e tennela ventiquattro anni. Morto il re,
-don Pietro fu coronato del reame, ed essendo troppo giovane, i maggiori
-baroni per tre anni ebbono a governare il reame. E venuto il re Pietro
-in età di diciotto anni, con malizia, e con senno e con ardire, di
-gran cuore prese il governamento di suo reame, e trassene i baroni, e
-cominciò aspramente a farsi ubbidire; perocchè temendo de’ suoi baroni,
-trovò modo di fare infamare l’uno l’altro, e prendendo cagione, gli
-cominciò a uccidere colle sue mani, e in breve tempo ne fece morire
-venticinque: e tre suoi fratelli fece morire e la loro madre, e gli
-altri perseguitò: ed eglino valenti e di gran seguito e ardire si
-ridussono in loro castella, e feciono al re aspra guerra. E ora fu, che
-l’uno di loro, ch’era conte di... in uno abboccamento ebbe prigione il
-re, e consentì che si fuggisse per grande benignità, e in fine si partì
-di Spagna, e tornossene col fratello in Araona.
-
-
-CAP. XLII.
-
-_Come il doge Guernieri fu preso in Corneto dagli Ungheri._
-
-Tornato il re Luigi a Napoli, non avendo potuto acquistare in Puglia
-alcuna cosa, ma peggiorata la sua condizione, acciocchè le terre
-e’ baroni di sua parte non prendessono troppo sconforto della sua
-partita, mandò in Puglia il doge Guernieri con quattrocento cavalieri,
-e commisegli la guardia di coloro che teneano con esso lui, e che
-raffrenasse la baldanza de’ suoi avversari. Il duca si mosse con sua
-compagnia, e con lui mandò il re alquanti confidenti toscani, tra’
-quali fu messer Iacopo de’ Cavalcanti di Firenze, pro’ e valente
-cavaliere. Costoro entrati in Puglia si ridussono in Corneto. Il
-fallace duca pensava, che stando dalla parte del re non potea predare
-nè avanzare come l’animo suo desiderava, e vedendo la materia acconcia,
-e già cominciata per Currado Lupo e per gli Ungheri, trovò modo,
-volendo coprire il suo tradimento, come fatto gli venisse senza sua
-palese infamia. E per venire a questo, essendo presso a nimici più
-possenti di lui, si stava senza alcuno ordine e senza fare guardia
-il dì e la notte, anzi non lasciava serrare le porti della città,
-e andavasi a dormire con tutta la sua masnada. Onde avvenne, come
-si crede ch’egli avesse ordinato, che Currado Lupo con parte di sua
-gente una notte vi cavalcò, e trovate le porte aperte, e senza difesa
-e guardia, s’entrò nella città: e trovando il doge e’ suoi cavalieri
-dormire ne’ loro alberghi, tutti senza dare colpo di lancia o di spada
-ebbe a prigione, loro e’ loro cavalli e arnesi, senza che niuno ne
-fuggisse; e avuti i forestieri a prigioni furono signori della terra, e
-fecionne, come di Foggia, la loro volontà: e il dì seguente con grande
-gazzarra ne menarono i prigioni e la preda a Foggia, dove faceano
-loro residenza. Ed essendo il duca Guernieri prigione in Foggia, si
-fece porre di taglia trentamila fiorini d’oro; e mandò al re che ’l
-dovesse ricomperare in fra certo tempo, e dove questo non facesse,
-disse gli conveniva essere contro a lui in aiuto del re d’Ungheria: e
-però gli protestava, che se il riscatto non facesse, non gli farebbe
-tradimento venendo contro a lui dal termine innanzi. Il re Luigi avendo
-conosciuto per opere i suoi baratti, avvegnachè conoscesse che per
-cupidità di preda e’ sarebbe contro a’ suoi agro nimico, innanzi il
-volle suo avversario, potendo contro a lui scoprirsi alla sua difesa,
-che averlo traditore dalla sua parte, e però nol volle riscuotere. Onde
-egli trasse a se tutti i Tedeschi di sua condotta, e da Currado Lupo
-fu fatto il terzo conducitore della sua oste, renduto a lui e a’ suoi
-l’armi e’ cavalli e gli arnesi. Messer Iacopo de’ Cavalcanti, perocchè
-altra volta era stato preso, e lasciato alla fede, fu ritenuto, e
-ultimamente per mandato del re d’Ungheria, per corrotto saramento,
-vituperevolemente fu impiccato.
-
-
-CAP. XLIII.
-
-_Come i Fiorentini presono Colle._
-
-I Colligiani avendo ripreso in loro giuridizione il reggimento libero
-della loro terra, poichè ’l duca d’Atene fu cacciato di Firenze,
-che per lo detto comune n’era signore, volendo mantenere la loro
-libertà, non lo seppono fare, anzi cominciarono a setteggiare, e
-volere cacciare l’uno l’altro, e alcuna parte trattava coll’aiuto di
-grandi e possenti vicini d’esserne tiranni. E scoperto tra loro il
-trattato, si condussono all’arme: e stando in combattimento dentro,
-il comune di Firenze per paura che tirannia non vi si accogliesse,
-subitamente vi mandò il capitano della guardia che allora tenea in
-Firenze, con trecento cavalieri e con assai fanti a piè, e improvviso
-vennono a’ Colligiani in su le porti e intorno alla Prateria, del mese
-d’aprile gli anni 1349. E sentendo i Colligiani la gente de’ Fiorentini
-alle porti, e tra loro grave discordia dentro, viddono, che volere
-a’ cittadini di Firenze, che ivi erano mandati per loro bene, fare
-resistenza era impossibile, e il loro peggiore, perocchè se l’una setta
-si fosse messa alla difesa, l’altra si sarebbe fatta forte col comune
-di Firenze, e arebbono abbattuta la setta contraria, sicchè per lo
-loro migliore, di comune concordia apersono le porti, e misono dentro
-la gente del comune di Firenze. E come dentro vi furono, i terrazzani
-lasciarono l’arme che aveano prese per la loro divisione, e ragunati al
-consiglio, conobbono, che il comune beneficio della loro comunità era
-di dare la guardia di quella terra al comune di Firenze, e altrimenti
-non vedeano di potere vivere in pace e in riposo senza sospetto l’uno
-dell’altro. E però diliberarono solennemente tutti d’uno animo e d’una
-concordia, che ’l comune di Firenze avesse in perpetuo la guardia di
-quella terra; e il comune la prese, e ordinò dentro senza quistione
-i loro ufici, comunicandoli discretamente tra’ loro terrazzani, a
-contentamento di catuna parte; e appresso di tempo in tempo v’ordinò il
-comune di Firenze la guardia de’ suoi cittadini, e i rettori di quella,
-mandandovegli da Firenze ogni sei mesi successivamente.
-
-
-CAP. XLIV.
-
-_Come i Fiorentini ebbono Sangimignano a tempo._
-
-Nel detto anno e mese d’aprile, recata la terra di Colle a guardia
-del comune di Firenze prosperamente, innanzi che il detto capitano
-con sua gente a piè e a cavallo tornasse a Firenze, essendo il comune
-di Sangimignano per simile modo in grande divisione per cagione del
-loro reggimento, onde forte si temea non pervenisse a tiranno, il
-comune di Firenze vegghiando con sollecitudine a mantenere la libertà
-di Toscana, fece comandamento al capitano e a’ cittadini consiglieri
-ch’erano con lui ch’andassono a Sangimignano, e senza fare alcuno
-danno, o atto di guerra, domandassono per lo comune di Firenze la
-guardia di quella terra, acciocchè il comune loro e ’l nostro vivessono
-di ciò più sicuri, che non si potea vivere vedendogli in setta e in
-divisioni. Il capitano con quella gente se n’andò a Sangimignano, e
-fece il comandamento del comune di Firenze, standosi fuori della terra
-senza fare danno niuno. E fatta la richesta, quegli di Sangimignano
-ebbono sopra ciò diversi consigli, e dibattutosi fra loro più giorni,
-che l’uno volea e l’altro no, in fine avvedendosi che le loro discordie
-erano pericolose, e che non erano potenti a mantenere libertà; vedendo
-il pericolo delle divisioni e sette che aveano tra loro, e che lo
-sdegno del comune di Firenze potea risultare in loro maggiore pericolo,
-per comune consiglio diedono per tre anni a venire il governamento e la
-guardia di quella terra al comune di Firenze, con patto che il comune
-vi mandasse di sei mesi in sei mesi uno cittadino popolano di Firenze
-per capitano della guardia, e un altro per podestà alle loro spese; e
-così deliberato, misono di gran concordia dentro la gente del comune di
-Firenze. E ricevuti i rettori, cominciarono a vivere tra loro in molta
-concordia e pace, e catuno intendeva a fare i fatti suoi, dimenticando
-le cittadine contenzioni e gli altri sospetti che gli conturbavano, e
-il capitano co’ suoi cavalieri e col popolo tornò a Firenze ricevuto a
-onore, del detto mese d’aprile.
-
-
-CAP. XLV.
-
-_Di tremuoti furono in Italia._
-
-In questo anno, a dì 10 di settembre, si cominciarono in Italia
-tremuoti disusati e maravigliosi, i quali in molte parti del mondo
-durarono più dì, e a Roma feciono cadere il campanile della chiesa
-grande di san Paolo, con parte delle loggi di quella chiesa, e una
-parte della nobile torre delle milizie, e la torre del conte, lasciando
-in molte altre parti di Roma memoria delle sue rovine. Nella città di
-Napoli fece cadere il campanile, e la faccia della chiesa del vescovado
-e di santo Giovanni maggiore, e in assai altre parti della città fece
-grandi rovine, con poco danno degli uomini. Nella città d’Aversa,
-essendo i caporali de’ Tedeschi e degli Ungheri, con molti conestabili
-e cavalieri, a consiglio nella chiesa maggiore, non determinato il
-loro consiglio uscirono della chiesa, e come furono fuori, la chiesa
-cadde, e per volontà di Dio a niuno fece male. La città dell’Aquila ne
-fu quasi distrutta, che tutte le chiese e’ grandi difici della città
-caddono, con grande mortalità d’uomini e di femmine; e durando per più
-dì i detti tremuoti, tutti i cittadini, ed eziandio i forestieri, si
-misono a stare il dì e la notte su per le piazze e di fuori a campo,
-mentre che quello movimento della terra fu, che durò otto dì e più.
-Ed erano sì grandi, che in piana terra avea l’uomo fatica di potersi
-tenere in piede. A san Germano e a monte Cassino fece incredibili ruine
-di grandi difici, e dell’antico monistero di santo Benedetto sopra il
-monte del poggio medesimo, che pare tutto sasso, abbattè buona parte;
-il castello di Valzorano del poggio rovinò nella valle, con morte
-quasi di tutti i suoi abitanti. Nella città di Sora fece degli edifici
-grandissime ruine, e così in molte altre parti di Campagna e di terra
-di Roma, e del Regno e di molte altre parti d’Italia, che sarebbono
-lunghe e tediose a raccontare. Per li quali terremuoti si potea per li
-savi stimare le future novità e rivolgimenti di que’ paesi, le quali
-poi seguitarono, come il nostro trattato seguendo si potrà vedere.
-
-
-CAP. XLVI.
-
-_Come sommerse Villacco in Alamagna._
-
-In questo medesimo tempo, essendo all’entrare della Magna sopra una
-valle una città che ha nome Villacco, in sul passo, con alquante
-villate e castella che teneano bene dodici miglia, a’ confini della
-Schiavonia, questa terra con le sue ville e castella per gli terremuoti
-s’attuffò nella valle, con grande danno di morte de’ suoi abitanti.
-E perocchè il luogo è sul passo del Friuli e Schiavonia, e paese
-ubertuoso, e i suoi alberghi tutti si fanno di legname, che ve n’ha
-grande abbondanza, fu tosto rifatto e abitato. Innanzi che l’anno fusse
-compiuto dal suo rifacimento, per fuoco arse tutta la terra, che fu a
-pensare non piccolo giudicio de’ suoi abitanti. Ma per lo fertile luogo
-e utile per lo passo, in brieve tempo fu redificata la terra più bella
-che prima.
-
-
-CAP. XLVII.
-
-_De’ fatti del Regno._
-
-Del mese di maggio del detto anno, sentendo il re Luigi crescere
-fortemente nel Regno la forza del re d’Ungheria, fece comandamento a
-tutti i suoi baroni che teneano con lui che si sforzassono d’arme e di
-cavalli, e ragunassonsi in Napoli per resistere a’ loro avversari, che
-aveano per la presa di Foggia e di Corneto presa superchia baldanza
-in Puglia, e accolti molti Tedeschi d’Italia, per vaghezza delle
-prede del Regno, più che per soldo ch’elli avessono. I baroni vedendo
-il comune pericolo di loro stato e di tutto il Regno, feciono gente
-d’arme, e ragunaronsi a Napoli più di tremila cavalieri ben montati
-e bene armati; e ancora non era venuto il conte di Minerbino, che
-avea con seco trecento barbute. Currado Lupo, che avea con seco il
-duca Guernieri, e ’l conte di Lando, e messer Giovanni d’Arnicchi,
-Tedeschi grandi maestri di guerra, e con grande seguito di soldati
-tedeschi, avieno accolti tutti gli Ungheri del Regno, ch’erano più di
-settecento, in grande fede al loro signore: e ancora erano ragunati
-con loro masnadieri italiani assai, tratti per guadagnare, sentendo
-che la forza del re era ragunata a Napoli, di presente fornì di
-guardia tutte le terre sue, e co’ sopraddetti caporali, e co’ loro
-cavalieri tedeschi e ungheri, milleseicento o più, e con briganti
-a piè, acconci a guadagnare, sperando abboccarsi co’ ricchi baroni
-del Regno, si partirono di Foggia, e senza fare soggiorno o trovare
-resistenza se ne vennero infino ad Aversa, città di Terra di Lavoro,
-presso a Napoli a otto miglia, la quale in quel tempo non era murata:
-e per mala provvedenza non era guardata, avvegnachè malagevole fosse a
-guardare, perchè era molto sparta, ma avea il castello molto grande e
-forte. Currado Lupo con la sua cavalleria senza contasto s’entrò nella
-terra, la quale era doviziosa e piena d’ogni bene. Ed essendo altra
-volta stata all’ubbidienza del re d’Ungheria, non si pensarono essere
-trattati in ruberia e in preda dal vicario del re, e però si trovarono
-ingannati. I Tedeschi e gli Ungheri come furono dentro cominciarono a
-fare delle cose, vi trovarono da vivere a comune con i cittadini, con
-più temperanza e ordine che fatto non aveano in Foggia, perocchè vi
-aveano più a stare. E incontanente cavalcarono per lo paese e per li
-casali dintorno per farsi ubbidire, e recare il mercato derrata per
-danaio; e chi non gli ubbidia di recare della roba ad Aversa sì la
-rubavano e ardevano. E in fine, ora per una cagione, ora per un’altra,
-tutti erano rubati, e cominciarono a cavalcare fino presso a Napoli,
-ed a non lasciare a’ foresi portare alcuna roba in quella terra, che
-a giornata solea abbondare della molta roba delle terre e casali di
-fuori, ed ora niuno v’andava, che d’ogni parte erano rotte le strade e
-i cammini, onde la città cominciò ad avere carestia, e convenia che per
-mare si fornisse. Il re Luigi avea baroni e cavalieri assai in Napoli,
-ma per buono consiglio riteneva i suoi baroni con il volonteroso popolo
-che non uscissono contro a’ nimici a loro stanza, e attendea maggiore
-forza di sua gente di dì in dì, e pensava che i nimici per le ruberie
-fatte a’ paesani venissono in soffratta, e volea a sua stanza e a
-suo tempo andare sopra i suoi nimici e a suo vantaggio, e non alla
-loro richiesta, e questo era salutevole e buono consiglio. Ma dove la
-fortuna giuoca più che ’l senno, la gente vi corre.
-
-
-CAP. XLVIII.
-
-_Come la gente del re d’Ungheria sconfisse i baroni del Regno._
-
-Vedendo i capitani della gente del re d’Ungheria che la baronia del
-Regno era accolta a Napoli contro a loro, e non si movea nè mostrava
-in campo per le loro cavalcate, si feciono loro più presso a Meleto
-quattro miglia presso a Napoli; e quivi stando, cominciarono a dare
-voce che discordia fosse tra’ Tedeschi e gli Ungheri, e seguendo
-loro malizia s’armarono, e acconciarono il campo come se dovessero
-combattere insieme; e avendo tra loro mezzani gli Ungheri, come
-malcontenti d’essere con Currado Lupo, dierono voce di volersene
-tornare in Puglia. I giovani baroni che sentivano di presso le novelle
-de’ loro nimici, e’ baldanzosi cavalieri napoletani credendo che la
-discordia fosse tra gli Ungheri e’ Tedeschi come la boce correa, non
-accorgendosi del baratto, e parendo loro che per difetto di vittuaglia
-e’ non potessono più stare nel paese, quasi come la preda uscisse
-loro tra le mani aspettando, fremivano nell’animo d’uscire fuori, e
-correre sopra i nimici; e contradicendo il re e ’l suo consiglio la
-furiosa presunzione de’ giovani baroni e de’ pomposi Napoletani, in
-furia s’apparecchiarono dell’arme. E montati sopra i loro destrieri e
-buoni cavalli, che n’erano bene forniti, e con ricchi arredi e nobili
-sopransegne, colle cinture dell’oro e dell’argento cinte, in grande
-pompa, avendo fatto loro capitani messer Ruberto di Sanseverino,
-e messer Ramondo del Balzo, valenti baroni, e il conte di Sprech
-Tedesco, e messer Guiglielmo da Fogliano, ordinate loro battaglie,
-contradicendolo il re in persona, uscirono di Napoli, e addirizzaronsi
-a’ nimici. Il cammino era corto, e il paese piano, sicchè in poca d’ora
-furono giunti al campo, ove trovarono di costa a Meleto nella spianata
-schierati i nemici, i quali aveano sentito il furioso movimento de’
-ricchi baroni e cavalieri del Regno, e aveano con savio provvedimento
-fatte tre schiere. Vedendo la folle condotta de’ loro avversari,
-s’allegrarono, e’ baldanzosi regnicoli sì diedono francamente nella
-prima schiera, la quale, per ordine fatto a maestria, s’aperse, e
-lasciò valicare, e mescolare tra loro la cavalleria del Regno, non
-ostante che assai fussono più di loro; e reggendo a testa la seconda
-schiera e intrigata la battaglia, il conte di Lando, ch’era da parte
-colla sua schiera, tornò un poco di campo, e venne loro alle reni,
-e combattendoli dinanzi e didietro, avvegnachè v’avesse di valorosi
-cavalieri, per la loro mala provvedenza in poca d’ora con non troppa
-asprezza di battaglia gli ebbono vinti, e sbarattati e richiusi tra
-loro per modo, che la maggior parte co’ loro capitani furono presi,
-e pochi ne morirono. Quelli che poterono fuggire ne fuggirono, e
-non furono incalciati, perchè erano presso alla città, e i loro
-nemici n’aveano assai tra le mani a guardare, sicchè non si curarono
-d’incalciare gli altri. Questa propriamente non si potè dire battaglia,
-ma uno irretamento da pigliare baroni e cavalieri di grandi ricchezze.
-I presi furono tra conti e baroni venticinque de’ maggiori del Regno,
-con molti ricchi cavalieri napoletani di Capovana e di Nido, e nobili
-scudieri e grandi borgesi e baroncelli del Regno, i quali erano tutti
-bene montati. E come i capitani de’ Tedeschi e degli Ungheri ebbono
-raccolti insieme i prigioni e la preda, con grande festa e sollazzo
-d’avere acquistato grande tesoro senza fatica, gli condussono ad
-Aversa; e messi i baroni e’ cavalieri in sicure prigioni, l’altra preda
-divisono tra loro. E questo fu a dì sei di giugno 1349.
-
-
-CAP. XLIX.
-
-_Come i Napoletani ricomperarono la vendemmia da’ nimici._
-
-Dopo la detta sconfitta la gente del re d’Ungheria avendo presa grande
-baldanza, cavalcavano ogni dì infino a Napoli per tutte le contrade
-circostanti alla città, senza trovare alcuno contasto. Ch’e’ cavalieri
-ch’erano in Napoli, e quelli che scamparono della sconfitta, tutti
-tornarono in loro paese, e i Napoletani non ebbono più ardire di
-montare a cavallo contra i nimici; per la qual cosa assai picciola
-gente spesso entravano con grande ardire tra santa Maria del Carmino
-e il Santolo, rubando e facendo preda in sul mercato; e per questo
-avvenne che per terra non v’entrava alcuna vittuaglia, e però convenne
-che per mare vi venisse d’altre parti, e montasse ogni cosa, fuori
-del vino, in grande carestia. Vedendo i Napoletani nella forza de’
-loro nemici tutto il loro contado, temendo delle loro vendemmie,
-e per avere alcuna posa, diedono a Currado Lupo e a’ suoi compagni
-ventimila fiorini d’oro, e messer Ramondo del Balzo, e messer Ruberto
-da Sanseverino, e il conte di Tricario anche della casa di Sanseverino,
-e il conte di santo Angiolo, e un altro barone, ch’erano presi, si
-ricomperarono fiorini centomila d’oro, e gli altri baroni del Regno
-e cavalieri si ricomperarono fiorini cinquantamila, e’ cavalieri e
-scudieri di Napoli si ricomperarono altri cinquantamila fiorini: e
-il conte di Sprech Tedesco, e M. Guiglielmo da Fogliano e’ soldati
-forestieri, tolto loro l’arme e’ cavalli, furono lasciati alla fede. E
-trovandosi questa gente del re d’Ungheria fornita d’arme e di cavalli,
-e pieni d’arnesi, e abbondante d’ogni bene, questi danari, e molti
-gioielli d’oro e d’ariento, riposono nel castello d’Aversa senza
-partire, acciocchè niuno avesse cagione di partirsi del paese. E per
-accogliere maggiore tesoro, i danari del riscatto, e del tempo della
-vendemmia, furono pagati, e queto il paese mentre che le vendemmie
-durarono, secondo la loro promessa, e passato il tempo ricominciarono
-la guerra come prima, aspettando danari freschi dal re e da’
-Napoletani, come appresso seguendo si potrà trovare.
-
-
-CAP. L.
-
-_Come si fe’ triegua nel Regno._
-
-Il papa e’ cardinali avendo sentita la rotta de’ baroni del Regno,
-e che ’l paese si guastava, mandarono nel Regno M. Annibaldo da
-Ceccano cardinale legato di santa Chiesa, a procacciare di conservare
-il reame, acciocchè la discordia de’ due re non guastasse quello
-ch’era di santa Chiesa. Il cardinale giunto a Napoli trovò il re e’
-Napoletani in male stato, e i paesi di Terra di Lavoro guasti, rubate
-le castella, le ville, i casali, e vedendo che la forza de’ Tedeschi
-e degli Ungheri guastava tutto, si mise a cercare via d’accordo, e
-andava dall’una parte all’altra, ma poco frutto di concordia seppe
-fare. Onde il re e’ Napoletani avvedendosi che il cardinale non facea
-loro profitto, si condussono a cercare eglino con loro confidenti. E
-mandarono a Currado Lupo e agli altri caporali ad Aversa, e in fine
-vennono con loro a concordia, che dovessono lasciare in mano del
-cardinale Aversa e Capova, e tutte le terre e castella che teneano
-dal Volturno di Tuliverno in verso Napoli, per tutta Terra di Lavoro
-e di Principato, e facendo questo avessono contanti centoventimila
-fiorini d’oro. Le terre furono lasciate nella guardia del cardinale,
-e i danari furono pagati del mese di gennaio 1349. Allora vidono il
-conto de’ danari che aveano raunati, e trovaronsi in contanti più di
-cinquecento migliaia di fiorini d’oro, i quali di molta concordia si
-divisono a bottino. E’ caporali dividitori furono, Currado Lupo, e il
-doge Guernieri, e il conte di Lando, e M. Gianni d’Ornicchi, e alcuni
-altri. E oltre a questo tesoro, e oltre a molti destrieri, e ricchi
-arnesi e armadure che catuno avea, ebbono parte di molte vasellamenta
-d’argento, e di croci e di calici e d’altri ornamenti delle chiese che
-avieno spogliate, e ornamenti delle donne, e drappi e vestimenta di
-grandissima valuta, de’ quali erano pieni, avendone spogliate parecchie
-città, come detto abbiamo. Costoro sopra modo ricchi, passato il
-Volturno, si diliberarono di partirsi del Regno, e tutti, fuori che
-Currado Lupo, e fra Moriale e gli Ungheri, che si ritennono per lo
-re d’Ungheria nel Regno, si partirono e menandone molte donne rapite
-a’ loro mariti, e molte altre che non aveano marito, cosa strana e
-disusata tra’ fedeli cristiani; e ricchi delle loro rapine, quali
-si tornarono in Alamagna, e altri si sparsono nell’italiane guerre:
-e per questo modo il Regno ebbe alcuno sollevamento dalle ruberie
-e dalla guerra, che catuno si posava volentieri. E dandoci alquanto
-triegua le novità dello sviato Regno, ci s’apparecchia nuova e lieve
-cagione, della quale surse come di picciola favilla fuoco di smisurata
-grandezza.
-
-
-CAP. LI.
-
-_Di novità di barbari di Bella Marina._
-
-Tornando alquanto nostra materia a’ fatti de’ barbari, in questo tempo
-Buevem figliuolo di Balese della Bella Marina, a cui come addietro è
-narrato, il detto Buevem avea rubellato il regno di Tremusi, sentendo
-che Maometto suo cugino gli avea rubellato Fessa e il suo reame, liberò
-di servaggio mille cristiani, e misegli a cavallo e in arme, e accolse
-suo oste di quindicimila cavalieri, e di gran popolo di Mori a piè,
-e andonne verso Fessa, contro a Maometto, il quale trovò provveduto
-con venticinquemila cavalieri e di grande popolo, e fecelisi incontro
-fuori della città di Fessa, e non troppo lungi della città commisono
-aspra battaglia, nella quale morirono grandissima quantità di saracini
-da catuna parte; in fine, come piacque a Dio, per virtù de’ cristiani
-Maometto fu sconfitto, colla sua gente morta e sbarattata, ed egli
-si rifuggì nel castello di Villanuova, ove Buevem il tenne assediato
-sei mesi senza speranza di poterlo avere per la grande fortezza; e
-però argomentò di fare fuggire da se un grande caporale de’ cristiani
-con sua masnada, e mostrando di perseguirlo per uccidere, si fuggì
-a Maometto nel castello, il quale conoscendo la prodezza e senno de’
-cristiani, pensò di difendersi meglio, avendo costui dal suo lato, e
-però gli fece onore e grandi promesse, perchè avesse materia d’aiutarlo
-e d’esser leale. Costui mostrandosi agro nimico di Buevem, alcuna volta
-uscì fuori percotendo il campo, e ritornando con onore. Il re Buevem
-mostrando che onta gli fosse cresciuta per la fuggita del malvagio
-cristiano, ordinò di volere combattere il castello. Maometto sentendo
-ciò s’ordinò alla difesa: e avendo presa confidenza nel conestabile
-cristiano, gli accomandò la guardia d’una porta del castello. E venendo
-il re alla battaglia, il traditore gli aperse la porta, ed entrato
-dentro con grande sforzo, preso Maometto, e incarcerato, in pochi dì
-il fece morire. E andato a Fessa, fu ricevuto come re e loro signore,
-e fu coronato re di Morocco, e della Bella Marina e di Tremusi in
-poco tempo, essendo il padre a Tunisi, il quale tornando poi contro al
-figliuolo per lo regno, gli avvenne quello che a suo tempo diremo.
-
-
-CAP. LII.
-
-_Come Balase tornando per lo suo reame contro al figliuolo ebbe grande
-fortuna, e poi fu avvelenato._
-
-Balase avendo acquistato il reame di Tunisi, e perduto quello di Bella
-Marina e di Tremusi, di che Buevem suo figliuolo s’avea fatto coronare,
-fece in Tunisi re un altro suo figliuolo, e con sei galee armate, e
-una nave di Genovesi carica di grande tesoro ch’avea tratto di Tunisi,
-del mese d’ottobre del detto anno, si mise in mare per tornare nel
-suo reame: confidandosi, che essendo con sua persona nel paese, i
-suoi sudditi l’ubbidirebbono, non ostante che il figliuolo avesse la
-signoria. E avendo lasciato il suo nuovo re in Tunisi, poco appresso la
-sua partita gli Arabi entrarono in Tunisi, e uccisono questo figliuolo
-rimaso, e fecionne re il nipote del re di Tunisi, cui Balase avea
-morto; e ’l detto Balase essendo in mare, una fortuna il percosse,
-e tutte e sei le sue galee ruppe, e tutti gli uomini perirono, salvo
-il re con alquanti compagni che camparono in su uno scoglio: e indi
-levato da certi pescatori fu portato a Morocco, ove riconosciuto, fu
-ricevuto come loro signore. La nave col suo tesoro messasi in alto
-pelago arrivò in Ispagna, e il re Pietro s’appropiò il tesoro. Balase
-essendo ubbidito in Morocco e nel paese, di presente accolse di suoi
-baroni, e con grande oste andò contro a Buevem suo figliuolo, inverso
-Fessa; e cominciato a guerreggiare, veggendo Buevem che i suoi baroni
-cominciavano a ubbidire al padre, disperandosi della difesa, argomentò
-con incredibile tradimento. Egli avea seco una sua sirocchia giovane
-fanciulla figliuola di Balase, costei ammaestrò di quello ch’egli
-volle ch’ella facesse: la quale si partì da lui, mostrando mal suo
-volere, e tornò al padre, il quale la vide allegramente, ed ella lui,
-come caro padre, e commendatola della sua venuta, la tenea intorno a
-se come figliuola. Ma la corrotta fanciulla osservando la malizia del
-fratello, ivi a pochi dì avvelenò il padre. Finito Balase il corso
-della sua vita, e delle sue grandi fortune prospere e avverse, Buevem
-suo figliuolo rimase re della Bella Marina, e di Morocco e di Tremusi;
-ma poco appresso i Mori gli rubellarono Tremusi, ma egli di presente
-vi mandò grande oste, e racquistò tutto. E montato in grande potenzia,
-per forza si sottomise il reame di Buggea e quello di Costantina, e’
-loro re mise in prigione. E incrudelito, per ambizione di reggere la
-signoria con meno paura, in brieve tempo fece morire venticinque suoi
-fratelli di diverse madri. Ed esaltato sopra tutti i Barberi, cominciò
-a usare senza freno la sua lussuria, e gli altri diletti carnali, ove
-si riposa la gloria di quelli saracini; e a un’otta avea trecento mogli
-e grande novero di vergini, le più nobili e le più belle de’ suoi
-reami: e quando gli piaceva, usava con quella che l’appetito della
-sua concupiscenza richiedeva, e quella mettea nel numero delle sue
-mogli. Uomo fu ridottato sopra gli altri signori, e aspro punitore di
-giustizia; e con grande guardia e con molto ordine governava i suoi
-reami. A’ cristiani mercatanti facea grande onore, e volentieri gli
-ricettava in suo reame.
-
-
-CAP. LIII.
-
-_Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna._
-
-Essendo conte di Romagna messer Astorgio di Duraforte di Proenza,
-il quale avea per moglie una nipote di papa Clemente sesto, o che
-più vero fosse sua figliuola, il papa l’amava, e intendeva a farlo
-grande. Costui il dì della Pasqua di Natale del detto anno, mostrando
-familiarità co’ gentiluomini di Faenza, gli fece invitare a pasquare
-seco. Ed essendo a desinare, riscaldati dalla vivanda e dal vino,
-messer Giovanni de’ Manfredi dimestico del conte gli disse: in cotale
-mattina per cagione di padronatico, ci è debitore il vescovo di Faenza
-di mandare una gallina con dodici pulcini di pasta, e con carne cotta:
-e quando questo e’ non fa, a noi è lecito mandare alla sua cucina,
-e trarne la vivanda, e ciò che in quella si trova. La gallina non è
-venuta, e però piacciavi che con vostra licenza noi possiamo usare
-la ragione del nostro padronatico. La domanda fu indiscreta, essendo
-in casa altrui, che non era certo che il vescovo avesse fallato;
-e il conte con poco sentimento, non considerando il pericolo della
-novità, concedette quella licenza follemente. Il vescovo avea fatto
-suo dovere, e avea mandata a casa messer Giovanni d’Alberghettino la
-gallina e i pulcini, a cui l’anno toccava quello onore, e la donna
-per un suo scudiere l’avea mandata al marito al palagio del conte;
-ma per comandamento fatto a’ portieri per lo conte che alcuno non
-vi lasciassero entrare, se n’era tornato a casa. Nondimeno messer
-Giovanni, ch’avea avuta la licenzia dal conte, disse a’ suoi famigli:
-andate, e chiamate de’ nostri amici, e dite loro rechino le scuri, ed
-entrate nel vescovado: e se le porti non vi sono aperte, colle scuri
-l’aprite, e della cucina del vescovo gittate fuori vivanda, e ciò
-che vi trovate dentro. Costoro andando agli amici di messer Giovanni
-diceano: togliete le scuri, e venite con noi. Coloro ch’erano invitati
-che togliessono le scuri non sapendo la cagione, pigliarono anche
-l’altre armi, e l’uno confortava l’altro: e così armati traevano a
-casa messer Giovanni. Le masnade del conte a piè e a cavallo che il
-dì avieno la guardia, temendo di questa novità, trassono a casa messer
-Giovanni, e cominciarono mischia contro a coloro vi trovarono armati.
-I terrazzani si difendeano non sappiendo la cagione del fatto: la
-gente traeva da ogni parte a romore. Sentendosi la novità al palagio
-dov’erano i convitati, facendosi il conte alle finestre, vidde a piè
-del palagio uno Franceschino di Valle, grande amico di messer Giovanni
-Manfredi, a cui commise che andasse da sua parte a comandare alla sua
-gente e a’ cittadini che lasciassono la zuffa e non contendessono
-insieme. Costui disarmato andò a fare il comandamento da parte del
-conte. La gente del conte, che conosceano costui amico di messer
-Giovanni, presono maggiore sospetto, e rivolsonsi contro a lui, e
-volendogli uno dare della spada in sulla testa, parando la mano al
-colpo gli fu tagliata: e seguendo i colpi contro a lui, fu morto, e in
-quello stante tre altri amici di messer Giovanni vi furono tagliati e
-morti. Per la qual cosa, al matto movimento aggiunto la vergogna e il
-danno, generò fellonia e sdegno in messer Giovanni, e conceputo nel
-petto, propose nella mente di tentare cose quasi incredibili a poterli
-venire fatte, secondo il suo piccolo e povero stato, le quali per molto
-studio copertamente, come vedere si potrà appresso, condusse al suo
-intendimento.
-
-
-CAP. LIV.
-
-_Come messer Giovanni Manfredi rubellò Faenza alla Chiesa._
-
-Messer Giovanni Ricciardi de’ Manfredi avendo conceputo il tradimento
-ch’egli intendea fare, cominciò segretamente a dare ordine al fatto:
-e avvennegli bene, che il conte sopraddetto andò a corte a Vignone.
-E per alcuno sentimento di gelosia, per sicurtà menò con seco messer
-Guglielmo fratello carnale del detto messer Giovanni, come per grande
-confidenza di sua compagnia, e lasciò vececonte un Provenzale di poca
-virtù, con trecento cavalieri a sua compagnia. E oltre a ciò, lasciò
-fornite le fortezze della città e le castella di fuori. Messer Giovanni
-de’ Manfredi con molta stanzia tenea grande familiarità col vececonte,
-e con singulare studio traeva a se l’amore e la benivoglienza de’
-cittadini. E come gli parve tempo, cominciò a mettere copertamente
-fanti in Faenza a pochi insieme, e feceli ricettare a’ suoi confidenti.
-E seppe sì fare, che in poco tempo ebbe nella città cinquecento
-fanti forestieri a sua petizione, innanzi che il vececonte o alcuno
-se ne fosse accorto. Ma discordandosi da lui messer Giovanni dello
-Argentino suo consorto, per via di setta, sentì come in certa contrada
-nel contado, gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo non si
-trovavano, e non si sapea dove fossono. E per questo sospettando di
-tradimento, fece sentire al vececonte, com’egli sapea che gli amici di
-messer Giovanni di messer Ricciardo in cotale e in cotale parte non
-si ritrovavano, perchè temea che in Faenza non apparisse novità; il
-visconte avendo con messer Giovanni singolare amicizia e confidenza,
-non volea intendere di lui alcuno sospetto, ma provvedea al riparo. E
-appressandosi il tempo che il fatto si dovea muovere, la cosa si venia
-più scoprendo. Allora il visconte ingelosito mandò a fare richiedere
-degli amici di messer Giovanni: costoro andarono prima a messer
-Giovanni a sapere quello ch’avessono a fare. Messer Giovanni disse
-loro: tornatevi a casa, e armatevi co’ vostri parenti e amici, e levate
-il romore. Ed egli co’ cittadini con cui egli si confidava, e co’ fanti
-che avea messi in Faenza s’andò ad armare, e accolto il suo aiuto, uscì
-delle case armato, e fecesi forte a’ suoi palagi. Levato il romore, il
-visconte fu a cavallo co’ suoi cavalieri e con fanti appiè soldati, e
-dirizzossi alle case di messer Giovanni, ove sentiva la gente armata.
-E giunto al luogo, trovando messer Giovanni co’ suoi armati cominciò a
-combattere con loro fortemente. Messer Giovanni co’ suoi si difendeva
-virtudiosamente, sostenendo il dì e la notte, senza perdere della
-piazza. La mattina messer Giovanni prese una parte della sua gente, e
-misesi sul fosso della città, onde attendea soccorso da alcuni suoi
-amici di fuori, e sforzandosi il visconte di levarlo di quel luogo,
-non ebbe podere. La gente venne, e misono un ponte, ch’aveano fatto
-però, sopra il fosso, e atati da quelli d’entro valicarono senza
-contrasto, e furono trecento fanti di Valdilamone, e altri amici di
-messer Giovanni, e due bandiere di quaranta cavalieri che vi mandò il
-signore di Ravenna. Il Provenzale sbigottito per codardia, avendo la
-maggior parte de’ cittadini in suo aiuto, e tutte le fortezze della
-città in sua guardia, e l’aiuto delle masnade di santa Chiesa a cavallo
-e a piè, ed essendo vincitore, standosi fermo, tanta viltà gli occupò
-la mente, ch’egli abbandonò le fortezze della terra, e la libera
-signoria ch’egli avea nelle sue mani, e tutto il suo onore, e non stato
-cacciato, abbandonò la città, e fuggissi a Imola colla sua gente, ove
-per reverenzia di santa Chiesa fu ricevuto, e raccettato mansuetamente.
-E abbandonata per costoro la città di Faenza e le sue fortezze, messer
-Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi ne rimase libero signore.
-E incontanente si collegò col capitano di Forlì, e col signore di
-Ravenna, e co’ signori di Bologna, che temeano della Chiesa, perchè per
-tirannia teneano le città contro al volere della Chiesa, e segretamente
-davano aiuto e consiglio a messer Giovanni, acciocchè Faenza e Romagna
-non rimanesse all’ubbidienza della Chiesa. Questo appresso si dimostrò
-manifestamente, come leggendo nostro trattato si potrà trovare. E
-questo rubellamento avvenne a dì 27 di febbraio del detto anno.
-
-
-CAP. LV.
-
-_Come il capitano di Forlì prese Brettinoro per assedio._
-
-Del mese di maggio seguente, gli anni _Domini_ 1350, il capitano di
-Forlì vedendo che la Chiesa avea perduta Faenza, essendosi collegato
-co’ tiranni di Bologna, con quello di Ravenna e di Faenza, che
-desideravano al tutto svegliere la Chiesa di Romagna e la sua forza;
-conoscendo il tempo fece suo sforzo, e andò ad assedio al castello di
-Brettinoro, ch’era molto forte e bene fornito. E ivi stando lungamente,
-la Chiesa non lo soccorreva per avarizia, ma scrivea a’ signori di
-Bologna, i quali amavano che si perdesse, e ai comuni di Toscana, che
-aiutassono al conte di Romagna a soccorrerlo senza darli forza di gente
-d’arme. E stando d’oggi in domane a speranza dell’aiuto degl’Italiani,
-non avendo alcuna forza da se, il conte si trovò ingannato. Il
-capitano stringeva gli assediati con ogni argomento, i quali disperati
-di soccorso, in prima i terrazzani s’arrenderono al capitano, e
-appresso quelli della rocca la dierono per danari, che bene la poteano
-lungamente difendere. Ma la viltà del non sentire apparecchiare
-soccorso gli fece affrettare a trarre il loro vantaggio.
-
-
-CAP. LVI.
-
-_Come i cristiani d’Europa cominciarono a venire al perdono._
-
-Negli anni di Cristo della sua natività 1350, il dì di Natale, cominciò
-la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a
-Roma, facendo le vicitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica
-di santo Pietro, e di san Giovanni Laterano, e di santo Paolo fuori di
-Roma: al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse
-di cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di
-poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in
-diverse parti d’Europa tra’ fedeli cristiani; e con tanta devozione
-e umilità seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano
-il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi
-e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte: e i cammini
-pieni di dì e di notte d’alberghi, e le case sopra i cammini non erano
-sofficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e
-gli Ungheri in gregge, e a turme grandissime, stavano la notte a campo
-stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli
-ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane il vino e
-la biada, ma di prendere i danari. E molte volte avvenne, che i romei
-volendo seguire il loro cammino, lasciavano i danari del loro scotto
-sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi gli
-togliesse, infino che dell’ostelliere venia chi gli togliesse.
-
-Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e aiutava
-l’uno all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni
-in Terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano
-morti e presi, aiutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano
-guardare i cammini, e spaventavano i ladroni: sicchè secondo il
-fatto, assai furono sicure le strade e’ cammini tutto quell’anno.
-La moltitudine de’ cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a
-numerare: ma per stima di coloro ch’erano risedenti nella città, che
-il dì di Natale, e de’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino
-alla pasqua della santa Resurrezione, al continovo fossono in Roma
-romei dalle mille migliaia alle dodici centinaia di migliaia. E poi per
-l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaia; essendo
-pieni i cammini il dì e la notte, come detto è. Ma venendo la state
-cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per
-lo disordinato caldo; ma non sì, che quando v’ebbe meno romei, non
-vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaia d’uomini
-forestieri. Le vicitazioni delle tre chiese, movendosi d’onde era
-albergato catuno, e tornando a casa, furono undici miglia di via. Le
-vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la
-turba a piede e a cavallo, che poco si poteva avanzare; e per tanto
-era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a
-catuna chiesa, chi poco, e chi assai, come gli parea. Il santo sudario
-di Cristo si mostrava nella chiesa di san Pietro, per consolazione de’
-romei, ogni domenica, e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior
-parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo
-grande e indiscreta. Perchè più volte avvenne, che quando due, quando
-quattro, quando sei, e tal’ora fu che dodici vi si trovarono morti
-dalla stretta, e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano
-fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per
-cavallo il dì uno tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due,
-secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo
-ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. I Romani per guadagnare
-disordinatamente, potendo lasciare avere abbondanza e buono mercato
-d’ogni cosa da vivere a’ romei, mantennero carestia di pane, e di
-vino e di carne tutto l’anno, facendo divieto, che i mercatanti non vi
-conducessono vino forestiere, nè grano nè biada, per vendere più cara
-la loro. Valsevi al continovo uno pane grande di dodici o diciotto
-once a peso, danari dodici. E il vino soldi tre, quattro, e cinque il
-pitetto, secondo ch’era migliore. Il biado costava il rugghio, ch’era
-dodici profende comunali, a comperarlo in grosso, quasi tutto l’anno,
-da lire quattro e soldi dieci in lire cinque: il fieno, la paglia,
-le legne, il pesce, e l’erbaggio vi furono in grande carestia. Della
-carne v’ebbe convenevole mercato, ma frodavano il macello, mescolando
-e vendendo insieme, con sottili inganni, la mala carne colla buona. Il
-fiorino dell’oro valeva soldi quaranta di quella moneta. Nell’ultimo
-dell’anno, come nel cominciamento, v’abbondò la gente e poco meno. Ma
-allora vi concorsono più signori, e grandi dame, e orrevoli uomini, e
-femmine d’oltre a’ monti e di lontani paesi, ed eziandio d’Italia, che
-nel cominciamento o nel mezzo del tempo: e ogni dì presso alla fine si
-faceano delle dispensagioni, del vicitare le chiese, maggiori grazie.
-E nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma, e non avesse tempo
-a potere fornire le visitazioni, rimanesse, senza la grazia, senza
-indulgenzia de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino
-all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenzia. E
-così fu celebrato questo anno del santo giubbileo la dispensagione
-de’ meriti della passione di Cristo, e di quelli della santa Chiesa, e
-remissione de’ peccati de’ fedeli cristiani.
-
-
-CAP. LVII.
-
-_Perchè s’intramesse il dificio d’Orto san Michele._
-
-Era cominciato innanzi alla mortalità il nobile edificio del palagio
-sopra dodici pilastri nella piazza d’Orto san Michele, per farvi
-granai per lo comune, acciocchè si stesse in continua provvisione di
-grano e di biada, per sovvenire il popolo al tempo della carestia.
-Ma avvedendosi il comune, che il minuto popolo era ingrassato e
-impoltronito dopo la mortalità, e non volea servire agli usati
-mestieri, e voleano per loro vita le più care e le più dilicate cose
-che gli altri antichi cittadini, e con questo disordinavano tutta la
-città, volendo di salario le fanti, femmine rozze e senza essere ausate
-a servigio, e i ragazzi della stalla, il meno fiorini dodici l’anno,
-e i più sperti diciotto e ventiquattro l’anno: e così le balie, e gli
-artefici minuti manuali, volevano tre cotanti o appresso che l’usato,
-e i lavoratori delle terre voleano tutti buoi e tutto seme, e lavorare
-le migliori terre, e lasciare l’altre: pensarono i nostri rettori con
-buono consiglio, di mettere ordine alle cose, e raffrenare i soperchi
-con certe leggi, ma per cosa che fare sapessono, a questa volta non vi
-poterono porre rimedio, e convenne che a Dio si lasciasse il corso e
-l’addirizzamento di quelli soperchi, i quali ancora nel 1362 durano,
-poco corretti, o mancati. Perocchè l’abbondanza del guadagno corrompeva
-il comune corso del ben vivere, pensarono che più utile era raffrenare
-lo ingrato e sconoscente popolo la carestia, che la dovizia. E allora
-si rimase coperto d’un basso tetto l’edificio del palagio d’Orto san
-Michele. E il comune avendo bisogno, raddoppiò la gabella del vino alle
-porte, e dove pagava soldi trenta il cogno, lo recò in soldi sessanta.
-E chi vendesse vino a minuto, dovesse pagare de’ due danari l’uno
-al comune. E dinuovo puosono soldi due a ogni staio di farina che si
-logorasse nella città, e danari quattro alla libbra della carne, e che
-lo staio del sale si vendesse per lo comune lire cinque e soldi otto.
-E non vollono che provvisione di grano o di biada si facesse per lo
-comune, ma in contradio ordinarono, che tutto il pane vendereccio si
-facesse per lo comune, e vendessesi caro: e quale fornaio ne volesse
-fare per vendere, pagasse d’ogni staio soldi otto di gabella al comune.
-Queste furono cose di grande gravezza; ma tanto era l’utile che traeva
-d’ogni cosa il minuto popolo, che meno se ne curavano che i maggiori
-cittadini.
-
-
-CAP. LVIII.
-
-_Come la Chiesa mandò il conte per racquistare la contea di Romagna._
-
-In questo anno 1350, parendo al papa e a’ cardinali, con vergogna
-di santa Chiesa avere perduta la signoria e la propietà di Romagna,
-ordinarono di volerla racquistare per forza; e avendo papa Clemente
-sesto volontà d’accrescere onore e stato a messer Astorgio di
-Duraforte, conte di Romagna, suo parente, il fece capitano della gente
-che la Chiesa intendea di mettere in arme a questo servigio. Il quale
-accolse quattrocento cavalieri gentiluomini in Proenza, e fece suo
-maliscalco messer Rostagno da Vignone della casa de’ Cavalierri, pro’
-e ardito e valoroso cavaliere. E la Chiesa gli ordinò uno tesoriere,
-che ricogliesse i danari, e convertissegli ne’ soldi e negli altri
-bisogni che occorressono alla guerra, a volontà del conte. E innanzi
-che il conte si movesse di Proenza, fece a Firenze e a Perugia soldare
-ottocento cavalieri e mille masnadieri di buona gente d’arme. E oltre a
-ciò, il papa con molta istanza fece richiedere i tiranni di Lombardia,
-catuno per se, e i comuni di Toscana, che dovessono aiutare al conte
-racquistare Romagna. L’arcivescovo di Milano gli mandò cinquecento
-barbute: messer Mastino della Scala glie ne mandò dugento: i tiranni
-di Bologna glie ne mandarono dugento: il marchese di Ferrara cento;
-i comuni di Toscana non vi mandarono loro gente. Il conte di Romagna
-avendo i suoi cavalieri e masnadieri, e questo aiuto, a dì 13 di maggio
-del detto anno si partì d’Imola, e addirizzossi al ponte san Brocolo;
-ed essendo il ponte molto afforzato e bene guernito di gente alla
-difesa per lo signore di Faenza, a dì 15 del detto mese, con aspra
-e dura battaglia combatterono la fortezza e vinsonla, che fu assai
-prospero cominciamento. E rafforzata la bastita del ponte, e messovi le
-guardie per difendere il passo, con tutta sua cavalleria s’addirizzò a
-Salervolo, uno castello presso a Faenza a cinque miglia, il quale non
-era murato, nè fortezza, nel luogo, che avendolo vinto fosse grande
-acquisto. E ivi puose l’assedio, lasciando per mala provvisione di
-porsi a Faenza, ch’era male fornita e poco intera alla difesa, e i
-cittadini non amavano la signoria del nuovo tiranno, e però fu reputato
-pe’ savi follemente fatto. Il tiranno di Faenza, messer Giovanni di
-messer Ricciardo Manfredi, che stava in grande paura della città,
-sentendo posta l’oste a Salervolo, fu molto contento, e prese cuore
-alla difesa; e di subito mise masnadieri in Salervolo, che avea soldati
-in Toscana, sperti a sapere guardare le castella, i quali francamente
-difesono la terra di molte battaglie che ’l conte vi fece dare,
-durandovi l’assedio dal dì 17 di maggio, fino a dì 6 del prossimo mese
-di luglio, senza lasciarsi avanzare alcuna cosa.
-
-
-CAP. LIX.
-
-_Processo de’ traditori di Romagna, e di certi Provenzali._
-
-Seguita il processo de’ traditori, che si provvedeano con molta
-sagacità a ingannare l’uno l’altro, e catuno infine con la sua parte
-dell’impresa rimase disfatto e ingannato. E dell’attizzamento di questa
-maladetta favilla crebbe fuoco, il cui fumo corruppe tutta Italia,
-e offuscò gli occhi a’ liberi popoli, e ottenebrò la vista de’ sacri
-pastori, e fu cagione di nuovi avvenimenti di signori, e di grandi e
-gravi revoluzioni di stati, come seguendo a’ loro tempi racconteremo.
-Per questa impresa della Chiesa, i tiranni di Bologna, che allora erano
-messer Giovanni e messer Iacopo di messer Taddeo di Romeo de’ Peppoli
-di Bologna, avendo occupata la città alla Chiesa di Roma sotto certo
-censo, ed essendo in grande stato e pompa nella signoria, temeano che
-la Chiesa non racquistasse la signoria di Romagna; e dall’altra parte
-si tenea dissimulando per lo conte, che per lo loro caldo e favore
-messer Giovanni Manfredi avesse rubellata Faenza alla Chiesa, e che
-segretamente atassono a mantenere la difesa. E però il conte, che
-era più sperto in coperta malizia, che in aperta prodezza o virtù,
-continovo attendeva a tendere suoi lacci, come i tiranni i loro, e
-mostravansi insieme con molta confidanza e grande amistà, e davansi
-aiuto e consiglio l’uno all’altro, coperto di frode e di dolo.
-
-
-CAP. LX.
-
-_Come messer Giovanni de’ Peppoli cercò accordo dal conte a messer
-Giovanni._
-
-In fra ’l tempo già detto dell’assedio di Salervolo, crescendo
-continuo la forza del conte per lo sussidio de’ danari della Chiesa, e
-dell’amistà che giugnea in aiuto al conte, messer Giovanni de’ Peppoli,
-per tenere in tranquillo il conte e farli perdere tempo, cominciò
-un trattato, di voler riducere messer Giovanni Manfredi di Faenza
-all’ubbidienza di santa Chiesa: e mandò a dire al conte che volea
-essere in ciò mezzano, facendo a santa Chiesa riavere suo diritto e
-suo onore. Il conte, ch’era di natura e di studio malizioso, si mostrò
-molto contento di voler seguire questo trattato, mostrando in questo,
-e nell’altre cose, volersi reggere per suo consiglio, dicendo, che
-così aveva in mandato dal santo padre: e nondimeno sapea al certo,
-che per operazione de’ signori di Bologna, e del capitano di Forlì,
-e co’ loro danari, al presente era entrato il doge Guernieri con
-cinquecento barbute alla difesa di Faenza. E dato lo intendimento a
-messer Giovanni, acciocchè seguisse il trattato, egli con sollecitudine
-mandava in Faenza suoi ambasciadori, e nell’oste al conte, e mostravasi
-già il trattato venire a concordia. Allora il conte mandò a dire
-a messer Giovanni a Bologna per li suoi medesimi ambasciadori, che
-innanzi che fermasse la concordia, volea essere personalmente con lui
-in Bologna, o dovunque gli piacesse, per dare compimento a questo,
-e ragionargli d’altre segrete cose, che dal santo padre avea in
-commissione di conferire con lui: e però mandasse a dire dove e’ volea
-ch’egli venisse, che avuta la risposta, con piccola compagnia subito
-sarebbe a lui.
-
-
-CAP. LXI.
-
-_Come messer Giovanni de’ Peppoli andò nell’oste, e fu preso._
-
-Messer Giovanni de’ Peppoli signore di Bologna, avendo dal conte
-dimostramento di tanta libertà, e sentendo che il papa l’amava e
-davali molta fede, prese sicurtà per lo trattato ch’egli menava, e
-perchè aveva nell’oste del conte dugento suoi cavalieri, e avea grande
-amistà con molti altri conestabili dell’oste. E volendo mostrare
-al conte com’egli era fedele di santa Chiesa, per ricoprire le sue
-coperte operazioni fatte contro a quella, secondo la malizia del conte,
-pervenne a sua volontà: e contro al consiglio di messer Iacopo suo
-fratello, di presente prese in sua compagnia de’ maggiori cittadini
-di Bologna, e di suoi soldati trecento cavalieri, e promettendo al
-fratello che non passerebbe Castel san Pietro, si mise a cammino.
-Ed essendo giunti la mattina a buon ora a Castel san Pietro, come il
-peccato conduce, e le fini de’ tiranni s’apparecchiano per non pensato
-sentiere, come si vide a Castel san Pietro non attese la promessa al
-fratello, ma volendo improvviso e tosto giugnere al conte, cavalcò
-senza arresto: e prima fu giunto al padiglione del conte, che sapesse
-che vi dovesse venire; e scavalcato, il conte il ricevette con grande
-festa, mostrandogli ne’ sembianti amore fraternale; e molto s’allegrava
-con lui della sua cortese venuta. E questo fu a dì 6 di luglio in
-sulla nona, che ’l caldo era grande. Innanzi fece venire vini, frutte
-e confetti, per fare rinfrescare lui e la sua brigata ch’erano ivi;
-e in questo soggiorno, veggendosi il conte tra le mani il tiranno
-di Bologna, o ch’egli avesse prima pensato il tradimento, o che
-subitamente l’animo il tirasse all’inganno, bevendo e mangiando insieme
-in grande sollazzo, mandò il suo maliscalco a fare armare cavalieri
-e masnadieri cui egli volle, dando voce di fare assalto a quelli di
-Salervolo. E come furono armati, fece promettere a’ conestabili paga
-doppia e mese compiuto, acciocchè non si mettessono alla difesa del
-signore di Bologna. Messer Giovanni che avea bevuto e mangiato, e preso
-rinfrescamento a volontà del conte, attendea che il conte gli parlasse:
-e non vedendo che ne facesse sembiante, disse a quelli ambasciadori
-che quella ambasciata gli aveano portata, che dicessono al conte che si
-dovea diliberare; e già cominciava a dubitare. Il conte rispuose, che
-attendeva il suo maliscalco, che di presente vi sarebbe, e fornirebbono
-loro parlamento. Ancora erano le parole, quando messer Rostagno
-maliscalco dell’oste giunse colla gente armata al padiglione del conte
-ove messer Giovanni attendea, e fugli intorno: e apparecchiatogli
-uno cavallo de’ suoi, disse: messer Giovanni, montate qui su: e
-immantinente vi fu posto più tosto che non vi sarebbe montato, e
-senza contesa o difesa, di salto fu menato prigione a Imola. Uno suo
-famiglio cominciò a gridare e a piagnere, dicendo: oimè, signore mio:
-e di presente gli fu morto a’ piedi. E giunto in Imola, fu messo nella
-rocca, e ordinatogli buona guardia. I cittadini di Bologna, e tutta
-la compagnia che avea menata di Bologna, e i dugento cavalieri che
-avea tenuti nell’oste in servigio del conte, in quella medesima ora,
-come preda di nimici vinta in battaglia, furono presi, e rubato loro
-l’arme, e’ cavalli, e arnesi, e i soldati così rubati furono cacciati
-del campo; e i cittadini di Bologna furono tenuti prigioni alquanti dì,
-e manifestato per tutto il grande tradimento, furono lasciati. E messer
-Giovanni rimase in prigione: il quale, dappoichè pervenne alla tirannia
-di Bologna, non tenne fede a parte guelfa, nè a’ suoi cittadini,
-nè a’ Fiorentini, nè all’altre città di sua vicinanza: e però forse
-degnamente con tradimento fu punito della sua corrotta fede.
-
-
-CAP. LXII.
-
-_Come il conte scoperse l’altro trattato che avea con messer Mastino._
-
-Non ostante che il conte tenesse trattato con messer Giovanni de’
-Peppoli, avea trattato con messer Mastino della Scala, che venendo
-egli sopra la città di Bologna gli darebbe mille cavalieri in aiuto
-infino a guerra finita. Onde essendo venuto fatto al conte d’avere
-messer Giovanni a prigione, prese grande speranza d’avere Bologna con
-l’aiuto di messer Mastino. E significatoli il fatto, e domandatoli
-l’aiuto promesso, a dì 10 di luglio, del detto anno 1350, si levò
-da Salervolo, e venne a Imola con tutta l’oste. E come uomo di poca
-discrezione e provvedenza promise un’altra volta paga doppia e mese
-compiuto a’ suoi cavalieri, se per forza pigliassono Castel san Pietro.
-I quali cavalieri di presente andarono al detto castello, che non era
-fornito di gente nè provveduto alla difesa, e senza trovarvi resistenza
-in poca d’ora l’ebbono preso, che non vi morirono quattro persone.
-E così in meno di dieci dì i soldati del conte ebbono per vituperose
-cagioni guadagnate due paghe doppie e due mesi compiuti, che montarono
-un grande tesoro: e non parea che il conte se ne curasse, se non come
-avesse a distribuire il tesoro di santa Chiesa. Le quali promesse
-follemente fatte, con l’altre follie della sua pazza condotta, al fine
-rendè il merito a santa Chiesa della provvisione di sì fatto capitano,
-chente la disciplina della guerra richiede. Ed essendo il conte
-con l’oste a Castel san Pietro, messer Mastino gli mandò ottocento
-cavalieri, per compiere i mille che promesso gli avea, ov’egli venisse
-all’assedio di Bologna, come detto è addietro.
-
-
-CAP. LXIII.
-
-_Come messer Iacopo Peppoli rimaso in Bologna si provvidde alla difesa._
-
-Infra queste sopraddette tempeste, messer Iacopo de’ Peppoli ch’era
-rimaso in Bologna sentendo preso il fratello, e che l’oste del conte
-avea preso Castel san Pietro, e venia sopra lui a Bologna: e come
-messer Mastino signore di Verona e di Vicenza s’era scoperto suo
-nimico, non sapea che si fare; ma come la necessità intrigata dalla
-paura argomenta, mandò per soccorso al signore di Milano, e al marchese
-di Ferrara, e al comune di Firenze, e in ogni parte onde sperava
-avere alcuno aiuto o consiglio; e mandate le lettere e’ messaggi,
-richiese con grande istanza i cittadini di Bologna, che a questo punto
-soccorressono al suo e al loro pericolo. I quali già domati dal servile
-giogo della tirannia, essendo venuto il tempo della franchezza, per
-povertà d’animo, e per li loro peccati, non furono degni di cotale
-beneficio, che senza contasto a quel punto era in loro potenzia di
-tornare in libertà. E aveano il comune di Firenze vicino nimico della
-tirannia, il quale per la libertà di quel popolo avrebbe prestato
-loro aiuto e favore, e riparato allo assalto del conte, con giusta
-cagione di pace e di concordia con la santa Chiesa, disposto che il
-tiranno fosse della tirannia. Ma perocchè ne’ popoli più regna corso
-di fortuna che libertà d’arbitrio, per apparecchiarsi alle debite
-pene de’ peccati, per li quali l’empio tiranno regna, fu accecato
-il loro intendimento: e mollemente s’apparecchiarono alla difesa per
-paura del tiranno, combattuti nell’animo dall’apparecchiata libertà.
-In questo stante l’arcivescovo signore di Milano sentì la presura di
-messer Giovanni, e scoperto l’animo di messer Mastino, mandò al conte
-suoi ambasciadori dolendosi dell’ingiuria fatta a messer Giovanni suo
-amico, e di sua lega e compagnia, dimandando che di presente il dovesse
-liberare: e quando questo non facesse, mandò comandamento a’ suoi
-capitani e a’ suoi cavalieri che erano al servigio del conte, che di
-presente si dovessono partire da lui. Il conte rispuose di non volerlo
-lasciare perocchè sapea al certo ch’egli avea fatta rubellare, la città
-di Faenza alla Chiesa di Roma, e come tenea trattato col capitano di
-Forlì, e col signore di Ravenna, e con quello di Faenza, di rompergli
-l’oste a un dì nominato, e di prendere lui a grande tradimento: e
-però avea preso il traditore, e intendea tenerlo a volontà del papa
-e di santa Chiesa. E però fu comandato a’ cavalieri dell’arcivescovo
-si dovessono partire. Ma i cavalieri, e’ loro capitani, che aveano
-promesse dal conte di due paghe doppie e di due mesi compiuti, non
-si vollono partire, e rimasono cassi dal soldo dell’arcivescovo; e il
-conte con lo sfrenato animo, non guardandosi innanzi, gli condusse al
-soldo della Chiesa, facendo debito sopra debito. E riveduta sua gente,
-si trovò a Castel san Pietro con tremila barbute e con grande popolo di
-soldo.
-
-
-CAP. LXIV.
-
-_L’aiuto che messer Iacopo accolse per guardare Bologna._
-
-Stando il conte colla sua oste a Castel san Pietro, e cavalcando il
-contado di Bologna, l’arcivescovo di Milano mandò di presente trecento
-cavalieri in Bologna, per aiuto della guardia d’entro. E cominciò
-a pensare, che mantenendo messer Iacopo nella città, a poco insieme
-conducerebbe lui e la terra in tali stremi, che agevolemente all’ultimo
-ne diverrebbe signore, come in fine fatto gli venne. Messer Malatesta
-d’Arimino, ch’era allora nemico di santa Chiesa, vi venne in persona,
-e dato conforto a messer Iacopo, gli lasciò dugento cavalieri de’ suoi,
-e tornossene in Romagna. I Fiorentini per niuno modo vi vollono mandare
-alcuna gente per riverenzia della Chiesa, ma incontanente vi mandarono
-ambasciadori a cercare se tra loro e il conte potessero metter
-pace o accordo; e più volte andarono da Bologna al conte senza fare
-alcuno frutto tra le parti. Messer Iacopo vedendosi più l’uno dì che
-l’altro infiebolire, condusse il doge Guernieri ch’era in Faenza con
-cinquecento barbute; il quale volendo andare a Bologna, convenne che
-valicasse per lo distretto del comune di Firenze nell’alpi, ove lieve
-era a impedire per li stretti passi, ed egli era nimico del comune, e
-andava contro a santa Chiesa. Trovossi che fu fattura de’ priori che
-allora erano all’uficio senza sentimento degli altri cittadini; della
-qual cosa in Firenze ne fu grande ripitio, ma fatta la cosa si rimase a
-tanto, e il doge passò senza impedimento, e con tutta sua compagnia se
-n’entrò in Bologna.
-
-
-CAP. LXV.
-
-_Del male stato che si condusse la città di Bologna, e di certi
-trattati che allora si tennono._
-
-Come il duca Guernieri co’ suoi cavalieri fu in Bologna, prese per suo
-abituro una contrada, e in quella volle le case, e le masserizie, e
-quello che in esse trovò da vivere, come se egli avesse presa la terra
-per forza: e non era chi osasse parlare contro a suo volere. Gli altri
-soldati all’esempio di costui cominciarono a fare il simigliante.
-I nimici di fuori cavalcavano ogni dì intorno alla terra, pigliando
-gli uomini, e predando le ville del contado, venendo spesso fino alle
-porti. Per la qual cosa la città cominciò a sentire grandissimi disagi
-e carestia d’ogni bene, e i cittadini oppressati dentro e di fuori,
-non sapendo che si fare, e non trovando accordo col conte per ambiziosa
-superbia, messer Iacopo e’ cittadini di Bologna, di grande concordia,
-e d’uno consentimento, vollono dare la guardia di Bologna libera al
-comune di Firenze, disponendosi al tutto di volere lasciare la signoria
-messer Iacopo, sperando che ciò fatto, colla Chiesa non mancherebbe
-accordo. E nel vero questa era salutevole via: ma certi cittadini
-popolani di Firenze della casa ... che aveano in quel tempo stato in
-Firenze, ed erano per la Chiesa al servigio del conte e del tesoriere,
-per loro spezialità avvisandosi, che venendo Bologna alle mani della
-Chiesa, come speravano, e’ ne sarebbono governatori, e farebbonsene
-ricchi e grandi; e per questa cagione smossono i loro amici cittadini
-grandi e popolani: ed eglino medesimi essendo a consigliare quello
-ch’era grandezza e stato del loro comune, e riposo di tutta Italia, si
-opposono al contradio, dicendo, che il comune n’offenderebbe troppo il
-papa, e’ cardinali e la santa Chiesa. Ed essendo favoreggiati da’ loro
-amici, ebbono podere di non lasciare imprendere al comune di Firenze
-questo servigio, e commisono grande materia di molto male a tutta
-Italia, e non pervennono alla loro corrotta intenzione. I Bolognesi
-disperati di questo, ove riposava tutta la loro speranza, e ’l conte
-montato nella cima della sua superbia, coloro non sapevano più che si
-fare, e il conte credendo senza contasto venire al suo intendimento
-d’avere la città per forza, essendo stato infino al settembre a Castel
-san Pietro, volle muovere l’oste, e porsi su le porti di Bologna; e
-sarebbegli venuto fatto, tanto erano i cittadini oppressati da’ soldati
-d’entro, e in disagio di tutte le cose da vivere, le quali al continuo
-montavano in disordinata carestia, e non aveano capo a cui i cittadini
-e’ forestieri ubbidissono, ma come la mala provvedenza del conte
-meritò, i soldati mossono quistione come appresso diviseremo.
-
-
-CAP. LXVI.
-
-_Come i soldati mossono quistione al conte, e fu loro assegnato messer
-Giovanni Peppoli._
-
-La mala provvedenza del conte di Romagna avendo moltiplicata gente
-d’arme al suo soldo, e promesse paghe doppie e mesi compiuti per
-niente, e dalla Chiesa non aveva i danari, come la sua follia avea
-stimato: i soldati conoscendo loro tempo, essendo a pagare di parecchi
-mesi di loro propi soldi, senza le promesse del conte, dissono, che di
-quel luogo non si partirebbono, se prima non fossono pagati de’ loro
-soldi serviti, e delle paghe doppie e mesi compiuti che promessi avea
-loro. Il quale soldo, colle promesse fatte, montava centocinquanta
-migliaia di fiorini d’oro. Il conte vedendo che la Chiesa non gli
-mandava danari, se non a stento, e a pochi insieme, temette che i
-soldati, ch’erano tutti di concordia, a uno volere non lo pigliassono,
-trattò con loro d’avere termine da fare venire loro danari, e diede
-loro in pegno messer Giovanni de’ Peppoli, e certi Bolognesi che avea
-prigioni a Imola, e Castel san Pietro, e quello di Luco, e quello di
-Doccia, ch’egli avea acquistati in sul Bolognese: e fu con loro in
-accordo, come avessono la possessione di tutto, allora cavalcherebbono,
-e porrebbonsi a campo stretto alla città di Bologna. Il conte fece
-dare loro i prigioni e la guardia delle castella, e avutole, volea
-che cavalcassono. I soldati colla corrotta fede, usati de’ baratti,
-dissono che ’l pegno non era buono, e non voleano cavalcare nè partirsi
-da Castel san Pietro. Messer Giovanni de’ Peppoli sentendo questo,
-di presente ebbe de’ conestabili, e trattò con loro di dare contanti
-fiorini ventimila d’oro, e per stadichi i suoi figliuoli e quelli
-di messer Iacopo suo fratello, e certi cittadini di Bologna per lo
-rimanente, ed elli li liberassono di prigione. L’accordo fu fatto
-con assentimento del conte, se infra certo tempo la Chiesa non avesse
-mandati i danari. Venuto il termine, e non i danari, i soldati presono
-fiorini ventimila contanti, e gli stadichi promessi, e lasciarono
-messer Giovanni, il quale tornò in Bologna, e il fratello e la parte
-loro furono più forti, e signori di potere fare della città a loro
-senno, senza la volontà e consiglio de’ loro cittadini, perocchè messer
-Giovanni era molto temuto, e sapeva bene essere co’ soldati ne’ fatti
-della guerra.
-
-
-CAP. LXVII.
-
-_Come messer Giovanni tenne suoi trattati della città di Bologna._
-
-Tornando messer Giovanni in Bologna, e lasciati a’ soldati della
-Chiesa gli stadichi promessi, trovò la città in molto male stato per
-le cagioni già dette, e non vide modo come difendere si potesse, e
-conobbe che perdere gli convenia la signoria di Bologna in breve tempo.
-I cittadini di Firenze, che desideravano l’accordo di quella città
-colla Chiesa, sentendo tornato in Bologna messer Giovanni, vi mandarono
-de’ loro cittadini più solenne ambasciata, i quali da’ tiranni furono
-ricevuti a onore, e di loro volontà trattarono accordo col conte, e
-condussono il trattato a questo punto. Che i tiranni lasciassono al
-tutto la signoria della città e contado, e renderla alla Chiesa di
-Roma per lo modo usato: ch’ella tornasse al governamento del popolo,
-e avere continuo i rettori della Chiesa, e pagare il censo consueto;
-e al presente voleano ricevere nella città il conte con cinquecento
-cavalieri, e riformare doveano loro stato al popolo, per quelli
-cittadini che ’l comune di Firenze vi mandasse a ciò fare. Il conte
-che avea provati i rimprocci de’ soldati, e il pericolo che correa
-con loro, dichinava le corna della sua superbia, e acconciavasi alla
-detta concordia. Ma come pomposo e vano, si strinse al consiglio di
-questo partito che potea pigliare con messer Guglielmo da Fogliano,
-e con messer Frignano, figliuolo bastardo di messer Mastino, e altri
-conestabili che v’erano per messer Mastino, i quali non v’erano tanto
-per onore di santa Chiesa, quanto per loro vantaggio, per cui faceva
-la guerra, e speravano con loro malizia conducere la città di Bologna
-piuttosto in mano del loro signore, che del conte e della Chiesa di
-Roma, i quali dissono al conte: tu vedi che i signori di Bologna non
-possono più, e la città è condotta a tanta stremità dentro, che delle
-mani tue non puote uscire: e però non pensare a questi patti, che noi
-te ne faremo libero signore colla spada in mano. Il conte pomposo,
-pieno di vanagloria, con lieve testa, non pensò i casi che occorrono
-nelle guerre, e per le vane promesse de’ fallaci adulatori ruppe il
-trattato menato per gli ambasciadori del comune di Firenze fedelmente,
-a onore e a beneficio di santa Chiesa, e a ricoveramento di riposo al
-fortunoso stato di quella città. Vedendo i tiranni la sconcia volontà
-del conte, si pensarono con tradimento de’ loro cittadini e della loro
-patria venire a un altro loro intendimento, già mosso per la malizia
-e per lo sdegno di messer Giovanni; e però, acciocchè più copertamente
-a’ loro cittadini potessono fare l’inganno, dissono che al tutto erano
-diliberati mettere Bologna nella guardia del comune di Firenze. E a
-questo i Bolognesi e grandi e piccoli di buona voglia s’accordarono,
-e sotto questa concordia elessono tre de’ maggiori cittadini di cui
-il popolo faceva maggiore capo, e quasti tre con altri compagni, e con
-pieno mandato, mandarono a Firenze con diversi intendimenti. Il popolo
-credendosi racquistare libertà e pace sotto la protezione del comune di
-Firenze, e i tiranni avendone tratti i caporali del popolo, pensarono
-senza contasto, come fatto venne loro, di venire a loro intendimento,
-di potere vendere la città e i suoi cittadini all’arcivescovo di
-Milano. Gli ambasciadori in fede e con grandissima affezione vennono
-a Firenze, e spuosono la loro ambasciata, solennemente dinanzi a’
-signori, e a’ loro collegi, e a molti altri grandi e buoni cittadini
-di Firenze, richiesti e adunati per la detta cagione. E il dicitore
-fu messer Ricciardo da Saliceto, famoso dottore di legge, e la sua
-proposta fu: _Ad Dominum cum tribularer clamavi, ec._ E con nobile
-ed eccellente orazione, e con efficaci ragioni e induttivi argomenti,
-conchiuse la sua dimanda, a inducere il comune di Firenze a prendere
-la guardia della città e de’ cittadini di Bologna. I governatori del
-comune di Firenze già aveano alcuna spirazione del trattato ch’e’
-tiranni di Bologna aveano col signore di Milano, e comprendevano che
-questi ambasciadori fossono mandati a inganno: nondimeno per non aversi
-a riprendere, in quello consiglio deliberarono di mandare solenni
-ambasciadori di presente a corte per trovare accordo col papa, e in
-questo mezzo di mandare cavalieri, e de’ suoi cittadini alla guardia di
-Bologna, per contentare il popolo. Ma l’altro dì vegnente fu manifesto
-a’ signori di Firenze e agli ambasciadori di Bologna, che i tiranni
-l’aveano per danari venduta all’arcivescovo di Milano; e fu per lettera
-de’ tiranni detti comandato agli ambasciadori, che non si dovessono
-partire di Firenze senza loro comandamento; allora fu al tutto la cosa
-palese, e seguitò il fatto come appresso racconteremo.
-
-
-CAP. LXVIII.
-
-_Secondo trattato di Bologna._
-
-Messer Giovanni de’ Peppoli avvelenato di sdegno della sua presura,
-vedendo che però perdea la tirannia di Bologna, avendo con non
-piccola fatica recato Messer Iacopo al suo volere, e vota la terra de’
-caporali di cui temea, e fortificata la guardia nella città, avendo
-segretamente tenuto trattato coll’arcivescovo di Milano, coll’impeto
-del suo dispettoso cuore, ebbe podere di vendere la città e’ suoi
-cittadini della sua propria patria, e da cui avea ricevuto esaltamento
-della sua signoria e onore, e niente per loro difetto del suo caso,
-cosa molto detestabile a udire. Costui vedendo che ’l suo trattato era
-scoperto, cavalcò di presente a Milano, e fermò la maledetta vendita
-per dugentomila fiorini, de’ quali si dovea dare certa parte a’
-soldati della Chiesa per riavere gli stadichi che avea loro lasciati
-per liberare la sua persona, e a lui e al fratello dovea rimanere in
-loro libertà il castello di san Giovanni in Percesena, e Nonandola e
-Crevalcuore. E tornato lui, manifestata la vendita, i Bolognesi grandi
-e piccoli si tennono soggiogati di giogo d’incomportabile servaggio, e
-molto si doleano palesemente e in occulto l’uno coll’altro; e innanzi
-che la terra si pigliasse per lo signore di Milano grande gelosia
-ebbono i traditori della patria, e molto vegghiarono e di dì e di notte
-alla guardia della città. Ma i vili e codardi cittadini non ardirono
-di levarsi contra a’ tiranni, nè a muovere romore nella terra: che se
-fatto l’avessono, leggiermente coll’aiuto del comune di Firenze, a cui
-dispiaceva la vicinanza di sì potente tiranno, sarebbe venuto fatto
-di tornare in libertà. Alcuna trista vista ne feciono mollemente, e
-in fine si lasciarono vendere e sottoporre al duro giogo, del mese
-d’ottobre gli anni di Cristo 1350.
-
-
-CAP. LXIX.
-
-_Come l’arcivescovo di Milano mandò a prendere la possessione di
-Bologna._
-
-Come l’arcivescovo di Milano ebbe fermo il patto della compera di
-Bologna con messer Giovanni, non guardò con alcuna reverenzia o debito
-di ragione che la città fosse di santa Chiesa, ma cresciuto nella
-tirannesca superbia subitamente fece apparecchiare messer Bernabò
-suo nipote, figliuolo di messer Stefano, valente uomo e di grande
-ardire, e con millecinquecento barbute di soldati eletti il mise a
-cammino, e mandollo a pigliare la tenuta di Bologna. Sentendo questa
-venuta il doge Guernieri, ch’era in bando dell’arcivescovo di Milano,
-con tutta sua masnada si partì di Bologna; e standosi fuori della
-città, accogliea gente senza soldo per fare una compagna. Messer
-Bernabò giunto alla città entrò dentro senza alcuno contasto co’ suoi
-cavalieri, e con trecento che prima avea alla guardia di Bologna vi
-si trovò con millecinquecento barbute: e prese la tenuta e la guardia
-della città e delle castella di fuori, e appresso convocò i cittadini
-a parlamento, e per forza fece loro ratificare la vendita fatta per
-i tiranni, e dinuovo aggiudicarsi fedeli dell’arcivescovo e de’ suoi
-successori. E l’obbligazioni e le carte e il saramento fece fare il
-meglio seppe divisare; e questo fu fatto all’uscita del mese d’ottobre
-1350. E così ebbe fine la tirannia della casa di Romeo de’ Peppoli,
-grandi ed antichi cittadini di Bologna, i quali erano stati onorati
-e fatti signori da’ loro cittadini, dalla cacciata del cardinale del
-Poggetto legato del papa, i quali aveano loro signoria mantenuta assai
-dolcemente co’ cittadini. Essendo di natura guelfi, per la tirannia
-erano quasi alienati dalla parte, e i Fiorentini, amicissimi di quello
-comune, trattavano in molte cose con dissimulata e corrotta fede; e
-perocchè a’ traditori della patria tosto pare che Iddio apparecchi la
-vendetta, in breve tempo seguitò a messer Iacopo e a messer Giovanni,
-per addietro tiranni di Bologna, pena del peccato commesso, come
-seguendo nostra materia racconteremo.
-
-
-CAP. LXX.
-
-_Come capitò il conte di Romagna e l’oste della Chiesa._
-
-Il conte di Romagna ventoso di superbia, e incostante per poco senno,
-il quale cotante volte potè avere con grande sua gloria e onore di
-santa Chiesa la città di Bologna, e non volutola se non colla spada
-in mano, secondo il consiglio de’ malvagi compagni, vedendola nelle
-mani del potente tiranno, vorrebbe avere creduto al consiglio de’
-Fiorentini. Non però dimeno, perocchè per tutto questo la città non era
-allargata di vittuaglia, ma piuttosto aggravata, e’ soldati erano per
-gli stadichi che aveano, per li ventimila fiorini ricevuti, allargati
-di speranza, e messer Mastino che dell’impresa dell’arcivescovo era
-dolente a cuore, offerendo al conte tutto suo sforzo di gente e di
-prestare danari alla Chiesa, confortò il conte a seguitare l’impresa.
-Il conte per questo si recò a conducere il doge Guernieri con
-milledugento barbute, uscito di Bologna, e raccolta gente come detto
-è. Messer Mastino anche vi mandò di nuovo de’ suoi cavalieri, e danari
-per comportare i soldati. E il conte fatte grandi impromesse a’ soldati
-mosse il campo da Castel san Pietro e venne con l’oste a Budri, in
-mezzo tra Bologna e Ferrara, e di là valicarono ad Argellata e a san
-Giovanni in Percesena, e ivi stettono dieci dì aspettando danari, con
-intenzione di porsi presso a Bologna dalla parte di Modena, per levare
-ogni soccorso a messer Bernabò: il quale era dentro in grande soffratta
-di vittuaglia e di strame, e male veduto da’ cittadini, e però stava
-in paura e non s’ardiva a muovere. Onde la città era a partito da
-non poter durare: e per forza convenia che tornasse alle mani della
-Chiesa, se il pagamento o in tutto o in parte fosse venuto a’ soldati.
-Ma chi si fida ne’ fatti della guerra alla vista delle prime imprese
-de’ prelati, e non considera come la Chiesa è usata a non mantenere le
-imprese, spesso se ne truova ingannato. E’ non valse al conte scrivere
-al papa, nè mandare ambasciadori, nè tanto mostrare come Bologna si
-racquistava con grande onore di santa Chiesa, assai potè dolere la
-vergogna, che l’arcivescovo di Milano facea d’avere tolta Bologna, che
-danari debiti a’ soldati, per vincere così onorevole punga, venissero
-da corte. Per tanto i soldati non si vollono strignere a Bologna, anzi
-di loro arbitrio mossero il campo e tornarono a Budri, e ivi ch’era
-luogo ubertuoso, e che ’l marchese dava copioso, si misono ad attendere
-se i danari de’ loro soldi e dell’altre promesse venissero: e ivi
-dimorarono infino a dì 28 di gennaio del detto anno, e però i danari
-non vennono. Per la qual cosa al conte parea male stare, e per paura
-di se consentì a’ soldati che trattassero d’avere le paghe sostenute e
-le paghe doppie promesse per lui da messer Bernabò, condotto in parte
-per la sua mala provvedenza, che altro non poteva fare; rimanendogli
-alcuna vana speranza, che se messer Bernabò non si accordasse con loro,
-che gli farebbono più aspra guerra, ma il tiranno s’accordò di presente
-ad accordarli e pagarli, e riavere le castella e li stadichi; e questo
-fornì de’ danari della compra che avea fatta di Bologna. In questo
-medesimo trattato, condusse settanta bandiere di Tedeschi e Borgognoni
-soldati della Chiesa al suo soldo. Ed essendo assediato, in cotanto
-pericolo ricolse gli stadichi, riebbe le castella, ruppe l’oste de’
-nimici, liberò la città dell’assedio, e in uno dì mise in Bologna in
-suo aiuto de’ cavalieri della Chiesa millecinquecento barbute; e tutto
-gli avvenne per l’avarizia de’ prelati di santa Chiesa, e per la forza
-e larghezza della sua pecunia. Il doge Guernieri colla sua compagna
-si ridusse in Doccia, e la gente di messer Mastino e del marchese di
-Ferrara si tornarono a’ loro signori: e il conte povero e vituperato
-del fine della sua impresa si tornò co’ suoi Provenzali in Imola,
-e Bologna si rimase sotto il giogo del potente tiranno, mettendo in
-paura tutta Italia, e spezialmente la parte guelfa. Abbiamo stesamente
-narrato il processo di questa guerra per esempio del pericolo che corre
-de’ folli e ambiziosi capitani: e come per troppa superbia spesse volte
-volendo tutto si perde ogni cosa: e a dimostrare come è folle chi ha
-fidanza de’ danari della Chiesa far le imprese della guerra. Ancora
-questa rivoltura di Bologna fu cagione d’apparecchiare a tutta Italia,
-per lunghi tempi, grandi e gravi novità di guerre, come seguendo nostro
-trattato si potrà vedere.
-
-
-CAP. LXXI.
-
-_Come i Guazzalotri di Prato cominciarono a scoprire loro tirannia._
-
-Tornando a’ fatti della nostra città di Firenze, il nobile castello
-di Prato ci dà cagione di cominciare da lui, nel quale la famiglia
-de’ Guazzalotri erano i migliori e più potenti, e la loro grandezza
-procedeva perocchè erano amati sopra gli altri di quella terra dal
-comune di Firenze: ed essendo guelfi, portavano fede e ubbidienza
-grande al nostro comune. Vero è che quello comune vedendosi in
-libertà e in vicinanza de’ Fiorentini, per tema che alcuna volta
-non si sommettessono al comune di Firenze aveano provveduto, come si
-racconta nella cronica del nostro antecessore, di darsi a messer Carlo
-duca di Calavra, figliuolo del re Ruberto, e a’ suoi discendenti in
-perpetuo, con misto e mero imperio, ed egli così gli prese. Nondimeno
-si manteneano in fede e amore del comune di Firenze. Avvenne che
-morti gli antichi e savi cavalieri della casa de’ Guazzalotri, i
-quali conoscevano la loro grandezza procedere dal comune di Firenze,
-rimasonvi giovani donzelli: i quali trovandosi nella signoria di quella
-terra, mancando allora il governamento della casa reale per le fortune
-del Regno, cominciarono i giovani a trapassare l’ordine e il modo de’
-loro antecessori nel governamento di quel castello, conducendolo a
-modo tirannesco. Della quale tirannia spesso veniva richiamo a’ priori
-di Firenze, e il comune per lo antico amore che portava a quelli di
-quella casa mandava pe’ caporali, tra’ quali il maggiore e il più
-ardito e riverito da tutti a quelle stagioni era Iacopo di Zarino, e
-riprendevanli e ammonivano parentevolemente per riducerli alla regola
-de’ loro maggiori. Ma i giovani caldi nella signoria e poco savi, e
-inzigati da mal consiglio, non seguendo il consiglio de’ Fiorentini,
-l’un dì appresso all’altro più dimostravano atto tirannesco per tenere
-in paura più che in amore i loro terrazzani. E per dimostrare in
-fatto quello che aveano nella mente, feciono di subito pigliare due
-Pratesi, l’uno era uno buono uomo ricco, vecchio e gottoso, l’altro
-era un giovane notaio ricco, onesto e di leggiadra conversazione a
-cui i Guazzalotri a altro tempo aveano fatto uccidere il padre, e a
-questi due appuosono, che voleano tradire Prato, e darlo a’ Cancellieri
-di Pistoia. Sentendo questo il comune di Firenze mandò per Iacopo di
-Zarino, e per gli altri caporali de’ Guazzalotri, e pregarongli che non
-seguissono questa novità, e che i presi dovessono lasciare: perocchè
-manifestamente sapieno ch’elli erano innocenti: tornarono a Prato, e
-contro alla preghiera del comune di Firenze strussono gl’innocenti al
-giudicio: e sentendosi in Firenze, il comune vi mandò ambasciadori e
-lettere; ed essendovi gli ambasciadori del comune, e avute le lettere
-che gli richiedeano che non giudicassono a torto g’innocenti, i
-tirannelli per male consiglio s’affrettarono, e feciongli morire in
-vergogna del comune di Firenze, nella presenza de’ suoi ambasciadori. E
-fatto a catuno tagliare la testa, occuparono i loro beni indebitamente.
-
-
-CAP. LXXII.
-
-_Come i Fiorentini andarono a oste a Prato, ed ebbonne la signoria._
-
-I Fiorentini vedendo la novità delle guerre d’Italia che da ogni
-parte s’apparecchiavano con tiranneschi aguati, e come avieno la
-nuova vicinanza del potente tiranno di Milano che teneva Bologna, e
-così messer Mastino, e vedeano che i Guazzalotri, congiunti per sito
-alle porti della città di Firenze, cominciavano a usare tirannia,
-pensarono che se possanza di grande tiranno s’appressasse loro, come
-s’apparecchiava, che della terra di Prato poco si poteano fidare. E
-però con buono consiglio, subitamente e improvviso a’ Pratesi, del mese
-di settembre gli anni _Domini_ 1350, feciono cavalcare le masnade de’
-cavalieri soldati del comune, con alquanti cittadini e pedoni delle
-leghe del contado, e d’ogni parte si puosono a campo intorno a Prato, e
-senza fare preda o guasto, domandarono di volere la guardia di quella
-terra. I Pratesi smarriti del subito avvenimento, e non provveduti
-alla difesa, e avendo nella terra molti a cui la novella tirannia de’
-Guazzalotri dispiaceva, senza troppo contasto furono contenti di fare
-la volontà del comune di Firenze. E sicurati da’ cittadini che danno
-non si farebbe, dierono al comune di Firenze liberamente la guardia di
-Prato, rimanendo a’ terrazzani la loro usata giurisdizione. E il comune
-prese il castello dello imperadore e misevi castellano, e fece la terra
-guardare solennemente.
-
-
-CAP. LXXIII.
-
-_Come i Fiorentini comperarono Prato, e recaronlo al loro contado._
-
-Avendo il nostro comune la guardia di Prato presa contro la comune
-volontà de’ terrazzani, pensò che se mai tornasse in libertà, che
-i giovani in cui mano era rimasa la signoria con provvedenza la
-guarderebbono e la recherebbono a tirannia lievemente: e però sentendo
-il re Luigi e la reina Giovanna ereda del duca di Calavra, tornati
-di nuovo nel Regno, e che erano in fortuna e in grande bisogno,
-e governavansi per consiglio di messer Niccola Acciaiuoli nostro
-cittadino, feciono segretamente trattare di comperare la giurisdizione
-ch’aveano in Prato. E trovando la materia disposta per lo bisogno
-del re e della reina, e bene favoreggiata da messer Niccola detto,
-il mercato fu fatto, e pagati per lo comune fiorini diciassettemila
-e cinquecento alla reina, come fu la convegna, per solenni privilegi
-e stipulazioni pubbliche dierono al comune di Firenze ogni ragione e
-misto e mero imperio ch’aveano nella terra di Prato e nel suo contado.
-E come il comune ebbe la ragione di questa compera, improvviso a’
-Pratesi mandò alcuna forza a Prato e prese la tenuta di nuovo, e fece
-manifestare a’ Pratesi come la terra e il contado e gli uomini di quel
-comune erano liberi del nostro comune per la detta compera, e mostrar
-loro i privilegi e le carte; e questo fu del mese di... nel detto
-anno. E presa la tenuta, incontanente levò le signorie, gli ordini
-e gli statuti de’ Pratesi, e recò la terra e il contado a contado di
-Firenze, e diede l’estimo e le gabelle a quello comune come a’ suoi
-contadini, e diede loro quelli beneficii della cittadinanza e degli
-altri privilegi ch’hanno i contadini di Firenze: e ordinovvi rettori
-cittadini con certa limitata giurisdizione, recando il sangue e l’altre
-cose più gravi alla corte del podestà del comune di Firenze. Della qual
-cosa i Pratesi vedendosi avere perduta la loro franchigia, generalmente
-si tennono mal contenti, ma poterono conoscere per non sapere usare
-libertà divenire suggetti: e per la provvisione fatta di non venire
-alla signoria de’ Fiorentini, con quella in perpetuo furono legati alla
-sua giurisdizione.
-
-
-CAP. LXXIV.
-
-_Come i guelfi furono cacciati dalla Città di Castello._
-
-In questo anno, essendo ne’ collegi del reggimento di Perugia insaccati
-per segreti squittini gran parte de’ ghibellini, de’ quali a quel tempo
-n’erano i più all’ufficio, per operazione di Vanni da Susinana e degli
-altri Ubaldini della Carda, ch’erano cittadini della Città di Castello,
-fu messo in sospetto de’ Perugini la casa de’ Guelfucci, antichi
-cittadini e guelfi, ed altri guelfi, apponendo loro che trattavano di
-dare la Città di Castello a’ Fiorentini, e aggiungendovi alcuna altra
-cagione, mossono il reggimento di Perugia, senza cercare la verità del
-fatto, a fare cavalcare a Castello tutti i loro soldati, e per forza
-cacciarono i Guelfucci di Castello e certi altri, i quali di queste
-cose non erano colpevoli, e non si guardavano. Come gli Ubaldini ebbono
-fornita la loro intenzione, tutti si vestirono di bianche robe, e
-andarono a Perugia colle carte bianche in mano, offerendo al comune
-di fare tutta la sua volontà: scrivessono, ed elli affermerebbono. Ma
-poco stante, entrato a reggimento il nuovo uficio del loro priorato,
-uomini i più guelfi, s’avvidono dello inganno che il loro comune avea
-ricevuto, di cacciare i caporali di parte guelfa di Castello per malo
-ingegno degli Ubaldini, e in furia arsono e ruppono i sacchi de’ loro
-ufici, e di nuovo riformarono la città, mettendo ne’ sacchi per loro
-squittini cittadini guelfi, e ischiusonne i ghibellini; e di presente
-rimisono i Guelfucci nella Città di Castello, e confinaronne gli
-Ubaldini.
-
-
-CAP. LXXV.
-
-_Come morì il re Filippo di Francia._
-
-Stando la tregua, rinnovellata più volte tra il re di Francia e il
-re d’Inghilterra, poche notabili cose degne di memoria furono in
-que’ paesi. Ma il detto re Filippo di Francia, avendo per troppa
-vaghezza tolta per moglie la nobile e sopra bella dama figliuola del
-re di Navarra, e levatala al figliuolo come abbiamo narrato, tanto
-disordinatamente usò il diletto della sua bellezza, che cadendo
-malato, la natura infiebolita non potè sostenere, e in pochi dì
-diede fine colla sua morte alla sollecitudine della guerra, e a’
-pensieri del regno e ai diletti della carne. E morto in Sanlisi,
-fu recato il corpo in Parigi, e fatto il reale esequio solennemente
-nella presenzia de’ figliuoli e de’ baroni del reame, e sepolto co’
-suoi antecessori alla mastra chiesa di san Dionigi, a dì... gli anni
-_Domini_ 1350. Immantinente appresso nella città di Rems fu coronato
-del reame di Francia messer Giovanni suo figliuolo primogenito, e
-la moglie in reina, e ricevette il saramento e l’omaggio da tutti
-i baroni e da tutti gli altri feudatari del suo reame e dell’altro
-acquisto. Questo Filippo re di Francia fu figliuolo di messer Carlo
-Sanzaterra, e fu uomo di bella statura, composto e savio delle cose
-del mondo, e molto astuto a trovar modo d’accogliere moneta, e in
-ciò non seppe conservare nè fede nè legge. E sentendosi molto in
-grazia e temuto da papa Giovanni ventiduesimo, per l’openione che
-sparta avea disputando della visione dell’anime beate in Dio, la cui
-openione per li teologi del reame di Francia era riprovata, e perchè
-il collegio de’ cardinali erano tutti quasi fuori de’ Catalani, di
-suo reame, e per questa baldanza ebbe animo d’ingannar santa Chiesa,
-sotto la promessa di mostrare di volere fare passaggio oltre mare per
-racquistare la Terra santa: e per questo domandò per cinque anni le
-decime del suo reame a ricogliere in breve tempo, non avendo l’animo
-al passaggio, come appresso l’opere dimostrarono. E nel suo reame
-mutò spesso e improvviso monete d’oro, peggiorandole molto e di peso
-e d’oro: per le quali mutazioni disertò e fece tornare i mercatanti di
-suo reame di ricchezza in povertà: e’ suoi baroni e borgesi assottigliò
-d’avere per modo, che poco era amato da loro per questa cagione. Onde
-apparve quasi come sentenzia di Dio, che avendo egli cotanta baronia e
-moltitudine di buoni cavalieri, i quali solieno essere pregiati sopra
-gli altri del mondo in fatti d’arme, non s’abboccavano in alcuna parte
-con gl’Inghilesi, che non facessono disonore al loro signore: ove per
-antico gli aveano in fatti d’arme sopra modo a vile. E molte singulari
-gravezze sopra la mercatanzia e sopra uomini singulari mise, onde
-molti mercatanti forestieri n’abbandonarono il reame; e non ostante che
-spesso fosse percosso dal bastone degl’Inghilesi, al continovo il re
-accrescea il suo reame per le infortune degli altri circustanti baroni,
-e per l’aiuto de’ suoi danari. Lasciò due figliuoli il re: messer
-Giovanni e messer Luigi duca d’Orliens: e quattro nipoti figliuoli
-del re Giovanni: il maggiore nominato messer Carlo Dalfino di Vienna
-e duca di Normandia, l’altro nominato Luigi duca d’Angiò, il terzo
-messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto messer Filippo piccolo
-fanciullo: e tre femmine: la prima moglie del re di Navarra, la seconda
-monaca del grande monistero di Puscì, e la terza nominata Caterina,
-picciola fanciulla, la quale fu poi moglie di messer Giovan Galeazzo
-de’ Visconti di Milano, come a suo tempo diviseremo.
-
-
-CAP. LXXVI.
-
-_Come la Chiesa rinnovò processo contra l’arcivescovo di Milano._
-
-In questo anno, avendo saputo il papa e’ cardinali come l’arcivescovo
-di Milano per loro mandato non s’era voluto rimuovere dell’impresa
-di Bologna, ma contro a loro volontà, e in vitupero della Chiesa,
-avea presa la città e rotta l’oste della Chiesa e del conte, furono
-molto turbati. E ricordandosi come l’arcivescovo era stato infedele,
-e rinvoltosi nella resia dell’antipapa e fattosi suo cardinale, e poi
-tornato all’ubbidienza di santa Chiesa era ricevuto a misericordia
-da papa Giovanni ventesimosecondo, e riconciliato, il fece vescovo
-di Novara, e poi per Clemente sesto promosso e fatto arcivescovo di
-Milano, e ora ingrato era tornato nella prima eresia, di non volere
-avere riverenzia nè ubbidire a santa Chiesa: rinnovellarono contro
-a lui e contro a’ suoi nipoti i processi altre volte fatti per papa
-Giovanni predetto, e feciono richiedere l’arcivescovo, e messer
-Galeazzo, e messer Bernabò, e messer Maffiuolo di messer Stefano
-Visconti, e assegnarono loro i termini debiti che s’andassono a
-scusare, e gli ultimi termini perentori furono a dì 8 d’aprile 1351.
-Infra il termine del detto processo vedendo il papa e’ cardinali per
-la loro avarizia, in vituperio, delle loro persone e in contento di
-santa Chiesa, tolta tutta la Romagna e la città di Bologna, volendo
-con ingegno unire in lega e compagnia gli altri tiranni lombardi, col
-comune di Firenze e di Perugia e di Siena, e colla Chiesa medesima,
-per potere con maggiore forza resistere al potente tiranno, mandò in
-Italia il vescovo di Ferrara, cittadino di Firenze della casa degli
-Antellesi, con pieno mandato a ciò ordinare e fermare: il quale giunto
-in Toscana, mandò a’ signori di Lombardia e a’ comuni predetti, che
-a certo termine catuno mandasse suoi ambasciadori alla città d’Arezzo
-a parlamento. E innanzi che il termine venisse, il detto legato andò
-in persona a messer Mastino e al marchese di Ferrara, e al comune
-di Perugia e di Siena a sporre la sua ambasciata, e tornò a Firenze,
-avendo sommossi i detti comuni e signori a venire in loro servigio e
-di santa Chiesa alla detta lega, perocchè catuno si temeva della gran
-potenza del’arcivescovo. E messer Mastino, che gli era più vicino, con
-sollecitudine confortava i Lombardi e’ comuni di Toscana che venissono
-alla lega e a fare sì fatta taglia, che all’arcivescovo si potesse
-resistere francamente. E del mese d’ottobre vegnente gli ambasciadori
-d’ogni parte furono ragunati ad Arezzo; quelli di messer Mastino e
-de’ Fiorentini v’andarono con pieno mandato; i Perugini mostravano di
-volere lega e taglia, ma d’ogni punto voleano prima risposta dal loro
-comune, e i Sanesi faceano il somigliante, per li quali intervalli,
-gli ambasciadori stettono lungamente ad Arezzo senza poter prendere
-partito. E questo avveniva perocchè a’ Perugini e a’ Sanesi parea
-che la forza dell’arcivescovo non potesse giugnere a’ loro confini, e
-volevano mostrare di non volersi partire dal volere di santa Chiesa
-e de’ Fiorentini. E in questo soggiorno, l’arcivescovo di Milano
-temendo che la Chiesa non si facesse forte coll’aiuto de’ Toscani
-e de’ Lombardi, mandò a messer Mastino messer Bernabò suo genero,
-pregandolo che si ritraesse da questa impresa: e grandi impromesse
-al comune di Firenze faceva d’ogni patto e vantaggio che volesse
-da lui: e con queste suasioni cercava disturbare la detta lega: ma
-invano s’affaticava con questi tentamenti, che di presente tutti si
-piovicavano nel parlamento, e’ Sanesi s’erano ridotti al segno de’
-Fiorentini, ed era preso, che se i Perugini non volessono essere alla
-lega, che si facesse senza loro. E avendo questo protestato loro,
-attendendo l’ultima risposta, la quale dilungavano con nuove cagioni
-di dì in dì, andandovi in persona oggi l’uno ambasciadore e domane
-l’altro, essendo gli altri ambasciadori per fermare la lega e la taglia
-senza loro, come a Dio piacque, sopravvenne la novella della morte
-di messer Mastino, per la quale cosa si ruppe il parlamento senza
-fermare lega, e catuno ambasciadore si tornò a suo comune e signore;
-della qual cosa tornò grande ripetio a’ comuni di Toscana. E benchè i
-Fiorentini e i Sanesi non fossono cagione di questo scordo, nondimeno
-peccarono in tanto aspettare i Perugini: che grande utilità era al
-comune di Firenze, che confinava col tiranno, avere in suo aiuto il
-braccio di santa Chiesa e del signore di Verona, e di Ferrara e di
-Siena. Ma quando i falli si prendono ne’ fatti della guerra sempre
-hanno uscimento di privato pericolo: e però gli antichi maestri della
-disciplina militare punivano con aspre pene i mali consigliatori,
-eziandio che del male consiglio conseguisse prospero fine. Ma ne’
-nostri tempi, i falli della guerra si puniscono non per giustizia, ma
-per esperienza del male che ne seguita, come tosto avvenne a’ detti
-comuni di Toscana, come seguendo appresso ne’ suoi tempi dimostreremo.
-
-
-CAP. LXXVII.
-
-_Come il tiranno di Milano si collegò con tutti i ghibellini d’Italia._
-
-Avvenne in questo anno, come l’arcivescovo di Milano sentì rotto
-il trattato della lega mosso per lo papa, e morto messer Mastino di
-cui più temea, gli parve che fortuna al tutto fosse con lui, e prese
-speranza di sottomettersi Toscana, e appresso tutta l’Italia. E però
-procacciò di recare a se il gran Cane della Scala cognato di messer
-Bernabò, e vennegli fatto per la confidenza del parentado. E perchè
-essendo giovane e nuovo nella signoria non facea per lui la guerra di
-sì fatto vicino, e però lievemente venne a concordia e legossi con lui,
-e promise d’aiutare l’uno l’altro nelle loro guerre. Sentita questa
-lega gli altri tiranni lombardi tutti si legarono coll’arcivescovo,
-non guardando il marchese di Ferrara perchè avesse antico amore e
-singolare affetto col comune di Firenze; e così tutti i tirannelli
-di Romagna feciono il simigliante, e que’ della Marca. E il comune di
-Pisa per patto li promisono dugento cavalieri, e non volendo rompere
-patto di pace a’ Fiorentini l’intitolarono alla guardia di Milano. E in
-Toscana s’aggiunse i Tarlati d’Arezzo, non ostante che fossono in pace
-e in protezione del comune di Firenze, e il somigliante di Cortona: e
-gli Ubaldini, e’ Pazzi di Valdarno, e gli Ubertini, e de’ conti Guidi
-tutti i ghibellini, e quei di Santafiore, e molti altri tirannelli
-ghibellini, i quali segretamente s’intesono coll’arcivescovo, non
-volendosi mostrare innanzi al tempo, per paura che i comuni guelfi
-loro vicini nol sapessono. Questa lega fu fatta e giurata tosto e
-molto segretamente, perocchè vedendo i ghibellini la gran potenza
-dell’arcivescovo, e sappiendo che la Chiesa non avea potuto fare la
-lega, e che i tiranni tutti di Lombardia s’erano accostati a dare
-aiuto all’arcivescovo, pensarono che venuto fosse il tempo di spegnere
-parte guelfa in Italia, e però senza tenere pace o fede promessa catuno
-s’accostò col Biscione, e vennesi provvedendo d’arme e di cavalli per
-essere alla stagione apparecchiati. In questo mezzo l’arcivescovo per
-meglio coprire l’intenzione sua amichevolemente mandava al comune di
-Firenze sue lettere, congratulandosi de’ suoi onori, e profferendosi
-come ad amici, e con questa dissimulazione passò tutto il verno,
-e mostrava d’avere l’animo a stendersi nella Romagna. E il comune
-di Firenze per non mostrare in sospetto l’amicizia che dimostrava
-a’ Fiorentini, non si provvedeva di capitano di guerra nè di gente
-d’arme, e le strade di Bologna e di Lombardia usava sicuramente colle
-mercatanzie de’ suoi cittadini; e i Milanesi e’ Bolognesi e gli altri
-Lombardi faceano a Firenze il somigliante senza alcuno sospetto:
-perocchè il malvagio concetto del tiranno e de’ suoi congiunti si
-racchiudea ne’ loro petti, e di fuori non si dimostrava, per meglio
-potere adempiere loro intenzione.
-
-
-CAP. LXXVIII.
-
-_Come fu assediata Imola dal Biscione e altri._
-
-In questo medesimo verno, messer Bernabò, ch’era in Bologna vicario per
-l’arcivescovo, costrinse i Bolognesi, e mandò a porre l’oste a Imola
-i due quartieri della città: ed egli v’andò in persona con ottocento
-cavalieri, e fecevi venire il capitano di Forlì colla sua gente a piè
-e a cavallo, e vennevi messer Giovanni Manfredi tiranno di Faenza colla
-sua forza, e il signore di Ravenna e gli Ubaldini, e assediarono Imola
-intorno con più campi. Guido degli Alidogi signore d’Imola, guelfo e
-fedele a santa Chiesa, avendo sentito questo fatto dinanzi, e richiesto
-i Fiorentini e gli altri comuni e amici di santa Chiesa d’aiuto, e
-non avendolo trovato, per la paura che catuno avea d’offendere al
-Biscione, come uomo franco e di gran cuore s’era provveduto dinanzi che
-l’assedio vi venisse di molta vittuaglia; e per non moltiplicare spesa
-di soldati elesse centocinquanta cavalieri di buona gente d’arme e
-trecento masnadieri nomati, tutti di Toscana, e con questi si rinchiuse
-in Imola; e fece intorno alla città due miglia abbattere case chiese
-e quanti difici v’erano, perchè i nimici non potessono avere ridotto
-intorno alla terra; e così francamente ricevette l’assedio, acquistando
-onore di franca difesa, insino all’uscita di maggio gli anni _Domini_
-1351. In questo stante al continovo si mettea in ordine sotto questa
-coverta d’Imola di potere improvviso a’ cittadini di Firenze assalire
-la città: e approssimandosi al tempo, di subito fece levare l’oste da
-Imola e lasciarvi certi battifolli, i quali in poco tempo straccati,
-senza potere tenere assediata la città, se ne levarono e lasciaronla
-libera.
-
-
-CAP. LXXIX.
-
-_Come il capitano di Forlì tolse al conticino da Ghiaggiuolo e al conte
-Carlo da Doadola loro terre._
-
-In questo medesimo tempo, il capitano di Forlì disideroso d’accrescere
-sua signoria, e avventurato nell’imprese, non vedendosi avere in
-Romagna di cui e’ dovesse temere, co’ suoi cavalieri venne subitamente
-sopra le terre del conticino da Ghiaggiuolo, di cui non si guardava,
-e con lui venne l’abate di Galeata, da cui il conticino tenea certe
-terre, e non gli rispondea com’era tenuto. E parve che fosse una
-maraviglia, che avendo buone e forti castella e bene guernite a grande
-difesa, tutte l’ebbe in pochi dì. E con questa foga se n’andò sopra le
-terre di Carlo conte di Doadola, e quasi senza trovar contasto tutte le
-recò sotto la sua signoria. Egli era a quel tempo in lega col signore
-di Milano, e però non trovò il comune di Firenze, benchè il conticino
-fosse stato suo cittadino, ch’aiutare lo volesse contro al capitano.
-
-
-CAP. LXXX.
-
-_Come nella città d’Orbivieto si cominciò materia di grande scandalo._
-
-In questo anno 1350, reggendosi la città d’Orbivieto a comune appo il
-popolo, erano i maggiori governatori di quello stato Monaldo di messer
-Ormanno, e Monaldo di messer Bernardo della casa de’ Monaldeschi;
-Benedetto di messer Bonconte loro consorto, per invidia e per setta
-recati a se due altri suoi consorti, trattò con loro il malificio, che
-poco appresso gli venne fatto; perocchè del mese di marzo del detto
-anno, uscendo amendue i Monaldi sopraddetti del palagio del comune
-dal consiglio, Benedetto co’ suoi due consorti s’aggiunsono con loro,
-e senza alcuno sospetto, i due Monaldi, che al continovo il dì e la
-notte usavano con Benedetto, s’avviarono con lui ragionando; e avendo
-il traditore l’uno di loro per mano, nel ragionamento, in sulla piazza,
-il fedì d’uno stocco, e cadde morto; l’altro Monaldo vedendo questo
-cominciò a fuggire: Benedetto sgridò i compagni, i quali il seguirono,
-e innanzi che potesse entrare in casa sua il giunsono e uccisonlo.
-Morti che furono costoro, Benedetto corse a casa sua e armossi; e
-accolti certi suoi amici, co’ suoi due consorti corsono la terra: e non
-trovando contasto, entrarono nel palagio del comune; e aggiuntasi forza
-di cittadini di sua setta, Benedetto si fece fare signore, e cominciò
-a perseguitare tutti coloro ch’erano stati amici de’ suoi consorti
-morti; e montò in tanta crudeltà la sua tirannia coll’audacia de’ suoi
-seguaci, che cacciati molti cittadini, in piccolo tempo, innanzi che
-l’anno fosse compiuto, più di dugento tra dell’una setta e dell’altra
-se ne trovarono morti di ferro. Onde il contado e il paese d’intorno se
-ne ruppe in sì fatto modo, che in niuno cammino del loro distretto si
-potea andare sicuro.
-
-
-CAP. LXXXI.
-
-_Come la città d’Agobbio venne a tirannia di Giovanni Gabbrielli._
-
-Avendo narrato delle nuove tirannie che si cominciarono in Toscana,
-ci occorre a fare memoria d’un’altra che si creò nella Marca in
-questo medesimo anno, la città d’Agobbio, la quale in quel tempo avea
-sparti per l’Italia quasi tutti i suoi maggiori cittadini in ufici
-e rettorie. Giovanni di Cantuccio de’ Gabbrielli d’Agobbio, essendo
-co’ suoi consorti in discordia per una badia di Santacroce, si pensò
-che agevolemente si potea fare signore e della badia e d’Agobbio,
-trovandosi nella città il maggiore, e non guardandosi i suoi consorti
-nè gli altri cittadini di lui. E non ostante che fosse guelfo di
-nazione, considerò che tutti i comuni e signori di parte guelfa di
-Romagna, e di Toscana e della Marca temeano forte del signore di
-Milano, ch’avea presa di novello la città di Bologna, e provvidde, che
-dove i Perugini o altra forza si movesse contro a lui, che l’aiuto
-dell’arcivescovo non gli mancherebbe. E avendo così pensato, senza
-indugio accolse cento fanti masnadieri, e con alquanti cittadini
-disperati e acconci a mal fare, i quali accolse a questo tradimento
-della patria, subitamente corse in prima alle case de’ suoi consorti, e
-affocate e rotte le porti, prese messer Belo di messer Cante, e messer
-Bino e Rinuccio suoi figliuoli, e Petruccio di messer Bino e quattro
-altri piccioli fanciulli, e tutti gli mise in prigione; e rubate le
-case, vi mise il fuoco e arsele. E fatto questo, corse al palagio de’
-consoli rettori di quello comune: e non volendo il gonfaloniere darli
-il palagio, corse alle case sue e arsele in sua vista. E tornato al
-palagio, disse agli altri consoli, che se non gli dessono il palagio
-altrettale farebbe delle loro; onde per paura gli aprirono; e preso
-il palagio, vi lasciò sue guardie, e corse la terra. I cittadini
-sentendo presi i consorti di Giovanni, di cui avrebbono potuto fare
-capo, si stettono per paura, e niuno si mise a contastarlo. E così
-disventuratamente coll’aiuto di meno di centocinquanta fanti fu
-occupata in tirannia la città d’Agobbio in una notte, la quale avea
-seimila uomini d’arme. Ma i peccati loro, e massimamente le ree cose
-commesse per le città d’Italia per le continove rettorie ch’aveano gli
-uomini di quella città, li condusse in quelle, e nella disciplina della
-nuova e disusata tirannia. E per le discordie della casa de’ Gabbrielli
-a quell’ora non avea la città podestà, nè capitano nè altro rettore.
-Avevavi alcune masnade de’ Perugini, i quali Giovanni ne cacciò fuori;
-e ’l dì seguente, avendo cresciuta la sua forza dentro, se ne fece fare
-signore; e di presente, come potè il meglio, si fornì di gente, e di
-notte facea sollecita guardia, e fortificava la sua signoria.
-
-
-CAP. LXXXII.
-
-_Come il comune di Perugia e il capitano del Patrimonio andarono a oste
-ad Agobbio._
-
-Sparta per lo paese la nuova signoria d’Agobbio, messer Iacopo, ch’era
-capo della casa de’ Gabbrielli, e allora era capitano del Patrimonio
-per la Chiesa, co’ suoi cavalieri, e con aiuto d’alquanti suoi amici,
-di subito cavalcò a Perugia; e il comune di Perugia, che si sentiva
-offeso per lo cacciare della sua gente d’Agobbio, a furore di popolo
-si mosse a cavalcare popolo e cavalieri con messer Iacopo, e puosonsi
-a oste intorno alla città d’Agobbio. Vedendo Giovanni di Cantuccio,
-nuovo tiranno, che il comune di Perugia, e messer Iacopo e altri suoi
-consorti con forte braccio l’avieno assediato, e che da se era male
-fornito a potere resistere, e de’ suoi cittadini d’entro non si potea
-fidare, sagacemente mandò nel campo a’ Perugini suoi ambasciadori,
-i quali da parte di Giovanni dissono: Signori Perugini, Giovanni di
-Cantuccio ci manda a voi a farvi assapere, com’egli è di quella casa
-de’ Gabbrielli, che sempre furono amatori e fedeli del vostro comune,
-e così intende d’essere egli; e intende che ’l comune di Perugia abbia
-in Agobbio ogni onore e ogni giurisdizione che da qui addietro avere
-vi solea, e maggiore, e vuole rendere i prigioni; ed e’ si partissono
-dall’assedio, e mandassono in Agobbio que’ savi cittadini di Perugia
-cui elli volessono, a mettere in ordine e riformare il governamento
-del comune, e ricevere i prigioni. La profferta fu larga, e’ Perugini
-più baldanzosi che discreti, confidandosi follemente alla promessa del
-tiranno, elessono ambasciadori ch’andassono a ricevere i prigioni e
-riformare la città, e misongli in Agobbio: e di presente si levarono
-da campo della terra e tornaronsi in Perugia, e lasciarono messer
-Iacopo a campo colla gente d’arme ch’avea della Chiesa, il quale rimase
-all’assedio più dì partiti i Perugini; pensando coll’aiuto de’ suoi
-cittadini d’entro potere da se alcuna cosa, o se la fede di Giovanni
-fosse intera co’ Perugini, potere tornare in Agobbio. Gli ambasciadori
-de’ Perugini entrati in Agobbio, con grandissima festa, e dimostramento
-di grande amore e confidanza furono ricevuti da Giovanni. E cominciolli
-prima a convitare e tenerli in desinari e in cene, e tranquillarli
-d’oggi in domane; e strignendolo gli ambasciadori, disse che volea
-prima vedere partito messer Iacopo dall’assedio. Messer Iacopo
-s’avvide bene dell’inganno, ma stretto dagli ambasciadori perugini,
-acciocchè a lui non si potesse imputare cagione che per lui seguitasse
-la discordia, si partì dall’assedio e tornossi nel Patrimonio. Gli
-ambasciadori di Perugia, partitosi messer Iacopo, con più baldanza
-strigneano Giovanni, di rivolere i prigioni, e ordinare il reggimento
-della guardia della terra, com’egli avea promesso. Il tiranno vedendosi
-levato l’assedio, tenea con più fidanza gli ambasciadori in parole,
-e trovando nuove cagioni a dilungare il tempo, gli tenea sospesi. Ma
-vedendo che oltre al debito modo gli menava per parole, per sdegno
-si partirono d’Agobbio, e rapportarono al loro comune l’inganno che
-Giovanni avea fatto. A’ Perugini ne parve male: ma non trovarono tra
-loro concordia di ritornarvi ad oste. Nondimeno il nuovo tiranno,
-pensandosi più gravemente avere offeso il comune di Perugia, non
-ostante che fosse per nazione e per patria guelfo, si pensò d’aiutare
-co’ ghibellini. E mandò ambasciadori a messer Bernabò ch’era a Bologna,
-dicendo: che volea tenere la città d’Agobbio dal suo signore messer
-l’arcivescovo: e pregollo che gli mandasse gente d’arme alla guardia
-sua e della terra; il quale senza indugio vi mandò dugentocinquanta
-cavalieri, e appresso ve ne mandò maggiore quantità, parendoli avere
-fatto grande acquisto alla sua intenzione. Giovanni da se sforzò i
-suoi cittadini per avere danari, e fornissi di gente d’arme a piè e a
-cavallo; e vedendosi fornito alla difesa si dimostrò palesemente nimico
-de’ Perugini, come appresso seguendo nostro trattato racconteremo.
-
-
-CAP. LXXXIII.
-
-_Come cominciò l’izza da’ Genovesi a’ Veneziani._
-
-Essendo cresciuto scandalo nato d’invidia di stato tra il comune
-di Genova e quello di Vinegia, tenendosi ciascuno il maggiore,
-cominciamento fu di grave e grande guerra di mare. E la prima cagione
-che mosse fu, che avendo avuto i Genovesi guerra e briga con Giannisbec
-imperadore nelle provincie del Mare maggiore, a cui i Genovesi aveano
-arsa la Tana e fatto danno grande alla gente sua, per la qual cosa i
-Genovesi non potieno colle loro galee andare al mercato della Tana,
-anzi facevano a Caffa porto, e per terra vi faceano venire la spezieria
-e altre mercatanzie, con più costo e avarie che quando usavano la Tana.
-I Veneziani dopo la detta briga s’acconciarono coll’imperadore, e alla
-Tana andavano con loro navili e colle loro galee per la mercatanzia,
-e traevanla a migliore mercato, la qual cosa mettea male a’ Genovesi.
-Per la qual cosa richiesono i Veneziani, e pregaronli che si dovessono
-accordare con loro a fare porto a Caffa, e darebbono loro quella
-immunità e fondaco e franchigia ch’avieno per loro: e facendo questo,
-l’arebbono in grande servigio; ed essendo in concordia, non dottavano
-che Giannisbec si recherebbe a far loro ogni vantaggio che volessono,
-per ritornarli al mercato della Tana: e questo tornerebbe in loro
-profitto, e in onore di tutta la cristianità. I Veneziani non vi si
-poterono per alcun modo recare, anzi dissono, che intendeano d’andare
-con loro legni e galee alla Tana e dove più loro piacesse, che della
-briga che i Genovesi aveano coll’imperadore non si curavano. Per la
-quale risposta i Genovesi sdegnarono, e dispuosonsi dove si vedessono
-il bello, di fare danno a’ Veneziani in mare, e i Veneziani a loro; e
-d’allora innanzi, dove si trovarono in mare si combatteano insieme, e
-in trapasso di non gran tempo feciono danno l’uno all’altro assai. E
-sentendo catuno comune come la guerra era cominciata in mare tra’ loro
-cittadini, ordinarono di mandare a maggiore riguardo e più armati i
-loro navili grossi che non solieno. E per non mostrare paura nè viltà
-l’uno dell’altro non si ristrinsono del navicare.
-
-
-CAP. LXXXIV.
-
-_Come quattordici galee di Veneziani presono in Romania nove de’
-Genovesi._
-
-Avvenne che andando in questo anno alla Tana quattordici galee di
-Veneziani bene armate, come furono in Romania s’abboccarono in undici
-galee de’ Genovesi ch’andavano a Caffa, sopra l’Isola di Negroponte,
-e incontanente si dirizzano colle vele e co’ remi in verso loro. I
-Genovesi vedendole venire, l’attesono arditamente, e acconciaronsi
-alla battaglia. E sopraggiungendo le galee de’ Veneziani, combatterono
-insieme. E dopo la lunga battaglia, i Veneziani sconfissono i Genovesi:
-e seguitando la fuga, delle undici galee ne presono nove, e le due
-camparono, e fuggirono in Pera. I Veneziani avendo questa vittoria,
-trovandosi presso all’isola di Negroponte, acciocchè non impedissono
-per tornare a Vinegia il loro viaggio della Tana, tornarono a Candia, e
-ivi scaricarono la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, e
-misonla nel loro fondaco, e tutti i prigioni incarcerarono: e i corpi
-delle galee de’ Genovesi lasciarono nel porto, pensando d’avere ogni
-cosa in salvo alla loro tornata, e allora menar la preda della loro
-vittoria a Vinegia con grande gazzarra; e fatto questo seguirono il
-loro viaggio. Ma le cose ebbono tutto altro fine che non si pensarono,
-come appresso diviseremo.
-
-
-CAP. LXXXV.
-
-_Come i Genovesi di Pera presono Negroponte, e riebbono loro
-mercatanzia._
-
-Le due galee di Genovesi campate dalla sconfitta, e venute a Pera,
-narrarono a’ Genovesi di Pera la loro fortuna. E sentito per quelli
-di Pera come le quattordici galee di Veneziani erano passate nel
-Mare maggiore, e come i Genovesi prigioni, e la mercatanzia e i corpi
-delle loro galee erano in Candia; non inviliti per la rotta de’ loro
-cittadini, ma come uomini di franco cuore e ardire, di presente avendo
-in Pera sette corpi di galee le misono in mare, e quelle e le due
-de’ Genovesi della sconfitta, e quanti legni aveano armarono di loro
-medesimi, e montaronvi suso a gara chi meglio potè, fornendosi d’arme
-e di balestra doppiamente; e senza soggiorno, improvviso a’ Veneziani
-di Candia, i quali non sapieno che galee di Genovesi fossono in quel
-mare, furono nel porto. I Veneziani co’ paesani, volendo contastare
-la scesa a’ Genovesi in terra nel loro porto, tratti alla marina, per
-forza d’arme e dalle balestra de’ Genovesi furono ributtati; e scesi in
-terra i Genovesi di Pera, e romore levato per la città, tutti trassono
-i cittadini alla difesa, per ritenere i Genovesi che non si mettessono
-più innanzi verso la terra. Ma poco valse loro, che con tanto empito
-di loro coraggioso ardire i Genovesi si misono innanzi, che coll’aiuto
-delle loro balestra rotti que’ della terra, e fuggendo nella città, con
-loro insieme v’entrarono. Come si vidono dentro, affocando le case,
-e dilungando da loro i cittadini co’ verrettoni, gli strinsono per
-modo, che già erano signori della terra; ma pervenuti alla prigione la
-ruppono, e trassonne tutti i loro cittadini presi; ed entrarono nel
-fondaco, e tutta la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi,
-e quella che dentro v’era de’ Veneziani presono, e caricarono ne’
-corpi delle loro nove galee prese nel porto, e su le loro; e rimessi i
-prigioni in su le galee, pensarono che tanto erano rotti e sbigottiti
-gli abitatori di Candia, che agevole parea loro vincere la terra, ma
-vincendola e convenendola guardare, convenia loro abbandonare Pera,
-e però si ricolsono alle galee, e con piena vittoria si ritornarono a
-Pera. E a Genova rimandarono le nove galee racquistate per loro, e gli
-uomini e la mercatanzia, con notabile fama di loro prodezza e di varia
-fortuna.
-
-
-CAP. LXXXVI.
-
-_Come fu morto il patriarca d’Aquilea, e fattane vendetta._
-
-In questo anno, del mese di giugno, messer Beltramo di san Guinigi
-patriarca d’Aquilea, cavalcando per lo patriarcato, da certi terrieri
-suoi sudditi, con aiuto di cavalieri del conte d’Aquilizia, ch’era
-male di lui, fu nel cammino assalito e morto con tutta sua compagnia,
-e senza essere conosciuti allora, coloro che feciono il malificio si
-ricolsono in loro paese. Per la qual cosa rimaso il patriarcato senza
-capo, i comuni smossono il duca d’Osterich, il quale con duemila
-barbute venne, e fu ricevuto da tutti i paesani senza contasto, e
-onorato da loro. E vicitato il paese infino nel Friuli, sentendo che ’l
-papa avea fatto patriarca il figliuolo del re Giovanni di Boemia, non
-illigittimo ma ligittimo, si tornò in suo paese. E poco appresso, il
-detto patriarca venne nel paese, e fu con pace ricevuto e ubbidito da
-tutti i comuni e terrieri del patriarcato. E statovi poco tempo, certi
-castellani il vollono fare avvelenare, e furono coloro ch’avieno morto
-l’altro patriarca, avendo a ciò corrotto due confidenti famigliari.
-Onde egli scoperto il tradimento, messer Francesco Giovanni grande
-terriere, capo di questi malfattori, con certi altri castellani che
-’l seguitavano, furono da lui perseguitati senza arresto, tanto che
-si ridussono a guardia nelle loro fortezze, e ivi furono assediati per
-modo, che s’arrenderono al patriarca. Il quale prima abbattè tutte loro
-castella, le quali erano cagione della loro sfrenata superbia, e al
-detto messer Francesco, con otto de’ maggiori castellani fece tagliare
-le teste, e un’altra parte ne fece impendere per la gola. Per la qual
-cosa tutto il paese rimase cheto e sicuro, e il patriarca temuto e
-ubbidito da tutti senza sospetto o contasto.
-
-
-CAP. LXXXVII.
-
-_Come il legato del papa si partì del Regno, e il re riprese Aversa._
-
-Tornando alle novità del regno di Cicilia di qua dal Faro, come è
-narrato, fatto l’accordo dal re Luigi a Currado Lupo e agli altri
-caporali ch’erano sotto il titolo del re d’Ungheria in Terra di Lavoro,
-le città e le castella che teneano in quella furono assegnate alla
-guardia del cardinale messer Annibaldo da Ceccano, salvo le torri
-di Capova. Il cardinale non trovando tra le parti accordo, per dare
-materia al re Luigi che si potesse riprendere le città e le castella
-che a lui erano accomandate, si partì del Regno e andossene a Roma, ove
-da’ Romani fu male veduto; perocchè dispensava e accorciava i termini
-della vicitazione a’ romei, contro all’appetito della loro avarizia,
-onde più volte standosi nel suo ostiere fu saettato da loro, e alla
-sua famiglia fatta vergogna, e assaliti e fediti cavalcando per Roma.
-Onde egli sdegnoso si partì, e andossone in Campagna; e nel cammino
-morì di veleno con assai suoi famigliari. Dissesi che ad Aquino era
-stato avvelenato vino nelle botti, del quale non ebbono guardia, e
-bevvonsene: se per altro modo fu non si potè sapere. Rimasta la città
-d’Aversa e la guardia del castello a certi famigliari del cardinale in
-nome di santa Chiesa, il re Luigi vi cavalcò con poca gente, e fecesi
-aprire le porte del castello senza contasto, e misevi fornimento o
-gente d’arme alla guardia. E incontanente la città, ch’era troppo larga
-e sparta da non potersi bene difendere, ristrinse, facendo disfare
-tutte le case e’ palagi che fuori del cerchio che prese rimanieno;
-e delle pietre fece cominciare a cignere quella di buone e grosse
-mura: e a ciò fare mise grande sollecitudine, sicchè in poco tempo,
-innanzi l’avvenimento del re d’Ungheria nel Regno, le mura erano alzate
-per tutto sei braccia intorno alla terra. E fatto capitano messer
-Iacopo Pignattaro di Gaeta, valente barone, di trecento cavalieri e
-di seicento pedoni masnadieri, gli accomandò la guardia della città
-d’Aversa e del castello; e nella terra fece mettere abbondanza di
-vittuaglia, perocchè di quella terra, più che dell’altre, si dubitava
-alla tornata del re d’Ungheria. In quel tempo Currado Lupo non
-sentendosi forte di cavalieri, che s’erano partiti del Regno, s’era
-ridotto a Viglionese in Abruzzi, e gli Ungheri in Puglia, e guardavano
-il passo delle torri di Capova, aspettando il loro signore.
-
-
-CAP. LXXXVIII.
-
-_Come il re d’Ungheria ritornò in Puglia conquistando molte terre._
-
-In questo anno, Lodovico re d’Ungheria sentendo che la sua gente avea
-sconfitto a Meleto i baroni del re Luigi e i Napoletani, e aveano molti
-a prigioni: essendo sollecitato per lettere e per ambasciadori da’
-comuni e da’ baroni che teneano nel Regno la sua parte che ritornasse,
-diliberò di farlo. E di presente mandò innanzi de’ suoi cavalieri
-ungheri con certi capitani in Ischiavonia, perchè di là passassero
-in Puglia. E quando gli sentì passati, subitamente con certi suoi
-eletti baroni, con piccola compagnia, si mise a cammino, e prima fu
-alla marina di Schiavonia che sapere si potesse della sua partita: e
-trovando al porto le galee e i legni apparecchiati, vi montò suso; e
-avendo il tempo buono, valicò in Puglia a salvamento, assai più tosto
-che per i paesani non si stimava. E sentita la partita sua in Ungheria,
-grande moltitudine d’Ungheri il seguitarono, valicando di Schiavonia
-in Puglia in barche e in piccoli legni armati sì disordinatamente, che
-se il re Luigi avesse avute due galee armate senza fallo gli avrebbono
-rotti e impediti per modo, che non sarebbono potuti passare: ma come
-furono passati, il re Luigi vi mandò tre galee armate che vi giunsono
-invano. Ed essendo il re d’Ungheria in Puglia, ragunò la sua gente
-insieme, e trovossi con diecimila cavalieri. In que’ dì il conte di
-Minerbino, il quale s’era ribellato dal detto re, si racchiuse nella
-città di Trani, alla quale il re andò ad assedio. E vedendosi il conte
-senza speranza di soccorso e disperato di salute, col capestro in
-collo e in camicia uscì della città, e gittossi ginocchione in terra
-a piè del re domandandoli misericordia. Il re d’Ungheria dimenticati
-i baratti e’ falli del conte benignamente gli perdonò, e rimiselo
-nel suo stato: e lasciato nelle città e castella di Puglia quella
-gente che volle, venne in Principato. La città di Salerno essendo
-in cittadinesche discordie gli apersono le porte, e ricevettonlo a
-onore: e ivi si riposò alquanti dì; e messo suo vicario nella città
-e castellano nel castello, se ne venne a Nocera de’ cristiani; e in
-quella se n’entrò senza contasto. Il castello era forte e bene fornito
-alla difesa, ma invilito il castellano, per codardia l’abbandonò. Il
-re il fece prendere e guardare alla sua gente. E partito di là venne a
-Matalona, nella quale entrò senza contasto. E tutte le città e castella
-di Terra di Lavoro feciono il suo comandamento, salvo la città di
-Napoli ed Aversa. E poi il detto re con tutto suo sforzo se ne venne
-ad Aversa, del mese di maggio nel detto anno, e credettelasi avere alla
-prima giunta, ma trovossi ingannato, perocchè era città di mura cinta,
-e bene che fossero basse, era imbertescata e fornita di legname alla
-difesa; e dentro v’erano i cavalieri e i masnadieri che la difendevano
-virtuosamente; e assaggiata per più volte dall’assalto degli Ungheri,
-con loro dannaggio, il re conobbe che non la potea vincere per forza, e
-però vi mise assedio, e strinsela con più campi per modo, che da niuna
-parte vi si poteva entrare.
-
-
-CAP. LXXXIX.
-
-_Come i Genovesi ebbono Ventimiglia._
-
-In questo tempo dell’assedio d’Aversa, il doge di Genova e il suo
-consiglio, conosciuto loro tempo, armarono dodici galee e mandaronle
-nel porto di Napoli, e diedono il partito a prendere al re e a alla
-reina, dicendo in questo modo: il doge di Genova e il suo consiglio
-ci hanno mandati qui a essere in vostro aiuto, in quanto voi rendiate
-liberamente al nostro comune la città di Ventimiglia, la quale è di
-nostra riviera, avvegnachè di ragione fosse della contea di Provenza.
-E se questo non fate, di presente abbiamo comandamento d’essere contro
-a voi, e di servire il re d’Ungheria. Il re e la reina vedendosi
-assediati per terra dalla grande cavalleria del re d’Ungheria, a cui
-ubbidia tutta la Terra di Lavoro, e di mare convenia che venisse tutta
-loro vittuaglia, e da loro non aveano solo una galea: pensarono che
-se i Genovesi gli nimicassono in mare erano perduti, e però stretti
-dalla necessità deliberarono di fare la volontà del doge e del comune
-di Genova, avendo speranza dell’aiuto di quelle galee molto migliorasse
-la loro condizione. E incontanente mandarono a far dare la tenuta
-della città di Ventimiglia al comune di Genova. E le dodici galee non
-si vollono muovere del porto di Napoli, nè fare alcuna novità infino a
-tanto che la risposta non venne dal loro doge, come avessono la tenuta
-della detta città. Avuta la novella, non tennono fede al re Luigi nè
-alla reina di volere nimicare le terre che ubbidivano al re d’Ungheria,
-nè essere contro a lui; anzi si partirono da Napoli, e presono altro
-loro viaggio.
-
-
-CAP. XC.
-
-_Come fu data l’ultima battaglia ad Aversa dal re d’Ungheria._
-
-Stando l’assedio ad Aversa, il re d’Ungheria facea scorrere continovo
-la sua gente fino a Napoli e per lo paese d’intorno d’ogni parte, e
-tutti i casali e le vicinanze l’ubbidivano, e mandavano il mercato
-all’oste. A Napoli per terra non entrava alcuna cosa da vivere, e però
-avea soffratta d’ogni bene, salvo che di grechi e di vini latini. E
-se il re d’Ungheria avesse avute galee in mare, avrebbe vinta la città
-di Napoli per assedio più tosto che Aversa: perocchè non aveano d’onde
-vivere, se per mare non veniva da Gaeta e di Roma con grande costo. Nel
-cominciamento, l’oste del re d’Ungheria fu abbondevole d’ogni grascia,
-per l’ubbidienza de’ paesani: ma soprastando l’assedio, il servigio
-cominciò a rincrescere, e l’oste ad avere mancamento di molte cose,
-e spezialmente di ferri di cavalli e di chiovi. E i nobili regnicoli
-vedendo che il re in persona con diecimila cavalieri non poteva
-prendere Aversa, debole di mura e di fortezza e con poca gente alla
-difesa, cominciarono ad avere a vile gli Ungheri, e trarre le cose loro
-de’ casali, e la vittuaglia non portavano al campo come erano usati. E
-per questo le masnade degli Ungheri andavano a rubare oggi l’uno casale
-e domane l’altro, e spaventati i paesani, la carestia e il disagio
-montava nell’oste. Il re temendo che la vittuaglia non fallasse nel
-soggiorno, deliberò di combattere la città con più ordine e con più
-forza ch’altra volta non avea fatto, come appresso diviseremo.
-
-
-CAP. XCI.
-
-_Della materia medesima._
-
-Vedendo il re d’Ungheria mancare la vittuaglia all’oste, ebbe i
-capitani e’ conestabili de’ suoi Ungheri e Tedeschi che v’erano a
-parlamento: e disse come grande vergogna era a lui e a loro essere
-stati tanto tempo intorno a quella terra, abbandonata di soccorso e
-imperfetta di mura, e non averla potuta prendere; e ora conoscea che
-per lo mancamento della vittuaglia il soggiorno non gli tornasse a
-vergogna; e però gli richiedeva e pregava ch’elli confortassono loro e
-i loro cavalieri, ch’elli adoperassono per loro virtù, che combattendo
-la terra si vincesse: ch’egli intendea di volere che la battaglia
-da ogni parte vi si desse aspra e forte, sicch’ella si vincesse. I
-capitani e’ conestabili di grande animo e di buono volere s’offersono
-al re, e il re in persona disse loro d’essere alla detta battaglia.
-Quelli d’entro che sentirono come doveano essere combattuti con tutta
-la forza di quella gente barbara, non si sbigottirono, anzi presono
-cuore e ardire e argomento alla loro difesa. Gli Ungheri e i Tedeschi
-sprovveduti d’ingegni da coprirsi e da prendere aiuto all’assalto delle
-mura, fidandosi negli archi e nelle saette, da ogni parte a uno segno
-fatto assalirono le mura. E il re in persona fu all’assalto, per fare
-da se, e per dare vigore agli altri. E data la battaglia, e rinfrescata
-spesso, per stancare i difenditori, e fatto di loro saettamento ogni
-prova, ed essendo da quelli della terra in ogni parte ribattuti,
-coll’aiuto de’ balestrieri e delle pietre e della calcina gittata sopra
-loro, e delle lanci e pali e d’altri argomenti, non ebbono podere di
-prendere alcuna parte delle mura, ma molti di loro morti e più fediti,
-e infino fedito il re, con acquisto d’onta e di vergogna si ritrassono
-dalla battaglia. Que’ d’entro avendo combattuto francamente, confortati
-e medicati di loro fedite, presono delle fatiche riposo.
-
-
-CAP. XCII.
-
-_Come il conte d’Avellino con dieci galee stette a Napoli, e Aversa
-s’arrendè al re._
-
-Stando l’assedio ad Aversa, la reina Giovanna non essendo bene del
-re Luigi, perchè volea essere da lui più riverita che non le parea,
-perocchè era donna e reina del reame, e il marito non era ancora re,
-a sua ’stanza fece in Proenza al conte d’Avellino, capo e maggiore
-della casa del Balzo, armare dieci galee, e all’uscita di giugno nel
-detto anno giunse nel porto di Napoli colla detta armata, atteso
-per soccorso, del quale aveano gran bisogno. Ma il conte pieno di
-malizia, conoscendo il bisogno del re Luigi, e poco curandosi della
-reina, mostrandosi di volere trattare suo vantaggio, colle sue galee
-si teneva in alto sopra il porto di Napoli. E per trarre vantaggio e
-mantenere l’armata, ordinò che ogni legno o barca che nel porto volesse
-entrare o uscire pagasse certa quantità di danari, e per questo modo
-aggravava i Napoletani, e faceva loro più grande la carestia della
-vittuaglia. E stando in questo modo, trattava domandando vantaggio
-al re Luigi, e il re gliel’otriava quanto sapea domandare, per avere
-l’aiuto di quelle galee, aggiugnendo i prieghi della reina, mostrando
-come con quelle galee poteano racquistare le terre di quella marina,
-onde seguirebbe loro grande soccorso. Ma per cosa che fare sapesse
-non potè smuovere il conte a dargli l’aiuto di quell’armata, anzi
-si partì di là, e per potere agiare la ciurma in terra s’apportò
-al castello dell’Uovo: e cominciò a trattare col re d’Ungheria di
-volergli dare per moglie la sirocchia della reina, che fu moglie del
-duca di Durazzo, e il re avvisato gli dava intendimento, per volere
-quelle galee tenere in contumace de’ suoi avversari. E stando il conte
-in trattati e di là e di qua, non si potea conoscere che facesse la
-volontà della reina, nè che fosse ribello al re Luigi, o in che modo si
-potesse giudicare essere col re d’Ungheria, tenendo colla sua malizia
-ogni parte sospesa. Al re Luigi e ai Napoletani fece danno, alla reina
-non accrebbe baldanza: ma al re d’Ungheria, per lo suo trattare, fece
-piuttosto avere Aversa: che sentendo gli assediati i trattati del
-conte, affaticati lungamente alla difesa d’Aversa, pensando che il re
-d’Ungheria rimanesse nel Regno, benchè ancora si potessono difendere
-alcun tempo, presono partito di trattare per loro. E messer Iacopo
-Pignattaro loro capitano, essendo regnicolo, e di natura mobile alla
-nuova signoria, tosto s’accordò col re, ed ebbe sotto titolo di loro
-soldi moneta dal re d’Ungheria, e rendégli la città d’Aversa: il quale
-incontanente v’entrò dentro con tutta sua cavalleria, e non lasciò
-fare a’ cittadini alcuna violenza o ruberia. E questo fu del mese di
-settembre del detto anno. Manifesto fu che questa vittoria venne agli
-Ungheri a gran bisogno, perocchè già era sì stracca la gente, per lungo
-disagio e per la carestia, che poco più vi poteano stare, e il partire
-senza averla vinta tornava al re e alla sua grande cavalleria ontosa
-vergogna.
-
-
-CAP. XCIII.
-
-_Come il re d’Ungheria e il re Luigi vennono a certa tregua._
-
-Avendo non ispedite guerre, ma piuttosto avviluppamenti di quelle
-narrate de’ fatti del regno di Cicilia, seguita non meno incognito
-e avviluppato processo nelle seguenti successioni di que’ fatti; ma
-cotali chenti alla nostra materia s’offeriranno, con nostra scusa gli
-racconteremo. Avuta il re d’Ungheria la città d’Aversa, alla quale
-lungo tempo s’era dibattuto con tutta la sua grande oste, e non l’avea
-potuta nè per forza nè per assedio acquistare, essendo debole città
-di mura e da poca gente difesa, si pensò che l’altre maggiori e più
-forti città che si teneano contro a lui sarebbono più malagevoli a
-conquistare, e per esempio d’Aversa troverebbe maggiore resistenza; e i
-suoi baroni aveano già compiuto con lui il termine del debito servigio,
-e a volerli ritenere al conquisto del Regno bisognava che desse loro
-danaro, che n’avea pochi, e del Regno non ne potea trarre, essendo in
-guerra: vide che il re Luigi, i baroni, e quelli che si teneano dal
-suo lato erano disposti di stare alla difesa delle mura: e però mutò
-l’animo agevolmente disposto a trovare accordo, col quale con meno sua
-vergogna si potesse partire del Regno. E dall’altra parte il re Luigi
-era a tanto condotto, che non che potesse con arme resistere al nimico,
-ma di mantenere bisognose e necessarie spese di sua vita era impotente;
-e se non fosse che l’animo de’ Napoletani concorrea a lui e alla reina
-alla loro difesa, non arebbono potuto sostenere. E per questa cagione
-era atta la materia da catuna parte a venire alla concordia con piccolo
-aiuto d’alcuni mezzani. Onde alcuno prelato di santa Chiesa, il quale
-era dal papa mandato nel Regno, e il conte d’Avellino, che avea da
-ogni parte puttaneggiato, coll’aiuto d’alcuno altro barone, movendosi
-a cercare se potessono trovare via d’accordo, con piccola fatica vi
-pervennono alla cavalleresca, in questo modo. Che triegue fossono
-fatte infino a calen di aprile, gli anni _Domini_ 1351, con patto, che
-chi avesse nel Regno dovesse sicuramente tenere sue città, castella
-e ville in pace tutto il tempo detto. Che la questione che si faceva
-contro alla reina Giovanna della morte del re Andreasso, si dovesse
-commettere nel papa e ne’ cardinali: e dove fosse trovata colpevole,
-dovesse perdere il reame, e tornasse libero al re d’Ungheria: e
-dove ella non fosse giudicata colpevole della morte del marito, ma
-liberatane per sentenza del papa e del collegio de’ cardinali dovesse
-rimanere reina del detto regno. E il re d’Ungheria le dovea rendere
-tutte le città, castella e baronaggi che vi tenea, riavendo da lei per
-le spese fatte per lui fiorini trecentomila d’oro, per quello modo e
-termine competente che ordinato fosse per la santa Chiesa; e per patto
-catuno re si dovea partire personalmente, e la reina del reame. Per
-la fermezza d’attenere l’uno all’altro questi patti non ebbe altro
-legame, che la fe e la scrittura e la testimonianza de’ mezzani. Il re
-d’Ungheria che avea d’uscire del reame maggior voglia, prese l’onesta
-cagione d’andare in romeaggio a Roma al santo perdono; e in Puglia
-alle terre della marina lasciò de’ suoi Ungheri alla guardia con loro
-capitani, e fornì di buona guardia tutte le sue tenute in Terra di
-Lavoro; e a Capova e Aversa, e per l’altre terre e castella circustanti
-lasciò suo vicario messer fra Moriale cavaliere friere di san Giovanni
-di Provenza, valente e ridottato cavaliere, con buone masnade di
-Provenzali, di cui il detto re molto si confidava; e a Viglionese
-e a Lanciano e nell’altre terre che tenea in Abruzzi lasciò vicario
-messer Currado Lupo, franco cavaliere, con sue masnade di Tedeschi
-a quella guardia. E ordinato ch’ebbe la guardia delle sue terre nel
-Regno si mise a cammino per andare a Roma: e incontanente il re Luigi
-per mostrare di volere uscire del Regno, e tenere i patti, si partì
-da Napoli colla reina, e venne alla città di Gaeta in su’ confini del
-reame, e ivi attendeva che il re d’Ungheria si partisse d’Italia e
-tornasse in suo reame, com’era in convegna; e ciò fatto, il re Luigi
-e la reina Giovanna doveano fuori del reame attendere la sentenza di
-santa Chiesa. I Gaetani ricevettono il re Luigi e la reina Giovanna
-in Gaeta con grande onore: e provviddongli di loro danari per aiuto
-alle spese, che n’aveano grande bisogno. Ed ivi si fermarono con animo
-e intenzione di non uscire del Regno, bene che promesso l’avessono,
-parendo loro che il dilungamento da quello, al bisognoso e lieve stato
-ch’aveano, fosse pericoloso al fatto loro. Il re d’Ungheria seguì a
-Roma suo viaggio, e avuto il santo perdono senza soggiorno se ne tornò
-in Ungheria.
-
-
-CAP. XCIV.
-
-_Come il conte d’Avellino diè al suo figliuolo per moglie la duchessa
-di Durazzo._
-
-Il conte d’Avellino, il quale colle sue galee era rimaso sopra Napoli
-al castello dell’Uovo, vedendo i fatti del Regno rimasi intrigati per
-lungo tempo, essendo rimasa la duchessa di Durazzo sirocchia della
-reina, vedova, nel castello dell’Uovo, chiamata Maria, non ostante
-che ’l detto conte fosse suo compare, ma per quello mostrando più
-familiarità, con piccola compagnia andò al castello per vicitarla,
-innanzi alla sua partita; la duchessa con buona confidanza gli fece
-aprire liberamente il castello, ed egli con due suoi figliuoli e colla
-sua famiglia armata v’entrarono: e entrati, fece prendere la guardia
-delle porti e delle fortezze d’entro. Ed essendo colla duchessa, disse
-che volea ch’ella fosse moglie di Ruberto suo figliuolo, e per forza le
-fece consumare il matrimonio: e di presente la trasse del castello con
-tutti i suoi arnesi, e misela nella sua galea, per menarla in Proenza.
-Il re Luigi ch’era in Gaeta sentì di presente questo fatto, e egli e
-la reina ne furono molto turbati. E seguendo il conte suo viaggio per
-tornare in Proenza con tutte le galee, quando furono sopra a Gaeta
-l’otto entrarono nel porto, e i padroni e’ nocchieri e le ciurme
-scesono in terra per pigliare rinfrescamento. Il conte colla duchessa
-e co’ figliuoli rimasono fuori del porto in due galee, e attendevano
-l’altre che prendevano rinfrescamento per seguire loro viaggio. Il re
-Luigi cautamente fece venire a se i padroni e’ nocchieri dell’otto
-galee, e fece segretamente armare de’ Gaetani e stare alla guardia,
-che non potessono senza sua volontà tornare alle galee. E fatto questo,
-disse: pensate di morire se non fate che le due galee dov’è il conte,
-e i figliuoli e la duchessa, venghino dentro nel porto a terra; e alle
-minacce aggiunse amore e preghiere: e ritenuti de’ caporali cui egli
-volle per sicurtà del fatto, lasciò gli altri tornare alle galee: i
-quali di presente s’accostarono alle due galee del conte, che di questo
-fatto, come il peccato l’accecava, non s’era avveduto, e di presente
-l’ebbono condotte a terra dentro al porto. Allora il re mandò a dire al
-conte che venisse a lui. Il conte si scusò che non potea perocch’era
-forte stretto dalle gotte. Il re acceso di furore e infiammato d’ira,
-per l’ingiuria ricevuta della vergogna fatta al sangue reale, e de’
-suoi gravi e pericolosi baratti, non si potè temperare nè raffrenare il
-conceputo sdegno: ma prese certi compagni di sua famiglia, e armati,
-in persona si mosse: e giunto al porto, montò in su la galea dov’era
-il conte. Venuto a lui, in brieve sermone gli raccontò tutti i suoi
-tradimenti, e la folle baldanza che lo avea condotto a vituperare il
-sangue reale: e detto questo, senza attendere risposta, con uno stocco
-il fedì del primo colpo; e incontanente n’ebbe tanti, che senza potere
-fare parola rimase morto in su la galea. La duchessa di presente fu
-tratta di galea, e collocata colla sua famiglia e co’ suoi arnesi
-in uno ostieri in Gaeta, e i due figliuoli del conte furono messi in
-prigione. Lasceremo ora de’ fatti del Regno, che stando le triegue non
-v’ebbe cosa degna di memoria, e ritorneremo alla nostra materia degli
-altri fatti d’Italia, e della nostra città di Firenze.
-
-
-CAP. XCV.
-
-_Della grande potenza dell’arcivescovo di Milano, e come i Fiorentini
-temeano di Pistoia, e quello che ne seguì._
-
-In questo medesimo tempo, tra il fine del cinquantesimo ed il
-cominciamento del milletrecentocinquantuno, i Fiorentini cominciarono
-forte a temere della città di Pistoia, la quale per cittadinesche
-sette era divisa e in male stato. E la casa de’ Panciatichi, che non
-erano originali guelfi, in que’ dì aveano cacciato della città messer
-Riccardo Cancellieri e i suoi naturali, guelfi, di quella terra, e
-antichi servidori del comune di Firenze: e messer Giovanni Panciatichi
-s’avea recato in mano il governamento di quella terra, e per sembianti
-mostrava d’essere amico del comune di Firenze. I Fiorentini sentendo
-l’arcivescovo di Milano, il quale in quel tempo avea sotto la sua
-tirannia ventidue città, tra in Lombardia e in Piemonte, e di nuovo
-avea contro la volontà di santa Chiesa presa la città di Bologna,
-la quale confinava col loro comune, temeano forte che Pistoia per le
-cittadinesche discordie non pervenisse nelle sue mani, e però voleano
-la guardia di quella terra. E quanto che messer Giovanni si mostrasse
-amico del comune di Firenze, con diverse e nuove cagioni tranquillava
-e metteva indugio col seguito de’ cittadini della sua setta, che il
-comune di Firenze non avesse la guardia, raffrenando l’appetito de’
-Fiorentini, col sospetto del potente vicino. Nondimeno i Pistolesi
-guelfi pur vollono che il comune di Firenze v’avesse dentro alcuna
-sua sicurtà, e consentirono che i Fiorentini mettessono in Pistoia
-messer Andrea Salamoncelli, uscito di Lucca loro soldato, con cento
-cavalieri e con centocinquanta masnadieri alla guardia di Pistoia, alle
-spese del comune di Firenze, con patto espresso, che il detto capitano
-co’ suoi cavalieri e fanti giurassono di mantenere quello stato che
-allora reggeva Pistoia, contro il comune di Firenze, e ogni altro che
-offendere o mutare il volesse. I Fiorentini vedendo che meglio non si
-poteva fare senza grave pericolo, benchè conoscessono che questa non
-era la guardia che bisognava, acconsentirono, e misonvi il capitano e
-la gente d’arme sotto il detto saramento: e con molte dissimulazioni
-e lusinghe manteneano quella città, ritenendo i cavalieri in Firenze
-senza mutazione infino al primo tempo.
-
-
-CAP. XCVI.
-
-_Come certi rettori di Firenze vollono prendere Pistoia per inganno._
-
-Era per successione de’ rettori di Firenze di priorato in priorato
-la sollecitudine di mettere rimedio alla guardia di quella città, e
-non trovandosi da potere fare altro che fatto si fosse, alcuni allora
-rettori del nostro comune, con più presunzione che il loro consiglio
-non permettea, provvidono di fare tra loro segretamente d’avere per
-non leale ingegno la signoria di quella terra; e com’ebbono conceputo
-il non debito fatto, così per non discreto nè savio modo il vollono
-mettere a esecuzione, e sotto altro titolo accolsono i soldati del
-comune a piedi e a cavallo, e mossonne delle leghe del contado: e
-avendo a questa gente dato ordine alla notte che si doveano muovere,
-vollono provvedere di mutare di Pistoia il capitano ch’avea giurato a’
-Pistolesi, ch’era troppo diritto e leale cavaliere di sua promessa,
-e scambiare le masnade sotto il titolo della condotta, acciocchè
-potessono senza contasto dentro meglio fornire la loro intenzione: e a
-ciò fare mattamente si confidarono a uno ser Piero Gucci, soprannomato
-Mucini, allora notaro della condotta, il quale era paraboloso e di
-grande vista, e poco veritiere ne’ fatti. Questi promise di fornire
-la bisogna chiaramente, e d’avvisare del fatto alcuni conestabili
-confidenti: e preso a fornire il servigio, i poco discreti rettori del
-comune ebbono la promessa di colui come se la cosa fosse ferma e certa;
-e per questo la notte ordinata, a dì 26 di marzo gli anni _Domini_
-1351, feciono cavalcare i cavalieri e’ pedoni ch’aveano apparecchiati,
-e con loro messer Ricciardo Cancellieri, colle scale provvedute alla
-misura delle mura, e a Pistoia furono la mattina innanzi dì, ed ebbono
-messe le scale, e montati de’ cavalieri e de’ pedoni in su le mura,
-e scesine dentro una parte, avvisando d’avere l’aiuto de’ soldati del
-comune di Firenze che v’erano dentro, come era loro dato a divedere,
-pensavano a dare la via agli altri e farsi forti, e tutto era senza
-contasto, perocchè i cittadini si dormivano senza sospetto. E i soldati
-del comune che dentro v’erano non aveano sentimento nè avviso alcuno,
-perocchè il notaio, a cui la bisogna fu commessa, fu trovato in Prato
-nell’albergo a dormire. Messer Ricciardo essendo co’ suoi in sulle mura
-si scoperse innanzi tempo, facendo gridare viva il comune di Firenze e
-messer Ricciardo. I Pistolesi sentendo il rumore credettono fosse opera
-di messer Ricciardo loro sbandito, il quale aveano in gran sospetto;
-e però co’ soldati de’ Fiorentini insieme furono all’arme, e trassono
-alle mura francamente ad assalire coloro che dentro erano scesi: e
-feditine alquanti, tutti gli presono, e allora di prima seppono che
-questa era fattura de’ Fiorentini; e tutti co’ soldati de’ Fiorentini
-insieme intesono sollecitamente a guardare la terra il dì e la notte. E
-la folle impresa, mattamente condotta per li rettori di Firenze, generò
-in Pistoia grave e pericoloso sospetto, e in Firenze molta riprensione.
-Il notaio, a cui i signori aveano commessa la bisogna, fu preso a
-furore di popolo e menato alla podestà, e avrebbe perduta la persona,
-se non che il grande fallo ch’aveano commesso i suoi comandatori,
-perchè non gravasse loro difesono lui. E di questo seguì quello che
-appresso diviseremo.
-
-
-CAP. XCVII.
-
-_Come i Fiorentini assediarono Pistoia ed ebbonla a’ comandamenti loro._
-
-Quando i Fiorentini s’avvidono del pericolo, ove l’indebita impresa
-de’ loro rettori gli aveva messi, di recare a partito i Pistolesi,
-per la nuova ingiuria ricevuta, d’aiutarsi colla forza del vicino
-tiranno: temendo che questo non avvenisse, non per animo di volere di
-quella città alcuna giurisdizione fuori che la guardia, per gelosia
-che al tiranno non pervenisse, di presente diliberarono che la città
-si strignesse per forza e per amore tanto che la guardia solo se ne
-avesse, per loro sicurtà, e del nostro comune, e altro non volea; e
-senza indugio alla gente che andata v’era s’aggiunse cavalieri, quanti
-allora il comune ne aveva, e fanti a piè. E per decreto del comune si
-diè parola agli sbanditi che catuno facesse suo sforzo, e alle sue
-spese menasse gente nell’oste in aiuto al comune di Firenze secondo
-suo stato, e dopo il servigio fatto sarebbe ribandito d’ogni bando. Per
-la qual cosa in tre dì furono intorno a Pistoia ottocento cavalieri e
-dodicimila pedoni, e ristrinsonla d’ogni parte con più campi, sicchè
-di loro contado nè da altra amistà dentro non poterono avere alcuno
-soccorso o aiuto. E di Firenze vi s’aggiunse sedici pennoni, uno per
-gonfalone, co’ quali andarono duemila cittadini quasi tutti armati come
-cavalieri, e molti ve n’andarono a cavallo; e giunti nell’oste con
-loro capitani, feciono dirizzare intorno alla città otto battifolli.
-In Pistoia aveva a questo tempo millecinquecento cittadini, o poco
-più, da potere con arme difendere la terra, oltre alle masnade a
-cavallo e a piè che dentro v’erano a soldo de’ Fiorentini, i quali
-si stavano senza fare novità dentro o guerra di fuori: per la qual
-cosa al gran giro della città parea che così pochi cittadini non la
-dovessono potere difendere. E per questa cagione i Fiorentini aveano
-speranza di vincerla per forza, quando con loro non si potesse trovare
-accordo. I Pistolesi d’entro, uomini coraggiosi e altieri, con dura
-faccia intendeano dì e notte alla loro difesa: e perch’erano pochi a
-tanta guardia quanta il dì e la notte convenia loro fare, uscirono
-delle loro case, e vennono ad abitare intorno alle mura: e le mura
-armarono di bertesche e di ventiere, e dentro uno largo corridore di
-legname, e fornironlo di pietre e di legname e di pali da gittare,
-e di travi sopra i merli: e feciono a piè delle mura intorno intorno
-molti fornelli con caldaie, per apparecchiare acqua bollita per gittare
-sopra coloro che combattessono: e apparecchiarono calcina viva in
-polvere per gittare, e con ferma e aspra fronte mostravano volere
-difendere la loro franchigia; la qual cosa era degna di molta lode,
-se per antichi e nuovi e continovi esempli, della loro cittadinesca
-discordia non fosse contaminata. E addurandosi di non volere prendere
-accordo col comune di Firenze, soffersono il guasto di fuori de’ loro
-campi; e vedendo i Fiorentini che più s’adduravano, diliberarono che
-la terra si combattesse; e per levare loro la speranza del contradio,
-comandarono a messer Andrea Salamoncelli, capitano e conestabile de’
-cavalieri e de’ pedoni che dentro v’erano a soldo del nostro comune,
-che ne dovesse uscire, e così fu fatto; per la qual cosa la nostra
-oste s’accrebbe, e a loro mancò la speranza: e ordinati di fuori ponti
-e grilli, e castella di legname e altri fornimenti da combattere le
-mura, acciocchè con più sicurtà si potesse intendere alla battaglia,
-cinsono di buono steccato dall’uno battifolle all’altro. I Pistolesi
-vedendo la disposizione de’ Fiorentini, e pensando, eziandio che si
-difendessono, non poteano bene rimanere, cominciarono più a temere.
-In questo mezzo ambasciadori da Siena v’entrarono, mandati dal loro
-comune per trovare accordo, e come che s’aoperassono conferendo colle
-parti, manifesto fu che peggiorarono la condizione, e inacerbirono
-gli animi e dentro e di fuori. E dato il dì della battaglia, e da ogni
-parte apparecchiata, i guelfi di Pistoia, ch’erano la maggiore forza
-della città, s’accolsono insieme con pochi ghibellini, ed essendo al
-consiglio, ricercarono con l’animo più riposato il pericolo a che si
-conducevano, per contrastare a’ padri loro, il comune di Firenze, la
-guardia loro e della città, la quale doveano con istanza domandare
-a’ Fiorentini che la prendessono, volendo mantenere la città a parte
-guelfa, e in più sicuro e pacifico stato che non erano. E così parlato,
-misono il partito a segreto squittino, e vinsero che la guardia della
-città fosse messa liberamente nel comune di Firenze, e che dentro vi
-mettesse gente e capitano alla guardia quanto al detto comune piacesse;
-e che dentro alla città in su le mura si facesse un castello alle spese
-de’ Fiorentini, per più sicura guardia, e che oltre a ciò avessono
-la guardia di Seravalle e quella della Sambuca. E messi dentro de’
-cittadini di Firenze in quel dì, ogni cosa di grande concordia si recò
-in buona pace; e dentro vi misono il capitano e’ cavalieri e’ pedoni
-che i nostri cittadini vollono, e presono la tenuta, e ordinarono
-la guardia di Seravalle: e per fretta e mala provvidenza indugiarono
-di mandare per la tenuta della Sambuca nel passo dell’alpe, la quale
-quando poi vollono, senza difetto de’ Pistolesi, non poterono avere:
-onde poi ne seguì cagione di grande pericolo a’ Pistoiesi e al nostro
-comune, come leggendo per innanzi si potrà trovare. Fatta la detta
-concordia, i Fiorentini levarono il campo e arsono i battifolli, e
-ordinatamente con gran festa tornò tutta la bene avventurata oste nella
-nostra città, all’uscita d’aprile, gli anni di Cristo 1351. E pochi dì
-appresso vi mandò il comune di Firenze de’ suoi grandi cittadini con
-pieno mandato, i quali riformassono al piacere de’ cittadini di Pistoia
-lo stato e il reggimento di quello comune; e rimisonvi messer Ricciardo
-Cancellieri e’ suoi, con pace de’ Panciatichi, fortificata e ferma con
-più matrimoni dall’una famiglia all’altra.
-
-
-CAP. XCVIII.
-
-_Come il re d’Inghilterra sconfisse in mare gli Spagnuoli._
-
-Nel tempo delle tregue del re di Francia e di quello d’Inghilterra,
-gli Spagnuoli, i quali usavano colle loro cocche e navili di navicare
-il mare di Fiandra, cominciarono a danneggiare i navili d’Inghilterra,
-e a rubare in corso le loro mercatanzie; e seguitando con più forza la
-loro guerra, per più riprese feciono agl’Inghilesi onta e danno assai.
-Il re d’Inghilterra non potè dissimulare questa ingiuria, che senza
-cagione di guerra gli Spagnuoli gli aveano fatta, e però accolse suo
-navilio, e in persona con due suoi figliuoli assai giovani si mise in
-mare per andare in Spagna. Il re di Castella che sentì l’armata del
-re d’Inghilterra, fece suo sforzo d’armare molte navi, e abboccaronsi
-coll’armata d’Inghilterra nella vicinanza delle loro marine, e
-commisono aspra e fiera battaglia, della quale il re d’Inghilterra
-ebbe la vittoria, con grande danno degli Spagnuoli e delle loro navi.
-E fatta la sua vendetta, con piena vittoria si tornò in Inghilterra. E
-qui finisce il nostro primo libro, anni di Cristo 1351.
-
-
-
-
-LIBRO SECONDO
-
-
-CAPITOLO PRIMO
-
-_Prolago._
-
-Perocchè anticamente gl’infedeli e i pagani e le barbare nazioni,
-compiacendosi alla reverenza delle virtù morali, i cominciamenti della
-guerra alle ragioni della giustizia congiugneano, non senza debita
-ammirazione ne’ nostri tempi, ne’ quali i cristiani, non solamente
-dalle morali, ma dalle virtù divine ammaestrati nella perfetta fede
-di Cristo nostro redentore, molti trapassano con disordinato appetito
-la via eguale della vera giustizia, e seguitando la sfrenata volontà
-della tirannesca ambizione, non colle debite ragioni, ma con perverse
-cagioni, con subiti e sprovveduti assalti gli sprovveduti popoli
-assaliscono, le città e le terre, confidandosi nella loro quiete, per
-furti, per tradimenti, e per inganni rapiscono, sforzandosi con ogni
-generazione d’inganni quelle soggiogare, e sottomettere al giogo della
-loro tirannia; e non meno la cristianità, che le infedeli nazioni,
-di queste malizie e inganni spesso si conturba. E avvegnachè queste
-cose senza vergogna de’ laici secolari raccontare non si possono, ne’
-cherici, e massimamente ne’ prelati, i quali, invece di Cristo fatti
-spirituali pastori della sua greggia, diventando rapaci lupi, nelle
-predette cose sono con ogni abominazione da detestare. E però venendo
-al cominciamento del secondo libro del nostro trattato, diverse e
-varie cagioni di questa materia prima ci s’apparecchiano, vinti da
-onesta necessità, la verità del fatto, con seguire nostra materia,
-racconteremo.
-
-
-CAP. II.
-
-_Come il comune di Firenze usava la pace coll’arcivescovo di Milano._
-
-I Fiorentini avendo per gelosia presa la guardia del castello di Prato
-e della città di Pistoia, usciti della paura di quelle, si stavano
-in pace, riputandosi essere in amistà dell’arcivescovo di Milano,
-perocchè guerra non v’era, e contro a sua impresa i Fiorentini non
-s’erano voluti travagliare. Con Bologna tenea le strade e i cammini
-aperti, e le mercatanzie d’ogni parte andavano e venivano sicure. E
-spesso il tiranno scrivea al comune de’ suoi onori e de’ singulari
-servigi, come accade ad amici, e il comune a lui, come a reverente
-signore e caro amico. E con folle ignoranza stava il nostro comune
-senza sospetto, e per non dare materia di sospetto al vicino tiranno,
-si guardava di fornirsi di capitano di guerra e di gente d’arme, e
-appena aveano fornite di guardie le loro castella. Il tiranno, ch’avea
-fatta la lega con gli altri tiranni d’Italia e con tutti i ghibellini,
-si venia fornendo di gente d’arme al suo soldo a piè e a cavallo,
-e vegghiava al continovo contro al nostro comune nella conceputa
-malizia, attendendo il tempo che a ciò avea divisato. E in questo mezzo
-carezzava con doni e con servigi i suoi vicini tiranni, per averli
-più pronti al suo servigio al tempo del bisogno. E si pensava, che
-ingannando i Fiorentini, e venendo della città al suo intendimento,
-essere appresso al tutto signore d’Italia. E i rettori della città di
-Firenze avendo a’ suoi confini il tiranno potente, viveano improvvisi,
-sotto confidenza degna di biasimo e di grave punizione. Ma così avviene
-spesso alla nostra città: perocchè ogni vile artefice della comunanza
-vuole pervenire al grado del priorato e de’ maggiori ufici del comune,
-ove s’hanno a provvedere le grandi e gravi cose di quello, e per forza
-delle loro capitudini vi pervengono; e così gli altri cittadini di
-leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali per grande
-procaccio, e doni e spesa si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli
-squittini del comune insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni
-e gli antichi, e’ savi e discreti cittadini di rado possono provvedere
-a’ fatti del comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa
-molto strana dall’antico governamento de’ nostri antecessori, e dalla
-loro sollecita provvisione. E per questo avviene, che in fretta e
-in furia spesso conviene che si soccorra il nostro comune, e che più
-l’antico ordine, e il gran fascio della nostra comunanza, e la fortuna,
-governi e regga la città di Firenze, che il senno o la provvidenza de’
-suoi rettori. Catuno intende i due mesi c’ha a stare al sommo uficio al
-comodo della sua utilità, a servire gli amici, o a diservire i nimici
-col favore del comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’
-cittadini: e questo è spesso cagione di vergogna e di grave danno del
-nostro comune, ricevuto da’ suoi minori e impotenti vicini.
-
-
-CAP. III.
-
-_Come l’arcivescovo di Milano appuose tradimento e condannò messer
-Iacopo Peppoli._
-
-Era in questo tempo rimaso in Bologna messer Iacopo de’ Peppoli, il
-quale fu traditore con messer Giovanni suo fratello della propria
-patria, vendendo la città e i suoi cittadini all’arcivescovo, come
-detto abbiamo, al quale la sua malizia, e il commesso peccato, tosto
-apparecchiò alcuna penitenza alle sue male operazioni. Che trattando
-egli con certi tiranni lombardi di fare rivolgere la città di Bologna,
-l’arcivescovo, o vero o bugia che fosse, sentì che trattato si tenea
-per lui e per alcuni altri cittadini di Bologna: e la boce corse
-che trattavano co’ Fiorentini: e questo non ebbe sostanza alcuna di
-verità. Il tiranno avea voglia di trarlo di Bologna, sicchè ogni lieve
-ragionamento o materia gli fu assai: e però di presente fece prendere
-lui e’ figliuoli e alcuni altri cittadini, e condannati gli altri a
-morte, messer Iacopo per grande servigio condannato a perpetua carcere,
-e pubblicati i suoi beni alla sua camera, come di traditore, e tolsegli
-i danari che gli restavano della vendita di Bologna, e le castella che
-dato gli avea, e il proprio patrimonio: e fattolo venire co’ figliuoli
-a Milano, incarcerò lui nel castello di... e i figliuoli a Cremona.
-L’altro fratello che a quello tempo era in Milano non involse in
-questa sentenza, il quale dissimulando suo dolore rimase in Milano in
-lieve stato, per passare il tempo alla provvigione del signore, con
-amaro cuore. Assai tosto ha fatto manifesto qui il divino giudicio la
-miseria a che sono condotti i traditori della loro patria, i quali per
-disperato consiglio, i cittadini i quali gli aveano con grande onore
-esaltati e fatti signori sottopuosono per avarizia al giogo del crudele
-tiranno: e ora spogliati de’ propri beni, e privati d’ogni amore de’
-loro cittadini, in calamitosa prigione danno esemplo agli altri di più
-intera fede a’ loro comuni.
-
-
-CAP. IV.
-
-_Come l’arcivescovo fermò d’assalire improvviso la città di Firenze._
-
-Nel mese di luglio del detto anno, l’arcivescovo di Milano, avendo
-purgato di sospetto la città di Bologna, per la morte d’alquanti
-cittadini e per l’incarcerazione di messer Iacopo de’ Peppoli e
-de’ figliuoli, e accolti e fatti accogliere quasi tutti i soldati
-oltramontani d’Italia, parendoli venuto il tempo di scoprire a’ suoi
-collegati ghibellini d’Italia la sua intenzione, ebbe in Milano i
-caporali di parte ghibellina d’Italia, e conferì con loro di volere
-sottomettersi il comune di Firenze, e con molte ragioni dimostrò
-com’era venuto il tempo da poterlo fare col loro aiuto: e ciò fatto,
-era spento in Italia il nome di parte guelfa. La proposta fu in piacere
-di tutti. Eranvi caporali, oltre a’ Lombardi, gli Ubaldini, i figliuoli
-di Castruccio Interminelli e messer Francesco Castracani da Lucca,
-messer Carlino di Pistoia e’ suoi, il conte Nolfo d’Urbino, i conti di
-Santafiore e il conte Guglielmo Spadalunga, e de’ ribelli del comune di
-Firenze alquanti di quelli da Cigliano, e messer Tassino e il fratello
-discesi della casa de’ Donati. E non volendosi scoprire d’esservi in
-persona i Tarlati d’Arezzo, il vescovo co’ suoi Ubertini, e’ Pazzi di
-Valdarno, e il conte Tano da Montecarelli, ch’erano allora in pace e
-in amore col comune di Firenze, in segreto vi mandarono catuno segreti
-ambasciadori con pieno mandato. I quali tutti udita l’intenzione del
-potente tiranno furono molto allegri, e confortarono l’arcivescovo
-dell’impresa: aggiugnendo che sentivano i cittadini di Firenze in tanta
-discordia per le loro sette, e per lo male contentamento del reggimento
-della città, e Arezzo e Pistoia in sì male stato, che se la sua potenza
-improvviso a quelli comuni col loro aiuto si stenderà sopra loro, non
-vedeano che di tutto in breve tempo e’ non fosse signore: e la signoria
-di Firenze il facea signore d’Italia. E così d’un animo rimasono in
-accordo col tiranno di fare l’impresa ordinata; e data la fede della
-loro credenza e di loro aiuto, con grandi promesse lieti si ritornarono
-in loro contrade, e intesono d’apparecchiarsi di cavalli e d’arme al
-loro podere. L’ordine fu preso, che quando l’oste dell’arcivescovo
-fosse sopra i Fiorentini, che gli Ubaldini co’ Romagnuoli assalissono
-nel’alpe, e i Tarlati Ubertini e Pazzi si rubellassono e assalissono
-il Valdarno: e il conte Tano da Montecarelli movesse guerra in Mugello.
-A’ Pisani intendea l’arcivescovo co’ suoi confidenti ambasciadori fare
-rompere pace a’ Fiorentini, e muovere guerra dalla loro parte: cercando
-muoverli con sue coperte suasioni, non dimostrando il perchè, in suo
-aiuto. Ma i Pisani accorgendosi del fatto, nutricavano il tiranno con
-parole di speranza, e mandarono a lui loro ambasciadori per potere
-sentire più il vero da che movea quella inchiesta, e per avere più
-tempo a deliberare. E questo avvenne, perocchè allora la città di
-Pisa signoreggiava per li Gambacorti, uomini mercatanti e amici de’
-Fiorentini. Ma i governatori del comune di Firenze, addormentati e
-fuori della mente, non procuravano di sentire queste cose, e quello
-che sentivano mettevano al non calere, e provvisione alla loro guardia
-non faceano, sentendo che molta gente d’arme s’accogliea in Lombardia,
-e che Lombardia non era in guerra, ma in lega coll’arcivescovo di
-Milano. I quali rettori del nostro comune non erano degni di governare
-il fascio di tanta città, ma di grandi pene delle loro persone,
-commettendo contro al loro comune pericolo d’irreparabile fallo.
-
-
-CAP. V.
-
-_Come si mise in ordine il consiglio preso._
-
-L’arcivescovo di Milano, la gente d’arme che avea in diverse parti
-in Lombardia, in pochi dì la fece venire a Bologna: e fatto capitano
-messer Giovanni de’ Visconti da Oleggio, il quale per fama si tenea
-essere suo figliuolo, per addietro capitano de’ Pisani, e prigione
-de’ Fiorentini nella battaglia che feciono per soccorrere Lucca alla
-Ghiaia, animoso contro a’ Fiorentini, singularmente per quell’onta,
-uomo di grande animo, e accompagnato da’ caporali ghibellini lombardi
-toscani e marchigiani, maestrevoli conducitori di guerra, si pensò
-prosperamente fornire la commissione a lui fatta per lo suo signore. Il
-castello della Sambuca, nel passo della montagna tra Bologna e Pistoia,
-era allora per difetto de’ Fiorentini nelle sue mani, al quale avea di
-vittuaglia per l’oste grande apparecchiamento; e di questo non s’erano
-accorti i Fiorentini: e così provveduto, subitamente a dì 28 del mese
-di luglio, gli anni _Domini_ 1351, mosse colla sua oste da Bologna, e
-prima fu valicato la Sambuca, e accampatosi presso a Pistoia a quattro
-miglia, per attendere il rimanente del suo esercito, che i Fiorentini
-sapessono alcuna cosa, o che avessono avuto pensiero che la forza del
-tiranno si stendesse sopra loro: ma sentendo questo, subitamente, in
-que’ due dì ch’e’ nimici attesono la loro gente, i Fiorentini misono
-gente d’arme a piè e a cavallo in Pistoia, sicchè dentro vi si trovò
-alla guardia da cinquecento cavalieri e seicento fanti alla venuta
-dell’oste, messer Giovanni raunata tutta la sua oste e la vittuaglia, a
-dì 30 di luglio predetto si strinse alla città di Pistoia, credendolasi
-avere per vane promesse, ma non essendogli risposto come s’avvisava,
-vi si strinse e posevisi ad assedio. La gente de’ Fiorentini che
-dentro v’era, faceano di dì e di notte sofficiente e buona guardia, e
-per questo, se trattato niuno v’era non s’ardì a scoprire, ma tutti i
-cittadini colla gente de’ Fiorentini insieme attesono alla difesa della
-città.
-
-
-CAP. VI.
-
-_Come gli Ubaldini arsono Firenzuola, e presono Montecolloreto._
-
-Gli Ubaldini, ch’erano in pace col comune di Firenze, sentendo l’oste
-dell’arcivescovo sopra Pistoia, avendo fatto loro sforzo, e avuto
-cavalieri del tiranno, improvviso a’ Fiorentini apparirono nell’alpe,
-e corsono a Firenzuola, che si redificava pe’ Fiorentini, ma non era
-ancora cinta di mura, nè di fossi nè di steccati, ma incominciata, e
-dentro v’erano capanne per alberghi, e lieve guardia per tener sicuro
-il cammino, sicchè senza contrasto la presono e arsono: e andaronsene
-a oste a Montecolloreto, nel quale era castellano per lo comune di
-Firenze uno popolano de’ Ciuriani di Firenze, giovane poco scorto
-degl’inganni delle guerre. Costui vedendosi assediato, e dando fede
-alle parole de’ nimici, i quali diceano come Firenze era per arrendersi
-al signore di Milano, si condusse mattamente a patteggiar con loro:
-che se in fra ’l terzo dì non fosse soccorso, darebbe la rocca: e
-per istadico diede un suo fratello. I Fiorentini ch’aveano l’animo
-a guardare quella fortezza, cercarono di soccorrerla, e trovato uno
-conestabile valente con venticinque masnadieri, promise d’entrare
-innanzi al termine nel castello; e di presente si mise in cammino: e
-tanto procacciò per suo ingegno e virtù, che innanzi il termine fu nel
-castello, ma non potè entrare nella mastra fortezza, che si guardava
-per lo castellano, e ’l castellano avendo questo soccorso si potea
-difendere per lungo tempo da tutta la forza ch’avessono potuta fare gli
-Ubaldini, perocchè il luogo era fortissimo e bene fornito: ma essendo
-(come egli follemente avea messo il fratello nelle mani de’ nimici,
-i quali minacciavano d’impiccarlo se non rendesse la rocca) vinto
-dall’amore della carne, non volle ricevere il soccorso, anzi diede la
-rocca a’ nimici. E salvate le persone da’ nimici, condotto a Firenze,
-e giudicato traditore del comune, per la sua dicollazione e di due suoi
-compagni diede esemplo agli altri castellani di più intera fede al loro
-comune. I mallevadori che dati avea di rassegnare la rocca al comune
-convenne che pagassono lire ottomila com’erano obbligati.
-
-
-CAP. VII.
-
-_Come gli Ubertini, e’ Tarlati, e i Pazzi assalirono il contado di
-Firenze._
-
-Messer Piero Sacconi co’ suoi Tarlati usciti d’Arezzo, e il vescovo
-d’Arezzo degli Ubertini co’ suoi consorti, e Bustaccio co’ Pazzi di
-Valdarno, per lungo tempo stati in pace e in protezione col comune
-di Firenze, sentendo l’avvenimento di messer Giovanni Visconti da
-Oleggio con grande forza d’arme sopra Pistoia, si ragunarono con
-tutto loro sforzo di gente d’arme a piè e a cavallo a Bibbiena; e
-dall’arcivescovo aveano avuto dugentocinquanta barbute, acciocchè
-potessono fare maggiore guerra. Di presente, improvviso a’ Fiorentini,
-cominciarono a cavalcare sopra loro, e sopra i conti Guidi, amici e
-fedeli del comune di Firenze, e oggi correvano in una contrada e domane
-in un’altra, uccidendo e predando, e facendo aspra guerra. I Fiorentini
-vedendo d’ogni parte le subite e sprovvedute tempeste venire sopra
-loro, e sentendo gli amici diventati nimici, ebbono paura non piccola,
-mescolata di grande sospetto, e i provveduti rettori del comune non
-sapeano che si fare. E così era la città di forza e di consiglio
-spaventata, e molto piena di paura e di sospetto per modo, che non
-veggendo nè per atto nè per consiglio alcuna cagione di sospetto
-cittadinesco, non si fidava l’uno del’altro, e non si provvedea al
-comune riparo per via di consiglio in que’ primi cominciamenti.
-
-
-CAP. VIII.
-
-_Come i Fiorentini mandaro ambasciadori al capitano dell’oste._
-
-Vedendosi i Fiorentini con tanta forza e da cotante parti assalire dal
-signore di Milano, senza avere con lui alcuna guerra o conturbagione
-di pace, elessono alquanti cittadini, e mandaronli ambasciadori nel
-campo a messer Giovanni da Oleggio, capitano dell’oste sopra a Pistoia,
-i quali essendo giunti nel campo, furono ricevuti dal capitano assai
-cortesemente. E secondo la commissione a loro fatta da’ priori e
-da’ collegi del nostro comune, domandarono messer Giovanni, con ciò
-fosse cosa che tra l’arcivescovo suo signore e ’l comune di Firenze
-fosse pace e niuno sospetto di guerra, perchè venuto era ostilmente
-come contra suoi nimici sopra il comune di Firenze, non avendo prima
-annunziato al comune la sua guerra secondo i patti della pace, salvo
-che per una breve lettera, mandata per lui poichè fu sopra Pistoia: la
-quale senza precedente cagione di nostro fallo, disse: _non avete voi
-voluto osservare la pace, e però vi facciamo la guerra_: la quale non
-era nè onesta nè debita cagione; e però siamo mandati dal nostro comune
-a sapere la verità di questo movimento. Udito il capitano la loro
-ambasciata, raccolse il suo consiglio, e appresso rispose altieramente
-in questo modo. Il nostro signore, messer l’arcivescovo di Milano, è
-potente, benigno e grazioso signore, e non fa volentieri male ad alcuna
-gente, anzi mette pace e accordo in ogni luogo ove la sua potenza si
-stende; è amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e
-mantiene: e qui non ci ha mandati per mal fare, ma per volere tutta la
-Toscana riducere e mettere in accordo e in pace, e levare le divisoni
-e le gravezze che sono tra’ popoli e’ comuni di questi paesi. E perchè
-a lui è pervenuto e sente le divisioni discordie e sette, e le gravezze
-che sono in Firenze, le quali conturbano e aggravano la vostra città e
-tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui affinchè voi vi governiate
-e reggiate in pace e in giustizia per lo suo consiglio, e sotto la sua
-protezione e guardia; e così intende volere addirizzare tutte le terre
-di Toscana. E dove questo non si possa fare con dolcezza e con amore,
-intende farlo colla forza della sua potenza e degli amici suoi. E a
-noi ha commesso, ove per voi non si ubbidisca al suo buono e giusto
-proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porti e intorno
-alla vostra città, e che ivi tanto manterrà quella, accrescendola e
-fortificandola, continuamente combattendo d’ogni parte il contado e il
-distretto del vostro comune col fuoco e col ferro, e colle prede de’
-vostri beni, che tornerete per vostro bene alla volontà sua. Udendo
-gli ambasciadori la superba risposta del capitano e del suo consiglio,
-non parve che luogo e tempo fosse di quivi stendere più loro sermone:
-e però domandarono sicurtà fino a Bologna per potere andare al signore
-di Milano, come aveano in commissione dal loro comune, la quale il
-capitano non volle dare. E però si tornarono a Firenze, e spuosono a’
-signori e al consiglio quello ch’aveano avuto dal capitano dell’oste
-per risposta della loro ambasciata, per la quale l’animo de’ cittadini
-di Firenze crebbe più in disdegno che in paura.
-
-
-CAP. IX.
-
-_Come l’oste si levò da Pistoia e puosesi a Campi._
-
-Essendo stata l’oste del tiranno otto dì sopra la città di Pistoia, e
-mancata la speranza d’avere la terra, per la buona guardia e sollecita
-che ’l dì e la notte vi faceano i Fiorentini: e il somigliante di
-Prato, nelle quali terre erano le tre parti della gente d’arme che
-allora aveano i Fiorentini, essendo la città di Firenze quasi rimasa
-senza aiuto di soldati forestieri, e non avendo capitano di guerra:
-messer Giovanni da Oleggio col consiglio de’ caporali ghibellini
-ch’avea con seco, i quali stavano solleciti a sentire il fatto del
-nostro comune, e sentivano essere dentro grande sospetto e poco
-consiglio, e minore forza d’arme che in Pistoia e in Prato, con molte
-verisimili suasioni mossono il capitano subitamente a stringersi
-sopra Firenze colla sua oste: il quale essendo uomo di grande ardire,
-e animoso contro a’ Fiorentini, sentendosi accompagnato da molti
-buoni capitani di guerra, e da cinquemila barbute, e da duemila
-altri cavalieri, e seimila masnadieri a piede, non bene provveduto di
-vittuaglia, sperando nel contado di Firenze farsene abbondevole, come
-mostrato gli era, a dì 4 d’agosto del detto anno subitamente levò il
-campo da Pistoia, e per la strada dritta e piana senza arresto valicata
-la terra di Prato, condusse la sua oste in sull’ora del vespero a
-Campi, Brozzi e Peretola, improvviso, non che a’ Fiorentini, ma agli
-uomini di quelle ville e contrade, per la qual cosa non poterono
-campare alcuna cosa, fuori che le persone, e di quelle vi rimasono
-assai. Il capitano per non conducersi al tardi, e perchè il luogo era
-albergato e pieno d’ogni bene, fermò il campo a Campi. Della villa di
-Campi e d’altre d’intorno raccolsono grano e biada e carnagione assai,
-e molte masserizie e letta de’ paesani: e intesono a starsi ad agio e a
-rinfrescare la gente di vivanda, della quale intorno a Pistoia aveano
-avuto disagio. E dato l’ordine al campo di buona guardia di dì e di
-notte, provviddono che ogni cavalcata che si facesse verso la città
-di Firenze avesse riscossa di mille cavalieri il meno. E incontanente
-cominciarono a cavalcare per lo piano, prendendo e raccogliendo
-il bestiame e la roba che rimasa v’era senza trovare riparo, e
-alcuna volta si stesono infino alle mura della città di Firenze. I
-Fiorentini sentendo questa subita venuta dell’oste sopra la città, e la
-baldanza presa d’aversi lasciato dietro Pistoia e Prato, sbigottirono
-disordinatamente, non trovandosi forniti nè provveduti al riparo. E i
-rettori del comune per lo fallo commesso dell’abbandonata provvisione
-non sapeano che si fare; e molto temeano che fossono venuti così
-baldanzosi a istanza de’ loro cittadini d’entro. E in questa contumacia
-e sospetto si stette insino che manifesto apparve per l’operazione
-de’ cittadini grandi e popolani grassi, che catuno era in fede al suo
-comune: e levata la nebbia che teneva intenebrata la mente del popolo
-e del comune, presono più ardire, e feciono trarre fuori i gonfaloni,
-e andarono coll’arme alle porti, e fecionle serrare di verso la parte
-d’ond’erano i nimici; e ordinarono guardie di buoni cittadini, facendo
-il dì e la notte fare buona guardia. E armarono le mura di ventiere,
-e le più deboli parti feciono afforzare per difendere la città, che di
-mettere gente in campo a quell’ora non aveano podere.
-
-
-CAP. X.
-
-_Come l’oste ebbe gran difetti a Campi e a Calenzano._
-
-Avvenne, che stando l’oste a Campi, per mala provvisione, tutto il
-bestiame ch’avrebbe dato con ordine lungamente carne all’oste, in
-pochi dì si straziò e consumò. E in quello tempo era sformato caldo e
-secco grande, e tutte mulina di quelle contrade erano state sferrate
-e guaste; per la qual cosa, benchè l’oste avesse del grano, non potea
-fare farine, ed erano in grande soffratta di sale. E la vittuaglia
-di quel piano cominciò a mancare, e quella che venia da Bologna per
-scorta era spesso in preda de’ cavalieri ch’erano in Pistoia. E per
-questo avvenne, che in pochi dì all’oste mancò il pane e il sale: e
-non aveano che manicare, se non carne, e di quella poca, e cocevanla
-col grano, che farina non aveano. Da niuna parte del contado di Firenze
-aveano mercato, e cavalcate non poteano stendere in parte onde recare
-potessono fornimento al campo, perocchè tutte le circustanze aveano
-sgombrato e ridotto nella città. Onde cominciarono a sentire fame, e
-il caldo li consumava e affliggeva forte i corpi degli uomini; e il
-maggiore sussidio ch’avessono era l’agresto e le frutta non mature: e
-poco tempo v’aveano a stare, che senza essere contastati da’ Fiorentini
-veniano in ultima disperazione. I loro capitani e conducitori vedendosi
-a questo pericolo, diedono voce di volersi strignere alla città, e
-per forza valicare nel piano di san Salvi. I Fiorentini temettono di
-questo: e non trovandosi gente d’arme da potere contradiare il passo
-a’ nimici, feciono una tagliata dal ponte della porta a san Gallo
-infino alla costa di Montughi: e ivi misono molti balestrieri e popolo
-alla guardia, con ordine di soccorso se bisogno fosse. L’altra voce
-diedono di tornarsene per lo piano d’ond’erano venuti verso Pistoia;
-i Pistolesi per questa tema ruppono i passi, e abbarrarono i cammini
-con fossi e con alberi. E per questo i Fiorentini più temeano che non
-valicassono nel piano di san Salvi, e per questa cagione afforzarono
-di bertesche e di steccati la rocca di Fiesole, e fecionla guardare;
-e nondimeno tutto il contado da lunge e d’appresso feciono sgombrare
-da quella parte. I capitani dell’oste vedendosi a cotanto disagio, non
-ardirono di strignersi più alla città, anzi levarono il campo, a dì 11
-d’agosto del detto anno, e traendosi addietro si puosono a Calenzano. I
-Fiorentini stimando che se n’andassono, sonarono le campane del comune
-a stormo; e il popolo volonteroso a cacciare chi fuggisse s’armò, e
-alquanti mattamente senza ordine e senza capitano uscirono della città:
-ma sentendo che i nimici non fuggivano, tosto ritornarono dentro dalle
-mura. Ma di questo nacque la voce per lo contado e scorse per tutto,
-che se n’andavano per la Valdimarina; e di stormo in stormo si mossono
-i contadini senza ordine o comandamento del comune, e occuparono
-le montagne sopra la Valdimarina d’ogni parte, e furono loro tanto
-innanzi all’ora del vespero, che forte feciono temere e maravigliare i
-nimici, ch’aveano intenzione di valicare nel Mugello per quella via.
-Come i capitani ebbono fermo il loro campo sotto Calenzano in sulla
-Marina, feciono combattere la pieve e certa fortezza ov’era raccolta la
-vittuaglia de’ paesani, e presonle a patti, salve le persone: e anche
-presono il castello di Calenzano, che non era murato nè difeso, e in
-questa tenuta trovarono alcuno rinfrescamento. Fino a quell’ora non
-aveano fatta alcuna arsione: stando ivi, uno grande conestabile tedesco
-si stese a Pizzidimonte, e fuvvi morto da’ villani; e per questa
-cagione vi cavalcarono e arsonlo, e appresso alcuna altra villa intorno
-a Calenzano. E feciono provvedere i passi per valicare in Mugello,
-ch’ogni altro viaggio era loro, in stremità del pane, più pericoloso a
-pigliare.
-
-
-CAP. XI.
-
-_Come i rettori di Firenze abbandonarono il passo di Valdimarina._
-
-La necessità delle cose da vivere, l’un dì appresso l’altro già
-tornata in fame, strignea l’oste del Biscione, che così si chiamava
-allora, a partirsi del piano, ove senza speranza di potersi allargare,
-di pane erano affamati. I cittadini di Firenze, a cui era commessa
-la provvisione della guerra, ch’erano oltre a’ priori e a’ collegi
-diciotto tra grandi e popolani, sapeano bene il difetto ch’aveano i
-nemici, ma non aveano capitano, e da loro non sapeano la maestria della
-guerra, conobbono per lo comune grido, che agevole era a tenere loro il
-passo che non entrassono nel Mugello per la Valdimarina, che per natura
-il luogo era stretto, e’ passi aspri e forti, da tenergli poca gente
-con loro sicurtà da tutta l’oste: e vidono manifesto, che dove questa
-via s’impedisse loro, convenia che si partissono, tornando addietro da
-Pistoia sconciamente. Ma la tema della boce che non passassono a san
-Salvi, ch’era quasi impossibile, fece al comune non riparare a quel
-passo. Ma un gentile scudiere alamanno, il quale in quel tempo per lo
-comune era capitano in Mugello, da se medesimo commise a uno della casa
-de’ Medici, il quale era in sua compagnia, ch’andasse a provvedere al
-passo, e diegli dugento fanti e cinquanta cavalieri. La commissione fu
-debole a cotanto fatto: nondimeno se il cittadino fosse stato valoroso,
-e avesse voluto acquistare onore, molto agevole gli era a guardare
-quel passo, perocchè i Mugellesi sentendo che il capitano mandava a
-guardare quel passo, con grande animo di ben fare trassono da ogni
-parte allo stretto ov’era venuto il provveditore. Ed essendo nel luogo,
-viddono che il passo si difendea senza dubbio, a grande sicurtà de’
-difenditori, per la fortezza naturale di quelle valli, onde conveniva
-l’oste de’ nemici valicare a piede, e uomo innanzi uomo, che a cavallo
-insieme non v’era modo da poter valicare. Ma il cittadino deputato
-a quel servigio disse a’ Mugellesi che gli conveniva essere altrove,
-e quivi per niuno modo si potea ritenere. Onde i Mugellesi ch’erano
-tratti coraggiosi alla difesa, vedendo come colui cui doveano avere
-per capitano a quella guardia si partiva, perderono ogni vigore: e
-partito il capitano, tornarono a casa, e cominciarono a fuggire il loro
-bestiame, e le loro famiglie e masserizie, maledicendo il comune di
-Firenze e’ suoi governatori, con giusta cagione della loro fortuna.
-
-
-CAP. XII.
-
-_Come l’oste del Biscione valicò il passo, e andò in Mugello._
-
-I capitani dell’oste che si vedeano in gran bisogno d’uscire del
-luogo dov’erano stretti dalla fame, seppono di presente come il passo
-era abbandonato da’ Mugellesi, e però incontanente mandarono innanzi
-masnadieri eletti, e buoni balestrieri a prendere il passo: e senza
-arresto levarono il campo, a dì 12 d’agosto del detto anno, e misonsi
-loro appresso. In sul passo erano rimasi alquanti fanti del paese, i
-quali di loro volontà attesono i masnadieri de’ nemici; e alle mani con
-loro, li ributtarono indietro. Ma vedendosi pochi e senza soccorso, e
-vedendo i nemici che riempieano le coste de’ poggi e le valli d’ogni
-parte, abbandonarono il passo, e i nemici di presente il presono, e
-l’oste senza contrasto o pericolo valicò, facendosi grandi beffe del
-comune di Firenze, parendo a catuno di servo essere divenuto signore.
-E pensando alla viltà ch’avevano trovata ne’ Fiorentini, a non avere
-fatto tenere e difendere quel passo, e al poco provvedimento che
-mostravano ne’ fatti della guerra, crebbe la loro superbia. E poichè si
-viddono essere valicati senza contrasto nel piano di Mugello, presono
-fidanza d’essere signori di tutto il paese senza contrasto, e quel dì
-medesimo cavalcarono a Barberino, e a Villanuova. Barberino era forte
-e bene fornito alla difesa, e molta roba v’era dentro raccolta delle
-vicinanze, ad intendimento di difendersi, tanto ch’avessono soccorso
-da’ Fiorentini. Ma Niccolò da Barberino, antico castellano e de’
-nobili di quella terra, avendo la fede corta al comune di Firenze, se
-n’andò al capitano dell’oste, e senza consiglio de’ suoi castellani, a
-suo vantaggio trasse patto, e rendè il castello a’ nemici, e misonvi
-la loro guardia, e la vittovaglia che v’era fece dare all’oste.
-Villanuova, e Gagliano, e Latera, e altre terre circustanti, che non
-erano di gran fortezza, nè guardate da gente d’arme del comune di
-Firenze, feciono il comandamento del capitano dell’oste, e dieronli
-il mercato. Trovandosi la gente affamata in paese largo e dovizioso
-e pieno d’ogni bene, soggiornarono volontieri più dì, per prendere
-conforto delle loro persone, e a’ loro animali, che tutti n’avevano
-gran bisogno. Ma chi ha ne’ fatti della guerra il tempo da avanzare, e
-per riposo lo indugia, tardi il racquista; e così avvenne a costoro per
-lo detto soggiorno, come appresso diviseremo.
-
-
-CAP. XIII.
-
-_Come il conte di Montecarelli si rubellò a’ Fiorentini e venne al
-capitano._
-
-Il conte Tano di Montecarelli rompendo la pace ch’avea col comune di
-Firenze, essendo con gli altri ghibellini collegato coll’arcivescovo,
-avendo in prima per inganno, per mala provvedenza del castellano,
-ritolta a’ Fiorentini la rocca di Montevivagni, nella quale era a
-guardia uno popolare figliuolo di Piero del Papa, il quale fu però
-condannato per traditore, come sentì l’oste del Biscione nel Mugello,
-fece suo sforzo di cavalieri in piccolo numero, e in persona con i
-suoi compagni a cavallo e con dugento fanti venne nell’oste, e in
-Montecarelli mise la guardia per l’arcivescovo e le sue insegne; e
-mentre che l’oste stette in Mugello fu a nimicare il comune di Firenze,
-e a dare il mercato all’oste, e ricetto in Montecarelli a’ nemici del
-comune.
-
-
-CAP. XIV.
-
-_Come si fornì la Scarparia e il Borgo._
-
-Avvenne come l’oste del tiranno fu valicata nel Mugello, e dilungata
-dalla città, a’ Fiorentini parve al tutto essere fuori di sospetto,
-e ritornò loro il vigore e la virtù dell’animo a consigliare e a
-provvedere a’ rimedi. E in quello stante che l’oste si riposava a
-Barberino, misono nella Scarperia Iacopo di Fiore conestabile tedesco,
-uomo leale e valoroso, il qual era capitano del Mugello. A costui
-dierono dugento cavalieri eletti di buona gente, e trecento masnadieri
-esperti in arme, de’ quali quasi tutti i conestabili furono Fiorentini,
-uomini di grande pregio in fatti d’arme. E fornirono la terra di molta
-vittuaglia, e d’arme, di balestra, e di saettamento, e di lagname e
-di ferramenti, e di buoni maestri da fare ogni dificio da offendere
-e da difendere; e fornita d’ogni cosa bisognevole per un anno, al
-detto capitano e conestabile accomandarono la guardia e la difesa di
-quello castello. E per simigliante modo e forma fornirono il Borgo
-a san Lorenzo, e Pulicciano, e altre fortezze. E mandarono armadure,
-saettamento e balestra, e ammonirongli di buona guardia, confortandogli
-che a ogni bisogno avrebbono aiuto e soccorso presto dal comune. E gli
-uficiali deputati alla provvigione di quella guerra si cominciarono a
-provvedere, e accogliere gente di soldo a cavallo e a piè quanti avere
-ne poteano, per attendere alla difesa.
-
-
-CAP. XV.
-
-_Come l’oste assediò la Scarperia._
-
-Messer Giovanni da Oleggio capitano dell’oste, e il Conte Nolfo
-da Urbino maliscalco, veduto la gente rinfrescata, e presa forza e
-baldanza per lo abbondante paese dove si trovarono, con le spalle
-di Bologna, onde potevano avere prestamente aiuto e favore quando
-bisogno fosse, pensavano senza contrasto essere signori di tutto. E
-con questa baldanza, a dì 20 del mese d’Agosto del detto anno vennero
-colle schiere fatte sopra il castello della Scarperia, e con loro
-s’aggiunsono gli Ubaldini, ch’erano con tutto loro sforzo nell’alpe,
-e più altri ghibellini nemici del comune di Firenze. La Scarperia
-era a quell’ora debole terra di piccolo compreso, e non era murata se
-non dall’una delle parti, ma in quello stare di Barberino, in molta
-fretta s’era rimesso il fosso vecchio e trattone la terra, e innanzi
-a quello fattone un’altro piccolo, e racconciato lo steccato assai
-debole. I nimici vi furono intorno con tanta moltitudine di cavalieri
-e di pedoni, che copriano tutto il piano, e avendo da ogni parte
-circondato il piccolo castello, e fermi i campi loro, domandarono il
-castello a coloro che ’l guardavano, dicendo come i Fiorentini non lo
-potevano soccorrere nè difendere, ma perocchè sentivano che dentro
-v’erano di prod’uomini e virtudiosi d’arme, voleano far loro grazia
-d’avergli per amici, dove rendessono la terra senza contasto: e che
-quando questo non facessono nel breve termine loro assegnato, gli
-vincerebbono per battaglia, e la vita non perdonerebbono ad alcuno: e
-così era deliberato per lo capitano e per tutti i guidatori dell’oste.
-Gli assediati risposono che voleano termine a rispondere, e che dopo
-il termine farebbono quello che la fortuna concedesse con loro onore.
-Furono domandati da’ capitani quanto termine voleano. Gli assediati
-risposono, che con loro onore non vedeano che potesse essere meno
-di tre anni: e dopo il detto termine intendeano prima morire in su i
-merli, che di quelli dessono uno a’ nimici: e di così franca risposta
-molto feciono maravigliare i capitani dell’oste, parendo che si
-mettessono a grande pericolo a volere difendere così debole castello,
-e da cotanta forza. E fatta la risposta, di presente s’ordinarono
-e di dì e di notte a molta sollecita guardia, e a buona e a franca
-difesa; e cominciarono a regolare la vita di tutti, come se l’oste vi
-dovesse stare due anni. I nimici cominciarono prima ad assalirli con
-grossi badalucchi, per tentare il loro reggimento, il quale trovarono
-sollecito, e maestrevolmente provveduto alla difesa.
-
-
-CAP. XVI.
-
-_Come i Fiorentini afforzarono Spugnole._
-
-I Fiorentini ch’al continovo raccoglievano gente d’arme a cavallo
-e a piè al loro soldo, e sollecitavano gli amici d’aiuto, avendo
-già accolto un poco di gente, deliberarono d’afforzare Spugnole e
-Montegiovi per guardare le contrade di qua da Sieve, e per dare alcuna
-speranza agli assediati della Scarperia, e ivi misono de’ cavalieri
-ch’aveano, e parecchie masnade di buoni e valorosi masnadieri. E al
-Borgo a san Lorenzo crebbono gente d’arme: e come crescea al comune
-gente d’arme per soldo o per amistà gli mandavano alle frontiere
-de’ nemici in Mugello. Onde avvenne più volte, che per gli aguati da
-catuna parte, e per le cavalcate de’ nimici v’ebbe di belli e di grossi
-assalti, ove si mostrarono operazioni di buoni cavalieri e di franchi
-masnadieri. Per questo avvenne che i nemici non ardirono a valicare la
-Sieve colle loro cavalcate inverso Firenze. E tutte loro cavalcate di
-là da Sieve faceano grosse di mille cavalieri, o di millecinquecento,
-o di duemila per volta, e nondimeno erano continuamente percossi alla
-ritratta, e assaliti d’aguati che si metteano loro. E in questo modo
-si venne domesticando la guerra, e gli uomini del paese cominciarono a
-prendere cuore e ardire, per modo che i villani si raccoglieano insieme
-e nascondevansi a’ passi, e come i cavalieri si stendevano alle ville
-gli uccidevano; e avvezzi a questo guadagno dell’arme e de’ cavalli,
-con molta sollecitudine intendevano a tendere i loro aguati in ogni
-luogo. E per questo modo uccisono de’ nemici grande quantità nel tempo
-che durò la detta guerra.
-
-
-CAP. XVII.
-
-_Come si difese Pulicciano di grave battaglia._
-
-Al castello di Pulicciano furono condotti per certi ghibellini della
-terra in una cavalcata cinquecento cavalieri e quattrocento fanti, e
-non essendo se non pochi terrazzani nella fortezza di sopra, appena la
-difesono. I borghi di fuori arsono e rubarono, e mandaronne il bestiame
-e la preda nel campo. Sentito questo a Firenze, subito vi mandò il
-comune cento fanti masnadieri alla guardia: i quali vi furono tosto a
-gran bisogno, perocchè quelli dell’oste per seducimento di traditori
-del castello, e per conforto de’ soldati ch’erano stati in quella
-cavalcata, si pensarono vincere la fortezza, che non era chiusa di
-mura, ma da uno vile steccato, e avendo quella, signoreggerebbono un
-paese forte e pieno d’ogni bene da vivere: e però una mattina per tempo
-vi feciono cavalcare duemila barbute, e mille fanti e più balestrieri.
-E giunti a piè del castello, i cavalieri scesono de’ cavalli, e
-con gli elmi e colle barbute in testa si legarono con le braccia
-insieme, tenendo l’uno ’altro, e tra loro ordinarono i balestrieri,
-e cominciarono da ogni parte a un’ora a montare verso gli steccati.
-I terrazzani arditi e fieri, co’ soldati che v’erano, si misono
-francamente alla difesa colle balestra ch’aveano e co’ sassi maneschi.
-La forza de’ nemici era grande tanto, che per forza condussono un loro
-conestabile con la sua bandiera quasi al pari dello steccato. Come si
-fermò con l’insegna per dare favore agli altri, tra con le balestra e
-con le pietre lo traboccarono morto giù per la ripa. Nondimeno i nimici
-con grave battaglia gli stringeano forte, e quelli del castello molto
-vivamente senza riposo difendeano gli steccati per modo, che da mezza
-terza fino a mezzo dì, che la battaglia era durata senza arresto, i
-nimici non aveano potuto abbattere un legno del loro steccato. Per
-la qual cosa vedendo i cavalieri la franca difesa di que’ villani, e
-già morti alquanti di loro, e che il giorno era nel calare, disperati
-di quell’impresa, con loro vergogna si ritrassono della battaglia e
-tornarono nel campo, e più non tentarono di ritornarvi.
-
-
-CAP. XVIII.
-
-_Come i Tarlati, e i Pazzi di Valdarno e gli Ubertini vennono in sul
-contado di Firenze, e furonne cacciati per forza da’ Fiorentini._
-
-Dall’altra parte messer Piero de’ Tarlati d’Arezzo in prospera
-vecchiezza, valicati i novanta anni della sua età, e il vescovo
-d’Arezzo della casa degli Ubertini, e i Pazzi di Valdarno, non ostante
-che fossono in pace col comune di Firenze, avendo dugentocinquanta
-cavalieri di quelli dell’arcivescovo, e aggiuntosi de’ conti
-d’Urbino e altri ghibellini, mentre che l’oste era in Mugello, con
-trecentocinquanta cavalieri e con duemila pedoni si misono da capo
-predando il contado di Firenze, e vennono all’Ambra, e di là intendeano
-entrare nel Valdarno e venire a Fegghine. I Fiorentini sdegnosi di
-questi traditori, subitamente trassono dalle loro frontiere cinquecento
-cavalieri, e commisono a centocinquanta cavalieri ch’aveano in Arezzo
-che dovessono venire a raccozzarsi co’ nostri; e mossono il popolo
-del Valdarno, che con grande animo e di buona voglia andavano in
-quello servigio. Il comune di Firenze si confidò al tutto in questa
-cavalcata di Albertaccio di messer Bindaccio da Ricasoli, uomo savio,
-pro’ e ardito e buono capitano, se fosse stato in fede nel servigio
-del comune: e benchè altri buoni cittadini fossono mandati in detto
-servigio, a costui fu dato il mandato che in tutto fosse ubbidito. La
-gente a piè e a cavallo che cavalcavano di volontà, sopraggiunsono
-i nimici in sul vespero all’Ambra, in parte, che avendo voluto fare
-quello si poteva per la nostra gente, non ne campava testa che non
-fossono morti o presi: perocchè la gente del comune di Firenze era due
-cotanti, e migliore gente d’arme, e erano nel loro terreno intorniati
-dagli amici. Questo Albertaccio avendo parentado e amistà co’ detti
-nimici, portò infamia di non avere servito il comune lealmente. In
-prima d’avere sostenuta la gente del comune a Montevarchi, che potea
-più infra ’l dì avere occupati i nimici: appresso, che quando fu a loro
-non gli lasciò per la nostra gente badaluccare, per tenerli corti e
-ristretti che non si potessono provvedere: e perocchè non lasciò porre
-la sera la cavalleria de’ Fiorentini nel luogo dove si poteva torre
-la via a’ nimici che andare non se ne potessono quella notte. Per li
-savi che v’erano con lui si provvedeva, nondimeno per lo pieno mandato
-ch’aveva dal comune fu ubbidito; ed egli mostrava di fare buona e
-franca capitaneria, e di volere vincere i nimici senza pericolo della
-sua gente: e però puose quella sera il campo in luogo sicuro a’ suoi,
-e utile a’ nimici. O vero o bugia che fosse, infamato fu d’avere dato
-il tempo e fatto assapere a’ nimici che si dovessono partire in quella
-notte. I nimici traditori del nostro comune, vedendosi sorpresi a
-loro gran pericolo, intesono con ogni sollecitudine, senza dormire, a
-campare le persone: e non tennono per una via, ma per diverse parti per
-lo scuro della notte presono la fuga molto chetamente. La nostra gente
-non fu ordinata a quella guardia, e poi innanzi che il capitano facesse
-armare il campo, i nimici erano più di sei miglia dilungati; allora
-si strinsono ove la sera aveano lasciati i loro avversari, e niuno ve
-ne trovarono: onde la infamia crebbe al capitano per lo fatto, e il
-ripitio fu grande tra i cavalieri soldati e il conducitore, ch’avea
-tolto loro quella preda per mala condotta. La gente che v’era d’Arezzo,
-forte sdegnata di questo tradimento che parve loro avere ricevuto,
-si partirono senza licenza del capitano con centocinquanta cavalieri
-ch’aveano per loro guardia da’ Fiorentini, e tornaronsi in Arezzo.
-
-
-CAP. XIX.
-
-_Come Bustaccio entrò e rendè la Badia a Agnano._
-
-In quella notte Bustaccio degli Ubertini si ridusse con parte di quella
-gente a piede e a cavallo nella Badia a Agnano, la quale era molto
-forte e bene guernita. La cavalleria de’ Fiorentini rimasa con vergogna
-della partita de’ nimici, sentendo come Bustaccio era ricoverato in
-quella Badia, cavalcarono là, e trovaronli racchiusi, e ordinati alla
-difesa di quella tenuta. Il capitano per volere ricoprire sua infamia
-volea combattere la fortezza; i conestabili de’ cavalieri, stretti
-insieme, dissono ch’erano stati ingannati, e per baratto aveano perduta
-la preda de’ nimici fuggiti, e però non intendeano combattere se prima
-non fossono sicuri della preda, se per patto si lasciassono i nimici
-partire: e in fine ne furono in concordia d’avere fiorini cinquecento
-d’oro, come che i nimici si capitassono. E di presente combattendo
-certo borgo il vinsono. Poi combattendo la Badia furono ributtati a
-dietro, e perderono tre bandiere, ch’erano in sulle case, le quali
-i nimici presono, e per paura del passo ove si trovavano le locaro
-ritte in sull’altare maggiore della badia. I cavalieri aontati delle
-loro bandiere prese, d’un animo si disponeano per forza a vincere
-la Badia, e sarebbe venuto fatto loro, ma non senza grande danno,
-perchè dentro v’erano buoni guerrieri; e però innanzi che alla grave
-battaglia si venisse, il Roba da Ricasoli, allora discordante per
-setta d’Albertaccio, volle parlare con quelli d’entro, i quali stavano
-in gran paura: e parlato loro, di presente s’acconciarono a rendere
-la Badia, potendosene andare salve le persone, e i cavalli e l’arme.
-E presa per lo meno reo partito la detta concordia, e data la fede,
-i nimici si partirono, e la fortezza e le bandiere s’ebbono senza
-vergogna del comune, e i conestabili vollono i fiorini cinquecento
-d’oro loro promessi.
-
-
-CAP. XX.
-
-_Come l’arcivescovo tentò i Pisani di guerra contro a’ Fiorentini._
-
-Stando l’oste intorno alla Scarperia, e dando opera i capitani a
-far fare dificii da traboccare nella terra per rompere le torri
-e mura, e gatti e altri ingegni di legname per vincere la terra
-per battaglia, e i Fiorentini d’accogliere gente d’arme, e d’avere
-capitano per poterla soccorrere, l’arcivescovo non restava di tentare
-i Pisani dalla sua parte in comune e in diviso che rompessono pace
-a’ Fiorentini, con intenzione di mandare messer Bernabò da quella
-parte con duemila cavalieri ad assalire co’ Pisani insieme il nostro
-comune, e faceva loro grandi promesse. I Gambacorti, a cui segno Pisa
-si governava, non vollono rompere la pace: nondimeno l’arcivescovo
-avendo favore dentro, e’ consigliò del modo che avesse a tenere
-di muovere il popolo naturale nemico de’ Fiorentini, ed elesse una
-solenne ambasciata, fornita d’autorità di savi uomini, e mandògli a
-Pisa: e giunti là, e sposta la loro ambasciata con molte suadevoli
-ragioni, i Pisani astuti, per pigliare consiglio nel tempo, dissono di
-rispondere all’arcivescovo per loro ambasciadori, e incontanente gli
-mandarono a Milano, imponendo loro, che della volontà dell’arcivescovo
-non si rompessono, ma tranquillassono il fatto. E in questo mezzo
-provvidono più riposatamente sopra il partito, e conobbono che
-rompere pace al comune di Firenze non tornava in loro utile: che se
-l’arcivescovo prendea signoria in Toscana, era loro suggezione e danno;
-e segretamente feciono quello sentire a tutti i confidenti di quello
-stato, buoni cittadini. L’arcivescovo avvedendosi del modo che con
-lui tenevano coloro che governavano la terra, li credette ingannare,
-e per lo favore ch’avea nel popolo e in molti altri cittadini, e non
-ostante che avesse gli ambasciadori pisani in Milano, fece maggiore
-e più solenne ambasciata a’ Pisani; e commise loro, che in parlamento
-esponessono la sua domanda, come detto gli era, sperando che a grido
-di popolo avrebbe la sua intenzione contro a’ Fiorentini. E come
-giunti furono in Pisa, senza sporre alcuna cosa a’ rettori del comune,
-addomandarono loro di volere il parlamento, e risposto fu loro di
-farlo adunare volentieri a certo giorno, onde gli ambasciadori furono
-contenti; e incontanente feciono a tutti i cittadini, con cui aveano
-conferito loro consiglio, dire che venissono al parlamento; e bandito e
-sonato a parlamento, come ordinato fu si ragunò il popolo nella chiesa
-maggiore in gran numero, ove furono tutti i cittadini che temeano di
-perdere loro libertà e il loro stato. Gli ambasciadori ammaestrati in
-udienza di tutto il parlamento, con molto ornato sermone, ricordando
-i servigi grandi per la casa de’ Visconti fatti al comune di Pisa,
-e come gli aveano onorati e aggranditi sopra gli altri cittadini di
-Toscana, e’ raccontarono per ordine la mala volontà che i Fiorentini
-aveano verso di loro, e l’ingiurie che altro tempo inimichevolmente
-aveano loro fatte, e intendeano di fare quando si vedessono il destro,
-mostrando loro come ora era venuto tempo nel quale il loro signore
-intendea d’abbattere in tutto lo stato e l’arroganza de’ Fiorentini
-loro antichi nemici, e spegnere parte guelfa in Italia, e a ciò fare
-avea mossi tutti i ghibellini di Lombardia e di Toscana, e di Romagna e
-della Marca, come per opera era loro manifesto. La qual cosa conosciuta
-per loro, ch’erano capo di parte ghibellina in Toscana, molto doveano
-essere contenti di poter fare in cotanta loro esaltazione la volontà
-del loro signore, la quale e’ domandava con tanta istanza a quello
-popolo. Essendo uditi attentamente, si pensarono a grida di popolo
-avere impetrata la loro dimanda, ma la cosa andò tutt’altrimenti,
-per la provvisione de’ savi cittadini, li quali si ritennero in
-silenzio in quello parlamento, come per loro fu provveduto. E quando
-gli ambasciadori l’uno dopo l’altro ebbono detto e confermato loro
-sermone, pregarono gli ambasciadori che si attendessono alquanto, e
-tosto risponderebbono di comune consentimento alla loro ambasciata,
-e così si trassono del parlamento. E usciti gli ambasciadori, gli
-anziani feciono la proposta che si consigliasse se il comune di Pisa
-dovesse rompere pace a’ Fiorentini, oggi loro amici e loro vicini,
-o no: e levatosi alcuno a dire in servigio dell’arcivescovo, molti
-più, i maggiori cittadini, si levarono a dire come grande male e
-vergogna del loro comune sarebbe, avendo ferma e buona pace col comune
-di Firenze, a romperla contro a ragione, in perpetua infamia del
-loro comune. E fatto il partito, fu vinto che pace non si rompesse
-a’ Fiorentini. Gli ambasciadori, già preso sdegno per l’uscita del
-parlamento, avvedendosi dove la cosa riuscirebbe, senza attendere se
-n’erano andati all’ostiere. E quando gli anziani mandarono per loro per
-fare la risposta del parlamento, sentendo che non sarebbe quella ch’e’
-voleano, non vi vollono andare, e senza prendere comiato montarono
-a cavallo e tornaronsene a Milano. I Pisani si scusarono saviamente
-all’arcivescovo, perchè non stesse indegnato, e mandarongli dugento
-cavalieri, che mandar gli doveano per loro convenenza alla guardia
-di Milano. Allora venne meno all’arcivescovo la maggiore speranza che
-avesse di potere vincere i Fiorentini. Il comune di Firenze cercava in
-questo tempo d’avere capitano di guerra che guidasse la sua gente, che
-al continuo la cresceva, e avendo mandato a molti l’elezione con grande
-salario, tutti la rifiutavano per paura del potente tiranno: nondimeno
-il comune pensava d’atarsi con la capitaneria de’ suoi cittadini.
-E avendo l’oste così grande in Mugello, non pareva se ne curasse, e
-nella città catuno faceva la sua mercatanzia e sua arte senza portare
-alcuna arme; e continovo facea rendere a’ cittadini i danari del
-monte: e sapendo questo i nemici forte se ne maravigliavano, e molto
-n’abbassarono la loro superbia.
-
-
-CAP. XXI.
-
-_Come l’oste deliberò combattere la Scarperia._
-
-Quando i conduttori dell’oste seppono che il comune di Pisa non voleva
-rompere pace a’ Fiorentini, e come alcuno trattato ch’aveano in Pistoia
-era scoperto, con tutta la loro intenzione si rivolsono alla Scarperia,
-e quella cominciarono a tormentare con percosse di grandissimi dificii,
-che il dì e la notte gettavano nel piccolo castello grossissime pietre,
-le quali rompeano le case d’entro, e le mura e le bertesche gettavano
-a terra. E ogni dì faceano assalto loro alla terra: onde gli assediati
-per la continova guerra, e per la sollecita guardia che conveniva loro
-fare il dì e la notte alla difesa, erano infieboliti, e pensarono che
-senza soccorso di fuori, o aiuto di masnadieri freschi poco potrebbono
-sostenere: e però scriveano a’ Fiorentini per loro fanti tedeschi, che
-si mescolavano con gli altri Tedeschi di fuori, che avacciassono il
-loro soccorso. I Fiorentini erano in ciò assai solleciti, e già avevano
-al loro soldo accolti milleottocento cavalieri, e tremilacinquecento
-masnadieri a piede de’ buoni d’Italia, e dugento cavalieri aveano da’
-Sanesi, e seicento n’attendeano da Perugia, i quali erano a cammino;
-e avendo ordinato d’uscire a campo con questi cavalieri, e con grande
-popolo, a petto a’ nemici sopra il Borgo a san Lorenzo luogo detto a
-san Donnino, ove erano forti per lo sito, e con le spalle al Borgo a
-san Lorenzo da potere strignere e danneggiare i nemici, ch’erano assai
-di presso, e dare vigore e baldanza agli assediati della Scarperia:
-ed essendo ogni cosa provveduta, attendendo i cavalieri perugini per
-uscire fuori, n’avvenne la fortuna che appresso diviseremo.
-
-
-CAP. XXII.
-
-_Come i Tarlati sconfissono i cavalieri de’ Perugini._
-
-In questi dì, del mese di settembre del detto anno, era giunto a
-messer Piero Saccone de’ Tarlati in Bibbiena, mandato dal tiranno,
-il doge Rinaldo Tedesco con quattrocento cavalieri per incominciare
-più forte guerra a’ Fiorentini nel Valdarno. In questo stante, messer
-Piero molto avveduto, sentì che seicento cavalieri buona gente
-d’arme, che ’l comune di Perugia mandava in aiuto a’ Fiorentini,
-erano in cammino, e venivano baldanzosi senza sospetto, e la sera
-doveano albergare all’Olmo fuori d’Arezzo a due miglia. Avendo messer
-Piero il certo del fatto, col doge Rinaldo insieme con quattrocento
-cavalieri e con duemila fanti cavalcò la notte, e chetamente ripose
-i fanti nella montagna sopra l’Olmo, per averli al suo soccorso nel
-fatto; e la mattina per tempo co’ suoi cavalieri e col doge Rinaldo
-assalì la cavalleria di Perugia, che la maggior parte era ancora per
-gli alberghi, ma quelli ch’erano montati a cavallo si cominciarono
-francamente a difendere. E già aveano tra loro messer Piero, che
-s’era messo molto innanzi nella via ov’era la battaglia, prigione,
-con più altri de’ caporali in sua compagnia. E se in quello assalto
-gli Aretini fossono stati favorevoli ad aiutare gli amici del comune
-di Firenze, come doveano, tutta la gente di messer Piero rimaneva
-presa per lo stretto luogo dove s’erano messi. Ma usciti d’Arezzo i
-Brandagli con loro seguito, che allora erano i maggiori cittadini,
-intesono a campare Messer Piero con gli altri prigioni che i cavalieri
-di Perugia aveano ritenuti, come gente che aveano l’animo corrotto
-alla tirannia della loro città, come poco appresso dimostrerò. Campato
-messer Piero e’ suoi, gli Aretini si tornarono dentro senza aiutare
-que’ di Perugia, o dar loro la raccolta nella città. In questo, messer
-Piero e’ suoi ripresono ardire, e feciono scendere della montagna
-i fanti loro, traboccando addosso a’ Perugini con smisurato romore:
-i quali non vedendo essere soccorsi, nè avere ricolta, non poterono
-sostenere, ma chi potè fuggire campò, e gli altri tutti furono presi
-nelle vie e negli alberghi. Messer Piero raccolta la preda dell’arme,
-e de’ cavalli, e de’ prigioni, senza esser contastato dagli Aretini,
-si raccolse colla sua gente a salvamento, menandone più di trecento
-cavalieri prigioni, ventisette bandiere cavalleresche, e trecento
-cavalli; e giunto in Bibbiena con questa vittoria i cavalli e l’armi e
-l’altra roba partì a bottino, e i cavalieri prigioni poveri e mendichi
-lasciò alla fede. A’ Fiorentini levò l’aiuto e la speranza d’uscire a
-campo al soccorso della Scarperia, come ordinato era, e a’ nimici diede
-maggiore baldanza di vincere il castello.
-
-
-CAP. XXIII.
-
-_Come i Fiorentini procuraro di mettere gente nella Scarperia._
-
-Veggendo i Fiorentini mancato disavventuratamente l’aiuto de’ Perugini,
-e cresciuta baldanza a’ nimici per quella vittoria di messer Piero
-Tarlati, perderono al tutto la speranza del campeggiare, e quelli
-ch’erano assediati addomandavano soccorso più sollecitamente. Avvenne
-che uno valente conestabile della casa de’ Visdomini di Firenze, che
-aveva nome Giovanni, con grande ardire elesse trenta compagni sperti
-in arme, buoni masnadieri, e una notte si mise nel campo de’ nimici,
-e per mezzo delle guardie, non pensando che gente de’ Fiorentini si
-mettessono tra loro, virtuosamente si misono nella Scarperia; la
-qual cosa fu agli assediati alcuno conforto, e più per la persona
-del valente conestabile, che per la sua piccola compagnia, a cotanto
-bisogno quanto aveano dì e notte, per gli assalti continovi de’ loro
-nimici. E i conducitori dell’oste avendo sentito l’entrata di que’
-masnadieri nella Scarperia, la feciono più strignere e più guardare il
-dì e la notte. E tentato i Fiorentini per più riprese di mettervi anche
-gente, e non trovando per niuno prezzo il modo, un altro conestabile
-cittadino di Firenze della casa de’ Medici, di grande fama tra gli
-uomini d’arme, per accrescere suo onore si fece dare cento fanti
-masnadieri a sua eletta, e avendo con seco uno della Scarperia che
-sapeva l’ore delle vegghie delle guardie, e le loro vie, presono il
-cammino di notte per l’alpe di verso quella parte donde meno si potea
-temere per quelli dell’oste, con la insegna levata co’ suoi compagni
-stretti si mise arditamente per lo campo, dirizzandosi verso la
-Scarperia. E in su l’entrata del campo le guardie s’avviddono, e levato
-il romore, venti di quelli fanti rimasono addietro, e non poterono
-ristrignersi co’ compagni, e tornaronsi nell’alpe, e camparono: e il
-conestabile con ottanta compagni sanza fare arresto, innanzi che i
-nimici il potessono occupare con la loro forza, sano e salvo co’ suoi
-compagni entrò nella Scarperia; e così per virtù di due conestabili
-fu fornito quello castello di quello che aveva maggiore bisogno. E per
-questo soccorso gli assediati presono cuore e speranza ferma della loro
-difesa; e tra capitani dell’oste n’ebbe ripitio e grande sospetto,
-temendo che gli Ubaldini non gli avessono condotti, ma niuna colpa
-v’ebbono. E soprastando alquanto allo infestamento de’ nimici sopra
-questo castello, ci occorre alcune altre materie a cui ci conviene dare
-luogo per debito del nostro trattato, e appresso ritorneremo con più
-onestà alla presente materia.
-
-
-CAP. XXIV.
-
-_Come la reina Giovanna si fece scusare in corte di Roma._
-
-Come addietro abbiamo narrato, quando l’accordo si fece dal re
-d’Ungheria al re Luigi, ne’ patti venne fatta la commissione nel
-papa e ne’ cardinali per catuna parte: che se la reina Giovanna si
-trovasse colpevole della morte d’Andreasso suo marito, fratello del re
-d’Ungheria, ch’ella dovesse essere privata del reame, e dove colpevole
-non si trovasse, dovesse essere reina. A questo patto acconsentì il
-re d’Ungheria, più per l’animo che avea di tornare in suo paese, che
-per altra buona volontà che di ciò avesse, e però la commissione fu
-avviluppata più che ordinato o spedito libello, e non vedendo i pastori
-della Chiesa come onestamente potessono diliberare questa cosa, la
-dilungarono. Essendo lungamente gli ambasciatori di catuna parte stati
-in corte senza alcuno frutto dell’altre cose commesse per li detti re
-nella Chiesa, vedendo che questo articolo non terminandosi portava
-infamia e pericolo alla reina, con ogni studio vollono che il suo
-processo si terminasse. E perocchè assoluta verità del fatto non poteva
-scusare la regina, levare il luogo della dubbiosa fama proposono;
-che se alcuno sospetto di non perfetto amore matrimoniale si potesse
-proporre o provare, che ciò non era avvenuto per corrotta intenzione o
-volontà della reina, ma per forza di malíe o fatture che le erano state
-fatte, alle quali la sua fragile natura femminile non avea saputo nè
-potuto riparare. E fatta prova per più testimoni come ciò era stato
-vero, avendo discreti e favorevoli uditori, fu giudicata innocente
-di quello malificio, e assoluta d’ogni cagione che di ciò per alcun
-tempo le fosse apposto, o che per innanzi le si potesse apporre di
-quella cagione: e la detta sentenza fece divulgare per la sua innocenza
-ovunque la fede giunse della detta scusa.
-
-
-CAP. XXV.
-
-_Come i Genovesi e i Veneziani ricominciarono guerra in mare._
-
-Seguita di dar parte intra le italiane tempeste della terra a quelle
-che in que’ tempi concepute ne’ nostri mari Tirreno e Adriatico
-da superbe presunzioni di due comuni, in Grecia e poi nelli stremi
-d’Europa partorirono gravi cose, come seguendo nostro trattato si potrà
-trovare. I Genovesi infestati dalla loro alterezza, ricordandosi che
-i Veneziani l’anno passato aveano soperchiato in mare le undici loro
-galee, avvegnachè per l’aiuto de’ loro di Pera si fossono felicemente
-vendicati, vollono per opera mostrare loro potenza a’ Veneziani, e per
-comune consiglio, essendo a quel tempo catuna casa de’ loro maggiori
-cittadini tornata con pace in Genova, ordinarono di fare armata, la
-quale fosse fornita per più eccellente modo che mai avessono armato.
-E comandarono a’ grandi e a’ popolani mercatanti, e agli artefici
-minori e ad ogni maniera di gente, che di due l’uno s’acconciassono ad
-andare in quell’armata, e simigliante comandamento feciono fare per
-tutta la loro riviera, e certo la volontà vinse il comandamento, che
-più volentieri s’acconciavano d’andare che di rimanere: i corpi delle
-galee furono per numero sessantaquattro, e ammiraglio fu fatto messer
-Paganino Doria; i soprassaglienti furono sopra ogni galea doppi, armati
-nobilmente, e doppi i balestrieri e i galeotti, tutti forniti d’arme,
-e tutti si vestirono per compagne chi d’un’assisa e chi d’un’altra, e
-comandamento ebbono dal loro comune d’abbattere la forza de’ Veneziani
-in mare e in terra giusta loro podere: e fornite le galee di panatica
-e di ciò ch’aveano bisogno, e pagati per ordine di mercatanzia e’
-dazii, senza trarre danari di comune, per sei mesi, del mese di
-luglio, gli anni di Cristo 1351, si partirono da Genova, ed entrarono
-nel golfo di Vinegia facendo danno assai a’ navili e alle terre de’
-Veneziani, e senza lungo soggiorno si partirono di là e andaronne
-all’isola di Negroponte. I Veneziani non provveduti della subita armata
-de’ Genovesi, aveano mandate venti loro galee armate in Romania, le
-quali erano nell’Arcipelago, delle quali i Genovesi ebbono lingua, e
-seguitandole, le sopraggiunsono all’isola di Scio: le quali vedendosi
-di presso l’armata de’ Genovesi, con la paura aggiunsono forza a’ remi,
-e avendo aiuto d’alcuno vento alle loro vele, essendo seguitate da’
-Genovesi, fuggendo le diciassette ricoverarono nel porto di Candia, e
-le tre presono alto mare per loro scampo.
-
-
-CAP. XXVI.
-
-_Come l’armata genovese andò a Negroponte e assediò Candia, e quello
-che ne seguì._
-
-L’armata de’ Genovesi seguendo quella de’ Veneziani giunsono a
-Negroponte, ove i Veneziani con grande studio e paura erano arrivati, e
-avendo da’ terrazzani aiuto, appena aveano compiuto di tirare le loro
-diciassette galee in terra, lasciando le poppe in mare per poterle
-difendere, e in aringo l’aveano messe l’una a lato all’altra a modo
-di bertesca per poterle meglio di terra difendere, ove giunta l’armata
-de’ Genovesi, senza arresto l’assalirono con aspra e folta battaglia, e
-prese l’avrebbono, se non fosse che tutti gli uomini d’arme di quella
-terra furono alla loro difesa, e a guardare la marina che i Genovesi
-non potessono scendere in terra: e in quello assalto la feciono sì
-bene, che i Genovesi s’avvidono per forza non poterle guadagnare nè
-scendere in terra nel porto: e però presono loro consiglio d’assediare
-la città di Candia per mare e per terra, e procacciare di Pera e
-dell’altre parti di loro amici legni grossi, e gente e dificii di
-legname per combattere e vincere la terra, se per loro virtù e forza
-fortuna l’assentisse. E allora lasciarono guardia delle loro galee
-sopra il porto, e con l’altre girarono alquanto, e misono in terra loro
-campo, attendendo gente e fornimenti che procacciavano per combattere
-la terra, e que’ d’entro s’afforzavano alla difesa, e dì e notte
-intendeano a fare buona guardia, avendo mandato a’ Veneziani per loro
-soccorso.
-
-
-CAP. XXVII.
-
-_Come i Veneziani feciono lega co’ Catalani, e di nuovo armarono
-cinquanta galee._
-
-Stando l’armata de’ Genovesi per mare e per terra all’assedio della
-città di Candia, il comune di Vinegia ebbe le novelle, ed essendo
-tanti loro grandi e buoni cittadini, e le loro galee e la loro
-città assediata, ebbono grande dolore, nondimeno con franco animo
-deliberarono di fare ogni loro sforzo per soccorrerli: e ricercando
-la gente che allora poteano fare di loro distretto, non trovarono che
-bastasse a potere fornire loro armata, tanto era mancata per la passata
-mortalità, e però elessono di loro cari cittadini solenni ambasciadori,
-i quali mandarono prima a Pisa, e appresso in Catalogna, per recarli a
-loro lega, e averli in loro aiuto, con ogni largo patto che volessono:
-e di ciò diedono agli ambasciadori piena libertà e balìa, con ispendio
-di grande somma di moneta. I Pisani essendo in pace co’ Genovesi,
-avvegnachè poco s’amassono, per promesse o patto che fosse offerto
-loro non si vollono muovere contro a’ Genovesi, ma alquanto più che ’l
-consueto s’inamicarono con loro, ricevendo grazie da’ Genovesi per la
-fede mantenuta a quel punto. I Catalani per grande odio che aveano a’
-Genovesi, per ingiurie e danni ricevuti da loro in mare, di presente
-s’allegarono co’ Veneziani, e promisono di dare armate di loro uomini
-quelle galee che i Veneziani volessono, dando i Veneziani loro i corpi
-delle galee e i debiti soldi a’ Catalani. E ferma la lega, i Veneziani
-incontanente misono il banco, e cominciarono a scrivere e a soldare la
-gente, e mandarono a Venezia che vi mandassono i corpi delle galee e’
-danari, i quali senza indugio vi mandarono ventitrè corpi di galee, e
-danari assai, e fecionle armare di buona gente. I Veneziani a Venezia
-prestamente n’armarono ventisette, e mentre che l’armata si facea
-in Catalogna e a Venezia, i Veneziani mandarono una galea sottile
-bene armata a portare novelle del loro grande soccorso, e mandarono
-in quella danari per fare apparecchiare le galee ch’erano là, che di
-presente al tempo della venuta della loro armata fossono apparecchiate,
-sicchè contra a’ loro nimici fossono più possenti. Questa galea per
-scontro di fortuna s’abbattè in una galea di Genovesi, e combattendo
-insieme, la veneziana fu vinta e presa in segno del futuro danno.
-I Genovesi ebbono i danari, e le lettere e l’avviso dell’armata de’
-Veneziani e de’ Catalani per potersi provvedere; il corpo della galea
-aggiunsono alle loro, e gli uomini ritennono a prigioni, con gran festa
-di questa avventura.
-
-
-CAP. XXVIII.
-
-_Come la imperatrice di Costantinopoli col figliuolo si fuggì in
-Salonicco._
-
-Avvenne che in questi medesimi tempi che l’armata de’ Genovesi era a
-Negroponte, che Mega Domestico del lignaggio imperiale, il quale si
-faceva dire Cantacuzeno, cioè imperadore, essendo rimaso balio del
-figliuolo dell’imperadore di Costantinopoli a cui succedea l’imperio,
-governava tutto per lui, gli diè la figliuola per moglie, ingannando
-la giovanezza del suo pupillo, senza consentimento della madre.
-L’imperatrice sentendo quello che Mega Domestico avea fatto, prese
-sospetto, e fatto le fu vedere che ’l figliuolo sarebbe avvelenato,
-perchè l’imperio come era in guardia rimanesse libero al detto Mega,
-balio dell’imperio e del giovane, onde l’imperadrice col figliuolo,
-di furto e improvviso a Mega s’erano fuggiti di Costantinopoli, e
-andati nel loro reame di Salonicco, ivi mostrando manifesto sospetto
-del balio dell’imperio, si dimorarono in grande guardia. E Mega
-Domestico, come è detto, vedendosi rimaso nella forza dell’imperio,
-si fece dinominare imperadore: e senza fare guerra al giovane, si
-fortificava nell’imperio, e aveasi confederato l’amistà de’ Veneziani.
-L’imperadrice avendo sentita l’armata de’ Genovesi a Negroponte,
-mossa da femminile furia e sprovveduto consiglio, mandò a trattare
-co’ Genovesi, in cui prendeva confidanza, perocchè era figliuola
-del conte di Savoia, assai presso di vicinanza a’ Genovesi, e sapea
-ch’elli erano nimici de’ Veneziani, amici di Mega Domestico suo
-avversario; il trattato fu fermo co’ Genovesi, e le promesse furono
-grandi ove rimettessono il figliuolo in signoria dell’imperio di
-Costantinopoli. I Genovesi per questo si pensarono di passare il verno
-alle spese del’imperadrice, e abbattere molto della forza degli amici
-de’ Veneziani, e d’essere più agresti e più forti contro alla loro
-armata, e però si dispuosono a lasciar l’assedio con loro onore, ove
-poco profittavano, e a prendere il servigio dell’imperadrice. Lasceremo
-al presente questa materia per riprenderla al suo debito tempo, e
-torneremo a’ fatti di Firenze.
-
-
-CAP. XXIX.
-
-_Come la Scarperia sostenne la prima battaglia dal Biscione._
-
-Tornando all’assedio della Scarperia, il capitano dell’oste col suo
-consiglio vedendo che la Scarperia era fornita per la sua difesa di
-valorosi masnadieri, e che dentro era bene fornita di vittuaglia,
-e sentendo che i Fiorentini non si curavano di loro, e continovo
-accresceva loro forza, ed essendo mancata la ferma de’ loro soldati:
-per non partirsi con vergogna di non avere vinto per forza uno piccolo
-castello, rifermarono i loro cavalieri, e avuti danari dall’arcivescovo
-tutti gli pagarono, e promisono paga doppia e mese compiuto a coloro
-che combattendo vincessono la Scarperia. Il tempo era già all’entrata
-d’ottobre, e la vittuaglia cominciava a rincarare, e questo più gli
-spronava a volere vincere la punga. I dificii da combattere la terra
-erano apparecchiati, scale assai, e grilli e gatti e torri di legname,
-le quali aveano condotte presso al castello al tirare della balestra,
-o poco più. E così apparecchiati, una domenica mattina, ordinati
-i combattitori, da più parti con molti balestrieri assalirono il
-castello, e conduceano i dificii e le scale alle mura con gran tempesta
-di loro grida. Quelli del castello ordinati dentro alla difesa co’ loro
-capitani, si teneano coperti e cheti, e lasciarono valicare i nimici il
-primo fosso e entrare nel secondo, che non v’avea acqua, e accostare
-molte scale alle mura innanzi che si movessono: allora dato il segno
-da’ loro conestabili, con grande romore sollecitamente cominciarono
-dalle mura a percuotere sopra i nimici colle pietre, lance e pali, e
-a traboccare loro legname addosso, e i balestrieri saettare da presso
-e da lungi senza perdere in vano i loro verrettoni. In questo primo
-assalto fediti e magagnati assai di quelli che s’erano accostati
-alle mura e agli steccati per forza ne furono dilungati: nondimeno
-i capitani per straccare di fatica quelli delle mura, rimutavano
-spesso la loro gente dalla battaglia, rinfrescando gente nuova, e non
-lasciando prendere lena nè riposo a que’ delle mura e della guardia
-degli steccati, ma i franchi masnadieri si difendeano virtudiosamente,
-avendo in dispregio il riposo, e confortando l’uno l’altro per modo,
-che per forza nè per rinfrescamento di loro battaglia, da innanzi terza
-all’ora di nona, per molte riprese di battaglie non ebbono podere
-d’accostarsi alle mura, nè agli steccati ove le mura non erano. Nel
-primo fosso condussono sessantaquattro scale, e nel secondo accosta
-del muro tre, le quali abbandonarono, non potendo avanzare; e con poco
-onore di questa prima battaglia, e con alquanti morti rimasi nel fosso,
-e con molti fediti e magagnati, si ritrassono dalla battaglia, e que’
-d’entro intesono al riposo e a medicare i loro fediti, che ne aveano
-gran bisogno.
-
-
-CAP. XXX.
-
-_Come la Scarperia riparò alla cava de’ nimici._
-
-Nonostante l’ordine delle battaglie, i conducitori dell’oste con gran
-costo e con molto studio conducevano una cava sotterra per abbattere
-le mura della Scarperia, e molto grande speranza aveano in quella di
-vincere la terra. Que’ d’entro pensando e temendo che così dovessono
-fare i loro avversari, provvidono al rimedio, e feciono un fosso dentro
-intorno alle mura, il quale era braccia quattro e mezzo largo in bocca,
-e braccia tre largo in fondo, e andava di sotto al fondamento delle
-mura braccio uno e mezzo, acciocchè se le mura cadessono, si trovassono
-l’aiuto del detto fosso alla loro difesa. E nondimeno provvidono di
-cavare di fuori de’ fossi per ritrovare la cava de’ nimici innanzi che
-giugnesse alle mura. E a fornire questo misono grande sollecitudine,
-ma i loro avversari adoperarono grande forza per ritrarli da quello
-lavorio: e condussono un castello di legname in sul primo fosso, sì
-presso, che con le pietre combatteano coloro ch’erano tra l’uno fosso
-e l’altro alla guardia de’ loro cavatori, e avvenne che a questa si
-rivolse grande parte dell’oste, e tutta la forza di quelli d’entro.
-Quelli di fuori combattendo con le pietre e con le balestre, e
-rinnovando d’ora in ora i freschi combattitori, quelli del fosso colle
-fosse delle parate e co’ palvesi francamente s’atavano, con le loro
-balestra e con quelle del loro aiuto dalle mura, e diputati a questa
-punga trecento di que’ d’entro, sostennono l’assalto de’ nimici il
-lunedì e ’l martedì molto francamente, non lasciando impedire i loro
-cavatori: i quali lavorando con grande sollecitudine pervennero alla
-cava de’ nimici, la quale era venuta innanzi centottanta braccia, e
-presso alle mura a venti braccia: la quale di presente affocarono, e
-cacciarono i cavatori, e guastarono loro la cava. Essendo da catuna
-parte molti fediti, que’ del campo abbandonarono l’assalto con loro
-vergogna; e i valenti masnadieri alla ritratta de’ nimici presono e
-arsono il castello del legname ch’era sopra il fosso, e stesonsi ad
-assalire un altro ch’era più di lungi, e per forza l’affocarono, e
-tornaronsi sani e salvi nel castello, avendo presa grande baldanza
-della loro difesa, per la vittoriosa punga di quella cava.
-
-
-CAP. XXXI.
-
-_Del secondo assalto dato alla Scarperia._
-
-Vedendo il capitano dell’oste e il suo consiglio essere di ogni assalto
-fatto con vergogna ributtato da que’ della Scarperia, e vedendosi
-venire addosso il verno e non avere vinto il castello, e che lo strame
-mancava, pensavano che la partita sarebbe con loro grande vergogna:
-però vollono ancora da capo cercare la fortuna, innanzi che da quello
-assedio si partissono. E per avere apparecchiato da riempiere i
-fossi, feciono tutto il legname e’ frascati che aveano ne’ loro campi
-conducere presso a’ fossi: e il giovedì mattina innanzi dì, essendo
-l’oste armata, e le battaglie ordinate, e più torri di legnami condotte
-presso a’ fossi, con ordine di palvesari e di loro balestrieri, senza
-contasto riempierono di frascati il primo fosso, e le torri condussono
-sopr’esso fornite di molti balestrieri. I cavalieri smontarono de’
-cavalli con gli elmi in testa, e cominciata la battaglia a un’ora da
-ogni parte, i cavalieri si sforzarono di conducere gatti, grilli e
-scale alle mura. Que’ d’entro che aveano preso maggiore ardire per gli
-altri assalti, lasciarono fare molte cose innanzi che alla battaglia
-si scoprissono, ma ordinato da’ loro conestabili, al segno dato si
-mostrarono alla difesa, e con tanto impeto cominciarono a caricare di
-pietre, e di pali aguti e di legname i loro assalitori, con l’aiuto
-de’ loro buoni balestrieri, che per forza gli ributtarono addietro
-del primo fosso. E avendo a quelli ch’erano nelle torri ordinato
-di loro i migliori balestrieri, gli strinsono per modo, che non si
-poteano scoprire, nè dare a loro utile aiutorio. E in questo assalto
-alcuni conestabili d’entro ebbono ardire con certi loro compagni
-eletti d’uscire fuori della terra, e con le lance e con le spade in
-mano fediano per costa i combattitori, e incontanente si ritraevano:
-e questo feciono più volte danneggiando i nimici, e ritraendoli dalla
-battaglia dov’erano ordinati, senza ricevere impedimento. Ed essendo
-durata la battaglia infino a nona, senza avere que’ dell’oste fatto
-alcuno acquisto, feciono sonare la ritratta. E di presente quei del
-castello misono fuori de’ loro masnadieri, i quali presono le torri
-e’ dificii e arsonli, che i nimici aveano condotti, e dato opera
-infino alla notte a mettere dentro il legname utile, tutto l’altro co’
-frascati arsono nel fosso. E intesono a medicare i loro fediti, e a
-farsi ad agio d’alcuno riposo, del quale aveano gran bisogno per quella
-giornata.
-
-
-CAP. XXXII.
-
-_Del terzo assalto dato._
-
-Avendo i capitani dell’oste quasi perduta ogni speranza di potere
-vincere la Scarperia, vollono tentare l’ultimo rimedio con danari e
-con ingegno; e in quello rimanente del dì feciono venire a loro tutti
-i conestabili tedeschi con i più nomati cavalieri di loro lingua, i
-quali nelle battaglie date al castello poco s’erano travagliati altro
-che di vedere, e dissono loro: se a voi desse il cuore di vincere con
-forza e con ingegno questa terra, l’onore sarebbe vostro, e oltre alla
-paga doppia e mese compiuto, a catuno daremo grandi doni. I conestabili
-e i loro baccellieri si strinsono insieme, e mossi da presuntuosa
-vanagloria e da avarizia, rispuosono: che dove e’ fossono sicuri
-d’avere di dono sopra le cose promesse fiorini diecimila d’oro, che
-darebbono presa la Scarperia: e questo dava loro il cuore di fornire
-con l’aiuto dell’altra oste, ove fosse fatto quello che direbbono
-in quella notte. I capitani promisono tutto senza indugio, sicchè
-rimasono contenti, e di presente feciono fare comandamento a tutti
-i conestabili delle masnade da cavallo e da piè, che colà da mezza
-notte fossono apparecchiati dell’arme e de’ cavalli; e fatto questo,
-andarono a cenare e a prendere alcuno riposo. Venuta la mezza notte,
-e armata l’oste chetamente, il tempo era sereno e bello, e la luna
-faceva ombra in quella parte della Scarperia che i Tedeschi aveano
-pensato d’assalire: e fatto tra loro elezione di trecento baccellieri,
-a loro commisono tutto il fascio della loro intenzione; i quali bene
-armati, separati dall’altra gente, con le scale a ciò diputate e con
-altri utili argomenti, senza alcuno lume, s’addirizzarono verso quella
-parte della terra ove l’ombra gli copriva. Tutta l’altra oste con
-innumerabili luminarie, e con ismisurato romore e suoni di tutti gli
-stromenti dell’oste, colle schiere fatte e colle battaglie ordinate
-si cominciarono a dirizzare dall’altre parti verso la Scarperia. I
-fanti della Scarperia, che appena aveano ancora dell’affanno del dì
-preso alcuno riposo, sentendo lo stormo, e vedendo l’esercito venire
-con ordine di loro battaglie a combattere la terra, cacciata la paura
-e invilito il riposo, di presente furono all’arme: e con l’ardire
-delle loro difese apparecchiati, andò catuno alla sua guardia delle
-mura e de’ palancati; e stando cheti e senza mostrare i loro lumi
-attesono tanto, che le schiere e le battaglie s’appressarono alle mura,
-e cominciato fu l’assalto con suoni di tanti stromenti e con grida
-d’uomini, che riempieva il cielo e tutto il paese molto di lungi.
-Quest’asprezza delle grida era maggiore che dell’arme, per attrarre
-l’aiuto da quella parte di que’ d’entro, e mancarlo ov’era l’aguato.
-Quelli della terra maestri di cotali cose delle grida non si curavano,
-e quelli che si appressavano, francamente colla balestra e colle pietre
-gli faceano risentire e allungare, e niuno non si partiva o mosse dalla
-sua guardia. I trecento baccellieri riposti presso della terra sentendo
-il romore e l’infestamento di quelli dell’oste, chetamente colle scale
-in collo passarono il primo e il secondo fosso, che non v’avea acqua,
-e condussono e dirizzarono alle mura più e più scale, vedendolo e
-sentendolo que’ della terra ch’erano a quella guardia, e lasciandogli
-fare, finchè cominciarono a salire sopra esse, e aveano già i loro
-aiutori a piede; allora quelli della guardia cominciarono a gridare,
-e a mandare sopra loro grandi pietre e legname e pali, percotendoli e
-facendoli traboccare delle scale nel fosso l’uno sopra l’altro. E in
-un punto gli ebbono sì storditi e fediti e magagnati, che in caccia si
-partirono da quello assalto, e tornaronsi all’altra oste. Dall’altra
-parte fu maggiore il grido che l’assalto, ma per li buoni balestrieri
-molti ve ne furono fediti in quella notte. E facendosi dì, in sulla
-ritratta uscirono della terra un fiotto di buoni briganti, e dieronsi
-tra’ nimici, e per forza ne presono e ne menarono tre di loro cavalieri
-nella Scarperia, e gli altri ritornarono al campo perduta ogni speranza
-d’avere la Scarperia. Que’ di dentro uscirono fuori un’altra volta
-quella mattina, e arsono più dificii di legname ch’erano presso, e uno
-castello ch’era più di lungi, e contamente senza impedimento sani e
-salvi si ritornarono nella Scarperia.
-
-
-CAP. XXXIII.
-
-_La partita dell’oste dalla Scarperia._
-
-Vedendo il capitano dell’oste e i suoi consiglieri aver fatta la loro
-oste ogni prova per vincere la Scarperia, ed esserne con vergogna
-ributtati per la virtù de’ buoni masnadieri che dentro v’erano, e
-tornando l’oste piena di molti fediti, e che la vittuaglia venia
-mancando l’un dì appresso l’altro fortemente, e che già lo strame per i
-cavalli al tutto venia loro meno, e il tempo ch’era stato fermo e bello
-lungamente s’apparecchiava di corrompere all’acqua, prese per partito
-d’andarsene a Bologna; e al segno dato d’una lumiera alzata sopra
-ogni lume molto, il sabato notte, a dì 16 d’ottobre, l’oste si dovesse
-partire, e ogni uomo si dovesse riducere verso l’alpe di Bologna, i cui
-passi erano tutti in loro signoria, e il cammino era corto e il passo
-aperto, e la gente volonterosa di levarsi da campo, per la qual cosa
-subito ebbono passato il giogo dell’alpe. I Fiorentini avendo sentito
-che i nimici erano per partirsi dall’assedio, aveano mandati in Mugello
-i cavalieri che aveano per danneggiarli, se potessono, alla levata:
-ma gli avvisati capitani dell’oste la domenica mattina innanzi che la
-loro gente s’avviasse feciono una schiera di duemila buoni cavalieri,
-i quali tennero ferma in sul piano, insino che seppono che tutta la
-loro gente e la salmeria erano valicati il giogo e passati in luogo
-salvo; la schiera della guardia passò, non vedendo apparire alcuno
-nimico, girò e prese il suo cammino verso la montata dell’alpe, ch’era
-presso a due miglia di piano: ed ebbono passato prima il giogo, che
-la cavalleria de’ Fiorentini si assicurasse di stendere per lo piano,
-temendo d’aguato: e così sani e salvi si ricolsono a Bologna senza
-impedimento per lo senno de’ loro capitani. Quest’oste mossa con tanto
-ordine e aiuto di tutti i ghibellini d’Italia, venuta di subito sopra
-la nostra città sprovveduta d’ogni aiuto, stette ottantadue dì sopra
-il nostro contado senza potere vincere per forza niuno castello, e de’
-quali, sessantuno dì consumarono all’assedio del piccolo castello della
-Scarperia. E come fu piacer di Dio, la sfrenata potenza di cotanto
-signore, aggiunta con tutta la forza de’ ghibellini d’Italia, guidata
-da buoni capitani, credendosi soggiogare la città di Firenze e’ popoli
-circustanti, non ebbono podere di vincere la Scarperia, da qui addietro
-vilissimo castello, non murato per tutto e di piccola fortezza per
-sito, ma difeso da piccolo numero di valorosi masnadieri: essendovi
-a oste con più di cinquemila barbute, e duemila cavalieri, e seimila
-pedoni di soldo, senza la forza degli Ubaldini e degli altri ghibellini
-con loro sforzo; per la qual cosa il tiranno che avea l’animo levato a
-inghiottire le italiane provincie, potè conoscere che un piccolo e vile
-castello domò e fece ricredente tutta la sua forza. E come era venuto
-a guisa di leone con la testa alzata, spaventevole a tutte le città
-di Toscana, chinate le corna dell’ambiziosa superbia, tornò pieno di
-vergogna e di vituperio, non avendo per sua potenza potuto acquistare
-un debole castello, e diede materia a’ popoli di grande confidenza
-della loro difesa. Lasceremo ora finita questa materia, e torneremo
-all’altre tempeste italiane, che non bastando in terra conturbano
-l’altrui mare.
-
-
-CAP. XXXIV.
-
-_Come l’armata de’ Genovesi si partì da Negroponte e andò a Salonicco._
-
-In questo tempo cominciando aspro e fortunoso verno, i Genovesi che con
-la loro armata di sessantaquattro galee erano stati all’assedio della
-città di Candia nell’isola di Negroponte, sentendo l’apparecchiamento
-delle cinquanta galee de’ Veneziani e de’ Catalani che doveano venire
-contro a loro al soccorso; e vedendo che lo stare ivi per speranza
-d’avere la terra era invano, e non minor danno a loro che a’ Veneziani,
-e avendo promesso il loro aiuto all’imperadrice di Costantinopoli,
-ch’era fuggita col figliuolo nel reame di Salonicco, parendo per
-questa cagione la loro levata dall’assedio fosse con meno vergogna,
-ed entrando nell’imperio aveano più sicuro vernare, si partirono di
-là e dirizzarono loro viaggio verso Salonicco; e giunti a Malvagia,
-intendeano levare l’imperadrice e ’l figliuolo, e fare loro podere di
-rimetterli in Costantinopoli con la loro forza e della parte che amava
-il loro vero signore. L’imperadrice sentendo l’armata di presso, come
-femmina mutevole, non avendo piena confidenza del figliuolo, cominciò a
-sospettare: e il giovane medesimo non avendo avuto più maturo consiglio
-all’impresa, convenendo la sua persona mettere nelle mani dell’altrui
-forza, dubitò, e non lo volle fare, e forse fu più da biasimare il
-cominciamento della folle impresa che ’l cambiamento del femminile e
-giovanile animo, i quali non si vollono abbandonare alla non provata
-fede de’ Genovesi; per la qual cosa l’ammiraglio col suo consiglio
-presono sdegno, e rivolta la loro armata, desiderosi di rapina e
-di preda, vennero all’isola di Tenedo, piena di gente e d’avere,
-sottoposta all’imperio, i quali de’ Genovesi non prendeano alcuna
-guardia, ed elli la presono e rubarono d’ogni sustanza. E quivi feciono
-dimoro gran parte del verno prendendo rinfrescamento, e ragunando la
-preda di quella e dell’altre terre di Grecia, della quale data a catuno
-la parte sua, si trovarono pieni di roba e di danari, sicchè a loro non
-fece bisogno altro soldo, e la loro vita tutta ebbero per niente delle
-ruberie del paese. E ivi stettono fino al Natale senza mutare porto.
-
-
-CAP. XXXV.
-
-_Come i Veneziani e’ Catalani s’accozzarono in Romania con l’altra
-armata._
-
-I Veneziani, come addietro abbiamo narrato, avendo fatta compagnia e
-lega co’ Catalani contro a’ Genovesi, armarono in Venezia ventisette
-galee molto nobilmente, ove si ricolsono quasi tutti i maggiori e
-migliori cittadini di Venezia per governatori e soprassaglienti,
-forniti a doppio di ciò che a guerra faccia mestiero, e ventitrè galee
-armarono i Catalani. E tanto bolliva negli animi loro lo infocamento
-dell’izza ch’aveano presa contro a’ loro avversari genovesi, che
-nel tempo che l’armate sogliono abbandonare il mare e vernare in
-terra, si mossono da Venezia e di Catalogna, domando le tempeste
-del mare, ad andare contro a’ loro nimici in Romania. Del mese di
-novembre s’accozzarono insieme in Cicilia, e di là senza soggiorno
-si dirizzarono verso l’Arcipelago, e con grandi e aspre fortune,
-avendo per quelle perdute sette galee veneziane e due catalane, non
-senza danno della loro gente, pervennero in Turchia, e posono alla
-Palatia e a Altoloco; e ivi, del mese di dicembre del detto anno,
-avendo raccolte le galee che aveano a Negroponte e nelle contrade si
-trovarono con settanta galee: e in Turchia stettono gran parte del
-più fortunoso verno per rivedere i loro legni e avere novelle di loro
-nimici. In questo travalicamento del tempo delle due armate ci occorre
-a raccontare altre cose rimase addietro, e in prima una pazzia di
-corrotta mente dell’ambizione umana, la quale alcuna volta combattendo,
-contro al suo prospero e buono stato abbatte e rovina se medesimo con
-debito e degno traboccamento.
-
-
-CAP. XXXVI.
-
-_Come i Brandagli si vollono fare signori d’Arezzo._
-
-Dappoich’e’ Bostoli per loro superbia furono cacciati della terra
-d’Arezzo, una famiglia che si chiamarono i Brandagli, loro nimici,
-cominciarono di nuovo ad avere stato in comune, e montando l’un dì
-appresso all’altro vennono in maggiori, ed erano al tutto governatori
-del reggimento di quello comune, e per questo montati in grandi
-ricchezze: e della loro famiglia Martino e Guido di Messer Brandaglia
-erano i caporali. Costoro ingrati del loro buono stato cercarono di
-farsene signori con tradimento, non perchè fossono da tanto, ma per
-farne loro mercatanzia, come nel fine del fatto si scoperse. Costoro
-trattarono col nuovo tiranno d’Agobbio d’avere da lui al tempo ordinato
-centocinquanta cavalieri, e da quello di Cortona dugento cavalieri, non
-che da se gli avesse, ma per servire costoro n’accattò centocinquanta
-dal prefetto da Vico, e cinquanta dal conte Nolfo da Urbino, e
-feceli venire e soggiornare all’Orsaia, come gente di passaggio che
-attendessono d’essere condotti e oltre a questa gente a cavallo, di
-quello che non era richiesto, mise in ordine d’avere apparecchiati
-undicimila fanti a piede, con intenzione, che se fortuna il mettesse in
-Arezzo di volerlo per se. E ancora richiese messer Piero Tarlati, che
-aveva in Bibbiena il doge Rinaldo con trecento cavalieri, benchè fosse
-ghibellino e nimico del loro comune richieselo non manifestandogli
-il fatto. Ma la volpe vecchia che conobbe la magagna, si offerse loro
-molto liberamente, sperando altro fine del fatto che non pensavano i
-traditori, accecati nella cupidigia della sperata tirannia. A conducere
-questa gente aveano fuori d’Arezzo Brandaglia loro nipote, e Guido
-intendeva a raccogliere i masnadieri che gli capitavano segretamente,
-e a nasconderli ne’ loro palagi, e Martino stava nel palagio co’
-priori della terra a tutti i segreti del comune. In quel tempo si
-dava in guardia a confidenti cittadini una porta della città che si
-chiamava la porta di messer Alberto, la quale era a modo d’un cassero,
-e dava l’entrata tra le due castella. Questa guardia per procaccio
-di Brandaglia era ne’ figliuoli di messer Agnolo loro confidenti, con
-cui elli si teneano in questo tradimento. E messe le cose d’ogni parte
-in assetto, a’ signori d’Arezzo fu scritto per lo comune di Firenze
-e per quello di Siena ch’avessono buona guardia, perocchè sentivano
-che una terra si cercava di furare, ma non sapeano come nè quale;
-Martino Brandagli ch’era nel consiglio, co’ suoi argomenti levava i
-sospetti. E venuto il dì che la notte si dava il segno a que’ di fuora,
-un conestabile fiorentino ch’era in Arezzo, uomo guelfo e fedele, fu
-richiesto da’ Brandagli per la notte. Costui per amore della sua città
-e di parte non potè sostenere per promesse che avesse avute che non
-manifestasse a’ priori il tradimento di quella notte. Incontanente
-i priori mandarono per Martino, il quale confidandosi nel suo grande
-stato e ne’ molti amici, andò dinanzi a’ priori, e negava scusandosi
-che niente sapeva di quelle cose; e in quello stante Guido suo fratello
-corse a’ loro palagi, e colla gente che avea nascosa levò il romore, e
-tennesi co’ suoi masnadieri forte. I cittadini in furia armati corsono
-alla porta di messer Alberto, che poteva dare l’entrata a’ forestieri,
-per fornire di guardia per lo comune, ma trovarono ch’ella si tenea
-per i traditori. E così la città intrigata nel nuovo pericolo, e non
-provveduta, fu in grande paura. La porta era forte e bene guernita alla
-difesa da non poter vincersi per battaglia, e già era venuta la notte,
-e quei della torre della porta d’entro feciono i cenni ordinati alla
-gente di fuori, che venire doveano a loro aiuto per vincere la terra.
-
-
-CAP. XXXVII.
-
-_Di quello medesimo._
-
-I cittadini vedendo i cenni, temendo di non essere sorpresi dall’aiuto
-provveduto da’ traditori, tempestando nell’animo, intrigati dalle
-tenebre della notte e dalla paura, intendendo a combattere quei
-della porta e mettere gente in su le mura, ma per questo non poteano
-conoscere riparo che i forestieri non entrassono per forza nella
-città, e però s’avvisarono di rompere le mura della città appresso a
-quella porta: e fattane la rotta che vollono, avendo per loro guardia
-cento cavalieri di Fiorentini e alcuni di loro, li misono fuori in uno
-borgo fuori di quella porta, ove dovea essere l’entrata de’ nemici,
-e accompagnaronli di cittadini e d’altri fanti alla difesa con buone
-balestra; e di subito tagliarono alberi, e abbarrarono e impedirono
-le vie al corso de’ cavalli, e le mura guarentirono di gente e di
-saettamento: e nondimeno facevano dal lato d’entro combattere di
-continovo quelli della porta e della torre, ma e’ si difendevano, e
-di quella battaglia poco si curavano, e continovo manteneano cenni a
-loro soccorso: e dentro i Brandagli difendeano i loro palazzi e la loro
-contrada co’ masnadieri che aveano accolti, e attendendo Brandaglia
-con la gente invitata, con la quale non dottavano d’essere signori
-della terra s’ella v’entrasse. I segni della torre furono veduti dal
-principio della notte, e il signore di Cortona che stava attento fu
-in sul mattutino con dugento cavalieri e duemila pedoni giunto ad
-Arezzo, e Brandaglia con altri dugento cavalieri. La gente di messer
-Piero Saccone tardò più a venire, per riotta che mosse il doge Rinaldo
-in sul fatto; gli altri ch’erano venuti baldanzosi, credendosi senza
-contasto entrare nella città, come furono presso alla terra, mandarono
-innanzi cento cavalieri che prendessono e guardassono l’entrata della
-porta, e quella trovarono imbarrata dagli alberi e le vie innanzi al
-borgo: ed essendo là venuti, e saettati da quelli ch’erano alla guardia
-del borgo, e scorgendo in su l’aurora le mura piene di cittadini
-armati alla difesa, e già morti due di loro compagni da quei del
-borgo, si tornarono addietro, e feciono assapere a quelli dell’oste
-che attendeano come stava il fatto: di che spaventati s’arrestarono
-senza strignersi più alla terra, e già per segni e ammattamento che
-que’ della torre e della porta facessono, e eziandio chiamandoli ad
-alte voci, non si attentarono di venire più innanzi, ma ivi presso si
-fermarono attendendo come i fatti dentro procedessono, e così stettono
-schierati dalla mattina sino presso a nona. E in verso la nona messer
-Piero Sacconi giunse co’ suoi cavalieri e pedoni, il quale sentendo
-la cosa scoperta e i cittadini alla difesa, senza attendere punto co’
-suoi cavalieri diè volta e co’ suoi pedoni, e tornossene a Bibbiena;
-e veduto questo, tutti gli altri si partirono, e i traditori rimasono
-senza speranza di soccorso. Questa novità sentita nel contado e
-distretto de’ Fiorentini, mosse senza arresto i cavalieri e’ masnadieri
-che allora avea in quelle circustanze, e i Valdarnesi per venire al
-soccorso degli Aretini: i quali non bene confidenti del comune di
-Firenze parte ne ritennono per loro sicurtà, e agli altri diedono
-commiato onestamente, senza riceverli nella città, e dolcemente fu
-sostenuto. Nondimeno i traditori teneano i palagi, e la torre e la
-porta: e tanta miseria occupò l’animo di que’ pochi cittadini in cui
-era rimaso il reggimento, per tema di non volere fare parte agli altri
-da cui e’ potessono avere aiuto, che si misono a trattare con Martino
-cui eglino aveano prigione, dicendo di lasciare andare e lui e’ suoi,
-e i figliuoli di messer Agnolo e le loro cose liberamente, ed e’
-rendessono la porta. E innanzi che questo venisse alla loro intenzione,
-convenne che i figliuoli di messer Agnolo fossono sicuri a loro modo
-d’avere contanti fiorini tremila d’oro, e avuta la sicurtà renderono la
-porta e la torre al comune; e facendosi loro il pagamento per coloro
-che aveano fatta la promessa, i danari furono staggiti per coloro che
-aveano per loro sodo al comune, che eglino renderebbono quella fortezza
-al detto comune: e così s’uscirono della città co’ Brandagli insieme;
-e il seguente dì furono tutti condannati per traditori, e i loro beni
-disfatti e pubblicati al comune. Trovossi poi di vero, che i traditori
-aveano trattato come avessono presa la signoria, con ciò sia cosa che
-non erano d’aiuto per loro lignaggio da poterla tenere, di venderla
-all’arcivescovo di Milano, a gravamento della loro detestabile malizia,
-la quale prese non il debito fine, ma alcuno segno della loro rovina,
-per la viltà di coloro che non degni rimasono al governamento di quella
-terra.
-
-
-CAP. XXXVIII.
-
-_Come il re Luigi mandò il gran siniscalco ad accogliere gente in
-Romagna._
-
-Tanto imbrigamento di guerra sboglientava gli animi degl’Italiani per
-terra e per mare in questi tempi, che volendo cercare delle novità
-degli strani, non ci lasciano da loro partire. Il re Luigi valicata
-la tregua dal re d’Ungheria a lui, non ostante che rimesso avessono
-le loro questioni al giudicio del papa e de’ cardinali, tentava con
-preghiere e impromesse di recare dalla sua parte fra Moriale, friere
-di san Giovanni, il quale teneva Aversa e Capua dal re di Ungheria,
-e questo fra Moriale, astuto e malizioso, mostrava di voler piacere
-al re Luigi; e dandogli speranza, cominciò ad allargare il passo
-alla gente del re e a’ paesani d’Aversa e di Capua, sicchè andavano
-e venivano sicuramente, e non faceva guerra, ma nondimeno guardava
-le città e le fortezze di quelle, e per questo corse la voce che la
-concordia era fatta: ma però il re di lui, o egli del re si fidava.
-Ma in questo tranquillo, il re mandò il grande siniscalco nella Marca
-ad accogliere gente d’arme, il quale con grandi promesse mosse messer
-Galeotto da Rimini a venire al servigio del re con trecento cavalieri,
-e messer Ridolfo da Camerino con cento, a tutte loro spese, e ’l grande
-siniscalco messer Niccola Acciaiuoli di Firenze ne condusse e menò
-quattrocento al soldo del re, e con tutta questa cavalleria entrò in
-Abruzzi. E mandò al re, che con la sua forza e con quella de’ baroni
-del Regno, i quali il re avea richiesti e ragunati a Napoli, venisse
-là, come era ordinato, per vincere messer Currado Lupo, e racquistare
-le terre d’Abruzzi che di là si teneano per lo re d’Ungheria.
-
-
-CAP. XXXIX.
-
-_Come il re Luigi accolse i baroni del Regno e andò in Abruzzi._
-
-Il re Luigi sentendo come il gran siniscalco avea con seco in Abruzzi
-que’ due buoni capitani con ottocento cavalieri di buona gente, fu
-molto contento, e avendo presa sicurtà che fra Moriale per la concordia
-ch’aveano non moverebbe guerra in Terra di Lavoro, si mosse da Napoli
-per mare, e capitò incontanente a Castello a mare del Volturno, e
-tutta sua gente a piè e a cavallo fece andare per terra da Pozzuolo
-e per lo Gualdo al detto Castello a mare, non fidando la gente sua
-per gli stretti passi d’Aversa e di Capua ch’erano in guardia di
-fra Moriale: e seguendo di là loro cammino, del mese d’ottobre del
-detto anno s’accozzò in Abruzzi con la cavalleria accolta per lo gran
-siniscalco: e fatta fare la mostra, si trovò con undicimila cavalieri
-e con grande popolo. Messer Currado Lupo avendo sentito l’oste che
-gli veniva addosso, e non avendo gente da potere uscire a campo, mise
-guardia nelle terre che teneva in Abruzzi e ordinolle alla difesa, e
-con cinquecento cavalieri tedeschi bene montati e buoni dell’arme si
-mise in Lanciano. Il re poco provveduto di quello che a mantenere oste
-bisognava, e povero di moneta, volendo usare l’aiuto degli amici che
-quivi avea si mise a oste a Lanciano; e dopo non molti dì, cavalcando
-messer Galeotto co’ suoi cavalieri intorno alla terra, messer Currado
-Lupo uscì fuori con parte de’ suoi cavalieri e percosse i nimici, e
-danneggiò molto la masnada di messer Galeotto, e innanzi che dall’altra
-oste fosse soccorso si ritrasse in Lanciano a salvamento. Per questa
-cagione spaventato l’oste, considerando l’ardimento preso per li
-cavalieri di messer Currado, e che la terra di Lanciano era forte
-e bene guernita, e il verno veniva loro addosso, per lo migliore
-presono consiglio e levaronsi dall’assedio: e stando in dubbio di
-quello dovessono fare più dì, a messer Galeotto e a messer Ridolfo,
-non vedendo di poter fare utile servigio al re, rincrebbe lo stallo,
-presono congiò dal re e tornaronsi nella Marca, e i baroni del Regno
-feciono il simigliante. Il re con la sua gente invilito e quasi
-disperato avendo animo di volere entrare nell’Aquila, gli fu detto non
-se ne mettesse a pruova, perocchè non vi sarebbe lasciato entrare, e
-scoprirebbe nimico messer Lallo che gli si mostrava fedele; e così
-rimaso il re pieno di sdegno e voto di forza e d’avere, si tornò a
-Sulmona a mezzo dicembre del detto anno, e ivi s’arrestò per trarre
-da’ paesani alcuno sussidio, e per fare in quella terra la festa del
-Natale.
-
-
-CAP. XL.
-
-_Come il re Luigi sostenne gli Aquilani che pasquavano con lui._
-
-Vedendosi il re Luigi rotto da’ suoi intendimenti, e abbandonato
-del servigio degli amici, trovandosi a Sulmona povero, si ristrinse
-nell’animo, e diede opera di volere fare in Sulmona gran festa per lo
-Natale, e fece a quella invitare quei gentiluomini e baroni circostanti
-che potè avere. I Sulmontini il providono di moneta e d’altri doni
-per aiuto alla festa. Ciascuno si sforzò di comparire bene a quella
-festa, e intra gli altri principali fu invitato messer Lallo, il
-quale governava il reggimento dell’Aquila, e conoscendo la sua coperta
-tirannia si dubitò d’andare al re, e infinsesi d’essere malato, e sotto
-questa scusa ricusò l’andare alla festa. Per fare più accetta la sua
-scusa al re elesse quindici de’ maggiori cittadini d’Aquila col suo
-fratello carnale, i quali portarono al re per dono da parte del comune
-dell’Aquila fiorini quattromila d’oro, e costoro mandò a festeggiare
-col re: e giunti a Sulmona furono ricevuti dal re graziosamente,
-nonostante che si turbasse perchè messer Lallo non v’era venuto. E
-fatto il corredo reale con piena festa, i cittadini dell’Aquila volendo
-prendere licenza dal re per tornare a casa furono ritenuti prigioni,
-della qual cosa il re fu forte biasimato di mal consiglio, parendo
-a tutti più opera tirannesca che reale. La novella corse in Aquila:
-il tiranno molto savio e buono parlatore raccolse il popolo, e con
-argomenti di sua savia diceria infiammò il popolo all’ingiuria, e
-mosselo all’arme e corse la terra, e ordinò la guardia come se il re
-con l’oste vi dovesse venire, ma il re non era atto a poterlo fare, e
-però si rimase, e messer Lallo più s’afforzò nella signoria.
-
-
-CAP. XLI.
-
-_Come papa Clemente sesto fe’ la pace de’ due re._
-
-Stando il re Luigi in Sulmona maninconoso e quasi in disperazione di
-suo stato, considerando come in tutte cose la fortuna gli era avversa,
-e come con abbassamento di suo onore gli avea fatte fare cose non
-reali, ma di vile e mendace tiranno, e vedendosi povero e mal ubbidito,
-non sapeva che si fare, e parevagli per la baldanza presa pe’ suoi
-avversari ch’elli dovessono ristrignerlo o cacciare del Regno, e de’
-suoi fatti da corte non avea potuto avere alcuna speranza o novella che
-buona fosse. Il papa Clemente in questo tempo era stato in una grande e
-grave malattia, nella quale rimorso da coscienza di non avere capitato
-il fatto tra i due re che gli era commesso, e di questo sostenere era
-seguito danno e confusione di molti, propuose nell’animo come fosse
-guarito di capitare quella questione senza indugio, e come fu sollevato
-mise opera al fatto; e per più acconcio di quello reame, vedendo che
-il re d’Ungheria avea l’animo al suo reame, ed era appagato della
-vendetta fatta del suo fratello, deliberò, poichè avea deliberato la
-reina, che messer Luigi fosse re: e questo pubblicò co’ suoi cardinali,
-e poi il mise a esecuzione, come appresso nel suo tempo racconteremo.
-La novella venne improvviso al re Luigi a Sulmona, della qual cosa
-fu molto allegro: e confortato nel fondo della sua fortuna da questa
-prosperità, di presente conobbe il suo esaltamento per opera, che i
-baroni e’ comuni il cominciarono ad onorare e a vicitare con doni e
-grandi profferte come a loro signore: e tornato a Napoli con grandi
-onori, stette in festa più dì tutta la terra delle buone novelle.
-Lasceremo al presente alquanto de’ fatti del Regno sollecitandoci le
-novità di Toscana, delle quali prima ci conviene fare memoria, per non
-travalicare il debito tempo della nostra materia.
-
-
-CAP. XLII.
-
-_Come messer Piero Saccone prese il Borgo a san Sepolcro._
-
-Avendo messer Piero Saccone de’ Tarlati a Bibbiena il conte Pallavicino
-con quattrocento cavalieri dell’arcivescovo di Milano, e cento di suo
-sforzo per fare guerra, e standosi e non facendola, faceva maravigliare
-la gente, ma egli nel soggiorno lavorava copertamente quello che
-prosperamente gli venne fatto. Il Borgo a san Sepolcro, terra forte e
-piena di popolo e di ricchi cittadini, e fornita copiosamente d’ogni
-bene da vivere, era nella guardia de’ Perugini con due casseri forniti
-alla guardia de’ castellani perugini e di gente d’arme. Messer Piero
-aveva appo se uno suo fedele che aveva nome Arrighetto di san Polo,
-questi era grande e maraviglioso ladro, e facea grandi e belli furti
-di bestiame, traendo i buoi delle tenute murate e guardate, e rompeva
-tanto chetamente le mura, che niuno il sentiva, e di quelle pietre
-rimurava le porti a’ villani di fuori sì contamente, che prima aveva
-dilungate le turme de’ buoi, e tratte per lo rotto del muro due o tre
-miglia, che i villani trovandosi murate le porti, e impacciati dalle
-tenebre della notte e dalla novità del fatto, le potessono soccorrere;
-così n’avea fatte molte beffe, e accusatone di furto, messer Piero il
-difendea, e davagli ricetto in tutta sua giurisdizione. Questi saliva
-su per li cauti delle mura e delle torri co’ suoi lievi argomenti
-incredibilmente, e quanto che fossono alte non se ne curava, ed era
-dell’altezza maraviglioso avvisatore. Per costui fece messer Piero
-furare la forte e alta torre del castello di Chiusi alla moglie
-che fu di messer Tarlato. A costui scoperse messer Piero come volea
-furare il Borgo a Sansepolcro, e mandollo a provvedere l’altezza della
-torre della porta: il quale tornato disse, che gli dava il cuore di
-montare in su la più alta torre che vi fosse; e avuta messer Piero
-questa risposta, s’intese con uno de’ Boccognani del Borgo e grande
-ghibellino, il quale odiava la signoria de’ Perugini, e da lui ebbe,
-che se la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse forza di
-gente a cavallo e a piè grande, ch’egli con gli altri ghibellini
-d’entro verrebbono in loro aiuto a metterli dentro. E dato l’ordine
-tra loro, messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila pedoni un
-sabato notte, a dì 20 del mese di novembre del detto anno, improvviso
-a’ Borghigiani, innanzi il dì fu presso al Borgo; e mandato Arrighetto
-con certi masnadieri eletti in sua compagnia a prendere la torre
-e la porta, il detto Arrighetto con suoi incredibili argomenti in
-quello servigio, cintosi corde, e aiutato di non esser sentito per
-uno grande vento che allora soffiava, e avea ristrette le guardie
-sotto il coperto, montò in su la torre della porta, ed essendovi due
-sole guardie, si recò il coltello ignudo in mano, e mostrò d’avere
-compagnia, minacciandoli d’uccidere. Eglino storditi per la novità,
-non sapendo che si fare, stettono cheti per paura, e Arrighetto data
-la corda a’ masnadieri ch’erano a piè del muro, con una scala leggieri
-di funi tirò su l’uno de’ capi e accomandollo a uno de’ merli, e
-incontanente montati suso per quella l’uno appresso l’altro dodici
-masnadieri, e quando si vidono signori della porta, feciono a quelli
-traditori d’entro certo segno ordinato. Quello de’ Boccognani veduto il
-segno come la porta era presa, fece sonare a stormo una campana d’una
-chiesa, al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini del Borgo
-furono all’arme e traevano verso la porta. I guelfi che non sapeano il
-tradimento traevano storditi alla piazza senza niuno capo; e schiarito
-il dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, e sentendo
-come messer Piero era di fuori con molta gente, non vedevano da potere
-riparare; ma i ghibellini non volendo guastare la terra sicurarono i
-guelfi che ruberia non vi si farebbe, e senza contasto vi lasciarono
-entrare messer Piero con tutta la sua gente e del conte Pallavicino,
-e non vi si diè colpo e non vi si fece alcuna ruberia: e così messer
-Piero ne fu signore; ma le due rocche che erano forti e guardate
-per li Perugini si misono alla difesa, per attendere il soccorso de’
-Perugini. Messer Piero e il conte senza prendere soggiorno con tutta
-la sua gente a cavallo e a piè uscirono del Borgo, e accamparonsi
-di fuori dirimpetto alle rocche per torre la via a’ Perugini, e
-fecionsi innanzi al loro campo fare un fosso di subito e uno steccato,
-e mandarono a tutte le terre dov’avea gente d’arme del signore di
-Milano che mandassero loro aiuto, e in pochi dì vi si trovarono
-con ottocento cavalieri e popolo assai. E per impedire a’ Perugini,
-Giovanni di Cantuccio d’Agobbio con la cavalleria che avea del Biscione
-cavalcò sopra loro: nondimeno i Perugini turbati di questa perdita,
-procacciarono da ogni parte aiuto per racquistare la terra, tenendosi
-i casseri, e di presente ebbono cinquecento cavalieri da’ Fiorentini: e
-con millequattrocento cavalieri e con grande popolo se ne vennono alla
-Città di Castello: e acconciandosi per soccorrere quelli de’ casseri,
-tanta viltà fu in coloro che gli aveano in guardia, che senza attendere
-il soccorso così vicino s’arrenderono a messer Piero; e incontanente
-quelli del castello d’Anghiari cacciarono la guardia che v’era de’
-Perugini, e dieronsi al vicario dell’arcivescovo, ed egli lo rendè a
-messer Maso de’ Tarlati. In que’ dì il castello della Pieve a santo
-Stefano, e ’l Castello perugino, tenendosi mal contenti de’ Perugini,
-anche si rubellarono da loro.
-
-
-CAP. XLIII.
-
-_Come i Perugini arsono intorno al Borgo e sconfissono de’ nimici._
-
-I Perugini avendo perduta la speranza di soccorrere le rocche,
-cavalcarono al Borgo, e arsonlo intorno guastando tutte le possessioni,
-e già messer Piero e ’l conte Pallavicino non ebbono ardire d’uscire
-della terra contro a loro: e fatto il guasto, si tornarono alla Città
-di Castello. Messer Piero preso suo tempo, con tutta la cavalleria
-ch’avea nel Borgo cavalcò fino alle porti della Città di Castello: i
-cavalieri che v’erano dentro de’ Perugini, e singolarmente quelli de’
-Fiorentini, ch’erano buona gente d’arme e bene montati, uscirono fuori
-perchè i nimici aveano a fare lunga ritratta, e seguitando i nimici
-quasi a mezzo il cammino, s’abbatterono in un grosso aguato: e ivi
-cominciò l’assalto aspro e forte, ove s’accolse la maggiore parte della
-gente di catuna parte senza fanti a piede; e ivi dando e ricevendo
-si fece aspra battaglia, e durò lungamente, perocchè catuno voleva
-mantenere l’onore del campo; e non avendo pedoni che l’impedissono,
-feciono i buoni cavalieri grande punga, e in fine per virtù di certi
-conestabili della masnada de’ Fiorentini, ristringendosi insieme, con
-impetuoso assalto ruppono la cavalleria di messer Piero, e a forza in
-isconfitta gli cacciarono del campo, e rimasono morti sessanta de’ loro
-cavalieri in sul campo e più cavalli, e presi sei de’ loro conestabili
-da’ cavalieri de’ Fiorentini, e messer Manfredi de’ Pazzi di Valdarno,
-e più altri cavalieri tedeschi e borgognoni, a’ quali tolsono l’arme e’
-cavalli secondo l’usanza, e lasciaronli alla fede: e questo fu del mese
-di dicembre del detto anno.
-
-
-CAP. XLIV.
-
-_D’una cometa ch’apparve in oriente._
-
-In questo anno 1351, del detto mese di dicembre, si vide in prima in
-cielo a noi verso levante una cometa, la quale per li più fu giudicata
-Nigra, la quale è di natura saturnina. Il suo apparimento fu a noi
-all’uscita del segno del Cancro, e alcuni dissono ch’ella entrò nel
-Leone: ma innanzi che per noi si vedesse fuori del Cancro, fu fuori del
-verno, sicchè approssimandosi il Sole al Cancro se ne perdè la vista.
-Alcuni pronosticarono morte di grandi signori, ovvero per decollazione,
-e avvenimento di signorie. Noi stemmo quell’anno a vedere le novità che
-più singolari e grandi apparissono onde avere potessimo novelle, e in
-Italia e nel patriarcato d’Aquilea furono molte dicollazioni di grandi
-terrieri e cittadini, che lungo sarebbe a riducere qui i singulari
-tagliamenti. E mortalità di comune morte in questo anno non avvenne: ma
-per la guerra de’ Genovesi, e Veneziani e Catalani avvennono naufragii
-grandi, e mortalità di ferro grandissima in quelle genti e ne’ loro
-seguaci, e per i difetti sostenuti in mare non meno ne morirono
-tornando che combattendo. Avvenne in Italia singolare accidente al
-grano, vino e olio e frutti degli alberi, che essendo ogni cosa in
-speranza di grande ubertà, subitamente del mese di luglio si mosse una
-sformata tempesta di vento, che tutti gli alberi pericolò de’ loro
-frutti, e i grani e le biade ch’erano mature battè e mise per terra
-con smisurato danno. Dappoi a pochi dì fu il caldo sì disordinato, che
-tutte le biade verdi inaridì e seccò. Per questo accidente avvenne,
-che dove s’aspettava ricolta fertile e ubertosa, fu generalmente per
-tutta Italia arida e cattiva. E avvennono in questi anni singulari
-diluvi d’acque, che feciono in molte parti gran danni, e gittò per
-tutta Italia generale carestia di pane e sformata di vino. In questo
-medesimo mese di dicembre apparve la mattina anzi giorno, a dì 17, un
-grande bordone di fuoco, il quale corse di verso tramontana in mezzodì.
-E in questo medesimo anno all’entrare di dicembre morì papa Clemente
-sesto, e alcuno de’ cardinali. Al nostro lieve intendimento basta di
-questi segni del cielo e delle cose occorse averne raccontato parte,
-lasciando agli astrolaghi l’influenza di quello che s’appartiene alla
-loro scienza, e noi ritorneremo alla più rozza materia.
-
-
-CAP. XLV.
-
-_Come fu preso il castello della Badia de’ Perugini, e come si
-racquistò._
-
-Essendo i Perugini imbrigati nelle rubellioni delle loro terre per
-gli assalti de’ loro vicini, con la forza dell’arcivescovo di Milano,
-la quale di prima, come addietro narrammo, nel tempo che si cercò
-di fare lega con la Chiesa e co’ Lombardi, dicevano che non si potea
-stendere a loro, due conestabili di fanti a piè cittadini sbanditi di
-Firenze, partendosi dal soldo del tiranno d’Agobbio co’ loro compagni,
-di furto entrarono nel castello della Badia, grosso castello, il quale
-era de’ Perugini, e cominciarono a correre e predare le villate vicine
-con l’aiuto di Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio. I Perugini vi
-mandaro certe masnade di cavalieri che aveano di Fiorentini e altra
-gente a piè: costoro vi si puosono a oste del mese di gennaio. Giovanni
-di Cantuccio con la cavalleria ch’avea dell’arcivescovo di Milano
-e co’ suoi fanti a piè, essendo tre cotanti di cavalieri e di fanti
-che quelli de’ Perugini, andarono per levarli da campo e fornire il
-castello. Un conestabile tedesco delle masnade de’ Fiorentini valente
-cavaliere, ch’avea nome M... si fece incontro a’ nimici a un ponte onde
-conveniva ch’e’ nimici venissono, e francamente li ritenne, tanto che
-l’altra cavalleria de’ Perugini ch’era alla Città di Castello venne
-al soccorso del passo: e giunti, valicarono il ponte, e per forza
-cacciarono l’oste di Giovanni di Cantuccio in rotta, e presono cento e
-più de’ cavalieri del Biscione: e tornati al castello, i masnadieri che
-’l teneano, vedendosi fuori di speranza di avere soccorso, il renderono
-a’ Perugini, salvo le persone e l’arme, a dì 6 del detto mese di
-gennaio.
-
-
-CAP. XLVI.
-
-_Come i Fiorentini cercarono lega co’ comuni di Toscana, e accrebbono
-loro entrata._
-
-Temendo il comune di Firenze la gran potenza del signore di Milano,
-fornito della compagnia de’ ghibellini d’Italia, con suoi ambasciadori
-smosse i Perugini Sanesi e Aretini a parlamento alla città di Siena,
-del mese di dicembre del detto anno, e ivi composono lega e compagnia
-di tremila cavalieri e di mille masnadieri, contra qualunque volesse
-fare guerra a’ detti comuni o ad alcuno di quelli; e incontanente il
-comune di Firenze si fornì di cavalieri e di masnadieri di più assai
-che in parte della lega non li toccava. E per avere l’entrata ordinata
-a mantenere la spesa elessono venti cittadini, con balìa a crescere
-l’entrata e le rendite del comune, i quali commutarono il disutile
-e dannoso servigio de’ contadini personale in danari, compensandoli
-che pagassono per servigio di cinque pedoni per centinaio del loro
-estimo per rinnovata dell’anno, a soldi dieci il dì per fante: e
-questo pagassono in tre paghe l’anno, e fossono liberi dell’antico
-servigio personale: o quando per necessità occorresse il bisogno del
-servigio personale, scontassono di questo. E questa entrata secondo
-l’estimo nuovo montò l’anno cinquantaduemila fiorini d’oro, e fu grande
-contentamento de’ condannati. E a’ cherici ordinarono certa taglia
-per aiuto e guardia e alla difesa della città e del contado, la quale
-stribuirono e raccolsono i loro prelati, e montò fiorini ... d’oro; e
-raddoppiarono e crebbono più gabelle, per le quali entrate il comune
-potè spendere l’anno trecentosessantamila fiorini d’oro. E oltre a ciò
-ordinarono e distribuirono tra’ cittadini la gabella de’ fumanti, la
-quale nel fatto fu per modo di sega, che catuno capo di famiglia fu
-tassato in certi danari il dì per modo, che raccogliendosi il numero
-montava fiorini d’oro centoquaranta il dì: poi per ogni danaro che
-l’uomo avea di sega, fu recato in estimo di soldi trenta; e questa
-gabella montava l’anno fiorini cinquantamila d’oro: e quando il comune
-aveva necessità, riscoteva questa gabella per avere i danari presti,
-e assegnavali alla restituzione di certe gabelle. Per queste sformate
-gravezze, avendo carestia generale delle cose da vivere, era la città
-e il contado in assai disagio, forse meritevolmente per la dissoluta
-vita, e’ disordinati e non leciti guadagni de’ suoi cittadini.
-
-
-CAP. XLVII.
-
-_Come i Romani feciono rettore del popolo._
-
-In questo anno essendo per lo corso stato a Roma del general
-perdono arricchito il popolo, i loro principi e gli altri gentilotti
-cominciarono a ricettare i malandrini nelle loro tenute, che facevano
-assai di male, rubando, e uccidendo, e conturbando tutto il paese.
-Senatore fu fatto Giordano dal Monte degli Orsini, il quale reggeva
-l’uficio con poco contentamento de’ Romani. E per questa cagione gli
-fu mossa guerra a un suo castello, per la quale abbandonò il senato.
-Il vicario del papa ch’era in Roma, messer Ponzo di Perotto vescovo
-d’Orvieto, uomo di grande autorità, vedendo abbandonato il senato,
-con la famiglia che aveva, in nome del papa entrò in Campidoglio per
-guardare, tanto che la Chiesa provvedesse di senatore. Iacopo Savelli
-della parte di quelli della Colonna accolse gente d’arme, e per forza
-entrò in Campidoglio e trassene il vicario del papa, e Stefano della
-Colonna occupò la torre del conte, e la città rimase senza governatore,
-e catuno facea male a suo senno perocchè non v’era luogo di giustizia.
-E per questo il popolo era in male stato, la città dentro piena di
-malfattori, e fuori per tutto si rubava. I forestieri e i romei erano
-in terra di Roma come le pecore tra’ lupi: ogni cosa in rapina e in
-preda. A’ buoni uomini del popolo pareva stare male, ma l’uno s’era
-accomandato all’una parte, e l’altro all’altra di loro maggiori, e però
-i pensieri di mettervi consiglio erano prima rotti che cominciati:
-e la cosa procedeva di male in peggio di dì in dì. Ultimamente non
-trovando altro modo come a consiglio il popolo si potesse radunare,
-il dì dopo la natività di Cristo, per consuetudine d’una compagnia
-degli accomandati di Madonna santa Maria, s’accolsono avvisatamente
-molti buoni popolani in santa Maria Maggiore, e ivi consigliarono di
-volere avere capo di popolo: e di concordia in quello stante elessono
-Giovanni Cerroni antico popolare de’ Cerroni di Roma, uomo pieno d’età,
-e famoso di buona vita. E così fatto, tutti insieme uscirono della
-chiesa e andarono per lui, e smosso parte del popolo, il menarono
-al Campidoglio ov’era Luca Savelli. Il quale vedendo questo subito
-movimento non ebbe ardire di contastare il popolo, ma dimandò di loro
-volere: ed e’ dissono che voleano Campidoglio, il quale liberamente
-diè loro; ed entrati dentro sonarono la campana: il popolo trasse al
-Campidoglio d’ogni parte della città senza arme, e i principi con le
-loro famiglie armati, ed essendo là, domandarono la cagione di questo
-movimento e quello che ’l popolo volea: il popolo d’una voce risposono
-che voleano Giovanni Cerroni per rettore, con piena balía di reggere
-e governare in giustizia il popolo e comune di Roma. E consentendo
-i principi all’ordinazione del popolo, di comune volontà fu fatto
-rettore; e mandato per lo vicario del papa che lo confermasse, come
-savio e discreto volle che prima giurasse la fede a santa Chiesa, e
-d’ubbidire i comandamenti del papa, e ricevuto di volontà del popolo
-il saramento dal rettore, il confermò per quell’autorità che aveva: e
-tutto fu fatto in quella mattina di santo Stefano, innanzi ch’e’ Romani
-andassono a desinare. E lasciato il rettore in Campidoglio, catuno si
-tornò a casa con assai allegrezza di quello ch’era loro venuto fatto
-così prosperamente.
-
-
-CAP. XLVIII.
-
-_Di una lettera fu trovata in concistoro di papa._
-
-Essendo per lo papa e per i cardinali molto tratto innanzi il processo
-contro al’arcivescovo di Milano, una lettera fu trovata in concistoro,
-la quale non si potè sapere chi la vi recasse, ma uno de’ cardinali
-la si lasciò cadere avvisatamente in occulto: la lettera venne alle
-mani del papa, e la fece leggere in concistoro. La lettera era d’alto
-dittato, simulata da parte del principe delle tenebre al suo vicario
-papa Clemente e a’ suoi consiglieri cardinali: ricordando i privati e
-comuni peccati di catuno, ne’ quali li commendava altamente nel suo
-cospetto, e confortavali in quelle operazioni, acciocchè pienamente
-meritassono la grazia del suo regno: avvilendo e vituperando la vita
-povera e la dottrina apostolica, la quale come suoi fedeli vicari
-eglino aveano in odio e ripugnavano, ma non ferventemente ne’ loro
-ammaestramenti come nell’opere, per la qual cosa li riprendeva e
-ammoniva che se ne correggessono, acciocchè li ponesse per loro
-merito in maggiore stato nel suo regno. La lettera toccò molto e bene
-i vizi de’ nostri pastori di santa Chiesa, e per questo molte copie
-se ne sparsono tra’ cristiani. Per molti fu tenuto fosse operazione
-dell’arcivescovo di Milano allora ribello di santa Chiesa, potentissimo
-tiranno, acciocchè manifestati i vizi de’ pastori si dovessono più
-tollerare i suoi difetti, manifesti a tutti i cristiani. Ma il papa
-e i cardinali poco se ne curarono, come per innanzi l’operazioni si
-dimostreranno.
-
-
-CAP. XLIX.
-
-_Come il re d’Inghilterra essendo in tregua col re di Francia acquistò
-la contea di Guinisi._
-
-Avvenne in questo anno, che un Inghilese prigione nella forte rocca
-di Guinisi, la quale era del re di Francia, essendo per ricomperarsi,
-avea larghezza d’andare per la rocca, e così andando, provvide l’ordine
-delle guardie e l’altezza d’alcuna parte della rocca ond’ella si
-potesse furare. E pagati i danari della sua taglia, fu lasciato; e
-trovatosi con alquanti sergenti d’arme, suoi confidenti, disse ove
-potesse avere il loro aiuto gli farebbe ricchi. E presa fede da loro
-manifestò come intendea furare la rocca di Guinisi, e avea provveduto
-come fare il poteva, i quali arditi e volonterosi di guadagnare
-promisono il servigio: ed essendo tra tutti cinquanta sergenti bene
-armati, avendo scale fatte alla misura del primo procinto, una notte in
-su l’ora che l’Inghilese sapea che la guardia della mastra fortezza vi
-si rinchiudea dentro, condotte le scale al muro chetamente montarono
-sopra il primo procinto: e sorprese le guardie, per non lasciarsi
-uccidere si lasciarono legare, e così legati gli faceano rispondere
-all’altre guardie della rocca. Quando venne in sul fare del dì
-gl’Inghilesi feciono alle guardie muovere riotta, e fare romore tra
-loro in modo di mischia. Il castellano sentendo questo tra le guardie,
-mostrando non avere sospetto scese della rocca, e aprendo l’uscio per
-venire a correggere le guardie, gl’Inghilesi apparecchiati nell’aguato,
-immantinente con l’armi ignude in mano furono sopra lui, e presono
-l’uscio ed entrarono nella rocca, e presono il castello e le guardie.
-E incontanente mandarono al re d’Inghilterra come aveano presa la
-forte rocca di Guinisi, la quale il re molto desiderava. E di presente
-vi mandò gente d’arme e fecela prendere e guardare, e commendata
-la valenza e l’industria del suo fedele e degli altri scudieri fece
-loro onore e provvidegli magnificamente. E per questa rocca fu il re
-d’Inghilterra in tutto signore della contea di Guinisi, e il re di
-Francia forte conturbato. E avvegnachè questa presura andasse per la
-forma che è detto, e’ si trovò poi che il castellano avea consentito
-al tradimento, e tornato di prigione, essendo lasciato, in Francia fu
-squartato.
-
-
-CAP. L.
-
-_Il piato fu in corte tra’ due re per la contea di Guinisi._
-
-Essendo furata la contea di Guinisi al re di Francia sotto la
-confidanza delle triegue, trasse in giudicio il re d’Inghilterra a
-corte di Roma per suoi ambasciadori, dicendo che sotto la fede delle
-triegue prestata il re d’Inghilterra gli avea tolto per furto la rocca,
-e la contea occupata per forza. Per la parte del re d’Inghilterra fu
-risposto, che avendo per suo prigione il conte di Guinisi conestabile
-di Francia preso in battaglia, e dovendosi riscattare per lo patto
-fatto della sua taglia scudi ottantamila d’oro, o in luogo di danari
-la detta contea di Guinisi, e lasciato alla fede acciocchè procacciare
-potesse la moneta, il re di Francia appellandolo traditore, per non
-averlo a ricomperare, o acconsentirgli la contea di Guinisi il fece
-dicollare: e così contro a giustizia privò il re d’Inghilterra delle
-sue ragioni, le quali giustamente avea racquistate. La quistione fu
-grande in concistoro, e pendeva la causa in favore del re di Francia,
-e però innanzi che sentenza se ne desse, il re fece restituire la terra
-di Guinisi a quell’Inghilese che data glie l’avea; e seguendo la morte
-di papa Clemente non ne seguì altra sentenza.
-
-
-CAP. LI.
-
-_Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati per rifare guerra
-a’ Fiorentini._
-
-In questo tempo del verno, avendo l’arcivescovo di Milano fatte
-rivedere e rassegnare le sue masnade tornate da Firenze, trovò ch’aveva
-a fare ammenda di bene milledugento cavalli. E turbato forte nel suo
-furore, propose di fare al primo tempo maggiore e più aspra guerra
-a’ Fiorentini. E trovando che avea consumato senza acquisto grande
-tesoro, volendolo rifare senza mancare la sua generale entrata, fece
-nuova colta in Milano e in tutte le sue terre per sì grave modo, che
-tutti i mercatanti si ritrassono delle loro mercatanzie nelle sue
-terre: nondimeno a catuno convenne portare la soma che gli fu imposta;
-per la quale gravezza accrebbe cinquecento migliaia di fiorini d’oro
-sopra le sue rendite ordinarie in piccolo tempo. In queste oppressioni
-molti parlavano biasimando l’impresa contro al comune di Firenze, e
-rimproveravano quello che avea fatto loro il vile castelletto della
-Scarperia per provvisione del comune di Firenze, essendovi intorno la
-forza de’ Lombardi e de’ ghibellini di Toscana. E in tra gli altri
-un cavaliere bresciano di grande età, amico e fedele alla casa de’
-Visconti, biasimò l’impresa, dicendo semplicemente il vero, come
-aveva ricordo di lungo tempo, che qualunque signore avea impreso
-di far guerra al comune di Firenze n’era mal capitato, però per
-amore che aveva al suo signore non lodava l’impresa. Le parole del
-cavaliere furono rapportate all’arcivescovo; il tiranno inacerbito,
-non considerando la fede dell’antico cavaliere, seguitando l’impetuoso
-furore del suo animo, mandò per lui. E venuto nella sua presenza, il
-domandò s’egli aveva usate quelle parole. Il cavaliere disse, che dette
-l’avea per grande amore e fede ch’avea alla sua signoria, ricordandosi
-dell’imperadore Arrigo, e dell’impresa di messer Cane della Scala e
-degli altri che non erano bene capitati. Il tiranno infiammato nel
-suo disordinato appetito, di presente fece armare un suo conestibile
-con la sua masnada, e accomandogli il cavaliere, e disse il rimenasse
-in Brescia, e in su l’uscio della sua casa gli facesse tagliare la
-testa, e così fu fatto. Costui per la sua fede degno di premio e per
-l’utile consiglio ricevette pena, la quale soddisfece colla sua testa
-all’appetito del turbato tiranno.
-
-
-CAP. LII.
-
-_Come i Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi mandarono ambasciadori a
-corte._
-
-Stando le città di Toscana in gran tema di futura guerra, i comuni
-della lega di parte guelfa mandarono al papa e a’ cardinali solenne
-ambasciata, a inducere la Chiesa contro alla grande tirannia
-dell’arcivescovo di Milano per aggravare il processo che contro a lui
-si faceva, e procurare l’aiuto e il favore di santa Chiesa alla loro
-difesa. Gli ambasciadori furono ricevuti dal papa e da’ cardinali
-graziosamente. Ma innanzi che questi ambasciadori fossono a corte,
-l’arcivescovo v’avea mandati i suoi, per riconciliarsi colla Chiesa, e
-fare annullare il processo fatto contro a lui per l’impresa di Bologna,
-i quali ambasciadori erano forniti di molti danari contanti per
-spendere e donare largamente; e facendolo con molta larghezza aveano
-il favore del re di Francia, che faceva parlare per lui, e quello di
-molti cardinali, e de’ parenti del papa e della contessa di Torenna,
-per cui il papa si movea molto alle gran cose. E il papa medesimo avea
-già l’ingiuria fatta a santa Chiesa per l’arcivescovo della tolta di
-Bologna temperata, ed era disposto a prendere accordo coll’arcivescovo:
-e per questo fu molto più contento della venuta degli ambasciadori
-de’ tre comuni di Toscana, credendo fare l’accordo dell’arcivescovo di
-loro volontà; perocchè nel primo parlamento disse agli ambasciadori:
-eleggete delle tre cose che io vi proporrò l’una, quale più vi piace, o
-volete pace coll’arcivescovo, o volete lega colla Chiesa, o volete la
-venuta dell’imperadore in Italia per vostra difesa. L’offerte furono
-larghe per conchiudere alla pace che parea più abile e migliore. Gli
-ambasciadori savi e discreti di concordia rimisono la detta elezione
-nel papa, a fine di farlo più pensare nel fatto dandoli gravezza,
-dimostrando grande confidanza nella deliberazione. E così cominciata
-la cosa a praticare ebbono tempo e cagione gli ambasciadori d’avvisare
-i loro comuni, e in questo si soggiornò la maggior parte del verno
-senza uscirne alcun frutto. Lasceremo alquanto gli ambasciadori e ’l
-processo del papa, e torneremo agli altri fatti che occorsono in questo
-soggiorno, rendendo a catuno suo diritto.
-
-
-CAP. LIII.
-
-_Come l’ammiraglio di Damasco fece novità a’ cristiani._
-
-In questo tempo l’ammiraglio del soldano che reggeva la gran città di
-Damasco si pensò di trarre un gran tesoro da’ cristiani di Damasco per
-sua malizia, e una notte fece segretamente mettere fuoco in due parti
-della città, il quale fece in Damasco grave danno. Spento il fuoco,
-l’ammiraglio fece apporre che questo era stato avvistatamente messo
-pe’ cristiani, e richiese i più ricchi cristiani della città, che ve
-n’avea assai, e feceli martoriare, e per martorio confessarono che
-fatto l’aveano a fine di cacciare i saracini: e coloro che di questo
-pericolo vollono campare la vita gli dierono danari assai; e tanti
-furono coloro che si ricomperarono, che l’ammiraglio ne trasse gran
-tesoro: agli altri diede partito o che rinnegassono la fede di Cristo
-o che morissono in croce. Una gran parte di loro per corrotta fede
-rinnegò per campare; rimasonne ventidue, i quali diliberarono di morire
-in croce, innanzi che la perfetta fede di Cristo volessono rinnegare. E
-però il crudele ammiraglio li fece mettere in sulle croci, e ordinolli
-in suso i cammelli che li conducessono per la terra, e in questo
-tormento vivettono tre dì. Ed era menato il padre crocifisso innanzi
-al figliuolo, e il figliuolo innanzi al padre rinnegato; e i rinnegati
-con pianto e con preghiere pregavano i crocifissi che volessono campare
-la crudele morte e tornare alla fede di Maometto; ma i costanti
-fedeli, il padre spregiava il figliuolo rinnegato, dicendo che non
-era suo figliuolo, e il figliuolo il padre rinnegato, dicendo che non
-era suo padre, ma del nimico che ’l volea tentare e torli i beni di
-vita eterna: e molto biasimavano a’ rinnegati la loro incostanza per
-la paura della pena temporale, dicendo che a loro era diletto e gran
-grazia potere seguitare Cristo loro redentore. E così consumate le
-loro temporali vite in grave tormento e in grandissima costanza, nella
-veduta per tre dì de’ saracini e de’ cristiani, renderono l’anime
-a Dio. Il soldano sentì il movimento reo del suo ammiraglio, mandò
-incontanente per lui, e fecelo tagliare per mezzo.
-
-
-CAP. LIV.
-
-_Come i Fiorentini disfeciono terre di Mugello._
-
-In questo medesimo tempo, di verno, i Fiorentini mandarono certi loro
-cittadini per lo contado a provvedere le loro castella e terre, a fine
-di afforzare le parti deboli, e fornire le terre di ciò ch’alla difesa
-mancasse per averle guernite, sopravvenendo la guerra che s’aspettava
-del Biscione. Avvenne, come è usanza del nostro comune, acciocchè il
-buon consiglio non fosse senza difetto di singolare ovvero cittadinesco
-odio, che nel Mugello furono per loro fatte disfare alquante tenute
-forti e utili alla difesa di quello contado per modo, che dove state
-non vi fossono, era utile consiglio a porlevi di nuovo. E feciono
-abbattere Barberino, Latera, Gagliano e Marcoiano, ch’erano al Mugello
-mura contra i nimici di verso Montecarelli, e di Montevivagni e delle
-terre degli Ubaldini, ove in que’ tempi si faceva capo pe’ nimici
-a fare guerra al nostro comune, le quali tenute con piccola spesa
-d’afforzamento erano gran sicurtà a tutto il Mugello, per le cui
-rovine s’accrebbe campo a’ nimici senza contasto di più di sei miglia
-di nostro contado, il quale tutto s’abbandonò, a danno e vergogna del
-nostro comune. Riprensione comune ne seguitò a coloro che così mala
-provvisione feciono, altro gastigamento no, per la corrotta usanza
-del comune di Firenze di non punire le cose mal fatte, nè meritare le
-buone.
-
-
-CAP. LV.
-
-_Come la Scarperia fu furata e racquistata._
-
-Facendo il comune di Firenze con molta sollecitudine afforzare il
-castello della Scarperia di grandi fossi e di forti palancati, il
-tiranno e gli Ubaldini con ogni sottigliezza d’inganno tentavano di
-procacciare ridotto nel Mugello, e sopra tutto di levarsi l’onta della
-Scarperia, e continovo cercavano come la potessono furare: per la qual
-cosa corruppono più loro fedeli mandandoli per essere manovali, come
-se fossono Mugellesi, e alcuno maestro. E messi al lavorio del votare
-il fosso, del quale si portava la terra al palancato per alzare la
-parte dentro, costoro provvidono la via onde la terra si portava: e
-segretamente tra le due terre segarono alcuni legni del palancato, e
-dierono la posta agli Ubaldini: i quali di presente feciono scendere
-gente a cavallo e a piè a Montecarelli, e alla Sambuca, e a Pietramala,
-e nell’alpe e nel Podere, per dare diversi riguardi a’ Fiorentini, e
-seppono come pochi dì innanzi i soldati che guardavano la Scarperia
-aveano fatto mischia co’ terrazzani, e mortine parecchi, onde tra’
-terrazzani e’ forestieri era sconfidanza grande. La notte che ordinata
-fu a questo servigio scesono dell’alpe e da Montecarelli nel piano
-di Mugello duemilacinquecento fanti, e quattro bandiere di cento
-cavalieri a guida degli Ubaldini. Costoro elessono dugentocinquanta
-i più pregiati briganti di tutta quella gente con dieci bandiere, e
-conestabili molto famosi d’arme, e lasciati gli altri fanti e cavalieri
-riposti ivi presso per loro soccorso, chetamente guidati per la via
-provveduta del fosso dalla parte di Sant’Agata, e senza esser sentiti,
-entrarono tutti nella Scarperia a dì 17 di gennaio del detto anno:
-e stretti insieme si condussono in su la piazza, gridando, muoiano i
-forestieri, e vivano i terrazzani. E in quella notte non avea nella
-Scarperia tra forestieri e terrazzani centocinquanta uomini d’arme,
-sicchè al tutto n’erano signori i nimici. Sentendo questo romore
-nella scurità della notte i soldati forestieri, credettono che i
-terrazzani li volessono offendere, e non ardivano d’uscire delle
-case, e i terrazzani temeano de’ soldati, pensando che fosse in su
-la piazza inganno, e non voleano uscire fuori, e così i nimici non
-aveano contasto; e dove Iddio per singolar grazia non avesse liberato
-quella terra, senza speranza di soccorso umano era perduta. Ma la
-volontà di Dio fu, che la grande potenza del tiranno non avesse quello
-ridotto a consumazione del nostro paese; onde a coloro ch’aveano presa
-la terra, e che aveano presso a un miglio tutta la loro gente tolse
-l’accorgimento, che non lasciassono guardia al passo ond’erano entrati,
-e non feciono il segno ordinato a quelli di fuori; e diede Iddio
-baldanza manifesta a que’ d’entro e accorgimento, perocchè per la vista
-scura i terrazzani conobbono all’insegne che coloro dalla piazza erano
-nemici: e incontanente assicurarono i conestabili de’ forestieri che
-v’erano, per paura che quella gente nè quelle grida non erano per loro
-fattura, ma de’ nimici ch’erano nella terra. Come i valenti masnadieri
-sentirono la verità del fatto, ragunati insieme meno di cinquanta tra
-terrazzani e forestieri, gridando alla morte alla morte, sì fedirono
-tra’ nimici, che lungamente erano stati ammassati in su la piazza, e
-nel primo assalto senza fare resistenza li ruppono, cacciandoli come
-se fossono stati altrettanti montoni; e senza attendere l’uno l’altro,
-affrettando d’uscire per lo luogo stretto ond’erano entrati, e’ cadeano
-nel fosso, e voltolavansi per quelle ripe. Que’ d’entro erano pochi, e
-però non ve ne poterono uccidere più di cinque, e dodici ne ritennono
-a prigioni, tra’ quali furono conestabili di pregio, che ’l signore
-avrebbe ricomperati molti danari, ma tutti furono impiccati. Que’ di
-fuori che attendeano il segno per entrare dentro sentendo la tornata
-in rotta, senza attendere il giorno chiaro, innanzi che la novella si
-spandesse per il Mugello, si ricolsono nell’alpe a salvamento; e così
-in una notte fu presa e liberata la Scarperia con dubbia e maravigliosa
-fortuna.
-
-
-CAP. LVI.
-
-_Come messer Piero Sacconi cavalcò con mille barbute infino in su le
-porte di Perugia._
-
-Del mese di febbraio del detto anno, cresciuta gente d’arme a messer
-Piero Sacconi de’ Tarlati dall’arcivescovo di Milano, trovandosi
-baldanzoso per la presa del Borgo a san Sepolcro e delle terre vicine,
-e trovando i signori di Cortona ch’aveano rotta pace a’ Perugini, ed
-eransi collegati col Biscione, se n’andò a Cortona con mille cavalieri,
-e da’ Cortonesi ebbono il mercato e gente d’arme, con la quale cavalcò
-sopra il contado di Perugia, ardendo e predando le ville d’intorno
-al lago; e per forza presono Vagliano e arsonlo, e combatterono
-Castiglione del Lago e non lo poterono avere; e partiti di là se
-n’andarono fino presso a Perugia facendo grandissimi danni. E non
-essendo i Perugini in concio da potere riparare a’ nemici, fatta grande
-preda, senza contasto si ritornarono a Cortona sani e salvi, e di là
-al Borgo a san Sepolcro, onde partirono e venderono la loro preda.
-Per questa cagione grande sdegno presono i Perugini contro a’ signori
-di Cortona, ma la baldanza dell’arcivescovo gli aveva sì gonfiati di
-superbia, che non si curavano rompere pace nè fare ingiuria a’ loro
-vicini, per la qual cosa poco appresso ricevettono quello che aveano
-meritato per la loro follia, come ne’ suoi tempi racconteremo.
-
-
-CAP. LVII.
-
-_Come i Chiaravallesi di Todi vollono ribellare la terra e furono
-cacciati._
-
-Questa sfrenata baldanza de’ ghibellini di Toscana e della Marca per la
-forza del Biscione facea gravi movimenti, tra’ quali, mentre che messer
-Piero Sacconi guastava e predava il contado di Perugia, i Chiaravallesi
-grandi cittadini di Todi, d’animo ghibellino, feciono venire il
-prefetto di Vico con trecento cavalieri subitamente per metterlo in
-Todi, e cacciarne i caporali guelfi che s’intendeano co’ Perugini; ed
-essendo il prefetto con la detta cavalleria già presso alla città di
-Todi, il popolo e’ guelfi scoperto il trattato de’ Chiaravallesi, di
-subito presono l’arme e corsono sopra i traditori: i quali essendosi
-più fidati alla venuta del prefetto che provveduti d’aiuto dentro
-all’assalto del popolo, non ebbono forza a ributtarlo, ma francamente
-sostennono la battaglia, consumando il rimanente del dì nella loro
-difensione. I Perugini che tosto sentirono la novella vi cavalcarono
-prestamente, sicchè la notte furono alla porta. Il popolo per metterli
-nella terra spezzarono una porta, che già non erano signori d’aprirla,
-ed entrati i Perugini in Todi, e fatto giorno, i Chiaravallesi furono
-costretti d’uscire della città co’ loro seguaci, e fuggendo trovarono
-assai di presso il prefetto colla sua gente che veniva a loro stanza, i
-quali co’ cacciati insieme vituperosamente si tornarono indietro, e la
-città rimase a più fermo stato di popolo e di parte guelfa col favore
-de’ Perugini in suo riposo.
-
-
-CAP. LVIII.
-
-_Come que’ da Ricasoli rubellarono Vertine a’ Fiorentini._
-
-Era in questi dì questione non piccola tra’ consorti della casa da
-Ricasoli per cagione della pieve di san Polo di Chianti, che essendo
-il piovano in decrepita età ammalato, temendo i figliuoli d’Arrigo e
-il Roba da Ricasoli, che per maggioranza dello stato messer Bindaccio
-da Ricasoli e’ figliuoli non occupassono la detta pieve, pervennono
-ad accuparla contro la riformagione del comune di Firenze, onde
-furono condannati nella persona a condizione; il Roba ubbidì, e fu
-prosciolto: i figliuoli d’Arrigo, avvegnachè restituissono al comune
-la possessione, non essendo loro attenuto quello che però fu loro
-promesso dal comune, rimasono in bando; e sdegnati di questa ingiuria,
-sapendo che molta roba de’ loro consorti era ridotta nel castello di
-Vertine, accolsono centocinquanta fanti masnadieri, ed entrarono nel
-castello, che non si guardava, e di presente l’afforzarono: e corsono
-per le villate d’attorno, e misono nel castello molta roba, e gli
-abituri e case de’ loro consorti arsono e guastarono. Il comune di
-Firenze vi feciono cavalcare il podestà con certe masnade di cavalieri
-e di pedoni, stimando che contro al comune non facessono resistenza:
-ma i giovani trovandosi in luogo forte e bene guerniti, e la forza del
-Biscione di presso, di cui il comune forte temeva, e favoreggiati da
-Giovanni d’Ottolino Bottoni de’ Salimbeni di Siena, pensarono di tenere
-il castello per forza, tanto che il comune di Firenze per riaverlo
-farebbono la loro volontà: e però si misono a ribellione. E alla loro
-follia aggiunse il tempo aiuto, che all’entrata di febbraio caddono
-nevi grandissime l’una dopo l’altra, che stettono sopra la terra oltre
-all’usato modo tutto il detto mese per tale maniera, che tale era a
-cavalcare il contado di Firenze come le più serrate alpi. Lasceremo
-Vertine tra le nevi nella sua ribellione, traendoci altra maggiore
-materia in prima a raccontare.
-
-
-CAP. LIX.
-
-_Come i Veneziani e’ Catalani furono sconfitti in Romania da’ Genovesi._
-
-Avendo in parte narrato lo sboglientamento delle guerre e delle
-seduzioni italiane, benchè ci partiamo del paese, ci accade a
-raccontare le marine battaglie che gl’Italiani medesimi feciono in
-Romania tra loro. Era l’armata de’ Genovesi di sessantaquattro galee
-presso a Pera sopra il passo di Turchia, e ivi stavano per riguardo
-che l’armata de’ Veneziani e Catalani non passassono in Costantinopoli,
-acciocchè non si aggiugnessono forza dall’imperadore ch’era in lega con
-loro. I Veneziani e’ Catalani avendo soggiornato gran parte del verno
-a Modone e Corone in Turchia, e riparate loro galee, si trovarono con
-sessantasette galee bene armate, e con aiuto di molti legni e barche
-armate di loro sudditi e di certi Turchi, avendo volontà d’essere a
-Costantinopoli, dove s’accrescerebbe la loro forza e per mare e per
-terra, senza attendere che il verno valicasse si misono a navicare
-verso Costantinopoli, a intenzione di combattere co’ Genovesi se
-impedire gli volessono. I Genovesi con le sessantaquattro galee armate,
-avendo per ammiraglio messer Paganino Doria, e stando solleciti alla
-guardia per attendere i loro nemici, mandarono a dì 7 di febbraio due
-galee a Gallipoli per avere lingua di loro nemici, e quel dì trovarono
-che l’armata de’ Veneziani e Catalani entravano all’isola de’ Principi.
-Come i Genovesi ebbono questa novella si mossono per andare loro
-incontro, e per forza d’impetuoso vento furono portati indietro al
-porto di san Dimitrum verso Peschiera, dove stettono fino al lunedì,
-a dì 13 di febbraio. E partiti di là con grande fatica, tornarono al
-passo di Turchia. In questo mezzo tornarono le due galee con festa
-ch’aveano seguita una galea de’ Veneziani e aveanla fatta dare in
-terra, e campati gli uomini, la galea aveano arsa e profondata; allora
-tutte le galee insieme si misono da capo per andare contro a’ nemici,
-e poco avanzato di mare per lo contrario tempo, scopersono alla uscita
-di Principi l’armata de’ Veneziani e Catalani che facevano la via verso
-Grecia con grosso mare e molto vento in poppa. I Catalani e’ Veneziani
-com’ebbono scoperti i loro nimici genovesi, si dirizzarono verso loro
-colle vele piene per combattere, conoscendo il vantaggio che aveano
-per l’aiuto del vento e del mare, e passare in Costantinopoli a loro
-contradio. I Genovesi veggendosi venire addosso i nimici con le vele
-piene si ristrinsono insieme sopra la Turchia, e ritennonsi da parte a
-modo d’una schiera, per cessare e lasciare passare l’impeto de’ nimici,
-temendo della percossa delle loro galee aiutate dalla forza del vento
-e del mare. E come le galee veneziane e catalane passando vennono al
-pari delle poppe delle galee de’ Genovesi, i Genovesi si sforzarono
-per ingegni e per forza d’arme traversarne e ritenerne alcuna, ma non
-ebbono podere, tanto era forte il corso di quelle. E così i Veneziani
-e’ Catalani con le loro galee e co’ loro navili armati valicarono a
-Valanca lasciandosi addietro l’armata de’ Genovesi, e aggiuntosi otto
-galee armate di gente greca dell’imperadore di Costantinopoli, si
-trovarono settantacinque galee e molti legni armati. Le sessantaquattro
-galee de’ Genovesi per lo traversare che aveano voluto fare, avendo
-i marosi e ’l vento contrario, erano scerrate e sparte, e vedendosi
-disordinati, e con gli avversari passati, intendeano a raccogliersi
-insieme senza seguire i nimici per riducersi nel porto di san
-Dimitrum. I Veneziani e’ Catalani che si trovarono valicati per
-forza, e accresciuta la loro potenza, vedendo che i Genovesi non
-veniano verso di loro, e ch’aveano le galee sparte e male ordinate a
-potere sostenere la battaglia, presono subitamente partito di tornare
-loro addosso sperando avere piena vittoria. E dato il segno a tutta
-l’oste, si dirizzarono per forza di remi, avendo il mare contradio, a
-venire sopra le galee de’ Genovesi, le quali non erano ancora potute
-raccogliersi insieme. Ma vedendo che tutto lo stuolo de’ Veneziani, e
-Catalani e Greci erano rivolti per venire loro addosso, catuna parte
-della loro armata, secondo che le galee genovesi si trovarono insieme,
-non potendosi ristrignere nè raccozzarsi al loro ammiraglio, come
-uomini di grande cuore e ardire s’ordinarono alla loro difesa, sempre
-avendo riguardo e dando opera d’accostarsi al loro capitano, ma la
-traversa del mare e la fortuna forte l’impediva. L’ammiraglio a tutte
-le galee che avea appresso di se fece trarre l’ancore, e ritrarsi
-alquanto fuori delle grosse maree, e dirizzossi contro a’ suoi nimici
-con la sua galea grossa e con sette altre che avea in sua compagnia;
-e date le prode contro a’ nimici, feciono testa. Il capitano delle
-galee veneziane e quello delle catalane, con seguito di gran parte
-della loro armata, si trassono innanzi, avendo contrario il mare, per
-assalire i loro nimici. I Genovesi vedendoli venire, mandarono loro
-incontro due delle loro galee sottili per assaggiarle con le loro
-balestra, e cominciare lo stormo a modo di badalucco. Il capitano
-de’ Catalani s’avanzò innanzi, e quello de’ Veneziani appresso, per
-investire la galea dell’ammiraglio de’ Genovesi, ma trovandole serrate
-e bene in concio, non le investirono, e non si afferrarono con loro, o
-per codardia, o per maestria di tramezzare l’altre galee de’ Genovesi
-innanzi che si raccogliessono al loro ammiraglio: ma dietro a loro tre
-grosse de’ Veneziani si misono a combattere la galea dell’ammiraglio
-di Genova, e l’altre galee contro quelle ch’erano in diverse parti del
-mare; e cominciata da ogni parte l’aspra battaglia tra l’una armata
-e l’altra, le due grosse de’ Veneziani si misono per proda e una per
-banda a combattere la sopra galea dell’ammiraglio de’ Genovesi. Quivi
-fu lunga e aspra e grande battaglia, perocchè d’ogni parte s’aggiunsono
-galee a quello stormo, e quivi furono molti fediti e morti da catuna
-parte; e valicato l’ora del vespero, per lo grande aiuto delle galee
-de’ Genovesi che soccorsono il loro ammiraglio, le tre de’ Veneziani
-che s’erano afferrate con quella rimasono sbarattate e prese; e
-l’altre galee de’ Veneziani e Catalani, ch’erano passate e divise tra
-l’ammiraglio e l’altre galee genovesi, combattendo in diverse parti
-cacciarono delle galee de’ Genovesi: in prima dieci galee, che per
-campare le persone diedono in terra verso sant’Agnolo, abbandonati i
-corpi delle galee a’ nimici, morti e perduti assai de’ compagni, il
-rimanente si fuggì a Pera; e dopo queste altre tre galee de’ Genovesi
-fuggendo innanzi a’ Veneziani feciono il simigliante, e abbandonati i
-corpi delle galee si fuggirono a Pera. I Veneziani e’ Catalani misono
-fuoco in quelle galee, e tutte le profondarono; e oltre a queste altre
-sei galee de’ Genovesi si fuggirono nel Mare maggiore per campare.
-Dall’altra parte i Genovesi combattendo per forza d’arme delle galee
-de’ Veneziani e Catalani e Greci in diversi abboccamenti, con grande
-uccisione di catuna parte, ne vinsono e presono assai: ma però non
-sapea l’uno dell’altro chi avesse il migliore. La tempesta del mare era
-grande, e non lasciava riconoscere nè raccogliere insieme alcuna delle
-parti. E avendo per questo modo disordinato e fortunoso combattuto
-fino alla notte senza sapere chi avesse vinto o perduto, l’uno residuo
-dell’armata e l’altro si ridussono a terra alle Colonne al porto di
-Sanfoca; e dividendoli la notte, dilungata l’una parte dall’altra il
-più che si potè, nel detto porto cercarono per quella notte alcuno
-sollevamento dalle fatiche agli affannati corpi.
-
-
-CAP. LX.
-
-_Di quello medesimo._
-
-La mattina vegnente, a dì 14 di febbraio, i Veneziani, Catalani e Greci
-che si conobbono essere maltrattati in quella battaglia da’ Genovesi,
-innanzi che ’l sole alzasse sopra la terra, per paura che i Genovesi,
-ravveduti del danno che aveano fatto loro, non li sorprendessono
-in quel luogo, si partirono, e andarsene a un porto che si chiama
-Trapenon, ch’è nella forza de’ Greci, ove poterono stare più sicuri. I
-Genovesi venuto il giorno, ricercarono la loro armata, e trovarono meno
-le tredici galee profondate, e le sei ch’erano andate fuggendo i nimici
-nel Mare maggiore: e della loro gente si trovarono molto scemati, tra
-morti e annegati e fuggiti. Dall’altra parte trovarono, che aveano
-prese quattordici galee de’ Veneziani, e dieci de’ Catalani e due de’
-Greci, e allora conobbono che i nimici come rotti s’erano partiti e
-fuggiti a Trapenon. E trovandosi avere morti di loro nimici intorno
-di duemila, e presine milleottocento, ebbono certezza della loro poco
-allegra vittoria, e incontanente de’ loro prigioni fediti e magagnati
-lasciarono quattrocento, acciocchè non corrompessono la loro gente, e
-per fare alcuna misericordia della loro vittoria. Ma tanto fu il loro
-danno de’ morti e fediti, e d’avere perdute le loro galee, che della
-detta vittoria non poterono far festa. Questa battaglia non ebbe ordine
-nè modo, anzi fu avviluppata e sparta come la tempesta marina: e però
-com’ella fu varia e non potuta bene cernere nè vedere, non l’abbiamo
-potuta con più certo e chiaro ordine recitare.
-
-
-CAP. LXI.
-
-_Come per le discordie de’ paesani la Sicilia era in grave stato._
-
-Partendoci dalle battaglie fatte per gl’Italiani negli strani paesi,
-ci occorre l’intestino male dell’isola di Sicilia: la quale non avendo
-nemico strano, tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che
-senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano
-s’uccidevano, per aguati, per tradimenti, e per furti di loro tenute
-continovo adoperavano il fuoco e il ferro, onde molti gentiluomini,
-e altre genti del paese perderono la materia delle paesane divisioni
-per le loro violenti morti; e ancora per questo tanto si disusarono i
-campi della cultura, tanto si consumarono i frutti ricolti, che l’isola
-per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva
-le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri
-paesi. E per partirci un poco da tanta crudele infamia, la seguente
-ferina crudelezza, con vergogna degli uomini di quella lingua, sia
-per ora termine a questa materia. Un Catalano, il quale teneva una
-rocca nella Valle di... fece a’ suoi compagni tenere trattato col
-conte di Ventimiglia, il quale avendo voglia d’avere quella rocca,
-con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello
-con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere: ma come
-con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse
-le porti, e ’l conte e i compagni presi; e avendovi uomini i quali si
-volevano ricomperare grande moneta, ed erano da riserbare per i casi
-fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani,
-che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle
-mani di dietro, l’uno dopo l’altro posto a’ merli della maggiore torre
-della rocca, sopra uno dirupinato grandissimo furono dirupinati senza
-niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro
-caduta a’ crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento
-d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo
-castello vicino a’ crudi nemici. Chi crederebbe questa sevizia trovare
-tra’ fieri popoli delle barbare nazioni, la quale tra i cristiani, tra
-i consorti d’uno reame, tra i vicini passò le crudeltà de’ tigri, e la
-fierezza de’ più salvatichi animali che la terra produca? E perocchè
-trovare non si potrebbe maggiore, trapassiamo a un’altra di minore
-numero, ma forse non di minore infamia.
-
-
-CAP. LXII.
-
-_Come fu in Firenze tagliate le teste a più de’ Guazzalotri di Prato._
-
-Avendo narrata la grande crudeltà de’ Catalani, un’altra sotto ombra
-di non vera scusa, non senza biasimo dell’abbandonata mansuetudine
-del nostro comune, ci s’offera a raccontare. I Guazzalotri di Prato,
-come è detto addietro, innanzi che il comune il comperasse, usando la
-tirannia di quello tirannescamente, ne furono abbattuti: per questo
-l’animo di Iacopo di Zarino caporale di quella casa era mal contento,
-avvegnachè assai onestamente sel comportasse. Avvenne che alquanti
-cittadini di Firenze, animosi di setta, calunniarono lui e alquanti
-cittadini di Firenze di trattato contro al comune, della qual cosa
-convenne che in giudicio si scusassono, e non trovandosi colpevoli, fu
-infamia a quella gente che quello aveano loro apposto, ed egli con gli
-altri infamati furono prosciolti. Avvenne appresso, o per fuggire il
-pericolo degl’infamatori, o per sdegno conceputo, andando per podestà a
-Ferrara, fu ritenuto dal tiranno di Bologna e poi lasciato, rimanendo
-per stadico il figliuolo; e tornato a Firenze, e preso sospetto di
-lui, fu confinato a Montepulciano: i quali confini, qual che si fosse
-la cagione, e’ non seppe comportare, e fece suo trattato col signore
-di Bologna per ritornare in Prato; per la qual cosa venne a Vaiano in
-Valdibisenzio, e fece richiedere de’ suoi amici, e da Siena vennono
-lettere al comune di Firenze di questo fatto: per le quali il nostro
-comune di presente vi mise gente d’arme alla guardia, per modo che
-non se ne potea dottare. Nondimeno i cittadini che reggevano allora il
-comune, animosi per setta, volendo aggravare l’infamia, in su la mezza
-notte feciono chiamare delle letta e armare i cittadini, e trarre fuori
-i gonfaloni, come se i nimici fossono alle porti, di che i reggenti
-ne furono forte biasimati. Nondimeno seguendo loro intendimento,
-aveano fatto venire da Prato tutti gli uomini di casa i Guazzalotri,
-i quali per numero furono sette; e incontanente, come uomini guelfi
-e innocenti, e che dell’imprese di Iacopo di Zarino erano ignoranti,
-vennono a Firenze: ed essendo tutti in su la porta del palagio de’
-priori, un fante giunse il dì medesimo, che le guardie erano rinforzate
-in Prato, il quale disse loro da parte di Iacopo, com’egli intendea
-d’essere quella notte in Prato. Costoro di presente furono a’ signori
-e a’ loro collegi, e dissono quello che in quell’ora Iacopo avea loro
-mandato a dire, scusando la loro innocenza. I priori co’ loro collegi
-non dimostrando di loro alcuno sospetto, gli licenziarono per quel
-giorno: l’altra mattina gli feciono chiamare, e tutti senza sospetto
-andarono a’ signori, fuori d’un giovane, il quale quanto che non
-fosse colpevole, temette di venire in esaminazione; gli altri furono
-ritenuti, e messi nelle mani del capitano del popolo, uomo di poca
-virtù, e fatti pigliare certi Pratesi, e un Fiorentino de’ Galigai,
-e due fabbri di contado, tutti per gravi martori confessarono, come
-coloro che questo feciono fare vollono, e subitamente, improvviso
-agli altri cittadini, il detto capitano, del mese di marzo 1351,
-fece decapitare i nove, e i fabbri impiccare; la qual cosa fu tenuta
-crudele e ingiusta sentenza, e molto dispiacque a’ cittadini, perocchè
-manifesto fu che non erano colpevoli. Abbiamone detto steso per due
-cagioni, l’una per manifestare di quanto pericolo sono le sette
-cittadinesche, che i giusti spesso com’e’ colpevoli involgono in
-capitale sentenza; la seconda per dimostrare quanto a Dio dispiace
-quando si spande l’innocente sangue: che per quello che i Guazzalotri
-poco innanzi sparsero per tirannia nella loro terra, il loro per
-simigliante modo fu sparto nella città di Firenze.
-
-
-CAP. LXIII.
-
-_Come il tiranno d’Orvieto fu morto._
-
-In questo anno, del mese di marzo, essendo tiranno d’Orvieto Benedetto
-di messer Bonconte de’ Monaldeschi, il quale poco dinanzi aveva morti
-due suoi consorti per venire alla tirannia, e stando in quella per
-operazione de’ suoi consorti, da uno fante nel suo palagio fu morto.
-Per la morte di costui la città fu in grave divisione; ma coll’aiuto
-di gente e d’ambasciadori perugini s’acquetò alquanto il popolo
-con alcuno lieve e non fermo stato, perocchè tutta la terra era
-insanguinata per la divisione della casa de’ Monaldeschi, e avendo
-dentro poca concordia, e di fuori sparti per lo contado e distretto
-i cittadini cacciati, rimase lo stato dubbioso a potere sostenere; e
-per la cavalleria che l’arcivescovo di Milano aveva in Toscana e nella
-Marca, i comuni di parte guelfa poco consiglio vi misono, onde ne
-seguì la rivoltura che appresso seguendo nostro trattato nel suo tempo
-racconteremo.
-
-
-CAP. LXIV.
-
-_Come i Fiorentini assediarono Vertine._
-
-Nel predetto mese di marzo i Fiorentini feciono porre l’oste al
-castello di Vertine, e strignerlo con due campi al trarre delle
-balestra, e rizzaronvi due mangani che tutto dì gittavano, abbattendo
-e guastando le case della terra. Nell’oste avea seicento cavalieri,
-e millecinquecento masnadieri di soldo, i quali deliberarono di
-combattere il castello e vincerlo per battaglia: ma avvenne mirabile
-cosa, che quasi pareva fatta per arte magica, che il tempo si corruppe
-all’acqua, che dì e notte non ristò infino alla Pasqua; e impedì tanto
-l’oste, che alla battaglia non si potè venire per niun modo, e quelli
-del castello ebbono agio di farlo più forte alla difesa; e per questa
-cagione, e perchè dentro avea franca masnada di buoni briganti, poco
-parea si curassono de’ Fiorentini, e minacciavano di darlo al Biscione;
-e così francamente il tennono in fino all’uscita d’aprile, come
-appresso diviseremo.
-
-
-CAP. LXV.
-
-_Come in corte fu fermata la pace dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia._
-
-Essendo per lungo tempo trattata in corte di Roma a Vignone la pace
-tra il re d’Ungheria e i reali del regno di Cicilia di qua dal Faro,
-papa Clemente essendo guarito della sua infermità, nella quale aveva
-avuta grave riprensione di coscienza, perchè aveva sostenuta la detta
-causa in contumacia, potendola acconciare, con singulare sollecitudine
-mise opera che la pace si facesse. Ed essendo il re d’Ungheria con un
-solo fratello re di Pollonia, senza avere altri consorti fuori de’
-reali del regno di Cicilia, e già soddisfatto in parte non piccola
-della vendetta del fratello, agevolmente si dispose a volere la pace,
-gradendola al papa e a’ cardinali che con istanza ne pregavano, e però
-mandò a corte suoi ambasciadori con pieno mandato, informati di sua
-intenzione, lo eletto di cinque chiese, e un vescovo d’Ungheria, e
-Gulforte Tedesco fratello di messer Currado Lupo vicario nel Regno del
-detto re; e del mese di gennaio 1351, i detti ambasciadori in presenza
-del papa e de’ cardinali, come ordinato fu per lo detto papa, si fece
-la pace con gli ambasciadori del re Luigi e della reina Giovanna in
-nome di tutti i reali di quella casa. E per parte del re Luigi e della
-reina furono fatte l’obbliganze, per le quali, secondo che ’l papa e i
-cardinali aveano trattato, il re e la reina doveano dare e restituire
-al re d’Ungheria trecentomila fiorini d’oro in diversi termini,
-per sodisfacimento delle spese che il re d’Ungheria avea fatte in
-quell’impresa del Regno. E fatte le dette cautele e la detta pace, il
-papa per l’autorità sua e del consiglio de’ suoi cardinali per decreto
-confermò ogni cosa, confermando la pace, e consentendo all’obbligagione
-pecuniaria del reame. E fornito ogni cosa solennemente, innanzi che
-della casa si partissono le parti, gli ambasciadori del re d’Ungheria,
-improvviso a tutti, seguendo il mandato segreto che aveano dal
-loro signore, di grazia spontaneamente, per propria volontà del re
-d’Ungheria, finirono e quetarono al re, e alla reina, e a’ reali di
-Puglia, e al Regno, e alla Chiesa di Roma, di cui è il detto reame,
-i detti trecentomila fiorini d’oro, dicendo, come il loro signore non
-avea fatta quell’impresa per avarizia, ma per vendicare la morte del
-suo fratello. E incontanente si partì Gulforte, e tornò in Ungheria a
-fare assapere al re come fatto era quanto egli avea comandato, a grande
-grado e piacere di santa Chiesa. E i sopraddetti prelati andarono
-nel Regno a trarne gli Ungheri che v’erano salvamente, e a fare per
-comandamento del loro signore restituire al re Luigi e alla reina tutte
-le città, e terre e castella che la sua gente vi tenea. E fatto questo
-accordo, quale che si fosse la cagione, il re d’Ungheria non lasciò
-incontanente i reali ch’aveva prigioni in Ungheria, anzi gli tenne
-insino al settembre prossimo, come al suo tempo si dirà, occorrendoci
-altre cose che prima richieggono il debito alla nostra penna.
-
-
-CAP. LXVI.
-
-_Come l’arcivescovo trattava pace colla Chiesa._
-
-In questo tempo, del verno, l’arcivescovo di Milano continovo mantenea
-a corte solenni ambasciadori a procurare la sua riconciliazione con
-santa Chiesa, e a ciò movea il re di Francia con forza di grandi doni
-che gli faceva, e al continovo pregava per sue lettere il papa e’
-cardinali che perdonassono all’arcivescovo, ed egli per essere più
-favoreggiato domandava pace. I parenti del papa e certi cardinali
-erano sì altamente provveduti, e sì spesso, che continovo pregavano per
-lui il papa, e la contessa di Torenna non finava, per la qual cosa il
-papa dimenticava l’onore e l’ingiurie di santa Chiesa. E non ostante
-che tenesse sospesi gli ambasciatori de’ comuni di Toscana delle cose
-che aveano proposto loro, gli ambasciadori continovo ricordavano in
-concistoro l’offese fatte per l’arcivescovo e pe’ suoi antecessori,
-e l’ingiurie e violenze che fatte avea, e continovo faceva a’ comuni
-di Toscana fedeli e divoti di santa Chiesa. Il papa non ostante ciò
-favoreggiava oltre al modo onesto la causa del tiranno, onde per alcuno
-cardinale ne fu cortesemente ripreso; a costui e agli altri cardinali
-che mostravano in concistoro di essere zelanti dell’onore di santa
-Chiesa, procedendo il tempo, coll’ingegno e coll’arte e co’ doni del
-tiranno furono racchiuse le bocche, e aperte le lingue in suo favore,
-sicchè ultimamente pervenne alla sua intenzione, come seguendo al suo
-tempo dimostreremo.
-
-
-CAP. LXVII.
-
-_Della gran fame ch’ebbono i barbari di Morocco._
-
-Avvenne in quest’anno nel reame di Morocco e nel reame della Bella
-Marina un’inopinata fame per sterilità del paese, la qual fame gittò
-gran carestia in Granata e nella Spagna, e stesesi per la Navarra,
-e appresso in Francia infino a Parigi: che per portare il grano a’
-barbari, per disordinato guadagno che se ne facea, venne lo staio di
-libbre cinquanta di peso in Parigi in valuta di due fiorini d’oro,
-e per lo paese non molto meno. E i barbari saracini per sostentare
-la vita s’ordinarono continovo digiuno, il quale sodisfacevano con
-tre once di pane dato loro, e con un poco d’olio quanto teneva la
-palma della mano, nel quale intignevano il detto pane, e con questo
-mantenevano la loro vita: nondimeno gran quantità ne morirono di fame
-in quell’anno.
-
-
-CAP. LXVIII.
-
-_Come i rettori di Firenze cominciarono segretamente a trattare accordo
-con l’eletto imperadore._
-
-Mentre che il comune di Firenze e di Siena aveano gli ambasciadori
-a corte di papa contro all’arcivescovo di Milano, avvedendosi che
-la Chiesa per le preghiere del re di Francia e d’altri baroni, e per
-la grande quantità di moneta che il tiranno spendea in corte, colla
-quale avea recato in suo favore tutta la corte, ed era per essere
-riconciliato e fatto assai maggiore che non era in prima, diffidandosi
-di non potere per loro resistere alla sua potenza, ordinarono molto
-segretamente di volere far muovere della Magna messer Carlo re de’
-Romani eletto imperadore, e però mandarono e feciono venire d’Alemagna
-a Firenze segretamente un suo cancelliere con grande mandato: il quale
-fu collocato e stette tutto il verno racchiuso in san Lorenzo per modo,
-che i Fiorentini non sapeano chi si fosse, e di notte andavano a lui
-segretari del comune, i quali trattavano il modo della venuta del detto
-eletto, col favore e aiuto grande del detto comune, per abbattere la
-tirannia dell’arcivescovo: e in fine vennono col detto cancelliere a
-piena concordia, tanto che, nonostante l’antico odio del nome imperiale
-a’ detti comuni, fu loro lecito di piuvicare la detta concordia accetta
-a’ detti popoli, come a suo tempo racconteremo.
-
-
-CAP. LXIX.
-
-_Come la gente de’ Fiorentini che andavano a fornire Lozzole furono
-rotti dagli Ubaldini._
-
-Entrando nel mese d’aprile 1352, essendo commesso per lo comune di
-Firenze al capitano del Mugello che fornisse Lozzole che i Fiorentini
-tenevano nel Podere, acciocchè più chiusamente si facesse, si mise
-a farlo con sì poca provvisione, che più dì innanzi fu palese agli
-Ubaldini la cavalcata che fare si doveva. I quali in que’ dì aveano
-colla gente dell’arcivescovo di Milano preso il Monte della Fine a’
-confini di Romagna, il quale era stato accomandato, ma non difeso da’
-Fiorentini. E avendo la gente apparecchiata, si misono in più aguati
-nell’alpe, ove stettono più dì aspettando la scorta de’ Fiorentini
-per fornire Lozzole. Il folle capitano di Mugello con quattrocento
-cavalieri e con pedoni del Mugello, non avendo prima presi i passi
-più forti dell’alpe, nè fatto provvedere se aguato vi fosse, si mise
-per la via del Rezzuolo con la salmeria e con la sua gente ad entrare
-nell’alpe, e lasciossi uno degli aguati de’ nimici addietro; quando
-ebbono valicato Rezzuolo furono assaliti da’ nimici dinanzi, e da lato
-e didietro per modo, che piccola difesa v’ebbe, altro che di fuggire
-chi potè. Rimasonvi morti cinquanta uomini tra a cavallo e a piede, e
-ottanta presi con tutta la salmeria; e di questo fallo non fu altra
-vendetta in Firenze, se non che chi fu morto o preso per la mala
-condotta s’ebbe il danno. Il capitano fu Rosso di Ricciardo de’ Ricci
-di Firenze.
-
-
-CAP. LXX.
-
-_Come s’ebbe Vertine a patti e disfecesi la rocca._
-
-Essendo stato il castello di Vertine lungamente assediato e traboccato
-da’ dificii, e non volendosi arrendere, i Fiorentini diliberarono di
-farlo combattere: e a dì 20 d’Aprile, gli anni Domini 1352, con molta
-baldanza e con poco ordine si strinsono al castello assalendolo da
-più parti; e in alcuno luogo furono infino al rompere delle mura,
-ma per non avere dificii da coprire, nè le scale che bisognavano
-a assalire, condotti alle mura, con danno e con vergogna, mortine
-alquanti, e fediti e magagnati assai degli assalitori, si ritrassono
-della battaglia, la quale aveano mantenuta tre ore del dì. L’assedio
-vi si fortificò, e strinsono il castello più di presso, e ordinavano
-di combatterlo con più ordine e con maggiore forza. Que’ d’entro
-vedendosi senza speranza di soccorso, per fuggire il pericolo della
-battaglia trattarono di rendere la terra, salve le persone e l’armi, e
-che potessono trarre tutto il grano che aveano nel castello di Vertine
-di que’ della casa da Ricasoli, infra quindici dì prossimi. Il trattato
-fu fermo, e il primo dì di Maggio del detto anno n’uscirono que’ da
-Ricasoli con centocinquantotto masnadieri, molto bella gente d’arme; e
-il comune prese la terra, e incontanente fece abbattere due fortezze
-che v’erano a modo di rocche, l’una di que’ da Ricasoli, e l’altra
-di que’ da Vertine, acciocchè più per quelle tenute non si potesse
-rubellare.
-
-
-CAP. LXXI.
-
-_Esempio di cittadinesca varietà di fortuna._
-
-In questo tempo avvenne una cosa notevole in Firenze, la quale per se
-non era degna di memoria, ma concedelesi luogo per esempio delle cose
-avvenire. Un giudice di legge di grande fama nella pratica de’ piati
-criminali e civili, di assai nuova progenie, e di piccolo stato ne’
-suoi principii, venne per suo guadagno in ricchezza, e con prospera
-fortuna, il dì di calen di maggio del detto anno, dottorato un suo
-figliuolo e menata moglie, con dote di fiorini millecinquecento d’oro,
-e con eredità di patrimonio di fiorini tremilacinquecento d’oro in
-possessioni a lui pervenute, celebrò solenne festa in più dì in grande
-allegrezza. E verificandosi la parola detta per santo Gregorio sopra
-il Giobbe, il quale disse: _Praenuntia tribulationis est laetitia
-satietatis_: poco appresso avvenne, che essendo ingrati della non
-debita e sformata dote e successione ereditaria della detta donna,
-vollono alla madre della fanciulla per male ingegno della loro arte
-sottrarre altri certi beni, la quale turbata si difendea a ragione.
-I legisti ordinarono un piato tacito, e avendo avuta per altri fatti
-una procura dalla detta donna, si sforzarono, non avendo avversario,
-di venire alla sentenza. Ma come Iddio volle, la corte s’avvide del
-baratto; e scoperto l’inganno, il figliuolo fu condannato nel fuoco
-con un suo nipote; e il padre confidandosi di difendere a ragione si
-rappresentò in giudicio. Ed essendo per essere arso un suo nipote
-ch’avea nome Lotto del maestro Cambio de’ Salviati, uomo di buona
-condizione e amato da’ cittadini, accadde essere de’ priori di Firenze,
-il quale per onore della sua casa operò tanto, che fu condannato nel
-fuoco per falsità, a condizione, che se infra dieci dì non pagasse
-al comune lire quattromila, e stesse a Perugia un anno a’ confini;
-ed essendo già stato da dieci mesi a’ confini, tanto seppe adoperare
-con un altro podestà, che rivocò i suoi confini, e tornò a Firenze
-innanzi al tempo, e mostrossi palese più d’un mese. Volendosi fare
-cancellare del detto bando, e restituire alla matricola ov’era stato
-raso, e non trovandosi modo come di ragione fare si potesse, rimase in
-bando del fuoco per avere rotti i confini, i quali aveva poco tempo a
-ubbidire ed era libero. Costui fu il primo che mise in pratica nella
-nostra città di conducere i civili piati in criminali, e per quella
-medesima cagione fu infamato e condannato egli e ’l suo figliuolo; il
-quale poi dopo l’esilio di presso a otto anni morì in bando, avendo
-prima il padre ricomperato dal comune per grandi riformagioni il suo
-fallo d’avere rotti i confini lire milledugento. E dopo la morte del
-figliuolo la donna ritrasse della casa la dote e ’l patrimonio in
-grande abbassamento di quella famiglia, lasciando esempio a’ suoi
-cittadini, che come la scienza convertita in pratica di male suasioni,
-e le disordinate dote fanno gli uomini arricchire e montare in stato,
-così quelle medesime operazioni e dote spesso sono materia e cagioni di
-gravi ruine: questo ci scusi averne fatto qui la detta memoria.
-
-
-CAP. LXXII.
-
-_Come un gran re de’ Tartari venne sopra il re di Proslavia._
-
-Avvenne in quest’anno, che un re del lignaggio de’ Tartari, avendo
-avuta la sua gente briga col re di Proslavia infedele, avegnachè
-suddito al re d’Ungheria, e fatto danno l’una gente all’altra, il detto
-re de’ Tartari sentendosi di grande potenza, per prosunzione della sua
-grandezza, ovvero per trarre la gente del suo paese che aveano a quel
-tempo grandissima fame, uscì del suo reame con infinito numero di gente
-a piè e a cavallo, ed entrò nel regno de’ Proslavi. Il re de’ Proslavi
-colla sua gente si fece incontro a quella moltitudine per ritenerli
-a certe frontiere, tanto che avesse il soccorso dal re d’Ungheria, il
-quale di presente vi mandò quarantamila arceri a cavallo: e aggiuntosi
-colla gente del re de’ Proslavi, di presente commisono la battaglia co’
-Tartari, de’ quali tanti n’uccisono, che la lena mancò agli uomini, e
-lo taglio alle spade, e le saette agli archi. Ma per la soprabbondante
-moltitudine de’ Tartari, non potendoli gli Ungheri e i Proslavi più
-tagliare, convenne ch’abbandonassono il campo, non senza grande danno
-della loro gente. I Tartari vinti rimasono vincitori: ma per disagio
-di vivande, e per la corruzione dell’aria, costretti prima a manicare
-de’ corpi morti, sentendo che per li due re si faceva apparecchiamento
-di ritornare in campo con maggiore e più potente esercito, per paura,
-e per lo gran difetto che i Tartari aveano di vittuaglia, si tornarono
-addietro in loro paese. Questa novella avemmo da più e diverse parti in
-Firenze del mese d’aprile 1352.
-
-
-CAP. LXXIII.
-
-_Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio._
-
-Ritornando all’italiane tempeste, essendo rimasa la città d’Orvieto
-con grande dissensione tra’ cittadini dopo la morte di Benedetto di
-messer Bonconte loro tiranno, i cittadini da capo si cominciarono a
-insanguinare insieme, e uccidea l’uno l’altro nella città e di fuori,
-come s’uccidono le bestie al macello. Ed era sì corrotta la città ed
-il contado, che in niuna parte si poteva andare o stare sicuro, e
-i Perugini e gli altri comuni di Toscana erano sì oppressati dalla
-gente del Biscione, che appena poteano intendere alla loro difesa,
-sicchè de’ fatti d’Orvieto non si potevano intramettere come a quel
-tempo bisognava. Avvenne che Petruccio di Peppo Monaldeschi, come
-che d’animo e di nazione fosse guelfo, avendo rispetto a pigliare la
-tirannia d’Orvieto, per suo trattato fece venire a condotta degli
-Ubaldini a Cetona dugento cavalieri, e procacciò d’avere gente dal
-prefetto da Vico: e quando si vide il bello, avendo raunato nella
-terra assai fanti, levò il romore e corse la terra, e mise dentro i
-dugento cavalieri ch’avea in Cetona, e uccise Bonconte suo consorto,
-nipote di Benedetto, e più altri, e ridusse la città nella forza de’
-ghibellini, credendo poterla tiranneggiare per se; ma in fine, come
-al suo tempo racconteremo, la signoria rimase al prefetto da Vico e a
-parte ghibellina, tradita la patria e i consorti per singolare invidia
-de’ suoi congiunti.
-
-
-CAP. LXXIV.
-
-_Come l’armata de’ Genovesi andò a Trapenon per danneggiare i nemici._
-
-Dopo la battaglia fatta in Romania tra’ Genovesi, Veneziani e Catalani,
-avendo i Genovesi preso riposo per alcuno tempo, e ritornate le sei
-galee fuggite nel Mare maggiore, riconoscerono la loro amara vittoria,
-presono cuore dimenticando il danno loro per l’animosità ch’aveano
-contro a’ loro nemici ch’erano rifuggiti a Trapenon, e procacciarono
-aiuto da Pera, e mandarono per rinfrescamento di galee armate,
-strignendo che quante più ne potessono mandare armate il facessono
-senza indugio, a fine di disfare affatto l’armata de’ Veneziani e
-Catalani, avendo anche speranza di vincere Costantinopoli. E racconce
-le loro galee, e rifornite le ciurme e’ soprassaglienti se n’andarono a
-Trapenon, ove i Veneziani e’ Catalani s’erano rifuggiti; e assai volte
-tentarono d’assalirli, ma gli avversari aveano la forza della terra,
-e l’avvantaggio della guardia del porto, sicchè poco li curavano;
-e quando vidono un tempo al loro viaggio fatto e fermo, e che era
-contradio a’ loro nemici a poterli impedire, con trentotto galee
-racconce e rifornite si misono in mare, e atandosi con le vele e co’
-remi, avendo il vento in poppa, a contradio de’ Genovesi valicarono in
-Candia: e giunti in Candia misono in terra, e disarmarono. E stando
-nell’isola, per la corruzione di loro fediti e de’ disagi sostenuti
-infermarono e corruppono molto la terra, e mandarono due loro galee per
-avere aiuto da Vinegia, le quali s’abbatterono in dieci galee ch’e’
-Genovesi mandavano in aiuto alla loro armata, ma l’una per forza di
-remi campò, l’altra diede a terra, e abbandonato il corpo della galea
-salvarono le persone.
-
-
-CAP. LXXV.
-
-_Come i Genovesi assediarono Costantinopoli._
-
-L’armata de’ Genovesi non avendo potuto impedire l’armata de’
-Veneziani e Catalani che non fossono passati all’isola di Negroponte,
-non attesono a seguirli, ma attesono ad assediare Costantinopoli per
-mare, e fermarono di fare ogni loro podere per abbattere l’aiuto che i
-Veneziani aveano dall’imperatore. E stando ivi, giunse in loro aiuto
-sessanta legni armati di Turchi, e le dieci galee che il comune di
-Genova avea mandate loro. Mega Domestico che allora governava l’imperio
-come tiranno, vedendo i Veneziani rotti e soperchiati in quella guerra
-da’ Genovesi, e che la loro forza cresceva, e sentendosi il vero
-imperatore, il quale s’avea fatto a genero, nemico, per non venire
-a peggio trattò pace co’ Genovesi, e fermossi la detta pace a dì 6
-maggio del detto anno: e fu in patto, ch’e’ Veneziani del paese fossono
-salvi in avere e in persona, e che i Genovesi non dovessono pagare
-in Costantinopoli commercio, e che vi potessono fare porto, e andare
-e stare come amici: e che d’allora innanzi l’imperadore non dovesse
-ricettare i Veneziani nè i Catalani, nè dare loro alcuno aiuto. E ferma
-la pace, i Genovesi con tutta loro armata se ne vennono in Candia per
-vincere il paese; e volendo porre in terra, ebbono incontro i paesani
-con trecento cavalieri, e le ciurme delle galee, e contradissono
-la prima scesa. I Genovesi si provvidono di fare parate, e dietro a
-quelle misono i balestrieri, e messe le scale in terra, a contradio de’
-nemici presono campo; e stando in terra trovarono il paese corrotto,
-e avvelenata l’aria e la terra dalla corruzione sparta dalle galee de’
-Veneziani e Catalani, e anche tra loro avea de’ fediti e degl’infermi,
-e per questa cagione, e per i molti disagi sostenuti lungamente,
-pensarono che il soprastare era pestilenzioso e mortale, si ricolsono a
-galea, e misonsi in mare per tornarsi a Genova; e innanzi pervenissono
-alla patria più di mille cinquecento uomini morti gettarono in mare: e
-nondimeno lasciarono nel golfo di Vinegia dieci galee per danneggiare
-i Veneziani. E del mese d’agosto del detto anno con trentadue galee
-tornarono a Genova col loro ammiraglio, e con settecento prigioni
-veneziani, e con molta preda dell’acquisto fatto sopra i nemici e
-sopra le spoglie de’ Greci. Della qual vittoria, avvengnachè molto ne
-montasse in fama il comune di Genova, più tristizia che allegrezza, più
-pianto e dolore che festa tornò alla loro patria; e trovossi all’ultimo
-di questa maladetta guerra di queste armate, che tra morti in
-battaglia, e annegati in mare, e periti di pestilenza, tra l’una parte
-e l’altra vi morirono più d’ottomila Italiani in quell’anno. E questo
-avvenne solo per attizzamento d’invidia di pari stato di due popoli
-Genovesi e Veneziani, che catuno si volea tenere il maggiore.
-
-
-CAP. LXXVI.
-
-_Concordia fatta dall’imperadore a’ comuni di Toscana._
-
-Tornando al lungo trattato menato in Firenze per li Fiorentini e
-Perugini e Sanesi, molto segretamente con messer Arrigo proposto
-d’Esdria dell’ordine di certi frieri, vececancelliere di messer Carlo
-eletto imperadore re di Boemia e re de’ Romani, il quale con molto
-senno e gran diligenza avendo il mandato dal suo signore, e per mezzano
-tra lui e gli ambasciadori de’ sopraddetti comuni messer Ramondo l’uno
-degli usciti guelfi di Parma marchese di Soraga, capitano di guerra
-del comune di Firenze, scritte le convenenze e’ patti di concordia, si
-sostenne la piuvicazione di quelli per lo detto vececancelliere e per
-li detti comuni, tanto ch’ebbono la fermezza da corte come il papa avea
-riconciliato per sentenza l’arcivescovo di Milano, e fatto la concordia
-con lui, come nel principio del nostro terzo libro si potrà trovare; e
-questa concordia fu ferma del detto mese d’aprile del detto anno.
-
-
-CAP. LXXVII.
-
-_Come si levò una compagnia nel Regno, e fu rotta dal re Luigi._
-
-Avvenne non ostante che la pace fosse fatta tra il re d’Ungheria e i
-reali di Puglia, e deliberato fosse per lo papa la coronazione del re
-Luigi, per la baldanza che i soldati forestieri aveano presa nel Regno,
-uno Beltramo della Motta nipote di fra Moriale, che ancora teneva la
-città d’Aversa, fece raccolta di cavalieri di sua lingua, e di Tedeschi
-e d’Italiani ch’erano nel Regno senza soldo, ed ebbe quattrocento
-barbute e cinquecento masnadieri: e cominciò a correre per Terra di
-Lavoro, di consiglio e consentimento di Fra Moriale, secondo il suono,
-benchè secondo la vista dimostrava il contradio, e prendea i casali,
-e facea rimedire la gente, e molto conturbava il paese: e i baroni e’
-cavalieri regnicoli che voleano venire a Napoli alla coronazione del
-re erano da costoro forte impediti, e i cammini erano rotti per loro,
-e spesso assaliti, e per soperchia baldanza s’erano ridotti a Cesa, tra
-la città d’Aversa e l’Acerra. E stando ivi, in gran vergogna del futuro
-re Luigi, il re infiammato di questa ingiuria, subitamente e improvviso
-a’ ladroni accolse de’ baroni ch’erano venuti a lui, e di Napoletani da
-mille cavalieri, e montò a cavallo in persona, e seguitato da’ suoi,
-a dì 28 d’aprile del detto anno occupò Beltramo della Motta e la sua
-compagnia, i quali per lo subito assalto non feciono retta, ma chi potè
-fuggire non attese il compagno: e così fuggendo molti ne furono morti e
-presi, che pochi ne camparono. Beltramo della Motta con venti compagni
-fuggì a Alife e campò. In Napoli furono giudicati a morte venticinque
-paesani ch’erano in quella compagnia, gli altri rimasono prigioni: e la
-detta compagnia fu al tutto consumata e spenta con onore del re Luigi,
-e con più lieta festa della sua coronazione, che appresso seguitò, come
-tosto diviseremo.
-
-
-CAP. LXXVIII.
-
-_Come i Perugini guastarono intorno a Cortona._
-
-In questo mese d’aprile del detto anno, i cavalieri dell’arcivescovo
-di Milano ch’erano stati lungamente al servigio del signore di
-Cortona all’Orsaia, si partirono di là, e lasciarono dugentocinquanta
-cavalieri. I Perugini aontati dell’ingiuria fatta loro da’ Cortonesi,
-di presente, avuto trecento cavalieri da’ Fiorentini, con settecento
-barbute e con gran popolo cavalcarono sopra Cortona, ardendo e
-guastando le case, e le vigne e’ campi, e tagliando gli alberi,
-aoperando il fuoco e il ferro, e guastarla intorno per molti giorni,
-senza potere i Cortonesi difendere in niuna parte, di fuori che
-dall’Orsaia a Cortona, per la guardia vi fecero i dugentocinquanta
-cavalieri del Biscione: ma senza arsione, così consumarono que’
-cavalieri quella parte difendendo, come i Perugini l’altre parti per
-loro vendetta.
-
-
-CAP. LXXIX.
-
-_Come i Fiorentini fornirono Lozzole._
-
-I Fiorentini poco tempo innanzi per mala condotta rotti dagli Ubaldini
-nell’alpe, volendo fornire Lozzole, provvidono di fornirlo con più
-avviso e provvedenza; che senza fare apparecchiamento nel Mugello,
-avendo in Firenze cavalieri e pedoni, e la vittuaglia apparecchiata,
-senza alcuna vista mandarono improvviso agli Ubaldini, e feciono
-pigliare a buoni masnadieri i passi e i poggi dell’alpe. E presi i
-passi la notte, la mattina vi mandarono cento cavalieri, e quattrocento
-balestrieri eletti, e seicento buoni masnadieri di soldo e tutta la
-salmeria con loro, i quali andarono senza contasto. E furono sopra
-il battifolle degli Ubaldini, il quale era sopra Lozzole, innanzi
-che potessono avere soccorso; e vedendosi sorprendere alla gente de’
-Fiorentini, abbandonaro la bastita e l’arme, e gittaronsi per le ripe
-per salvare le persone; i Fiorentini presono l’arme e la roba ch’era
-nella bastita, e aggiunsonla alla loro salmeria, e misono ogni cosa nel
-castello di Lozzole, e arsono il battifolle de’ nimici, e sani e salvi
-senza trovare contasto si tornarono a Firenze del mese di maggio del
-detto anno.
-
-
-
-
-TAVOLA DEI CAPITOLI
-
-
- _Prefazione._ Pag. V
- _Qui comincia la Cronica di Matteo Villani, e prima
- il prologo, e primo libro._ 1
- _CAP. I. Dell’inaudita mortalità_ 3
- _CAP. II. Quanto durava il tempo della moria in catuno
- paese_ 4
- _CAP. III. Della indulgenzia diede il papa per la detta
- pistolenza_ 9
- _CAP. IV. Come gli uomini furono peggiori che prima_ 10
- _CAP. V. Come si stimò dovizia, e seguì carestia_ 11
- _CAP. VI. Come nacque in Prato un fanciullo mostruoso_ 12
- _CAP. VII. Come alla compagnia d’Orto san Michele
- fu lasciato gran tesoro_ 12
- _CAP. VIII. Come in Firenze da prima si cominciò lo
- Studio_ 15
- _CAP. IX. Raggiugnimento di principi che furono cagione
- di grandi novitadi nel Regno_ 17
- _CAP. X. Come il re d’Ungheria fece ad Aversa uccidere
- il duca di Durazzo_ 20
- _CAP. XI. La cagione della morte del duca di Durazzo_ 21
- _CAP. XII. Come il re d’Ungheria entrò in Napoli_ 22
- _CAP. XIII. Come il re d’Ungheria vicitava il regno
- di Puglia_ 23
- _CAP. XIV. Come il re d’Ungheria partitosi del Regno
- tornò in Ungheria_ 24
- _CAP. XV. Novità del reame di Tunisi, e più rivolgimenti
- di quello_ 25
- _CAP. XVI. Come per la partita del re d’Ungheria del
- Regno i baroni e’ popoli si dolsono_ 26
- _CAP. XVII. Come si reggeva la sua gente nel Regno
- partito il re_ 27
- _CAP. XVIII. Come messer Luigi si fe’ titolare re al
- papa, e mandò nel Regno_ 28
- _CAP. XIX. Come il re e la reina ritornarono nel Regno_ 30
- _CAP. XX. Come il re e la reina Giovanna entrarono
- in Napoli a gran festa_ 31
- _CAP. XXI. Come il re Luigi si fe’ fare cavaliere, e
- da cui_ 32
- _CAP. XXII. Brieve raccontamento di cose fatte per
- il re d’Inghilterra contra quello di Francia_ 33
- _CAP. XXIII. Come gli Ubaldini furo cominiciatori della
- guerra che il comune di Firenze ebbe con loro_ 36
- _CAP. XXIV. Come i fedeli del conte Galeotto si rubellarono
- da lui e dieronsi al comune di Firenze_ 36
- _CAP. XXV. Come i Fiorentini feciono guerra agli Ubaldini,
- e presero Montegemmoli e loro castella_ 37
- _CAP. XXVI. Come il re di Francia comperò il Delfinato_ 40
- _CAP. XXVII. La cagione perchè il re d’Araona tolse
- Maiolica al re_ 41
- _CAP. XXVIII. Come il re di Maiolica vendè la sua
- parte di Mompelieri al re di Francia_ 42
- _CAP. XXIX. Come s’ordinò il generale perdono a Roma
- nel 1349_ 43
- _CAP. XXX. Come il re di Maiolica andò per racquistare
- l’isola e fuvvi morto_ 45
- _CAP. XXXI. Come i baroni italiani e catalani per loro
- discordie guastarono l’isola di Cicilia_ 46
- _CAP. XXXII. Come il re Filippo di Francia e ’l figliuolo
- tolsono moglie_ 49
- _CAP. XXXIII. Come il re di Francia fu ingannato
- del trattato di Calese con gran danno_ 51
- _CAP. XXXIV. Come messer Carlo eletto imperadore
- fu preso e morto di veleno_ 53
- _CAP. XXXV. Come il re Luigi prese più castella_ 56
- _CAP. XXXVI. Come il re Luigi prese il conte d’Apici_ 57
- _CAP. XXXVII. Come il re Luigi Assediò Nocera_ 58
- _CAP. XXXVIII. Come Currado Lupo liberò Nocera_ 60
- _CAP. XXXIX. Come il re Luigi rifiutò la battaglia
- con Currado Lupo_ 61
- _CAP. XL. Della materia medesima_ 63
- _CAP. XLI. Come morì il re Alfonso di Castella_ 64
- _CAP. XLII. Come il doge Guernieri fu preso in Corneto
- dagli Ungheri_ 65
- _CAP. XLIII. Come i Fiorentini presero Colle_ 67
- _CAP. XLIV. Come i Fiorentini ebbono Sangimignano a
- tempo_ 68
- _CAP. XLV. Di tremuoti furono in Italia_ 70
- _CAP. XLVI. Come sommerse Villacco in Alamagna_ 71
- _CAP. XLVII. De’ fatti del Regno_ 72
- _CAP. XLVIII. Come la gente del re d’Ungheria sconfisse
- i baroni del Regno_ 74
- _CAP. XLIX. Come i Napoletani ricomperarono la vendemmia
- da’ nimici_ 76
- _CAP. L. Come si fe’ triegua nel Regno_ 78
- _CAP. LI. Di novità di barbari di Bella Marina_ 80
- _CAP. LII. Come Balese tornando per lo suo reame contro
- al figliuolo ebbe grande fortuna, e poi fu avvelenato_ 81
- _CAP. LIII. Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna_ 83
- _CAP. LIV. Come messer Giovanni Manfredi rubellò
- Faenza alla Chiesa_ 86
- _CAP. LV. Come il capitano di Forlì prese Brettinoro
- per assedio_ 89
- _CAP. LVI. Come i cristiani d’Europa cominciarono a
- venire al perdono_ 90
- _CAP. LVII. Perchè s’intramesse il dificio d’Orto san
- Michele_ 93
- _CAP. LVIII. Come la Chiesa mandò il conte per racquistare
- la contea di Romagna_ 95
- _CAP. LIX. Processo de’ traditori di Romagna, e di
- certi Provenzali_ 97
- _CAP. LX. Come messer Giovanni de’ Peppoli cercò accordo
- dal conte a messer Giovanni_ 98
- _CAP. LXI. Come messer Giovanni de’ Peppoli andò
- nell’oste, e fu preso_ 99
- _CAP. LXII. Come il conte scoperse l’altro trattato che
- avea con messer Mastino_ 101
- _CAP. LXIII. Come messer Iacopo Peppoli rimaso in
- Bologna si provvidde alla difesa_ 103
- _CAP. LXIV. L’aiuto che messer Iacopo accolse per
- guardare Bologna_ 105
- _CAP. LXV. Del male stato che si condusse la città di
- Bologna, e di certi trattati che allora si tennono_ 106
- _CAP. LXVI. Come i soldati mossono quistione al conte,
- e fu loro assegnato messer Giovanni Peppoli_ 108
- _CAP. LXVII. Come messer Giovanni tenne suoi trattati
- della città di Bologna_ 109
- _CAP. LXVIII. Secondo trattato di Bologna_ 112
- _CAP. LXIX. Come l’arcivescovo di Milano mandò a
- prendere la possesione di Bologna_ 114
- _CAP. LXX. Come capitò il conte di Romagna e l’oste
- della Chiesa_ 115
- _CAP. LXXI. Come i Guazzalotri di Prato cominciarono
- a scoprire loro tirannia_ 118
- _CAP. LXXII. Come i Fiorentini andarono a oste a
- Prato, ed ebbonne la signoria_ 120
- _CAP. LXXIII. Come i Fiorentini comperarono Prato,
- e recaronlo al loro contado_ 121
- _CAP. LXXIV. Come i guelfi forono cacciati dalla Città
- di Castello_ 123
- _CAP. LXXV. Come morì il re Filippo di Francia_ 124
- _CAP. LXXVI. Come la Chiesa rinnovò processo contra
- l’arcivescovo di Milano_ 126
- _CAP. LXXVII. Come il tiranno di Milano si collegò
- con tutti i ghibellini d’Italia_ 129
- _CAP. LXXVIII. Come fu assediata Imola dal Biscione
- e altri_ 131
- _CAP LXXIX. Come il capitano di Forlì tolse al conticino
- da Ghiaggiuolo e al conte Carlo da Doadola
- loro terre_ 133
- _CAP. LXXX. Come nella città d’Orbivieto si cominciò
- materia di grande scandalo_ ivi
- _CAP. LXXXI. Come la città d’Agobbio venne a tirannia
- di Giovanni Gabbrielli_ 135
- _CAP. LXXXII. Come il comune di Perugia e il capitano
- del Patrimonio andarono a oste ad Agobbio_ 137
- _CAP. LXXXIII. Come cominciò l’izza da’ Genovesi
- a’ Veneziani_ 139
- _CAP. LXXXIV. Come quattordici galee di Veneziani
- presono in Romania nove de’ Genovesi_ 141
- _CAP. LXXXV. Come i Genovesi di Pera presono Negroponte,
- e riebbono loro mercatanzia_ 142
- _CAP. LXXXVI. Come fu morto il patriarca d’Aquilea,
- e fattane vendetta_ 143
- _CAP. LXXXVII. Come il legato del papa si partì del
- Regno, e il re riprese Aversa_ 145
- _CAP. LXXXVIII. Come il re d’Ungheria ritornò in
- Puglia conquistando molte terre_ 146
- _CAP. LXXXIX. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia_ 148
- _CAP. XC. Come fu data l’ultima battaglia ad Aversa
- dal re d’Ungheria_ 150
- _CAP. XCI. Della materia medesima_ 151
- _CAP. XCII. Come il conte d’Avellino con dieci galee
- stette a Napoli, e Aversa s’arrendè al re_ 152
- _CAP. XCIII. Come il re d’Ungheria e il re Luigi vennono
- a certa tregua_ 154
- _CAP. XCIV. Come il conte d’Avellino diè al suo figliuolo
- per moglie la duchessa di Durazzo_ 157
- _CAP. XCV. Della grande potenza dell’arcivescovo di
- Milano, e come i Fiorentini temeano di Pistoia,
- e quello che ne seguì_ 159
- _CAP. XCVI. Come certi rettori di Firenze vollono
- prendere Pistoia per inganno_ 161
- _CAP. XCVII. Come i Fiorentini assediarono Pistoia
- ed ebbonla a’ comandamenti loro_ 163
- _CAP. XCVIII. Come il re d’Inghilterra sconfisse in
- mare gli Spagnuoli_ 167
-
- LIBRO SECONDO
-
- _CAP. I. Prologo_ 169
- _CAP. II. Come il comune di Firenze usava la pace
- coll’arcivescovo di Milano_ 170
- _CAP. III. Come l’arcivescovo di Milano appuose tradimento
- e condannò messer Iacopo Peppoli_ 172
- _CAP. IV. Come l’arcivescovo fermò d’assalire improvviso
- la città di Firenze_ 173
- _CAP. V. Come si mise in ordine il consiglio preso_ 176
- _CAP. VI. Come gli Ubaldini arsono Firenzuola, e
- presono Montecolloreto_ 177
- _CAP. VII. Come gli Ubertini, e’ Tarlati, e i Pazzi
- assalirono il contado di Firenze_ 179
- _CAP. VIII. Come i Fiorentini mandaro ambasciadori al
- capitano dell’oste_ 180
- _CAP. IX. Come l’oste si levò da Pistoia e puosesi a
- Campi_ 182
- _CAP. X. Come l’oste ebbe gran difetti a Campi e a
- Calenzano_ 184
- _CAP. XI. Come i rettori di Firenze abbandonarono il
- passo di Valdimarina_ 187
- _CAP. XII. Come l’oste del Biscione valicò il passo, e
- andò in Mugello_ 188
- _CAP. XIII. Come il conte di Montecarelli si rubellò
- a’ Fiorentini e venne al capitano_ 190
- _CAP. XIV. Come si fornì la Scarperia e il Borgo_ 191
- _CAP. XV. Come l’oste assediò la Scarperia_ 192
- _CAP. XVI. Come i Fiorentini afforzarono Spugnole_ 194
- _CAP. XVII. Come si difese Pulicciano di grave battaglia_ 195
- _CAP. XVIII. Come i Tarlati, e i Pazzi di Valdarno e
- gli Ubertini vennono in sul contado di Firenze, e
- furonne cacciati per forza da’ Fiorentini_ 196
- _CAP. XIX. Come Bustaccio entrò e rendè la Badia a
- Agnano_ 199
- _CAP. XX. Come l’arcivescovo tentò i Pisani di guerra
- contro a’ Fiorentini_ 200
- _CAP. XXI. Come l’oste deliberò combattere la Scarperia_ 204
- _CAP. XXII. Come i Tarlati sconfissono i cavalieri
- de’ Perugini_ 205
- _CAP. XXIII. Come i Fiorentini procuraro di mettere
- gente nella Scarperia_ 207
- _CAP. XXIV. Come la reina Giovanna si fece scusare
- in corte di Roma_ 209
- _CAP. XXV. Come i Genovesi e i Veneziani ricominciarono
- guerra in mare_ 210
- _CAP. XXVI. Come l’armata genovese andò a Negroponte
- e assediò Candia, e quello che ne seguì_ 212
- _CAP. XXVII. Come i Veneziani feciono lega co’ Catalani,
- e di nuovo armarono cinquanta galee_ 213
- _CAP. XXVIII. Come la imperatrice di Costantinopoli
- col figliuolo si fuggì in Salonicco_ 215
- _CAP. XXIX. Come la Scarperia sostenne la prima battaglia
- dal Biscione_ 216
- _CAP. XXX. Come la Scarperia riparò alla cava de’
- nimici_ 218
- _CAP. XXXI. Del secondo assalto dato alla Scarperia_ 220
- _CAP. XXXII. Del terzo assalto dato_ 221
- _CAP. XXXIII. La partita dell’oste dalla Scarperia_ 224
- _CAP. XXXIV. Come l’armata de’ Genovesi si partì da
- Negroponte e andò a Salonicco_ 226
- _CAP. XXXV. Come i Veneziani e’ Catalani s’accozzarono
- in Romania con l’altra armata_ 228
- _CAP. XXXVI. Come i Brandagli si vollono fare signori
- d’Arezzo_ 229
- _CAP. XXXVII. Di quello medesimo_ 231
- _CAP. XXXVIII. Come il re Luigi mandò il gran siniscalco
- ad accogliere gente in Romagna_ 234
- _CAP. XXXIX. Come il re Luigi accolse i baroni del
- Regno e andò in Abruzzi_ 236
- _CAP. XL. Come il re Luigi sostenne gli Aquilani che
- pasquavano con lui_ 237
- _CAP. XLI. Come papa Clemente sesto fe’ la pace
- de’ due re_ 239
- _CAP. XLII. Come messer Piero Saccone prese il Borgo
- a san Sepolcro_ 240
- _CAP. XLIII. Come i Perugini arsono intorno al Borgo
- e sconfissono de’ nimici_ 243
- _CAP. XLIV. D’una cometa ch’apparve in oriente_ 245
- _CAP. XLV. Come fu preso il castello della Badia
- de’ Perugini, e come si racquistò_ 246
- _CAP. XLVI. Come i Fiorentini cercarono lega co’ comuni
- di Toscana, e accrebbono loro entrata_ 248
- _CAP. XLVII. Come i Romani feciono rettore del popolo_ 249
- _CAP. XLVIII. Di una lettera fu trovata in concistoro
- di papa_ 252
- _CAP. XLIX. Come il re d’Inghilterra essendo in tregua
- col re di Francia acquistò la contea di Guinisi_ 253
- _CAP. L. Il piato fu in corte tra’ due re per la contea di
- Guinisi_ 254
- _CAP. LI. Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi
- soldati per rifare guerra a’ Fiorentini_ 255
- _CAP. LII. Come i Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi
- mandarono ambasciadori a corte_ 257
- _CAP. LIII. Come l’ammiraglio di Damasco fece novità
- a’ cristiani_ 258
- _CAP. LIV. Come i Fiorentini disfeciono terre di Mugello_ 260
- _CAP. LV. Come la Scarperia fu furata e racquistata_ 261
- _CAP. LVI. Come messer Piero Sacconi cavalcò con
- mille barbute infino in su le porte di Perugia_ 263
- _CAP. LVII. Come i Chiaravallesi di Todi vollono rubellare
- la terra e furono cacciati_ 264
- _CAP. LVIII. Come que’ da Ricasoli rubellarono Vertine
- a’ Fiorentini_ 265
- _CAP. LIX. Come i Veneziani e’ Catalani furono sconfitti
- in Romania da’ Genovesi_ 267
- _CAP. LX. Di quello medesimo_ 272
- _CAP. LXI. Come per le discordie de’ paesani la Sicilia
- era in grave stato_ 273
- _CAP. LXII. Come fu in Firenze tagliate le teste a più
- de’ Guazzalotri di Prato_ 274
- _CAP. LXIII. Come il tiranno d’Orvieto fu morto_ 277
- _CAP. LXIV. Come i Fiorentini assediarono Vertine_ 278
- _CAP. LXV. Come in corte fu fermata la pace dal re
- d’Ungheria a’ reali di Puglia_ 278
- _CAP. LXVI. Come l’arcivescovo trattava pace colla
- Chiesa_ 280
- _CAP. LXVII. Della gran fame ch’ebbono i barbari di
- Marrocco_ 282
- _CAP. LXVIII. Come i rettori di Firenze cominciarono
- segretamente a trattare accordo con l’eletto
- imperadore_ 282
- _CAP. LXIX. Come la gente de’ Fiorentini che andavano
- a fornire Lozzole furono rotti dagli Ubaldini_ 283
- _CAP. LXX. Come s’ebbe Vertine a patti e disfecesi la
- rocca_ 284
- _CAP. LXXI. Esempio di cittadinesca varietà di fortuna_ 285
- _CAP. LXXII. Come un gran re de’ Tartari venne sopra
- il re di Proslavia_ 287
- _CAP. LXXIII. Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio_ 289
- _CAP. LXXIV. Come l’armata de’ Genovesi andò a
- Trapenon per danneggiare i nemici_ 290
- _CAP. LXXV. Come i Genovesi assediarono Costantinopoli_ 291
- _CAP. LXXVI. Concordia fatta dall’imperadore a’ comuni
- di Toscana_ 293
- _CAP. LXXVII. Come si levò una compagnia nel Regno,
- e fu rotta dal re Luigi_ 294
- _CAP. LXXVIII. Come i Perugini guastarono intorno
- a Cortona_ 295
- _CAP. LXXIX. Come i Fiorentini fornirono Lozzole_ 296
-
-
-
-
- ERRORI CORREZIONI
-
- TOMO PRIMO
-
- p. 7 v. 28 li ro (in alcuna copia) libro
- — 11 — 26 volsono valsono
- — 17 — 2 e 10 principi principii
- — 20 — 25 traditore, del traditore del sangue
- sangue tuo che tuo, che farai?
- farai?
- — 44 — 13 ch’ cardinali ch’e’ cardinali
- — 100 — 15 o ch’gli o ch’egli
- — 118 — 14 cominciorono cominciarono
- — 123 — 10 in sopetto in sospetto
- — 177 — 2, e 3 fanti. Alla fanti alla venuta
- venuta dell’oste dell’oste,
- messer Giovanni messer Giovanni
- — 202 — 12 il destro il destro,
- — 236 — 7 ch’fra che fra
- — 259 — 3 che v’ n’avea che ve n’avea
- — 268 — 24 o passare e passare
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in
-fine libro sono state riportate nel testo.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CRONICA DI MATTEO VILLANI, VOL.
-I ***
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