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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: L'anima, la natura e la saggezza - -Author: Ralph Waldo Emerson - -Translator: Mario Cossa - -Release Date: November 12, 2022 [eBook #69324] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ANIMA, LA NATURA E LA -SAGGEZZA *** - - - RALPH WALDO EMERSON - - - L’ANIMA, LA NATURA E LA SAGGEZZA - - - SAGGI - - 1ª E 2ª SERIE - - TRADUZIONE DALL’INGLESE - DEL - Prof. MARIO COSSA - - - - BARI - GIUS. LATERZA & FIGLI - TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI - 1911 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - AGOSTO MCMXI — 28476 - - - - -AVVERTENZA DEL TRADUTTORE - - -Era mia intenzione di far precedere alla traduzione uno studio sul -grande filosofo americano; ma per ragioni non dipendenti dalla -mia volontà e certo non per le solite impazienti sollecitazioni -dell’Editore (che anzi mi fu sempre cortese) dovetti abbandonare -questo mio disegno con vivo rammarico ancorchè presentasse non poche -difficoltà. Perciò ho pensato ch’era la cosa migliore, licenziando -questa mia onesta fatica, evitare una prefazione fatta sul tipo di -troppe prefazioni messe insieme a colpi di forbice, che hanno nessun -pregio, se non quello d’un ingegnoso pasticcio. - -Dopo aver passate tante ore d’intimità spirituale con l’Emerson è -cresciuta in me l’ammirazione e la riverenza per la sua anima pura, -per il suo spirito profondo, per la sua filosofia tutta umana; sarei un -ingrato se volessi in poche linee tratteggiare la sua figura, correndo -il rischio di fare una caricatura per il desiderio di comporne un -rapido schizzo. - -Questa è appunto la ragione che m’ha spinto ad aggiungere al volume -un indice bibliografico, che è largo se non completo. Il lettore -che desideri conoscere con maggior ampiezza il grande filosofo potrà -trovare in esso le indicazioni necessarie. - -Avverto ancora che i saggi contenuti in questo libro erano stati -composti dall’Emerson per esser pronunziati ad alta voce in pubblico -e non per esser riuniti in volume e presentati alla lettura. Ciò darà -al lettore ragione di certe oscurità, di certi troncamenti, di certe -spezzettature di stile e di pensiero, che l’intonazione viva e varia -della voce avrebbe illuminate o coperte. - -A me è di grande conforto ciò che scrisse Tommaso Carlyle all’apparire -a Londra di questo volume nella sua veste originale: «... Noi dovremo -chiamare questo libro il soliloquio di un’anima sincera, sola sotto le -stelle...». - - MARIO COSSA. - - Torino, agosto 1911. - - - - -OPERE DI RALPH WALDO EMERSON. - - - «_Nature_». 1836. - _Address delivered before the Senior Class in Divinity College, - Cambridge._ Massachusetts, 1838. - _Essays_ — 1st series. Boston, 1841. - _Essays_ — (preface by T. Carlyle). London, 1841. - _The method of Nature, an oration._ Massachusetts, 1841. - _Address in the Court-House, in Concord._ Massachusetts, - 1844. - _Essays_ — 2nd series. Boston, 1844. - _Man, the reformer, a lecture._ 1844. - _Man Thinking, an oration._ 1844. - _Representative Men_ (Lectures). 1844. - _The Young American._ London, 1844. - _Essays, Lectures and Orations._ London, 1844. - _English traits._ London, 1856. - _The conduct of Life._ London, 1860. - _May-day and other pieces_ (poems). Massachusetts, 1867. - _Society and Solitude._ London, 1870. - _Culture, Behaviour, Beauty._ Massachusetts, 1876. - _Letters and Social aims._ United States, 1876. - _Power, Wealth, Illusions._ Boston, 1876. - _Miscellanies._ Massachusetts, 1876. - _Books, Art, Eloquence._ Massachusetts, 1877. - _Love, Friendship, Domestic Life._ Massachusetts, 1877. - _Success, Greatness, Immortality._ Massachusetts, 1877. - _Fortune of the Republic, lecture._ Massachusetts, 1879. - _The senses and the Soul; two essays._ London, 1884. - - - - -BIBLIOGRAFIA - - - ALBEE JOHN — _Remembrances of Emerson._ New-York, - 1901. - ALCOTT A. B. — _R. W. Emerson, philosopher and seer._ - Boston, 1882, 1888. - ARNOLD MATTHEW — _Discourses on America._ London, 1885. - CABOT J. E. — _Memoir of Ralph Waldo Emerson._ Boston - and London, 1887, 2 vol. - CARLYLE THOS. — _The correspondence of Th. Carlyle and - R. W. Emerson._ London, 1883. - CONWAY M. 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R. — _The influence of Emerson._ Boston, 1886. - - - - -PRIMO SAGGIO - -LA STORIA - - -C’è una sola mente comune a tutti gli uomini individui. - -Ciascun uomo è adito ad essa ed a tutto ciò che ad essa appartiene. - -Colui, che una volta è ammesso al diritto della ragione, diviene -completamente libero; ciò che Platone ha pensato, egli può pensare, -ciò che un santo ha sentito, egli può sentire, ciò che in ogni tempo -a ciascun uomo è accaduto, egli può comprendere. Chi possiede questa -universale mente partecipa di tutto ciò che è o può essere fatto, -poichè questa è l’unico e sovrano agente. - -La storia è il complesso delle opere della mente. Il suo genio è -illustrato dall’intero svolgersi del tempo; l’uomo in nessun modo -comprensibile, diviene tale per mezzo della sua storia. L’umano -spirito, senza precipitazione, senza riposo, s’appresta fin dal -principio a raggruppare ogni facoltà, ogni pensiero, ogni emozione -che gli appartenga, intorno ad appropriati eventi. Ma il pensiero -precede il fatto; tutti i fatti della storia preesistono nella mente -come leggi. Ciascuna legge è a sua volta il prodotto di circostanze -predominanti, ed i limiti di natura danno potere ad una sola per volta. -Un uomo è l’intera enciclopedia dei fatti. - -La creazione di mille foreste sta in un solo seme; e l’Egitto, la -Grecia, Roma, la Gallia, la Britannia, l’America, stanno già rinchiuse -nel primo uomo. - -Successivamente campo, regno, impero, repubblica, democrazia, sono -semplicemente l’applicazione del molteplice spirito umano al molteplice -universo. - -L’umana mente scrisse la storia e deve leggerla. Come la Sfinge doveva -risolvere i suoi propri enimmi, così il complesso della storia, che sta -in un uomo, dev’essere totalmente spiegato dall’individuale esperienza. -C’è una relazione fra le ore della nostra vita ed i secoli del tempo. -Come l’aria ch’io respiro è tratta dai grandi depositi della natura, -come la luce sul mio libro è prodotta da un astro, distante cento -milioni di miglia, come il peso del mio corpo dipende dall’equilibrio -tra le forze centrifughe e quelle centripete; così le ore dovrebbero -essere create dalle età e le età spiegate dalle ore. - -Ogni singolo uomo è ancora un’incarnazione della mente universale. -Tutte le sue proprietà consistono in lui: ogni passo, nella sua privata -esperienza, getta una luce su ciò che grandi masse d’uomini hanno -fatto, e le crisi della sua vita conducono alle crisi nazionali. Ogni -rivoluzione fu in antecedenza un pensiero nella mente di un solo uomo; -quando lo stesso pensiero sorge in un altro uomo, s’ha la chiave che -apre quel periodo. Ogni riforma fu una volta una personale opinione; -e quando un’altra volta diverrà opinione personale, essa scioglierà il -problema dell’età. Il fatto narrato, deve corrispondere a qualche cosa -in me, che sia credibile od intelligibile: così quando noi leggiamo, -dobbiamo trasmutarci in greci, romani, turchi, sacerdoti e re, martiri -e giustizieri; dobbiamo unire queste immagini, nella nostra segreta -esperienza, a qualche realtà o noi vedremo nulla, impareremo nulla, -riterremo nulla. Quanto accadde ad Asdrubale od a Cesare Borgia non è -maggiore illustrazione delle forze e delle depravazioni della mente, -di quanto non sia ciò che è accaduto a noi. Ciascun movimento politico -e ciascuna legge nuova ha significazione per voi. State dinnanzi a -ciascuna delle sue tavole e dite: «Ecco uno dei miei manti: Sotto -questa fantastica o graziosa od odiosa maschera, la mia proteiforme -natura celò sè stessa». Ciò rimedia al difetto della nostra troppo -grande prossimità a noi stessi; ciò pone le nostre proprie azioni in -prospettiva; e come i granchi, i capri, gli scorpioni, la bilancia e -l’acquario, perdono ogni loro meschinità, quando si riflettono come -segni nello Zodiaco, così io posso contemplare senza disgusto i miei -propri vizi, nelle lontane figure di Salomone, di Alcibiade e di -Catilina. - -È questa natura universale che dà valore agli uomini e alle cose. -La vita umana che la contiene, è misteriosa ed inviolabile e noi la -cingiamo di pene e di leggi. Tutte le leggi traggono di qua la loro -ultima ragione, tutte esprimono infine reverenza a qualche comando di -questa illimitata essenza suprema. La proprietà pure tiene dell’anima, -copre grandi fatti spirituali e noi istintivamente aderiamo, a tutta -prima, ad essa con spade e leggi, e con ampie e complesse combinazioni. -L’oscura coscienza di questo fatto è luce del nostro giorno, il -diritto dei diritti, lo scopo dell’educazione, della giustizia, della -carità, il fondamento dell’amicizia e dell’amore, dell’eroismo e della -grandezza, che appartiene alle azioni derivate dalla fiducia in se -stesso. È notevole che involontariamente noi sempre leggiamo come se -fossimo superiori. La storia universale, i poeti, i romanzieri, nelle -loro grandiose descrizioni — nei palazzi sacerdotali ed in quelli -imperiali, nei trionfi della volontà e del genio, in alcun luogo infine -non perdono la nostra attenzione; ma piuttosto ciò è vero che nei loro -tratti più grandi, là noi ritroviamo maggiormente noi stessi. Quel -ragazzo, che legge nell’angolo, sente esser vero per se stesso, tutto -ciò che Shakespeare dice del re. Noi simpatizziamo con i grandi momenti -della storia, con le grandi scoperte, con le grandi resistenze, con le -grandi prosperità degli uomini, perchè la legge fu promulgata, il mare -fu esplorato, la terra fu scoperta o il colpo fu dato per noi, come noi -stessi vorremmo aver fatto od applaudito. - -Così è riguardo alla condizione ed al carattere. Noi onoriamo il ricco, -perchè egli ha esteriormente la libertà, il potere ed il favore che -noi sentiamo esser propri all’uomo, propri a noi. Così, tutto ciò che -è detto dell’uomo saggio dallo storico o dall’orientale o dal moderno -studioso, descrive a ciascun uomo la sua propria idea, descrive il -suo inarrivato, ma raggiungibile se stesso. Ogni letteratura delinea -il carattere dell’uomo saggio; ogni libro, monumento, pittura, -conversazione, è il ritratto nel quale il saggio trova i lineamenti, -di cui è modellato. Il silenzio e le voci risonanti lodano lui e -l’avvicinano, ed egli è stimolato dovunque vada, come da personali -illusioni. Un’anima buona e saggia però non deve mai cercare, nel -discorso, allusioni personali e lodative. Egli sente la lode, ma non di -se stesso, bensì, lode più dolce, di quel carattere cui egli aspira, -che è descritto in ogni parola concernente il carattere stesso e più -ancora da ogni fatto, che accade nel fluente fiume, o nel fremente -grano. La lode è cercata, l’omaggio è offerto, l’amore fluisce dalla -natura silenziosa, dalle montagne, dagli splendori del firmamento. -Questi avvertimenti, versati a goccie, come se provenissero dal sonno -e dalla notte, usiamoli in pieno giorno. Lo studente deve leggere -la storia attivamente e non passivamente; deve considerare la sua -propria vita il testo, ed il libro il commento. Così costretta, la -Musa della storia pronunzierà gli oracoli che giammai disse a quelli, -che non rispettano se stessi. Io non ho speranza che bene leggerà la -storia alcuno di coloro, i quali pensano che quanto fu fatto in una -remota età, da uomini il cui nome risuonò lontano, abbia qualche più -profondo senso di ciò che si fa oggi. Il mondo esiste per l’educazione -di ciascun uomo. Non c’è età o condizione di società, o modo di azione -nella storia, che non corrisponda in qualche modo alla sua vita. Ogni -cosa tende nel più meraviglioso modo a rimpicciolir se stessa ed a -cedere a lui la sua propria virtù. Egli dovrebbe osservare che potrebbe -rivivere tutta la storia nella sua propria persona. Egli deve rimanere -nella sua casa, forte e potente, e non sopportare vessazione di re od -imperi; egli deve sapere che egli è più grande di tutta la geografia e -di tutto il governo del mondo; egli deve rimuovere il punto di vista, -dal quale la storia è comunemente letta, cioè da Roma, da Atene, da -Londra, a se stesso, e non rifiutare il suo convincimento che egli è la -Corte e se l’Inghilterra o l’Egitto hanno qualche cosa da dire a lui, -egli giudicherà, altrimenti tacciano per sempre. Egli deve cogliere -e ritenere quella sublime visione, in cui i fatti concedono il loro -segreto senso ed in cui annali e poesia sono eguali. L’istinto della -mente e l’intento della natura denunciano se stessi, sull’uso che noi -facciamo delle insigni narrazioni della storia. Il tempo smussa alla -luce del sole l’angolarità dei fatti. Nessun’àncora, nessuno schermo, -nessuna gomena, giovano a mantenere un fatto come tale; Babilonia, -Troia, Tiro, ed anche la prima Roma stanno già passando nella leggenda. - -Il giardino dell’Eden, il sole immobile sul Gibeone, è poesia, d’allora -in poi, di tutte le nazioni. Chi si cura di ciò che fu il fatto, quando -noi l’abbiamo trasformato in una costellazione da appendere nel cielo -come immortale segno? Londra, Parigi, e New-York debbono fare lo stesso -cammino. «Che cos’è la storia» disse Napoleone «se non una favola -convenuta?» Questa nostra vita è connessa con l’Egitto, la Grecia, la -Gallia, l’Inghilterra, la guerra, la colonizzazione, la chiesa, la -corte, il commercio, come con altrettanti fiori e ornamenti gravi e -lieti. Io non farò un’enumerazione di essi. Io credo nell’eternità. -Io posso trovare la Grecia, la Palestina, l’Italia, la Spagna e le -isole, il genio ed il principio informatore di ciascuna e di tutte le -cose nella mia propria mente. Noi ci imbattiamo sempre nella nostra -privata esperienza con i fatti, che nella storia ci hanno commossi e -con quella li constatiamo. Tutta la storia allora diviene subiettiva: -in altre parole non c’è propriamente _Storia_, ma soltanto _Biografia_. -Ogni anima deve sapere per se stessa tutta la lezione, deve percorrere -tutta la terra. Ciò che essa non vede, ciò che essa non vive, essa non -conoscerà. Ciò che la passata età ha compendiato in una formula o legge -per manipolare convenienza, essa perderà la gioia di verificare, per -l’inciampo di quella legge. Ma in un modo o nell’altro, in un tempo -o nell’altro, essa domanderà e troverà il suo compenso per questa -perdita, col rifare lo stesso lavoro. Ferguson scopri nell’astronomia -molte cose che da lungo erano conosciute. — Meglio per lui. - -La storia dev’essere questo o è nulla. Ogni legge che lo stato -promulga, indica un fatto nell’umana natura: questo è tutto. Noi -dobbiamo nella nostra propria natura vedere la necessaria ragione -di ogni fatto, vedere come esso poteva e doveva essere. Con questo -convincimento volgiamo la nostra attenzione ad ogni opera pubblica o -privata, ad una orazione di Burke, ad una vittoria di Napoleone: ad -un martirio di Tommaso Moro, di Sidney, di Marmaduke Robinson, ad un -Regno del Terrore, ad un Salem impiccante le streghe, ad un fanatico -risorgimento, al magnetismo animale di Parigi e alla Provvidenza. Noi -concludiamo allora che, sotto eguale influenza, noi saremmo egualmente -commossi e compiremmo la stessa opera, e noi aspiriamo a padroneggiare -intellettualmente i passi e raggiungere la stessa altezza e la stessa -degradazione, che il nostro simile ha raggiunta. - -Ogni investigazione nell’antichità, ogni curiosità riguardante le -Piramidi, le città dissepolte, Stonehenge, il Messico, Memphi, non -è che il desiderio di sopprimere quei feroci e selvaggi e assurdi -«là» «allora» per porvi invece il «qui» o «l’oggi»; è bandire il non -«io» e porre «l’io»; è abolire la differenza e restaurare l’unità. -Belzoni scava e misura nelle tombe e nelle piramidi di Tebe, finchè -egli giunge al termine della differenza fra la mostruosa opera e -se stesso. Quand’egli ha dimostrato a se stesso, nelle generali e -nelle particolari cose, che quella fu compiuta da un uomo simile a -lui, armato come lui e per fini, per i quali egli stesso, in date -circostanze avrebbe operato, allora il problema è risolto; il suo -pensiero vive lungo l’intera teoria dei templi, delle sfingi, delle -catacombe; passa tra essi in tutto simile ad un’anima di creatore, con -gioia, ed essi rivivono nella mente, ovvero sono «oggi». - -Una cattedrale gotica afferma che essa fu costrutta da noi e non -da noi. Certamente essa fu fatta da un uomo, che noi non troviamo -nell’uomo del nostro tempo. Noi allora applichiamo noi stessi alla -storia della sua produzione; poniamoci nel momento e nella condizione -storica del costruttore: ricordiamo gli abitanti delle foreste, i primi -templi, l’affinità al primo tipo e la decorazione di esso, quando -la ricchezza della nazione s’accresceva: ricordiamo il valore che è -dato al legno, riferito all’intero cumulo granitico della cattedrale. -Quando noi siamo passati per questo processo e siamo giunti alla chiesa -cattolica, alla sua croce, alla sua musica, alle sue processioni, ai -suoi giorni dei santi e culto delle immagini, noi siamo stati l’uomo -che fece la cattedrale; noi abbiamo veduto quanto poteva e doveva -essere: noi abbiamo la sufficiente ragione. - -La differenza tra gli uomini sta nel loro principio d’associazione. -Alcuni classificano gli oggetti a seconda del colore, della forma o -di altre apparenze accidentali; altri a seconda di una intrinseca -somiglianza o della relazione tra causa ed effetto. Il progresso -dell’intelletto consiste in una più chiara visione di cause che -tralascia le superficiali differenze. Al poeta, al filosofo, al santo, -tutte le cose sono amiche e sacre, tutti gli eventi giovevoli, tutti -i giorni benedetti; tutti gli uomini divini. Poichè l’occhio è legato -alla vita, sprezza la circostanza. Ogni sostanza chimica, ogni pianta -ed ogni animale, nel suo crescere, ammonisce sull’unità della causa e -la varietà dell’apparenza. - -Perchè, essendo circondati, come noi siamo, da questa omnigena natura, -tenera e fluida come una nube o l’aria, saremmo tali difficili -pedanti da magnificare poche forme? Perchè terremmo noi calcolo -del tempo, della grandezza, dell’esteriorità? L’anima non conosce -queste cose, ed il genio, obbedendo alle sue leggi, sa scherzare con -esse, così come un ragazzo scherza con i vecchi e nelle chiese. Il -genio studia il pensiero causale, e, molto addentro nelle viscere -delle cose, vede i raggi partentesi da una sola orbita, che diverge -prima ch’essi si stendano per infiniti diametri. Il genio vigila la -monade a traverso tutte le sue sembianze, mentre egli rappresenta la -metempsicosi della natura. Il genio sorprende attraverso la mosca, il -verme, il bruco, l’uovo, il tipo costante dell’individuo; scopre, fra -innumerevoli individui, le specie fissate; attraverso molte specie, -il genere; attraverso tutti i generi, il costante tipo; attraverso -tutti i regni della natura organica, l’eterna unità. La natura è una -mutevole nube che è sempre e mai la stessa. Essa trasmuta lo stesso -pensiero in moltitudini di forme, come il poeta fa venti favole con -una sola morale. Bello riluce uno spirito attraverso la brutalità e -la durezza della materia. Sola, onnipotente, essa converte tutte le -cose al suo proprio fine. Il diamante splende nella più pura e precisa -forma, ma mentre io lo guardo, la linea esteriore e la sua struttura -sono interamente cambiate. Così nulla è più variante della forma, -eppure essa mai rinnega completamente se stessa. Nell’uomo noi ancora -rintracciamo gli accenni ed i rudimenti di tutto ciò che noi stimiamo -segni di servilismo nelle razze inferiori, pure in lui essi rialzano -ed aumentano la sua nobiltà e grazia; così Io, in Eschilo, trasformata -in giovenca, offende l’imaginazione; ma quanto cambiata allorchè -come Iside in Egitto, essa incontra Giove, non avente più nulla -della metamorfosi, eccetto che le corna a mezzaluna, quali splendidi -ornamenti della sua fronte! - -L’identità della storia è ugualmente intrinseca, la diversità -ugualmente manifesta. C’è alla superficie infinita varietà di cose, -al centro c’è semplicità e unità di causa. Quanti sono gli atti di un -solo uomo, nei quali noi riconosciamo lo stesso carattere! Rivolgiamo -la nostra attenzione alle fonti della nostra conoscenza del genio -greco: per prima cosa noi abbiamo la _storia civile_ di quel popolo, -come Erodoto, Tucidide, Senofonte, Plutarco, ce la diedero; da essa noi -sufficientemente sappiamo chi fu questo popolo e che cosa fece. La sua -anima la troviamo ancora espressa per noi, nella sua letteratura, nei -poemi, nel teatro, nella filosofia, in una forma completa; più ancora -nella sua architettura, la più pura e sensuale bellezza, il perfetto -«medium» che mai oltrepassa il limite della convenienza, della grazia -incantevole. Nella scultura poi — l’ago sulla bilancia dell’espressione -— noi maggiormente vi troviamo la sua anima, sotto ogni aspetto, in -ogni azione, in ogni età di vita, attraverso tutte le condizioni, da -Dio alla bestia, e mai oltrepassante l’ideale serenità, se non nello -sforzo convulso d’essere obbediente all’ordine e alla legge. Così noi -abbiamo del genio d’un popolo quattro diverse manifestazioni, la più -varia espressione d’un solo valore morale: ed infatti che cosa v’è di -più dissimile per i sensi che un ode di Pindaro, un marmo del Centauro, -il peristilio del Partenone e le ultime gesta di Focione? Eppure queste -varie esteriori espressioni derivano da una sola mente nazionale. - -Ciascuno avrà osservato aspetti e forme, che, pur non avendo -somiglianza, producono un’egual impressione nello spettatore. Una -particolare pittura o un gruppo di versi, se non suscitano lo stesso -seguito di immagini, risvegliano lo stesso sentimento che l’ascendere -una montagna selvaggia, sebbene l’affinità non sia evidente ai -sensi, ma occulta e al di là del limite dell’intelligenza. La natura -è un’infinita combinazione e ripetizione di pochissime leggi: essa -sommessamente canta il vecchio e ben conosciuto motivo in innumerevoli -variazioni. - -La natura ha una sublime rassomiglianza di famiglia in tutte le sue -opere e con le più inaspettate affinità ci meraviglia. Io ho veduta la -testa di un vecchio capo indiano della foresta, che ad un tratto mi -ricordò la rotonda e calva sommità d’una montagna ed il solco delle -sopraciglia di quella, gli strati della roccia di questa. Ci sono -degli uomini, i cui atteggiamenti hanno lo stesso essenziale splendore -della semplice e magnifica scultura dei fregi del Partenone e degli -avanzi della prima arte greca. Vi sono composizioni, che per il loro -carattere, noi troviamo nei libri di tutte le età. Che cosa è l’Aurora -di Guido Reni, se non un mattutino pensiero e in essa i cavalli se -non una mattutina nube? Se qualcuno vorrà solo osservare la varietà di -azioni, alle quali è ugualmente portato in certi stati di mente, e la -varietà di quelle a cui è avverso, vedrà quanto è recondito il legame -dell’affinità. - -Un pittore mi diceva che nessuno può disegnare un albero, senza -divenire in qualche modo un albero: che il disegnare un bambino non è -semplicemente studiare il contorno delle sue forme, ma vigilare per -qualche tempo i suoi movimenti, i suoi giuochi, e allora il pittore -penetra la natura di lui e può rappresentarlo a volontà in ogni -atteggiamento. Così Roos «entrò nella più segreta natura d’una pecora». -Io conobbi un disegnatore, impiegato in un pubblico ufficio, il -quale non poteva disegnare delle roccie, finchè non conosceva la loro -struttura geologica. - -Che cosa si può dedurre da tali fatti se non questo: che in un certo -stato di pensiero si trova la comune origine di opere molto diverse? -È lo spirito e non il fatto, che è identico. Col discendere giù nella -profondità dell’anima e non con il faticoso acquisto di molte abilità -manuali, l’artista attinge il potere di destare altre anime ad una data -attività. - -È stato detto che «le anime comuni rimunerano con ciò che fanno, le -anime più nobili con ciò che sono». E perchè? Perchè un’anima, traendo -vita dalla grande profondità dell’essere, risveglia in noi, con le -sue azioni e le sue parole, con i suoi aspetti ed i suoi modi, quello -stesso potere e quella stessa bellezza che una galleria di scultura e -di pittura suole suscitare. - -La storia civile, la storia naturale, la storia dell’arte, della -letteratura, debbono essere spiegate dalla storia individuale o debbono -restar parole. Nulla v’è che non abbia rapporto con noi; nulla che -non ci interessi: regno, scuola, albero, cavallo; le radici di tutte -le cose sono nell’uomo. È nell’anima che l’architettura esiste. Santa -Croce e la Basilica di S. Pietro sono imperfette copie d’un divino -modello. La cattedrale di Strasburgo è un materiale riflesso dell’anima -di Erwin von Steinbach. Il vero poema è la mente del poeta; la vera -nave è il costruttore della nave. Se potessimo vedere dentro ad un -uomo, noi troveremmo la sufficiente ragione dell’ultima fioritura della -sua opera; così ogni spina e colore della conchiglia marina preesistono -nei secernenti organi del pesce. Il nocciolo dell’araldica e della -cavalleria è nella cortesia. Un uomo di modi cortesi pronuncierà il -vostro nome con tutto l’ornamento, che i titoli nobiliari potrebbero ad -esso aggiungere. - -L’esperienza quotidiana sempre conferma a noi qualche vecchia -tradizione e trasmuta in fatti, parole e segni che noi abbiamo uditi e -veduti senza porvi attenzione. Arreco come esempi, quelli che cadono -nel campo d’osservazione di ciascun uomo, e che pur essendo fatti -comuni, giovano ad illustrare grandi e cospicui fatti. - -Una signora, con la quale cavalcava nella foresta, mi diceva che le -selve le parevano sempre «aspettare», come se i genî che le abitano, -interrompessero le loro opere, finchè il viandante fosse oltrepassato. -Questo è precisamente il pensiero che la poesia ha celebrato nella -danza delle Fate, le quali s’arrestano all’approssimarsi di un passo -umano. L’uomo, che ha veduto la saliente luna sgusciare a mezzanotte -dalle nubi, è stato presente, come un arcangelo, alla creazione della -luce e del mondo. Io mi ricordo d’un giorno estivo, in cui un mio -compagno mi additò una larga nube, che s’estendeva per un quarto di -miglio lungo l’orizzonte, interamente a forma di cherubino, quali -sono dipinti nelle chiese: una massa tonda nel centro, ch’era facile -vivificare con gli occhi e la bocca, sorretta da entrambi i lati -da ali tese e simmetriche. Ciò che appare una volta nell’orizzonte, -può apparire sovente e quella nube fu certamente l’archetipo di quel -familiare ornamento. Io ho veduto nel cielo una catena di fulmini -estivi, i quali ad un tratto mi rivelarono che i greci disegnarono dal -vero, quando dipinsero la saetta nella mano di Giove. Io ho veduto un -ammasso di neve lungo le pareti di pietra d’un muro, che evidentemente -diede l’idea del comune zoccolo, che accerchia una torre. - -Col semplice porre noi stessi in nuove circostanze, noi senza tregua -di nuovo scopriamo le leggi e gli ornamenti dell’architettura, e -vediamo come semplicemente ciascun popolo abbia ornate le sue primitive -case. Il tempio dorico presenta ancora una rassomiglianza con la -selvatica capanna, nella quale il Dorico abitò. La pagoda chinese è -chiaramente una tenda tartara. I templi indiani ed egiziani ancora -palesano i terrapiani e le sotterranee case degli antichi. «L’uso di -fare case e tombe nella pietra viva» dice Heeren nelle sue Ricerche -sugli Etiopi «stabilì molto chiaramente il carattere dell’architettura -Nubio-egiziana, indirizzandola a quella colossale forma, ch’essa -assunse. In queste caverne già preparate dalla natura, l’occhio -s’era abituato alle forme grandi e massiccie, cosicchè quando l’arte -venne in aiuto della natura, essa non potè muoversi su piccola scala -senza avvilir se stessa. Che cosa sarebbero sembrate le statue di -grandezza usuale o i portici e le ali, unite a quelle gigantesche aule, -dinnanzi alle quali solo i colossi potevano sedere come sentinelle od -appoggiarsi alle colonne dell’interno?» - -La chiesa gotica derivò semplicemente da un rozzo adattamento -degli alberi della foresta, con tutti i loro rami, ad una festosa e -solenne arcata, e i vincoli attorno alle colonne indicano ancora i -verdi vimini che li strinsero. Nessuno può passare per un sentiero -tagliato attraverso una foresta di pini, senza essere colpito -dell’architettonica apparenza di essa, specialmente nell’inverno -— quando la nudità degli altri alberi, mostra il basso arco dei -Sassoni. Chiunque potrà in una foresta osservare, durante un -invernale pomeriggio, l’origine delle finestre colorate, che adornano -le cattedrali gotiche, per mezzo dei colori del cielo occidentale -veduti attraverso i nudi ed incrociantesi rami della selva. Nessun -innamorato della natura può entrare nei vecchi edifizi di Oxford o -nelle cattedrali inglesi, senza sentire che la foresta dominò la mente -del costruttore e che la sua sega, il suo scalpello, la sua pialla, -sempre riprodussero le vette fiorite, le felci, le locuste, il pino, la -quercia, l’abete, il rovere di quella. - -La cattedrale gotica è una fioritura in pietra, determinata -dall’insaziabile desiderio d’armonia dell’uomo. La montagna di granito -si trasmuta in un eterno fiore, con la leggerezza e la delicata finezza -della prospettiva e delle aeree proporzioni della bellezza vegetale. - -In ugual modo tutti i pubblici fatti debbono essere individualizzati, -e tutti i fatti privati generalizzati. Solo allora la storia diviene -ad un tratto fluida e vera, e la biografia profonda e sublime. Come il -persiano imitò negli agili fusti e nei capitelli della sua architettura -lo stelo del fior di loto e della palma, così la corte persiana, nella -sua grandiosa età, giammai desistette dal nomadismo delle sue barbare -tribù, ma peregrinò da Ecbatana, sul finir di primavera, a Susa in -estate ed a Babilonia in inverno. - -Nei primordi della storia d’Asia e d’Africa, il nomadismo e -l’agricoltura sono i due fatti antagonistici. La geografia dell’Asia e -dell’Africa richiedeva una vita nomade. Ma i nomadi erano il terrore -di quelli, che la terra ed i guadagni d’un mercato avevano indotto a -costruir città. L’agricoltura fu pertanto un obbligo religioso a causa -dei pericoli che allo stato derivavano dal nomadismo. E in queste -civili contrade d’Inghilterra e d’America, l’urto di queste tendenze -ancora s’agita in ciascun individuo. Noi tutti siamo girovaghi e -stazionari, a seconda delle vicende ed a seconda di vicende rapide e -piacevoli. I nomadi d’Africa sono forzati a peregrinare in causa degli -assalti del tafano, che fa impazzire il bestiame e obbliga la tribù ad -emigrare nella stagione piovosa ed a condurre il bestiame in più alte -regioni sabbiose. Il nomade d’Asia continua la pastura di mese in mese. -In America e in Europa, il nomadismo è il risultato del commercio e -della curiosità: e dal tafano di Astabora all’anglo ed italomania di -Boston-Bay certamente v’è un progresso. La differenza fra gli uomini, -sotto questo aspetto, sta nella facoltà del rapido adattamento e nel -potere di trovar dovunque la sedia ed il letto, potere ed adattamento -che uno ha ed un altro non ha. Alcuni uomini hanno tanto dell’indiano -mancato, hanno costituzionalmente tali abiti di accomodamento, che al -mare o nella foresta o nella neve, essi dormono comodamente e pranzano -con lo stesso buon appetito e s’affratellano così lietamente, che nelle -loro case. E se noi portiamo questo vecchio fatto ad un grado più alto, -noi possiamo considerarlo il rappresentante d’un avvenimento permanente -nell’umana natura. - -Il nomadismo intellettuale è la facoltà dell’oggettivismo o la facoltà -degli occhi di rimunerarsi ovunque. Chi ha questi occhi trova ovunque -facili relazioni con il suo compagno-uomo. Ciascun uomo, ciascuna cosa, -è un pregio, uno studio, una proprietà per lui e questa sua benevolenza -spiana il suo ciglio, unisce lui agli uomini e lo fa bello e caro -al loro sguardo. La sua casa è una vettura, ed egli vaga attraverso -tutte le latitudini così facilmente come un Calmucco. Ogni cosa che -l’individuo vede, corrisponde ai suoi stati di mente ed è a sua volta -a lui intellegibile, mentre il suo progressivo pensiero lo conduce alla -verità, alla quale questo fatto o serie di fatti appartengono. - -Il mondo primitivo, io posso ricercarlo in me stesso, così bene com’io -posso frugarlo, con tremanti dita, nelle catacombe, nelle biblioteche e -negli infranti rilievi e torsi delle sue ville abbattute. - -Qual’è il fondamento dell’interesse, che tutti gli uomini provano -per la storia greca, le lettere, l’arte, la poesia, in tutti i suoi -periodi, dall’età eroica ed omerica, fino alla domestica vita degli -spartani e degli ateniesi, quattro o cinque secoli più tardi? Questo -periodo ci attrae perchè noi siamo greci. Esso è uno stato attraverso -il quale ciascun uomo in qualche modo passa. Il periodo greco è l’êra -della natura corporea, della perfezione dei sensi, della spirituale -natura svelata in istretta unità col corpo. In ciò esistettero quei -corpi umani, che provvidero allo scultore i modelli di Ercole, Febo e -Giove; non certo tali sono le figure che abbondano nelle strade delle -moderne città, in cui v’è un confuso tentativo di lineamenti ed in -cui le orbite sono così formate, che sarebbe impossibile agli occhi di -guardar di sbieco e di lanciar sguardi da una parte o dall’altra, senza -volgere interamente il capo. - -I costumi di quell’età sono schietti e fieri. Si rende pubblicamente -onore per personali qualità, per il coraggio, l’accorgimento, la -padronanza di sè, la giustizia, la forza, la rapidità, la voce -tonante, il petto ampio. Il lusso non è conosciuto, così l’eleganza. -La popolazione sparsa e il bisogno rende ciascun uomo servitore di se -stesso: cuoco, macellaio e soldato; l’abito di provvedere alle proprie -necessità educa il corpo a meravigliose azioni. - -Tali sono gli Agamennoni e i Diomede di Omero e non molto diversa -è la descrizione che Senofonte fa di se stesso e dei suoi compagni -nella Ritirata dei Diecimila: «Dopochè l’armata ebbe attraversato il -fiume Teleboa nell’Armenia, lì cadde molta neve e le truppe giacquero -miserevolmente sulla terra, coperte da essa. Ma Senofonte s’alzò -ignudo e, presa una scure, cominciò a spaccar legna; allora gli altri -pure s’alzarono e fecero lo stesso». In tutto il suo esercito pare vi -fosse un’illimitata libertà di parola. Essi vengono a contesa per il -bottino; discutono con i generali ad ogni nuovo ordine e Senofonte è -linguacciuto come alcun altro e più linguacciuto che i più, e rende -pane per focaccia. Chi non vede che questa è una truppa di grandi -ragazzi con lo stesso codice d’onore e la stessa rilassata disciplina? - -La superba bellezza dell’antica tragedia e di tutta la letteratura -consiste in ciò, che i personaggi parlano semplicemente, come persone -dotate di molto buon senso, prima ancora che la riflessione sia -divenuta l’abito predominante della mente. La nostra ammirazione -per l’antico non è ammirazione del «vecchio», ma del «naturale». I -greci non sono riflessivi, ma sono perfetti nei loro sensi, perfetti -nella loro salute, con la più sottile organizzazione fisica del -mondo. Adulti operano con la semplicità dei bambini. Essi facevano -vasi, tragedie, statue, guidati dall’equilibrio perfetto dei loro -sensi, vale a dire con buon gusto. Tali cose si continuarono a fare -in tutte le età ed anche ora, dovunque esista un fisico vigoroso; -ma come una classe, per la loro superiore organizzazione, essi hanno -superato tutti. Essi fondono insieme l’energia della maturità colla -seducente incoscienza della fanciullezza, e la nostra reverenza per -essi è reverenza per la fanciullezza. Nessuno può pensare ad un atto -inconscio o con compatimento o con disprezzo. Bardo od eroe, nessuno -può guardar dall’alto la parola od il gesto di un fanciullo. Esso è -grande come loro. La seduzione dei loro costumi è tale, perchè essi -appartengono all’uomo e sono da esso conosciuti, per esser stato, -ciascuno uomo, fanciullo un tempo, e perchè ci sono individui che -serbano tali caratteristiche. Una persona dotata di genio fanciullesco -e di innata energia è ancora un greco e rivive il nostro amore per -la musa dell’Ellade. Un grande fanciullo ed una grande fanciulla, di -buon senso, sono greci. Bello è l’amore della natura in Filottete, -e nel leggere quelle sottili apostrofi al sonno, alle stelle, alle -roccie, alle montagne, alle onde, io sento il tempo trascorrere come -un rifluente mare. Io sento l’eternità dell’uomo, l’identità del suo -pensiero. Il greco ebbe, così pare, gli stessi compagni, che io ho. -Il sole e la luna, l’acqua ed il fuoco, incontrarono il suo cuore -precisamente come questi incontrarono il mio. Allora la vantata -distinzione fra greco ed inglese, fra scuola classica e romantica, -appare una pedante e superficiale distinzione. Quando un pensiero di -Platone diviene pensiero mio, quando una verità che divampò nell’anima -di Pindaro, divampa nella mia, il tempo è più nulla. Quando io sento -che noi due c’incontriamo in una percezione, che le nostre due anime -sono tinte dello stesso colore, e si fondono in una sola, perchè dovrei -io misurare i gradi di latitudine e contare gli anni d’Egitto? - -Lo studente interpreta l’età della cavalleria mediante la sua propria -età della cavalleria e le avventure di mare e di circumnavigazione, -mediante la sua propria parallela esperienza in miniatura. Per la -consacrata storia del mondo egli ha la stessa chiave. Quando la voce -d’un profeta, dagli abissi dell’antichità, è semplicemente eco d’un -sentimento della sua propria infanzia, d’una preghiera della sua -propria giovinezza, egli allora giunge alla verità attraverso la -confusione delle tradizioni e la caricatura delle istituzioni. - -Rari, bizzarri spiriti vengono a noi di tempo in tempo che ci rivelano -nuovi fatti della natura. Io vedo che gli uomini di Dio hanno sempre -camminato tra gli uomini ed hanno fatto sentire nel cuore e nell’anima -del più comune uditore, la loro missione. Onde, evidentemente, il -tripode, il sacerdote, la sacerdotessa, furono ispirati dal divino -afflato. - -Gesù meraviglia e soggioga un popolo sensuale. Essi non possono unire -lui alla storia e riconciliarlo con se stessi, ed allora s’apprestano -a venerare le loro intuizioni e ad aspirare alla vita santa, mentre la -loro stessa devozione spiega ogni fatto ed ogni parola. - -Come facilmente le vecchie adorazioni di Mosè, di Zoroastro, di -Socrate, di Meno, s’adagiano nella mente. Io non posso trovare in esse -alcuna antichità. Esse sono tanto mie quanto loro. - -Io ho visto il primo monaco ed anacoreta, senza traversare mari -e secoli. Più d’una volta qualcuno è apparso a me, pregando in -nome di Dio, così trascurante del lavoro, così imponente nella -sua contemplazione, come se rincarnasse, nel XIX secolo Simeone lo -stilista, la Tebaide ed il primo Cappuccino. - -L’arte sacerdotale dell’est e dell’ovest, del Bramino, del Druido e -dell’Inca, viene spiegata nella privata vita di ciascun individuo. -L’influenza che un rigido formalista ha su un ragazzo, reprimendo i -suoi spiriti ed il suo coraggio, paralizzando la sua intelligenza, -senza produrre indignazione, ma timore ed obbedienza ed anche simpatia -verso il tiranno, è un fatto familiare, chiaro al ragazzo quando -diviene uomo e quando vede che l’oppressore della sua giovinezza è -egli stesso un ragazzo, dominato da quei nomi, da quelle parole, da -quelle forme, della cui influenza egli fu semplicemente lo strumento. -Il fatto insegna a lui come Belo fu adorato e come le piramidi furono -costrutte, meglio che la scoperta fatta da Champollion dei nomi di -tutti gli operai e del costo di ciascuna lastra. Egli trova l’Assiria -e i baluardi di Cholula alla sua porta, ed egli stesso ne ha poste le -basi. - -Ancora, in quella protesta che ciascun uomo di giudizio fa contro la -superstizione del suo tempo, egli recita punto per punto la parte dei -vecchi riformatori, e nella ricerca della verità s’imbatte, come essi, -in nuovi pericoli per la virtù. Egli impara di nuovo quale morale -vigore abbisognò per supplire l’appoggio di una superstizione. Una -grande sregolatezza cammina sui passi d’una riforma. Quante volte nella -storia del mondo il Lutero dell’epoca ha dovuto lamentare il languire -della devozione nella sua propria casa! «Dottore — disse un giorno a -Martino Lutero la sua sposa — perchè quand’eravamo soggetti al papato -noi pregavamo così sovente e con grande fervore e ora noi preghiamo con -la maggior freddezza e molto di rado?» - -L’uomo progredito scopre quali profondi attributi egli ha in tutta -la letteratura, in tutte le favole come in tutta la storia. Egli si -persuade che il poeta non fu lo strano individuo, che descrisse strane -ed impossibili situazioni, ma fu l’universale uomo, che scrisse con -la sua penna una confessione vera per uno e vera per tutti. Egli -trova la sua propria segreta biografia, in parole meravigliosamente -intelligibili a lui, scritte già prima ch’egli nascesse. Una dopo -l’altra le vicende della sua vita privata combaciano con ciascuna -favola di Esopo, di Omero, di Hafiz, dell’Ariosto, di Chaucer, dello -Scott e personalmente le constata. - -Le belle favole dei greci, essendo proprie creazioni dell’immaginazione -e non della fantasia, sono universali verità. Quale moltitudine di -significati e quale perpetua attualità ha la storia di Prometeo! -Oltre il suo principale valore, come primo capitolo della storia di -Europa, essa ci dà la storia della religione con qualche riferimento -intorno alla credenza delle età più tarde. Prometeo è il Gesù -della vecchia mitologia: egli è l’amico dell’uomo; egli sta tra -l’ingiusta «giustizia» dell’Eterno Padre e la schiatta dei mortali: -e sollecitamente ogni cosa sopporta a suo benefizio. Ma dove la sua -storia si stacca dal cristianesimo calvinistico e mostra lui come -sfidatore di Giove, essa rappresenta uno stato di mente che appare -dovunque la dottrina del teismo è appresa sotto una cruda forma -obbiettiva e pare l’autodifesa dell’uomo contro questa menzogna, -rivelantesi in uno scontento per la creduta esistenza d’un Dio, e in -un sentimento d’aggravio per la reverenza a Lui dovuta. Essa vorrebbe -involare, se potesse, il fuoco al Creatore e vivere separata da lui -ed indipendente. Il Prometeo Vinto è il romanzo dello scetticismo. -Nè meno vere sono per tutti i tempi le particolarità di quel superbo -apologo. Apollo custodì le greggi d’Admeto, dissero i poeti. Ogni -uomo è una divinità travestita, un dio che rappresenta la parte -dell’imbecille. Egli appare come gli insani angeli, che il cielo mandò -nel nostro mondo, i quali qui giunti intonano la loro musica nativa e -pronunziano ad intervalli le parole udite in cielo, finchè, tornata -la pazzia, essi istupidiscono e s’avvoltolano come cani. Quando gli -dei scendono fra loro non sono riconosciuti; Gesù non lo fu; Socrate -e Shakespeare non furono; Anteo fu soffocato dalla stretta di Ercole, -ma ogni qualvolta toccò la madre terra, il suo vigore si rinnovò. -L’uomo è il gigante abbattuto, ma in tutta la sua debolezza, sia il -suo corpo che la sua mente sono rinvigoriti dall’abito di conversare -con la natura. Il potere della musica, quello della poesia, di render -fluida e dar ali a tutta la solida natura, spiegano a lui l’enigma -d’Orfeo, che fu nella sua infanzia solo una vana fiaba. La percezione -filosofica dell’identità attraverso le infinite mutazioni della forma, -fa conoscere a lui il Proteo. Che cosa altro sono io, che risi e piansi -ieri e dormii la passata notte come un corpo morto e stamane mi alzai -e corsi? Che cosa vedo io in ogni parte, se non le trasmigrazioni -del Proteo? Io posso simbolizzare il mio pensiero, usando il nome -di qualsiasi creatura, di qualsiasi fatto, perchè ogni creatura è -uomo agente o paziente. Tantalo non è che un nome per voi e per me. -Tantalo significa l’impossibilità di bere le acque del pensiero, che -sono sempre raggianti ed ondeggianti nella visione dell’anima. La -trasmigrazione delle anime: anche ciò non è fiaba: io vorrei che fosse -tale, ma uomini e donne non sono che a metà umani. Ogni animale della -cascina, del campo e della foresta, della terra e delle acque, ha -trovato modo di stanziarsi e di lasciare l’impronta delle sue fattezze -e della sua forma, in uno o nell’altro di questi esseri eretti, che -parlano alzando il viso al cielo. Ah! fratello, tienti avvinto all’uomo -e tieni a segno la bestia: arresta il declinare della tua anima, -rifluente verso quelle forme, nel cui uso tu per molti anni indugiasti. -Pure vicino a noi è la vecchia favola della Sfinge, che seduta sul -margine della strada, poneva enimmi ad ogni viandante: S’egli non -sapeva rispondere, essa vivo l’inghiottiva, se rispondeva essa veniva -uccisa. Che cos’è la nostra vita se non un’infinita fuga di fatti e -di eventi alati? Con splendida varietà queste vicende giungono, tutte -ponendo questioni all’umano spirito. Chi non risolve con una superiore -saggezza questi fatti o queste questioni diviene schiavo. I fatti lo -vincolano, lo soggiogano e lo fanno l’uomo del senso, nel quale una -completa obbedienza ai fatti ha estinto ogni scintilla di quella luce, -per cui l’uomo è veramente uomo. Ma se l’uomo, fedele ai suoi migliori -istinti e sentimenti, rifugge il dominio dei fatti come colui che -scende da una più alta schiatta e rimane stretto alla sua anima, allora -i fatti cadono e ritornano al loro posto, riconoscono il loro signore -ed il più insignificante di essi lo glorifica. - -Vedete nell’Elena di Goethe lo stesso desiderio che ogni parola sia -una cosa. Queste figure, egli dice, questi Chironi, Griffoni, Elena e -Leda, sono qualche cosa e certamente esercitano una peculiare influenza -sulla mente. Pur così lontane, sono esse eterne entità, tanto reali -oggi come nella prima Olimpiade. E riflettendo su esse egli liberamente -scrive, secondo il suo carattere e dà ad esse corpo con la sua propria -immaginazione. E benchè questo poema sia vago e fantastico come un -sogno, pure è più attraente che la più regolare opera drammatica -dello stesso autore; per la ragione che solleva la mente dal solito -seguito d’imagini, desta l’invenzione e la fantasia del lettore con la -selvaggia libertà del disegno e con l’incessante succedersi di destri -colpi di scena. - -L’universale natura, troppo forte per la debole natura del bardo, siede -sul suo collo e scrive con le sue mani: cosicchè quando par ch’egli -esprima un semplice capriccio o un impetuoso romanzo, il risultato -è un’esatta allegoria. Per questo Platone disse che «i poeti dicono -grandi e saggie cose, che essi stessi non comprendono». Tutte le opere -di fantasia del medio evo sono un’oscura e bizzarra espressione di ciò -che la mente di quel periodo tentò di effettuare. La magia, e quanto è -ascritto ad essa, è manifestamente un profondo presentimento dei poteri -della scienza. Gli stivali di velocità, la spada affilata, il potere di -sottomettere gli elementi, di usare le segrete virtù dei minerali, di -comprendere la voce degli uccelli, sono gli oscuri sforzi della mente -verso una retta direzione. La straordinaria prodezza dell’eroe, il dono -della perpetua gioventù ed altre simili cose sono uguali allo sforzo -dello spirito umano di «piegare le sembianze delle cose ai desideri -della mente». - -Nel Perceforest e in Amadis di Gaula, un serto e una rosa fioriscono -sul capo di colei che è fedele e sfioriscono sulla fronte di colei che -è incostante. Nella storia del Ragazzo e del Mantello, anche un maturo -lettore può essere commosso da virtuosa gioia per il trionfo della -gentile Genalas: e, in verità, tutti i postulati degli annali della -magia: che alle Fate non garba d’esser nominate, che i loro doni sono -capricciosi e non degni di fiducia, e che colui che cerca un tesoro non -ne deve parlare e simili, io trovo esser veri in Concord, per quanti -essi possono esser in Cornovaglia o in Brettagna. - -È forse altrimenti nel più recente romanzo? Io leggo la Sposa -di Lamermoor. Sir William Ashton è una maschera per una volgare -tentazione; il Castello di Ravensvood è un gentil nome per -un’orgogliosa povertà, e la missione governativa all’estero è soltanto -un pretesto di Bugan per un onesto lavoro. Noi possiamo tutti annullare -una bolla che voglia distruggere il buono ed il bello col combattere -l’ingiusto ed il sensuale. Lucia Ashton è un altro nome per la fedeltà, -che è sempre bella e sempre soggetta alle calamità di questo mondo. - -Ma unitamente alla civile e metafisica storia dell’uomo, un’altra -storia procede, quella del mondo esterno, con la quale egli non -è meno strettamente legato. Egli è il compendio del tempo; egli è -anche il correlativo della natura. Il potere dell’uomo consiste nella -moltitudine delle due affinità, nel fatto che la sua vita è intrecciata -con l’intera catena dell’essere organico ed inorganico. Nell’età -dei Cesari, in Roma, procedevano dal Foro le grandi vie del nord, -del sud, dell’est, dell’ovest, verso il centro di ciascuna provincia -dell’impero, rendendo ciascuna città della Persia, della Spagna, della -Brettagna, penetrabile ai soldati della capitale: così dall’umano -cuore partono vie al cuore di ciascun oggetto di natura, per ridurlo -sotto il dominio dell’uomo. Un uomo è un fascio di relazioni, un modo -di radici, il cui fiore e frutto è il mondo. Tutte le sue facoltà -si collegano a nature fuori di lui, tutte le sue facoltà predicono -il mondo che egli deve abitare, come le pinne dei pesci predicono -l’esistenza dell’acqua o come le ali d’un’aquila in germe presuppongono -un «medium» chiamata aria. Isolatelo e voi lo distruggete. Egli non può -vivere senza un mondo. Rinserrate Napoleone in un’isola; fate che le -sue facoltà non trovino uomini da dominare, alpi da valicare, poste da -scommettere ed egli batterà l’aria ed apparirà stupido. Trasportatelo -in un grande paese, con densa popolazione, con complessi interessi, con -potere avverso, e voi vedrete che l’uomo Napoleone, inceppato da tali -condizioni, non è il Napoleone virtuale. Questi non è che l’ombra di -Talbot: - -«La sua sostanza non è qui, perchè ciò che voi vedete non è che la più -piccola parte e la minore porzione d’umanità; ma se fosse qui il suo -intiero essere, esso è di tale immensa grandezza, che il vostro tetto -non sarebbe sufficiente a contenerlo.[1] - -Colombo abbisogna di un pianeta verso cui dirigere la sua rotta. -Newton e Laplace abbisognano di miriadi di età e di immense aree -celestiali. Si può dire che un sistema solare gravitante è di già -profetizzato in natura dalla mente di Newton. Non meno ripromettono -le leggi dell’organizzazione, i cervelli di Davy e di Gay-Lussac, fin -dalla fanciullezza ricercando sempre le affinità e repulsioni delle -molecole. L’occhio dell’embrione umano non predice la luce? L’udito -di Händel non predice l’arte dei suoni? Le industriose dita di Watt, -Fulton, Whittemore, Arkwright, non predicono la temperabile e fusibile -tessitura dei metalli, la proprietà della pietra, dell’acqua e del -legno? I graziosi attributi della bambina non predicono le raffinatezze -e gli ornamenti della società civile? Anche qui noi ricordiamo l’azione -dell’uomo sull’uomo. Una mente potrebbe stillare il suo pensiero per -anni ed anni e non guadagnare tanta auto-conoscenza quanta la passione -dell’amore ad essa insegnerà in un giorno. Chi conosce se stesso prima -di essere, con indignazione, colpito da un oltraggio o prima di aver -udito una lingua eloquente o d’aver partecipata al battito di mille -cuori in un’esultanza od allarme nazionale? Nessun uomo può precorrere -la sua esperienza o indovinare quale facoltà o sentimenti un nuovo -oggetto potrà destare in lui, più di quanto egli possa tratteggiare -oggi, il viso d’una persona che egli vedrà domani per la prima volta. - -Io non mi farò forte ora dell’affermazione generale per indagare la -ragione di questa corrispondenza. Basti che sotto la luce di questi -fatti, che, cioè, la mente è una sola e che la natura è la sua -corrispondente, la storia venga letta e scritta. - -Così in tutti i modi l’anima concentra e riproduce i suoi tesori per -ogni novello scolaro. Egli pure passerà attraverso l’intero ciclo -dell’esperienza. Egli raccoglierà in un fuoco i raggi della natura. La -storia non sarà più un libro noioso; essa camminerà incarnata in ogni -uomo giusto e saggio. Voi non mi direte in lingue e titoli diversi -un catalogo dei volumi letti. Voi mi farete sentire quali periodi -voi avete vissuti. Un uomo sarà il tempio della Fama: egli camminerà -come quella dea che i poeti hanno descritta, in una veste ricamata -di eventi meravigliosi e di dottrine; la sua propria forma e le sue -fattezze saranno quella variegata veste. Io troverò in lui il mondo -primitivo; nella sua fanciullezza l’età d’oro; il frutto della scienza; -la spedizione degli argonauti; la chiamata di Abramo; la costruzione -del tempio; la venuta di Cristo; l’età media; il rinascimento, la -riforma; le scoperte delle terre nuove; l’apparire delle nuove scienze -e dei nuovi orizzonti aperti all’uomo. Egli sarà il sacerdote di -Pan, e porterà con sè nelle umili capanne la benedizione delle stelle -mattutine e tutti i ricordati benefizi del cielo e della terra. - -V’è qualchecosa di troppo presuntuoso in questa pretesa? Allora io -disdico tutto ciò che ho scritto, poichè a che cosa serve il pretendere -di sapere ciò che noi non conosciamo? Ma è per una lacuna della nostra -rettorica che noi non possiamo fortemente affermare un fatto senza -parere di calunniarne un altro. Io tengo la nostra attuale scienza in -pochissima stima. Udite i topi nel muro, guardate la lucertola sulla -siepe; i funghi sotto i vostri passi; i licheni sul tronco. Che cosa -so io intorno a qualsiasi di questi mondi di vita simpaticamente e -moralmente? Così a lungo come l’uomo del Caucaso, più a lungo forse, -queste creature hanno tenuto i loro concilii vicino a lui e non v’è -ricordo di alcuna parola e di alcun segno passato fra essi. Ancora, che -cosa ricorda la storia degli annali metafisici dell’uomo? Quale luce -versa essa su questi misteri, che noi veliamo sotto il nome di Morte -ed Immortalità? Ancora, ogni storia dovrebbe scriversi con una veggenza -che divinasse il cerchio delle nostre affinità e ci presentasse i fatti -sotto luce di simboli. Io sono vergognoso di constatare che la nostra -così detta storia è un futile racconto di villaggio. Quante volte noi -dobbiamo dire Roma e Parigi e Costantinopoli! Che cosa sa Roma del -topo e della lucertola? Che cosa sono le Olimpiadi e i Consolati per -questi esseri a noi vicini? Oltre a ciò quale alimento od esperienza -o soccorso rappresentano essi per i pescatori di foche esquimesi, -per il Kanàka nella sua canoa, per il caricatore di bastimenti, per -il facchino? Più ampi e più profondi noi dobbiamo scrivere i nostri -annali, partendo da una riforma etica, da un influsso della coscienza -sempre rinnovata, sempre salutare, se noi vogliamo più francamente -esprimere la nostra centrale natura, invece di questa vecchia -cronologia di egoismo e di superbia, alla quale noi, per troppo lungo -tempo, abbiamo dato i nostri occhi. Quel giorno già esiste per noi, -esso brilla di già su noi, impensatamente; ma il cammino delle scienze -e delle lettere non è il penetrare nella natura, ma piuttosto il -partirsi da essa. L’idiota, l’indiano, il ragazzo e l’incolto fanciullo -del contadino, s’avvicinano a ciò e lo comprendono molto più che non -l’anatomico e l’antiquario. - - - - -SECONDO SAGGIO - -LA FIDUCIA IN SE STESSO - - -Io lessi l’altro giorno alcuni versi scritti da un eminente pittore, -che erano originali e non convenzionali. L’anima, qualunque sia il -soggetto, sente sempre in essi un ammonimento ed il sentimento che -essi instillano ha maggior valore di qualunque pensiero essi possano -contenere. Credere nel vostro proprio pensiero, credere che ciò che -è vero per voi, nella nostra segreta anima, è vero per tutti gli -uomini, questo è il genio. Dite la vostra convinzione latente ed essa -sarà il senso universale; poichè quanto è interiore diviene a tempo -debito esteriore, e il nostro primo pensiero ci è ritornato dalle -trombe del giudizio universale. Il più alto merito che noi ascriviamo -a Mosè, a Platone, a Milton è d’esser famigliari a ciascun uomo -come la voce della mente, poichè essi annullano libri e tradizioni -e dicono, non ciò che gli uomini, ma ciò che essi stessi pensarono. -Un uomo dovrebbe imparare a scoprire e ad osservare quel raggio -di luce che irrompe dall’interno, a traverso la sua mente, più che -ad osservare la luminosità del firmamento, dei bardi e dei saggi; -invece egli abbandona, senza riguardo, il suo pensiero, solo perchè -è suo. Noi ritroviamo, in ogni opera di genio, dei pensieri, che -noi abbiamo rifiutati ed essi ritornano a noi con un certo senso di -maestà scacciata. Le grandi opere d’arte non hanno per noi maggior -insegnamento di questo: esse ci insegnano ad aderire alle nostre -impressioni spontanee, con serena inflessibilità, specialmente quando -l’intiero coro delle voci è dalla parte opposta. Altrimenti domani uno -straniero ci dirà, con un buon senso magistrale, precisamente ciò che -noi abbiamo pensato e sentito da lungo tempo, e noi saremo obbligati a -riprendere, con vergogna, la nostra propria opinione da un altro. - -V’è un’epoca nell’educazione di ciascun uomo, nella quale egli -giunge alla convinzione che l’invidia è ignoranza; che l’imitazione -è suicidio; che egli deve prender se stesso per il meglio e per il -peggio, come sua propria parte; che sebbene l’ampio universo è pieno di -bene, nessun chicco di frumento può giungere a lui, se non attraverso -il suo lavoro, duramente compiuto su quel pezzo di terreno, che gli -è stato dato a coltivare. Il potere che risiede in lui è nuovo in -natura, e nessuno, all’infuori di lui, sa ciò che egli può fare, nè -egli stesso lo sa finchè non ha tentato. Non per nulla un viso, un -carattere, un fatto, fa su lui molta impressione ed un altro nessuna: -e questa impressione nella memoria non è senza armonia prestabilita. -L’occhio fu posto dove un raggio deve cadere, come testimonianza di -quel particolare raggio. Coraggiosamente lasciategli dire l’ultima -parola della sua confessione; poichè noi ci esprimiamo solamente a -metà, e siamo vergognosi di quella idea divina, che ognuno di noi -rappresenta. Si può avere in essa assoluta fiducia e stimarla atta a -buoni risultati e crederla lealmente concessa, ma Dio non permetterà -che la sua opera sia fatta manifesta ai codardi. È necessario un uomo -divino per esporre alcunchè di divino; un uomo è sereno e lieto quando -ha posta la sua anima nella sua opera ed ha fatto del suo meglio; ma -ciò che egli ha detto o fatto altrimenti, non gli darà pace; l’aver -compiuta l’opera non lo ristora affatto e nel tentativo il suo genio -l’abbandona; nessuna Musa, nessun accorgimento, nessuna speranza lo -soccorrono. Abbiate fiducia in voi stessi, accettate il posto che -la divina Provvidenza vi ha assegnato: vale a dire la società dei -vostri contemporanei, la connessione degli eventi. I grandi uomini -hanno sempre fatto così e si sono confidati come bambini al genio -della loro età, palesando l’intuizione dell’Eterno moventesi nel loro -cuore, operante per mezzo delle loro mani, predominante in tutto -l’essere loro. E noi siamo ora uomini e dobbiamo accettare con la -più alta volontà lo stesso trascendente destino, nè dobbiamo rimanere -rannicchiati in un angolo, nè essere dei codardi fuggenti dinnanzi ad -una rivoluzione; ma dobbiamo essere dei redentori e dei benefattori; -e pii aspiranti ad essere della nobile creta, plastica sotto gli -sforzi dell’Onnipotente, avanziamoci sempre più di fronte al Caos e -l’Ignoto. La natura ci dà, a questo proposito, con i visi e la condotta -dei fanciulli, dei bimbi e perfino degli animali, dei meravigliosi -ammonimenti. Essi non hanno nè una mente scomposta e ribelle, nè -un sentimento di diffidenza, perchè essi non conoscono la nostra -aritmetica, che ha computato la forza, ed i mezzi contrari al nostro -proposito. La loro mente è intatta, il loro occhio è ancora indomito; -e quando noi guardiamo i loro visi, rimaniamo turbati. L’infanzia si -uniforma a nessuno; tutti si uniformano ad essa; cosicchè comunemente -un bimbo tiene fronte a quattro o cinque adulti, che scherzano e -giocano con lui. In ugual modo Dio ha munito la gioventù e la pubertà -e la virilità d’una sua propria arguzia, d’un suo proprio fascino e -l’ha fatta individuale e graziosa, e i diritti di ciascuna non saranno -posti da banda, se ciascuna starà da sè. Non pensate che la gioventù -non abbia forza alcuna, perchè non può parlare a voi e a me. Zitti! -chi parla nell’altra camera in modo così chiaro e così baldanzoso? -Santo Cielo! È lui, è quel miracolo di modestia e di calma, che per -settimane intiere non ha fatto altro che mangiare quando voi eravate -vicino e che ora mette fuori queste parole, come rintocchi di campane! -Sembra che egli sappia come parlare ai suoi contemporanei; timido od -audace, dunque, egli saprà come rendere noi, più vecchi, completamente -inutili. La noncuranza dei ragazzi, che sono sicuri d’un pranzo, e -che sdegnerebbero, come un lord, di fare o di dire qualsiasi cosa -per conciliarsi con qualsivoglia, è l’affermazione dell’attitudine -vigorosa della natura umana. Come è padrone della società un ragazzo! -Indipendente, irresponsabile, guardando dal suo cantuccio egli giudica -a seconda dei meriti tutta la gente ed i fatti che passano, con quel -modo rapido e sommario proprio dei ragazzi, come: buono, cattivo, -interessante, stupido, eloquente, noioso. Egli non si preoccupa mai -delle conseguenze e dei vantaggi: egli dà un verdetto indipendente e -genuino. Voi dovete corteggiare lui, egli non corteggia voi: l’uomo è -incatenato dalla sua consapevolezza. Così tosto come egli ha parlato -o fatto qualchecosa con successo, egli è persona condannata, guardata -dalla simpatia o dall’odio di cento, i cui affetti ora devono entrare -nel suo capo d’accusa! Non vi è Lete per questo. Ah! se egli potesse -di nuovo ritornare alla sua indipendenza neutrale, simile a quella d’un -Dio! Chi, avendo perduta ogni quiete ed avendo osservato, può osservare -ancora dall’alto della stessa innocenza semplice, incorrotta e -impassibile, dev’essere formidabile e deve sempre attirare l’attenzione -del poeta e dell’uomo; e certo la potenza di tale giovinezza immortale -sarebbe sentita. Essa manifesterebbe opinioni su tutti gli affari -che passano, opinioni che non apparendo personali, ma necessarie, -si conficcherebbero come freccie nell’orecchio degli uomini e -genererebbero in essi il terrore. - -Queste sono le voci che noi udiamo nella solitudine, ma che diventano -deboli ed inintelligibili, quando noi entriamo nel mondo. La società, -ovunque, è in cospirazione contro la virilità di ciascuno dei suoi -membri; essa è una società in accomandita, nella quale i soci, per -meglio assicurare il pane ad ogni azionista, son d’accordo nel vendere -la libertà e la coltura del mangiatore. La virtù più ricercata è la -conformità: la fiducia in se stesso è il suo contrario. Quella non ama -le realtà e i creatori, ma i nomi e le consuetudini. - -Chiunque vuol essere un uomo, dev’essere un non-conformista. Colui -che vuol raccogliere le palme immortali non dev’essere imbarazzato -dal nome del bene, ma deve ricercare se v’è realmente il bene. Nulla -infine è sacro, all’infuori dell’integrità della nostra propria mente. -Assolvetevi da voi stessi, e voi avrete il suffragio del mondo. Io -mi ricordo d’una risposta, che, quand’ero molto giovane, diedi ad -un ammonitore, che aveva l’abitudine d’importunarmi con le vecchie -e care dottrine della chiesa. Io dissi: «Che cosa ho io a vedere con -la santità delle tradizioni, se io traggo interamente la mia vita dal -mio interno?» Il mio amico ribattè: «Ma questi impulsi possono venire -dal basso e non dall’alto»: io risposi: «essi non mi sembrano esser -tali, ma se io sono figlio del diavolo, io trarrò la mia vita dal -diavolo». Nessuna legge può esser sacra per me, eccetto quella della -mia natura. Il bene ed il male sono soltanto dei nomi, molto facilmente -trasferibili da questo a quello; soltanto è retto ciò che si adatta -alla mia costituzione, soltanto è ingiusto ciò che è contrario. Un -uomo deve comportarsi di fronte ad ogni opposizione, come se ciascuna -di esse fosse effimera. Io sono mortificato nel pensare come noi -facilmente capitoliamo davanti a segni e a nomi, davanti a grandi -società ed a molte istituzioni. Ogni individuo decente e un po’ noto mi -interessa e mi preoccupa più del lecito. Io vorrei procedere diritto e -gagliardo e dire rudemente la verità in tutti i modi. Se la malizia e -la vanità indossano la divisa della filantropia dovrò io tacere? Se un -bigotto collerico prende le difese della generosa causa dell’Abolizione -e viene da me con le ultime notizie delle isole Barbadoas, perchè non -dovrei io dirgli: «va, ama il tuo bambino, il tuo spaccalegna: abbi -una natura buona e modesta. Abbi grazia e non mascherare mai la tua -ambizione indurita e incaritatevole, sotto questa incredibile tenerezza -per dei negri distanti migliaia di miglia. Il tuo amore lontano è -rancore in casa?» Tale contegno sarebbe ruvido e sgarbato, ma la verità -è più bella che la simulazione dell’Amore. La vostra bontà deve avere -un filo tagliente altrimenti è nulla. - -La dottrina dell’odio dev’essere predicata, come opposizione alla -dottrina dell’Amore, quando questa vagisce e piagnucola. - -Io evito mio padre e mia madre, mia moglie e mio fratello, quando il -mio genio mi chiama. Io vorrei scrivere sul limitare della mia porta: -«capriccio». Io spero che sia qualchecosa di più infine, ma noi non -possiamo spendere la giornata in spiegazioni. Non attendete ch’io vi -dica perchè io cerco o fuggo la compagnia; nè parlatemi, come un buon -uomo fece oggi, del mio obbligo di mettere tutti i poveri in buone -condizioni. Sono essi i miei poveri? Io ti dico, o stupido filantropo, -che io lesino il dollaro, il centesimo e il millesimo, che io dò a -coloro che non mi appartengono ed ai quali io non appartengo. Vi è -una classe di persone dalla quale io sono comperato e venduto per -certe affinità spirituali, e per cui io andrei in prigione, se fosse -necessario; ma le vostre carità popolari, la costruzione di ricoveri -per il vano scopo per il quale sono costrutti; le elemosine agli -stupidi e le 10.000 società di soccorsi...! Io confesso con vergogna -che talvolta mi arrendo, e dò il dollaro, ma è un dollaro malvagio, che -dopo qualche tempo avrò il coraggio di ritirare. - -Le virtù sono, secondo il giudizio popolare, piuttosto l’eccezione -che la regola. V’è l’uomo e le sue virtù. Gli uomini fanno, ciò che -è chiamata una buona azione nello stesso modo con cui pagherebbero -una multa, in espiazione di un’assenza al giornaliero ufficio. Essi -compiono le loro opere come scusa e attenuante del loro vivere nel -mondo, allo stesso modo che gli invalidi ed i pazzi pagano un’alta -pensione: le loro virtù sono delle penitenze. Io invece non desidero di -espiare, ma di vivere: la mia vita non è una scusa, ma una vita; essa -è per se stessa e non per uno spettacolo. Io preferisco maggiormente -che essa sia d’un livello più basso, ma genuina ed uguale, piuttosto -che brillante e mal ferma: io desidero ch’essa sia sana e dolce e che -non abbisogni di dieta e di dissanguamento: la mia vita dovrebbe essere -unica, dovrebbe essere un’elemosina, una battaglia, una conquista, -una medicina. Io domando innanzi tutto l’attestazione che voi siete un -uomo e vi ricuso di trasferire questa attestazione, dall’uomo alle sue -azioni. Io non faccio alcuna differenza tra il compiere o no quelle -azioni che sono considerate eccellenti. Io non acconsento di pagare -come privilegio, ciò che ho come intrinseco diritto. Io attualmente -sono e, per quanto piccole e scarse siano le mie doti, non abbisogno -per la mia sicurezza o per quella dei miei simili, di qualsiasi -secondaria testimonianza. - -Ciò che io devo fare è tutto ciò che mi concerne, e non ciò che la -gente pensa. Questa regola, ugualmente ardua nella vita dell’azione -e dell’intelletto, può servire per la completa distinzione tra -la grandezza e la pochezza. Essa è più molesta, perchè voi sempre -troverete coloro, che credono di sapere qual’è il vostro dovere, meglio -di quanto non lo sappiate voi stessi. È facile nel mondo vivere secondo -l’opinione del mondo; è facile in solitudine vivere secondo la nostra -propria opinione; ma il grande uomo è colui che nel mezzo della folla -mantiene con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine. - -La ragione per non conformarsi ad usi ormai morti per voi, è che -ciò disperde la vostra forza, spreca il vostro tempo e intorpidisce -l’impronta del vostro carattere. Se voi sostenete una chiesa morta, -se contribuite ad una consunta società biblica, se votate con un -gran partito per il governo o contro di esso, ecc. io difficilmente -distinguerò, sotto questi vari aspetti, quale vero tipo d’uomo voi -siate, e naturalmente altrettanta forza sarà tolta dalla vostra propria -vita. Fate invece quanto vi spetta ed io vi conoscerò. Eseguite le -vostre opere, e voi vi rinforzerete. Un uomo deve considerare qual -giuoco o quale mosca-cieca sia questo della conformità. - -Se io conosco la vostra sétta, io prevengo i vostri argomenti. Io -sento annunziare da un predicatore, come argomento d’una sua lettura, -l’utilità di una delle istituzioni della sua chiesa. Ora non so io -anticipatamente che egli non può possibilmente dire una parola nuova -e spontanea? Non so io che con tutta questa ostentazione di esaminare -i fondamenti dell’istituzione, egli non farà tale cosa? Non so io che -egli è impegnato con se stesso ad osservar la cosa da un solo lato, -il lato permesso, e non come uomo, ma come ministro di una parrocchia? -Egli è semplicemente un patrocinatore pagato e questi modi da tribunale -sono la più vuota affettazione. Ora la più parte degli uomini hanno -bendati i loro occhi con un fazzoletto od altro, e si sono stretti a -qualcuna di queste comunità di opinioni. Questa conformità li fa falsi -e non solo in poche particolari cose, ma falsi in tutti i particolari. -Ogni loro verità non è completamente loro. Il loro «due» non è il «due» -reale, il loro «quattro» non è il «quattro» reale: cosicchè ogni parola -ch’essi dicono ci dà pena e noi non sappiamo dove cominciare per metter -loro dalla parte della ragione. - -Intanto la natura non è lenta nel vestirci con la carceraria uniforme -del partito, cui noi apparteniamo. Noi veniamo ad avere un solo -taglio di viso e di figura ed acquistiamo gradatamente la più gentile -espressione asinina. Vi è un’esperienza mortificante in specie, che -non manca di tuffar se stessa anche nella storia generale; io intendo -dire «la faccia goffa della lode», il forzato sorriso che noi usiamo -in società, dove non ci troviamo a nostro agio, in risposta ad una -conversazione che non ci interessa. I muscoli non mossi spontaneamente, -ma da una bassa caparbietà invadente, s’irrigidiscono verso la linea -esterna del viso e producono la più sgradevole sensazione, — sensazione -di biasimo e di congedo, che nessun giovine coraggioso soffrirà due -volte. - -Per la non conformità il mondo vi flagella con la sua collera. E -pertanto un uomo deve sapere come valutare una faccia scontrosa. Gli -astanti lo guardano di sbieco nella via o nel salotto dell’amico. -Se questa avversione avesse la sua origine in un dissenzio, e in una -resistenza uguali alla sua, egli potrebbe ben ritornare a casa con un -viso triste; ma i visi scontrosi della moltitudine, come i visi dolci, -non hanno una motivazione profonda, — celano nessun Dio, ma vanno e -vengono a seconda del vento, o d’un giornale. Pure lo scontento della -moltitudine è più formidabile di quello del Senato e del Collegio. È -facile abbastanza, per un uomo saldo ed esperto, sfidare la collera -delle classi elevate: essa è decorosa e prudente; poichè quelle sono -timide in causa della loro grande vulnerabilità; ma, quando alla -loro collera femminea s’aggiunge l’indignazione del popolo; quando -gli ignoranti ed i poveri si sono destati; quando la forza bruta, -cieca, che giace al fondo della società, mugola, è necessario l’uso -della magnanimità e della religione per trattarla dall’alto, come un -incidente senza importanza. - -L’altro terrore che ci tien lontani dalla fiducia in noi stessi è -la nostra propria coerenza, vale a dire una riverenza per le nostre -azioni o parole passate, che servono agli altri per calcolare la nostra -orbita, e che noi siamo renitenti a deludere. - -Ma perchè vorreste voi tenere il vostro capo sulle vostre spalle? -perchè portare in giro questo mostruoso corpo morto della vostra -memoria, per timore di contraddire qualchecosa che voi avete affermato -in questo o in quel luogo pubblico? Supponete di contraddirvi: che cosa -allora? Sembra essere una regola di saggezza quella di mai confidare -sulla vostra sola memoria o su fatti di pura memoria, ma il portare il -passato per il giudizio del presente dai mille occhi, e vivere sempre -in un giorno nuovo. Confidate nella vostra emozione. Voi avete negato, -nella vostra metafisica, una personalità alla divinità; pure quando un -senso devoto dell’anima v’assale, arrendetevi ad esso, corpo ed anima, -anche se deve rivestire Dio in forma e colore. Lasciate la vostra -teoria, come Giuseppe il suo mantello nelle mani della prostituta, e -fuggite. - -Una stolta coerenza è il fantasma delle piccole menti, adorato dai -piccoli uomini di stato, dai filosofi e dai sacerdoti. Una grande anima -ha semplicemente nulla da fare con essa, altrimenti potrebbe affannarsi -della sua propria ombra sul muro. Chiudete le vostre labbra, cucitele -con dello spago; oppure se voi volete essere un uomo, dite ciò che -pensate oggi, in parole così aspre come palle di cannone e dite, ciò -che domani penserete, in parole altisonanti di nuovo, sebbene esse -contraddicano tutto quanto avete detto oggi. «Ah! allora — esclameranno -le signore di età — voi sarete sicuro di essere malinteso!» — -Malinteso?! — Ecco una parola del perfetto demente. È così terribile -dunque essere malinteso? Pitagora, fu malinteso, e Socrate, e Gesù, e -Lutero, Copernico e Galileo, Newton e ogni spirito puro e saggio che -sia mai esistito. Esser grande vuol dire esser malinteso. - -Io suppongo che nessun uomo può violare la sua natura. Tutte le punte -della sua volontà sono ammorbidite dalle leggi del suo essere, come -la disuguaglianza delle Ande e dell’Hymalaya sono insignificanti -nella curva della sfera terrestre. Nè ha importanza alcuna, come voi -misuriate e proviate questa natura. Un carattere è come un acrostico -o una stanza di versi alessandrini; — leggetelo dal basso, dall’alto -o di traverso, esso dice la stessa cosa. In questa vita piacevole e -malinconica dei boschi, che Dio mi concede, lasciatemi ricordar giorno -per giorno il mio onesto pensiero, senza prospettiva o retrospettiva, -e senza dubbio esso apparirà simmetrico, sebbene io non l’intenda e non -lo veda. Il mio libro odorerà di fiorì e ronzerà d’insetti. La rondine -sopra la mia finestra intesserà, nella trama del mio stile, quel filo o -quella pagliuzza, che porta nel suo becco. Noi passiamo attraverso ciò -che siamo: Il carattere ammaestra al di là delle nostre volontà. Gli -uomini immaginano di manifestare le loro virtù ed i loro vizi, soltanto -con azioni palesi; e non s’avvedono che le une e gli altri emettono un -alito ad ogni momento. - -Non temiate mai di non essere coerenti in una varietà qualsiasi -di azioni: perchè le azioni siano armoniche, per quanto dissimili -possano sembrare, basta che ognuna di esse sia naturale e onesta -nel suo momento. Queste varietà svaniscono quando sono vedute anche -ad una piccola distanza, o ad una piccola altezza di pensiero; una -sola tendenza le unisce tutte. Il viaggio del miglior bastimento è -una linea a zigzag, composta di centinaia di rotte; ma questo non è -che un criticismo microscopico: guardate invece la linea in distanza -sufficiente e vedrete la sua tendenza a diventare una linea retta. -La vostra azione genuina esplicherà se stessa e spiegherà le altre -vostre azioni genuine. La vostra conformità non ispiega nulla; agite -separatamente e ciò che voi avete di già fatto separatamente, vi -giustificherà ora. La grandezza s’appella sempre al futuro. Se io posso -essere grande abbastanza per agire rettamente e per disprezzare gli -sguardi altrui, io devo aver operato prima, tanto rettamente da potermi -difendere oggi. Avvenga quel che vuole, conducetevi rettamente ora. -Sprezzate sempre le apparenze, e sempre voi lo potrete. La forza del -carattere è cumulativa; tutti i virtuosi giorni passati contribuiscono, -con il loro vigore, a questo giorno. Che cosa è che forma la maestà -degli eroi, del senato e dei campi di battaglia, che così riempie la -nostra immaginazione? La consapevolezza di un séguito di grandi giorni -e di grandi vittorie. Questi rimangono e versano la loro luce compatta -sull’attore che si avanza. Egli è seguito come da una scorta d’angeli, -visibili all’occhio di ciascun uomo. Ecco ciò che forma il tuono della -volontà di Chatham, la dignità nel portamento di Washington e l’America -nell’occhio di Adams. L’onore è venerabile per noi, perchè non è una -cosa effimera, ma sempre un’antica virtù. Noi lo adoriamo oggi, perchè -esso non è dell’oggi. Noi lo amiamo e veneriamo perchè esso non è un -agguato per il nostro amore e il nostro omaggio, ma è indipendente, -autogeno, e pertanto di antico ed immacolato lignaggio, anche se si -palesa in una giovine persona. - -Io spero che noi avremo udito in questi giorni, per l’ultima volta, -parlar di conformità e di coerenza. Lasciamo queste parole per -l’avvenire in preda ai giornali e al ridicolo. Invece del gong per -il pranzo, udiamo uno zufolo dal flauto spartano. Non inchiniamoci -più e non facciamo scuse, mai più. Un grande uomo viene a pranzo, a -casa mia: io non desidero di piacergli: io desidero ch’egli desideri -di piacermi. Io rimarrò, per benignità; e benchè io voglia far cosa -gentile, io vorrei sopratutto far cosa vera. Affrontiamo e reprimiamo -la morbida mediocrità, e lo squallido accontentarsi dei tempi, e -gettiamo in viso al costume, alle occupazioni e al potere, ciò che è il -risultato di tutta la storia: che v’è un grande pensatore ed un attore -responsabile, che si muove ovunque s’agita un uomo; che un vero uomo -appartiene a nessun tempo o luogo, ma è il centro delle cose. Dove egli -è, è la natura. Egli misura voi e tutti gli uomini, e tutti gli eventi. -Voi siete obbligato ad accettare la sua bandiera. Comunemente, nella -società ogni persona ci ricorda qualche cosa altro o qualcun altro. -Il carattere, invece, vi ricorda null’altro: Esso prende il posto -dell’intiera creazione. L’uomo dev’essere tanto grande, da rendere -tutte le circostanze indifferenti, — mettere tutti i mezzi nell’ombra. -Questo sono e ciò fanno i grandi uomini. Ogni vero uomo è una causa, -un paese, ed un’età; egli richiede infiniti spazi ed innumerevoli -anni, per attuare pienamente il suo pensiero — e la posterità pare che -ne segua i passi come una processione. Un uomo, Cesare, nasce, e per -molti secoli dopo, noi abbiamo un impero romano. Cristo nasce e milioni -di menti, in tal modo, crescono e si legano al suo genio, ch’egli è -confuso con la virtù e la possibilità d’esser uomo. Un’istituzione non -è che l’ombra allungata d’un solo uomo; così è della riforma di Lutero; -del Quakerismo di Fox; del metodismo di Wesley; dell’abolizione di -Clarkson. Milton chiamò Scipione il «culmine di Roma» e tutta la storia -si risolve molto facilmente nella biografia di poche persone impetuose -e forti. - -L’uomo conosca adunque il suo valore e tenga le cose sotto i piedi. Non -_spii_ e non _rubi_ nel mondo che esiste per lui, non rasenti il muro -come un trovatello, un bastardo od un intruso. Ma l’uomo non trovando -lungo la strada alcun valore in se stesso, che corrisponda alla forza -che costrusse una torre o che scolpì un Dio di marmo, si sente meschino -nel contemplarli. Per lui un palazzo, una statua o un libro costoso -hanno un aspetto straniero e minaccioso, molto simile a quello d’una -sfarzosa vettura, e sembrano dirgli: «Chi siete voi, signore?» Eppure -essi sono suoi, sono richiami alla sua attenzione, sono appelli alle -sue facoltà, affinchè esse vengano fuori e ne prendano possesso. -Il quadro attende un mio verdetto; esso però non mi comanda, ma io -stabilisco i suoi diritti alla lode. La favola popolare di quel babbeo, -che raccolto ubbriaco fradicio nella strada, e messo nel letto del -duca, fu trattato al suo svegliarsi con la più ossequiosa reverenza, e -fu fatto persuaso d’esser stato pazzo, deve la sua popolarità al fatto -che esso bene simbolizza lo stato dell’uomo, che in questo mondo è una -specie d’imbecille, il quale di tanto in tanto si scuote, esercita la -sua ragione, e si sente vero principe. - -Il nostro modo di leggere è da mendicante e da adulatore. Nella storia, -la nostra imaginazione si ride di noi e ci rappresenta il falso. Regno -e principato, potere e stato, sono dei nomi più grandiosi che i privati -nomi di Giovanni ed Edoardo, in una piccola casa, in un comune giorno -di lavoro: mentre le cose della vita sono uguali per entrambi e la -somma totale di entrambi è la stessa. Perchè tutta questa deferenza -verso Alfredo e Scanderberg e Gustavo? Supponiamo che essi siano stati -virtuosi: hanno forse essi esaurita la virtù? Quando i semplici uomini -agiranno con dei grandi ideali, la fama si trasferirà dalle azioni dei -re a quelle dei privati. - -Il mondo è stato invero istrutto dai suoi re, che hanno così -magnetizzato gli occhi delle nazioni. Da questo simbolo colossale fu -appresa la mutua riverenza dovuta da uomo a uomo. La lieta costanza, -colla quale gli uomini hanno ovunque permesso al re, al nobile o al -grande proprietario, di stabilire una propria legge; di stabilire -una propria gerarchia di uomini e di cose, annullando la loro; di -compensare i benefizi non con denaro ma con onori; di rappresentarne la -legge nella propria persona, — fu il geroglifico, per mezzo del quale -essi oscuramente significarono la coscienza del proprio diritto, e -della propria grandezza, che sono i diritti di ogni uomo. - -Il magnetismo, che ogni azione originale esercita, si spiega quando -noi cerchiamo la ragione dell’auto-fiducia. Chi è il mallevadore? -Qual è l’io aborigeno, sul quale una fiducia universale può essere -fondata? Quale è la natura ed il potere di quella stella eludente -la scienza, senza paralasse, senza elementi di calcolo, che illumina -d’un raggio di bellezza le stesse azioni triviali ed impure, quando -il più piccolo segno d’indipendenza appare? Questa ricerca ci conduce -a quella sorgente che è allo stesso tempo l’essenza del genio, -l’essenza della virtù, e l’essenza della vita, e che noi denominiamo -Spontaneità o Istinto. Noi indichiamo questa sapienza primitiva col -nome di intuizione, mentre ogni ulteriore conoscenza è insegnamento. -Tutte le cose trovano la loro comune origine in quella forza profonda, -in quell’ultimo fatto, al di là del quale l’analisi non può andare. -Poichè, il senso dell’essere, che nelle ore calme s’innalza, non -sappiamo come, nell’anima, non differisce dalle cose, dallo spazio, -dalla luce, dal tempo, dall’uomo; anzi è una sola cosa con essi e -procede chiaramente dalla stessa sorgente, donde deriva la loro vita ed -il loro essere. Noi dapprima facciamo parte della stessa vita, per la -quale le cose esistono, e dopo osservando queste come semplici aspetti -della natura ci dimentichiamo d’aver partecipato della medesima causa. - -Ecco la fonte dell’azione e del pensiero: ecco il soffio di quella -ispirazione che dà all’uomo la sapienza, di quella ispirazione che non -può essere negata senza empietà ed ateismo. Noi stiamo nel grembo di -un’infinita intelligenza, che fa di noi gli organi della sua attività -ed i custodi della sua verità. Quando discerniamo la giustizia, quando -discerniamo la verità, noi nulla facciamo non da noi stessi, ma apriamo -un passaggio ai suoi raggi. Se noi domandiamo donde questo procede, se -noi cerchiamo d’indagare nell’anima quelle cause, tutta la metafisica e -tutta la filosofia cade in errore. Tutto ciò che noi possiamo affermare -è la sua presenza o la sua assenza. Ogni uomo distingue esattamente -gli atti volontari della sua mente dalle sue percezioni involontarie, -e sa che un profondo rispetto è ad esse dovuto. Egli può errare -nell’espressione di esse, ma egli sa che non possono essere discusse, -che sono così, come il giorno e la notte. Le mie azioni volontarie e le -mie cognizioni acquisite sono cose vaghe; invece il più triviale sogno, -la più debole emozione, sono familiari e divini. Gli uomini spensierati -contraddicono facilmente le percezioni come le opinioni, anzi molto -più facilmente, in quanto che essi non distinguono fra percezione e -nozione. Essi immaginano ch’io scelga, per vederla, questa o quella -cosa. Ma la percezione non è capricciosa, ma fatale. Se io vedo un -lineamento, il mio bambino lo vedrà dopo di me e col tempo lo vedrà -anche tutto il genere umano, sebbene possa avvenire che nessuno l’abbia -visto prima di me; poichè la mia percezione di esso, è un fatto così -esistente come il sole. - -Le relazioni dell’anima con lo spirito divino sono così pure che è -cosa profana il cercare di interporvi aiuti. Se Dio parlasse non ci -comunicherebbe una sola cosa, ma tutte le cose; riempirebbe il mondo -con la sua voce; farebbe scaturire la luce, la natura, il tempo, -l’anima, dal centro del pensiero presente e ricreerebbe e rinnoverebbe -il tutto. Ogni qualvolta una mente semplice riceve una sapienza divina, -le vecchie cose fuggono; i metodi, i docenti, i testi, i templi cadono; -essa vive nell’oggi ed assorbe il passato ed il futuro nell’ora -presente. Tutte le cose sono fatte sacre per la loro relazione con -essa, — le une tanto come le altre. Tutte le cose sono disciolte al -loro centro dalla loro causa e nell’universale miracolo i miracoli -particolari scompaiono. Questo così è, e dev’essere. Pertanto se un -uomo pretende di conoscere e di parlar di Dio, e vi riconduce alla -fraseologia di qualche vecchia nazione, sepolta in un’altra contrada, -in un altro mondo, non credetelo. È la ghianda migliore della quercia -in tutta la sua pienezza e in tutto il suo sviluppo? È il genitore -migliore del figlio, nel quale egli ha trasmesso la maturità del suo -essere? Donde allora questa adorazione del passato? I secoli sono dei -cospiratori contro la salute e la maestà dell’anima. Il tempo e lo -spazio non sono che dei colori fisiologici per l’occhio; ma l’anima -è luce; dov’essa è, v’è il giorno; dove essa era, c’è la notte; e la -storia è un’impertinenza e un’ingiuria, se la si considera qualcosa -più d’un piacevole apologo o d’una parabola del mio essere e del mio -destino. - -L’uomo è timido e implorante; egli non è più integro; egli non osa -dire: «io penso» «io sono», ma cita qualche santo o qualche saggio. -Egli è confuso di fronte al filo d’erba o alla rosa fiorente. Queste -rose sotto la mia finestra non si richiamano ad altre rose passate -o migliori: esse sono per ciò che esse sono; esse esistono con Dio, -oggi; non v’è il tempo per esse; essa è semplicemente la rosa ed è -perfetta in ogni momento della sua esistenza. Prima che un petalo del -bocciolo si sia aperto, la sua intiera vita è in atto; nella corolla -completamente sbocciata non v’è maggior vita che nella radice senza -foglie. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa alla natura in -ugual modo in tutti gli istanti. Ma l’uomo differisce o ricorda, egli -non vive del presente, ma con gli occhi rivolti al passato compiange il -passato, od incurante delle ricchezze che lo attorniano, si alza sulla -punta dei piedi per prevedere il futuro. Egli non può essere felice e -forte finchè egli pure non viva con la natura, nel presente al di sopra -del tempo. - -Questo dovrebbe essere chiaro abbastanza. Pure vedete quanti intelletti -forti non osano ancora ascoltare Dio stesso, a meno che Egli non parli -con la fraseologia di non so quale Davide, Geremia o Paolo. Noi non -concederemo sempre così grande valore a pochi testi o a poche vite. -Noi siamo come bambini, che ripetono a memoria le sentenze delle nonne -e dei tutori; bambini, i quali cresciuti, ricordano faticosamente le -parole dette dagli uomini di talento e di carattere, ch’essi ebbero -la fortuna d’incontrare; finchè giunti al punto ove stavano coloro -che pronunciarono quelle parole, essi le comprendono e volentieri -le dimenticano, perchè in qualunque momento essi possono, quando -l’occasione si presenti, usare parole altrettanto buone. Se noi viviamo -sinceramente, noi vedremo sinceramente. È cosa facile per l’uomo -forte essere forte, come lo è per il debole, essere debole. Quando noi -abbiamo una nuova percezione noi saremo felici di scaricare la nostra -memoria dei suoi accumulati tesori, come vecchia robaccia. Quando un -uomo vive con Dio, la sua voce sarà così dolce come il mormorio del -ruscello ed il sussurrio del frumento. - -Ed ora finalmente rimane a dirvi su questo soggetto, la più alta -verità; probabilmente essa non può esser detta, perchè tutto ciò che -noi diciamo è il ricordo lontano dell’intuizione. Il pensiero col -quale io posso più avvicinarmi per esprimerla è questo: quando il -bene è vicino a voi, quando voi sentite la vita in voi stessi, ciò -non avviene per un qualche modo conosciuto o prestabilito; voi non -discernerete le traccie di un altro modo qualsiasi; voi non vedrete -il viso dell’uomo; voi non udirete nessun nome; il modo, il pensiero, -il bene saranno totalmente strani e nuovi. Esso escluderà ogni altro -essere; voi percorrerete la via dall’uomo, non all’uomo. Tutte le -persone che sono mai esistite, sono suoi ministri fuggitivi. Il timore -e la speranza sono egualmente al di sotto di esso. Esso nulla domanda -e vi è qualchecosa di basso nella speranza stessa. Noi siamo in visione -e nulla v’è che noi possiamo chiamare gratitudine o propriamente gioia. -L’anima innalzata al di sopra della passione contempla l’identità e la -causa eterna, percepisce l’esistenza della verità e della giustizia -e si tranquillizza, osservando che tutte le cose procedano a dovere. -Gli immensi spazi della natura, l’Oceano Atlantico, il mare del Sud, i -lunghi intervalli di tempo, gli anni, i secoli, sono senza importanza. -Questo che io penso e sento, sostiene il primordiale stato di vita con -le sue circostanze, come esso regge il mio presente, e reggerà sempre -ogni circostanza e ciò che è chiamato vita e ciò che è chiamato morte. -Solo il vivere vale qualche cosa, non l’aver vissuto. Il potere cessa -nell’istante del riposo; esso sta nel momento di transazione da uno -stato passato ad uno presente, nel momento del lancio — nel vortice, -nel correre verso uno scopo. L’unico fatto che il mondo detesta, è -che l’anima _diventi_; perchè ciò per sempre degrada il passato, volge -tutte le ricchezze in povertà, ogni riputazione in vergogna, confonde -il santo con il birbante, allontana parimenti Gesù e Giuda. Perchè noi -allora parliamo di fiducia in se stesso? Fintantochè l’anima è presente -non vi sarà potere confidente, ma agente. Parlare di fiducia è un -miserevole tema di discorso. Parliamo piuttosto di colui che confida, -perchè opera ed esiste. Colui che ha maggior animo di me mi guida, -pur s’egli non alzasse un dito. Muovetelo ed io devo errare intorno a -lui per la gravitazione degli spiriti; a mia volta io dominerò con la -stessa facilità chi ha minor animo di me. Quando noi parliamo di virtù -eminenti, noi le immaginiamo figure rettoriche. Noi non ci avvediamo -ancora che la virtù è elevazione e che un uomo od un gruppo di uomini -sensibili e sottomessi a questi principi debbono conquistare e reggere, -per legge di natura, tutte le città, le nazioni, i re, gli uomini -ricchi ed i poeti, che non lo sono. Questo è il fatto ultimo, al quale -noi presto giungiamo con questo come con qualsiasi altro argomento: -la risoluzione di tutto in un essere unico, eternamente benedetto. -La virtù è il dominatore, il creatore, la sola realtà. Le cose sono -reali per quel tanto di virtù ch’esse contengono. Il commercio, -l’agricoltura, la caccia, la guerra, l’eloquenza, il valore personale, -sono qualche cosa e reclamano il mio rispetto, come esempi della -presenza e dell’attività impura dell’anima. Io vedo la stessa legge, -operante in natura, per la conservazione e l’accrescimento. Il peso -di un pianeta, l’albero che piegato dal vento si raddrizza, le risorse -vitali d’ogni animale e d’ogni vegetale, sono dimostrazioni dell’anima -che basta a se stessa e che per ciò confida in se stessa. - -Così tutto si concentra e noi non andiamo vagando ma accostiamoci -alla causa; meravigliamo le masse intruse d’uomini e di libri e -di istituzioni, con una semplice dichiarazione del fatto divino. -Comandiamo loro di togliersi le scarpe dai piedi, perchè Dio è qui con -noi. La nostra semplicità li giudichi; e la nostra docilità nostra -alla propria legge dimostri la povertà della natura e della fortuna -all’infuori della nostra nativa ricchezza. - -Ma ora noi siamo se non plebaglia. L’uomo non teme l’uomo, nè l’anima -sente l’ammonimento di rinchiudersi in se stessa per mettersi in -comunicazione con l’interno oceano, ma va peregrinando per mendicare -una tazza d’acqua al pozzo degli altri uomini. Noi dobbiamo andar soli. -L’isolamento precede una vera società. Io amo più il silenzio della -chiesa prima delle funzioni, che qualsiasi sermone. Quanto lontane, -e fredde e caste appaiono le persone limitate da un recinto o da un -santuario. Rimaniamo sempre così. Perchè dobbiamo noi attribuirci i -falli del nostro amico o della moglie o del padre o del figlio, perchè -essi siedono attorno al nostro focolare o son detti aver lo stesso -sangue? Tutti gli uomini hanno il mio sangue ed io ho quello di tutti -gli uomini. Non perciò io adotterò la loro petulanza o la loro follìa, -fino ad esserne vergognoso. Il vostro isolamento però non dev’essere -meccanico, ma spirituale, vale a dire, dev’esser elevazione. Alle volte -il mondo intiero sembra essere in cospirazione per importunarvi con -delle inezie enfatiche. L’amico, il cliente, il bambino, la malattia, -il timore, il bisogno, la carità, tutti battono insieme alla porta -del mio gabinetto dicendo: «Vieni fuori con noi». Ma tu non spargere -la tua anima, non discendere, tieni il tuo stato; rimani a casa nel -tuo proprio cielo; non entrare, anche per un istante, nei loro fatti, -nel loro tumulto di apparenze in conflitto, ma lancia la luce della -tua legge sulla loro confusione. Il potere che gli uomini hanno di -seccarmi io lo ritorno a loro con una debole curiosità. Nessun uomo può -approssimarsi a me, se non attraverso i miei atti. «Noi non amiamo che -ciò che abbiamo, ma col desiderio noi priviamo noi stessi dell’amore». - -Se noi non possiamo ad un tratto innalzarci alla santità -dell’obbedienza e della fede, resistiamo almeno alle nostre -tentazioni; combattiamo e destiamo il coraggio e la costanza di -Thor e di Woden nei nostri petti sassoni. Ciò può esser fatto nei -nostri tempi sentimentali, dicendo la verità. Reprimiamo questa -ospitalità menzognera e questo menzognero affetto. Non vivete più a -lungo nell’aspettazione di questa gente ingannata ed ingannatrice, -con la quale conversiamo. Dite ad essa: o padre, o madre, o moglie, -o fratello, o amico, io vissi con voi finora seguendo le apparenze. -D’ora in avanti io appartengo alla verità. Sappiate che d’ora in -avanti io non più obbedirò altra legge che la legge eterna. Io non avrò -degli alleati, ma dei vicini. Io tenterò di nutrire i miei genitori, -di mantener la mia famiglia, di esser il casto marito di una sola -sposa, ma queste relazioni io debbo compierle in un modo nuovo e senza -precedenti. Io mi appello ai vostri costumi. Io devo essere io stesso. -Io non posso maggiormente annullarmi per voi. Se voi potete amarmi per -ciò che io sono, noi saremo tanto più felici. Se voi non lo potete, -io ancora cercherò di meritare che voi lo possiate. Io devo essere io -stesso; io però non nasconderò le mie tendenze e le mie avversioni. -Io confiderò in tal modo che ciò che è profondo è santo, che io farò -apertamente innanzi al sole, alla luna, qualsiasi cosa mi porterà un -interno godimento, e che il cuore mi comanderà. Se voi siete nobili io -vi amerò: se voi non lo siete, io non urterò voi e me stesso con degli -ipocriti riguardi. - -Se voi siete veritieri, ma non d’accordo con le stesse mie verità, -unitevi ai vostri compagni, io cercherò i miei. Io non opero così per -egoismo, ma per umiltà e sinceramente. Vivere nel vero è ugualmente il -vostro interesse ed il mio e quello di tutti gli uomini, per quanto a -lungo possiamo aver vissuto nella menzogna. Suona male questo, oggi? -Voi presto amerete ciò che è dettato dalla vostra natura così come -dalla mia e se noi seguiremo la verità, essa al fine ci porterà fuori -salvi. «Ma così voi potete causare a questi amici un dolore». «Sì, ma -io non posso vendere la mia libertà ed il mio potere per salvare la -loro sensibilità». Inoltre tutte le persone hanno i loro momenti di -raziocinio, quando essi guardano nella regione della verità assoluta; -allora essi mi giustificheranno e mi imiteranno. - -Il popolaccio considera il vostro rifiuto alle norme popolari come -rifiuto a tutte le norme, vale a dire, come un semplice antinomianismo; -ed il sensuale insolente userà il nome di filosofia per indorare i suoi -delitti. - -Ma la legge della consapevolezza rimane. Vi sono due confessionali, -nell’uno e nell’altro noi dobbiamo esser confessati. Voi potete -adempiere i vostri doveri sciogliendovi da essi per via «diretta» o per -via «riflessa». Considerate se voi avete soddisfatto ai vostri rapporti -con vostro padre, vostra madre, vostro cugino, la vostra città, il -vostro gatto, ed il vostro cane; ponete mente se qualcuno di questi può -rimbrottarvi. Ma io posso anche trascurare la via riflessa ed assolver -me da me stesso. Io ho i miei propri rigidi diritti ed il mio proprio -campo d’azione. Esso nega il nome di dovere a molti uffici, che sono -chiamati doveri. Ma se io posso sbarazzarmi dei suoi obblighi, io mi -metto in condizione di dispensarmi dal codice popolare. Se qualcuno -immagina che questa legge è rilassata, metta in pratica i suoi progetti -per un solo giorno. - -E veramente si richiede qualche cosa di divino in colui, che ha -allontanati i comuni impulsi di umanità e si è avventurato a fidar -in se stesso. Sia alto il suo cuore, costante la sua volontà, chiara -la sua vista, affinchè egli possa essere a se stesso, in modo sicuro, -scienza, società, legge; affinchè un semplice proposito possa esser per -lui così forte, come la ferrea necessità per gli altri. - -Se un uomo qualsiasi considera gli aspetti presenti di ciò ch’è -chiamata, per distinzione, società, vedrà il bisogno di questa etica. -I tendini ed il cuore dell’uomo sembrano essere stati strappati, e -noi siamo divenuti timorosi e degli scoraggiati piagnoni. Noi siamo -sbigottiti della verità, sbigottiti della fortuna, sbigottiti della -morte e sbigottiti l’un dell’altro. La nostra età non produce uomini -grandi e perfetti. Noi abbisogniamo di uomini e donne, che rinnovino -in futuro la vita e il nostro stato sociale; purtroppo però noi -vediamo che la maggior parte delle nature sono insolvibili, incapaci a -soddisfare alle loro proprie necessità, armate d’un’ambizione superiore -alla loro forza pratica e flessibili e imploranti, giorno e notte -continuamente. Il nostro «ménage» è mendicante; le nostre arti, le -nostre occupazioni, i nostri matrimoni, la nostra religione, noi non li -abbiamo scelti, ma la società ha scelto per noi. Noi siamo dei soldati -da salotto. Noi sfuggiamo le aspre battaglie del fato, in cui la forza -nasce. - -Se i nostri giovani errano nelle loro prime imprese, pèrdono ogni -coraggio. Se il giovane mercatante fallisce, gli uomini dicono ch’egli -è _rovinato_. Se il più bell’ingegno che studia in uno dei nostri -collegi, non è all’anno seguente installato in un ufficio della città o -dei borghi di Boston o New York, crede con i suoi amici d’aver ragione -d’essere scoraggiato e di lamentarsi per il resto della sua vita. Uno -zotico ragazzo di New-Hamshire o Vermot, che a volta a volta tenta -tutti i mestieri, che attacca i cavalli, coltiva, girovaga merciando, -apre una scuola, predica, stampa un giornale, va al congresso, acquista -una cittadinanza, e così via negli anni successivi e sempre, e come -un gatto cade in piedi, vale cento di questi fantocci della città. -Egli cammina petto a petto con i suoi giorni e non si vergogna di non -studiare per una professione, perchè egli non pospone la sua vita, ma -vive di già; egli non ha una sorte, ma cento sorti. Si alzi uno stoico -a rivelare le risorse dell’uomo, ad affermare che gli uomini non sono -salici piangenti, ma che possono e devono elevarsi; che coll’esercizio -della fiducia in se stesso, dei nuovi poteri appariranno; che l’uomo -è il verbo fatto carne, nato per spargere il benessere sulle nazioni; -che egli dovrebbe essere vergognoso della nostra compassione, e che -allorquando egli agisce per personale impulso, buttando le leggi, -i libri, l’idolatria e le consuetudini fuor della finestra, noi non -lo commiseriamo più, ma lo ringraziamo e lo riveriamo, e che un tale -maestro ricondurrà la vita dell’uomo allo splendore e farà il suo nome -caro a tutta la storia. - -È facile il constatare che una più grande fiducia in se stesso, un -nuovo rispetto per la divinità dell’uomo deve portare una rivoluzione -in tutte le funzioni e in tutti i rapporti degli uomini; nella loro -religione, nella loro educazione, nelle loro ricerche, nel loro modo -di vita; nelle loro associazioni, nella loro proprietà; nelle loro mire -speculative. - -1. In quali preghiere gli uomini indulgono! Ciò che essi chiamano -il santo ufficio non è neppure ufficio coraggioso e virile. La -preghiera si volge all’esterno e richiede il dono di qualche umana -aggiunta, veniente attraverso qualche straniera virtù e si perde nei -laberinti infiniti del naturale e del supernaturale, del mediato e -del miracoloso. La preghiera che implora una particolar comodità, -al disotto del bene, è viziosa. La preghiera è la contemplazione dei -fatti della vita, dal più alto punto di vista. Essa è il soliloquio di -un’anima contemplante e giubilante. Essa è lo spirito di Dio affermante -la bontà delle sue opere. Ma la preghiera come mezzo per raggiungere -un fine particolare è furto e viltà. Essa suppone il dualismo e non -l’unità della natura e della coscienza. Così tosto che un uomo è un -tutto con Dio, egli non pregherà. Egli vedrà allora la preghiera in -ogni azione. La preghiera del coltivatore inginocchiato nel suo campo -per sarchiarlo, la preghiera del rematore inginocchiato nel maneggiare -il suo remo, sono vere preghiere, udite attraverso tutta la natura, -sebbene innalzate per fini modesti. _Caratack_ nella «Bonduca» di -Fletcher, pregata di scrutare la mente del dio: «Andate — risponde: — -il suo pensiero recondito giace nei nostri tentativi; le nostre azioni -ardite sono i nostri migliori dei». - -Un’altra specie di false preghiere sono i nostri rammarichi. Il -malcontento è la mancanza di autofiducia; è l’infermità del volere. -Rammaricate le calamità, se potete con questo mezzo aiutare i -sofferenti; altrimenti attendete al vostro proprio lavoro, ed il male -incomincia già ad essere riparato. La nostra simpatia è altrettanto -vile. Noi ci accostiamo a coloro che piangono follemente, e sediamo -loro vicini e piangiamo per tener loro compagnia, invece di impartire -ad essi la verità e la salute, con ruvide scosse elettriche, -mettendoli, per una volta ancora, in contatto con la loro propria -anima. Il segreto della fortuna è la gioia nelle nostre mani. L’uomo -che aiuta se stesso è sempre il benvenuto fra gli uomini e gli dei. -Tutte le porte sono spalancate davanti a lui: tutte le lingue lo -salutano, tutti gli onori gli fanno corona, tutti gli occhi lo seguono -con desiderio. Il nostro amore va a lui, e lo abbraccia perchè egli non -ne ha bisogno; lo accarezziamo con sollecitudine e con grandi lodi e lo -celebriamo, perchè egli si mantenne sulla sua via, e rise della nostra -disapprovazione. Gli dei lo amano, perchè gli uomini lo odiarono. «Al -perseverante mortale — dice Zoroastro — i benedetti immortali sono -benigni». - -Come le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà così le -loro credenze sono una malattia dell’intelletto. Essi dicono con quegli -sciocchi di Israeliti: «non parli Dio a noi, affinchè noi non moriamo; -parla tu, parli qualsiasi uomo con noi e noi ubbidiremo». Ovunque mi -si impedisce di incontrare Dio nel mio fratello, perchè egli ha chiuso -le porte del suo proprio tempio, e racconta soltanto delle favole -intorno al Dio di suo fratello, o intorno al Dio del fratello di suo -fratello. Ogni nuova mente è una nuova classificazione. Se essa risulta -una mente di non comune attività e potere, un Locke, un Lavoissier, un -Hutton, un Bentham, un Spurzheim, essa impone la sua classificazione -agli altri uomini ed ecco un nuovo sistema. L’accettazione di esso è -in proporzione alla profondità del pensiero, al numero degli oggetti -che tocca e porta nel campo d’osservazione dell’allievo. Ma questo è -specialmente apparente nelle credenze e nelle chiese, le quali sono -pure classificazioni di qualche potente spirito, operante sul pensiero -elementare del dovere e sui rapporti dell’uomo con l’Onnipossente. -Tale è il Calvinismo, il Quakerismo e lo Swendenborgianismo. L’allievo -nel subordinare ogni cosa alla nuova terminologia, prova lo stesso -diletto della ragazza che ha imparata la botanica, e vede una nuova -terra e nuove stagioni. Avverrà che l’allievo sentirà di dover molto al -suo maestro e constaterà che il suo potere intellettuale è cresciuto -con lo studio degli scritti di lui. — Questo sentimento vivrà finchè -egli non abbia esaurita la mente del maestro. Ma in tutte le menti -senza equilibrio, la classificazione idoleggiata rimane come scopo -e non passa come un mezzo rapidamente esauribile; cosicchè i limiti -del sistema si confondono al loro occhio nel lontano orizzonte con i -confini dell’universo, e le luci del cielo sembrano appese alla volta -costrutta dal loro maestro. Essi non possono pensare come voi estranei -abbiate qualche diritto di vedere, e come voi possiate vedere; «voi -dovete in qualche modo aver rubato la luce a noi». Essi non s’avvedono -ancora che una luce non sistematica, indomabile, irromperà in qualsiasi -capanna, ed anche nella loro. Continuino intanto a garrire e a chiamar -loro, il loro sistema. - -Se essi sono onesti ed operano bene, il loro ovile oggidì sì nuovo -e pulito sarà fra breve troppo stretto e basso; si screpolerà, si -piegherà, marcirà e sparirà, e la luce immortale, giovane e baldanzosa, -dai milioni di orbite e di colori, splenderà sull’universo come nel -primo mattino. - -2. È per la mancanza della coltura individuale che il feticismo del -viaggiare, i cui idoli sono l’Italia, l’Inghilterra, l’Egitto, conserva -il suo fascino sopra tutti gli americani educati. Coloro che fecero -l’Inghilterra, la Francia o la Grecia venerabili all’immaginazione, -fecero ciò non ronzando intorno al creato, come la farfalla intorno -alla lampada, «ma rimanendo fermi dove erano, come un’asse della -terra». Nelle ore virili, noi sentiamo che il dovere è di rimanere al -nostro posto. L’anima non è viaggiatrice; l’uomo saggio rimane a casa, -con la sua anima e quando le sue necessità, i suoi doveri lo chiamano -lontano da quella od in terra straniera, egli si trova ugualmente -ancora in casa sua, e nulla abbandona di sè, e farà sentire agli -uomini, coll’espressione del suo contegno, che egli giunge missionario -della sapienza e della virtù, e visita le città e gli uomini come un -sovrano, e non come un intruso od un valletto. Non ho alcuna severa -obbiezione da fare riguardo alla circumnavigazione del globo per fini -d’arte, di studio, di benevolenza; purchè l’uomo sia divenuto prima -amante della sua terra e non vada altrove, con la speranza di trovare -cose più grandi di quelle che conosce. - -Colui che viaggia per diletto o per raggiungere ciò che non possiede, -viaggia fuor di se stesso, ed invecchia, anche se è in gioventù, fra -le vecchie cose. In Tebe, in Palmira, la sua volontà e la sua mente si -sfasciano e si sgretolano, come già le città stesse. Egli porta rovine -fra le rovine. - -Il viaggiare è il paradiso dei dementi. Noi dobbiamo ai nostri primi -viaggi la scoperta che i luoghi sono nulla. Io sogno in casa, che a -Napoli, a Roma posso essere inebriato di bellezza e posso perdere la -mia tristezza. Faccio i miei bauli, abbraccio i miei amici, m’imbarco, -ed alfine mi risveglio a Napoli, e là, vicino a me, trovo il Fatto -severo, il triste Io, inflessibile, identico, dal quale io fuggii. -Cerco il Vaticano ed i palazzi. Fingo d’essere inebriato dalle cose -vedute e dalle suggestioni, ma non lo sono. Il mio gigante, il mio io, -mi segue ovunque io vada. - -3. Ma il furore dei viaggi non è che un sintomo di un più profondo -squilibrio, che intacca l’intiera azione intellettuale. L’intelletto è -vagabondo, ed il nostro sistema di educazione nutrisce l’irrequietezza. -Le nostre menti viaggiano quando noi siamo obbligati a rimaner in casa. -Noi imitiamo; e che cosa è l’imitazione se non il viaggiare della -mente? Le nostre case sono costruite con gusto straniero; i nostri -scaffali sono guarniti con ornamenti stranieri; le nostre opinioni, le -nostre tendenze, le nostre facoltà s’inchinano e seguono il Passato ed -il Lontano, come gli occhi d’una fantesca seguono quelli della padrona. -L’anima creò le arti ovunque esse sono fiorite. Fu nella sua propria -mente che l’artista cercò il suo modello, ed essa fu un’applicazione -del suo proprio pensiero alla cosa da farsi ed alle condizioni -da osservarsi. E perchè dobbiamo noi copiare il modello gotico o -dorico? La bellezza, la convenienza, la grandiosità di pensiero, la -ricercatezza, l’espressione, sono così prossime a noi come a qualsiasi -altro, e se l’artista americano studierà con speranza e con amore la -cosa esatta che egli deve fare, considerando il clima, il suolo, la -lunghezza del giorno, la necessità del popolo, il modo e la forma di -governo, egli costruirà un edificio, nel quale tutte queste cose si -troveranno disposte, ed il gusto ed il sentimento verranno soddisfatti. - -Insistete su voi stessi: non imitate mai. Voi potete ad ogni momento -porre in mostra il vostro proprio talento, con la forza accumulata -di una cultura, durata tutta la vita; ma dell’adottato talento di un -altro voi non avete che un momentaneo e semi-possesso. Ciò che ognuno -può fare nel modo migliore, nessuno all’infuori dello stesso Fattore, -può insegnarglielo. Dove è il maestro che avrebbe potuto educare -Shakespeare? Dove è il maestro che avrebbe potuto istruire Franklin -o Washington o Bacone o Newton? Ogni grande uomo è un tipo unico. Il -«scipionismo» di Scipione sta appunto in quella parte, ch’egli non -potè torre in prestito. Se qualcuno mi domanderà, chi il grande uomo -imita, quando compie una grande azione, io domanderò a lui quale altro -uomo lo può istruire, se non egli stesso. Shakespeare non sarà mai -creato con lo studio di Shakespeare. Fa ciò che ti è assegnato e non -potrai, nè sperare troppo, nè troppo osare. V’è in questo momento un -pronunciamento semplice e grande per me, come lo scalpello di Fidia, la -cazzuola degli Egizi, o la penna di Mosè o di Dante, pur differente da -tutto questo. Non è possibile che l’anima così ricca, così eloquente, -e dalla lingua mille volte biforcuta, acconsenta di ripetersi; ma se -io posso udire ciò che questi patriarchi dicono, sicuramente io posso -rispondere loro con lo stesso accento di voce, perchè l’orecchio e -la lingua sono due organi di una sola natura. Abita nelle semplici e -nobili regioni della tua vita, ubbidisci al tuo cuore, e tu riprodurrai -il mondo anteriore, di nuovo. - -Come la nostra religione, la nostra educazione, la nostra arte, tendono -all’esterno, così anche il nostro spirito di società. Tutti gli uomini -si fanno belli del progresso della società e nessuno progredisce. - -La società non progredisce mai. Essa recede da un lato, quanto -avanza dall’altro. Il suo progresso è apparente, simile al procedere -di coloro, che spingono una ruota da mulino. Essa soffre continui -cambiamenti; essa è barbara, essa è civile, è cristiana, è ricca, è -scientifica; ma questi cambiamenti non sono miglioramenti. Ad ogni cosa -data, corrisponde qualche altra presa. La società consegue arti nuove e -perde istinti vecchi. Quale contrasto fra l’Americano ben vestito, che -sa leggere, scrivere, pensare, che possiede un orologio, una matita, -ed una lettera di cambio, e l’abitatore della Nuova Zelanda, nudo, la -cui proprietà è una mazza, una lancia, una stuoia e un angolo d’una -comune capanna per dormirvi sotto! Ma ponete a confronto la salute -dei due uomini e voi vedete che l’uomo bianco ha perduto la sua forza -aborigena. Se i viaggiatori dicono il vero, la carne del selvaggio -colpita con un’ascia, in un giorno o due si rimarginerà e guarirà, -mentre lo stesso colpo manderà l’uomo bianco al sepolcro. - -L’uomo civilizzato ha costruito una vettura, ma ha perduto l’uso -dei suoi piedi. Egli è sorretto dalle grucce, ma perde altrettanta -forza muscolare. Egli ha un bell’orologio ginevrino, ma ha perduta -l’abilità di legger l’ora nel sole. Egli possiede un almanacco nautico -di Greenwich, e così essendo certo dell’informazione quando egli ne -abbisogna, non riconosce più una stella in cielo. Egli, non osserva -un solstizio; egli non conosce l’equinozio; così l’intiero fulgido -calendario dell’anno, è senza quadrante nella sua mente. Il suo -taccuino indebolisce la sua memoria; le sue biblioteche sopraccaricano -il suo spirito; le società d’assicurazione accrescono il numero -degli infortuni e possiamo domandarci se le nostre macchine non sono -d’ingombro; se non abbiamo perduto con il raffinamento qualche energia; -se con un cristianesimo trincerato in istituzioni e modi, non abbiamo -perduto qualche vigore di virtù selvaggia; poichè ogni stoico era uno -stoico, ma nella cristianità dov’è il cristiano? - -Eppure non v’è maggiore deviazione nell’ordine morale, che nell’ordine -fisico di altezza e di volume. Oggi non vi sono uomini più grandi -di quelli del passato. Una grande uguaglianza può esser notata fra i -grandi uomini dei primi e degli ultimi tempi; nè può tutta la scienza, -l’arte, la religione e la filosofia del sec. XIX educare uomini più -grandi degli eroi di Plutarco, ventitre o ventiquattro secoli fa. La -razza non progredisce con il tempo. Focione, Socrate, Anassagora, -Diogene, sono grandi uomini, ma non fanno «scuola»!! Colui che -realmente è della loro specie, non sarà chiamato con il loro nome, -ma sarà egli stesso e a sua volta il fondatore d’un’altra scuola. Le -arti e le invenzioni di ciascun periodo caratterizzano il costume di -esso, ma non rinvigoriscono gli uomini. Il male del progresso meccanico -può compensare il suo bene. Hudson e Behring con le loro baleniere -stupirono Parry e Franklin, il cui equipaggiamento esauriva le risorse -della scienza e dell’arte. Galileo con un canocchiale da teatro scoprì -una serie di fenomeni più grandi di quelli scoperti dopo. Colombo -scoprì il nuovo mondo con un disadorno battello. È curioso osservare -l’inutilità periodica ed il deperimento degli strumenti e delle -macchine, che furono introdotti con grande lode pochi anni o pochi -secoli fa. Il grande genio ritorna all’uomo essenziale. Noi poniamo i -progressi dell’arte della guerra fra i trionfi della scienza; eppure -Napoleone conquistò l’Europa con il bivacco, che fu il ritornare al -nudo valore, sgombrato d’ogni altro aiuto. «L’imperatore stimava cosa -impossibile il formare un perfetto esercito — dice Las Casa, — senza -abolire le nostre armi, i nostri magazzini, i nostri commissarii e i -nostri cariaggi; di modo che, ad imitazione del costume romano, il -soldato ricevesse la sua provvista di grano, la macinasse nel suo -mulino a mano, e cuocesse egli stesso il suo pane». - -La società è un’onda. L’onda procede innanzi, ma non l’acqua di cui -è composta. La stessa molecola non s’alza dal solco alla cresta. La -sua unità non che è fenomenica. Le persone che fanno oggi grande una -nazione muoiono l’anno prossimo e la loro esperienza con loro. - -La fiducia nella proprietà, posta nella fiducia nei governi che la -proteggono, è mancanza di fiducia in se stesso. Gli uomini hanno -osservato per sì lungo tempo le cose fuor di se stessi che essi sono -giunti a stimare le istituzioni religiose, scientifiche e civili, come -custodi della proprietà, ed essi si scagliano contro gli assalti mossi -a queste istituzioni, perchè sentono che tali assalti sono mossi contro -la proprietà. Essi regolano la loro reciproca stima a seconda di ciò -che ognuno ha, non di ciò che ognuno è. Ma un uomo colto si vergogna -della sua proprietà, di ciò ch’egli possiede, per un nuovo rispetto -del suo essere, e specialmente egli odia ciò che ha, quando il suo -possesso è accidentale, venuto a lui per eredità o dono o delitto; -allora egli sente che ciò non è avere; che ciò non gli appartiene, -non ha radice in lui, ma semplicemente giace là, perchè nessuna -rivoluzione o furto glielo tolgono. Ma ciò che un uomo dev’essere, per -necessità sempre lo acquista, e ciò che l’uomo acquista, è proprietà -vivente e permanente, che non dipende da governi, da moltitudini, -da rivoluzioni, dal fuoco, dalla tempesta, dalla bancarotta, ma che -perpetuamente si rinnova ovunque l’uomo respira. «La tua parte o -porzione di vita — dice il califfo Alì — ti cerca; pertanto tralascia -dal cercarla». La nostra dipendenza verso questi beni stranieri ci -conduce al nostro servile rispetto per la quantità. I partiti politici -s’adunano in numerose riunioni; e ad ogni maggiore concorso e ad ogni -nuovo clamoroso annunzio: la delegazione di Essex; i democratici di -New-Hampshire, i liberali di Maine...!... ecc. il giovine patriota -si sente più forte di prima, per queste nuove migliaia di occhi e di -braccia. Allo stesso modo i riformatori s’adunano e votano e deliberano -in maggioranza. Non è in questo modo, amici, che Dio si degnerà di -entrare ed abitare in voi, ma con un metodo precisamente opposto. Solo -quando un uomo si libera d’ogni sostegno esterno e rimane solo, io lo -vedo forte e vincitore; più debole diventa ad ogni nuova recluta, che -raccoglie sotto la sua bandiera. Non è un uomo migliore d’una città? -Nulla chiedi agli uomini, e nelle incessanti mutazioni tu, come unica e -salda colonna, rivèlati il rettore di tutto ciò che ti circonda. Colui, -il quale sa che il potere è nell’anima, che la sua debolezza è nata -dall’aver cercato il bene fuori di se stesso e ovunque, e che avendo -ciò intuito, si getta senza esitazione sulle orme del suo pensiero, -istantaneamente si rialza, rimane eretto, comanda alle sue membra, -opera miracoli, allo stesso modo che l’uomo sorretto dai piedi, è più -forte dell’uomo, che cammina sulla testa. - -In questo modo comportatevi con tutto ciò che è chiamato fortuna. Molti -uomini giocano con essa, e vincono e perdono ogni cosa, a misura che -la ruota gira. Ma tu abbandona questi profitti come ingiusti e mettiti -in rapporto con la Causa e l’Effetto, che sono i cancellieri di Dio. -Lavora ed acquista colla tua volontà e tu avrai incatenato la ruota -della fortuna e d’ora innanzi te la trascinerai dietro. Una vittoria -politica, il rialzo della rendita, la guarigione d’una vostra malattia, -il ritorno del vostro amico assente o qualche altro favorevole evento, -innalzano i vostri spiriti e voi pensate che giorni lieti siano per -venire a voi. Non lo credete. Ciò non può essere. Nulla può portarvi -pace se non voi stessi. Nulla può portarvi pace, se non il trionfo dei -principii. - - - - -TERZO SAGGIO - -COMPENSAZIONE - - -Fin dalla mia fanciullezza io ho desiderato di scrivere un discorso -sulla compensazione: poichè mi parve, quand’ero giovanissimo, che su -questo argomento la vita fosse più innanzi della teologia, e che il -popolo sapesse più di quanto i predicatori insegnassero. Gli stessi -documenti, dai quali la dottrina poteva essere tratta, allettavano la -mia fantasia con la loro infinita varietà, e mi stavano sempre davanti, -anche nel sonno; perchè essi sono gli utensili nelle nostre mani, il -pane nel nostro canestro, gli avvenimenti della strada, la cascina, la -dimora, i saluti, le relazioni, i debiti e i crediti, l’influenza del -carattere, la natura e le doti di ogni uomo. Mi sembrava, anche, che -essa potesse mostrare agli uomini un raggio della divinità, l’azione -presente dell’anima di questo mondo, libera da ogni vestigio di -tradizione, e potesse immergere il cuore dell’uomo in un lavacro di -amore eterno, conversando con ciò che egli sa esser sempre esistito, -e sempre dover esistere, perchè esso ora realmente esiste. Mi pareva -inoltre, che se questa dottrina potesse essere espressa in termini, -in certo modo uguali a quelle luminose intuizioni con le quali questa -verità ci è talvolta rivelata, essa sarebbe una stella in molte ore -oscure e in molti difficili passi del nostro viaggio, la quale non ci -permetterebbe di perdere la diritta via. - -Questo desiderio ultimamente crebbe in me ascoltando una predica in -chiesa. Il predicatore, un uomo stimato per la sua ortodossia, spiegava -nel solito modo la dottrina del giudizio universale. Egli asseriva -che l’ultimo giudizio non avviene in questo mondo; che i malvagi sono -vittoriosi; che i buoni sono infelici; e poi traeva dalla ragione e -dalla Sacra Scrittura l’idea d’un compenso distribuito ad entrambi -nella vita futura. La congrega dei fedeli non parve essere indignata -da questa dottrina e per quanto io osservassi, allorchè l’adunanza si -sciolse, non mi avvidi d’alcuna osservazione mossa a questa predica. - -Pure quale era il senso di questo insegnamento? Che cosa intendeva -dire il predicatore, affermando che i buoni sono infelici nella vita -presente? Voleva egli dire che le case e le terre, le cariche, i vini, -i cavalli, i vestiti, il lusso sono tenuti dagli uomini senza principî, -mentre i santi sono poveri e disprezzati, e che una compensazione deve -essere data a questi in futuro, donando loro come gratificazione, -azioni bancarie e doppioni d’oro, cacciagione e champagne? Questa -deve essere la compensazione da lui intesa; perchè se non questa, -quale altra? Forse questa: che ad essi sarà concesso di pregare e -glorificare? di amare e di servire gli uomini? Ma ciò è quanto possono -fare ora! La legittima conseguenza che il discepolo poteva trarre -era: — «Noi avremo i giorni lieti, che i peccatori hanno ora»; — o per -arrivare all’estrema deduzione: — «Voi peccate ora; noi peccheremo più -tardi; noi vorremmo peccare ora, se noi lo potessimo; ma non essendo -felici attendiamo la nostra rivincita domani». — L’errore di questa -dottrina sta nell’immensa concessione, che i cattivi siano soddisfatti; -che la giustizia non si compia nel presente. La cecità del predicatore -consisteva nel valutare con il vile estimo del mercato. ciò che -costituisce un virile successo, anzichè confrontare e confutare il -mondo con la verità, affermando la presenza dell’anima, l’onnipotenza -della volontà; distinguendo così le insegne del bene e del male, del -successo e della menzogna, e citando i morti al suo tribunale. - -Riscontro un simile spregevole tono nelle opere popolari religiose -di questi giorni, e vedo adottate le stesse dottrine dagli uomini -di lettere, quando per caso trattano di analoghi argomenti. Io credo -che la nostra teologia popolare s’è innalzata per decoro, e non per -principî, sulle superstizioni che essa ha divelte. Ma gli uomini sono -migliori di questa teologia e la loro vita giornaliera la smentisce. - -Ogni anima ingegnosa e ricca d’aspirazioni abbandona tale dottrina -nel passato della sua propria esperienza; e tutti gli uomini sentono -talvolta la falsità che essi non possono dimostrare, poichè gli uomini -sono più saggi di quanto essi stessi non sappiano. Ciò che essi sentono -senza riflessione nella scuola e dal pulpito, se dovesse esser detto -in conversazione, sarebbe probabilmente esaminato in silenzio. Se -un uomo dogmatizza in una società promiscua, sulla Provvidenza e le -leggi divine, egli riceve in tutta risposta un silenzio, che indica -chiaramente, ad un osservatore, il malcontento dell’uditorio, ma anche -la sua incapacità di formarsi una convinzione propria. - -Ricorderò ora alcuni fatti che indicano il cammino della legge della -compensazione e sarò oltremodo felice se traccierò con esattezza il -più piccolo arco di questo cerchio. La polarità o azione e la reazione -si riscontrano in ogni parte della natura; nell’oscurità e nella -luce; nel caldo e nel freddo; nel flusso e nel riflusso delle acque; -nel maschio e nella femmina; nell’inspirazione e nell’espirazione -delle piante e degli animali; nella sistola e diastola del cuore; -nelle ondulazioni dei fluidi e del suono; nella gravità centrifuga e -centripeta; nell’elettricità, nel galvanismo, e nell’affinità chimica. -Producete l’attrazione all’estremità di un ago magnetico; la forza -magnetica opposta appare all’altra estremità. Se il sud attrae, il -nord respinge. Per fare il vuoto qui, voi dovete condensare là. Un -dualismo inevitabile scinde la natura, così che ogni cosa è una metà, -e suggerisce un’altra cosa per farla intiera; così spirito, materia; -uomo, donna; soggetto, oggetto; dentro, fuori; sopra, sotto; movimento, -riposo; sì, no. - -Come il mondo è dualistico, così è ciascuna delle sue parti. L’intiero -sistema delle cose viene rappresentato in ogni particella. Vi è -qualcosa che rassomiglia al flusso ed al riflusso del mare, al giorno -ed alla notte, all’uomo e alla donna, nella scaglia del pino, in un -grano di frumento, in ogni individuo del regno animale. La reazione, -così grandiosa nei suoi elementi, si ripete in questi limiti angusti. -Per esempio, nel regno animale, il fisiologo ha osservato che nessun -essere è privilegiato, ma che una certa compensazione bilancia ogni -dono ed ogni difetto. Un soprappiù concesso ad una parte è ripagato -dallo stesso essere con una riduzione di un’altra parte. Se la testa ed -il collo sono più larghi, il tronco e le estremità sono accorciati. - -La teoria delle forze meccaniche fornisce un altro esempio. Ciò che -noi guadagniamo in potenzialità, perdiamo in durata; e viceversa. Le -rivoluzioni periodiche o equivalenti dei pianeti sono un altro esempio; -così l’influenza del clima e del suolo nella storia politica. - -Il clima freddo rinvigorisce. Il suolo arido non produce febbri, -cocodrilli, tigri o scorpioni. - -Lo stesso dualismo si cela nella natura e nella condizione dell’uomo. -Ogni eccesso dà origine ad un difetto; ogni difetto ad un eccesso. -Ogni dolce ha il suo amaro; ogni male ha il suo bene. Ogni facoltà -che riceve piacere, ha un castigo uguale al piacere, in caso d’abuso -e deve rispondere della sua moderazione a prezzo della vita. Per -ogni grano di spirito vi è un grano di follia. Ad ogni cosa perduta, -corrisponde un’altra guadagnata; ad ogni cosa guadagnata un’altra -perduta. Le ricchezze crescono; cresce il numero di coloro che le -usano. Se il raccoglitore raccoglie troppo, la natura prende dall’uomo -ciò che essa mette nelle casse di lui; aumenta i beni, ma uccide il -proprietario. La natura odia i monopoli e gli eccessi. Le onde del mare -non ricercano più rapidamente il loro livello dopo il loro agitarsi, di -quanto tendano le varietà della condizione ad uguagliarsi. Vi è sempre -qualche circostanza livellatrice, che riconduce il superbo, il forte, -il ricco, il fortunato, sostanzialmente allo stesso livello di tutti -gli altri. Un uomo è troppo forte e feroce per la società, è un cattivo -cittadino per temperamento e per posizione, — è un testardo malfattore -con un tanto di pirata in se stesso; — ebbene la natura gli manda uno -stuolo di figli e di figlie che studiano lodevolmente nella scuola -del villaggio, e l’amore ed il timore per essi, spianano il suo tristo -viso arcigno alla cortesia. Così essa giunge ad intenerire il granito, -a scacciare la bestia feroce ed introdurvi l’agnello, ed a mantenere -esatta la bilancia. - -Il contadino immagina che il potere e la preminenza siano delle -belle cose, ma il Presidente ha pagato cara la sua _Casa Blanca_. -Ordinariamente essa gli è costata tutta la sua pace, e le migliori -delle sue qualità virili. Per conservare per breve tempo una posizione -apparentemente così cospicua innanzi al mondo, egli è lieto di mangiare -polvere davanti ai suoi veri padroni, che stanno eretti dietro il -trono. Oppure desiderano gli uomini la grandezza più sostanziale e -permanente del genio? Anche questa non ha maggior immunità. Colui che -colla forza della volontà o del pensiero è grande, e domina migliaia di -cose, ha la responsabilità del dominio. Con ogni influsso di luce viene -un pericolo nuovo. Possiede egli la luce? Egli deve far testimonianza -di quella luce, e sempre precedere con la sua fedeltà alle nuove -rivelazioni dell’anima eterna, quella simpatia, che gli dà tanta viva -soddisfazione. Egli deve odiare il padre e la madre, la moglie e il -figlio. Ha egli tutto ciò che il mondo ama ed ammira ed agogna? egli -deve rigettare dietro di sè l’ammirazione, ed affligger il mondo con -la fedeltà alla sua verità e diventare un proverbio ed un oggetto di -burla. - -Questa legge crea le leggi delle città e delle nazioni. Essa non sarà -deviata dal suo fine del più piccolo iota. È vano il macchinare o il -complottare o l’accordarsi contro di essa. Le cose rifiutano di essere -maneggiate male per lungo tempo. _Res nolunt diu male administrari._ -Sebbene nessun impedimento ad un nuovo male appaia, l’impedimento -esiste, ed apparirà. Se il governo è crudele, la vita del governatore -non è sicura. Se voi mettete delle tasse troppo alte, il reddito -nazionale sarà nullo. Se fate il codice penale sanguinario, i giurati -non condanneranno. Nulla che sia arbitrario, nulla che sia artificiale, -può durare. - -La vita vera e le soddisfazioni dell’uomo sembrano eludere gli estremi -rigori o le estreme prosperità delle condizioni, e stabilirsi con -grande indifferenza sotto tutte le varietà di circostanze. Sotto tutti -i governi l’influenza del carattere rimane la stessa, — in Turchia -o nella nuova Inghilterra. Sotto i despoti primitivi dell’Egitto, la -storia onestamente confessa che l’uomo ebbe tanta libertà quanta fu la -sua cultura. - -Queste apparenze dimostrano che l’universo è rappresentato in ciascuno -delle sue molecole. Ogni cosa in natura contiene tutti i poteri della -natura stessa. Ogni cosa è fatta di una sola materia conosciuta; così -il naturalista vede un solo tipo sotto ogni metamorfosi, e considera -un cavallo quale un uomo corrente, un pesce quale un uomo natante, un -uccello quale un uomo che vola, un albero quale un uomo radicato nel -suolo. Ogni nuova forma ripete non solamente il carattere principale -del tipo, ma via via tutte le particolarità, tutte le finalità, tutti i -progressi, tutti gli impedimenti, tutte le energie e l’intiero sistema -in fine di qualsiasi altro tipo. Ogni occupazione, ogni commercio, ogni -arte, ogni avvenimento è un compendio del mondo, e un correlativo di -ciascun’altra di queste cose. Ogni uomo è un completo emblema della -vita umana, del suo bene e del suo male, dei suoi cimenti, dei suoi -nemici, del suo corso e della sua fine: e ciascuno deve in qualche modo -contenere l’uomo completo e narrare tutto il suo destino. - -Il mondo aduna se stesso in una goccia di rugiada. Il microscopio che -esamina il microbo, non lo trova meno perfetto solo per essere piccolo. -Occhi, orecchi, gusto, odorato, movimento, resistenza, appetito, e gli -organi stessi di riproduzione che congiungono all’eternità, trovano -modo d’esser contenuti nel più piccolo essere. - -Allo stesso modo noi mettiamo la nostra vita in ogni atto. La vera -teoria dell’omnipresenza è che Dio riappare, con tutti i suoi elementi, -in ogni muschio ed in ogni tela di ragno. Il valore dell’universo si -studia di penetrare in ogni punto. Se il bene c’è in un luogo, anche il -male ci sarà; se si trova l’affinità, pure si troverà la repulsione; se -la forza c’è, ci sarà anche una limitazione ad essa. - -Così è il vivente universo. Tutte le cose sono morali. L’anima che -dentro di noi è sentimento, all’infuori di noi è legge. In noi sentiamo -la sua ispirazione; fuori, nella storia, noi possiamo vedere la sua -forza fatale. Essa è onnipossente e tutta la natura sente il suo -potere. Essa è nel mondo; per essa il mondo fu creato. Essa è eterna -e rappresenta se stessa nel tempo e nello spazio. La giustizia non è -posposta. Un’equità perfetta regola la sua bilancia in ogni parte della -vita. - -«Οί κύβοι Διὸς ’αεὶ εὐπίπτουσι»: «I dadi degli Dei sempre vincono». -Il mondo appare come una tavola di moltiplicazione od un’equazione -matematica, che, voltata come voi volete, mantiene sempre il suo -equilibrio. Prendete qualsiasi figura vi piaccia, essa vi renderà -conto del suo esatto valore, nè più nè meno. Ogni segreto è palesato, -ogni delitto punito, ogni virtù ricompensata, ogni torto riparato in -silenzio e certamente. Ciò che noi chiamiamo «compenso» è la necessità -universale, per la quale l’intiero appare ogni qualvolta appare una -parte. Se vedete del fumo, là ci deve essere del fuoco. Se vedete un -braccio od un altro membro, voi sapete che il tronco al quale esso -appartiene, sta dietro. - -Ogni atto ricompensa se stesso, od in altre parole, si integra in un -duplice modo: primo, nella cosa o nella natura reale; secondo, nella -circostanza o nella natura apparente. Gli uomini dànno alla circostanza -il nome di retribuzione. La retribuzione causale è nella cosa, e non -è veduta che dall’anima; invece la retribuzione della circostanza è -veduta dall’intelligenza; essa è inseparabile dalla cosa, ma spesso -stesa su di un lunghissimo tempo, non viene distinta che dopo molti -anni. Le ferite specifiche possono seguire l’offesa dopo lungo tempo, -ma esse giungono perchè l’accompagnano. Il delitto e la pena crescono -da un solo stelo. La pena è un frutto insospettato, che matura nel -fiore del piacere, che lo ha coperto. Causa ed effetto, mezzi e fini, -seme e frutto, non possono essere separati, perchè l’effetto fiorisce -già nella causa, il fine preesiste nei mezzi, il frutto nel seme. - -Mentre il mondo in tal guisa sarebbe unità e rifuggirebbe dall’esser -diviso, noi cerchiamo di operare parzialmente, di separare, di -appropriarci qualchecosa; per esempio, per soddisfare i sensi, -noi separiamo il piacere dei sensi dalle necessità del carattere. -L’ingenuità dell’uomo è sempre stata dedicata alla soluzione di un -solo problema: in qual modo separare la dolcezza sensuale, la forza -sensuale, la luce sensuale, ecc. dalla dolcezza morale, dalla morale -profondità, dalla bellezza morale: vale a dire, ancora, come separare -nettamente questa superficie esterna in modo da lasciarla senza il -fondo; come giungere ad un’estremità senza averne un’altra. L’anima -dice: «Mangia»; il corpo vorrebbe banchettare. L’anima dice: «L’uomo e -la donna non saranno che una carne sola ed una sola anima» ed il corpo -vorrebbe unirsi solamente alla carne. L’anima dice: «abbiate il dominio -su tutte le cose per fini di virtù» ed il corpo vorrebbe avere il -potere su tutte le cose per i suoi propri fini. - -L’anima lotta con vigore per vivere e lavorare attraverso tutte le -cose. Essa potrebbe essere l’unico fatto e tutte le cose sarebbero ad -essa unite: potere, piacere, conoscenza, bellezza. - -Ma l’uomo individuo aspira ad essere «qualcuno»; a costruire per se -stesso; ad affaccendarsi ed a mercanteggiare per il bene privato; monta -a cavallo allo scopo di montar a cavallo; si abbiglia per abbigliarsi; -mangia per mangiare; governa allo scopo di eccellere. Gli uomini -cercano di essere grandi; essi vorrebbero avere uffici, ricchezze, -potere e fama. Essi credono che essere grandi sia possedere una parte -sola della natura, quella dolce, senza l’altra parte, quella amara. - -Questa divisione e questa separazione sono però energicamente avversate -dalla natura. Fino al giorno nostro, bisogna riconoscerlo, nessun -creatore di progetti ha avuto il più piccolo successo. L’acqua separata -si riunisce dietro la nostra mano. Nel momento in cui cerchiamo di -separarlo dal «tutto», il piacere è colto fuor dalle cose piacevoli, -il profitto fuori dalle cose profittevoli, il potere fuori dalle cose -forti. Noi non possiamo scindere le cose e ricercare solo il bene -sensuale per se stesso, come non possiamo raggiungere un interno che -non abbia esterno od una luce senza ombra. «Scacciate la natura con un -bidente, essa ritorna di corsa». - -La vita si riveste di condizioni inevitabili, che lo stolto cerca di -schivare, che questi e quegli si vanta di non conoscere, come cose -che non lo riguardano; ma la millanteria è sulle sue labbra, mentre -le condizioni sono nella sua anima. Se egli le sfugge per una parte, -esse lo attaccano per un’altra parte più vitale. Se egli le ha sfuggite -in forma ed in apparenza, è perchè egli ha resistito alla sua vita, -è fuggito lungi da se stesso, e il compenso è tale quale la morte. -L’inanità di tutti i tentativi per fare questa separazione del bene -dall’obbligazione è così evidente, che l’esperimento non sarebbe -tentato — e il tentarlo sarebbe opera pazza, — senza che, iniziata -nella volontà la malattia della ribellione e della separazione, -l’intelletto subito non vada infetto; tanto che l’uomo cessa di vedere -in ogni oggetto Dio nella sua pienezza, ma vede l’adescamento sensuale -di esso, e non vede il suo pregiudizio; egli vede la testa della -sirena, ma non la coda del drago; e pensa di poter recidere ciò che -egli vuole avere da ciò che egli non vorrebbe. «Quanto secreto tu sei, -che abiti nei più alti cieli silenziosamente, tu unico grande Iddio, -che getti per castigo, con Provvidenza infaticabile, l’acciecamento su -coloro che nutrono sfrenati desideri!»[2]. - -L’anima umana è fedele a questi fatti nel rappresentarli nelle -favole, nella storia, nei proverbi, nella conversazione. Ciò trova -inopinatamente una voce nella letteratura. Così i Greci chiamarono -Giove, la Mente Suprema; ma avendogli per tradizione ascritto -molte azioni basse, involontariamente fecero ammenda alla ragione, -incatenando le mani di un dio così cattivo. Egli è ridotto così senza -sostegno, come un re d’Inghilterra. Prometeo conosce un segreto per il -quale Giove deve patteggiare; Minerva un altro ne conosce. Egli non può -disporre dei suoi propri fulmini; Minerva ne tiene le chiavi. - -«Fra tutti gli Dei, io sola conosco le chiavi che aprono le solide -porte delle aule, ove le sue folgori dormono». - -È una sincera confessione dell’opera interna del Tutto, e del suo scopo -morale. La mitologia indiana finisce nella stessa etica; e sembrerebbe -impossibile inventare qualsiasi favola e darle una popolarità, se essa -non è morale. Aurora scordò di chiedere la gioventù per il suo amante, -e Titone sebbene immortale è vecchio. Achille non è completamente -invulnerabile; poichè le acque sacre non bagnarono il suo tallone, -per il quale Teti lo sosteneva. Siegfried, nei Nibelungi, non è -completamente immortale, perchè una foglia cadde sul suo dorso, mentre -egli si bagnava nel sangue del drago, e quella parte rimasta coperta è -mortale. E così è sempre. V’è una fenditura in tutte le cose che Dio -ha fatto. E pare che questa circostanza vendicativa sempre appaia, -improvvisa, perfino nella poesia, dove la fantasia umana tenta di -cantare feste ardimentose, e di liberarsi delle vecchie leggi —, come -appare nell’urto all’indietro, nel retrocedere del cannone, affermanti -che la legge è fatale e che in natura nulla può essere donato, ma tutto -è venduto. - -Questo è l’antico significato della Nemesi, che vigila sull’universo, e -non lascia impunita alcuna offesa. Le furie, dicono gli antichi, sono -le ancelle della giustizia, e se il sole in cielo trasgredisse dalla -sua via, esse lo punirebbero. I loro poeti raccontano che le mura di -pietra, e le spade di ferro, e le cinghie di cuoio hanno un’occulta -simpatia con i falli dei loro proprietari; che la cintura, che Ajace -donò ad Ettore, trascinò sul campo l’eroe Trojano attaccato alle ruote -del carro di Achille, e che la spada, che Ettore diede ad Ajace, fu -quella con cui Ajace si trafisse. Essi ricordano che quando i Thasiani -eressero una statua a Teogene, vincitore nei giuochi, uno dei suoi -rivali andò ad essa nottetempo, e tentò abbatterla con colpi ripetuti, -finchè la smosse dal suo piedestallo, ma vi rimase sotto, schiacciato -dalla sua caduta. - -La voce della favola ha in sè qualcosa di divino. Essa sorse da un -pensiero posto al di sopra della volontà dello scrittore. La parte -migliore d’ogni scrittore è quella che ha nulla d’individuale; quella -che egli non conosce; che sorse dalla sua costituzione e non dalla sua -troppo fervida invenzione; quella che nello studio di un solo artista -non potreste facilmente trovare, ma che nello studio di molti, voi -raccogliereste come se fosse lo spirito di tutti. Io vorrei conoscere -l’opera dell’uomo in quell’antico mondo ellenico, non Fidia. Il nome e -la vita di Fidia, per quanto convenienti per la storia, ci imbarazzano -quando ci innalziamo al criticismo supremo. Noi dobbiamo vedere ciò -che in un dato periodo l’uomo intendeva di fare e che fu impedito, o -se vi piace meglio, modificato dalle intervenute volizioni di Fidia, -di Dante, di Shakespeare, organi per mezzo dei quali l’uomo in quel -momento s’espresse. - -L’espressione di questa legge della compensazione è ancor più -rimarchevole nei proverbi di tutte le nazioni, i quali formano sempre -la letteratura della ragione, o l’affermazione di una verità assoluta, -senza restrizione. I proverbi, come i libri sacri di ogni nazione, sono -il santuario delle intuizioni. Ciò che il mondo pigro, incatenato alle -apparenze, non permetterà di dire al realista con sue proprie parole, -senza contraddirsi gli concederà di dire con proverbi. E questa legge -delle leggi, che il pulpito il senato ed il collegio negano, è ad ogni -ora predicata su tutti i mercati ed in tutte le officine, in tutte le -lingue, con miriadi di proverbi, il cui insegnamento è così vero ed -omnipresente come l’esistenza degli uccelli e delle mosche. - -Tutte le cose sono duplici: l’una opposta all’altra: pane per focaccia: -occhio per occhio, dente per dente; sangue per sangue; misura per -misura; amore per amore. Date e vi sarà dato. Colui che bagna sarà -bagnato. «Che cosa volete? — dice Dio, — pagatelo e prendetelo». — -Nulla arrischi, nulla avrai. Tu sarai pagato esattamente per ciò che -hai fatto, nè più nè meno. Colui che non lavora non mangerà. Poca cura, -cattivo profitto. Le maledizioni ricadono sempre sul capo di colui che -le scaglia. Se voi mettete una catena al collo di uno schiavo, l’altra -estremità si attorciglia intorno al vostro. Il cattivo consiglio perde -il consigliere. — Il Diavolo è un ciuco. - -Così è scritto, perchè così è nella vita. La nostra azione è dominata -e caratterizzata, al disopra del nostro volere, dalla legge della -natura. Noi aspiriamo ad un piccolo scopo separato in modo assoluto -dal bene pubblico, ma la nostra azione si dispone per un magnetismo -irresistibile, parallela ai poli del mondo. - -Un uomo non può parlare senza giudicare se stesso. Volente o nolente, -egli disegna con ogni parola il suo proprio ritratto agli occhi dei -suoi compagni. Ogni opinione reagisce su colui che la pronuncia: è un -gomitolo di filo gettato in un punto, ma di cui l’estremità opposta -rimane nella tasca di colui che l’ha lanciato: o piuttosto è un arpione -scagliato contro una balena, che svolge nel suo volo una spira di -corda nella barca, e che taglierà in due il timoniere e affonderà la -barca, s’esso non è buono o bene scagliato. Non potete fare il peggio -senza soffrire il peggio. Nessun uomo ebbe mai punta d’orgoglio, che -non gli fosse dannosa, disse Burke. Chi vive esclusivamente di vita -mondana non s’avvede che egli esclude ogni godimento nel tentativo -di appropriarselo. L’esclusivista nel campo religioso non s’avvede di -chiuder la porta del cielo a se stesso, tentando di chiuderla per gli -altri. Trattate gli uomini come pedine e come birilli e voi soffrirete -ciò che essi soffrono. Se voi non terrete conto del loro cuore, -perderete il vostro. I sensi vorrebbero trasformare in cose tutte le -persone: le donne i bambini, i poveri. Il proverbio volgare «Questo -otterrò dalla sua borsa o dalla sua pelle» è filosofia gagliarda. - -Tutte le infrazioni all’amore ed all’equità nelle nostre relazioni -sociali sono rapidamente punite. Esse sono punite dal timore. Finchè -io mantengo una semplice relazione col mio simile, non provo alcun -dispiacere nell’incontrarlo. Noi ci incontriamo come l’acqua incontra -l’acqua, come una corrente d’aria ne incontra un’altra, con una -perfetta fusione e penetrazione di natura. Ma così tosto come vi è un -allontanamento dalla semplicità od un tentativo di reticenza, il bene -mio non è più il bene suo ed il mio prossimo sente il danno; egli mi -sfugge come io l’ho sfuggito; i suoi occhi non cercano più i miei; vi è -guerra fra noi; vi è odio in lui e timore in me. - -Tutti gli antichi abusi della società, universali e particolari, tutto -l’ingiusto accumulamento di proprietà e di potere, sono vendicati allo -stesso modo. - -Il timore è maestro di grande sagacità e l’araldo di tutte le -rivoluzioni. Una sola cosa esso ci insegna: che vi è corruzione là dove -esso appare. Il timore è come un corvo che ama le carogne; benchè voi -non vediate bene intorno a che cosa svolazzi, pure vi è la morte in -quel luogo. La nostra proprietà è timida, le nostre leggi sono timide, -le nostre classi colte sono timide. Il timore per secoli e secoli ha -presagito e cianciato e pronosticato sopra il governo e la proprietà. -Questo tristo uccello non è là per nulla. Esso indica dei grandi torti -che devono essere riparati. Della stessa natura è quell’aspettazione -d’un mutamento, che immediatamente segue la sospensione della nostra -attività volontaria. Il terrore di una luna senza nubi, lo smeraldo -di Policrate, il timore della prosperità, l’istinto che spinge ogni -anima generosa ad imporsi il compito d’un nobile ascetismo, sono come -le oscillazioni della bilancia della giustizia attraverso il cuore e la -mente dell’uomo. - -Gli uomini che hanno esperienza del mondo sanno molto bene che è -meglio pagare lo scotto, ovunque vadano, e che l’uomo paga sovente -cara una piccola economia. Colui che dà in prestito, rientra nel suo -proprio debito. Colui che ha ricevuto cento favori e non ne ha reso -alcuno, ha egli guadagnato qualche cosa? Ha egli guadagnato chiedendo, -per indolenza od abilità, le merci od i cavalli od il denaro del suo -vicino? - -Il riconoscimento del beneficio da una parte, e del debito dall’altra, -vale a dire della superiorità e dell’inferiorità sorge immediato nel -fatto. La transazione rimane nella memoria sua e del suo vicino; ed -ogni nuova transazione àltera, a seconda della sua natura, le relazioni -reciproche. Egli giunge tosto a comprendere che sarebbe stato meglio -per lui rompersi le ossa che l’aver viaggiato nella carrozza del -suo vicino, e che il prezzo più alto, cui egli può pagare una cosa -qualsiasi, sta nel chiederla. - -Un uomo saggio applicherà questo ammonimento a tutte le fasi della vita -e saprà che è parte della prudenza il far fronte ad ogni richiedente e -soddisfare ogni giusta richiesta con il vostro tempo, il vostro ingegno -e il vostro cuore. Pagate sempre; perchè tardi o tosto dovrete pagare -il vostro debito intiero. Persone ed eventi possono frapporsi fra voi e -la giustizia per qualche tempo, ma ciò è solamente un differimento. Voi -dovrete, in ultimo, pagare. Se siete saggi, sfuggirete una prosperità -che accresce solo il vostro debito. - -Il beneficio è lo scopo della natura. Ma per ogni beneficio che voi -ricevete è imposta una tassa. Più grande è colui, che conferisce più -benefici. È vile — ed è l’unica cosa vile nell’universo — ricevere -favori, senza contraccambiarne alcuno. È nell’ordine naturale che noi -non possiamo rendere dei benefici a coloro, dai quali li riceviamo, -e se ciò avviene, accade però molto di rado. Ma il beneficio che noi -riceviamo deve essere reso a qualcuno, linea per linea, fatto per -fatto, centesimo per centesimo. Temete che troppi beni rimangano nelle -vostre mani! Presto si corromperanno e genereranno dei vermi. Pagate, -presto, in qualche modo. - -Il lavoro è salvaguardato dalle stesse leggi inflessibili. Dicono i -prudenti che i lavori più cari sono quelli a buon prezzo. Ciò che -noi acquistiamo in una scopa, in un materasso, in un carro, in un -coltello, è una applicazione del buon senso ad un bisogno comune. La -cosa migliore è quella di pagare nel vostro possedimento un giardiniere -abile, vale a dire acquistare il buon senso applicato al giardinaggio; -nel vostro marinaio, il buon senso applicato alla navigazione: nella -casa, il buon senso applicato alla cucina, al cucire, al servire; nel -vostro agente, il buon senso applicato ai conti e agli affari. Così voi -moltiplicate la vostra presenza, ossia spargete voi stesso in tutto -il vostro possedimento. Ma per la duplice costituzione di tutte le -cose, nel lavoro come nella vita non vi può essere inganno. Il ladro -deruba se stesso, lo scroccone truffa se stesso; poichè la ricompensa -reale del lavoro è la conoscenza e la virtù, mentre la ricchezza e il -credito ne sono i simboli. Questi simboli, come la carta-moneta possono -essere falsificati o rubati, ma ciò che essi rappresentano, vale a -dire conoscenza e virtù, non può essere falsificato o rubato. Questi -fini del lavoro non possono essere raggiunti che dagli sforzi reali -della mente, e dall’obbedienza a dei motivi puri. Lo scroccone, il -truffatore, il giuocatore non possono ottenere quella conoscenza della -natura materiale e morale, che insegna al lavoratore le sue oneste -cure e gli affanni. La legge della natura dice: Agite e voi avrete il -potere; ma coloro che non agiscono non l’avranno. - -Il lavoro umano, in tutte le sue forme, dall’aguzzare un palo sino -alla costruzione di una città o alla creazione di un poema epico, è -un’illustrazione immensa della perfetta compensazione dell’universo. -L’assoluta bilancia del Dare e dell’Avere, la teoria che ogni cosa -ha il suo prezzo, e che se quel prezzo non è pagato, un’altra viene -ottenuta in pagamento, e che è impossibile ottenere cosa alcuna senza -il suo prezzo — non è meno sublime nelle colonne di un libro-mastro che -nei bilanci degli stati, nelle leggi della luce e dell’oscurità, in -tutta l’azione e reazione della natura. Io non posso dubitare che le -alte leggi che ogni uomo vede implicate in quelle occupazioni che gli -sono familiari, quali la rigida morale che scintilla sul filo del suo -scalpello, che è misurata dal suo filo a piombo e dalla sua squadra, -che è visibile alla base d’un conto di bottega come nella storia di uno -Stato — gli raccomandino il suo commercio, ed esaltino i suoi affari -nella sua imaginazione. - -La lega fra la virtù e la natura obbliga tutte le cose ad assumere un -contegno ostile di fronte al vizio. Le leggi e le sostanze del mondo -perseguitano e condannano il traditore. Egli trova che le cose sono -disposte per la verità ed il beneficio, ma che nell’intiero mondo non -vi è una sola caverna per nascondere un furfante. Nulla v’è che sia -un segreto. Commettete un delitto e la terra diventa di cristallo; -commettete un delitto e sembrerà che un mantello di neve sia caduto sul -terreno, come quello, che nei boschi, rivela la traccia d’ogni pernice, -d’ogni volpe, d’ogni scoiattolo e d’ogni talpa. Non potete riprendere -la parola detta, non potete cancellare la traccia, non potete ritirare -la scala in modo da non lasciare luogo a passaggio o ad indizio. -Qualche circostanza che vi condanna, sempre sopravvive. Le leggi e le -sostanze della natura — acqua, neve, vento, gravitazione — si mutano in -castighi per il ladro. Con la stessa forza ed in senso opposto la legge -sostiene con uguale sicurezza ogni azione giusta. Amate e sarete amati. -Ogni amore è matematicamente giusto, come i due membri d’una equazione -algebrica. L’uomo buono possiede il bene assoluto, che, come il fuoco, -riconduce ogni cosa alla sua propria natura, così che non potete -recargli alcun danno; ma come gli eserciti inviati contro Napoleone, al -suo avvicinarsi abbassavano le loro bandiere e da nemici diventavano -amici, così per lui i disastri di tutte le specie, le malattie, le -offese, la povertà diventano benefattori. - -«I venti soffiano e le acque portano al coraggioso la forza, il potere -e la divinità. Eppure in se stessi, quelli sono nulla». - -I buoni sono protetti perfino dalla loro debolezza e dai loro difetti. -Allo stesso modo che mai nessun uomo ha avuto un punto di orgoglio, che -non fosse a lui ingiurioso, così nessun uomo ha mai avuto un difetto -che in qualche modo non gli riuscisse talvolta giovevole. Il cervo -della favola ammirava le sue corna e criticava i suoi piedi, ma quando -il cacciatore venne, i suoi piedi lo salvarono e preso nella boscaglia, -le sue corna lo perdettero. Ogni uomo deve nella sua vita render grazie -ai suoi difetti. Come nessun uomo penetra completamente una verità, -fino a che non ha lottato contro di essa, così nessun uomo ha completa -conoscenza degli impedimenti o dei talenti degli uomini, finchè egli -non ha sofferto gli uni e veduti i trionfi degli altri e constatata in -se stesso la mancanza di essi. Ha egli un difetto di carattere che lo -rende poco atto alla vita sociale? Egli è allora obbligato a vivere -da solo, ad acquistare l’abitudine dell’auto-aiuto; e come l’ostrica -ferita, egli aggiusta la sua conchiglia con una perla. - -La nostra forza è prodotta dalla nostra debolezza. L’indignazione, -che si arma con delle forze segrete, non si sveglia finchè noi non -siamo punti, feriti e dolorosamente assaliti a colpi di fucile. Un -grande uomo vuol esser sempre piccolo. Mentre egli siede sui cuscini -delle comodità, egli si addormenta. Quando egli è spinto, tormentato, -sconfitto, egli dalle sue vicende impara qualche cosa; egli è stato -posto nella sua saggia virilità, egli ha acquistata la nozione -dei fatti e conosce la sua ignoranza; è guarito dall’insania della -fantasia; ha acquistata la moderazione e l’abilità reale. L’uomo saggio -si getta dalla parte dei suoi assalitori; trovare il suo punto debole -è più il suo interesse che il loro. La ferita si cicatrizza e cade -come pelle morta, e quando essi stanno per trionfare, ecco! egli è -passato avanti invulnerabile. Il biasimo è più sicuro della lode. Io -odio d’essere difeso in un giornale. Fintantochè tutto ciò che si dice, -è detto contro di me, sento una certa sicurezza di successo; ma tosto -che parole melate di lode sono pronunciate a mio riguardo, mi sento -come senza protezione di fronte ai miei nemici. In generale, ogni male -al quale noi non soccombiamo, è un nostro benefattore. Come l’isolano -delle isole di Sandwich crede che la forza ed il coraggio del nemico -che egli uccide, passino in lui, così noi acquistiamo la forza di -quella tentazione, alla quale resistiamo. - -I medesimi custodi che ci proteggono dalla sventura, dal difetto e -dall’inimicizia, ci difendono, se noi vogliamo, dall’egoismo e dalla -frode. I ceppi e i banchi degli accusati non sono le migliori nostre -istituzioni, nè l’astuzia in commercio è una prova di saggezza. Gli -uomini giacciono durante tutta la vita sotto la superstizione stupida -di poter essere truffati. Ma è così impossibile ad un uomo l’essere -truffato, se non da se stesso, come è impossibile per una cosa l’essere -e non essere allo stesso tempo. Vi è una terza persona silenziosa in -tutti i nostri contratti. La natura e l’anima delle cose prendono -su se stesse la garanzia del compimento d’ogni contratto, così che -un servizio onesto non può mutarsi in una perdita. Se voi servite -un padrone ingrato, servitelo il più a lungo possibile. Ponete Iddio -nel vostro debito. Ogni azione sarà ripagata. Quanto più a lungo il -pagamento è ritardato, tanto meglio è per voi, perchè l’interesse -composto su interesse composto è la norma e l’abitudine del tesoriere. -La storia della persecuzione è una storia dei tentativi per frodare la -natura, per far salire l’acqua sui colli, per attorcigliare corde di -sabbia. Che i persecutori siano molti od uno solo, un tiranno od una -folla, ciò non ha importanza. Una folla tumultuante è una società di -corpi, privati volontariamente dell’uso della ragione, e che cammina -attraverso le proprie opere. La folla tumultuante è un uomo che -volontariamente discende al livello del bruto; la sua ora d’attività -è la notte; le sue azioni sono pazze come tutta la sua costituzione; -essa perseguita un principio; vorrebbe frustare un diritto, vorrebbe -sopprimere la giustizia, dando al fuoco ed all’oltraggio le case e le -persone che la rispettano. Essa compie le sciocchezze dei ragazzi, che -corrono con pompe da incendio per spegnere la rossa aurora innalzantesi -alle stelle. Lo spirito inviolato ritorce contro i malfattori il loro -odio. Il martire non può essere disonorato; ogni frustata inflitta -è una voce per la fama; ogni prigione, un’abitazione più illustre; -ogni libro o casa bruciata illumina il mondo; ogni parola soppressa o -cancellata si riflette attraverso la terra, da parte a parte. Le menti -degli uomini sono alfine ridestate, la ragione appare e giustifica se -stessa e la perfidia trova vane tutte le sue opere. - -Così tutte le cose ammoniscono sull’indifferenza delle circostanze. -L’uomo è tutto. Ogni cosa ha due lati, uno buono ed uno cattivo. Ogni -vantaggio ha il suo contrario: io imparo così ad essere contento. Ma -la teoria della compensazione non è la teoria dell’indifferenza. Lo -spensierato dice, udendo queste dimostrazioni: «A che cosa giova il -fare bene? Vi è una vicenda sola per il bene e per il male; se guadagno -qualche bene, devo pagare per esso; se lo perdo un altro ne guadagno; -tutte le azioni sono indifferenti». - -Vi è nell’anima un fatto più profondo della compensazione, vale a dire, -la sua propria natura. L’anima non è una compensazione, ma una vita. -L’anima è. Sotto questa marea ondeggiante di circostanze, le cui acque -si alzano e si abbassano con perfetto succedersi, giace l’aborigeno -abisso dell’«Essere» reale. L’essenza, o Iddio, non è una relazione od -una parte, ma il Tutto. L’essere è l’affermazione vasta, che esclude la -negazione, che si regge in equilibrio di per se stesso, e inghiottisce -tutte le relazioni, tutte le parti, e tutti i tempi. La natura, la -verità, la virtù, sono i flussi che di là provengono. Il vizio è -l’assenza dell’essere e l’allontanamento da esso. Il nulla, la falsità, -possono invero stare come la grande notte o l’ombra, sulla quale, come -su uno sfondo, l’universo vivente proietta se stesso; ma nessun fatto -è dal nulla generato; il nulla non può operare, perchè esso non è. -Non può fare alcun bene; non può far alcun male. Ma è un male perchè è -peggio non essere che essere. - -Noi ci sentiamo defraudati della retribuzione dovuta alle azioni -cattive, perchè il criminale aderisce ai suoi vizî, rimane fedele -alla sua contumacia e non viene in nessun modo ad una crisi o ad -un giudizio della natura visibile. Non vi è confutazione della sua -stoltezza davanti agli uomini ed agli angeli. Ha egli perciò superata -in destrezza la legge? Più egli porta seco la malignità e la menzogna, -più egli s’allontana dalla natura. In qualche modo una dimostrazione -del suo misfatto vi sarà anche per l’intelligenza; ma se noi anche non -la vedessimo, questa deduzione implacabile bilancierà il conto eterno. - -Nè può dirsi, d’altra parte, che l’acquisto di rettitudine debba -essere ottenuto a prezzo di una perdita qualsiasi. Non vi è penalità -per la virtù, non v’è penalità per la saggezza; esse sono delle vere -aggiunte all’essere. In un’azione virtuosa, io realmente _sono_; in -un’azione virtuosa io accresco il mondo; io mi stabilisco nei deserti -conquistati al Caos ed al nulla, e vedo l’oscurità recedere ai limiti -dell’orizzonte. Non vi può essere eccesso nell’amore, nella conoscenza, -nella bellezza, quando questi attributi sono considerati nel loro -più puro senso. L’anima rifugge da tutti i limiti, e nell’uomo sempre -afferma un ottimismo, mai un pessimismo. - -La sua vita è un progresso e non una stazione. Il suo istinto è la -fiducia. Il nostro istinto usa più o meno nei rapporti con l’uomo, -della _presenza dell’anima_ e non mai della sua assenza; l’uomo -coraggioso è più grande del codardo; il veritiero, il benevolente, -il saggio, è più uomo e non meno del demente e del furfante. Non vi è -tassa sui beni della virtù, perchè essi sono patrimonio di Dio stesso, -o esistenza assoluta, senza comparazione alcuna. Il bene materiale ha -la sua tassa, e se è venuto senza merito e senza sudore, esso non ha -radice in me, ed il primo vento lo spazzerà via. Ma tutti i beni della -natura appartengono all’anima, e possono essere acquistati con moneta -legale in natura, vale a dire con un lavoro che il cuore e il cervello -permettono. Io non desidero di ritrovare un bene che non merito, per -esempio rinvenire un recipiente sotterrato, pieno d’oro, perchè so che -esso mi porta nuove responsabilità. Io non desidero beni esterni, nè -possessi, nè onori, nè potere, nè persone. Il guadagno è apparente; la -tassa è certa. Ma non vi è tassa sulla conoscenza che la compensazione -esiste, e che non è desiderabile trovare dei tesori. Di ciò io godo -con una pace serena, eterna. Io restringo i limiti del male possibile. -Imparo la saggezza di san Bernardo: «Nulla può farmi del male eccetto -me stesso; il male che io soffro lo porto in me stesso e non sono mai -un reale sofferente se non per colpa mia». - -Nella natura dell’anima v’è un compenso per l’ineguaglianza delle -condizioni. La tragedia radicale della natura sembra essere nella -distinzione di _Più_ e _Meno_. Come può il Meno non sentire il dolore; -non sentire indignazione o malevolenza contro il Più? Badate a colui -che ha minori facoltà e voi vi sentite triste e non sapete bene che -cosa fare. Egli quasi evita i vostri occhi; egli quasi teme che essi -rimbrottino Iddio. Che fare? Tutto ciò pare una grande ingiustizia. -Ma avvicinate i fatti, vedeteli da vicino e queste ineguaglianze -simili a montagne, spariscono. L’amore le riduce, come il sole fonde -gli icebergs in mare. Il cuore e l’anima di tutti gli uomini essendo -uno, cessa quest’amarezza del _Suo_ e del _Mio_. Il suo è mio. Io sono -mio fratello e mio fratello è io stesso. Se io mi sento oscurato e -sorpassato da grandi vicini, pure io li posso ancora amare; io li posso -ancora ricevere; e colui che ama, fa cosa sua propria la grandezza -che egli ama. Con ciò io rilevo a me stesso che mio fratello è il mio -guardiano, che opera per me con i più amichevoli intenti, e che il -possedimento che io tanto ammirai ed invidiai è mio. È della eterna -natura dell’anima l’appropriarsi e far sue tutte le cose. Gesù e -Shakespeare sono frammenti dell’anima, e con l’amore io li conquido e -li incorporo nel mio proprio conscio dominio. La loro virtù non è mia? -Il loro intelletto, se non può essere fatto mio, non è intelletto. - -Tale è anche la storia naturale delle calamità. I cambiamenti, che -feriscono a brevi intervalli la prosperità degli uomini, sono avvisi -di una natura la cui legge è lo svilupparsi. È ordine di natura lo -svilupparsi ed ogni anima per questa intrinseca necessità lascia il -suo intiero sistema di cose, i suoi amici, la casa, le leggi, la fede, -come il mollusco sguscia fuori della sua casa bella ma di pietra, -perchè essa non permette più il suo sviluppo, e lentamente si forma una -casa nuova. Queste rivoluzioni sono frequenti in proporzione al vigore -dell’individuo, ed in qualcuno più fortunato esse sono incessanti, e -tutte le relazioni mondane lo circondano, diventando, per così dire, -una trasparente membrana fluida, attraverso la quale la forma vivente -è sempre visibile, anzichè, come per la maggior parte degli uomini, un -tessuto eterogeneo di molte età e senza carattere stabilito, nel quale -l’uomo è imprigionato. In questo caso c’è ampliamento, e l’uomo d’oggi -riconosce a stento l’uomo di ieri. E tale dovrebbe essere la biografia -esterna dell’uomo in rapporto col tempo: un abbandono delle circostanze -morte giorno per giorno, come egli rinnova giorno per giorno i suoi -vestiti. Ma per noi, nel nostro stato ingannevole, stagnante, che non -progredisce, che resiste, che non coopera con la divina espansione, -questo sviluppo viene a sbalzi. - -Noi non possiamo separarci dai nostri amici. Non possiamo lasciar -andare i nostri angeli. Noi non vediamo ch’essi escono, perchè degli -arcangeli possano entrare. Noi siamo idolatri delle cose vecchie. -Noi non crediamo alla ricchezza dell’anima, alla sua eternità -ed onnipresenza. Noi non crediamo che vi sia una forza oggi per -rivaleggiare o creare nuovamente quel ch’era bello ieri. Noi ci -soffermiamo nelle rovine della vecchia tenda, dove avevamo una volta -pane e riparo e vita, nè crediamo che lo spirito possa alimentarci, -coprirci, e fornirci di nervi nuovamente. Noi non possiamo nuovamente -trovare alcunchè così caro, così dolce, così grazioso. Ma sediamo e -piangiamo invano. La voce dell’Onnipotente dice: «Alzatevi ed andate -avanti, per sempre». Noi non possiamo rimanere fra le rovine, pure -non vogliamo affidarci al nuovo; e così camminiamo sempre cogli occhi -rivolti, come quei mostri che guardano sempre all’indietro. - -Eppure le compensazioni delle calamità appaiono all’intelligenza, -anche dopo lunghi intervalli di tempo. Una febbre, una mutilazione, -un crudele disinganno, una perdita di ricchezze sembrano al primo -momento una perdita completamente irreparabile. Ma gli anni rivelano -la profonda forza del rimedio, che giace sotto tutti i fatti. La -morte d’un amico caro, della moglie, d’un fratello o d’un’amante, -che sembrava dapprima null’altro che privazione, un poco più tardi -assume l’aspetto di una guida o di un buon genio; perchè essa -comunemente opera delle rivoluzioni nel nostro modo di vita; chiude -un’epoca d’infanzia o di gioventù, che attendeva di essere chiusa; -rompe un’abituale occupazione od un «mènage» di casa, e permette la -formazione di nuove abitudini, più adatte allo sviluppo del carattere; -essa permette o limita la formazione di nuove conoscenze, e la -possibilità di nuove influenze, che risultano della massima importanza -negli anni futuri; e allora l’uomo o la donna che sarebbero rimasti -come un soleggiato fiore da giardino, senza terreno per le sue radici e -con troppa luce solare per il suo capo a causa della caduta delle mura -e della negligenza del giardiniere, sono come il banano della foresta, -che dà ombra e frutti alle grandi moltitudini d’uomini che gli sono -d’intorno. - - - - -QUARTO SAGGIO - -LEGGI SPIRITUALI - - -Quando l’atto della riflessione prende posto nella mente, quando -guardiamo in noi stessi con la luce del pensiero, noi constatiamo -che la nostra vita è legata con la bellezza. Ogni cosa dietro di -noi assume, mentre camminiamo, delle forme aggraziate, come fanno le -nuvole lontane. Non solamente le cose familiari e vecchie, ma anche le -tragiche e terribili sono belle, quando prendono posto tra le pitture -della memoria. La spiaggia del fiume, l’alga sulla riva, la vecchia -casa, la persona sciocca — per quanto trascurate nell’atto di passare, -acquistano una grazia nel passato. Perfino il corpo morto, che giacque -nella camera, ha aggiunto un ornamento solenne alla casa. L’anima non -vuol conoscere nè deformità, nè pena. Se nelle ore di chiara ragione, -noi dovessimo dire la verità nuda, noi dovremmo dire di non aver mai -fatto un sacrifizio. In queste ore la mente sembra così grande, che -a noi pare, che nulla d’importante possa esserci tolto. Ogni perdita, -ogni dolore è particolare; l’universo rimane nel nostro cuore intatto. -Nè persecuzioni, nè disgrazie abbattono la nostra fiducia. Nessun uomo -mai ha manifestato i suoi dolori così serenamente come egli avrebbe -potuto. Potete ammettere che vi sia esagerazione anche nelle parole del -più paziente e disfatto tapino che sia mai stato perseguitato. Perchè -solamente il finito travaglia e soffre; l’infinito giace steso in -sorridente riposo. - -La vita intellettuale dev’essere mantenuta chiara e sana, se l’uomo -vuol vivere la vita della natura, e non introdurre nella sua mente -difficoltà che non lo riguardano. Nessun uomo deve essere incerto -nelle sue speculazioni. Faccia e dica ciò che ha strettamente attinenza -con lui, ed anche se ignorerà i libri, la sua natura non gli lascerà -alcun impedimento intellettuale o dubbio alcuno. La nostra gioventù è -tormentata dai problemi teologici del peccato originale, dell’origine -del male, della predestinazione e simili. Queste non presentarono mai -una difficoltà pratica ad alcun uomo; mai oscurarono la via di chi non -andasse fuori della propria strada per cercarle. Queste sono gli umori, -le rosolie, le tossi dell’anima e coloro che non le hanno avute non -possono parlare della loro salute, nè prescrivere una cura. Una mente -semplice non conoscerà queste malattie. È cosa completamente diversa -esser capace di rendere conto della propria fede ed esporre ad un -altro la teoria dell’unione e della propria libertà con se stesso. Ciò -richiede delle doti rare. Pure vi può essere una forza ed un’integrità -selvaggia in ciò che egli è, senza questa conoscenza di se stesso. -«Pochi istinti forti e poche regole chiare» ci bastano. - -La mia volontà non diede mai alle imagini il posto che occupano ora -nella mia mente. Il regolare corso di studi, gli anni d’educazione -accademica e professionale, non mi hanno insegnato dei fatti migliori -di quelli di qualche libro ozioso, nascosto sotto il banco, durante le -lezioni di latino. Ciò che noi non chiamiamo educazione, è più prezioso -di ciò che noi così denotiamo. Noi, al momento di ricevere un pensiero, -non formiamo alcuna congettura intorno al suo valore comparativo. E -l’educazione spesso consuma i suoi sforzi nel tentativo di contrariare -e di impedire quel magnetismo naturale, che con sicura discriminazione -sceglie ciò che gli appartiene. Nello stesso modo la nostra natura -morale è viziata da qualsiasi intervento del nostro volere. Gli uomini -rappresentano la virtù come una lotta, e si dànno grande importanza -per le loro vittorie, e dovunque è fatta questa domanda (quando una -natura nobile è interessata): se non è uomo migliore, colui che lotta -contro la tentazione. Ma non vi è nessun merito in questa questione. O -vi è Dio, o non vi è. Noi amiamo i caratteri a seconda che essi sono -impulsivi e spontanei. Quanto meno un uomo pensa o sa circa le sue -virtù, tanto più egli ci piace. Le vittorie di Timoleone, che al dir -di Plutarco, scorrevano e sgorgavano come i versi d’Omero, sono le -migliori vittorie. Quando ci appare un’anima, le cui azioni sono tutte -regali, graziose e piacevoli come rose, dobbiamo ringraziare Iddio che -tali cose possano essere e siano, e non voltarci all’angelo e dire «il -gobbo è un uomo migliore, con la sua resistenza bisbetica a tutti i -suoi demoni interni». - -La preponderanza della natura sulla volontà in tutta la vita pratica, -non è meno importante. Vi è meno intenzione nella storia di quanta -noi le ascriviamo. Noi attribuiamo dei piani profondamente calcolati e -previsti a Cesare ed a Napoleone; ma la parte migliore del loro potere -era nella natura, non in loro. Gli uomini ch’ebbero segnalate vittorie, -nei loro momenti onesti, hanno sempre cantato «non è in noi, non sta a -noi». A seconda della fede del loro tempo, essi hanno costruito degli -altari alla Fortuna, al Destino od a san Giuliano. Il loro successo -sta nel loro parallellismo al corso del pensiero, che trovò in essi un -canale non ostruito, e le meraviglie di cui furono i palesi conduttori, -parvero all’occhio le loro proprie gesta. Generarono forse i fili -metallici il galvanismo? Ed è pur vero che vi erano in essi minori -soggetti di riflessione che in ogni altro; così la virtù di un flauto -è di essere dolce e cavo. Ciò che esternamente sembrava volontà ed -irremovibilità, non era che mancanza di volontà ed auto-annientamento. -Avrebbe potuto Shakespeare dare una teoria di Shakespeare? potrebbe -mai un uomo, pur di prodigioso genio matematico, comunicare ad altri -alcuna intuizione dei suoi metodi? Se egli potesse comunicare tale -segreto, egli perderebbe immediatamente il suo valore smisurato, -confondendo con la luce del giorno e con l’energia vitale, il potere -di stare ed andare. Da queste osservazioni si deduce forzatamente che -la nostra vita potrebbe essere molto più facile e semplice di ciò che -noi la facciamo; che il mondo potrebbe essere un luogo molto più felice -di ciò che non sia; che non vi è bisogno di lotte, di convulsioni, -di disperazione; di torcersi le mani e digrignare i denti; e che noi -infine produciamo i nostri proprii mali. Noi inceppiamo l’ottimismo -della natura: perchè ogni qualvolta noi rientriamo vantaggiosamente -nel passato, godiamo di una mente più saggia nel presente, e possiamo -osservare d’essere attorniati da leggi, che da se stesse si compiono. - -La fisionomia esterna della natura ci dà con serena superiorità lo -stesso insegnamento. La natura non ci vuole collerici e vanitosi. Essa -non ama la nostra benevolenza e la nostra cultura, più che non ami -le nostre frodi e le nostre guerre. Quando noi usciamo dal cenacolo, -dalla banca, dalla convenzione per l’abolizione della schiavitù, dal -congresso per la temperanza o dal circolo trascendentale, ed andiamo -nei campi e nei boschi, essa ci dice: «Così scalmanato, mio piccolo -Signore?» - -Noi siamo pieni di azioni meccaniche. Sentiamo la necessità di -immischiarci, di volgere le cose a nostro modo, finchè i sacrifizi e -le virtù della società siano odiosi. L’amore dovrebbe produrre gioia; -ma la nostra benevolenza è infelice. Le nostre scuole domenicali, le -chiese, le società di protezione dei poveri, sono dei gioghi al collo. -Noi soffriamo per non piacere ad alcuno. Vi sono dei mezzi naturali -per arrivare agli stessi scopi, cui queste istituzioni tendono, ma -esse non li seguono. Perchè tutte le virtù dovrebbero operare in un -solo ed identico modo? Perchè tutte dovrebbero dare dei dollari? Ciò -è molto ingombrante per noi, gente di campagna, e non crediamo che da -ciò possa venire bene alcuno. — Noi non abbiamo dei dollari; i mercanti -ne hanno; ed essi dunque li diano. Gli agricoltori daranno del grano; -i poeti canteranno; le donne fileranno; i bambini porteranno dei -fiori. E perchè trascinare questo mortale peso della scuola domenicale -attraverso l’intiera cristianità? È naturale e bello che l’infanzia -interroghi e che la maturità insegni; ma vi è tempo abbastanza per -rispondere alle domande, quando esse vengono espresse; onde non -racchiudete i giovani in un banco, contro la loro volontà, e non -forzate i bambini a fare contro la loro volontà delle domande per un -tempo prefisso. - -Se noi miriamo più lontano, le cose sono tutte uguali; leggi, lettere, -credenze e modi di vivere, sembrano un travestimento della verità. — -La nostra società è assediata da un pesante macchinario, che somiglia -agli interminabili acquedotti che i Romani costrussero sulle colline -e nelle vallate, e che furono resi inutili dalla scoperta della legge -che l’acqua si innalza al livello della sua sorgente. La nostra società -è una muraglia Chinese, che qualsiasi agile tartaro può scavalcare. -È un’annata pronta, ma non così utile come una pace. È un impero -graduato, titolato, riccamente dotato, ma completamente superfluo, -quando si scopre che le civiche congregazioni non valgono meno. - -Accettiamo un ammonimento dalla natura, che sempre opera per vie brevi. -Quando il frutto è maturo, esso cade. Quando il frutto è caduto, -cade la foglia. Lo scorrere delle acque è semplicemente una caduta. -Il procedere dell’uomo e di tutti gli animali è un cadere in avanti. -Tutto il nostro lavoro manuale e le opere di forza, come l’alzare con -una leva, lo spaccare il legno, lo scavare, il remare, e simili, sono -compiute con una serie di cadute continue; ed il globo, la terra, la -luna, le comete, il sole, le stelle cadono eternamente. La semplicità -dell’universo è molto differente dalla semplicità di una macchina. -Colui che ricerca la natura morale qua e là e che sa come s’acquisti la -conoscenza e come il carattere sia formato, è un pedante. La semplicità -della natura non sta nel poter essere facilmente letta, ma sta in ciò -che è inesauribile. L’ultima analisi di questa semplicità non potrà -in nessun modo essere compiuta. Noi giudichiamo la saggezza di un -uomo dalla sua speranza, poichè noi sappiamo che la percezione della -inesauribilità della natura è una giovinezza immortale. L’impetuosa -fertilità della natura è sentita da noi, comparando i nostri nomi e -le nostre rigide riputazioni con la nostra ondeggiante coscienza. Noi -passiamo nel mondo attraverso a sètte ed a scuole, armati di erudizione -e di pietà e rimaniamo dei bambini insipidi. Ogni uomo s’avvede di -trovarsi in quel punto medio, dove ogni cosa può essere affermata o -negata con uguale ragione. Egli è vecchio, è giovane, è molto saggio -ed è completamente ignorante. Egli ode e sente ciò che voi dite del -serafino e del calderaio. Non vi è uomo permanentemente saggio, eccetto -che nella finzione degli Stoici. Noi leggendo o dipingendo, prendiamo -la parte dell’eroe, contro il codardo ed il ladro; ma siamo stati -noi stessi quel codardo e quel ladro, e lo saremo di nuovo, non in -una circostanza volgare, ma proporzionale alle grandezze possibili -dell’anima. - -Una piccola considerazione di ciò che succede intorno a noi ogni -giorno, ci insegnerebbe che una legge più alta di quella del nostro -volere regola gli eventi; che i nostri lavori penosi sono vani ed -infruttiferi; che noi siamo forti solamente nelle nostre azioni -facili, semplici, spontanee, e che accontentandoci dell’ubbidienza, -diventiamo divini. Fede ed amore — un fiducioso amore ci solleverà da -un grande numero di cure. Fratelli miei, Dio esiste. Vi è un’anima al -centro della natura ed al disopra della volontà di ogni uomo, così che -nessuno di noi può attentare all’universo. Essa ha così infuso il suo -squisito incanto nella natura, che noi prosperiamo quando accettiamo -il suo consiglio, e quando tentiamo ferire le sue creature, le nostre -mani si arrestano ai nostri fianchi o colpiscono il nostro proprio -petto. L’intiero corso delle cose ci insegna la fede. A noi bisogna -solo ubbidire. Vi è una guida per ciascuno di noi, ed umilmente -ascoltando, udremo la retta parola. Perchè così penosamente scegliete -voi il vostro posto, le vostre occupazioni, i vostri associati, i -vostri modi d’azione e i vostri divertimenti? Certo vi è un possibile -diritto per voi, che distrugge la necessità della discriminazione e -dell’elezione volontaria. Per voi vi è una realtà, un posto acconcio, -e dei doveri corrispondenti a voi. Ponete voi stessi nel mezzo della -corrente di potere e di saggezza, che fluisce in voi come vita; -collocatevi nel pieno centro di tale onda e voi sarete senza sforzo -spinti verso la verità, il diritto e una perfetta letizia. Allora, voi -porrete tutti i contradittori dalla parte del torto. Allora sarete il -mondo, la misura del diritto, del vero, del bello. Se noi non fossimo -dei guasta-mestieri con le nostre miserabili ingerenze, il lavoro, la -società, le lettere, le arti, la scienza, la religione degli uomini -procederebbero molto meglio di quanto non procedano ora, ed il cielo -predetto dal principio del mondo, ed ancora predetto dalla profondità -del nostro cuore, si organizzerebbe, come fanno ora la rosa e l’aria ed -il sole. - -Io dico: «_non scegliete_»; ma questa è solo una figura rettorica, -con la quale io vorrei distinguere ciò che è comunemente chiamato -_scelta_ fra gli uomini, e che non è se non un atto parziale, vale -a dire scelta delle mani, scelta degli occhi, degli appetiti, e non -un completo atto dell’uomo. Ma ciò che io chiamo giustizia o bene, -è la scelta della mia costituzione; e ciò che io chiamo Cielo, ed al -quale internamente aspiro, è lo stato o la circostanza desiderabile -per la mia costituzione; e l’azione che in tutta la mia vita io cerco -di compiere, è il lavoro atto alle mie facoltà. Noi dobbiamo tenere -l’uomo responsabile verso la ragione, per la scelta della sua arte o -professione giornaliera. Non è giustificazione alle sue azioni, l’esser -queste, abitudini del suo mestiere. Che cosa ha egli a vedere con un -cattivo mestiere? Non ha egli una _vocazione_ nel suo carattere? - -Ogni uomo ha la sua propria vocazione. Il talento è la vocazione. Vi -è una sola direzione, lungo la quale ogni spazio gli è aperto. Egli -possiede delle facoltà, che lo invitano verso quella direzione con -uno sforzo infinito. Egli è come un battello in un fiume; egli corre -contro tutti gli ostacoli e da tutti i lati, eccetto che da uno; solo -da quel lato ogni ostruzione è tolta, ed egli passa serenamente, sopra -la profondità di Dio, in un mare infinito. Questo talento e questa -vocazione dipendono dalla sua organizzazione, o dal modo con cui -l’anima generale in lui s’incarna. Egli inclina a fare qualche cosa che -sia facile a lui, e buona quando sia fatta, ma che nessun altro uomo -possa fare. Egli non ha rivali, infatti quanto più egli consulta con -verità i suoi propri poteri, tanta maggior differenza apparirà tra il -lavoro suo ed il lavoro di qualsiasi altro uomo. Quando egli è sincero -e fedele, la sua ambizione è certamente proporzionata ai suoi poteri. -L’altezza della piramide è determinata dalla larghezza della base. Ogni -uomo è attratto dal potere di fare qualche cosa di unico, e nessuno ha -altra vocazione, all’infuori di questa. La pretesa di avere un’altra -vocazione contraddistinta dal proprio nome e dalla propria elezione -personale, con segni esterni che proclamino l’individuo straordinario -e lo traggano fuor della cerchia degli uomini comuni, non è che -fanatismo, e dinota l’impotenza di percepire l’esistenza di una sola -mente per tutti gli individui, mente che non ha alcun rispetto per le -persone. - -Con il fare il suo lavoro egli addita quali funzioni può compiere; -crea con il gusto dal quale è rallegrato; provoca quelle necessità, -per le quali può essere di sussidio, e rivela se stesso. È difetto -dei nostri pubblici discorsi di non aver abbandono. In ogni luogo, -non solo ogni oratore, ma ogni uomo dovrebbe lasciare sciolta -tutta la lunghezza delle proprie redini; dovrebbe trovare o creare -l’espressione franca e cordiale di quella forza e di quell’intento -che sono in lui. L’esperienza comune dice che l’uomo si adatta, come -può, alle abitudinarie piccolezze del lavoro o del commercio nel -quale è assorbito e che vi attende come un cane che giri lo spiedo; -allora egli è parte della macchina che egli stesso muove, e l’uomo è -perduto. Finchè egli non può comunicar se stesso agli altri in tutta -la sua statura e proporzione, quale un uomo buono e saggio, egli non -può trovare la sua vocazione. Egli deve trovare un luogo di uscita -per il suo carattere, così che egli possa giustificare la sua opera ai -loro occhi. Se il suo lavoro è vile, egli lo renda liberale con il suo -pensiero e con il suo carattere. Egli comunichi agli altri qualunque -cosa sappia e pensi, qualunque cosa, che nella sua preoccupazione -sia degna d’esser compiuta, o gli uomini non lo conosceranno e non lo -onoreranno a seconda del suo merito. Sciocchi voi siete, ogni qualvolta -voi riguardate la bassezza e la formalità della cosa compiuta, anzichè -convertirla in ubbidiente spiraglio del vostro carattere e delle vostre -intenzioni. - -A noi piacciono soltanto quelle azioni che hanno avuto per lungo tempo -la lode degli uomini, e non ci accorgiamo che tutte le cose, che l’uomo -fa, potrebbero essere fatte divinamente. Noi pensiamo che la grandezza -sia rilegata o costituita in alcuni luoghi o per certi doveri, in certi -uffici o per date occasioni, e non ci avvediamo che Paganini può trarre -l’estasi da una corda di violino; Eulenstein da una ribéca; un ragazzo -dalle agili dita, dalle striscie di carta; Landseer dal maiale; e -l’eroe dalla misera abitazione e dalla compagnia ove egli era nascosto. -Ciò che noi chiamiamo «oscura condizione» o «società volgare» è quella -condizione e quella società, la cui poesia non fu ancora scritta, -ma che voi troverete fra poco invidiabile e rinomata come qualsiasi -altra. Accettate il vostro genio e dite ciò che pensate. Nei nostri -apprezzamenti prendiamo l’esempio dai re. La legalità tiene in conto -i doveri dell’ospitalità, la connessione delle famiglie, l’incalzare -della morte, e mille altre cose, ed ogni mente sovrana dovrà del pari -tenerne conto. Fare abitualmente un apprezzamento nuovo — questo è -elevazione. - -Un uomo possiede in proporzione del suo agire. Che ha egli a vedere con -la speranza o con il timore? In lui sta la sua potenza. Non consideri -nessun altro bene saldo, eccetto quello che è nella sua vita. I -beni di fortuna possono venire ed andare come le foglie d’estate; li -spanda egli a tutti i venti, come segni momentanei della sua infinita -produttività. - -Egli può avere ciò che gli spetta. Il genio di un uomo, la qualità -che lo differenzia da qualsiasi altro, la sua suscettibilità verso -una classe di influenze, la scelta di ciò che è adatto per lui, il -rifiuto di ciò che non gli conviene, determina per lui il carattere -dell’universo. Come un uomo pensa, così è; e come un uomo sceglie, -così è, e così è la sua natura. L’uomo è un metodo, una disposizione -progressiva, un principio eleggente, che attira a sè il suo simile, -ovunque egli vada. Egli prende soltanto ciò che gli spetta, nella -molteplicità che turbina e circola intorno a lui. Egli è simile ad -uno di quei travi messi nei fiumi per arrestare il legno portato alla -deriva, o alla calamita fra scheggie d’acciaio. Quei fatti, quelle -parole, quelle persone, che vivono nella sua memoria senza che egli -ne sappia dire il perchè, rimangono, perchè essi hanno una relazione -con lui, non meno reale per non essere ancora accertati. Essi sono -simboli del suo valore, poichè essi possono interpretare parte della -sua coscienza, per la cui spiegazione egli cercherebbe vanamente le -parole nelle immagini convenzionali dei libri e di altre menti. Ciò -che attrae la mia attenzione, lo possiederò; come io andrò all’uomo -che batte alla mia porta, mentre mille persone, altrettanto degne, -passano innanzi ad essa senza che io me ne curi. A me basta che questi -particolari mi parlino. Certi aneddoti, certi tratti di carattere, di -costumi, di fisionomia, certi incidenti, se li misuraste con la misura -ordinaria, hanno un’importanza nella vostra memoria sproporzionata -al loro significato apparente. Essi si riferiscono al vostro talento. -Date loro il loro peso e non buttateli via per cercare illustrazioni e -fatti più ordinarî in letteratura. Rispettateli, perchè essi hanno la -loro origine nella più profonda natura. Ciò che il vostro cuore crede -grande, è grande. L’enfasi dell’anima ha sempre ragione. - -L’uomo ha il più alto diritto su tutte le cose, che sono gradite -alla sua natura ed al suo genio. Egli può prendere ovunque ciò che -appartiene al suo stato spirituale; nè può egli prendere qualche cosa -d’altro, sebbene tutte le porte siano aperte; nè può tutta la forza -degli uomini impedire che egli prenda ciò che gli viene di diritto. È -vano tentare di nasconder un segreto a chi ha il diritto di conoscerlo. -Esso si dirà da sè. Lo stato nel quale un amico può ridurci, afferma il -suo dominio su di noi. Egli ha un diritto sui pensieri di tale stato di -mente. Egli può forzare tutti i segreti di tale stato di mente. Questa -è una legge che gli uomini di governo mettono in pratica. Tutti i -terrori della Repubblica Francese, che tennero l’Austria a segno erano -impotenti a reggere alla sua diplomazia: ma Napoleone mandò a Vienna M. -De Narbonne, uomo dell’antica nobiltà, di costumi e di modi e di nome -pari a quelli della corte austriaca, dicendo che era indispensabile -mandare alla vecchia aristocrazia d’Europa uomini della sua stessa -condizione: orbene M. De Narbonne, in meno di quindici giorni, penetrò -tutti i segreti del gabinetto imperiale. - -Una mutua e reciproca intelligenza è sempre la più salda delle catene. -Nulla sembra più insignificante come il parlare e l’essere compreso. -Pure un uomo potrà constatare che l’esser compreso è il più forte -dei legami e delle difese; — e colui che ha accolta un’opinione, -potrà considerarla come la più pericolosa catena. Se un insegnante -ha un’opinione che desidera nascondere, i suoi scolari diverranno -pienamente consci di essa come di qualsiasi altra, che egli rivela. -Se voi versate dell’acqua in un recipiente ritorto e con angoli, è -vano dire: «io voglio versare in questo angolo od in quello»; l’acqua -troverà il suo livello in tutti. Gli uomini sentono ed operano secondo -una vostra dottrina senza poter dimostrare come essi la seguano. -Dateci l’arco di una curva ed un buon matematico vi scoprirà l’intiera -figura. Noi ragioniamo sempre dal visibile al non visibile, donde la -perfetta intelligenza, che sussiste fra noi e gli uomini saggi delle -età remote. Un uomo non può seppellire i suoi detti così profondamente -nel suo libro, che il tempo e gli uomini di mente pari alla sua non -li trovino. Platone aveva una dottrina segreta; l’aveva egli? Quale -segreto può egli nascondere agli occhi di Bacone? di Montaigne? di -Kant? Perciò Aristotile disse delle sue opere: «Esse sono pubblicate e -non pubblicate». Nessuno può imparare ciò che non è in grado imparare, -per quanto vicino ai suoi occhi sia l’oggetto. Un chimico può dire i -suoi più preziosi segreti ad un falegname e questi non sarà più saggio -— segreti che egli non confiderebbe ad un altro chimico, foss’anche -per un regno. Dio ci protegge sempre dalle idee premature. I nostri -occhi sono ciechi per modo che noi non possiamo vedere le cose che ci -stanno dinnanzi, finchè l’ora non giunge in cui la mente è matura; -allora le vediamo, ed il tempo nel quale non le vedemmo, ci pare -un sogno. Tutta la bellezza ed il valore che l’uomo contempla, non -è nella natura, ma in lui stesso. Il mondo è una cosa vuota, e va -debitore dei suoi orgogli a questa anima che indora e che esalta. «La -terra riempie il suo grembo di splendori» non suoi proprî. La valle di -Tempe, Tivoli e Roma sono terra ed acqua, roccie e cielo. Vi è terra ed -acqua altrettanto buona in mille altri luoghi, eppure quanto esse sono -indifferenti. - -Il popolo non si fa migliore per l’azione del sole e della luna, -dell’orizzonte o degli alberi; così non è detto che i custodi delle -gallerie di Roma od i servi dei pittori, abbiano una qualche elevatezza -di pensiero, o che i librai siano uomini più saggi degli altri. Vi sono -delle grazie nel portamento di una persona nobile ed educata, che si -perdono agli occhi di un rozzo. Esse sono come quelle stelle, la cui -luce non ci ha ancora raggiunto. - -L’uomo può vedere ciò che fa. I nostri sogni sono il seguito della -nostra conoscenza vigilante. Le visioni della notte hanno sempre -qualche corrispondenza con le visioni del giorno. I sogni odiosi non -sono che le esagerazioni dei peccati del giorno e certi brutti ceffi -non sono che la personificazione di certe nostre affezioni malvagie. -Sulle Alpi il viaggiatore osserva talvolta la sua propria ombra -ingigantita, cosicchè ogni gesto della sua mano è terrificante. «Miei -ragazzi — disse un vecchio ai suoi bambini spaventati da una figura -apparsa sulla porta oscura — voi non vedrete mai nulla peggiore di -voi stessi». Come nei sogni così negli eventi meno incerti del mondo -ogni uomo si vede in proporzioni gigantesche, senza saper di rimirare -se stesso. Il bene che egli contempla comparato al male ch’egli pure -contempla, è come il suo proprio bene messo in rapporto al suo proprio -male. Ogni dote della sua mente è magnificata in qualcuna delle sue -conoscenze ed ogni emozione del suo cuore in qualche altra. Egli è come -un quinconcio d’alberi o come un acrostico, che si ripete in principio, -nel mezzo ed alla fine. Egli s’accosta ad una persona e un’altra evita, -a seconda della sua somiglianza o della sua differenza, ricercando se -stesso nei suoi associati e più ancora nel suo commercio, nelle sue -abitudini, nei gesti, nei cibi, nelle bevande; ed alla fine egli viene -ad essere fedelmente rappresentato da ogni aspetto delle circostanze -stesse. - -L’uomo può leggere ciò che scrive. Che cosa possiamo noi vedere od -acquistare all’infuori di ciò che siamo? Voi avete certamente veduto -un uomo istruito leggere Virgilio. Ebbene questo scrittore rappresenta -mille volumi diversi per mille diverse persone. Prendete il volume a -due mani, toglietevi gli occhi nel leggerlo e non vi troverete mai, ciò -che io vi trovo. Se qualche scaltro lettore volesse avere il monopolio -della saggezza o del godimento che egli ricava dalla lettura, egli -sarebbe sicuro di rendere inglese il libro come se fosse imprigionato -nella lingua delle isole Palaos. Dei buoni libri succede ciò che -succede delle buone compagnie. Introducete una persona volgare fra -gentiluomini: ciò non produrrà alcun effetto: egli non è simile a loro. -Ogni società protegge se stessa: essa è perfettamente sicura e quel -tale non è dei loro, ancorchè il suo corpo sia nel medesimo ambiente. - -A che serve combattere contro le leggi eterne della mente, che fissano -le relazioni fra persona e persona, con la misura matematica del loro -avere e del loro essere? Gertrude è innamorata di Guido; come sono -alteri, aristocratici e romani il suo portamento e i suoi modi! Vivere -con lui sarebbe veramente la vita e nessun prezzo per ciò troppo -grande; cielo e terra sono mossi a quello scopo. Ebbene Gertrude -ottiene Guido; ma che cosa serve ora quanto alti ed aristocratici e -romani siano il portamento ed i modi, se il cuore e gli obbietti di lui -sono nel senato, nel teatro, nella sala da bigliardo, ed essa non ha -mezzi, non ha discorsi, che possono incantare il suo grazioso signore? - -L’uomo deve avere una sua propria società. Noi possiamo amare nulla, -eccetto la natura. I più grandi ingegni, i più meritevoli sforzi, -realmente non ci toccano molto da vicino, ma un approssimarci od -una rassomiglianza con la natura rappresentano una bella vittoria di -essa. Delle persone, illustri per la loro bellezza, per le loro doti, -degne di ogni meraviglia per il loro fascino, ci avvicinano; esse -dedicano tutta la loro capacità a quel momento ed a quella società, -ma con risultati molto dubbi. Tuttavia, sarebbe certamente ingrato -da parte nostra il non lodarli ad alta voce. Poi, quando tutto ciò -è avvenuto, una persona di mente simile alla nostra, un fratello o -una sorella per natura, viene a noi così pianamente e facilmente, -così a lato ed intimamente, come se fosse sangue delle nostre proprie -vene, e noi abbiamo più l’impressione di qualcuno che se ne è andato, -che di un altro che è venuto; noi siamo completamente sollevati e -ristorati; e proviamo una specie di lieta solitudine. Noi follemente -pensiamo nei nostri giorni di peccato che dobbiamo corteggiare gli -amici in omaggio alle consuetudini sociali, al loro vestito, alla loro -educazione ed al loro valore. Ma più tardi, se è possibile avere tale -fortuna, noi impariamo che solo può essere mia amica quell’anima, che -io trovo sulla linea della mia propria strada, quell’anima alla quale -io non m’inchino, e che non si inchina a me, ma nativa della stessa -latitudine celestiale, ripete nella sua propria esperienza tutta la -mia. Lo scolaro dimentica se stesso e imita le abitudini ed i modi -dell’uomo di mondo, per meritare il sorriso della bellezza; egli è un -folle e segue qualche ragazza insipida, non avendo ancora trovato con -passione religiosa la donna nobile, con tutto ciò che vi è di sereno e -di bello nell’anima sua. Sia egli grande e l’amore lo seguirà. Nulla è -maggiormente punito della negligenza delle affinità, mediante le quali -sole, la società potrebbe essere formata, e della pazza leggerezza -dello sciogliersi gli associati per mezzo degli occhi altrui. - -L’uomo può stabilire il suo proprio valore. È massima universale, -degna di ogni accettazione, che l’uomo può avere quell’assegno che -egli stesso si prende. Assumete quel posto e quell’attitudine che vi -spetta per diritto e tutti gli uomini taceranno. Il mondo deve essere -giusto. Esso permette con profonda indifferenza che ogni uomo fissi -il suo proprio valore; sia egli un eroe od un idiota, il mondo non se -ne cura. Esso certamente accetterà la misura del vostro operato e del -vostro essere, sia che strisciate e sconfessiate il vostro nome, sia -che contempliate l’opera vostra, sospinta alla concava sfera dei cieli, -insieme con la rivoluzione delle stelle. La stessa realtà domina ogni -insegnamento. L’uomo può insegnare con l’azione e non altrimenti. Se -egli può comunicar se stesso può insegnare, ma non lo può con semplici -parole. Solo insegna colui che dà, e solo impara colui che riceve. Non -vi è insegnamento finchè l’allievo non è portato allo stesso stato o -principio, in cui voi siete: una trasfusione allora avviene; egli è -voi, e voi siete lui; allora c’è insegnamento; ed egli non potrà mai -perdere del tutto il benefizio del vostro insegnamento per nessuna -cattiva vicenda o cattiva amicizia. Le semplici parole invece escono da -un orecchio a misura che entrano dall’altro. Vediamo annunziato che il -signor Grand terrà una conferenza il quattro di luglio, ed il signor -Hauds pure alla Associazione Meccanica, e noi non andremo, perchè -sappiamo che questi signori non comunicheranno agli uditori il loro -proprio carattere ed il loro essere. Se avessimo ragione di attenderci -tale comunicazione, noi andremmo, affrontando ogni inconveniente ed -opposizione. Gli ammalati stessi vi sarebbero portati nelle barelle. -Ma un discorso pubblico è un vagabondaggio, un tranello, un apologo, un -bavaglio, e non una comunicazione, non un discorso, non un uomo. - -Una Nemesi simile presiede a tutti i lavori intellettuali. Noi -dobbiamo ancora imparare che una cosa espressa in parole, non è -per questo affermata. Essa deve affermarsi da sè, poichè nessuna -forma di grammatica o di attendibilità daranno ad essa il carattere -dell’evidenza. L’affermazione deve inoltre contenere la sua propria -scusa per essere stata enunciata. - -L’effetto di qualsiasi scritto sulla mente pubblica è matematicamente -misurabile per mezzo della sua profondità di pensiero. Se desta voi al -pensiero, se vi solleva da terra con la grande voce dell’eloquenza, -allora l’effetto sarà ampio, lento, permanente nello spirito degli -uomini; se le pagine non vi istruiscono, esse morranno, come delle -mosche, in un’ora. Il modo di dire e di scrivere, che mai dovrà -decadere, è quello di dire e di scrivere sinceramente. L’argomento che -non ha il potere di raggiungere le mie proprie abitudini, io posso ben -pensare che fallirà tentando di raggiungere le vostre. Ma prendete per -massima quella di Sidney «guarda nel tuo cuore, e scrivi». Colui che -scrive a se stesso scrive ad un pubblico eterno. La sola affermazione -degna di essere fatta pubblica, è quella alla quale voi siete giunti -tentando di soddisfare la vostra propria curiosità. Lo scrittore che -prende il suo soggetto dal suo orecchio e non dal suo cuore, dovrebbe -sapere che egli ha perduto quanto crede di avere guadagnato, e quando -il libro vuoto ha raccolte tutte le lodi, e mezzo mondo ha esclamato -«che poesia! Che genio!» esso abbisogna ancora di combustibile per -fare fuoco. Solo dà profitto ciò che è profittevole. Solo la vita può -dare vita; e benchè noi possiamo far del rumore, saremo solo valutati -in rapporto della valutazione che noi abbiamo fatta di noi stessi. -Non vi è fortuna nella reputazione letteraria. Coloro che dànno il -verdetto finale su ogni libro, non sono i lettori parziali e rumorosi -dell’ora in cui esso appare; ma è una corte simile a un consesso di -angeli, un pubblico che non teme corruzioni, che non vuole suppliche, -che non conosce timori. Soltanto i libri che meritano di rimanere, -si perpetuano. Gli orli dorati, le pergamene, il marocco, le copie -di saggio per tutte le biblioteche, non manterranno in circolazione -un libro al di là della sua intrinseca data. Esso deve correre, -con tutte le reali edizioni di Valpole ed i «Nobili Autori» al suo -destino. Blackmore, Kotzebue o Pollok, possono durare una notte, ma -Mosè ed Omero dureranno per sempre. Non vi sono in tutto il mondo -ed allo stesso tempo, più di una dozzina di persone che leggano e -capiscano Platone: — non ve n’è mai abbastanza per pagare le spese -di una edizione delle sue opere; eppure esse si trasmettono ad ogni -generazione, grazie a quelle poche persone, come se Dio le portasse -sulla sua mano. «Nessun libro — disse Bentley — fu mai scritto e -distrutto se non da se stesso». La durata di tutti i libri non è -fissata da alcun sforzo amichevole od ostile, ma dalla loro propria -gravità specifica o dalla importanza intrinseca del loro contenuto, -in rapporto con lo spirito costante dell’uomo. «Non preoccupatevi -troppo riguardo all’effetto della luce sulla vostra statua — disse -Michelangelo al giovane scultore — la luce della piazza metterà a prova -il suo valore». - -In modo simile l’effetto di ogni azione è misurata dalla profondità -del sentimento, da cui essa procede. L’uomo grande non seppe di -essere grande. Due o tre secoli furono necessari affinchè quel fatto -apparisse. Ciò che egli fece fu perchè dovette farlo; egli non ebbe -libertà d’elezione; fu per lui la cosa più naturale al mondo, e scaturì -dalle circostanze del momento. Ma ora tutto ciò che egli ha fatto, -perfino il suo alzare un dito, o il cibarsi del suo pane, appare -grande, coordinato, ed è chiamato istituzione. - -Queste sono, in pochi tratti, le dimostrazioni del genio della natura; -essi ci mostrano la direzione della corrente. Ma la corrente è sangue -ed ogni sua goccia è vivente. La verità non ha singole vittorie; tutte -le cose sono suoi organi, non solamente la polvere e le pietre, ma gli -errori e le menzogne. Le leggi delle malattie, dicono i medici, sono -belle come le leggi della salute. La nostra filosofia è affermativa, -e volentieri accetta le testimonianze dei fatti negativi, come ogni -ombra accenna al sole. Per una divina necessità ogni fatto in natura è -obbligato ad offrire la sua testimonianza. - -Il carattere umano sempre più si rende evidente: esso non si cela: -esso abborre le tenebre e si lancia nella luce. Il fatto più fuggitivo -o la più insignificante parola, il semplice accenno di fare una cosa -o il proposito recondito, esprimono il carattere. Se voi operate, -palesate il vostro carattere, così se sedete o se dormite. Voi credete, -poichè non avete detto nulla mentre gli altri parlavano, e non avete -espresso nessuna opinione sui tempi, sulla chiesa, sulla schiavitù, -sul collegio, sui partiti o sulle persone, che il vostro verdetto sia -ancora atteso con curiosità, come una saggezza riservata: così non è: -il vostro silenzio risponde ad alta voce. Voi non avete nessun responso -da pronunciare; ed i vostri simili hanno imparato che voi non potete -aiutarli, perchè gli oracoli parlano. Non grida forse la saggezza, e -non fa il raziocinio sentire la sua voce? - -Dei limiti terribili sono posti in natura ai poteri della -dissimulazione. La verità tiranneggia le membra recalcitranti del -corpo. Il viso, fu detto, non mente mai. Nessun uomo sarà ingannato, se -studia il variare dell’espressione. Quando un uomo dice il vero, con -spirito del vero, il suo occhio è chiaro come i cieli. Quando egli ha -dei fini bassi, e dice il falso, l’occhio è torbido, e qualche volta -bieco. - -Ho udito una volta un esperto consigliere di tribunale affermare -che egli non temeva mai dell’effetto che un avvocato poteva fare sui -giurati, quando non credeva all’innocenza del suo cliente. Se egli non -crede, la sua incredulità apparirà alla giuria, nonostante tutte le -sue affermazioni, e diventerà l’incredulità della giuria stessa. Questa -è quella legge medesima per cui un’opera d’arte, di qualsiasi specie, -ci pone nella stessa condizione di spirito, nella quale era l’artista -quando la fece. Per quanto noi possiamo ripetere le parole tante -volte quante vogliamo, pure noi non possiamo con esse affermare ciò -che noi non crediamo. Fu questa convinzione che Swedenborg espresse, -quando descrisse un gruppo di persone del mondo spirituale, tentanti -invano di articolare una proposizione alla quale non credevano; ed -essi non potevano farlo, anche se piegavano e torcevano le labbra fino -all’indignazione. - -Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. La curiosità, circa -la stima che la gente ci tributa, è oziosa al pari di ogni nostro -timore di rimanere ignorati. Se un uomo sa che egli può fare una cosa -qualsiasi — che egli può farla meglio di chiunque altro — egli ha la -certezza che tale fatto è conosciuto da tutte le persone. Il mondo -è pieno di giorni del giudizio finale, e ad ogni consesso cui l’uomo -partecipi e per ogni azione che tenta, egli è sondato e contrassegnato. -Un uomo arrivato fra ogni gruppo di ragazzi che salta e corre in ogni -cortile ed in ogni piazza, è accuratamente giudicato in pochi giorni, -e classificato con il suo numero d’ordine, come se egli fosse stato -sottoposto ad una prova formale della sua forza, della sua velocità e -del suo temperamento. Uno straniero viene da una scuola lontana, con -migliori vestiti, con dei ninnoli nelle sue tasche, con delle arie e -delle pretese: un ragazzo più vecchio dice a se stesso: «Fa nulla, lo -scopriremo domani». «_Che cosa ha egli fatto?_» è la domanda divina -che interroga ogni uomo, e che trapassa ogni falsa riputazione. Un -vanesio può sedere su qualunque seggio di questo mondo, senza essere in -quell’ora distinto da Omero o da Washington; ma quando noi ricerchiamo -la verità, non può mai esservi dubbio intorno la rispettiva abilità -degli esseri umani. La pretensione può giacere, ma non può operare. La -pretensione non tentò mai un atto di vera grandezza, non scrisse mai -l’Iliade, nè scacciò Serse, nè rese cristiano il mondo, nè abolì la -schiavitù. - -Sempre tanta virtù appare quanta realmente ve ne è; e tanta riverenza -quanto è il bene. Tutti i demoni rispettano la virtù. La congrega -elevata, generosa, devota a se stessa, istruirà e guiderà sempre il -genere umano. Una parola sincera non fu mai completamente perduta. -Giammai una magnanimità cadde al suolo; sempre il cuore dell’uomo la -inchina e l’accetta inaspettatamente. Un uomo è considerato per ciò di -cui è degno. Egli scolpisce ciò che realmente egli è, sul suo viso, -sulla sua forma, sulle sue fortune, in lettere luminose che tutti, -eccetto lui, possono leggere. A nulla gli serve il nascondere; a nulla -il vanagloriarsi. Vi è una confessione nello sguardo dei nostri occhi, -nei nostri sorrisi, nei saluti, nelle strette di mano. Il suo peccato -lo atterra e corrompe tutte le sue buone impressioni. Gli uomini non -sanno perchè non confidino in lui; pure non hanno in lui fiducia. -Il suo vizio rende vitreo il suo occhio, affloscia la sua gota, -assottiglia il suo naso, pone il marchio della bestia sulla nuca, e -scrive «folle, folle» sulla fronte di un re. - -Se non volete che si conosca la vostra attività non operate. Un uomo -può folleggiare sulle sabbie di un deserto, ma ogni granello di sabbia -parrà osservarlo. Egli può essere un mangiatore solitario, ma non può a -lungo sostenere la sua posizione. Una complessione fiacca, uno sguardo -brutale, degli atti ingenerosi, la mancanza delle dovute cognizioni -ecc. tutte parlano. Possono un cuoco, un facchino, esser confusi con -uno Zenone o con S. Paolo? Confucio esclamò: «Come può un uomo esser -celato?!» - -D’altra parte l’eroe non teme, che tacendo il racconto di un atto -giusto e coraggioso, esso non sia riconosciuto e non venga amato. Un -uomo lo conosce — egli stesso — ed è sicuro che, per la dolcezza della -quiete, e per la nobiltà dello scopo esso condurrà in fine ad una -cosa migliore che non la sua proclamazione. La virtù sta nell’aderire -con l’azione alla natura delle cose, e la natura delle cose la rende -predominante. Essa consiste in una perpetua sostituzione dell’essere al -parere, in quella proprietà sublime di Dio dicente: Io sono. - -L’ammonimento che queste osservazioni ci offrono è: «Siate, e non -sembrate.» Sottomettiamoci ad esso. Togliamo la nostra vanitosa nullità -fuori del sentiero dei divini recinti. Scordiamo la nostra saggezza -umana. Inchiniamoci al potere di Dio, ed impariamo che solo la verità -fa ricchi i grandi. - -Se visitate l’amico vostro, quale bisogno avete di fargli le scuse per -non averlo visitato prima, facendogli così perdere il tempo e spiegando -il vostro proprio atto? Visitatelo ora. Senta egli che il più alto -amore è venuto a vederlo, in voi, suo più infimo organo. Perchè dovete -tormentare voi stessi e il vostro amico con segreti rimproveri, perchè -non lo avete assistito o non gli avete fatto doni e saluti in passato? -Siate voi un dono ed una benedizione. Brillate di luce vera, e non di -quella riflessa e presa in prestito dai doni. Gli uomini comuni sono -scuse per gli uomini; essi chinano il capo, si scagionano con ragioni -prolisse, ed accumulano le apparenze, perchè la sostanza non esiste. - -Noi abbondiamo di queste superstizioni del senso; noi adoriamo la -grandezza. Dio non si cura della grandezza: la balena ed il verme sono -per lui di ugual dimensione. Noi diciamo che il poeta è ozioso, perchè -non è presidente o mercante o facchino. Noi adoriamo un’istituzione -e non vediamo che essa è fondata su un nostro pensiero. Ma l’azione -vera è nei momenti silenziosi. Le epoche della nostra vita non sono -nei fatti visibili della nostra scelta di una carriera, nel nostro -matrimonio, nell’acquisto di un ufficio e simili, ma in un pensiero -silenzioso sorto sul lato della via, mentre camminiamo; in un pensiero, -che rivede il nostro intiero modo di vita, e dice, «Tu hai fatto così, -ma sarebbe stato meglio altrimenti». E tutti i nostri anni posteriori, -simili a schiavi, servono e dipendono da questo pensiero, ed a seconda -della loro abilità, eseguiscono il suo volere. Questa revisione o -correzione è una forza costante, che come una tendenza, dura tutta -la nostra vita. L’oggetto dell’uomo, lo scopo di questi momenti, è di -fare splendere la luce del giorno attraverso a lui; è di lasciare che -la legge penetri il suo intero essere senza ingombri, di modo che, in -qualsiasi punto del suo operato cadano i vostri occhi, esso vi informi -completamente del suo carattere, vi dica quali siano il suo modo di -vita, la sua casa, la sua religione, la sua società, la sua letizia, -i suoi voti e l’opposizione sua. Ma egli ora non è omogeneo, bensì -eterogeneo, ed il raggio non lo attraversa: non vi sono delle luci -e l’occhio dell’osservatore è imbarazzato, scoprendo molte tendenze -dissimili, e non ancora una vita in alcuna di queste. - -Perchè noi disprezzeremo per partito preso, con la nostra falsa -modestia l’uomo che noi siamo, ed il modo di essere che ci fu -assegnato? Un uomo buono è contento. Io amo ed onoro Epaminonda, ma -non desidero d’essere Epaminonda e credo più giusto amare il mondo -presente, che il mondo del suo tempo. E se io sono sincero, voi non -potete destare in me la più piccola inquietudine col dire «Egli operò -e tu giaci immobile». Io osservo che l’azione è buona, quando essa è -necessaria; ma che è pure buona l’inerzia. Se Epaminonda fu l’uomo che -io serenamente immagino, non avrebbe operato se la sua sorte fosse -stata pari alla mia. Il cielo è grande, e concede posto per tutti -i modi di amore e di fortitudine. Perchè dovremmo noi essere degli -uomini affacendati e superservili? L’azione e l’inazione sono identiche -di fronte al vero. Un pezzo dell’albero è tagliato per fare una -banderuola, e un altro pezzo per il sostegno di un ponte; la virtù del -legno è visibile ad ogni modo in entrambi. - -Io non voglio avvilire l’anima. Il fatto che io sono qui, certamente -mi dimostra che l’anima ha bisogno in questo luogo di un organo. Non -assumerò io il posto? O mi nasconderò, e sfuggirò io e farò inchini -con le mie intempestive scuse e con la mia vana modestia, e dovrò -immaginarmi che il mio essere è qui fuor di luogo? più fuor di luogo -di quello che non furono gli esseri di Epaminonda e di Omero in quel -tempo? e che l’anima non conosce quanto le abbisogna? Inoltre, senza -ragionare affatto su questo punto, io non sono malcontento. L’anima -buona mi nutrisce, e mi schiude ogni giorno nuove fonti di forza e di -godimento. Io non rinuncierò bassamente all’immensità del bene, perchè -abbia udito dire che ad altri esso venne sotto altra forma concesso. - -Inoltre, perchè dovremmo essere intimiditi dal nome di azione? Esso è -un tranello dei sensi, nulla più. Noi sappiamo che l’antenato di ogni -azione è un pensiero. Lo spirito povero si stima nullo, a meno che -abbia un qualche segno esteriore: una giubba da quacquero, ad esempio, -o un’adunanza religiosa Calvinistica, o una Società filantropica, -od una grande donazione, od un alto ufficio, o qualche cosa altro, o -qualche azione infine fortemente contrastante, che provi che esso è -qualche cosa. Lo spirito ricco giace al sole e riposa, ed è Natura. -Pensare è agire. - -Se dobbiamo compiere delle grandi azioni, facciamo tali le nostre -proprie. Ogni azione è di una elasticità infinita, e la più piccola -è soggetta ad essere penetrata di splendore celestiale, fino ad -eclissare il sole e la luna. Compiamo i nostri doveri. Ho io l’obbligo -di errare tra le scene e la filosofia dei Greci e la storia italiana, -prima d’essermi lavato il viso e d’essermi giustificato con i miei -benefattori? Come oso leggere le campagne di Washington, se non ho -neppure risposto alle lettere dei miei propri corrispondenti? Non -è questa una giusta obbiezione a molte delle nostre letture? Ciò -è perfettamente una diserzione pusillanime dal nostro lavoro, per -osservare i nostri vicini: è infine uno spiare. Byron dice di Jack -Bunting: - - «Non sapeva che cosa dire, perciò giurò». - -Io potrei dire lo stesso del nostro assurdo uso dei libri. «Egli non -sapeva che cosa fare, perciò _leggeva_». Io non so in qual modo passare -il mio tempo, e trovo la vita di Brant. È un omaggio molto stravagante -che io rendo a Brant, o al Generale Schuyler od al Generale Washington. -Il mio tempo dovrebbe essere così buono come il loro; i miei fatti, il -complesso delle mie relazioni, così buoni come i loro, o come alcuno -dei loro. Compia piuttosto il mio lavoro così bene, che altri oziosi, -possano comparare, se ad essi piaccia, la trama della mia vita alla -trama di quegli uomini e trovarla identica alla migliore di esse. - -Questa stima esagerata delle possibilità di Paolo e di Pericle, -questo avvilimento delle nostre proprie possibilità, deriva dalla -nostra noncuranza dei fatti, che hanno identica natura. Buonaparte non -conosceva che un solo merito, e ricompensava in un solo ed identico -modo il buon soldato, ed il buon astronomo, il buon poeta ed il buon -artista. E in questo modo egli palesava la sua percezione di un grande -fatto. Il poeta fa uso dei nomi di Cesare, di Tamerlano, di Bonduca, -di Belisario; il pittore si serve della storia convenzionale della -Vergine Maria, di Paolo, di Pietro. Egli pertanto non si sottomette -alla natura di questi uomini accidentali, di questi eroi. Se il poeta -scrive un vero dramma, allora egli è Cesare, e non colui che illustra -Cesare; allora la stessa corrente di pensiero, l’emozione altrettanto -pura, lo spirito altrettanto sottile, i movimenti altrettanto rapidi, -incalzanti, stravaganti; un cuore altrettanto grande, che basta a se -stesso, intrepido, che sulle onde del suo amore e della sua speranza -può alzare tutto ciò che si crede solido e prezioso al mondo, — -palazzi, giardini, denaro, navi, regni — segnando il suo proprio -incomparabile valore con il disprezzo di questi ornamenti degli uomini -— è cosa sua, e col suo potere egli eccita le nazioni. Ma i grandi -nomi a lui non giovano, s’egli non ha in se stesso la vita. Creda -l’uomo in Dio e non nei nomi o nei luoghi o nelle persone. L’anima -grande s’incarni pure nel corpo di qualche donna, povera, triste e -derelitta, in qualche Dolly o Giovanna, che debba servire, spazzare le -camere, lavare i pavimenti, ed i suoi fulgidi raggi non potranno essere -affievoliti o nascosti; ma lo spazzare ed il lavare appariranno subito -azioni supreme e belle, vertice e splendore della vita umana, e tutta -la gente vorrà imitarla; finchè, ecco! di colpo, la grande anima ha -trasfusa se stessa in qualche altra forma, ed ha compiuta qualche altra -azione, che diviene a sua volta il fiore ed il capo di tutta la natura -vivente. - -Noi siamo i fotometri, l’impressionabile foglio d’oro e la lamina di -stagno, che misura l’accumularsi del sottile elemento. Noi conosciamo -gli autentici effetti del vero fuoco, attraverso a ciascuna delle sue -mille trasformazioni. - - - - -QUINTO SAGGIO - -AMORE - - -Ogni anima è per ogni altra anima una Venere celestiale. Il cuore -ha i suoi sabbati ed i suoi Giubilei, nei quali il mondo appare come -una festa nuziale ed in cui le voci della natura e lo svolgersi delle -stagioni sono canti ed esotiche danze. L’amore è onnipossente nella -natura come causa e come ricompensa. Amore è la nostra parola più alta -e sinonimo di Dio. Ogni promessa dell’anima ha innumeri adempimenti; -ciascuna delle sue gioie fiorisce in un nuovo bisogno. La natura -illimitata, fluente, previdente, anticipa di già nel primo sentimento -di deferenza, una benevolenza che perderà ogni privato particolare -aspetto nella sua luce generale. L’introduzione a questa felicità sta -in una reciproca relazione intima e tenera fra due persone, relazione -che è l’incanto della vita umana, che come una divina pazzia ed -un entusiasmo divino, conquide l’uomo in un dato periodo, ed opera -una rivoluzione nella sua mente e nel suo corpo; lo unisce alla sua -razza, lo lega alle sue relazioni domestiche e civili, lo volge con -rinnovata simpatia verso la natura, rialza il potere dei sensi, schiude -l’immaginazione, aggiunge al suo carattere attributi eroici e sacri, -stabilisce il matrimonio, e dà durevolezza alla società umana. - -L’associazione naturale del sentimento dell’amore con l’ardore del -sangue sembra richiedere, onde descriverlo con vivi colori e coincidere -con la palpitante esperienza di ogni giovanetto e di ogni ragazza, un -individuo non troppo vecchio. Le deliziose fantasie della gioventù -rifiutano il più tenue sapore di una filosofia matura, come quella -che agghiaccia con l’età e la pedanteria la loro purpurea fioritura. -E perciò so di incorrere nell’accusa di durezza e di inutile stoicismo -da parte di coloro che compongono la Corte e il Parlamento dell’Amore. -Ma contro questi formidabili censori, mi appellerò ai miei padri. -Poichè deve considerarsi che questa passione, sebbene incominci con -il giovane, pure non abbandona il vecchio, o piuttosto, non lascia -che nessuno, il quale sia realmente suo servitore, invecchi, ma lo fa -partecipe dei suoi doni non meno della tenera giovinetta, ancorchè -in un modo differente e più nobile. Perchè l’amore è un fuoco, che -avvivato nello stretto cavo di un cuore da una scintilla vagante uscita -da un altro petto, brilla e si espande, finchè riscalda ed illumina -moltitudini di uomini e di donne, accende il cuore universale di -tutti, e irradia l’intiero mondo e tutta la natura, con le sue fiamme -generose. Non importa adunque se noi tentiamo di descrivere la passione -a venti a trenta o ad ottanta anni. Colui che la descrive nel suo primo -o nel suo ultimo periodo di vita, perderà di essa le particolarità, -attinenti all’uno o all’altro periodo. - -Soltanto è da sperare che, con la pazienza e con l’aiuto delle Muse, -possiamo raggiungere quella interna visione della legge, che ci -paleserà una verità sempre giovane e bella, e così centrale da attirare -a sè lo sguardo, da qualsiasi angolo sia veduta. - -E la prima condizione è, che noi dobbiamo abbandonare una troppo -stretta e tarda aderenza ai fatti, e studiare il sentimento come esso -apparve nelle speranze e non nella storia; perchè ogni uomo vede nella -sua immaginazione la propria vita deturpata e sfigurata, come certo -non è là vita di un uomo. Ogni uomo vede al disopra della sua propria -esperienza un certo marchio d’errore, mentre quella degli altri uomini -gli appare bella ed ideale. Ritorni ogni uomo a quelle deliziose -relazioni, che compongono la bellezza della sua vita, che gli hanno -dato la più sincera istruzione e il più leale nutrimento, ed egli -indietreggerà ognora più. - -Ahimè! Non so perchè, ma infinite compunzioni amareggiano nella vita -matura il ricordo della gioia germogliante, e coprono ogni nome amato. -Ogni cosa è bella veduta dall’intelletto o veduta come verità; ma -tutto è amaro se lo si vede come esperienza. I dettagli sono pieni -di melanconia; il complesso è dignitoso e nobile. È strano quanto -penoso sia il mondo attuale, regno doloroso del tempo e dello spazio. -Qui abitano l’affanno, il cancro ed il timore. Là con il pensiero -e coll’ideale v’è la giocondità immortale, il fiore della gioia, ed -intorno ad essa cantano tutte le Muse. Ma il dolore pure si attacca ai -nomi, alle persone ed al parziale interesse dell’oggi e dell’ieri. - -Noi possiamo constatare questa forte tendenza della natura dallo -sviluppo che questo argomento delle relazioni personali prende nelle -conversazioni sociali. Che cosa desideriamo noi maggiormente sapere di -qualsiasi degna persona, se non come egli sia riuscito nella storia -del sentimento? Quali libri circolano nelle biblioteche circolanti? -Come ci accendiamo leggendo quelle novelle passionali, in cui la -vicenda è narrata con qualche scintilla di verità e di naturalezza! E -che cosa nel corso della vita avvince più di un incidente che riveli -l’affezione fra due persone? Forse noi non le vedemmo mai prima, e -forse non le incontreremo mai più, ma noi le vediamo scambiarsi uno -sguardo furtivo o tradire una profonda emozione, e noi diventiamo dei -familiari. Noi le comprendiamo e prendiamo il più vivo interesse allo -svolgersi del loro romanzo. Tutto il genere umano ama un’amante. Le -primissime dimostrazioni di compiacenza e di cortesia sono le pitture -più seducenti della natura. È l’aurora della civiltà e della grazia -nel selvaggio e nel rustico. Lo zotico ragazzo del villaggio vessa le -ragazze alla porta della scuola; — ma oggi egli viene correndo verso -l’entrata, ed incontra una bella bambina che prepara la sua cartella: -egli le tiene i libri per aiutarla, ed immediatamente gli pare che -essa si allontani da lui all’infinito, e si chiuda come in un sacro -recinto. Fra la folla di ragazze egli corre rudemente, ma una sola -lo tiene a distanza; e questi due piccoli vicini, che erano dianzi -così a lato, hanno imparato ora a rispettare reciprocamente la loro -propria personalità. — Chi può togliere lo sguardo dai modi insinuanti -a metà astuti ed a metà ingenui delle scolare che vanno nei negozi -dei villaggi a comperare una matassa di seta od un foglio di carta, -e rimangono mezz’ora con il ragazzo della bottega, dal viso paffuto e -dal carattere buono? Nel villaggio essi sono in perfetta uguaglianza, -in quella uguaglianza di cui l’amore si diletta, ed in cui senza -civetteria l’indole lieta ed amorevole della donna si espande in un -grazioso chiacchierìo. Le ragazze possono avere poca bellezza, pure -chiaramente si stabiliscono fra esse ed il buon ragazzo le relazioni -più piacevoli e familiari; conversano di Edgardo, di Giona e di Almira; -di chi fu invitato a quella partita; e di chi danzò alla scuola di -ballo; dell’epoca in cui la scuola di canto incomincierà e di altre -piccole cose, sulle quali le coppie s’intrattengono. Passa del tempo, -e quel ragazzo abbisogna di una moglie, ed egli saprà dove trovare una -sincera e dolce compagna, senza incorrere in quei rischi che Milton -deplora a proposito degli eruditi e dei grandi uomini. - -Mi è stato detto che la mia filosofia è antisociale e che in qualche -mio discorso pubblico la mia riverenza per l’intelletto mi rese -ingiustamente freddo verso le relazioni personali. Ma ora quasi io -raccapriccio al ricordo di tali parole di spregio. Poichè le persone -costituiscono il mondo dell’amore, ed il più freddo filosofo non -può ricordare il dovere della giovane anima vagante nella natura a -discrezione del potere dell’amore, senza essere tentato di dichiarare -come traditrice della natura, qualsiasi cosa ostacolante gli istinti -sociali. Poichè, sebbene questa estasi celestiale che viene dal cielo -s’impossessa solamente degli individui di tenera età, e sebbene la -bellezza che domina ogni analisi ed ogni comparazione, e che ci mette -fuori di senno, la si possa raramente trovare dopo i trent’anni; pure -il ricordo di queste visioni vive più a lungo di tutti gli altri -ricordi, ed è una ghirlanda di fiori sulle fronti più vecchie. Ma -ecco un fatto strano: può parere a molti uomini, ritornando sulla -loro esperienza, di non aver pagina più bella nel libro della loro -vita, che la deliziosa memoria di certi momenti, in cui l’affetto -tentò di dare ad un complesso di circostanze accidentali e volgari un -fascino superiore alla loro reale attrazione. — Guardando indietro -essi possono trovare che molte cose, le quali non erano il fascino, -hanno maggior realtà nella sua memoria brancolante del fascino stesso -che le profumava. Ma qualunque sia la nostra esperienza delle cose -particolari, nessun uomo mai dimentica le visite fatte al suo cuore ed -al suo cervello da quella potenza, che fece tutte le cose nuove; che fu -per lui l’aurora della musica, della poesia, e dell’arte; che fece il -viso della natura raggiante di luce purpurea, e che variò gli incanti -del mattino e della notte; nessuno mai dimentica il tempo in cui il -suono di una sola voce poteva far balzare il cuore, e in cui la più -volgare circostanza associata con una forma veniva immersa nell’ambra -della memoria; il tempo in cui egli diventava tutto occhi quando ella -era presente, e tutto memoria quando essa era andata; quando il giovane -diventa il custode delle finestre, premuroso di un guanto, di un velo, -di un nastro, delle ruote di una vettura; quando nessun luogo è troppo -solitario e nessuno troppo silenzioso per lui che trova migliore -compagnia e più dolce conversazione nei suoi nuovi pensieri che con -qualsiasi dei suoi vecchi amici, anche i migliori e i più puri; perchè -le parvenze, i moti, le parole del soggetto amato, non sono come le -altre imagini disegnate nell’acqua, ma, come disse Plutarco «smaltate -nel fuoco», e formano la meditazione delle ore notturne. - - «_Tu non sei andata pur essendo andata; ovunque tu sei_ - _Tu lasci in lui i tuoi occhi attenti, in lui il tuo amante - cuore._» - -Nel meriggio e nella sera della vita palpitiamo ancora al ricordo dei -giorni in cui la felicità non era felice abbastanza, ma doveva essere -mescolata al sapore del dolore e dell’ansia; (perchè veramente toccò il -segreto della cosa, colui che disse dell’amore: - - «_Tutti gli altri piaceri non valgono le sue pene_»). - -quando il giorno non era lungo abbastanza, e la notte era consumata in -acuti ricordi; quando il capo ardeva tutta la notte sul guanciale, per -risolversi ad una generosa azione; quando la luce della luna era una -febbre piacevole, e le stelle erano lettere, ed i fiori cifre, e l’aria -era satura di canti; quando ogni impresa sembrava un’impertinenza, -e tutti gli uomini e tutte le donne, correnti di qua e di là nelle -strade, non erano che semplici imagini. - -La passione ricostruisce per la gioventù il mondo. Essa dà a tutte le -cose vita e significato. La natura diviene cosciente; ogni uccello -sui rami di un albero canta ora al suo cuore ed alla sua anima. Le -note di esso sono quasi articolate. Le nubi hanno dei visi quando -egli le guarda. Gli alberi della foresta, l’erba ondeggiante, i fiori -sbocciami, divengono intelligenti; ed egli quasi teme di confidar loro -il segreto, cui essi sembrano invitarlo. La natura lo blandisce e con -lui simpatizza. Egli trova nella verde solitudine un soggiorno più caro -che fra gli uomini. - -Guardate nel bosco il bel pazzo! Egli è un palazzo di dolci suoni e di -dolci visioni; egli si espande; egli è due volte un uomo; cammina colle -braccia appoggiate sulle anche; parla da solo; si avvicina all’erba ed -agli alberi; sente nelle sue vene il sangue della viola, del garofano -e del giglio; ed egli parla col ruscello che lambe i suoi piedi. Le -cause che hanno aperto in lui le percezioni della bellezza naturale gli -hanno fatto amare la musica ed il verso. È un fatto spesso osservato, -che uomini che non avrebbero potuto scriver bene in qualsiasi altra -circostanza hanno scritto dei buoni versi sotto l’ispirazione della -passione. La passione ha lo stesso potere su tutta la natura. Essa -espande il sentimento; ingentilisce lo zotico, e rincuora il codardo. -Essa infonderà animo e coraggio nel cuore più pusillanime ed abietto -per sfidare il mondo, purchè abbia l’incitamento dell’oggetto amato. -Donandosi ad un altro, l’uomo si dona maggiormente a se stesso. Egli -è così un uomo nuovo, con nuove percezioni, con propositi nuovi e più -oculati, e con una religiosa solennità di carattere e di intenti. Egli -non appartiene più alla sua famiglia ed alla sua società; _egli_ è -qualchecosa; _egli_ è una persona; _egli_ è un’anima. E qui esaminiamo -un poco più da vicino la natura di quell’influsso che è così potente -sulla gioventù umana. Avviciniamoci ed ammiriamo la bellezza, la cui -rivelazione all’uomo noi oggi celebriamo; la bellezza, benvenuta come -il sole, ovunque le piaccia di brillare, che per mezzo suo allieta -ognuno e lo allieta con se stesso. Meraviglioso è il suo fascino: -essa pare sufficiente a se stessa. L’amante non può nella sua fantasia -immaginare la sua donna povera e solitaria. La società per se stessa -è come una pianta in fiore, altrettanto dolce, germogliante, spirante -grazia ed insegna perchè la Bellezza sia stata dipinta con amorini e -grazie, seguenti i suoi passi. La sua esistenza arricchisce il mondo. -Sebbene essa allontani dagli occhi dell’amante tutte le altre persone -come povere ed indegne, essa lo ricompensa trasformando il suo essere -in qualchecosa di impersonale, di grande, di universale, così che la -sua donna gli si mostra come l’ideale di tutti i valori e di tutte le -virtù. Per questa ragione l’amante non vede mai una rassomiglianza -personale fra la sua donna, i suoi parenti od altre donne. I suoi -amici trovano in essa una somiglianza con sua madre o le sue sorelle -o con persone non consanguinee. L’amante invece non vede alcuna -rassomiglianza se non con le sere d’estate, i mattini brillanti, gli -arcobaleni e i canti degli uccelli. La bellezza è sempre quella che gli -antichi stimarono cosa divina e che chiamarono il fiore della virtù. -Chi può analizzare il fascino senza nome che emana da questo o da quel -viso, da questa o da quella forma? Noi siamo agitati da sentimenti di -tenerezza e di compiacenza, ma non possiamo constatare dove volgano -questa emozione squisita e questo raggio vagante. L’immaginazione -ci impedisce di riferirli all’organismo. Nè essi si ricollegano a -qualsiasi relazione d’amicizia e di amore, conosciuta e posseduta -dalla società, ma, per quanto mi pare, essi derivano da una sfera -completamente diversa ed irraggiungibile; da relazioni di delicatezza e -di dolcezza trascendentali; da una terra di fate che le rose e le viole -accennano e preannunziano. Noi non possiamo conquistare la bellezza. -La sua natura è pari allo splendore opalino della gola delle tortore, -ondeggiante ed evanescente. In ciò la bellezza somiglia alle cose più -eccellenti, che hanno il carattere dell’arcobaleno, e rendono vani -tutti i tentativi di appropriazione e di uso. Che cosa altro volle dire -Jean Paul Richter, quando disse alla musica: «Via, via, tu mi parli di -cose che in tutta la mia vita interminabile non trovai, nè troverò»? Lo -stesso fatto può essere osservato in ogni opera delle arti plastiche. -La statua è bella quando incomincia ad essere incomprensibile, quando -sfugge alla critica, e non può essere più misurata con il compasso -o con il metro, ma richiede una immaginazione attiva per seguirla -e per dire ciò che sta per fare. Il dio o l’eroe dello scultore è -sempre rappresentato nella transizione _da_ ciò che è rappresentabile -ai sensi, _a_ ciò che non lo è. Allora la statua cessa d’essere un -macigno. La stessa osservazione vale per la pittura. E in poesia il -successo non è raggiunto quando essa ci alletta e soddisfa, ma quando -essa ci stupisce e ci infiamma con nuove prove verso l’irraggiungibile. -A questo riguardo Landor si domanda se ciò non debba riferirsi a -qualche stato più puro di sensazione e di esistenza. - -Così dev’essere per la bellezza personale, che l’amore adora; essa -allora ci affascina quando ci allontana da ogni scopo; quando diventa -una storia senza fine; quando accende in noi luci e visioni, e non -risveglia desiderî terreni; quando ci pare troppo lucente e troppo -buona per il nutrimento quotidiano dell’umana natura; quando fa sentire -al contemplante la sua indegnità; quando lo conduce a negare il suo -diritto ad essa, anche se fosse Cesare, ed a convincerlo di non aver -su di essa maggior diritto di quanto ne abbia sul firmamento e sugli -splendori di un tramonto. - -Da questo venne il detto «Se ti amo, che cosa t’importa?», perchè -noi sentiamo che ciò che amiamo non è nella nostra volontà, ma al -disopra di essa; non è voi, ma è la vostra irradiazione. È ciò che voi -non conoscete in voi stesso, e non potrete mai conoscere. Questo si -accorda con quell’alta filosofia del bello, della quale si dilettavano -gli antichi scrittori; poichè essi dicevano che l’anima dell’uomo -incorporatasi sulla terra, andava vagando in cerca di quell’altro mondo -suo proprio dal quale venne in questo; ma tosto colpita dalla luce -del sole naturale, fu impotente a vedere qualsiasi altro oggetto se -non quelli di quaggiù, i quali non sono che le ombre delle cose reali. -Perciò la Divinità manda la gloria della giovinezza innanzi all’anima, -affinchè essa possa servirsi dei corpi leggiadri come mezzo per -ricordarsi del bene e del bello celestiale; e così l’uomo, contemplando -una bella persona di sesso femminile, fruisce della gioia più alta nel -mirarne la forma, il movimento e l’intelligenza, perchè gli si rivela -la presenza di ciò che è nella bellezza, e la causa della bellezza -stessa. - -Se però, per il soverchio contatto con gli oggetti materiali, l’anima -fosse grossolana, e ponesse le sue soddisfazioni nel corpo, essa -raccoglierebbe null’altro che dolore; essendo il corpo incapace di -compiere la promessa che la bellezza pone; ma, se seguendo le visioni -e gli incitamenti che la bellezza reca alla sua mente, l’anima passa -attraverso il corpo, e si volge ad ammirare i tratti del carattere, -e se gli amanti si contemplano nei loro discorsi e nelle loro -azioni, allora essi penetrano nel vero tempio della bellezza, più -e più ne infiammano il loro amore, e con questo, spegnendo le basse -affezioni, come il sole spegne il fuoco brillante sul focolare, essi -diventano puri e santi. Dalla conversazione di ciò che è per se stesso -eccellente, magnanimo e giusto, l’amante viene ad un più vivo amore -per queste nobili cose, e ad una più rapida intelligenza di esse. -Allora egli dall’amarle in una sola persona passa ad amarle in tutte, -e così quell’anima bella è soltanto la porta per la quale egli entra -nel mondo di tutte le anime nobili e pure. Nella società particolare -della sua compagna egli acquista una percezione più chiara di qualsiasi -macchia, di qualsiasi guasto, che la bellezza di lei abbia contratto da -questo mondo, e può indicarli con mutua gioia, poichè essi sono ora in -condizione di additare senza offesa i reciproci difetti ed i reciproci -torti e di soccorrersi vicendevolmente onde emendarsi. E, osservando -in molte anime i tratti della divina beltà, e separando in ogni anima -ciò che è divino dal marchio contratto nel mondo, l’amante ascende, -attraverso a questa scala di anime create, alla più alta bellezza, -all’amore ed alla conoscenza della Divinità. - -Gli uomini di tutte le età veramente saggi qualcosa di simile ci -hanno detto riguardo all’amore. La dottrina non è vecchia, ma nemmeno -è nuova. Se Platone, Plutarco ed Apuleio l’hanno insegnata, così han -fatto Petrarca, Michelangelo e Milton. Essa attende una sanzione più -profonda come opposizione e biasimo a quella prudenza sotterranea -che presiede ai matrimoni, fatta di parole che si volgono al mondo -superiore, mentre un occhio è eternamente fisso alla cantina; cosicchè -i più gravi discorsi hanno sapore di prosciutto e di tinozza. Peggio -ancora, quando il ceffo di questo sensualismo s’insinua nell’educazione -delle giovani donne, e avvizzisce le speranze e gli affetti della -natura umana, insegnando che il matrimonio non significa altro che -«buona massaia», e che la vita della donna non ha altro scopo. - -Ma questo sogno di amore, sebbene bello, è solamente una scena della -nostra commedia. Nella processione dell’anima dall’interno all’esterno, -essa allarga sempre i suoi circoli, come la pietra gettata nello -stagno o la luce derivante da un’orbita. I raggi dell’anima illuminano -prima le cose più vicine, ogni utensile e ogni giocattolo, le nutrici -ed i servi, la casa, il cortile ed i viandanti, il cerchio delle -conoscenze famigliari, poi la politica, la geografia, la storia. Ma per -necessità della nostra costituzione le cose si adunano sempre secondo -leggi più alte e più segrete. La vicinanza, la dimensione, i numeri, -le abitudini, le persone, pérdono gradatamente il loro potere su di -noi. La causa e l’effetto, l’affinità reale, il desiderio di armonia -fra l’anima e la circostanza, l’istinto progressivo idealizzante, -predominano più tardi, ed il ritorno dalle relazioni più elevate a -quelle più basse diviene impossibile. Così perfino l’amore, che è la -deificazione delle persone, deve divenire ogni giorno più impersonale. -Di ciò non si ha indizio al suo nascere. Il giovane e la ragazza che -si guardano attraverso alle camere affollate, con occhi pieni di muta -intelligenza, poco pensano ai frutti preziosi, che dopo lungo tempo -verranno da questo nuovo stimolo completamente esterno. L’opera della -vegetazione s’inizia a tutta prima coll’irritabilità della corteccia -e dei germogli. Dallo scambio di sguardi, essi passano ad atti di -cortesia, di galanteria, di poi alla fiera passione, al fidanzamento -ed infine al matrimonio. La passione contempla l’oggetto suo come -una perfetta unità. L’anima è interamente incorporata ed il corpo è -interamente spiritualizzato. - -«Il suo puro ed eloquente sangue parlava sulle sue guancie, così -vivamente agitato, che si sarebbe detto che il suo corpo pensasse». -Romeo, morto, dovrebbe esser posto fra piccole stelle onde ingentilire -il cielo. La vita, in questa coppia, non vuole altro, non domanda altro -che Giulietta e Romeo. La notte, il giorno, gli studi, il talento, -i regni, la religione, sono tutti contenuti in questa forma piena -dell’anima, in questa anima che è tutta forma. Gli amanti si deliziano -di carezze, di confessioni d’amore, di sguardi. Quando sono soli, -ciascuno si bea con la rievocata immagine dell’altro. Vede quell’altro -la stessa stella, la stessa tenera nube che io vedo, o legge lo stesso -libro e prova la stessa sensazione che innonda me di piacere? Essi -giudicano ed esaminano la loro affezione e avendo insieme tutte le -grandiose prosperità, gli amici, le opportunità, la proprietà, esultano -nello scoprire che essi darebbero volentieri e lietamente questi beni -come riscatto del caro amato capo, di cui un solo capello non sarà mai -strappato. Ma il pericolo, il dolore e la pena giungono ad essi, come -a tutti gli altri. L’amore intercede e stringe patti con il Potere -Eterno onde proteggere questo caro compagno. L’unione che si è così -effettuata, e che accresce d’un nuovo valore ogni atomo della natura, -(poichè essa trasmuta ogni filo di tutta la tela della relazione in un -raggio d’oro, e immerge l’anima in un elemento nuovo e più dolce), è -ancora uno stato temporaneo. Non sempre i fiori, le perle, la poesia, -le dichiarazioni d’amore, e perfino il santuario in un cuore altrui, -possono soddisfare l’anima spaventevole che abita la nostra argilla; -essa si solleva alfine da queste tenerezze, si arma, ed aspira a scopi -vasti e universali. L’anima che è nell’anima di ciascuno, agognando -una beatitudine perfetta, scopre incongruenze, difetti, e mancanza -di perfezione nella condotta dell’altra. Da ciò sorgono la sorpresa, -la disputa ed il dolore. Pure ciò che trasse questi due esseri l’uno -verso l’altro, furono segni di bellezza, segni di virtù; e queste -virtù vi sono ancora per quanto oscurate. Esse appaiono e riappaiono, -e continuano ad attrarre, ma la considerazione si volge, abbandona il -segno e si attacca alla sostanza. Ciò ristora l’affezione ferita. In -questo frattempo, mentre la vita scorre, essa sperimenta un giuoco -di mutamenti e di combinazioni in tutti i possibili atteggiamenti -dei coniugi, estorce le risorse di ciascuno di essi, e li rende -reciprocamente edotti della loro forza e della loro debolezza. Perchè -l’indole ed il fine di questa relazione è che essi rappresentino l’uno -all’altro la razza umana. Tutto ciò che vi è al mondo, che è conosciuto -o che dovrebbe esserlo, è sapientemente inoculato nel tessuto dell’uomo -e della donna. - - «_La persona che l’amore ci dà,_ - _Come la manna, ha in sè il gusto di tutte le cose_». - -Il mondo gira e le circostanze variano d’ora in ora. Gli angeli che -abitano questo tempio del corpo, appaiono alle finestre, come anche -vi appaiono i gnomi ed i vizi. I coniugi sono uniti dalle loro virtù: -se esiste in loro la virtù, tutti i vizi sono riconosciuti come tali; -ed essi li confessano e li fuggono. Il loro amore ardente d’una volta, -col tempo s’acqueta nel loro petto, e perdendo in violenza guadagna in -estensione, e l’accordo diviene perfetto. Essi si rassegnano, senza -lagno, ai buoni uffici che reciprocamente sono col tempo obbligati -a compiere, e trasmutano la passione, che prima non poteva perdere -di vista l’oggetto amato, in un giocondo progresso dei loro disegni, -siano essi presenti od assenti. Alla fine essi scoprono che tutto -ciò che in principio li attirò, vale a dire gli adorati lineamenti, -il magico giuoco degli incanti, era caduco, aveva un fine previsto, -come l’impalcatura che servì a costrurre la casa; e la purificazione -dell’intelletto e del cuore, d’anno in anno, è il vero matrimonio, -preveduto e preparato dal principio, a loro insaputa. Se io prendo in -esame lo scopo per il quale due persone, un uomo ed una donna, dotati -di qualità differenti e relative, si racchiudono in una sola casa, -per trascorrere in società nuziale quaranta o cinquant’anni, non mi -meraviglio della forza con la quale il cuore profetizza questa crisi -fin dalla prima infanzia; della bellezza con cui gli istinti infiorano -l’alcova nuziale, nè dell’emularsi della natura, dell’intelligenza e -dell’arte per portare doni e melodie all’epitalamio. - -Così noi siamo spinti verso un amore, che non conosce sesso, persona -o parzialità, ma che cerca la virtù e la sapienza ovunque, allo scopo -di aumentare l’una e l’altra. Noi siamo per natura osservatori e -per questo atti ad apprendere. Questo è il nostro stato permanente. -Ma spesso siamo indotti a sentire che i nostri affetti sono solo i -veli di una notte. Sebbene lentamente e con dolore gli oggetti delle -affezioni mutino come mutano gli oggetti del pensiero, pure vi sono -dei momenti in cui le affezioni regolano ed assorbono l’uomo, e fanno -dipendere la sua felicità da una o più persone. Ma in istato di sanità -lo spirito ricompare di nuovo, con la sua volta imponente, rifulgente -di luci immutabili e gli ardenti amori ed i timori, che passarono sopra -come nubi, perdono il loro carattere finito, s’uniscono con Dio, per -raggiungere la loro propria perfezione. Noi però non dobbiamo temere -di perdere qualche cosa con il progresso dell’anima; in essa possiamo -confidare sino alla fine; poichè le cose che hanno la bellezza e il -fascino di queste relazioni d’amore, possono esser seguite e supplite -soltanto da cose più belle e per sempre. - - - - -SESTO SAGGIO - -AMICIZIA - - -Noi possediamo molto maggior bontà di quanto non si dica. Nonostante -tutto l’egoismo che, come i venti dell’est, gela il mondo, l’intera -famiglia umana è immersa nell’elemento d’amore come in un etere -delicato. Quante persone non incontriamo nelle case, persone alle quali -noi appena parliamo, e che pure onoriamo e che ci onorano! Quante ne -vediamo nella strada od in chiesa e che silenziosamente ma cordialmente -siamo lieti di incontrare! Leggete il linguaggio di questi raggi -erranti dell’occhio: il cuore sa farlo. - -L’effetto della largizione di questa affettività umana è una certa -cordiale letizia. In poesia e nel linguaggio comune i moti di -benevolenza e di compiacenza che sono sentiti verso gli altri, vengono -paragonati agli effetti materiali del fuoco; queste irradiazioni -interne sono altrettanto rapide però, anzi molto più rapide e -più attive e più rallegranti. Esse, dal più alto grado dell’amore -appassionato fino al più basso gradino della buona volontà, compongono -la dolcezza della vita. - -I nostri poteri intellettuali ed attivi aumentano con le nostre -affezioni. Lo scolaro si siede per iscrivere, e tutti i suoi anni di -meditazione non gli forniscono un solo pensiero capace di una felice -espressione; ma se scrive una lettera ad un amico immediatamente -legioni di pensieri gentili si levano da ogni parte con elette -parole. Guardate in qualsiasi casa, dove dimorano la virtù ed il -rispetto, quale palpito determini l’approssimarsi di uno straniero. -— Uno straniero a noi raccomandato è atteso ed annunciato, ed una -inquietudine che ha del piacere e del dolore invade tutti i cuori -della famiglia. Il suo arrivo arreca quasi affanno ai buoni cuori, -che vorrebbero dargli il benvenuto. La casa è spolverata, tutte -le cose ritornano a posto loro, la vecchia giubba è cambiata con -una nuova, e gli ospiti preparano un pranzo, se lo possono. Altri -ci parlano di questo straniero raccomandato; e solo il buono ed il -nuovo è udito da noi. Egli ci rappresenta l’umanità. Egli è ciò che -noi desideriamo. Avendolo imaginato e vivificato, ci domandiamo come -staremo in conversazione e in relazione con tale uomo, e siamo agitati -da un vago timore. La stessa idea rialza la conversazione allorchè -siamo con lui; infatti conversiamo meglio del solito, disponiamo -d’una fantasia più viva, d’una memoria più ricca, ed il demonio del -nostro mutismo ci abbandona per quel momento. Per lunghe ore possiamo -rivelare una serie di comunicazioni sincere, graziose, ricche, tratte -dalla più antica e più segreta esperienza, cosicchè quelli dei nostri -familiari, che ci seggono vicino, proveranno una grata sorpresa per -questa nostra insolita facondia. Ma così tosto come lo straniero -incomincia a frammettere nella conversazione le sue preferenze, le -sue definizioni, le sue debolezze, tutto è finito. Egli ha udito il -principio, la fine ed il meglio di ciò che egli udrà da noi. Egli non è -più uno straniero ora. La volgarità, l’ignoranza, ed i preconcetti sono -vecchie conoscenze. Quando egli ritornerà, potrà avere l’ordine nella -casa, il vestito nuovo ed il pranzo, — ma non il battito del cuore e le -corrispondenze dell’anima. - -Questi tratti d’affezione, che riaccendono di nuovo per me un mondo -giovane sono graditi. Un giusto e fermo accordo di due, in un pensiero, -in un sentimento, è delizioso. Come sono belli, nel loro avvicinarsi -a questo cuore palpitante, i passi e gli aspetti dell’essere sincero -e favorito da natura! Nel momento che noi lasciamo libero corso ai -nostri affetti, la terra soggiace a metamorfosi; non c’è più inverno e -non c’è più notte; tutte le tragedie, tutti gli affanni svaniscono, — -e così tutti i doveri: nulla riempie l’eternità che trascorre, se non -le forme raggianti delle persone amate. Sia l’anima persuasa che in -qualche luogo dell’universo troverà la sua compagna, e sarà contenta -ed allegra in solitudine per mille anni. Mi svegliai stamane con -un divoto ringraziamento per i miei amici, i vecchi ed i nuovi. Non -chiamerò io Iddio, il Bello, che giornalmente si rivela a me coi suoi -doni? Io sfuggo la società, prediligo la solitudine, eppure non sono -così ingrato da non vedere l’uomo saggio, il cortese, il magnanimo, -quando di tempo in tempo passano davanti alla mia porta. Chi mi ode, -chi mi capisce, diviene mio, diviene un possesso mio per sempre. Nè -la natura è così povera che essa non mi dia talvolta questa gioia, e -così intesso trame sociali mie proprie, e una nuova tela di relazioni; -e allo stesso modo che molti pensieri successivi si sostanziano, così -poco a poco io mi troverò in un mondo nuovo, di mia propria creazione, -e non sarò più uno straniero o un pellegrino in un globo tradizionale. -I miei amici vengono a me non cercati. Il grande Iddio me li diede. -Per il più antico diritto, per la divina affinità della virtù con se -stessa, io li trovo, o meglio non io ma la Divinità che è in me e che -è in essi, la quale deride e abbatte i vigorosi baluardi del carattere -individuale, delle relazioni, dell’età, del sesso, della circostanza, -e fa di molti individui uno solo. Alti ringraziamenti vi debbo, -eccellenti amatori, che rivelate a me nuove e nobili profondità del -mondo e ampliate il significato di tutti i miei pensieri. Voi non siete -rigide ed intirizzite persone, ma una nuova poesia di Dio — poesia -senza impedimenti — siete inno, ode, epopea, ancora fluente e non già -rappresa nei libri morti con annotazioni e glossario, ma siete Apollo e -siete le Muse ancora inneggianti. E queste creature si separeranno da -me o da qualcuna di loro? Io non lo so, ma non lo temo; perchè la mia -relazione con esse è così pura, che noi ci teniamo uniti per semplice -affinità; ed il Genio della mia vita è così socievole, che eserciterà -la sua energia su chiunque sia nobile al pari di questi uomini e di -queste donne, ed ovunque io sia. - -Io confesso su questo punto un’estrema tenerezza naturale. È quasi -pericoloso per me «il sorbire il dolce veleno del vino male usato» -delle affezioni. Una nuova persona per me è un grande evento e mi -impedisce di dormire. Io ho per l’addietro molto fantasticato intorno -a due o tre persone che mi hanno dato delle ore deliziose; ma la gioia -finì col declinar del giorno; essa non produsse alcun frutto; il mio -pensiero non nacque da essa e la mia attività fu di poco modificata. Io -debbo provare orgoglio per le buone doti del mio amico, come se fossero -mie, e debbo provare come un selvaggio, delicato, palpitante senso di -proprietà su le sue virtù. Io sento tanta gioia quando egli è lodato, -quanta ne prova l’amante per gli applausi diretti alla sua fidanzata. -Noi superstimiamo la coscienza del nostro amico. La sua bontà ci sembra -migliore della nostra, la sua natura più bella, le sue tentazioni -minori. La nostra fantasia innalza ogni cosa che è sua — il suo nome, -il suo corpo, il suo vestito, i suoi libri, ed i suoi istrumenti. Il -nostro stesso pensiero ci suona nuovo è più ampio dalla sua bocca. - -Ed ancora la sistola e la diastola del cuore non sono senza analogia -con il flusso ed il riflusso dell’amore. L’amicizia come l’immortalità -dell’anima, è troppo nobile per essere creduta. L’amante contemplando -la sua donna, dubita che essa non sia veramente quale egli la adora; e -nelle auree ore dell’amicizia noi siamo sorpresi da ombre di sospetto -e di miscredenza. Noi dubitiamo di donare al nostro eroe le virtù -delle quali egli risplende, e di adorare poi la forma che noi abbiamo -destinata per divina abitazione di esse. A rigor di termini, l’anima -non rispetta gli uomini come rispetta se stessa. A rigor di scienza -tutte le persone soggiacciono alla stessa condizione di un’infinita -lontananza. Temeremo noi di intiepidire l’amor nostro coll’affrontare -il fatto e col ricercare le fondamenta metafisiche di questo tempio -Eliseo? Non sarò io un essere così reale come le cose che vedo? Se lo -sono, non temerò di conoscerle per ciò che esse realmente sono. La loro -essenza non è meno bella della loro apparenza, sebbene abbisognino -organi più delicati per la percezione di quella. La radice della -pianta non è spregevole per la scienza, anche se per fare dei mazzi -e dei festoni noi tagliamo corto lo stelo. Io devo tuttavia tentare -l’esposizione di un fatto ardito fra queste piacevoli fantasie, anche -se esso apparirà nel nostro banchetto, come una mummia egiziana. -Un uomo che sta stretto al suo pensiero, _concepisce di se idee -grandiose_. - -Egli è conscio di un successo universale, anche se conquistato con -uniformi e particolari sconfitte. Nè preferenza, nè poteri, nè oro, nè -forza, possono stargli a pari. Io non posso fare a meno di confidare -più nella mia povertà che nella vostra ricchezza. Non posso rendere -la vostra conoscenza equivalente alla mia. Solo la stella rifulge; il -pianeta ha una debole luce, come quella della luna. Io sento ciò che -voi dite delle ammirevoli doti e del provato carattere della persona -che lodate, ma ben vedo che nonostante i suoi mantelli purpurei, non -mi piacerà, a meno che egli sia un povero Greco, quale io sono. Io non -posso negare, o amico, che l’immensa ombra del Fenomeno copre anche te, -nella sua immensità screziata e variopinta, anche te, comparato col -quale ogni altra cosa è ombra. Tu non sei l’_Essere_ come la Verità -è, come la Giustizia è; tu non sei la mia anima, ma una pittura ed -una effigie di essa. Tu venisti a me tardi, eppure tu riprendi già il -tuo cappello ed il tuo mantello. Forse che l’anima non produce amici, -come l’albero produce foglie; e come l’albero con la germinazione -di nuove gemme esclude le vecchie foglie, così l’anima non esclude -i vecchi amici? La legge della natura è un’eterna alternativa. Ogni -stato elettrico presuppone il suo contrario. L’anima si attornia di -amici al fine di poter penetrare in una più grande conoscenza di sè -o in una maggiore solitudine; e procede da sola per un tempo, onde -innalzare la sua condotta o la sua società. Questo metodo si delinea -in tutta la storia delle nostre relazioni personali. Sempre l’istinto -dell’affezione nutre la speranza di unirsi coi nostri simili, e sempre -il vigile senso dell’isolamento ci richiama. Così ogni uomo passa la -sua vita ricercando l’amicizia; eppure se egli tenesse presente il suo -vero sentimento potrebbe scrivere una lettera come questa ad ogni nuovo -candidato del suo amore. - -«Caro amico, - -«Se io fossi sicuro di te, sicuro della tua capacità, sicuro che le -nostre tendenze s’incontrassero, io prenderei in considerazione il tuo -andare e venire. Io non sono molto saggio; il mio amore è facilmente -conquistabile; io rispetto il tuo spirito; esso non è ancora stato da -me scandagliato; pure non oso presumere in te una perfetta intelligenza -del mio essere, e così tu mi sei un delizioso tormento. Tuo per sempre -o giammai». - -Pure questi piaceri inquieti e queste pene raffinate sono idonei per -il nostro desiderio di cose nuove e non per la vita. Essi non debbon -venire coltivati, perchè sarebbe un tessere una tela di ragno e non -una stoffa. Le nostre amicizie si volgono a rapide e povere conclusioni -perchè noi le abbiamo intessute di vino e di sogni anzichè della solida -fibra del cuore umano! Le leggi dell’amicizia sono grandi, austere -ed eterne, fatte con la stessa trama delle leggi della natura e della -morale. Ma noi abbiamo aspirato ad un rapido e piccolo beneficio, per -suggere una subitanea dolcezza. Noi strappiamo nel giardino di Dio il -frutto lento, che abbisogna di molti estati e di molti inverni per -maturare. Noi cerchiamo il nostro amico non religiosamente, ma con -una passione adulterata, che vorrebbe appropriare lui a noi stessi. -Invano. Noi siamo imbevuti d’un sottile antagonismo che, non appena -c’incontriamo con lui, comincia a farci beffe e a tradurre tutta la -nostra poesia in una prosa scipita. Quasi tutti gli uomini s’abbassano -coll’incontrarsi. Ogni associazione deve essere un compromesso e, ciò -che è peggio, il vero fiore e l’aroma di ogni bella natura scompare -tosto che esse si avvicinano l’un l’altra. Quale perpetua delusione -è la società attuale, anche quella dei virtuosi e dei favoriti! Dopo -che gli incontri sono avvenuti in seguito a lunga preparazione, -noi dobbiamo essere afflitti da saluti avversi, da improvvise ed -inopportune apatie, da epilessie di spirito e di senso nei bei giorni -dell’amicizia e del pensiero. Le nostre facoltà non ci rappresentano il -vero e ciascuno si ristora con la solitudine. - -Io dovrei essere uguale in ogni relazione. Non ha importanza il numero -dei miei amici e la soddisfazione che io posso trovare nel conversare -con essi, se uno solo v’è con cui io non sia uguale. Se io mi sono -ritratto da una contesa, perchè impari, istantaneamente la gioia ch’io -posso provare in tutto il resto diviene meschina e pusillanime. Io -detesterei me stesso se allora io facessi degli altri miei amici il -mio rifugio. «Il valente guerriero rinomato per le battaglie, vinto una -volta dopo cento vittorie, è cancellato dal libro dell’onore e tutto il -resto per cui egli faticò vien dimenticato». - -La nostra impazienza è così acerbamente ripresa. Il timore e l’apatia -sono un arrendevole riparo, nel quale un delicato organismo viene -protetto da un prematuro germogliare. Esso si perderebbe, se conoscesse -se stesso, prima che qualcuna delle anime migliori fosse matura -abbastanza per comprenderlo ed affermarlo. Rispetta la lentezza -della natura che indurisce il rubino in un milione d’anni e opera -nell’infinita estensione del tempo, in cui le Alpi e le Ande vanno -e vengono come arcobaleni! Il buon genio della nostra vita non ha -paradiso che sia ricompensa della nostra precipitazione. L’amore che -è l’essenza di Dio non esiste per la vanità, ma per il totale valore -dell’uomo. Non si abbia nei nostri rapporti una fanciullesca voluttà, -ma la dignità più austera, ed avviciniamo i nostri amici con un’audace -fiducia nella lealtà dei loro cuori e nella saggia ed indistruttibile -liberalità dei loro propositi. - -Poichè è impossibile sottrarsi al fascino di questo argomento io -tralascio per poco ogni considerazione intorno ai subordinati benefici -sociali, per parlare di questa elevata e sacra relazione, che è una -specie di assoluto e che abbandona il dubbio e comune linguaggio -dell’amore tanto il suo è più puro e più divino. - -Io non desidero trattare le amicizie delicatamente, ma con il più -ruvido coraggio. Quando sono reali, esse non sono steli di cristallo -o ricami di brina, bensì le più solide cose che noi conosciamo. Al -presente, dopo tanti anni di esperienza, che cosa sappiamo noi della -natura o di noi stessi? L’uomo non si è inoltrato d’un solo passo -nella soluzione del problema del suo destino. L’intero universo degli -uomini sta in una condanna all’imbecillità della mente. Ma la dolce -gioia sincera e la pace, che io traggo da questa alleanza con l’anima -d’un mio fratello, è il nocciolo, di cui ogni natura ed ogni pensiero -non sono che il guscio e la corteccia. Felice è la casa che accoglie -un amico! Essa può ben essere costrutta come un padiglione o un arco -di festa per intrattenerlo anche un solo giorno. Più felice ancora se -egli comprende la solennità di tale relazione e onora le sue leggi. -L’amicizia non è un ozioso legame, non è un’occupazione domenicale. -Colui che offre se stesso come candidato a tale accordo, si solleva -come un Olimpico ai più alti gradi, dove convengono gli eletti del -mondo. Egli propone se stesso per contese dove il Tempo, il Bisogno, -il Pericolo sono in gara, e quegli solo è vincitore che ha nella -sua costituzione vigore sufficiente da preservare la sua delicata -bellezza dall’uso e dal contatto di tutte queste cose. I doni della -fortuna posson essere presenti o assenti, ma tutto lo svolgersi di -tale lotta dipende dalla intrinseca nobiltà e dal disprezzo per le -cose insignificanti. Ci sono due elementi che concorrono a formare -l’amicizia ed entrambi così sovrani, ch’io non posso scoprire nell’uno, -superiorità o ragioni tali da esser nominato prima dell’altro. Uno di -essi è la Lealtà. Un amico è una persona con la quale io posso esser -sincero; dinanzi a lui io posso pensare ad alta voce. In sua presenza -io mi trovo con un uomo così reale ed uguale a me, da potere smettere -quelle vilissime abitudini di dissimulazione, di cortesia e di secondo -pensiero, che gli uomini mai abbandonano; ed io posso trattare con lui -con quella semplicità, con la quale un atomo chimico si unisce ad un -altro atomo. La sincerità, come i diademi e l’autorità, è la voluttà -concessa solo alle più alte classi, che possono dir la verità, non -avendo alcuno al disopra da riverire od a cui conformarsi. Ogni uomo -solo è sincero; l’ipocrisia comincia all’arrivo di un secondo uomo. -Noi evitiamo e sfuggiamo l’approccio del nostro simile per mezzo dei -complimenti, delle chiacchiere, degli affari e dei diletti. Noi celiamo -il nostro pensiero a lui sotto mille pieghe. Io conobbi un uomo che -sotto il dominio d’una certa religiosa frenesia si spogliava di questo -drappeggio, ed omettendo ogni complimento ed ogni luogo comune, parlava -alla coscienza di ciascuno con grande penetrazione e bellezza. Dapprima -gli si resisteva e tutti ammettevano che egli era pazzo. Ma persistendo -(ed egli in verità non poteva far altrimenti) e per qualche tempo in -questa linea di condotta, egli ottenne il vantaggio di trascinare ogni -uomo di sua conoscenza a relazioni sincere. Nessun uomo mai avrebbe -pensato di mentire con lui o d’intrattenerlo con delle chiacchiere da -mercato o da gabinetto di lettura. Ma ciascuno era costretto da tanta -sincerità a guardarlo nel viso, ed a rivelargli quale amore di natura, -quale poesia, quale simbolo di verità egli possedesse. Ma alla maggior -parte di noi la società non mostra il suo viso ed il suo occhio, ma il -suo fianco ed il suo dorso. Contrarre relazioni sincere con gli uomini -in una falsa età, è segno di pazzia, non è vero? Raramente noi possiamo -andare dritti allo scopo. Quasi ogni uomo che incontriamo richiede -qualche riguardo, richiede di essere rallegrato; egli ha qualche -rinomanza, qualche talento, qualche capriccio religioso o filantropico -nel suo capo, che non deve essere discusso, e che impedisce ogni -rapporto con lui. Ma un amico è uomo equilibrato, che addestra me e -non la mia abilità d’invenzione. Il mio amico s’intrattiene con me -senza pretendere ch’io m’avvilisca o balbetti o mi camuffi. Un amico, -pertanto, è una specie di paradosso in natura. Io che sono solo, io -che nella natura non vedo nulla la cui esistenza io possa affermare -con uguale evidenza della mia, io contemplo l’immagine del mio essere, -in tutta la sua altezza e varietà riprodotta in una forma che non è la -mia; cosicchè un amico può ben essere riconosciuto il capolavoro della -natura. - -L’altro elemento dell’amicizia è la Tenerezza. Noi siamo legati -agli uomini da ogni specie di vincoli, dal sangue, dall’orgoglio, -dal timore, dalla speranza, dal lucro, dalla brama, dall’odio, -dall’ammirazione, da ogni circostanza, da ogni pegno e da ogni -nonnulla; ma possiamo a mala pena credere che possa sussistere in -uno di essi una qualità tale da avvincerci con l’amore. Uno vi può -essere così benedetto, e siamo noi così puri da potergli offrir della -tenerezza? Quando un uomo mi diviene caro, io ho toccato la méta della -fortuna. Io trovo intorno a questo argomento molto poco nei libri, -che sia scritto direttamente al cuore. Eppure ho un testo che non -posso fare a meno di ricordare. Il mio autore dice «Io mi offro senza -slancio e ruvidamente a coloro, ai quali effettivamente appartengo, e -mi offro meno a colui, al quale sono maggiormente devoto». Io vorrei -che tale amicizia avesse dei piedi, come ha occhi ed eloquenza; -essa dovrebbe radicarsi in terra prima d’innalzarsi fino al cielo, e -vorrei che fosse un poco dell’uomo prima di appartenere completamente -al cherubino. Noi censuriamo il cittadino perchè fa dell’amore una -comodità. Esso è per lui uno scambio di doni, di prestiti utili; è -un buon vicino; un infermiere per gli ammalati; esso tiene i cordoni -al funerale; e così vanno perdute completamente le delicatezze e la -nobiltà della relazione. Ma sebbene non possiamo trovare il dio sotto -questa maschera di cantiniere, pure non possiamo perdonare d’altra -parte al poeta, se egli tesse la sua tela troppo fina, e non rende -sostanziale il suo romanzo con le virtù civiche della giustizia, della -puntualità, della fedeltà, e dell’amore. Io odio la prostituzione -del nome «amicizia» per significare alleanze manierate e mondane. -Preferisco di molto la compagnia dei contadini o dei mercanti di -stagno all’amicizia elegante e profumata, che celebra le sue adunanze -con frivole manifestazioni, con passeggiate in carrozza e con pranzi -nelle migliori taverne. Lo scopo dell’amicizia è stringere il più -stretto, il più familiare rapporto che possa essere immaginato; -esso serve d’aiuto e di conforto attraverso tutte le relazioni e le -vicissitudini della vita e della morte; è idoneo per i giorni sereni, -per i doni graziosi e per le passeggiate campestri, ma anche per le -vie penose, per gli aspri passaggi, per il naufragio, per la povertà -e la persecuzione. L’amicizia pure s’accompagna con gli impeti dello -spirito ed i rapimenti della religione. Noi dobbiamo dare dignità ai -bisogni giornalieri ed agli uffici della vita dell’uomo, ed abbellire -questa con il coraggio, con la saggezza e con l’unione. L’amicizia -non dovrebbe mai cadere in ciò che è usuale e determinato, ma dovrebbe -essere vigilante ed ingegnosa, ed aggiungere poesia e ragione a ciò che -era servile lavoro. - -Può dirsi che la perfetta amicizia richiede nature così rare e -squisite, così ben contemperate e così felicemente adattate l’una -all’altra, (poichè anche a questo riguardo un poeta dice che l’amore -domanda che le parti siano esattamente bilanciate) che per questa sua -necessità essa solo raramente può aver effetto. Essa non può sussistere -nella sua perfezione fra più di due esseri, dicono alcuni di coloro -che sono dotti in questa ardente dottrina del cuore. Io non sono -così rigido nei miei termini, forse perchè non conobbi un’amicizia -così elevata come altri conobbero. Io ricreo maggiormente la mia -immaginazione con un gruppo d’uomini nobilissimi, in rapporti diversi -tra loro e fra i quali sussiste un’alta intelligenza. Ma io credo che -questa legge _di uno ad uno_ è perentoria per la conversazione, che -è la pratica ed il compimento dell’amicizia. Non mescolate troppo le -acque. Le migliori si mescolano così male come le buone e le cattive. -Avrete dei discorsi utili e rallegranti volta a volta parlando con due -uomini diversi; ma unitevi tutti e tre, e non avrete una sola parola -nuova e cordiale. Due possono conversare e uno può udire, ma tre non -possono prendere parte ad una conversazione sincera ed elevata. Nella -buona società non vi è mai fra due persone che parlano l’uno da un -capo e l’altro dall’altro della tavola un discorso uguale a quello che -succede quando voi li lasciate soli. Nella buona società gli individui -immergono il loro egoismo in un’anima collettiva che esattamente -riflette e contiene le parecchie coscienze ivi presenti. Nessuna -parzialità dell’amico verso l’amico, nessuna affezione del fratello -per la sorella, della sposa per il marito, è costì a proposito, ma -esattamente l’opposto. Solo quegli può parlare, che sa navigare sul -pensiero comune della comitiva e non limitarsi poveramente al suo -proprio pensiero. Ora questa convenzionalità, richiesta dal buon senso, -distrugge il libero spaziare della grande conversazione, che vuole il -fondersi di due anime in una sola. - -Lasciate soli due uomini, essi entreranno in rapporti più semplici: -anzi la loro affinità sarà quella che stabilirà il tema della loro -conversazione. Gli uomini che non hanno relazioni fra loro, arrecano -poca gioia l’uno all’altro, e mai sospetteranno i poteri latenti di -ciascuno di essi. Noi parliamo talvolta di un grande talento per il -conversare, come se ciò fosse una proprietà permanente in qualche -individuo; ma la conversazione è una fuggevole relazione e null’altro. -Un uomo è rinomato per avere pensiero ed eloquenza; e con tutto ciò, -egli non sa dire una parola a suo cugino od a suo zio. Essi biasimano -il suo silenzio con altrettanta ragione con cui potrebbero biasimare -l’inutilità di un quadrante solare nell’ombra. Al sole esso segnerà -l’ora, e fra quelli che godono del suo pensiero, quel tale uomo -riacquisterà la sua favella. - -L’amicizia richiede quel raro medium tra uguaglianza e disparità, -da cui ciascuno è stimolato, alla presenza della superiorità o -dell’accondiscendenza dell’altro. Preferisco rimanere solo fino alla -fine del mondo, piuttosto che il mio amico sorpassi di una sola parola -o di un solo sguardo la sua simpatia reale. Io sono ugualmente deluso -dalla sua avversione come dalla sua condiscendenza. Non cessi egli -un solo istante di essere se stesso. L’unica gioia che provo nel suo -essere mio, è che ciò che _non è mio, è mio_. Mi ripugna di trovare -un cumulo di concessioni, dove cercavo un aiuto virile od almeno una -virile resistenza. È meglio essere una spina al fianco del vostro -amico, che essere la sua eco. La condizione che l’alta amicizia -richiede è l’abilità di far senza di essa. Questo grande ufficio -richiede uomini grandi e sublimi. Vi devono essere veramente _due_, -prima che vi possa essere un _vero uno_. Vi dev’essere un’alleanza -di due nature grandi, formidabili, vicendevolmente contemplatesi -e vicendevolmente temutesi, prima che venga riconosciuta, fra le -disparità, la profonda identità unificatrice. - -Solo colui che è magnanimo, è adatto per questa unione, e tale egli -dev’essere per conoscerne le leggi. Egli dev’essere colui, che è sicuro -che la grandezza e la bontà sono sempre regole di prudenza. Dev’essere -colui che non è pronto per intervenire con la sua fortuna; nè osi -egli d’intervenire. Lasciate al diamante i suoi secoli per crescere, -nè sperate di affrettare le nascite dell’eterno. L’amicizia richiede -un trattamento religioso. Noi non dobbiamo essere caparbi e timorosi. -Noi parliamo di scegliere i nostri amici, ma gli amici si eleggono da -sè. La reverenza pure è grande parte dell’amicizia. Trattate il vostro -amico come uno spettacolo. Naturalmente se egli è un uomo, ha dei -meriti che non sono vostri, e che voi non potete onorare, se lo volete -tenere troppo vicino alla vostra persona. State discosti; date posto -a questi meriti; lasciate che salgano e si espandano. Non siate tanto -suo amico da non conoscere le sue peculiari energie; siate appassionati -come le madri, che custodiscono la loro figlia in casa, finchè essa -è ragazza. Siete voi l’amico dei bottoni del vostro amico o del suo -pensiero? Ad un grande cuore egli sarà ancora un ignoto per mille -particolari cose, perchè possa raggiungerlo in questa terra promessa. -Lasciate ai ragazzi ed alle ragazze il còmpito di guardare un amico -come una proprietà, e di suggere un breve e confuso piacere, anzichè il -puro nettare degli Dei. - -Acquistiamo il nostro ingresso in questa corporazione con una lunga -preparazione. Perchè dovremmo noi profanare anime nobili e belle -coll’introdurci inopportunamente presso di loro? Perchè opprimere con -precipitosi rapporti personali il vostro amico? Perchè andare a casa -sua e conoscere sua madre, i fratelli suoi e le sue sorelle? Perchè -essere visitato da lui nella vostra casa? Sono queste cose necessarie -alla vostra alleanza? Lasciamo da parte queste patetiche e lacrimevoli -cose. Sia egli per me uno spirito. Io voglio da lui un messaggio, un -pensiero, la sincerità, uno sguardo, e non delle notizie od un pranzo. -Io posso disputar di politica, tener conversazioni frivole, e relazioni -col vicinato per mezzo di compagni di minor valore. All’incontro non -dovrebbe essere per me la comunione con il mio amico, poetica, pura, -universale e grande come la natura stessa? Dovrei io sentire che il -nostro legame è profano, se lo paragono a quella nuvola che dorme -sull’orizzonte o a quel cespuglio d’erba ondeggiante, che divide il -ruscello? Non avviliamo l’amicizia, ma innalziamola. Questo grande -occhio sfidante, quest’altera bellezza di portamento o di azione, -non v’induca ad abbassarvi ma piuttosto a fortificarvi ed innalzarvi. -Adorate le sue eccellenze. Guarda il tuo amico come il tuo alter-ego; -abbi per lui un regno; sia egli per te eternamente una specie di bel -nemico indomabile, devotamente riverito e non un’opportunità banale -da essere tosto superata e messa in disparte. I colori dell’opale, la -luce del diamante non si possono vedere se l’occhio è troppo vicino. -Scrivo al mio amico una lettera e ne ricevo una da lui. Ciò vi sembra -poco. Per me è sufficiente: è un dono spirituale degno di lui nel dare, -degno di me nel ricevere. Ciò non sconsacra alcuno. In questa lettera -il cuore si confiderà come non si confiderà alla lingua, e profetizzerà -un’esistenza più divina di quella che tutti gli annali dell’eroismo -hanno fin’ora rivelata. - -Rispettate le sante leggi di quest’amicizia col non portar danno, con -la vostra impazienza, al suo fiore perfetto prima che sbocci. Dobbiamo -appartenere a noi stessi, prima di appartenere a qualcun altro. Nel -delitto vi è, secondo il proverbio latino, questa soddisfazione: voi -potete parlare al vostro complice in termini d’uguaglianza: _Crimen, -quos inquinat, aequat_. Noi non possiamo subito affermare ciò rispetto -a coloro che ammiriamo ed amiamo. Inoltre il più piccolo difetto nel -possesso di se stesso vizia a mio giudizio l’intiera relazione. Non -vi potrà mai essere una profonda pace fra due spiriti, mai un mutuo -rispetto, finchè nel loro dialogo, ognuno rappresenti il mondo intiero. - -Portiamo con la maggiore maestà di spirito possibile ciò che è così -grande come l’amicizia. Stiamo in silenzio — affinchè possiamo udire -il bisbiglio degli dei. Non interveniamo. Chi vi ha ordinato di -pronunciare ciò che voi vorreste dire alle anime elette? o chi vi ha -ordinato di dire cosa alcuna ad esse? Non importa che le nostre parole -siano ingegnose o graziose o blande. Vi sono innumerevoli gradi di -follìa e di sapienza, e il dire cosa alcuna è per voi insignificante. -Attendi, ed il tuo cuore parlerà. Attendete finchè il necessario e -l’eterno vi dominino, finchè il giorno e la notte si servano delle -vostre labbra. L’unica moneta di Dio è Dio; Egli giammai paga con -qualche cosa di meno o con qualche cosa di più. L’unica ricompensa -della virtù è la virtù; l’unico modo di avere un amico è di essere -uno. Vano è lo sperare di approssimarsi ad un uomo col frequentare la -sua casa. Se egli è dissimile, l’anima sua fuggirà da voi con maggiore -velocità, e voi non incontrerete mai più uno sguardo del suo occhio. -Noi vediamo l’anima nobile da lontano: essa già ci respinge: perchè -dovremmo noi importunarla? Tardi, molto tardi, noi ci avvediamo che -nessuna disposizione, nessuna nuova relazione, nessuna consuetudine o -costume di società, sarebbe vantaggioso per porre noi in relazione con -coloro che noi desideriamo — ma che in tal caso solamente l’elevazione -della nostra natura allo stesso livello della loro, è necessario; -allora ci incontreremo come acqua incontra acqua; e se non li -incontreremo, non ne avremo bisogno, perchè noi siamo già essi. - -In ultima analisi l’amore è solo il riflesso della dignità di un uomo -sopra altri uomini. Gli uomini hanno talvolta scambiato i propri nomi -con quelli dei loro amici come per significare che, nel loro amico, -ognuno di loro amava la propria anima. - -Quanto più elevata è la natura richiesta dall’amicizia, tanto meno -facile è materiarla in carne ed ossa. Noi camminiamo soli nel mondo. -Gli amici, tali come li desideriamo, sono sogni e favole. Ma una -sublime speranza rallegra eternamente il cuore fidente che altrove, -in altre regioni del potere universale, altre anime stanno in questo -momento operando, soffrendo ed osando, anime che possono amarci e -che possiamo amare. Noi possiamo congratularci che il periodo della -minorità, della follìa, degli errori e della vergogna, sia passato -nella solitudine, e che quando siamo uomini compiuti, noi possiamo -stringere con mano d’eroe le mani di altri eroi. Da ciò che voi avete -già veduto, siate ammoniti di non stringere amicizia con le persone -volgari, con le quali nessuna amicizia vi può essere. - -La nostra impazienza ci spinge ad unioni stupide ed inconsiderate, -che nessun Dio protegge. Invece persistendo nella vostra via, anche se -perdete il poco, guadagnerete il molto. Voi a questo modo vi palesate -in maniera da mettervi al sicuro da false relazioni, e vi attirate -gli eletti del mondo — quei rari pellegrini, dei quali solo uno o due -vagano nella natura contemporaneamente, e davanti a cui tutto quanto è -volgare si mostra semplicemente come spettro ed ombra. - -Stolto è il timore di rendere i nostri legami troppo spirituali, come -se in tal modo potessimo perdere qualsiasi amore genuino. Qualunque -sia la correzione che noi facciamo alle nostre opinioni popolari per -mezzo di una più intima conoscenza, noi dobbiamo esser sicuri che -la natura ci soccorre, che ci ripagherà largamente di qualche gioia -sottratta. Sentiamo l’assoluto isolamento dell’uomo! Noi siamo sicuri -di avere tutto in noi. Andiamo in Europa, seguiamo delle persone, -leggiamo dei libri, ma con la fede istintiva che questi rivelano -noi a noi stessi. Accattoni tutti! Gli uomini sono come noi siamo; -l’Europa è un vecchio scolorito vestito di persone morte ed i libri -sono i loro spettri. Lasciamo perire questa idolatria. Rinunciamo a -questo accattonaggio. Diciamo addio perfino ai nostri più cari amici, -e apostrofiamoli dicendo: «Chi siete voi? Lasciatemi. Non voglio più -essere dipendente. Ah! non vedi, fratello, che noi così ci dividiamo -solamente per ritrovarci in un punto più alto, e solamente per essere -più uno dell’altro, perchè noi apparterremo più a noi stessi?» Un amico -ha il viso di Giano Bifronte; egli guarda il passato ed il futuro. Egli -è il figlio di tutte le mie ore passate, il profeta di quelle future -ed il precursore di un amico più grande; poichè è proprietà del divino, -l’essere riproduttivo. - -Io agisco allora coi miei amici come coi miei libri. Li avrò dove -posso trovarli, ma li userò raramente. Noi dobbiamo avere la società, -regolata dalle condizioni dettate dai noi stessi, ed ammetterla od -escluderla per la più leggera causa. Io non posso permettermi di -parlare molto con il mio amico. Se egli è grande, egli mi fa così -grande che non posso discendere per conversare. Nei grandi giorni i -presentimenti svolazzano davanti a me nel firmamento. Io dovrei allora -dedicarmi ad essi. Io entro ed esco per poterli afferrare; e solo temo -di perderli se indietreggiano nel cielo, nel quale sono ora soltanto -un punto di luce più brillante. Allora, sebbene stimi i miei amici, non -posso conversare con loro e studiare le loro visioni, onde non perdere -le mie. Certamente il tralasciare queste alte osservazioni, questa -astronomia spirituale o questa ricerca di stelle, e lo scendere verso -simpatie cordiali con voi mi concederebbe una certa gioia familiare; -ma allora io, ben lo so, compiangerei per sempre lo svanire delle mie -possenti divinità. È pur vero che la settimana prossima avrò tristi -momenti, nei quali io potrò occuparmi di obbietti estranei; allora -rimpiangerò la perduta letteratura della vostra mente, e desidererò -di ritrovarvi ancora al mio fianco. Ma se voi verrete, forse empirete -soltanto ed ancora la mia mente di nuove visioni; non di voi stessi, -ma della vostra vanità; io non sarò più atto di quanto lo sia ora -a conversare con voi e dovrò rendere ai miei amici questa fuggevole -corrispondenza. Io riceverò da essi, non ciò che essi hanno, ma ciò -che essi sono. Essi mi daranno ciò che in realtà essi non possono -darmi, ma ciò che irradia da loro. Ma essi non mi legheranno con alcun -altro rapporto meno sottile e puro. Noi ci incontreremo come se non ci -incontrassimo, e ci lasceremo come se non ci lasciassimo. - -Ultimamente mi sembrò più possibile di quanto io pensassi l’avere una -grande amicizia da una parte, senza esserne corrisposto dall’altra. -Perchè dovrei amareggiarmi con il triste fatto che chi riceve non è -degno di ricevere? Il sole non è per nulla turbato se alcuni dei suoi -raggi cadono vanamente in qualche luogo ingrato, e se solo una piccola -parte cade sulla superficie riflettente del pianeta. Serva la vostra -grandezza ad educare il compagno rude e freddo. Se egli non è pari -a te, egli se n’andrà; ma tu sei ingrandito dalla tua propria luce, -e non sarai più compagno per le rane ed i vermi, ma ti innalzerai e -arderai con gli dei dell’empireo. Si crede che l’amore non corrisposto -sia una sciagura. Ma i grandi vedranno che il vero amore non può -essere corrisposto. L’amore vero trascende in breve l’oggetto indegno -e si sofferma nell’eterno, e quando la povera maschera frapposta -si sgretola, non si rattrista, ma si sente liberato da altrettanta -polvere, e gioisce maggiormente della sua indipendenza. Pure queste -cose possono appena dirsi senza una specie di tradimento per le -relazioni dell’amicizia. L’essenza dell’amicizia è l’integrità, la -magnanimità e la fiducia. Essa non deve aver sospetti o preveggenze di -possibili infermità. Essa tratta il suo oggetto come un Dio, affinchè -esso possa deificare entrambi. - - - - -SETTIMO SAGGIO - -PRUDENZA - - -Quale diritto ho io di scrivere intorno alla Prudenza, che poca ne ho e -quella poca di specie negativa? La mia prudenza consiste nell’evitare -le cose e nel farne senza, ma non nell’inventare mezzi e metodi, non -in un destro governo, non in un adeguato riparo a quelle. Io non so -spender bene il denaro, non ho spirito di economia, e chiunque vede il -mio giardino, pensa che io deva avere qualche altro giardino. Eppure -amo i fatti, odio l’instabilità e la gente senza percezione: onde io -ho lo stesso diritto di scrivere della prudenza, come di scrivere della -poesia e della santità. Noi scriviamo per desiderio od avversione come -per esperienza. Noi dipingiamo quelle qualità che non possediamo. Il -poeta ammira l’uomo d’energia e l’uomo di guerra; il mercante educa -il figlio per la chiesa od il tribunale: e quando l’uomo non è vano e -pieno di sè voi comprenderete ciò che egli non ha dalle cose che egli -loda. Inoltre sarebbe appena onesto da parte mia, il non bilanciare -le belle parole liriche d’Amore ed Amicizia con parole di più -ruvido suono, e non riconoscere di passaggio la mia reale e costante -obligazione ai miei sensi. - -La prudenza è la virtù dei sensi. Essa è la scienza delle apparenze. È -l’azione più esterna della vita interna. È Dio che pensa per il bruto. -Essa muove la materia secondo le leggi della materia. Essa è lieta di -ricercare la salute del corpo conformandosi alle condizioni fisiche, e -la salute della mente conformandosi alle leggi dell’intelletto. - -Il mondo dei sensi è un mondo di sembianze, esso non esiste per sè, -ma ha un carattere simbolico; ed una prudenza vera o «legge delle -apparenze» riconosce la simultanea presenza di altre leggi, sa che -il suo proprio ufficio è subalterno e sa di agire su una superficie e -non in un centro. La prudenza è falsa quando è separata; è legittima -quando è la Storia Naturale dell’anima incarnata; quando essa spiega la -bellezza delle leggi dentro la stretta cerchia dei sensi. - -Vi sono nella conoscenza del mondo successivi stadî di progresso. -È sufficiente al nostro scopo presente l’indicarne tre: una classe -vive per l’utilità del simbolo, stimando la salute e la ricchezza un -bene finale: un’altra classe vive, al disopra di questo grado, per -la bellezza del simbolo, come il poeta, l’artista, il naturalista e -lo scienziato: una terza classe vive, al disopra della bellezza del -simbolo, per la bellezza della cosa significata: questi sono i saggi. -La prima classe possiede il buon senso; la seconda, il gusto e la -terza, la percezione spirituale. Una volta che dopo lungo tempo un uomo -ha sorpassati tutti i gradi, e vede e gioisce fortemente del simbolo, -allora ha una chiara visione della sua bellezza, ed infine mentre egli -innalza la sua tenda su questa isola vulcanica e sacra della natura, -non si propone di costrurre case e granai, ma solo di adorare lo -splendore di Dio, che egli vede sfolgorare attraverso ogni spiraglio ed -ogni crepaccio. - -Il mondo è ripieno di proverbi e di azioni derivate da una vile -prudenza che è devozione alla materia, come se noi non possedessimo -altre facoltà all’infuori del gusto, dell’odorato, del tatto, della -vista e dell’udito; una prudenza che adora la regola del tre, che -mai sottoscrive, che mai dà, che impresta raramente, e che per -qualsiasi progetto fa una domanda sola: «Produrrà del pane?» Questa -è una malattia simile allo ispessirsi della pelle, finchè gli organi -vitali sono distrutti. Ma la sapienza, che rivela l’eccelsa origine -del mondo visibile, e che aspira come méta alla perfezione dell’uomo, -riconduce ogni altra cosa, come la salute e la vita corporea, allo -stato di semplici mezzi. Essa vede nella prudenza non una facoltà a -sè, ma un nome per la saggezza e per la virtù poste in relazione con -il corpo ed i suoi bisogni. L’uomo côlto sente e pensa che una grande -fortuna, il compimento di provvedimenti civili o sociali, un grande -dominio personale, un’abilità piacevole od importante, hanno il loro -valore come prove dell’energia dello spirito. Se un uomo perde il suo -equilibrio e s’immerge in qualsiasi commercio o in qualsiasi piacere -senza altro scopo che il piacere od il commercio, può divenire una -buona ruota od un buon spillo, ma non un uomo côlto. - -La prudenza spuria, che pone come méta i sensi, è il dio degli -imbecilli e dei codardi, e tema d’ogni commedia. Essa è oggetto di -scherno della natura e pur anco della letteratura. La prudenza vera -limita questo sensualismo ammettendo la conoscenza d’un mondo interno -e reale. Una volta acquistata questa conoscenza — l’ordine del mondo -e la distribuzione degli affari e del tempo essendo studiati con la -simultanea percezione del loro posto rispettivo, — essa compenserà -ogni grado della vostra attenzione. Perchè la nostra esistenza, così -apparentemente legata in natura al sole ed alla luna ed ai periodi che -essi segnano; così suscettibile al clima e al paese; così vigilante del -bene e del male sociale; così amante dello splendore, e così sensibile -alla fame ed al freddo, impara le sue prime lezioni fuori di questi -libri. - -La prudenza non va dietro alla natura e non domanda donde venga. -Essa prende le leggi del mondo dalle quali è condizionato l’essere -dell’uomo, così come esse sono e le mantiene per poter godere del -loro beneficio. Essa rispetta lo spazio ed il tempo, il clima, il -bisogno, il sonno, la legge di polarità, l’accrescimento e la morte. -Rispetta i primi, perchè in essi il sole e la luna, i grandi formalisti -del cielo, con le loro rivoluzioni segnano i limiti e i periodi -dell’uomo; rispetta gli ultimi perchè in questi giace la materia -bruta, che non si scosterà dalla sua funzione chimica. Ecco un globo, -cinto e attraversato da leggi naturali, difeso e diviso esternamente -da partizioni civili e da civili proprietà, che impongono nuove -restrizioni al giovine abitante. - -Noi mangiamo il pane che cresce nel campo. Noi viviamo dell’aria che -s’agita intorno a noi, eppure noi siamo avvelenati dall’aria, quand’è -troppo fredda o troppo calda, troppo secca o troppo umida. Il tempo -che si mostra così indivisibile e divino nel suo venire, è diviso da -noi e speso in inezie e brano a brano: ad es.: una porta dev’essere -verniciata; una serratura dev’essere riparata; ho bisogno di legna, -olio, farina o sale; vi è fumo nella casa; io ho mal di capo; poi viene -l’imposta; poi un affare combinato con un uomo senza cuore o senza -cervello; poi il pungente ricordo di una parola ingiuriosa o maldestra -— ... a questo modo si consumano le ore. Facciamo ciò che vogliamo, -l’estate avrà le sue mosche: se camminiamo nei boschi, dobbiamo -ingoiare dei moscerini; se andiamo a pescare, dobbiamo attenderci di -inumidire il vestito. Così il clima è un grande impedimento per le -persone pigre. Spesso risolviamo di non occuparci più del tempo, pure -osserviamo ancora le nuvole e la pioggia. - -Queste piccole esperienze ci rivelano che cosa è che consuma le -ore e gli anni. Il suolo inospitale ed i quattro mesi di neve fanno -l’abitante della Zona temperata del Nord più saggio e più abile del -suo fratello, che gode il sorriso costante dei tropici. L’isolano -può vagare tutto il giorno a piacimento; di notte egli può dormire -sopra una stuoia al chiaror della luna, e ovunque una pianta di -datteri cresce, la natura gli ha preparato, senza che egli nemmeno -lo richiedesse, una tavola pronta per la sua colazione. L’abitante -del Nord è forzatamente amante della sua casa. Egli deve farsi la sua -birra, salare, cuocere e conservare il suo alimento ed ammucchiare -la legna ed il carbone. Ma siccome nessun sforzo può esser fatto -senza ottenere qualche nuova familiarità con la natura; e siccome la -natura è inesauribilmente espressiva, gli abitanti di questi climi -hanno sempre sorpassato in forza gli abitanti del Sud. Il valore di -queste cose è tale che un uomo pur conoscendo altre cose, non saprà -mai troppo intorno a queste. Abbia egli adunque percezioni esatte. -Se egli ha delle mani, le usi; se ha degli occhi misuri e scruti; -accolga e metta in serbo ogni fatto di chimica, di storia naturale e di -economia politica. Il tempo fornisce sempre occasioni, che discoprono -il valore di queste cose. Una qualche saggezza scaturisce da ogni -azione semplice e naturale. Il servo, che nessuna musica ama quanto -quella dell’orologio della cucina o quanto le arie che i pezzi di -legno cantano ardendo nel focolare, ha dei godimenti che nessun’altra -persona mai sognerebbe. L’applicazione del mezzo al fine assicura la -vittoria non meno in una fattoria od in una officina che nella tattica -di un partito o di una guerra. Il buon contadino trova il metodo, utile -nell’accatastare legna sotto una tettoia o nella disposizione della -frutta nella cantina, come nelle campagne Peninsulari o nelle file del -Dipartimento di Stato. Nei giorni piovosi egli costruisce una panca -ed adopra la sua cassetta di utensili ch’è nell’angolo del granaio, -cassetta provvista di chiodi, pinze, seghe, cacciavite e scalpelli: con -ciò egli gusta una vecchia gioia della gioventù e della fanciullezza, -gusta l’amore pari a quello del gatto per i granai, per le guardarobe, -per i solai e per le comodità determinate da una lunga dimora: ed -ancora il suo giardino ed il suo pollaio gli raccontano molti aneddoti -piacevoli. Si potrebbe trovare argomento d’ottimismo nell’abbondante -sorgente di questo dolce elemento di piacere, in ogni sobborgo ed -in ogni estremità del buon mondo. Mantenga un uomo la sua legge, — -qualunque essa sia — e la sua via sarà florida di soddisfazioni. V’è -più differenza nella qualità dei nostri piaceri che nella quantità. - -D’altra parte la natura punisce qualsiasi noncuranza della prudenza. -Se voi pensate che i sensi siano fine a se stessi, ubbidite alla loro -legge. Se credete nell’anima non attaccatevi alla dolcezza sensuale, -prima che sia maturata sul lento albero di causa od effetto. Trattare -con uomini di percezione rilassata ed imperfetta è aceto agli occhi. -Si narra che il dottor Johnson abbia detto: «Se un ragazzo dice d’aver -guardato fuori da questa finestra, mentre invece egli ha guardato fuori -da quella, frustatelo». Il nostro carattere americano è contraddistinto -da un piacere più che mediocre per una giusta percezione, e ciò viene -dimostrato dall’uso comunissimo della frase «Nessun errore!» Ma il -disagio della inesattezza, della confusione di pensiero circa i fatti, -della noncuranza per i bisogni del domani, non è cosa peculiare di -una nazione. Le belle leggi del tempo e dello spazio, quando sono -disorganizzate dalla nostra inettitudine diventano spelonche e tane. Se -l’alveare è disturbato da mani audaci e stupide non produrrà miele, ma -lancierà su noi le api. Le nostre azioni per essere belle devono essere -opportune. Un suono gaio e piacevole è quello delle falci affilate dai -falciatori nelle mattine di giugno; eppure che cosa vi è di più triste -di quello stesso suono in una stagione troppo avanzata per falciare il -fieno? - -Gli uomini di poco cervello sciupano molto più che non i loro propri -affari sciupando le naturali disposizioni di coloro, che trattano con -essi. Io ho letto qualche giudizio critico sull’arte del dipingere, -di cui mi ricordo quando vedo uomini senza risorse ed infelici, che -non sono leali con i loro sensi. L’ultimo granduca di Weimar, uomo -di intelligenza superiore, disse: «Ho osservato qualche volta dinanzi -a grandi opere d’arte e specialmente ora in Dresda, quanto una certa -proprietà contribuisca a quell’effetto che dà vita alle figure e dà -alla vita irresistibile senso di verità. Questa proprietà sta nel -trovare, in tutte le figure disegnate, il centro esatto di gravità, -vale a dire, nel mettere le figure salde sui loro piedi, con le mani -strette intorno a qualche cosa e con gli occhi fissi al punto cui -dovrebbero guardare. Anche le figure inanimate come i vasi ed i mobili -(siano disegnati sempre correttamente) perdono tutto l’effetto così -tosto come ad essi manchi l’appoggio sul loro centro di gravità, ed -acquistano una certa apparenza che ha dell’oscillante. Il Raffaello -della Galleria di Dresda, (l’unica grande, commovente pittura che io -abbia visto) è il più quieto ed il più composto quadro che potete -immaginare: una coppia di santi che adorano una Vergine con il -Bambino. Ciò nonostante esso produce un’impressione più profonda, che -le contorsioni di dieci martiri crocifissi. Perchè, oltre a tutta -l’irresistibile bellezza della forma, esso possiede nel più alto -grado la proprietà della perpendicolarità di tutte le figure». Questa -perpendicolarità è quella che noi richiediamo da tutte le figure nel -nostro quadro della vita. Stiano esse sui loro piedi e non ondeggino -o non oscillino. Distinguano esse fra ciò che ricordano e ciò che -sognarono; dicano pala alla pala; ci diano dei fatti ed onorino con -fede i loro sensi. - -Ma quale uomo oserà tacciare un altro di imprudenza? Chi è prudente? -Gli uomini che noi chiamiamo grandi sono in minor numero in questo -regno. Vi è un certo spostamento fatale nella nostra relazione con -la natura, che scompone il nostro modo di vivere, e fa di ogni legge -il nostro nemico, e pare infine aver elevato lo spirito e le virtù -del mondo alla meditazione della Riforma. Noi dobbiamo chiamare -la più alta prudenza a consiglio, e domandare perchè la salute, la -bellezza, il genio debbano ora essere l’eccezione anzichè la regola -della natura umana. Noi non conosciamo le proprietà delle piante e -degli animali e le leggi della natura mediante la nostra simpatia -per essi; questo rimane il sogno dei poeti. La poesia e la prudenza -dovrebbero compenetrarsi, così i poeti diverrebbero legislatori e la -più audace ispirazione lirica non sarebbe rimprovero od ingiuria, ma -promulgherebbe e guiderebbe il codice civile ed il lavoro giornaliero. -Ma per ora le due cose sembrano irreconciliabilmente separate. Noi -abbiamo violate leggi su leggi, fino a rimaner fra delle rovine, -e siamo sorpresi quando per caso scopriamo una coincidenza fra la -ragione ed i fenomeni. La bellezza dovrebbe essere il retaggio di ogni -uomo e di ogni donna; ma ciò è raro. La salute e la sana costituzione -dovrebbero essere universali. Il genio dovrebbe essere figlio del -genio, ed ogni bimbo dovrebbe esserne ispirato; ma per ora quello non -può essere predetto in alcun bambino, ed in nessun luogo esso è puro. -Noi chiamiamo, per cortesia, genio certe parziali mezze luci; un certo -talento, che si converte in denaro; un certo talento che brilla oggi -affinchè possa pranzare e dormire bene domani; e così la società è -amministrata da _uomini di parte_, come essi sono giustamente chiamati, -e non da uomini divini. Questi usano i loro poteri per raffinare il -lusso, non per abolirlo. Il genio è sempre ascetico ed è pietà ed -amore. L’appetito si mostra alle anime più belle come una malattia, -ed esse trovano la bellezza nei riti e nei termini, che gli fanno -resistenza. - -Noi abbiamo trovato dei bei nomi per coprire la nostra sensualità, ma -nessun potere può elevare l’intemperanza. L’uomo d’ingegno affetta -di chiamare triviali le trasgressioni alle leggi dei sensi e di non -tenerne conto in rapporto con la devozione all’arte sua. La sua arte -però gli rinfaccia di avergli mai insegnata la lascivia, nè l’amore -al vino, nè il desiderio di raccogliere dove non aveva seminato. La -sua arte vien meno per ogni affievolimento della sua santità, e vien -meno per ogni difetto di senso comune. Su lui, che dileggiò il mondo, -il mondo dileggiato porta la sua vendetta. Colui che disprezza le cose -piccole, morrà per piccole e futili cose. Il Tasso di Goethe è un bel -ritratto storico, ed è una vera tragedia. Quello di un centinaio di -persone innocenti oppresse ed uccise da quel tirannico Riccardo terzo, -non mi sembra dolore tanto vero quanto quello di Antonio e Tasso, che -apparentemente retti entrambi, si fanno reciprocamente dei torti; l’uno -vivendo secondo le massime di questo mondo, fedele e leale con esse; -l’altro infiammato di sentimenti divini, ricercante ancora i piaceri -del senso, senza sottomettersi alla sua legge. Questo è un dolore che -tutti sentiamo, un nodo che non possiamo sciogliere; ed il caso del -Tasso non è infrequente nella biografia moderna. Un uomo di genio, di -temperamento ardente, insofferente delle leggi fisiche, indulgente con -se stesso, diviene tosto infelice, querulo, un «parente noioso», una -spina per se stesso e per gli altri. - -Lo studioso ci fa arrossire per la sua vita a due facce. Quando -qualcosa di più alto della prudenza è attivo, egli è ammirevole; quando -il senso comune è necessario egli è un ingombro. Ieri Cesare non era -così grande; oggi Giobbe non è così miserabile. Ieri era raggiante -per la luce di un mondo ideale, nel quale egli viveva, primo degli -uomini; ed ora, oppresso dal bisogno e dalla malattia, per i quali -deve ringraziare se stesso, nessun uomo è povero tanto da fargli -riverenza. Egli somiglia a quei consumatori d’oppio, che i viaggiatori -ci descrivono quali frequentatori dei bazar di Costantinopoli, che -girano tutto il giorno, gialli, emaciati, laceri; finchè giunta la -sera, ed aperti i bazar vi s’introducono furtivamente, inghiottiscono -la loro parte d’oppio e diventano sereni, gloriosi e grandi. E chi -non ha assistito alla tragedia del genio imprudente, lottante per anni -con terribili difficoltà pecuniarie, finchè cade in ultimo, abbattuto, -esausto, senza alcun frutto, come un gigante ucciso a colpi di spillo? - -Non è meglio che un uomo accetti le prime pene e le prime -mortificazioni, che la natura non è lenta nell’inviargli, come -preavviso che egli non deve attendere altro bene se non il giusto -frutto del suo proprio lavoro e sacrificio? La salute, il pane, -il clima, la posizione sociale, hanno la loro importanza, ed egli -darà ad essi quanto è dovuto. Stimi egli la Natura come un perpetuo -consigliere, e le perfezioni di essa una misura esatta dei nostri -traviamenti. Faccia egli della notte notte, e del giorno giorno. -Controlli le sue abitudini spendereccie. Osservi che tanta saggezza -può usarsi nell’economia privata quanta in un impero, e quanta -saggezza può trarsi da questa. Le leggi del mondo sono a lui espresse -sopra ogni moneta che ha in mano. Nulla vi sarà per cui egli non -si migliori sapendo, fosse anche la sapienza del Povero Riccardo; -o la prudenza commerciale di comperare ad acri e vendere a piedi; o -l’abilità dell’agricoltore di piantare un albero di tempo in tempo, -perchè esso crescerà mentre egli dorme; o la prudenza che consiste -nell’economizzare gli utensili, le piccole porzioni di tempo ed i -piccoli guadagni. L’occhio della prudenza non si chiuderà mai. Il -ferro, se tenuto in casa del fabbro, s’arrugginirà; la birra, se non -fatta nelle volute condizioni di atmosfera, diverrà acida; il legname -dei bastimenti marcirà in mare, o, se tratto a riva, diverrà secco, si -aprirà, si torcerà; il denaro se tenuto da noi, non produrrà rendita -e sarà soggetto alla perdita; se investito potrà essere soggetto al -deprezzamento di quella speciale qualità di merce. Battete, — dice il -fabbro — il ferro è bianco; tenete il rastrello — dice il contadino -che raccoglie il fieno — vicino alla falce, come il carro altrettanto -vicino al rastrello. Il nostro commercio americano è giudicato essere -all’estremo opposto di questa prudenza; esso si salva con la sua -attività. Esso prende i biglietti di banca buoni, cattivi, puliti, -stracciati; e si salva per la velocità con la quale li fa circolare. -Il ferro non può arrugginirsi nè la birra divenire acida, nè il -legname marcire, nè le stoffe cessare di essere di moda, nè i titoli -ribassarsi, in quei pochi rapidi momenti, cui lo Jankee permette che -essi rimangano in suo possesso. Pattinando sul ghiaccio sottile la -nostra salvezza consiste nella velocità. - -Apprenda l’uomo una prudenza più alta. Impari che ogni cosa in natura, -anche gli atomi e le piume, vanno per legge e non per caso, e che ciò -che egli semina, egli raccoglie. Con la diligenza e con il dominio di -se stesso, metta a sua propria disposizione il pane che egli mangia e -non a disposizione altrui, affinchè egli non giaccia in falsi ed amari -rapporti con altri uomini, perchè il miglior bene della ricchezza è -la libertà. Pratichi egli le virtù minori. Quanta parte della vita -umana va perduta attendendo! Non faccia egli attendere i suoi simili. -Quante parole e promesse non sono che promesse di conversazione! Siano -le sue, parole del fato. La busta chiusa e sigillata che egli vede -navigare intorno al mondo su una nave, e giungere salva alla persona, -per la quale essa fu scritta, fra una densa popolazione, gli sia di -ammonimento per integrare il suo essere attraverso tutte le forze -divergenti, per conservare una piccola parola umana fra le bufere, le -lontananze e gli accidenti che ci trascinano di qua e di là; e con la -persistenza faccia riapparire dopo mesi ed anni, nei più lontani climi, -la debole forza di un solo uomo per compiere il suo voto. - -Noi non dobbiamo tentare di scrivere le leggi di una qualche virtù, -guardando solo a quella. La natura umana non ama le contraddizioni, -ma è simmetrica. La prudenza, che assicura un benessere esteriore, -non deve essere studiata da un gruppo di uomini, e l’eroismo e la -santità da un altro, ma essi possono accumunarsi. La prudenza concerne -il tempo presente, le persone, la proprietà e le forme esistenti. Ma -siccome ogni fatto ha le sue radici nell’anima, e se l’anima mutasse, -esso cesserebbe di esistere o diventerebbe qualche altra cosa, la -giusta amministrazione delle cose esterne starà sempre in una giusta -comprensione delle loro cause e della loro origine; onde l’uomo -buono sarà l’uomo saggio, e quello sincero, l’uomo politico. Ogni -violazione della verità non è solamente una specie di suicidio del -bugiardo, ma è un colpo di pugnale alla salute della società umana. -Il corso degli eventi applica in breve alla più vantaggiosa menzogna -una tassa distruggitrice; la franchezza invece è la migliore tattica, -poichè essa invita alla franchezza, pone le parti sopra un terreno -conveniente e muta i loro affari in amicizie. Abbiate fiducia negli -uomini ed essi saranno sinceri con voi: trattateli con liberalità, ed -essi si dimostreranno liberali, anche se debban fare in favor vostro -un’eccezione a tutte le regole del commercio. - -Così, in rapporto alle cose spiacevoli e temibili, la prudenza non -sta nel sotterfugio o nella fuga, ma nel coraggio. Colui che desidera -passare nei periodi più pacifici della vita con serenità, deve -imprimere in se stesso questa risoluzione. Affronti egli l’oggetto -delle sue peggiori apprensioni e la sua forza renderà il suo timore -infondato. Il proverbio latino dice che «nelle battaglie il primo -ad esser vinto è l’occhio», infatti l’occhio intimidito esagera -erroneamente il pericolo del momento. Il completo dominio di se stesso -renderà una battaglia non più pericolosa per la vita che un assalto -di scherma od una partita di foot-ball. Molti esempi sono citati da -soldati, di uomini che hanno visto puntare e sparare il cannone contro -la propria persona, e che si sono posti fuori del passaggio della -palla. Il terrore d’una tempesta è specialmente confinato nel salotto -e nella cabina. Il pastore ed il marinaio lottano con essa tutto il -giorno, e la loro salute si rinnova con una pulsazione vigorosa tanto -sotto il nevischio e la pioggia, quanto sotto il sole di giugno. - -Nel caso di incidenti spiacevoli fra vicini, il timore sale -rapidamente al nostro cuore, e ne ingrandisce le conseguenze; ma il -timore è un attivo consigliere. Ogni uomo è effettivamente debole, -ed apparentemente forte. A se stesso egli appare debole, agli altri -formidabile. Voi temete Grim; ma Grim pure teme voi. Voi ricercate -il buon volere delle persone più abbiette, e siete angustiati per il -loro mal volere. Ma il più brutale violatore della vostra pace e del -vicinato, è, se voi esaminate le sue pretese, debole e timido come -qualsiasi altro; e la pace della società è spesso mantenuta perchè, -come dicono i bambini, uno ha paura e l’altro non osa. Da lontano gli -uomini si gonfiano, sfidano, minacciano: portateli vicini e divengono -deboli compagni. - -Un proverbio dice che «la cortesia costa nulla», ma il calcolo potrebbe -venire a valutare l’amore a seconda del suo profitto. L’amore è finto -cieco; ma l’affabilità è necessaria alla percezione; l’amore non è -una benda, ma un lavacro per gli occhi. Se incontrate un settario od -un partigiano ostile non riconoscete mai i punti che vi dividono; ma -incontratevi su quei punti d’accordo che rimangono, ad esempio che -solamente il sole brilla e la pioggia cade per entrambi; allora la -superficie del vostro accordo s’allargherà rapidamente, e prima che ve -ne siate accorti, le montagne che segnavano i limiti e su cui l’occhio -s’era soffermato si saranno trasformate in aria. In che bassa, povera, -spregevole, ipocrita gente, una discussione religiosa trasformerà -delle anime pure ed elette! Esse si agiteranno, si vanteranno, -tergiverseranno, dissimuleranno, fingeranno di confessare qui con -l’unico scopo di alzar la voce e vincere là, e non un solo pensiero -avrà arricchita alcuna delle parti, non un sentimento di coraggio, -di modestia o di speranza. Per questa stessa ragione voi non dovreste -assumere un ingannevole contegno di fronte ai vostri contemporanei per -indulgere alla vostra ostilità od amarezza. Sebbene le vostre vedute -siano in completo antagonismo con le loro, uniformatevi ad un’identità -di sentimento, affermate di dire precisamente ciò che tutti pensano e -nel fluire dello spirito e dell’amore convertite il vostro paradosso -in una solida colonna, senza l’infermità del dubbio. Così almeno -acquisterete un’adeguata libertà. I moti naturali dell’anima sono di -tanto migliori dei moti volontari, che voi non vi farete mai giustizia -in una contesa; poichè il pensiero non vien reso con esattezza, non -si dimostra adeguato e vero nella sua esteriorità, ma appare forzato, -aspro, ed a metà convincente; volgete invece ad un accordo, ed esso -subito vi sarà concesso, perchè realmente sotto tutte le diversità -esteriori tutti gli uomini sono di un solo cuore e di una sola mente. - -La saggezza non ci permetterà mai di rimanere con uno o più uomini in -rapporti non amichevoli. Noi rifiutiamo la simpatia e l’intimità di -certe persone, come se attendessimo l’avvento di una migliore simpatia -ed intimità. Ma quando debbono esse giungere e donde? Domani sarà come -oggi. La vita si consuma mentre noi ci prepariamo a vivere. — I nostri -amici e compagni di lavoro muoiono lontani da noi. È molto se noi -possiamo dire di veder nuovi uomini e nuove donne avvicinantisi. Siamo -troppo vecchi per curarci delle cose nuove, troppo vecchi per attendere -la protezione di qualcuno più grande o più potente. — Godiamo della -dolcezza di quelle affezioni e consuetudini che crescono vicino a noi. -Queste vecchie scarpe ben si adattano ai nostri piedi. Senza dubbio noi -possiamo facilmente ritrovare delle manchevolezze nella nostra società -e possiamo facilmente sussurrare dei nomi più superbi e che in più alto -grado accarezzano la fantasia. L’immaginazione di ogni uomo ha i suoi -amici; e la vita sarebbe piacevole con tali compagni. Ma se non potete -averli in buoni termini, non potete averli affatto. Se non la deità, -ma la nostra ambizione foggia e contrae nuove relazioni, la virtù di -esse sfugge, come le fragole pérdono il gusto quando si coltivano nei -giardini. - -Così, la verità, la sincerità, il coraggio, l’amore, l’umiltà, e -tutte le virtù si schierano dalla parte della prudenza, che è l’arte -d’assicurarsi un benessere presente. Io non so se si scoprirà che tutta -la materia è fatta d’un solo elemento, come l’ossigeno o l’idrogeno; ma -il mondo delle usanze e delle azioni è composto di una sola sostanza, -ed incominciamo dove vogliamo, siamo ben sicuri, in breve tempo, di -trovarci biascicando i nostri dieci comandamenti. - - - - -OTTAVO SAGGIO - -EROISMO - - «Il Paradiso è sotto l’ombra - delle spade». - MAOMETTO. - - -Negli antichi drammaturghi inglesi e specialmente nei drammi di -Beaumont e Fletcher vi è un costante riconoscimento della distinzione -personale, come se una nobile condotta nella società del loro tempo -fosse così facilmente rimarcata, come la differenza di colore nella -nostra popolazione americana. Quando un Rodrigo o un Pedro o un Valerio -entra, anche se è straniero, il duca o il governatore esclama: «Questo -è un gentiluomo» — e gli prodiga infinite cortesie; ma tutto il resto è -scoria e rifiuto. In armonia a questa deferenza verso le doti personali -vi è nei loro drammi una certa impressione eroica di carattere e di -dialogo — così in «Bonduca», «Sofocle», «l’Amante pazzo», e il «Doppio -matrimonio», chi parla è così ardente e leale, ed ha tale saldezza di -carattere, che il dialogo, per il più piccolo incidente aggiunto alla -trama, s’innalza naturalmente a poesia. Fra i molti esempi prendiamo -il seguente. Il romano Marzio ha conquistato Atene, tutto, eccetto gli -invincibili spiriti di Sofocle, Duca d’Atene, e Dorigene sua moglie. La -bellezza di costei infiamma Marzio, che cerca di salvarne il marito; -ma Sofocle non impetra per la sua vita, certo che una parola lo -salverebbe, e l’esecuzione di entrambi si approssima. - - _Valerio._ Dà l’addio a tua moglie. - - _Sofocle._ No, non voglio prendere congedo. Mia Dorigene, va; in - alto, intorno alla corona d’Ariadne, il mio spirito aleggierà per - te. Ti prego affrettati. - - _Dorigene._ Rimani, Sofocle, — fascia con questa benda i miei - occhi; la mia natura sensibile non sia così trasformata, nè perda - la tenerezza del suo sesso gentile, con il farmi vedere il mio - signore insanguinato. Così va bene; mai un oggetto contemplerò - sotto il sole prima che il mio Sofocle: Addio; ora insegna ai - romani come si muore. - - _Marzio._ Sai tu che cosa è il morire? - - _Sofocle._ Tu non lo sai, Marzio, e perciò non sai che cosa è - vivere; morire è incominciare a vivere. È finire un lavoro vecchio, - stantio e noioso ed incominciarne uno più nuovo e migliore. - È abbandonare bugiardi e bricconi per il consesso degli dèi e - del bene. Tu stesso dovrai al fine dipartirti da tutte le tue - ghirlande, i tuoi piaceri, i tuoi trionfi, e provare allora ciò che - sarà la tua fortezza. - - _Valerio._ Ma non sei tu addolorato o crucciato di lasciare la tua - vita così? - - _Sofocle._ Perchè dovrei io addolorarmi o crucciarmi perchè sono - mandato presso coloro, che maggiormente amai? Ora m’inginocchierò, - ma col mio dorso a te rivolto; questo è l’ultimo omaggio che questo - corpo può rendere agli dèi. - - _Marzio._ Colpisci, colpisci, Valerio, od il cuore di Marzio salirà - alle sue labbra; questo è un uomo e questa è una donna! Bacia - il tuo signore, e vivete con tutta la libertà alla quale eravate - avvezzi. O amore! Doppiamente tu mi hai afflitto con la virtù e - con la bellezza. Perfido cuore, la mia mano tosto ti torrà dal mio - petto, prima che tu distrugga questo nodo di pietà. - - _Valerio._ Che cosa preoccupa il mio fratello? - - _Sofocle._ Marzio, o Marzio, ora hai trovato un modo di - conquistarmi. - - _Dorigene._ Oh stella di Roma! Quale gratitudine può pronunciare - delle parole conformi ad un’azione come questa? - - _Marzio._ Questo ammirevole duca, Valerio, col suo disdegno della - fortuna e della morte, cattivò se stesso ed ha cattivato me, e - sebbene il mio braccio ha portato il suo corpo qui, la sua anima ha - soggiogato l’anima di Marzio. Per Romolo, egli è tutto anima, io - penso; Egli non ha carne, e lo spirito non può essere incatenato: - onde nulla abbiamo conquistato; egli è libero, e Marzio è ora - quello che è caduto in prigionia». - -Io non ricordo facilmente alcun altro poema, dramma, sermone, novella -od orazione, di cui si glorii la stampa negli ultimi anni, che salga -a tanta altezza. Abbiamo molti flauti e ottavini, ma rare volte il -clangore di una tromba. Eppure la Laodomia di Wordsworth, e l’ode -di «Dione» e qualche sonetto hanno una certa nobile musica; e Scott -talvolta disegna con buoni tratti, come il ritratto di Lord Evandale -fatto da Balfour di Burley. Tommaso Carlyle, con il suo gusto naturale -per ciò che è virile ed ardito in un carattere, non ha lasciato -sfuggire alcun tratto eroico nelle pitture biografiche e storiche dei -suoi favoriti. Prima di ciò, Roberto Burns ci ha dato un canto o due. -Nelle «Miscellanee Harleiane» vi è la descrizione della battaglia -di Lutzen che merita d’essere letta. E la Storia dei Saraceni di -Simone Okley narra i prodigi del valore individuale con ammirazione, -cosa tanto più significativa in rapporto al narratore, poichè egli -sembra pensare che il suo posto nella cristiana Oxford richiegga da -lui qualche giusta protesta d’odio. Ma se studiamo la letteratura -dell’eroismo, giungeremo presto a Plutarco, che è il suo dottore ed -istoriografo. A lui dobbiamo il Brasida, il Dione, l’Epaminonda, il -Scipione, ed io penso che noi siamo più profondamente in debito di -riconoscenza con lui che con tutti gli antichi scrittori. Ciascuna -delle sue «Vite» è una confutazione della decadenza dell’animo, e -della codardia dei nostri teorici religiosi e politici. Un selvaggio -coraggio, uno stoicismo non di scuola ma di sangue, arde in ogni -aneddoto, ed ha dato a quel libro la sua immensa rinomanza. - -Noi abbisogniamo di libri fatti di questa virtù acerba e ristoratrice, -più che di libri di scienza politica o di economia privata. La vita -è una festa solo per il saggio. Vista dall’angolo del focolare della -prudenza, essa ha una ruvida e pericolosa apparenza. Le violazioni -delle leggi di natura da parte dei nostri predecessori e dei nostri -contemporanei sono anche punite in noi. La malattia e la deformità -intorno a noi fanno testimonianza dell’infrazione di leggi naturali, -intellettuali e morali, e spesso testimonianza di violazione su -violazione per produrre tale complessa miseria. L’infezione tetanica -che ritorce l’uomo fino ai tacchi; l’idrofobia che lo fa latrare verso -sua moglie ed i suoi bambini; la pazzia, che gli fa mangiare l’erba; la -guerra, la peste, il colera, la carestia, indicano una certa ferocia -della natura, che apparsa mediante il delitto umano, deve scomparire -per mezzo dell’umana sofferenza. Disgraziatamente non esiste alcun uomo -che non sia con la sua propria persona fino ad un certo punto partecipe -del peccato e non si sia reso in tal modo soggetto ad una parte di -espiazione. - -La nostra coltura, pertanto, non deve tralasciare di armare l’uomo. -Intenda egli a tempo debito d’esser nato in istato di guerra, e che -il bene comune ed il suo proprio benessere richiedono che egli non -vada danzando fra i campi della pace; ma cauto, fiducioso, sfidando nè -temendo il tuono, prenda la vita e la riputazione nelle sue mani, e con -perfetta urbanità sfidi la forca e la folla con l’assoluta sincerità -del suo discorso e con la rettitudine della sua condotta. - -L’uomo assume nel suo interno, verso tutti questi mali esterni, -un’attitudine guerresca ed afferma la sua abilità di contendere da -solo con l’infinita armata dei nemici. A questa attitudine soldatesca -dell’anima noi diamo il nome di Eroismo. La sua forma più rude è -quello sprezzo per la sicurezza e le comodità, che fa l’attrattiva -della guerra. L’Eroismo è una fiducia in se stesso, che nella pienezza -della sua energia e del suo potere di riparare i danni che possono -seguire, sprezza i consigli della prudenza. L’eroe ha una mente di -tale equilibrio, che nessun impedimento può scuotere il suo volere; -ma piacevolmente, e per così dire, allegramente, egli avanza al -suono della sua propria musica, uguale negli allarmi spaventevoli e -nell’allegria folle della dissolutezza universale. Vi è nell’eroismo -qualcosa di insano; vi è qualche cosa di non santo; par ch’esso ignori -esservi altre anime fatte dello stesso suo tessuto; è superbo; è -infine l’estremo della natura individuale. Ciò nonostante noi dobbiamo -profondamente riverirlo. V’è qualche cosa nelle grandi azioni, che non -ci consente di seguirle. L’eroismo sente e non ragiona mai, perciò è -sempre dal lato del giusto; e sebbene un’educazione differente, una -diversa religione, ed una maggiore attività intellettuale avrebbero -modificato o perfino capovolta quella data azione, pure rispetto -all’eroe, ciò che egli fa è il fatto più alto, immune dalla censura dei -filosofi o dei teologi. È la confessione di un uomo incolto che trova -in sè una qualità sprezzante del danno, della salute, della vita, del -pericolo, dell’odio, del rimprovero, e conscio che il suo volere è più -alto e più eccellente di tutti gli avversari presenti e possibili. - -L’eroismo opera in contraddizione alla voce dell’umanità, e per un dato -tempo, in contraddizione alla voce del grande e del buono. L’eroismo -è l’obbedienza ad un impulso segreto del carattere di un individuo. -A nessun altro uomo la saggezza del suo eroismo può apparire come a -lui stesso, perchè deve supporsi che ogni uomo veda sulla propria via -un poco più lontano di quanto non veda un altro qualsiasi. Per questo -gli uomini giusti e saggi si adombrano al suo atto, fino a che un po’ -di tempo è trascorso; dopo di che lo vedono all’unisono coi loro atti -stessi. Tutti gli uomini prudenti osservano che l’azione è cosa affatto -contraria ad una prosperità materiale; perchè ogni atto eroico misura -se stesso con il suo disprezzo per qualche bene esterno. Ma esso trova -alfine il suo coronamento, ed allora anche i prudenti lo acclamano. - -La fiducia in se stesso è l’essenza dell’Eroismo. Esso è lo stato -dell’anima in guerra, ed i suoi più reconditi obbietti sono l’estrema -disfida del falso e dell’ingiusto ed il potere di sopportare tutto ciò -che può essere inflitto da perversi agenti. - -L’eroismo dice il vero, ed è giusto, generoso, ospitale, temperato, -sprezzante dei piccoli calcoli, e sprezzante di essere sprezzato. Esso -persiste; ha un’audacia indomita, e tale fortitudine da non esaurirsi -mai. Esso si beffa delle piccolezze della vita comune. Quella falsa -prudenza che si basa sulla salute e sulla ricchezza, è il centro, il -bersaglio dell’eroismo. L’eroismo, come Plotino, è quasi vergognoso -del suo corpo. Che dirà allora dei confetti, della toeletta, dei -complimenti, delle discordie, dei giuochi e delle creme per cui si -stilla il cervello tutta la società? Quali gioie ha serbate la gentile -natura per noi, sue creature amate! Non pare esservi alcun intervallo -fra la grandezza e la nullità. Quando lo spirito non è signore del -mondo, ne è il suo zimbello. Eppure il piccolo uomo prende la piccola -burla così innocentemente, opera in essa con tanta costanza e fede; -nacque rosso e muore grigio, aggiustando così la sua toeletta, -attendendo così alla propria salute, tendendo trappole per dolci -alimenti e vini forti, lasciando così il suo cuore in un cavallo o in -un fucile, felice di una piccola chiacchiera o di una piccola lode, che -l’anima grande non può fare altro che ridere per tali serie stupidità. -«In vero queste umili considerazioni mi riempiono d’amore per la -grandezza. Quale disgrazia è per me il notare quanti paia di calze tu -hai, e quante erano color di pesca; o di far l’inventario delle tue -camicie, le une superflue e le altre usate!» - -I cittadini che pensano secondo le leggi dell’aritmetica considerano -gli inconvenienti del ricevere degli stranieri al loro focolare, -calcolano appuntino la perdita del tempo ed il dispendio insolito: -l’anima di grado più elevato rigetta questa intempestiva economia nei -sotterranei della vita, e dice: «Io ubbidirò il Dio, ed il sacrifizio -ed il fuoco egli provvederà». Ibn Haukal il geografo arabo ci dà -l’estremo eroico dell’ospitalità in quella di Sogd nella Bokhara. -«Quando ero in Sogd vidi un grande edifizio pari ad un palazzo, le -cui porte erano aperte ed inchiodate al muro con dei grandi chiodi. -Ne domandai la ragione e mi dissero che la casa non era stata chiusa, -di notte o di giorno, da cent’anni. Gli stranieri possono presentarsi -in qualsiasi ora, ed in qualsiasi numero; il padrone ha largamente -provveduto per il ricevimento degli uomini e dei loro animali, e non è -mai così felice come quando essi si fermano per qualche tempo. Nulla di -simile ho visto in nessun altro paese». Gli uomini generosi sanno molto -bene che coloro, i quali dànno tempo, denaro, ricovero allo straniero -— se ciò è fatto per amore, non per ostentazione — mettono, per così -dire, Dio in obbligo verso di loro, tanto perfetti sono i compensi -dell’universo. In qualche modo il tempo, che pare loro di perdere, è -ricuperato, e i disturbi, che pare loro di sopportare si ripagano da -sè. Questi uomini soffiano nella fiamma dell’amore umano, ed innalzano -il vessillo della virtù civile sull’umanità. Ma l’ospitalità deve -essere data per rendere un servizio, e non per mostra, altrimenti -essa avvilisce l’ospite. L’anima eroica si sente troppo in alto per -credere che lo splendore della sua tavola o dei suoi panneggiamenti la -innalzino. Essa dà ciò che ha, e tutto ciò che ha; ma la sua propria -maestà può dare ad un pane d’avena ed all’acqua fresca una grazia -migliore di quella che possono avere i banchetti della città. - -La temperanza dell’eroe proviene dal suo stesso desiderio di non -causare disonore alla sua dignità. Ma egli la ama per la sua eleganza, -non per la sua austerità. Gli pare che non valga la pena di essere -solenne per denunziare con amarezza l’uso di mangiar carne o di bere -vino, l’uso del tabacco o dell’oppio o del thè o della seta o dell’oro. -Un grande uomo appena sa come egli pranzi, come egli vesta, ma senza -esagerazioni o rigori il suo modo di vivere è naturale e poetico. -Giovanni Eliot, l’Apostolo Indiano, beveva acqua e diceva del vino: «È -un liquore nobile e generoso, e dovremmo essere umilmente riconoscenti -per esso, ma, per quanto io ricordi, l’acqua fu fatta prima del vino». -Migliore ancora è la temperanza del Re Davide, che versò sul terreno, -in olocausto al Signore, l’acqua che tre dei suoi guerrieri gli avevano -portato per bere, a rischio della loro vita. - -Si dice che Bruto, quando cadde sulla sua spada dopo la battaglia di -Filippi, abbia citato una frase d’Euripide «Oh virtù, ti ho seguito -durante tutta la vita, e ti trovo alfine solo un’ombra». Io non metto -in dubbio che l’eroe sia calunniato da questa voce. L’anima eroica -non abbandona il suo senso del giusto e la sua nobiltà. Non chiede di -pranzar bene e di dormire al caldo. L’essenza della grandezza sta nel -percepire che la virtù è sufficiente. La povertà è il suo ornamento. -Essa non abbisogna dell’abbondanza e ne può sopportare molto bene la -perdita. - -Ma ciò che colpisce maggiormente la mia immaginazione nella classe -degli eroi è la giocondità e l’ilarità che essi dimostrano. Quella -del sopportare e del tentare con solennità è un’altezza, cui il -dovere comune può giungere agevolmente, ma queste anime rare tengono -l’opinione, il successo e la vita a così vil prezzo, che esse mai -cercheranno di calmare i loro nemici con petizioni o parvenze di -dolore, ma si sosterranno sempre con la loro abituale grandezza. -Scipione, accusato di peculato, rifiuta di infliggere a se stesso -l’onta di attendere per giustificarsi, sebbene avesse il rotolo dei -suoi conti in mano, e lo straccia davanti ai tribuni. La condanna che -Socrate fa di se stesso per essere stato tenuto in onore nel Pritaneo -durante la sua vita, e la giocondità di Tommaso Moro sul patibolo, -appartengono alla stessa serie di fatti. Nel «_Viaggio per mare_» di -Beaumont e Fletcher, Giulietta dice al capitano ed ai suoi uomini: - - _Giul._ Oh! schiavi, è in nostro potere l’impiccarvi. - - _Capit._ Molto probabilmente; ed è in nostro potere l’essere - impiccati, e sprezzarvi. - -Queste risposte sono sonore e complete. Lo scherzo è la fioritura e la -luce di una salute perfetta. Il grande non acconsentirà mai a prendere -sul serio alcuna cosa; tutto deve essere gaio come il canto di un -canarino, foss’anche la costruzione di una città o la distruzione di -vecchie chiese e nazioni, che hanno ingombrato la terra per migliaia di -anni. I cuori semplici mettono tutta la storia e i costumi di questo -mondo alle loro spalle, e giuocano il loro giuoco con innocente sfida -delle leggi del mondo; e se noi potessimo vedere la razza umana in -visione, essa apparirebbe come dei piccoli bambini folleggianti tra -loro; sebbene agli occhi della razza umana, essi portino una maestosa e -solenne maschera di lavoro e d’autorità. - -L’interesse che queste belle storie hanno per noi; il potere di un -romanzo sopra un ragazzo, che afferra il libro proibito sotto il suo -banco a scuola; la nostra simpatia per l’eroe, sono il fatto principale -per il nostro proposito. Tutte queste grandi e trascendenti proprietà -sono nostre. Se noi indugiamo nel contemplare l’energia greca, -l’orgoglio romano, si è perchè noi stiamo già familiarizzandoci con -questo stesso sentimento. Troviamo posto per questo grande ospite nelle -nostre piccole case. Il primo passo verso l’eccellenza sarà quello di -liberarci dalle nostre superstiziose associazioni di luogo e tempo, -di numero e dimensione. Perchè le parole «Ateniese», «Romano», «Asia» -ed «Inghilterra» devono risuonare così all’orecchio? Sentiamo alfine -che dove vi è il cuore vi sono le muse e soggiornano gli dèi, e non -in alcuna rinomata parte geografica. Voi pensate che Massachusetts, -fiume Connecticut e baia di Boston, siano luoghi spregevoli perchè -l’orecchio ama i nomi topografici stranieri e classici. Ma noi siamo -in questi luoghi; soffermiamoci un poco, e potremo imparare che qui è -il meglio. Tieni mente a ciò: tu sei in questo luogo, ed arte e natura, -speranza e fato, amici, angeli e l’Essere Supremo non sono lungi dalla -camera ove tu siedi. Epaminonda, non ci pare che abbisogni dell’Olimpo -per andarvi a morire, nè della luce del sole di Siria. Egli giace -molto bene dove egli si trova. Le Jerseys erano terre belle abbastanza -per essere calpestate da Washington, e le strade di Londra, belle -abbastanza per i piedi di Milton. Un grande uomo illustra la sua terra, -e la rende cara all’immaginazione degli uomini, e la sua aria diviene -l’elemento amato di tutti gli spiriti delicati. Il paese più bello è -quello abitato dalle più nobili menti. Le pitture di cui si arricchisce -l’immaginazione, leggendo le azioni di Pericle, Senofonte, Colombo, -Bayardo, Sidney, Hampden, ci dimostrano quanto, senza necessità, è -bassa la nostra esistenza; ci dimostrano che noi, con la profondità -della nostra vita, dovremmo adornarla con splendori più che regali o -nazionali, ed agire con principii che dovrebbero interessare l’uomo e -la natura per tutta la durata dei nostri giorni. - -Noi abbiamo visto od udito parlare di molti giovani straordinari, -che non maturarono mai od i cui fatti nella vita reale non furono -straordinari. Quando noi contempliamo i loro atteggiamenti o li -sentiamo parlare di società, di libri, di religione, ammiriamo la loro -superiorità, ed essi sembrano gettare il disprezzo sul nostro intiero -stato politico e sociale; il loro è il tono di un giovane gigante, -inviato a compiere rivoluzioni. Ma essi entrano in una professione -attiva ed il Colosso in formazione si rimpicciolisce fino alle -dimensioni comuni di un uomo. La magia che essi usavano consisteva -nelle tendenze ideali, che fanno sempre ridicolo il presente; ma il -mondo brutale fece le sue vendette dacchè essi misero i loro cavalli -del sole ad arare i suoi solchi. Essi non trovarono esempi nè compagni; -ed il loro cuore venne meno. E allora? L’insegnamento che essi diedero -nelle loro prime aspirazioni è ancora vero; ed un miglior valore ed -una più pura verità eseguiranno in un solo giorno la loro volontà e -faranno vergognare il mondo. E perchè deve una donna paragonarsi ad -una qualsiasi donna storica, e pensare che non avendo Saffo o Madame de -Sévigné o Madame De Stäel, o le anime claustrali che hanno avuto genio -e cultura soddisfatto l’immaginazione e la serena Temi, nessuna lo può -— e certamente non essa? Perchè no? Essa ha da sciogliere un problema -nuovo e mai tentato, e forse quello della più felice natura, che sia -mai fiorita. La giovinetta, con anima fiera, cammini serenamente per la -sua via, accetti l’ammonimento d’ogni nuova esperienza, volta a volta -sperimenti tutti i doni che Dio le offre, affinchè possa apprendere -il potere e la bellezza del suo essere nuovamente risorto, simile -all’accendersi di una nuova aurora nelle profondità dello spazio. La -bella fanciulla, che rigetta ogni intervento mediante una decisa ed -orgogliosa scelta di poteri, noncurante di piacere, volenterosa ed -altera, ispira ad ogni osservatore qualcosa della sua stessa nobiltà. -Il cuore silenzioso la incoraggia: «Oh amica, non ammainare le vele per -timore. Entra nel porto maestosamente, o fa vela con Dio sui mari. Non -invano tu vivi, poichè ogni occhio è rallegrato e purificato dalla tua -visione.» - -La caratteristica del vero eroismo è la sua persistenza. Tutti gli -uomini hanno degli impulsi passeggieri e dei momenti di generosità. -Ma quando avete risolto d’essere grande, rimanete con voi stesso e non -tentate debolmente di riconciliarvi col mondo. L’eroico non può essere -il comune, nè il comune l’eroico. Eppure noi abbiamo la debolezza di -attendere la simpatia della gente per quelle azioni la cui eccellenza -sta in ciò, che esse sono al di là della simpatia e s’appellano ad -una postuma giustizia. Se volete servire il vostro fratello, perchè -conviene servirlo, non ritirate la vostra parola quando vedete che -la gente prudente non vi loda. Aderite alle vostre proprie azioni, e -congratulatevi con voi stessi se avete fatto qualche cosa di inusitato -e di stravagante, che rompa la monotonia d’una età convenevole. Il -seguente è un illuminato consiglio, che udii dare una volta ad un -giovane. «Fa sempre ciò che temi di fare». Un carattere semplice, -virile, non abbisogna mai di recriminazioni, ma dovrebbe guardare le -sue azioni passate con la calma di Focione, quando pur ammettendo che -l’esito della battaglia era felice, egli non deplorava d’esser avverso -all’attaccar battaglia. - -Non vi è debolezza o situazione per la quale non possiamo trovare -conforto nel pensiero — questo è una parte della mia costituzione, -una parte dei miei rapporti e del mio ufficio verso i miei simili. -Ha la natura fatta alleanza meco, per cui io non apparirò mai in -modo sfavorevole, e non farò mai una ridicola figura? Siamo generosi -della nostra dignità, come del nostro denaro. La grandezza ha cessato -una volta e per sempre d’aver connessione con l’opinione comune. Noi -esponiamo le nostre buone azioni, non perchè desideriamo d’essere -lodati per esse, non perchè pensiamo che esse abbiano grande merito, ma -a nostra giustificazione. Questo è un errore colossale che voi scoprite -quando un altro uomo recita l’elenco dei suoi atti caritatevoli. - -Dire il vero, anche con qualche austerità, vivere con qualche -rigore di temperanza, o con qualche estremo di generosità, pare -essere l’ascetismo che la buona comune natura assegna a coloro, che -sono nell’agiatezza e nella dovizia, in segno del loro sentimento -di fratellanza con la grande moltitudine degli uomini sofferenti. -E non solamente dobbiamo esercitare l’anima sopportando le pene -dell’esistenza, dell’indigenza della, solitudine, dell’impopolarità, ma -conviene all’uomo saggio guardare con occhio audace quei pericoli più -rari, che talvolta assalgono gli uomini, e familiarizzarsi a disgustose -forme di malattia, a voci di esecrazione, a visioni di morte violenta. - -I tempi dell’eroismo sono generalmente tempi di terrore, ma non vi è -mai giorno in cui questo sentimento non possa operare. Le condizioni -dell’uomo, noi diciamo, sono storicamente molto migliori in questo -paese ed in questa ora di quanto forse non lo siano mai state prima. -Maggior libertà esiste in grazia della cultura. Non si correrà ora -all’ascia, al primo passo fuori del sentiero battuto dall’opinione. -Ma chiunque è eroico, troverà sempre delle crisi per provare la sua -lama. La virtù umana vuole i suoi campioni ed i suoi martiri, e la -prova della persecuzione continua sempre. Fu solo l’altro giorno che -il coraggioso Lovejoy diede il suo petto al piombo del popolaccio per i -diritti della libera parola e della libera opinione, e morì quando era -meglio non vivere. - -Io non vedo alcuna via di pace perfetta nella quale un uomo possa -camminare, eccetto che seguendo il consiglio del suo proprio cuore. -Abbandoni egli le troppe associazioni; stia molto in casa, si ponga per -quel cammino che egli approva. L’incessante ricordo di alti e semplici -sentimenti negli oscuri doveri tempra il carattere in modo che opererà -con onore, se il caso lo vorrà, nei tumulti o sul patibolo. Tutti gli -oltraggi che sferzarono gli uomini, possono sferzare nuovamente un -uomo, e specialmente in una repubblica, se in essa vi appaiano segni -di decadenza religiosa. Un giovane può richiamare alla sua mente la vil -calunnia, il fuoco, la pece, i ceppi e la forca, con tutta la dolcezza -del suo carattere, e indagare quanto saldamente egli possa fissare il -suo sentimento del dovere, sfidando tali pene, quando piaccia ad un -giornale o ad un sufficiente numero di suoi vicini dichiarare le sue -opinioni come incendiarie. - -Il vedere quale rapido riparo la natura ha posto alle più grandi -prepotenze della malvagità può calmare l’apprensione della sventura nel -più suscettibile cuore. Noi ci avviciniamo rapidamente ad un limite, al -di là del quale nessun nemico può seguirci. «Delirino essi; ma tu sta -quieto nella tua tomba». - -Nella nebbia della nostra ignoranza del futuro, nell’ora in cui siamo -sordi alle voci più alte, chi non invidia coloro che ammirarono l’esito -felice dei loro tentativi virili? Colui che vede la volgarità della -nostra politica, non si compiace internamente che Washington sia di -già ravvolto nel suo lenzuolo funebre e calato dolcemente nella sua -tomba, prima che le speranze dell’umanità fossero sottomesse a lui? Chi -non invidia talvolta i buoni ed i coraggiosi, che non soffrono più dei -tumulti del mondo; e attendono con trepida compiacenza il rapido fine -dei rapporti con la natura finita? Eppure l’amore, che sarà più facile -uccidere che rendere ingannevole, ha di già resa impossibile la morte, -e si afferma non mortale, ma nato dalle profondità dell’essere assoluto -ed inestinguibile. - - - - -NONO SAGGIO - -LA SUPER-ANIMA - - «Ma le anime che della sua buona vita - partecipano, egli ama come la sua propria; - care come il suo occhio esse sono a lui: - egli mal le abbandonerà. Quando esse - morranno, Dio stesso morirà; esse vivono, - esse vivono nella benedetta eternità». - - HENRY MORE. - - -V’è una differenza fra l’una e l’altra ora della vita, per il -loro valore ed i loro effetti. La nostra fede viene di tratto in -tratto; il nostro vizio è costante. Pure vi è una profondità in -questi brevi momenti, che ci spinge ad ascrivere maggior realtà ad -essi che a qualsiasi altra cosa sperimentata. Per questa ragione -l’argomento che si fa innanzi per imporre il silenzio a coloro che -concepiscono speranze straordinarie per l’uomo, vale a dire, l’appello -all’esperienza, è debole e vano. Una più potente speranza abolisce -la disperazione. Noi abbandoniamo il passato a colui che ci muove -delle obbiezioni, e continuiamo a sperare. Egli deve spiegare questa -speranza. — Noi ammettiamo che la vita umana è vile; ma come scoprimmo -che essa è vile? Quale è la base di questo nostro disagio, di questo -nostro malcontento? Che cosa è il senso universale del bisogno e -dell’ignoranza, se non un cenno delicato per mezzo di cui la grande -anima muove il suo immenso reclamo? Perchè gli uomini sentono che la -Storia naturale dell’uomo non fu mai scritta, che tralascia sempre ciò -che voi avete detto di lui, che invecchia, e che i libri di metafisica -sono privi di valore? La filosofia di seimila anni non ha indagato nei -recessi e nei depositi dell’anima. Nelle sue esperienze rimase sempre, -in ultima analisi, un residuo che non potè risolvere. L’uomo è un corso -d’acqua, la cui sorgente è nascosta. Il nostro essere discende sempre, -non sappiamo donde. Il più esatto calcolatore non ha la prescienza -che qualcosa d’incalcolabile possa nell’attimo seguente distruggere i -suoi calcoli. Io sono costretto ogni momento a riconoscere agli eventi -un’origine più alta che la volontà che chiamo mia. - -Come per gli eventi, così è anche per i pensieri. - -Quando io osservo quel fiume scorrente, che, venendo da regioni che io -non vedo, versa per un momento le sue acque in me, io sento d’essere -uno che riceve; sento di essere non una causa, ma uno spettatore -sorpreso di quest’acqua eterna: io sento che desidero ed attendo, e -mi pongo nell’attitudine del ricevere, ma pure sento che tali visioni -vengono da un’energia a me estranea. - -La Suprema Critica degli errori del passato e del presente e il solo -annunziatore di ciò che deve essere, è quella grande natura, nella -quale ci riposiamo, come si riposa la terra nelle molli braccia -dell’atmosfera; quell’unità, quella _superanima_, dentro la quale -l’essere particolare di ogni uomo è contenuto e fatto uno solo con -tutti gli altri; quel cuore comune, di cui ogni sincero discorso -è adorazione, per il quale ogni azione giusta è sottomissione; -quella realtà onnipossente, che svela i nostri inganni e le nostre -disposizioni mentali; che obbliga ciascuno a passare per ciò che -realmente è, ed a parlare in corrispondenza al suo carattere e non -alla sua lingua; che sempre più tende a passare nel nostro pensiero -e nelle nostre mani, e divenire saggezza, virtù, potere e bellezza. -Noi viviamo grado a grado e separatamente, in parti e particelle. -Frattanto nell’interno dell’uomo vi è l’anima del _tutto_, il saggio -silenzio e la bellezza universale, a cui ogni parte ed atomo sono -ugualmente riferiti; infine l’eterno _Uno_. E questa immensa potenza -nella quale viviamo, e la cui beatitudine è accessibile a noi, non è -solo sufficiente a se stessa e perfetta in ogni ora, ma in essa l’atto -di vedere e la cosa veduta, lo spettatore e lo spettacolo, il soggetto -e l’oggetto sono _uno_. Noi vediamo il mondo parte per parte, come il -sole, la luna, l’animale, l’albero; ma il tutto, di cui queste sono le -parti brillanti, è l’Anima. È soltanto con la luce di tale Sapienza che -può essere letto l’oroscopo delle età, ed è soltanto con il ritornare -ai nostri pensieri migliori, con l’arrenderci allo spirito di profezia, -innato in ogni uomo, che noi possiamo sapere che cosa essa dica. Le -parole d’ogni uomo, che parla vivendo una tal vita, devono suonare -vuote a quelli che per parte loro non abitano nello stesso pensiero. -Perciò io non oso parlare. Le mie parole non portano con sè il loro -augusto senso; esse cadono impotenti e fredde. Se fossero inspirate da -quella saggezza, guardate! esse sarebbero liriche e dolci ed universali -come l’innalzarsi del vento. Pure io desidero, anche con parole profane -se non posso usare quelle sacre, indicare l’empireo di questa divinità, -e riferire quali ammonimenti ho raccolto dalla trascendente semplicità -ed energia della più Alta Legge. - -Se noi consideriamo che cosa succede nella conversazione, nel rimorso, -nelle ore di passione, nelle sorprese, nella formazione dei sogni, -dove spesso ci vediamo trasvestiti — (gli strani trasvestimenti -magnificano ed innalzano solo un elemento reale, imponendolo alla -nostra attenzione) noi troveremo molti indizi che s’amplieranno e ci -illumineranno nella conoscenza dei segreti della natura. Tutto tende -a dimostrare che l’anima dell’uomo non è un organo, ma vita e moto per -tutti gli organi; non è una funzione, come il potere della memoria, del -calcolo, della comparazione, ma usa di queste funzioni come di mani -e di piedi; non è una facoltà, ma una luce, non è l’intelletto o la -volontà, ma quella che regge l’intelletto e la volontà; è il fondo del -nostro essere, sul quale tutto giace; un’immensità infine non posseduta -e che non può essere posseduta. Una luce brilla attraverso di noi -sulle cose, e ci insegna che noi siamo nulla, ma che la luce è tutto. -Un uomo è la facciata di un tempio, in cui abita tutta la sapienza e -tutto il bene. Ciò che noi comunemente chiamiamo «uomo», l’uomo che -mangia, che beve, che pianta, che canta, non si presenta come noi lo -conosciamo, ma dà una cattiva immagine di sè. Noi non lo rispettiamo, -ma se egli lasciasse apparire l’anima attraverso la sua azione, l’anima -di cui è l’organo, ci farebbe cadere in ginocchio. Quando essa respira -attraverso il suo intelletto, allora è genio; quando respira attraverso -la sua volontà, è virtù; quando irrompe attraverso le sue affezioni, -è amore. E la cecità dell’intelletto e la debolezza della volontà -incominciano quando l’intelletto e l’individuo voglian avere un loro -proprio valore. Ogni riforma tende a permettere all’anima di aprire le -sue vie attraverso di noi; in altre parole ad indurci all’obbedienza. - -Ogni uomo è talora sensibile a questa purissima spirituale natura. Il -linguaggio non può dipingerla con i suoi colori; essa è troppo fine. -Essa è indefinibile, incommensurabile, ma noi sappiamo che essa ci -pervade e ci contiene. Noi sappiamo che tutto l’essere spirituale è -contenuto nell’uomo. Un saggio ed antico proverbio dice «Dio viene a -vederci senza campana» cioè, come non vi è una linea di separazione -fra la nostra testa ed il cielo infinito, così nell’anima non vi -è punto dove l’uomo, cioè l’effetto, cessa, e Dio, cioè la causa, -incomincia. I confini sono tolti. Noi siamo aperti alle profondità -della natura spirituale, ed agli attributi di Dio. Vediamo e conosciamo -la Giustizia, l’Amore, la Libertà, il Potere. Nessun uomo possedette -mai queste nature, ma esse si librano al disopra di noi, e specialmente -quando i nostri interessi ci spingono a ferirle. - -La sovranità della super-anima si rivela nella sua indipendenza -da quelle limitazioni che ci circoscrivono da ogni parte. L’anima -circoscrive ogni cosa. Come ho detto, essa contraddice ogni esperienza -e nello stesso modo abolisce il tempo e lo spazio. Il dominio dei sensi -ha dominato nella maggior parte degli uomini la mente a tal grado, che -le mura del tempo e dello spazio sono giunte ad apparire così reali -ed insormontabili, che il parlare con leggerezza di questi baluardi è -divenuto, nel mondo, segno di pazzia. Eppure il tempo e lo spazio non -sono che misure inverse della forza dell’anima. Un uomo è capace di -abolirli. Lo spirito scherza con il tempo. - - «_Può raccogliere l’eternità in un’ora,_ - _O prolungare un’ora in un’eternità._» - -Spesso siamo condotti a sentire che vi è un’altra gioventù ed un’altra -età oltre quelle che sono misurate dal nostro naturale anno di -nascita. Alcuni pensieri ci trovano sempre giovani e ci mantengono -tali. Un tale pensiero è ad esempio l’amore dell’universale ed eterna -bellezza. Ogni uomo si parte da tale contemplazione con il sentimento -che ciò appartenga piuttosto alle età che alla vita mortale. La più -piccola attività dei poteri intellettuali ci redime in un certo grado -dalle tirannie del tempo. Nella malattia, nel dolore, dateci un brano -di poesia od una profonda sentenza, e noi ci sentiamo sollevati; -presentateci un volume di Platone o di Shakespeare, o ricordateci -il loro nome, ed instantaneamente noi incliniamo ad un sentimento di -longevità. - -Vedete come il profondo, divino pensiero demolisce i secoli ed i -millenni, e si fa presente attraverso tutte le età. L’ammaestramento -di Cristo è meno efficace ora di ciò che fosse quando per la prima -volta la sua bocca lo pronunziò? L’impressione scultoria di fatti e di -persone sulla mia anima ha nulla a che fare col tempo. E così sempre, -la scala dell’anima è una e quella dei sensi e dell’intelligenza è -un’altra. Davanti alle rivelazioni dell’anima, il Tempo, lo Spazio e -la Natura si ritraggono. Nel discorso comune, noi riferiamo tutte le -cose al tempo, come abitualmente riferiamo le stelle sparse ad una -sfera concava. E così diciamo che il Giudizio è lontano o vicino; che -il Millennio s’avanza; che il giorno di certe riforme politiche morali -o sociali è prossimo, e simili; quando noi vogliamo significare che, -nella natura delle cose, uno dei fatti che noi contempliamo è esterno -e fuggitivo, e l’altro è permanente e connaturato con l’anima. Le cose -che noi stimiamo prestabilite, si staccheranno una per una come frutti -maturi, dalla nostra esperienza e cadranno. Il vento le sospingerà -chissà dove. I paesaggi, le figure, Boston, Londra, sono dei fatti così -fuggitivi come qualsiasi istituzione passata o qualsiasi velo di nebbia -o di fumo: e così è la società, e così è il mondo. L’anima guarda -fermamente innanzi, creando un mondo davanti ad essa, lasciando dei -mondi dietro di sè. Essa non ha date, non ha riti, non ha persone, non -ha preferenze, non ha uomini. L’anima conosce solamente l’anima; tutte -le altre cose non sono che oziosi veli per la sua veste. - -L’importanza del suo progresso deve computarsi secondo la sua propria -legge e non secondo l’aritmetica. I progressi dell’anima non sono -fatti a gradi, che potrebbero rappresentarsi con il movimento di -una linea retta; ma piuttosto a progressivi sviluppi, che potrebbero -rappresentarsi con la metamorfosi — dall’uovo al verme, dal verme alla -mosca. Le progressioni del genio sono di un certo carattere universale -che non solleva l’individuo eletto prima al disopra di Giovanni, poi -d’Adamo, e poi di Riccardo, e dà a ciascuno il dolore di un’inferiorità -manifesta; ma per mezzo d’ogni laborioso progresso l’uomo si espande -dove egli lavora, passando ad ogni impulso sopra classi e popolazioni -di uomini. Ad ogni divino impulso lo spirito rompe la sottile corteccia -del visibile e del finito, e sguscia nell’eternità, ne inspira ed -espira l’aria. Esso conversa con le verità che sono sempre state dette -nel mondo, e si fa conscio di una più intima simpatia con Zenone ed -Ariano che con persone della sua casa. - -Questa è la legge dell’acquisizione morale e mentale. I semplici -si innalzano, come per leggerezza specifica, non ad una particolare -virtù, ma nella regione di tutte le virtù. Essi vivono nello spirito -che tutti li contiene. L’anima è superiore a tutte le peculiarità -dei nostri pregi morali. L’anima richiede purezza, ma non quella -tal nostra purezza; richiede giustizia, ma non quella tal nostra -giustizia; richiede beneficenza, ma essa è qualche cosa di meglio; -cosicchè quando tralasciamo di parlare di natura morale, noi sentiamo -una specie d’inclinazione e di convenienza a sollecitare una virtù, -che essa c’impone. Poichè all’anima, nella sua pura attività, tutte le -virtù sono naturali, e non faticosamente acquisite. Parlate al cuore -dell’uomo, ed egli diventa subitaneamente virtuoso. - -Nello stesso sentimento si trova il germe del progresso intellettuale, -che ubbidisce alla stessa legge. Coloro che sono capaci di umiltà, di -giustizia, d’amore, d’aspirazioni, si trovano già ad un livello, che -domina le scienze e le arti, l’oratoria e la poesia, l’azione e le -buone disposizioni. Perciò coloro che dimorano in questa beatitudine -morale si ripromettono di già quegli speciali poteri che gli uomini sì -altamente stimano, allo stesso modo che l’amore apprezza tutte le doti -dell’oggetto amato. L’amante non ha talento, non ha abilità, che conti -per nulla presso la sua innamorata, per poco ch’essa possegga facoltà -correlative. E il cuore, che si abbandona allo Spirito Supremo, si -trova in relazione con tutte le sue opere, e giungerà per una strada -regale alle particolari conoscenze ed ai poteri particolari. Perciò -ascendendo a questo sentimento primario ed aborigeno, noi siamo venuti -istantaneamente dalla nostra rimota stazione posta sulla circonferenza -al centro del mondo, dove, come nel gabinetto di Dio, noi vediamo le -cause, e preveniamo l’universo, che è se non un lento effetto. - -Un modo del divino insegnamento è l’incarnazione dello spirito in -una forma — in forme simili alla mia. Io vivo in società, con persone -che corrispondono a pensieri della mia propria mente od esternamente -esprimono a me una certa ubbidienza ai grandi istinti per i quali vivo. -Io vedo la sua presenza in essi. Io ho la certezza dell’esistenza di -una natura comune; e queste altre anime, questi separati me stessi mi -attirano come null’altro può. Essi eccitano in me le nuove emozioni -che noi chiamiamo passioni; quelle dell’amore, dell’odio, del timore, -dell’ammirazione, della pietà; donde provengono la conversazione, la -competizione, la persuasione, le città, la guerra. Le persone sono -supplementari all’insegnamento primario dell’anima. Nella giovinezza -noi andiamo pazzi per gli uomini individui. L’infanzia e la giovinezza -vedono tutto il mondo in quelli. Ma una maggiore esperienza scopre in -tutti l’identità della natura. Infatti sono appunto le persone che -ci apprendono l’impersonale. In ogni conversazione fra due persone -nasce un tacito richiamo ad una comune natura, come se fosse una -terza persona. Questa terza parte o natura comune non è sociale; è -impersonale; è Dio. Così nei gruppi dove la discussione è ardente -ed intenta a gravi questioni di pensiero, i componenti il gruppo -s’avvedono della loro unità; s’avvedono che il pensiero si innalza ad -un’eguale altezza in tutti gli spiriti, che tutti hanno in ciò che vien -detto la stessa proprietà spirituale di colui che dice. Essi divengono -più saggi di quanto non lo fossero. Orbene questa unità di pensiero -si innalza al disopra di essi come un tempio in cui ogni cuore batte -con un più nobile senso di potere e di dovere, e pensa ed agisce con -un’insolita solennità, e dove tutti sono consci di raggiungere un -più alto dominio di se stessi. Essa brilla per tutti. Vi è una certa -saggezza umana che è comune ai più grandi uomini ed ai più piccoli -e che la nostra ordinaria educazione spesso si sforza di tacitare ed -ostruire. Lo spirito è uno solo, e gli spiriti migliori che amano la -verità per se stessa, la accettano riconoscenti ovunque, e non la -classificano nè la segnano con il nome di alcun uomo, perchè essa -è loro da molto tempo prima; dall’eternità. Gli uomini còlti e gli -studiosi non hanno alcun monopolio della sapienza. La violenza del loro -indirizzo in un certo modo li rende incapaci di pensare secondo verità. -Noi siamo debitori di molte osservazioni di valore a persone che non -sono molto acute o profonde, e che dicono senza sforzo la cosa di cui -manchiamo e che noi abbiamo per lungo tempo cercata invano. L’azione -dell’anima esiste più spesso in ciò che è sentito ed inespresso, che in -ciò che è detto nelle conversazioni. Essa aleggia sopra ogni società -e noi inconsciamente la ricerchiamo l’uno nell’altro. Noi meglio -sappiamo di quello che operiamo. Noi non possediamo ancora noi stessi, -e sappiamo allo stesso tempo di essere molto di più. Molto spesso io -sento nelle mie volgari conversazioni coi miei vicini questa verità: -che qualche cosa più alto di noi osserva i nostri scherzi, e che dietro -a ciascuno di noi Giove saluta Giove. - -Gli uomini tendono ad incontrarsi. Nelle loro occupazioni abituali e -volgari della vita, per le quali abbandonano la loro nobiltà nativa, -essi somigliano a quei seicci Arabi, che abitano in case basse, -affettando una povertà esteriore per sfuggire alla rapacità del Pascià, -e racchiudono lo sfoggio della loro ricchezza nell’interno delle loro -ben custodite dimore. - -Come l’anima è presente in tutte le persone, così è presente in ogni -periodo della vita. Essa è adulta di già nel bambino. Nei rapporti con -il mio bimbo, il mio Latino e Greco, la mia coltura ed il mio denaro, -mi servono a nulla, ma mi serve l’anima. Se io sono capriccioso, egli -mette il suo capriccio contro il mio, uno contro uno, e lascia a me, -se lo voglio, l’avvilimento del batterlo con la superiorità della -mia forza. Ma se io rinuncio al mio capriccio ed agisco con l’anima, -mettendo essa come arbitra fra noi due, essa appare ai suoi occhi ed -egli la riverisce e l’ama con me. - -L’anima percepisce e rivela la verità. Noi conosciamo la verità quando -la vediamo; dicano gli scettici ed i burloni ciò che vogliono. La -gente sciocca, quando voi avete detto ciò che loro non piace di udire, -vi domanda: «Come sapete voi che ciò è vero, e che non è un vostro -errore?» Noi conosciamo la verità quando la vediamo, come sappiamo -di essere svegli quando siamo svegli. V’è una grande sentenza di -Emanuele Swedenborg, che da sola basterebbe ad indicare la grandezza -della sua percezione: «Non è prova dell’intelligenza di un uomo il -suo poter affermare ciò che gli piace; ma il poter discernere che ciò -che è vero è vero, e che ciò che è falso è falso, è il segno ed il -carattere dell’intelligenza». Nel libro che io leggo, il buon pensiero -mi rispecchia, come ogni verità, l’imagine completa dell’anima. Ad ogni -cattivo pensiero che io vi trovo, l’anima stessa diventa una spada, che -infrange quell’imagine. Noi siamo più saggi di quel che non crediamo. -Se non interporremo il nostro pensiero, ma agiremo francamente, e -vedremo come la cosa sia sita in Dio, conosceremo quella particolare -cosa ed ogni cosa ed ogni uomo. Perchè il Fattore di tutte le cose e -di tutte le persone sta dietro di noi, e getta attraverso a noi la sua -terribile omniscienza sopra di esse. - -Ma oltre a questa conoscenza dei particolari passaggi dell’esperienza -individuale, la super-anima rivela anche la verità. E qui dovremmo -cercar di rinvigorirci con la sua stessa presenza, e parlare con un più -degno e più alto tono del suo avvento: poichè il partecipare dell’anima -della verità, è il più grande evento in natura, ed in tal caso quella -non dà _qualcosa_ di se stessa, ma si concede intera o s’incarna e -diventa l’uomo che essa illumina, o toglie di lui in proporzione di -quella verità che egli riceve. - -Noi indichiamo gli annunzi dell’anima, le sue proprie manifestazioni -naturali con il nome di _Rivelazione_. Esse sono sempre accompagnate da -un vigoroso sentimento del sublime, poichè la comunicazione dell’anima -è un influsso della mente divina nella nostra mente. È un riflusso -del ruscello individuale davanti alle impetuose onde del mare della -vita. Ogni distinta intelligenza di questo potere centrale agita gli -uomini con timore e delizia. Un brivido passa in tutti gli uomini nel -ricevere una nuova verità o nel compiere una grande azione, che sorga -dal cuore della natura. In queste comunicazioni il potere di vedere -non è separato dalla volontà di fare, ma la conoscenza procede dalla -sottomissione, e la sottomissione procede da una lieta percezione. -Ogni momento in cui l’individuo si sente invaso da essa, è un momento -memorabile. Per necessità della nostra costituzione, io credo, un -certo entusiasmo accompagna la consapevolezza individuale di quella -divina presenza. Il carattere e la durata di questo entusiasmo variano, -a seconda dello stato dell’individuo, da un’estasi e rapimento ed -ispirazione profetica, — che sono la loro forma più rara — al più -debole ardore di un sentimento virtuoso, nella quale forma esso -riscalda, come i nostri focolari domestici, tutte le famiglie e le -associazioni d’uomini e rende possibile la società. Una certa tendenza -verso l’insania ha sempre accompagnato il sorgere del sentimento -religioso negli uomini, come se questi fossero «abbagliati da un -eccesso di luce». I rapimenti di Socrate; la conversione di Paolo; la -visione di Porfirio; l’aurora di Behmen; le violenze di Giorgio Fox e -dei suoi Quaccheri; l’ispirazione di Swedenborg; sono di questa specie. -Ciò che in queste persone rimarchevoli fu un’estasi, in innumerevoli -casi della vita comune fu cosa di minor conto. Ovunque, la storia della -religione lascia intravedere una tendenza all’entusiasmo. I rapimenti -dei Moravi e dei Quietisti; il sorgere del profondo significato del -Verbo nel linguaggio della nuova Chiesa di Gerusalemme; il risveglio -delle Chiese Calvinistiche; le esperienze dei Metodisti, sono varianti -forme di quel brivido di timore e di delizia, con il quale l’anima -individuale si mescola con l’anima universale. - -La natura di queste rivelazioni è sempre la stessa. Esse sono -percezioni della legge assoluta: esse sono soluzioni dei problemi -propri dell’anima. Esse non rispondono alle domande che vengono fatte -dall’intelligenza. L’anima non risponde mai con parole, ma con la cosa -stessa che si investiga. - -La rivelazione è lo schiudersi dell’anima. Il concetto popolare di -rivelazione è che essa sia un sortire fortune. Nei passati responsi -dell’anima, l’intelligenza si sforza di trovar risposte ai problemi -della materia, e partendo da Dio dichiara quanto tempo gli uomini -vivranno; che cosa faranno le loro mani; quale sarà la loro società, -pronunciando anche nomi, date e luoghi. Ma noi dobbiamo forzare nessuna -serratura. Noi dobbiamo frenare questo basso desiderio d’inquisizione. -Una risposta in parole è ingannatrice; essa non è affatto una risposta -alle domande che voi fate. Non richiedete una descrizione dei paesi -verso i quali fate vela. La descrizione non ve li descriverà, e domani -giungendovi conoscerete quei paesi abitandoli. Lo stesso è per gli -uomini che interrogano riguardo all’immortalità dell’anima, alle -funzioni del cielo, allo stato del peccatore e così di seguito. Essi -ancora sognano che Gesù abbia lasciato dei responsi precisi per questi -interrogatori. Mai, nemmeno per un momento, quello spirito divino parlò -nel loro _patois_. L’idea dell’immutabilità è essenzialmente associata -alla verità, alla giustizia, all’amore, ed agli attributi dell’anima. -Gesù, vivendo in questi sentimenti morali, noncurante delle sorti del -senso ma solo delle sue manifestazioni, non fece mai una separazione -dell’idea di durata dall’essenza di questi attributi; nè mai pronunziò -una parola concernente il potere vitale dell’anima. Fu cómpito dei suoi -discepoli il separare la durata dagli elementi morali, e l’insegnare -l’immortalità dell’anima come dottrina, e sostenerla per mezzo di -prove. Nel momento che la dottrina dell’immortalità è insegnata -separatamente, l’uomo è di già caduto. Nell’impeto dell’amore, -nell’adorazione dell’umiltà, non può esservi questione di durata. Un -uomo ispirato non muove mai questa domanda nè condiscende a queste -prove, poichè l’anima è veritiera con se stessa, e l’uomo in cui essa -giace, non può andare dal presente che è infinito, ad un futuro che -sarebbe finito. - -Queste domande che noi desideriamo di fare circa il futuro, sono -una confessione del peccato. Dio non ha risposte per esse. Nessuna -risposta di parole può rispondere ad una questione di cose. Non è -in un arbitrario «decreto di Dio» ma nella natura dell’uomo che un -velo rinchiuda i fatti del domani; poichè l’anima non vuole che noi -si legga alcuna altra parola all’infuori di quella della causa e -dell’effetto. Con questo velo che nasconde gli eventi, essa ammaestra -i figli degli uomini a vivere nell’oggi. L’unico mezzo per ottenere -una risposta a queste domande dei sensi è di rinunciare ad ogni bassa -curiosità, e sottomettendoci alla corrente dell’essere che ci porta -nel segreto della natura, lavorare e vivere, vivere e lavorare, finchè -inaspettatamente l’anima abbia costruita e foggiata per se stessa una -nuova condizione, onde domanda e risposta saranno una cosa sola. - -Così è l’anima di colui che percepisce e rivela la verità. Per -lo stesso fuoco, placido, impersonale, perfetto, che arde finchè -dissolverà tutte le cose nelle onde e nei gorghi di un oceano di -luce, noi ci vediamo e ci conosciamo a vicenda, e sappiamo di quale -spirito è ciascuno di noi. Chi può dire quali siano le basi della sua -conoscenza del carattere di parecchi individui nella cerchia dei suoi -amici? Nessuno. Pure i loro atti e le loro parole non lo stupiscono. -In quell’uomo, pur nulla di male avendo saputo di lui, noi non abbiamo -fiducia; in quest’altro ancorchè radi siano stati i nostri incontri, -segni autentici sono già sorti a significare che egli potrebbe -essere degno di fiducia, come uno che abbia un valore nel suo proprio -carattere. Noi vicendevolmente ci conosciamo molto bene; sappiamo quale -di noi è stato conforme a se stesso, e se quello che noi insegniamo o -miriamo è solamente un’ispirazione od anche un nostro onesto sforzo. - -Noi siamo tutti discernitori di spiriti. Tale diagnosi giace -in alto nella nostra vita o nel nostro inconscio potere, ma non -nell’intelligenza. Il complesso della società, con il suo commercio, la -sua religione, le sue amicizie, le sue contese, è un’ampia, giudiziaria -investigazione del carattere. In piena seduta, od in seduta segreta, -nei confronti viso a viso, come accusatore od accusato, l’uomo si offre -spontaneamente per essere giudicato. Contro la loro volontà essi fanno -mostra di quei segni decisivi per mezzo dei quali il carattere è letto. -Ma chi è che giudica? e che cosa? Non certo la nostra intelligenza. Noi -non possiamo interpetrare quei segni con la coltura o con l’abilità. -No, la saggezza dell’uomo saggio consiste in ciò, che egli non giudica -per mezzo di quei segni; egli lascia che essi si giudichino da se -stessi e semplicemente legge e ricorda il loro proprio verdetto. - -La volontà individuale è dominata da questa inevitabile natura, -e nonostante i nostri sforzi o le nostre imperfezioni, il vostro -buon genio parlerà da voi, ed il mio da me. Quello che noi siamo, -noi insegneremo, ma non volontariamente, bensì involontariamente. -I pensieri vengono nella nostra mente per strade che noi giammai -lasciamo aperte, ed escono dalla nostra mente per strade che noi mai -aprimmo volontariamente. Il carattere ammaestra al di sopra del nostro -capo. L’indice infallibile del vero progresso sta nel tono che l’uomo -prende. Nè la sua età, nè l’educazione, nè la compagnia, nè i libri, -nè le azioni, nè il talento, nè tutto ciò insieme, possono impedirgli -di essere ossequente ad uno spirito più alto del suo. Se egli non ha -trovato il suo _home_ in Dio, i suoi modi, la sua forma di discorso, -il giro delle sue frasi, il modo di costrurre, dirò così, tutte le sue -opinioni, confesseranno ciò involontariamente, per quanto egli possa -schermirsi. Se egli ha trovato il suo centro, la Divinità brillerà -attraverso a lui, attraverso tutti i travestimenti dell’ignoranza, del -temperamento meschino, delle circostanze sfavorevoli. - -La grande distinzione fra docenti di cose sacre o di letteratura — fra -poeti come Herbert, e poeti come Pope, — fra filosofi come Spinoza, -Kant e Coleridge, e filosofi come Locke, Paley, Mackintosh e Stewart -— fra uomini di mondo, che sono creduti perfetti parlatori, e un -mistico fervente, profetizzante con una semiinsania sotto l’infinità -del suo pensiero — la grande differenza, dico, è, che una classe parla -_dall’interno_ o dall’esperienza, come parti e possessori del fatto; e -l’altra classe _dall’esterno_, come semplici spettatori o conoscitori -forse del fatto per testimonianza di terze persone. - -Non giova a nulla il predicare a me dall’esterno. Ciò lo posso fare -io troppo facilmente. Gesù parla sempre dall’interno ed in modo tale -che sorpassa tutti gli altri. In ciò sta il miracolo: ciò include il -miracolo. La mia anima crede anzitutto che ciò debba essere così. Tutti -gli uomini continuamente attendono l’apparire di un tale maestro. Ma -se un uomo non parla dall’interno del suo involucro, in cui la parola è -una con ciò cui accenna, lo confessi umilmente. - -La stessa Omniscienza fluisce nell’intelletto e produce ciò che noi -chiamiamo genio. Molta parte della sapienza del mondo non è sapienza, e -la più illuminata classe di uomini è senza dubbio superiore alla fama -letteraria, e non è composta di scrittori. Fra la moltitudine degli -studiosi e degli autori noi non sentiamo alcuna presenza consacrante; -noi sentiamo l’abilità e la maestria, ma non l’ispirazione; essi hanno -una luce e non sanno donde venga e la chiamano loro propria; il loro -talento consiste in una qualche facoltà eccessivamente sviluppata, così -che la loro potenza è una malattia. In questi casi i doni intellettuali -non fanno l’impressione di virtù, ma quasi di vizio; e noi sentiamo -che le buone doti di un uomo stanno sulla strada che lo conducono -verso la verità. Ma il genio è puro. Esso è un più alto assorbente -dell’anima universale. Esso non è anomalo ma più simile e non meno -simile agli altri uomini. Vi è in tutti i grandi poeti una sapienza -umana superiore a qualsiasi virtù essi possano esercitare. L’autore, il -bello spirito, il partigiano, l’elegante signore, non prende in essi il -posto dell’uomo. L’umanità brilla in Omero, in Chaucer, in Spenser, in -Shakespeare, in Milton. Essi stanno in pace con la verità. Essi usano -il grado positivo. Essi sembrano freddi e flemmatici a coloro che sono -abituati alle passioni pazze ed ai quadri violenti degli scrittori -inferiori e popolari. Perciò essi sono poeti per il libero corso che -essi concedono all’anima che li informa, la quale attraverso i loro -occhi ancora contempla e benedice le cose che essa ha prodotte. L’anima -è superiore alla sua conoscenza ed è più saggia di qualunque delle sue -opere. Il grande poeta ci fa sentire la nostra propria ricchezza e noi -stimiamo meno le sue composizioni. La sua più grande comunicazione alle -nostre menti è quella che c’insegna a disprezzare tutto ciò che egli -ha fatto. Shakespeare ci porta a tale straordinaria altezza di attività -intelligente da illuderci d’una ricchezza tale da impoverir la sua; ed -allora noi sentiamo che le splendide opere che egli ha creato e che -in altre ore innalziamo come una specie di poesia autoesistente, non -hanno maggiore aderenza alla natura reale di quanta ne abbia l’ombra -del passeggiero sulla roccia. L’ispirazione che espresse se stessa per -bocca di Amleto e Re Lear potrebbe pronunziare cose altrettanto buone -ogni giorno e sempre. Perchè allora dovrei io tener conto di Amleto e -di Lear, come se noi non avessimo l’anima dalla quale essi caddero come -parole dal labbro? - -Questa energia discende nella vita individuale a nessun’altra -condizione che quella dell’intiero possesso. Essa viene agli umili -ed ai semplici; essa verrà a chiunque abbandoni ciò che è straniero e -superbo; essa viene come conoscenza; viene come serenità e grandezza. -Quando osserviamo coloro in cui essa abita, noi siamo informati di -nuovi gradi di grandezza. Dalla ispirazione di questa super-anima -l’uomo ritorna con un tono cambiato. Egli non parla agli uomini -tenendo lo sguardo alle loro opinioni. Egli li sperimenta. Essa -richiede da noi semplicità e lealtà. Il viaggiatore sciocco tenta di -adornare la sua vita citando ciò che dissero a lui o ciò che fecero -a lui il principe tale o la contessa tal’altra. L’ambizioso volgare -vi mostrerà i suoi cucchiai, i suoi gingilli ed i suoi anelli. I più -colti, nei ragguagli intorno alle loro proprie conoscenze, rievocano le -circostanze piacevoli e poetiche: — la visita a Roma; l’uomo di genio -che essi videro; l’amico brillante che essi conoscono; andranno ancora -più lontano, forse; il bel paesaggio, le luci della montagna, che essi -godettero ieri; e così essi cercano di dare un colore romantico alla -loro vita. Ma l’anima che s’innalza all’adorazione del grande Dio, è -semplice e vera; non ha roseo colore; non ha eleganti amici; non ha -cavalleria; non ha avventure; non desidera ammirazione; vive nell’ora -presente, nella severa esperienza del giorno comune, aperta al pensiero -e imbevuta del mare di luce. - -Conversate con uno spirito essenzialmente semplice, e la letteratura -appare una caccia alle parole. Le più semplici parole sono le più -degne d’essere scritte; pure esse sono così alla portata di tutti, -che, nell’infinita ricchezza dell’anima, è come il raccogliere poche -pietruzze dalla terra, o racchiudere un poco d’aria in un’ampolla, -quando la terra intera e l’intiera atmosfera sono nostre. Lo scrittore -semplice in tali condizioni, è come un borsaiolo fra gentiluomini, -che s’è introdotto per rubare un bottone o una spilla d’oro. Nulla può -però passare o fare di voi uno del circolo, se non gettando da banda i -vostri arnesi, e trattando da uomo a uomo, con la nuda verità e con la -confessione leale. - -Tali anime vi trattano come vi tratterebbero gli dèi; camminano -sulla terra come dèi, accettando senza alcuna ammirazione, il vostro -ingegno, la vostra munificenza, la stessa vostra virtù, o per meglio -dire, il compimento del vostro dovere; perchè essi considerano la -vostra virtù come il loro proprio sangue, regale come essi stessi, -ed ultra-regale, ed il padre degli dèi. Ma quale rimprovero muove la -loro condotta franca e fraterna alla mutua adulazione, con la quale -gli autori si ricreano o si feriscono! — Essi non adulano. Non mi -meraviglio che questi uomini vadano a visitare Cromwell e Cristina -e Carlo II e Giacomo I ed il Grande Turco. Perchè essi sono, nella -loro propria elevazione, i compagni dei re, e devono sentire il tono -servile della conversazione del mondo. Essi devono essere sempre divini -inviati ai principi, ed ai re per termine di paragone, senza inchini o -concessioni, e per dare ad un’alta natura il ristoro e la soddisfazione -della resistenza, della semplice umanità, della società stessa e di -nuove idee. Esse lasciano gli uomini più saggi e superiori. Tali anime -ci fanno sentire che la sincerità è più eccellente dell’adulazione. -Trattate gli uomini e le donne così francamente da obbligarli -alla massima sincerità, e da distruggere in loro ogni speranza di -folleggiare con voi. Questo è il più alto omaggio che voi possiate -rendere. «La loro più alta lode — disse Milton, — non è adulazione ed -il loro più semplice consiglio è una specie di lode». - -L’unione dell’uomo con Dio in ogni atto dell’anima è inesprimibile. -La più semplice persona che nella sua integrità adori Dio, diviene -Dio; e l’influsso di questo _io_ migliore ed universale è eternamente -nuovo ed impenetrabile. Esso ispira timore e stupefazione. Quanto -cara e rasserenante appare all’uomo l’idea di Dio, che popola i -luoghi solitari, cancellando i segni dei nostri errori e dei nostri -disinganni! Quando noi abbiamo spezzato il dio della tradizione, e -abbandonato il nostro dio della retorica, allora Dio può infiammare -il cuore con la sua presenza. Allora si ha il raddoppiarsi del -cuore stesso; si ha un infinito sviluppo del cuore con il potere -di progredire verso una nuova infinità, da ogni parte. Esso ispira -nell’uomo un’infallibile fiducia. Questi allora non ha la convinzione, -ma la visione che il meglio è il vero, e può in quel pensiero -facilmente scacciare tutte le incertezze ed i timori particolari, ed -attendere dalla sicura rivelazione del tempo la soluzione dei suoi -secreti enimmi. Con tale principio nella sua mente, egli è invaso da -una completa fiducia, che asporta nei suoi flutti ogni accarezzata -speranza, ed i più saldi progetti di carattere finito. Egli crede di -non poter sfuggire al suo bene. Le cose che sono realmente per te, -gravitano su te. Voi correte per cercare il vostro amico. Corrano i -vostri piedi, ma il vostro spirito non abbisogna di farlo. Se voi non -lo trovate, non converrete che è la miglior cosa per voi non averlo -trovato? poichè vi è un potere, che come è in voi è anche in lui, e -che potrebbe molto bene portarvi insieme, se ciò fosse per il meglio. -Voi vi preparate ansiosamente per muovervi onde rendere un servizio, -cui il vostro talento ed il vostro gusto vi invita. Non vi è venuto in -mente che voi non avete alcun diritto di muovervi, a meno che abbiate -un’egual voglia d’esserne impediti? - -Oh! Credilo, come credi alla tua vita, che ogni parola che è detta -nel mondo intiero, e che tu dovresti udire, vibrerà nel tuo orecchio! -Ogni proverbio, ogni libro, ogni cenno, che deve essere tuo per aiuto -e conforto, dovrà venire a te per vie aperte o tortuose. Ogni amico, -che non il tuo fantastico capriccio, ma il grande e tenero tuo cuore -chiederà, ti stringerà nel suo abbraccio. E questo perchè il cuore ch’è -in te, è il cuore di tutti. In natura non si trova mai un intoppo, mai -una barriera, mai un’intersezione; ma un solo sangue circola senza -interruzione attraverso tutti gli uomini, come l’acqua del globo è -tutta un solo mare, con una sola marea. - -Apprenda adunque l’uomo la rivelazione di tutta la natura e di tutto il -pensiero al suo cuore: apprenda cioè che l’Altissimo abita in lui; che -le sorgenti della natura sono nella sua propria mente, se v’è in essa -il sentimento del dovere. Ma se egli volesse sapere ciò che il grande -Iddio dice, egli «dovrebbe andare nel suo gabinetto e chiudervisi» come -disse Gesù. Dio non si manifesterà ai codardi. L’uomo deve degnamente -ascoltar se stesso, ritraendosi dagli accenti di devozione di tutti -gli altri uomini. Le loro stesse preghiere gli sono sgradevoli finchè -egli non ha fatto le sue. L’anima non fa appello fuor se stessa. -La nostra religione volgarmente sta nel numero dei credenti. Ogni -qualvolta è fatto appello al numero, per quanto indiretto esso possa -essere, quello vien fatto nel momento e là dove la religione non c’è. -Colui che constata essere Dio come un pensiero dolce ed avvolgente per -lui, non conterà mai il numero dei suoi compagni. Quando io siedo alla -sua presenza, chi oserà entrare? Quando io riposo in perfetta umiltà, -quando ardo di puro amore, che cosa possono dire Calvino o Swedenborg? - -Non ha nessuna importanza che l’appello sia rivolto a molti o ad -uno solo. La fede che si basa sull’autorità non è fede. La fiducia -nell’autorità misura il declinare della religione ed il ritrarsi -dell’anima. Il posto che gli uomini hanno dato a Gesù, da molti -secoli di storia, è un posto di autorità: ciò li caratterizza e non -può alterare i fatti eterni. L’anima è grande, è semplice; essa non è -adulatrice, nè pedissequa; essa mai s’appella fuori di se stessa. Essa -crede sempre in se stessa. Davanti alle immense possibilità dell’uomo, -tutta la semplice esperienza, tutta la biografia passata, per quanto -santa e immacolata, si ritira. Dinnanzi a quel cielo preannunziato -dai nostri presentimenti noi non possiamo facilmente lodare una forma -qualsiasi di vita, che abbiamo osservata o di cui abbiamo letto. Noi -non soltanto affermiamo di avere pochi grandi uomini, ma, parlando -in senso assoluto, affermiamo di non averne alcuno; di non avere -storia, di non aver memoria di alcun carattere o modo di vita, che -interamente ci soddisfi. Noi siamo costretti ad accettare con un po’ -d’indulgenza i santi ed i semidei che la storia adora. Sebbene nelle -nostre ore solitarie otteniamo dal loro ricordo una forza nuova, -pure, imposti alla nostra attenzione, come essi sono, dall’uso, essi -stancano ed importunano. L’anima si dà sola, originale e pura, a chi -è Solo, Originario e Puro, il quale in tale condizione lietamente si -veste, cammina e parla per suo mezzo. Allora essa è lieta, giovane ed -agile; non è saggia, ma vede attraverso tutte le cose: non è chiamata -religiosa, ma è innocente. Essa richiama la luce sua propria, e sente -che l’erba cresce e che la pietra cade per una legge inferiore alla -sua natura, e dipendente da essa. Guarda — essa dice — io sono nata -nel grande spirito universale. Io, l’imperfetto, adoro il mio proprio -_Perfetto_. Io sono in qualche modo ricettiva della grande anima, e -perciò non mi curo del sole e delle stelle, e sento che essi non sono -che vaghi accidenti ed effetti, che mutano e passano. — Quanto più -le sorgenti dell’eterna natura entrano in me, tanto più io divengo -universale ed umana nei miei rapporti e nelle mie azioni. Così io -giungo a vivere in pensieri e ad agire con energie, che sono immortali. -Così riverendo l’anima ed imparando, come disse l’antico, che «la sua -beltà è immensa», l’uomo giungerà a vedere che il mondo è il miracolo -perenne compiuto dall’anima, e sarà meno stupito dinnanzi a particolari -meraviglie; ed imparerà che non vi è storia profana; che tutta la -storia è sacra; che l’universo è rappresentato in un atomo, in un -istante fuggevole. Egli non condurrà più a lungo una vita di colpe e -di ripieghi, ma vivrà con una divina unità. Egli abbandonerà ciò che -è basso e frivolo nella sua vita, e sarà contento di qualsiasi posto, -e di qualsiasi servizio egli potrà rendere. Egli affronterà calmo e -noncurante il domani, mercè la fiducia posta in Dio, e così avrà di già -l’intero futuro nelle profondità del suo cuore. - - - - -DECIMO SAGGIO - -I CIRCOLI - - -L’occhio è il primo circolo; l’orizzonte che esso forma è il secondo; -e attraverso a tutta la natura questa figura elementare è ripetuta -all’infinito; essa è il più alto emblema nel monogramma del mondo. -Sant’Agostino descrisse la natura di Dio come un circolo, il cui -centro era ovunque e la cui circonferenza in nessun luogo. In tutta la -nostra vita noi leggiamo il molteplice senso di questa prima fra le -forme. Noi abbiamo già dedotta una morale, considerando il carattere -circolare o di compenso di ogni azione umana. Un’altra analogia -tracceremo ora ed è: che ogni azione accetta di essere sorpassata. La -nostra vita è un avviamento alla conoscenza della verità che intorno -a qualsiasi circolo, un altro può essere tracciato; che non vi è fine -in natura, ma che ogni fine è un principio; che sempre vi è un’altra -aurora dopo il tramonto, e che sotto qualsiasi profondità un’altra -profondità più profonda si apre. Questo fatto, simbolo del fatto -morale dell’Irraggiungibile, del fuggente Perfetto, intorno a cui le -mani degli uomini non possono mai intrecciarsi, l’ispiratore ed il -giudice di ogni successo, può convenientemente servirci a riunire molte -illustrazioni del potere umano in ogni circostanza. - -Non vi sono immobilità in natura. L’universo è fluido e volatile — la -stabilità non è che una parola relativa. Il nostro globo veduto per -mezzo di Dio, è una legge trasparente e non una massa di fatti. La -legge dissolve il fatto e lo mantiene fluido. La nostra cultura è il -predominio di un’idea, che si trascina dietro questo séguito di città -e di istituzioni. Innalziamoci ad un’altra idea; esse spariranno. La -scultura greca è andata distrutta, come se le sue statue fossero state -di ghiaccio; e qua e là una figura solitaria od un frammento rimangono, -come quei lembi di neve che troviamo nelle fredde vallate e nei burroni -alpini, in giugno ed in luglio. Il genio che creò quella scultura, -crea ora qualchecosa altro. Le lettere greche durarono un poco di più, -ma soggiacendo alla stessa condanna, stanno cadendo nell’inevitabile -baratro che la creazione di un nuovo pensiero apre per tutto ciò -che è vecchio. I nuovi continenti sono costruiti dalle rovine di un -vecchio pianeta; le nuove razze si alimentano con la decomposizione -delle vecchie. Le arti nuove distruggono la vecchia. Vedete i capitali -impiegati negli acquedotti resi inutili dalle opere idrauliche; le -fortificazioni inutilizzate dalla polvere; le strade ed i canali dalle -ferrovie; le vele dal vapore; il vapore dall’elettricità. - -Voi ammirate questa torre di granito, resistente agli urti di tanti -secoli. Eppure una piccola mano tremula costrusse questo immenso muro -e ciò che costruisce è migliore di ciò che è costruito. La mano che -la costruì può buttarla giù molto più rapidamente. Migliore però e -più agile della mano fu il pensiero invisibile che lavorò per mezzo di -essa, e così sempre, dietro il ruvido effetto vi è una sottile causa, -che vista da vicino è essa stessa l’effetto di una causa più bella. -Ogni cosa sembra permanente finchè il suo segreto non è conosciuto. -Un ricco possedimento appare alle donne ed ai ragazzi una cosa salda -e durevole; per un mercante è una cosa creata con qualche materiale, -e facilmente perduta. Un orto, una buona coltivazione, dei buoni -terreni, appaiono ad un cittadino una cosa così invariabile come una -miniera d’oro od un fiume; ma ad un esperto agricoltore essi appaiono -non molto più invariabili delle condizioni del raccolto. La natura -appare provocantemente stabile e secolare, ma essa ha pure una causa -come tutto il resto. Orbene quando io abbia compreso ciò, continueranno -questi campi a stendersi così immutabilmente vuoti, e queste foglie a -pendere così individualmente considerevoli? L’immutabilità è una parola -relativa. Ogni cosa ha un valore medio. Le lune non sono maggiori -legami al potere spirituale che le racchette del criket. - -La via che conduce ad ogni uomo è il suo proprio pensiero. Per quanto -testardo ed audace egli possa apparire, pure egli ha una guida alla -quale ubbidisce, cioè l’idea secondo cui tutti i suoi fatti sono -classificati. Egli può essere mutato solo con la rivelazione di una -nuova idea, che domini la sua propria. La vita di un uomo è un circolo, -che si evolve da sè, che da un cerchio impercettibilmente piccolo -s’allarga da ogni parte esternamente, in circoli nuovi e maggiori, -senza fine. L’estensione, alla quale questa generazione di circoli -giungerà, dipende dalla forza o costanza dell’anima individuale, poichè -questa generazione è lo sforzo inerte di ciascun pensiero formatosi -in uno sviluppo circolare di circostanze, come, ad esempio, quello -di un impero che usufruisce di un’arte, di un uso locale, di un rito -religioso per innalzar se stesso e solidificarsi e plasmarsi nella -vita. Ma se l’anima è forte e rapida, oltrepassa quel dato limite da -tutti i lati e traccia una nuova orbita sulla grande profondità, che -sorge con un fiotto impetuoso e con una novella tendenza ad arrestarsi -e costringersi in dati limiti. Ma il cuore rifugge dall’essere -imprigionato; nei suoi primi e più deboli palpiti esso tende di già con -vigorosa forza all’esterno e ad immense e innumerevoli espansioni. - -Ogni fatto ultimo altro non è che il primo di una nuova serie. Ogni -legge generale è un fatto particolare di qualche legge più generale -in procinto di scoprirsi. Nulla vi è di esterno per noi; nessun muro -v’è che ci racchiuda, nessuna circonferenza. L’uomo completa la sua -storia; essa è buona e finale, e dà un nuovo aspetto a tutte le cose! -Egli riempie il cielo. Ecco, dall’altra parte si leva pure un uomo, e -traccia un circolo intorno al circolo che noi avevamo appunto allora -affermato essere la parte esterna della sfera. Ed allora di già il -nostro primo oratore non è più un uomo, ma solamente un primo oratore. -Suo unico scopo è ora di tracciare un circolo che circoscriva quello -del suo avversario. Così gli uomini fanno con se stessi. La conquista -d’oggi che ci occupa la mente e non può essere ignorata, sarà fra -poco ristretta in una parola, ed il principio che sembrava spiegare la -natura, sarà esso stesso incluso come esempio di una generalizzazione -più audace. Nel pensiero di domani sta il potere di capovolgere tutto -il tuo credo, tutti i credi, tutte le letterature delle nazioni, e di -guidarli ad un cielo, che nessun sogno epico ha mai dipinto. Ogni uomo -non è tanto un lavoratore nel mondo, quanto una suggestione di ciò che -egli dovrebbe essere. Gli uomini passano come profezie delle future -età. - -Grado a grado noi saliamo questa misteriosa scala; i passi sono le -azioni; la nuova prospettiva è il potere. Ogni singolo risultato -è incalzato e giudicato da quello che segue: quello sembra essere -contraddetto da questo; ma ne è solamente limitato. Il nuovo assetto -è sempre odiato dal vecchio e coloro che aderiscono al vecchio sono -assaliti da un’onda di scetticismo. Ma l’occhio tosto si abitua al -nuovo, perchè l’occhio e l’assetto sono effetti di una sola causa; -allora la sua rettitudine ed il suo beneficio appaiono, e perdute tutte -le sue energie, il vecchio assetto impallidisce e si piega dinnanzi -alla rivelazione dell’ora nuova. - -Non temete la generalizzazione nuova. Il fatto rozzo e materiale par -che minacci di degradare la tua teoria dello spirito? Non resistergli, -esso di tanto raffinerà ed innalzerà la tua teoria della materia. - -Se noi ci appelliamo alla nostra persuasione diremo che non ci -sono cose immutabili negli uomini. Ogni uomo suppone di non essere -pienamente compreso; e se vi è qualche verità in lui, se egli riposa -alfine nell’anima divina, io non vedo come potrebbe essere altrimenti. -Egli sente che l’ultimo cielo, l’ultimo orizzonte non fu mai aperto; -che vi è sempre un residuo sconosciuto, non analizzabile. Ogni uomo -cioè crede di avere una maggiore possibilità. - -I nostri stati di mente non si integrano vicendevolmente. Oggi io -son ricco di pensieri, e posso scrivere ciò che mi piace. Io non -vedo perchè non debba avere lo stesso pensiero, lo stesso potere -d’espressione, domani. Ciò che io scrivo, mi pare scrivendolo la più -naturale cosa del mondo; ma ieri vidi una terribile vacuità in questa -stessa direzione, nella quale vedo ora tante cose; e fra un mese, non -ne dubito, mi domanderò chi fu, che scrisse tante pagine di séguito. -Pietà, per questa fede malferma, per questa volontà incerta, per questo -solitario riflusso di un flusso silenzioso! Io sono Dio nella natura; -io sono una cattiva erba appesa al muro. - -Il continuo sforzo di innalzarsi al disopra di se stesso, di toccare -una vetta superiore all’ultima vetta, traspare dalle relazioni -dell’uomo. Noi siamo assetati di lode, eppure sentiamo una specie di -astio contro chi ci loda. La dolcezza della natura è l’amore; eppure -se ho un amico, io sono tormentato dalle mie imperfezioni. Se egli -fosse alto abbastanza da avvilirmi, allora potrei amarlo, ed innalzarmi -col mio affetto a nuove altezze. Il progresso d’un uomo può essere -osservato nelle cerchie successive dei suoi amici. Per ogni amico che -perde in omaggio alla verità, uno migliore ne guadagna. Io pensavo, -camminando nei boschi e meditando sui miei amici: «perchè dovrei io -giuocare con essi questo giuoco dell’idolatria?». Io conosco e discerno -troppo bene, quando non sono volontariamente cieco, i brevi confini -delle persone chiamate alte e meritevoli. Ricche, nobili e grandi, -esse sono in grazia della generosità del nostro discorso; ma la verità -è triste. Oh! benedetto Spirito, che io abbandonai per loro; essi non -sono tu! Ogni stima personale da noi concessa, ci costa celesti tesori. -Noi vendiamo i seggi degli angeli per un piacere breve e turbolento. - -Quante volte dobbiamo noi imparare questa lezione? Gli uomini cessano -d’interessarci quando noi scopriamo i loro confini. L’unico male è la -limitazione. Così tosto come vi imbattete con i limiti segnati ad un -uomo, tutto è finito con lui. Ha egli talento? iniziativa? cultura? -Ciò non giova. Ieri egli era per voi infinitamente interessante ed -attraente, era una grande speranza, un mare in cui nuotare; ora avete -scoperto i suoi confini, lo avete trovato una palude, e nulla v’importa -se non lo rivedrete mai più. - -Ogni nuovo passo che noi facciamo nel pensiero, riconcilia venti fatti -apparentemente discordi, come espressioni di una sola legge. Aristotile -e Platone sono riconosciuti i rispettivi capi di due scuole. Un uomo -saggio vedrà che Aristotile platonizza. Col retrocedere di un passo nel -pensiero, le opinioni discordi si riconciliano, apparendo esse i due -estremi di un solo principio e noi possiamo giammai tanto retrocedere -da precludere una ancor più alta visione. - -Badate quando il grande Iddio pone un pensatore su questo pianeta: -tutte le cose sono allora in pericolo; ed avviene ciò che nelle grandi -città quando un disastro è scoppiato, e nessuno sa ciò che è salvo, -e quando quello finirà. Non vi è parte della scienza, che non possa -trasmutarsi domani; non vi è alcuna riputazione letteraria, neppure i -così detti eterni nomi della fama, che non possa essere riesaminata e -condannata. Le speranze stesse dell’uomo, i pensieri del suo cuore, la -religione delle nazioni, i costumi e la morale del genere umano, sono -tutti in balìa di una nuova generalizzazione: questa è sempre un nuovo -influsso della divinità nella nostra mente. Di qui deriva il brivido -che la accompagna. - -Il valore consiste nella facoltà dell’auto-ricupero, così che un uomo -non può essere voltato, non può essere vinto; ma ponetelo dove vi -piaccia egli starà eretto. Questo può solo derivare dal suo preferire -la verità alla sua passata intelligenza della verità, e dalla sua -rapida accettazione di essa, da qualunque parte venga; come dalla salda -convinzione che le sue leggi, le sue relazioni con la società, la sua -cristianità, il suo mondo, possono ad ogni momento essere allontanati e -morire. - -Vi sono nell’idealismo diversi stadi. Noi impariamo prima a scherzare -con esso accademicamente, allo stesso modo che la pietra magnetica -non era una volta che un trastullo. In seguito noi vediamo nell’impeto -della gioventù e della poesia che l’idealismo _può_ essere vero: che è -vero a sprazzi e frammentariamente. Poi il suo aspetto diviene severo e -grande e noi pensiamo che _deve_ essere vero. Esso ora si mostra etico -e pratico, e noi impariamo che _Dio esiste_, che egli è in me; che -tutte le cose sono ombre di lui. L’idealismo di Berkeley è solamente -una cruda affermazione dell’idealismo di Gesù, e ancora è una cruda -affermazione del fatto, che tutta la natura è la rapida emanazione -della bontà, che effettua ed organizza se stessa. Molto più chiaramente -la storia e lo stato del mondo sono in qualsiasi tempo direttamente -dipendenti dalla classificazione intellettuale allora esistente nelle -menti degli uomini. Le cose che sono care agli uomini del nostro -tempo sono tali a causa delle idee sorte sul loro orizzonte mentale, -e che producono il presente ordine di cose, come un albero produce le -sue mele. Un nuovo grado di coltura rivoluzionerebbe immediatamente -l’intiero sistema delle aspirazioni umane. - -La conversazione è un giuoco di circoli. Nella conversazione noi -cogliamo i «_termini_» che limitano da ogni lato il silenzio comune. -Quelli che conversano non devono essere giudicati a seconda dello -spirito che essi seguono ed anche esprimono sotto questa Pentecoste. -Domani essi si saranno ritirati da questa alta marea. Domani li -troverete curvi sotto i vecchi basti. Eppure perchè non dobbiamo godere -del fiammante garofano mentre palpita sui nostri muri? Allorquando -ogni nuovo oratore ci illumina di una nuova luce, egli ci solleva -dall’oppressione dell’ultimo oratore per opprimerci con la grandezza -e l’esclusività del suo proprio pensiero; poi ci abbandona ad un -altro redentore, mentre a noi pare di ricuperare i nostri diritti e -di divenire uomini. Quali verità profonde ed effettuabili solo nei -secoli sono supposte nell’annunzio di una verità qualsiasi. Nelle -ore comuni la società siede fredda e pari ad una statua. Noi tutti -giaciamo attendendo, bisognosi, attorniati da simboli potenti, che per -noi non sono simboli, ma prosa e trastulli triviali. Allora viene un -dio e converte le statue in uomini ardenti, e con un lampo dei suoi -occhi brucia il velo che seppelliva tutte le cose; ed allora anche il -significato del mobilio, della tazza e del piattellino, della sedia e -della pentola, è manifesto. I fatti che apparivano così grandi nella -nebbia di ieri — la proprietà, il clima, l’educazione, la bellezza -personale e simili, hanno stranamente mutate le loro proporzioni. Tutto -ciò che credevamo stabile si muove e rumoreggia; e letterature, città, -climi, religioni, abbandonano le loro basi e danzano davanti ai nostri -occhi. Eppure vedete qui nuovamente la rapida circoscrizione! Per -quanto buono sia il discorso, il silenzio è migliore e lo mortifica. -La lunghezza del discorso indica la distanza fra colui che parla e -colui che ascolta. Se entrambi fossero assolutamente d’accordo sopra -un punto qualsiasi non vi sarebbe bisogno di alcuna parola. Se si fosse -d’accordo in tutti i punti, nessuna parola sarebbe sopportata. - -La letteratura è un punto esterno del nostro circolo d’oggi, -attraverso il quale un nuovo circolo può essere tracciato. L’utilità -della letteratura è di fornirci di una piattaforma, dalla quale -possiamo godere di una completa visione della nostra vita presente, -e fare un acquisto, per mezzo del quale muoverla. Noi ci armiamo di -antica sapienza; e ci installiamo nel migliore modo possibile nelle -case Romane, Puniche e Greche, solamente allo scopo di osservare -più saggiamente le case ed i modi di vita dei Francesi, Inglesi e -Americani. Allo stesso modo noi possiamo nel miglior modo osservare -la letteratura dal mezzo di una natura selvaggia, dallo strepito -degli affari o dall’alto di una religione. Il campo non può essere -ben osservato dall’interno del campo stesso. L’astronomo deve avere il -diametro dell’orbita della terra come base per trovare il paralasse di -qualsiasi stella. - -Perciò noi stimiamo il poeta. Tutta la scienza e tutta la saggezza -non si trovano nell’enciclopedia o nel trattato di metafisica, ma -nel sonetto o nella commedia. Nel mio lavoro giornaliero io tendo a -ripetere i miei vecchi passi, e non credo in una forza correttiva e nel -potere del mutamento e della riforma. Ma qualche Petrarca od Ariosto, -ricco del nuovo vino della sua immaginazione, mi scrive un’ode od -una vivace romanza, piena di audace pensiero e di movimento. Egli mi -colpisce e mi scuote coi suoi toni acuti, rompe la mia intiera catena -di abitudini, ed io apro gli occhi sulle mie stesse possibilità. Egli -mette ali a fianco di tutto il pesante e vecchio legname del mondo, ed -io posso una volta ancora scegliere la diritta via nella teoria e nella -pratica. - -Noi sentiamo la stessa necessità per ciò che riguarda la religione del -mondo. Noi non potremo mai osservare il Cristianesimo dal catechismo; -ma potremo forse osservarlo dalla barca nel laghetto, dai pascoli, fra -i canti degli uccelli nei boschi. Purificati dalla luce elementare e -dal vento, immersi nel mare delle forme belle, che il campo ci offre, -noi possiamo aver la buona sorte di gettare un diritto sguardo sulla -vita passata. Il Cristianesimo è giustamente caro alla miglior parte -del genere umano; nè mai vi fu un giovane filosofo, la cui educazione -fosse caduta nella chiesa cristiana, da cui quelle coraggiose parole -di S. Paolo non fossero specialmente lodate: — «Allora anche il Figlio -sarà soggetto a Colui che mise tutte le cose sotto lui, affinchè -Dio sia tutto in tutti». Siano pure grandi e ben venuti i diritti -e le virtù delle persone, ma l’istinto dell’uomo si spinge avanti -verso l’impersonale e l’illimitato, e lietamente si arma, contro il -dogmatismo dei bigotti, con questa generosa parola tolta dal Libro -stesso. - -Il mondo naturale può essere concepito come un sistema di circoli -concentrici, e i leggieri spostamenti che di tanto in tanto scopriamo -nella natura ci informano che questa superficie, sulla quale stiamo, -non è fissa ma scorrevole. Queste molteplici qualità tenaci, la chimica -e la vegetazione, i metalli e gli animali, che sembrano esistere per -un loro proprio fine, — sono parole di Dio, e parole fuggitive quanto -qualsiasi altra. Ha imparato l’arte sua il naturalista od il chimico, -che ha esplorato la gravità degli atomi, e le affinità elettive, che -non ha ancora scorta la legge più profonda, di cui questa è solo una -affermazione parziale od approssimativa, cioè che il simile attira il -simile, e che i beni che vi appartengono gravitano su di voi, e che -non è necessario che voi li perseguitiate con dolori e fatiche? Eppure, -questa affermazione è anche approssimativa e non finale. L’omnipresenza -è un fatto più alto. Gli amici ed i fatti non debbono essere attratti -verso i loro simili, attraverso canali e sotterranei, ma giustamente -considerando, queste cose provengono dalla generazione eterna -dell’anima. La causa e l’effetto sono due lati di un solo fatto. - -La stessa legge dell’eterno procedere allinea tutte quelle cose che noi -chiamiamo virtù, e spegne ognuna di esse nella luce di una migliore. -L’uomo grande non sarà prudente secondo il senso comune; tutta la -sua prudenza sarà proporzionalmente dedotta dalla sua grandezza. Ma -si addice a ciascuno il vedere, quando egli sacrifica la prudenza, -a quale dio egli la dedichi; se alla comodità ed al piacere, sarebbe -meglio che egli fosse prudente ancora; se ad una grande fede, può ben -risparmiare il suo mulo ed il suo canestro, possedendo invece un carro -alato. Goffredo si mette gli stivali per andare nei boschi, affinchè -i suoi piedi siano al sicuro dal morso dei serpenti; Aarone non pensa -mai a tale pericolo ed in molti anni nessuno dei due è stato colpito da -tale accidente. Pure mi sembra che qualsiasi precauzione voi prendiate -contro un male, voi vi mettiate in potere del male. Io suppongo che -la più alta prudenza è quella più bassa. È ciò un buttarsi troppo -rapidamente dal centro della nostra orbita alla sua periferia? Pensate -quante volte ricadremo in pietose meditazioni prima di prendere il -nostro riposo nel grande sentimento, o faremo del confine d’oggi il -centro nuovo. Inoltre il vostro più nobile sentimento è familiare ai -più umili uomini. I poveri e gli umili hanno il loro modo di esprimere -gli ultimi fatti della filosofia così bene come voi. «L’essere -benedetto è nulla» e «quanto peggiori sono le cose, e tanto migliori -sono» sono proverbi che esprimono il trascendentalismo della vita -comune. - -La giustizia di un uomo diviene l’ingiustizia di un altro; la bellezza -di un uomo diviene la bruttezza di un altro; la saggezza di un uomo -la follia di un altro; a misura che uno osserva gli stessi oggetti -da un punto più alto. Un uomo crede che la giustizia consista nel -pagare i debiti, e non ha misura nel suo disprezzo per un altro che -è molto negligente su questo punto e fa attendere, oltre il bisogno, -il suo creditore. Ma questo secondo uomo ha il suo modo personale di -osservare le cose; egli si domanda quale debito debba pagare prima: -il debito verso il ricco o quello verso il povero? il debito del -denaro od il debito del pensiero verso la umanità, del genio verso -la natura? Per voi, trafficante, non vi è altro principio all’infuori -dell’aritmetica. Per me il commercio ha un’importanza volgare; l’amore, -la fede, la lealtà del carattere, le aspirazioni dell’uomo, sono per -me cose sacre; nè io posso staccare, come voi fate, un solo dovere da -tutti gli altri doveri, e concentrare le mie forze meccanicamente sul -pagamento del denaro. Lasciatemi vivere progredendo, e voi troverete, -anche se più lentamente, che il progresso della mia natura spirituale -liquiderà tutti questi debiti senza recare ingiustizia ai più alti -diritti. Se un uomo si dedicasse al pagamento dei conti non sarebbe ciò -un’ingiustizia? Non ha egli altri debiti dunque che il denaro? E devono -tutti i diritti su di lui essere posposti a quelli del padrone di casa -o del banchiere? - -Non vi sono virtù finali; tutte sono iniziali. Le virtù della società -sono i vizi del santo. Il terrore della riforma è la rivelazione che -noi dobbiamo abbandonare le nostre virtù e ciò che abbiamo tenuto -sempre per virtù nello stesso abisso che ha consumato i nostri vizi più -grossolani. - -«Perdonate i suoi delitti, perdonate anche le sue virtù, quelle più -piccole colpe, ed a metà si converte al giusto». - -Quello d’abolire anche le nostre contrizioni è il più alto potere -degli impulsi divini. Io accuso me stesso di negligenza e di inutilità -giorno per giorno; ma quando queste ondate di Dio sorgono in me, io -non calcolo più il tempo perduto. Non calcolo più meschinamente ciò -che potrò compiere per mezzo di ciò che mi rimane del mese e dell’anno; -perchè quei momenti divini mi conferiscono una specie di omnipresenza -ed omnipotenza, che non richiede durata, ma che è conscia che l’energia -della mente è commisurata al lavoro da farsi, senza restrizioni di -tempo. - -«E così, oh filosofo dei circoli», — io sento esclamare da qualche -lettore — «sei giunto ad un bel Pirronismo, all’equivalenza ed -all’indifferenza di tutte le azioni, e vorresti tentare d’insegnarci -che _se siamo veritieri_, i nostri delitti possono essere pietre -viventi con le quali costruiremo il tempio del vero Dio!». - -Io non curo di giustificarmi. Io riconosco di essere lieto nel -vedere la predominanza del principio della saccarina in tutta la -natura vegetale, e di esserlo non meno osservando nella morale -quell’irrefrenabile innondazione del principio del bene, in ogni -fessura e pertugio che l’egoismo ha lasciato aperto, e più nell’egoismo -e nel peccato stesso; così che nessun male è puro, nè l’inferno -stesso è senza le sue estreme soddisfazioni. Ma onde non traviare -alcuno, mentre posseggo la mia propria testa e obbedisco ai miei -desideri, mi si permetta di ricordare al lettore che io sono solo -un esperimentatore. Non ponete il più piccolo valore in ciò che io -faccio od il più piccolo discredito in ciò che io non faccio, come se -io pretendessi di stabilire la verità o la falsità di cosa alcuna. -Io sconvolgo tutte le cose. Nessun fatto è sacro per me; nessuno è -profano; io semplicemente sperimento, ricercatore instancabile, senza -Passato alle mie spalle. - -Eppure questo incessante movimento e progressione di cui tutte le -cose partecipano, non potrebbe mai divenirci sensibile, se non per -contrasto a qualche principio di fissità o di stabilità dell’anima. -Mentre l’eterna generazione dei circoli avanza, l’eterno generatore -ristà. Tale vita centrale è qualcosa di superiore alla creazione, di -superiore alla conoscenza ed al pensiero, e ne contiene in sè tutti i -circoli. Eternamente essa lavora per creare una vita e un pensiero così -grandi ed eccellenti come se stessa; ma in vano; perchè ciò che è fatto -insegna sul come far meglio. - -Così non vi è sonno, non vi è pausa, non vi è conservazione, ma tutte -le cose si rinnovano, germinano e fioriscono. Perchè dovremmo noi -introdurre dei brandelli e delle reliquie nell’ora nuova? La natura -abborre le cose vecchie, e la vecchia età pare la sola malattia; -tutte le altre hanno foce in questa. Noi chiamiamo ciò con molti nomi: -febbre, intemperanza, pazzia, stupidità, delitto; esse sono tutte forme -di vecchiezza; esse sono riposo, conservazione, apparizione, inerzia, -ma non novità, non via di progresso. Noi incanutiamo ogni giorno. Io -non ne vedo il bisogno. Quando conversiamo con ciò che è al dissopra -di noi, noi non invecchiamo ma ritorniamo giovani. L’infanzia, la -giovinezza, che aspirano con occhio devoto guardando verso l’alto, non -si considerano nulla, e si abbandonano all’insegnamento, che scaturisce -da ogni lato. - -Ma l’uomo e la donna di settant’anni pretendono di tutto sapere, si -innalzano sulle loro proprie speranze, rinunziano all’aspirazione; -accettano il presente come necessario, e parlano ai giovani dall’alto. -Divengano essi dunque organi dello Spirito Santo, siano essi amanti, -contemplino essi la verità; ed i loro occhi alzati, le loro rughe -appianate, siano nuovamente inebbriati dalla speranza e dal potere. -Questa vecchiaia non dovrebbe accostarsi allo spirito umano. In natura -ogni momento è nuovo; il passato è sempre inabissato e dimenticato; -il futuro solamente è sacro. Nulla è sicuro se non la vita, la -transizione, lo spirito energetico. Nessun amore può essere assicurato -da promesse o giuramenti contro un amore più alto. Nessuna verità è -così sublime da non poter essere volgare domani, alla luce di nuovi -pensieri. - -La vita è una serie di sorprese. Noi non indoviniamo oggi il modo, -il piacere, il potere di domani, mentre stiamo innalzando il nostro -essere. Noi possiamo dire qualche cosa dei più bassi stati, degli -atti della consuetudine e del senso; ma i capolavori di Dio, i totali -accrescimenti ed i movimenti universali dell’anima sono nascosti; essi -sono incalcolabili. Io posso sapere che la verità è divina e che aiuta; -ma come essa mi aiuterà non posso indovinare, perchè il _così essere_ -è l’unico accesso al _così sapere_. La nuova condizione dell’uomo che -avanza, fruisce di tutti i poteri del vecchio stato, eppure essi sono -per noi tutti nuovi. Essa porta nel suo seno tutte le energie del -passato; eppure è un’esalazione del mattino. Io butto via in questo -momento tutta la mia scienza una volta accatastata, come se fosse cosa -vuota e vana. Ora, per la prima volta, mi sembra di sapere qualche -cosa giustamente. Noi non conosciamo il significato delle più semplici -parole fino a che non amiamo e desideriamo. - -La differenza fra l’ingegno ed il carattere è pari a quella che -esiste fra l’abilità di tenere la vecchia pista calpestata, e il -potere e il coraggio di percorrere una nuova strada con una nuova e -migliore méta. Il carattere rende il presente dominante, lo fa lieto -e determinato, e capace di fortificare tutta la società, facendo -osservare ad essa che molte cose, alle quali non si era pensato, sono -possibili ed eccellenti. Il carattere offusca l’impressione degli -eventi particolari. Quando noi vediamo il conquistatore, non pensiamo -a qualcuna delle sue battaglie o delle sue vittorie particolari. Noi -vediamo che avevamo esagerato la difficoltà. Ciò era facile per lui. -Il grande uomo non è sensibile o impressionabile; gli eventi passano -sopra lui senza molta impressione. La gente dice talvolta, «Guardate -che cosa ho sorpassato; guardate quanto lieto io sono; guardate -come ho trionfato completamente di quei neri eventi». Non perchè -essi mi ricordano ancora il nero evento, hanno per questo qualcosa -conquistato. È conquista forse l’essere un gaio e decorato sepolcro, o -una semi-pazza vedova, ridente istericamente? La vera vittoria consiste -nel far svanire e sparire il nero evento; come se esso fosse una nuvola -intempestiva d’insignificante risultato in una storia così grande e -progredente. - -L’unica cosa che cerchiamo con desiderio insaziabile è di dimenticar -noi stessi, di perdere la nostra sempiterna memoria, e di fare qualche -cosa senza sapere il come od il perchè; in breve, di tracciare un nuovo -circolo. Nulla di grande fu mai raggiunto senza entusiasmo. La via -della vita è meravigliosa: essa lo è per abbandono. I grandi momenti -della storia sono quelli dei facili compimenti per mezzo della forza -delle idee, come le opere del genio e della religione. «Un uomo — disse -Oliviero Cromwell — non si innalza mai così alto, come quando egli non -sa dove va». I sogni e l’ubbriachezza; l’uso dell’oppio e dell’alcool, -sono la sembianza e la contraffazione di questo genio profetico e da -cui viene la loro pericolosa attrazione per gli uomini. Per lo stesso -motivo essi richiedono l’aiuto di passioni selvagge, come il giuoco e -la guerra, per imitare in qualche modo queste fiamme e generosità del -cuore. - - - - -UNDECIMO SAGGIO - -INTELLETTO - - -Ogni sostanza è negativamente elettrica per quella che le sta sopra -nelle tavole chimiche, positivamente per quella che le è di sotto. -L’acqua scioglie il legno, il ferro ed il sale; l’aria scioglie -l’acqua; il fuoco elettrico scioglie l’aria; ma l’intelletto -scioglie il fuoco, la gravità, le leggi, il metodo e le più sottili, -indefinibili relazioni di natura, nel suo irresistibile mestruo. -L’intelletto giace dietro il genio, che è l’intelletto costruttivo. -L’intelletto è il semplice potere anteriore a qualsiasi azione o -costruzione. Con gioia io vorrei spiegare a lenti passi una storia -naturale dell’intelletto; ma quale uomo è stato fin’ora capace di -segnare i passi ed i limiti di questa essenza trasparente? Le prime -domande rimangono sempre tali, ed il più saggio dottore è imbarazzato -dalla curiosità di un bambino. Come possiamo noi parlare dell’azione -della mente sotto qualsiasi aspetto, (come della sua conoscenza, della -sua etica, del suo operare e simili), dal momento che essa scioglie -la volontà in percezione, la conoscenza in atto? Ciascuna azione si -muta in un’altra. La mente sola esiste e la sua visione non è come la -visione dell’occhio, ma è unione con le cose conosciute. - -L’intelletto e l’intellezione significano, all’orecchio comune, -considerazione di verità astratta. La considerazione di tempo e -di luogo, di voi e di me, di profitto e di danno, tiranneggia la -mente della maggioranza degli uomini. L’intelletto separa il fatto -considerato da _voi_, da qualsiasi relazione di luogo e di persona, -e lo distingue come se esso esistesse per merito proprio. Eraclito -considerò le affezioni come nuvole dense e colorate. Nella nebbia -delle affezioni buone e cattive è difficile per l’uomo avanzare in -linea retta. L’intelletto è vuoto di affezione, ed osserva un oggetto -qualsiasi nel modo con cui esso si presenta alla luce della scienza -indifferente e libera. L’intelletto va al di là dell’individuo, fluttua -sulla sua propria personalità, e lo riguarda come un fatto e non come -_Io_ oppure _mio_. Colui che è immerso in ciò che concerne la persona -o il luogo non può studiare il problema dell’esistenza. Questo è ciò -che l’intelletto sempre medita. La natura mostra tutte le cose formate -e collegate. L’intelletto passa attraverso la forma, valica l’ostacolo, -scopre intrinseche somiglianze fra cose lontane, e riduce tutte le cose -a pochi principii. - -Il fare d’un fatto il soggetto del pensiero è innalzarlo. Tutta quella -massa di fenomeni mentali e morali, che noi non facciamo oggetto di -pensiero volontario, viene in potere della fortuna; essi costituiscono -la condizione della vita giornaliera; essi sono soggetti a mutamento, a -timore ed a speranza. Ogni uomo contempla la sua condizione umana con -un certo grado di melanconia. Come un bastimento arenato è sbattuto -dalle onde, così l’uomo, imprigionato nella vita mortale, giace senza -difesa in balìa degli eventi. Ma una verità, separata dall’intelletto, -non è più a lungo un soggetto del destino. Noi la osserviamo come un -dio innalzato al disopra dell’affanno e del timore. E così qualsiasi -fatto nella nostra vita, o qualsiasi ricordo della nostra fantasia -o della nostra riflessione, disimpigliato dalla rete della nostra -inconsapevolezza, diviene un oggetto impersonale ed immortale. È -il passato restaurato, ma imbalsamato. Un’arte migliore di quella -dell’Egitto l’ha protetto dal timore e dalla corruzione. Esso è -prosciolto dall’affanno. — Esso è offerto alla scienza. Ciò che ci è -inviato per contemplazione non ci minaccia, ma ci rende degli esseri -intellettuali. - -Lo sviluppo dell’intelletto è spontaneo in ogni momento. La mente non -potrebbe predire il tempo, il mezzo, il modo di tale spontaneità. Dio -entra per una porta segreta in ogni individuo. Molto anteriore all’età -della riflessione è il pensare della mente. Esso venne insensibilmente -dalla oscurità alla meravigliosa luce d’oggi. Sopra di esso regnò -sempre una salda legge. Nel periodo dell’infanzia esso ricevette e -dispose di tutte le impressioni della circostante creazione in un suo -proprio modo. La mente nel fare o nel dire è governata da una legge; -essa non ha azione o parola espressa per caso. E questa legge nativa -domina la mente dopo che essa è venuta alla riflessione o al pensiero -conscio. Nella più agitata, più pedante, più introspettiva vita d’un -auto-analizzatore, la più grande parte di essa è per lui incalcolabile, -imprevista ed inimmaginabile. - -Che cosa sono io? Che cosa ha fatto la mia volontà per rendermi ciò che -sono? Nulla! Io sono stato cullato in questo pensiero, in quest’ora, -in questa connessione di eventi da un potere e da una mente sublime -e la mia destrezza e la mia volontà pur non contrastando non mi hanno -aiutato in modo apprezzabile. - -La nostra azione spontanea è sempre la migliore. Voi non potete, con -la vostra migliore deliberazione o cura, avvicinarvi tanto ad una -questione, quanto un vostro spontaneo sguardo vi porterà mentre vi -alzate da letto o uscite al mattino dopo aver meditata la cosa, prima -del riposo della notte precedente. Il nostro pensare è sempre un devoto -atto di ricevere. La spontaneità del nostro pensiero è perciò viziata -tanto da una troppo violenta direzione data dalla nostra volontà, -quanto da una troppo grande negligenza. Noi non determiniamo ciò che -penseremo. Solamente apriamo i nostri sensi, ci liberiamo, quanto -è possibile, d’ogni ostacolo al fatto, e lasciamo che l’intelletto -veda. Noi abbiamo un debole controllo sui nostri pensieri. Noi siamo -i prigionieri delle idee. Esse ci portano per qualche momento nel -loro cielo e così intieramente ci conquidono, che noi non abbiamo -pensiero per il domani, ma le guardiamo stupefatti come bambini, -senza uno sforzo per impossessarcene. Poco a poco cadiamo fuori di -questa estasi, ci ricordiamo dove siamo stati, ciò che abbiamo visto -e sinceramente ripetiamo come possiamo, quanto abbiamo contemplato. -Fino a quando noi possiamo richiamare questi rapimenti, noi ne portiamo -nella incancellabile memoria il risultato, e tutti gli uomini e tutti -i secoli lo confermano. Ciò è chiamato Verità. Ma dal momento in cui -cessiamo di riferirci ad essa e tentiamo di correggere od inventare, -ciò non è più verità. - -Se consideriamo quali persone ci hanno stimolato e giovato, noi -noteremo la superiorità del principio spontaneo od intuitivo su quello -aritmetico o logico. Il primo sempre contiene il secondo, ma virtuale -e latente. Noi richiediamo in ogni uomo una lunga logica; non possiamo -perdonare l’assenza di essa, ma di essa non si deve parlare. La logica -è il procedimento o lo svolgimento proporzionato dell’intuizione; ma -la sua virtù è come un metodo silenzioso; se essa volesse apparire come -una proposizione ed avere un valore separato, perderebbe ogni valore. - -Nella mente di ogni uomo, rimangono senza sforzo impresse imagini, -fatti o parole, che altri dimenticano, e che in seguito gli rivelano -leggi importanti. Tutto il nostro progresso è sviluppo, come lo è la -gemma vegetale. Prima voi avete un istinto, poi un’opinione, poi una -conoscenza, come la pianta ha prima la radice, poi il germoglio e poi -il frutto. Confidatevi all’istinto fino alla fine, anche se non potete -rendervi ragione di esso. È vano lo stimolarlo; confidando nell’istinto -fino alla fine, esso maturerà nella verità e voi saprete perchè -credete. - -Ogni mente ha il suo proprio metodo. Un uomo vero, un uomo sincero non -impara mai secondo le leggi d’una comunità. Ciò che voi avete raccolto -in un modo naturale, vi sorprende e vi colma di gioia quando si palesa; -perciò noi non possiamo vigilare sui segreti l’uno dell’altro. E -da ciò le differenze fra gli uomini per le loro doti naturali sono -insignificanti, in paragone della loro ricchezza comune. Credete -voi che il portinaio ed il cuoco non abbiano degli aneddoti, delle -esperienze, delle meraviglie per voi? Ognuno sa tanto quanto il saggio. -I baluardi delle menti rudi sono tutti coperti d’iscrizioni, che -sono fatti e pensieri. Gli uomini un giorno porteranno una lanterna e -leggeranno le iscrizioni. Ogni uomo, a seconda del suo spirito e della -sua cultura, trova la sua curiosità infiammata verso i modi di vita e -di pensiero di altri uomini, e specialmente di quelle classi di uomini, -le cui menti non sono state soggiogate dalle discipline dell’educazione -scolastica. - -Quest’azione istintiva non viene mai meno in una mente equilibrata; ma -diviene più ricca e più frequente nelle sue conoscenze attraverso tutti -gli stati della coltura. Al fine viene l’êra della riflessione, quando -noi non solo osserviamo, ma ci prendiamo cura di osservare; quando con -deliberato proposito ci arrestiamo per considerare una verità astratta; -quando teniamo aperti gli occhi della mente, mentre conversiamo, mentre -leggiamo, mentre facciamo, intenti ad imparare la segreta legge di -alcune classi di fatti. - -Quale è il più difficile compito nel mondo? Pensare. Io vorrei pormi -nell’atteggiamento di guardare negli occhi una verità astratta, e non -posso. Io titubo e mi agito da questa parte e da quella. Mi sembra di -sapere che cosa volle dire colui che disse: Nessun uomo può guardare -Iddio faccia a faccia e vivere. Per esempio un uomo studia le basi -del governo civile: volga pure egli la sua mente senza interruzione, -senza riposo, in una sola direzione. La sua attenzione per lungo -tempo a nulla gli serve. Pure, dei pensieri sorgono innanzi a lui. -Noi intravediamo, noi vagamente presentiamo la verità. Noi diciamo: -vado fuori e la verità prenderà forma e chiarezza per me. Usciamo, -ma non la troviamo. Allora pare a noi di abbisognare del silenzio -e del raccoglimento della biblioteca per afferrare il pensiero. Noi -entriamo, ma siamo così lontani da esso, come lo eravamo in principio. -Ma ecco, d’un tratto, senza esser annunziata, la verità appare. Una -certa luce vagante appare, ed è la distinzione, il principio che noi -cercavamo. Ma l’oracolo giunge perchè noi avevamo antecedentemente -posto assedio all’ara. La legge dell’intelletto sembra che assomigli -a quella legge naturale per la quale noi inspiriamo ed espiriamo; per -la quale il cuore attrae e respinge il sangue — vale a dire la legge -dell’ondulazione. Così ora voi dovete lavorare con il vostro cervello, -ora dovete arrestare la vostra attività, e vedere che cosa la grande -Anima insegni. - -Le nostre intellezioni sono sopratutto prospettiche. L’immortalità -dell’uomo è così legittimamente predicata dalle intellezioni come dalle -volizioni morali. Ogni intellezione è specialmente prospettica. Il suo -valore istante è la sua minor parte. Osservate ciò che vi diletta in -Plutarco, in Shakespeare, in Cervantes. Ogni verità che lo scrittore -acquista è una lanterna, che egli volge in pieno su quei fatti e -pensieri, che giacciono di già nella sua mente, e mirate! tutte le -inezie e le anticaglie che hanno pavimentata la sua soffitta, divengono -preziose. Ogni fatto triviale nella sua biografia privata diventa -un’illustrazione di questo nuovo principio, s’inchina di nuovo al -giorno, ed allieta tutti gli uomini con la sua arguzia e la sua nuova -bellezza. Gli uomini dicono: dove ottenne egli questo? e credono vi sia -qualchecosa di divino nella sua vita. Ma non è così: gli uomini hanno -migliaia di fatti, altrettanto buoni, se essi volessero solo procurarsi -una lampada per ricercarli nelle loro soffitte. - -Noi tutti siamo saggi. La differenza tra le persone non sta nella -saggezza, ma nell’arte. Io conobbi, in un circolo accademico, una -persona che sempre si rivolgeva a me, perchè, vedendo il mio capriccio -per lo scrivere, s’immaginava che la mia esperienza avesse qualchecosa -di superiore; mentre io ben m’accorgevo che la sua esperienza era buona -quanto la mia. Date la sua esperienza a me, ed io ne farò lo stesso -uso. Egli seguiva il vecchio; egli segue il nuovo; io avevo l’abitudine -di riunire il vecchio e il nuovo che egli non usava esercitare. Questo -può sostenersi con grandi esempi. Forse se incontrassimo Shakespeare, -noi non saremmo consci di alcuna grande inferiorità; no: ma di grande -uguaglianza; solo che egli possedeva una straordinaria abilità d’usare, -di classificare i suoi fatti, abilità della quale noi manchiamo. Però, -nonostante la nostra totale incapacità di produrre qualche cosa simile -all’Amleto o all’Otello, vedete l’accoglienza che trovano in noi quello -spirito, quell’immensa conoscenza della vita, quella fluida eloquenza. - -Se raccogliete delle mele alla luce del sole o raccogliete del fieno -o ammucchiate del frumento, e poi vi ritirate in casa e chiudete i -vostri occhi, e li comprimete con le mani, vedrete le mele appese -nella luce brillante con i loro ramoscelli e le loro foglie, o il fieno -ammucchiato, o le spiche di frumento; e ciò per cinque o sei ore dopo. -Le impressioni s’adagiano nell’organo ritentivo, ancorchè voi non lo -sappiate. Così giacciono le serie complete delle imagini naturali, con -le quali la vostra vita a vostra insaputa vi ha messo in rapporto per -mezzo della memoria; un brivido di passione illumina come un lampo -la loro camera oscura, ed il potere attivo prende istantaneamente -l’imagine adatta come espressione del suo pensiero istante. - -Molto tempo passa prima di scoprire quanto ricchi noi siamo. La nostra -storia, noi pensiamo, è completamente sbiadita; nulla abbiamo da -scrivere, nulla dà concludere. Ma i nostri anni più saggi rievocano -ancora i ricordi disprezzati della nostra infanzia, e noi sempre ancora -peschiamo qualche cosa di meraviglioso in quel lago; finchè, poco -a poco, incominciamo a sospettare che la biografia della sola folle -persona che conosciamo sia in realtà nulla di meno che la parafrasi in -miniatura dei cento volumi della Storia Universale. - -Nell’intelletto costruttivo, che designiamo popolarmente con la parola -Genio, noi osserviamo lo stesso equilibrio di due elementi, come -nell’intelletto ricettivo. L’intelletto costruttivo produce pensieri, -sentenze, poemi, piani, disegni, sistemi. Esso è la generazione della -mente, il connubio del pensiero con la natura. Al genio devono sempre -accoppiarsi due doti, il pensiero e la divulgazione di esso. Il primo -è rivelazione, sempre miracolo che nè la frequenza del caso, nè lo -studio incessante può mai render familiare, ma che deve sempre lasciar -l’indagatore stupito e meravigliato. Esso è l’avvento della verità -nel mondo; è una forma di pensiero che, per la prima volta, s’apre -nell’universo; un figlio della vecchia anima eterna; un brano di -genuina ed incommensurabile grandezza. Per quel momento, pare ch’esso -erediti tutto ciò che esistette, e che detti a ciò che non nacque -ancora. Questa rivelazione, questo miracolo interessa ogni pensiero -dell’uomo, e s’appresta a rendere possibile ogni istituzione. Ma per -esser utile, essa abbisogna di un’arte, di un veicolo, con cui esser -trasportata fra gli uomini. Per essere comunicabile, essa deve divenire -pittura od oggetto sensibile. Noi dobbiamo imparare il linguaggio dei -fatti. Le più sublimi ispirazioni muoiono con il loro soggetto, se -l’uomo non ha mani per dipingerle ai sensi. Il raggio di luce passa -invisibile attraverso lo spazio, e solo quando cade sopra un oggetto -diviene visibile. Quando l’energia spirituale è diretta sopra qualche -cosa di esterno, allora c’è un pensiero. La relazione fra esso e voi -fa diventare voi ed il vostro valore visibili a me. Il florido genio -inventivo del pittore è nascosto e disperso quando manca la potenza del -disegno; e nelle nostre ore felici noi saremmo dei poeti inesauribili, -se potessimo rompere solo una volta il silenzio in rime adeguate. -Come tutti gli uomini hanno qualche accesso alla verità primitiva, -così tutti hanno nel loro cervello qualche arte o qualche potere -di comunicabilità; ma solo nell’artista questo potere discende dal -cervello alla sua mano. Vi è rispetto a questa facoltà una disparità le -cui leggi noi non conosciamo ancora, fra due uomini e fra due momenti -dello stesso uomo. Nelle ore comuni noi abbiamo gli stessi fatti che in -quelle non comuni od ispirate; ma essi non figurano come loro ritratti; -essi non sono staccati, ma giacciono come in una rete. Il pensiero del -genio è spontaneo; ma il potere della pittura o dell’espressione, nella -più ricca e prodiga natura implica una mescolanza di volontà, un certo -controllo sugli stati spontanei, senza il quale nessuna produzione è -possibile. Esso è una conversione di tutta la natura nella rettorica -del pensiero, sotto gli occhi del giudizio, con uno strenuo esercizio -della scelta. Eppure anche il vocabolario immaginativo sembra essere -spontaneo. Esso non sorge dall’esperienza solamente o principalmente, -ma da una sorgente più ricca. Le grandi opere del pittore non sono -prodotte da alcuna conscia imitazione di particolari forme, ma dal -procedere della sua mente alla sorgente principale di tutte le forme. -Chi è il primo maestro di disegno? Senza insegnamenti noi conosciamo -molto bene l’ideale della forma umana. Un bambino distingue se una -gamba od un braccio sono storti in una pittura, se la posa è naturale -o grandiosa o volgare, sebbene egli non abbia mai ricevuto alcun -ammaestramento nel disegno, od udita alcuna conversazione su questo -soggetto, nè possa egli stesso disegnare correttamente un viso. Una -buona forma colpisce piacevolmente tutti gli sguardi, molto prima che -essi posseggano alcuna nozione a questo riguardo; ed un bel viso fa -palpitare venti cuori, prima di qualsiasi considerazione intorno alle -proporzioni meccaniche delle membra e del capo. È possibile che noi si -debba ai sogni qualche luce sulla sorgente di questa abilità; poichè -così tosto come abbandoniamo la nostra volontà, e lasciamo seguire lo -stato incosciente, vedete quali meravigliosi disegnatori noi siamo; noi -rallegriamo noi stessi con meravigliose forme di uomini, di donne, di -animali, di giardini, di boschi e di mostri; ed il mistico pennello, -con il quale allora disegniamo, non pecca d’inabilità od inesperienza, -non ha alcuna debolezza o povertà; esso può ben disegnare ed -aggruppare; la sua composizione è ricca d’arte, i suoi colori sono ben -messi, e la tela intera, che esso dipinge, è simile alla vita, e atta a -toccarci con terrore, con tenerezza, con desiderio o con dolore. Nè le -copie che l’artista trae dall’esperienza sono semplici copie, ma esse -sono sempre ritoccate ed intenerite dai colori che vengono da questa -proprietà ideale. - -Le condizioni essenziali per una mente costruttiva non appaiono spesso -così ben combinate da rendere una buona frase o un buon verso freschi -e memorabili per lungo tempo. Pure, quando noi scriviamo con facilità, -ed usciamo all’aria libera del pensiero, ci pare certo che nulla è più -facile che continuare a volontà in questa comunicazione. Per ogni dove, -il regno del pensiero non ha limiti, ma la Musa ci fa liberi nella sua -città. Bene, il mondo ha un milione di scrittori. Si penserebbe dunque -che il buon pensiero debba essere familiare come l’aria e l’acqua, -e che i doni di ogni ora nuova debbano escludere quelli dell’ora -trascorsa. Pure noi possiamo enumerare i nostri libri nuovi; più -ancora, io ricordo qualche bel verso degli ultimi vent’anni. È vero che -l’intelletto che giudica è sempre molto più avanti dell’intelletto che -crea; così che vi sono molti competenti giudici del libro migliore e -pochi scrittori di ottimi libri. Ma alcune condizioni della costruzione -intellettuale s’incontrano di rado. L’intelletto è un intero e richiede -integrità in ogni opera. Questa è ugualmente contrastata dalla -devozione di un uomo ad un solo pensiero, e dalla sua ambizione di -raggrupparne troppi. - -La verità è nostro elemento di vita, eppure se un uomo concede la -sua attenzione ad un solo aspetto della verità, e si dedica a quello -solo, per un lungo tempo, la verità s’altera e diviene falsità; in -ciò simile all’aria, nostro elemento naturale e respiro dei nostri -polmoni, che diretta come corrente sul nostro corpo per un dato tempo, -causerà raffreddori, febbre e perfino la morte. Vedete come diviene -insopportabile il grammatico, il frenologo, il fanatico politico o -religioso, o qualsiasi altro mortale, il cui equilibrio è perduto per -l’esagerazione di un solo argomento! Ciò è pazzia incipiente. Ogni -pensiero è anche una prigione, lo non posso vedere ciò che voi vedete, -perchè sono preso da un fortissimo vento, e trasportato così lontano -verso una data direzione, che non posso vedere il cerchio del vostro -orizzonte. - -È meglio forse che lo studente per evitare questo danno e per aver -maggior lunghezza di veduta, tenda a fare della storia, della scienza, -della filosofia un tutto meccanico per mezzo di un’addizione numerica -di tutti i fatti che cadono nel cerchio della sua visione? Il mondo -rifugge dall’essere analizzato mediante l’addizione e la sottrazione. -Quando noi siamo giovani, spendiamo molto tempo e fatica nel riempire -i nostri taccuini con tutte le definizioni della Religione, dell’Amore, -della Poesia, della Politica, dell’Arte, con la speranza che nel corso -di pochi anni noi avremo condensato nella nostra enciclopedia il valore -netto di tutte le teorie, alle quali il mondo è fin’ora giunto; ma -coll’andar degli anni le nostre tavole non si completano ed alfine -scopriamo che la nostra curva è una parabola, i cui archi non si -incontreranno mai. - -L’integrità dell’intelletto è trasmessa alle sue opere nè per distacco, -nè per aggregazione, bensì con una vigilanza che dà all’intelletto -tutta la sua grandezza e la condizione migliore per operare in ogni -momento. Esso deve avere la stessa integrità che ha la natura. Sebbene -nessuna accuratezza può ricostruire l’universo in un modello, mediante -il migliore aggruppamento e disposizione di dettagli, pure il mondo -riappare in miniatura ad ogni evento, così che tutte le leggi della -natura possono essere lette nel più piccolo fatto. L’intelletto deve -avere la stessa perfezione nelle sue acquisizioni che nelle sue opere. -Per questa ragione indice del profitto intellettuale è la percezione -dell’identità. Noi parliamo con delle persone compite che appaiono -essere estranee alla natura. La nuvola, l’albero, il prato, l’uccello, -non sono cose loro, non hanno nulla di loro; il mondo è solo la loro -abitazione e la loro tavola. Ma il poeta, i cui versi devono essere -perfetti, è tale che la Natura non può ingannare, qualsiasi strana -maschera possa porsi sul viso. Egli sente una stretta consanguineità -con la natura e scopre maggior identità che varietà in tutti i suoi -mutamenti. Noi siamo punti dal desiderio di un nuovo pensiero, ma -quando riceviamo un nuovo pensiero, esso non è che un pensiero vecchio -con un viso nuovo; e sebbene ce ne impossessiamo, istantaneamente -noi ne desideriamo un altro; cosicchè noi realmente non ci siamo -arricchiti. Poichè la verità era in noi prima che fosse riflessa su noi -da oggetti naturali; ed il profondo genio darà rassomiglianza a tutte -le creature in ogni produzione del suo spirito. - -Ma se i poteri costruttivi sono rari, e se solo a pochi uomini è dato -d’essere poeti, pure ogni uomo è il ricevitore di questo discendente -Spirito Santo e ben può studiare le leggi del suo influsso. La legge -del dovere intellettuale è esattamente parallela alla legge del dovere -morale. Un’abnegazione di se stesso non meno austera di quella di -un Santo viene chiesta allo studioso. Egli deve adorare la verità -e tralasciare per essa tutte le cose, e scegliere le sconfitte e i -dolori, affinchè il suo tesoro di pensiero ne venga con ciò aumentato. - -Dio offre ad ogni mente la scelta fra la verità ed il riposo. Scegliete -quale volete — ma ambedue non li potrete mai avere. Fra essi l’uomo -oscilla come un pendolo. Colui, nel quale l’amore del riposo predomina, -accetterà il primo credo, la prima filosofia, il primo partito politico -che egli incontra — e con tutta probabilità quello di suo padre. Egli -ottiene il riposo, l’agio, la riputazione; ma egli chiude la porta -alla verità. Colui, nel quale predomina l’amore della verità, si terrà -libero da tutte le catene e navigherà. Egli si asterrà dal dogmatismo, -e riconoscerà tutte le negazioni opposte, fra le quali, come fra dei -muri, il suo essere è agitato. Egli si sottomette agli inconvenienti -dell’incertezza e dell’opinione imperfetta; ma egli è un candidato -della verità come l’altro non lo è, e rispetta la più alta legge del -suo essere. - -Egli deve misurare con le proprie scarpe la circonferenza della verde -terra per trovare l’uomo che possa dargli la verità. Egli allora saprà -che vi è qualcosa di più santo e di più grande nell’udire che nel -parlare. Beato è colui che ascolta; infelice colui che parla! Fino a -quando io ascolto la verità, sono inondato da un bell’elemento, e non -sono conscio di alcun limite della mia natura. Le acque del grande -oceano entrano ed escono dall’anima mia. Ma se parlo, io definisco, -circoscrivo, e mi sminuisco. Quando Socrate parla, Liside e Menesseno -non sono afflitti dalla vergogna di non parlare. Essi pure sono buoni. -Egli altresì attende ad essi, e li ama mentre parla. Perchè un uomo -vero e naturale contiene ed è la stessa verità espressa da un uomo -eloquente; ma nell’uomo eloquente, poichè può dirla, essa pare qualche -cosa di meno, ed egli si volge verso questi silenziosi con maggiore -inclinazione e rispetto. L’antico proverbio diceva: Siamo silenziosi; -perchè silenziosi sono gli dèi. Il silenzio è un solvente, che -distrugge la personalità, e ci concede di essere grandi ed universali. -Il progresso di ogni uomo si svolge attraverso ad una successione di -maestri, ognuno dei quali pare possegga volta a volta un’influenza -superlativa, ma che cede alfine il suo posto ad un’altra nuova. Accetti -egli tutto francamente. Gesù dice: lasciate padre, madre, case e terre -e seguitemi. Colui che lascia tutto, più riceve. Questo è vero tanto -intellettualmente quanto moralmente. Ogni mente nuova alla quale ci -avviciniamo, sembra chiederci l’abdicazione di tutti i nostri possessi -passati e presenti. Una nuova dottrina, pare dapprima una sovversione -di tutte le nostre opinioni, i nostri gusti e i nostri modi di vita. -Tali sembrarono Swedenborg, Kant, Coleridge, Cousin a molti giovani di -questo paese. Prendete cordialmente e con riconoscenza tutto ciò che -essi possono dare. Esauriteli, lottate con essi, non lasciateli andare -finchè non abbiate ottenuta la loro benedizione, e dopo poco tempo, lo -sconforto sarà dominato, l’eccesso di dominio sconfitto, ed essi non -saranno più a lungo una meteora allarmante, ma una fulgida stella di -più, brillante serenamente nel vostro cielo, e mescolante la sua luce -con tutto il vostro giorno. - -Ma mentre egli si dà senza restrizione a ciò che lo attira, perchè -ciò è suo proprio, egli deve rifiutarsi a ciò che non lo attira, -qualsiasi fama ed autorità ciò possa avere, perchè non è suo proprio. -L’intera fiducia in se stesso appartiene all’intelletto. Un’anima è -il contrappeso di tutte le anime, come una colonna capillare d’acqua -è una bilancia del mare. Essa deve trattare cose e libri, e genii -sovrani, come se stessa pure sovrana. Se Eschilo è realmente l’uomo -che si crede, egli non ha ancora compiuto il suo ufficio, educando i -saggi d’Europa per mille anni. Egli deve provare anche a me d’essere -un maestro di diletto. Se egli non può fare ciò, tutta la sua fama -presso di me sarà nulla. Io sarei un folle a non sacrificare mille -Eschili alla mia integrità intellettuale. In primo luogo siate sullo -stesso terreno in fatto di verità astratta, scienza della mente. -Bacone, Spinoza, Hume, Schelling, Kant o chiunque vi proponga una -filosofia della mente, è solo un traduttore più o meno destro di cose -della vostra coscienza, che anche voi avete il vostro modo di vedere -e probabilmente anche di nominare. Dite, allora, invece di meditare -troppo timidamente sul suo senso oscuro, che egli non è riuscito a -rendervi la vostra coscienza. Egli non riuscì, provi un altro. Se -Platone non può, forse Spinoza potrà. Se Spinoza non può, lo può forse -Kant. Ad ogni modo, quando finalmente la cosa è compiuta, troverete che -quello che lo scrittore vi dà indietro, non è uno stato recondito, ma -semplice, naturale, comune. - -Ma poniamo fine a questa didattica. Io non parlerò, benchè il soggetto -mi provochi, della questione aperta fra Verità e Amore. Io non -presumerò di poter intervenire nella vecchia politica dei cieli: «Il -Cherubino sa di più, il Serafino ama di più». Gli dèi comporranno -le loro proprie querele. Ma io non posso proclamare pur così -maldestramente le leggi dell’intelletto, senza ricordare quella alta ed -appartata classe di uomini, che sono stati i suoi profeti ed oracoli, -l’alto sacerdozio della ragione pura, i _Trismegisti_, i commentatori -dei principii del pensiero, di età in età. Quando, a lunghi intervalli, -noi sfogliamo le loro pagine astruse, immensa appare la calma e la -dignità di questi pochi, di questi grandi signori dello spirito, che -hanno camminato nel mondo, — questi della vecchia religione — dimoranti -in un’adorazione, che fa apparire le santità del Cristianesimo -come _parvenues_ e plebee: perchè la «persuasione è nell’anima, ma -la necessità è nell’intelletto». Questo gruppo di grandi, Hermes, -Heraclito, Empedocle, Platone, Plotino, Olympiodoro, Proclo, Synesio -e gli altri hanno qualcosa di così vasto nella loro logica, di così -primario nel loro pensiero, che tutto ciò sembra anteriore a tutte le -distinzioni ordinarie di retorica e letteratura, e sembra essere allo -stesso tempo poesia, musica, danza, astronomia e matematica. Io sono -presente alla seminagione del seme del mondo. Con una geometria di -raggi di sole, l’anima pone le fondamenta della natura. La verità e la -grandiosità del loro pensiero è provata dallo scopo di esso e dalla sua -applicabilità, poichè esso domina le complete e varie specie di cose a -favore della sua illustrazione. Ma ciò che segna la loro elevatezza, -ed ha perfino un comico aspetto per noi, è l’innocente serenità con -cui questi Giovi infantili seggono sulle loro nuvole, e di età in età -chiacchierano l’uno con l’altro e giammai con i contemporanei. Sicuri -che il loro discorso è intelligibile ed è la cosa più naturale al -mondo essi aggiungono tesi su tesi, senza curarsi, per un solo momento, -della stupefazione universale della sottostante razza umana, che non -capisce i loro più semplici argomenti; nè essi mai transigono tanto -da inserire una sentenza popolare ed esplicativa; nè dimostrano il più -piccolo dispiacere o petulanza di fronte all’ottusità del loro attonito -uditorio. Gli angeli sono così innamorati del linguaggio che si parla -in cielo, che essi non si torceranno le labbra con i dialetti sibilanti -ed anti-musicali degli uomini, ma parlano il loro proprio dialetto, vi -sia o non vi sia chi lo comprenda. - - - - -DODICESIMO SAGGIO - -ARTE - - -Siccome l’anima è progressiva, essa non si ripete mai, ma in ogni atto -tenta la produzione di un «intiero» nuovo e più bello. Questo appare -nelle opere delle arti belle e delle arti per così dire applicate, -se noi vogliamo usare la distinzione comune, a seconda che il loro -scopo sia di utilità o di bellezza. Così nelle nostre belle arti lo -scopo non è l’imitazione, bensì la creazione. Nei paesaggi il pittore -dovrebbe dare la suggestione di una creazione più bella di quella che -noi conosciamo. Egli dovrebbe tralasciare i dettagli e la prosa della -natura, per darcene solo lo spirito e lo splendore. Egli dovrebbe -sapere che il paesaggio ha bellezza per il suo occhio, perchè esso -esprime un pensiero che per lui è buono; e ciò, perchè lo stesso potere -che vede attraverso i suoi occhi è veduto in quello spettacolo; così -egli verrà a valutare l’espressione della natura, e non la natura -stessa, e ad esaltare nella sua opera i tratti che piaceranno a lui. -Egli renderà l’ombra delle ombre e la luce delle luci. In un ritratto -egli deve rivelare il carattere e non i tratti, e deve considerare -l’uomo, che siede innanzi a lui, come se stesso, vale a dire soltanto -un’imperfetta pittura o somiglianza d’una originale aspirazione -interiore. - -Che cosa è quella restrizione e quella selezione che noi osserviamo -in ogni attività spirituale, se non lo stesso impulso creativo? epperò -esso è viatico a quella più alta illuminatezza che insegna ad esprimere -con i più semplici simboli un più largo significato. Che cosa è un -uomo se non un più bel risultato della natura esplicante se stessa? Che -cosa è un uomo se non un paesaggio più bello e più unito che le figure -del l’orizzonte, eclettismo della natura? E cosa è il suo discorso, -il suo amore per il dipingere, il suo amore per la natura, se non un -risultato ancora più bello? E che cosa sono tutte le faticose miglia -e le soppresse misure di spazio e di volume, e lo spirito e la morale -di essa ristretti in una parola musicale o nel più abile tratto di -pennello? - -Ma l’artista deve impiegare i simboli in uso ai suoi giorni e nel suo -paese per esprimere il suo senso più ampio ai suoi simili. A questo -modo il nuovo in arte viene sempre formato fuori del vecchio. Il Genio -dell’Ora appone il suo incancellabile suggello all’opera, e dà ad -essa un inesprimibile fascino per l’imaginazione. Finchè il carattere -spirituale del tempo domina l’artista, e trova espressione nel suo -lavoro, questo conserverà una certa grandiosità, e rappresenterà ai -futuri ammiratori lo Sconosciuto, l’Inevitabile, il Divino. Nessun uomo -può escludere del tutto questo elemento della Necessità dal suo lavoro. -Nessun uomo può completamente emanciparsi dalla sua età e dal suo paese -o produrre un modello, in cui l’educazione, la religione, la politica, -gli usi e le arti dei suoi tempi non abbiano parte alcuna. Per quanto -originale, capriccioso e fantastico egli possa essere in una sua opera -pure egli non potrà cancellare da essa ogni traccia dei pensieri fra -i quali essa crebbe. L’atto stesso di evitarli tradisce l’uso di ciò -che egli vuole evitare. Al disopra della sua volontà, al di là della -sua osservazione, egli è obbligato a partecipare del costume dei suoi -tempi pur non conoscendolo, dall’aria che egli respira, e dall’idea -sulla quale egli ed i suoi contemporanei vivono e si affaticano. Ora -ciò che in un’opera è inevitabile ha un fascino più grande di quanto -potrà mai darle il talento individuale, poichè la penna dell’artista -od il suo cesello sembrano essere stati tenuti e guidati da una mano -gigantesca per scrivere una riga nella storia della razza umana. Questa -circostanza dà valore ai geroglifici egiziani, agli idoli indiani, -chinesi e messicani, per quanto siano essi grossolani e rudimentali. -Essi denotano l’altezza dell’anima umana in quell’ora, e se non furono -opere fantastiche, scaturirono da una necessità così profonda come il -mondo. Dovrò io aggiungere ora che tutto l’esistente prodotto delle -arti plastiche ha il suo più alto valore _come Storia_, come una -pennellata del ritratto di quel fato, perfetto e bello, secondo i cui -ordini tutti gli esseri avanzano verso la loro beatitudine? - -Così, storicamente considerato, l’ufficio dell’arte fu di educare -alla percezione della bellezza. Noi siamo immersi nella bellezza, ma i -nostri occhi non hanno una chiara visione. È necessario, col mostrare -i singoli tratti, assistere e guidare il gusto sonnecchiante. Noi -modelliamo e dipingiamo od osserviamo ciò che è modellato e dipinto, -come studiosi del mistero della Forma. La virtù dell’arte è nello -staccare, nell’isolare un solo oggetto dall’imbarazzante varietà. -Finchè una cosa non balza fuori dalla connessione delle cose vi può -essere godimento, contemplazione, ma non vi può essere pensiero. La -nostra felicità e la nostra infelicità sono improduttive. Il bambino -giace in un piacevole dormiveglia, ma il suo carattere individuale -ed il suo potere pratico dipendono dal suo giornaliero progresso nel -separare le cose, e nel trattare con esse una per volta. L’amore e -tutte le passioni concentrano tutta l’esistenza intorno ad una singola -forma. Certi spiriti hanno l’abito di dare un’isolante pienezza -all’oggetto, al pensiero, alla parola, sui quali essi si soffermano, -e farne per un momento il rappresentante del mondo. Questi sono -gli artisti, gli oratori, i condottieri della società. Il potere di -isolare e di magnificare isolando, è l’essenza della rettorica nelle -mani dell’oratore e del poeta. Questa rettorica o potere di fissare -la momentanea eccellenza di un oggetto — così rimarchevole in Burke, -Byron e Carlyle — è rivelato dal pittore e dallo scultore nel colore e -nella pietra. Il potere dipende dalla profondità della visione interna -dell’artista per l’oggetto che egli contempla. Poichè ogni oggetto -ha le sue radici nella natura centrale, esso può naturalmente esserci -mostrato come rappresentante del mondo. Pertanto, ogni opera di genio è -il tiranno dell’ora e richiama su se stessa l’attenzione. Per un dato -tempo essa è l’unica cosa degna d’un nome — sia un sonetto, un’opera, -un paesaggio, una statua, un discorso, il piano di un tempio, di una -campagna, o di un viaggio di scoperte. Subito dopo passiamo a qualche -altro oggetto che si integra in un tutto, come fece già il primo; per -esempio, ad un giardino ben tracciato e nulla sembra allora degno -di nota all’infuori dell’arte di tracciare i giardini. Io penserei -che il fuoco sia la miglior cosa del mondo, se non avessi conoscenza -dell’aria, dell’acqua e della terra: e ciò perchè è diritto e proprietà -di tutti gli oggetti naturali, di tutti i talenti genuini, di tutte le -proprietà originarie, quali esse siano, di essere nel loro momento il -vertice del mondo. Uno scoiattolo, che salta di ramo in ramo, e fa per -suo piacere di tutto il bosco un solo albero, appaga l’occhio non meno -che un leone — esso è bello, basta a se stesso, e rappresenta, allora -ed in quel sito, la natura. Una bella ballata mi rapisce il cuore e -l’udito mentre ascolto, come fece antecedentemente un canto epico. Un -cane, od una mandra di maiali, disegnati da un maestro appagano e sono -realtà non minore di quanto lo siano gli affreschi di Michelangelo. Da -questo succedersi di oggetti eccellenti, apprendiamo alfine l’immensità -del mondo, l’opulenza della natura umana, che può correre all’infinito -in qualsiasi direzione. Ma io apprendo anche che ciò che mi stupì ed -affascinò nel primo lavoro, mi stupì anche nel secondo; e perciò che -l’eccellenza di tutte le cose è una. - -L’ufficio della pittura e della scultura pare essere semplicemente -iniziale. I migliori dipinti possono facilmente dirci il loro ultimo -segreto. I migliori dipinti sono i rudi disegni di pochi miracolosi -punti e tratti e colori che formano il sempre cangiante «paesaggio -con figure», in mezzo al quale noi viviamo. La pittura pare essere -all’occhio ciò che la danza è alle membra. Quando la danza ha educato -il corpo al comando di se stesso, all’agilità, alla grazia, i passi -del maestro di ballo sono facilmente dimenticati; così la pittura mi -insegna lo splendore del colore e l’espressione della forma; e siccome -io vedo molti dipinti e più alti genii dell’arte, io vedo l’illimitata -ricchezza del pennello e l’indifferenza in cui vive l’artista libero -di scegliere nelle possibili forme. Se egli può disegnare ogni cosa, -perchè disegnare cosa alcuna? ed allora il mio occhio è aperto alla -eterna pittura, che la natura dipinge nella strada con il muovere -uomini e bambini, accattoni e belle signore, vestite in rosso, in -turchino, in verde, in grigio; con il muovere esseri dai capelli -lunghi, brizzolati, dai visi bianchi, dai visi neri, da visi rugosi; -giganti, nani; esseri sviluppati, snelli, coperti e circondati dal -cielo, dalla terra, dal mare. - -Una galleria di scultura insegna più austeramente la stessa lezione. -Come la pittura insegna il colore, così la scultura insegna l’anatomia -della forma. Quando io dopo aver contemplato delle belle statue entro -in una pubblica assemblea, ben comprendo che cosa volle dire colui -che disse: «Quando ho finito di leggere Omero, tutti gli uomini mi -sembrano giganti». Io anche m’avvedo che la pittura e la scultura -sono una ginnastica dell’occhio, ed allenamento alle bellezze ed alle -curiosità della sua funzione. Non vi è alcuna statua che abbia sopra -tutta la scultura ideale l’infinito vantaggio della varietà perpetua -come l’ha l’uomo vivente. Quale galleria d’arte posseggo io qui! Nessun -manierista fece questi gruppi variati e queste differenti figure -originali. L’uomo è l’artista stesso che improvvisa, torvo e lieto, -nel suo blocco di pietra. Ora un pensiero lo colpisce ora un altro, -e ad ogni momento egli altera totalmente l’aspetto, l’attitudine, e -l’espressione della sua creta. Lasciate i vostri colori, ed i vostri -cavalletti, il marmo e lo scalpello: se voi non aprite gli occhi ai -fascini dell’arte eterna, essi non sono che ipocrite anticaglie. - -Il riferimento infine di tutte le produzioni ad un Potere Aborigeno -spiega i tratti comuni a tutte le opere dell’arte più pura; cioè che -esse sono universalmente intelligibili; che esse ci riconducono ai -più semplici stati di mente; che esse sono religiose. Poichè tutta la -abilità dimostrata nell’opera d’arte sta nella riapparizione dell’anima -originale, getto di luce pura, essa dovrebbe produrre un’impressione -simile a quella prodotta dagli oggetti naturali. Nelle ore felici la -natura ci appare una con l’arte; ed ecco l’arte perfezionata — l’opera -del genio. — E l’individuo, in cui i gusti semplici e la suscettibilità -a tutte le grandi influenze umane dominano gli accidenti di una cultura -locale e speciale, è il miglior critico d’arte. Ancorchè noi viaggiamo -attraverso tutto il mondo per trovare il bello, se non lo portiamo -con noi, non lo troveremo. La miglior parte del bello sta più nel -fascino che nell’abilità di tracciare, di segnare dei contorni; fascino -maggiore di quello che qualsiasi regola l’arte potrebbe insegnare; -vale a dire, nella radiazione dall’opera d’arte del carattere umano, -— in una meravigliosa espressione, attraverso la pietra o la tela ed -il suono musicale, dei più profondi e più semplici attributi della -nostra natura, pertanto più intelligibili infine a quelle anime, -che li posseggono. Nelle sculture dei Greci, nei lavori murarii dei -Romani, e nelle pitture dei maestri toscani e veneti, il maggiore -fascino è la lingua universale che essi parlano. Da tutti questi -esala una confessione della natura morale, della purezza, dell’amore e -della speranza. Ciò che noi portiamo ad essi, con noi riportiamo più -delicatamente illustrato nella memoria. Il viaggiatore che visita il -Vaticano, e passa di camera in camera attraverso le gallerie di statue, -di vasi, di sarcofagi, e di candelabri, attraverso ogni espressione -di bellezza, materiata nei più ricchi materiali, è in pericolo di -dimenticare la semplicità dei principii, dai quali tutto ciò nacque, e -di dimenticare che essi ebbero la loro origine da pensieri e leggi che -sono nel suo proprio petto. Egli studia le leggi tecniche su questi -meravigliosi resti; ma dimentica che queste opere non furono sempre -così attorniate di cose belle; dimentica che esse sono il contributo -di molte età e di molti paesi; che ognuna uscì dalla bottega solitaria -di un solo artista, che lavorò forse ignorando l’esistenza di un’altra -scultura, e creava la sua opera senza altro modello che la vita, -la vita domestica, la dolcezza delle relazioni personali, dei cuori -palpitanti, degli occhi che si incontrano, la povertà, il bisogno, -la speranza ed il timore. Queste erano le sue ispirazioni, e questi -sono gli effetti che egli produce intimamente nel vostro cuore e nella -vostra mente. Proporzionatamente alla sua forza, l’artista troverà -nel suo lavoro uno sbocco per il suo proprio carattere. Egli non deve -essere in alcun modo disturbato od importunato dal suo materiale, -ma dalla sua necessità di comunicar se stesso, il diamante sarà cera -nelle sue mani, e concederà un’adeguata comunicazione di lui con la -sua statura e le sue proporzioni. Egli non ha bisogno d’impacciarsi -con una natura e cultura convenzionale, nè di domandare quale sia la -maniera di Roma o di Parigi; ma gli servirà come simbolo di un pensiero -che irradia indifferentemente attraverso ogni cosa, quella casa e quel -tempo e quel modo di vita, che la povertà e la sorte nativa gli hanno -contemporaneamente resi così cari e così odiosi, nella grigia disadorna -capanna di legno di un cascinale del New-Hampshire, o nelle capanne dei -boschi, o negli stretti appartamenti ove egli ha sofferto le privazioni -dell’indigenza urbana. - -Ricordo che nella mia giovinezza quando udii parlare delle meraviglie -della pittura italiana, mi figurai che questi grandi dipinti fossero -dei grandi stranieri, fossero qualche sorprendente combinazione di -colori e di forma; una meraviglia mai vista, di perle ed oro come -le insegne e gli stendardi delle milizie, che tanto pazzamente si -impongono agli occhi e all’immaginazione degli scolari: io dovevo -perciò vedere ed acquistare non so che cosa. Quando finalmente andai a -Roma, e vidi le pitture con i miei occhi, trovai che i genii lasciano -ai principianti il gaio, il fantastico e l’ostentato, e che essi vanno -direttamente al semplice ed al vero; trovai che la loro opera era -familiare e sincera; che era il vecchio fatto eterno di già incontrato -in tante forme — e per il quale vivevo; che era il semplice _voi_ ed -_io_ che io conoscevo così bene — e che avevo lasciato a casa in tante -conversazioni. Io aveva fatta di già la stessa esperienza in una chiesa -di Napoli. Là vidi che nulla era cambiato per me, eccetto il luogo, e -mi dissi: «Tu, ragazzo folle, sei venuto qui, attraversando quattromila -miglia d’acqua salsa, per trovare ciò che ti era già noto in casa?» Lo -stesso fatto contemplai di nuovo nella Accademia di Napoli, nelle sale -di scultura, ed ancora quando venni a Roma, nei dipinti di Raffaello, -Angelo, Sacchi, Tiziano e Leonardo da Vinci. «Vecchia talpa, che cosa -lavori nella terra così in fretta?» Esso mi aveva seguito: ciò che -mi pensavo di avere lasciato a Boston, era qui in Valicano, e poi a -Milano, a Parigi, e rendeva tutto il viaggio ridicolo come il forzato -girar intorno ad un mulino. Ora questo chiedo io ai dipinti, che mi -rendano casalingo, non che mi abbaglino. I dipinti non devono essere -troppo pittoreschi. Nulla più stupisce gli uomini del buon senso e -della semplice franchezza. Tutte le grandi azioni furono semplici, e -tutti i grandi dipinti lo sono. - -La Trasfigurazione di Raffaello è un esempio eminente di questo merito -particolare. Una bellezza calma e benigna brilla in tutta quest’opera e -va direttamente al cuore. Pare quasi che vi chiami per nome. Il dolce e -sublime viso di Gesù sta al disopra d’ogni lode, pure come disinganna -tutte le grandi speranze! Questo atteggiamento familiare, semplice, -domestico, ci dà l’impressione di ritrovare un amico. L’esperienza -dei negozianti di quadri ha il suo valore, ma non ascoltate la loro -critica, quando il vostro cuore è toccato dal genio. Il quadro non -fu dipinto per essi, fu dipinto per voi; per coloro che hanno occhi -sensibili alla semplicità e alle nobili emozioni. - -Pure, dette sì belle cose riguardo all’arte, noi dobbiamo finire con -una confessione sincera: che le arti, come noi le conosciamo, non -sono che iniziali. Le nostre lodi migliori sono date per ciò cui esse -mirarono e promisero, non per il loro reale risultato. Poca fede ha -nelle risorse dell’uomo, colui che crede che la miglior età della -produzione artistica sia passata. Il valore reale dell’Iliade o della -Trasfigurazione, sta come segno di potenza: flutti o increspature della -grande corrente della tendenza; pegni dello sforzo Eterno per produrre, -che anche nel suo peggiore stato l’anima tradisce. L’arte non è ancora -giunta alla sua maturità, se non si collega con le più potenti attività -del mondo, se non è pratica e morale; se non vive in relazione con -la coscienza, se non fa sentire ai poveri e ai rozzi, che essa loro -si rivolge con una parola di alto incoraggiamento. Vi è per l’Arte -un’opera più alta che le arti. Queste sono abortive nascite di un -istinto imperfetto o viziato. L’Arte è il bisogno di creare; ma nella -sua essenza, immensa ed universale, è impaziente di lavorare pur con -mani difettose od impacciate, e di produrre gobbi e mostri, come sono -tutti i dipinti e tutte le statue. Il suo fine è niente meno che la -creazione dell’uomo e della natura. Un uomo dovrebbe trovare in ciò uno -sfogo per tutta la sua energia. Egli può dipingere e scolpire finchè -egli lo può. L’Arte dovrebbe rallegrare ed abbattere gli ostacoli delle -circostanze da ogni lato, risvegliando nell’osservatore lo stesso senso -di universale relazione e di potere che l’opera rivelò nell’artista, -mentre il suo più alto effetto è quello di produrre artisti nuovi. - -La Storia è di già vecchia abbastanza per far testimonianza delle -vecchie età e della scomparsa delle arti particolari. L’arte della -scultura è da lungo tempo morta per qualsiasi effetto reale. Essa -era originariamente un’arte utile, un modo di scrivere, un annale -della gratitudine o della devozione del selvaggio, e fra popoli che -possedevano una meravigliosa percezione della forma, questa scultura -fanciullesca fu condotta al massimo splendore dell’effetto. Ma essa è -il giuoco di un rude e giovane popolo, e non il virile lavoro di una -nazione saggia e spirituale. Sotto una quercia carica di foglie e di -ghiande, sotto un cielo fulgido di occhi eterni, io mi sento in una -strada movimentata, piena di vita, ma nelle opere delle nostre arti -plastiche, e specialmente della scultura, la creazione è cacciata in -un angolo. Io non posso celare a me stesso che nella scultura vi è -una certa apparenza di meschinità, come di cosa puerile, e una certa -finzione di teatro. La Natura sorpassa tutti i nostri modi di pensare, -e noi non troviamo ancora il suo segreto. Ma la galleria si sottomette -ai nostri modi, e vi è un momento in cui essa diviene frivola. Non mi -fa meraviglia che Newton con la sua attenzione abitualmente rivolta al -cammino dei pianeti e del sole, si sia stupito dell’ammirazione del -Conte di Pembroke per i «pupazzi di pietra». La Scultura può servire -per insegnare all’allievo quanto profondo sia il segreto della forma, -e come puramente lo spirito possa tradurre i suoi significati in -quell’eloquente dialetto. Ma la statua apparirà fredda e falsa davanti -a quell’attività nuova, che abbisogna di plasmare tutte le cose, che -non soffre contraffazioni e cose che non siano vive. La Pittura e la -Scultura sono le celebrazioni e le festività della forma. Ma l’arte -vera non è mai irrigidita, bensì è sempre fluente. La musica più dolce -non sta nell’oratorio, ma nella voce umana quando essa parla, dalla sua -vita attiva, parole di tenerezza, di verità o di coraggio. L’oratorio -ha di già perduta la sua delazione con il mattino, con il sole e -con la terra, ma quell’umana voce persuasiva è intonata con essi. -Tutte le opere d’arte non dovrebbero essere prodotti staccati, bensì -«estemporanei». Un grande uomo è una nuova statua in ogni atteggiamento -ed azione. Una bella donna è un dipinto che fa nobilmente impazzire chi -la osserva. La vita può essere lirica od epica, così come un poema od -un romanzo. - -Una vera enunciazione della legge della creazione, (se si trovasse -un uomo degno di enunciarla), porterebbe l’arte su, nel regno della -natura, e distruggerebbe la sua separata e contrastata esistenza. Le -sorgenti dell’inventiva e della bellezza nella società moderna sono -tutt’altro che inaridite. Una novella popolare, un’opera di teatro -od una sala da ballo, ci fanno sentire che noi siamo tutti degli -accattoni nel grande ricovero di mendicità del mondo, senza dignità, -senza abilità, e senza iniziativa. L’arte è così povera e bassa. La -vecchia tragica Necessità, che si abbassa sulle fronti stesse delle -Veneri e dei Cupidi dell’Antico tempo e fornisce l’unica discolpa per -l’intrudersi di tali anomale figure della natura — poichè esse erano -inevitabili; e l’artista era ebbro di passione per la forma cui egli -non poteva resistere e che esprimeva in queste belle stravaganze — la -vecchia Necessità, dico, non eleva più a qualche dignità il cesello od -il pennello. Ma l’artista ed il conoscitore ora non cercano nell’arte -che la mostra del loro talento od un rifugio dai mali della vita. -Gli uomini non sono contenti della figura che essi costruiscono nella -loro propria imaginazione, e fuggono nell’arte portando il loro senso -migliore in un oratorio, in una statua od in una pittura. L’Arte fa lo -stesso sforzo che fa una prosperità materiale; cioè distacca il bello -dall’utile, compie il lavoro come una cosa inevitabile, ed odiandolo, -passa al godimento. Queste consolazioni e queste compensazioni però, -questa separazione della bellezza dall’utile, non sono permesse dalle -leggi della natura. Così tosto come la bellezza è richiesta, non dalla -religione o dall’amore, ma dal piacere, essa degrada il richiedente. -L’alta bellezza non è più a lungo raggiungibile da lui sulla tela -o nella pietra, nel suono o nella costruzione lirica; una bellezza -effeminata, prudente, malaticcia, che non è bellezza, è tutto ciò che -può essere formata; perchè la mano non può mai eseguire cosa alcuna più -alta di ciò che il carattere può ispirare. - -L’arte che così disgiunge, è essa stessa per la prima disgiunta. -L’arte non deve essere un’abilità superficiale, ma deve aver inizio -più addentro nell’uomo. Ora gli uomini non vedono la natura bella, e -s’accingono a fare una statua che lo sia. Essi aborriscono gli uomini -privi di gusto, sciocchi ed inconvertibili, e si consolano con scatole -di colori e blocchi di marmo. Rifuggono dalla vita come prosaica, e -creano una morte che essi chiamano poetica. Conducono a termine le -fatiche del giorno e volano a sogni voluttuosi. Mangiano e bevono, -per poter attuare dopo l’ideale. Così l’arte è resa vile; il suo nome -suggerisce alla mente il suo senso secondario e cattivo, essa giace -nell’immaginazione come qualcosa di contrario alla natura, colpita a -morte fin dal principio. Non sarebbe meglio incominciare più in alto -— servire l’ideale prima di mangiare e bere, anzichè servire l’ideale -mangiando e bevendo e respirando, e in tutte le funzioni della vita? -La bellezza deve ritornare alle arti utili, e la distinzione fra le -arti belle e le arti utili deve essere dimenticata. Se la storia fosse -con veridicità narrata, se la vita fosse nobilmente spesa, sarebbe in -breve facile e possibile il distinguere l’una dall’altra. In natura -tutto è utile, tutto è bello. Tutto è pertanto bello, perchè è vivo, -perchè si muove, perchè è riproduttivo; tutto è pertanto utile, -perchè è simmetrico e bello. La bellezza non verrà al richiamo di una -legislatura, nè ripeterà in Inghilterra od in America la sua storia -della Grecia. Verrà, come sempre, senza annunzio, e germoglierà fra -i piedi degli uomini coraggiosi e seri. Invano noi attendiamo che -il genio ripeta i suoi miracoli delle arti antiche; è suo istinto -trovare bellezza e santità nei fatti nuovi e necessari, nei campi -e nelle strade di campagna, nei negozi e nelle officine. Procedendo -da un cuore religioso essa innalzerà ad utile divino la ferrovia, la -compagnia di assicurazioni, la borsa, il nostro commercio, la batteria -elettrica, il prisma, la pila, la storta del chimico, nelle quali ora -noi cerchiamo soltanto un utile economico. Non è l’aspetto egoistico -ed anche crudele dei nostri grandi lavori meccanici, dei mulini, -delle ferrovie e delle macchine, l’effetto degli impulsi mercenari -a cui questi lavori ubbidiscono? Quando i suoi compiti sono belli -ed adeguati, un bastimento attraversando l’Atlantico fra la vecchia -e la nuova Inghilterra, e arrivando ai suoi porti con la puntualità -di un pianeta, rappresenta un passo dell’uomo verso l’armonia con la -natura. Il battello che a Pietroburgo naviga lungo la Lena per mezzo -del magnetismo, abbisogna di poco per essere sublime. Quando la scienza -sarà dotta in amore, ed i suoi poteri saranno retti dall’amore, essi -appariranno i supplementi e le continuazioni della creazione materiale. - - - - -SERIE II - - - - -PRIMO SAGGIO - -IL POETA - - -Coloro che sono stimati arbitri del gusto, sono spesso persone, le -quali hanno acquistata la conoscenza di ammirate pitture o sculture, -ed hanno una tendenza verso ciò che è elegante; ma se poi domandate se -essi siano anime belle e se le loro proprie azioni siano come belle -pitture, voi verrete a sapere che sono egoisti e sensuali. La loro -cultura è locale; è come se voi strofinaste un pezzo di legno secco -in un solo punto per produrre del fuoco, mentre tutto il resto rimane -freddo. La loro conoscenza delle belle arti consiste in qualche studio -di leggi e di particolarità o in qualche ristretta nozione del colore -o della forma, acquisita per divertimento o per vanagloria. È una prova -della superficialità della dottrina del bello, come essa è nella mente -dei nostri _amateurs_, il fatto che gli uomini sembrano aver perduta -la percezione della instante dipendenza della forma dall’anima. Non -vi è una dottrina delle forme nella nostra filosofia. Noi fummo posti -nei nostri corpi, come il fuoco è posto in un recipiente per essere -portato fuori; ma non vi è alcun accurato accomodamento fra lo spirito -e l’organo, ed ancora meno questo è la germinazione di quello. Così, -riguardo alle altre forme, gli uomini intellettuali non credono in -alcuna dipendenza essenziale del mondo materiale dal pensiero e dalla -volontà. I teologi credono sia un grazioso castello in aria il parlare -del significato spirituale di un bastimento o di una nuvola, di una -città o di un contratto, ed essi preferiscono ritornare sul solido -terreno dell’evidenza storica; e i poeti stessi sono lieti di un civile -e conforme modo di vita, e di trarre poemi dalla fantasia, a sicura -distanza dalla loro propria esperienza. Ma le più alte menti del mondo -non hanno mai cessato dall’esplorare il significato doppio, o diciamo -quadruplo, centuplo, di ogni fatto dei sensi: così fecero Empedocle, -Eraclito, Platone, Plutarco, Dante, Swedenborg, ed i maestri della -scultura, pittura e poesia. Poichè noi non siamo recipienti da porvi il -fuoco e nemmeno portatori di fuoco o di torcie, ma siamo i figli del -fuoco, fatti di esso, e solamente la stessa divinità trasmutata due -o tre volte. E la verità nascosta, che le sorgenti donde tutto questo -fiume del tempo e le sue creature sorgono, sono intrinsecamenti ideali -e belle, ci porta alla considerazione della natura e delle funzioni del -poeta o dell’uomo della bellezza, dei mezzi e dei materiali che egli -usa, e dell’aspetto generale della sua arte nel tempo presente. - -L’ampiezza del problema è grande, poichè il poeta è rappresentativo. -Egli sta fra gli uomini parziali quale un uomo completo, e informa noi -non della sua ricchezza ma della comune ricchezza. Il giovane riverisce -gli uomini di genio perchè, per dire il vero, essi sono più lui stesso -di quanto sia egli stesso. Essi ricevono dall’anima come egli pure -riceve, ma essi ricevono di più. La natura esalta la sua bellezza -agli occhi degli uomini che amano, con la credenza che allo stesso -tempo il poeta contempla le sue parvenze. Egli è isolato fra i suoi -contemporanei dalla verità e dall’arte, ma v’è nelle sue imprese questo -confortevole pensiero, che queste attireranno tardi o tosto tutti gli -uomini. Poichè tutti gli uomini traggono vita dal vero e giacciono -bisognosi di espressione. Nell’amore, nell’arte, nell’avarizia, nella -politica, nel lavoro, nel giuoco, noi cerchiamo di pronunciare il -nostro doloroso segreto. L’uomo è solo una metà di se stesso, l’altra -metà è la sua espressione. - -Nonostante questa necessità di aprire la propria anima, è rara -l’espressione adeguata al caso. Io non so perchè noi abbisognamo -di un interprete; ma la grande maggioranza degli uomini pare esser -composta di minorenni, che non sono ancora entrati in possesso dei -loro beni, o di muti, che non possono ripetere la conversazione avuta -con la natura. Non vi è uomo che non veda un’utilità supersensuale nel -sole, nelle stelle, nella terra e nell’acqua. Queste cose esistono e, -secondo lui, attendono per render all’uomo un servizio determinato. -Ma vi è qualche ostacolo o qualche eccesso di accidia nella nostra -costituzione, che non permette ad esse di produrre il dovuto effetto. -Le impressioni della natura cadono su di noi troppo debolmente per far -di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe penetrare. Ogni uomo dovrebbe -esser tanto artista da poter narrare nella conversazione ciò che gli -è accaduto. Ancora, nella nostra esperienza, i raggi od i contatti -hanno forza sufficiente per giungere ai sensi, ma non sufficiente -per penetrare nel vivo, ed obbligarci alla riproduzione di essi nel -discorso. Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in bilancio, -è l’uomo senza impedimento, che vede e maneggia ciò che gli altri -sognano, che attraversa l’intiera graduazione dell’esperienza, ed è il -rappresentante dell’uomo, in virtù d’esser il più ampio potere che dà e -riceve. - -L’Universo ha tre figli, nati allo stesso tempo, che riappaiono sotto -nomi differenti, in ogni sistema di pensiero, siano essi chiamati -causa, azione od effetto; o più poeticamente, Giove, Plutone, -Nettuno; o teologicamente, il Padre, lo Spirito Santo, il Figlio; e -che chiameremo qui: il Conoscitore, il Facitore, il Dicitore. Questi -rappresentano rispettivamente l’amore del vero, l’amore del bene, -l’amore del bello. Questi tre sono uguali. Ciascuno di loro è, ciò -che è essenziale, cosicchè non può essere sorpassato od analizzato; e -ciascuno dei tre ha in sè il potere degli altri latente, oltre il suo -proprio potere manifesto. - -Il poeta è il Dicitore, colui che denomina e rappresenta il bello. -Egli è un sovrano e sta nel centro. Poichè il mondo non è dipinto, -nè adornato, ma è bello fin dal principio; e Dio non ha creato delle -cose belle, ma la Bellezza stessa è la creatrice dell’Universo. Però -il poeta non è un’autorità ammessa, ma è imperatore per suo proprio -diritto. La critica è infestata da una tendenza materialistica, che -afferma essere l’abilità manuale e l’attività il primo merito di tutti -gli uomini, e disprezza coloro che dicono e non fanno, dimenticando che -alcuni uomini, cioè i poeti, sono naturali dicitori, mandati in questo -mondo a cura dell’espressione, e li confonde con coloro che abbandonano -il loro campo, che è l’azione, per imitare i dicitori. Ma le parole -d’Omero sono così care ed ammirevoli per Omero, come le vittorie di -Agamennone lo sono per Agamennone. Il poeta non attende l’eroe od -il saggio, ma come essi per prima cosa agiscono e pensano, così egli -per prima cosa scrive ciò che egli vuole e ciò che deve essere detto, -riputando gli altri, sebbene primari, secondari e servitori rispetto -a lui e come persone in posa o modelli nello studio del pittore o come -assistenti che portano materiali di costruzione all’architetto. - -Poichè la poesia fu scritta tutta prima dei tempi, ogni qualvolta -noi siamo così splendidamente organizzati da poter penetrare in -quella regione dove l’aria è musica, udiamo armoniosi gorgheggi, -che tentiamo di scrivere; ma poichè perdiamo di tanto in tanto una -parola od un verso noi lo sostituiamo con qualcosa di nostro, e -trascriviamo erroneamente il poema. Gli uomini di udito più delicato, -scrivono queste cadenze più fedelmente, e queste trascrizioni, -sebbene imperfette, divengono i canti delle nazioni. Perchè la natura -è veramente bella come è buona o conforme a ragione, e tanto deve -apparire quanto deve essere fatta o conosciuta. Le parole ed i fatti -sono modi completamente indifferenti dell’energia divina. Le parole -sono anche azioni, e le azioni sono una specie di parole. - -Il segno ed il riconoscimento del poeta sta in ciò, che egli annunzia -ciò che nessun uomo ha predetto. Egli è il vero e l’unico dottore; egli -sa e dice; egli è l’unico che dice le novità, perchè egli fu presente -ed edotto delle apparizioni, che egli descrive. Egli è un contemplatore -delle idee, ed un enunziatore delle cose necessarie e causali. Noi ora -non parliamo degli uomini che hanno un talento poetico e dell’abilità -nel fare il verso, ma del vero poeta. Io presi parte l’altro giorno -ad una conversazione riguardante un recente scrittore di liriche, -un uomo di mente sottile, il cui cervello pareva essere una piccola -cassa armonica piena di note e di ritmi delicati, e la cui abilità e -maestrìa di stile non potevamo sufficientemente lodare. Ma quando sorse -la questione se egli non fosse solo un lirico, ma un poeta, noi fummo -obbligati a confessar essere lui semplicemente un contemporaneo, non -un uomo eterno. Egli infatti non emerge al disopra delle nostre basse -limitazioni, come un Chimborazo sotto l’equatore, innalzandosi da una -base torrida e passando, a misura che si innalza, per tutti i climi del -mondo, attraverso a zone di vegetazione di ogni latitudine; ma egli è -come il giardino pittoresco di una casa moderna, adornato di fontane -e di statue, con uomini e donne bene educati, che stanno in piedi o -seggono lungo i viali e le terrazze. Noi udiamo attraverso tutta la -sua musica variata, il vecchio tono della vita convenzionale. I nostri -poeti sono uomini di talento che cantano, non i figli della musica. -L’argomento è secondario, il compimento dei versi è primario. - -Però non è il metro, ma l’argomento degno del metro, che fa d’un poema -un pensiero così appassionato e vivo, che, come lo spirito di una -pianta o di un animale, ha un’architettura sua propria, ed adorna la -natura con nuove cose. Il pensiero e la forma sono uguali nell’ordine -del tempo, ma nell’ordine della genesi il pensiero è anteriore alla -forma. Il poeta ha un nuovo pensiero: egli ha una completa nuova -conoscenza da sviluppare; egli ci dirà come essa venne a lui, e -tutti gli uomini saranno partecipi della sua fortuna. L’esperienza -di ogni nuova età richiede una nuova confessione, ed il mondo sembra -attendere sempre il suo poeta. Mi ricordo, quando ero giovane, quanto -fui commosso un mattino dalla notizia che il genio era apparso in un -giovane, che mi sedeva vicino a tavola. Egli aveva lasciato il suo -lavoro, ed era andato vagando nessuno sapeva dove, ed aveva scritto -centinaia di righe, ma non poteva dire se ciò che era in lui fosse ciò -che aveva scritto: egli poteva dire nulla senonchè tutto era cambiato -— l’uomo, la bestia, il cielo, la terra, il mare. Come ascoltavamo -felici! e quanto credulmente! La società sembrava essere compromessa. -Noi sedevamo nell’aurora di un giorno, che doveva spegnere tutte le -stelle. Boston sembrava essere a distanza doppia e più di quanto fosse -la notte anteriore. Roma (che cosa era Roma?), Plutarco e Shakespeare -erano sbiaditi e di Omero non si doveva neppur più parlare. È già -molto sapere che la poesia è stata scritta oggi stesso, sotto lo -stesso tetto, vicino a voi. Come?! Quel meraviglioso spirito non è -spirato! Questi momenti granitici sono ancora lucenti ed animati! Io -avevo immaginato che tutti gli oracoli fossero silenziosi, e che la -natura avesse spento i suoi fuochi; ed ecco! tutta la notte, da ogni -poro, queste belle aurore brillarono. Ciascuno ha qualche interesse -nell’avvento del poeta, e nessuno sa quanto ciò possa toccarlo da -vicino. Noi sappiamo che il segreto del mondo è profondo, ma noi non -sappiamo chi o che cosa ci servirà da interprete. Una passeggiata in -montagna, una fisionomia nuova, una nuova persona, può mettere la -chiave nelle nostre mani. Naturalmente il valore del genio per noi -sta nella veracità delle sue relazioni. Il talento può scherzare e -fingere; il genio realizza ed aggiunge. Il genere umano, tanto se ne è -servito per comprendere se stesso e le sue opere, che la più avanzata -sentinella sul monte annunzia le sue novelle. Esse arrecano la più -veritiera parola mai pronunziata, e la frase sarà la più propizia, la -più musicale, la più infallibile voce del mondo, in quel dato momento. - -Tutto ciò che noi chiamiamo storia sacra, afferma che la nascita di -un poeta è l’evento principale nella cronologia. L’uomo così sovente -ingannato, ancora attende la venuta di un fratello che possa saldamente -avvincerlo ad una verità, fintantochè non l’abbia fatta sua. Con quale -gioia io m’appresto a leggere un poema, nel quale io confido come in -un’ispirazione! Ed ora le mie catene debbono essere infrante; io salirò -sopra quelle nuvole e quell’aria opaca in cui vivo, — opaca anche se -pare trasparente — e dal cielo della verità vedrò e comprenderò le -mie relazioni. Ciò riconcilierà me con la vita, e rinnoverà la natura -il vedere delle inezie animate da una tendenza, ed il sapere ciò che -sto facendo. La vita non sarà più un frastuono, io potrò vedere uomini -e donne, e conoscere i segni per mezzo dei quali essi possono essere -riconosciuti dai pazzi e dai demoni. Questo giorno sarà migliore del -giorno della mia nascita, in quello io divenni animale: in questo io -sono condotto nella pura scienza. Tale è la speranza, ma il godimento -è posposto. Più spesso accade che quest’uomo alato, che dovrebbe -portarmi in cielo, mi butta nelle nebbie, poi salta e folleggia di -nuvola in nuvola, affermando ancora che egli è diretto verso il cielo; -ed io essendo novizio, sono tardo nell’osservare che egli non conosce -le vie del cielo; ma che vuole soltanto che io ammiri la sua abilità -nell’innalzarsi, come fa un uccello od un pesce volante, dal terreno -o dall’acqua; ma costui non abiterà mai la volta del cielo, che tutto -penetra, tutto nutre e tutto vede. Io ricado tosto e nuovamente -nei miei vecchi cantucci e conduco la stessa precedente vita di -esagerazioni, avendo perduta la mia fede nella possibilità di una guida -che possa condurmi ove io vorrei andare. - -Ma lasciando queste vittime della vanità, osserviamo, con nuova -speranza, come la natura con più degno impulso abbia assicurato -la fedeltà del poeta al suo ufficio di nunzio e di affermatore per -mezzo della bellezza delle cose, bellezza che diviene nuova e più -alta quando è espressa. La Natura offre a lui le sue creature come -pitture parlanti. L’oggetto usato come tipo, acquista un secondo e -maraviglioso valore, di gran lunga più alto dell’antico; allo stesso -modo che una semplice corda tesa della nave, diviene musicale nella -brezza, se avvicinate ad essa il vostro orecchio. «Cose più eccellenti -di qualsiasi imagine — dice Jamblichus — sono espresse attraverso -le imagini». Le cose possono usarsi come simboli, perchè la natura -è un simbolo nel complesso ed in ogni parte. Ogni linea che possiamo -disegnare sulla sabbia ha espressione, e non vi è alcun corpo senza -il suo spirito o genio. Ogni forma è uno sforzo del carattere; ogni -condizione uno sforzo della qualità della vita; ogni armonia, della -salute; e, per questa ragione, una percezione di bellezza dovrebbe -essere corrispondente o propria solo al buono. Il bello riposa sulle -basi del necessario. L’anima fa il corpo, insegna il saggio Spencer: -«Come ogni spirito, esso è il più puro, ed ha in sè la più celestiale -luce, e tende ad abitare nel più bel corpo, ed esso più vagamente -adorna con gioconda grazia ed amabile sguardo. Poichè dall’anima il -corpo forma prende, perchè l’anima è forma e produce il corpo». - -Qui ci troviamo, subitamente, non nei piacevoli passi di una -speculazione critica, ma in un luogo sacro, e dovremmo avanzare molto -prudentemente e reverentemente. Noi siamo davanti al secreto del mondo, -là dove l’Essere passa nell’Apparenza, e l’Unità nella Varietà. - -L’Universo è l’esternarsi dell’anima. Ovunque vi è la vita, quella -vi si precipita attorno. La nostra scienza è sensuale, e perciò -superficiale. Noi trattiamo sensualmente la terra ed i corpi celesti; -la fisica e la chimica, come se essi fossero auto-esistenti; ma questi -sono il seguito di quell’Essere che noi possediamo. «Il potente Cielo — -disse Proclo — mostra nelle sue trasfigurazioni chiare immagini dello -splendore delle percezioni intellettuali, essendo mosse in unisono -con gli invisibili periodi delle nature intellettuali». Perciò la -scienza va sempre unita alla giusta elevatezza dell’uomo, procedendo -in un con la religione e la metafisica; o lo stato della scienza è un -indice della nostra auto-conoscenza. Siccome ogni cosa nella natura -risponde ad un potere morale, se un fenomeno qualsiasi rimane oscuro ed -incomprensibile, si è perchè la corrispondente facoltà dell’osservatore -non è ancora attiva. - -Non v’è da meravigliarsi adunque se queste acque sono così profonde, -che noi ci soffermiamo con un sentimento religioso. La bellezza della -favola prova al poeta ed agli altri l’importanza del senso, o se -volete, ogni uomo è poeta tanto da essere sensibile a questi fascini -della natura; poichè tutti gli uomini posseggono i pensieri, dei -quali l’Universo è la celebrazione. Io trovo che il fascino risiede -nel simbolo. Chi ama la natura? Chi non la ama? Sono soltanto i poeti -e gli uomini raffinati e côlti che vivono con essa? No, bensì anche -i cacciatori, i coltivatori, i domestici ed i macellai, sebbene essi -dimostrino il loro attaccamento alla natura con la scelta della loro -vita e non con la scelta delle loro parole. Lo scrittore si domanda -che cosa può trovare il cocchiere od il cacciatore nelle carrozze, -nei cavalli e nei cani; non certo qualità superficiali. Quando parlate -con lui egli considera queste cose così poco come voi le considerate; -ma la sua adorazione è simpatica; egli non ha definizioni: ma egli -è comandato per natura, dal potere vivente che egli sente esser -là presente. Nessuna imitazione o rappresentazione di queste cose -lo accontenterebbero; egli ama la forza del suo vento del nord, -della pioggia, della pietra, del legno e del ferro. Una bellezza -inesplicabile è più cara di una bellezza che noi possiamo osservare -fino alla fine. Il simbolo è la natura, la natura che conferma il -soprannaturale, il corpo inondato dalla vita, che egli adora con riti -ruvidi ma sinceri. - -L’intimità e il mistero di questo attaccamento conduce gli uomini di -ogni classe all’uso di emblemi. Le scuole dei poeti e dei filosofi non -sono maggiormente ebbre dei loro simboli di quanto lo sia la plebaglia -dei suoi. Computate il valore dei distintivi e degli emblemi nei nostri -partiti politici. Guardate la grande palla che essi fanno rotolare da -Baltimora a Bunker Hill! Nelle processioni politiche, Lowell va con -un remo, Lynn con una scarpa, e Salem con un bastimento. Guardate il -barile di Sidro, la capanna del legnaiuolo, il bastone di noce, il -palmizio, e tutti i distintivi del partito. Vedete il potere degli -emblemi nazionali, delle stelle, dei gigli, dei leopardi. Una mezza -luna, un leone, un’aquila od altro, che vennero in onore Dio sa come, -sopra un vecchio straccio di lana, svolazzante al vento, sopra un -forte, all’estremità della terra, farà circolare più veloce il sangue -sotto la più rude e la più convenzionale esteriorità. - -Gli uomini s’immaginano d’odiare la poesia, eppure essi sono tutti -poeti e mistici! - -Oltre questa universalità del linguaggio simbolico, noi siamo informati -della divinità di questo uso superiore delle cose (dacchè il mondo è un -tempio le cui mura sono ricoperte di emblemi, pitture e comandamenti -della deità) in ciò, che non vi è nessun fatto naturale che non porti -l’intiero senso della natura, e la distinzione che noi facciamo di -eventi e di affari, di alto e basso, di onesto e vile, scompaiono -quando la natura è usata come simbolo. Il pensiero rende tutte le cose -atte all’uso. Il vocabolario di un uomo omnisciente conterrebbe parole -ed imagini, escluse dalla conversazione educata. Ciò che sarebbe basso, -o perfino osceno all’osceno, diviene illustre se espresso in una nuova -relazione di pensiero. La pietà dei profeti Ebrei purifica la loro -grossolanità. La circoncisione è un esempio del potere della poesia di -innalzare il basso e l’inverecondo. — Le cose piccole e vili servono -così bene come i grandi simboli. Più basso è il tipo, per mezzo del -quale una legge è espressa, e più pungente essa è, più a lungo dura -nella memoria degli uomini; appunto come noi scegliamo talora la più -piccola cassetta per portare qualche utile strumento. Semplici elenchi -di parole divengono suggestivi per una mente eccitata e fantastica; -così si racconta che Lord Chatham fosse abituato a leggere il -dizionario di Baily quando si preparava a parlare in Parlamento. La più -povera esperienza è ricca abbastanza per tutti i propositi del pensiero -da esprimere. Perchè ambire ad una conoscenza di fatti nuovi? Il Giorno -e la Notte, la casa ed il giardino, pochi libri e poche azioni, ci -servono così bene come ci servirebbero tutti i commerci e tutti gli -spettacoli. Noi siamo lungi dall’avere esaurito il significato dei -pochi simboli che usiamo. Noi possiamo ritornare al loro uso ancora con -una terribile semplicità. Non vi è bisogno che un poema sia lungo. Ogni -parola fu una volta un poema. Ogni nuova relazione è una nuova parola. -Anche noi usiamo difetti e deformità per iscopi sacri, esprimendo così -il nostro convincimento che i mali del mondo sono tali solamente agli -occhi dei cattivi. Nella vecchia mitologia, osservano gli studiosi di -mitologia, dei difetti sono ascritti alle nature divine; Vulcano fu -zoppo, Cupido fu cieco, e simili, e ciò per significare esuberanza. - -È la rimozione ed il distacco dalla vita di Dio che fa le cose -brutte, ed il poeta che riattacca le cose alla natura ed al tutto — -(riattaccando anche le cose artificiali e le violazioni della natura -alla natura, per una visione più profonda) dispone molto facilmente -dei più sgradevoli fatti. I lettori di poesia vedono la fattoria del -villaggio e la ferrovia, e immaginano che la poesia del paesaggio sia -scomparsa; poichè queste forme d’arte non sono ancora consacrate nella -loro lettura; ma il poeta le vede cadere nel grande ordine non meno che -l’alveare o la tela geometrica del ragno. La Natura le adotta molto -presto nei suoi circoli vitali, ed essa ama il lungo treno fuggente, -come una cosa sua. Inoltre per una mente equilibrata non importa quante -invenzioni meccaniche voi mostriate! Anche se ne aggiungerete dei -milioni, naturalmente i fatti della meccanica non hanno guadagnato un -dramma di peso. Il fatto spirituale rimane inalterabile per mezzo di -molti o di pochi particolari; così come nessuna montagna è d’altezza -abbastanza elevata da rompere la curva della sfera. Un astuto ragazzo -di campagna va in città per la prima volta, ed il compiangente -cittadino non è soddisfatto della sua poca meraviglia. Non è che egli -non veda tutte le belle cose, e non sappia che egli non ne vide mai -di così belle prima, ma egli dispone di esse tanto facilmente quanto -il poeta della sua ferrovia. Il principale valore del fatto nuovo è di -innalzare il grande e costante fatto della vita, che può rimpicciolire -ogni e qualsiasi circostanza, e per il quale i pendagli di conchiglie -degli Indiani ed il commercio d’America sono la stessa cosa. - -Il mondo essendo sottoposto alla mente come un verbo e come un nome, -il poeta è colui che lo può esprimere. Poichè, sebbene la vita sia -grande ed affascini ed assorba, e sebbene tutti gli uomini siano -conscii dei simboli attraverso i quali essa è mentovata, pure essi -non possono usarli. Noi siamo simboli e dimoriamo nei simboli; -operai, lavoro, parole e cose, nascita e morte, tutti sono emblemi; -ma noi simpatizziamo con i simboli, ed essendo infatuati dell’utilità -economica delle cose, noi ignoriamo che essi sono pensieri. Il poeta, -per mezzo di un’ulteriore percezione intellettuale, dà loro un potere -che fa dimenticare il loro vecchio uso, e che dà gli occhi e la parola -ad ogni oggetto muto ed inanimato. Egli scopre l’indipendenza del -pensiero dal simbolo, la stabilità di quello, l’accidentalità e la -fugacità di questo. Come gli occhi di Linceo — si disse — vedevano -attraverso la terra, così il poeta trasforma il mondo in un cristallo, -e ci mostra tutte le cose nelle loro varietà, e nel loro procedere. -Poichè, per mezzo della percezione più sottile, egli si trova d’un -passo più vicino alle cose, ed osserva il loro flusso o la loro -metamorfosi, percepisce la multiformità del pensiero; vede che dentro -la forma di qualsiasi individuo vi è una forza che lo spinge verso una -forma più alta; e seguendo coi suoi occhi la vita, usa la forma che -esprime quella vita, e così il suo discorso scorre con lo scorrere -della natura. Tutti i fatti dell’economia animale, del sesso, del -nutrimento, della gestazione, della nascita, dello sviluppo, sono -simboli del passaggio del mondo nell’anima dell’uomo, per sopportare -un mutamento e riapparire poi un fatto nuovo e più alto. Egli usa -delle forme corrispondenti alla vita e non alla forma. Questa è la -vera scienza. Il poeta solo conosce l’astronomia, la chimica, la -vegetazione, la vitalità; però egli non si ferma su questi fatti, ma -li usa come segni. Egli sa perchè i campi dello spazio furono seminati -con quei fiori che chiamiamo soli, lune e stelle; egli sa perchè la -grande profondità è adorna di animali, di uomini, e di dèi; perchè, in -ogni parola che egli dice, egli cavalca su di essi, come corsieri del -pensiero. - -Per virtù di questa scienza il poeta è il Nominatore, il Facitore del -Linguaggio, chiamando le cose talvolta a seconda della loro essenza, e -dando a ciascuna il suo nome e non quello di un’altra, rallegrando con -ciò l’intelletto, che ama il distacco e la precisione. I poeti fecero -tutte le parole, e pertanto il linguaggio è l’archivio della storia, -e, se dobbiamo dirlo, una specie di tomba delle muse. Però, sebbene -l’origine della maggior parte delle nostre parole sia dimenticata, -ogni parola fu in principio un lampo di genio e fu divulgata perchè -in quel momento essa simbolizzava il mondo al primo parlatore ed al -primo uditore. L’etimologo scopre che la più morta parola è stata -una volta una brillante pittura. Il linguaggio è poesia fossile. Come -la calce del continente consiste di infinite masse di conchiglie di -piccolissimi animali, così il linguaggio è fatto di imagini, di tropi, -che ora per il loro uso secondario hanno da lungo tempo cessato di -ricordarci la loro origine poetica. Ma il poeta nomina la cosa perchè -egli la vede o si avvicina ad essa un passo più di chiunque altro. -Questa espressione, questo nominare, non è arte, ma una seconda -natura cresciuta dalla prima, come la foglia dall’albero. Ciò che noi -chiamiamo natura è una certa mozione od un certo mutamento regolato da -se stesso; la natura fa tutte le cose con le sue proprie mani, e non -lascia che altri la battezzi, ma si battezza da sè; e questo di nuovo -si ripete attraverso la metamorfosi. Mi ricordo che un certo poeta -me lo descrisse così: «Il Genio è l’attività che rimedia interamente -e parzialmente alla decadenza delle cose di specie materiale e -finita. La Natura, attraverso tutti i suoi regni, assicura se stessa. -Nessuno si occupa di seminare il povero fungo: così essa scuote dalla -capocchia di un solo agarico innumerevoli spore, ognuna delle quali, -conservandosi, trasmette nuovi miliardi di spore domani o dopodomani. -Il nuovo agarico di quest’ora ha un privilegio che il vecchio non ebbe. -Infatti questo atomo di seme è gettato in un nuovo posto, non soggetto -agli accidenti, che distrussero i suoi genitori due metri più lontano. -La natura produce un uomo; ed avendolo portato all’età matura, essa -non correrà più il rischio di perdere d’un tratto tale meraviglia, ed -infatti stacca da lui un altro essere uguale, affinchè la specie sia -al riparo dagli accidenti, ai quali l’individuo è esposto. Nello stesso -modo quando l’anima del poeta è giunta alla maturità del pensiero, essa -stacca e sparge i suoi poemi od i suoi canti: una progenie eroica, -vigile, immortale, sciolta dal regno del tempo: una progenie eroica, -animata di posteriorità, vestita d’ali (tali per la virtù dell’anima -donde essa venne) che la portano velocemente e lontano, e la fissano -irrevocabilmente nei cuori degli uomini. Queste ali sono la bellezza -dell’anima del poeta. I canti, fluendo così immortali dal loro mortale -genitore, sono seguiti da clamorosi scoppi di censure, che pullulano -in maggiore numero dei canti stessi e minacciano di divorarli; ma le -censure non sono alate. Alla fine di un brevissimo giro esse cadono -e si decompongono, non avendo ricevuto dalle anime che le produssero, -belle ali. Ma le melodie del poeta ascendono, palpitano e si immettono -nelle profondità del tempo infinito.» - -Questo m’apprese, usando le sue libere parole, il poeta. Ma la -natura ha nella produzione di nuovi individui un fine più alto che la -guarentigia, bensì quello dell’ascensione o del passaggio dell’anima in -forme più alte. Io conobbi nei miei verdi anni lo scultore che fece la -statua del giovane, che sta nel giardino pubblico. Mi ricordo che egli -non poteva dire direttamente ciò che lo rendeva felice od infelice, ma -per mezzo di meravigliose vie indirette egli lo poteva. Egli si alzò un -giorno, com’era suo costume, prima dell’aurora; contemplò lo spuntare -del mattino, grandioso come l’eternità donde proveniva, e per molti -giorni egli tentò di esprimere quella grandiosa calma, ed ecco! il suo -scalpello sbozzò nel marmo la forma di un bel giovane, Fosforo, il cui -aspetto è tale che, si dice, tutti coloro che lo guardano divengono -silenziosi. Il poeta anche si adatta alla sua «maniera», e il pensiero -che lo agitò è espresso, ma _alter idem_, in un modo totalmente nuovo. -L’espressione è organica od è quel nuovo tipo che le cose stesse -assumono quando sono liberate. Come al sole gli oggetti dipingono -la loro imagine sulla retina dell’occhio, così essi partecipando -all’aspirazione dell’intiero universo, tendono a dipingere nella mente -una molto più delicata copia della loro essenza. Il desiderare la -metamorfosi delle cose in forme organiche più elevate, è desiderare -il loro mutarsi in melodie. Sopra ogni cosa sta il suo demone o la sua -anima, e come la forma della cosa è riflessa dall’occhio, così l’anima -della cosa è riflessa da una melodia. Il mare, la catena di montagne, -il Niagara, ed ogni aiuola di fiori, preesistono o super-esistono -in pre-canti, che si innalzano come profumi nell’aria; e quando un -uomo qualsiasi dall’udito sufficientemente fine si avvicina, egli li -sente e tenta di scriverne le note senza indebolirli e depravarli. -E da ciò deriva la legittimazione della critica, nella fede della -mente, che i poemi sono una versione corrotta di qualche testo della -natura, ai quali dovrebbero corrispondere. Una rima in uno dei nostri -sonetti non dovrebbe essere meno piacevole dei ripetuti avvolgimenti -di una conchiglia marina, della somigliante varietà di un mazzo di -fiori. L’accoppiamento degli uccelli è un idillio non tedioso come lo -sono i nostri idillii; una tempesta è un’ode violenta senza falsità -od affettazione; un’estate con le sue messi tagliate, ammucchiate, -raccolte, è un ammirevole canto epico. Perchè la simmetria e la varietà -che modulano questi canti, non dovrebbero insinuarsi negli spiriti -nostri, e partecipare noi alle invenzioni della natura? - -Questa penetrazione, che esprime se stessa per mezzo di ciò che -si chiama _Imaginazione_, è un altissimo punto di vista, che non -s’acquista con lo studio, ma con l’intelletto, con lo spartire il -cammino o il circuito delle cose attraverso le forme, facendole -così trasparenti agli altri. Il cammino delle cose è silenzioso. -Permetteranno esse che un parlatore le accompagni? Esse non -sopporteranno una spia; però un amante, ed un poeta, sono la -trascendenza della loro propria natura ed esse li soffriranno. -La condizione per meritare il vero nome di poeta sta in quel suo -sottomettersi alla divina aura, che spira attraverso le forme, e -nell’accompagnarla. - -Un segreto che qualsiasi uomo intellettuale rapidamente apprende è che -oltre l’energia del suo intelletto posseduto e conscio, egli è capace -di una nuova energia — (come di un intelletto piegato su se stesso) -per mezzo dell’abbandono alla natura delle cose; che, oltre il suo -potere privato come uomo individuo, vi è un grande potere pubblico, -al quale egli può spalancare a tutti i rischi i suoi spiragli umani, -ed essere dominato e penetrato dal suo etereo influsso. Allora egli -è preso nella vita dell’Universo, il suo discorso è buono, il suo -pensiero è legge e le sue parole sono universalmente intelligibili, -come le piante e gli animali. Il poeta sa di parlare adeguatamente -solo quando egli dice alcunchè selvaggiamente o «col fiore della -mente»; non con l’intelletto, usato come organo, ma con l’intelletto -sciolto da ogni schiavitù, e libero di prendere il suo indirizzo dalla -sua vita celestiale; o, come gli antichi usavano esprimersi, non con -l’intelletto solo, ma con l’intelletto inebriato di nettare. Come il -viaggiatore che ha perduta la sua via, getta le sue redini sul collo -del cavallo e si affida all’istinto dell’animale per trovare la sua -strada, così dobbiamo fare noi con l’animale divino che ci conduce -attraverso il mondo. Poichè se in un modo qualsiasi noi possiamo -stimolare questo istinto, nuovi orizzonti si aprono per noi nella -natura; la mente fluisce attraverso le cose più alte e più difficili e -la metamorfosi è possibile. - -Questa è la ragione per cui i poeti amano il vino, l’idromelo, i -narcotici, il caffè, il thè, l’oppio, i profumi del legno di sandalo -ed il tabacco, o qualsiasi altra cosa atta a procurare un godimento -animale. Tutti gli uomini si servono dei mezzi che possono per -aggiungere questo straordinario potere ai loro poteri normali; ed a -questo scopo essi tengono in pregio la conversazione, la musica, la -pittura, la scultura, il ballo, i teatri, i viaggi, le guerre, le -folle, gli incendi, il giuoco, la politica, o l’amore o la scienza -o l’ebbrezza animale, che sono sostituti _quasi_-meccanici del -vero nettare, che è il rapimento dell’intelletto approssimantesi -al fatto. Essi sono degli ausiliari alla tendenza centrifuga di un -uomo, al suo passaggio in un libero spazio, ed essi lo aiutano a -sfuggire alla vigilanza di quel corpo nel quale egli è rinchiuso, -e da quel cortile carcerario fatto di relazioni individuali, in cui -egli è confinato. Da ciò, un grande numero di coloro che erano, per -professione, i rivelatori del Bello, come i pittori, i poeti, i musici -e gli attori, hanno avuto più di ogni altro il costume di condurre -una vita di piacere e di rilassatezza; tutti, eccetto quei pochi, che -ricevettero il vero nettare; e siccome era questo un modo illegittimo -di raggiungere la libertà; siccome era questa non un’emancipazione -tendente ai cieli, ma alla licenza dei più vili luoghi, essi furono -puniti per tale privilegio, con il disfacimento e la deteriorazione. -Mai può alcun vantaggio essere preso dalla natura con la frode. Lo -spirito del mondo, la grande serena presenza del Creatore, non si fa -innanzi con le malìe dell’oppio o del vino. La sublime visione viene -all’anima pura e semplice, in un corpo netto e casto. Ciò che noi -dobbiamo ai narcotici non è ispirazione, ma un falso eccitamento e un -falso furore. Milton dice che il poeta lirico può bere vino e vivere -generosamente, ma il poeta epico, colui che deve cantare gli dèi e la -loro discesa fra gli uomini, deve bere acqua in una coppa di legno. -Poichè la poesia non è «Il vino del Demonio» ma il «vino di Dio». -Avviene in questo caso ciò che avviene con i trastulli. Noi colmiamo -le mani e le camere dei nostri bambini con ogni specie di bambole, di -tamburi e di cavalli, distraendo i loro occhi dal viso aperto della -natura e dai suoi sufficienti oggetti, quali il sole, la luna, gli -animali, l’acqua, le pietre, che dovrebbero essere i loro trastulli. -Così il modo di vita del poeta dovrebbe essere posto ad un grado così -umile e semplice che gli influssi comuni lo riempissero di letizia. La -sua gioia dovrebbe essere dono della luce del sole; l’aria dovrebbe -bastare alla sua ispirazione, ed egli dovrebbe esser ebbro d’acqua. -Quello spirito che basta ai cuori tranquilli, che sembra venire ad -essi da qualsiasi cespuglio d’erba, da ogni tronco di pino e da ogni -pietra a mezzo-sepolta e su cui batte il debole sole di marzo; viene ai -poveri ed agli affamati, ed a coloro che sono di semplici gusti. Se tu -riempi il tuo cervello di Boston e New York, di mode e di cupidigie, -e stimolerai i tuoi deperiti sensi con il vino ed il caffè, tu non -troverai raggio di sapienza nella solitaria distesa della pineta. - -Se l’immaginazione inebbria il poeta, non è inattiva presso gli altri -uomini. La metamorfosi eccita in chi la contempla un’emozione di gioia. -L’uso dei simboli ha un certo potere di emancipazione e di ricreazione -per tutti gli uomini. Essi sembrano essere toccati da una bacchetta, -che li faccia danzare e correre in giro, felici come bambini. Noi -siamo come persone che vengono da una cava o da una cantina, all’aria -aperta. Questo è l’effetto dei tropi, delle favole, degli oracoli e -di qualsiasi forma poetica, su di noi. I poeti sono perciò degli dèi -apportatori di libertà. Gli uomini hanno realmente ricevuto un nuovo -senso, ed hanno rinvenuto dentro il loro mondo un altro mondo od una -sorgente di mondi; poichè, una volta che la metamorfosi è contemplata, -noi indoviniamo che essa non s’arresta. Io non esaminerò ora quanto da -ciò derivi il fascino dell’algebra e della matematica, che hanno anche -i loro tropi; ma ciò è sentito in ogni definizione, così, ad esempio, -quando Aristotile definisce lo _spazio_ essere un recipiente immobile, -nel quale le cose sono contenute; — oppure quando Platone definisce -una linea come un punto fluente o la figura come il limite di un -solido, e così via. Quale lieto senso di arditezza noi proviamo quando -Vitruvio annunzia la vecchia opinione degli artisti, secondo la quale -nessun architetto può costruire bene una casa se non conosce un po’ -d’anatomia; quando Socrate, in Charmides ci dice che l’anima è guarita -dalle sue malattie per mezzo di certi incanti, e che questi incanti -sono belle ragioni, per mezzo delle quali si genera la temperanza -nelle anime; quando Platone chiama il mondo un animale; e Timeo afferma -che anche le piante sono animali, od afferma che un uomo è una pianta -celeste, che cresce verso l’alto con la sua radice, che ne è il capo; e -quando leggiamo le parole di Giorgio Chapman. - -«Come nella nostra pianta uomo, la cui nervosa radice fiorisce alla sua -sommità»; quando Orfeo parla delle canizie come di «quel bianco fiore -che segna l’estrema età»; quando Proclo chiama l’universo la statua -dell’intelletto; quando Chaucer, nella sua lode alla «Gentilesse» pone -il buon sangue in condizione uguale al fuoco, che anche portato nella -più scura casa che si possa trovare andando fino al monte Caucaso, -compierà ancora il suo naturale ufficio, ed arderà così brillantemente -come se ventimila uomini lo contemplassero; quando Giovanni vide -nell’Apocalisse la rovina del mondo per causa del male, e le stelle -cadere dal cielo, come il fico maturo dall’albero; quando Esopo enumera -le comuni relazioni quotidiane con maschere di uccelli e di bestie; -quando infine tutto ciò osserviamo, noi dobbiamo trarre l’ammonimento -dell’immortalità della nostra essenza, e delle sue varie consuetudini -e liberazioni e dire come dicono le gitane di loro stesse: «è inutile -impiccarle, esse non possono morire». - -I poeti sono così degli dèi liberatori. Gli antichi poeti Britannici -ebbero per loro motto: «Quelli che sono liberi attraverso il mondo». -Essi sono liberi e rendono liberi. Un libro di immaginazione ci rende -un servizio molto maggiore da principio, stimolandoci coi suoi tropi, -che dopo, quando arriviamo ad afferrare il senso preciso dell’autore. -Io credo che nulla abbia valore nei libri, se non il trascendentale -e lo straordinario. Se un uomo è infiammato e trasportato dal suo -pensiero ad un punto tale da dimenticare autori e pubblico, e si -cura solamente di questo suo unico sogno, che lo possiede come una -vertigine, lasciate che io legga le sue carte, e voi tenetevi tutti gli -argomenti, tutte le storie e tutte le critiche. Tutto il valore che -si ricollega a Pitagora, a Paracelso, a Cornelio Agrippa, a Cardano, -a Keplero, a Swedenborg, a Schelling, a Oken od a chiunque altro -che introduca fatti discutibili nella sua cosmogenìa, come angeli, -demoni, magìa, astrologia, mesmerismo e simili, è la prova ed una -nuova testimonianza dell’allontanamento dalle cose usate. Ciò che pure -rappresenta il migliore successo in conversazione, è quella magica -libertà, che pone il mondo come una palla, nelle nostre mani. Come pare -a buon mercato anche la libertà allora: quanto spregevole a studiarsi, -quando un’emozione comunica all’intelletto il potere di sondare e -scoprire la natura: quanto grande la prospettiva! nazioni, tempi, -sistemi, entrano e spariscono, come i fili nelle tappezzerie a grandi -figure e svariati colori; il sogno ci consegna al sogno, e mentre -l’ebbrezza dura, noi cederemo il nostro letto, la nostra filosofia, la -nostra religione, nella nostra opulenza. - -Vi è una buona ragione per cui dovremmo tenere in pregio questa -liberazione. La sorte del povero pastore, che accecato e sperduto nella -tempesta di neve, perisce sotto una valanga a pochi passi dalla sua -capanna, è l’emblema dello stato dell’uomo. Noi moriamo miserevolmente -sulla riva delle acque della vita e del vero. L’inaccessibilità di -ogni pensiero che non sia il nostro è prodigiosa. Nulla vale che lo -avviciniate; voi ne siete altrettanto remoti quando siete lontani, come -quando siete vicini. Ogni pensiero è anche una prigione; come lo è ogni -cielo. Perciò noi amiamo il poeta, l’inventore, colui che in qualsiasi -forma, sia essa un’ode od un’azione, uno sguardo o una linea di -condotta, ci ha dato un nuovo pensiero. Egli scioglie le nostre catene, -e ci ammette ad una nuova scena. - -Questa emancipazione è cara a tutti gli uomini, ed il potere di -manifestarla siccome deve venire da una maggiore profondità e -finalità di pensiero, è misura dell’intelletto. Perciò tutti i libri -d’immaginazione durano e durano tutti quelli che posseggono quella -verità, per cui lo scrittore vede la natura al disotto di lui, e la usa -come suo esponente. Ogni verso o sentenza che possegga questa virtù, -avrà cura della sua propria immortalità. Le religioni del mondo sono le -giaculatorie di pochi uomini immaginativi. - -Ma la dote dell’immaginazione è di fluire e non di congelarsi. Il poeta -non si fermò al colore od alla forma, ma lesse il loro significato; -nè può egli fermarsi in questo, ma fa gli stessi oggetti, esponenti -del suo nuovo pensiero. Ecco la differenza fra il poeta ed il mistico. -Questi lega un simbolo ad un solo senso, che fu vero senso per un -momento, ma tosto invecchia e diventa falso. Però tutti i simboli sono -come flussi; ogni linguaggio è «rotabile» e passeggiero, ed è buono al -pari dei cavalli e delle barche come trasporto; ma non come possono -esserlo le case e cascinali, come abitazioni. Il misticismo consiste -nello scambio ingannevole di un simbolo accidentale ed individuale per -un simbolo universale. Il croco del mattino diviene la meteora favorita -agli occhi di Jacopo Behmen, ed a lui simboleggia la verità e la fede; -ed egli crede che ciò apparirà cosa reale ad ogni lettore. Ma già il -primo lettore preferisce il simbolo di una madre ed il suo bambino -o di un giardiniere ed il suo bulbo o di un gioielliere che raffina -la sua gemma. Ognuno di questi, e migliaia di altri simboli sono -ugualmente idonei alla persona, per la quale essi hanno un significato. -Soltanto che essi devono essere trattati illuminatamente, ed essere -volentieri tradotti negli equivalenti termini usati dagli altri uomini. -Ed al mistico bisogna seriamente dire — «Tutto quello che voi dite è -altrettanto vero con o senza l’uso noioso di quel simbolo». Si abbia -un po’ d’algebra, invece di questa trita retorica — si abbiano dei -segni universali invece di questi simboli da villaggio, e tutti ne -ritrarremo un profitto. La storia delle gerarchie sembra insegnare che -tutti gli errori religiosi consistettero nel fare il simbolo troppo -rigido e solido, e in ultimo, null’altro che un eccesso nell’organo del -linguaggio. - -Swedenborg, fra tutti gli uomini delle età recenti, rappresenta -eminentemente il traduttore della natura nel pensiero. Non conosco -nella storia altro uomo nel quale le cose fossero così uniformi alle -parole. Davanti a lui la metamorfosi è sempre in azione. Ogni cosa su -cui il suo occhio si posa, ubbidisce agli impulsi di una natura morale. -I fichi diventano uva mentre egli li mangia. Quando qualcuno dei suoi -angeli affermò una verità, il ramoscello di lauro che essi tenevano in -mano, fiorì. Il rumore che in distanza pareva un digrignar di denti -e un percuoter di pugni, approssimatosi si scopre essere la voce di -disputanti. Gli uomini, in una delle sue visioni vedute nella luce -celeste, apparvero come draghi, involti nell’oscurità; ma uno all’altro -essi apparivano come uomini, e quando la luce dal cielo brillò nelle -loro capanne, essi si dolsero dell’oscurità e furono obbligati a -chiudere la finestra onde poter vedere. - -Vi era in lui la percezione, che fa del poeta o dell’osservatore un -oggetto di rispetto e di terrore; percezione per cui lo stesso uomo o -società di uomini possono avere un solo aspetto per se stessi e per i -loro compagni, ed un aspetto differente per le intelligenze più alte. -Certi sacerdoti, che egli ritrae conversanti molto saggiamente insieme, -apparivano ai bambini che erano in distanza, come dei cavalli morti; -e molte altre simili false apparenze. Ed istantaneamente lo spirito -si chiede se quei pesci sotto il ponte, quei buoi al pascolo, quei -cani nel cortile, sono immutabilmente pesci, buoi e cani o se appaiono -così solo a me, o se per caso appaiono a se stessi uomini eretti; e -se appaia io stesso un uomo a tutti gli occhi. I Bramini e Pitagora -mossero la stessa questione; e se qualche poeta ha fatto testimonianza -della trasformazione, egli senza dubbio la trovò in armonia con varie -esperienze. Tutti noi abbiamo osservato dei mutamenti altrettanto -considerevoli nel grano e nei bruchi. Poeta è colui che ci attirerà con -l’amore e il terrore e che vede attraverso la fluente veste, la salda -natura e la proclama. - -Io cerco invano il poeta che descrivo. Noi non ci indirizziamo alla -vita con sufficiente franchezza o con sufficiente profondità; nè -osiamo celebrare i nostri propri tempi e il momento sociale. Se noi -colmassimo il giorno con l’audacia, non rifuggiremmo dal celebrarlo. -Il tempo e la natura ci concedono molti doni, ma non ancora l’uomo -opportuno, la religione nuova, il riconciliatore, che tutte le -cose attendono. Il pregio di Dante è che egli osò scrivere la sua -autobiografia in carattere colossale o nell’universalità. Noi non -abbiamo ancora avuto alcun genio in America, dall’occhio severo, che -conoscesse il valore dei nostri incomparabili materiali e vedesse sul -barbarismo e materialismo dei tempi, un novello tripudio di quelli dèi, -di cui tanto ammira la pittura in Omero, poi nell’età media, poi nel -Calvinismo. Le Banche e le tariffe, il giornale e la giunta elettorale, -il metodismo e l’unitarismo, sono cose piatte e sciocche per gli -sciocchi, ma riposano sulle stesse basi di meraviglia della città di -Troia, e del tempio di Delfo, e passan via con altrettanta rapidità. -Il nostro movimento del legname, i nostri elettori e la loro politica, -la nostra pesca, i nostri negri ed indiani, le nostre barche, le -nostre ripulse, la collera dei bricconi, la pusillanimità degli uomini -onesti, il commercio del Nord, le piantagioni del Sud, il disboscamento -dell’Ovest, l’Oregon e il Texas, sono ancora cose da cantare. Eppure -l’America è un poema ai nostri occhi; la sua ampia geografia colpisce -l’immaginazione, e non attenderà a lungo la poesia. Se io non ho -trovato nei miei concittadini quell’eccellente complesso di doti che -cerco, nemmeno potrei aiutarmi a stabilire l’idea del poeta, leggendo -di tanto in tanto nella collezione di Chalmers i cinque secoli di -poesia inglese. Queste sono intelligenze più che poeti, sebbene -ci siano stati anche dei poeti fra di essi. Ma quando noi aderiamo -all’ideale del poeta, abbiamo le nostre difficoltà anche leggendo -Milton ed Omero. Milton è troppo letterario e Omero troppo letterale e -storico. - -Ma io non sono saggio abbastanza per un criticismo nazionale, e debbo -far uso più ampio della vecchia larghezza, per compiere il mio viaggio -dalla Musa al poeta, in rapporto all’arte sua. - -L’arte è il passo del creatore alla sua opera. I passi o i metodi sono -ideali ed eterni, sebbene pochi uomini li vedano; l’artista stesso per -anni o per tutta la vita, se non venga nelle necessarie condizioni, -non li vede. Il pittore, lo scultore, il compositore, il rapsodo, -l’oratore, tutti condividono un desiderio: quello di esprimersi -simmetricamente ed ampiamente e non da meschino ed a frammenti. -Essi si trovarono e si posero in certe condizioni speciali; così il -pittore e lo scultore davanti a certe toccanti figure umane; l’oratore -nell’assemblea del popolo; e gli altri davanti a scene che eccitarono -il loro intelletto; e ciascuno perciò senti il nuovo desiderio. Il -poeta ode una voce, egli vede un richiamo; poi apprende con meraviglia, -quale orda di demoni lo circonda. Egli non può più riposare, egli dice -con il vecchio pittore «Per Dio, esso è in me, e deve uscire da me». -Perseguita una bellezza intravveduta, che vola davanti a lui: poeta -spande versi in ogni solitudine. La maggior parte delle cose che egli -dice, sono convenzionali, senza dubbio; ma dopo qualche tempo egli dice -qualcosa di originale e di bello. Ciò lo affascina. Egli vorrebbe dire -null’altro che quelle cose. Nel nostro modo di parlare, noi diciamo -«Quello è vostro, questo è mio»; ma il poeta sa bene che ciò non è -suo; che è così bello e straniero per lui, come lo è per voi; egli -vorrebbe bene udire al fine simile eloquenza. Una volta che egli ha -gustato questo icóre immortale, egli non se ne sazia, e siccome un -ammirevole potere creativo esiste in queste intellezioni, è di infima -importanza che queste cose vengano dette. Quanto poco di tutto quello -che conosciamo è detto! Quante gocce di tutto il mare della nostra -scienza sono tolte da esso! e per quale accidente avviene che queste -siano esposte, quando tanti segreti dormono nella natura! Di qui sorge -la necessità del discorso e del canto; di qui nascono le ansie ed i -battiti del cuore nell’oratore alle porte dell’assemblea; di qui infine -la necessità che il pensiero debba essere emesso come Logos o Parola. - -Non dubitare, o poeta, ma persisti. Di’: «È in me, ed uscirà». Rimani -là, deluso e muto, balbuziente e timido, fischiato e burlato; ma sta e -lotta, finchè finalmente, il furore tragga da te quel sogno potente, -che ogni notte mostra te a te stesso; potenza che trascende ogni -limite e segretezza, e per virtù della quale un uomo è il conduttore -dell’intiero fiume di elettricità. Nulla cammina o si trascina o cresce -od esiste, che non debba a sua volte alzarsi, e camminare davanti a -lui, come l’esponente delle sue significazioni. Quando egli raggiunge -quel potere, il suo genio non è più esauribile. Tutte le creature, a -coppie ed a tribù, si riversano nella sua mente come nell’arca di Noè, -per uscirne di nuovo a popolare un nuovo mondo. Questo potere è come il -deposito d’aria per il nostro respiro o per la combustione del nostro -legno; non è una misura di galloni, ma è l’intiera atmosfera, se è -necessario. E pertanto i ricchi poeti, come Omero, Chaucer, Shakespeare -e Raffaello, non hanno limiti alle loro opere, eccetto quelli della -loro vite naturale, ed esse paiono specchi portati per la strada, -pronti a rendere l’immagine di ogni cosa create. - -Oh poeta! una nuova nobiltà è conferita nei boschi e nei pascoli, e non -più nei castelli o dalla lama della spada. Le condizioni sono dure, -ma uguali. Tu abbandonerai il mondo e non conoscerai più a lungo i -tempi, le abitudini, i favori, la politica, le opinioni degli uomini, -ma tutto riceverai dalla musa. Poichè l’ora delle città è suonata -dal mondo con campane funeree, ma nella natura le ore universali sono -contate dal succedersi delle tribù animali e delle tribù vegetali e -dal crescere della gioia nella gioia. Dio vuole pure che tu rinunci ad -una vita molteplice, e che tu sia pago che altri parlino per te. Altri -saranno i tuoi gentiluomini e rappresenteranno per te ogni cortesia e -vita mondana; altri anche faranno le grandi ed altisonanti azioni: Tu -giacerai nascosto con la natura; e non potrai andare al Capitolo od -alla Borsa. Il mondo è pieno di rinunzie e di noviziati, e questo è il -tuo; tu devi per lungo tempo passare per folle e villano. - -Questo è il riparo, la guaina con cui Pan ha protetto il suo fiore -ben ornato, e così tu sarai conosciuto solo ai tuoi, ed essi ti -consoleranno con il più tenero amore. E tu non potrai ripetere i nomi -dei tuoi amici nei tuoi versi, per una vecchia vergogna davanti al -santo ideale. E questa è la ricompensa: che l’ideale sarà leale a te, -e le impressioni del mondo attuale cadranno come pioggia d’estate, -copiosa ma non dannosa alla tua essenza invulnerabile. Tu avrai tutta -la terra per tuo parco e possedimento, il mare per il tuo bagno e -la tua navigazione, senza tasse e senza invidia; i boschi e i fiumi -saranno tuoi, e tu possederai tutto ciò che gli altri hanno solo in -affitto od in prestito. Tu vero signore e padrone! Signore della terra; -signore del mare; signore dell’aria! Ovunque cade la neve o sgorga -l’acqua o volano gli uccelli; ovunque il giorno e la notte s’incontrano -nella penombra; ovunque i cieli azzurri sono cosparsi di nuvole o -trapunti di stelle; ovunque vi sono delle forme con dei trasparenti -legami; ovunque vi sono sbocchi nello spazio celeste; ovunque vi è -pericolo e rispetto ed amore, vi è Bellezza abbondante come la pioggia, -sparsa per te; e anche se tu percorressi tutto il mondo, non potresti -trovare una condizione per te inopportuna o vergognosa. - - - - -SECONDO SAGGIO - -ESPERIENZA - - -Dove ci troviamo noi? Per una strada, della quale noi non conosciamo -gli estremi, e che crediamo non ne abbia alcuno. Noi ci svegliamo e ci -troviamo su d’una scala: vi sono dei gradini al disotto di noi, che ci -pare d’aver salito; ve ne sono di quelli al disopra di noi, e molti, -che vanno in alto e si perdono di vista. Ma il Genio, che secondo la -vecchia credenza sta alla porta per la quale entriamo e ci dà da bere -l’oblio affinchè non si dican frivolezze, mescolò troppo la bevanda, -e noi non possiamo scuotere il letargo anche ora a mezzogiorno. Il -sonno si sofferma per tutto il tempo della nostra vita attorno ai -nostri occhi, come la notte si sofferma tutto il giorno nei rami -dell’abete. Tutte le cose nuotano e brillano. La nostra vita non è -tanto minacciata quanto la nostra percezione. Noi ci avanziamo cauti, -simili a spettri attraverso alla natura e non riconosciamo più i nostri -posti. Cadde la nostra nascita in qualche momento di indigenza o di -frugalità della natura, che essa fu così avara del suo fuoco e così -liberale della sua terra, da apparire manifesta a noi la mancanza di -principio affermativo, e pur avendo salute e ragione, la mancanza di -superfluità di spirito per una nuova creazione? Noi abbiamo quanto è -sufficiente per vivere e passare l’anno, ma non un’oncia da concedere -o da mettere in serbo. Ah! se quel nostro genio fosse genio un poco -di più! Noi siamo come quei mugnai posti nella parte bassa di una -corrente, quando i mulini superiori hanno esaurito l’acqua. E come -essi, noi pensiamo che la gente che ci sta sopra debba avere alzate -le sue dighe. Se qualcuno di noi sapesse ciò che stiamo per fare o -dove siamo per andare, allorquando pensiamo di conoscere il meglio! -Noi non sappiamo oggi se siamo oziosi oppure occupati. Abbiamo poi -scoperto che nei tempi che ci credemmo indolenti, molto si era fatto -e molto si era incominciato. Tutti i nostri giorni sono così poco -profittevoli nel loro passare, che è stupefacente l’immaginare dove -o quando noi abbiamo ottenuto qualcosa di ciò che chiamiamo sapienza, -poesia, virtù. Noi giammai la acquistammo in alcun giorno segnato dal -calendario. Qualche giorno celestiale deve essere stato intercalato in -qualche luogo, come quelli che Hermes coi dadi vinse alla Luna affinchè -Osiride potesse nascere. Si dice che tutti i martirii appaiono senza -importanza quando sono stati sofferti. Ogni bastimento è una cosa -romantica, eccetto quello in cui ci troviamo. Imbarchiamoci e ciò che -è romantico abbandona la nostra nave e si appende a qualsiasi altra -vela nell’orizzonte. La nostra vita ci appare banale, e noi evitiamo di -rievocarla. Gli uomini sembrano avere appreso dall’orizzonte l’arte del -ritrarsi perpetuamente. Laggiù terre montagnose dànno ricca pastura, ed -il mio vicino ha fertili prati, «ma il mio campo — dice il contadino -malcontento — serve solo a tenere insieme il mondo». Io cito il detto -di un altro uomo, ma sfortunatamente, quell’altro si ritira per la -stessa via, e cita me. Ogni casa è piacevole allo sguardo finchè non vi -penetriamo; ma in caso contrario vi troviamo la tragedia, le donne che -si lamentano, i mariti dagli occhi torvi, un’infinità di dimenticanze, -e gli uomini che domandano «Che cosa c’è di nuovo?» come se le cose -vecchie fossero tanto cattive. Quanti individui possiamo noi enumerare -in società? quante azioni? quante opinioni? Tanta parte del nostro -tempo è preparazione, tanta è abitudine e tanta è retrospettiva, -cosicchè l’energia del genio di ciascun uomo si contrae nel giro di -pochissime ore. La storia della letteratura (prendete le conclusioni -ultime del Tiraboschi, di Warton e dello Schlegel), è una somma di -pochissime idee e di pochissimi racconti originali, mentre tutto il -resto non è che una variazione di questi. Allo stesso modo un’analisi -critica troverebbe, in questa vasta società che giace intorno a noi, -pochissime azioni spontanee. Tutto o quasi è se non abitudine e senso -grossolano. Poche sono le opinioni stesse, e queste sembrano organiche -in coloro che parlano, e non distraggono la necessità universale. - -Quanto oppio è versato in ogni sventura! Essa si mostra spaventevole -quando noi ci avviciniamo, ma infine non ci imbattiamo in una cosa -aspra e lacerante, ma nella più dolce e levigata delle superfici. - -La gente geme e si lamenta, ma il dolore non è grande quanto lo fanno. -Vi sono dei momenti in cui desideriamo la sofferenza, nella speranza -di trovarvi almeno la realtà, le punte acuminate e la lama della -verità. Ma tutto ciò risulta non essere altro che pitture da scenari -e finzione. L’unica cosa che il dolore mi ha insegnato, è quanto poco -profondo esso sia: come tutto il resto, esso scherza intorno alla -superficie, e non mi introduce mai nella realtà, per il cui contatto -noi daremmo in pegno figli ed amanti. Fu Buscovich a scoprire che i -corpi non vengono mai a contatto? Bene, ed io affermo che le anime -non raggiungono mai i loro obbietti. Un mare non navigabile si muove -con onde silenziose fra noi e le cose alle quali aspiriamo e con le -quali conversiamo. Il dolore ci renderà pure idealisti. Per la morte -di mio figlio, più di due anni fa, mi parve di aver perduto un bel -possedimento: null’altro. Io non posso maggiormente introdurmi nella -natura di questo fatto. Se domani venissi informato del fallimento dei -miei principali debitori, la perdita della mia proprietà sarebbe un -grande cruccio per me e forse per molti anni; ma essa mi lascierebbe -come mi ha trovato, nè migliore, nè peggiore. Così avviene con la -sventura: essa non mi tocca; qualche cosa che io immaginavo fosse -una parte di me stesso e che non poteva essere strappata senza -dilaniarmi nè accresciuta senza arricchirmi, cade lontana da me, e -non lascia alcun segno. Essa era caduca. Io soffro che il dolore mi -possa insegnare nulla, nè possa farmi avanzare d’un passo nella natura -reale. L’indiano maledetto che non poteva essere toccato nè dal vento, -nè dall’acqua, nè dal fuoco, è un tipo che rappresenta noi tutti. Le -vicende più care sono pioggie estive, e noi abbiamo gli impermeabili -che ci salvano da ogni goccia. Nulla ci è lasciato all’infuori della -morte. Noi guardiamo a questa con macabra soddisfazione, dicendo che -là almeno vi è una realtà che non ci trarrà in inganno. Io penso che -questa evanescenza e lubricità di tutti gli oggetti, per cui essi -scivolano attraverso le nostre dita tanto più rapidamente quanto più -noi stringiamo, sia la parte più brutta della nostra condizione. Alla -natura non piace d’essere osservata, e desidera che noi siamo i suoi -buffoni e compagni di giuoco. Noi possiamo ottenere una palla per il -nostro cricket; ma non un seme per la nostra filosofia. Essa non ci -diede mai il potere di menar colpi diretti; tutti i nostri colpi sono -maldestri od accidentali. - -Così le relazioni con i nostri simili sono indirette e casuali. Il -sogno ci consegna al sogno, e non vi è fine all’illusione. La vita è -una catena di modi come un rosario, ed a misura che noi vi passiamo -attraverso essi risultano essere delle lenti colorate, che dipingono il -mondo del loro proprio colore, e mostrano solo quanto giace nel fuoco -di ciascuna lente. Dalla montagna voi vedete la montagna. Noi diamo -vita a ciò che possiamo, e noi vediamo solamente ciò cui diamo vita. La -natura ed i libri appartengono agli occhi che vedono questi e quella. -Il vedere un tramonto od un poema dipende solo dalla disposizione -d’animo di un uomo. Vi sono sempre dei tramonti e vi è sempre il genio; -ma vi sono solo poche ore serene per godere della natura o dell’esame -critico. Il maggior o minor godimento dipende dalla struttura o dal -temperamento dell’uomo. Il temperamento è il filo di ferro, sul quale -le perle sono legate. A che giova la fortuna o l’ingegno ad una natura -fredda e difettosa? Chi si cura della sensibilità o del giudizio -critico di un uomo, se egli si addormenta sulla sua sedia? o se egli -ride e sogghigna? o se egli fa delle scuse? o se è ammalato di egoismo? -o se pensa ai suoi dollari? o se non può nutrirsi? A che cosa giova -il genio se l’organo è troppo convesso o troppo concavo, e non può -trovare la distanza focale nel vero orizzonte della vita umana? A che -cosa giova lo stimolare un uomo a fare esperimenti ed a sostenerlo in -ciò, se il suo cervello è troppo freddo o troppo caldo, ed egli non -se ne cura? o se il tessuto è troppo finemente intrecciato, troppo -irritabile per il piacere o per il dolore, cosicchè la vita ristagna -se riceve troppo senza la dovuta espansione? A che serve il fare -degli eroici voti d’ammenda, se colui che deve mantenerli è lo stesso -spergiuro? Quale serenità può concedere il sentimento religioso, quando -si sospetta che esso sia dipendente dalle stagioni dell’anno o dallo -stato del sangue? Conobbi un medico spiritoso, che scopriva la teologia -nei vasi biliari ed era solito affermare che se vi era una malattia -nel fegato, l’uomo diveniva Calvinista, e se quell’organo era sano -egli diveniva Unitario. È assai penosa quell’esperienza ingrata che ci -insegna come qualche eccesso ostile o l’imbecillità possono distruggere -le promesse del genio. Noi vediamo dei giovanotti, che ci devono un -mondo nuovo, tanta è la loro facilità e prodigalità nel promettere, ma -essi mai non soddisfano al debito; essi muoiono giovani ed eludono il -conto: oppure se vivono, si perdono nella folla. - -Il temperamento pure fa parte del sistema delle illusioni, e ci -racchiude in una prigione di vetro, che noi non possiamo vedere. -Intorno ad ogni persona che incontriamo vi è un’illusione ottica. -In vero, esse sono tutte creature con un dato temperamento, che -appariranno con un dato carattere, di cui non sorpasseranno mai i -limiti: ma noi le guardiamo, esse ci sembrano vive, e noi presumiamo -che vi sia in loro un impulso: esso pare tale nel momento in cui -guardiamo, ma negli anni, nella vita, esso diviene se non un certo -tono uniforme che il tamburo rotante del «carillon» deve ripetere. Gli -uomini resistono a quanto è prestabilito nel mattino, ma lo adottano a -misura che il pomeriggio s’avanza e che il temperamento prevale sopra -ogni cosa di tempo, luogo e condizione, e diviene inconsumabile nelle -fiamme della religione. Il sentimento morale cerca di imporre qualche -modificazione, ma il tessuto individuale mantiene il suo dominio, -se non per piegare il giudizio morale almeno per fissare la misura -dell’attività e del godimento. - -A questo modo io esprimo la legge così come è letta dal livello -della vita comune, ma io non devo lasciarla senza notare l’eccezione -principale: cioè che il temperamento è un potere che l’uomo non ama -di sentir lodato da alcuno, se non da se stesso. Sul tavolo della -medicina, noi non possiamo resistere alle influenze convenzionali di -detta scienza. Il temperamento sbaraglia ogni divinità. Io conosco -l’attitudine mentale dei medici. Io odo il riso represso dei frenologi. -I rapitori di fanciulli ed i conduttori di schiavi che hanno delle -teorie, stimano ogni uomo vittima di un altro che lo incatena perchè -conosce le leggi del suo essere, e da segni esteriori come il colore -della sua barba e la forma del suo occipite può penetrare il complesso -delle sue vicende e del suo carattere. La più grossolana ignoranza -non disgusta quanto questa scienza impudente. I medici dicono di non -essere materialisti ma di fatto essi lo sono: — Lo spirito è cosa -ridotta ad un’estrema sottigliezza: Oh così sottile! Ma la definizione -di _spirituale_, dovrebbe essere ciò _che è la sua propria evidenza_. -Quali nozioni essi collegano all’amore! e quali alla religione! Nessuno -vorrebbe pronunciare queste parole al loro orecchio per non dare loro -l’occasione di profanarle. Io vidi un signore cortese, che adattava la -sua conversazione alla forma della testa della persona con la quale -egli parlava! Io avevo immaginato che il valore della vita giaccia -nelle sue possibilità inscrutabili; nel fatto che io non so mai che -cosa mi può succedere quando mi rivolgo ad un individuo sconosciuto. -Io porto le chiavi del mio castello nelle mie mani, pronto a buttarle -ai piedi del mio signore, in qualunque momento, e sotto qualsiasi -aspetto egli vorrà apparire. Io so che egli è nelle vicinanze, nascosto -fra i vagabondi. Precluderò io il mio avvenire, ponendomi su un altro -seggio e gentilmente adattando la mia conversazione alla forma delle -teste? Quando io giunga a ciò, i medici mi potranno comperare per un -centesimo. «Ma, signore, la storia medica, le memorie all’Istituto; -i fatti provati!» Io non ho fiducia nei fatti e nelle conclusioni. -Il temperamento è il veto o il potere regolatore della costituzione, -molto saggiamente applicato per impedire un eccesso avverso alla -costituzione, ma offerto assurdamente come barriera alla rettitudine -originaria. Quando la virtù è presente, tutti i poteri subordinati -dormono. Sul suo proprio livello od in considerazione della natura, il -temperamento ha scopo finale. Io non so come si possa sfuggire agli -anelli della necessità fisica, caduti una volta in questa trappola -delle così dette scienze. Dato un tale spunto, una storia conseguente -deve seguire. L’uomo vive, reggendosi su tale base, in un tanfo di -sensualismo, che tosto condurrebbe al suicidio. Ma è impossibile che -il potere creativo debba escludere se stesso. C’è in ogni intelligenza -uno spiraglio, giammai ostruito, attraverso il quale passa il creatore. -L’intelletto, ricercatore della verità assoluta, od il cuore, amante -del bene assoluto, intervengono in nostro soccorso, e ad un solo -sussurro di questi alti poteri, noi ci risvegliamo dalle inutili lotte -e da tale oppressione. Noi la gettiamo nel suo proprio inferno, e non -potremo nuovamente legarci ad uno stato così basso. - -Il segreto dell’illusione sta nella necessità di una successione -di modi o di obbietti. Noi lietamente getteremmo l’àncora, ma -l’ancoraggio è fatto di sabbie mobili. Questo progressivo artifizio -della natura è troppo forte per noi: «_Però si muove_»[3]. Quando di -notte io guardo la luna e le stelle, mi pare di star fermo, mentre -esse sembrano affrettarsi. Il nostro amore del reale ci conduce a ciò -che è immutabile, ma la salute del corpo consiste nella circolazione, -e la sanità della mente nella varietà o facilità dell’associazione. -Noi abbisogniamo del mutamento degli obbietti. Il dedicarsi ad un -solo pensiero diviene rapidamente odioso. Noi abitiamo con i pazzi -e dobbiamo divertirli; allora la conversazione si spegne. Una volta -presi tale diletto in Montaigne, che pensai di non abbisognare mai più -di un altro libro; prima questo mi era successo con Shakespeare; poi -con Plutarco; poi con Plotino; una volta con Bacone; dopo con Goethe -ed anche con Bettine; ora però volto le loro pagine svogliatamente, -mentre ancora accarezzo i loro genii. La stessa cosa succede con i -quadri; ognuno avrà la prima volta una forza di attenzione, che non -può in seguito mantenere, sebbene volentieri si vorrebbe continuare ad -essere allettati in tale modo. Quale potente impressione ho ricevuto -da pitture dalle quali, ammirate attentamente una volta, prendete -congedo come se non le doveste rivedere mai più. Io ho ricevuto dei -buoni ammaestramenti da certe pitture, che dopo rividi senza emozione -o curiosità. Noi dobbiamo trarre una deduzione dall’opinione, anche -quando questa è quella di uomini saggi, intorno ad un libro o ad un -avvenimento. L’opinione loro m’informa del loro modo di essere e di -qualche cenno vago intorno al fatto nuovo, ma non deve essere affatto -creduta come una relazione durevole fra quell’intelletto e quella cosa. -Il bambino domanda «Mamma, perchè la storiella non mi piace tanto -quanto ieri?» Povero bambino, così succede pure con il più vecchio -cherubino della conoscenza. Ma risponderà alla domanda il dire: Perchè -tu nascesti unità e questa storiella è un particolare? La ragione del -dolore che questa scoperta ci cagiona (e noi la facciamo tardi riguardo -alle opere d’arte e di pensiero) è il lamento che sorge dalla tragedia -per le persone, per l’amicizia e per l’amore. - -L’immobilità, la mancanza di elasticità che noi lamentiamo nelle arti, -noi maggiormente lamentiamo nell’artista. Non vi è potere d’espansione -negli uomini. I nostri amici ben presto ci appaiono i rappresentanti di -certe idee, che essi non sorpassano e non trascendono mai. Essi stanno -sul limitare dell’oceano del pensiero e del potere, ma non fanno mai -un solo passo che li possa portare dentro. Un uomo è come un pezzo di -spato del Labrador, che non risplende mentre lo rivoltate nelle vostre -mani finchè non giungete ad un angolo determinato; solo allora esso -mostra dei colori belli e profondi. Non vi è negli uomini adattamento -od applicabilità universale, ma ognuno ha il suo talento speciale, e -la maestria degli uomini accorti consiste nel porsi abilmente dove e -quando la loro speciale attitudine debba essere più spesso praticata. -Noi facciamo ciò che dobbiamo fare e chiamiamo questo nostro agire con -i nomi migliori, e di buon grado riceveremmo le lodi per aver proprio -voluto quello che è risultato. Io non posso ricordarmi alcuna figura -d’uomo che non sia talvolta superflua. E non è ciò pietoso? La vita non -è degna d’essere presa per riempirla di artifizi. - -Naturalmente l’intiera società è necessaria per ottenere la simmetria -che noi cerchiamo. La ruota dai variopinti colori deve girare molto -in fretta per apparire bianca. Qualchecosa si impara anche conversando -con tanta leggerezza e tanta noncuranza. In conclusione chiunque di noi -perda, noi guadagniamo sempre. La divinità sta anche dietro ai nostri -errori ed alle nostre follie. I giuochi dei bambini sono delle cose -insensate, ma delle cose insensate molto educative. Così è anche con -le cose più grandi e più solenni, con il commercio, con il governo, con -la chiesa, con il matrimonio, e così fino alla storia del pane di ogni -uomo, del modo con cui egli giunse a possederlo. Il potere è come un -uccello, che non scende in nessun luogo, ma salta perpetuamente di ramo -in ramo; esso non dimora in alcun uomo ed in alcuna donna, ma per un -momento parla per mezzo di questo uomo, e subito dopo parla per mezzo -di quello. - -Ma quale aiuto nasce da queste raffinatezze o pedanterie? Quale -aiuto dal pensiero? La vita non è dialettica. Io credo che in questi -tempi noi abbiamo avuto ammaestramenti sufficienti sulla futilità -della critica. Il nostro popolo ha pensato e scritto molto, riguardo -al lavoro ed alla riforma, eppure con tutto ciò che ha scritto, -nè il mondo, nè esso stesso hanno progredito di un solo passo. Il -gusto intellettuale della vita non dovrà rendere inutile l’attività -muscolare. Se un uomo stesse a considerare la delicatezza con -cui un pezzo di pane passa nella sua gola, egli morrebbe di fame. -All’«Education Farm» la più nobile teoria della vita riposava sulle -più nobili figure di giovani e di ragazze melanconici e completamente -privi di forza. Essa non avrebbe raccolto una tonnellata di fieno, -non avrebbero pulito un cavallo, e lasciava i giovani e le ragazze -pallidi ed affamati. Un oratore politico spiritosamente comparò le -nostre promesse di partito a delle strade occidentali, che si aprono -abbastanza maestosamente con filari di alberi da ogni lato, per -allettare il viaggiatore, ma che tosto diventano gradatamente più -strette, per finire in sentieri da scoiattolo e salire sopra un albero. -Così fa la cultura con noi: essa finisce in un mal di capo. - -Straordinariamente triste ed arida appare la vita a coloro che pochi -mesi addietro furono colpiti dallo splendore della promessa dei tempi. -«Non vi è più ora alcun retto corso d’azione, nè alcuna devozione di se -stesso fra gli Iranici». Noi ne abbiamo avuto a sazietà di obbiezioni e -di criticismo. Noi troviamo delle obbiezioni ad ogni momento della vita -e dell’azione, e la saggezza pratica dall’onnipresenza della obbiezione -ha tratta l’indifferenza per essa. L’intera disposizione delle cose -predica l’indifferenza. Non state a tormentarvi con il pensiero, ma -ovunque procedete con i vostri affari. La vita non è intellettuale o -critica, ma zotica. Il suo bene principale è per coloro che possono -godere ciò che trovano, senza discutere. La natura odia il pigolare, -e le nostre madri dicono bene quando esclamano: «Bambini, mangiate -la vostra pappa e non ne parlate più». Colmare il nostro tempo, e -riempire le nostre ore e non lasciare spiraglio a pentimenti o ad -approvazioni, questo è la felicità. Noi viviamo in mezzo a superfici -e la vera arte della vita sta nel pattinarvi bene sopra. Sotto le -più vecchie e più decrepite convenzioni, un uomo di forza originaria -prospera così bene come nel mondo più giovane, con la destrezza del -tatto e del trattamento. Egli può resistere ovunque. La vita stessa -è una mescolanza di potere e di forma e non sopporterà il più piccolo -eccesso dell’uno o dell’altra. La saggezza sta nel riempire ogni minimo -spazio di tempo, nel trovare la fine del viaggio ad ogni passo della -strada, nel vivere il maggior numero possibile di ore buone. Non è -degli uomini, ma dei fanatici o dei matematici, se volete, l’asserire -che data la brevità della vita, non vale la pena di curarci se per una -così breve durata noi ci dibattemmo nel bisogno o sedemmo in alto. - -Poichè le nostre occupazioni sono fatte di momenti, amministriamoli -a dovere. Cinque minuti oggi hanno per me tanto valore quanto cinque -minuti nel prossimo millennio. Siamo pertanto equilibrati e saggi e -padroni di noi, oggi. Trattiamo bene gli uomini e le donne: trattiamoli -come se essi fossero reali; forse lo sono. Gli uomini vivono nella -loro fantasia, come ubbriaconi le cui mani sono troppo deboli e -incerte per un proficuo lavoro. Essa una tempesta di fantasie e la -sola cosa salda che io vi conosca, è il rispetto per l’ora presente. -Senza alcun’ombra di dubbio, fra questa vertigine di parvenze e di -politica, io mi rinsaldo nella credenza che noi non dovremmo posporre -e differire e desiderare, ma che dovremmo fare ampia giustizia dove -ci troviamo, per mezzo di colui con il quale trattiamo, accettando i -nostri compagni attuali e le circostanze, ancorchè umili od odiose, -come se fossero mistici funzionari, che l’universo abbia delegati per -il nostro piacere. Se essi sono bassi e maligni, il loro malcontento, -estrema vittoria della giustizia, sarà un’eco più soddisfacente al -nostro cuore che la voce dei poeti e la simpatia casuale di ammirevoli -persone. Io penso che per quanto possa soffrire un uomo di pensiero -per le manchevolezze e le assurdità dei suoi compagni, egli non possa -senza affettazione negare a qualsiasi gruppo di uomini e di donne una -certa sensibilità per ciò che è pregio rimarchevole. Se i rozzi ed i -frivoli non hanno della deferenza per esso e non lo onorano in un loro -modo cieco e capriccioso con omaggio sincero, si è perchè posseggono un -certo istinto di superiorità. - -I giovani eleganti disprezzano la vita; ma per me e per coloro, -che come me sono immuni da dispepsia e per i quali un giorno è un -bene reale e gagliardo, è un grande eccesso di cortesia l’apparire -sprezzante ed imprecare per i compagni. Io sono per simpatia -cresciuto un po’ impetuoso e sentimentale, ma lasciatemi solo, ed io -godrei in ogni ora ciò che mi porta la buona sorte del giorno, così -cordialmente come gode la vecchia pettegola stando nel suo bar. Io -sono riconoscente per grazie anche modeste. Io posi a raffronto le -condizioni di un mio amico, che s’attende ogni cosa dall’universo, ed -è indispettito quando qualche cosa è un poco meno che ottima, e trovai -che io prendendo le mosse dall’estremo opposto, nulla eccettuando nè -il buono nè il cattivo, sempre muovo grazie per dei beni moderati. Io -gradisco il clangore e le contese delle tendenze contrarie; io trovo -anche la mia convenienza negli imbecilli e nei seccatori: essi dànno -realtà al circostante quadro. Al mattino io mi sveglio e ritrovo il -vecchio mondo, la moglie, i bambini, la madre, Concordia e Boston, il -mio vecchio e buon mondo spirituale e non lungi anche il mio caro e -vecchio dèmone. Se noi prendessimo il buono come lo troviamo, senza -fare interrogazioni, noi avremmo delle soddisfazioni complete. I -grandi doni non si ottengono con l’analisi. Ogni cosa buona si trova -sulla strada comune. La regione media del nostro essere è la zona -temperata. Noi possiamo ascendere al freddo e delicato regno della -geometria pura e della scienza senza vita, oppure cadere in quello -della sensazione: fra questi estremi si trova, piccolo cerchio, -l’equatore della vita, del pensiero, dello spirito, e della poesia. -Inoltre nell’esperienza popolare ogni cosa buona è sulla strada comune. -Un raccoglitore fruga in tutti i negozi di quadri d’Europa per trovare -un paesaggio del Poussin, uno schizzo a matita di Salvatore; ma la -Trasfigurazione, il Giudizio Finale, la Comunione di San Gerolamo, ed -altri quadri superbi come questi, sono appesi ai muri del Vaticano, -degli Uffizi, del Louvre, dove qualsiasi staffiere li può vedere; e -taccio dei quadri che la natura dipinse in ogni strada; delle aurore -e dei tramonti quotidiani, e della sempre palpitante plasticità dei -corpi. Un raccoglitore comperò recentemente in una pubblica asta a -Londra un autografo di Shakespeare per centocinquantasette ghinee; -ma un ragazzo di scuola può gratuitamente leggere Amleto e scoprire -segreti del più alto interesse, ancora inediti. Io credo che non -leggerò mai alcun libro, eccetto i più comuni: la Bibbia, Omero, Dante, -Shakespeare e Milton. Noi cresciamo impazienti di una vita pubblica -e rifulgente e corriamo qua e là in cerca di cantucci e di segreti. -La nostra immaginazione si diletta della destrezza degli Indiani -nelle costruzioni di legno, dei tenditori di lacci e dei cacciatori -di castori. Noi pensiamo di essere estranei e di non essere così -profondamente familiari a questo pianeta, come sono l’uomo selvaggio -e la bestia selvaggia e l’uccello. Ma l’esclusione tocca anche essi e -raggiunge l’uomo quadrupede, l’uomo volante, l’uomo guizzante, e quello -arrampicante. La volpe ed il gallo di montagna, il falco, la quaglia ed -il torabuso, visti da vicino, non hanno maggiori radici in questo mondo -cavo di quante ne abbia l’uomo, e sono dei superficiali affittavoli del -globo. Allora la nuova filosofia delle molecole addita gli interspazi -fra atomo ed atomo, dimostra che il mondo è tutto esterno e che non ha -interno. - -Il mondo intermedio è il migliore. La natura, come noi la conosciamo, -non è santa. Essa non riguarda con alcun favore le luci delle chiese, -gli asceti, i Gentoos ed i Grahamiti. Essa mangia e beve e pecca. I -suoi favoriti, i grandi, i forti, i belli, non sono i figli della -nostra legge, non escono dalle scuole domenicali, non pesano il -loro alimento, non seguono rigorosamente i comandamenti. Se vogliamo -essere forti della sua forza, non dobbiamo albergare tali coscienze -desolate, improntate a quelle delle altre nazioni. Noi dobbiamo -innalzare il forte tempo presente contro tutte le grida di sdegno, -passate o future. Vi sono tante cose instabili che è assolutamente -necessario rendere stabili — e durante il loro assetto noi faremo -come facciamo ora. La Vecchia e la Nuova Inghilterra possono tener -bottega mentre la discussione sull’equità del commercio prosegue, e -proseguirà per un secolo o due. La legge dei diritti d’autore deve -ancora essere discussa, frattanto noi venderemo i nostri libri al più -alto prezzo possibile. La convenienza della letteratura, la ragione -della letteratura, la legalità dello scrivere un pensiero, sono cose -discusse; molto vi è da dire, d’ambe le parti della questione, e mentre -la lotta s’inacerbisce, tu, caro studioso, immergiti nel tuo stupido -cómpito, aggiungi una linea ogni ora, e di tanto in tanto aggiungi -qualche cosa. Il diritto di possedere terre, il diritto di proprietà -è discusso, e le convenzioni sono convocate, e prima che si addivenga -al voto, strappate dal vostro giardino quanto ha valore e spendete per -un sereno e bel proposito i vostri guadagni come una cosa abbandonata -od una fortuna inaspettata. La vita stessa è una cosa da nulla ed uno -scetticismo; essa è un sonno dentro un altro sonno. Ammettiamo ciò che -essi vogliono, ma tu, amato da Dio, abbi cura del tuo proprio sogno: tu -non ti perderai nella burla e nello scetticismo: ve ne sono abbastanza -di questi; tu rimani nel tuo guscio, e lavora finchè il resto degli -uomini sia d’accordo sul da farsi. La tua malattia, essi dicono, e -il tuo aspetto malaticcio richiedono che tu faccia questo ed eviti -quello; ma sappi che la tua vita è uno stato fluttuante, una tenda per -passarvi la notte, e tu, ammalato o sano, finisci il tuo cómpito. Tu -sei ammalato, ma non peggiorerai, e l’universo che ti tiene caro, sarà -migliorato. - -La vita umana è basata su due elementi, il potere e la forma, ed il -loro rapporto deve essere invariabilmente mantenuto, se vogliamo -che la vita sia dolce e gagliarda. L’eccesso come il difetto di -uno di questi elementi produce un male grave. Ogni cosa corre verso -l’eccesso; ogni buona qualità se non è mescolata, è nociva, e per -sostenere il pericolo all’orlo della rovina, la natura concede maggior -terreno alle qualità peculiari di ogni uomo. Qui, fra le piantagioni, -noi portiamo gli eruditi come esempi di tale inganno. Essi sono le -vittime dell’espressione della natura. Voi che contemplate l’artista, -l’oratore, il poeta troppo da vicino, ed osservate che la loro vita -non è più eccellente di quella dei meccanici o degli agricoltori, e -che essi stessi sono vittime della parzialità, e li definite creature -fallite, non eroi ma quaccheri — concludete con molta ragione che le -arti non sono fatte per l’uomo, ma che esse sono un male. La natura -irresistibile fece gli uomini tali, ed ogni giorno ne crea delle -legioni nuove. Voi amate il bambino che legge un libro, che osserva un -disegno od una scultura: eppure che cosa sono questi milioni di ragazzi -che leggono ed osservano, se non degli scrittori e scultori in germe? -Aggiungete alla loro natura un po’ di ciò che ora leggono e vedono, ed -essi prenderanno la penna e lo scalpello. Se un uomo può ricordarsi con -quanta innocenza egli cominciò ad essere artista, egli s’avvedrà che la -natura si unì con il suo nemico. Un uomo è un’aurea impossibilità. La -linea sulla quale egli deve camminare ha la larghezza di un capello. Il -saggio, attraverso l’eccesso della sua saggezza, diventa un pazzo. - -Se il destino lo permettesse, con quale facilità potremmo noi -rinserrarci per sempre dentro a confini ben definiti ed attenerci -una volta per tutte alle leggi del regno della causa e dell’effetto -conosciuti. La vita appare nella strada e nei giornali un affare così -semplice, che sarà sufficiente per un buon esito, una risoluzione -virile ed un’aderenza continua, attraverso a tutte le tempeste, alla -tavola di moltiplicazione. Ma, ecco, arriva un giorno od anche solo -un’ora con un suo sussurrìo d’angelo, che rovescia le conclusioni -dei popoli e degli anni. Ogni cosa appare domani nuovamente reale e -precisa, le norme abituali sono ripristinate, il buon senso ridiviene -raro come il genio, — esso è la base del genio, come l’esperienza è -la mano ed il piede di qualsiasi impresa —; eppure colui che volesse -condurre i suoi affari con questi principii, presto farebbe bancarotta. -Il potere batte un’altra strada che quella dell’elezione e della -volontà, cioè, le correnti e le gallerie sotterranee della vita. È -ridicolo essere, come noi siamo, diplomatici, dottori e persone molto -stimate; non v’è inganno maggiore di questo. La vita è una serie di -sorprese, e se così non fosse non varrebbe la pena di conservarla. -Dio si compiace di isolarci ogni giorno e di nasconderci il passato -ed il futuro. Noi vorremmo guardare intorno a noi, ma Egli con grande -delicatezza stende dinnanzi e dietro a noi un impenetrabile lembo di -cielo purissimo e pare voglia dire: «Voi nè ricorderete, nè spererete». -Qualsiasi grande conversazione, stato od azione, proviene da una -spontaneità che trascura le consuetudini e rende grande quel momento. -La natura odia i calcolatori; i suoi metodi sono saltuari ed impulsivi. -L’uomo vive di pulsazioni; così i nostri movimenti organici, gli agenti -chimici ed eterei sono ondulatorii ed alternati e la mente procede -attraverso antagonismi, e non s’innalza che a tratti. Noi progrediamo -per mezzo di casualità. Le nostre esperienze più importanti sono -state casuali. La classe di persone più attraente è quella potente -per vie indirette e non l’altra; sono gli uomini di genio non ancora -riconosciuti, poichè uno gode della loro luce senza pagare troppo -per essa. La loro è la bellezza non dell’arte ma dell’uccello, la -luce non dell’arte ma del mattino. Nel pensiero del genio vi è sempre -una sorpresa; ed il sentimento morale è giustamente chiamato «la -novità» perchè esso è null’altro; nuovo per l’intelligenza più vecchia -quanto per il bambino — «il regno che viene senza osservazione». -In modo uguale non vi deve essere, per un successo pratico, troppa -preparazione: non si osserverà mai un uomo che fa ciò che può far -meglio. Intorno alle sue azioni più confacenti v’è una specie di -magia, che colpisce di stupore la vostra forza di osservazione, di -modo che pur se il fatto succede davanti a voi, voi non lo avvertite. -L’arte della vita ha un pudore e non sarà esposta. Ogni uomo è -un’impossibilità, finchè egli non nasce; ogni cosa è impossibile -finchè non vediamo il suo risultato. Gli ardori della religione si -accordano infine con il più gelido scetticismo, per cui nulla è nostro -o della nostra opera, ma tutto è di Dio. La natura non ci concederà -la più piccola foglia di lauro. Ogni cosa scritta e fatta e posseduta -discende da Dio. Io bene vorrei essere morale, e tenermi nei limiti -dovuti e che io tanto amo, e concedere quanto più è possibile alla -volontà del l’uomo; ma in questo capitolo io ho messo il mio cuore -in potere della lealtà, e non posso vedere altro nel successo o nella -rovina se non la forza vitale provveduta dall’Eterno. I risultati della -vita sono incalcolati ed incalcolabili. Gli anni insegnano molte cose -che i giorni non sanno. Le persone che compongono la nostra società -conversano, vanno, vengono, propongono e compiono molte cose; e da -tutto ciò qualcosa nasce, ma nasce una cosa inaspettata. L’individuo -sempre s’inganna. Egli propose molte cose; prese con sè altre persone -in aiuto; bisticciò con alcune o con tutte; in molte cose errò e -qualche cosa è fatto, tutti hanno progredito d’un piccolo passo, ma -l’individuo s’inganna sempre: qualche cosa di nuovo infatti c’è, ma -molto differente da ciò che egli si era ripromesso. - -Gli antichi, colpiti da questa irriducibilità ad ogni calcolo degli -elementi della vita umana, esaltarono il Fato come una divinità; ma -ciò è rimanere troppo a lungo vicino alla scintilla, che splende in -un solo punto; tuttavia l’universo è riscaldato da questo stesso fuoco -latente. Il miracolo della vita, che non vuole essere spiegato, ma che -vuole rimanere miracolo, introduce un elemento nuovo. Nello sviluppo -dell’embrione, Sir Everard Home, credo, notò che l’evoluzione non si -compieva da un punto centrale, ma era coattivo da tre o più parti. La -vita non ha memoria. Ciò che procede con una data successività può -essere ricordato, ma ciò che è coesistente o causato da una causa -più profonda, non conosce la propria tendenza. Così è per noi, ora -scettici o disgiunti, perchè siamo immersi in forme ed effetti aventi -un apparente valore conforme od ostile; ed ora religiosi, mentre -c’inchiniamo alla legge spirituale. Sopportate con pazienza questi -perturbamenti e questo sviluppo simultaneo delle parti: esse un giorno -diverranno _membri_, ed ubbidiranno ad un solo volere. Esse fissano -la nostra speranza e la nostra attenzione a quella sola volontà ed a -quella sola causa segreta. La vita è perciò fusa in un’aspettazione -od in una religione. Sotto le particolarità triviali discordanti, vi è -uno stato musicale, vi è l’Ideale sempre trascorrente con noi il cielo -immacolato. Osserviamo in quale modo si compie in noi la luce. Quando -io converso con una mente profonda, oppure essendo solo, ho dei buoni -pensieri, non provo la soddisfazione immediata che proverei bevendo -avendo sete o riscaldandomi avendo freddo, no! ma sono a tutta prima -conscio della mia prossimità ad una nuova ed eccellente condizione di -vita. Persistendo però a leggere od a pensare, questa condizione dà -altri segni di sè, simili a sprazzi di luce, che scoprono d’un tratto -la sua profonda bellezza e serenità, come se le nuvole che la coprivano -si fossero qua e là squarciate e lasciassero vedere al viandante che -si avvicina, le grandi montagne dell’interno, elevantisi su praterie -eterne e tranquille, dove pascolano le mandre ed i pastori danzano e -suonano la cornamusa. Ma ogni conoscenza di questo regno del pensiero -è sentita come quella che schiude un periodo e promette un seguito. -Io non creo; vi giungo e contemplo ciò che di già vi era. Io batto le -mani con gioia e stupefazione infantile dinnanzi al primo rivelarsi a -me di questa augusta magnificenza, vecchia per l’amore e l’omaggio di -innumerevoli età, giovane per la vita della vita, solatia e fulgida -Mecca del deserto. E quale avvenire essa apre! Io sento un nuovo cuore -palpitante per l’amore di una nuova bellezza. Io sono pronto a morire -fuori della natura, ed a rinascere in questa America nuova ed ancora -irraggiungibile, che io ho trovato nell’Ovest. - -Però nè oggi nè ieri incominciarono questi pensieri, che esistettero -sempre, nè può trovarsi un uomo che conobbe il loro primo apparire. -Se io ho descritto la vita come un flusso di modi, devo ora aggiungere -che vi è in noi ciò che non muta, e che ordina ogni sensazione ed ogni -stato della mente. La coscienza è in ogni uomo una scala movibile, che -lo identifica ora con la Causa Prima ed ora con la carne del suo corpo: -la vita al disopra della vita, in gradazioni infinite. Il sentimento -dal quale essa scaturì, determina la dignità di qualsiasi fatto, e la -questione non è mai intorno a ciò che voi avete fatto o non fatto, ma -per comando di chi voi avete fatto o non fatto. - -La Fortuna, Minerva, le Muse, lo Spirito Santo, sono nomi leggiadri -troppo ristretti per coprire questa sostanza illimitata. L’intelletto -deluso deve ancora inchinarsi davanti a questa causa, che rifugge -dall’essere nominata — causa ineffabile, che ogni genio ha tentato -di rappresentare con un simbolo vigoroso, come Talete con l’acqua, -Anassimene con l’aria, Anassagora con l’idea, Zoroastro con il fuoco, -Gesù ed i moderni con l’amore: e la metafora di ciascuno di essi è -divenuta una religione nazionale. Il Chinese Menzio non è stato il -meno felice nella sua generalizzazione. «Io capisco intieramente il -linguaggio — egli disse — e nutrisco bene il mio vigore saliente». -«Io oso domandarvi che cosa è che voi chiamate vigore saliente» disse -il mio compagno. — «La spiegazione — rispose Menzio — è difficile. -Questo vigore è supremamente grande, ed al massimo grado inflessibile. -Nutritelo saggiamente, non fategli del male ed esso riempirà il -vuoto fra il cielo e la terra. Questo vigore si accorda ed assiste la -giustizia e la ragione e non lascia languori». Nei nostri scritti più -corretti noi diamo a questa generalizzazione il nome di Essere, e con -ciò confessiamo di esserci allontanati quanto ci era concesso. Per la -gioia dell’universo è sufficiente l’esser giunti non ad una barriera, -ma a degli oceani infiniti. La nostra vita non sembra presente quanto -prospettica; non per le occupazioni in cui essa è consumata, ma come -accenno a questo saliente vigore. La maggior parte della vita pare -essere il semplice annunzio d’una facoltà; noi siamo ammoniti di non -renderci a buon mercato, perchè siamo grandi. Così nei suoi particolari -la nostra grandezza sta sempre in una tendenza o direzione, non in -un’azione. Credere alla regola e non all’eccezione è per noi cosa -naturale. I nobili sono così riconosciuti dagli ignobili. Così seguendo -la tendenza dei sentimenti, ciò che forma la circostanza materiale e -che è il fatto principale nella storia del globo, non è ciò che noi -crediamo intorno all’immortalità dell’anima o simili, ma è _l’impulso -universale a credere_. Dovremo noi indicare questa causa, come quella -che opera direttamente? Lo spirito non è privo di aiuti o bisognoso -di organi mediati. Esso ha poteri innumeri ed effetti diretti: io mi -sono spiegato, ad esempio, senza spiegarmi; io sono sentito senza che -io agisca, ed anche dove non sono. Perciò tutti gli uomini retti sono -soddisfatti del loro proprio merito. Essi rifiutano di spiegarsi, e -sono lieti che delle azioni nuove dovranno assumersi quel cómpito. Essi -credono che noi si possa comunicare senza discorso, ed al disopra del -discorso, e che nessuna nostra azione giusta è indifferente ai nostri -amici a qualsiasi distanza essi siano; perchè l’influenza dell’azione -non deve essere misurata a miglia. Perchè debbo preoccuparmi se una -circostanza imprevista ostacola la mia presenza dove ero atteso? Se -invece d’essere all’adunanza, io mi trovo in un altro luogo, la mia -presenza in esso dovrebbe essere utile ugualmente all’amicizia e alla -sapienza, come lo sarebbe s’io fossi all’adunanza stessa. Io esercito -la stessa qualità di potere in ogni luogo. Così procede dinnanzi a -noi il potente Ideale; mai esso fu visto rimanere nella retroguardia. -Nessun uomo raggiunge mai un’esperienza soddisfacente, ma il suo -bene è l’amministratore di un meglio. Avanti; avanti! Noi sappiamo -che in certi momenti una nuova pittura della vita e del dovere è già -possibile; noi sappiamo che gli elementi per una dottrina della vita, -che trascenderà qualsiasi ricordo scritto da noi posseduto, esistono -già in molte menti intorno a voi. La nuova affermazione comprenderà gli -scetticismi e le credenze della società ed un nuovo credo sorgerà dalla -miscredenza. Poichè gli scetticismi non sono gratuiti o senza leggi, ma -sono limitazioni della dichiarazione affermativa, e la nuova filosofia -deve accoglierli, e comporre con essi delle affermazioni come essa deve -includere le fedi più antiche. - -La scoperta che abbiamo fatta della nostra esistenza è cosa -lacrimevole, ma è troppo tardi per essere impedita. Questa scoperta si -chiama la Caduta dell’Uomo: dopo di essa sempre diffidiamo dei nostri -istrumenti. Noi abbiamo imparato che noi non vediamo direttamente, ma -mediatamente, e che non abbiamo mezzi per correggere le nostre lenti -colorate e contorcenti o per calcolare la somma dei loro errori. -Forse questi soggetti-lenti hanno un potere creativo; forse non vi -sono degli obbietti. Una volta noi vivevamo in ciò che vedevamo; ora -la rapacità di questo nuovo potere, che minaccia di assorbire tutte -le cose, ci avvolge. La natura, l’arte, le persone, le lettere, le -religioni, successivamente vi si precipitano dentro, e Dio è solo -una delle sue idee. La natura e la letteratura sono dei fenomeni -soggettivi; ogni cosa buona e cattiva è un’ombra che noi gettiamo. La -strada è piena di umiliazioni per il superbo. Come il vanitoso potè -vestire della sua livrea gli uscieri, che erano venuti in casa sua -per porre le cose sotto sequestro, e obbligarli a servire a tavola -i suoi ospiti, fingendoli camerieri; così i malumori che il cuore -cattivo emette, come se fossero cose da nulla, prendono subito la -forma di signore e di signori nella strada, di impiegati e di camerieri -nell’albergo, e minacciano ed insultano ciò che vi può essere in noi -di minacciabile o di ingiuriabile; lo stesso avviene con le nostre -idolatrie. La gente dimentica che è l’occhio che fa l’orizzonte, e -che è l’occhio della mente che fa di questo o di quell’uomo un tipo o -un rappresentante dell’umanità, con il nome di eroe o di santo. Gesù, -«l’uomo provvidenziale», è un uomo buono per il quale molta gente -conviene che queste leggi ottiche dovranno avere effetto. È frattanto -stabilito che mediante l’amore da una parte e la proibizione dall’altra -dì fare obbiezioni, noi lo contempleremo nel centro dell’orizzonte -ed ascriveremo a lui le proprietà che attribuiremmo a qualsiasi uomo -veduto in tali condizioni. Ma anche l’amore o l’odio più duraturo -hanno una rapida fine. La propria personalità grande e crescente, -radicata nella natura assoluta, soppianta ogni esistenza relativa e -distrugge il regno dell’amicizia e dell’amore mortale. Il connubio -(per ciò che riguarda il mondo spirituale) è impossibile a causa -della disuguaglianza fra ogni soggetto ed ogni oggetto. Il soggetto -è il ricevitore della divinità, e ad ogni paragone deve sentire il -suo essere rialzato da questo potere occulto: e questo potere deve -forzatamente essere sentito se non per la sua energia, almeno per -la sua presenza; nè qualsiasi forma intellettuale può attribuire -all’oggetto quella peculiare divinità che riposa o vigila in ogni -soggetto. L’amore non può mai render pari in forza la coscienza di sè -e l’attribuzione. Vi sarà sempre un abisso fra ogni te e me, come fra -l’originale ed il quadro. Lo sposo dell’anima è l’universo. Qualsiasi -simpatia privata è parziale. Due esseri umani sono come due globi, che -possono toccarsi in un punto solo, e mentre rimangono in contatto, ogni -altro punto di ciascuno di essi rimane inerte; la volta di questi punti -deve pure venire, e quanto più a lungo dura una particolare unione, -tanta maggiore energia di appetenza acquistano le parti che non sono a -contatto. - -La vita vuol essere resa in immagine, ma non divisa o raddoppiata. -Qualsiasi intromettenza nella sua unità genererebbe il caos. L’anima -non è nata gemella, ma sola generata, e sebbene si riveli come bambina -in età e bambina in apparenza, pure ha un potere fatale ed universale, -e non ammette una coesistenza. Ogni giorno ed ogni atto tradisce la -divinità male nascosta. Noi crediamo in noi stessi e non crediamo -negli altri. Noi ci permettiamo tutto, e ciò che chiamiamo peccato -negli altri, è esperimento per noi. Un esempio della nostra fede -in noi stessi l’abbiamo nel fatto che gli uomini non parlano mai di -un delitto, così leggermente come pensano, e che ogni uomo pensa ad -una latitudine sicura per lui, che in nessun modo sarà concessa ad -un altro. L’atto appare molto differente considerato dall’interno o -dall’esterno, nella sua qualità e nelle sue conseguenze. L’assassinio -non è per l’assassino un pensiero terribile come vogliono farlo i poeti -ed i romanzieri; esso non lo disturba, non lo atterrisce nella sua -solita osservazione delle cose mediocri; esso è un atto facilissimo a -contemplarsi, ma nella sua conseguenza risulta una terribile contesa -e confusione di tutte le relazioni. Specialmente i delitti passionali -sembrano giusti ed equi dal punto di vista dell’autore, ma una volta -compiuti appaiono fatali alla società. Nessun uomo infine crede che -egli possa essere perduto, nè che il delitto in lui sia così nero -come nel fellone; poichè l’intelletto tempera nel nostro proprio caso -i giudizi morali: poichè non vi è delitto per l’intelletto. Esso è -antinomico o ipernomico e giudica la legge come giudica il fatto. -«Più che un delitto, è peggiore uno sbaglio» disse Napoleone parlando -il linguaggio dell’intelletto. Per esso il mondo è un problema di -matematica o di scienza quantitativa e tralascia la lode, il biasimo -ed ogni debole emozione. Qualsiasi furto è comparativo. Se veniamo -all’assoluto, scusate, chi non ruba? I santi sono tristi, perchè essi -contemplano il peccato (anche quando meditano) dal punto di vista della -coscienza e non da quello dell’intelletto; una confusione del pensiero. -Il peccato veduto dal pensiero è una diminuzione o _meno_: veduto dalla -coscienza è una depravazione o _male_. L’intelletto lo chiama ombra, -assenza di luce e non essenza. La coscienza deve sentirlo come essenza, -come male essenziale. Questo non è: esso ha una esistenza oggettiva ma -non soggettiva. - -Così inevitabilmente l’universo sopporta la nostra apparenza, ed ogni -oggetto cade successivamente nel soggetto stesso. Il soggetto esiste, -si ingrandisce; tutte le cose, prima o dopo, vanno a posto. Come io -sono, così io vedo: noi possiamo usare il linguaggio che vogliamo, ma -non potremo mai dire nulla all’infuori di ciò che siamo; Hermes, Cadmo, -Colombo, Newton, Buonaparte, sono i ministri della mente. Invece di -sentire un non so che di miserevole quando noi incontriamo un grande -uomo, trattiamo il nuovo venuto come se fosse un geologo che viaggia, -il quale passa attraverso i nostri possedimenti e ci addita la buona -ardesia o la calce o l’antracite dei nostri pascoli. L’azione parziale -di ogni mente forte verso una sola direzione è un telescopio per -gli oggetti sui quali esso è puntato. Ma tutte le altre parti della -conoscenza devono essere spinte alla stessa esagerazione, prima che -l’anima raggiunga la sua dovuta sfericità. Vedete voi quel gattino che -tenta d’afferrare la propria coda? Se voi poteste vedere con i suoi -occhi, lo vedreste circondato da centinaia di figure, che rappresentano -dei drammi complessi, con scioglimenti tragici e comici, con delle -lunghe conversazioni, con molti personaggi, con molti colpi di fortuna; -eppure è solamente un gattino e la sua coda. Quanto tempo passerà -prima che la nostra mascherata cessi il suo frastuono di tamburelli, -di risa e di grida, per scoprire che essa era una commedia solitaria? -Un soggetto ed un oggetto! ecco quanto è necessario pure per rendere -completo il circuito galvanico; ma la grandezza vi aggiunge nulla. Che -cosa importa se è Keplero e la sfera; Colombo e l’America; un lettore -ed il suo libro, oppure il micio e la sua coda? - -È vero che le muse e l’amore e la religione odiano questi svolgimenti -e troveranno modo di punire il chimico che espone nel salotto i -segreti del laboratorio. E noi non possiamo tacere la nostra necessità -costituzionale di vedere le cose sotto aspetti particolari o satura -del nostro umore. Eppure è Dio l’originario di queste pallide roccie. -Quella necessità produce nei costumi la virtù capitale della fiducia -in se stesso. Noi dobbiamo tenerci legati a questa povertà, per -quanto scandalosa, e per mezzo di più grandi riconquiste di noi stessi -possedere più fermamente, dopo gli impeti dell’unione, il nostro asse. -La vita della verità è fredda e anche triste, ma non è la chiave delle -lacrime, delle contrizioni e delle perturbazioni. Essa non attenta -al lavoro di un’altra e non ne adotta i fatti. È principalissimo -ammonimento della saggezza quello di discernere il vostro da quello -degli altri. Io ho imparato di non poter disporre dei fatti degli -altri; ma io possiedo tale chiave dei miei, che son persuaso contro -tutti i dinieghi che anche essi hanno una chiave per i loro. Una -persona simpatica si trova nelle condizioni di un nuotatore fra uomini -che annegano, i quali s’aggrappano a lui, e se egli si lascia prendere -solo una gamba od un dito, essi lo trarranno insieme nelle profondità -delle acque. Essi desideravano di essere salvati dai danni dei loro -difetti, ma non dai loro difetti. A questi poveri che attendono la -carità, essa sarebbe inutilmente prodigata. Un dottore saggio dirà, -come prima condizione di consiglio: «uscite da quelli». - -In questa nostra America parlante noi siamo mandati in rovina dalla -nostra buona indole e dal nostro ascoltare da ogni lato. Questa -compiacenza ci toglie il potere di essere grandemente utili. Un uomo -non dovrebbe poter guardare che direttamente. Un’attenzione preoccupata -è l’unica risposta all’importuna frivolità degli altri: risposta divina -che non dà luogo a lagnanze ed a cattivi pensieri. Nella scultura -che Giovanni Flaxman fece delle Eumeridi di Eschilo, Oreste supplica -Apollo mentre le Furie dormono sul limitare della porta. Il viso del -dio esprime un’ombra di rincrescimento e di compassione, una calma -nella convinzione dell’irreconciliabilità dei due mondi. Egli è sorto -in un altro tempo, nell’eterno e nel bello. L’uomo ai suoi piedi chiede -la sua protezione nelle lotte della terra, in cui la natura non può -entrare. E le Eumeridi, là giacenti, esprimono pittoricamente questa -disparità. Il dio è sovraccarico del suo divino destino. - -Illusione, Temperamento, Successione, Superficie, Sorpresa, Realtà, -Subbiettività — queste sono le fila sulla trama del tempo, questi sono -i padroni della vita. Io non oso certo di assegnare loro un posto, ma -le nomino come le trovo sulla mia via. Io conosco una cosa migliore -che il pretendere qualsiasi perfezione per la mia pittura. Io sono un -frammento e questo è un frammento di me. Io posso con molta fiducia -annunciare l’una o l’altra legge che si muta in un soccorso e prende -forma, ma sono troppo giovane ancora per compilare un codice. Io ciarlo -nel mio tempo intorno alla politica eterna. Io ho veduto non invano -molte belle pitture. Io ho vissuto in un tempo meraviglioso. Io non -sono il novizio di quattordici o di sette anni fa. Chi domanderà dove -è il profitto? Per me è sufficiente un profitto personale. Questo è -un profitto che io non dovrei chiedere come sconsiderato effetto di -meditazioni, di consigli e di acquisti di verità. Io sentirei pietà di -chiedere un risultato a questa città od a questo paese; di chiedere un -effetto palese in questo mese ed anno corrente. L’effetto è profondo e -secolare come la causa. Esso si manifesta in periodi, in cui la vita -mortale va perduta. Tutto ciò che io so è ricezione, io sono ed io -ho; ma io non acquisto e quando immagino di aver acquistato qualcosa, -constato di aver acquistato nulla. Io adoro con meraviglia la grande -Fortuna. Il mio atto di ricevere è stato così grande che io non mi -stupisco di ricevere questo e quello, sovrabbondantemente. Quando io -ricevo un nuovo dono, non macero il mio corpo per fare il conto esatto, -perchè se io morissi non potrei fare il conto esatto. Il benefizio -sorpassò il merito nel primo giorno e continuò sempre a sorpassarlo. Io -calcolo il merito stesso come parte di ciò che ricevo. - -Anche quella brama di un effetto pratico e manifesto mi sembra una -apostasia. In verità io amo di risparmiare questa grande occupazione -assolutamente non necessaria. La vita per me ha un viso da visionario. -L’azione più violenta e più ruvida è visionaria pure. Non v’è che una -scelta fra i sogni delicati e quelli turbolenti. La gente sprezza il -sapere e la vita intellettuale e s’affanna intorno all’azione. Io sono -molto contento del sapere; potessi solo sapere. Esso è un passatempo -augusto, e mi basterebbe per lunga pezza. Il sapere un poco sarebbe -cosa degna di sacrifizio da parte di questo mondo. Io odo sempre -la legge di Adrastea, che «ogni anima che ha acquistata una verità, -dovrebbe essere libera da ogni male fino ad un altro periodo». - -Io so che il mondo con il quale io parlo in città e nelle campagne, non -è il mondo ch’io _penso_. Io ne vedo e ne vedrò sempre la differenza. -Un giorno io conoscerò il valore e la legge di questa discrepanza. -Ma io non ho constatato che si sia guadagnato molto con i tentativi -manipolari di realizzare il mondo del pensiero. Molte persone ansiose -tentano successivamente degli esperimenti in questa via e diventano -ridicoli. Essi acquistano delle abitudini democratiche, fanno schiuma -alla bocca, odiano e negano. Peggio, io osservo che nella storia del -genere umano non vi è mai un esempio solitario di successo — prendendo -la loro stessa definizione del successo. Dico io questo per polemica od -in risposta alla domanda: «perchè non realizzate voi il vostro mondo»? -Ma sia lungi da me la profonda sfiducia che pregiudica la legge con un -artificioso empirismo; poichè mai vi fu un tentativo giusto che non sia -stato coronato di successo. Pazienza e pazienza, noi vinceremo in fine. -Noi dobbiamo essere molto sospettosi circa le illusioni dell’elemento -del tempo. Il mangiare od il dormire od il guadagnare un centinaio di -dollari richiedono molto tempo, ma l’accogliere una speranza od una -visione che divengano la luce della vita nostra, richiede molto poco -tempo. Noi coltiviamo il nostro giardino; facciamo i nostri pranzi; -discutiamo delle cose di casa con le nostre mogli, e queste cose non -fanno impressione e sono dimenticate la prossima settimana; ma nella -solitudine, a cui ogni uomo ritorna, egli ha sanità e rivelazioni, -che porterà con lui nel suo passaggio a mondi nuovi. Non curatevi del -ridicolo, ma curatevi della sconfitta; rialzati ancora, vecchio cuore! -esso sembra dire — vi è ancora una vittoria per ogni giustizia; ed il -vero romanzo che il mondo realizzerà sarà la trasformazione del genio -in un pratico potere. - - - - -TERZO SAGGIO - -IL CARATTERE - - -Io ho letto che coloro, che ascoltavano Lord Chatham, sentivano -esservi in quell’uomo qualche cosa di più bello, di ciò che egli -andava dicendo. Si è deplorato nel nostro istoriografo della -Rivoluzione Francese che la narrazione di tutti i suoi fatti circa -Mirabeau, non giustificano l’apprezzamento del suo genio. I Gracchi, -Cleomene ed altri eroi di Plutarco non uguagliano nel ricordo dei -fatti la loro propria fama. Sir Filippo Sidney, il Conte di Essex, -Sir Walter Raleigh, sono uomini di grande figura e di pochi fatti. -Noi non possiamo trovare la più piccola parte del valore personale -di Washington nel racconto delle sue imprese. L’autorità del nome -di Schiller è troppo grande per i suoi libri. Questa disparità di -riputazione in rapporto alle opere od agli aneddoti, non si spiega -dicendo che la ripercussione è più duratura del colpo di tuono; ma -piuttosto con il dire che vi fu in questi uomini un alcunchè che -produsse un’aspettazione, che di gran lunga precedette ogni loro -operato. La maggior parte del loro potere fu latente. Questo è ciò che -noi chiamiamo carattere: forza circospetta che agisce direttamente -mediante la sua presenza e senza mezzi. Esso è concepito come una -forza inesplicabile, come un Nume familiare o Genio, dal cui impulso -l’uomo è guidato, ai cui concilii non può partecipare; come un compagno -per lui; cosicchè tali uomini sono spesso solitari, e se per caso -sono socievoli, non abbisognano di società, ma possono molto bene -intrattener se stessi soli. Il più puro ingegno letterario appare una -volta grande, un’altra volta piccolo; ma il carattere è sempre d’una -grandezza astrale ed irreducibile. Ciò che gli altri uomini compiono -con l’ingegno o con l’eloquenza, questo uomo compie per mezzo d’una -specie di magnetismo. «Egli non esplica la metà della sua forza». Le -sue vittorie sono ottenute per mezzo di dimostrazioni di superiorità e -non con attacchi alla baionetta. Egli vince perchè il suo avvento muta -la faccia degli affari. «Oh, Iole, come sapesti tu che Ercole era un -Dio?» — «Perchè — rispose Iole — io fui lieta nel momento che i miei -occhi si posarono su di lui. Quando io vidi Teseo, desiderai di poterlo -vedere offrente battaglia od almeno guidante i suoi cavalli in una -corsa di carri; ma Ercole non aspettò una contesa; egli vinse ovunque -stette o camminò o sedette, o qualsiasi cosa egli fece». L’uomo di -solito legato dagli eventi, solo a metà e male avvinto al mondo in cui -vive, in questi esempi pare che condivida la vita delle cose, e pare -che sia un’espressione di quelle stesse leggi, che controllano le maree -ed il sole, i numeri e le quantità. - -Noi possiamo comprendere il suo incomparabile valore nelle nostre -elezioni politiche, dove questo elemento pure apparendo, può -soltanto apparire nelle sue forme più rudi. Il popolo sa che nel loro -rappresentante abbisognano di qualcosa di più del talento, vale a -dire, del potere di far nascere la fiducia in quel talento. Esso non -può raggiungere i suoi intenti mandando al Congresso un uomo còlto, -acuto, oratore facondo, se questi prima d’esser nominato dal popolo -come suo rappresentante, non fosse stato indicato dall’Onnipotente, -come significazione di un fatto, — invincibilmente persuaso di tale -fatto egli stesso — affinchè le persone più fiduciose e più impetuose -imparassero che vi è una resistenza, contro la quale l’audacia ed -il terrore si disperdono, cioè la fede in un fatto. Gli uomini che -ottengono la maggioranza, non hanno bisogno di chiedere agli elettori -che cosa essi dovrebbero dire, ma essi stessi sono il paese che -rappresentano: in nessun luogo le emozioni e le opinioni di quello -sono così vive e vere come in loro; in nessun luogo così scevre di -elementi egoistici. L’assemblea ascolta le loro parole, osserva il -colorito del loro viso, e in ciò, come in uno specchio, si rimira. Le -nostre pubbliche assemblee sono delle buone prove della forza virile. -I nostri leali compatrioti dell’ovest e del sud hanno un’inclinazione -per il carattere, ed amano di sapere se il Nuovo Inglese è un uomo -sostanziale, oppure se la mano può passare attraverso di lui. - -La stessa forza motiva appare nel commercio. Vi sono nel commercio -dei genii, come nella guerra, nel governo o nelle lettere; e non -è da dirsi la ragione per cui questo o quell’uomo è fortunato. -Essa giace nell’uomo! Ecco quanto ognuno può dirvi. Guardatelo e -saprete facilmente perchè egli riesca; così, vedendo Napoleone, voi -comprendereste il perchè della sua fortuna. Noi riconosciamo negli -obbietti nuovi il vecchio giuoco, l’abitudine di fronteggiare il -fatto, e non di trattarlo di seconda mano, attraverso le percezioni di -qualcun altro. A voi pare che la natura stessa autorizzi il commercio, -allorchè vedete il mercante naturale, che appare non come un agente -privato, ma come il fattore di essa e come il ministro stesso del -commercio. La sua probità naturale s’accorda con la sua conoscenza -profonda della struttura della società per innalzarlo al disopra degli -inganni; ed egli comunica a tutti la propria fede che i contratti non -hanno interpretazioni personali. Le abitudini della sua mente sono in -relazione alle norme dell’equità naturale e del vantaggio pubblico; -egli ispira il rispetto ed il desiderio di trattare con lui, sia per la -serena aura di onorabilità che lo accompagna, sia per il godimento che -lo spettacolo di tanta abilità procura. Questo commercio immensamente -vasto, che getta i suoi moli ai limiti estremi dell’oceano del sud, -e fa dell’oceano Atlantico il suo posto favorito, ha il suo nocciolo -soltanto nel suo cervello; e nessuno nell’universo può prendere il -suo posto. Io vedo molto chiaramente che egli ha lavorato duramente -stamane nel suo salotto, con quelle ciglia corrugate, con quell’aspetto -tranquillo, che ogni suo desiderio d’essere gentile non può scuotere. -Io vedo chiaramente quante azioni salde sono state compiute; quanti -coraggiosi _no_ sono stati oggi detti, mentre altri avrebbero -pronunciato dei rovinosi _sì_. Io vedo, con l’orgoglio dell’arte -e l’abilità del calcolo magistrale ed il potere della combinazione -lontana, la sua consapevolezza di essere un agente e un compagno di -giuoco delle leggi originarie del mondo. Egli crede anche che nessuno -può supplirlo, e che un uomo deve essere nato per il commercio, -altrimenti non lo imparerà mai. - -Questa virtù attira maggiormente lo spirito quando appare in azione -per fini meno complessi. Essa opera con la maggior energia nelle più -piccole società e nelle relazioni private. Essa è in tutti i casi un -agente straordinario ed inestimabile. L’eccesso della forza fisica -è paralizzato da esso. Le nature superiori dominano le inferiori con -il comunicare ad esse una specie di sonno. Le facoltà sono rinchiuse -e non offrono resistenza. Forse questa è la legge universale. Quando -un grande non può attirare un piccolo a sè, lo intorpidisce, come un -uomo annulla con l’inganno la resistenza degli animali inferiori. Gli -uomini esercitano l’uno sull’altro un simile potere occulto. Quante -volte l’impero di un vero maestro non ha realizzato tutti i racconti -della magìa! Una corrente di dominio sembrò scorrere dai suoi occhi -negli occhi di coloro che lo contemplarono, un torrente di luce -vivissima e mesta, come un Ohio od un Danubio, che li pervase con -i suoi pensieri, e tinse tutti gli avvenimenti con il colore della -sua mente. «Quali mezzi avete impiegati?» fu la domanda rivolta alla -moglie di Concini, riguardo alle sue relazioni con Maria de’ Medici; -e la risposta fu: «Solo l’impero che ogni mente forte ha su di una -mente debole». Cesare incatenato non può dunque liberarsi dai suoi -ferri e metterli sulla persona di Hippo o di Thraso il carceriere? -È una catena di ferro un legame così immutabile? Supponiamo che un -negriero, sulle spiaggie della Guinea, prenda a bordo una truppa di -schiavi, nella quale si trovino persone dello stampo di Toussaint -L’Ouverture: oppure immaginiamo che sotto queste nere maschere egli -abbia un plotone di Washington incatenati? Quando essi arrivano a Cuba, -l’ordine relativo delle persone della nave sarebbe lo stesso? Nulla vi -sarebbe eccetto corda e ferro? Non vi sarebbe dunque amore o riverenza? -Non vi sarà mai dunque uno sprazzo di ragione nella mente di un povero -schiavo-capitano; e non potrà egli dunque essere considerato giovevole -per rompere od eludere od in qualsiasi modo infrangere la pressione di -un pollice o due di un anello di ferro? - -Il carattere è un potere naturale, come la luce od il calore, e tutta -la natura coopera con esso. La ragione per cui sentiamo la presenza -di un uomo e non sentiamo quella di un altro, è tanto semplice -quanto la gravità. La verità è il vertice dell’essere, la giustizia -è l’applicazione di essa agli affari. Tutte le nature individuali -saranno in una gradazione corrispondente alla purezza in esse di -questo elemento. La volontà di quelli che sono puri fluisce da essi in -altre nature, come l’acqua scorre da un recipiente più alto in uno più -basso. Questa forza naturale non può essere maggiormente contrastata -di quanto lo possa essere qualsiasi altra legge naturale. Noi possiamo -gettare una pietra in alto e farla salire per un momento nell’aria, ma -è pur vero che tutte le pietre eternamente cadranno; allo stesso modo -possiamo citare esempi di furti non puniti o di menzogne credute; pure -è vero che la giustizia deve aver la superiorità e che è privilegio -della verità quello di farsi credere. Il carattere sta in questo -ordine morale, veduto attraverso il medium di una natura individuale. -Un individuo è un recipiente. Il tempo e lo spazio, la libertà e la -necessità, la verità ed il pensiero, non sono più lasciati sciolti. -Ora l’universo è un recinto od un stabulario. Tutte le cose esistono -nell’uomo, colorite dalle disposizioni della sua anima. Egli influisce, -con quella disposizione che è in lui, su tutta la natura che egli -può abbracciare; nè egli tende a perdersi nell’immensità; ma in una -curva qualsiasi tutte le sue relazioni ritornano infine al suo proprio -bene. Egli dà anima a tutto ciò che può, e vede solo ciò che egli ha -animato. Egli racchiude in sè il mondo come il patriota racchiude il -suo paese, come base materiale per il suo carattere e come teatro per -la sua azione. Un uomo vigoroso sta unito al Giusto ed al Vero, come -la bussola sta rivolta al polo; cosicchè egli è per tutti coloro che lo -osservano un oggetto trasparente posto fra essi ed il sole, e chiunque -viaggia verso il sole viaggia verso di lui. Egli è così il medium del -più alto dominio per coloro che non stanno al suo proprio livello. A -questo modo gli uomini di carattere sono la coscienza della società -alla quale essi appartengono. - -La misura naturale di questo potere sta nella resistenza alle -circostanze. Gli uomini impuri considerano la vita quale è rispecchiata -nelle opinioni, negli eventi e nelle persone. Essi non possono vedere -l’azione finchè essa non è compiuta. Eppure il suo elemento morale -preesisteva nell’attore, ed era facile predire se la sua disposizione -fosse giusta od ingiusta. Ogni cosa nella natura è bipolare ed ha -un polo positivo ed uno negativo. Vi è il maschio e la femmina, lo -spirito ed il fatto, il nord ed il sud. Lo spirito è quello positivo, -il fatto è quello negativo. La volontà è il polo nord, l’azione quello -sud. Del carattere si potrebbe affermare che ha la sua sede naturale -in quello nord. Esso spartisce le correnti magnetiche del sistema. -Le anime deboli sono trascinate verso il polo sud o quello negativo. -Esse tengono lo sguardo rivolto al profitto od al danno dell’azione. -Esse non osservano mai un principio, finchè non lo trovano incorporato -in una persona. Esse non desiderano d’essere amabili, ma d’essere -amate. Una classe di caratteri si compiace di udire enumerati i suoi -difetti; un’altra non si compiace. Tali caratteri adorano gli eventi; -assicurateli di un fatto, di una relazione, di una connessione di -circostanze ed essi non chiederanno di più. L’eroe vede che l’evento -è subordinato; esso deve seguire lui. Un dato ordine di eventi non -ha il potere di procurargli quella soddisfazione che l’immaginazione -si riprometteva; l’anima della bontà sfugge da qualsiasi serie di -circostanze, mentre la prosperità appartiene ad un certo spirito, -che introdurrà quel potere e quella vittoria che sono i suoi frutti -naturali in qualsiasi ordine di eventi. Nessun mutamento di circostanze -può riparare un’imperfezione del carattere. Noi magnifichiamo la -nostra emancipazione da molte superstizioni; ma se abbiamo rotto -qualche idolo fu solo per un trasferimento della nostra idolatria. -Che cosa ho acquistato io che non sacrifico più un toro a Giove od a -Nettuno, od un topo ad Ecate; che non tremo più d’avanti alle Eumenidi -od al Purgatorio Cattolico od al Giudizio Universale dei Calvinisti -— se io tremo ancora di fronte all’opinione, all’opinione pubblica -come la chiamiamo; oppure se tremo alla minaccia di un assalto, o di -fronte ad una contumelia, od a cattivi vicini, od alla povertà, od -alla mutilazione, od al rumore di una rivoluzione o di un delitto? -Se io tremo, quale importanza ha la ragione per cui tremo? I nostri -propri vizi prendono forma in questo o quel modo, a seconda del sesso, -dell’età o del temperamento della persona, e se siamo atti al timore, -presto incontreremo dei terrori. L’ingordigia o la malignità che mi -rattristano, e che io ascrivo alla società, sono invece mie proprie. -Io sono sempre circondato dal mio _io_. D’altra parte la rettitudine -è una vittoria perenne celebrata non da grida di gioia, ma dalla -serenità, che è gioia stabile od abituale. Il dover ricorrere agli -eventi per avere la conferma della nostra verità e del nostro valore -è cosa umiliante. Il capitalista non corre ad ogni ora dall’agente -di cambio per trasformare i suoi profitti in moneta sonante; egli -è sufficientemente soddisfatto nel leggere nei listini di borsa che -i suoi titoli sono saliti. La stessa gioia che si produrrebbe in me -per l’avvento delle migliori vicende nel migliore dei modi, io devo -imparare a gustar più pura, avvertendo il miglioramento della mia -posizione ora per ora e del mio dominio sulle vicende che io desidero. -L’esultanza deve essere solamente intiepidita dalla previsione di un -ordine di cose così eccellenti, da gettare tutte le nostre prosperità -nell’ombra più completa. - -Il carattere ha per me il viso di colui che basta a se stesso. Io -onoro colui che produce ricchezza; cosicchè non posso figurarmelo -abbandonato, povero, esiliato, infelice, dipendente, ma bensì me lo -figuro come un mecenate perpetuo, un benefattore ed un uomo beato. -Il carattere è centralità, è l’impossibilità di essere dislocato o -rovesciato. Un uomo dovrebbe darci il senso di un masso. La società è -frivola, e scompone i suoi giorni in frammenti, le sue conversazioni in -cerimonie e scappatoie. Ma se io vado a visitare un uomo di genio, io -mi stimerò molto poco ben ricevuto se egli mi darà un vago spettacolo -di benevolenza e di etichetta; piuttosto tenga egli il suo posto, e -m’insegni foss’anche solo la sua resistenza, e sappia io d’essermi -imbattuto in una forza nuova e positiva: ristoro grande per entrambi. È -molto che egli non accetti le opinioni e le pratiche convenzionali. La -sua non-conformità rimarrà come uno stimolo ed un ammonimento, ed ogni -ricercatore dovrà collocarlo nel primo posto. Vi è nulla di reale o di -utile che non sia una sede di guerra. Le nostre case risuonano di risa -e di ciancie maligne, ma ciò serve a poco. Invece l’uomo incivile che -è un problema ed una minaccia per la società, che lo deve adorare od -odiare, — e con il quale tutti gli individui sono in relazione, tanto -coloro che reggono le opinioni quanto gli oscuri e gli eccentrici; -quest’uomo, dico, è di aiuto; egli pone l’America e l’Europa dalla -parte del torto, e distrugge lo scetticismo che dice «l’uomo è un -fantoccio; mangiamo e beviamo, è la cosa migliore che noi possiamo -fare», con attirare l’attenzione su ciò che non è sperimentato e che -non è conosciuto. L’acquiescenza per ciò che è stabilito e l’appello -all’opinione pubblica indicano una fede non salda, dei cervelli non -illuminati, che devono vedere una casa costrutta, prima di poterne -comprendere il piano. L’uomo saggio non solo lascia fuori del suo -pensiero i molti, ma lascia anche i pochi. - -La nostra azione dovrebbe matematicamente riposare sulla nostra -sostanza. In natura non vi sono false valutazioni. Una libbra d’acqua -nella tempesta dell’oceano non ha maggiore gravità di una libbra -d’acqua in uno stagno estivo. Tutte le cose agiscono esattamente -secondo la loro qualità e secondo la loro quantità, e non attentano a -ciò che non possono fare. Solo l’uomo fa ciò; egli ha delle pretese: -egli desidera e tenta cose che sono al di là della sua forza. Senofonte -ed i suoi Diecimila erano idonei alla loro spedizione e la compirono; -così idonei che nessuno sospettò essa fosse una spedizione grandiosa -ed inimitabile. Eppure il fatto rimane inimitato, come il più saliente -nella storia militare. Molti dopo d’allora hanno tentato di ripeterlo; -nessuno fu capace. Ogni potere d’azione può basarsi soltanto sulla -realtà. Nessun’istituzione sarà migliore dell’istitutore. Io conobbi -una persona amabile e còlta, che intraprese una riforma pratica; -pure io non potei mai trovare in lui l’impresa d’amore che aveva tra -le mani. Egli se l’appropriava con l’udito e con l’intelletto e con -l’averla letta nei libri. Tutta la sua azione fu un tentativo; era un -frammento della città portata nei campi, ed era città ancora e non -un fatto nuovo, e non poteva ispirare entusiasmo. Se qualchecosa ci -fosse stato di latente in quell’uomo, un genio terribile incompreso, -che agitasse ed imbarazzasse il suo procedere, noi avremmo atteso la -sua venuta. Non è sufficiente che l’intelletto veda i mali ed i loro -rimedi. Fintantochè noi siamo incitati solo da un pensiero e non da uno -spirito, noi posporremo ancora la nostra esistenza e non prenderemo -possesso del terreno al quale abbiamo diritto. Noi non siamo ancora -idonei a ciò. - -Queste sono le proprietà della vita; un’altra caratteristica di essa -è l’osservazione del progresso incessante. Gli uomini dovrebbero -essere intelligenti e serii; essi dovrebbero anche farci sentire che -essi hanno un vigilante e felice avvenire schiudentesi innanzi a loro -ed i cui albori si accendono di già nell’ora che fugge. L’eroe è mal -concepito e male rappresentato: egli non può attendere per sciogliere -i falli di un qualche uomo: egli è nuovamente in cammino, aggiungendo -nuovi onori e poteri al suo dominio, e nuovi diritti al possesso del -vostro cuore che vi manderanno in rovina se voi vi sarete soffermati -intorno alle vecchie cose, e non avrete mantenuta la vostra relazione -con lui, accrescendo la vostra prosperità. Le azioni nuove sono per -le vecchie le sole scuse e le sole spiegazioni che l’uomo nobile -possa degnarsi di offrire o di ricevere. Se il vostro amico vi recò -un dispiacere, voi non dovete soffermarvi sulla cosa; perchè egli ha -già dimenticato quel momento e raddoppiato la sua potenzialità per -giovarvi; e prima che voi possiate nuovamente riprendere il cammino, -egli vi colmerà di benedizioni. - -Il pensiero di una benevolenza misurata soltanto dalle sue proprie -opere non ci reca alcuna gioia. L’amore è inesauribile, e se i suoi -possedimenti sono distrutti ed i suoi granai vuotati, esso ancora -rallegra ed arricchisce, e l’uomo, ancorchè dormente, pare purificare -l’aria e la sua casa, abbellire il paesaggio e rinvigorire le leggi. -Il popolo riconosce sempre questa differenza. Noi conosciamo colui che -è benevolente con modi completamente diversi dalle sottoscrizioni alle -opere caritatevoli. Soltanto i piccoli meriti possono essere enumerati. -Temete quando i vostri amici affermano che voi avete agito bene, e -l’affermano apertamente; ma quando essi se ne stanno con circospetti e -timidi sguardi di reverenza e quasi di compunzione, e devono attendere -anni ed anni per poter dare un giudizio, allora incominciate a sperare. -Coloro che vivono per il futuro debbono apparire egoisti a coloro che -vivono per il presente. Fa pertanto strano che il buon Riemer, che -scrisse le memorie di Goethe, abbia compilata una lista delle sue -donazioni e dei suoi atti caritatevoli come:... tante centinaia di -talleri dati a Stilling, a Hegel, a Tischbein; una carica lucrativa -per il professore Voss; un impiego sotto il Gran Duca per Herder; -una pensione per Meyer; due professori raccomandati ad università -straniere, ecc. ecc. La più lunga lista di benefici specificati -apparirebbe molto corta. Un uomo sarebbe veramente una creatura ben -meschina, se dovesse essere misurato a questo modo: perchè tutto ciò, -naturalmente, è eccezione; ed il dovere e la vita odierna di un uomo -buono sta nella beneficenza. La vera carità di Goethe deve essere -compresa dalla spiegazione che egli diede al dottor Eckermann del -modo con cui egli aveva speso la sua fortuna: «Ogni mio bon-mot mi è -costato una borsa d’oro. Mezzo milione del mio patrimonio, la fortuna -che ereditai, il mio stipendio ed i larghi proventi dei miei scritti -durante un periodo di cinquant’anni, furono spesi per istruirmi in -ciò che ora so. Io ho inoltre veduto, ecc., ecc.». Riconosco che è -semplicemente una chiacchiera vana l’enumerare le doti di questo, -potere semplice e rapido, e che è un dipingere il fulmine con il -carbone, ma mi piace in queste lunghe notti consolarmi così. Nulla può -imitare il carattere all’infuori di se stesso. Una parola ardente del -cuore mi arricchisce. Io mi arrendo a discrezione. Quale gelo di morte -ha il genio letterario di fronte a questo fuoco della vita! Questi -sono i tocchi che rianimano la mia anima avvilita e le dànno occhi per -penetrare l’oscurità della natura. Io constato che dove m’immaginai -povero, ero più ricco. Da ciò proviene una nuova esaltazione -intellettuale, tale da essere nuovamente castigata da qualche nuova -spiegata abilità del carattere. Strana alternativa di attrazione e di -ripulsione! Il carattere ripudia l’intelletto, eppure lo eccita! ancora -il carattere passa nel pensiero e si rivela, poi si vergogna di fronte -ai nuovi bagliori del valore morale. - -Il carattere è la natura nella sua forma più alta; è inutile imitarlo -o contendere con esso. Contro questo potere che supererà qualsiasi -emulazione è tuttavia possibile una certa qual resistenza o persistenza -o creazione. - -Questo capolavoro è migliore dove nessuna mano, all’infuori quella -della natura, vi si è posata. Esso bada affinchè colui che è -predestinato alle grandi cose possa furtivamente entrare nella vita -senza che alcuna Atene dai mille occhi osservi e celebri ogni nuovo -pensiero ed ogni pavida emozione del giovane genio. Due persone -ultimamente, giovanissime creature del più alto Iddio, mi hanno -dato occasione di pensiero. Quando io investigai la fonte della loro -santità e del loro fascino per l’immaginazione, mi parve che ognuno -di essi rispondesse: «dalla mia non-conformità: io giammai porsi -l’orecchio alla legge della vostra gente, ed a ciò che essi chiamano -il loro vangelo, e sperperai il mio tempo. Io fui lieto della mia -povertà rustica: di qui venne tanta dolcezza; la mia opera giammai -ve la ricorda; essa ne è monda». E la natura mi ammonisce per mezzo -di tali persone che nell’America democratica essa non vuole essere -democratizzata. Come è essa difesa ed appartata dal mercato e dallo -scandalo! Solo stamane io mi sono dipartito da alcuni ricordi che erano -i fiori selvatici di questi dèi delle selve. Queste fresche onde che -vengono dalle sorgenti del pensiero e del sentimento sono un sollievo -dalla letteratura mentre noi in un’età di cultura e di criticismo -leggiamo le prime linee di prosa o di versi di una nazione. Come è -affascinante la loro devozione per i loro libri favoriti, siano essi -Eschilo, Dante, Shakespeare o Scott; pare che sentano d’avere una -parte in quei libri; chi li tocca, tocca loro; e specialmente com’è -ammaliante la solitudine completa del critico, che dalla Patmo del -suo pensiero scrive, inconsapevole se mai occhi altrui leggeranno il -suo scritto. Potessero essi continuare a sognare, come angeli, e non -risvegliarsi per far delle comparazioni ed essere lusingati! Pure, -alcune nature sono troppo buone per poter essere guastate dalla lode; -ed ovunque la vena del pensiero raggiunge il profondo, non v’è pericolo -di vanità. Gli amici gravi li avviseranno del pericolo che le loro -teste si sconvolgano per il clamore delle trombe, ma essi possono -sorridere. Io ricordo l’indignazione di un metodista eloquente per la -cortese ammonizione di un dottore di teologia: «Amico mio, un uomo può -essere nè lodato nè insultato». Ma voi dimenticate gli avvertimenti; -essi sono molto naturali. Io ricordo il pensiero che mi sorgeva nella -mente quando qualche straniero arguto e spirituale veniva in America -«Siete voi stato immolato, nell’essere portato qui?» — oppure «prima di -ciò, rispondetemi a questo: Siete voi immolabile?» - -Come ho detto, la natura tiene queste sovranità nelle sue proprie mani -e per quanto petulantemente i nostri sermoni e le nostre discipline -vorrebbero condividere una parte della sua autorità ed insegnare che -le leggi formano il cittadino, essa va per la propria strada, e mette -i più saggi dalla parte del torto. Essa tiene in poco conto i vangeli -ed i profeti, come quegli che abbia molte altre cose da produrre, e -poco tempo da concedere ad alcuno. Vi è una classe di uomini, i cui -componenti appaiono a lunghi intervalli così eminentemente dotati -di conoscenza e di virtù, che essi sono all’unanimità valutati come -divini, e paiono essere un’accumulazione di quel potere che noi ora -consideriamo. Le persone divine sono «caratteri nati» o per usare -una frase di Napoleone, sono una vittoria organizzata. Essi sono di -solito ricevuti di mal animo, perchè sono nuovi e perchè pongono un -termine alla considerazione esagerata che si ebbe della personalità -dell’ultima persona divina. La natura non appaia mai i suoi figli, nè -fa due uomini uguali. Quando noi vediamo un grand’uomo, ci figuriamo -che egli debba avere una somiglianza con qualche personalità storica, -e prediciamo lo svolgersi del suo carattere e della sua fortuna; la -previsione sarà certamente dallo stesso grand’uomo annullata. Nessuno -risolverà mai il problema del proprio carattere secondo il nostro -pregiudizio, ma solo lo risolverà nel suo proprio alto ed inaudito -modo. Il carattere abbisogna di spazio; non deve essere incalzato dalle -persone nè giudicato da occhiate scrutatrici, prese in prestito dalla -febbre degli affari o giudicato in poche occasioni. Esso abbisogna di -prospettiva, come un grande edifizio. Esso non può rapidamente tendere -delle relazioni e non lo fa; e noi non dovremmo chiedere intorno alla -sua attività spiegazioni temerarie sia alla nostra propria etica che a -quella popolare. - -Io riguardo la scultura come storia. Non penso che «Apollo» e «Giove» -siano impossibili in carne ed ossa. Ogni tratto che l’artista scolpì -nella pietra, egli lo vide nella vita e migliore della copia ch’egli -ne fece. Noi abbiamo vedute molte falsificazioni, ma noi crediamo nei -grandi uomini. Vedete come agevolmente noi leggiamo nei vecchi libri, -quando gli uomini erano pochi, delle più piccole azioni dei patriarchi. -Noi esigiamo che un uomo sia così grande ed appariscente nel paesaggio, -da essere degno di menzione il fatto che egli si alzò, si cinse i lombi -ed andò nel tale o nel tal altro luogo. - -Le pitture più credibili per noi sono quelle degli uomini maestosi, -che prevalsero fin dal loro ingresso ed incatenarono i sensi; così -successe al Mago orientale, mandato a verificare i meriti di Zertusht -o Zoroastro. Quando il saggio Yunani giunse a Balk, (ci dicono i -Persiani) Gushtasp fissò un giorno, in cui i Mobeds di tutte le nazioni -dovessero adunarsi, ed una sedia d’oro fu collocata per il saggio -Yunani. Allora il prediletto di Yezd, il profeta Zertusht s’avanzò nel -mezzo dell’assemblea. Il saggio Yunani vedendo quel capo, disse: «Tale -aspetto e tale portamento non possono mentire, e nulla all’infuori -della verità può procedere da essi». Platone diceva che era impossibile -non credere nei figli degli dèi, «sebbene essi dovessero parlare senza -argomenti attendibili o necessari». Io mi stimerei molto sfortunato -nei miei compagni se non potessi aver fede nelle cose migliori della -storia. «Giovanni Bradshaw — dice Milton — appare come un console, le -cui insegne non debbono cadere nell’anno; onde voi lo riguardereste -come colui che siede per giudicare i re non in quel tribunale -solamente, ma per tutta la vita». Io trovo più credibile (poichè è -insegnamento più antico), che un solo uomo conosca il cielo, come -dicono i Cinesi, piuttosto che molti uomini conoscono il mondo. «Il -principe virtuoso compara gli dèi senza alcun preconcetto. Egli attende -cento secoli, finchè un saggio venga e non dubita. Colui che compara -gli dèi senza preconcetti, conosce il cielo; colui che attende cento -secoli finchè un saggio venga, senza dubitare, conosce gli uomini. Di -qui il principe virtuoso si muove e per secoli domina la via». Ma non -vi è bisogno di ricercare gli esempi remoti. Ben ottuso osservatore è -colui, al quale la propria esperienza non ha insegnato la realtà e la -forza della magia così bene come quella della chimica. Il più freddo -moralista non può uscire senza imbattersi in inesplicabili influssi. Un -uomo fissa su di lui i suoi occhi, ed i sepolcri della memoria rendono -i loro morti; egli deve consegnare i segreti che lo rendono infelice -sia nel celarli come nell’esprimerli; — un altro uomo lo guarda, ed -egli non può parlare e le ossa del suo corpo paiono perdere tutte le -loro cartilagini; il giungere di un amico gli dona grazia, audacia ed -eloquenza; e vi sono delle persone che egli deve ricordare, le quali -diedero un’espansione trascendente al suo pensiero ed accesero una -nuova vita nel suo petto. - -Che cosa vi è di così eccellente come le strette relazioni -dell’amicizia, quando esse sorgono da profonda radice? La risposta -sufficiente per lo scettico che dubita del potere e della forza -dell’uomo, sta in questa possibilità d’una lieta corrispondenza fra -persone, corrispondenza che forma la fede e l’abito di tutti gli uomini -ragionevoli. Io non conosco cosa alcuna offerta dalla vita che sia -così soddisfacente come la profonda intelligenza che può sussistere -fra due uomini virtuosi dopo lungo scambio di buoni uffici, ognuno -dei quali è sicuro di se stesso e sicuro del suo amico. È questa una -felicità che lascia di gran lunga indietro tutte le altre soddisfazioni -e diminuisce l’importanza della politica, del commercio e della chiesa. -Poichè quando gli uomini incontreranno, come essi devono, ciascuno -un benefattore, un condottiero di stelle, rivestiti di pensieri e di -fatti e di cose compiute, si avrà la festa della natura, annunziata da -tutte le cose. L’amore fra i sessi è il primo simbolo di tale amicizia, -come tutte le altre cose sono il simbolo dell’amore. Le relazioni con -gli uomini migliori, che una volta considerammo come il romanzo della -gioventù, divengono, con il progredire del carattere, il più sicuro -godimento. - -Se fosse possibile vivere in giusti rapporti con gli uomini! se -potessimo astenerci dal domandar loro cosa alcuna, dal richiedere la -loro lode, il loro aiuto e la loro pietà, ed accontentarci di sospinger -loro attraverso la virtù delle leggi più antiche! Non potremmo noi -trattare con poche persone o con una persona sola secondo gli statuti -non scritti, e fare uno sperimento della loro efficacia? Non potremmo -noi restituire al nostro amico il dono della sincerità, del silenzio, -dell’indulgenza? È necessario per noi esser così smaniosi di cercare -l’amico? Se siamo in rapporti tra di noi, noi ci incontreremo. Era -tradizione del mondo antico che nessuna metamorfosi potesse nascondere -un dio ad un altro dio; e c’è un verso greco che dice: «Gli dèi non -sono sconosciuti l’uno all’altro». Gli amici pure seguono le leggi -della necessità divina, essi gravitano uno verso l’altro, e non possono -fare altrimenti. - -La loro relazione non è fatta, ma concessa. Gli dèi devono sedersi essi -stessi senza siniscalco nel nostro Olimpo, e possono installarvisi per -anzianità divina. Se si hanno delle pene, se gli associati sono portati -alla distanza di un miglio per incontrarsi, la società è rovinata. E se -essa non è società, è un’accozzaglia malsana, bassa e degradante, anche -se è composta dei migliori. Tutta la grandezza di ciascuno di essi si -ritrae ed ogni debolezza è in penosa attività, come se gli Olimpici -dovessero incontrarsi per scambiarsi delle tabacchiere. - -La vita procede. Noi inseguiamo qualche disegno fuggente o siamo -spinti da qualche timore o comando che sta dietro di noi. Ma se -improvvisamente incontriamo un amico, ci fermiamo; il nostro calore e -la nostra fretta ci appaiono sufficientemente sciocchi e si richiede -ora il riposo, ora il godimento ed il potere di magnificare quel dato -momento con le risorse del cuore. Il momento è tutto, in tutte le -nobili relazioni. - -Una persona divina è la profezia della mente, un amico è la speranza -del cuore. La nostra beatitudine attende il compimento di questi «due -in uno». Le età schiudono questa forza morale. Ogni forza è l’ombra od -il simbolo di quella. La poesia è ricca di gioia e di forza, perchè -trae da essa la sua ispirazione. Gli uomini scrivono i loro nomi -nel mondo quando essi sono paghi di questo. La storia è stata vile, -le nostre nazioni sono state accozzaglia di gente; noi non abbiamo -mai veduto un uomo; noi non conosciamo ancora tale forma divina, ma -conosciamo solo il sogno e la profezia di essa; non conosciamo i modi -maestosi che gli appartengono, quei modi che placano ed esaltano colui -che contempla. Noi osserveremo un giorno che l’energia più segreta -è quella più pubblica; che la qualità equivale alla quantità; che la -grandezza del carattere agisce al buio, e soccorre coloro che mai la -videro. Quella grandezza che è già apparsa, è per noi un principio -ed un incoraggiamento in questa via. La storia, scritta dal mondo, -di quegli dèi e di quei santi che ha poi adorati, sono documenti di -carattere. I secoli hanno esultato per le azioni di un giovane, che -non dovette nulla alla fortuna; che fu impiccato alle forche della -sua nazione; che per le purissime qualità della sua natura sparse uno -splendore epico intorno ai fatti della sua morte e che trasfigurò, -per gli occhi del genere umano, ogni simbolo particolare in un simbolo -universale. Questa grande rovina è fin d’ora il nostro fatto più alto. -Ma la mente vuole una vittoria sui sensi; una forza di carattere che -converta il giudice, il giurato, il soldato ed il re; che governi le -virtù animali e minerali, e che si confonda con il corso dell’alburno, -dei fiumi, dei venti, delle stelle e degli agenti morali. - -Se noi non possiamo raggiungere d’un balzo queste grandezze, rendiamo -almeno loro omaggio. Nella società grandi vantaggi e grandi danni sono -posti per il possessore. La massima prudenza è necessaria nei nostri -giudizi privati. Io non perdono ai miei amici la colpa di conoscere -un bel carattere e di intrattenerlo con una grata ospitalità. Quando -finalmente ciò che abbiamo sempre desiderato viene e ci illumina -con raggi giocondi, che provengono da quella terra celeste, l’essere -ruvidi, l’essere difficili ed il trattare un tale visitatore con il -linguaggio e la diffidenza della strada, dimostrano una volgarità -che pare debba chiudere le porte del cielo. Questa è la confusione, -questa è la vera pazzia dell’anima che non si riconosce più, e non -sa dove il suo dovere, la sua religione, la chiamino. Vi è qualche -altra religione all’infuori di questa, la quale ci insegna che ovunque -fiorisce in questo immenso deserto dell’essere il sentimento sacro che -coltiviamo, esso fiorisce per me? Se nessuno vede ciò, io lo vedo; -io sono informato, anche se solo, della grandezza del fatto. Mentre -esso fiorisce io celebrerò il mio sabbato, il mio giorno santo, e -sospenderò la mia tristezza, le mie follie, le mie burle. La natura è -lieta della presenza di questo ospite. Vi sono molti occhi che possono -scoprire ed onorare le prudenti e domestiche virtù, vi sono molti che -possono discernere il Genio sul suo cammino cosparso di stelle, anche -se la folla ne è incapace; ma quando quell’amore che tutto soffre, -tutto schiva, tutto agogna, che ha giurato a se stesso che vi sarà un -meschino ed un folle in questo mondo piuttosto che macchiare le sue -bianche mani con qualche accondiscendenza, viene nelle nostre strade e -nelle nostre case — solamente gli uomini puri e coloro che hanno delle -aspirazioni possono vedere il suo viso, e l’unico omaggio che possono -rendergli è quello di riconoscerlo. - - - - -QUARTO SAGGIO - -LE MANIERE - - -Si dice che una metà del mondo non sappia come l’altra metà viva. -La nostra Spedizione Esploratrice vide gli isolani Feejee pranzare -con delle ossa umane, e si dice che essi mangino le loro mogli ed i -loro bambini. L’economia domestica degli odierni abitanti di Gournou -(all’ovest dell’antica Tebe) è ristretta fino alla deficienza. Infatti -per metter su casa sono sufficienti due o tre recipienti di terra, -una pietra per fare la farina ed una coltre che serve da letto. La -casa, cioè, questa specie di tomba, è apparecchiata senza pigione od -imposta. La pioggia non può passare attraverso il tetto; la porta non -c’è, perchè di porta non v’è bisogno, essendovi nulla da perdere. Se a -loro non piace la casa, se ne vanno ed entrano in un’altra, essendovene -parecchie centinaia a loro disposizione. «È alquanto singolare, — -aggiunge il Belzoni, al quale dobbiamo questa narrazione, — parlare -di felicità fra un popolo, che abita nei sepolcri, fra gli scheletri e -gli avanzi di una nazione antica, che essi completamente ignorano». Nei -deserti di Borgoo, i Rock-Tibboos abitano ancora in caverne, come le -rondini delle roccie, ed il loro linguaggio è comparato dai loro vicini -allo strido del pipistrello ed al fischio degli uccelli. I Bornoos -non hanno nomi proprii; gli individui sono chiamati a seconda della -loro statura, della loro grossezza o di altre qualità accidentali, ed -hanno semplicemente dei soprannomi. Ma il sale, i datteri, l’avorio -e l’oro, per i quali queste orribili contrade sono visitate, trovano -il loro smercio in paesi dove il compratore ed il consumatore possono -difficilmente essere collocati nella stessa razza di questi cannibali e -ladri di uomini; paesi ove l’uomo usa i metalli, il legno, la pietra, -il vetro, la gomma, il cotone, la seta e la lana; dove egli onora se -stesso con l’architettura; dove scrive leggi, dove sopratutto compone -una società eletta che viaggia attraverso tutti i paesi degli uomini -intelligenti; un’aristocrazia costituitasi da se stessa o se più vi -piace una fratellanza degli uomini migliori, che senza leggi scritte o -consuetudini di alcuna specie si perpetua, colonizza ogni isola nuova, -ed adatta e fa sua qualsiasi bellezza personale o dote straordinaria -nativa, ovunque essa appaia. - -Quale fatto più saliente nella storia moderna della creazione del -«gentiluomo»? La cavalleria, la lealtà, e nella letteratura inglese la -metà dei drammi e tutte le novelle da Sir Filippo Sidney a Sir Walter -Scott, dipingono questa figura. La parola _gentiluomo_, che, come -la parola Cristiano deve d’ora in avanti caratterizzare il presente -secolo ed i pochi precedenti, per l’importanza che le si riferisce è -un omaggio a certe incomunicabili doti personali. Attributi frivoli e -fantastici si associarono al nome, ma il costante interessamento del -genere umano per esso dev’essere attribuito alle proprietà preziose -che esso designò. Un elemento che unisce il più strettamente possibile -uomini di ogni paese, che li rende intelligibili e piacevoli gli -uni agli altri, non può essere un prodotto casuale, ma deve essere -un giusto risultato del carattere e delle facoltà riconosciute -universalmente negli uomini. Esso pare un medium permanente; come -l’atmosfera è una permanente composizione, contrariamente a tanti -gaz che sono combinati solo per essere scomposti. _Comme il faut_, -è la definizione francese della buona società, del _come dobbiamo -essere_. Il «gentiluomo» è un frutto spontaneo delle inclinazioni e -dei sentimenti di quella classe che ha precisamente maggior vigore, -che prende la direttiva del mondo in questo tempo; classe che sebbene -lontana dall’essere pura, lontana dal costituire la più lieta e più -alta espressione del sentimento umano, è buona tanto quanto l’intiera -società le permette di esserlo. Esso è creato dallo spirito più che dal -talento degli uomini, ed è un risultato complesso nel quale ogni grande -forza entra come ingrediente, cioè, ingegno, virtù, talento, bellezza, -ricchezza e potere. - -Vi è qualche cosa di equivoco in tutte le parole usate per esprimere -l’eccellenza dei modi e l’educazione sociale, perchè le quantità sono -variabili, e l’ultimo effetto è ricevuto dai sensi come se fosse la -causa. La parola _gentiluomo_ non ha alcun correlativo astratto per -esprimere la qualità. Ma noi dobbiamo tener viva nel vernacolo la -distinzione fra «andazzo», parola di senso ristretto e spesso sinistro, -ed il carattere nobile, che il gentiluomo porta con sè. Le parole -usuali, però, devono essere rispettate: si troverà che esse contengono -la radice della cosa. Il punto di distinzione in tutta questa serie di -nomi come cortesia, cavalleria, moda e simili, è che il fiore ed il -frutto sono tenuti in considerazione, e non il seme dell’albero. La -bellezza in questo caso è lo scopo e non il valore. Il fatto ora in -discussione, sebbene le nostre parole facciano intendere abbastanza -bene il sentimento popolare, è se l’apparenza supponga una sostanza. -Il gentiluomo è un uomo di verità, signore delle sue proprie azioni ed -esprimente un dominio nella sua condotta, in nessun modo dipendente e -servile ad altre persone od opinioni o possessioni. Oltre questo fatto -di verità e di forza reale, la parola denota buon cuore e benevolenza: -virilità prima, e gentilezza poi. L’idea popolare certamente aggiunge -a questo termine una condizione di agiatezza e di fortuna; ma questa -è un risultato naturale della forza personale e dell’amore, che essi -dovrebbero possedere per distribuire i beni del mondo. In tempi di -violenza, ogni persona eminente dovette trovare molte occasioni per -far valere la sua forza ed il suo valore; perciò il nome di ogni uomo, -che ai tempi del feudalismo emerse un poco dalla massa, risuona alle -nostre orecchie come il clamore di una tromba. Ma la forza personale -non decade mai. Essa è ancora sovrana oggi, e nell’instabile folla -della buona società gli uomini di valore e di forza sono conosciuti, -e s’innalzano al posto che loro spetta. La competizione è trasferita -dalla guerra alla politica ed al commercio, di conseguenza la forza -personale appare immediatamente in questi nuovi campi. - -Il potere innanzi tutto è necessario, se si vuole una classe dirigente. -Nella politica e nel commercio i pugilatori ed i pirati sono una -promessa migliore che gli oratori e gli impiegati. Dio sa che tutte -le classi dei gentiluomini battono alla sua porta; ma ogni qualvolta -questo termine sia strettamente usato e con una certa importanza, si -vedrà che esso indica un’energia originaria. Esso delinea un uomo, -che sta nel suo proprio diritto ed opera con metodi suoi proprii. In -un buon padrone vi deve essere per prima cosa un buon animale, almeno -fino al punto da concedere i vantaggi incomparabili degli spiriti -animali. Le classi dirigenti devono avere di più ma debbono avere anche -questi requisiti, dando ad ogni gruppo di persone quel senso di potere -che rende facile a farsi quelle cose, che incutono timore al saggio. -La società della classe dominante, nelle sue adunanze amichevoli e -festive, è piena d’un coraggio e d’un’audacia, che intimidiscono il -pallido studioso. Il coraggio che le ragazze di tale società dimostrano -è come una battaglia di Lundy Lane od un combattimento in mare. -L’intelletto si confida alla memoria per avere qualche soccorso onde -affrontare questi squadroni estemporanei. Ma la memoria in presenza di -questi improvvisi padroni è un vile mendicante con canestro e bastone. -I rettori della società devono essere allo stesso livello dell’attività -del mondo, e pari al loro ufficio multiforme: debbono essere uomini -dall’impronta cesarea, dotati d’un grande raggio di affinità. Io sono -lontano dal credere nella timida massima di Lord Falkland («che la -compitezza debba essere duplice, poichè un individuo audace passerà -attraverso le forme più abili») e sono di opinione che il gentiluomo -è l’individuo ardito, le cui forme non possono violarsi; e che solo -la natura è giusta signora della compitezza di qualsiasi persona con -la quale essa conversa. Il mio gentiluomo detta la legge ove egli si -trova; egli sorpasserà in preghiera i santi nella cappella; sarà più -capitano dei veterani sul campo di battaglia ed in un salone sarà al -di sopra di ogni cortesia. Egli è un buon compagno per i pirati, ed un -buon compagno per gli accademici; cosicchè è inutile il fortificarsi -contro di lui; egli ha uno spiraglio segreto in tutte le menti, ed io -potrei tanto facilmente escludere me stesso quanto lui. I gentiluomini -celebri dell’Asia e dell’Europa hanno avuto questo carattere vigoroso: -Saladino, Sapor, il Cid, Giulio Cesare, Scipione, Alessandro, Pericle, -ed i maggiori personaggi. Essi sedettero con molta noncuranza sui loro -seggi, e furono troppo eccellenti essi stessi per dare valore ad una -condizione qualsiasi. - -Secondo l’opinione popolare è necessaria una grande fortuna per -completare questo uomo di mondo. Il denaro non è essenziale, ma lo è -quella grande affinità, che trascende le consuetudini della camarilla -o della casta, e che si fa sentire dagli uomini di tutte le classi. -Se l’aristocratico è forte solamente nei circoli alla moda e non con i -trafficanti, egli non sarà mai un condottiero popolare; e se l’uomo del -popolo non può parlare in termini uguali con il gentiluomo, cosicchè -questi senta che quegli è realmente del suo proprio rango, nulla è da -temersi. Diogene, Socrate ed Epaminonda, che hanno scelto lo stato -di povertà quando quello di ricchezza era loro ugualmente aperto, -sono gentiluomini del miglior sangue. Io uso questi vecchi nomi, ma -gli uomini dei quali parlo, sono miei contemporanei. Il destino non -concederà ad ogni generazione uno di questi cavalieri compiti; ma -ogni gruppo di uomini mette in mostra qualche tipo della sua classe: -e la politica di questo paese, ed il commercio di ogni città sono -controllati da questi costanti ed irresponsabili fattori, che hanno -l’abilità d’assumerne la direzione e di cattivarsi una larga simpatia -che li pone in relazione con le folle, e rende popolari le loro azioni. - -I modi di tale classe d’uomini sono osservati ed appresi con ossequio -dagli uomini di gusto. L’associazione di questi dominatori fra di -loro e con uomini consci dei loro meriti, è reciprocamente piacevole -e stimolante. Le buone forme, le più felici espressioni di ciascuno -di essi sono ripetute ed adottate. Per rapido consenso ogni cosa -superflua è abbandonata, ogni cosa graziosa ripresa. I bei modi -appaiono terribili all’uomo ineducato. Essi sono una scienza sottile di -difesa per parare od intimidire; ma una volta pareggiati dall’abilità -dell’altra parte, essi abbassano la punta della spada: puntate e parate -scompaiono, e il giovane si trova in un’atmosfera più trasparente, -dove la vita è un giuoco meno agitato e nessun malinteso sorge fra -i giuocatori. Le maniere tendono a facilitare la vita, a sbarazzarsi -degli impedimenti e portano l’uomo puro al vigore. Esse promuovono i -nostri scambii e le nostre conversazioni come una ferrovia promuove -il viaggiare, allontanando tutti gli impedimenti della strada, e -non lasciando nulla da conquistare, eccetto che lo spazio. Queste -forme molto presto diventano stabili, ed un fine senso di correttezza -coltivato con maggior cura diviene un pegno di distinzione sociale -e civile. Così cresce la Moda, apparenza equivoca, la più potente, -fantastica e frivola, la più temuta e la più seguita, che la morale e -la violenza assaltano invano. - -Esiste una stretta relazione fra le classi che hanno il potere e le -società aristocratiche e raffinate: queste contengono e conterranno -sempre quelle. Gli uomini forti abitualmente concedono una certa -larghezza alle petulanze stesse della moda, per quella tale affinità -che trovano in essa. Napoleone, figlio della rivoluzione, distruggitore -della vecchia nobiltà, non cessò mai di corteggiare il Faubourg St. -Germain: indubbiamente per il sentimento che la moda è un omaggio agli -uomini del suo stampo. La Moda rappresenta, sebbene in uno strano modo, -tutte le virtù virili. Essa è virtù che ha fatto il seme: è una specie -di onore postumo. Essa spesso non accarezza i grandi, ma i figli dei -grandi: essa è la sala del passato: comunemente si pone contro i grandi -del presente. I grandi uomini di solito non sono nelle sue camere: essi -sono assenti nel campo: essi operano, non trionfano: la moda è fatta -dai loro figliuoli; da coloro cioè che per valore e virtù di qualcuno -hanno acquistato lustro per il loro nome, segni di distinzione, mezzi -di raffinamento e di generosità e nella costituzione fisica una certa -floridezza e prestanza che assicura loro se non l’altissimo potere -di operare, almeno l’alto potere di godere. La classe che ritiene il -potere, gli eroi operanti, i Cortez, i Nelson, i Napoleoni, vedono che -questa Moda è la festa e la celebrazione permanente degli uomini del -loro tipo; che la moda è talento consolidato, che il Messico, Marengo e -Trafalgar, sono superati: che i brillanti nomi della moda coprono ora -altri nomi, come i loro coprirono quelli di cinquanta o sessanta anni -fa. Essi sono i seminatori, i loro figli saranno i raccoglitori, ed -i figli di questi, secondo lo svolgersi normale delle cose, dovranno -cedere il possesso del raccolto a nuovi competitori dagli occhi più -perspicaci e dalle costituzioni più salde. La città è rinvigorita dalla -campagna. Nell’anno 1805, si dice, ogni legittimo monarca in Europa -era scemo. La città sarebbe morta, marcita, esplosa da molto tempo se -non fosse stata rinforzata dalla campagna. È la campagna inurbatasi due -giorni fa, che oggi è città e corte. - -L’aristocrazia e la moda sono dei prodotti inevitabili. Queste mutue -elezioni sono indistruttibili. Se esse provocano l’ira nelle classi -meno favorite, e la maggioranza esclusa si vendica escludendo la -minoranza con il pugno possente e la uccide, subito una nuova classe -sorge alla sommità, così come la panna sale alla superficie di una -scodella di latte: e se il popolo distruggesse classe dopo classe, -finchè due soli uomini rimanessero, uno di questi sarebbe il duce, e -sarebbe involontariamente servito ed imitato dall’altro. Voi potete -tenere questa minoranza lontana dal vostro sguardo e dalla vostra -mente, ma essa è gelosa della vita, e rappresenta una delle potenze -del regno. Io sono maggiormente colpito da questa tenacia quando -osservo il suo operato. Essa rispetta l’amministrazione di cose così -poco importanti, che noi non cercheremmo alcuna durabilità nel suo -reggersi. Noi incontriamo talora uomini che giacciono sotto qualche -forte influsso morale, patriottico, letterario e religioso, ecc. -e sentiamo che il sentimento morale domina l’uomo e la natura. Noi -pensiamo che tutte le altre distinzioni e tutti gli altri legami sono -deboli e fuggitivi, quali ad esempio quello della casta o della moda; -eppure venite di anno in anno e vedete quanto permanente esso sia nella -vita del contadino di Boston o di New York, dove pure non ha il più -piccolo appoggio nella legge del paese. In Egitto o nell’India non v’è -barriera più salda e più insormontabile. Qui vi sono associazioni, i -cui vincoli passano sopra, sotto ed attraverso a tale legame: adunanze -di mercanti; corpi militari; associazioni politiche, professionali; -convenzioni religiose, ecc. Le persone di tali gruppi sembrano tenersi -inseparabilmente vicine; eppure sciolta l’assemblea esse non si -ritroveranno più in tutta la lunghezza dell’anno. Ognuno ritorna al suo -grado nella scala della buona società: la porcellana rimarrà porcellana -e la terra terra. Gli obbietti della moda possono essere frivoli, o -la moda può essere senza obbietti, tuttavia la natura di quest’unione -e di questa scelta può essere nè frivola nè accidentale. Il grado di -ogni uomo, in tale graduatoria perfetta, dipende da qualche simmetria -della sua struttura con la simmetria della società. Le sue porte si -aprono istantaneamente al richiamo naturale della propria specie. -Un gentiluomo per natura potrà entrarvi ed escludere il più vecchio -patrizio, che abbia perduto il suo intrinseco grado. La moda capisce -se stessa; la buona educazione di ogni paese, la superiorità personale -prontamente fraternizzano con quelle di qualsiasi altro paese. I capi -delle tribù selvagge si sono distinti a Londra ed a Parigi per la -purità dei loro modi. - -Per dire il bene che noi possiamo della moda, diremo che essa riposa -sulla realtà e che nulla odia quanto gli ipocriti; infatti è sua -gioia l’escluderli, l’interdirli e mandarli in eterno esilio. Noi -disprezziamo qualsiasi altra qualità degli uomini di mondo; ma -l’abitudine, nelle piccole cose ed anche nelle minime, di rivolgerci -a null’altro che al nostro proprio senso di correttezza, costituisce -il fondamento di tutta la cavalleria. Non vi è quasi specie di -fiducia in se stesso, sana e proporzionata, che la moda non adotti -occasionalmente, e cui non apra i suoi saloni. Un’anima santa è sempre -elegante; e se vuole passerà non sfidata nella cerchia più riservata. -Allo stesso modo passerà Jock il vaccaro, se gli vien voglia di -passare, ed incontrerà il favore finchè la sua testa non provi le -vertigini della nuova posizione, e le sue scarpe ferrate non desiderino -di ballare i valtzers ed i cotillons. Però nulla vi è di stabilito -nelle maniere, e le leggi del contegno si arrendono all’energia -dell’individuo. La donzella nel suo primo ballo, il contadino ad un -pranzo in città, credono vi sia un rito secondo il quale ogni fatto ed -omaggio debba essere compiuto, e pensano che colui che falla, debba -esser scacciato. Più tardi essi imparano che il buon senso ed il -carattere creano le loro proprie forme ad ogni momento, e parlano e -si astengono, bevono e non bevono, stanno o vanno, siedono su di una -sedia o scherzano coi bambini sul pavimento, o fanno qualsiasi altra -cosa, in un modo nuovo e naturale, ed imparano che la volontà forte è -sempre di moda. Ciò che la moda richiede è compostezza e soddisfazione -di sè. Un circolo di uomini perfettamente educati dovrebbe essere -un gruppo di persone sensibili, in cui dovrebbero apparire i modi -ed il carattere nativo di ogni uomo. Se l’uomo di moda non ha questa -qualità egli non è nulla. Noi siamo così amanti della fiducia in se -stesso, che perdoniamo in un uomo molti peccati, se egli si dimostrerà -completamente soddisfatto della sua posizione, senza darsi cura della -mia buona opinione o di quella di alcun altro uomo. Ma qualunque -deferenza verso qualche uomo o donna eminente del mondo lo priva d’ogni -privilegio di nobiltà. Egli è un dipendente: io ho nulla da fare -con lui; io voglio parlare con il suo padrone. Un uomo non dovrebbe -andare dove egli non può portare con sè la sua intiera società: -non dico portare materialmente l’intiera cerchia dei suoi amici, ma -atmosfericamente. Egli dovrebbe conservare in una nuova società la -stessa attitudine di mente e la stessa lealtà di rapporti, ai quali lo -spingono le sue relazioni giornaliere, altrimenti egli è privato delle -sue luci migliori, e sarà un orfano anche nel circolo più giocondo. -«Se poteste vedere Vich Jan Vohr con il frak!». Ma Vich Jan Vohr deve -sempre portare questo suo abito in qualche modo, se non come onore, -come vergogna. - -Vi saranno sempre nella società uomini messaggeri dell’approvazione, ed -il cui sguardo indicherà subito ai curiosi la loro posizione nel mondo. -Questi sono i ciambellani degli Dei minori. Accettate la loro freddezza -come un augurio di grazia presso le divinità maggiori, e lasciate -ad essi il loro privilegio. Essi sono schietti nel loro ufficio, nè -potrebbero essere così formidabili senza i loro proprii meriti. Ma -non misurate l’importanza di questa classe dalle loro pretese e non -immaginate che un bellimbusto possa essere dispensatore di onori e di -vergogna. Essi pure passano a seconda del loro valore; infatti come -potrebbe avvenire altrimenti in circoli, che esistono come una specie -di ufficio araldico, per la vagliatura del carattere? - -La prima cosa che l’uomo vuole dall’uomo è la realtà, così come essa -appare in tutte le forme della società. Noi, separatamente e per -nome, presentiamo le persone le une alle altre. Sappiate davanti a -tutto il cielo ed a tutta la terra che questi è Andrea e che questi -è Gregorio; — essi si guardano negli occhi; si stringono la mano, -per identificarsi e segnalarsi l’uno all’altro. Ciò è una grande -soddisfazione. Un gentiluomo non sfugge mai; i suoi occhi guardano -diritto, ed egli assicura l’altro, prima di tutto, che egli è stato -incontrato. Però che cosa è che noi ricerchiamo nelle numerose visite e -nella larga ospitalità? Sono i vostri panneggiamenti, i vostri quadri -o le vostre decorazioni? Oppure, non domandiamo noi insaziabilmente: -Vi fu un uomo nella casa? Io posso facilmente penetrare in una grande -casa dove vi sia una grande ricchezza, una eccellente adunazione di -lusso e di buon gusto, eppure non trovarvi l’Anfitrione che subordini -queste cose accessorie. Io posso andare in una capanna e trovare un -contadino, il quale sente che egli è l’uomo ch’io venni a vedere e che -mi riceve come tale. Era perciò una cosa molto naturale della vecchia -etichetta feudale, che un gentiluomo il quale ricevesse una visita, -fosse pure del suo sovrano, non lasciasse il suo tetto, ma attendesse -il suo arrivo sulla soglia di casa. Nessuna casa, siano anche le -Tuileries o l’Escuriale, serve a cosa alcuna senza padrone. Eppure -noi spesso non siamo appagati da tale ospitalità. Ognuno di quelli -che conosciamo si orna e si circonda di una bella casa, di bei libri, -di servi, di giardini, di equipaggi, e di ogni genere di sontuosità -da interporre fra sè ed il suo ospite. Non pare che l’uomo sia di -natura scaltra e fraudolenta, e che nulla tema così fortemente come un -incontro faccia a faccia con il suo simile? Ad ogni modo io comprendo -che sarebbe eccessivo abolire del tutto l’uso di queste barriere, che -sono di convenienza grandissima, sia l’ospite troppo grande o troppo -piccolo. Noi raccogliamo insieme molti amici che scherzano gli uni -con gli altri; oppure con lo sfarzo e con gli ornamenti dilettiamo la -gioventù, e proteggiamo la nostra dimora. O se per caso viene alla -nostra porta un ricercatore della realtà, di fronte al quale non -amiamo di soffermarci, allora ancora fuggiamo nella nostra tenda, -e ci nascondiamo come Adamo nel giardino alla voce del Signore. Il -cardinale Caprara, legato del Papa a Parigi, si sottraeva agli sguardi -di Napoleone con un immenso paio di occhiali verdi. Napoleone li vide, -e rapidamente con motteggi ottenne che fossero tolti; eppure Napoleone -alla sua volta non era grande abbastanza, con ottocento mila uomini -dietro di sè, per sostenere lo sguardo d’un uomo libero, ma si riparava -dietro i cerimoniali, e dietro una triplice barriera di riserve: -e come ognuno sa da Madame de Staël, quando si vedeva osservato, -aveva l’abitudine di togliere al suo viso ogni espressione. Ma gli -imperatori e gli uomini ricchi non sono affatto i più abili maestri di -maniere. Nessuna rendita e nessun esercito può elevare la codardia e la -dissimulazione: ed il primo punto della cortesia deve essere sempre la -verità, e per vero tutte le forme della buona educazione segnano tale -via. - -Io ho appunto letto ora, nella traduzione di Hazlitt, la relazione di -Montaigne sul suo viaggio in Italia, e da nulla fui più piacevolmente -colpito quanto dai modi di rispetto personale del tempo. In ogni luogo -il suo arrivo era, come l’arrivo di un gentiluomo in Francia, un evento -di una certa importanza. Ovunque egli andava, faceva visita a tutti -i principi e gentiluomini rinomati che incontrava sulla sua strada, -come fosse un dovere verso se stesso e verso la civiltà. Quando egli -lasciava una casa, in cui aveva dimorato per poche settimane, procurava -che il suo stemma vi fosse dipinto od appeso, come un segno perpetuo -per la casa, e come era allora abitudine del gentiluomo. - -Il complemento di questo cortese rispetto per se stesso è la deferenza. -E su essa insisto maggiormente che su qualsiasi altro punto della buona -educazione. Mi piace che ogni sedia sia un trono e che su essa vi sieda -un re. Io preferisco una tendenza all’alterigia, che un eccesso di -confidenza. Gli incomunicabili obbietti della natura e l’isolamento -metafisico dell’uomo ci insegnino l’indipendenza. Non diventiamo -troppo familiari. Io vorrei che un uomo entrasse in casa sua passando -attraverso un’anticamera ornata di sculture eroiche e sacre, affinchè -non gli mancasse una visione di calma e di equilibrio. Noi ogni mattina -dovremmo incontrarci come se venissimo da paesi stranieri, e trascorsa -insieme la giornata, dovremmo dipartirci la notte, come se ritornassimo -in paesi stranieri. Sediamo in disparte come degli Dei, parlando da -monte a monte tutto intorno all’Olimpo. Nessun grado di affezione è -necessario che invada questa deferenza. Questa è mirra e ramerino che -fa apparire dolce il resto. Gli amanti dovrebbero mantenere la loro -rigidezza. Se essi perdonano troppo, tutto dilaga nella confusione e -nella bassezza. È facile spingere questa deferenza fino alla costumanza -Chinese; ma la freddezza e la compostezza misurata indicano delle -belle qualità. Un gentiluomo non fa rumore; una signora è serena. -Giustificato è il nostro disgusto per quegli invasori, che riempiono -di disordine la casa dello studioso per proteggere qualche stupida -convenienza. Non minore è il mio disgusto per la volgare simpatia -di ciascuno per le necessità del suo vicino. Deve forse esservi una -reciproca intelligenza con il palato di un altro, come avviene con -quelle sciocche persone che, avendo vissuto molto tempo insieme, -sanno quando ciascuna di esse vuole sale o zucchero? Io prego il mio -compagno che mi chieda del pane se vuole del pane e parimente se vuole -del sassofrasso o dell’arsenico, e non voglio che porga il suo piatto -come se io già sapessi ciò ch’egli vuole. Ogni funzione naturale può -essere innalzata con la ponderazione e il riserbo. Lasciamo la fretta -agli schiavi. I complimenti e le cerimonie della nostra educazione -dovrebbero significare per quanto remotamente il ricordo della -grandezza del nostro destino. - -Il fiore della cortesia non ama d’essere toccato, ma se osiamo aprire -un petalo, ed esplorare le parti che lo compongono, noi vi troveremo -anche una qualità intellettuale. Il cervello, come la carne ed il -cuore, deve dare una certa simmetria ai duci degli uomini. Difetto -di maniere è generalmente mancanza di delicate percezioni. Gli uomini -sono fatti troppo rudemente per la raffinatezza dell’atteggiamento e -delle abitudini. Per la buona educazione non è del tutto sufficiente -l’unione della cortesia e dell’indipendenza. Noi imperativamente -richiediamo nei nostri compagni la percezione della bellezza ed il -tributo ad essa. Altre virtù sono richieste nel campo e nell’officina, -ma tuttavia un certo grado di gusto dev’essere desiderato in coloro -che ci sono compagni. Io potrei più facilmente mangiare con colui -che non rispettò la verità e le leggi, che con una persona sudicia -ed impresentabile. Le qualità morali reggono il mondo, ma a breve -distanza i sensi sono dispotici. La stessa discriminazione dell’utile -e del bello sorge in tutte le parti della vita, anche se sorge con -minor vigore. Lo spirito medio delle classi potenti è il buon senso, -che agisce sotto certe limitazioni e con certi fini. Esso gode di ogni -dono naturale: socievole nella sua natura, esso rispetta ogni cosa che -tende ad unire gli uomini. Esso si diletta di ciò che è misura. L’amore -del bello è specialmente amore della misura o della proporzione. Le -persone che urlano od usano il grado superlativo o parlano con ardore, -mettono i saloni in fuga. Se volete essere amato, amate la misura. Se -volete celare la vostra mancanza di misura dovete avere del genio od -un’utilità prodigiosa. Tale percezione della misura scende in campo per -pulire e perfezionare i congegni della macchina sociale. La società -perdonerà molto al genio ed alle sue doti speciali, ma essendo per -sua natura una convenzione, essa ama ciò che è convenzionale o ciò -che è atto ad accumunarsi. Poichè la moda non è buon senso assoluto, -ma relativo; non ha buon senso privato, ma un buon senso che tiene -circolo. Essa odia gli angoli e le asprezze del carattere, odia la -gente attaccabrighe, egoista, solitaria e triste; odia qualsiasi -cosa che possa impedire il comporsi totale delle parti; d’altra parte -essa stima tutte le peculiarità, che possono esistere con una buona -amicizia, quali ricreanti al sommo grado. Oltre allo spirito che serve -ad elevare le buone maniere, è sempre ben venuto nella società elegante -lo splendore diretto del potere intellettuale come la più sontuosa -aggiunta al suo governo ed alla sua valutazione. - -La luce deve risplendere per adornare le nostre feste, ma essa deve -essere temperata e addolcita, onde non ci offenda. L’accuratezza -è essenziale alla bellezza, e le rapide percezioni sono essenziali -all’educazione, purchè non siano percezioni troppo rapide. Si può -essere troppo puntuali e troppo precisi. Si deve lasciare l’omniscienza -degli affari alla porta quando si entra nel palazzo della bellezza. -La società ama le nature creole, le maniere languide, che coprono il -senso, la grazia e la buona volontà: ama l’aura accasciante che disarma -la critica; forse perchè le persone di tal natura sembrano riservarsi -per il momento migliore del giuoco, e non si perdono alla superficie. -La società ama l’occhio inesperto, che non vede le noie, i mezzi -termini, gli inconvenienti che fanno aggrottare le sopracciglia ed -opprimono la voce dell’uomo sensibile. - -Perciò, oltre alla forza personale ed a quel tanto di percezione che -costituisce il gusto infallibile, la società richiede nelle sue classi -patrizie un altro elemento che essa in modo significativo chiama -«buona natura», e che esprime tutti i gradi di generosità, dal più -semplice desiderio di fare piacere agli altri, fino alle altezze della -magnanimità e dell’amore. - -Noi dobbiamo avere una visione chiara, altrimenti ci imbatteremo -gli uni negli altri, e smarriremo la nostra strada; su questo punto -l’intelletto è egoista e sterile. Il segreto del successo in società -sta in una certa cordialità e simpatia. Un uomo che non è ben voluto -in società, non troverà nella sua memoria una parola adatta alla -circostanza: ogni sua frase sarà fuor di proposito. Un uomo che in essa -è felice, trova in ogni momento della conversazione delle occasioni -ugualmente fortunate per dire ciò che egli vuole. I favoriti della -società, quelli che essa chiama «uomini integri» sono degli uomini -abili e più di buon senso che di spirito, scevri di sgradevole egoismo, -e che riempiono di sè il momento e la società nella quale si trovano, -lieti e letificanti sia ad un matrimonio che ad un funerale, ad un -ballo che in una giurìa, ai bagni che alla caccia. L’Inghilterra che è -ricca di gentiluomini, produsse al principio di questo secolo un buon -modello di quel genio, che il mondo ama, in Mr. Fox, che aggiungeva -alle sue grandi abilità la disposizione più socievole ed un vero -amore per l’uomo. La storia parlamentare ha poche pagine migliori del -dibattito nel quale Burks e Fox si divisero alla Camera dei Comuni; -dibattito in cui Fox incalzò il suo vecchio amico con i diritti -dell’antica amicizia con tanta tenerezza, che la Camera fu commossa -fino alle lacrime. Un altro aneddoto v’è e così prossimo al mio -argomento, che io devo citarlo. Un commerciante che io aveva molestato -a lungo per il pagamento di una nota, lo trovò un giorno che stava -contando del denaro, e richiese di essere pagato. «No» disse Fox, «devo -questo denaro a Sheridan; è un debito di onore: se mi capitasse una -disgrazia, egli non avrebbe nessun documento per dimostrarlo». «Allora» -disse il creditore, «io cambio il mio debito, in un debito di onore» -e lacerò la nota. Fox ringraziò il commerciante per la sua fiducia, -e lo pagò dicendo che «il suo debito era più vecchio, e che Sheridan -doveva attendere». Amante della libertà, amico dell’Indo, amico degli -schiavi africani, egli possedette una grande popolarità, e Napoleone -in occasione della sua visita a Parigi nel 1805 disse di lui «Mr. Fox -terrebbe sempre il primo posto nell’assemblea alle Tuilleries». - -Noi possiamo facilmente parere ridicoli con il nostro elogio della -cortesia, ogni qualvolta insistiamo sulla benevolenza come suo -fondamento. Il fantasma dipinto della Moda si alza per gettare una -specie di derisione su ciò che noi diciamo. Ma io non sarò spinto -a fare alcuna concessione alla Moda come istituzione simbolica, nè -sarò distolto dalla credenza che l’amore è la base della cortesia. -Noi dobbiamo ottenere _quello_, se possiamo; e dobbiamo ad ogni modo -affermare _questa_. La vita deve molto del suo spirito a questi rudi -contrasti. La moda che pretende essere onore, sovente nell’esperienza -di tutti gli uomini non è che un codice di sala da ballo. Pure fino a -che essa è nell’immaginazione delle migliori teste del nostro pianeta -il cerchio più alto, vi sarà in essa qualche cosa di necessario e -di eccellente; poichè non si può supporre che gli uomini si siano -accordati per essere lo zimbello di una cosa assurda; ed il rispetto -che questi misteri ispirano pur nei caratteri più rudi, e la curiosità -con cui le particolarità dell’alta vita sociale sono lette, dimostrano -l’universalità dell’amore per le maniere raffinate. Io so perfettamente -che si sentirebbe una comica disparità se noi entrassimo nei circoli -riconosciuti aristocratici ad applicare queste terribili misure di -giustizia, di bellezza, e di beneficio agli individui che possiamo -trovare in quelli. Questi cicisbei non sono monarchi ed eroi, saggi -ed amanti. La moda ha molte classi e molte regole di prova e di -ammissione; e non solo le migliori. Non vi è solamente il diritto -di conquista, preteso dal genio — l’individuo che dimostra la sua -aristocrazia naturale la migliore delle migliori; — ma talvolta vi sono -dei minori diritti; però la Moda ama gli uomini celebri e come Circe si -volge a loro. Questo signore giunse questo dopo pranzo dalla Danimarca; -quello è Lord Ride, che giunse ieri da Bagdad; ecco il capitano Friese -reduce dal capo Turnagain; ecco il capitano Symmes, proveniente dal -centro della terra; Monsieur Jovaire che giunse in pallone stamane; -Mr. Hobnail il riformatore; ed il reverendo Jul Bat, che ha convertito -tutta la zona torrida alla sua scuola domenicale; ed il signor Torre -del Greco che estinse il Vesuvio gettandovi dentro la baia di Napoli; -ecco Spahi, l’ambasciatore Persiano; e Tul Wil Shan il nababbo esiliato -dal Nepal, la cui sella è la luna nuova. Ma questi sono i mostri di un -sol giorno, e domani saranno cacciati nelle loro tane; perchè in queste -sale ogni sedia è ricercata. L’artista, lo studioso, ed in generale i -dotti superano l’ascesa di questi luoghi, e si fanno rappresentare qui, -in certo modo sotto l’apparenza di conquista. Un altro modo è quello -di passare attraverso tutti i gradi, passando un anno ed un giorno in -Piazza S. Michele, immergendosi nell’acqua di Colonia, profumandosi, -pranzando, facendosi presentare, ed essendo sapientemente edotto d’ogni -biografia e politica ed aneddoto dei «boudoirs». - -Eppure queste galanterie possono avere della grazia e dello spirito. -Lasciate le sculture grottesche intorno alle cancellate ed ai servizi -dei templi. Il credo ed i comandamenti stessi abbiano lo sfacciato -tributo della parodia. Le forme della cortesia esprimono nel più alto -grado ed universalmente la benevolenza. Che cosa importa che esse -si trovino nelle bocche di uomini egoisti, e siano usate come mezzo -di egoismo? Che cosa importa se il falso gentiluomo quasi scaccia il -gentiluomo vero dal mondo? Che importa se il falso gentiluomo riesca a -rivolgersi in tal modo al suo compagno, da escludere urbanamente tutti -gli altri dal discorso, ed anche a farli sentire esclusi? Un’utilità -reale non perderà la sua nobiltà. Ogni nobiltà non è semplicemente -Francese e sentimentale; nè bisogna nascondere che un sangue vigoroso -ed una passione per la cortesia distinguono alfine il gentiluomo -di Dio da quello della Moda. L’epitaffio di Sir Jenkin Grout, non è -completamente inintelligibile nell’età presente: «Qui giace Sir Jenkin -Grout, che amò il suo amico, e persuase il suo nemico: ciò che la -sua bocca mangiò la sua mano pagò: ciò che i suoi servi rubarono egli -rinnovò; se una donna gli diede piacere, egli la sopportò con dolore: -egli giammai dimenticò i suoi bambini: e chiunque toccò il suo dito, -trascinò dietro di esso tutta la sua persona». Perfino la discendenza -degli eroi non è completamente estinta. Vi è ancora e sempre qualche -persona ammirevole, vestita in semplici panni, ferma sul molo, che -salta nell’acqua e porta a salvamento un uomo che annega; vi è ancora -e sempre qualche assurdo inventore di forme di carità; qualche guida -consolatrice dello schiavo fuggitivo; qualche amico della Polonia; -qualche Filelleno; qualche fanatico che pianta alberi che faranno -ombra alla seconda o terza generazione, e dei verzieri quando egli è -vecchio; qualche pietà ben nascosta; qualche uomo giusto felice della -sua oscura rinomanza; qualche giovane vergognoso dei favori della -fortuna, di cui fa impazientemente getto sulle spalle d’un altro. -E questi sono i centri della società, sui quali essa ritorna per -raccogliere degli impulsi nuovi. Questi sono i creatori della Moda, -la quale è un tentativo di organizzare la bellezza della condotta. -I belli ed i generosi, sono in teoria, i dottori e gli apostoli di -questa chiesa: Scipione ed il Cid, Sir Filippo Sidney e Washington, -ed ogni cuore puro e coraggioso, che adorò la bellezza con la parola -e con l’azione. Le persone che costituiscono l’aristocrazia naturale -non si trovano nell’aristocrazia odierna, oppure si trovano solo alla -sua estremità; allo stesso modo che l’energia chimica dello spettro è -maggiore nella parte esterna di esso. Eppure questo è il difetto dei -siniscalchi, i quali non conoscono il loro sovrano quando esso appare. -La teoria della società suppone l’esistenza e la sovranità di questi. -Pertanto dentro la cerchia etnica della società vi è una cerchia più -stretta e più alta, ch’è concentrazione della sua luce e il fiore della -cortesia, alla quale il parlamento dell’amore e della cavalleria volge -sempre un tacito appello d’orgoglio e di richiamo come alla sua corte -interna ed imperiale. E tutto ciò è costituito da quelle persone, -in cui le disposizioni nobili sono native con l’amore del bello, il -diletto nella società, ed il potere di abbellire il giorno che passa. -Se gli individui che compongono i più puri circoli dell’aristocrazia -in Europa, il sangue conservato da secoli, dovessero esser passati -in rivista in modo che si potesse tranquillamente esaminare la loro -condotta, noi potremmo trovare nè gentiluomini nè signore; poichè pure -potendo noi essere soddisfatti di eccellenti esempi di cortesia e di -alta educazione nell’insieme, noi scopriremmo delle gravi mancanze nei -particolari; perchè l’eleganza non è il prodotto di alcuna educazione, -ma della nascita. Vi deve essere il romanzo del carattere, o la più -schizzinosa esclusione di male creanze servirà a nulla. Il genio deve -prendere tale direzione: esso non deve essere cortese, ma dev’essere -la cortesia. La vera distinzione è così rara nelle favole come lo è nel -fatto. Scott è lodato per la fedeltà con la quale dipinse la condotta e -la conversazione delle classi superiori. Certamente i re e le regine, -i nobili e le grandi dame ebbero qualche diritto di lagnarsi per le -assurdità che erano state nelle loro bocche prima dell’avvento di -Waverley; tuttavia neppure il dialogo di Scott resiste alla critica. -I suoi lords s’affrontano con eleganti discorsi epigrammatici, ma -il dialogo rispondente ad essi non piace in seconda lettura e non -è caldo di vita. Soltanto in Shakespeare i parlatori non incedono -tronfi e non s’insuperbiscono; il dialogo vi è agevolmente grande, ed -egli è certamente l’uomo più educato dell’Inghilterra e di tutta la -cristianità. Una volta o due nella vita ci è permesso di godere del -fascino delle nobili maniere, in presenza cioè di un uomo o di una -donna, che non hanno impedimenti nella loro natura, ed i cui caratteri -emanano liberamente dalle loro parole e dai loro gesti. Una bella forma -è migliore di un bel viso; una bella condotta è migliore di una bella -forma; essa produce un piacere più alto di quello che producono le -statue od i quadri; essa è la più bella delle arti. Un uomo è una ben -piccola cosa fra gli oggetti della natura, eppure con le qualità morali -raggianti dal suo aspetto egli può abolire qualsiasi considerazione -di grandezza e nei suoi modi uguagliare la maestà del mondo. Io ho -visto un individuo le cui maniere, sebbene completamente consone alle -convenzionalità della società elegante, non erano mai state apprese in -quell’ambiente, ma erano originali, imponenti, e largivano protezione e -contentezza; un individuo che non abbisognava dell’aiuto di un seguito -di corte, ma che portava la festa nei suoi occhi; che allietava la -fantasia aprendo orizzonti di nuovi modi di vita; che scuoteva la -tirannide della etichetta con un contegno brioso e lieto, buono e -libero come Robin-Hood; eppure aveva il portamento di un imperatore, -calmo, serio, ed idoneo per sostenere lo sguardo di milioni di persone. - -L’aria aperta ed i campi, le strade e le Camere dei deputati, sono -i luoghi dove l’uomo eseguisce il suo volere; lasciate che egli ceda -o condivida il suo scettro alla porta di casa sua. La donna, con il -suo istinto sul modo di comportarsi, immediatamente scopre nell’uomo -un amore alle frivolezze, una qualche indifferenza od imbecillità, -o in breve, una certa mancanza di quel contegno aperto, scorrente, -magnanimo, che è indispensabile come lo sono le decorazioni in un -palazzo. Le nostre istituzioni americane sono state favorevoli alla -donna, ed io credo che in questo momento una delle principali felicità -di questo paese sta nell’eccellenza delle sue donne. Una specie di -goffo convincimento dell’inferiorità degli uomini può far sorgere -una nuova cavalleria protettrice dei diritti della donna. Abbia essa -un posto più elevato nelle leggi e nelle forme sociali, come il più -zelante riformatore può domandare, ma io confido così intieramente -nella sua muliebre natura ispirante e musicale da credere che la donna -possa solo insegnarci come essa deve essere servita. La meravigliosa -generosità dei suoi sentimenti la innalza talvolta alte regioni eroiche -e divine, e rende vere le pitture di Minerva, Giunone o Polimnia; e la -fermezza con la quale essa segue il suo alto cammino convince il più -rude calcolatore dell’esistenza, d’una via diversa da quella che i suoi -piedi sono abituati a calpestare. Ma oltre a quelle che avverano nella -nostra immaginazione il regno delle Muse e delle Sibille Delfiche, -non vi sono forse altre donne che colmano la nostra coppa di vino e -di rose fino all’orlo, cosicchè il vino trabocca e riempie la casa -di profumo; altre donne che ci ispirano la cortesia, che sciolgono -la nostra lingua, e noi parliamo; che toccano i nostri occhi, e noi -vediamo? Noi per vero diciamo delle cose che non avevamo mai pensato di -dire; per una volta, le barriere del nostro riserbo abituale svanirono, -e ci lasciarono al largo; noi eravamo dei bambini trastullanti con -dei bambini in un vasto campo di fiori. Poneteci, noi gridammo, sotto -tali dominii, per giorni, per settimane, e noi saremo i poeti del -sole, e scriveremo in parole variopinte il romanzo che voi siete. Fu -Hafiz o Firdusi che disse della sua Lilla Persiana: Essa era una forza -elementare e mi stupì per il suo cumulo di vita, quando la vidi per -giorni e giorni raggiante, ad ogni momento ridondante di gioia e di -grazia tutto intorno a lei? Essa era un solvente capace di raccogliere -ogni persona eterogenea in una sola società, come l’aria o l’acqua, -elementi d’innumeri raggi di affinità, che si combinano rapidamente con -mille sostanze. Dove essa è presente, tutti gli altri si sentiranno più -di quel che sono. Essa era un’unità ed un intiero così che qualsiasi -cosa essa facesse, le si conveniva. Essa aveva tanta simpatia e -desiderio di piacere quanta voi non potreste immaginare; le sue maniere -erano dignitose, e nessuna principessa potrebbe in qualunque occasione -superare il suo aperto e retto contegno. Essa non studiò la grammatica -persiana, nè i libri dei sette poeti, ma tutti i poemi dei sette -parvero essere scritti a sua gloria. Perchè, sebbene l’inclinazione -della sua natura non fosse verso il pensiero, ma verso la simpatia, -pure essa era così perfetta nella sua propria natura, da incontrare -le persone intellettuali con la pienezza del suo cuore, infiammandole -con i suoi sentimenti, credendo, come faceva, che con il trattare -nobilmente con tutti, tutti si sarebbero dimostrati nobili. - -Io so che questa costruzione bizantina della Cavalleria o Moda, -che sembra così bella e pittoresca a coloro che guardano ai fatti -contemporanei per istudio o per passatempo, non è ugualmente piacevole -a tutti gli spettatori. La costituzione della nostra società la -rende un castello da gigante per il giovine ambizioso che non ha -trovato il suo nome nel suo libro d’Oro, e che essa ha escluso dai -suoi ambiti onori e privilegi. Questi giovani debbono ancora imparare -che la sua apparente grandezza è nebulosa e relativa: essa è grande -per loro concessione: le sue porte più superbe si apriranno di volo -all’approssimarsi del loro coraggio e della loro virtù. Vi sono -tuttavia dei facili rimedi all’afflizione presente di coloro che sono -predisposti a soffrire delle tirannie di tale capriccio. Cambiare la -vostra residenza di un paio di miglia o di quattro al massimo tempererà -comunemente la più estrema suscettibilità. Poichè i vantaggi apprezzati -dalla moda sono piante che crescono in località molto ristrette, -vale a dire in poche località. All’infuori di questi luoghi essi sono -nulla: a nulla servono nella cascina, nella foresta, nel mercato, nella -guerra, nel matrimonio, nei circoli scientifici o letterarii, al mare, -nell’amicizia, nel dominio del pensiero o della virtù. - -Ma noi ci siamo soffermati troppo in queste corti lussuose. Il valore -della cosa significata deve giustificare la nostra inclinazione per -ciò che essa rappresenta. Ogni cosa chiamata moda e cortesia si umilia -dinanzi alla causa ed alla sorgente dell’onore, creatore di titoli e -gradi; si umilia cioè dinnanzi al gran cuore dell’amore. - -Questo è il sangue regale, questo è il fuoco, che in tutti i paesi -ed in tutte le contingenze seguirà la sua specie e conquisterà ed -espanderà tutto ciò che lo avvicina. Questo dà nuove significazioni -ad ogni fatto; questo impoverisce il ricco, non sopportando altra -grandezza che la sua propria. Che cosa significa ricco? Siete voi -ricco abbastanza per aiutare qualcuno? per soccorrere il goffo e -l’eccentrico? siete voi ricco abbastanza per far sentire al viandante, -dall’attestato consolare che lo raccomanda «Ai caritatevoli»; al bruno -italiano con le sue poche e frammentarie parole d’inglese; al povero -zoppo, cacciato di paese in paese dalle guardie; ad un misero uomo o -ad una misera donna, istupiditi e naufragati, la nobile eccezione della -vostra presenza e della vostra casa dalla freddezza e durezza generale? -siete voi ricco abbastanza per far sentire a costoro d’esser richiamati -da una voce che li faccia ricordare e sperare? Che cosa significa -«vile» se non rifiutare il diritto di sottili e decisive ragioni? Che -cosa significa «gentile», se non il concederlo e dare ai loro cuori ed -ai nostri un giorno di lieto oblio dalla circospezione nazionale? Senza -un cuore generoso la ricchezza è una laida pezzente. Il re di Schiraz -non aveva il potere di essere così generoso come il povero Osman che -dimorava al suo cancello. Osman aveva un’umanità così larga e profonda -che sebbene la sua parola riguardo al Korano fosse così libera ed -audace da disgustare tutti i Dervisci, pure non vi fu mai un povero -proscritto, un pazzo, uno scemo, che si fosse rasa la barba o che -fosse stato mutilato per un voto, od avesse avuto un accesso di pazzia -nel suo cervello, che non corresse subito a lui; e quel grande cuore -giaceva là nel centro del paese, così benefico ed ospitale da sembrare -che lo istinto di tutti i sofferenti li avvincesse al suo fianco. Ed -egli non condivise la pazzia alla quale dava ricovero. Non è questo -essere ricco? questo solo l’essere giustamente ricco? - -Ma io udrò senza dolore che rappresento molto male il cortigiano e -che parlo di cosa che non comprendo bene. È facile l’osservare che -ciò che è chiamato per distinzione «società» e «moda», ha leggi buone -e leggi cattive; ha molte cose necessarie e molte assurde. Non idonea -alla maledizione ed alla benedizione, essa ci ricorda una tradizione -della mitologia pagana, nei tentativi di definire il suo carattere. Io -udii un giorno Giove — diceva Sileno — che parlava di distruggere la -terra; egli diceva che essa era decaduta; che gli uomini erano tutti -bricconi e megere; che facevano di male in peggio, e così rapidamente -come i giorni si succedevano l’uno all’altro. Minerva rispose che non -lo credeva; che gli uomini erano solo dei piccoli esseri ridicoli, -con questa circostanza curiosa, di avere un marchio od un aspetto -indeterminato, visti da lontano o visti da vicino: onde se voi li dite -cattivi essi appaiono cattivi; se voi li dite buoni, essi appaiono -buoni; e che non vi era una sola persona od una sola azione fra essi, -che avrebbe non meno imbarazzato la sua civetta, che tutto l’Olimpo, -nel sentenziare se fosse fondamentalmente buona o cattiva. - - - - -QUINTO SAGGIO - -I DONI - - -Si dice che il mondo sia in uno stato di bancarotta; che il mondo -debba al mondo più di ciò che possa pagare, e che esso dovrebbe essere -pignorato e venduto. Io non credo che questa insolvibilità generale, -che in certo modo coinvolge tutta la popolazione, sia la ragione -della difficoltà esperimentata a Natale e a Capo d’Anno od in altre -epoche, nel fare i doni; poichè è sempre piacevole essere generoso, -sebbene sia vessatorio il pagare i proprii debiti. Ma l’impedimento -giace nella scelta. Se in un momento qualunque mi si mette in capo che -io devo un presente a qualcuno, io sono imbarazzato sul dono fino a -che l’opportunità è passata. I fiori ed i frutti sono sempre dei doni -adatti; quelli perchè sono una superba affermazione che un raggio di -bellezza supera tutte le utilità del mondo; l’aspetto gaio di essi -contrasta con l’aspetto severo della natura ordinaria; infine perchè -essi sono come una musica udita dall’esterno di un ricovero. La natura -non ci accarezza: poichè noi siamo dei bambini, non già dei favoriti: -essa non è indulgente: ogni cosa è distribuita a noi senza timori e -senza favori, ma secondo leggi severe ed universali. Eppure questi -fiori delicati appaiono come il capriccio e l’intervento dell’amore -e della bellezza. Gli uomini usarono affermare che noi amiamo -l’adulazione, anche se non ne siamo ingannati, perchè essa dimostra che -noi abbiamo un sufficiente valore per essere corteggiati. I fiori ci -dànno un piacere alquanto simile a questo: infatti che cosa sono io per -colui al quale questi dolci segni sono indirizzati? I frutti sono doni -accetti, perchè sono il fiore dei profitti, ed ammettono che dei valori -fantastici siano ad essi attribuiti. Se un uomo mi mandasse a chiamare -da cento miglia lontano, e mettesse davanti a me un canestro di bella -frutta estiva, io penserei esservi una proporzione fra la mia fatica ed -il mio guiderdone. - -Per i doni comuni la necessità produce cose convenevoli e belle ogni -giorno, e si è contenti quando un imperativo non ci lascia diritto di -scelta; infatti se l’uomo che batte alla vostra porta non ha scarpe, -voi non dovete star a pensare se potreste regalargli una scatola di -colori. E poichè è sempre cosa piacevole il vedere un uomo che mangia -del pane e beve dell’acqua, in casa e fuori, così è sempre una grande -soddisfazione il provvedere a queste prime necessità. La necessità -fa ogni cosa bene. Nella nostra condizione di dipendenza universale -sembra eroico il permettere che il richiedente sia il giudice della sua -necessità, e dare tutto ciò che è domandato, anche se ciò si fa con -grave disturbo. Se esso è un desiderio fantastico, è meglio lasciare -agli altri l’ufficio di punirlo. Io posso pensare a molte altre parti -da rappresentare che a quella delle Furie. Dopo le cose di prima -necessità, la regola prescritta da un mio amico per fare un dono è -questa: che noi possiamo donare ad una persona ciò che propriamente -appartenne al suo carattere, e che fu facilmente associato a lui nel -pensiero. Ma i nostri pegni d’amore e di omaggio sono per la maggior -parte barbari. Gli anelli od altri gioielli non sono dei doni, ma delle -apparenze di doni. L’unico dono è una parte di te stesso. Tu devi -versar sangue per me. Perciò il poeta dona il suo poema; il pastore -il suo agnello; l’agricoltore il suo grano; il minatore una gemma; il -marinaio coralli e conchiglie; il pittore il suo quadro; la ragazza un -fazzoletto cucito da lei stessa. Questo è giusto e piacevole, poichè -quando la biografia di un uomo è espressa nel suo dono, e la ricchezza -di ogni uomo è un indice del suo merito, la società è restaurata -sulle sue basi primitive. Ma è un’azione fredda e senza vita il vostro -andare nei negozi ad acquistar per me qualcosa, che non rappresenta -la vostra vita ed il vostro talento, ma quella di un orefice. Questo -è convenevole ai re ed agli uomini ricchi, che rappresentano i re, ed -è falsa ostentazione di beni il fare futili regali in oro ed argento, -come una specie di simbolico sacrificio espiatorio o pagamento di una -taglia. - -La legge dei benefici è un canale difficile, che richiede una -navigazione prudente o dei robusti battelli. Non è ufficio dell’uomo -quello di ricevere doni. Come osate voi farli? Noi desideriamo di -sostentarci da noi stessi. Noi non perdoniamo mai interamente al -donatore. La mano che ci alimenta è sempre in pericolo di essere -morsicata. Noi possiamo ricevere qualche cosa dall’amore, perchè esso è -un modo di ricevere da noi stessi, ma non da chiunque assuma l’ufficio -di donatore. Talvolta noi odiamo la carne che mangiamo, perchè ci pare -una dipendenza degradante quella di vivere per suo mezzo. - -«Fratello, se Giove ti fa un dono bada di prender nulla dalle sue -mani». Noi domandiamo il tutto. Nulla meno ci accontenterà. Noi -citiamo in giudizio la società se non ci dona oltre alla terra, al -fuoco e all’acqua, l’opportunità, l’amore, la riverenza ed obbietti di -venerazione. - -Colui che può ricevere vantaggiosamente un dono è un uomo buono. Noi -siamo lieti o spiacenti per un dono, ed entrambe le emozioni sono -disdicevoli. Io credo che quando mi rallegro o mi rattristo per un -dono, qualche violenza si compie e qualche avvilimento sorge. Io soffro -quando la mia indipendenza è invasa o quando il dono viene da uno che -non conosce il mio spirito; quando poi il dono mi piace oltremodo, -allora io dovrei vergognarmi che il donatore mi legga nell’anima, e -veda che io amo il suo dono e non lui. Il dono per essere vero deve -consistere nel fluire del donatore in me, corrispondente al mio fluire -in lui. Quando le acque sono a livello, allora i miei beni passano a -lui ed i suoi a me. Tutti i miei sono suoi, tutti i suoi sono i miei. -Io gli dico: «come potete darmi questo recipiente d’olio o questo -fiasco di vino, se tutto il vostro olio e tutto il vostro vino è mio?» -Ecco il perchè della convenienza delle cose belle come doni e non -delle cose utili. Quest’ultima specie di doni ha il carattere d’una -insulsa usurpazione, e perciò quando il beneficato è ingrato, (ogni -beneficato odia ogni Timone) e non considera affatto il valore del -dono, ma tiene d’occhio il fondo donde quello fu tolto, io simpatizzo -piuttosto con il beneficato che con lo sdegno del benefattore. Infatti -la speranza fiduciosa della gratitudine è cosa vile ed è continuamente -punita dall’insensibilità totale della persona obbligata. È una grande -felicità l’allontanarsi senza offese e senza odio da chi ha avuta la -cattiva fortuna d’essere soccorso da voi. L’essere soccorso è una cosa -assai onerosa ed il debitore per natura desidera ferirvi. Parole auree -per questi signori sono quelle che io tanto ammiro nel Buddista, che -non ringrazia mai e dice: «Non adulate i vostri benefattori». - -Io immagino che la ragione di queste discordie sta in ciò, che non vi è -alcuna giusta proporzione fra un uomo ed un dono. Voi non potete dare -alcuna cosa ad una persona magnanima. Dopo che voi lo avete servito, -egli pone subito voi in debito per la sua magnanimità. Il beneficio -che un uomo rende al suo amico è volgare ed egoista se è comparato al -beneficio che egli sapeva di dover ricevere dall’amico stesso prima -che egli avesse incominciato a giovargli. Il beneficio, che posso -rendere ad un mio amico mi pare piccolo, comparato alla benevolenza -che mi spinge verso di lui. Inoltre la nostra azione reciproca, -sia buona o cattiva, è così incidentale e casuale, che noi possiamo -raramente udire una persona che vorrebbe senza vergogna e umiliazione -ringraziarci per un beneficio. Raramente noi possiamo calare un colpo -diretto, ma dobbiamo accontentarci di uno obliquo; allo stesso modo -raramente abbiamo la soddisfazione di fare un beneficio diretto che sia -direttamente ricevuto. Ma la rettitudine sparge favori da ogni lato -senza saperlo, e riceve con meraviglia i ringraziamenti di tutta la -gente. - -Io temo di esprimere un certo tradimento contro la maestà dell’amore, -che è il genio ed il dio dei doni, e che noi non dobbiamo aspirare -di dirigere. Conceda egli indifferentemente regni o petali di fiori. -Vi sono delle persone da cui ci attendiamo sempre dei regali di fata; -non cessiamo dunque di attenderli! Questa è una prerogativa, che non -deve essere limitata dalle nostre leggi municipali. Del resto mi piace -d’osservare che noi non possiamo essere comprati o venduti. La miglior -parte dell’ospitalità e della generosità non sta nella volontà, ma -nella sorte. Io m’avvedo di non esser molto per voi; voi non avete -bisogno di me; voi non mi sentite ed allora io sono scacciato dalla -casa anche se mi offrite case e terre. Nessun servizio ha valore -alcuno, solo le apparenze lo hanno. Quando io ho cercato di unirmi -ad altri per mezzo di favori, ne risultò un’astuzia intellettuale, -null’altro. Essi si cibano dei vostri favori come fossero delle mele -e vi lasciano fuori. Ma voi amateli, ed essi vi sentiranno, e si -rallegreranno di voi per sempre. - - - - -SESTO SAGGIO - -LA NATURA - - -Vi sono dei giorni in questo clima e quasi in ogni stagione dell’anno -nei quali il mondo tocca la sua perfezione; nei quali l’aria, i corpi -celesti e la terra compongono una sola armonia, come se la natura -volesse accarezzare la sua progenie; giorni in cui in queste tristi -regioni nordiche del pianeta non abbiamo nulla da desiderare di ciò -che abbiamo udito delle più felici regioni, e ci culliamo nelle ore -soleggiate della Florida e di Cuba; giorni in cui ogni cosa che ha -vita dà segni di soddisfazione, e gli armenti stessi sembrano avere -dei pensieri grandi e sereni. Noi possiamo attendere con una maggior -certezza questi alcioni in quel tempo sereno d’Ottobre, che noi -distinguiamo con il nome di estate indiano. Il giorno infinitamente -lungo dorme sulle larghe colline e sui vasti campi ardenti. L’aver -vissuto tutte le sue ore di sole pare una sufficiente longevità. I -luoghi solitari non sembrano del tutto deserti. Sul limitare della -foresta l’uomo attonito è obbligato ad abbandonare i suoi criterii -cittadini del grande e del piccolo, del saggio e del folle. Il gravame -delle abitudine ci cade dal dorso al primo passo che noi facciamo -in questi luoghi appartati. Qui vi è una santità che fa arrossire -le nostre religioni, ed una realtà che scredita i nostri eroi. Qui -constatiamo che la natura è la circostanza che avvilisce qualsiasi -altra circostanza, e che essa giudica come un dio tutti gli uomini -che le si avvicinano. Noi siamo sgusciati dalle nostre case chiuse ed -affollate, nella notte e nel mattino, e vediamo quali bellezze maestose -ci avvolgono ogni giorno nel loro seno. Quanto volentieri vorremmo -noi evitare le barriere che rendono queste bellezze comparativamente -prive di potere: sfuggire la menzogna ed il secondo pensiero e lasciare -che la natura penetri in noi. La luce temperata dei boschi è come -un mattino perpetuo ed è stimolante ed eroica. Gli antichi incanti -tramandatici di questi luoghi ci conquidono lentamente. Gli steli -della cicuta, i tronchi dei pini e delle quercie brillano come acciaio -innanzi all’occhio eccitato. Gli alberi muti poco a poco ci persuadono -a vivere con essi ed a lasciare la nostra vita composta di solenni -inezie. Qui nessuna storia o chiesa o stato interviene nel cielo -divino e nell’anno immortale. Quanto facilmente noi potremmo procedere -nell’aperta pianura, assorti in nuovi spettacoli ed in pensieri che si -succedono rapidamente l’uno all’altro, finchè grado a grado il ricordo -di casa nostra venisse cancellato dalla mente, come se fossimo portati -in trionfo dalla natura! - -Questi incanti sono salutari; essi ci rendono sobrii e ci guariscono. -Questi sono piaceri semplici, che s’addicono alla nostra natura. -Noi ritorniamo a ciò che è nostro proprio; stringiamo amicizia con -la materia, che le chiacchiere ambiziose delle scuole vorrebbero -persuaderci a disprezzare. Noi non possiamo mai dipartircene; la mente -ama la sua vecchia abitazione; come l’acqua per la nostra sete, così -è la roccia, la terra per i nostri occhi, le nostre mani e i nostri -piedi. Essa è dell’acqua solida: essa è una fiamma fredda: quale -equilibrio quale affinità! Quando noi cianciamo affettatamente con -degli estranei, questo viso onesto della natura sempre s’introduce come -un vecchio amico, come un caro amico e fratello, e con un’autorevole -dimestichezza ci vergogna delle nostre parole insensate. Le città non -danno ai sensi umani spazio sufficiente. Noi andiamo ogni giorno ed -ogni notte a nutrire i nostri occhi nell’orizzonte ed abbisogniamo di -un luogo aperto come abbisogniamo dell’acqua per il nostro bagno. A -cominciare da questi piccoli poteri fino ai suoi ministeri più cari e -più grandi dell’immaginazione e dell’anima vi sono in natura tutte le -gradazioni dei poteri. V’è la secchia dell’acqua fredda che nasce dalla -sorgente, il fuoco del legno, al quale corre il viaggiatore intirizzito -per salvezza, e v’è la morale sublime dell’autunno e del meriggio. Noi -ci ricoveriamo nella natura, e viviamo da parassiti con le sue radici -ed i suoi grani, e riceviamo lampi di luce dai corpi celesti, che ci -chiamano alla solitudine e che ci predicono il più remoto futuro. Lo -Zenit azzurro è il punto in cui si incontrano la favola e la realtà. -Io penso che se noi fossimo rapiti in tutto ciò che noi sogniamo del -paradiso, e se conversassimo con Gabriele e con Uriele, il cielo che -ci sta sul capo sarebbe tutto ciò che rimarrebbe delle nostre cose -presenti. - -I giorni in cui abbiamo osservato qualche oggetto naturale, non -sembrano completamente biasimevoli. Infatti la caduta dei fiocchi di -neve nell’aria silenziosa, perfetti nella loro forma cristallina; il -soffiare dell’uragano sopra un’ampia distesa d’acqua e sopra i piani; -gli ondeggianti campi di segala; il movimento fluttuante di centinaia -di acri di houstonia, i cui innumerevoli fiori imbiancano e si agitano -davanti all’occhio; il riflettersi degli alberi e dei fiori nello -specchio dei laghi; il musicale ed odoroso vento del sud, che converte -le piante in arpe eoliche; lo scoppiettio della cicuta nella fiamma -o dei ceppi del pino, che illuminano festosamente le pareti ed i visi -nel salotto ecc. ecc... sono la musica e le pitture della più antica -religione. La mia casa è posta sopra un basso tratto di terra, con un -orizzonte ristretto ed all’estremità del villaggio. Ma io vado con il -mio amico sulla sponda del nostro piccolo fiume, e con un solo colpo -di remo mi allontano dalla politica e dalle personalità del villaggio, -anzi dal mondo intero fatto di villaggi e di personalità, ed entro -in un meraviglioso regno di tramonti e di plenilunii, regno troppo -luminoso forse perchè l’uomo macchiato vi penetri senza un noviziato -ed una prova. Noi penetriamo materialmente in questa incredibile -bellezza: noi immergiamo le nostre mani in questo elemento variopinto; -i nostri occhi sono bagnati in queste luci ed in queste forme, allora -sull’istante s’inizia un giorno di festa, una villeggiatura, un sogno -regale, il festival più superbo e più rallegrante che il valore e la -bellezza, il potere ed il gusto abbiano mai preparato e goduto. Queste -nubi crepuscolari, queste stelle che spiccano con isquisita lucidezza -con le loro luci riposte ed ineffabili lo esprimono e l’offeriscono. Io -apprendo la povertà delle nostre creazioni e la bruttezza delle nostre -città e dei nostri palazzi. L’arte ed il lusso hanno imparato per tempo -a non esser altro che un’aggiunta ed un seguito di questa bellezza -originale. Io sono più che informato intorno al mio stato. D’ora in -avanti io sarò di difficile accontentatura. Io non posso ritornare ai -trastulli. Io son diventato prodigo e sofistico. Non posso più a lungo -vivere senza eleganza; ma un contadino dovrà essere il capo delle mie -feste. Colui che conosce il più; colui che sa quali dolcezze e quali -virtù siano nel suolo, nelle acque, nelle piante, nei cieli, e sa come -giungere a questi incanti, è l’uomo ricco e regale. Solo fin dove hanno -chiamato la natura in aiuto, i signori del mondo possono raggiungere -l’altezza della magnificenza. Il significato dei loro giardini pensili, -delle ville, delle case di campagna, delle isole, dei parchi è questo: -sostenere con tali robusti accessori le loro personalità difettose. Io -non dubito che gli interessi agricoli dovrebbero essere invincibili -nello stato, con questi ausiliarii pericolosi. Essi corrompono ed -invitano; non re, non palazzi, non uomini o donne, ma queste tenere e -poetiche stelle, eloquenti di segrete promesse. Noi sentimmo ciò che -l’uomo ricco diceva; noi sapevamo della sua villa, del suo boschetto, -del suo vino, e della sua società, ma lo stimolo dell’invito venne -da quelle seducenti stelle. Nei loro dolci splendori io osservo ciò -che gli uomini tentarono di realizzare in qualche Versailles o Pafos -o Ctesifonte. Infatti la magica luce dell’orizzonte e lo sfondo del -cielo azzurro sono quelli che salvano tutte le nostre opere d’arte, -che altrimenti sarebbero delle povere cose. Quando il ricco impone al -povero la servilità, l’ossequenza, egli dovrebbe considerare l’effetto -che producono sulle menti ricche di immaginazione gli uomini creduti -possessori della natura. Ah! se i ricchi fossero ricchi come il -povero li immagina! Un ragazzo sente una banda militare, che suona -in un campo di notte, ed egli ha dinnanzi a sè dei re, delle regine e -delle cavallerie famose. Egli sente l’eco di un corno in una contrada -collinosa, sulle montagne di Notch per esempio, eco che converte -le montagne in un’arpa eolica, e questo _tiralirà_ soprannaturale -risuscita la mitologia Dorica, Apollo, Diana, e tutti i cacciatori e -le cacciatrici divine: tanto può una nota musicale essere sublime ed -orgogliosamente bella! Per il giovane e povero poeta la sua pittura -della società è altrettanto favolosa; egli è leale; egli rispetta -i ricchi; essi sono ricchi per amore della sua immaginazione; come -sarebbe povera la sua fantasia se essi non fossero ricchi! Essi hanno -dei boschetti cintati da alte cancellate, che chiamano parchi; essi -vivono in saloni più grandi e meglio arredati di quelli che egli ha -veduti; essi vanno in vettura; essi vivono soltanto nelle società -eleganti, vanno ai bagni di mare, in lontane città... ecco il fondo -da cui il poeta ha tratto i palazzi, i parchi ecc., per svolgervi il -suo romanzo; parchi e palazzi in paragone dei quali i possedimenti -veri sono delle capanne e degli umili prati. La musa stessa tradisce -il figlio suo, ed accresce i doni della ricchezza e della bellezza -aristocratica per mezzo di un’irradiazione dell’aria, delle nubi -e delle foreste, che fiancheggiano la strada, con un certo superbo -favore: quale sarebbe concesso da genî patrizi a patrizi. - -La sensibilità morale che crea gli Eden e le valli di Tempe così -agevolmente, non sempre può essere scoperta, ma certo il paesaggio -materiale non è mai lontano da quella. In essa noi possiamo trovare -questi luoghi incantevoli senza visitare il lago di Como e le Isole di -Madera. Noi esageriamo i pregi della bellezza naturale di un luogo. In -ogni paesaggio il fulcro della meraviglia sta nell’incontro della terra -con il cielo, e questo lo si vede tanto dal monticello più vicino, -come dalla cima dei monti Allegany. Le stelle di notte pendono sopra -la più comune ed oscura contrada, con tutta la magnificenza spirituale -con cui esse splendono sulla campagna Romana o sui marmorei deserti -dell’Egitto. Le nuvole avvolgenti ed i colori del mattino e della -sera trasfigureranno aceri ed ontani. La differenza fra paesaggio -e paesaggio è piccola, ma grande è la differenza fra coloro che li -contemplano. Nulla vi è di così meraviglioso in qualsiasi paesaggio -quanto la necessità, a cui ogni paesaggio soggiace, di essere bello. La -natura non può essere sorpresa disadorna. La bellezza irrompe in ogni -luogo. - -Ma è molto facile sorpassare la simpatia del lettore per questo -argomento, che gli scolastici chiamano _natura naturata_ o natura -passiva. Si può appena parlare direttamente di essa senza eccedere; e -l’eccedere è facile, come affrontare in una società mista «il soggetto -della religione». Una persona suscettibile non ama su questo punto di -condiscendere ai suoi gusti senza la scusante di qualche necessità -volgare: egli va a vedere un appezzamento di bosco o ad osservare -i raccolti, od a raccogliere una pianta od un minerale in qualche -località remota, od egli porta un fucile od una canna da pesca. Io -credo che questo pudore debba avere una buona ragione. Un dilettantismo -in natura è arido e senza valore. Il vanesio che sta nei campi non -è migliore del suo fratello in Broadway. Gli uomini sono per natura -cacciatori ed avidi di conoscere la vita dei boschi, ed io credo che -i fatti narrati dagli Indiani e dagli spaccatori di legna sarebbero -interessanti per i più sontuosi salotti e per tutti i cenacoli; eppure -ordinariamente, sia che noi siamo troppo goffi per un’argomento -così sottile sia per qualsivoglia altra causa, così tosto come -incominciamo a scrivere intorno alla natura, noi cadiamo nell’eufuismo. -La frivolezza è un tributo non idoneo per Pan, che dovrebbe essere -rappresentato nella mitologia come il più temperante degli dèi. Io non -vorrei essere frivolo dinanzi all’ammirevole circospezione e prudenza -del tempo; pure io non posso rinunciare al diritto di ritornare sovente -su questo vecchio argomento. La moltitudine degli dèi falsi e bugiardi -dà credito alla religione vera. La letteratura, la poesia, la scienza, -sono l’omaggio dell’uomo a questo segreto insondabile, per il quale -nessun uomo può affettare indifferenza o mancanza di curiosità. La -natura è amata dalla nostra parte migliore. - -Essa è amata come la città di Dio, sebbene o piuttosto perchè non vi -sono cittadini. Il tramonto è dissimile da ogni cosa che gli sta sotto: -esso manca di uomini. E la bellezza della natura deve sempre sembrare -irreale e beffarda, finchè il paesaggio non abbia delle figure umane -che siano così buone come essa stessa. Se vi fossero degli uomini -buoni non ci sarebbe mai questo rapimento nella natura. Se il re è -nel palazzo, nessuno guarda ai muri: e quando egli se ne è andato e la -casa è piena di domestici e di curiosi, noi torciamo lo sguardo dalla -gente, per trovare sollievo negli uomini maestosi ricordati dai quadri -e dall’architettura. I critici che si lagnano della malsana separazione -della bellezza della natura dalla cosa da farsi, devono considerare -che il nostro inseguimento del pittoresco è inseparabile dalla nostra -protesta contro la falsa società. L’uomo è caduto; la natura è eretta, -e serve come termometro differenziale che segni la presenza o l’assenza -del sentimento divino nell’uomo. A causa della nostra stupidità e del -nostro egoismo noi guardiamo la natura dall’alto in basso, ma quando -noi saremo convalescenti la natura chinerà il suo sguardo verso di -noi. Noi vediamo con mortificazione il ruscello spumeggiante; se la -nostra vita scorresse con la dovuta energia noi faremmo vergognare -il ruscello, poichè l’onda dello zelo brilla di fuoco reale e non dei -raggi riflessi del sole o della luna. La natura può essere considerata -egoisticamente come il commercio. L’astronomia per gli egoisti diventa -astrologia; la psicologia, mesmerismo (coll’intendimento di farci -sapere dove sono andati i nostri cucchiai) e l’anatomia e la fisiologia -diventano frenologia e palmistria. - -Ma prendendo in tempo congedo e lasciando molte cose non dette su -questo argomento, non tardiamo oltre a presentare i nostri omaggi -alla Natura Efficiente, _natura naturans_, causa vivente dinnanzi -alla quale tutte le forme fuggono come turbini di neve, segreta essa -stessa, mentre le sue opere procedono innanzi come mandre e turbe -(gli antichi rappresentarono la natura in Proteo, un Pastore) in -un’indescrivibile varietà. Essa si rivela nelle creature, pervenendo -attraverso a successive trasformazioni, da semplici particelle alle più -elette proporzioni e giungendo a compiuti risultati senza un urto od -un salto. Un po’ di caldo, vale a dire un po’ di moto, è tutto ciò che -differenzia i poli mortalmente freddi, bianchi e nudi dalle prolifiche -regioni tropicali. Tutti i mutamenti si compiono senza violenza in -grazia delle due condizioni cardinali di spazio e tempo illimitato. -La geologia ci ha iniziati alla secolarità della natura, e ci ha -insegnato a non usare oltre le nostre misure da asilo e a cambiare i -nostri sistemi Mosaici o Tolomaici con il suo ampio procedimento. Noi -sapevamo nulla esattamente, per mancanza di prospettiva. Ora sappiamo -quali periodi laboriosi devono passare prima che la roccia si formi, -poi, prima che la roccia si rompa, ed avanti che il primo lichene abbia -disgregata la più sottile esterna compagine d’una zolla, ed aperte -le porte alle lontane Flora e Fauna, Cerere e Pomona. Come è ancora -lontano il trilobita! Come è ancora lontano il quadrupede! Quanto -inconcepibilmente lontano è l’uomo! Tutto a tempo debito arriva e razza -dopo razza quella dell’uomo. Vi è una lunghissima strada dal granito -all’ostrica; più lunga ancora fino a Platone ed alla predicazione -dell’immortalità dell’anima. Eppure tutto deve venire così sicuramente -come il primo atomo ha due lati. - -Il movimento o mutamento; l’identità o riposo, sono il primo ed il -secondo segreto della natura. L’intiero codice delle sue leggi può -essere scritto sopra l’unghia di un pollice o sopra il sigillo di un -anello. Le bolle vorticose sulla superficie di un ruscello ci schiudono -i segreti della meccanica del cielo. Ogni conchiglia sulla spiaggia -è una chiave ad essa. Un poco d’acqua roteata in una tazza spiega la -formazione delle conchiglie più semplici; l’aggiungersi di materia anno -per anno conduce in fine alle forme più complesse; eppure la natura -con tutta la sua perizia è tanto povera, che dal principio alla fine -dell’universo essa ha una sola materia prima, ma una sola materia -con i suoi due capi per servire a tutte le sue fantastiche varietà. -Componetela come essa vorrà: stella, sabbia, fuoco, acqua, albero, -uomo; ma essa è ancora una sola materia e rivela le stesse proprietà. - -La natura è sempre conseguente, anche se finge di contravvenire alle -sue proprie leggi. Essa le conserva e talora sembra trascenderle. Essa -arma e fornisce un animale in modo che esso trovi il suo posto e viva -sulla terra; nello stesso tempo un altro ne arma che lo distrugga. Lo -spazio esiste per separare le creature, ma rivestendo i fianchi di un -uccello con poche penne la natura gli dà una graziosa onnipresenza. La -direzione è sempre progressiva, ma l’artista retrocede per fornirsi -di materiale, e sempre con i primi elementi incomincia anche nel -periodo più progredito: altrimenti tutto andrebbe in rovina. Se noi -guardiamo alla sua opera ci sembra di scoprire il baleno di un sistema -in transizione. Le piante sono i giovani del mondo, vasi di salute e di -vigore; ma esse tendono sempre all’alto e verso la consapevolezza; gli -alberi sono uomini imperfetti, e sembrano lamentare la loro prigionia, -radicati al suolo. L’animale è il novizio ed il candidato ad un ordine -più elevato. Gli uomini sebbene giovani, avendo gustato la prima goccia -nella tazza del pensiero, sono digià traviati; gli ontani e le felci -invece sono ancora incorrotti; eppure, senza dubbio, quando verranno ad -uno stato di coscienza essi pure malediranno e bestemmieranno. I fiori -appartengono così strettamente alla gioventù, che noi uomini adulti -presto sentiamo che le loro belle generazioni non ci riguardano; noi -abbiamo avuto il nostro giorno; i figli ora abbiano il loro. I fiori -c’ingannano e noi siamo dei vecchi celibi con delle ridicole tenerezze. - -Le cose sono così strettamente in relazione tra loro che, stante la -destrezza dell’occhio, si possono ricavare da un oggetto qualsiasi -gli elementi e le proprietà di un altro qualsiasi oggetto. Se noi -avessimo occhi tali da vedere ciò, un frammento di pietra del muro -della città ci persuaderebbe della necessità nell’uomo di vivere tanto -saldamente quanto la città stessa. Tale identità rende noi tutti -uno solo, e riduce al nulla le grandi distanze della nostra scala -comune. Noi parliamo di deviazione dalla vita naturale come se la vita -artificiale non fosse anche naturale. Il più azzimato cortigiano nei -«boudoirs» di un palazzo ha una natura animale, rude ed aborigena come -quella dell’orso bianco, onnipossente nei suoi proprii intenti, e là -fra i profumi ed i biglietti amorosi è direttamente in relazione con -la catena dell’Imalaja e l’asse del globo. Se considerassimo quanto -apparteniamo alla natura, non temeremmo delle città, perchè il potere -terribile o benefico della natura ci trova anche là, e agisce sulle -città stesse. La natura che ha fatto il muratore, ha fatto la casa. -Noi possiamo agevolmente udire parlar troppo delle influenze rurali. -Il vigoroso ed agile aspetto degli oggetti naturali fa che noi li -invidiamo, noi creature colleriche ed irritabili, dai visi accesi, e -pensiamo che saremo un giorno superbi come essi lo sono, se vivremo -nei campi e mangeremo radici; orbene siamo uomini anzichè essere delle -marmotte, e la quercia e l’olmo dovranno servirci lietamente, anche se -saremo assisi in seggi d’avorio, sopra tappeti di seta. - -Questa identità dominante serpeggia in tutte le vicende ed i contrasti -della vita e caratterizza ogni legge. L’uomo porta il mondo nel suo -capo e l’intiera astronomia e chimica in un pensiero. Poichè la storia -della natura è intessuta nel suo cervello, egli è dunque l’annunziatore -e lo scopritore dei suoi segreti. Ogni fatto conosciuto nella scienza -naturale fu divinato dall’intuito di qualcuno, prima che esso fosse -constatato. Un uomo non lega neppure la sua scarpa senza riconoscere -le leggi che avvincono le più lontane regioni della natura: la luna, -la pianta, il gaz, il cristallo, sono geometria concreta e numeri. Il -senso comune conosce ciò che è suo e riconosce a prima vista il fallo -nel l’esperimento chimico. Il buon senso di Franklin, di Dalton, di -Davy e di Black, è lo stesso buon senso che ha disposto una volta ciò -che esso scopre ora. - -Se l’identità esprime una quiete organizzata, l’azione contraria -entra anche nell’organizzazione. Gli astronomi dissero: «Dateci -della materia ed un poco di moto e noi costruiremo l’universo. Non è -sufficiente avere della materia, noi dobbiamo avere pure un particolare -impulso, una spinta per lanciare la massa e generare l’armonia tra -le forze centrifughe e quelle centripete. Una volta che la sfera -è sollevata dalla mano, noi vi insegneremo come si sviluppò tutto -questo possente assetto». «Questo è un postulato molto irragionevole -— disse il metafisico — e che porta chiaramente alla domanda: Non -potreste voi giungere a conoscere la genesi della proiezione così -bene come la continuazione di essa?» La natura, intanto, non aveva -atteso la discussione, ma a ragione od a torto, diede l’impulso ed i -globi rotearono. Non fu una grande cosa, una semplice spinta, ma gli -astronomi ebbero ragione di crederla grande, poichè le conseguenze -dell’atto furono senza fine. Quel famoso impulso aborigeno si propaga -attraverso tutte le sfere del sistema, attraverso ogni atomo di ogni -sfera, attraverso tutte le razze delle creature ed attraverso la storia -e le azioni di ogni individuo. L’eccesso è nell’ordine delle cose. La -natura non manda alcuna creatura, alcun uomo sulla terra, senza unire -un piccolo eccesso delle sue proprie qualità. Dato il pianeta è ancora -necessario aggiungere l’impulso; così ad ogni creatura la natura fece -seguire una certa violenza d’indirizzo verso la sua propria via, una -spinta per metterlo sulla sua strada, una lieve generosità infine, -una goccia di troppo. Senza elettricità l’aria si decomporrebbe, -parimenti senza questa violenza di direttiva di cui gli uomini e le -donne godono, senza un pizzico di bigottismo e di fanatismo non ci -sarebbero stimoli, non ci sarebbero energie. Noi miriamo al disopra -del segno per colpire nel segno. Ogni azione ha in sè qualche falso -eccesso. E quando di tempo in tempo s’avanza qualche uomo triste, -dallo sguardo penetrante, che vede quale meschino giuoco è giuocato, e -rifiutandosi di giuocare divulga il segreto, che cosa avviene allora? -È forse irrimediabilmente l’uccello fuggito dalla gabbia? Oh no! la -natura sagace manda una nuova schiera di forme più belle, di giovani -più altieri con un maggiore impeto direttivo, onde tenerli avvinti ai -loro svariati intenti; li ritrae un poco da quella direzione verso la -quale essi sono più attratti, ed il giuoco continua con un nuovo giro, -per una o due generazioni ancora. Il bambino con le sue burle graziose, -schiavo dei suoi sensi, dominato da ogni veduta, e da ogni suono, -senza alcun potere per comparare e classificare le sue sensazioni, -abbandonato ad un fischietto o ad un trucciolo colorato o ad un soldato -di piombo, individualizzando ogni cosa, non generalizzandone alcuna, -felice per ogni cosa nuova, questo bambino dorme la notte vinto dalla -fatica, che gli ha causato questo giorno di continua e graziosa pazzia. -Ma la natura ha raggiunto il suo intento con questo vivente e ricciuto -pazzerello. Essa ha assegnato ad ogni facoltà il proprio cómpito ed ha -assicurato lo sviluppo simmetrico della struttura corporea, mediante -queste attitudini e questi sforzi: fine di prima importanza, che non -poteva essere affidato a nessuna cura meno perfetta della sua propria. -Questo barbaglio, questo splendore opalino si mostra al suo occhio -sulla cima di ogni trastullo onde assicurare la sua fedeltà, ed egli -è ingannato nel suo bene. Noi siamo mantenuti in vita con le stesse -arti. Dicano gli stoici ciò che vogliono, noi non mangiamo per la -gioia di vivere, ma perchè la carne è gustosa e l’appetito è pungente. -La vita vegetale non si accontenta di trarre un solo seme dal fiore -o dall’albero, ma riempie l’aria e la terra con tale prodigalità -di semi, che, se anche mille e mille periscono, altre migliaia -possono seminar se stessi in modo che centinaia possano crescere e -decine vivere fino alla maturità e finalmente uno solo rimpiazzare -il genitore. Tutte le cose rivelano la stessa oculata profusione. -L’eccesso di timore dal quale è circondato il corpo che rabbrividisce -per il freddo, che trasale alla vista di un serpente o per un subitaneo -rumore, ci protegge fra mille allarmi infondati da un pericolo reale. -L’amante tende nel matrimonio alla sua felicità personale e alla sua -completazione e non ad un vantaggio futuro: e la natura nasconde nella -felicità di lui il suo proprio fine, vale a dire, la riproduzione -ovvero la perpetuazione della specie. - -Ma la perizia con la quale il mondo è fatto penetra pure nella mente -e nel carattere degli uomini. Nessun uomo è del tutto equilibrato; -ognuno ha una vena di pazzia nella sua struttura, un leggero flusso -di sangue al capo onde tenerlo avvinto a qualche punto che la natura -aveva a cuore. Le grandi cause non sono mai giudicate a seconda del -loro valore, ma la causa è ridotta in frammenti per acconciarla alla -grandezza dei partigiani, e la contesa è sempre più viva su le cose -minori. Non meno segnalata è la super-fede di ogni uomo nell’importanza -di ciò che egli ha da fare o da dire. Il poeta, il profeta ha, per -ciò che egli dice, un valore superiore a quello di qualsiasi uditore. -Il forte Lutero, compiacente verso se stesso, dichiara con una -autorevolezza che non falla che «Dio stesso non può fare senza degli -uomini saggi». Jacopo Behmen e Giorgio Fox rivelano il loro amor -proprio nell’ostinazione dei loro opuscoli polemici e Giacomo Naylor -una volta si lasciò adorare come Cristo. Ogni profeta s’identifica -immediatamente con il suo pensiero e giunge a stimare sacri il suo -cappello e le sue scarpe. Per quanto ciò possa screditare siffatte -persone presso la gente assennata, ciò le soccorre con il popolo -poichè dà calore e divulgazione alle loro parole. Un fatto simile -non è infrequente nella vita privata. Ogni persona giovane ed ardente -scrive un diario, nel quale infonde la sua anima quando suonano le ore -della preghiera e della penitenza. Le pagine così scritte sono per lui -infiammate e fragranti; egli le legge inginocchiato, a mezzanotte ed -alla luce della stella mattutina; egli le bagna delle sue lacrime; esse -sono sacre, troppo buone per il mondo, e fors’anche per essere lette -dal più caro amico. Questo diario è il Messia nato dalla sua anima, la -cui vita ancora circola nel neonato. Il cordone ombelicale non è ancora -stato reciso. Dopo qualche tempo egli gode di ammettere il suo amico -a questa consacrata conoscenza, e con esitazione, eppure con fermezza, -gli mette sott’occhi le pagine del suo diario — Ma esse non brucieranno -i suoi occhi? L’amico freddamente le sfoglia, e passa agevolmente dalla -lettura alla conversazione, il che colpisce l’autore di meraviglia e -di dolore. Egli però non può diffidare dello scritto stesso. Giorni e -notti di vita fervida, di comunione con gli angeli dell’ombra e della -luce, hanno inciso i loro caratteri oscuri su quel libro bagnato di -lacrime. Egli diffida dell’intelligenza o del cuore dell’amico. Non c’è -dunque un amico? Egli non può ancora prestar fede che si possa avere -un’esperienza profonda e che pure si possa non sapere come versare -nella letteratura il proprio fatto personale; e forse la scoperta che -la saggezza ha altre lingue ed altri ministri all’infuori di noi, e che -anche se stessimo zitti la verità non sarebbe perciò meno espressa, -potrebbe reprimere dannosamente gli ardori del nostro zelo. Un uomo -può parlare solo fino a che non senta che il suo discorso è parziale -o inadeguato. Esso è parziale, ma egli non se ne avvede mentre lo -pronunzia. Così tosto come egli si è liberato da ciò che è proprio -ed istintivo, ed osserva la sua parzialità, egli chiude la sua bocca -con disgusto. Poichè nessun uomo può scrivere cosa alcuna ch’egli in -quell’istante non pensi essere la storia del mondo; e nessuno mai bene -compirà una cosa se non la giudichi di grande momento. La mia opera può -non avere importanza, ma io non debbo stimarla tale, altrimenti non la -compirò impunemente. - -Allo stesso modo vi è in tutta la natura qualche cosa di burlesco, -qualche cosa che ci conduce avanti incessantemente, ma che non giunge -in alcun luogo e manca con noi di fede. Ogni promessa oltrepassa il -compimento. Noi viviamo in un sistema di approssimazioni. Ogni fine -è antiveggente di un altro fine, che è a sua volta passeggiero; un -esito perfetto e finale non v’è in alcun luogo. Noi siamo accampati -nella natura, ma non siamo di casa. La fame e la sete ci sospingono -a mangiare ed a bere; ma mescolate e cuocete come volete il pane ed -il vino, essi ci lasciano affamati ed assetati, dopo che lo stomaco -è sazio. Lo stesso avviene con le nostre arti e le nostre imprese. -La nostra musica, la nostra poesia, la nostra stessa lingua non -sono dei piaceri, ma delle suggestioni. Il desiderio violento della -ricchezza che trasforma il nostro pianeta in un giardino, si burla -del più ingordo persecutore. Quale è il fine agognato? Semplicemente -quello di salvaguardare gli interessi del buon senso e della bellezza -dall’intrudersi di disformità o volgarità d’ogni specie. Ma quale -metodo laborioso! Quale infinita varietà di mezzi per assicurare una -piccola conversazione! Questo palazzo di mattoni e di pietre, questi -servi, questa cucina, queste stalle, questi cavalli e vetture, questi -titoli bancarii e queste ipoteche; il commercio con tutto il mondo; la -casa di campagna; il tugurio vicino all’acqua, ecc... per una piccola -conversazione, alta, chiara e spirituale! Non potrebbe essere tenuta -allo stesso modo dagli accattoni sulla strada provinciale? No, tutte -queste cose pervennero dagli sforzi successivi di questi accattoni -per eliminare l’attrito delle ruote della vita e promuovere delle -occasioni favorevoli. La conversazione, il carattere, erano i fini -confessati; la ricchezza era buona perchè appagava i desiderii animali, -rimediava al fumaiolo fumoso; ammutoliva la porta cigolante, adunava -insieme gli amici in una sala tranquilla e tiepida, e teneva i bambini -e la tavola da pranzo in camere differenti. Il pensiero, la virtù, la -bellezza, erano gli intenti; ma si sapeva che gli uomini di pensiero -e di virtù talvolta avevano il mal di capo, oppure i piedi bagnati o -che potevano perdere del tempo prezioso mentre si scaldava la camera -nei giorni d’inverno. Sfortunatamente negli sforzi necessari per -togliere questi inconvenienti l’attenzione generale è stata stornata -da questo obbietto; i vecchi intenti furono perduti di vista, ed il -togliere l’attrito divenne lo scopo. Quello è il ridicolo degli uomini -ricchi, e Boston, Londra, Vienna e generalmente gli odierni governi -del mondo sono città e governi dei ricchi, e le masse non sono uomini, -ma _poveri uomini_, vale a dire uomini che vorrebbero essere ricchi; -questo è il ridicolo della classe: che essi vengono pur con sofferenza -e sudore ed impeti folli a capo di nulla; quando tutto è fatto, è -fatto per nulla. Essi sono come coloro che interrotto il discorso di -una brigata per pronunziare il proprio discorso, al momento opportuno -dimenticano ciò che volevano dire. L’aspetto di una società o di una -nazione priva di fini colpisce ovunque l’occhio. Erano dunque gli -intenti della natura così grandi e desiderabili da esigere tale immenso -sacrifizio di uomini? Un effetto completamente analogo alle frodi -della vita è quello prodotto sugli occhi dall’aspetto della natura -esterna. Vi è nei boschi e nelle acque una certa lusinga ed una certa -seduzione, unita ad una deficienza nel produrre una soddisfazione vera. -Questa delusione noi la sentiamo in ogni paesaggio. Io ho ammirata la -morbidezza e la bellezza delle nuvole estive naviganti come piume sul -nostro capo; liete della loro altezza, della loro libertà di moto, -esse non apparivano tanto come panneggiamento di quel dato luogo e di -quella data ora quanto come preannunzio di qualche padiglione e di -qualche giardino situato oltre di esse. È un tormento strano, ma il -poeta non si trova mai abbastanza vicino al suo soggetto. Il pino, il -fiume, il poggio fiorito che sono dinnanzi a lui non sembrano essere -la natura. La natura è ancora altrove. Questo o quello è se non il -limitare, il riflesso lontano, l’eco del trionfo che è passato e che -si trova ora al massimo suo splendore forse nel campo vicino o, se -voi vi fermate nel campo, nei boschi adiacenti. L’oggetto presente -vi darà il senso di riposo che segue la solenne cerimonia or ora -compiuta. Quale meravigliosa lontananza, quali recessi di fasto e -di vaghezza ineffabile in un tramonto! Ma chi li può raggiungere e -stendere su di essi la mano o porvi il suo piede? Essi scompaiono -dal mondo per sempre. Lo stesso è fra gli uomini e le donne, come -fra gli alberi silenziosi: sempre una vita di relazione, perciò una -lontananza, giammai una presenza. Forse che la bellezza non può mai -essere affermata? È essa egualmente inaccessibile nelle persone e nel -paesaggio? L’amante accettato e fidanzato ha perduto il maggior fascino -della sua amata nell’accettazione ch’essa ha fatto di lui. Essa era il -cielo, quand’egli la seguiva come una stella: essa non può essere più -il cielo se si china per una persona quale egli è. - -Che cosa diremo noi di questo apparire onnipresente del primo impulso -proiciente, di questa lusinga e del disinganno di tante creature -così bene intenzionate? Dobbiamo noi non supporre l’esistenza d’una -sottile perfidia e derisione in qualche parte dell’universo? Non -siamo noi trascinati ad un vivo risentimento per l’uso che si fa di -noi? Siamo noi dunque degli ingenui lusingati e degli zimbelli della -natura? Un solo sguardo all’aspetto del cielo e della terra ci acqueta -e ci blandisce con convinzioni più saggie. Per l’uomo intelligente -la natura si converte in un’immensa promessa, che non vuole essere -sconsideratamente esplicata. Il suo segreto è inespresso. Molti e molti -Edipo giungono: ciascuno ha il cervello pregno del suo segreto. Ma la -stessa malìa ha sciupata la sua destrezza; non una sola sillaba egli -può formulare con le sue labbra. La sua orbita potente si perde come -l’arcobaleno nel profondo, e nessun’ala di arcangelo fu fin’ora forte -abbastanza per seguirla ed informarci dell’altra parte dell’arco. -Ma appare anche che le nostre azioni sono sorrette ed indirizzate a -risultati più grandi di quelli che avevamo divisati. Noi siamo seguiti -da ogni lato ed in tutta la vita da agenti spirituali, ed attesi da -un proposito benefico. Noi non possiamo rivaleggiare a parole con -la natura e trattare con essa come trattiamo con le persone. Se noi -misuriamo le nostre forze individuali con le sue possiamo facilmente -intuire d’essere il trastullo di un destino insuperabile. Ma se -invece di identificare noi stessi con l’opera, noi sentiamo l’anima -dell’artefice scorrere attraverso di noi, troveremo la pace mattutina -dimorante nei nostri cuori e gli incommensurabili poteri della gravità -e della chimica e, al dissopra di essi, quelli della vita pre-esistenti -dentro di noi nella loro forma più alta. - -L’inquietudine che ci cagiona il pensiero della nostra debolezza nel -viluppo delle cause, risulta dal fatto che noi guardiamo troppo ad una -sola condizione della natura, vale a dire al Moto. Ma il freno non è -mai staccato dalla ruota. Ovunque l’impulso eccede, l’immobilità od -identità s’introduce come compensazione. Dopo ogni giornata pazza noi -dormiamo per guarire dalle esalazioni e dalle violenze delle sue ore; -e sebbene siamo sempre incatenati ad esse e spesso siamo loro schiavi, -portiamo con noi ad ogni esperimento le innate leggi universali. -Queste mentre esistono nella mente come idee, pongono nella natura -incorporata intorno a noi una sanità vigile per mostrare e guarire -la pazzia degli uomini. La nostra servitù alle proprie peculiari -disposizioni ci pone in cento speranze stolte. Noi ci ripromettiamo -un’era nuova dall’invenzione di una locomotiva o di un pallone; ma la -nuova macchina porta seco i vecchi impedimenti. Dicono che per mezzo -dell’elettro-magnetismo la vostra insalata crescerà dal seme mentre -il vostro pollo sta arrostendo per il pranzo. Questo è un simbolo dei -nostri tentativi e dei nostri sforzi moderni nella condensazione ed -accelerazione degli obbietti: ma nulla s’è acquistato in più; la natura -non può essere frodata; la vita di un uomo non dura se non settanta -insalate, crescano esse rapidamente o crescano adagio. In questi -ostacoli ed impossibilità tuttavia noi troviamo il nostro vantaggio -non meno che negli impulsi. Cada la vittoria dove vuole, noi siamo -dalla sua parte. Il sapere poi che noi attraversiamo l’intiera scala -dell’essere, dal centro della natura fino ai suoi poli, e che abbiamo -qualche posta da vincere in ogni evenienza, concede quel lustro sublime -alla morte, che la filosofia e la religione hanno tentato di esprimere -troppo superficialmente e letteralmente nella popolare dottrina -dell’immortalità dell’anima. La realtà è più eccellente della sua fama. -Qui non v’è nè rovina, nè soluzione di continuità, nè forza morta. -La circolazione divina non si riposa nè si sofferma mai. La natura -è l’incarnazione di un pensiero e ritorna di nuovo pensiero, come il -ghiaccio diviene acqua e gaz. Il mondo è un precipitato della mente, e -l’essenza volatile ritorna eternamente allo stato di libero pensiero. -Di qui scaturisce la virtù e la sottile penetrazione dell’influenza -degli oggetti naturali sulla mente, siano essi organici od inorganici. -L’uomo imprigionato, l’uomo cristallizzato, l’uomo vegetativo, parla -all’uomo personificato. Il potere della natura che non rispetta -la quantità, che fa ugualmente dell’unità e della frazione il suo -canale, concede il suo sorriso al mattino, e distilla la sua essenza -in ogni goccia di piova. Ogni momento ed ogni oggetto ammaestrano, -perchè la saggezza è infusa in ogni forma. Essa è stata versata in noi -come sangue; ci prostrò come dolore; guizzò in noi come piacere; ci -coinvolse in giorni tristi, melanconici o in giorni di serena fatica; -noi non indovinammo la sua essenza se non dopo lungo tempo. - - - - -SETTIMO SAGGIO - -LA POLITICA - - -Trattando dello stato dovremmo ricordare che le sue istituzioni non -sono aborigine, sebbene esistessero prima della nostra nascita: che -esse non sono superiori al cittadino: che ognuna di esse fu una volta -l’azione di un solo uomo: che ogni legge e consuetudine fu il mezzo di -un uomo per fare fronte ad un caso particolare: che esse sono tutte -imitabili ed alterabili: che noi possiamo essere altrettanto buoni e -che possiamo essere migliori. La società è un’illusione per il giovane -cittadino. Essa sta innanzi a lui in rigido riposo, con alcuni nomi, -uomini ed istituzioni, radicati al centro come quercie intorno a cui -tutti si dispongono come meglio possono. Il vecchio statista invece sa -che la società è fluida; che non vi sono tali radici e centri, ma che -qualsiasi particella può subitamente diventare il centro del movimento -e forzare il sistema a rotare intorno ad essa, come qualsiasi uomo di -forte volontà, quali Pisistrato e Cromwell, fa per un certo tempo, -ed ogni uomo di verità come Platone o Paolo fa per sempre. Ma la -politica si regge su istituzioni necessarie e non può essere trattata -con leggerezza. Le repubbliche abbondano di giovani legulei, i quali -credono che le leggi facciano la città; che gravi modificazioni della -politica o del modo di vita, che le occupazioni della popolazione, -il commercio, l’educazione e la religione possano essere accolte o -rigettate con un voto e che qualsiasi provvedimento, anche assurdo, -possa essere imposto al popolo, pur che si abbiano voti sufficienti per -farne una legge. Ma il saggio sa che la legislazione sconsiderata è una -corda di sabbia, la quale perisce nell’intrecciarla; che lo stato deve -seguire e non guidare le disposizioni ed il progresso del cittadino; -che il più vigoroso usurpatore è rapidamente scacciato; che solo -coloro i quali costruiscono sulle Idee, costruiscono per l’eternità, -e che la forma di governo che prevale, è quella che esprime il grado -di educazione del paese. La legge è solo un memorandum. Noi siamo -superstiziosi, e consideriamo lo statuto un qualcosa: la sua forma -invece corrisponde a quel tanto di vita che esso ha nel carattere degli -uomini viventi. Lo statuto esiste per dire «ieri ci siamo accordati -così e così, ma che vi pare di questo articolo?» Il nostro statuto è -una moneta, che noi imprimiamo con il nostro proprio ritratto; essa in -breve diviene irriconoscibile e coll’andar del tempo ritornerà alla -zecca. La natura non è democratica, nè monarchica-costituzionale, ma -dispotica, e non vuole essere schernita o avvilita nella sua autorità -di un solo iota dai più petulanti fra i suoi figli: e via via che -lo spirito pubblico si apre ad una intelligenza, il codice appare -insensato e balbuziente: esso non parla più distintamente e deve perciò -essere perfezionato. Frattanto l’educazione dello spirito generale -non s’arresta. I sogni evanescenti di ciò che è vero e semplice sono -profetici. Ciò che la tenera giovinezza sogna e prega e dipinge oggi, -non palesandolo ad alta voce per evitare il ridicolo, costituirà fra -breve la deliberazione dei pubblici poteri, la rivendicazione ed il -diritto tra i conflitti e la guerra, la legge trionfante e l’assetto -di cento anni, finchè a sua volta non ceda il posto a nuove preghiere -e pitture. La storia dello stato delinea a larghi tratti il progresso -del pensiero, e segue in distanza la squisitezza della coltura e delle -aspirazioni. - -La teoria politica che ha posseduto la mente degli uomini che l’hanno -espressa nel miglior modo possibile nelle loro leggi e nelle loro -rivoluzioni, considera le persone e le proprietà come i due oggetti -per la cui protezione il Governo esiste. In quanto alle persone esse -hanno uguali diritti, in virtù della loro identità in natura. Questo -vantaggio, naturalmente, con il suo completo potere richiede una -democrazia. Mentre i diritti di tutti, come persone, sono uguali in -virtù del loro accesso alla ragione, i loro diritti in proprietà sono -molto ineguali. Un uomo possiede i suoi abiti ed un altro possiede una -contea. Questo fatto dipendente in primo luogo dall’abilità e dalla -virtù delle parti, qualunque sia la loro condizione, e secondariamente -dal patrimonio, sopraggiunge in modi disparati, ed i diritti -naturalmente sono disuguali. I diritti personali, universalmente -gli stessi, richieggono un governo formato in rapporto al censo; la -proprietà richiede un governo formato in rapporto ai possessori ed alle -cose possedute. Laban, che ha greggi ed armenti, desidera la presenza -d’un agente che abbia cura di essi alle frontiere, affinchè i Medianiti -non li rubino, e paga una tassa a questo scopo. Jacopo non ha greggi -nè armenti, non teme perciò i Medianiti, e non paga tassa per l’agente. -Pare perciò giusto che Laban e Jacopo debbano avere diritti uguali per -eleggere l’agente, che deve difendere le loro persone, ma che Laban -e non Jacopo debba eleggere l’agente protettore delle mandre e degli -armenti. E, se sorgesse questione sulla convenienza di avere degli -agenti supplementari o delle torri di osservazioni, non debbono Laban -ed Isacco e coloro che debbono vendere parte delle loro mandre per -comperare protezione per l’altra parte giudicare meglio intorno a ciò -e con maggior diritto di Jacopo, il quale essendo giovane e vagabondo -mangia il loro pane e non il suo? - -Nella società più primitiva i proprietari creavansi la loro propria -ricchezza; fino a che essa viene ai possidenti per una via così -diretta, nessuna altra opinione potrebbe sorgere in ogni equa comunità, -all’infuori di questa che «la proprietà dovrebbe creare la legge per la -proprietà, e le persone la legge per le persone». - -Ma la proprietà si trasmette per donazione od eredità a coloro che non -la crearono. La donazione, solo caso, rende la proprietà passata al -nuovo proprietario, sua propria, come il lavoro la rese tale nel primo -proprietario: nell’altro caso, del patrimonio, la legge crea un diritto -di possesso, che avrà validità a seconda dell’apprezzamento che ciascun -uomo farà della tranquillità pubblica. - -Però non fu facile il dar vita al principio agevolmente ammesso -che la proprietà debba far la legge per la proprietà e le persone -per le persone: perchè le persone e le proprietà si mescolarono in -ogni negozio. Alfine sembrò stabilito esser giusta distinzione che -i proprietari dovessero aver un maggior diritto elettorale che i -non-proprietari, basandosi sul principio spartano di «chiamare uguale -ciò che è giusto, e non di chiamare giusto ciò che è uguale». - -Tale principio non appare più tanto manifesto come apparve nei primi -tempi, in parte perchè sorse il dubbio se troppo valore non fosse -stato concesso nelle leggi alla proprietà, e se non fosse stata -data una struttura alle nostre consuetudini, che permette al ricco -d’imporsi al povero e di mantenerlo tale; ma specialmente perchè vi -è un ammonimento istintivo, tuttavia oscuro ed inespresso, per cui -l’intiera costituzione della proprietà, sulle sue basi presenti è -intuita esser dannosa, e la sua influenza sulle persone deteriorante -ed umiliante; che veramente l’unica cura dello Stato sono le persone: -che la proprietà seguirà sempre le persone: che lo scopo più alto del -Governo è l’educazione degli uomini: e che se gli uomini possono essere -educati, le istituzioni parteciperanno al loro miglioramento, ed il -sentimento morale scriverà la legge della terra. - -Se non è facile determinare l’equità di tale questione, il pericolo -è minore quando noi teniamo in considerazione le nostre protezioni -naturali. Noi siamo protetti da una vigilanza migliore di quella dei -magistrati, che comunemente eleggiamo. La società si compone nella -sua maggior parte di persone giovani e stolte. I vecchi, che hanno -penetrata l’ipocrisia delle corti e degli uomini di stato, muoiono -senza lasciare la propria saggezza ai proprii figli. Questi credono nei -loro giornali, come già i genitori credettero alla loro età. Con tale -maggioranza ignorante ed ingenua gli Stati presto correrebbero a rovina -se non vi fossero dei limiti, oltre i quali la follia e l’ambizione dei -governanti non possono andare. Le cose hanno le loro leggi, come gli -uomini; e le cose si rivoltano alla burla. La proprietà vuole essere -protetta. Il frumento non crescerà, se non è seminato e concimato, -ma l’agricoltore non lo seminerà e non lo coltiverà se non ha cento -probabilità contro una di tagliarlo e raccoglierlo. Sotto qualsiasi -forma le persone e la proprietà devono e vogliono avere il lor dominio. -Esse esercitano il loro potere, così fermamente come la materia -esercita la sua attrazione. Coprite completamente una libbra di terra -nel modo che voi volete, dividetela e sottodividetela; scioglietela in -un liquido; convertitela in gaz, essa peserà sempre una libbra: essa -attrarrà e resisterà sempre alla materia, per la forza di una libbra di -peso; allo stesso modo gli attributi di una persona, il suo spirito e -la sua energia morale eserciteranno sotto qualsiasi legge o tirannide -mortale la loro propria forza, se non apertamente copertamente: se non -in favore della legge, contro di essa; con il diritto o con la forza. -È impossibile fissare i limiti della influenza personale, perchè le -persone sono organi di una forza morale o soprannaturale. Sotto il -dominio di un’idea, che possegga le menti delle moltitudini, come la -libertà civile od il sentimento religioso, il potere di una persona -non è più soggetto a calcolo. Una nazione di uomini all’unanimità china -verso la libertà o la conquista può facilmente sconvolgere l’aritmetica -degli statisti e compire azioni sorpassanti il limite dei loro mezzi; -così fecero i Greci, i Saraceni, gli Svizzeri, gli Americani ed i -Francesi. - -In questo stesso modo ad ogni frazione di proprietà appartiene la sua -propria attrazione. Un soldo è il rappresentante di una certa quantità -di grano o di altra merce. Il suo valore sta nei bisogni dell’uomo -animale. Esso è altrettanto calore, altrettanto pane, altrettanta -acqua, altrettanta terra. La legge può fare ciò che vuole al possessore -della proprietà, il suo potere si collegherà ancora al soldo. La legge -può dire in un momento di folle capriccio che tutti avranno potenza, -eccetto i possessori di proprietà, e che questi dovranno avere nessun -voto. Nonostante ciò, per una legge più alta, la proprietà scriverà, -anno per anno, uno statuto che rispetta la proprietà. Il nullatenente -sarà lo scriba di chi possiede. Ciò che i proprietari vogliono fare, -il potere della proprietà compirà sia secondo legge sia a dispetto di -essa. Naturalmente io parlo di tutta la proprietà, non solo dei grandi -fondi. Quando i ricchi vengono sconfitti da una pluralità di voti, come -di frequente succede, si è che il comune tesoro dei poveri sorpassa le -loro accumulazioni. Ogni uomo possiede qualche cosa, fosse anche solo -una mucca od una carretta o le sue braccia; a questo modo egli ha una -proprietà, di cui dispone. - -La stessa necessità, che assicura i diritti delle persone e della -proprietà contro il malanimo o la follia del magistrato, determina -le forme ed i metodi di Governo, che sono proprii a ciascuna nazione -ed al suo abito di pensare ed in nessun modo trasferibili ad altre -condizioni di società. In questo paese noi siamo molto orgogliosi -delle nostre istituzioni politiche, speciali per questo che sorsero, -a memoria d’uomo, dal carattere e dalla condizione del popolo, che -esse esprimono ancora con sufficiente fedeltà e che noi ostentatamente -preferiamo a qualsiasi altra nella storia. Esse non sono migliori -delle altre, sono più acconcie per noi. Noi possiamo essere saggi -nell’affermare i vantaggi della forma democratica nei tempi moderni, -ma in altri stati di Società, in cui la religione consacrò la forma -monarchica, questa e non quella era acconcia. La democrazia è migliore -per noi, perchè il sentimento religioso del tempo presente si accorda -meglio con essa. Nati democratici, noi non possiamo in alcun modo -giudicare la monarchia, che per i nostri padri vissuti nell’idea -monarchica fu anche istituzione relativamente giusta. Ma le nostre -istituzioni, sebbene coincidano con lo spirito dei tempi, non vanno -esenti dai difetti pratici che hanno screditato le altre forme. Ogni -Stato attuale è corrotto. Gli uomini buoni non debbono obbedire troppo -letteralmente alle leggi. Quale satira contro il Governo può eguagliare -la severità della censura trasfusa nella parola _politica_, che da -tempo immemorabile ha significato di «_scaltrezza_», facendo intendere -così che lo Stato è un artificio? - -La stessa necessità benigna e lo stesso pratico abuso appare nei -partiti, in cui ogni stato si divide, di oppositori e sostenitori -dell’amministrazione del Governo. I partiti sono anche fondati sugli -istinti, ed hanno per i loro umili intenti guide migliori, che la -sagacità dei loro capi. Essi hanno nulla di perverso nella loro -origine, ma segnano rozzamente qualche relazione reale e durevole. -Noi potremmo rimproverare tanto saggiamente il vento dell’est od -il gelo, quanto un partito politico, i cui membri per la maggior -parte non potessero dare un ragguaglio intorno alla loro posizione, -se non quello d’essere a difesa di quegli interessi, in cui essi -stessi sono mescolati. La nostra contesa con loro incomincia quando -essi abbandonano questo profondo e naturale principio eseguendo il -comando di qualche capo, e, obbedendo a considerazioni personali, -si scagliano a sostegno e difesa di punti, che non appartengono -in alcun modo al loro sistema. Un partito è perpetuamente corrotto -dall’individuo. Mentre noi assolviamo l’associazione dalla disonestà, -non possiamo usare la stessa generosità con i suoi capi. Essi -raccolgono le ricompense della docilità e dello zelo delle masse, -che essi dirigono. Ordinariamente i nostri partiti sono dei partiti -di circostanza e non di principio; così l’interesse agricolo in -conflitto con quello commerciale; il partito dei capitalisti con quello -degli operai; partiti che sono identici nel loro carattere morale, -e che possono facilmente scambiare il terreno l’uno con l’altro nel -sostenere molti dei loro provvedimenti. I partiti di principio, come -le sètte religiose, od il partito del libero commercio, del suffragio -universale, della abolizione della schiavitù, dell’abolizione della -pena di morte ispirerebbero l’entusiasmo se non degenerassero in -personalità. Il difetto dei nostri partiti dirigenti è che essi non -si piantano sulle profonde e necessarie basi, sulle quali essi sono -rispettivamente chiamati, ma si perdono nella furia di condurre in -porto qualche misura locale e momentanea in nessun modo utile ai -bisogni generali. Dei due grandi partiti che in questo momento quasi -si dividono la nazione, direi che uno ha la causa migliore, l’altro -gli uomini migliori. Il filosofo, il poeta, e l’uomo religioso amerà -dare il suo voto con il democratico per il libero commercio, per -il suffragio universale, per l’abolizione delle crudeltà legali del -codice penale, e per facilitare in tutti i modi l’accesso dei giovani -e dei poveri alla sorgente della ricchezza e del potere, ma egli può -accettare raramente le persone che il così detto partito popolare -gli propone come rappresentanti di queste tendenze liberali. Essi non -hanno a cuore quegli intenti che dànno al nome di democrazia quella -speranza e quella virtù che noi vi troviamo. Lo spirito del nostro -radicalismo americano è rovinoso e senza scopo; non ha scopi ulteriori -e divini ed è rovinoso per odio e per egoismo. All’incontro il partito -conservatore, composto della parte più moderata, capace e côlta della -popolazione, è timido e semplice difensore della proprietà. Esso non -rivendica alcun diritto, non aspira ad alcun bene reale, non condanna -alcun delitto, non propone alcuna politica generosa, non costruisce, -non scrive, non coltiva le arti, non protegge la religione, non fonda -delle scuole, non incoraggia la scienza, non emancipa lo schiavo, non -soccorre il povero o l’indiano o l’immigrante. Perciò nè dall’uno nè -dall’altro di questi partiti il mondo deve attendere per la scienza, -per l’arte o per l’umanità dei benefici in alcun modo adeguati alle -risorse della nazione. - -Io non dispero per questo della nostra repubblica. Noi non siamo alla -mercè della volubilità del caso. Nella lotta dei partiti feroci, la -natura umana si sente sempre circondata d’affetto, allo stesso modo che -i bimbi dei forzati di Botany Bay hanno un sentimento morale così sano -come quello degli altri bambini. I cittadini degli stati feudali sono -allarmati per le nostre istituzioni democratiche volgenti all’anarchia; -e quelli che fra noi sono più vecchi e più prudenti imparano dagli -Europei a guardare con una specie di terrore alla nostra libertà -turbolenta. Si dice che nella nostra eccessiva libertà di formare la -costituzione e nel dispotismo dell’opinione pubblica, noi manchiamo di -un’àncora, perciò un osservatore straniero pensa di aver trovato la -salvaguardia fra noi nella santità del Matrimonio; un altro crede di -averla trovata nel nostro Calvinismo. Fisher Ames espresse la sicurezza -popolare più saggiamente quando comparò una monarchia ed una repubblica -dicendo «che una monarchia è un bastimento mercantile, il quale -veleggia bene, ma che talvolta urta in uno scoglio e cola a picco; -mentre una repubblica è una zattera, che non affonderà mai, ma che vi -costringe ad avere sempre i piedi nell’acqua». Nessuna forma può avere -un pericoloso sopravvento se siamo protetti dalle leggi delle cose. La -pressione di un dato numero di tonnellate d’atmosfera sul nostro capo -non ha valore fino a che la stessa pressione s’opponga nei polmoni. -Aumentate la massa mille volte, essa non può schiacciarci fintantochè -la reazione è uguale all’azione. Il fatto di due poli e di due forze -centripete e centrifughe è universale, ed ogni forza sviluppa con la -stessa sua attività la forza contraria. La libertà selvaggia sviluppa -delle coscienze di ferro. La mancanza di libertà mentre afforza la -legge e le convenienze insonnolisce la coscienza. La legge di Lynch -prevale solo là dove v’è maggior intrepidità nei capi. Una folla non -può essere costante: l’interesse di ciascuno vuole che così non sia; ma -solo la giustizia soddisfa ad ogni cosa. - -Noi dobbiamo illimitatamente confidare nella necessità benefica che -traluce da tutte le leggi. La natura umana si esprime in esse così -caratteristicamente come nelle statue, nei canti, nelle ferrovie, ed -un estratto dei codici delle nazioni sarebbe una copia della coscienza -comune. I Governi hanno la loro origine nell’identità morale degli -uomini. La ragione di uno risulta essere la ragione di un altro e -di ogni altro. Vi è una via di mezzo che soddisfa tutti i partiti; -per quanti essi siano e per quanto risoluti possano essere. Ogni -uomo trova una sanzione ai suoi diritti più semplici ed alle sue -azioni nelle deliberazioni della sua propria mente che egli chiama -Verità e Santità. Tutti i cittadini si trovano in perfetto accordo -in queste deliberazioni, solo in queste, e non in ciò che è idoneo -al sostentamento, idoneo all’uso, che è usufrutto del tempo, che -è quantità di terra, che è soccorso dell’assistenza pubblica e che -ciascuno ha il diritto di richiedere. Presentemente gli uomini tentano -l’applicazione di questa verità e giustizia alla misurazione della -terra, alla ripartizione degli utili, alla protezione della vita -e della proprietà. I loro primi tentativi sono indubbiamente molto -disadatti. Pure il diritto assoluto è il primo governatore; od ogni -governo è una teocrazia impura. L’idea, secondo la quale ogni comunità -tenta di fare e di riformare la sua legge, è la volontà di ogni uomo -saggio. La comunità non può trovare l’uomo saggio in natura e fa dei -tentativi goffi e laboriosi per assicurarsi in qualche modo il governo -di esso uomo saggio, o convincendo il popolo a dare il suo voto su ogni -punto; o con una selezione dei migliori cittadini; oppure assicurando -i vantaggi della forza e della pace interna con l’affidare il governo -ad uno che possa scegliere egli stesso i suoi agenti. Tutte le forme di -governo simbolizzano un governo immortale, comune a tutte le dinastie -e indipendente dal numero, perfetto dove esistono due uomini, perfetto -dove c’è solamente un uomo. - -La natura di ogni uomo è per ciascuno un avvertimento sufficiente -del carattere dei suoi simili. La mia ragione ed il mio torto sono la -loro ragione ed il loro torto. Mentre io faccio ciò che è conveniente -a me e mi astengo da ciò che non mi è proficuo, il mio vicino ed io -spesso ci accordiamo nei mezzi ed operiamo una volta tanto insieme -per un unico scopo. Ma ogni qualvolta io trovo il mio dominio su me -stesso insufficiente per me ed intraprendo anche il governo di lui, -io calpesto la verità, ed entro con lui in falsi rapporti. Io posso -avere tanta forza od abilità più di lui, che egli non possa esprimere -adeguatamente il suo senso di torto, ma la mia abilità o forza sono una -menzogna e come tale essa danneggia lui e me. L’amore e la natura non -possono sostenere il principio che la tal cosa debba essere effettuata -da una menzogna pratica, vale a dire dalla forza. Questo assumersi -l’impresa di un altro è l’errore che giace come enorme bruttura nei -governi del mondo. Io posso vedere abbastanza bene la grande differenza -fra il porre me stesso come autocontrollo e quello di far agire un -altro secondo le mie vedute: ma quando un quarto della razza umana si -incarica di dirmi ciò che deve fare, io posso essere troppo disturbato -dalle circostanze per vedere chiaramente l’assurdità del loro comando. -Pertanto i pubblici intenti appaiono vaghi e stravaganti accanto a -quelli particolari. Qualsiasi legge, all’infuori di quelle che gli -uomini fanno per se stessi, è risibile. Se io mi pongo al livello del -mio bambino, e ci conformiamo ad un solo pensiero, e vediamo che le -cose sono così e così, tale percezione è legge per lui e per me. Noi -siamo entrambi là, ambidue operiamo. Ma se, senza attrarre lui in quel -pensiero, io guardo alla cosa, ed indovinando come essa è per lui gli -ordino questo o quello, egli non mi ubbidirà mai. Questa è la storia -dei Governi; un uomo fa qualche cosa che deve legare un altro uomo. Un -uomo che non può essere in relazione con me, mi tassa osservandomi da -lontano; decreta che una parte del mio lavoro debba volgere a questo -od a quel fantastico fine, non come io immagino, ma come lui immagina. -Badate alle conseguenze. Fra tutti i debiti, le tasse sono quelle che -gli uomini pagano meno volentieri. Che satira è questa per il governo! -Gli uomini credono di ottenere ovunque un valore corrispondente al loro -denaro, eccetto che nelle tasse. - -Onde quanto minore è il governo tanto meglio è per noi; più poche -sono le leggi, e meno il potere è devoluto. L’antidoto contro questo -abuso di Governo formale è l’influenza del carattere personale; lo -sviluppo dell’individuo; l’apparire del principale che sostituisce -il suo procuratore; l’apparire dell’uomo saggio, di cui il governo -esistente non è che una meschina imitazione. Ciò che tutte le cose -tendono a porre in luce; ciò che la cultura, la libertà, lo scambio, la -rivoluzione, tendono a formare e liberare, è il carattere; questo è lo -scopo della natura per giungere all’incoronazione di questo suo re. Lo -Stato esiste per educare l’uomo saggio; e coll’apparizione dell’uomo -saggio lo Stato muore. L’apparizione del carattere rende lo Stato non -necessario. L’uomo saggio è lo Stato. Egli non abbisogna di esercito, -di forti o di flotte. — Egli ama troppo gli uomini; non ha bisogno di -corruzioni, di feste o di palazzi per raccogliere amici; non ha bisogno -di condizioni vantaggiose o di circostanze favorevoli. Egli non ha -bisogno di biblioteche, perchè non ha finito di pensare; non di chiese, -perchè egli è un profeta; non di statuti perchè egli è un legislatore; -non di denaro, perchè egli stesso è il valore; non di strade, perchè -egli è in casa sua ovunque si trovi; non di esperienza, perchè la vita -del Creatore fiorisce in lui e guarda dai suoi occhi. Egli non ha amici -personali, perchè colui che ha il fascino di attirare a sè la preghiera -e l’amore di tutti gli uomini non abbisogna di un compagno ed educa -pochi a dividere con lui la sua vita eletta e poetica. La sua relazione -con gli uomini è angelica; la sua memoria è mirra per essi; la sua -presenza è incenso e fiori. - -Noi pensiamo che la nostra civiltà è vicina al suo meriggio, invece -siamo solo al canto del gallo ed alla stella mattutina. Nella nostra -società barbara la potenza del carattere è ancora nella sua infanzia. -La sua presenza è ancora appena sospettata come potere politico, -e come legittimo signore che dovrà buttare giù tutti i governanti -dai loro seggi. Malthus e Riccardo lo trascurano completamente; il -Registro Annuale è silenzioso; il Lexicon di Conversazione non lo -classifica; il Messaggio del presidente, il discorso della Corona -non l’hanno ricordato, ed è ancora mai _nulla_. Ogni pensiero che il -genio e l’amore gettano nel mondo altera il mondo. I gladiatori nella -lizza del potere sentono attraverso a tutte le loro ferite e la loro -simulazione la presenza del valore. Io penso che la lotta stessa del -commercio e delle ambizioni sia una confessione di questa divinità; -e gli esiti felici sono su quei campi i meschini compensi, la foglia -di fico, con la quale l’anima vergognata tenta di nascondere la sua -nudità. Io trovo lo stesso tributo involontario in ogni parte. Poichè -noi sappiamo quanto da parte nostra è dovuto, siamo impazienti di -dimostrare qualche piccolo talento come sostituto del valore. Noi siamo -perseguitati dalla consapevolezza di questo diritto alla grandezza del -carattere, e siamo sleali con esso. Ma ognuno di noi ha del talento -e può fare qualche cosa di utile, di grazioso, di formidabile, di -divertente o di lucrativo. Noi facciamo ciò come scusa verso gli altri -e verso noi stessi, perchè non raggiungiamo il grado di una vita buona -ed uguale. Ma ciò non soddisfa _noi_ mentre lo portiamo a conoscenza -dei nostri compagni. Questa nostra condotta può gettare polvere nei -loro occhi, ma non spiana la nostra fronte corrugata, e non ci dà la -tranquillità dei forti, quando vanno per il mondo. Noi paghiamo il -fio mentre procediamo. Il nostro talento è una specie di espiazione, -e noi siamo costretti a pensare con una certa umiliazione al nostro -magnifico impeto, come a qualcosa di troppo delicato, e non come ad -un’azione composta di molte azioni, che sia la schietta espressione -della nostra costante energia. La maggior parte degli uomini capaci -s’incontra in società come per un tacito richiamo. Ciascuno di essi -sembra dire «Io non sono tutto qui». I senatori ed i presidenti si -sono innalzati a tanta altezza con sufficiente pena, non perchè essi -credano che la situazione sia straordinariamente gradevole, ma perchè -sia come una giustificazione per il valore reale, e per rivendicare -ai nostri occhi la loro virilità. Questo onorevole seggio è la loro -ricompensa per essere di natura meschina, fredda e gravosa. Essi devono -fare ciò che possono. Come una classe di animali della foresta, essi -non hanno altro che una coda prensile: essi devono arrampicarsi o -strisciare. Se un uomo fosse di natura tanto ricca da poter entrare -in intima relazione con le persone migliori e creare intorno a sè la -vita serena con la dignità e dolcezza della sua condotta, potrebbe egli -permettersi di insidiare il favore delle riunioni preparatorie e della -stampa, e desiderare relazioni così vuote e pompose, come quelle di un -uomo politico? Sicuramente nessuno che potesse essere sincero, vorrebbe -essere un ciarlatano. - -Le tendenze dei tempi favoriscono l’idea del Governo autonomo, e -lasciano, come unico codice, l’individuo ai premii ed ai castighi -della sua propria costituzione, i quali operano con maggiore energia -che non si creda, mentre noi dipendiamo da soggezioni artificiali. -Il movimento in questa direzione è stato molto vivo nella storia -moderna. Molto è stato oscuro e poco lodevole, ma la natura della -rivoluzione non è affetta dei vizi dei ribelli, perchè essa è una -forza puramente morale. Essa non fu mai adottata da nessun partito -nella storia, nè può esserlo. Essa separa l’individuo da tutti i -partiti, e lo unisce nello stesso tempo alla razza. Essa promette il -riconoscimento di diritti più alti di quelli della libertà personale -o della sicurezza della proprietà: il riconoscimento che un uomo ha il -diritto di godere la fiducia degli uomini; di essere occupato, amato, -riverito. Il potere dell’amore come la base d’uno Stato non fu mai -sperimentato. Noi non dobbiamo credere che tutte le cose cadano nella -confusione, se ogni sensibile protestante non sia obbligato a portare -la sua parte in certe convenzioni sociali: nè v’è dubbio che quando -il governo della forza sia alla fine le strade non vengano costrutte, -le lettere portate ed il frutto del lavoro assicurato. Sono dunque -i nostri metodi attuali così eccellenti da rendere disperata ogni -competizione? non potrebbe una nazione fatta di amici trovare dei mezzi -anche migliori? D’altra parte non temano i conservatori ed i timidi -una resa prematura delle baionette e del sistema della forza. Perchè, -secondo l’ordine della natura che è assolutamente superiore alla nostra -volontà, vi sarà sempre un governo della forza dove gli uomini sono -egoisti; e quando essi sono puri abbastanza da abiurare il codice -della forza, essi saranno saggi abbastanza per vedere come possano -essere raggiunti questi pubblici intenti dell’ufficio postale, delle -strade, del commercio, dello scambio, della proprietà, dei musei, delle -biblioteche, delle istituzioni d’arte e di scienza ecc. ecc. - -Noi viviamo in uno stato molto basso e paghiamo di mala voglia ai -Governi fondati sulla forza il nostro tributo. - -Non vi è fede, fra gli uomini più religiosi e più istruiti delle -nazioni più religiose e civili, nel sentimento morale, e non vi è -una credenza sufficiente nell’unità delle cose da persuaderli che la -società può essere retta senza soggezioni artificiali, come il sistema -solare; e che il cittadino può esser ragionevole e buon vicino, senza -il timore della prigione o della confisca. Ciò che appare anche strano -è che non vi fu mai in alcun uomo una fede nel potere della rettitudine -sufficiente per ispirargli il vasto disegno di rinnovare lo Stato sul -principio del diritto e dell’amore. Tutti coloro che hanno preteso -d’aver questo disegno sono stati dei riformatori parziali ed hanno -ammesso in qualche modo la supremazia dello Stato cattivo. Non ricordo -un solo essere umano che abbia fermamente negata l’autorità delle -leggi con il semplice sostegno della sua propria natura morale. Tali -concezioni, piene di genio e di fato, non sono tenute in considerazione -se non come castelli in aria. Se l’individuo che le espone osa stimarle -effettuabili, egli disgusta gli studiosi e gli uomini di chiesa, mentre -gli uomini di talento e le donne di sentimenti superiori non possono -nascondere il loro disprezzo. La natura non meno per questo colma il -cuore della gioventù con le suggestioni di questo entusiasmo, e vi -sono ora degli uomini (se posso parlare in plurale) o più esattamente, -dirò, ho appunto parlato ora con un uomo, al quale nessun cumulo -di esperienza avversa farà per un solo momento apparire impossibile -che migliaia di esseri umani possano nutrire l’uno verso l’altro i -sentimenti più nobili e più puri, come un ristretto gruppo d’amici o -una coppia di amanti. - - - - -OTTAVO SAGGIO - -NOMINALISTA E REALISTA - - -Io non posso affermare abbastanza sovente che un uomo è solamente -una natura relativa e rappresentativa. Ogni uomo è un cenno della -verità, ma lontano abbastanza dall’essere quella verità, che egli in -forma completamente nuova ed inevitabile ci suggerisce. Se cerco la -verità in lui non la troverò. Potesse un uomo versare in me la pura -corrente di ciò che egli pretende di essere! Molto tempo dopo invece io -trovo altrove quel bene che egli mi promise. Il genio dei Platonici è -inebbriante per lo scolaro, eppure quanti pochi punti di esso io posso -stralciare dai loro libri. L’uomo sostiene momentaneamente un pensiero, -ma non sopporterà un esame; ed una società di uomini rappresenterà -transitoriamente abbastanza bene un certo grado di educazione, per -esempio, la cavalleria e la squisitezza dei modi; ma separateli e non -trovate un solo gentiluomo od una sola gentildonna nel gruppo. Il più -piccolo avvertimento ci mette in cerca di un carattere, che nessun uomo -realizza. Noi abbiamo degli occhi così esorbitanti, che vedendo il più -piccolo arco noi completiamo la curva, e quando la cortina è sollevata -dal diagramma che sembrava nascondere, siamo irritati nel constatare -che null’altro era disegnato all’infuori del frammento d’arco che -avevamo osservato prima. Noi siamo troppo grandiosi nella nostra -interpretazione delle facoltà e dei poteri altrui. Essi compiranno di -nuovo ed esattamente ciò che hanno già fatto; ma non faranno ciò che -noi abbiamo sperato dalla loro natura. Ciò è nella natura, ma non in -loro. Succede nel mondo ciò che spesso noi vediamo in una pubblica -contesa. Ogni oratore si esprime imperfettamente: nessuno di loro sente -chiaramente ciò che un altro dice, tanto è la preoccupazione della -mente di ciascuno; e l’uditorio, che deve solo udire e non parlare, -giudica in modo saggio ed elevato quanto maldestra ed erroneamente -ostinata sia ognuna delle parti discutente nel proprio interesse. Voi -troverete facilmente dei grandi uomini o degli uomini di grandi doti, -ma giammai degli uomini equilibrati. Quando io m’imbatto in una forza -intellettuale pura od in un generoso sentimento morale io penso: «qui -dunque vi è l’uomo» e subito sono deluso dalla scoperta che l’individuo -non giova maggiormente a se stesso od agli intenti generali di quello -che giovino i suoi compagni; perchè il potere che indusse il mio -rispetto non è sostenuto dalla completa armonia delle sue qualità. -Tutte le persone vivono in società per quei tratti di bellezza o di -utilità che posseggono. Noi improntiamo le fattezze dell’uomo da quei -soli tratti belli, e compiamo il ritratto simmetricamente: il che è -falso, perchè il resto del suo corpo è piccolo e deforme. Io osservo -una persona che fa bella figura in pubblico, e da ciò traggo la -conclusione che il suo carattere personale è basato sulla perfezione; -ma egli non ha un carattere personale. Egli è un bel mantello ed un -figurino per i giorni festivi. Tutti i nostri poeti, eroi e santi, -sono incapaci assolutamente di corrispondere in qualche modo alla -nostra idea; sono incapaci di cattivarsi la nostra simpatia spontanea, -e così ci lasciano senza alcuna speranza di realizzare questa nostra -idea se non nel nostro proprio avvenire. Il nostro magnificare tutti -i caratteri belli sorge dal fatto che noi volta a volta identifichiamo -con l’anima ognuno di loro. Ma non vi sono uomini quali noi sogniamo, -nè Gesù, nè Pericle, nè Cesare, nè Washington sono come noi li abbiamo -creati. Noi rendiamo sacre un cumulo di assurdità perchè esse furono -pregiate da grandi uomini. Non v’è individuo che non abbia un punto -debole. Io veramente credo che se un angelo dovesse venire a recitare -i versetti della legge morale, mangerebbe troppi dolci o leggerebbe -le nostre lettere private o farebbe qualche saliente atrocità. È -una cosa abbastanza spiacevole che i nostri genî non possano fare -alcunchè di utile, ma è ancora peggio che nessun uomo di belle qualità -sia adatto alla società. Egli è ammirato in distanza, ma non può -approssimarsi senza apparire uno storpio. Gli uomini che hanno belle -doti si proteggono con la solitudine o con la cortesia o con la satira -o con dei modi acerbi, nascondendo ciascuno, come meglio può, la sua -incapacità per un’associazione utile, e tutti mancando di amore o di -fiducia in se stessi. - -Il nostro amore nativo per il realismo si aggiunge a questa esperienza -per insegnarci un poco di riserbo e per dissuaderci da una resa troppo -subitanea alle qualità brillanti delle persone. La gente giovane -ammira i talenti e le eccellenze particolari; a misura che invecchiamo -diamo valore ai poteri ed ai risultati assoluti come l’impressione, -la qualità, lo spirito degli uomini e delle cose. Il genio è tutto. -L’uomo è il suo sistema: noi non siamo testimonianza di una parola o -di un atto isolato, ma siamo il suo modo di essere. Le azioni che voi -lodate io non lodo, poichè esse sono un discostarsi dalla sua fede, -e sono delle semplici accondiscendenze. Il magnetismo che ordina -le tribù e le razze in una sola polarità è il solo da rispettarsi; -gli uomini sono della limatura d’acciaio. Eppure noi ingiustamente -scegliamo una particella e diciamo: «Oh limatura di acciaio numero -uno! quali prodigiose qualità sono le tue! quanto sono costituzionali -per te ed incomunicabili!» Mentre parliamo la calamita è ritirata; -il nostro granello di limatura cade sul mucchio con il resto, e -noi continuiamo le nostre buffonate con le miserabili raschiature. -Cerchiamo gli universali; il magnetismo, non gli aghi. La vita umana -e le sue creature sono delle povere ed empiriche pretese. Un’autorità -personale è un _ignis fatuus_. Se gli uomini dicono «ciò è grande, ciò -è grande», se dicono, «ciò è piccolo, ciò è piccolo», voi lo vedete -e non lo vedete, saltuariamente, perchè la cosa prende tutte le sue -dimensioni in prestito dalla stima momentanea di coloro che parlano; -l’_ignis fatuus_ sparisce se v’approssimate troppo, svanisce se troppo -vi discostate, ed esso è solamente visibile da un solo angolo. Chi può -dire se Washington è un grande uomo oppure no? Chi può dire se Franklin -lo è? E così succede alle dodici od alle sei od alle tre grandi -divinità della fama. Ed essi pure svaniscono davanti all’eterno. - -Noi siamo delle creature anfibie, armate per due principî, avendo due -serie di facoltà, quelle particolari e quelle universali. Noi adattiamo -i nostri strumenti all’osservazione generale, e scorriamo i cieli così -facilmente come scegliamo una sola figura nel paesaggio terrestre. Noi -siamo praticamente abili nello scoprire gli elementi per i quali non -troviamo posto nella nostra teoria e per i quali non abbiamo neppure -nomi. Così noi percepiamo un’influenza atmosferica sugli uomini e -sui corpi degli uomini, influenza che non è computata nell’addizione -aritmetica di tutte le loro proprietà misurabili. Vi è un genio della -nazione, che non può essere riscontrato nella quantità numerica dei -cittadini numerici, ma che caratterizza la società. L’Inghilterra, -forte, precisa, pratica, dal buon nome, non la troverei se andassi -a cercarla nell’isola. Nel parlamento, nella casa da giuoco, alle -tavole da pranzo, io potrei trovare un grande numero di uomini ricchi; -ignoranti, lettori di libri, uniformi, superbi; potrei trovare molte -donne vecchie, — e potrei non trovare in alcun luogo l’Inglese che -fece i saggi discorsi, che riunì le macchine ben costrutte e compì -i fatti audaci e vigorosi. È anche peggio in America, dove per la -rapidità intellettuale della razza, il genio del paese è più grande -nelle sue promesse e più debole nei suoi compimenti. Webster non può -fare il lavoro di Webster. Noi comprendiamo abbastanza distintamente -il genio Francese, Spagnuolo, Tedesco e non è meno vero che forse -noi non troveremmo in alcuna di queste nazioni un solo individuo -che corrisponda al tipo. Noi deduciamo lo spirito di una nazione in -gran parte dalla lingua, specie di monumento, al quale ogni singolo -individuo nel corso di molte centinaia d’anni ha contribuito con una -pietra. E senza eccezione un buon esempio di questa forza sociale è la -verità contenuta nel linguaggio, verità che non può essere traviata. In -qualsiasi controversia concernente la morale si può fare con sicurezza -appello ai sentimenti espressi dal linguaggio del popolo. - -I proverbi, i modi e le inflessioni grammaticali esprimono lo spirito -pubblico con maggiore purezza e precisione di quello che possa fare il -più saggio individuo. - -Nella famosa disputa con i Nominalisti, i Realisti ebbero una buona -parte di ragione. Le idee generali sono essenziali. Esse sono i nostri -dèi; esse accerchiano e nobilitano i più parziali e sordidi modi di -vita. La nostra inclinazione verso le circostanze non può completamente -avvilire la nostra vita e spogliarla di poesia. Colui che lavora alla -giornata è valutato come il primo gradino della scala sociale, eppure -egli è saturo delle leggi del mondo. Le sue misure sono le ore; mattino -e notte, solstizio ed equinozio, geometria, astronomia e le incantevoli -vicende della natura agiscono attraverso alla sua mente. Il denaro che -rappresenta la prosa della vita e di cui appena si parla nei salotti -senza giustificazione, è nei suoi effetti e nelle sue leggi così bello -come le rose. La proprietà tiene i conti del mondo ed è sempre morale. -La proprietà sarà trovata dove il lavoro, la saggezza e la virtù sono -state nelle nazioni, nelle classi e (considerata la vita intiera con -le sue compensazioni) anche nell’individuo. Come appare saggio il mondo -quando le leggi e gli usi delle nazioni sono ampiamente dettagliati, e -la compiutezza del sistema municipale è presa in considerazione. Nulla -è tralasciato. Se andate nei mercati e nelle dogane, negli uffici di -assicurazioni ed in quelli dei notai, negli uffici dei pesi e misure, -d’ispezione ecc... — sembrerà che un uomo solo abbia fatto tutto ciò. -Ovunque voi andiate, uno spirito come il vostro è stato prima di voi, -ed ha realizzato il suo pensiero. I misteri eleusini, l’architettura -egiziana, l’astronomia indiana, la scultura greca, dimostrano che vi -furono sempre sulla terra degli uomini veggenti e sapienti. Il mondo -è pieno di loggie massoniche, di corporazioni, di legioni segrete e -pubbliche d’onore; quella degli studiosi, per esempio; e quella degli -uomini che fraternizzano con le classi superiori di ogni paese e di -ogni educazione. - -Io son molto colpito in letteratura dall’impressione che una sola -persona abbia scritti tutti i libri; come se l’editore di un giornale -avesse impiantato il suo corpo di «reporters» in differenti parti del -campo d’azione, e scambiati fra di loro i posti di tanto in tanto; nel -quale giornale però vi fosse tale uguaglianza ed identità di giudizio -e di punti di vista d’apparir chiaramente ch’esso è l’opera di un uomo -che tutto vede e tutto sente. Ho riveduta ieri l’Odissea di Pope: è -corretta ed elegante come se fosse stata nuovamente scritta secondo i -nostri canoni d’oggi. La modernità di tutti i libri buoni par che mi -dia un’esistenza lunga come quella dell’uomo. Io sento ciò che è ben -fatto come se lo avessi fatto io: non mi curo di ciò che è mal fatto. I -trasporti di passione in Shakespeare (per esempio in Re Lear ed Amleto) -sono nello stesso dialetto del presente anno. Io provo il più grande -piacere nel leggere un libro nel modo meno lusinghiero per l’autore, -io leggo Proclo e talvolta Platone, come potrei leggere un dizionario, -per un aiuto meccanico alla fantasia ed all’immaginazione. Io leggo per -trovarvi delle luci, come si userebbe per i suoi ricchi colori un bel -quadro in uno sperimento cromatico. Non è Proclo, ma un frammento della -natura e del fato che io investigo. È maggior gioia vedere l’autore -dell’autore, che lui stesso. Un piacere più alto e della stessa specie -io provai ultimamente ad un concerto dove andai ad udire la Messiade -di Händel. Come il maestro dominava la pochezza e l’imperizia degli -esecutori, e li rendeva conduttori della sua elettricità, così era -facile osservare quali sforzi la natura faceva per mezzo di tante -persone imperfette, ruvide, senza espressione, per rendere delle belle -voci, degli uomini e delle donne fluidi e guidati dall’anima. Il genio -della natura era signore dell’oratorio. - -Questa preferenza del genio per le parti è il segreto della -deificazione dell’arte che si riscontra in tutte le menti superiori. -L’arte nell’artista è proporzione od un’obbedienza costante al -tutto per mezzo di un occhio che ama la bellezza nei dettagli. La -proporzione è quasi impossibile per gli esseri umani. Non vi è uno -solo che non ecceda. Nella conversazione gli uomini sono ingombrati -dalla personalità e parlano troppo. Nella scultura moderna, nella -poesia, nella pittura, la bellezza è mista; l’artista lavora qua e là, -e sovra tutti i punti; aggiungendo ed aggiungendo anzichè sviluppando -l’unità del suo pensiero. Noi dobbiamo avere dei bei particolari o -nessun artista: ma essi devono essere dei mezzi e null’altro. L’occhio -non deve perdere di vista l’intento un solo istante. I ragazzi vivaci -scrivono al loro orecchio ed al loro occhio, ed il freddo lettore trova -null’altro se non dolci consonanze. Quando i ragazzi si fanno adulti -rispettano l’argomento per cui scrivono. - -Noi obbediamo alla stessa integrità intellettuale quando studiamo -eccezionalmente la legge del mondo. I fatti anomali, come le -giammai disusate leggende della magia e della demonologia, le nuove -affermazioni dei frenologi e dei neurologi, sono d’un’utilità ideale. -Esse sono delle buone indicazioni. L’omeopatia è insignificante come -arte del sanare, ma è di grande valore come esame critico della igiea -o pratica medica di quel tempo. Così il Mesmerismo, lo Swedenborgismo, -il Fourierismo e la Chiesa Millenaria sono delle pretensioni abbastanza -meschine, ma sono un buon esame critico della scienza, della filosofia -e della predicazione dell’epoca, poichè queste interne anormali visioni -degli adepti dovettero essere cose normali e naturali. - -Tutte le cose ci dimostrano che da ogni lato noi siamo prossimi -al meglio. Pare che non valga la pena di compire una sola azione -intellettuale estetica o civile quando fra breve il segno sarà -interrotto e ci disperderemo nel potere universale. La causa dell’ozio -e del delitto sta nel differire le nostre speranze. Mentre attendiamo, -noi spendiamo il tempo nelle burle, nel sonno, nel pranzo e nei -delitti. - -A questo punto affermiamo nelle nostre fredde biblioteche che -tutti gli agenti con i quali trattiamo sono nostri subalterni, cui -possiamo ben concedere il passo, e che la vita sarà più semplice -quando vivremo al centro e disprezzeremo la superficie. Io desidero -di parlare con tutto il rispetto con le persone, ma qualche volta mi -debbo pizzicare per tenermi sveglio e conservare il dovuto contegno. -Esse si confondono così facilmente le une con le altre da essere come -l’erba e le piante, onde è necessario un grande sforzo per trattarli -come individui. Sebbene l’uomo non ispirato trovi certamente nelle -persone una convenienza per le cose di casa, l’uomo divino non le -rispetta: egli le considera come un ammasso di nubi o come un nembo -di increspature che il vento sospinge sulla superficie dell’acqua. Ma -questa è insipida ribellione. La natura non vuole essere Buddista, essa -si vendica generalizzando ed oltraggia il filosofo ad ogni momento con -un milione di particolari nuovi. Tutto ciò evidentemente è chiacchiera -vana: allo stesso modo che un uomo è un intiero, esso è anche una -parte e sarebbe ingiusto il non vederlo. Ciò che voi affermate nella -vostra ostentata distinzione, classifica solo voi nella vostra classe, -e nella vostra sezione. Voi non vi siete sbarazzati delle parti -negandole, ma siete ancora più parziali. Voi siete una sola cosa, -ma la natura è _una cosa e l’altra_ nello stesso momento: Essa non -rimarrà chiusa in un pensiero, ma penetrerà nelle persone, e quando -ogni persona infiammata da un ardore di personalità vorrebbe ridurre -tutte le cose al suo meschino capriccio, essa fa sorgere contro di lui -un’altra persona e per mezzo di molte incarna nuovamente una specie di -«intiero». Ogni cosa deve avere il suo fiore o tendenza verso il bello, -rozzo o delicato a seconda del suo tessuto. Gli uomini si aiutano -e si soccorrono vicendevolmente e la sanità della società bilancia -mille insanie. Essa punisce gli astrazionisti e soltanto perdonerà ad -un’induzione rara e casuale. A noi piace di portarci ad un rialzo del -terreno ed ammirare il paesaggio, allo stesso modo che apprezziamo -in conversazione un’osservazione generale. La natura però non intende -che noi si debba vivere con delle idee generali. Noi andiamo in cerca -del fuoco e dell’acqua, corriamo tutto il giorno fra i negozi ed -i mercati, facciamo fare o rattoppare i nostri vestiti e le nostre -scarpe, perdendo in queste faccende tutto il nostro tempo, e forse una -volta in ogni quindicina giungiamo ad un momento razionale. Se noi non -fossimo così infatuati e vedessimo la realtà ogni momento, non saremmo -qui a leggere od a scrivere, ma saremmo stati arsi o agghiacciati da -lungo tempo. La natura non otterrebbe nulla di fatto se sopportasse gli -Ammirabili Crichton ed i geni universali. Essa preferisce il carradore -che sogna tutta la notte le sue ruote, e lo stalliere che è parte del -suo cavallo, perchè essa è sovraccarica di lavoro, ed essi sono le sue -mani. Come il frugale contadino ha cura che il bestiame mangi le foglie -di frassino e che i maiali mangino i resti di casa, e che il pollame -becchi le croste di pane, così la nostra madre previdente invia un -nuovo genio ed un nuovo abito mentale in ogni distretto e condizione -di vita; pone un occhio ovunque può cadere un raggio di luce, e -raccogliendo in qualche uomo ogni proprietà dell’universo determina -fra i suoi nati migliaia di attrazioni mutue ed occulte, affinchè tutto -questo flusso e profusione di forza possa essere ripartito e scambiato. - -Da questa incarnazione e distribuzione del dono divino sorgono -indubbiamente dei grandi pericoli, e per questo la natura ha i -suoi detrattori, come se essa fosse una Circe. Ma la natura non va -sprovvista, essa ha dell’elleboro al fondo della tazza. La solitudine -maturerebbe un grande raccolto di despoti. Il solitario pensa che gli -uomini hanno il suo modo di condursi, oppure che non hanno il suo -modo, oppure che l’hanno in maggior o minor grado. Ma quando egli -arriva ad un’adunanza pubblica, egli vede che gli uomini hanno dei -modi molto differenti dai suoi ed a loro giudizio ammirevoli. Nella -sua infanzia e gioventù egli ha avuto molti rimproveri e molte censure -e tiene in mediocre considerazione i suoi doni di natura. Quando poi -egli s’imbatte in favorevoli circostanze, il suo ingegno par che sia -il solo: egli è felice del suo successo e si considera già il compagno -dei grandi. Ma egli scende nella folla, nella banca, nell’officina, -nel mulino, nel laboratorio, in un bastimento, in un campo, ed in ogni -nuovo luogo egli non è di più di un idiota: altri talenti prendono il -suo posto e governano l’ora. La rotazione che fa turbinare ogni foglia -ed ogni pietruzza verso il meridiano, solleva pure ogni dono dell’uomo, -e volta a volta ognuno di noi prende il posto alla sommità. - -La natura, abborrente il manierismo, ha posta la sua gioia nello -sprezzare ogni stile ed ogni artifizio ed è tanto più facile -far una cosa che è già stata fatta prima che farne una nuova, da -esservi una costante tendenza alle usanze prestabilite. In qualsiasi -conversazione anche la più alta vi è un certo artificio, che può -presto essere appreso da una persona perspicace e poi essere continuato -indefinitamente. Ogni uomo, inoltre, è in tendenza un tiranno, perchè -egli vorrebbe imporre la sua idea agli altri; e l’artifizio è la -loro difesa naturale. Gesù vorrebbe assorbire la razza; ma Tommaso -Paine od il più rude blasfematore aiuta l’umanità resistendo a questa -esuberanza di potere. Da ciò deriva l’immenso beneficio dei partiti -nella politica, perchè essi rivelano in un capo, le deficienze di -carattere che la forza intellettuale delle persone potrebbero non -avere scoperto. Poichè siamo tutti così sciocchi, quale beneficio -che vi siano due stupidità! È come quel vantaggio irrazionale così -essenziale all’astronomia di avere il diametro dell’orbita terrestre -per base dei suoi triangoli. La democrazia è morosa, e corre verso -l’anarchia; ma nello stato e nelle scuole è indispensabile resistere -al conglobarsi di tutti gli uomini in pochi uomini. Se Giovanni fosse -perfetto, perchè voi ed io vivremmo? Fintanto che esiste un uomo, vi -è in lui qualche necessità; combatta egli per ciò che è suo proprio. -Un nuovo poeta è apparso; un nuovo carattere si è avvicinato a noi; -perchè dovremmo rifiutarci di nutrirci finchè non abbiamo trovato nel -nostro esercito il suo reggimento ed il suo battaglione? Perchè non -un uomo nuovo? Ecco una nuova impresa di Brook Farm, di Skeneateles, -di Northampton: perchè essere così impazienti di battezzarli Essenes -o Port-Royalists o Shakers o con qualsiasi altro nome conosciuto? Sia -egli un nuovo modo di vita! Perchè avere solamente due o tre modi di -vita e non delle migliaia? Ogni uomo è necessario e nessun uomo è molto -necessario. Noi siamo venuti questa volta per del condimento, non per -del grano. Noi abbisogniamo del grande genio solamente per la gioia, -per avere una stella di più nella nostra costellazione, per avere un -albero di più nel nostro boschetto. Ma egli crede che noi desideriamo -di appartenergli, come egli desidera di conquistarci. Egli sbaglia -grandemente. Io penso di aver fatto bene se ho acquistato una parola -nuova di un grande autore: ed il mio intento con lui è di trovare -quello che è mio, foss’anche per scioglierlo in un epiteto od in -un’immagine di uso giornaliero. - -«In un’immagine io vorrò sminuzzarti, o sposa mia!» Per aumentare la -confusione e render impossibile il giungere a qualsiasi affermazione -generale quando abbiamo insistito sull’imperfezione degli individui, -le nostre affermazioni e la nostra esperienza ci spingono a credere -che ogni individuo è degno d’onore, e ad essere sicuri d’un nobile -contraccambio. Un uomo solitario vede solamente due o tre persone e -concede loro tutto lo spazio; esse così si espandono. L’uomo di Stato -vede molti uomini e compara abitualmente i pochi con quelli, e questi -appaiono meno. Eppure non hanno essi diritto a questa larghezza di -accoglienza? e non è la munificenza il mezzo per un’intima conoscenza? -Sebbene i giuocatori di mestiere dicano che le carte vincano tutti i -giuocatori per quanto essi siano abili, pure nel fatto che consideriamo -ora, i giuocatori sono anche giuoco e parte del potere delle carte. Se -criticate un genio poetico, le probabilità sono che voi siate fuori del -giuoco, e che invece del poeta censuriate la vostra propria caricatura -di lui. Perchè vi è qualcosa di sferico e d’infinito in ogni uomo, -specialmente in ogni genio, che, approssimandoglisi molto, si diletta -di tutte le vostre limitazioni. Perchè, giustamente, ogni uomo è un -canale attraverso al quale fluisce il cielo, e mentre io immagino -di criticare l’uomo io censuro o piuttosto classifico la mia propria -anima. Dopo aver tacciato Goethe di cortigianeria, di artificiosità, -di miscredenza, di mondanità, io presi il libro di Elena ed egli mi -si rivelò un Indiano delle regioni selvaggie, un frammento di natura, -vero come la mela o la quercia, grande come il mattino o la notte, e -virtuoso come una rosa delle siepi. - -Tutte le misure sono prese affinchè tutta l’armonia si sviluppi. Se non -fossimo schiavi delle superficî ogni cosa sarebbe grande ed universale: -ora gli attributi esclusi fioriscono in noi con maggior splendore -perchè essi erano stati esclusi. «Ora a voi poi a me» è la regola del -giuoco. L’universalità essendo interrotta nella sua forma primaria, si -ricostruisce da tutti i lati nella forma secondaria; i punti giungono -successivamente al meridiano, e per la velocità della rotazione si -forma un nuovo intero. La natura mantiene se stessa intiera, e la sua -immagine si completa nell’esperienza di ogni mente. Essa non permette -che un solo posto sia vuoto nella sua scuola. È il segreto del mondo -che tutte le cose sussistano e non muoiano, ma che solo scompaiano -per poco, per ritornare di nuovo. Ogni cosa che non ci concerne, ci è -tenuta nascosta. Così tosto come una persona non ha più nulla a vedere -con il nostro benessere presente, essa ci è nascosta o «muore», come -noi diciamo. Realmente tutte le cose e le persone sono in rapporto -con noi, ma a seconda della nostra natura, esse agiscono su di noi, -non ad un tratto, ma successivamente e noi ci avvediamo della loro -presenza una alla volta. Tutte le persone, tutte le cose che abbiamo -conosciute sono qui presenti; e molto in maggior numero di quelle che -noi vediamo: il mondo è pieno. Come dissero gli antichi, il mondo è un -plenum o solido; e se potessimo vedere tutte le cose che ci circondano, -saremmo imprigionati ed incapaci di muoverci. Poichè sebbene nulla è -insormontabile per l’anima essendo tutte le cose accessibili ed ampie -strade per essa, tuttavia questo avviene solo fintantochè l’anima non -le vede. Così tosto che l’anima vede un oggetto, gli si ferma davanti. -Perciò la divina Provvidenza che tiene l’universo aperto all’anima -in ogni direzione, nasconde tutti gli oggetti e tutte le persone che -non hanno rapporto con una determinata anima, ai sensi di quel dato -individuo. Attraverso alle cose più impenetrabili ed eterne l’uomo -trova la sua via, come se esse non esistessero, ed egli non dubita per -un solo momento dell’esistenza loro. Non appena egli abbisogna di una -nuova cosa subitamente egli la scopre ed invece di passar attraverso -ad essa prende un’altra via. Quando egli ha esaurito il nutrimento che -può essere tolto da una persona o da una cosa, questa è allontanata -dalla sua osservazione, ed ancorchè gli sia prossima egli non sospetta -della sua presenza. Nulla muore: gli uomini si fingono morti, e -sopportano dei funerali burleschi e delle cerimonie funebri, mentre -stanno invece guardando dalla finestra sani e forti sotto qualche nuovo -trasvestimento. Gesù non è morto: egli è ben vivo: nè Giovanni, nè -Paolo, nè Maometto, nè Aristotile; talvolta crediamo di averli visti -tutti e potremmo facilmente dire sotto quali nomi essi si nascondano. - -Se noi non possiamo fare dei passi consci e volontari nell’ammirabile -scienza degli universali, vediamo saggiamente le parti, e deduciamo -il genio della natura dai migliori particolari. Ciò che è il meglio in -ogni specie è un indice di ciò che dovrebbe essere il medium di quella -specie. L’amore mi dimostra l’opulenza della natura, rivelandomi nel -mio amico una ricchezza nascosta, ed io intuisco per questo un’uguale -somma di bene in tutte le altre direzioni. È comunemente detto dai -coltivatori che una buona pera od una buona mela non costa maggior -tempo o lavoro d’una cattiva; di conseguenza io vorrei avere se non il -meglio dell’arte, del discorso, dell’azione, del pensiero o dell’amico. - -Fine e mezzi; giuocatori e giuoco! la vita nasce dall’intima -mescolanza e reazione di queste due forze, la cui unione appare -dapprima innaturale poichè ciascuna nega e tende ad abolire l’altra. -Noi dobbiamo riconciliare le contraddizioni come possiamo, ma la loro -discordanza ed il loro accordo introducono delle enormi assurdità nel -nostro pensiero e nel nostro discorso. Nessuna frase conterrà intera -la verità, e l’unico modo con cui possiamo essere giusti è quello di -provare il falso; il discorso è migliore del silenzio; il silenzio -è migliore del discorso. Tutte le cose sono in contatto; ogni atomo -ha una sfera di repulsione; le cose esistono e non esistono; nello -stesso tempo; e così via... In tutto l’universo vi è soltanto una -cosa, questo vecchio bifronte, creatore-creatura, spirito-materia, -ragione-torto, di cui ogni proposizione può essere affermata o -negata. Molto opportunamente perciò io affermo che ogni uomo sta ai -particolari; che la natura mantiene ogni uomo come uno strumento, -per vanità, prevenendone le tendenze alla religione ed alla scienza; -ed ora inoltre affermo che essendo il genio d’ogni uomo esplorato da -vicino ed accuratamente, egli è giustificato nella sua individualità, -come la sua natura è trovata essere immensa; ed ora aggiungo che ogni -uomo sta pure agli universali, e come la terra mentre gira sul suo -asse gira contemporaneamente attorno al sole attraverso gli spazii -celesti, così il meno razionale dei suoi figli, il più dedito ai suoi -affari privati, risolve anche sotto una falsa apparenza il problema -universale. Noi immaginiamo che gli uomini siano degli individui; così -sono anche i meloni; ma ogni melone nel campo passa attraverso ad ogni -punto della storia del melone. Il democratico accanito così tosto come -è senatore e ricco, s’è elevato al di là del radicalismo sincero, ed a -meno che possa resistere al sole, egli deve essere un conservatore per -il resto dei suoi giorni. Lord Eldon disse quando era vecchio «che, -se egli dovesse ricominciar la vita si lascierebbe impiccare se non -incominciasse coll’essere un agitatore». - -Noi nascondiamo questa universalità come possiamo, ma essa appare in -tutti i punti. Noi siamo ingrati come i bambini. Nulla v’è che noi -agogniamo e sentiamo di attirare a noi che nello stesso tempo non -scacciamo. Noi manteniamo un vivo fuoco di sarcasmo contro l’ignoranza -e contro la vita dei sensi; poi passa per caso una bella ragazza, -un frammento della vita, gaia e felice, rendendo i più umili uffici -belli per l’energia e la buona volontà con cui li compie, e vedendola -ammiriamo ed amiamo lei e quelli ed esclamiamo: «Ecco una creatura -genuina della terra bella, non dissoluta o troppo presto sviluppata -dai libri, dalla filosofia, dalla religione, dalla società o dagli -affanni» abbandonando e disprezzando tutto ciò che avevamo così a -lungo amato e stimato in noi stessi e negli altri. Se potessimo avere -una sicurezza qualsiasi contro le temporanee disposizioni! Se il più -profondo profeta potesse attenersi alle sue parole, e l’uditore che è -disposto a vendere tutto ed unirsi alla sua crociata, potesse essere -sicuro che domani il profeta non contraddirà il suo seguace! Ma la -verità siede velata sul trono e non pronuncia mai una sillaba; e la -dottrina più sincera e rivoluzionaria, lanciata come l’arca del Signore -per il soccorso del mondo, sarà dopo poche settimane dallo stesso -individuo messa in disparte, come malaticcia. «Credevo di essere nel -giusto, ma non lo ero»! Se noi non fossimo di tutte le opinioni, se non -abbandonassimo ad ogni momento la piattaforma sulla quale ci troviamo -per andar a guardare e parlare da un’altra! se ci potesse essere una -disciplina, una qualche «regola del tempo» che non permettesse all’uomo -d’abbandonare il suo punto di vista senza il suono delle trombe! Se -tutto ciò vi fosse...! Io non sono mai sincero, sapendo che vi sono -altri modi. - -Come possiamo noi essere sinceri e confidenti, se dicendo tutto ciò che -giace nella mente, ci separiamo tuttavia con il sentimento che tutto -è ancora inespresso a causa dell’incapacità delle parti di conoscersi -vicendevolmente sebbene usino le stesse parole? Il mio compagno -pretende di conoscere i miei modi ed abiti di pensiero, e noi passiamo -da spiegazione a spiegazione finchè tutto ciò che possono dire le -parole è detto, e lasciamo le cose come erano prima, a causa di quella -fallace presunzione. Proviene ciò dal fatto che ogni uomo crede gli -altri dei parzialisti incurabili e se stesso un universalista? Ieri -io parlai con due filosofi: tentai dimostrare a quei buoni uomini che -mi piacciono tutte le cose volta a volta, e nessuna per lungo tempo; -che amai il centro ma adorai la superficie; che amai l’uomo, se pur -gli uomini mi sembravano dei topi; che riverii i santi, ma mi svegliai -contento che il vecchio mondo pagano mantenesse il suo posto e morisse -fortemente; che io ero lieto degli uomini di ogni facoltà e nobiltà, -ma che non vorrei vivere fra le loro braccia. Sarebbe una grande -soddisfazione se essi solo una volta avessero compreso ch’io amavo -sapere ch’essi esistevano e che cordialmente auguravo loro una fortuna -divina, ancorchè dalla mia povertà di vita e di pensiero non avessi -per loro una parola di benvenuto, e che consentivo loro di vivere -sull’Oregon, qualunque fosse il diritto ch’io potevo aver su di essi. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - Avvertenza del Traduttore pag. V - Opere di Ralph Waldo Emerson » VII - Bibliografia » IX - - SERIE PRIMA - - I. La Storia » 1 - II. La fiducia in se stesso » 29 - III. La Compensazione » 65 - IV. Le Leggi spirituali » 91 - V. L’Amore » 119 - VI. L’Amicizia » 135 - VII. La Prudenza » 155 - VIII. L’Eroismo » 171 - IX. La super-anima » 187 - X. I circoli » 211 - XI. L’Intelletto » 229 - XII. L’Arte » 247 - - SERIE SECONDA - - I. Il poeta » 261 - II. L’Esperienza » 291 - III. Il carattere » 323 - IV. Le maniere » 343 - V. I doni » 371 - VI. La natura » 379 - VII. La politica » 399 - VIII. Nominalista e realista » 417 - - - - -NOTE: - - -[1] SHAKESPEARE, _Enrico VI_. - -[2] S. Agostino, _Confessioni_, lib. I. - -[3] Così nel testo inglese. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ANIMA, LA NATURA E LA -SAGGEZZA *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. 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Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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