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-The Project Gutenberg eBook of Cenno storico sull'antichissima città
-di Ruvo nella Peucezia, by Giovanni Jatta
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-using this eBook.
-
-Title: Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia
-
-Author: Giovanni Jatta
-
-Release Date: October 18, 2022 [eBook #69176]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CENNO STORICO
-SULL'ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA ***
-
-
- [Illustrazione: (Ritratto dell'Autore)]
-
- CENNO STORICO
- SULL’ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO
- NELLA PEUCEZIA
-
-
- DEL GIURECONSULTO NAPOLITANO
-
- GIOVANNI JATTA
-
-
- COLLA GIUNTA
-
- Della breve istoria del famoso combattimento
- de’ tredici Cavalieri Italiani con
- altrettanti Francesi seguito nelle vicinanze
- della detta città nel dì 13 Febbraio
- 1503.
-
-
-
- IN NAPOLI 1844
- DALLA TIPOGRAFIA DI PORCELLI
- _Strada Mannesi num. 46._
-
-
-
-
-L’AUTORE
-
-AL SUO NIPOTE GIOVANNINO JATTA.
-
-
-_Eccoti il mio _Cenno Istorico_ sull’antichissima città di Ruvo che ti
-ho promesso. Sarà forse questa l’ultima mia produzione letteraria. Il
-peso degli anni aggravato vie più dalle forti e continue traversie di
-salute che sto soffrendo, a grandissimo stento ha potuto permettermi
-di soddisfare questo debito che aveva colla nostra comune Patria. Lo
-indirizzo a te per infiammare il tuo cuore tenero ancora del santo
-amore di essa. Leggilo e rileggilo con attenzione. Vedi se io l’ho
-sempre amata e se l’amo, ed amala tu pure allo stesso modo._
-
-_Sono stato io il primo che ho tentato di squarciare quel bujo che
-teneva ascosa la sua rimota, ed illustre origine. Mi lusingo di averlo
-fatto non senza un successo che riempie il mio cuore di gioja, e
-compensa largamente il travaglio non lieve che mi è ciò costato. Manca
-al mio lavoro quella perfezione maggiore che avrei in esso desiderata;
-ma i mali fisici tolgono anche allo spirito una parte della sua
-energia, ed illanguidiscono l’applicazione._
-
-_Tocca a te il supplire ciò che forse potrebbe trovarsi mancante
-nelle mie investigazioni, e compiere l’opra da me cominciata per
-l’onore della nostra Patria. Continuando con fervore ad istruirti
-nelle Lettere, facendo di esse la tua passione e la tua delizia, ed
-incitando il tuo cuore a questa santa emulazione, potrai porti in grado
-d’illustrare vie più la nostra patria coi tuoi talenti, e con quelle
-cognizioni, delle quali coll’ajuto di Dio farai tesoro._
-
-_Vai tu a cominciare nel Mondo quella carriera che io ho terminata. La
-tua posizione, le tue circostanze, il mio nome istesso che tu porti ti
-chiameranno un giorno a prender parte nelle cose relative alla nostra
-Patria. Cerca sempre di esaurire tutti i mezzi, e tutti gli sforzi
-per sostenerne l’onore, per difendere vigorosamente i suoi dritti,
-per promuoverne sempre più i vantaggi, e per rompere gl’intrighi, ed i
-partiti che tornano a discapito de’ suoi veri interessi._
-
-_È questo il primo dovere del cittadino, e la prima virtù dell’uomo
-dabbene. Sia questo anche il primo vanto a cui devi tu aspirare. Sii
-sempre unito ai veri e bravi cittadini che sinceramente divideranno
-con te questi nobili e virtuosi sentimenti. Guardati da chiunque con
-mentito zelo ha la Patria solo nella bocca, e nel cuore il proprio
-interesse. Sarebbe desiderabile che questa razza di uomini non vi
-fosse; ma perchè sventuratamente ve ne ha pur troppo, metti a profitto
-questo mio avviso._
-
-_Debbo in fine attendermi dalla tua ottima indole, dal tuo amore e
-rispetto per me che la Popolazione di Ruvo dalle tue operazioni abbia
-sempre a lodarsi di averti io allevato con que’ medesimi sentimenti
-diretti al vero bene della comune Patria che in ogni tempo ha in me
-costantemente sperimentati._
-
-
-
-
-È stato sempre vivo in me il desiderio di riunire le notizie istoriche
-relative all’antichissima città di Ruvo mia patria che ho sempre amata,
-ed amo sommamente. Ma quando li miei anni erano verdi e la mia salute
-robusta, prima le occupazioni dell’Avvocheria, ed indi i sacri doveri
-della Magistratura non mi lasciarono mai il tempo necessario a simili
-ricerche. Sciolto da queste cure e stimolato dallo stesso desiderio,
-mi ha in verità sgomentato dal secondarlo la scarsezza positiva del
-materiale che bisogna per potersi tessere una Storia.
-
-Molte città, comunque antiche e ragguardevoli, sono rimaste nella
-oscurità sia perchè sono mancate le occasioni che avrebbero potuto dare
-agli antichi Scrittori la opportunità di parlar di esse, sia perchè
-le opere di coloro che ne han parlato non sono sventuratamente giunte
-fino a noi. La città di Ruvo si vede appena nominata da qualche antico
-Scrittore. Si può solo conoscere con sicurezza ch’era una delle antiche
-città della Peucezia. Della sua origine, della sua popolazione, delle
-sue istituzioni, della sua coltura nelle scienze e nelle belle arti,
-e di ogni altra circostanza che possa rendere ragguardevole una città
-nulla si conosce dagli antichi Scrittori.
-
-Nè coteste investigazioni per loro stesse laboriosissime possono
-attendersi da qualunque Scrittore il quale non sia animato dall’impegno
-positivo d’illustrare una città. Quindi è che i Commentatori degli
-antichi Scrittori, e coloro che hanno scritto sulla Geografia antica
-non hanno dati della città di Ruvo che cenni molto brevi e secchi,
-e talvolta anche assurdi, ed incoerenti come anderemo a vederlo nel
-prosieguo del mio discorso.
-
-Ma ciò che più mi ha sorpreso, per non dire irritato, si è che
-Cristofaro Cellario il quale ha scritto sulla Geografia antica un’opera
-elaborata ed erudita e non ha omesse le città le più meschine ed
-oscure, non ha onorata la città di Ruvo neppur di un motto! Anzi nella
-Carta della _Magna Grecia_ che ci ha data alla fine della Sezione
-III capo IX del lib. II l’ha erroneamente riportata con una doppia
-nomenclatura alla stessa estranea, come anderò a rilevarlo al suo
-luogo!
-
-Questo però è troppo. Le antiche monete da me raccolte in gran numero,
-ed altre già pubblicate pruovano con piena sicurezza ch’era Ruvo una
-delle più antiche città Greche dell’Italia. Il chiarissimo Canonico
-Mazocchi bene a proposito, osserva che per potersi distinguere le
-nostre antiche città Greche da quelle fondate dagli antichi abitanti
-delle nostre Regioni, bisogna vedere ciò che ne hanno detto gli antichi
-Scrittori, e soggiugne: _At Scriptorum quorumlibet testimoniis longe
-exploratiora sunt nummorum, lapidum, tabularum ænearum monumenta,
-quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu
-dubitabit[1]?_
-
-Se questo illustre Scrittore non allogò anche la nostra città tra le
-altre città Greche, delle quali fece la enumerazione, causa ne fu il
-silenzio degli antichi Scrittori su tal circostanza, e ’l non esser
-state all’epoca in cui egli scrisse pubblicate ancora o conosciute le
-antiche monete Greche Ruvestine, le quali hanno scoperta dappoi la sua
-origine. Nè si erano a quel tempo disotterrati tampoco que’ tesori che
-all’epoca nostra hanno resa la città suddetta molto illustre, cioè li
-numerosissimi vasi fittili Italo-Greci (molti de’ quali con leggende
-Greche) pregiatissimi non meno per la somma eleganza delle forme, e
-per la nobiltà e perfezione del pennello, che per la ricercatezza delle
-favole non ovvie che vi sono dipinte.
-
-Questi capi-lavori i quali pareggiano e forse anche superano i vasi
-di Nola, creduti per lo innanzi i più pregiati, si hanno attirata la
-giusta ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, e pruovano a
-trabocco due circostanze. La prima che nella città di Ruvo fiorivano
-in grado eminente le scienze e le belle arti, poichè questi monumenti
-giustificano la somma abilità de’ Pittori Ruvestini, e la loro piena
-istruzione nella Storia, nella Favola, e nella Mitologia. Nè meno
-pregevoli sono i lavori ivi rinvenuti di oro, di argento, di bronzo, e
-di bellissimi vasellini di vetro colorato di diverse ed eleganti forme.
-
-La seconda ch’era quella città abitata da famiglie ricche e
-ragguardevoli, poichè cotesti oggetti preziosi che si trovano riposti
-ne’ loro sepolcri non costavano allora meno di quello che si pagano
-adesso, ed un lusso funerario così profuso non potevano usarlo che le
-persone distinte e doviziose.
-
-Cotesti elementi interessantissimi, il nome istesso della città,
-e le notizie che ci han date gli antichi Scrittori delle diverse
-trasmigrazioni de’ Popoli della Grecia nella Italia mi portano anche
-più oltre. Messo tutto a calcolo ho giusta ragione di credere che
-la nostra città fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti dell’Acaja
-che prima della guerra di Troja vennero a stabilirsi nella Italia
-sotto i Condottieri Oenotro e Peucezio, e mi lusingo di poterlo
-concludentemente dimostrare.
-
-In quanto poi ai fatti avvenuti, ed alle vicende che hanno potuto
-aver luogo ne’ tempi di mezzo forza è confessare che m’imbatto in una
-oscurità anche maggiore. Scarsissime sono le notizie che si possono
-trarre dalle Cronache. Mi è quindi impossibile scrivere una storia
-ordinata. Debbo per necessità limitarmi a quelle poche cose che la
-mia avanzata età, ed i continui patimenti di salute che soffro mi han
-potuto permettere di raccorre. Voglio augurarmi che nella città di
-Ruvo sorgano ingegni più vegeti e più felici, i quali infervorati dallo
-stesso impegno d’illustrare vie più la commune Patria, si applichino a
-dilatare per l’onore della stessa quella via che sono stato io il primo
-ad aprirla.
-
-Per gli ultimi tempi in fine avendo io avuta una gran parte negli
-avvenimenti seguiti, ed essendo il solo rimasto superstite di coloro
-che potevano esserne bene informati, sono al caso di poterne parlare
-con quella verità, e minutezza che a niun altro sarebbe facile.
-Cercherò quindi farlo nel modo che possa riuscire anche utile e
-profittevole ai miei concittadini tanto presenti che futuri.
-
-
-
-
-CAPO I.
-
-_Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo._
-
-
-Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela, e Tolomeo
-non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il primo al
-suo libercolo Geografico fu _De situ Orbis_. Non si occupò quindi di
-altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo allora
-conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime
-sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta
-descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al suo
-libercolo, poichè disse: _Dicam autem alias plura, et exactius: nunc
-autem ut quæque erunt clarissima, et strictim_.
-
-Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città
-principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè
-sicuramente antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco.
-Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di
-esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla _Corografia_,
-nel che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso[2].
-
-Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo
-nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di
-cui attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di
-lui silenzio rispetto alla nostra città non fosse derivato da una
-manifesta alterazione sofferta dal seguente luogo della sua dottissima,
-ed accuratissima opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto
-nominata doveva per necessità parlarsi.
-
-Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si
-andava a Roma, e dice: _Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui
-Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via
-urbes sunt Egnatia, Celia, NETIUM, Canusium, Herdonia_[3]. Descrive poi
-l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e soggiugne:
-_Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam usque jam
-Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum, usque Venusiam
-reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est stadiorum CCCLX_[4].
-
-Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava
-l’antica Peucezia, quel _Netium_ che si vede situato tra Celia e Canosa
-ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto
-che _Netium_ Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica
-intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una
-emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno
-di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza
-della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che
-porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire
-quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque
-a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione
-interessantissima per l’argomento che mi ho proposto.
-
-Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì
-_Celia_, soggiugne: _De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium
-Plinii_. Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un _forte_ per
-altro, non può aver luogo. L’_Aletium_ di cui parla Plinio nel luogo
-che sarà più giù riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro
-Cellario ha opinato che sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi,
-ed Otranto[5]. Ma il Canonico Mazocchi opina che sia questo un nome
-intruso, o corrotto nel testo di Plinio[6]. Comunque ciò sia, non si
-potrebbe situare giammai tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una
-città la quale, ove sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia
-all’antica Calabria a cento miglia e più di distanza da Celia.
-
-Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον
-fa la seguente osservazione. _Netium nusquam in isto tractu nominatam
-reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce_ Κανυσιον _orta sit illa_
-και Νήτιον, _quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent_. Ma è una idea
-molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento
-della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe
-tampoco a provare la non esistenza della città denominata _Netium_ per
-la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore,
-come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre
-antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione.
-Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata _Netium
-nusquam in hoc tractu reperio nominatam_.
-
-Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò che
-aveva detto Casaubono, ed osserva: _Putat Casaubonus_ τό Νήτιον _esse
-male repetitum ex_ Κανυσιον _quod apud Ptolomæum non notatur ea urbs,
-seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu post
-Celiam_ Ehetium, _puto non esse vocem expungendam hoc loco ex Strabone_
-Νήτιον; _sed vel corruptam esse ex_ Ehetium _tabularum, vel_ Ehetium
-_corruptum in Tabulis ex_ Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta
-da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’_Ehetium_
-della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa.
-
-Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare _ignotum per ignotum_. Se
-sconosciuto agli antichi Scrittori è il _Netium_ intruso nel testo di
-Strabone, ignoto è del pari l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana.
-D’altronde non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere
-argomenti per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi
-in primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove
-città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di
-Tolomeo. Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando
-le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori.
-
-In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane
-furono pubblicate da _Marco Vesero_. Nella sua prefazione alle stesse
-ei ci fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di _Corrado
-Peutingero_, da cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece
-costui molto conto, e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei
-le crede un _Itinerario militare_ formato ai tempi di Teodosio, non già
-da un Geografo, o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati
-nelle Armate di quel tempo che si chiamavano _Metatores_. Si
-adoperavano costoro a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di
-essi Vegezio nel lib. I cap. 7.
-
-Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza
-Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o
-mancanti, o corrotti[7]. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella
-sua prefazione alla _Geografia antica_. Nè sono queste osservazioni
-che possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane
-per ravvisarsi a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate.
-Facendosi poi alle stesse attenzione, _passim_ si scorge la corruzione
-de’ nomi de’ luoghi, e delle città in esse riportate.
-
-Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè
-talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può
-trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però
-si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono
-capo nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta
-standosi anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica
-Peucezia quell’_Ehetium_ del Palmerio si vede in essa situato tra Celia
-e Taranto, e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che
-nella Tavola suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può
-aver che fare col preteso _Netium_ di Strabone che verrebbe a ricadere
-nel lato occidentale di essa. Osta la posizione de’ luoghi.
-
-Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor _Millingen_ ha opinato
-che l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica
-città della Peucezia denominata _Azetium_, le di cui monete portano
-la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo
-incerte. Egli crede che gli _Azetini_ debbono essere lo stesso Popolo
-riportato da Plinio sotto il nome di _Ægetini_ nel libro III cap.
-XI. Crede in fine che cotesta città doveva stare nel sito attuale
-di _Rutigliano_ perchè nel territorio di Rutigliano dice di essersi
-trovate molte monete colla detta leggenda[8]. Ma data anche per
-vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano sta al di là di Celia
-verso Taranto come l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana. Quindi la
-emendazione proposta dal Palmerio manca di fondamento.
-
-Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino,
-di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica _ab Æquotutico
-Hydrunto ad Trajectum_ sulla parola _Herdonia_ propone un’altra
-emendazione della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice
-delle altre che si son premesse. _Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio
-Romam tendentibus duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis
-per Peucetios, qui Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque
-Beneventum, in qua via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et
-Canusium, et Herdonia. Legendum enim_ Neritum _arbitror, unde Plinius_
-Neritinos, _non_ Netium.
-
-Ma il sostituire la parola _Neritum_ al preteso _Netium_ di Strabone
-è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta
-emendazione tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era
-nella Daunia, come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare
-la città denominata _Neritum_ da Tolomeo, e _Neretum_ nella Tavola
-Peutingeriana. Ma questa città che porta oggi il nome di _Nardò_
-formava parte dell’antica Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia
-e più di distanza da Celia, come lo ha ben dimostrato Cristofaro
-Cellario[9], e come lo pruova anche lo stesso luogo di Plinio a cui il
-Surita si è riportato. Osta quindi alla detta emendazione la situazione
-de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo ha contentato anche il P.
-Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla Storia Naturale di questo
-Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741. Ha egli proposta una
-giustificazione della parola _Netium_ intrusa nel testo di Strabone, la
-quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto ragionando nella
-edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III; ma nelle altre
-edizioni è il capo XI del lib. III[10]. Vi sono inoltre in cotesta
-edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a notarle
-una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio come
-si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune che
-saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà.
-
-Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda
-Regione ha allogati _Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos_.
-Sotto il nome di _Apulia_ vi ha compresa tanto la Daunia, che la
-Peucezia. Dopo aver riportate le città marittime della detta seconda
-Regione, passa ad enumerare le Popolazioni delle città interne, e
-dice; _Beneventum auspicatius mutalo nomine, quæ quondam appellata
-Maleventum, Auseculani[11], Aquiloni, Abellinates cognomine
-Protropi, Compsani, Caudini, Ligures, qui cognominantur Corneliani,
-et qui Bebiani; Vescellani, Æculani[12], Aletrini, Abellinates
-cognominati Marsi, Atrani, Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani,
-Borcani, Collatini, Corinenses, et nobiles clade Romana Cannenses,
-Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses, Hyrini, Larinates
-cognomine Frentani, Merinates[13], ex Gargano; Mateolani, Netini[14]
-RUBUSTINI[15], Silvini, Strabellini, Turmentini, Vibinates, Venusini,
-Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini, Argentini,
-Butuntinenses[16], Deciani, Grumbestini, Norbanenses, Paltonenses[17],
-Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini, NERETINI,
-Valentini, Veretini._
-
-Ora è quì notabile che la parola _Neritini_ in tutte le altre edizioni
-di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta
-si vede unita ai _Rubustini_, ed ai _Silvini_. La seconda è allogata
-ne’ _Salentini_. Ma non essendovi nell’antica Geografia due città
-di questo stesso nome, e la città denominata _Neritum_, o _Neretum_
-trovandosi solo ne’ Salentini e non altrove, bisogna dire che sia stato
-questo un nome erroneamente raddoppiato nel testo di Plinio, come ha
-bene a proposito osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che
-sarò or ora a riportare. Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si
-vede riunito ai _Rubustini_ ed ai _Silvini_, e ritenerlo nel luogo che
-sussiegue, ove si vede allogato ne’ _Salentini_ ai quali realmente
-apparteneva, come appartiene anche oggi la città di _Nardò_ ch’è
-l’antico _Neritum_.
-
-Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare, per
-dare esistenza a quel _Netium_ che niuno ha saputo vedere ove sia
-stato, ha troncata e mutilata la parola _Neritini_ che si legge in
-tutte l’edizioni di Plinio unita ai _Rubustini_ ed ai _Silvini_, e
-ne ha formata la parola _Netini_ di sua assoluta creazione. Quindi
-nella nota undecima sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente
-osservazione: _Netini a Netio oppido prope Canusium, Herdoniamque,
-Nήτιον Straboni lib. VI pag. 282, Nerentinos, quos hic libri quidam
-addunt[18] expunximus, cum inferius Salentinis, ut sane oportuit,
-reddantur._
-
-Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta.
-Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione
-della parola _Neritini_ di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena ad
-introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta a
-tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone
-da un errore degli amanuensi.
-
-In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della
-parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente
-un’_ambiguità_. Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul
-preteso _Netium_, quanto sull’antica città di _Celia_. Passa a rassegna
-le due opposte opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola
-Nήτιον, e le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre
-il nodo di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione
-di tanti Uomini per altro dottissimi.
-
-_Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas
-recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam,
-Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi,
-quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib, III
-cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit,
-quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque
-millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie
-via publica ducit_[19]. _Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum
-agrum denominat, et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum_
-Ael. Munic. Coel. Ant., _quasi_ Ælium Municipium Cælium Antoninianum.
-_Sed_ Νήτιον _Netium est quod maxime locorum scrutatores vexat.
-Strabonis verba sunt_ έφ’ ή οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον,
-καί Κανύσιον, καί Ερδονία. Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium,
-et Canusium, et Herdonia. _Casaubono videntur expungendæ voces_ καί
-Νήτιον, _tanquam ex una_ Κανύσιον _bis perperam exscripta natæ, quod
-violentum consilium est merito improbatum ab Holstenio: qui primum
-quidem ad_ Natiolum _Tabulæ, quasi inde deminutum referebat; sed quod
-hoc in alia via deprehendebat, sententiam postea mutavit[20], nec
-vero certiorem aliam substituit, nisi quod dicit_ Νήτιον _Strabonis
-esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet_[21]. _Harduinus Plinii lib.
-III cap. XI_ Netinos _inseruit, ex Codice veteri an ingenio suo non
-ostendit, ubi priores_ Neretinos _legerunt, qui paulo post repetuntur,
-et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur.
-Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et_ Netinos _reliquit
-tanquam lectionem genuinam_[22].
-
-Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che vi
-è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di
-esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero
-che il preteso _Netium_ di Strabone sia lo stesso che l’attuale città
-di _Andria_ sita tra Ruvo e Canosa[23]. Ma Michele Antonio Baudrand
-nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: _Netium oppidum Apuliæ
-Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat
-Surita_. Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice:
-_Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam
-Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit
-Surita ad Antonini Itinerarium_[24].
-
-Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra
-mentovati tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di
-Strabone è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo
-P. Arduino, il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che
-non ebbe mai alterando, e mutilando la parola _Neritinos_ che si legge
-nel luogo di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta
-questa verità, ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione,
-le loro opinioni in questa parte sono cadute in una positiva
-divergenza, la quale non può non destar meraviglia.
-
-Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la
-parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è
-la distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva
-fare colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον
-era indispensabile sostituire a questa un’altra città intermedia di
-fermata tra Canosa e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta
-osservazione; ma la città intermedia di fermata che hanno sostituita
-al preteso Νήτιον o si è trovata meramente ideale, o l’hanno presa da
-una Regione diversa e lontanissima, e quindi non suscettiva di essere
-allogata tra Celia e Canosa.
-
-Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia
-fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città
-intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non
-fosse mancata, ed era questa la città di _Ruvo_. Quindi quel Νήτιον
-altro non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone
-in quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto _Rubi_. A
-confermare questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu
-come innanzi si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato.
-Quindi non si può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito
-a descrivere l’andamento della strada che da Brindisi menava a Roma
-traversando la Peucezia, avesse omessa una città non ignobile, qual
-era sicuramente la città di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada
-suddetta da lui descritta.
-
-Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione
-del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti
-osservazioni tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea
-posizione del testo di Strabone le città di fermata sulla strada
-suddetta da lui indicate sarebbero _Egnatia, Celia, Netium, Canusium,
-Herdonia_. Or questa stessa strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio
-da Roma a Brindisi con molta lepidezza da lui descritto. Il solo
-divario nelle fermate che in esso vi è fu che in vece di pernottare
-a _Celia_ andò a pernottare a Bari che, come innanzi si è detto, è a
-poche miglia di distanza dall’antica _Celia_.
-
-Orazio però partito da Canosa non andò certamente a pernottare a quel
-_Netium_ ch’è un nome puramente ideale. Andò bensì a pernottare a
-_Ruvo_ ch’era la città intermedia di fermata tra Canosa e Celia, tra
-Canosa e Bari.
-
- _Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum_
- _Carpentes iter, et factum corruptius imbre._
- _Postea tempestas melior, via pejor ad usque_
- _Bari mœnia piscosi_[25].
-
-Ecco la città intermedia di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e
-Celia. Da Bari Orazio passò ad Egnazia, e di là a Brindisi termine
-della stessa via descritta da Strabone, e del suo viaggio.
-
-Giova quì anche osservare che se il luogo di fermata tra Celia e
-Canosa fosse stato quel _Netium_, che da taluni si è spacciato con poca
-riflessione di essere stato lo stesso che l’attuale città di _Andria_,
-ne sarebbe da ciò risultato un cammino molto mal ripartito, e quindi
-assolutamente incoerente. Ed in vero da Celia, oggi Ceglia, ad Andria
-vi è la distanza poco minore di quaranta miglia, e da Andria a Canosa
-quella di nove, o al più dieci miglia. Ma in quale Itinerario antico,
-o nuovo si trova un cammino di due giornate ripartito con una simile
-insensatezza?
-
-Si aggiunga a ciò che troppo lungo sarebbe stato anche il cammino
-da Celia al preteso _Netium_ secondo il sistema di viaggiare di quel
-tempo, e la qualità delle vetture che si adoperavano. Orazio dice di
-aver fatto da Canosa a Ruvo un lungo cammino _utpote longum carpentes
-iter_. Ma da Canosa a Ruvo non vi sono che venti miglia a farsi. Quanto
-più lungo sarebbe stato il cammino da Celia a _Netium_ (Andria),
-essendovi una distanza ch’è quasi il doppio? Sotto tutti i rapporti
-quindi si rende chiaro e manifesto che quel Νήτιον è un nome corrotto,
-ed intruso in quel luogo di Strabone ove vi era scritto _Rubi_, vera ed
-unica città di fermata intermedia tra Celia e Canosa su quella strada
-da Roma a Brindisi che imprese egli a descrivere.
-
-Queste giuste osservazioni le rafferma vie più l’Itinerario
-dell’Imperatore Antonino. La strada che in esso è tracciata da Roma
-fino ad Otranto è quella stessa che Strabone ha descritta, cioè la
-prima che traversava la Daunia, ed indi la Regione Peucetica. Giunta
-quindi la stessa da Roma nella Puglia è dall’Itinerario suddetto così
-riportata. _Ecas_ (Troja) _M. P. XVIII. Erdonias M. P. XVIIII. Canusio
-M. P. XXV. RUBOS M. P. XXIII. Butuntus M. P. XI[26] Barium M. P. XII._
-
-Or cotesto Itinerario stabilito dalla pubblica Autorità tronca tutte
-le quistioni sulla parola Νήτιον, poichè fissa la città di Ruvo come
-il luogo intermedio di fermata tra Canosa e Bari, donde poche miglia
-lungi era Celia. Lo fissa inoltre con quella giusta proporzione che vi
-dev’essere nella ripartizione del cammino, poichè segna ventitre miglia
-da Canosa a Ruvo, ed altrettanti da Ruvo a Bari.
-
-Pietro Vesselingio inoltre nella bellissima edizione che ci ha data
-dell’Itinerario di Antonino stampata in Amsterdam nell’anno 1735 vi
-ha unito un altro antico Itinerario dalla città di Bordò della Francia
-fino a Gerusalemme che si crede dell’epoca dell’Imperator Costantino.
-In cotesto Itinerario che presenta il ritorno del viaggiatore da
-Gerusalemme a Bordò si vedono notati non solo i luoghi di fermata ove
-si pernottava detti _Mansiones_ nell’Itinerario di Antonino, ma anche
-quelli ne’ quali si cangiavano a mezza strada le vetture, o gli animali
-da tiro che nell’Itinerario Gerosolimitano sono indicati col vocabolo
-_Mutationes_, come anche il detto Vesselingio lo ha avvertito nella
-prefazione allo stesso premessa.
-
-Dopo essersi nel detto Itinerario descritti i luoghi per i quali allora
-si passava nel tratto di strada che vi è da Otranto fino alla città
-di Bari indicata col nome di _Beroes_, si vengono a segnare gli altri
-luoghi da Bari in qua, e si dice così: _Civitas Beroes M. XI. Mutatio
-Botontones_ (Bitonto) _M. XI. Civitas RUBOS M. XI. Mutatio ad quintum
-decimum M XV. Civitas Canusio M. XI. Mutatio XI. Civitas Gerdonis_
-(Erdonia) _M. XV etc._
-
-Dal che risulta sempre più dimostrato che il luogo di fermata
-intermedio tra Bari e Canosa, o tra Celia e Canosa è stato sempre, ed
-in tutti i tempi la città di Ruvo, e non già quel supposto _Netium_ di
-Strabone che si è da taluni inconsideratamente smaltito di essere stato
-lo istesso che l’attuale città di Andria.
-
-Che sia questo un puro sogno lo prova concludentemente lo stesso
-Itinerario Gerosolimitano, il quale il luogo della _Mutazione_, o sia
-del cangiamento della vettura, o degli animali tra Ruvo e Canosa lo
-reca così _Mutatio ad quintum decimum_. Risulta da ciò chiaramente che
-cotesto luogo anonimo della _Mutazione_ suddetta non doveva esser altro
-che un albergo messo nella campagna per dare ai viandanti il comodo
-di cangiar la vettura, o gli animali, come si fa anche oggi per lo
-cangiamento delle poste, poichè ove non vi sono città o villaggi, si
-cangia la posta ne’ designati alberghi messi in campagna sulle strade
-Consolari.
-
-Quindi molto bene avverte Vesselingio nella precitata sua prefazione:
-_Porro_ Mansio _quid sit nullus puto ignorat_. Mutationes _sunt
-veredorum, vel animalium ad iter. Eæ vehiculis, et animalibus, eorumque
-pabulis instructæ erant: sed non ceteris rebus ad usum vitæ humanæ
-peregrinantibus necessariis. Ideoque distinguuntur in libris nostris,
-ut XI Cod. Theodos. tit. I cap. IX._
-
-Or se tra Canosa e Ruvo sull’antica Via Appia detta poi Trajana vi
-fosse stata a mezza via la pretesa città denominata _Netium_ (ora
-Andria), la _Mutazione_ si sarebbe situata nella città suddetta, e
-non già in un albergo messo in mezzo alla campagna. Ed in vero nello
-stesso Itinerario il luogo della _Mutazione_ tra Bari e Ruvo si vede
-stabilito nella città di Bitonto che sta alla metà del cammino tra
-l’una e l’altra. Si vede lo stesso replicato anche in tutti gli altri
-luoghi, ne’ quali tra due città di fermata ove i viandanti pernottavano
-dette _Mansiones_, vi era una città intermedia ove situar si poteva la
-_Mutazione_ delle vetture o degli animali.
-
-Era ciò anche nel buon senso. Le vetture han bisogno di risarcimenti e
-gli animali addetti alle stesse han bisogno di ferrature, di medicine,
-e di assistenza quando sono ammalati. A questi bisogni si può supplire
-con molto maggiore facilità ne’ luoghi abitati che in mezzo ad una
-campagna. Se tra Ruvo e Canosa vi fosse stato quel supposto _Netium_,
-si sarebbe ivi situato il luogo della _Mutazione_, e non già in mezzo
-ad una campagna, ove non vi potevano essere artieri e maniscalchi.
-Le _Mutazioni_ si situavano a tal modo quando non si poteva fare
-altrimenti e quando mancava la vicinanza di una città.
-
-Francesco Maria Pratilli nei suo libro sulla _Via Appia_ ha creduto
-che il luogo della Mutazione _ad quintum decimum_ tra Ruvo e Canosa
-segnato nell’Itinerario Gerosolimitano sia stato nel sito, o nelle
-vicinanze di quell’antica osteria che porta oggi il nome di _Guardiola_
-messa a mezza via sull’antica strada che da Ruvo mena direttamente a
-Canosa. Conferma questa sua conghiettura col dire che nelle vicinanze
-della osteria suddetta ha ei medesimo osservato che tuttavia esistono
-i tratti delle grosse selciate della via Trajana la quale passava per
-quel luogo[27].
-
-Cotesta sua conghiettura non è improbabile, e forse la detta antica
-osteria non per altra ragione si trova tuttavia in quel sito solitario,
-se non perchè era quello un tempo il luogo della mutazione _ad
-quintum decimum_ indicata nell’Itinerario Gerosolimitano che si è
-conservata per osteria ne’ tempi posteriori[28]. Ma questo istesso
-esclude la esistenza del preteso _Netium_ di Strabone che si vuol
-credere lo stesso che l’attuale città di Andria, e ciò per un’altra
-convincentissima ragione.
-
-La predetta osteria detta _Guardiola_ è lungi da Andria due miglia e
-mezzo. Or se l’antica via Trajana che da Canosa menava a Ruvo passava
-pe ’l sito della detta osteria, è chiaro per se stesso che passar non
-poteva per quel sito ove attualmente sta la città di Andria che n’è
-discosto due miglia, e mezzo. Questa osservazione rende chiaro vie
-più che quel luogo di Strabone il quale ha situata la supposta città
-denominata _Netium_ sulla strada consolare che da Brindisi menava a
-Roma è manifestamente corrotto e viziato, perchè tra Ruvo e Canosa non
-vi era alcuna città per la quale fosse la stessa passata.
-
-Ma si dia di scure alla radice. Come potersi affermare che il preteso
-_Netium_ di Strabone viva nell’attuale città di Andria se questa città
-molti secoli dopo di Strabone fu fondata dai Normanni? Lo contesta ciò
-Guglielmo Appulo ne’ seguenti versi del suo Poemetto Normanno:
-
- _Unfredum totus cum fratre Drogone tremebat_
- _Italiæ populus, quamvis tunc temporis esset_
- _Ditior his Petrus consanguinitate propinquus._
- _Condidit hic Andrum, fabricavit et inde Coretum,_
- _Buxilias, Barolum maris ædificavit in oris_[29].
-
-Al Conte Pietro di cui quì si parla era spettata la città di Trani
-nella Dieta che tennero i Normanni nella città di Melfi per dividersi
-tra loro di accordo le città della Puglia che avevano conquistate colle
-loro armi[30]. Il Conte Pietro quindi ch’era il più ricco di essi cercò
-di accrescere la sua dominazione colle città di Barletta, Andria,
-Corato, e Bisceglia che sono tutte a poca distanza intorno a Trani
-ch’era in quel tempo la città principale. Quindi il nostro Storico
-Gio. Antonio Summonte dice che il Conte Pietro Normanno fu fondatore di
-Andria, Corato, Bisceglia e Barletta[31].
-
-L’abate Troyli riporta la favoletta spacciata da Domenico Pingerna
-Arciprete di Andria, il quale lasciò scritto che sia stata quella
-città edificata da Diomede, e che abbia preso il suo nome dall’isola di
-Andro sita nel mare Egeo poco lungi da Samo. Contraddice egli cotesta
-storietta coll’addurre anche ciò che ne han detto _Arrigo Bavo_ nella
-descrizione del Regno di Napoli, e _Ferdinando Ughellio_ nella sua
-Italia Sacra, i quali convengono che fu la città suddetta edificata
-da Pietro Normanno Conte di Trani[32]. È una cosa questa per altro che
-si confuta da se stessa, perchè priva di qualunque autorità istorica e
-suggerita solo dalla fantasia di chi ebbe la vaghezza di scriverlo.
-
-Per altro lato si conoscono, come anderemo a vederlo nel capo III, le
-città che gli antichi Scrittori credettero di esser state fondate da
-Diomede nella Daunia però, non già nella Peucezia, ove non si estese
-giammai la sua dominazione. Se tra queste vi fosse stata anche Andria
-non si sarebbero fatte tante dispute su quel _Netium_ di Strabone di
-cui ho innanzi lungamente ragionato, poichè cotesta pretesa antica
-città Diomedea l’avrebbero gli antichi Scrittori riportata col suo nome
-di _Andria_ o _Andro_, il quale è assolutamente ignoto alla Geografia
-antica.
-
-Non posso però convenire col Summonte che anche Barletta e Bisceglia
-siano state fondate di pianta dal detto Conte Pietro, perchè coteste
-due città marittime già esistevano molto prima della venuta de’
-Normanni nelle nostre Regioni. Ciò che dice Guglielmo Appulo ne’ versi
-di sopra trascritti si deve intendere che il Conte Pietro abbia fondate
-le due novelle città di Andria e Corato, e semplicemente restaurate e
-fortificate le due antiche città di Barletta e Bisceglia. Ed in vero
-pos’egli una differenza tra le prime e le seconde, e cercò questa di
-esprimerla nel miglior modo che seppe farlo col mediocre latino in cui
-si vede scritto il precitato suo poemetto proprio della poca nitidezza
-dello stile di quel tempo.
-
-Parlando di Andria disse _condidit hic Andrum_. Passando a parlar
-di Corato soggiunse _fabricavit et inde Coretum_. Ma per Bisceglia e
-Barletta si valse del vocabolo _ædificavit_, e disse _Buxiliam, Barolum
-maris ædificavit in oris_. Le parole _condidit_ e _fabricavit_ fanno
-intendere che il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città
-fatte di pianta. La parola _ædificavit_ di cui si valse per Bisceglia
-e Barletta esprime il concetto che le abbia semplicemente restaurate,
-ampliate, o fortificate. Ond’è che Gotofredo Guglielmo Leibnizio
-nella sua prefazione al Poemetto di Guglielmo Appulo sulla parola
-_ædificavit_ fa la seguente osservazione: _Munisse puto hoc noster
-ædificare appellat_[33].
-
-Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse al
-tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto
-che le predette due città già esistevano molto prima della venuta
-de’ Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone,
-di Plinio, e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè
-per tralasciare altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola
-Peutingeriana sotto il nome di _Balulum_, ed in altre edizioni di
-_Bardulos_, il quale fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di
-_Barulum_.
-
-Nella stessa Tavola vi sono anche _Turenum_ Trani, e _Natiolum_
-Giovinazzo. Non vi è _Buxilia_, detta da altri _Vigiliæ_, perchè questa
-nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser
-dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni,
-poichè dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia _medii ævi_
-colla carta Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del
-Muratori, sono citate le autorità, le quali contestano che _Sergius
-(alias Georgius) subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus
-Vigiliarum_[34].
-
-Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla
-della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo
-che nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re
-Ferdinando I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio
-che la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle
-armi trovavano uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali
-abbonda: _Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat
-quod Andria non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen
-duxisse illam credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas
-continebant_[35]. Da tutt’altro quindi che dal _Netium_ di Strabone, o
-dall’Isola denominata _Andro_ si è ripetuta la etimologia del suo nome.
-
-Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che
-furono abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro
-antichità. A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le
-monete che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri
-pregevoli oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo
-esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta
-a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso
-_Netium_ di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di
-Andria non è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole
-di essere annoverata tra le migliori città della Provincia di Bari.
-
-Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione
-sulla parola _Netium_ di Strabone. Si è dimostrato concludentemente
-che cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli
-amanuensi, i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo
-che per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di
-fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso
-a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa
-da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla
-pubblica Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta
-da questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto.
-
-Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro _de
-Coloniis_. Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore
-non fu di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’
-terreni colonici. Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni
-seguite nella Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da
-lui chiamate _Provincia Apuliæ_, e _Provincia Calabriæ_. Nella prima
-riportò i terreni colonici delle città della Daunia, tra le quali si
-vede allogato _l’agro Lucerino, Venosino, Salpino, Canosino_ etc. Nella
-seconda poi si leggono i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro
-Ruvestino: _Brondisinus ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera
-in saltibus sunt assignata, dividuntur sicut supra legitur Provinciam
-esse divisam. Botontinus, Celinus, Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus,
-Orianus, RUBUSTINUS, Rodinus, Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus,
-Ydruntinus ea lege, et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime
-autem vicinorum exempla sumenda sunt, et consuetudines regionum
-intuendæ, ut secundum signorum ordinem, atque rationem veritas
-declaretur_[36].
-
-Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo è
-sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi
-Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione
-latina (giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu _Rubi_. Non
-bene a proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate
-nell’anno 1694 nella Tipografia del Seminario di Padova _Auctore N.
-Sanson Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo_ si vede
-la nostra città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome
-di _Rubustum_. È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese
-questo nome dai _Rubustini_ di Plinio, e dal _Rubustinus ager_ di
-Giulio Frontino. Ma non avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario
-di Antonino, dall’Itinerario Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola
-Peutingeriana è la nostra città chiamata _Rubi_ e non già _Rubustum_.
-
-Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore assai
-più grave allora che sulla parola _Rubi_ fece la seguente osservazione:
-_Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia,
-seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94_[37]. Fa veramente
-meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver
-avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel
-suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a
-pernottare a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città
-della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto
-Stefano giustamente redarguito da _Baudrand_ nelle sue note al Lessico
-Geografico di Ferrario, ove sulla parola _Rubi_ osserva: _In Thesauro
-linguæ latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs
-Apuliæ_.
-
-Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo
-nella Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata
-anche nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere
-attribuiti li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. _Rubi
-est etiam oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum.
-Horat. in Serm. I sat. 5 etc._ Ma oltre che una città di questo nome
-non è mai esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere
-invocata la testimonianza di Orazio che ha parlato di _Ruvo_ della
-Peucezia, non già di cotesto ideale Ruvo della Campania.
-
-Hanno anche largamente errato coloro i quali hanno confusa la nostra
-città con _Rufræ_ della Campania, e con _Rufrium_ degl’Irpini. A
-coteste sonore aberrazioni rispondono Surita, e Vesselingio nelle
-loro note sull’Itinerario di Antonino. Il primo sulla parola _Rubos_
-in esso riportata osserva: _Plinius lib. III cap. XI Rubustinos
-populos recenset, qui in exemplari Toletano Rubisini cognominantur.
-Horatius Canusio se Rubos venisse ostendit sat. V lib. I vers. 94.
-Quo loco miror cur venerit in mentem Dionysio Lambino egregio ejus
-Auctoris Commentatori affirmare eam urbem esse Campaniæ, præsertim
-ipso attestante Canusio, quod Dauniorum Apulorum oppidum erat, Rubos
-pervenisse, et qui antea prædixerat_
-
- _Incipit ex illo Montes Apulia notos_
- _Ostentare mihi, quos torret Atabulus._
-
-Il secondo poi dice: _Rubos esse notat Botiandus ad vitam Laurentii
-Sipontini editam die VII Januarii, qui _Rubos_ cum _Rufris_ Virgilii,
-et _Rufrio_ Livii idem esse oppidum existimant: His neque accedit,
-ita nec obloquitur. Rectius L. Holstenius in Ital. A. Cluverii p. 271
-Rufrium, et Rufras distinguit: Hæ in Campania erant: illud in Hirpinis.
-Rubustini in Apulia incolebant, inibique eos collocat Frontinus de
-Coloniis pagina 127. Civitas Rubi, et Rubensis Episcopus memorantur in
-Chronico Lupi Protospatæ anno MLXXXII_.
-
-Non è quindi scusabile tampoco Cristofaro Cellario, Geografo per altro
-eruditissimo, per esser caduto nello stesso errore. Alla fine della
-sezione III cap. IX del libro II ci ha data una carta che porta il
-seguente titolo _Græcia magna, sive pars ultima Italiæ_. In cotesta
-carta vedesi molto bene la nostra città allogata _in Apulia Peucetia_
-tra Canosa e Bari. Ma colla massima incoerenza si vede da lui segnata
-col doppio nome _Rubi Rufrum_, mentre cotesto _Rufrum_ è alla stessa
-perfettamente estraneo!
-
-Tanto più ciò sorprende quanto che Cellario si è messo in
-contraddizione di se stesso. Avendo egli parlato specialmente tanto
-della città della Campania chiamata _Rufræ_, quanto del _Rufrium_
-degl’Irpini, come ha potuto poi attribuire il nome sia dell’una, sia
-dell’altra alla nostra città che nella sua carta l’ha egli stesso
-allogata in una Regione diversa, qual è la Peucezia? Della prima di
-esse dice così: _Supra Theanum in ortum hibernum sunt Rufræ Virgilio
-lib. VII vers. 739_ = Quique Rufras Batulumque tenent, atque arva
-Celennæ. _Obscura nomina: Campaniæ tamen cum ceteris quæ præcedunt,
-quæ sequuntur vindicanda. Servius ibi._ Rufras, Batulumque castella
-Campaniæ a Samnitibus condita. _Holstenius auctor est Præsentiani in
-Theanensi Diœcesi lapidem inventum cui inscriptum est_
-
- M. AGRIPPÆ L. F. PATRONO
- RUFRANI COLONI[38].
-
-Per la seconda poi osserva: _Tandem in extremo Hirpinorum ultra Compsam
-Cluverius Rufrium Livii, quod et Rufræ Virgilii idem ipsi oppidum est,
-cujus ductu nescio, collocavit. Nos Holstenium sequuti Rufras a Rufrio
-supra separavimus, ut illis Campaniæ vindicatis, sicut vindicavimus,
-Rufrium solum supersit investigandum. De hoc Livius lib. VIII cap.
-XXV_. Eodem tempore etiam in Samnio res prospere gestæ, tria oppida in
-potestatem venerunt Allifæ, Callifae, Rufrium. _Samnio attribuit, sed
-laxis finibus descripto, ut Hirpinos etiam, qui ortu Samnites sunt,
-comprehendat. An sit oppidum, quod hodie Ruvo vocatur, quod credit
-Cluverius, judicent peritiores illarum Regionum_[39].
-
-O che però _Rufræ_ e _Rufrium_ siano una stessa cosa, o che siano
-due luoghi diversi, il che per altro non lo vedo chiaro abbastanza,
-manca ogni ragione per potersi attribuire cotesti nomi alla città di
-Ruvo della Peucezia. Quel _Ruvo_ di cui ha quì parlato Cluverio non
-è la nostra città, ma bensì una misera ed infelice Bicocca che porta
-anche questo nome, e forma ora parte della Provincia di Basilicata
-volgarmente detta _Ruvo della Montagna_, per distinguerla dalla nostra
-città riputata per una delle città della Marina. Con poca riflessione
-quindi il Cellario ha confuso un luogo coll’altro ed ha attribuito alla
-nostra città quel doppio nome che niuno ancora ha immaginato neppure.
-
-L’unico suo nome latino ha _Rubi_ che lo ha ritenuto anche ne’ mezzi
-tempi, come ne fa pruova la più volte citata Dissertazione e la carta
-corografica che va tra le Opere del Muratori. Questo nome, si vede
-segnato ne’ Registri Normanni, Angioini, ed Aragonesi, de’ quali si
-parlerà in seguito, in tutti i Dizionarj ed in tutte le carte della
-Geografia antica, tra le quali vi è anche quella della Italia che ci ha
-data il Muratori nel primo tomo della sua Grande Raccolta de’ Scrittori
-delle cose Italiche.
-
-Non manco quì d’incaricarmi che tra i Commentatori di Orazio ve n’è
-stato alcuno il quale ha creduto che fosse stata la nostra città la
-Patria del Poeta Ennio. Mi piacerebbe in vero il poter vantare un
-cittadino tanto illustre. Ma Verrebbe ciò a confondere la nostra città
-coll’altra antica città chiamata _Rudiæ_, la quale era sita nell’antica
-Calabria tra Taranto e Brindisi, e fu la vera Patria di Ennio.
-
-Quindi Cicerone parlando di quel Poeta, ch’è da Orazio chiamato
-_Pater Ennius_, disse: _Rudium hominem Majores nostri in Civitatem
-receperunt_[40]. Strabone dice: _Tarentum versus compendioso itinere
-per Rodias proficiscantur urbem Græcam Ennii patriam poetæ_[41]. Presso
-Pomponio Mela si legge: _Et Ennio cive nobiles Rudiæ_[42], e Silio
-Italico dice di lui
-
- _Miserunt Calabri, Rudiæ genuere vetustæ,_
- _Nunc Rudiæ solo memorabile nomen alumno_[43].
-
-Intanto da ciò che han detto gli antichi Scrittori risulta dimostrato
-che Ruvo è una delle antiche città dell’Italia. Nulla però ci hanno
-fatto conoscere della sua origine, e se sia stata di fondazione
-Greca, o pure una città Italica antica. Questa circostanza, la quale è
-rimasta in una perfetta oscurità fino ad un’epoca da noi non lontana,
-l’hanno pienamente e concludentemente dilucidata le antiche monete ivi
-rinvenute, delle quali passo ad incaricarmi, anche perchè serviranno
-esse di guida alle ulteriori mie investigazioni.
-
-
-
-
-CAPO II.
-
-_Delle antiche monete della città di Ruvo._
-
-
-Per le antiche monete Ruvestine è avvenuto quello stesso che anderò
-a dire nel capo IV per gli eccellenti vasi fittili ed altri preziosi
-oggetti rinvenuti negli ultimi scavamenti. Pare che fosse stato
-riserbato alla età nostra lo scuoprimento di que’ tesori di ogni
-specie, i quali hanno squarciato quel velo che cuopriva per lo innanzi
-non meno la origine Greca della nostra città, che la sua opulenza, la
-sua coltura, e ’l gusto squisito de’ suoi antichi abitanti per le belle
-arti.
-
-Nella mia prefazione ho avvertito che fino al tempo in cui fiorì il
-nostro Illustre Canonico Mazocchi erano queste cose sconosciute a
-segno che gli mancò qualunque appoggio per annoverare la nostra città
-fra quelle antiche città Greche, delle quali diè il catalogo. Qualche
-moneta Ruvestina che cominciò a trovarsi venne attribuita sia alla
-città detta _Basta_, sia all’antica città Greca dell’Acaja denominata
-_Rhypæ_, di cui avrò occasione di ragionare in seguito largamente nel
-capo V.
-
-Il _Magnan_ fu il primo che avvertì questi errori, ed attribuì a Ruvo
-la moneta malamente creduta di _Basta_ la quale presenta da una parte
-una civetta con un ramoscello di ulivo, e dall’altra la testa galeata
-di Pallade colla leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ[44]. È questa però una delle
-monete più recenti della nostra città come anderò a rilevarlo nel
-detto capo V. Altre e non poche tanto delle più, quanto delle meno
-antiche, e con _tipi_ diversi sono state pubblicate dal chiarissimo
-Cavalier Francesco Maria Avellino Direttore del nostro Real Museo e mio
-rispettabile amico.
-
-A lui è dovuto il merito di aver rivendicate alla nostra città quelle
-che si attribuivano a _Rhypæ_. Il di lui avviso è stato applaudito
-e seguito da tutti gli altri Scrittori della Materia, di modo che
-non forma ciò più oggetto di quistione. Le monete suddette portano
-o la leggenda intera come quella del Magnan, o le seguenti leggende
-abbreviate ΡΥΨ che appartiene alle più antiche, ΡΥ, ΡΥΒΑ.
-
-Il numero delle antiche monete Ruvestine all’epoca nostra è andato
-crescendo per gradi. Il celebre Cavalier Domenico Cotugno mio Pro-Zio
-materno, il quale era amantissimo degli oggetti di antichità della
-città di Ruvo anche sua patria, giunse ad unirne appena sette, che glie
-le proccurò la buona memoria del mio ottimo Genitore. A me è riuscito
-fino a questo punto di acquistarne ottantacinque rinvenute del pari
-tutte in Ruvo.
-
-Questo numero vistoso unito a quelle del Cavalier Cotugno, ed alle
-monete pubblicate tanto dal Cavalier Avellino che da altri, pruova
-vie più con quanto sano accorgimento ribattè quest’ultimo la opinione
-di coloro che vollero attribuire le prime monete Ruvestine che si
-trovarono ad una antica città della Grecia. Il fatto ha smentito
-pienamente cotesto errore, poichè le tante monete trovate dopo in Ruvo
-confermano in un modo trionfante ciò che seppe veder di buon’ora il
-Signor Cavalier Avellino.
-
-Le ottantacinque monete Ruvestine che io posseggo presentano que’
-medesimi _tipi_ che si osservano nelle altre monete riportate dal
-detto Signor Avellino nelle diverse sue dotte produzioni e da altri
-Scrittori. Avendole però messe sotto li di lui occhi, colla solita sua
-perspicacia e profonda conoscenza della Materia vi ha notate talune
-variazioni, le quali hanno richiamata la sua attenzione.
-
-Ragion vuole che le monete suddette formino parte di questo mio Cenno
-istorico. Se però imprendessi a ragionare di esse, non potrei che
-replicare le stesse cose che si sono già dette maestrevolmente da una
-penna tanto riputata. Mi limiterò quindi a presentare quì in due tavole
-tutte le monete Ruvestine finora pubblicate o da me possedute. Per la
-illustrazione di esse avendo pregato il detto Signor Cavalier Avellino
-che si fosse compiaciuto di riunire ei medesimo le cose che aveva
-precedentemente scritte su di esse, si è egli occupato a riprodurle con
-averne formato e dato alle stampe un _catalogo_ che con somma cortesia
-mi ha indiritto. Ho quindi profittato di esso con alacrità, e l’ho
-alligato alla fine di questo libro per la piena intelligenza delle
-predette due tavole.
-
-Nel detto catalogo vi sono anche le sue opportune osservazioni
-sulle dette variazioni che ha ravvisate nelle monete Ruvestine da
-me raccolte. Accrescono il pregio di questo suo lavoro alcune monete
-Ruvestine, le quali sono le sole che a me mancano, ma a lui è riuscito
-osservarle e paragonarle colle altre già pubblicate. Ha egli con ben
-fondate ragioni ravvisata in esse l’alleanza che vi era tra la città
-di Ruvo e l’altra antica città della Peucezia denominata _Silvium_ con
-essa confinante, della quale avrò la occasione di parlare di proposito
-nel capo che sussiegue. Le monete suddette sono al numero 4 5 e 13
-della II Tavola.
-
-Tutto ciò dunque che può riguardare le monete Ruvestine riportate
-nelle Tavole quì annesse si troverà nelle dotte osservazioni del Signor
-Cavaliere Avellino di sopra cennate. Mi riserbo solo di trarre da esse
-ove l’uopo sarà per esigerlo quelle illazioni che saranno conducenti
-per indagare l’epoca della prima fondazione della nostra città, la vera
-etimologia del nome alla stessa imposto, il culto de’ suoi antichi
-abitanti e l’origine di esso, non che la sua opulenza causata dalla
-bontà e fertilità del suo vasto territorio.
-
-Non fia inutile intanto l’avvertire che tra le monete Ruvestine da me
-riunite ve ne ha più d’una così ben conservata, e di un conio tanto
-bello e vistoso, che ben si può dire di esser state anche in questa
-parte portate in Ruvo le belle arti a quello stesso grado di perfezione
-che si ammira in tutte le altre cose delle quali anderò a parlare nel
-Capo quarto.
-
- [Illustrazione: _Tav. I._]
-
- [Illustrazione: _And. Russo dis. ed inc._]
-
- [Illustrazione: _Tav. II._]
-
- [Illustrazione: _And. Russo dis. ed inc._]
-
-
-
-
-CAPO III.
-
-_La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella
-Italia prima della Guerra di Troja._
-
-
-Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico
-elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’ suoi
-pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese per
-la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la
-bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’
-quali la Natura l’è stata prodiga[45].
-
-Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. _Jam vero tanta ei
-vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi,
-tam aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica
-silvarum genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium,
-olearumque fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris
-colla, tot lacus, tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens,
-tot maria, portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et
-tanquam ad juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque
-ingenia, ritusque, ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes.
-Ipsi de ea judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam
-partem ex ea appellando Græciam magnam_[46].
-
-Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono
-sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia
-infiniti malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli
-settentrionali dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la
-ignoranza, la barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la
-moltitudine delle antiche Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi
-vi portò i lumi, le scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale
-fu utilissima a dirozzare i suoi antichi abitanti che non senza un
-fondamento di ragione i Greci gli chiamavano _Barbari_.
-
-Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava formando
-per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano. Persuaso lo
-stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande un Popolo sono
-necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma spedì li suoi
-Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia, per dimandare
-alle stesse quelle leggi che fossero state per se più opportune, e
-cotesta saggia missione ebbe il suo effetto[47].
-
-Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre
-Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono in
-esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente
-tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo
-gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini
-illustri che lungo sarebbe l’enumerargli.
-
-Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica
-han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di _Magna
-Grecia_, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi
-delle Regioni abitate dalle Greche città[48]. Che che però ne sia della
-etimologia del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual
-è Cicerone, lasciò scritto: _Pythagoras, qui cum Superbo regnante in
-Italiam venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina,
-tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum
-nomen, ut nulli alii docti viderentur_[49]. Ed in altro luogo:
-_Platonem ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in
-ea, tum alios multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse_[50]. Ed in
-vero A. Gellio ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco,
-comprò per diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano
-tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico[51].
-
-Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata
-ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare _Locrese,
-Scillatico_, e _Tarantino_[52], o pure sotto questo nome siano andate
-comprese anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal
-discussione non è del presente argomento. Si può osservare ciò che
-ne ha dottamente scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo
-Commentario sulle Tavole di Eraclea ove ha esaurita la materia.
-
-Pare ch’egli ammetta la così detta _Magna Grecia_ nelle principali
-città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa
-e disseminata in tutte le altre non poche città della Italia abitate
-da Colonie Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste
-città partecipavano della stessa coltura e delle stesse istituzioni.
-Facendosi attenzione a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani
-spedirono i loro Legati per aver buone leggi _partim ad Græcas urbes,
-quæ sunt in Italia, partim Athenas_. Non alle sole città quindi della
-così detta Magna Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città
-Greche della Italia; il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama
-di essere ben governate. Oltre che li monumenti delle belle arti che
-si sono trovati anche nelle altre città Greche che non formavano parte
-della così detta _Magna Grecia_, sono una sicura testimonianza che pari
-in esse era anche la coltura.
-
-L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi
-tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non è mio
-proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate
-altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto di
-que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la
-città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa.
-Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto
-di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della
-Italia.
-
-Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano
-Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò
-ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate le
-diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti _Aborigini_,
-soggiunse ciò che siegue. _Sed Scriptorum Romanorum doctissimi,
-et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus
-Italicarum urbium, Luciusque Sempronius, et alii[53] Græcos esse
-affirmant profectos ex Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec
-tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint:
-ac ne tempus quidem, aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes
-reliquerint, fabulamque sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam
-confirmant testimonio. Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum
-est. Quod si istorum sana est narratio, non possunt esse coloni
-alterius generis, quam Arcadici. Nam hi primi Græcorum, trajecto sinu
-Ionio, domicilium in Italia statuerunt deducti ab Oenotro Lycaonis
-filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo primis Peloponnesi
-Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe, ex qua, et Jove fertur
-natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et hujus filia Dejanira.
-Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon, cujus Oenotrus fuit
-filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum est[54]. Et
-tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit autem Oenotrus
-a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum enim essent Lycaoni
-XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam. Hanc ob causam
-Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata trajecit mare Jonium,
-unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante eos bona parte
-popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam. Adjunxerunt
-se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager proprius. Itaque
-Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ Promontorium
-suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum incolæ dicti
-sunt Peucetii_[55].
-
-Continua poi a dire che Oenotro col maggior numero della sua Gente
-passò oltre e continuò a navigare fino al mare detto allora _Ausonio_
-ed indi _Tirreno_. Che ivi sbarcato edificò delle città, e dal suo
-nome fu quella parte della Italia chiamata _Oenotria_. Nelle cose
-da lui dette si riporta all’autorità di Ferecide Ateniese che dice a
-niuno secondo nel tessere le genealogie. _Qui de Regibus Arcadiæ sic
-loquitur. Pelasgo ex Dejanira Lycaon natus est. Huic nupsit Cyllene
-Nais Nympha, a qua mons Cyllene dicitur. Deinde recensitis horum
-filiis, locisque, quos eorum quisquis habitandos ceperit, Oenotri et
-Peucetii sic memorat. Et Oenotrus, a quo Oenotri nominantur in Italia,
-ac Peucetius, a quo Peucetii appellantur in sinu Jonio._
-
-Pausania aggiugne che de’ figli di Licaone il Primogenito si chiamava
-Νύχτιμος, e questi succedè nel Regno. Nomina quindi gli altri
-numerosi suoi fratelli i quali occuparono molti luoghi dell’Arcadia,
-fortificarono le antiche città, e ne fondarono delle nuove e soggiugne:
-_At natu minimus Oenotrus pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis,
-classe in Italiam transmisit, a qua fuit ea in qua consedit Terra
-de Regis nomine Oenotria vocitata. Atque hæc prima a Græcis colonia
-deducta_[56].
-
-Passa indi Dionigi di Alicarnasso a parlare di un’altra spedizione
-di Arcadi in numero però assai più ristretto che la dice partita
-sessant’anni prima della Guerra di Troja dall’antica città dell’Arcadia
-denominata _Pallantium_. Condottiere di essa fu Evandro figliuolo di
-Mercurio e di una Ninfa e Profetessa Arcadica chiamata Temi. Che furono
-questi bene accolti da Fauno Re saggio e prudente che dominava allora
-in que’ luoghi, ove surse dappoi la città di Roma, e si stabilirono
-vicino al fiume Tevere. Di questa seconda spedizione di Arcadi ne parla
-anche Pausania[57].
-
-Dalle notizie quindi che si son premesse si ha che Peucezio con una
-porzione degli Arcadi ed altri Greci del Peloponneso sbarcò _super
-Japygiæ Promontorium in sinu Jonio_, cioè nel seno Tarantino, e che
-dal suo nome prese la Regione il nome di _Peucezia_. Si estese questa
-per lungo tratto nel paese adiacente al mare Adriatico. Avvenne però
-coll’andar del tempo che in quella parte dell’antica Peucezia ch’era
-intorno al Promontorio Japigio sopragiunsero altri Greci che ivi si
-stabilirono. Dal che prese quella contrada nuovi nomi e fu chiamata
-_Messapia, Japigia, Salentini, Calabria_. In fine qualunque sia stata
-la estensione primitiva del Paese denominato _Peucetia_, rimase questa
-in seguito ristretta a quella parte della Puglia che porta oggi il nome
-di _Terra di Bari_.
-
-Strabone che visse al tempo di Augusto e di Tiberio, dopo aver
-descritta la spiaggia d’Italia fino all’antica città di Metaponto
-passa a dire: _Contingit Metapontum Japygia, quam et Messapiam
-Græci dixere. Incolæ alios Salentinos dicunt, qui circa Japigium
-habitant Promontorium, alios Calabros. Supra hos versus Septentrionem
-sunt Peucetii, Græco sermone Audanii cognominati. Incolæ quidquid
-post Calabriam est Apuliam vocant: fuerunt etiam ibi qui Pediculi
-dicerentur, maxime Peucetii_.
-
-Si osservi che allora si chiamava _Calabria_ non già quella Regione
-che porta oggi questo nome. La Calabria attuale apparteneva un tempo
-ai _Bruzj_, ed in parte anche alla Magna Grecia. La Calabria di cui
-parla Strabone era quella lingua di terra, o sia quell’Istmo il quale
-da Taranto a Brindisi è racchiuso tra il seno Tarantino e ’l mare Jonio
-detto oggi _Terra d’Otranto_. Cotesto Istmo finisce al Promontorio
-detto dagli antichi _Salentino_ o _Japigio_, oggi _Capo di S. Maria
-di Leuca_. _Messapia Peninsulæ formam obtinet istmo interclusa, qui a
-Brundusio Tarentum usque porrigitur spatio CCCX stadiorum: navigatio
-circa Japygium Promontorium est circiter CCCC. Metaponto distat stadiis
-CC fere Tarentum ortum solis versus._
-
-Passa poi a descrivere il seno Tarantino e la città di Taranto
-fondata da una colonia di Spartani. Parla della sua antica potenza e
-floridezza, ed indi della sua decadenza causata dalla mollezza e dal
-lusso. Esalta la fertilità del terreno di quella Regione, comunque
-soggetto alla siccità. Enumera le antiche città che in essa vi erano,
-e la diversità della loro origine, dalla quale erano surte le diverse
-nomenclature imposte a quella penisola. Quindi conchiude: _Communi
-vocabulo Messapiam, Japygiam, Calabriam, et Salentinam appellant_. In
-fine passa a parlare delle due strade che da Brindisi menavano a Roma
-delle quali si è largamente ragionato nel capo primo[58].
-
-Dice lo stesso anche Plinio: _Connectitur secunda Regio (Italiæ)
-amplexa Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos CCL M. P. a sinu qui
-Tarentinus appellatur ab oppido Laconum in recessu hoc intimo situm,
-contributa eo maritima colonia, quæ ibi fuerat. Abest CXXXVI M. P.
-a Lacinio Promontorio, adversam ei Calabriam in Peninsulam emittens.
-Græci Messapiam a Duce appellavere: et ante Peucetia a Peucetio Oenotri
-fratre, in Salentino agro. Inter Promontoria C. M. P. intersunt.
-Latitudo Peninsulæ a Tarento Brundusium terreno itinere XXXV M. pass.
-patet, multoque brevius a portu Sasina_. Passa indi a riportare le
-antiche città della Penisola suddetta[59].
-
-Da ciò che dice questo Scrittore risulta ch’ei conviene anche nella
-venuta di Oenotro e Peucezio nella Italia, giusta il racconto fattone
-da Dionigi di Alicarnasso, poichè ha per vero che quella Penisola,
-la quale prese dappoi il nome di _Messapia, Japigia, Calabria_ e
-_Salentina_ formò parte da principio anche della Peucezia _a Peucetio
-Oenotri fratre_. L’arrivo però de’ nuovi Ospiti che fecero cangiare
-il nome alla detta penisola restrinse l’antica Peucezia, e di un solo
-Stato ne formò due, o per dir meglio formò due confederazioni diverse
-di città Greche tra loro distinte.
-
-Ed in vero si rileva anche da Diodoro Siculo che Agatocle Tiranno di
-Siracusa _cum Japygibus, et Peucetiis societatem armorum iniit_[60]. Il
-che pruova ch’erano questi due Paesi che si governavano separatamente.
-Ove dunque si dimostri che la nostra città sicuramente Greca formava
-parte dell’antica Peucezia rimasta sempre sotto la dominazione degli
-Arcadi che furono i primi ad occupare quella Regione, la sua origine
-Arcadica ne viene in conseguenza.
-
-Dopo avere Strabone descritta l’antica Calabria di cui si è finora
-ragionato, passa a parlare della Peucezia con essa confinante. Ne ha
-parlato piuttosto con sobrietà, ma non senza una positiva utilità per
-l’argomento che mi ho proposto, poichè avendone indicati i confini,
-mi mette ciò in grado di dimostrare concludentemente che la città di
-Ruvo formava parte dell’antica Peucezia, e quindi deve credersi per
-necessità fondata dagli Arcadi, i quali non furono mai sloggiati da
-quella Regione come lo erano stati dalla Japigia.
-
-Dice dunque il precitato Scrittore: _A Brundusio autem prætervehenti
-Adriatici maris oram urbs occurrit Egnatia, quæ commune est diversorium
-tam navigantibus, quam terra petentibus Barium: navigatur autem
-Noto. Atque huc usque juxta mare Peucetiorum se Regio profert:
-in mediterraneis usque ad Silvium tota est montosa, et aspera
-Apennini montis multas partes recipiens: INCOLÆ EX ARCADIA VIDENTUR
-IMMIGRASSE_[61]. Con queste ultime parole conviene anche Strabone nella
-dominazione acquistata da Peucezio in quella Regione, giacchè è questa
-la sola notizia che si ha dell’arrivo degli Arcadi in que’ luoghi.
-
-Questo Scrittore indica _Egnazia_ e _Bari_ come le ultime due città
-della Peucezia dal lato del mare, poichè queste erano in quel tempo
-le sole due città ch’esistevano sul litorale dell’Adriatico. Nè dopo
-Bari ve n’era alcun’altra. Le belle città che ora si vedono dopo Bari
-sono surte man mano ne’ tempi posteriori. Le più antiche di esse sono
-Giovinazzo, Trani e Barletta. Dopo di esse viene Bisceglia. L’ultima e
-la meno antica è Molfetta.
-
-Strabone si è limitato alle sole due città marittime _Egnazia_ e
-_Bari_. Non si è incaricato del rimanente litorale allora disabitato
-tra la città di Bari e la foce dell’Ofanto, ove terminava l’antica
-Peucezia. Con migliore accorgimento ed esattezza lo ha ciò supplito
-Tolomeo, il quale dice: _Apulorum Peucetiorum in Jonio Pelago Egnatia,
-Barium, Aufidi fluminis ostium_[62]. Il che protende com’era regolare i
-confini della Peucezia fino alla foce dell’Ofanto.
-
-Dalla parte di terra poi nell’estendere li confini della Peucezia fino
-all’antica città chiamata _Silvium_ dice Strabone che quella Regione
-_usque ad Silvium tota est montosa et aspera_, perchè occupata da una
-diramazione degli Apennini. Non può questa esser altra che la vasta
-contrada che porta oggi il nome di _Murge_, coverta tutta di alture che
-formano un masso di vivo sasso, la quale corrisponde perfettamente per
-la sua asperità a ciò che questo Scrittore ne ha detto.
-
-L’antica città denominata _Silvium_ che ha egli indicata come l’ultima
-città della Peucezia dentro terra ha messi in quistione gli Eruditi
-ed i Geografi. Xilandro e Casaubono credono che questo luogo di
-Strabone sia viziato, e che cotesto _Silvium_ non sia mai esistito. Ma
-nell’Itinerario di Antonino nel tratto di strada _a Benevento Tarentum_
-si legge anche questo luogo: _Eclano M. P. XV. Sub Romula M. P. XXI.
-Ponte Aufidi M. P. XXII. Venusia M. P. XVIII. SILVIUM M. P. XX. Blera
-M. P. XIII. Sub Lupatia M. P. XIIII. Canalis M. P. XIII. Tarento M. P.
-XX._
-
-Quindi Surita nelle sue note al detto Itinerario ammette la esistenza
-della detta città; ma crede di doversi leggere _Silvianum_ e non
-_Silvium_, poichè dice che a questo modo la trova segnata in altri
-antichi esemplari, i quali sono in questa parte per necessità erronei.
-Pietro Vesselingio poi nelle sue note allo stesso Itinerario ha
-opinato che _Silvium_ non sia stata una città, ma bensì un luogo di
-semplice fermata detto dai Scrittori Latini _Mansio_, come si è innanzi
-avvertito; ed aggiugne sull’autorità di Luca Olstenio che sia stato
-quello stesso luogo che porta oggi il nome di _Gorgoglione_.
-
-Non posso però convenire che _Silvium_ sia stata una _Mansione_, e non
-una città per tre ragioni. La prima perchè nel precitato Itinerario di
-Antonino i luoghi che non erano città, ma semplici villaggi si vedono
-riportati col distintivo _Vicus_. Quelli che avevano abitanti, ma
-non formavano comunità sono chiamati _Castellum_ o _Villa_. Quelli in
-fine, ove non vi erano abitanti, ma semplici alberghi per dar ricovero
-ai viandanti ed alle vetture, sono chiamati _Mansiones_. Ond’è che
-nell’Itinerario suddetto non vedendosi _Silvium_ indicato con alcuno
-di questi nomi, è necessità conchiudere che sia stata una città come
-tutte le altre che si vedono in esso riportate senz’alcuno di cotesti
-distintivi.
-
-La seconda è che Plinio nel luogo riportato innanzi al capo I pagina
-15 tra le Popolazioni della parte interna della seconda Regione
-dell’Italia annovera anche i _Silvini_. Pruova ciò concludentemente
-che il _Silvium_ di Strabone e dell’Itinerario suddetto non era
-una _Mansione_, come ha creduto Vesselingio, ma bensì una città che
-aveva un numero di abitanti meritevole di entrare nella classe delle
-_Popolazioni_ da Plinio enumerate.
-
-La terza che toglie ogni dubbio è il seguente luogo di Diodoro
-Siculo. Nella Olimpiade CCCXVIII ei riporta i seguenti fatti. _In
-Italia Samnites Soram, et Atiam urbes Populo Romano societatis fœdere
-conjunctas expugnaverunt, et divenderunt captivos. Consules igitur
-cum validis copiis impressione in Japygiam facta, prope Silvium urbem
-castra locavere. Ea, cum a præsidio Samnitum custodiretur, ad dierum
-aliquot obsidione tentarunt Romani, et per vim tandem capta, plus quam
-quinque captivorum millia, magnamque spoliorum copiam abstulerunt_[63].
-Dal che chiaro risulta ch’era Silvio una città considerevole.
-
-Nella Tavola Peutingeriana si legge una città denominata _Silutum_ a
-venticinque miglia di distanza da Venosa. Pare che debba questo essere
-il _Silvium_ che nell’Itinerario di Antonino è riportato a venti miglia
-lungi dalla stessa città di Venosa. Nulla fa il divario di cinque
-miglia nelle distanze rispettivamente indicate, il quale ha potuto
-derivare dalla poca esattezza della Tavola suddetta. Ciò che importa è
-che nelle vicinanze di Venosa non vi è stata mai altra città che avesse
-portata il nome di _Silutum_. Quindi _Silutum_ e _Silvium_ debbono
-credersi una stessa città, giusta il giudizioso avviso dell’Autore
-della dotta Dissertazione e della Carta corografica dell’Italia
-recata dal Muratori, ed innanzi citata, il quale osserva _Silvium in
-Peutingeriana Silutum dicitur_[64].
-
-Ed in vero nella Tavola suddetta si vedono segnate in continuazione
-l’una dopo l’altra allo stesso modo in cui sono riportate
-nell’Itinerario di Antonino le tre città _Venusia, Silutum,
-Sublupatia_. Manca solo _Blera_ o _Plera_ che nel detto Itinerario
-sta in mezzo tra _Silvium_ e _Sub Lupatia_. Cotesta mancanza ha potuto
-derivare o da una omissione del disegnatore della Tavola Peutingeriana,
-o da un cangiamento che il tempo aveva portato sia ai luoghi, sia
-all’andamento della strada consolare. La sostanza però della cosa è
-la stessa, poichè la Tavola suddetta ci presenta in una continuazione
-sulla detta strada di Taranto le tre città _Venusia, Silutum,
-Sublupatia_. Dal che è a conchiudersi che il _Silutum_ della Tavola è
-lo stesso che il _Silvium_ di Strabone e dell’Itinerario di Antonino.
-
-Il P. Arduino nelle sue annotazioni al luogo di Plinio innanzi
-riportato sulla parola Silvini fa la seguente osservazione: _Silvini
-ab oppido Apulorum Peucetiorum, quod apud Strabonem lib. VI pag. 283_
-Σιλούιον _vocatur, nunc dicitur_ il Gorgoglione. Cristofaro Cellario
-così parla della stessa città: _Apud hos montes fuisse Silvium
-oppidum ex Strabonis descriptione constat. Ait enim lib. VI pag. 195
-sicut Barium sit extremum in ora maris oppidum Peucetiorum, ita in
-mediterraneis ad Silvium usque oppidum. Dicuntur Silvini a Plinio
-lib. III cap. XI. Ex situ Holstenius interpretatur locum, qui nunc_ il
-Gorgoglione _appellatur_[65].
-
-Io però che ho bastante conoscenza de’ luoghi non so trovare affatto
-nella Regione _montosa et aspera_ di Strabone quel sito chiamato _il
-Gorgoglione_ di cui ha parlato Luca Olstenio, e dopo di lui tutti gli
-altri di sopra riportati, i quali hanno replicata la stessa cosa.
-Vi è quì sicuramente un equivoco di nomi che bisogna dilucidarlo.
-Osservo quindi che nella parte estrema delle Murge, o sia della Regione
-_montosa et aspera_ della Peucezia al dir di Strabone, vi è l’antico
-feudo un tempo della Famiglia Mazzaccara denominato _il Garagnone_
-sito nel punto medio tra Venosa e Ruvo. Ha lo stesso un’ampia dotazione
-di territorio, parte del quale sta nell’aspra contrada delle murge, e
-parte nella fertile pianura che passate le murge s’incontra nell’andare
-a Spinazzola ed a Venosa.
-
-Sorge ivi una collina, sulla quale è edificato un antichissimo castello
-che porta il nome di _Castello del Garagnone_. Pratilli sulla via
-Appia cenna appena che nel sito appunto del Garagnone vi sia stata
-l’antica città denominata _Silvium_, e soggiugne: _Presso questo
-luogo del Garagnone si riconoscono in una assai scomoda e lunga valle
-ammonticchiate e confuse molte selci dell’Appia, ed altre in parte dal
-terreno sepolte. Non vi si trova altro vestigio di antica fabbrica,
-ma in un marmo a traverso sepolto si legge la seguente iscrizione
-etc._[66].
-
-Bisogna dire però che il Signor Pratilli passò per quel luogo dormendo,
-poichè non altrimenti poteva avvenire che non si sia da lui veduto
-l’antichissimo castello del quale ho testè parlato, ove vi è oggi una
-così detta _Panetteria_ messavi dal proprietario di esso per provvedere
-di pane i coltivatori ed i pastori che dimorano nelle adiacenti
-campagne. Il sito di cotesto castello corrisponde perfettamente al sito
-dell’antica città chiamata _Silvium_ indicato da Strabone. Dice questo
-Scrittore che la già detta contrada della Peucezia _montosa et aspera_
-si estendeva _usque ad Silvium_. Il castello del Garagnone è nel sito
-preciso ove termina l’aspra contrada delle murge, e comincia la vasta e
-fertile pianura alla stessa sottoposta di cui si è testè parlato.
-
-Questo dunque e non altro è il _Silvium_ di Strabone, e non già il
-_Gorgoglione_ erroneamente indicato da Luca Olstenio in vece del
-_Garagnone_. Ed in vero l’Itinerario di Antonino segna venti miglia
-da Venosa a Silvio sulla strada consolare che menava a Taranto. Altre
-undici miglia segna da Silvio a _Blera_, o come altri vogliono a
-_Plera_, che Pietro Vesselingio dopo Luca Olstenio credè l’attuale
-città di _Gravina ex itineris ductu, et intervallis_. Altre quattordici
-miglia segna lo stesso Itinerario da Blera a _Sub Lupatia_ che nella
-Tavola Peutingeriana è detta _Sublupatia_. Gli Scrittori predetti
-hanno osservato che quest’ultima antica città sia l’attuale città di
-_Altamura_[67].
-
-Ora il castello del Garagnone si trova appunto nella linea indicata
-dall’Itinerario suddetto. La esistenza inoltre nel sito di sopra
-designato giusta le indicazioni date da Strabone di un castello
-antichissimo pruova colla massima evidenza di esser stato quello un
-tempo un luogo abitato e fortificato. Accresce molto peso a queste
-osservazioni la seguente circostanza.
-
-Domenico di Gravina nella sua Cronaca che va tra le Opere del
-Muratori scritta al tempo della Regina Giovanna Prima, di cui parlerò
-in seguito, dice che essendo partito dal castello di S. Maria del
-Monte, ch’è un forte e magnifico castello edificato su di una delle
-alture delle Murge dodici miglia lungi da Ruvo, _pervenimus ad casale
-Guaranioni distans ab ipso castro per milliaria octo, et applicantes
-ibidem, quia jam hora tarda affuerat, ipsa nocte ibidem quievimus_.
-Indi soggiugne: _Judex autem Nicolaus præfatus, quia quasi solus
-advenerat cum tribus, aut quatuor sociis ad receptionem officii
-prædicti, requisivit et rogavit Fratrem Rengaldum Ordinis Sacræ
-Domus Hospitalis Præceptorem in Casali præfato, quod nobilitate sua
-et dicti Domini honore, de sua familia, et hominibus dicti Casalis
-viros sibi concederet usque Gravinam sociandos eumdem. Qui curialiter
-id spopondit; et venerunt nobiscum, causa societatis Judicis Nicolai
-præfati, viri providi dicti Casalis equites quasi viginti_[68].
-
-Il che pruova che in quel tempo era il Garagnone un villaggio, o sia
-_Casale_ tuttavia abitato e ben popoloso, altrimenti non avrebbe potuto
-dare una scorta di venti uomini a cavallo. Conferma ciò vie più la
-conghiettura da me proposta che nel sito di quel castello che tuttavia
-esiste vi doveva essere la città denominata _Silvium_ distrutta
-dappoi dalle guerre e ridotta ad un villaggio che ora non esiste più
-tampoco, e quindi si è più facilmente errato nell’averlo denominato _il
-Gorgoglione_.
-
-Per non mancare di esattezza non lascio quì di avvertire che quel
-_Gorgoglione_ di cui ha parlato Luca Olstenio non è un nome ideale.
-Vi è nel nostro Regno un picciolo Borgo nella Diocesi di Tricarico,
-il quale porta tal nome. È però questo in altra Provincia ed in una
-Regione ben lontana dal sito dell’antica città denominala _Silvium_
-oggi _Castello del Garagnone_ come risulta dai seguenti documenti.
-
-Carlo Borrelli nel suo libro intitolato _Vindex Neapolitanæ
-Nobilitatis_ ha pubblicato un prezioso documento Normanno che si
-conserva nel Grande Archivio del Regno. È questo il Catalogo de’
-Feudatarj e Suffeudatarj che al tempo del Re Guglielmo il Buono
-contribuirono la loro quota de’ soldati per la spedizione di Terra
-Santa. Nel riportarsi in esso i Feudatarj e Suffeudatarj della
-Provincia di Basilicata si legge la seguente Rubrica: _Comitatus Montis
-Caveosi_ = _Isti sunt Barones, qui tenent feuda de Comitatu Montis C._
-
-Si recano i nomi di diversi Suffeudatarj di parecchie Terre e
-Castelli in gran parte tuttavia esistenti ed in parte distrutti, che
-appartenevano alla detta Contea di Montescaglioso, e tra essi vi è un
-certo, _Patritius, qui tenet feudum GURGULIONIS, quod est feudum II
-militum_. Della Terra di _Gorgoglione_ si parla anche in un Registro
-di Carlo II di Angiò che si conserva nel detto Grande Archivio. Si
-rileva da esso che quel Sovrano nell’anno 1309 diresse sua lettera al
-Giustiziere della Provincia di Basilicata, ed ordinò che si fossero
-rilasciate le contribuzioni fiscali agli uomini ed alle Università
-_Guardiæ, Mesianelli, Gurgulionis, et Tulbii_ (Tolve) in considerazione
-de’ danni sofferti nella guerra dai suoi nemici[69]. Da altro Registro
-di Giovanna II dell’anno 1415 che si conserva del pari nel Grande
-Archivio, si rileva che la Terra _Gurgulionis_ nella Provincia di
-Basilicata era tassata per cinque once l’anno, sulle quali le fu dalla
-Regina rilasciata un’oncia e quindici tarì[70].
-
-Dai premessi Registri quindi risulta che la Terra denominata
-_Gorgoglione_ era nel cuore della Basilicata, e formava parte della
-Contea di Montescaglioso con altri feudi siti tutti nell’interno di
-quella Provincia. Il _Garagnone_ al contrario sta nella parte estrema
-della Provincia di Bari, cioè nell’antica Peucezia, ove Strabone allogò
-la città denominata _Silvium_, come lo provano li seguenti Registri
-Angioini.
-
-Il Re Carlo I di Angiò con sua lettera del dì 9 dicembre 1273 scritta
-da Corato fece sentire _Magistro Juris_ che risedeva in Barletta, _Quod
-Casale Guarilioni possessum per Magistrum et Fratres Hospitalis S.
-Joannis Jerosolimitani in Regno morantes ad nostrum demanium pertinet
-pleno jure_. Gli ordinò quindi che gli avesse citati a comparire
-innanzi alla Gran Corte e produrre i titoli giustificativi che
-credevano avere _super prædicto casali, seu feudo_[71].
-
-Da altro Registro del Re Roberto dell’anno 1324 risulta che fu da lui
-scritta al Giustiziere della Terra di Bari Lettera Regia, colla quale
-gli disse che Fra Bernardo _de Bellaffario_ Luogotenente del Priore
-dello Spedale di S. Giovanni Gerosolimitano di Barletta gli aveva
-esposto che _Castrum Guaralionem[72] in decreta tui Justitiariatus
-Provincia situm_ era franco dal pagamento del servizio militare
-per concessione e privilegio ottenuto dall’Imperatore Errico. Che
-avendo quindi dimandato di godere di tale franchigia, diè il Re le
-disposizioni opportune[73].
-
-Un altro Registro Angioino di cui non si sa l’epoca contiene una
-informazione presa di tutti li Feudatarj e Baroni della Terra di Bari
-per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo. In
-cotesta informazione si legge ciò che siegue: _Et in Guaranione invenit
-idem Commissarius quod locus Guaranioni est Hospitalis Sancti Joannis
-Jerosolimitani de Barolo, et dictum Hospitale est immune a servitio
-pro eodem loco: tamen invenit ipsum locum valere Per annum uncias
-triginta_[74]-[75].
-
-Non si conosce come il Castello del Garagnone sia uscito dalle mani
-dell’Ordine Gerosolimitano. È sicuro però che ne’ tempi posteriori è
-stato posseduto in feudo da diverse persone, e fino ai nostri giorni ha
-ritenuto sempre, come attualmente anche ritiene lo stesso nome, il che
-lo compruovano li seguenti notamenti del _Cedolare_ della Provincia di
-Bari che si conservano nel Grande Archivio.
-
-Nel Cedolare dell’anno 1500 si legge il Duca di Gravina Possessore
-del _Garignone_. Nell’anno 1528 fu conceduto a _Filiberto de Chalon
-Principe di Orangia_ lo stato di Gravina _et Castrum Garignoni_.
-Nell’anno 1536 passò il feudo del _Garagnone_ a Fortunato Grimaldi
-che fu per esso tassato in adoa. Nell’anno 1615 si vede tassato in
-adoa Ercole Grimaldi _pro Castro Garagnoni inhabitato_. Nell’anno 1643
-il Principe di Cellamare acquistò _Castrum Guaragnone inhabitatum_.
-Nell’anno 1705 D. Giulia Nicastro acquistò _Castrum Guaragnone_.
-Nell’anno 1710 Tommaso Mazzaccara acquistò il detto _Castrum
-Guaragnone_. Alla Famiglia Mazzaccara dopo l’abolizione della feudalità
-è stato il Garagnone spropriato dai suoi creditori.
-
-Ha quindi errato Luca Olstenio allora che ha detto che l’antica città
-della Peucezia denominata _Silvium_ stava nel sito denominato il
-_Gorgoglione_. Cotesto errore di nome la trasporterebbe nel centro
-della Basilicata, molto lungi da quella linea che si trova indicata da
-Strabone, dall’Itinerario di Antonino e dalla Tavola Peutingeriana, la
-quale corrisponde perfettamente al _Castello del Garagnone_.
-
-Non manco quì di osservare che mentre Strabone indica _Silvio_ come
-l’ultima città della Peucezia dal lato meridionale, Tolomeo la estese
-fino a Venosa[76]. Plinio però situò questa città nella Daunia, poichè
-disse: _Dauniorum coloniæ Luceria, VENUSIA, Oppida Canusium, Arpi_[77].
-Al contrario il Poeta Orazio ch’era Venosino e meglio di ogni altro
-esser poteva informato delle cose della sua Patria, pose in dubbio se
-questa apparteneva alla Puglia o alla Lucania
-
- . . . . . _sequor hunc Lucanus an Appulus anceps_,
- _Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus_
- _Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis:_
- _Quo ne per vacuum Romano incurreret hostis;_
- _Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum_
- _Incuteret violenta_[78].
-
-Ciò per altro nulla pregiudica l’argomento che mi ho proposto. L’ultima
-città della Peucezia dal lato meridionale o che sia stata Venosa o che
-sia stata Silvio, sarà sempre vero che la città di Ruvo abbia formato
-parte di essa, poichè Silvio (oggi il castello del Garagnone) è circa
-venti miglia al di là di Ruvo, e Venosa circa quaranta miglia. Rimane
-ora ad esaminarsi il confine occidentale dell’antica Peucezia, ov’era
-in contatto colla Daunia, onde vedersi che da quel lato era Ruvo
-l’ultima città della stessa.
-
-Prese la Daunia il suo nome da _Dauno_ valoroso Principe Illirico,
-il quale obbligato a lasciare il suo Paese a causa delle sedizioni
-insorte, venne a stabilirsi nella Puglia, e colla forza delle armi
-si costituì una dominazione. Capitò dopo di lui nella stessa Regione
-anche Diomede insigne Guerriero uscito dalla famosa scuola di Chirone.
-Dopo aver egli comandati gli Argivi nella Guerra di Troja, ed essersi
-distinto con belle ed ardite azioni, fu costretto anche ad allontanarsi
-dalla sua Patria.
-
-Tra le favole Omeriche vi è anche quella che mentre Diomede si batteva
-con Enea con superiorità e vantaggio sul campo di battaglia sotto
-Troja, la Dea Venere per salvare il proprio figliuolo dal periglio in
-cui lo vedeva, lo circondò di una nube, e Diomede osò di ferir la Dea
-in una mano. Ma questa si vendicò della ingiuria ricevuta, perchè al
-di lui ritorno dalla Guerra di Troja gli fece trovare la sua moglie
-adultera per essersi invaghita di Cillabaro. Si dice quindi che per
-tal cagione non abbia Diomede voluto più rivedere la sua Patria, e dopo
-esser stato bersagliato anche nel mare con furiose tempeste, mercè la
-protezione di Minerva sbarcò nella Puglia, fece amicizia con Dauno, lo
-ajutò nelle guerre ch’ebbe costui a sostenere, divenne di lui genero,
-ed acquistò la dominazione di una parte della Daunia.
-
-Strabone dunque dopo di aver parlato della Peucezia nel luogo innanzi
-riportato, continua a dire: _Contigua est Dauniorum Regio: insequuntur
-Appuli, cum Frentanis. Necesse est autem, cum non nisi priscis
-temporibus Peucetiorum, et Dauniorum nomina usurparint incolæ: sed
-omnis ista Regio Apuliæ nomine fuerit comprehensa, nec nunc quidem
-fines istarum gentium certo posse describi: itaque neque nobis quidquam
-de his adseverandum_. Con ragione fa quì menzione della incertezza de’
-confini tra le due Regioni, poichè si è veduto innanzi che anche al
-tempo di Tolomeo che visse assai dopo di Strabone, era tuttavia incerto
-se Venosa fosse appartenuta alla Peucezia o alla Daunia.
-
-Niuna incertezza però vi poteva o vi può essere circa il confine
-occidentale della Peucezia colla Daunia, di cui sto ragionando, poichè
-Tolomeo, come innanzi si è detto, protende la Peucezia fino alla foce
-dell’Ofanto, e da ciò che Strabone seguita a dire chiaramente risulta
-anche fino a qual punto la Daunia si estendeva da quel lato. _A Bario
-ad Aufidum flumen, super quo Canusium jacet emporium, stadia CCCC.
-Ad ipsum emporium a mari adverso amne stadiorum sex navigatio[79]. In
-propinquo est Salapia Argyripensium navale. Etenim non procul a mari
-in planicie sitæ sunt duæ urbes, quæ, ut ambitus earum docent, quondam
-Italicarum fuerunt maximæ, Canusium, et Argyripa: nunc eæ sunt minores.
-Quæ nunc Arpi principio Argos Hippium, deinde Argyripa nominata fuit.
-Utramque Diomedes fertur condidisse, campusque, et multa alia extant
-vestigia, quæ Diomedis in ea regione fuisse testantur dominationem,
-utpote Luceriæ (quæ et ipsa antiqua Dauniorum urbs, hodie humilis
-est) vetusta donaria in fano Minervæ: et in vicino mari duæ sunt
-insulæ Diomedeæ appellatæ, quarum colitur altera, alteram esse ferunt
-desertam[80]; in hac nonnulli fabulantur Diomedem e medio sublatum,
-ejusque socios in aves mutatos, etiamnum quodammodo superesse, et vitam
-vivere humanæ æmulam ratione victus, et comitate erga homines probos,
-fugaque flagitiosorum_[81]-[82].
-
-Situa quì dunque Strabone due città edificate da Diomede nella Daunia,
-una sulla dritta e l’altra sulla sinistra dell’Ofanto, cioè _Argiripa_
-e _Canosa_, e fa indi menzione anche del _Campo di Diomede_. Era questo
-poche miglia lungi da Canosa verso il mare nel sito del Villaggio
-di Canne reso celebre dalla sanguinosa sconfitta che diè Annibale ai
-Romani. Di questo campo appunto ove seguì la terribile battaglia che
-compromise la sorte di Roma, parlò Livio nel riportare la predizione
-che si trovò scritta ne’ libri di Marcio da lui chiamato _Vates
-Illustris_ ne’ seguenti termini: _Amnem Trojugena Cannam Romane fuge,
-ne te alienigenæ cogant in Campo Diomedis conserere manus. Sed neque
-credes tu mihi donec compleveris sanguine campum, multaque millia
-occisa tua deferet amnis in pontum magnum ex terra frugifera piscibus,
-atque avibus, ferisque, quæ incolunt terras, iis fuat esca caro tua,
-nam mihi ita Jupiter fatus_[83].
-
-Arnobio anche dice: _Diomedis campi Romanis cadaveribus aggerati
-sunt_[84]. E Silio Italico: _Infaustum Phrygiis Diomedis nomine
-campum_[85]. Ed in altro luogo dice che Paolo Emilio per dissuadere
-l’altro Console Varrone dal dar la battaglia, gli ricordava le sinistre
-predizioni che vi erano sull’esito di essa, e gli teneva il seguente
-discorso
-
- _Jamque alter tibi, nec perplexo carmine coram_
- _Fata cano vates, sistes ni crastina signa,_
- _Firmabis nostro Phœbeæ dicta Sibillæ_
- _Sanguine; nec Graio posthac Diomede ferentur,_
- _Sed te, si perstas, insignes nomine Campi_[86].
-
-Or se secondo Strabone la Puglia Daunia dal lato orientale, col quale
-confinava colla Puglia Peucezia terminava al di là dell’Ofanto nella
-città di Canosa e nel villaggio di Canne, ov’era precisamente il campo
-di Diomede, è conseguenza che la città di Ruvo, sita venti miglia
-al di là di Canosa e di Canne, era la prima città della Peucezia che
-s’incontrava nell’andare da Roma a Brindisi, e l’ultima nel venirsi da
-Brindisi a Roma.
-
-Non altrimenti disse Plinio. Dopo aver egli parlato della spiaggia
-marittima della Peucezia fino a Bari, giacchè altre città marittime
-non vi erano in quel tempo dopo di Bari, passa a dire: _Hinc Apulia
-Dauniorum cognomine a Duce Diomedis socero, in qua oppidum Salapiæ
-Hannibalis meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria, amnis Cerbalus
-Dauniorum finis: portus Agasus, promontorium Montis Gargani a
-Salentino, sive Japygio CCXIV M. pass. ambitu Gargani: Portus Garnæ,
-Lacus Pantanus, flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum: itemque
-Larinatum Cliternia: Tifernus amnis. Inde Regio Frentana. Ita Apulorum
-genera tria: Teani duce e Graiis. Lucani subacti a Calchante, quæ loca
-nunc tenent Atinates. Dauniorum præter supra dicta Coloniæ Luceria,
-Venusia, Oppida Canusium, Arpi, aliquando Argos Hippium Diomede
-condente, mox Argyrippa dictum_[87].
-
-Separa allo stesso modo Tolomeo la Puglia Peucezia dalla Puglia Daunia
-con avere indicata Canosa come l’ultima città della Daunia. _Apulorum
-Dauniorum in Jonio pelago Salpiæ, Sipus, Apenestæ, Garganus mons.
-Apulorum Peucetiorum in Jonio pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis
-ostium. Apulorum Dauniorum mediterraneæ civitates Theanum, Nuceria
-Apulorum, Vibarnum, Arpi, Erdonia, Canusium. Apulorum Peucetiorum
-mediterraneæ civitates Venusia, Celia_[88].
-
-Giulio Frontino similmente comunque la Daunia l’abbia chiamata
-_Provincia Apuliæ_ e la Peucezia l’abbia inclusa nella Provincia
-di Calabria, l’agro _Canosino_ lo riportò nella prima, e l’agro
-_Rubustino_ nella seconda. Or se rimane concludentemente dimostrato
-che la città di Ruvo era nella Peucezia e di Greca fondazione, non
-vi può esser dubbio sulla sua origine Arcadica, poichè costa che gli
-Arcadi occuparono quella Regione prima della Guerra di Troja, e vi si
-sostennero, per cui ritenne sempre la stessa il nome di _Peucezia_
-preso da quello del Condottiere degli Arcadi ed altre genti del
-Peloponneso che vennero ivi a stabilirsi. Onde con ragione disse
-Strabone: _Incolæ ex Arcadia videntur immigrasse_.
-
-
-
-
-CAPO IV.
-
-_Li pregevoli vasi fittili ed altri oggetti di belle arti
-antiche trovati in Ruvo, confermano vie più la sua origine Arcadica._
-
-
-Di quando in quando si sono trovati in Ruvo vasi fittili Italo-Greci.
-Da principio gli faceva scuoprire solo l’azzardo. I vasi rinvenuti a
-questo modo non han potuto esser molti, e da que’ villani non erano
-prezzati. Nella mia giovanile età mi dicevano i vecchi che gli uomini
-di campagna, i quali nello scavare il terreno trovavano gli antichi
-sepolcri, crucciati che in vece di trovarvi moneta, trovavano vasi di
-creta, gli rompevano colle zappe! Di quì è che ne’ fondi suburbani,
-ove i sepolcri sogliono trovarsi, si vedono disseminati nel terreno non
-pochi pezzi di vasi antichi rotti ed infranti. Quanto i tempi ora sono
-cangiati! Son oggi que’ popolari in tanta prevenzione che credono di
-doversi convertire in oro ogni pezzo di creta antica qualunque!
-
-La Gente colta di quella città rese avvertiti i villani che questi
-oggetti avevano anche un valore. Quindi li pochi vasi che si trovavano
-cominciarono ad essere rispettati. Mi dicevano i vecchi che se
-n’erano anche venduti ai forestieri che capitavano in Ruvo. Ma di
-qual merito essi abbiano potuto essere s’ignora perfettamente. E se
-sono stati pubblicati si è mancato d’indicarsi il luogo ove sono stati
-rinvenuti. Ne’ vasi pubblicati da Lord Hamilton ve ne ha uno di ottimo
-pennello che rappresenta Bellerofonte montato sul Pegaso che combatte
-la Chimera. Ho io un altro vaso trovato in Ruvo che rappresenta la
-stessa favola. Allora che mi venne sotto gli occhi il rame del vaso di
-Hamilton non potei non rimaner colpito dalla perfetta simiglianza che
-lo stesso ha col mio.
-
-Variano li due vasi soltanto nelle deità presenti al combattimento,
-e tali variazioni sono state familiari ai Pittori tanto antichi che
-moderni, quando hanno replicato lo stesso soggetto. Ma le tre figure
-di Bellerofonte, del Pegaso e della Chimera sono talmente tra loro
-conformi che bisogna per necessità convenire di esser stati ambi i
-vasi dipinti dalla stessa mano e sul medesimo modello. Come altrimenti
-potersi trovare nell’uno e nell’altro una perfetta identità del
-disegno, delle figure, delle fisonomie, delle stature, de’ contorni e
-di tutte le più minute circostanze? Debbo credere quindi che il vaso di
-Hamilton sia stato trovato anche a Ruvo, e sia uno di que’ vasi i quali
-sono stati pubblicati senza che siasi conosciuto o indicato il luogo
-ove si son trovati.
-
-Il primo che cominciò in Ruvo a fare dei scavamenti per ispecolazione
-fu un Prete chiamato D. Giuseppe Adessi di talenti non volgari,
-ma strani abbastanza. Tra i vasi da lui rinvenuti ve ne furono de’
-buoni, ma non di prim’ordine per quanto ne ho inteso. Non si conosce
-tampoco quali questi siano stati, e se siansi pubblicati. Ne ritrasse
-da essi un guadagno che se avesse saputo conservarlo, avrebbe potuto
-estendere vie più la sua specolazione, la quale in quell’epoca non
-aveva competitori. Le sue ricerche però non poterono andare molto
-innanzi, perchè gli mancavano i mezzi. A buon conto fino al primo
-decennio di questo secolo il nome della città di Ruvo era sconosciuto
-all’Archeologia, e de’ vasi fittili Ruvestini non si aveva veruna
-opinione perchè quando anche fossero stati pregevoli, non si conosceva,
-o non veniva indicato il luogo ove si erano rinvenuti.
-
-Li primi vasi di Ruvo che fecero moltissimo rumore per la loro somma
-eleganza e bellezza, e per la importanza delle cose in essi dipinte
-gli trovò nell’anno 1810 un artigiano chiamato Rinaldo di Zio nello
-scavare le fondamenta di una casa a non lunga distanza dalle antiche
-mura della città nel largo detto di _Porta Nuova_ o di _Porta di Noja_,
-della quale parlerò in seguito. Informato il Governo di allora di
-cotesta importante scoverta fu il de Zio obbligato ad esibire i vasi
-da lui rinvenuti con averne ricevuto un compenso soverchiamente parco.
-Si trovarono questi di un pregio così sublime che furono ritenuti per
-ornamento del Real Palagio. Ma negli avvenimenti dell’anno 1815 furono
-trasportati nella Germania, ed ora per quanto ne ho inteso, insieme
-con altri pregevoli vasi trovati anche allora a Canosa, sono nel Museo
-di S. M. il Re di Baviera amantissimo degli oggetti delle belle arti
-antiche.
-
-La scoperta de’ vasi suddetti di un ordine assai superiore a quelli
-che per lo innanzi si erano in Ruvo rinvenuti, e ’l rumore sparso, non
-privo di fondamento per altro, che nello stesso sepolcro si fossero dal
-de Zio trovati anche altri oggetti preziosi di non lieve valore, pose
-in fermento lo spirito de’ Ruvestini. La specolazione de’ scavamenti
-cominciò allora a porsi in moda; ma nell’anno 1822 giunse al furore
-e fu portata ad un punto da non potersi oltrepassare. Costano questi
-un poco soverchio attesa la qualità del terreno tutto pietroso, il
-quale non si può smuovere e profondare senza moltissimo travaglio.
-Gli antichi sepolcri di Ruvo, ove i vasi si trovano, sono tagliati
-ed incavati nel vivo sasso di maggiore o minore ampiezza secondo la
-qualità della persona sepolta, e la quantità degli oggetti che vi si
-riponevano.
-
-Quelli che si son trovati ne’ sepolcri Ruvestini sono stati i seguenti,
-cioè vasi fittili, idoletti ed altri lavori di creta, vasi, idoletti
-ed altri oggetti di bronzo, qualche vasellino di alabastro, e più
-frequenti quelli di vetro colorato di molta bellezza, cimieri, corazze,
-gambali, lance, spade, frecce, morsi di cavalli, e nella mia collezione
-ho anche una colonnetta di avorio di elegante lavoro. Si sono trovati
-anche oggetti di argento e di oro specialmente di ornamenti muliebri,
-e nel Real Museo vi è una collana d’oro ivi rinvenuta e molto ben
-conservata, di squisito lavoro.
-
-Cotesti sepolcri incavati nel vivo sasso venivano coperti con una gran
-tavola di pietra o con più tavole unite insieme ove una sola non fosse
-stata sufficiente. Or per potersi portare gli scavamenti fino al vivo
-sasso, ove i sepolcri sono incavati, si deve durare non poco stento.
-Molta è la resistenza che oppone il terreno di sua natura pietroso.
-In que’ luoghi poi, ne’ quali nel corso di tanti secoli i riempimenti
-di terra, di pietre o di sfabbricine sovrapposti sono stati maggiori,
-si è dovuto scavare fino a venti, ventiquattro e trenta palmi di
-profondità. Il farsi quindi cotesti scavamenti all’azzardo, e senza
-veruna sicurezza di trovarvi de’ sepolcri, sgomentava in certo modo i
-specolatori.
-
-Per potersi perciò più agevolmente sostenere la spesa non indifferente
-che per essi occorreva si formarono diverse compagnie, le quali
-scavarono da capo a fondo quasi tutti i terreni suburbani, ne’ quali
-sogliono trovarsi tanto i sepolcri che i sepolcreti. Era tanta quindi
-la quantità degli operaj impiegati a questa operazione e della gente
-che vi accorreva per curiosità, che i contorni della città presentavano
-l’aspetto di una fiera. Questa folla richiamava anche li venditori di
-frutta, di comestibili e di vino per ismaltire le loro merci. Spesse
-volte avveniva che si scuoprivano le tracce de’ sepolcri verso la sera.
-Si proseguivano allora gli scavamenti colle fiaccole accese, onde i
-sepolcri scoverti non fossero stati la notte da altri vuotati, e la
-campagna suddetta si mostrava in più luoghi illuminata.
-
-Questo furore fece ivi disotterrare tanti capi d’opera che hanno
-destata l’ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, ed hanno reso
-illustre il nome di una città ad essi per lo innanzi presso che ignoto.
-Se tutti i vasi trovati in Ruvo coi scavamenti suddetti si fossero
-riuniti in una sola Collezione, non so se avrebbe potuto questa esser
-pareggiata da qualunque altra Collezione tanto pe ’l numero che per
-la eccellente qualità e varietà de’ vasi. Essendo stati però cotesti
-scavamenti suggeriti dallo spirito d’interesse e dalla speranza del
-guadagno, non era d’attendersi da coloro che si rendevano proprietarj
-de’ vasi suddetti questo sentimento sia patrio, sia letterario.
-
-Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che questi tesori
-sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali gli avrebbero fatti
-passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure che l’onore
-e ’l vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria, com’era
-avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistargli tutti,
-quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un privato
-non prevenuto e non preparato ad un avvenimento straordinario che fece
-uscire in poco tempo dalla terra migliaja di oggetti, i quali avrebbero
-potuto gradatamente esser tratti fuori di essa nel corso di lunghissimi
-anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto: nel che
-fui secondato anche dal mio fratello Giulio ch’era animato dagli stessi
-sentimenti, e prematura morte mi ha rapito.
-
-Mi convenne nondimeno superare fortissimi ostacoli i quali furono i
-seguenti. In mezzo a tanto bisbiglio e molto più ne’ scavamenti che
-seguivano in tempo di notte una porzione de’ vasi che si rinvenivano
-era fraudata o dagli operaj adoperati, o da alcuno degli stessi socj
-lasciato a sorvegliargli. Se la scoverta di tanti pregevoli monumenti
-fu di molto utile all’Archeologia e di sommo onore della mia patria,
-non è meno vero però che lo spirito d’interesse che aveva provocati
-gli scavamenti suddetti portò molta corruzione nella morale del Popolo
-Ruvestino. Ne seguiva da ciò che i vasi fraudati a questo modo non si
-volevano vendere ai proprj concittadini, onde le fraudi commesse non
-si fossero scoverte, ma si mandavano a vendere di nascosto ne’ paesi
-convicini. Coloro che gl’incettavano gli vendevano ai specolatori,
-dalle mani de’ quali mi è convenuto ricuperarne parecchi che non erano
-a lasciarsi; ma il maggior numero di essi probabilmente è passato
-all’Estero.
-
-Per gli altri vasi poi que’ proprietarj di essi che sentivano qualche
-amore di patria ci preferivano volentieri nel vendergli, perchè
-sapevano bene che da noi non si compravano per ispecolazione, ma bensì
-per conservargli e dedicargli all’onore della stessa. Altri però erano
-a ciò negati, malgrado che si fossero da noi pagati assai meglio
-di quello che si pagavano dai specolatori, e questa verità è stata
-confessata dagli stessi Ruvestini. L’unico principio di tal ripugnanza
-era che vi ha degli uomini specialmente ne’ piccioli paesi, i quali non
-sanno che invidiare negli altri quella elevatezza di pensare di cui non
-son essi capaci. Il che mi ha obbligato sovente a ricomprare a prezzo
-ben caro dai Rivenditori diversi vasi che credei meritevoli di essere
-conservati. Conto tra essi quelli che rappresentano la disfida tra
-Marsia ed Apollo, e ’l Ratto di Proserpina tentato da Teseo e Piritoo
-rimasti spogliati delle loro vesti, ed incatenati da una Furia, quali
-due vasi sono bellissimi.
-
-È quì anche d’aggiugnersi che ne’ sepolcri grandiosi di Personaggi
-illustri presso che tutti i vasi e vasellini che si trovavano erano
-pregevoli. Ma ne’ sepolcri delle persone mediocri il numero maggiore di
-essi era di poca o di niuna considerazione. Ma spesse volte tra tante
-cose di niun pregio vi era anche qualche oggetto che meritava di essere
-acquistato da chi si aveva proposto non già di avere una partita di
-vasi Ruvestini; ma bensì di formarne una collezione compiuta, la quale
-esige una maggior ricchezza specialmente nella moltiplicità, e varietà
-delle forme, de’ modelli, de’ disegni, e dello stile di dipingere che
-ne’ vasi di Ruvo è anche vario secondo la diversità sia delle scuole,
-sia del tempo in cui furono dipinti.
-
-Era però impossibile il far la scelta di que’ pezzi che si volevano.
-Bisognava o comprar tutta la partita, o lasciarla. Spesse volte per
-qualche testa pregevole di uomo, o di animale, o per qualche vaso,
-o vasellino di nuova forma, e di singolar bellezza mi è convenuto
-prendere una intera partita, la di cui massima parte ho dovuto buttarla
-per vilissimo prezzo, giacchè se avessi voluto conservare tutti i vasi
-che ho comprati per tal causa, mi sarebbe stato di molto imbarazzo
-il dare ad essi un luogo. Mi portava ciò ad un forte sbilanciamento
-di spesa che più di una volta mi ha messo in una positiva strettezza,
-onde non perdere le occasioni che mi si presentavano di arricchire la
-Collezione che mi aveva proposto di formare de’ migliori, e più scelti
-oggetti che avessi potuto.
-
-A tal modo, ed a traverso de’ predetti ostacoli è riuscito a me, ed al
-fu mio fratello Giulio di acquistare tanti vasi Ruvestini, quanti sono
-stati bastanti ad illustrare la nostra Patria, ed a rendere pregevole
-una privata Collezione. Posso poi dire francamente, e senza tema di
-esserne redarguito che niun’altra Collezione forse può pareggiarla pe
-’l numero, e per la diversità, e qualità de’ bicchieri detti _Rhyton_
-de’ quali è la stessa doviziosamente fornita, poichè in niun’altra
-delle antiche città Greche dell’Italia se ne son trovati tanti, e
-di tante diverse specie, quanti in Ruvo. Se tutti i bicchieri ivi
-rinvenuti non si fossero sparpagliati, e moltissimi di essi non fossero
-passati all’Estero, qual collezione spettacolosa avrebbero potuto
-formare! Gli stessi scavamenti Nolani che sono stati i meno sterili
-di questi pregevoli oggetti, non ne hanno dati che pochi, e di specie
-limitate, e non così varie come quelli di Ruvo.
-
-Vi sono quindi nella nostra Collezione molti bicchieri con teste umane,
-tra le quali anche di Etiopi. Tra queste ve ne ha una bellissima di
-Ercole coperta dalla pelle del Lione da lui ucciso. Ve ne sono anche
-con teste di Satiri. Molte teste di bue, di vacche e di vitelli, di
-montoni, di castrati, e di pecore, molte di capre, di cani di diverse
-specie, e di volpi, due di cinghiali, ed una di porco, tre di cervi, e
-due di daini, tre di mule, una di cavallo, una di lione, una di tigre,
-ed una di scimmia, due bicchieri sostenuti da coccodrilli, e due da
-dragoni, tre altri con teste di grifo, uno sostenuto da Scilla coi suoi
-due cani fatti a rilievo, un altro sostenuto da una sfinge. Vi sono
-inoltre vasellini per liquori coi seguenti animali, uno con un uccello,
-un altro con un delfino, uno colla testa di un gatto, un altro con
-quella di un vitello, ed un altro con quella di un grifo, due lioncini
-interi, due cani leporieri interi, due vitelli anche interi coricati a
-terra, un coniglio, una rana, ed un graziosissimo Sileno. Oltre però
-le dette teste, e vasellini fini, e tutti colorati, vi ha anche una
-gran quantità di teste rustiche tanto umane che di animali dette _terre
-cotte_[89].
-
-Non è intanto quì ad omettersi che uno de’ già detti bicchieri da me
-acquistati ci fa apprendere una usanza degli antichi, la quale non mi è
-occorso finora di rilevarla da alcuno degli antichi Scrittori Greci, e
-Latini che ho letti. Ci fa sapere Anacreonte che ai cavalli si apponeva
-il marchio alla coscia
-
- _Equi solent inustum_
- _Coxis habere signum_[90].
-
-Si legge in Apulejo _Nec non et equum illum quoque meum notæ dorsalis
-cognitione recuperavimus_[91]. Il chiarissimo Canonico Mazocchi
-ha dette molte belle cose sui cavalli denominati _Koppatias_, e
-_Samphoras_ dal marchio rispettivo che avevano alla coscia in lettere
-greche[92].
-
-Tra i miei vasi ve ne ha uno di forma bellissima, e di egregio
-pennello che rappresenta il corso animatissimo di quattro quadrighe
-che girano intorno a quattro colonne a tutta scappata. Due de’ cavalli
-delle quadrighe suddette hanno il loro marchio alla coscia dritta.
-Uno di essi è quello di un pesce, e può ciò farlo credere un cavallo
-Tarantino, poichè nel maggior numero delle monete Tarantine vi è il
-Delfino, ed al rovescio un cavaliere in varj atteggiamenti per indicare
-quanto i Tarantini valevano nell’esercizio dell’equitazione e nelle
-manovre di cavalleria. L’altro ha il marchio che forma un globetto di
-figura sferica con due linee circolari ed in mezzo una crocetta. Lascio
-agli Archeologi l’investigare a quale delle Regioni riputate dagli
-antichi Scrittori per i buoni cavalli che producevano abbia potuto
-appartenere il cavallo marchiato a questo modo.
-
-Parla anche Virgilio del marchio che si apponeva al bestiame
-
- _Aut pecori signum, aut numerum impressit acervis_[93]
- _Post partum cura in vitulos traducitur omnis,_
- _Continuoque notas, et nomina gentis inurunt_[94].
-
-Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano ai
-muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia, come si
-pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso degli altri
-Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo ha fatto
-apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io posseggo, la
-quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra.
-
-Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di Ruvo
-non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità
-delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli
-e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia
-degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi,
-e spesso anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano
-volentieri ne’ vasellini delle altre antiche città Greche. Io ne
-ho riuniti moltissimi veramente vistosi. Ma quanti altri han dovuto
-scapparmi!
-
-Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per una
-doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche
-trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici
-di quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri.
-La seconda perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella
-stessa creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che
-attualmente si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa
-creta che dà oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a
-lavorare vasi di creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti
-forme, ricercati specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima
-Provincia di Basilicata. Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli
-Antichi, poichè come bene osserva Cornelio Tacito _Sed nostra quoque
-æetas multa laudis, et artium imitanda posteris tulit_[95].
-
-Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile,
-e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza,
-e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero _non manierato_.
-Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in Napoli
-per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi
-anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce
-così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza, ed
-importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo
-Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere
-anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo ove io
-lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di essi che
-mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza
-Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di Ruvo.
-
-Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa
-attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti
-nelle mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero.
-Quest’oggetto fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide
-misure tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si
-ammirano non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati.
-Hanno questi riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che
-vi era di scelti vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza.
-Ha fatto inoltre il Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto
-proprio non senza un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno
-essi fruttato al detto Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una
-Commissione incaricata di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti
-pregevoli di antichità che si trovano non siano venduti agli Esteri
-senza la intelligenza della Direzione del Real Museo. È tutto ciò
-risultato a sommo onore della nostra città, ed ha pienamente appagati i
-miei voti.
-
-Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica
-Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico D.
-Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di una
-casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini.
-Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di
-pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto
-in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del
-sepolcro. Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi
-oggetti che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona
-distinta. Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti
-trovati nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza.
-
-Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla
-massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto
-giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che
-i due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove
-giovani donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si
-trovò mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane
-danzatore. Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che
-regola la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona
-la lira.
-
-Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una lunga
-tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa e le
-spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il taglio,
-e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati di
-strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo hanno
-la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color
-rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle
-tempia. Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due
-giovani vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la
-quale è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto
-i due giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra,
-blanda, seria, e molto grave.
-
-Di cotesta danza funebre il sig. _Raul-Rochette_ avendone avuta da Ruvo
-una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno
-1836[96]. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo genere.
-Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche dipinti
-ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son trovati
-con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa, e
-possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che avesse
-parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva per le
-mani lo avrebbe esatto.
-
-Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono
-le donne suddette, dice _Qui se tiennent par la main en dansant_.
-Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia,
-ed al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che
-viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle
-odierne scuole di ballo è chiamato _la catena_.
-
-Cotesto pregevole e singolare monumento non avrebbe dovuto muoversi
-dal sito ove fu trovato. Nel disfarsi la fabbrica venne per necessità
-a rompersi anche l’intonaco sul quale la danza suddetta era dipinta.
-Il quadro quindi perdè la sua unità, e soffrì molte lesioni. Non è
-poco che n’è di esso rimasto tanto quanto ha potuto dar luogo alle
-illustrazioni degli Archeologi.
-
-Io ne vidi in Ruvo i pezzi quando il guasto suddetto era già seguito,
-e non era più al caso di poterlo impedire. Il proprietario di essi
-ch’era molto mio amico gli offrì a me per quel prezzo che avessi
-creduto giusto. Io gli feci osservare che questi oggetti in mano di
-qualunque particolare sarebbero andati vie più in discapito, e lo
-consigliai che gli avesse offerti al Real Museo, ove si conosce assai
-bene l’arte di conservare le pitture di questa specie. Così egli fece,
-e debbo attendermi che l’Accademia Ercolanese dia una più compiuta
-illustrazione a questo pregevolissimo monumento, che ci ha messa la
-prima volta sotto gli occhi una danza funebre.
-
-Ne’ dipinti Ruvestini di prim’ordine è d’ammirarsi non solo la
-perfezione del disegno, la eleganza e la franchezza dello stile, ma
-anche la istruzione de’ dipintori. Le cose ricercate, e non ovvie che
-si vedono dipinte ne’ vasi di Ruvo esigevano uomini pienamente istruiti
-della Storia, della Favola, e della Mitologia. È anzi notabile che non
-isfuggivano al loro pennello le circostanze le più minute relative
-ai fatti, o alle persone che formavano il soggetto de’ loro lavori.
-Potrei ciò compruovarlo colle corrispondenti osservazioni su di molti
-vasi di Ruvo; ma mi limito a due soltanto che formano parte della mia
-collezione.
-
-In uno di essi è dipinto il combattimento ch’ebbe luogo sotto le mura
-di Troja tra il valoroso Achille e Pentesilea Regina delle Amazoni
-venuta in soccorso de’ Trojani, di cui parlò anche Virgilio nel libro I
-dell’Eneide vers. 494 e seguenti. _Quinto Smirneo_, detto anche _Quinto
-Calabro_ che si propose di supplire quelle cose che vedeva omesse nella
-Iliade di Omero, dopo aver delineata la somma bellezza, e ’l nobile
-portamento della Regina suddetta, non che le sue bravate, passa a
-descrivere l’armamento della illustre Guerriera allora che andò alla
-battaglia contro i Greci che assediavano Troja. Parte dell’armamento
-suddetto dice che lo formavano due giavellotti messi sotto lo scudo:
-_Mox ex aula prodire festinans duo sumpsit pila sub scuto._
-
-Guardandosi il vaso suddetto si vede in esso maestrevolmente rilevata
-la bellezza, e la maestà di Pentesilea, non che la qualità del di lei
-armamento nel modo preciso in cui si trova descritto da Quinto Smirneo.
-Nè furono obliati li due giavellotti, le aste de’ quali al di lei
-fianco sinistro si vedono uscire da sotto lo scudo amazonico lunato
-che tiene imbracciato, il che certamente costituisce una di quelle
-minutezze che pruovano la somma avvedutezza, ed istruzione del Pittore.
-
-Passa indi Quinto Calabro a parlare del colpo mortale della terribile
-asta di Achille che stramazzò la valorosa Guerriera, e dice così.
-
- _Illi enim accedenti graviter succensus Pelei filius:_
- _Et subito una cum ipsa transverberavit equi corpus,_
- _Veluti si quis verubus ad ignem flammantem_
- _Viscera transfigit, cœnam festine apparans._
- _Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo_
- _Penitus transadegit ementa hasta_
- _Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur[97]._
-
-Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che
-combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta
-di Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare
-avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di
-sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad
-incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo
-preciso descritto dal precitato Poeta.
-
-Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del
-pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era
-istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento
-della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della
-qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad
-un tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera.
-
-L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un letto
-elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la Dea
-coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha nelle
-mani la di lei famosa _zona_[98]. Le tre Grazie sono occupate al di
-lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani una
-ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta
-ha nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino.
-La terza curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che
-possa idearsi attende a calzarle una pianella molto elegante al piè
-dritto. Sotto il letto vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si
-vede un giovane guerriero nobilmente vestito con berretto frigio, ed
-elegantissimi calzari, il quale sotto il braccio sinistro ha due lance
-poggiate a terra ed inclinate sulla parte sinistra del petto, e della
-spalla. Si vede lo stesso confuso ed attonito che abbassa il viso,
-e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste che solleva colla mano
-dritta.
-
-Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal
-bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso
-che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida
-ove questi dimorava, fingendosi la figlia di _Otreo_ che aspirava alle
-di lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte
-nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il
-mattino si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito,
-ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col
-lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto
-minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato.
-
-Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato Inno
-di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti dal
-gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le
-sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza
-del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due
-minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla
-istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise
-nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a
-conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che
-abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che
-corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero
-
- _Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,_
- _Timuitque, et oculos declinando vertit alibi._
- _Iterum autem retro veste coopertus pulchram faciem,_
- _Et illam precatus, verba alata dixit etc._
-
-La seconda è che Omero nel descrivere la somma eleganza del letto di
-Anchise, rileva la seguente circostanza, cioè ch’era lo stesso coperto
-a questo modo
-
- _Vestibus mollibus stratum: et insuper_
- _Ursorum pelles jacebant, gravivocumque leonum,_
- _Quos ipse occiderat in montibus aliis._
-
-Nel vaso suddetto non si è omesso di dipingere anche maestrevolmente
-coteste pelli di fiere che si vedono delineate negli orli del letto
-sotto i ricchi pannamenti che lo cuoprono. Coteste minutezze pruovano
-che il Pittore che dipinse il vaso conosceva parola a parola l’Inno di
-Omero, e quindi si studiò colla massima accuratezza che il suo dipinto
-fosse stato una perfetta copia di esso.
-
-Ho voluto parlare di questo vaso anche perchè avendo permesso anni
-indietro ad un riputatissimo Archeologo Estero di prendersene il
-lucido, ho ritratto da questa mia condiscendenza un doppio dispiacere.
-
-Il primo e ’l più sensibile è stato quello di averlo veduto pubblicato
-come _une des productions de la ceramique grecque les plus elegantes
-qui soient encore sorties des fouilles DE NOLA_[99]! Il che mi ha molto
-e giustamente esacerbato, poichè si è tolto alla mia Patria il pregio
-di averlo prodotto, senza che abbia potuto capirne il perchè, avendolo
-io comunicato all’Editore come un vaso di Ruvo, e non già come un vaso
-di Nola.
-
-Il secondo è stato quello che la copia di esso non corrisponde affatto
-alla singolare eleganza, e bellezza dell’originale, la quale è rimasta
-diminuita per metà[100], come ne hanno convenuto anche tutti coloro che
-ne hanno fatto il confronto tra l’una e l’altro.
-
-Intanto non essendo rimasto contento tampoco della spiegazione
-data dal Sig. _Raul-Rochette_ al vaso suddetto, credo di aver detto
-abbastanza per rettificarla prendendo per guida il precitato Inno di
-Omero. Nondimeno vengo ad esporre anche i motivi per i quali credo
-che la spiegazione suddetta non possa essere adatta al dipinto del
-vaso di cui si tratta dal quale debbono partire tutte le osservazioni
-archeologiche.
-
-È chiaro che il precitato Archeologo trasportato dalla sua vasta
-erudizione si è impegnato in ragionamenti astrusi lasciando la via
-facile, e spianata che gli presentava l’Inno di Omero che non poteva
-certamente essergli ignoto. Si è da lui detto che nel vaso di sopra
-descritto vi è dipinta la _Toletta di Elena_, e che quel Principe
-Frigio che sta nell’atteggiamento innanzi cennato sia _Paride_.
-
-Ha poggiato cotesto suo avviso principalmente su quel luogo di Pausania
-ove sono riportati i dipinti del famoso Pittore Greco Polignoto che
-vi erano in un antico tempio al di sopra di Cassotide. Confesso però
-la debolezza de’ miei talenti. Non sono giunto a capire qual rapporto
-possa avere col dipinto del nostro vaso il luogo di Pausania a cui il
-Signor Raul-Rochette si è riportato. E perchè possa ognuno giudicare
-da se stesso se sia questo un mio travedimento, o un giusto concetto
-che presenta la cosa medesima, metto in nota le precise parole di
-Pausania[101].
-
-Ma prescindendo da ciò, come attribuirsi ad Elena quella colomba che
-si vede sotto il letto, la quale si sa ch’è l’augello di Venere? Come
-attribuirsi ad Elena la famosa _zona_ di Venere che l’ha nelle mani
-un amorino che svolazza sul capo della bellissima donna che siede sul
-letto? Sono cose queste che principalmente si notano nel nostro vaso,
-e dicono quello che non vi è certamente nel luogo di Pausania testè
-trascritto.
-
-Una migliore attenzione avrebbero dovuto riscuotere anche le tre
-giovanette occupate a vestirla ed adornarla. Il numero di esse indica
-le tre Grazie non solo secondo i Poeti, ma anche secondo lo stesso
-Pausania[102]. Ma le tre Grazie non sono state mai assegnate ad Elena,
-ma bensì a Venere. Lo ha detto lo stesso Greco Scrittore _Gratiæ vero
-Veneri præ ceteris Diis attributæ sunt_[103]. Ci fa Plinio inoltre
-conoscere che il valente Greco Pittore Nicearco dipingeva Venere sempre
-_inter Gratias, et Cupidines_[104]. È quindi risaputo che le Grazie
-erano sempre compagne di Venere, e che i templi dedicati ad Amore, ed a
-Venere lo erano ordinariamente anche alle Grazie[105].
-
-D’altronde come adattarsi a Paride quel contegno che si osserva nel
-Principe Frigio dipinto nel nostro vaso? Per qual ragione doveva Paride
-mostrarsi confuso, timido, e nell’atteggiamento di cuoprirsi il viso
-col lembo della sua sopravveste innanzi ad Elena ch’era la cagione di
-tutti i malanni di Troja? Quel contegno sta bene per Anchise rimpetto
-a Venere, come lo ha maestrevolmente descritto Omero, ma non già per
-Paride rimpetto ad Elena.
-
-Qual bisogno poi aveva Elena di far la sua toletta su quello stesso
-letto nel quale aveva la notte dormito? Le sarebbe mancata forse
-un’altra stanza più adatta all’uopo nell’ampia Regia di Priamo? Sta
-bene tal posizione a Venere per un doppio riflesso. Il primo perchè
-si trovava nella casetta di campagna di un cacciatore celibe, qual
-era Anchise, ove non vi potevano essere gabinetti opportuni per
-adornarsi le Principesse, e ’l Pittore si adattò maestrevolmente a tal
-circostanza.
-
-Il secondo perchè l’elegantissimo letto di Anchise dal quale Venere
-levossi si trovava particolarmente descritto nell’Inno di Omero, e
-quindi si vide il Pittore suddetto obbligato a farlo entrare anche nel
-piccolo quadro che imprese a dipingere, poichè il nostro vaso non è che
-un’urna di mezzana grandezza. Con molto ingegno quindi unì le due cose,
-e fece seder Venere su quello stesso letto che si aveva proposto di far
-entrare nel picciolo e ristrettissimo campo assegnato al suo pennello.
-
-Ma ove su quel letto in vece di Venere si faccia sedere Elena,
-l’ingegno del Pittore cadrebbe nel nulla, e la sua idea sarebbe troppo
-triviale, quasi che Elena nella grandiosa Regia di Priamo non avesse
-avuto altro luogo per adornarsi, e fare la sua _toletta_, che il
-proprio letto!
-
-Mi scuserà quindi il Sig. _Raul-Rochette_ se per questi ragionevoli
-motivi non ho potuto convenire nella spiegazione da lui data al
-pregevolissimo vaso Ruvestino, e non già _Nolano_, come a lui è
-piaciuto dire. Lungo poi sarebbe il descrivere la esattezza, e la
-minutezza degli altri vasi Ruvestini. Valga il giudizio che ne ha dato
-il chiarissimo Sig. _Millingen. Malgré le silence des Historiens à
-l’égard de cette Ville, ses monuments qui y ont été decouverts portent
-des temoignages incontestables de son opulence, et du gout éclairé de
-ses habitans pour les beaux artes_.
-
-_Les vases peints, dont la fabrique devait être à Rubi, rivalisent par
-leur grandeur, la varieté des formes, le nombre de figures, et le grand
-intérêt des mythes représentés avec les plus beaux de ceux jusqu’à
-présent connus. Des objets anciens en or, bronzes, et verres d’une
-grande beautè trouvés en meme tems prouvent que tous les artes y furent
-cultivés avec un egal succes_[106].
-
-Or la perfezione, e la bellezza de’ dipinti Ruvestini e degli altri
-oggetti di belle arti costituisce un altro non lieve argomento della
-origine Arcadica della nostra città. Dionigi di Alicarnasso seguitando
-a parlare de’ primi Arcadi che vennero a stabilirsi nella Italia
-con Oenotro, e Peucezio dice _Dicuntur etiam Graecarum literarum
-usum prædictæ Genti recens ostensum primi in Italiam transvexisse,
-instrumenta quoque musica, lyram, trigona, ac lydos: cum ad id temporis
-non nisi pastoralibus fistulis usi fuissent, nec ullo præter has
-invento musico: leges etiam tulisse, et vitam antea ferinam majori ex
-parte mitem, ac mansuetam reddidisse: sed et artes, et studia, multave
-alia emolumenta contulisse in publicum, et propterea gratiosi fuisse
-apud suos hospites_.
-
-È perciò che i vasi di Ruvo superano di gran lunga non meno per
-bellezza, e per eleganza, ma anche per istruzione i vasi della città
-di Canosa colla quale era confinante. Ho veduti ivi anche de’ vasi
-grandiosi per la loro mole come quelli di Ruvo; ma in generale son
-essi privi di quella ricchezza, e varietà delle favole che trabocca
-ne’ vasi Ruvestini, e di quella finezza di pennello, ed eleganza anche
-degli ornati de’ quali questi ultimi fanno larga pompa. È anche Canosa
-un’antica città Greca; ma fu fondata da Diomede, e non dagli Arcadi, i
-quali come più colti e più istruiti nelle scienze, e nelle belle arti
-le fecero meglio fiorire anche nelle città da essi fondate.
-
-Si aggiunga a ciò che tra gli oggetti fittili trovati in Ruvo sono
-state frequenti le teste del Dio Pane. Nella mia collezione ne ho due
-molto belle. Si sa che il Dio Pane era molto venerato dagli Arcadi. Lo
-stesso Dionigi di Alicarnasso nel luogo innanzi citato seguita a dire:
-_Arcadibus deorum antiquissimus, et honoratissimus est Pan_. Dice lo
-stesso anche Virgilio.
-
- _Pan Deus Arcadiæ venit, quem vidimus ipsi_
- _Sanguineis ebuli baccis, minioque rubentem[107]._
- _Pan Deus Arcadiæ captam te Luna fefellit_
- _In nemora alta vocans, nec tu aspernata vocantem[108]._
-
-Si legge inoltre presso Pausania: _Panos lapideum signum, cui Synois
-cognomentum a Synoe Nympha, quæ una cum ceteris Nymphis, et seorsim ab
-illis Pana creditur aluisse_[109]. Erano queste le Ninfe Arcadiche,
-dalle quali il Dio Pane si diceva educato. Ond’è che Natale Comite
-nella sua Mitologia dice di cotesto Dio: _Hunc memoriæ prodidit
-Pausanias in Arcadicis a Nymphis susceptum, et educatum, et a Synoe
-Nympha præcipue existimarunt antiqui. Pana Montium esse Præsidem,
-omniaque armenta, et greges, quæ in montibus vagarentur, in hujus
-esse tutela, quippe cum his ab Arcadibus fuisset in Menalo monte
-educatus_[110]. Dal che è a conchiudersi che gl’idoli del Dio Pane che
-si trovano in Ruvo confermano vie più la origine Arcadica della nostra
-città, la quale ritenne il culto di quella falsa deità che avevano gli
-Arcadi.
-
-Metto nella stessa linea il vedersi nelle antiche monete Ruvestine o
-le armi di Ercole, o Ercole medesimo col Lione Nemeo come si rileva
-dalle due tavole delle monete suddette innanzi premesse. Aggiungo che
-ne’ vasi fittili Ruvestini si trovano dipinti con frequenza i fatti
-di Ercole. Io ne ho più d’uno e tra questi un vaso coll’apoteosi di
-quell’Eroe elegantemente dipinta, oltre il bicchiere di cui innanzi
-ho parlato colla testa di Ercole di singolar bellezza. Ci fa sapere
-Diodoro Siculo che quell’Eroe aveva gli Arcadi _in perpetuam belli
-societatem_, e che fu da essi assistito anche nella spedizione contro
-i figliuoli di _Eurito_ chiamati _Toxeo, Molione_ e _Pizio_ che gli
-avevano negata Jole da lui presa per forza dopo avergli uccisi[111].
-Avevano quindi gli Arcadi un culto anche per Ercole, e vedendosi questo
-ritenuto tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini, conferma
-vie più la origine Arcadica della nostra città.
-
-Si sa che i Popoli tanto antichi che moderni nelle loro trasmigrazioni
-hanno portato sempre con essi quel culto che avevano nel loro Paese
-natio. Onde ben disse Dionigi di Alicarnasso che per conoscersi la
-origine Grechesca di una città, _Primum et præcipuum locum tribuo
-ceremoniis, quæ cuique Populo in colendis Diis et Geniis sunt Patriæ.
-Has enim diutissime servat tum Græca, tum barbara Natio, nec quidquam
-eis censent immutandum iræ divinæ metu_. Lo conferma coll’esempio di
-molti Popoli antichi rimasti tenacissimi nella osservanza del loro
-culto rispettivo[112].
-
-Osservo in fine che il massimo numero de’ bicchieri detti _Rhyton_
-rinvenuti in Ruvo in gran copia lo formano le teste di buoi, di vacche,
-di vitelli, di animali pecorini diversi, e di capre. Erano questi
-gli animali familiari agli Arcadi, i quali erano pastori. Amano gli
-uomini di avere sotto gli occhi quelli oggetti per i quali si sentono
-inclinati, molto più se questi costituiscono il loro comodo, e la loro
-agiatezza, come ben potevano costituirla gli animali suddetti nell’agro
-Ruvestino opportunissimo anche alla pastorizia. Quindi i bicchieri
-colle figure di cotesti animali che rendevano più liete le mense degli
-antichi abitanti della nostra città, contestano anche i loro costumi
-Arcadici.
-
-Chiudo il mio discorso sui vasi fittili di Ruvo colla seguente
-osservazione. Il Principe di Canino Luciano Buonaparte pubblicò
-mentr’era ancora in vita una porzione de’ vasi da lui trovati in
-grandissimo numero a Canino e Corneto, oltre quelli che sono stati
-pubblicati dall’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma. In uno
-di essi vi sono le seguenti lettere H E, le quali tanto da lui che da
-altri Dotti si sono credute le lettere iniziali del nome del Pittore
-che dipinse il vaso.
-
-Le stesse lettere si trovano in uno de’ miei vasi di Ruvo, il quale per
-la esattezza del disegno sembra delineato dal pennello di Raffaello. È
-in esso dipinta la favola del cieco Fineo liberato dalle Arpie dagli
-Argonauti. Si vede la nave _Argo_ ligata al lido del mare. Tra gli
-Argonauti sbarcati vi sono i due Guerrieri alati _Calai_ e _Zete_
-figliuoli di Borea, i quali spiegando in alto il volo colle loro armi
-impugnate, inseguono le Arpie. Fuggono queste spaventate portando nelle
-loro mani le cose rapite alla mensa che si vede imbandita innanzi al
-cieco Fineo che siede alla stessa.
-
-Non ha questo vaso veruna leggenda greca. Si vede bensì sul campo di
-esso dipinto un picciolo vaso della stessa forma del vaso principale
-rovesciato a terra. Sulla pancia di esso si leggono le stesse lettere
-H E che vi sono nel vaso del Principe Buonaparte di cui innanzi ho
-parlato.
-
-Se regge l’avviso che siano queste le lettere iniziali del nome del
-Pittore, pare che non sia improbabile che ambi i vasi han potuto esser
-dipinti dalla stessa mano. In generale i vasi di Canino e di Corneto
-non sono certamente migliori di quelli di Ruvo, ed in varie cose sono
-da essi superati[113]. Nel particolare poi il dipinto del vaso di Fineo
-è ben difficile che possa essere pareggiato. Un Pittore di un nome
-chiaro e riputato, qual essere doveva sicuramente l’autore del vaso di
-Fineo, ha potuto dipingere tanto nell’uno che nell’altro luogo come han
-fatto sovente anche i Pittori illustri de’ tempi a noi più vicini.
-
-Han potuto pure i vasi di Ruvo essere mandati altrove, come si sono
-trovati in Ruvo anche vasi di Nola, e di altri luoghi, e come si
-mandano oggi i vasi di porcellana o di alabastro da un paese all’altro.
-Ho buona ragione di credere che l’autore del vaso di Fineo sia stato
-un Pittore Ruvestino perchè la creta di esso è Ruvestina, e perchè ho
-avuti sotto gli occhi altri vasi trovati anche a Ruvo dello stesso
-stile. Conto tra questi un bellissimo unguentario scappato a me,
-ed acquistato dal Francese Sig. Durante nel quale era colla massima
-eleganza dipinto Bacco montato su di un Elefante con numeroso seguito
-di uomini, e di donne.
-
-Un altro unguentario assai più grande dello stesso stile forma parte
-della collezione della mia famiglia. È in esso dipinta con singolar
-maestria la disfida tra _Tamiri_, o _Tamiride_, e le Muse in presenza
-di Apollo. Vi sono anche delle leggende greche, ed è notabile che ha
-questo vaso conservate in gran parte le antiche dorature delle quali
-era fregiato.
-
-Non ometto che tanto nel vaso di Fineo, quanto nell’unguentario di
-Tamiri, e nell’altro unguentario di Bacco acquistato dal Sig. Durante,
-è a notarsi un raffinamento dell’arte col quale si è il pittore
-ingegnato di superare gli svantaggi inseparabili dalla dipintura
-sulla creta. Chi dipinge sulla tavola, sulla tela, sulla pietra, o sui
-metalli ha l’ajuto delle ombre, de’ chiaroscuri, delle mezze tinte, e
-di tutti gli altri mezzi dell’arte per dare alle persone ed alle cose
-ch’entrano nel quadro quella posizione che a ciascuna di esse conviene,
-per separare l’una dall’altra, e per far sì che la pittura produca
-l’effetto di presentarle all’occhio di chi le guarda nel posto di
-avanti, di dietro, di lato etc. come l’uopo lo esige.
-
-Questi mezzi mancano a chi dipinge sulla creta. Quindi invano si cerca
-cotesta illusione ne’ vasi fittili antichi. Malgrado ciò, l’autore de’
-vasi di Fineo, di Tamiri, e di Bacco si è ingegnato di supplire questo
-svantaggio per quanto ha potuto coll’aver data ai personaggi ed alle
-cose entrate nel quadro una posizione così ben calcolata e misurata,
-e così bene intesa che se l’effetto suddetto non lo ha conseguito in
-tutto lo ha sicuramente ottenuto in gran parte.
-
-
-DIGRESSIONE
-
-_Su di un pregevole vasellino di Ruvo falsamente attribuito ad altra
-città novella surta nell’agro Ruvestino._
-
-Per esaurire l’argomento che mi ho proposto nel presente capo mi rimane
-a rivendicare un pregevole vasellino reso famigerato dalla penna
-del nostro Letterato Grecista _Giacomo Martorelli_. Mentre cotesto
-vasellino appartiene anche alla mia Patria, lo ha costui con soverchia
-leggerezza, e colla sola forza di una immaginazione troppo riscaldata
-attribuito ad altra città, la quale con una vana e ben frivola
-millanteria lo ha spacciato come suo. Vero è di non essere questo che
-un picciolissimo oggetto al confronto di tanti capi-lavori de’ quali
-ha la nostra città arricchita l’Archeologia. Ma non fu mai cosa nè
-sensata, nè laudabile il vestire il corvo colle penne del pavone.
-
-Essendosi trovato nel territorio attualmente della città di Terlizzi un
-antico calamajo, diè lo stesso la occasione al Martorelli di scrivere
-un libro di due grossi volumi in quarto che porta il titolo _De Regia
-theca calamaria_. Le tante dotte superfluità ed inezie delle quali lo
-stesso è pieno fruttarono all’Autore un’aspra e severa critica ricevuta
-dai Letterati suoi contemporanei. È rimasta però impunita la sonora
-stravaganza in cui cadde nell’aver fondata su di questo vasellino
-la rimota antichità di una città surta ne’ tempi a noi più vicini, e
-quindi sconosciuta a tutti gli antichi Scrittori e Geografi! È tempo
-ora di far conoscere questa frottola per quello che vale. Credo di non
-poterlo far meglio che trascrivendo ne’ suoi precisi termini questo
-tratto di delirio di un uomo per altro dottissimo colle opportune
-osservazioni.
-
-_Prope urbem Turricium[114] hoc jam_ πολυβὸητον _vasculum anno 1745
-erutum est e veteri sepulcro, dum rusticus vir cum liberis paternum
-rusculum exercebat in vico, qui vulgo_ Mons viridis _nomine salutatur,
-nihilque longe abest a Trajana via. Turricium autem visitur quatuor
-millia pass ab Hadriæ mari: ab ortu Butuntum habet, ab occasu Rubos,
-quos Horatius in suo itinere meminit: ab arcto Melfictum, a meridie
-urbem, quæ vulgo audit_ Altus murus _(vetus nomen firment indigenæ).
-Turricium, licet multis nominibus urbs sit jam florentissima, majorem
-famam sibi conciliat eo quod hoc omnibus partibus insigne atramentarium
-dederit, ita ut Turricianum dicant universi: sane non una sunt oppida,
-quod monumentum vetustatis protulerunt, eorum rumor maxime incaluit,
-uti Eugubium et Heraclea, ambæ urbes ob tabulas illud Etruscas, hæc
-Græcanicas (quas Mazochius laborioso, atque affatim docto commentario
-condecorat), et Tiriolum oppidum ob æream laminam Bacchanaliorum festa
-vetantem, Matthæi Ægyptii nostri adnotationibus illustrem, ut reliqua
-taceam_[115]. _Scias nunc communi Italorum lingua appellari_ Terlizzo,
-_sed Populares vocitant_ Turrizzo, _et Turris est pro urbis signo_
-διακριτικῶ[116].
-
-_Ne credas Turricium inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis ignotum,
-nam a doctissimis viris duplex saxum summa fide exscriptum ad me
-transmissum est, in quorum primo, licet fragmentum sit, nec sententia
-ulla vigeat, tamen nomen urbis aperte tenes:_
-
- . . . . I . VIÆ . FIL . TVRRI . . .
- . . . I . IT . . . . . DCCCVI . .[117].
-
-_Extrema hæc_ ςοικεῖα _legas_ occubuit. _Verum alteram epigraphen, quæ
-in saxo illius Regionis sculpta est, lato pedes binos circiter, alto
-fere uno cum dimidio, quod superiori ætate Josephus Allegretius reperit
-propter Trajanam viam, vides illam non ineleganter, et ob acerbum
-Phœnicii Curvi fatum nobilem; advertas, præter Orthographiæ erratum in
-voce_ Phœnicius, _inesse quasdam literas præter Æ simul adnexas, queis
-carent Typographi_.
-
- C . PHENICIVS . CVRVVS . SICVLVS . C . F . M
- D . TRA . IMP
- AD . V . P . CONS . OP . PRÆ
- IS
- CVM . SALT . TVRRICII . ADVENIS
- NON . MAI . PER . AB . IOVE . PER
- REP . EXHOR . TEMP .
- VIX . A . XXXIX .
-
-_Quam ita interpretor — Cajus Phœnicius Curvus Siculus Caji filius
-Mensor Divi Trajani Imp. ad viam publicam consularem operi Præfectus:
-is cum salium Turricii advenisset nonis Maji, percussus ab Jove periit,
-repente exorta tempestate vixit ann. XXXIX._
-
-Passa poi a divagarsi al suo solito in altre erudizioni estranee al
-proposto argomento, ed indi ripiglia il discorso come siegue: _Sed a
-semita in viam: vides jam Turricium beata Trajani ætate jam nobile,
-extructumque prope Trajanam viam[118], quare licet sit urbs vetustate
-sat spectabilis, nunc quod atramentarium hoc vasculum in lucem emisit,
-illius fama longius pervagatura est, eritque ejus_ λογος απανταχοῦ,
-_uti de alia urbe canit Euripides in Iphig. in Taur, vers. 517_[119].
-Quanta ampollosità!
-
-Qualunque però esser possa la verità di cotesta seconda lapide, la
-quale neppur ci fa sapere il Signor Martorelli ove stia, e la esattezza
-della versione ch’ei ne ha fatta, data anche la stessa per vera,
-bisogna non aver occhi per non vedere che si è quì parlato, non già
-di una città, ma bensì di un bosco denominato Turricio _cum saltum
-Turricii advenisset_. Il convertire un bosco in una nobile città
-pareggia, siami permesso il dirlo, quel tratto di frenesia del famoso
-Cavaliere Spagnuolo del Signor _Cervantes_ che gli faceva convertire i
-molini a vento in giganti, e le truppe di montoni in eserciti ordinati!
-
-L’antichità di una città qualunque non si spaccia così colla sola forza
-della immaginazione; ma bisogna che venga compruovata coll’autorità
-degli antichi Scrittori. La città di Terlizzi sta tra Ruvo e Bitonto.
-Si è detto innanzi che Plinio enumerò le Popolazioni tanto delle
-città marittime che delle città interne di quella Regione, ed allogò
-tra esse _Rubustinos_ et _Butuntinenses_, ma non già _Terlitienses_
-o _Turricienses_. Presso Giulio Frontino si trova nominato
-_Ager Rubustinus et Botontinus_, ma non già _ager Turriciensis_.
-Nell’Itinerario di Antonino sulla strada consolare che da Roma menava
-a Brindisi vi sono _Rubos et Butuntus_, ma non già _Turricium_.
-Nell’Itinerario Gerosolimitano vi sono _Botontones et Rubos_; ma non
-_Turricium_.
-
-Nella Tavola Peutingeriana in fine, la quale è posteriore ai tempi
-di Trajano, poichè formata al tempo di Teodosio, si leggono i nomi
-di tre nuove città surte sul litorale dell’Adriatico, cioè _Natiolum,
-Turenum, Balulum_ o _Bardulos_, cioè Giovinazzo, Trani e Barletta. Tra
-le città interne vi sono _Rubos_ et _Botontones_, ma non _Terlitium_
-o _Turricium_. Alla distanza di dodici miglia da Ruvo dal lato
-occidentale però e non dal lato orientale ov’è Terlizzi, non si vede
-in essa segnato che un solo luogo chiamato _Rudas_, il quale non si sa
-qual esser possa, perchè perfettamente ignoto ai tempi nostri in quella
-Regione[120].
-
-Che Terlizzi sia stata una Terra abitata all’epoca della Dinastia
-Angioina, non vi può esser dubbio e si anderà ciò ancora a rilevare
-dalle cose che anderò in seguito a dire, poichè talvolta fu conceduta
-in feudo unitamente colla città di Ruvo, e talvolta separatamente.
-Non è chiaro però abbastanza che tale sia stata anche al tempo de’
-Normanni, poichè sembra che a quel tempo fosse stato piuttosto un
-villaggio che cominciava a sorgere nel territorio di Ruvo.
-
-In quel Catalogo de’ Feudatarj, e Suffeudatarj che al tempo di
-Guglielmo il buono contribuirono la quota de’ soldati per la spedizione
-di Terra Santa, di cui innanzi si è parlato, vi è la seguente Rubrica:
-_De Comitatu Cupersani isti sunt Barones, qui tenent de Comitatu
-Cupersani_. Tra gli altri Suffeudatarj de’ diversi luoghi dipendenti
-da quella Contea si leggono anche i seguenti; _Girinus Andriæ, sicut
-dixit, tenet in Terlitio feudum Parisii Guarannonis, quod sicut ipse
-dixit est feudum II militum, et cum augmento obtulit milites IV —
-Paganus Nobilis tenet in Rubo et Terlitio terram, quæ fuit Gottifredi
-Malenepotis, et est feudum II militum. Et cum augmento obtulit milites
-IV — Danes Andriæ tenet in Terlitio feudum quod tenebat Guillelmus
-Morellanus et Guillelmus de Spelunca; quod sicut ipse dixit, est feudum
-I militis et cum augmento obtulit milites II._
-
-La picciola _terra_ posseduta dal nobile _Pagano_, la quale formava
-un feudo di due militi, si dice che stava in _Rubo, et Terlitio_. Ma
-non si può intendere come cotesto feuduccio che consisteva in un solo
-pezzo di terreno avrebbe potuto stare in due luoghi diversi. O doveva
-riportarsi nel territorio di Ruvo, o in quello di Terlizzi, se fin
-d’allora fossero state queste due città distinte e separate. Questa
-circostanza quindi può benissimo indurci a credere che Terlizzi era in
-quel tempo un villaggio che cominciava a sorgere nell’agro Ruvestino
-e formava parte di esso, ed indi coll’accrescimento della Popolazione
-divenne ne’ tempi posteriori più considerevole.
-
-Conferma vie più questo giusto concetto della cosa il vedersi che
-cotesta pretesa antica, e nobile città del Martorelli è perfettamente
-sconosciuta non solo alla Geografia antica, ma anche ai Scrittori, ed
-alla Geografia del _Medio evo_. L’Autore della dotta Dissertazione, e
-della carta Corografica _Medii ævi_ che va tra le Opere del Muratori
-riporta le antiche città della Peucezia delle quali innanzi si è
-parlato, aggiugne le altre più recenti surte dappoi fino all’epoca
-de’ Normanni, ma tra queste ultime non si vede quel _Terlitium_, o
-_Turricium_ che ha fatto tanto gonfiar le pive al solo Martorelli[121].
-
-Da un’antica pergamena che si conserva nell’Archivio del Capitolo di
-Ruvo, cennata anche dal Pratilli, si rileva che nel corso del secolo
-IX un certo _Fabio Terlitio_ con altri coloni Ruvestini abbiano
-cominciato ad edificar delle case in un sito loro conceduto dal Governo
-Municipale, o sia dal _Senato_ di Ruvo, al quale fu imposto il nome
-_Terlitium_ dal già detto capo di quella piccola colonia. Lascio però
-una carta ch’è facile ad ognuno di dirla non autentica mancando i mezzi
-di verificarla. Non vi è bisogno di essa per dimostrare che il luogo
-ove fu trovato quel calamajo a cui attaccò Martorelli tanta celebrità,
-apparteneva sicuramente all’antico agro Ruvestino conceduto dappoi alla
-novella Popolazione di Terlizzi.
-
-Si è dimostrato nel Capo III che al tempo di Strabone, ed indi di
-Plinio e di Tolomeo il confine settentrionale della Peucezia era il
-mare Adriatico, e l’ultima città marittima di quella Regione era Bari.
-Si è veduto inoltre che dopo Bari seguivano dentro terra Bitonto, e
-Ruvo per dove passava l’antica via consolare che da Brindisi menava
-a Roma. Nè fuori di queste due città ve n’erano altre tra la detta
-strada consolare, e ’l mare Adriatico. Conseguenza di ciò è che tutto
-il terreno Peucetico racchiuso da Bari in qua tra la detta strada
-consolare e ’l mare doveva per necessità appartenere alle dette tre
-sole città messe in quella linea, cioè a Bari, a Bitonto, ed a Ruvo
-poichè fuori di queste non ve n’erano altre. Tanto più che queste due
-ultime città non sono a molta distanza dal mare, il quale è lungi da
-esse poche miglia, e quindi anche oggi sono considerate come _città
-della marina_.
-
-La città di Terlizzi si vede edificata nel sito intermedio tra l’antica
-strada Trajana e ’l mare Adriatico. Dopo tanti secoli, e dopo esser
-surte le novelle città della marina non si può conoscere più com’era
-diviso tra le dette città di Bari, Bitonto, e Ruvo il già detto
-territorio racchiuso tra l’antica strada consolare e ’l mare. Dal
-lato del mare si son perdute le tracce degli antichi confini perchè
-quel territorio che anticamente era diviso tra Bari, Bitonto e Ruvo
-appartiene oggi in gran parte alle novelle città surte ne’ tempi
-posteriori. Non è però difficile l’indagare a quale delle dette tre
-città sia appartenuto quel sito in cui si vede edificata la novella
-città di Terlizzi. Basta il solo ajuto del buon senso per decidere
-ch’ella è surta nel territorio di Ruvo, e dalla nostra città è stata
-dotata del terreno che attualmente possiede.
-
-La città di Terlizzi sta in mezzo tra le due antiche città di Ruvo
-e Bitonto, alla distanza però di due miglia dalla prima, e di sette
-miglia dalla seconda. È facile quindi il vedere che Terlizzi è surta
-nel territorio di Ruvo, e che la contrada di _Monteverde_, ove il
-calamajo Martorelliano fu rinvenuto sita a due miglia circa di distanza
-da Ruvo sulla dritta della strada Trajana formava parte dell’antico
-agro Ruvestino ceduta ne’ tempi posteriori alla novella Popolazione di
-Terlizzi.
-
-Conferma vie più questa verità di fatto l’attuale confinazione tra
-Ruvo, e Bitonto. Si vede questa interrotta in ambi i lati dell’antica
-via Trajana in que’ punti soltanto ove tra l’una, e l’altra città vi è
-per lo mezzo la città di Terlizzi col suo picciolo territorio. In quel
-punto però ove questo finisce, ripiglia l’agro Ruvestino la sua antica
-confinazione coll’agro Bitontino, e questa progredisce per più miglia
-nelle contrade delle _Strappete_, delle _Matine_, e delle _Murge_. Il
-che fa conoscere a colpo d’occhio di non esser altro il territorio di
-Terlizzi che un pezzo distaccato dall’antico agro Ruvestino, il quale
-in tutta la sua linea orientale dalla marina fino alle murge confinava
-prima con quello di Bitonto.
-
-Da un registro Angioino che si conserva nel grande Archivio si rileva
-che il Re Carlo I nell’anno 1274 scrisse al Giustiziere della Terra
-di Bari, e gli prescrisse il modo in cui gli abitanti della città di
-Bitonto dovevano far pascolare i loro animali _In sterpeto Bitontii,
-quod silva dicitur inter Bitontum, Rubum, et Terlitium, quæ nunc pro
-defensa pro parte Curiæ nostræ custoditur_[122]. Cotesto bosco quindi
-denominato sterpeto era il punto di un trifinio tra l’agro Bitontino,
-Ruvestino e Terlizzese.
-
-Non può cotesto _sterpeto_ esser altro che quello il quale porta oggi
-il nome di _Bosco di S. Leo_ poco lungi dal luogo del territorio
-di Ruvo denominato _S. Eugenia_. Apparteneva lo stesso, forse per
-sovrana concessione di epoca posteriore, al Convento de’ PP. Olivetani
-di Bitonto sotto il titolo di _S. Leo_. La natura, e la qualità del
-terreno, e delle piante selvatiche che in esso vi sono corrispondono
-molto bene al suo antico nome di _sterpeto_. Il bosco suddetto colla
-soppressione di quel Convento devoluto al demanio lo ha acquistato
-la Famiglia Siciliani di Giovinazzo. È da credersi però che quando si
-teneva per uso delle Regie razze di animali esser doveva più vasto di
-quello che lo è al presente.
-
-Basta fermarsi nel trifinio suddetto per vedere a colpo d’occhio
-che il territorio attuale di Terlizzi non è che un pezzo distaccato
-dall’antico agro Ruvestino, il quale dal punto del detto bosco di S.
-Leo in su ripiglia la sua antica confinazione coll’agro Bitontino,
-molto al di là del sito in cui Terlizzi è edificata. La confinazione
-suddetta progredisce a linea continuata lungo le contrade dell’agro
-Ruvestino denominate _le Strappete_ (o sia sterpeto), _le Matine e le
-Murge_, confinazione la quale doveva estendersi allo stesso modo fino
-al mare Adriatico ai tempi di Strabone, di Plinio e di Tolomeo, quando
-non vi era ancora Terlizzi edificata al di qua della linea della detta
-antica confinazione verso la città di Ruvo, e quasi alle porte di essa.
-
-Data quindi anche per vera l’antica lapide sepolcrale recata dal
-Martorelli, ed ammessa la esistenza dell’antichissimo Bosco denominato
-_Turricium_ messo sulla via consolare, ove Fenicio Curvo fu ucciso
-dal fulmine, è egli chiaro che cotesto bosco apparteneva alla città di
-Ruvo, ove Fenicio Curvo aveva la sua residenza. Ed in vero sull’antica
-strada consolare che da Ruvo menava, e mena tuttavia a Bitonto, alla
-distanza di circa un miglio e mezzo da Ruvo vi era un antico bosco
-aggregato dappoi all’agro Terlizzese, e denominato perciò _Parco di
-Terlizzi_. Cotesto bosco è ora ridotto a coltura, e ripartito tra molti
-coloni Terlizzesi. Ma io me lo ricordo nello stato boscoso, e nella mia
-gioventù sono in esso andato al divertimento della caccia.
-
-Ha potuto forse esser questo quel bosco che nella lapide suddetta (se
-questa è vera e genuina, e non già ideale) è denominato _Turricium_.
-Voglio ammettere anche che la novella città di Terlizzi abbia potuto
-essere edificata sul suolo di quell’antichissimo bosco, poichè lo
-stesso dall’antica via Trajana che mena a Bitonto si estendeva quasi
-fin sotto le mura di Terlizzi, e ne’ tempi più antichi ha potuto avere
-anche una maggiore ampiezza, ed estensione. Voglio concedere in fine
-che il nome _Terlitium_ attribuito alla novella città abbia potuto
-esser preso da quello del Bosco _Turricium_, sul suolo del quale fu
-forse edificata. Ma dalla esistenza di un bosco denominato _Turricium_
-al tempo di Trajano il volerne inferire che fosse stata questa una
-nobilissima città da niuno conosciuta, nè da veruno antico Scrittore
-o Geografo nominata, è una maniera di argomentare la quale non so se
-debba destar sorpresa, o compassione.
-
-D’altronde dove si è inteso ancora che un qualche antico sepolcro
-trovato nel territorio di una città qualunque basti a decidere della
-rimota antichità di essa? Nulla però ha che fare una cosa coll’altra,
-poichè quello può essere antico, e questa recente. Come si son
-trovati nel territorio di Ruvo de’ sepolcri ad una certa distanza
-dalla città, così possono trovarsi anche nel territorio di Terlizzi.
-Gli antichi abitanti della nostra città avevano sicuramente le loro
-case di campagna. Come le avevano in quella parte del territorio che
-attualmente appartiene a Ruvo, così le avevano anche in quella parte
-di esso che ne’ tempi posteriori fu distaccata dall’agro Ruvestino, ed
-assegnata a Terlizzi. Non è cosa nuova che gli antichi abbiano avuta la
-sepoltura nelle loro ville dove si son trovati nel morire, o dove han
-voluto che fossero stati sepolti.
-
-Qual meraviglia è dunque che nell’attuale agro Terlizzese (un tempo
-anche Ruvestino) siasi trovato, e si possa trovare qualche antico
-sepolcro? Dunque perciò dovrà riputarsi Terlizzi una città antica a
-dispetto di tutti gli antichi Scrittori e Geografi che non hanno di
-essa parlato? Qual ragionare è questo? Vale ciò lo stesso che non
-comprendere che le città veramente antiche serbano sempre in loro
-stesse le testimonianze, ed i monumenti della loro antichità. Non
-tutto può distruggere il tempo edace, e molte cose sopravvivono a suo
-dispetto. In qual Museo vi sono le antiche monete Terlizzesi, come
-ve ne sono tante di Ruvo? Ove mai si son trovati a Terlizzi sepolcri
-ricchi di preziosi vasi, e di altri pregevolissimi oggetti, come si
-son trovati e si trovano ogni dì in Ruvo a migliaja, e ad ogni passo
-intorno all’abitato?
-
-Sono queste le pruove vere, ed incontrastabili dell’antichità di una
-città, non già un vasellino unico, il quale anche a Ruvo appartiene,
-perchè trovato in quella porzione del suo antico agro che fu a
-Terlizzi conceduto ne’ tempi a noi più vicini. Cessino dunque queste
-vane millanterie le quali non potrebbero non peccare di una vera
-buffoneria atta solo a muovere il riso. Cessi una volta quel rumore
-che si è fatto, e si sta facendo per cotesto calamajo Martorelliano, il
-quale per altro non è che un zero a fronte de’ grandiosi monumenti di
-antichità Ruvestini che destano l’ammirazione della colta Europa.
-
-Si contenti la città di Terlizzi di avere una Popolazione numerosa,
-attiva, industriosa e ricca di buoni agricoltori formati dalla
-necessità, attesa la ristrettezza del proprio territorio. Deponga
-una volta per sempre il delirio di gareggiare per antichità colla mia
-illustre patria nel di cui territorio ella è nata, e sia alla stessa
-riconoscente del bene della sua esistenza.
-
-
-
-
-CAPO V.
-
-_La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche dal nome alla
-stessa imposto dai suoi primi fondatori._
-
-
-Non è cosa facile il dar ragione delle nomenclature delle antiche
-città. Poche son quelle per le quali si può affermare che abbiano preso
-il loro nome sia da quello del fondatore rispettivo, sia da circostanze
-locali che lo abbiano suggerito, sia in fine da rilevanti avvenimenti
-che abbiano avuto luogo nel sito di esse. Pe ’l massimo numero delle
-città la origine del loro nome rimane ravvolta nella profonda caligine
-del tempo.
-
-Qualche Commentatore di Orazio nelle sue annotazioni sulla parola
-_Rubos_, ove il Poeta pernottò nel suo viaggio da Roma a Brindisi,
-dice che questa città abbia preso il suo nome _a copia ruborum_, come
-erroneamente ha detto anche Roberto Stefano confutato nel capo primo.
-È facile il vedere la frivolezza di cotesta etimologia. I roveti si
-trovano da per tutto ove il terreno non è coltivato per lo intero, e
-molto di esso si lascia ai boschi ed ai paschi. L’agro Ruvestino non ha
-una quantità di roveti maggiore di quelli che vi sono in altri luoghi.
-
-Li Commentatori suddetti per altro hanno scritto in un’epoca in cui
-non si erano ancora pubblicate le antiche monete Ruvestine, le quali
-hanno messo in chiaro di esser questa un’antica città Greca. Quindi la
-etimologia del suo nome malamente si è tratta dal Latino _Rubi_, mentre
-si deve prendere dalla leggenda Greca Ρύψ che vi è nelle più antiche
-di esse. Messa dunque la sicura origine Greca della città suddetta, le
-conghietture relative al suo nome non possono e non debbono partire
-da altre considerazioni, meno che da quelle che può suggerire la sua
-origine[123].
-
-Si sa che i condottieri delle straniere Colonie venute a stabilirsi
-nella Italia hanno dato sovente il loro nome non solo alle città da
-essi fondate, come Cuma, Taranto ed altre, ma anche alle Regioni da
-essi conquistate, come si è detto innanzi della _Peucezia_, della
-_Oenotria_, della _Daunia_ e di altre. Ma fu anche costume delle
-Colonie Greche quì stabilite di riprodurre i nomi delle città della
-loro Patria originaria che avevano lasciata per la necessità di andare
-a proccurarsi altrove il proprio sostentamento.
-
-Quindi Dionigi di Alicarnasso ci fa sapere che i Greci venuti dal
-Peloponneso nella Campania _Inter ceteras urbes condidere Larissam
-Pelloponnesiacæ illius cognomine, quæ quondam Metropolis ipsorum
-fuerat_. Parlando indi della seconda spedizione degli Arcadi condotta
-da Evandro, come innanzi si è detto, e partita dalla città dell’Arcadia
-denominata _Pallantium_, dice che essendosi questi stabiliti vicino
-al Tevere nel luogo ove surse dappoi la città di Roma, edificarono
-una picciola città e soggiugne: _Huic Oppidulo a veteri Patria nomen
-apponunt Pallantium, nunc vero Palatium a Romanis dicitur corrupta voce
-injuria temporum_[124].
-
-Dice lo stesso anche Pausania parlando di Evandro. _Hunc in coloniam
-missum, deducta a Pallantio in locum Tiberi proximum Arcadum manu,
-oppidum condidisse, quod urbis Romæ postea pars fuerit: appellatum vero
-de Arcadici Oppidi nomine ab ipso Evandro, et Inquilinorum comitatu
-Pallantium, quod nomen consecuta cetas duabus literis L et N submotis,
-immutavit_[125].
-
-Si è inoltre osservato innanzi coll’autorità di Plinio e di Strabone
-che Diomede fondò nella Daunia la città di _Argos Hippium_, detta poi
-_Argyripa_, ed in fine _Arpi_, per riprodurre quì il nome della Greca
-città _Argos_, onde disse di lui Virgilio.
-
- _Ille urbem Argyripam patriæ cognomine gentis,_
- _Victor Gargani condebat Japygis agris_[126].
-
-Quindi Servio su di altro luogo del Poeta osserva. _Diomedes in Apulia
-condidit civitatem, quam Patriæ suæ nomine appellavit, et Argos Ippion
-dixit, quod nomen postea vetustate corruptum est, et factum ut civitas
-Argyripa diceretur, quod rursus corruptum Arpos dixit Plinius lib. III
-Cap. XI_[127].
-
-Lo stesso dir si deve delle città _Eraclea_, e _Locri_ riprodotte
-similmente dalla Grecia in Italia, ed anche di _Turio_ che ben si
-può dire denominata dalla Greca città _Thuria_ di cui fanno menzione
-Strabone, Pausania, Stefano Bizantino, ed altri[128]. Nè solo delle
-città Greche si videro quì riprodotti i nomi; ma anche de’ fiumi
-della Grecia. Il fiume _Crati_ che scorre ove prima vi era la città
-di Sibari, ed indi quella di Turio, e che viene formato dalla unione
-di due fiumi, prese tal nome da un fiume della Grecia, di cui dice
-Strabone. _Ad Achaicas porro Ægas fluvius est Crathis, qui ex duobus
-fluminibus auctus a permixtione, seu temperatione nomen habet, ut et
-Italiæ Crathis_[129].
-
-Si legge lo stesso anche presso Erodoto. _Inde Ægira, et Æga in qua
-est Crathis fluvius perennis, a quo Italicus ille vocatus est_[130].
-Pausania similmente parlando del Monte _Crati_ della Grecia, dice _In
-eo Monte Chratidis amnis fontes sunt. Labitur is in mare præter Ægas,
-desertum ætate mea vicum, Achæorum olim urbem. Ab eo nomen accepit
-Crathis Italiæ in Brutiis fluvius_[131].
-
-Lo stesso dir si deve del fiume Acheloo della Etolia, da cui prese il
-nome il nostro fiume chiamato da Strabone, e da Plinio _Acalandro_,
-il quale porta oggi il nome di _Salandrella_, e scorre per i campi
-dell’antica Eraclea.
-
-Vi è quindi tutta la ragione di dirsi che la città di Ruvo abbia allo
-stesso modo preso il suo nome da altra antica città della Grecia che si
-volle quì riprodurre. Rimane solo ad indagarsi quale di esse coloro che
-la fondarono abbiano avuto in mira nell’imporle il suo nome.
-
-Ci fa sapere Strabone che nel Peloponneso, donde partirono Oenotro e
-Peucezio coi loro seguaci vi erano due antiche città, dalle quali ha
-potuto derivare benissimo il nome imposto alla nostra città. Della
-prima di esse sita nell’Acaja dice così _Quod ad reliquas sive urbes,
-sive portiones Achajæ attinet RYPES non habitantur: regionem, cui
-Rypidi nomen fuit Æginenses, ac Pharienses occuparunt, et Æschilus
-alicubi hæc habet_
-
- Sacramque Buran, et Ceraunias Rypas,
-
-_Fuit hæc Myscelli patria, qui Crotonem condidit. Sed et Leuctrum pagus
-fuit Rypidis ad urbem Rypas pertinens_[132].
-
-Dopo avere indi parlato delle città dell’Arcadia distrutte in tutto, o
-in parte soggiugne _Quæ vero Homerus refert_
-
- _Ripen ac Stratiam, et ventosæ mænia Ænispæ,_
-
-_eas neque facile, neque ulla cum utilitate inveneris cum sint
-desertæ_[133]. Il che pruova anche ch’erano queste città di poca
-considerazione. Di _Ripen_ fa menzione anche Pausania riportandosi allo
-stesso modo ad Omero[134].
-
-Le già dette due città cioè _Rypes_ e _Ripen_ che al tempo di Strabone
-erano distrutte, prima della Guerra di Troja allora che Oenotro e
-Peucezio vennero nella Italia vi erano sicuramente. Da una di esse
-bisogna dire che prese la città di Ruvo il suo nome. Penetrandosi però
-nel fondo della cosa deve dirsi che lo prese dalla prima e non dalla
-seconda, e ciò per una doppia ragione. La prima perchè il nome della
-nostra città si trova sempre nel plurale come quello di Ρύπες presso
-Strabone, Erodoto, e Pausania, e di Ρύπαι presso Stefano Bizantino,
-come saremo or ora a vederlo. Ond’è che anche nel Latino la versione
-del suo nome si è fatta nel plurale, e si è chiamata _Rubi_.
-
-La seconda perchè la città della Grecia da Eschilo chiamata Ρύπας
-era assai più illustre della picciola città detta Ρίπεν di Omero, ed
-i Greci riproducevano quì i nomi delle città cospicue del loro Paese
-natio, non già delle ignobili Bicocche. Quindi Tommaso Pinedo nelle
-sue note a Stefano Bizantino _De Urbibus_ sulla parola Ρύπαι osserva:
-_Rhypæ urbs Achaica. Una de duodecim Achæorum urbibus famigeratis
-auctore Pausania in Achaicis, et_ Ρύπαι _et_ Ρύπες _dicitur Straboni
-lib. IX, Pausaniæ libro citato. Ejus tantum ruinæ ætate Pausaniæ
-extabant, ut ipse refert eodem libro_. Ed in vero Pausania nel
-riportare nominalmente le predette dodici illustri città dell’Acaja,
-tra le quali Ρύπες, dice così: _Sunt vero eæ urbes apud universos
-Græcos notæ et illustres_[135]. Anche Erodoto le riporta una per una, e
-tra esse vi è Ρύπες[136].
-
-Si aggiunga a ciò che il Ρίπεν di Omero è scritto coll’ι, e ’l Ρύπας
-di Eschilo è scritto coll’ύ allo stesso modo che si legge in tutte le
-monete Ruvestine. Quindi nella versione del nome della nostra città si
-è detto _Rubi_ e non _Riba_ come avrebbe dovuto dirsi se il suo nome si
-fosse preso da Ρίπεν di Omero. È questo anche un forte argomento per
-credersi che i Greci del Peloponneso guidati da Peucezio vollero quì
-riprodurre una delle dodici più illustri città del loro Paese natio.
-
-Nè si dica che nel luogo di Pausania testè citato si legga Ρίπες e non
-Ρύπες, poichè fu questo un errore di amanuense avvertito e corretto dal
-dotto Federico Sylburgio nelle sue annotazioni a Pausania, il quale
-in altri luoghi scrisse il nome di questa città sempre coll’ύ e non
-coll’ι. _In Achaicarum urbium cathalogo mendosa sunt quædam nomina.
-Pro_ Ρίπες _enim scribendum_ Ρύπες _per_ ύ, _ut non infra tantum cap.
-18 et 23, sed etiam apud Herodotum et Strabonem, et confirmat etiam
-ordo alphabeticus apud Stephanum. Imo apud eundem Stephanum non modo_
-Ρύπες _appellantur cives ipsi, sed etiam urbs_.
-
-In fatti Pausania nel capo XVIII dello stesso libro VII parla di
-nuovo di quella città e dice così: _Augustus deinde vel quod ad navium
-appulsum Patras valde esse appositas judicaret, vel alia quacumque de
-causa, emigrare illam multitudinem ex illis oppidis Patras jussit.
-Quin eodem Rhypis Acheorum urbe funditus eversa, multitudinem omnem
-traduxit._ E più giù nel capo XXIII. _Paululum supra militarem viam
-cernuntur Rhypum ruinæ._ In ambi questi luoghi si legge Ρύπας Ρύπων
-non Ρίπας Ριπων. Quindi anche Luca Olstenio nelle sue note a Stefano
-Bizantino sulla parola Ρύπαι allega questo secondo luogo di Pausania ed
-osserva: Ρύπαι _autem videntur dictæ Pausaniæ_.
-
-Pare dunque che questa e non altra esser debba la conghiettura naturale
-ed adeguata sulla origine ed etimologia del nome della nostra città.
-Non si può questo ripetere dal nome del condottiere della Colonia, come
-per altre città si è detto, poichè si sa che il condottiere de’ Greci
-ivi stabiliti fu _Peucezio_, e questi diè il suo nome alla Regione da
-lui conquistata, non già alle nuove città che furono in essa fondate.
-Manca inoltre qualunque altra circostanza locale, la quale possa avere
-un’analogia o un rapporto col nome Greco alla stessa imposto.
-
-Si sa che le città hanno preso sovente i loro nomi dai fiumi, dai
-laghi, dai fonti, dai monti etc. alle stesse adiacenti. Nulla vi è in
-Ruvo e sue adiacenze che abbia potuto influire nella sua nomenclatura.
-In tal posizione la spiegazione più plausibile ed adeguata della
-origine del suo nome è quella di ripeterlo dalla riproduzione che si
-volle quì fare di una delle dodici più illustri città dell’Acaja.
-
-Nè varrebbe il dirsi in contrario che Ρύπες è scritto col π e
-Ρύβαςτεινων o Ρύβα abbreviato che si legge nelle monete di Ruvo è
-scritto col β, il quale si è ritenuto anche nella nomenclatura latina
-_Rubi_. Non sono queste che picciole variazioni, le quali nulla
-decidono. Le ha potuto queste suggerire o il capriccio di coloro
-che vissero nell’età posteriori, o la corruzione del nome primitivo
-della città indotta dal tempo. Si è detto innanzi che la città di
-_Argos Hippium_ fondata da Diomede nella Daunia fu dappoi chiamata
-_Argyripa_, ed in fine _Arpi_, e che _Pallantium_ fondata da Evandro fu
-poi chiamata _Palatium_. Potrebbe lo stesso osservarsi anche per molte
-altre città. Qual meraviglia è dunque che il Ρύπας della nostra città
-siasi dappoi cangiato in Ρύβας?
-
-È notabile intanto che le sole monete Ruvestine più recenti si vedono
-scritte col β, ma le antiche hanno il π. Si aggiunga a ciò che in
-alcune di esse il nome della città si vede scritto nel modo che siegue
-Ρύψ (Rhyps). Tali sono le monete riportate al num. 1 2 3 e 4 della
-Tavola Prima e 6 e 7 della Tavola Seconda annesse al Cap. II, ed
-illustrate anche dal Cav. Avellino. Pruova ciò chiaramente che il β era
-estraneo al nome primitivo della nostra città, e che tal variazione non
-fu che una corruzione indotta ne’ tempi posteriori. Se le monete danno
-tante volte lume alla Storia, molto più possono contestare un articolo
-di fatto puramente materiale, qual è l’antico conio della città a cui
-appartengono.
-
-Or se questo sicuramente era Ρύψ (Rhyps), non vi può esser più dubbio
-che il nome della nostra città sia derivato da quello della illustre
-città dell’Acaja chiamata Ρύπαι e Ρύπες. Stefano Bizantino nel
-riportare la detta antica città dell’Acaja vi aggiugne il seguente
-derivativo di essa πολίτης Ρύψ _civis Rhypæus_. Il Ρύψ quindi che si
-legge nelle più antiche monete Ruvestine è chiaro per se stesso che
-viene dalla detta antica città dell’Acaja.
-
-Quindi opportunamente osserva il prelodato Signor Millingen sulle
-antiche monete di Ruvo nel luogo innanzi citato. _Ses monnaies nous
-apprennent en effet que son veritable nom ètait_ Ρύψ _(Rhyps), nom
-identique avec le nominatif de_ Ρύπες, _une des douze villes de
-l’Achaje et Patrie de Myscellus fondateur de Croton_[137].
-
-Tanto è vero ciò che dice il Signor Millingen che le prime monete
-Ruvestine furono credute appartenenti alla detta antica città
-dell’Acaja denominata _Rhypæ_, e questo errore fu redarguito dal Signor
-Cavaliere Avellino che le attribuì a Ruvo, come ho osservato innanzi
-nel Capo II. Nel suo Catalogo inoltre delle Monete Ruvestine che verrà
-alligato alla fine di questo libro conviene nella origine Achea della
-nostra città.
-
-Dopo queste dimostrazioni il porre in dubbio che la nostra città
-abbia quì riprodotto il nome dell’antichissima, ed illustre città
-dell’Acaja chiamata Ρύπαι, o Ρύπες sarebbe lo stesso che piccarsi di
-Scetticismo. Con positiva frivolezza quindi Francesco Maria Pratilli
-nella descrizione della via Appia volle dire che la città di Ruvo
-_non lascia riconoscersi meno antica delle altre città sue vicine!_ In
-questo tratto però veramente aureo non può non ammirarsi quella stessa
-diligenza, ed esattezza colla quale spacciò anche nel medesimo luogo
-che di Ruvo avevano parlato Cicerone, Pomponio Mela, Stefano Bizantino,
-e Strabone[138]!
-
-Li tre primi Scrittori però non hanno mai sognato di farne motto. In
-quanto poi a Strabone si è creduto finora che non ne abbia tampoco
-parlato, e si seguiterebbe a credere lo stesso se non si fosse da me
-nel primo Capo dimostrato fino all’evidenza che quel luogo di questo
-Scrittore ove si legge Νήτιον è stato corrotto, ed in vece di cotesta
-città non mai esistita deve sostituirsi il nome della nostra città.
-Simili inesattezze per altro sono familiari al Pratilli che non si
-brigava di approfondare le cose che con soverchia facilità smaltiva.
-
-Non è mio proponimento di entrare in una competenza di antichità colle
-altre città della Peucezia ch’ei sorbendo un caffè le ha dichiarate più
-antiche della città di Ruvo. Chi mai, fuori che il Pratilli, potrebbe
-azzardarsi a parlare con tanta franchezza di fatti avvenuti prima
-della Guerra di Troja? Se però in mezzo a tanta caligine valer possono
-qualche cosa le conghietture e gli argomenti, non possono questi non
-preponderare per la maggiore antichità della mia Patria.
-
-Si è innanzi dimostrato che coloro che la fondarono si proposero di
-riprodurre in essa una delle dodici illustri città dell’Acaja loro
-patria. Erano essi di là partiti, non perchè l’avessero odiata, ma
-perchè la sovrabbondanza della Popolazione faceva sì che il suolo
-natìo non era sufficiente a nutrirgli, come ce lo fa conoscere
-Dionigi di Alicarnasso. Abbandonarono quindi la loro patria costretti
-dall’impero della necessità che gli obbligò a cercare altrove un comodo
-sostentamento, e portarono seco loro l’amore di essa.
-
-L’amore della propria patria è potentissimo nel cuore degli uomini.
-La rimembranza di que’ luoghi ove abbiamo aperti gli occhi alla luce,
-ove siamo stati allevati ed educati, ed ove abbiamo passati i nostri
-primi anni, ci è sempre cara e non è mai cancellata nè dal tempo nè
-dalla lontananza. _Dulcis amor Patriæ._ Per questo santo amore l’uomo
-affronta tutti i pericoli, e sparge se occorre anche il proprio sangue.
-
-Cotesto amore però pe ’l loro Paese natìo lo sentivano i primi Coloni
-Greci che sotto il comando di Peucezio conquistarono quella Regione, ed
-ivi si stabilirono. Non potevano certamente sentirlo allo stesso modo i
-loro discendenti, i quali non conoscevano la Grecia, e le dette dodici
-illustri città che avevano lasciate i loro avi. In conseguenza non
-potevano aver per esse quella passione che avevano gli avi loro.
-
-Mi dà ciò dritto di dire che le altre antiche città della Peucezia han
-potuto man mano esser fondate dai figliuoli, e dai nipoti de’ primi
-Coloni Greci che la conquistarono. Ma la città di Ruvo, che prese il
-nome di una delle dodici illustri città dell’Acaja, delle quali innanzi
-si è parlato, deve credersi fondata da que’ primi Coloni che avevano
-fresca, e viva la rimembranza di esse, e vollero quì riprodurre quella
-ch’era per loro o la più nobile, o la più cara.
-
-Ed in vero la città della Daunia _Argos Hippium_ fu fondata dallo
-stesso Diomede, la città _Pallantium_ fu fondata dallo stesso Evandro,
-la città di _Larissa_ fu fondata dagli stessi primi Coloni Greci che
-capitarono nella Campania, per riprodurre quì quelle illustri città
-della Grecia che avevano lasciate, i nomi delle quali erano loro cari.
-Deve credersi lo stesso anche per Ruvo, perchè sono queste quelle
-conghietture che le suggerisce il buon senso, e la conoscenza del cuore
-dell’uomo. Se il Signor Pratilli avesse fatta alle stesse attenzione,
-non avrebbe deciso _ex cathedra_ che la città di Ruvo sia la meno
-antica di quella Regione. Donde lo ha egli ciò rilevato? _Quantum est
-in rebus inane!_
-
-
-
-
-CAPO VI.
-
-_Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata._
-
-
-Sta la città di Ruvo sul dorso di una collina che la rende assai
-più elevata di tutte le altre convicine città, ed in conseguenza
-visibile ad una più lunga distanza. L’aere che si respira è salubre
-e perfetto a segno che molti convalescenti de’ convicini luoghi vanno
-ivi a ristabilirsi, tranne quelli soltanto che soffrono mal di petto.
-L’abitato attuale però occupa non già il vertice della collina, ma
-bensì il declivio di essa che guarda il mezzodì. La sommità della
-collina è al Nord della città lungi un quarto di miglio. È la stessa
-attualmente occupata da una magnifica Chiesa, e da un Convento di PP.
-Minori osservanti sotto il titolo di _S. Angelo_.
-
-Si gode da quel punto una stupenda veduta, della quale rimangono
-incantati tutti i Forestieri che capitano in Ruvo, e si portano ivi
-espressamente per goderla. Sono allo stesso sottoposte una col mare
-Adriatico tutte le belle città che da Barletta fino a Bari sono
-edificate sul suo litorale. La ventilazione ivi è forte. Tutti i
-venti, e specialmente i venti boreali dominano talmente quel punto
-che coloro i quali volessero tenervi fisse abitazioni pagherebbero a
-prezzo ben caro il vantaggio della veduta la più bella, e la più gaja
-che possa desiderarsi. Que’ Religiosi che sono obbligati a farvi fissa
-permanenza debbono essere molto attenti a guardarsi dai colpi d’aria
-che potrebbero loro essere funesti.
-
-La stessa attenzione debbono avere coloro che hanno le loro abitazioni
-nel lato settentrionale della città. È quello il punto più elevato di
-essa contrapposto al detto Convento de’ PP. Minori osservanti, benchè
-la ventilazione sia ivi meno violenta di quello che lo è nel sito del
-detto Convento. È questo lato per altro meno esteso degli altri tre
-lati della città che guardano l’oriente, il mezzodì, e l’occidente.
-Si è ciò fatto con sano accorgimento, essendo lo stesso il più esposto
-all’impeto de’ venti.
-
-Percorrendo, e contemplando su tutti i punti i luoghi adiacenti al già
-detto Convento mi è sorta la idea che in quel sito, cioè nella sommità
-della collina sia stata da principio edificata la nostra città. Tutte
-le circostanze che ho messe a calcolo mi hanno portato a credere che
-l’abitato attuale di essa sia stato costrutto ne’ tempi posteriori al
-declivio della collina, onde gli abitanti non fossero stati più esposti
-a quegl’incomodi, ed a quelle malattie che per le cause di sopra
-espresse si rendevano inevitabili allora che il sito della città era
-sul vertice della collina.
-
-Questo mio avviso lo giustificano pienamente in astratto due luoghi
-di Dionigi di Alicarnasso. Parlando egli di Oenotro che sbarcò, come
-innanzi si è detto, sul litorale del mar Tirreno ci fa sapere che
-_Condidit oppida parva, et contigua in montibus, ut tunc erat mos. E
-poco dopo soggiugne Arcadicum enim est delectari habitatione montium:
-qua ratione Atheniensium Hyperacrii vocati sunt, et Parthalii: illi
-quod summa juga tenerent: Parthalii vero quod ad mare incolerent_[139].
-Leggiamo anche presso Virgilio
-
- . . . . . . . _Cantabitis Arcades inquit_
- _Montibus hæc vestris: soli cantare periti_
- _Arcades_. . .[140].
-
-Dimostrata quindi la origine Arcadica della nostra città, non si deve
-stentare a credere che i primi suoi abitanti abbiano fissata la loro
-sede sul vertice della collina sulla quale è la stessa edificata.
-
-Le circostanze locali che hanno fissata la mia piena convinzione
-confermano vie più questa idea. Il territorio di Ruvo forma parte della
-_Puglia pietrosa_. È ivi il terreno talmente ingombro di pietre che
-per poterlo spurgare di esse, e porlo nello stato di perfetta coltura,
-vi occorre una spesa considerevole. Si fa questa volentieri dai
-proprietarj dei fondi suburbani, i quali essendo addetti agli orti ed
-ai giardini danno maggior rendita.
-
-Le pietre che si estraggono sono di una quantità immensa. Quindi per
-poterle allogare senza perdersi molto terreno, si circondano i fondi
-istessi di parieti a secco, i quali in quella Provincia tengono luogo
-delle siepi, e de’ fossati che nelle altre Provincie non pietrose si
-formano per guarantire e custodire i fondi. Ond’è che Giulio Frontino
-parlando de’ modi usati in quella Regione per confinare o chiudere
-i fondi rustici, dice che ciò si fa col costruire _muros, macerias,
-congeries, et collectione petrarum_[141].
-
-Ora è notabile che de’ fondi suburbani della città di Ruvo i soli
-per i quali si vede trascurato dai proprietarj nella massima parte, e
-per tutti i lati cotesto miglioramento sono quelli adiacenti al detto
-Convento di S. Angelo, i quali formano la sommità della collina. La
-quantità delle pietre che ivi vi è supera di gran lunga qualunque altra
-contrada pietrosa dell’agro Ruvestino. Ove le pietre suddette venissero
-estratte dai fondi, per esaurirle non basterebbe formare un pariete
-ordinario, ma converrebbe costruirsi muraglioni immensi di non facile
-esecuzione e di non lieve spesa. Questa circostanza ha fatto, e fa
-sconfidare i proprietarj suddetti dall’intraprenderne il miglioramento.
-
-Appartiene alla mia famiglia un giardino di sei moggia sito
-precisamente nel sommo vertice della collina suddetta ove sta il detto
-Convento di S. Angelo, dal quale lo divide la strada pubblica che passa
-per lo mezzo con un picciolo spiazzo di suolo anche pubblico. Il mio
-ottimo genitore, che fu un diligente ed attivissimo padre di famiglia,
-aveva per questo fondo una particolare predilezione che lo fece entrare
-nel malagevole impegno di nettarlo di pietre. Cotesta operazione
-eseguita solo in una parte del fondo suddetto gli costò una forte
-spesa. Fu tale la quantità delle pietre che ne uscì che dopo averne
-consumate molte nel solido e straordinario pariete da lui costrutto
-lungo la strada pubblica, ne rimasero tante che mancava il sito ove
-riporle. Gli convenne quindi gittarle sulle antiche macerie che vi
-erano nel fondo istesso le quali occupano una porzione non indifferente
-di esso, e nel guardarle desta positiva meraviglia che in picciolo
-spazio siano uscite dalla terra tante pietre!
-
-Sveglia però ciò la giusta idea che siano quelle le pietre delle
-fabbriche dirute dell’antica città abbandonata dagli abitanti ne’
-tempi posteriori. Tanto più che molte di esse sono evidentemente pietre
-di fabbrica accomodate dal martello e lavorate dagli altri strumenti
-dell’arte. Si aggiunga a ciò che nello scavarsi il terreno si scuoprono
-ivi di passo in passo bellissimi pozzi antichi incavati nel vivo sasso,
-il quale in quella contrada è vicino, ed ove più, ove meno si trova
-a pochi palmi di profondità. Cotesti pozzi esser dovevano inservienti
-alle abitazioni che un tempo ivi vi erano.
-
-Dall’insieme di queste cose pare di doversi conchiudere che la immensa
-straordinaria ed insolita quantità di pietre che si trovano ne’ terreni
-adiacenti al Convento suddetto ci additi il sito dell’antica città
-traslatata dappoi più abbasso nel declivio meridionale della collina
-sotto un clima più temperato. Ne dà di ciò una pruova irrefragabile la
-seguente circostanza.
-
-È cosa sicura che nel sito attuale della città si sono trovati sepolcri
-antichissimi. La mia casa paterna è nel centro di essa al largo
-della Chiesa Cattedrale. Sessantacinque anni indietro il mio ottimo
-genitore volle aggiugnere alla stessa una nuova stanza. Nello scavarne
-le fondamenta si trovarono due antichissimi sepolcri. Un altro se ne
-trovò trent’anni indietro nel fondo del cellajo della casa de’ Signori
-Caputi, la quale è più al basso della città poco lungi dalla pubblica
-piazza. Parlo solo di questi tre sepolcri perchè gli ho veduti cogli
-occhi proprj li due primi nella mia puerile età, e l’altro nella mia
-età virile, giacchè altri sepolcri si sono scavati anche in altri
-luoghi dell’abitato attuale della nostra città, de’ quali non posso
-dare un conto particolare.
-
-È risaputo che gli antichi avevano i loro sepolcri fuori dell’abitato.
-Or se nel sito attuale della città si son trovati antichi sepolcri,
-bisogna conchiudere per necessità che nel tempo della prima fondazione
-della nostra città l’abitato attuale era una campagna, e la città
-suddetta fu edificata sul vertice della collina nel sito di S. Angelo.
-Giova anche fare attenzione alla qualità de’ vasi che si rinvennero
-tanto ne’ due sepolcri scoverti sotto la mia casa, quanto nell’altro
-de’ Signori Caputi.
-
-Li primi erano di forme eleganti, ed uno di essi _scannellato_, ma
-rustici. I secondi erano dipinti, ma di pochissima considerazione. Il
-che pruova che li già detti sepolcri appartenevano agli abitanti della
-prima fondazione, i quali non erano ricchi, e non potevano usare quel
-lusso funerario che si è ravvisato ne’ sepolcri Ruvestini ultimamente
-scoverti. Appartengono questi ai tempi posteriori quando la città si
-era resa già adulta e ricca, ed era stata trasportata dal vertice della
-collina al sito che attualmente occupa, il quale al tempo della prima
-fondazione esser doveva sicuramente una campagna.
-
-Passo ora a rilevare che essendosi in Ruvo rifatte molte case o cadute,
-o cadenti sia per la loro vetustà, sia perchè mancanti di solide
-fondamenta, si è osservato ciò che siegue. Nello scavarsi le fondamenta
-di esse si è trovato che le case suddette erano state edificate su di
-altre antiche abitazioni dirute o semidirute. Di modo che ben potrebbe
-dirsi che l’attuale città di Ruvo, o almeno una gran parte di essa, sia
-una novella città edificata sulle ruine dell’antica. Aggiungo che circa
-venti anni indietro il fu mio fratello Giulio, ed io avendo risoluto di
-formare una nuova cucina per l’uso della già detta nostra antica casa
-paterna, quella Mensa Vescovile ci fece la concessione del suolo che
-alla stessa bisognava dall’atrio del suo trappeto contiguo alla stessa.
-
-Nello scavarsi le fondamenta di cotesta nuova stanza fino alla
-profondità di circa venti palmi, si trovò una officina anticamente
-addetta al lavoro di vasi di creta coi comodi inservienti all’arte
-suddetta, e colla fornace ove i vasi si cuocevano. Era la bottega
-suddetta fornita di un pavimento _a lastrico_ così solido e forte che
-per tagliarlo in pezzi regolari che io volli conservare ebbe a durarsi
-molto stento, e si spuntarono molti piconi e scalpelli.
-
-Ciò pruova che l’antico piano della città era molto sottoposto al
-piano attuale, e che una buona porzione di ciò che oggi è sotterra
-stava prima fuori terra. Conferma questa osservazione il vedersi che
-molte antiche case di Ruvo hanno i bassi (detti _jusi_ col linguaggio
-del Paese) abitati dalla povera gente così profondi che per potervi
-accedere bisogna discendere molti gradini, di modo che non sembrano
-queste abitazioni, ma bensì edificj sotterranei molto sottoposti al
-livello delle strade della città dalle quali ad essi si accede.
-
-Cotesti antichissimi bassi però nella prima costruzione delle case
-suddette, delle quali formano parte, esser dovevano messi al piano
-delle strade istesse rimaste elevate dalle ruine degli edificj causate
-dalle guerre o dai tremuoti, de’ quali si è perduta la memoria. Non
-altrimenti le case attuali potrebbero trovarsi edificate sulle antiche
-senza solide fondamenta. È questo il difetto di quasi tutti gli antichi
-edificj di Ruvo in parte già corretto dalle nuove ricostruzioni che si
-son fatte. Ma tal difetto pare che debba ripetersi da una calamità che
-ne’ tempi passati abbia colpita tutta la città, o almeno una gran parte
-di essa.
-
-Si osserva lo stesso nelle abitazioni del villaggio di Bosco Trecase
-che sta alle falde del Vesuvio. I bassi delle antiche abitazioni che
-si vedono ora molto sottoposti alle pubbliche strade erano prima al
-piano di esse. Le immense masse di cenere e di scorie gittate dal
-Vesuvio avendo elevato il piano delle pubbliche strade, hanno rese
-sotterranee quelle abitazioni ch’erano prima fuori terra. Pare che lo
-stesso sia avvenuto nella città di Ruvo. Non è affatto verisimile che
-li detti bassi detti _jusi_ addetti all’abitazione degli uomini e non
-delle bestie, nella prima loro costruzione siansi edificati sotterra.
-D’altronde gli antichi edificj che si son trovati molto sottoposti al
-piano attuale della città pruovano concludentemente che doveva esser
-questo anticamente molto più basso, ed è rimasto ora più elevato dalle
-ruine delle antiche abitazioni.
-
-L’antico solidissimo lastrico da me rinvenuto, di cui innanzi ho
-parlato, mi chiama ad una digressione che la credo utile ai miei
-concittadini. La qualità e solidità di esso rende non iscusabile la
-crassa ignoranza o la malizia degli attuali muratori Ruvestini. Hanno
-essi perduta l’arte di formare i lastrici che gli antichi muratori
-possedevano in grado tanto eminente. Si sono resi il flagello di
-quella Popolazione, la quale è per tal cagione obbligata a privarsi del
-comodo de’ terrazzi tanto utili, anzi necessarj non meno pe ’l proprio
-sollievo, che per asciugare i pannilini dei bucato, per seccare le
-frutta e per esporre al sole tutto ciò che ha bisogno de’ suoi benefici
-raggi.
-
-È così pessima la qualità de’ lastrici ch’essi fanno che si spaccano,
-anzi si disfanno dopo poco tempo. Chi non ha la casa coverta da un
-tetto bisogna che stia sotto i torrenti di pioggia che scorre per ogni
-lato sul suo capo dai detti pessimi lastrici. La cagione principale
-di cotesto inconveniente è che la composizione de’ lastrici attuali
-consiste nella calce, poca tegola ed una gran quantità di petruzze
-minute. Queste però, mentre non possono sorbire la calce liquida,
-ed impregnarsi bene di essa perchè non sono porose, hanno anche per
-necessità le loro punte, ed i loro tagli. Questi sotto il calpestio
-rodono e scompongono la massa del lastrico non ligata per se stessa
-ed unita insieme a perfezione per la mancanza di elementi soffici che
-possano sorbire bene la calce liquida. Si aggiugne a ciò anche la poca
-e troppo esile doppiezza che si dà a cotesta cattiva pasta.
-
-La solita ciarlataneria di questa gente si scusa col dire che manca in
-Ruvo il materiale per formare buoni lastrici. Scusa sciocca ridicola e
-pienamente smentita dall’eccellente antico lastrico da me trovato nella
-bottega di un povero artigiano! Questa scoverta pruova che il materiale
-ivi non manca, e che gli antichi muratori Ruvestini sapevano conoscerlo
-ed adoperarlo così bene che i loro lavori dopo tanti secoli hanno
-resistito anche alla forza dei ferri coi quali io feci tagliare quel
-lastrico in pezzi regolari per conservargli.
-
-A troncare sì fatti insulsi pretesti, mi applicai a far l’analisi
-della composizione del detto antico lastrico. Trovai ch’era lo stesso
-formato di calce, la quale in Ruvo è eccellente, e di una pietra che
-in quella Regione è chiamata _carpino_. Bisogna quì osservare che
-la pietra suddetta per se stessa porosa è di tre specie. La prima di
-esse, comunque anche porosa, è durissima e pesante. Si adopra quindi
-a trebbiare le messi facendo ruotare in giro dalle cavalle sull’aja
-de’ grossi pezzi di essa lavorati ed adattati a questo uso. Resistendo
-anche molto bene al fuoco, è utile adoperarla nella formazione de’
-focolari, poichè le pietre ordinarie rimangono presto dal fuoco o
-spaccate, o calcinate.
-
-La seconda specie è frivolissima, e si riduce in polvere col solo
-maneggiarla. La terza poi ha una qualità media tra la prima e la
-seconda. Ha bastante solidità e consistenza, ma senza molta durezza.
-Sorbisce i fluidi, ed in conseguenza anche la calce liquida, e si
-presta a formare una massa ben connessa sotto i colpi della mazzuola.
-Venni da ciò ad assicurarmi che cotesta specie di carpino può supplire
-benissimo il così detto _lapillo_ che si adopra in Napoli e contorni
-nella formazione de’ lastrici, il quale manca in quella Provincia.
-
-Di questa specie di carpino è formato l’antico lastrico di cui sto
-ragionando. Volli quindi farne un saggio nella pratica. Diffidando
-giustamente de’ muratori Ruvestini, adoperai un abile maestro di altro
-paese. Feci tritare in minuti pezzi quel carpino di cui ho parlato, e
-lo tenni per dodici giorni ad abbeverarsi di calce liquida. Indi feci
-gittare il lastrico e batterlo bene colle mazzuole come si batte in
-Napoli. Il lastrico formato a questo modo è riuscito buono, e sarebbe
-stato anche migliore se si fosse fatto più doppio. Ma tutta la mia
-attenzione non fu bastante a correggere compiutamente l’abitudine
-contratta da tutti i muratori di quella Provincia di fare lastrici
-troppo sottili, mentre l’antico lastrico di cui ho parlato ha una
-doppiezza uguale a quelli che si fanno in Napoli e contorni.
-
-Se cotesto saggio da me fatto non è bastato a scuotere la caparbietà
-de’ muratori Ruvestini, bisogna dire che trovano essi il loro conto
-nel fare lastrici cattivi per rifargli di nuovo dopo poco tempo, o
-ch’è troppo vero ciò che disse Orazio _Naturam expellas furca, tamen
-usque recurret_. Valga però questa digressione a tenere avvertiti
-i miei concittadini onde non si facciano più raggirare dalla loro
-ciarlataneria. Insulta questa anche la Provvidenza, la quale ha
-largamente provveduto l’agro Ruvestino di tutto ciò che può essere
-necessario o utile ai bisogni della vita umana.
-
-
-
-
-CAPO VII.
-
-_Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni._
-
-
-Il silenzio de’ Scrittori Greci e Latini scampati alla ingiuria del
-tempo sulla origine della nostra città, che non senza una ragione
-Paciucchelli la dice _antichissima e quindi oscura_, rendeva assai
-scabrosa la indagine di essa. È perciò che Uomini, comunque dottissimi,
-i quali non si sono di proposito occupati a penetrare in quei bujo
-che la cuopriva, hanno smaltite delle cose incoerenti tanto sulla
-sua nomenclatura che sulla etimologia di essa. I tempi però in cui
-fiorirono li detti antichi Scrittori erano illuminati. Da ciò che
-hanno lasciato scritto sulla Regione in cui la nostra città è sita, e
-sulle Greche colonie dalle quali fu questa occupata ed abitata, dalle
-sue antiche monete, e dai pregevolissimi monumenti delle belle arti
-antiche ivi rinvenuti, ho potuto prendere quelle fiaccole le quali mi
-hanno messo in grado di spingere innanzi i miei passi in mezzo a tanta
-oscurità.
-
-Eccoci ora ad un’epoca d’ignoranza di barbarie di distruzione
-e di servitù, qual è quella che dopo la caduta dell’Impero di
-Occidente portarono nella sventurata Italia le invasioni de’ Popoli
-settentrionali non meno che de’ Saraceni. Mancata, anzi spenta la
-coltura, donde attingersi una storia ordinata della nostra città?
-Attesa la ragione de’ tempi e la qualità de’ Scrittori che poteva la
-stessa produrre, non è poco che si conoscono almeno in generale i fatti
-principali avvenuti nella Italia.
-
-Francesco Maria Pratilli nel precitato suo libro _Della via Appia_
-tra le poche cose che ha dette della nostra città, che fa ora tanto
-parlar di se, reca ciò che siegue: _Patì Ruvo le sue sciagure dai Goti
-senza che dal Greco Imperatore Zenone le si potesse porgere sollievo
-ed ajuto, ed allora fu che addivenne ella povera di abitanti passati
-altrove a far domicilio. Nè a minori ruine dovette ella soccombere per
-lo furore de’ Saraceni e de’ Longobardi che guerreggiavano coi Greci al
-rapporto de’ Cronologi di quel tempo_[142]. Si è da alcuno detto anche
-che fu dai Goti distrutta ed uguagliata al suolo.
-
-Credo bene che a quell’epoca di distruzioni e di depredazioni non
-abbia potuto la mia patria sottrarsi a quelle sciagure alle quali
-soggiacquero tante altre città della misera Italia. Ne dà anzi di ciò
-forte argomento la circostanza da me rilevata nel Capo precedente che
-l’attuale città di Ruvo si vede edificata sulle rovine dell’antica
-città. È anche notabile che mentre la stessa sotto tutti i rapporti
-era una città considerevole, niun vestigio è rimasto fuori terra di
-fabbriche le quali presentino una rimota antichità, il che pruova di
-esser queste rimaste tutte distrutte dalle fondamenta. Ma dal Pratilli
-e da altri si son dette queste cose senza essersi citati gli Scrittori
-dai quali si son tratte. A tal modo in vero si può dire tutto ciò che
-si vuole.
-
-Dalle Cronache però che han parlato de’ fatti di quell’epoca da me
-lette, nulla di particolare ho potuto rilevare. Nel riportarsi in esse
-i fatti avvenuti in quella Provincia, si sono tutto al più limitate
-a parlare di quelli che hanno riguardata la città di Bari ch’era la
-più importante, giacchè tutte le altre di second’ordine seguivano
-ordinariamente la sorte di essa. Ben di rado delle dette città minori
-si trova per alcuna di esse qualche cenno.
-
-Ad ogni modo se qualche cosa per avventura mi è sfuggita, non ne son
-dolente. Era cosa interessantissima, e nel tempo stesso gloriosa per la
-mia patria il sottrarre alla oscurità la sua antichissima e nobilissima
-origine. Per potervi riuscire nulla ho risparmiato, e nulla ho omesso.
-Ma qual pro per la stessa e per me nell’affaticarmi di vantaggio
-a rintracciare le notizie di que’ guasti che ha potuto soffrire da
-barbare Nazioni, ed esacerbare il mio animo col percorrere que’ fatti
-che sarei costretto cento volte a pentirmi di non avergli lasciati in
-un profondo oblio? Ringrazio l’Altissimo ch’è rimasta ella superstite
-a tante ruine, mentre tante altre città sono state distrutte, senza
-essere più risorte. Lascio coteste tristi e spiacevoli minutezze (se
-pur se ne possono aver le tracce) a chi sia vago di esse, ed abbia
-più tempo minori anni, e più valida salute di me. Mi limiterò quindi
-a quelle poche notizie che vi sono dell’epoca de’ Normanni, senza
-innoltrarmi di vantaggio nelle ricerche di que’ tempi che precederono
-la loro dominazione, nelle quali certamente il profitto non avrebbe
-potuto adeguare il travaglio e ’l fastidio che sarebbero costate.
-
-Pria però di fare questa picciola raccolta non ometto che Pratilli nel
-luogo testè citato ha riportato una lapide sepolcrale trovata in Ruvo,
-la quale in verità è poca cosa, poichè fu questa messa da una donna
-al suo defunto marito che si dice _liberto di Cesare_, senza che si
-conosca neppure quale de’ Cesari allora imperava. Vale qualche cosa di
-più un’altra iscrizione trovata dopo, poichè fu l’opra delle Autorità
-Municipali Ruvestine al tempo dell’Imperator Gordiano.
-
- IMP CÆS M ANTO
- ni GORDIANO PIO
- FEL AVG
- PON MAX
- TRIB P II
- COS PROC
- DECVRIONES
- ET AVGVST
- EX ÆRE COL
- LATO
-
-La trascritta iscrizione appena disotterrata si pensò conservarla con
-essersi incastrata nel muro di un edificio pubblico, cioè dell’orologio
-che sta nella pubblica piazza della nostra città. È da credersi che
-cotesta lapide abbia formato parte del piedistallo di una statua o
-di altro pubblico monumento eretto in onore dell’Imperatore Gordiano.
-Senza di ciò, cadrebbe nel ridicolo la menzione fatta in essa di esser
-stata messa _ex ære collato_ de’ Decurioni e degli Augustali. La sola
-e semplice lapide non sarebbe costata che pochi danari, i quali non
-avrebbero meritato un vanto di tal fatta.
-
-Pruova intanto la lapide suddetta che vi era in Ruvo un Collegio di
-Augustali. Si sa che cotesta Istituzione fu creata da Tiberio in onore
-di Cesare Augusto. Il Collegio degli Augustali era in Roma composto
-dai personaggi li più distinti al numero di venticinque, come ce lo fa
-sapere Cornelio Tacito: _Idem annus novas cæremonias recepit addito
-sodalium Augustalium Sacerdotio, ut quondam Titus Tatius retinendis
-Sabinorum sacris, sodales Titios instituerat. Sorte ducti a Primoribus
-civitatis unus et viginti. Tiberius, Drususque, et Claudius, et
-Germanicus adjiciuntur_[143]. Fu questa perciò riputata una dignità ed
-una onorificenza. Svetonio quindi nella vita di Claudio dice che prima
-che fosse stato Imperatore, _Senatus quoque ut ad numerum sodalium
-Augustalium sorte ductorum extra ordinem adjiceretur, censuit_[144].
-Dice lo stesso anche di Galba, il quale prima che fosse stato elevato
-all’Impero, _inter sodales Augustales fuit cooptatus_[145].
-
-Cotesto novello culto che Cornelio Tacito lo chiama _nuova cerimonia_
-suggerita dal folle orgoglio di chi dominava e dalla vile adulazione di
-coloro che servivano, fu nel tratto successivo esteso anche agli altri
-Imperatori, ai quali venivano dopo la loro morte prodigalizzati gli
-onori divini. Ond’è che Giusto Lipsio nel suo Commentario al trascritto
-luogo di Cornelio Tacito osserva: _Idque exemplum placuit deinceps
-in omnibus Imperatoribus, qui facti sunt Divi. Ita sodales Flavii,
-Hadrianales, Antonini passim in Historiis memorantur._ Lo stesso dice
-Levino Torrentio nelle sue annotazioni al precitato luogo di Svetonio.
-_Quemadmodum ab Augusto Augustales, sic ab aliis Imperatoribus nomina
-traxere, ut Flaviani, Æliani, Antoniniani, Helviani._
-
-È inoltre ad osservarsi che cotesto Sacerdozio propagato in seguito
-anche nelle altre città fuori di Roma, divenne coll’andar del tempo
-una carica municipale. Giova sentire come ne ha ragionato Barnaba
-Brissonio, il quale dice che cotesto Sacerdozio fu istituito da
-Tiberio _In urbe XXV ex viris primariis, in municipiis quaterni,
-seni, et aliquando plures: Tacitus Annal. I, 54, Histor. II, 95.
-Gruterus Inscript. p. CXLIX 5, et CCXLIX 5. Præerat toto Corpori
-Magister Augustalis. Gruterus p. CCXLIX 5. et p. CXLIX, 5. Reinesius
-ad Inscript. p. 186, qui æque ac ipsi Augustales e decurionibus lecti.
-Noris. Cenotaph. Pisan. p. 78. Hi vero non solum sacra faciebant, sed
-et aliquando jus dicebant, et curam viarum gerebant. Gruterus CCCCXXI
-7 p. CCLII 3 CXLIX 5, non quidem tanquam Augustales, sed tanquam
-Magistratus, quia sæpe tali dignitate cum Sacerdotio isto fungebantur,
-ceu contra Reinesium probavit laudatus Noris. Cenotaph Pisan. I 6
-p. 77 et sequent. Qui et docuit non perpetuum fuisse hoc Augustalium
-Sacerdotium, sed temporarium. Unde II Augustalis appellatur L. Cancrius
-apud Gruterum p. XIX 6_[146].
-
-Or s’intende bene perchè nella trascrìtta lapide si vedono gli
-Augustali uniti ai Decurioni di Ruvo per ergere un monumento
-all’Imperator Gordiano. Non si conosce se lo abbia questo
-suggerito l’adulazione o qualche beneficio fatto alla nostra città
-dall’Imperatore suddetto. Passo ora a riportare le poche cose che
-vi sono dell’epoca de’ Normanni, mancandomi ogni notizia particolare
-relativa alla nostra città del tempo che la precede. Avrei potuto in
-vero toccare quella parte che ha la stessa per necessità avuta negli
-avvenimenti generali seguiti in quella Regione. Ma questi appartengono
-alla Storia del Regno, e trovandosi da altri già esposti, non amo
-replicare le cose risapute, ed uscire dal mio argomento.
-
-Nella Cronaca di Lione Ostiense si parla della inaugurazione, e
-della dedica della grandiosa Chiesa di Montecasino seguita nel dì 30
-ottobre 1071 coll’intervento del Pontefice Alessandro II. Si dice che
-_interfuere tantæ tunc celebritati Archiepiscopi decem, et Episcopi
-quadraginta_. Tra i primi vi è _Archiepiscopus Tranensis_, il che
-pruova anche che la città di Trani, la quale spettò al Conte Pietro
-Normanno, era fin d’allora una città cospicua, e che bene a proposito
-Guglielmo Appulo la chiama _præclari nominis urbem_. Tra i secondi si
-leggono: _Episcopus Cannensis, Rubesanus_ (di Ruvo), _Monorbinensis,
-Juvenaciensis, Monopolitanus_, luoghi tutti che appartengono alla Terra
-di Bari secondo la ripartizione attuale delle Provincie del Regno[147].
-
-L’anonimo Cassinese riporta lo stesso fatto. Commemora i Cardinali, gli
-Arcivescovi, i Vescovi ed i Magnati che intervennero alla consecrazione
-della Chiesa suddetta con un concorso immenso di popolo che vi fu da
-tutti i luoghi per quella grande solennità. Ci fa anche conoscere
-uno per uno i nomi de’ già detti Arcivescovi e quaranta Vescovi
-intervenuti, e tra questi ultimi vi è _Guilelmus, sive Guibertus
-Episcopus Rubesanus_[148].
-
-Da Lupo Protospata si ha la seguente notizia: _Anno 1082 Episcopus
-Rubensis donavit Priori Montis Pelosi Ecclesiam Sancti Sabini,
-quæ est in civitate Rubi, qui Prior tenebatur omni anno ad quatuor
-libras ceræ in die Sabathi Sancii, et mittere unum hominem equestrem
-ad suas expensas quando Episcopus Rubensis ibat ad Barum, seu ad
-Canusium_[149]. La Chiesetta di S. Sabino vi è tuttavia in Ruvo, e ’l
-Vescovo di Montepoloso l’ha come una sua Badia, prende cura di essa e
-percepisce le rendite de’ beni de’ quali è dotata. Ma non s’incarica
-più nè di corrispondere al Vescovo di Ruvo le quattro libbre di cera,
-nè di spedire a sue spese un uomo a cavallo quando viene a quest’ultimo
-la volontà di recarsi a Bari o a Canosa[150].
-
-Alessandro Abbate Telesino nella sua Storia _De rebus gestis Rogerii
-Siciliæ Regis_ dice che Papa Onorio sollevò contro Ruggiero i Magnati
-della Puglia tra i quali _Grimoaldus Barensis Princeps, Goffridus
-Comes Andrensis, Tancredus de Conversano, atque Rogerius Orianensis
-Comes, aliique complures_. Cotesti Magnati si riunirono a Troja ove il
-Pontefice si era recato da Benevento chiamato dagli abitanti di quella
-città, e fecero con lui alleanza. Intanto Ruggiero sbarcò a Taranto
-con buon numero di truppe. Essendosi la città a lui resa, si recò ad
-assediare Brindisi che l’aveva occupata Tancredi di Conversano. Non
-potendo più gli abitanti di essa tollerare i danni dell’assedio, si
-resero a discrezione. Dopo ciò prese anche altri castelli de’ Baroni
-suoi nemici.
-
-Il Papa quindi riunite le sue forze con quelle de’ Baroni suddetti
-marciò contro Ruggiero. Questi avendo ciò saputo, andò ad accamparsi
-col suo esercito vicino al fiume Bradano nel luogo denominato _Vado
-petroso_. Le truppe Pontificie si accamparono sulla riva opposta del
-fiume suddetto. Saputosi però da Ruggiero che il Pontefice era nel
-campo di persona, per un tratto di rispetto si astenne dall’attaccarlo.
-Nè mancò di maneggiarsi per placare il di lui animo, ed indurlo a
-discaricarlo dalla scomunica contro lui fulminata e riconoscerlo per
-Duca di Puglia e di Calabria.
-
-Essendo le cose andate in lungo, cominciarono a mormorarne tanto i
-Baroni collegati che i loro militi, perchè vedevano mancarsi i mezzi
-di mantenersi più lungo tempo in campagna. Molti di essi quindi si
-ritirarono, e ’l Papa ritornò a Benevento, e di là continuò le pratiche
-con Ruggiero. Finalmente si combinò con lui in un incontro ch’ebbero
-insieme presso la città di Benevento ove Ruggiero si recò di persona, e
-fu dal Pontefice riconosciuto come Duca di Puglia e di Calabria.
-
-Passò dopo ciò col suo esercito ad assediare Troja. Avendo però veduto
-ch’era quella città ben preparata a fargli vigorosa resistenza, ed
-avendo calcolato che si avvicinava l’inverno, credè opportuno lasciare
-l’assedio di essa, ed occuparsi a ricuperare la città di Melfi ed altre
-città Ducali che volontariamente a lui si sommettevano, e lo chiamavano
-per mezzo de’ legati a lui spediti. Il che fatto si ritirò a Salerno
-e di là partì subito per la Sicilia, riserbando alla buona stagione la
-spedizione contro i Magnati della Puglia suoi nemici.
-
-Nell’assenza di Ruggiero era riuscito a Tancredi di Conversano di
-ricuperare la città di Brindisi, ed altri castelli che Ruggiero gli
-aveva tolti. Ma ritornato quest’ultimo alla buona stagione con poderoso
-esercito, dopo aver ripigliati alcuni de’ castelli suddetti, si recò
-ad assediare la predetta città di Brindisi. Avendo però calcolato
-che l’assedio di essa avrebbe potuto tirare a lungo, riserbò cotesta
-impresa a miglior tempo, e credè più opportuno sommettere le altre
-città e castelli de’ suoi nemici. Dopo aver dunque distrutto un Paese
-chiamato Castrum che preso da lui l’anno precedente aveva seguito
-di nuovo le parti di Tancredi di Conversano, pose l’assedio a _Monte
-alto_.
-
-Seguita quì dunque a dire l’Abate Telesino: _Capto itaque Monte alto
-RUBEAM PRÆFATI TANCREDI URBEM invasurus properat, qua demum devicta,
-Alexander Comes, Tancredus, Grimoaldus Barensis Princeps, necnon
-Goffridus Comes Andrensis tantam ipsius potentiam experti, saniori
-consilio inter se habito, mox ei subjiciuntur. Unde Tancredi ipso
-Dux animo jam sedatus. Terras quascumque abstulerat reddidit. Quibus
-deinde præcepit ut post ipsum Trojam celeriter accessuri essent_.
-Soggiugne inoltre che nel marciare verso Troja prese anche la città di
-_Salpi_[151].
-
-Non vi può esser dubbio che l’Abate Telesino colle parole _Rubeam
-urbem_ abbia indicata la città di Ruvo. Nel precitato luogo ei si
-occupò a narrare le gesta di Ruggiero ch’ebbero luogo nella Puglia.
-In quella Regione non vi è altra città che porti questo nome. Dic’egli
-inoltre che _Rubea urbs_ dipendeva da Tancredi di Conversano collegato
-col Principe di Bari e col Conte di Andria. Conversano Bari Ruvo
-ed Andria formano un gruppo di città non molto tra loro distanti.
-È notabile inoltre che dal catalogo de’ Baroni che contribuirono i
-soldati per la spedizione di Terra santa al tempo di Guglielmo il
-Buono, del quale si è parlato innanzi alla pag. 84 risulta che a
-quell’epoca la nostra città continuava tuttavia a formar parte della
-Contea di Conversano. Il che pruova che alla stessa era unita anche al
-tempo di Ruggiero e quindi apparteneva a Tancredi di Conversano.
-
-La Storia dell’Abate Telesino è scritta di un latino che si può dir
-buono avuto riguardo al tempo in cui fu scritta. Fu egli contemporaneo
-del Re Ruggiero, come lo ha avvertito Muratori nella prefazione alla
-stessa, e come lo ha detto ei medesimo coll’essersi lodato delle
-occasioni avute di avvicinare quel Sovrano. Per indicare dunque la
-città di Ruvo si valse dell’espressioni _Rubeam urbem_ ad esempio di
-Virgilio che disse parimenti.
-
- _Nunc facilis Rubea texatur fiscina virga_[152].
-
-Su di cotesto verso di Virgilio osserva Servio; _Rubea virga, quæ
-abundat circa Rubos Italiæ oppidum. Horatius_ Inde Rubos fessi
-pervenimus; _idest ea virga, quæ circa Rubos nascitur_. A Servio
-è conforme anche Basilio Fabro[153]. Li Commentatori di Orazio sul
-precitato verso al quale si riporta Servio trascritto innanzi alla pag.
-19 osservano: _Rubi urbs Apuliae XX millibus pass. a Canusio distabat.
-In agro Rubeo vimen mollissimum nascebatur, quo fiscinæ texebantur.
-Virgil. Georg. lib. I vers. 266._
-
-Ed in vero anche oggi abbonda quel territorio di una specie di lentisco
-molto utile al fuoco che bisogna per i forni, per le fornaci e per
-le calcaje. I virgulti di quel frutice sono molto adatti al lavoro
-de’ panieri di ogni specie. Anche oggi se ne fanno in gran quantità
-non meno per l’uso della popolazione che per vendergli nelle città
-convicine. Si prendono quando sono della età di un anno dopo il taglio
-dato alle piante, poichè sono allora più teneri più flessibili e più
-atti al lavoro. Cotesti virgulti col linguaggio del luogo sono chiamati
-_vinchioni_ forse dal latino _vimen_, poichè il linguaggio popolare
-Ruvestino ha ritenuti diversi vocaboli tanto dal Greco che dal Latino.
-È ciò avvenuto come bene osserva il Canonico Mazocchi, nelle nostre
-antiche città Greche, le quali passate dappoi sotto la dominazione
-Romana, si parlava in esse l’uno e l’altro linguaggio; dal che Orazio
-li Canosini gli chiama _bilingui_.
-
-L’Abate Telesino nella sua _allocuzione_ a Ruggiero stampata alla fine
-della sua Storia prese occasione di fare una onorevole menzione di
-Virgilio. Pruova ciò che aveva coltura, ed anche una predilezione pe
-’l Principe de’ Poeti Latini. Valendosi quindi della sua frase, per
-indicare la città di Ruvo, disse _Rubeam urbem_.
-
-Rimarrà per altro cotesta intelligenza vie più raffermata facendosi
-attenzione alla Cronaca di _Romualdo Salernitano_. Sono in essa
-riportati gli stessi fatti di Ruggiero, benchè con qualche varietà di
-circostanze, il che s’incontra sempre negli storici di tutti i tempi.
-Dice quindi lo Scrittore suddetto che Ruggiero _Conversanenses obsedit,
-eorumque civitates, et castella viriliter expugnavit_. Si valse del
-plurale _Conversanenses_, perchè Tancredi aveva anche un fratello di
-nome _Alessandro_[154], come si rileva da ciò che viene in seguito a
-dire. _Quumque Dominus Tancredus corporis molestaretur infirmitate,
-et Ducis Rogerii molestaretur oppressione, tandem cum Domino Alexandro
-fratre suo, et cum Domino Grimoaldo Barensi Principe tempore æstatis,
-idest decimo die Augusti (MCXXIX) facta est pax cum dicto Duce Rogerio,
-reddentes Terras ab cisdem comprehensas._ Nel riportare le fazioni di
-guerra che avevano avuto luogo in quel rincontro dice che Ruggiero _cum
-exercitu adveniens comprehendit Salpim, et civitatem RUBUM_[155]. Il
-che toglie ogni dubbio che anche l’Abate Telesino ha parlato di Ruvo.
-
-Ritornando quindi a ciò ch’ei ne ha detto pare che fin dal tempo de’
-Normanni era Ruvo una città importante per le sue fortificazioni, e che
-abbia opposta a Ruggiero una vigorosa resistenza. Tanto in primo luogo
-importano l’espressioni, _qua demum devicta_, le quali fanno intendere
-lo stento durato da quel Principe valoroso per poterla prendere. Nè si
-oppone a questo concetto ciò che dice il già detto Romualdo Salernitano
-che la città di Ruvo l’abbia presa Ruggiero, _ut fertur, traditione
-civium_. Dato anche ciò per vero, si vedrebbe chiaro che Ruggiero usò
-l’astuzia e ’l maneggio ove vide arduo l’uso della forza, poichè come
-osserva _Ugone Falcando_ nel proemio della sua Storia Sicula Ruggiero
-_id curabat ut non magis viribus, quam prudentia hostes contereret_.
-Anzi la voce istessa che si fece correre dai suoi emoli che avesse
-presa la nostra città per tradimento, conferma vie più la opinione che
-si aveva della fortezza di essa.
-
-Ed in vero tanto da ciò che dice Romualdo Salernitano, quanto dal
-racconto dell’Abate Telesino risulta che i Baroni contro lui collegati
-ne rimasero da ciò a tal segno scoraggiati e sgomentati che _tantam
-potentiam ipsius experti, saniori consilio inter se habito, mox ei
-subjiciuntur_. Bisogna dire dunque che avevano essi Ruvo per una città
-fortissima avendo prodotto nel loro animo cotesto effetto la presa di
-essa.
-
-Nulla dice l’Abate Telesino di ciò che la nostra città abbia sofferto
-in quel tristo frangente. Se star si vuole a ciò che ne ha scritto in
-generale nella sua Cronaca _Falcone Beneventano_ contemporaneo anche di
-Ruggiero, dice costui ch’era il Duca sommamente adirato specialmente
-contro Tancredi di Conversano di cui esalta il merito ed il valore,
-e che tutte le città della Puglia che appartenevano ai Baroni suoi
-nemici le sterminò col ferro e col fuoco con inaudita crudeltà e
-barbarie[156].
-
-Rifletto però che Falcone Beneventano si mostra implacabile nemico
-di Ruggiero, e la sua Cronaca si vede scritta con una penna molto
-acerba, anzi rabbiosa. L’Abate Telesino al contrario scrisse con
-manifesta parzialità. Pose in risalto soltanto le virtù di Ruggiero,
-e fece di esse un magnifico elogio. Anzi a lui dedicò la sua Storia.
-Quindi pare che il primo abbia detto troppo e ’l secondo nulla. Il
-raziocinio naturale però fa capire che una città presa colla forza
-delle armi (_qua demum devicta_) dopo una vigorosa resistenza opposta
-ad una soldatesca irritata ed avida, dovè soffrire le sue sciagure. _Væ
-victis._
-
-Dopo ciò Tancredi di Conversano col suo fratello Conte Alessandro,
-ed altri Baroni della Puglia si rese ribelle a Ruggiero, il quale
-rivolse di nuovo contro di essi le sue armi e gli sconfisse. Avendo
-vigorosamente attaccata la città di Montepeloso che dipendeva anche
-dal detto Tancredi di Conversano, marciò costui di persona colle sue
-forze per difenderla. Ebbe però l’infortunio di rimaner battuto e
-prigioniero. Esultò molto Ruggiero per averlo avuto nelle sue mani. Gli
-condonò nondimeno la vita, ma lo mandò in Sicilia ove fu rinchiuso in
-un carcere con aver perduti tutti i suoi feudi[157].
-
-Non si conosce a chi sia stata conceduta da Ruggiero la Contea di
-Conversano, e con essa la città di Ruvo che come innanzi si è detto ne
-formava parte. Ma dalla Cronaca precitata di Romualdo Salernitano si
-rileva che all’epoca della morte di Ruggiero avvenuta nell’anno 1153,
-era Conte di Conversano _Roberto di Basavilla_, del quale dice ciò che
-siegue: _Defuncto autem Rege Rogerio, Guillielmus filius ejus, qui
-cum patre duobus annis, et mensibus decem regnaverat, illi in Regni
-administratione successit. Hic autem post mortem patris, convocatis
-Magnatibus Regni sui, proximo Pascha est solemniter coronatus, cui
-Curiæ Robertus de Basavilla Comes de Conversano, Consobrinus frater
-ejusdem Regis interfuit. Huic Rex Guillielmus Comitatum de Lauritello
-concessit, et cum in Apulia cum honore emisit_[158].
-
-Era Roberto di Basavilla un saggio e valoroso Signore, stretto
-congiunto del Re e molto alla Corte affezionato. Cadde nondimeno
-in disgrazia del Re Guglielmo I per le perfide suggestioni e per
-gl’intrighi de’ suoi malvagi Cortigiani esposti così bene e col
-linguaggio della verità da _Ugone Falcando_ nel principio della sua
-Storia Sicula[159]. Vedendo quindi in positivo pericolo tanto la sua
-libertà che la sua vita, fu costretto suo malgrado a rendersi ribelle.
-Trasse nella ribellione molti Baroni e tutte le città della Puglia,
-ove aveva molto credito, e diè molto fastidio al Re Guglielmo I, come
-seguita a narrarlo il precitato Scrittore.
-
-Essendo però ivi accorso il Re con poderoso esercito, dovè cedere alla
-forza maggiore, si rese esule dal Regno e perdè li suoi feudi. Tutte le
-città della Puglia ritornarono alla ubbidienza del Re. Non vi può esser
-dubbio che in questo vortice si trovò ravvolta anche la nostra città,
-ma nulla di particolare s’incontra sul conto di essa. Morto Guglielmo I
-nell’anno 1167, e succedutogli nel Regno il di lui figliuolo Guglielmo
-II, il Conte Roberto di Basavilla ch’era prezzato ed amato da tutti
-i Grandi del Regno e dalle città della Puglia specialmente, come il
-precitato Scrittore anche dice, fu richiamato dal suo esilio, ritornò
-in grazia del Re, ed ebbe dallo stesso conceduta di nuovo la Contea
-di Loritello, ed anche quella di Conversano, come ci fa sapere il
-precitato Romualdo Salernitano[160].
-
-Ora il più volte citato Catalogo de’ Baroni che diedero i soldati per
-la spedizione di Terra Santa è dell’epoca di Guglielmo II detto il
-Buono come innanzi si è osservato. Si rileva da esso che la città di
-Ruvo formava parte a quel tempo della Contea di Conversano, ma non
-si dice chi fosse stato allora il Conte di Conversano. Sapendosi però
-dalla Storia ch’era questi Roberto di Basavilla è conseguenza che a lui
-anche apparteneva la città di Ruvo che dipendeva dalla Contea suddetta.
-
-Non si conosce fino a qual tempo l’abbia egli posseduta, e chi sia
-stato il di lui successore. Morto Guglielmo II nell’anno 1188 e
-passato il Regno a Corrado Svevo per quelle vicende che sono riportate
-nella Storia, sappiamo ciò che siegue dalla Cronaca di Riccardo da S.
-Germano. Nell’anno 1197, anno della morte del detto Corrado e primo
-anno del Regno di Federico II, _Imperatrix_ (cioè la vedova di Corrado)
-_filium suum in Marchia apud Hesim civitatem relictum sub Ducatu dicti
-Cœlani Comitis, et Berardi Laureti Comitis et Cupersani, ad se duci
-jubet in Regnum, et de Apulia in Siciliam transmeare_[161]. Sappiamo
-da ciò che Conte di Conversano era allora cotesto _Berardo_. Se sia
-stato costui figliuolo del Conte Roberto di Basavilla o altri non mi è
-riuscito verificarlo. Chiunque però sia stato, come Conte di Conversano
-è conseguenza che abbia posseduta anche la città di Ruvo.
-
-Quì finiscono le notizie di quell’epoca. Non si conosce in qual tempo
-ed in quale occasione la nostra città sia rimasta distaccata dalla
-Contea di Conversano, ed abbia cominciato a costituire un feudo a se
-separato e distinto, poichè mancano i pubblici registri che potessero
-indicarlo. Che tal separazione però era già seguita all’epoca della
-Dinastia Angioina anderemo a vederlo nel Capo che sussiegue. È penoso
-il passaggio dai secoli felici della nostra città a quelli della
-feudalità. Allora l’agricoltura e la industria che produceva la sua
-opulenza faceva in essa fiorire nel grado il più eminente le scienze
-e le belle arti, delle quali ne abbiamo tanti pregevoli monumenti. La
-feudalità al contrario spenta la industria, e con essa anche il gusto e
-’l genio, fu apportatrice di tante servitù, suggezioni, restrizioni ed
-estorsioni, delle quali i nomi soltanto che si leggono ne’ Lessici del
-medio evo, e ne’ Scrittori feudisti bastano a far raccapricciare, e non
-potevano produrre altro che avvilimento e miseria. La Storia però deve
-seguire il tempo.
-
-Sono queste le poche e scarse notizie che ho potuto riunire dell’epoca
-de’ Normanni. Si vanta anche la rimota antichità di quel Vescovado, del
-quale dice Ferdinando Ughellio: _Hujus civitatis maximum ornamentum
-esse potest quod inter Italicas urbes una ex primis fuerit, quæ S.
-Petro Apostolorum Principe prædicante hauserit Evangelii lumen anno
-salutis XLIV, et fert traditio primum Rubensem Episcopum ab eodem Petro
-consecratum Cletum, qui post Linum et Clementem Pontificatum gessit,
-cujus solemnis dies agitur, veluti civitatis Patrono_[162].
-
-Si dice inoltre che Epigonio Vescovo di Ruvo intervenne al Concilio
-di Cartagine insieme con S. Agostino. Che negli atti di S. Sabino
-esistenti in un Codice che si conserva nella Biblioteca di Montecasino
-al num. 289 fol. 246 si legge che Gelasio Papa nell’anno 443 fu in
-Barletta per la consecrazione della Chiesa di S. Andrea Apostolo, e
-che tra i Vescovi invitati a quella sacra funzione vi fu anche Giovanni
-Vescovo di Ruvo.
-
-Non ignoro di esservi stato anche qualche Scrittore il quale ha opinato
-che il nostro Vescovado sia meno antico. Mi astengo però dall’entrare
-in tal discussione. L’oggetto principale che mi ho proposto in questo
-mio lavoro è stato quello di squarciare il velo che teneva ascosa
-la rimotissima ed illustre origine della nostra città. Nulla in
-ciò può influire la maggiore o minore antichità del suo Vescovado.
-Cotesta indagine dipende dalle ricerche nella Storia Ecclesiastica,
-ed in quella de’ Concilj. Farà sempre cosa laudabile quegli de’ miei
-concittadini il quale volesse occuparsi di proposito ad illustrare
-cotesto argomento.
-
-A me basta l’aver fatto valere la considerazione dell’antichità del
-nostro Vescovado per sottrarlo alla soppressione che si trovò nel
-pericolo di subire nella esecuzione dell’ultimo Concordato colla S.
-Sede. Era in fatti questa sul tappeto a causa della tenuità delle sue
-rendite accresciuta vie più dalla poca avvedutezza colla quale alcuno
-de’ passati Vescovi aveva fatte delle permutazioni di fondi pregevoli
-della Mensa Vescovile con altri fondi di minor pregio e valore.
-
-Tal soppressione spiaceva molto a quella Popolazione. Il Decurionato
-quindi si rivolse a me, e mi onorò dell’incarico di adoperarmi perchè
-la nostra città non avesse sofferto tale sfregio, e per far valere una
-calda supplica rassegnata al Re per la conservazione del suo Vescovado.
-Vi prese anche una parte attivissima il Capitolo di quella Cattedrale
-che spedì in Napoli due Deputati dai quali fui assistito con molta
-efficacia.
-
-Furono questi il fu Canonico Teologo D. Michele Cassano di onoratissima
-memoria, e ’l mio cugino Primicerio D. Domenico Chieco, uomini entrambi
-molto istruiti, colti e pieni di zelo pe ’l lustro tanto della nostra
-città che della nostra Chiesa. Mi provvidero essi di una memoria molto
-opportuna sull’antichità di quel Vescovado. Fu questa presentata a
-S. E. il Signor Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia
-e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, poichè la considerazione
-dell’antichità era molto valutata in simili discussioni.
-
-Non si mancò di quel calore impegno ed assistenza che la cosa esigeva.
-I voti di quella Popolazione rimasero appagati. Il Vescovado di Ruvo
-fu conservato ed unito a quello di Bitonto _æque principaliter_ con
-Bolla del Pontefice Pio VII di veneranda memoria del dì 27 Giugno 1818.
-E poichè il primo fu riconosciuto come un Vescovado più antico del
-secondo, prese il Vescovo il titolo di _Vescovo di Ruvo_ e _Bitonto_,
-e non già di _Bitonto_ e _Ruvo_ come pretendevano i Signori Bitontini
-troppo attaccati al fumo. Tranne però cotesta mera frivolezza, è stata
-una combinazione molto opportuna che due delle più antiche città della
-Peucezia siano rimaste a tal modo riunite anche ne’ loro rispettivi
-Vescovadi.
-
-
-
-
-CAPO VIII.
-
-_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina._
-
-
-Niuna notizia della nostra città mi è riuscito incontrare dell’epoca
-de’ Svevi. Coloro che si occupano a scrivere in generale la Storia
-di un Regno è ben difficile che possano entrare ne’ fatti particolari
-delle città quando non si tratti di avvenimenti rumorosi che meritino
-di essere tramandati alla posterità, o non siano mossi da motivi
-di predilezione a parlar di esse. Niuna notizia ho potuto trarre
-dall’archivio comunale. Oltre la somma difficoltà che vi è che possa
-qualsivoglia città conservare documenti che rimontino ad un’epoca molto
-rimota, le antiche carte che si conservavano nell’archivio della nostra
-città prima della metà del passato secolo le furono tolte a viva forza
-dalla prepotenza del Duca d’Andria Ettore Carafa, come più giù anderò a
-dirlo.
-
-In quanto ai pubblici Registri di quell’epoca nel grande Archivio del
-Regno si conservano appena pochissime carte dell’Imperatore Federico II
-scampate alla ingiuria dei tempo. Fin dall’epoca de’ Normanni si erano
-introdotti i pubblici Registri chiamati _Defetarj_, ne’ quali erano
-notate esattamente tutte le città terre e castelli conceduti in feudo.
-Cotesti Registri interessavano lo Stato sotto un doppio rapporto. Il
-primo per i casi di devoluzione de’ feudi conceduti. Il secondo per
-conoscersi i feudatarj obbligati a prestare il servizio militare con
-un certo numero di militi in tempo di guerra. Continuarono cotesti
-Registri anche al tempo del detto Imperatore Federico sotto altro nome
-poichè nelle sue Costituzioni che vanno registrate nel Codice delle
-nostre antiche leggi sono chiamati _Quaterniones Curiæ, Quaterniones
-Dohanæ nostræ, Quaterniones Dohanæ nostræ Baronum_[163].
-
-Cotesti Registri sarebbero stati di ajuto alla Storia almeno di quelle
-città che avevano avuta la disgrazia di essere concedute in feudo, tra
-le quali vi fu anche Ruvo conceduta in feudo fin dal tempo de’ Normanni
-come si è veduto nel Capo precedente. Cotesti Registri però si son
-dispersi. Li Registri più antichi che si conservano nel grande Archivio
-del Regno sono quelli de’ Sovrani Angioini intitolati _Archivium Magnæ
-Curiæ Regiæ Syclæ_, dai quali ho tratti i Registri Angioini innanzi
-riportati. Nè sono questi tampoco interi. Ve ne sono molti o rimasti
-mutilati, o dispersi nel tumulto popolare dell’anno 1701. Eccomi dunque
-a riportare le poche notizie che da essi si hanno.
-
-Nel dì 29 Settembre 1269 si vede spedito un privilegio della
-concessione in feudo fatta della nostra città dal Re Carlo I di
-Angiò. Dice in esso il Re che per ricompensare _grandia, grata, et
-accepta servitia quæ Rodulfus de’ Colna dilectus miles familiaris et
-fidelis noster Serenitati nostræ exhibuit_[164], veniva a donargli
-_Castrum Rubi cum Foresta ET CASALIBUS territoriis et omnia bona sua in
-Justitiariatu Terræ Bari, et Castrum Florentiæ situm in Justitiariatu
-Basilicatæ cum hominibus vassallis possessionibus vineis terris cultis
-et incultis planis montibus pratis nemoribus pascuis omnibus etiam
-aquis aquarumque decursibus aliisque juribus jurisdictionibus et
-pertinentiis eorumdem quæ de dominio in dominium et quæ de servitio in
-servitium etc._
-
-Dalle trascritte parole viene a rilevarsi che la nostra città
-aveva allora i suoi _Casali_ espressamente compresi nella precitata
-concessione. Si seguitò quindi a dire _Deliberatione mera et speciali
-investientes ipsum Rodulfum prædicto modo per nostrum anulum de
-Castris ET CASALIBUS SUPRADICTIS ita quod tam ipse quam ipsi prædicti
-heredes sui dicta Castra ET CASALIA a nobis nostrisque in Regno Siciliæ
-heredibus et successoribus perpetuo in capite teneantur etc._
-
-Sono inoltre notabili le seguenti riserbe che il Re si fece. _Exceptis
-nobis et prædictis in Regno nostro heredibus et successoribus jussimus
-fidelitate feudatariorum si qui sunt, et universorum hominum ipsorum
-Castrorum ET CASALIUM etc....... Exceptis et causis criminalibus, pro
-quibus corporalis pœna mortis videlicet vel amissionis membrorum vel
-exilii debebit inferri: collectis quoque quæ dictorum Castrorum ET
-CASALIUM hominibus imponemus, quæ integraliter et libere per nostram
-Curiam exigentur. Moneta etiam generali quæ pro tempore de mandato
-Curiæ nostræ cudetur in Regno quam et non aliam universi de ejusdem
-Castris ET CASALIBUS recipient et expendent. Defensis insuper quæ
-a quibuscumque personis invocato nostro nomine ipsorum Castrorum ET
-CASALIUM hominibus imponentur et contemptæ fuerint quarum cognitio et
-castigatio ad solam nostram Curiam pertinebit....... Reservato etiam
-nobis quod equitaturæ et animalia aratiarum et massariarum nostrarum
-possint libere pascua sumere in pertinentiis et territoriis Castrorum
-ET CASALIUM eorumdem_[165].
-
-Dall’esposto Registro si rileva con sicurezza che aveva la città di
-Ruvo in quel tempo i suoi Casali abitati, poichè replicate volte si
-parla degli _uomini_ di essi. Si rileva del pari che i Casali suddetti
-avevano una dotazione di territorio, poichè si riserbò il Re il dritto
-di far pascere anche in esso gli animali delle sue razze. I nomi però
-de’ già detti Casali non si conoscono perchè non si trovano espressi
-nel detto Privilegio, ed essendo rimasti distrutti da un’epoca da
-noi molto lontana, se n’è perduta ogni memoria. Non è quindi inutile
-l’indagare in quali punti del territorio di Ruvo esser potevano situati
-cotesti villaggi utilissimi sempre alla economia agraria.
-
-Il plurale _Casalibus_ adoperato nel trascritto Diploma di Carlo I
-pruova ch’erano questi più d’uno. Dalle osservazioni fatte e dalle
-indagini che ho anche prese ho tutta la ragione di credere che li
-casali suddetti fossero stati non meno di tre, e che uno di essi sia
-stato situato nella contrada delle _matine_ a sei miglia di distanza
-dalla città, l’altro nella contrada denominata _calentano_ a quattro
-miglia di distanza, e l’altro in quella delle _strappete_ ch’è in un
-sito medio tra l’una e l’altra, ed anche a quattro miglia di distanza
-dalla città.
-
-Nella contrada delle matine possiede la mia famiglia una vasta masseria
-di semina. Forma parte di essa un pezzo di terreno di circa quaranta
-moggia sul lato sinistro della pubblica strada che da Ruvo mena a
-Gravina, il quale porta tuttavia il nome di _casali_. Lo stesso nome
-portano anche i terreni situati sul lato opposto della strada suddetta,
-i quali formano parte dell’altra masseria di semina che apparteneva
-al fu D. Saverio Montaruli, il quale l’aveva ereditata dalla famiglia
-Modesti ora estinta.
-
-Il nome di _casali_ ritenuto dai terreni suddetti fino ai nostri giorni
-sveglia la idea che vi sia stato in quel sito sulla detta strada di
-Gravina uno de’ casali cennati nel diploma suddetto. Confermano questa
-conghiettura le seguenti rilevantissime circostanze. Gli uomini di
-campagna affermano che i terreni adiacenti ai luoghi suddetti ora
-solcati dall’aratro siano stati un tempo coltivati colla zappa. Ne’
-miei terreni inoltre si son trovate fabbriche dirute, antichi sepolcri
-di povera gente, monete antiche, ed anche una pietra di anello
-pregevole per la sua incisione e per una leggenda greca, la quale
-essendo stata a me occultata dal mio massajo, venni dopo a sapere
-ch’era passata in altre mani.
-
-È notabile anche che in quel pezzo di terreno che porta precisamente il
-nome di _casali_ vi è tanta quantità di pietre ch’esce positivamente
-dall’ordinario. Tra esse ve ne son molte che hanno ancora attaccata
-la calce, siccome anche vi sono pezzi di embrici rotti. Delle pietre
-suddette dopo averne consumate moltissime nella costruzione di un
-forte pariete lungo la strada di Gravina, ve ne rimasero tante che per
-rendere il terreno più atto e più utile alla coltura, mi vidi obbligato
-a farne formare di esse nel fondo istesso delle grosse macerie. Una
-quantità di pietre così sterminata non si può ripetere d’altronde che
-dalle fabbriche dirute delle abitazioni che dovevano esservi un tempo
-in quel sito.
-
-Non minore è la quantità delle pietre ne’ terreni contrapposti della
-masseria del fu D. Saverio Montaruli, ed anche lì si vedono pietre
-tuttavia incalcinate ed embrici rotti. Vi sono ivi inoltre gli avanzi
-di picciole case, alcune delle quali unite insieme e messe in fila,
-ed altre isolate. È notabile anche che de’ sepolcri antichi trovati
-da quel lato ve ne sono stati di quelli formati con casse di pietra
-di tufo incavato ad un solo pezzo, che col linguaggio del luogo si
-chiamano _pile_. Due di esse si vedono situate accanto al pozzo delle
-matine detto _del manganello_ e si fanno ora servire per abbeverare gli
-animali.
-
-Coteste casse e pe ’l lavoro e pe ’l trasporto di esse da luoghi
-lontani, poichè nel territorio di Ruvo non vi sono cave di tufo,
-dovevano costare qualche spesa. È da credersi quindi che fossero le
-stesse servite per la sepoltura delle persone più agiate del villaggio
-suddetto. Nello stesso luogo dieci anni indietro fu trovato anche
-un cimitero di figura rettangolare lungo palmi trenta e largo palmi
-dieci pieno di ossa e di teschi umani. Queste circostanze menano a
-conchiudere che doveva esservi in quel sito uno de’ casali situato
-parte sui terreni della mia masseria, e parte su quelli della masseria
-del Signor Montaruli dall’uno e dall’altro lato della pubblica strada
-di Gravina.
-
-Rispetto poi al luogo denominato _calentano_ tutte le circostanze
-concorrono per farmi credere che vi sia stato in quel sito un altro
-villaggio forse di maggior considerazione, e rimasto disabitato in
-epoca meno antica. Vi è ivi un pezzo di terreno del perimetro di circa
-un miglio, il quale porta il nome di _casali di calentano_. Oltre
-le immense macerie che in esso vi sono di pietre coacervate dette
-volgarmente _specchioni_, si vede anche il terreno coperto di pezzi
-di tufo, di embrici rotti in minuti pezzi e di calcinacci, il che fa
-credere la disabitazione meno antica. Si vedono inoltre molte pietre
-assestate dal martello, lavorate dal picone, o incrostate da fortissimo
-cemento.
-
-Per formare una idea della immensa quantità di pietre che ivi vi è
-basta dire che il Primicerio D. Domenico Chieco innanzi nominato comprò
-nell’anno 1841 dagli eredi del fu Pasquale Cantatore una masseria
-di semina, nella quale va inclusa una porzione del già detto pezzo
-di terreno denominato _casali di calentano_. Li periti di consenso
-nominati per valutare la masseria suddetta detrassero dal prezzo di
-essa il valore di dieci moggia di terreno in compenso di quello che
-rimaneva ingombrato dalle pietre e rottami suddetti. Si sono in fine
-in quel luogo trovati sempre, e si trovano tuttavia sepolcri di povera
-gente.
-
-Vi è ivi rimasta inoltre una Chiesa antichissima, benchè restaurata
-di tempo in tempo, e questa non picciola, dedicata alla SS. Vergine
-Annunziata che porta il nome di _S. Maria di Calentano_, con una comoda
-abitazione pe ’l Cappellano. Nello spazioso atrio murato della Chiesa
-suddetta si vedono le fabbriche dirute di due decenti appartamenti
-l’un dall’altro segregati. Uno di essi apparteneva al Vescovo di Ruvo,
-l’altro alla Casa Baronale, il che conferma vie più la idea che doveva
-esser quello un villaggio più prezzato. Non essendosi avuta più cura
-degli edificj suddetti da sessant’anni in qua sono entrambi crollati.
-
-Grande è la venerazione che i Ruvestini hanno ritenuta per la sacra
-immagine della SS. Vergine che vi è in quella Chiesa, ed è anche molto
-bella. Nel dì della sua festa che ricade nel dì 25 Marzo si portano ivi
-a torme per adorarla, e per far indi delle liete ricreazioni annesse
-sempre a coteste divote spedizioni, le quali vengono da molti replicate
-anche all’ottavo giorno della festa suddetta. Quel culto ritenuto da
-tempo antichissimo dai Ruvestini è comune anche agli abitanti delle
-convicine città di Andria, Corato e Terlizzi. Di modo che ben si può
-dire di esser quello un piccolo Santuario delle convicine Popolazioni,
-le quali, come anderò a dirlo nel susseguente capo, sono nate nell’agro
-Ruvestino.
-
-Da un tempo ch’eccede ogni memoria d’uomo il Capitolo di Ruvo ha presa
-cura di quella Chiesa, e vi ha mantenuto, come tuttavia vi mantiene un
-Cappellano coll’obbligo di far ivi una fissa residenza, con aversi dal
-Capitolo come presente tanto nel Coro, quanto ne’ mortuarj. È notabile
-che dev’esser questi un Canonico di quella Cattedrale. La elezione di
-esso si fa ogni tre anni nel dì degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo.
-Tale elezione si fa nel Capitolo _Preminenziale_, cioè coll’intervento
-delle sole Dignità e Canonici, esclusi i Partecipanti. Sulla proposta
-delle due prime Dignità nomina il Capitolo due Canonici a voti segreti.
-Monsignor Vescovo ne sceglie uno di essi, e con suo decreto gli
-conferisce il titolo di _Cappellano di S. Maria di Calentano_.
-
-Il Cappellano suddetto ritrae un utile tanto dalle offerte de’ divoti
-che ivi si portano per adorare la SS. Vergine, quanto dalle spontanee
-prestazioni di cereali che riceve in tempo della messe dalle numerose
-masserie di semina de’ Ruvestini e de’ Coratini stabilite nelle
-vicinanze della Chiesa suddetta. Dalle cose premesse intanto si può
-arguire che allora quando il villaggio che a mio credere vi era in quel
-sito rimase o distrutto o abbandonato sia per le guerre, sia per altre
-cagioni, e gli abitanti si ritirarono nella città, non fu per questo
-obliato il culto di quella sacra immagine che dai Ruvestini, ed anche
-dalle convicine Popolazioni fu ritenuto fino ai nostri giorni.
-
-Tanto più è ciò a credersi, quanto che non manca in Ruvo una antica
-Chiesetta dedicata anche alla SS. Annunziata, dalla quale ha preso
-il nome quello de’ quartieri della città ch’è alla stessa adiacente.
-Essendosi, malgrado ciò, ritenuto da quella Popolazione il culto
-della lontana Chiesa di calentano sotto lo stesso titolo, pare che
-cotesta antica usanza si possa benissimo ripetere dalla divozione che
-conservarono per la loro antica Chiesa gli abitanti del villaggio di
-calentano che si ritirarono nella città.
-
-Altro villaggio pare che abbia dovuto esservi nella contrada denominata
-_le strappete_ alla distanza di quattro miglia dalla città nel sito
-medio tra calentano e le matine. Si vedono ivi due pezzi di terreno a
-poca distanza l’uno dall’altro, uno di un miglio di circuito, e l’altro
-un poco meno. Il primo porta il nome di _casali di Siniscalchi_,
-e l’altro secondo di _casali di Covelli_ dai nomi degli antichi
-proprietarj di essi. Ambi cotesti pezzi di terreno formano ora parte
-della vasta masseria di semina posseduta dai Signori Chieco miei
-congiunti, e da essi acquistata con diversi contratti.
-
-Tanto nell’uno che nell’altro pezzo di terreno vi è una immensa
-quantità di pietre, molte delle quali lavorate a picone, e tuttavia
-incalcinate. Vi sono inoltre molti rottami di embrici, e di vetri
-bianchi e neri sparsi nel terreno. Moltissimi sepolcri rustici si
-son anche ivi sempre trovati e tuttavia si trovano, in uno de’ quali
-ultimamente fu rinvenuta pure una lancia. Si son ivi di quando in
-quando similmente disotterrate antiche monete di rame, di argento ed
-alcune di oro, delle quali per altro nulla può dirsi, perchè di cotesti
-oggetti sono sempre fraudati i proprietarj de’ fondi, e non vengono ad
-averne notizia che quando son essi già passati in altre mani.
-
-Dalle predette circostanze delle quali sono stato minutamente
-informato dal prenominato mio parente Primicerio D. Domenico Chieco
-che ha secondate efficacemente, e con molta utilità coteste mie
-investigazioni, viene a risultarne che vi erano ivi del pari o due
-piccioli villaggi a poca distanza l’uno dall’altro, il che non è
-cosa nuova, o un solo villaggio diviso in due quartieri, poichè gli
-avanzi delle antiche abitazioni tanto nell’uno che nell’altro de’ due
-precitati pezzi di terreno cadono sotto i sensi. Gli antichi sepolcri
-ivi rinvenuti in gran numero formano una convincente testimonianza
-dell’antica abitazione di que’ luoghi, poichè ove si trovano i morti
-bisogna che vi siano stati anche i vivi.
-
-Mi lusingava almeno per calentano di poter trarre utili notizie
-dall’Archivio Capitolare. La cura che da tempo immemorabile ha preso il
-Capitolo dell’antichissima Chiesa che ivi vi è, la qualità Canonicale
-richiesta nel Cappellano che viene dallo stesso nominato, il Rito che
-si serba nella elezione di esso, e l’obbligo della fissa residenza che
-gli viene imposto, mi facevano credere che avessero potuto ricevere una
-conveniente spiegazione dalle antiche memorie o tradizioni registrate
-nelle carte Capitolari, le quali avessero messo capo nell’epoca
-della disabitazione di quel villaggio. Ne scrissi quindi all’attuale
-Signor Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, Ecclesiastico pieno di coltura
-e di entusiasmo per le cose patrie, onde avesse fatte praticare
-nell’Archivio suddetto le opportune diligenze, come si è fatto.
-
-Sono state queste però poco fruttifere. Si è trovata in esso un’antica
-pergamena la quale contiene un pubblico strumento del dì 11 Novembre
-1392 stipulato, mentre regnava il Re Ladislao, dal Notajo Ruvestino
-_Cobello de Concilio_ in quella Chiesa Cattedrale tra il Vescovo
-e ’l Capitolo di Ruvo da una parte, e Giovanni _de Mapono_ di Ruvo
-dall’altra. Permutarono essi tra loro col detto strumento le seguenti
-proprietà, cioè il Vescovo e ’l Capitolo, _Domum unam ortatam sitam
-intus in dicta civitate Rubi in loco Porte de Noha juxta domum aliam
-ipsius Joannis de Mapono, domum et ortum Angeli Roberti de Ruta et
-alios confines cum orticello uno prope ipsam domum, arbore una........
-et puteis omnibus intus et extra ipsam domum et orticellum_.
-
-E ’l detto Giovanni _de Mapono, Medietatem tenimenti quondam Tafuri
-et Andreuccie sue sororis siti in Territorio dicte civitatis Rubi,
-et pertinentiis Stiliti in loco SANCTE MARIE DE CALENTANO, et Sancti
-Pauli, et circum circa, juxta silvam Caurate, juxta silvam Rubi, juxta
-reliquam mediatem pro indiviso ipsius tenimenti prædictorum Domini
-Episcopi, Primatum Canonicorum et Capituli memorati, cum medietate
-omnium cisternarum puteorum terrarum omnium aliorum jurium eorumdem, et
-cum omnibus infra se habilis et contentis pertinentiis omnibus juribus
-et utilitatibus eorundem et introitibus etc._
-
-Nell’antica Platea inoltre del Capitolo, ove sono riportate tutte le
-sue possidenze si trova il seguente notamento: _Tenimentum SANCTÆ MARIÆ
-DE CALENTANO, Sancti Pauli, et Purchingiani in eodem loco Calentani
-spectans nostræ Mensæ Episcopali Rubensi his finibus limitatum secundum
-divisionem factam inter nos Petrum Perrensem Episcopum Rubensem ex una
-parte, et Capitulum Majoris nostræ Rubensis Ecclesiæ ex parte altera,
-prout patet ex contractu publico celebrato inter nos subscriptos
-nominatos per manus Notarii Angeli Lisii de Mondellis de Rubo sub anno
-Domini millesimo quadringentesimo sexagesimo sexto. Die.... mensis
-Junii Sextæ Indictionis._ Di cotesto strumento non si è potuto avere
-veruna traccia.
-
-Due sono le illazioni che dalle precitate due scritture possono trarsi.
-La prima è la rimota antichità della Chiesa di S. Maria di Calentano di
-cui si fa in esse menzione, il che accredita la conghiettura che sia la
-stessa appartenuta ad uno di que’ villaggi de’ quali si fa menzione nel
-precitato diploma di Carlo I di Angiò[166]. La seconda che i terreni
-ivi posseduti in comune, ed indivisi dal Vescovo e dal Capitolo di
-Ruvo abbiano potuto un tempo appartenere alla Chiesa suddetta, e colla
-disabitazione del villaggio che ivi vi era furono da essi occupati,
-una coi due appartamenti che vi erano nell’atrio della Chiesa istessa,
-de’ quali uno tuttavia esiste, ed è abitato dal Cappellano che il
-Capitolo vi destina, e l’altro ora diruto era destinato all’abitazione
-del Vescovo quando ivi si conferiva. Li terreni suddetti montano a
-circa settecento moggia, e sono rimasti censiti in forza della legge
-sul Tavoliere di Puglia dell’anno 1806 ai fittuarj che si trovarono in
-quell’epoca in possesso di essi, come terreni _azionali_ del Tavoliere
-suddetto appartenenti ai Luoghi Pii.
-
-Vedo bene che le cose da me dette relativamente ai detti antichi
-villaggi non sono che conghietture mancando qualunque memoria certa
-e sicura del nome e del sito di essi. Costando però dal precitato
-Registro di Carlo I che a quel tempo nell’agro Ruvestino vi erano i
-villaggi, avendo inoltre i luoghi da me cennati ritenuto il nome di
-_casali_, e trovandosi in essi le tracce sicure e permanenti delle
-antiche abitazioni, manca ogni ragione per potersi contraddire le
-conghietture suddette. D’altronde non saprei in vero indicare altri
-luoghi più opportuni di quelli che ho cennati per la situazione de’
-casali suddetti. Al tempo del Re Carlo I di Angiò non era più il
-territorio di Ruvo dai tre lati orientale settentrionale ed occidentale
-quello stesso ch’era al tempo di Strabone di Plinio e di Tolomeo. Dai
-lati suddetti lo avevano molti secoli prima ristretto e raccorciato le
-dotazioni di terreno date alle novelle città surte dal lato del mare
-Adriatico e da quello dell’Ofanto.
-
-Non fu però così dal lato meridionale. Non essendo surta da quel lato
-veruna novella città, conservò Ruvo almeno nella massima parte il suo
-antico territorio, il quale s’innoltra verso il Garagnone, Gravina
-ed Altamura per lungo tratto nella Regione della Peucezia detta da
-Strabone _montosa et aspera_ che porta oggi il nome di _Murge_. Cotesta
-contrada nella massima parte non è nè coltivata, nè coltivabile,
-perchè coverta da una catena di monticelli di vivo sasso. È però molto
-opportuna al pascolo, specialmente nella estiva stagione, attesa la
-freschezza dell’aere che ivi si respira. Nè si può dire del tutto
-negata alla coltura, poichè tra una collina e l’altra vi sono le
-vallate dette volgarmente _canali_, ove le correnti di acqua hanno
-trasportato copiosissimo terreno atto a dare abbondanti ricolte. Quindi
-anche in quella contrada si trovano da tempo immemorabile stabilite le
-masserie di semina.
-
-Vi è inoltre dal detto lato meridionale l’antichissimo e vastissimo
-bosco di Ruvo molto opportuno alle industrie armentizie. Messe quindi
-coteste circostanze locali, non poteva non essere assai bene ideata
-la situazione de’ villaggi nel lato meridionale dell’agro Ruvestino.
-Essendo quello il lato più ampio ed esteso, e che maggiormente si
-allontana dalla città, utilissimo partito veniva a trarsi dalle Borgate
-di agricoltori e di pastori allogate nel sito intermedio, e tutte
-intorno al bosco suddetto che sicuramente ha dovuto essere un tempo il
-centro delle industrie armentizie de’ Ruvestini, come serve anche oggi
-di appoggio alle vaste industrie di tanti diversi proprietarj tra i
-quali è diviso.
-
-Ed in vero la contrada di calentano è bellissima sotto tutti i
-rapporti, come lo pruovano anche le abitazioni di campagna che fino ai
-nostri giorni vi han tenute il Vescovo di Ruvo, e la Casa Baronale.
-Vi sono eccellenti terreni, e si vedono su di essi stabilite belle
-masserie di semina. Se però cotesti terreni in vece di essere solcati
-dall’aratro, come ora si fa per la molta distanza dall’abitato, fossero
-almeno in parte lavorati colla zappa dalle braccia forti e nerborute
-degli abitanti di un vicino villaggio, quale ne sarebbe il prodotto?
-
-In quanto poi alla contrada delle matine immenso, ed incalcolabile
-sarebbe il vantaggio che darebbe alla stessa la presenza di un
-villaggio. La contrada che porta questo nome parte è nel territorio di
-Ruvo, e parte in quello di Bitonto che nel punto suddetto confinano tra
-loro. Una porzione però delle matine di Bitonto è oggi in mano anche
-de’ Ruvestini per particolari acquisti fattine.
-
-Si ammira in tutta quella contrada un capriccio della Natura.
-Mentre tanto il territorio di Ruvo che quello di Bitonto abbondano
-strabocchevolmente di pietre, nella massima parte de’ terreni delle
-matine non ve ne ha una sola, e sono perfettamente netti di esse come
-i terreni della Puglia Daunia. Ovunque inoltre si scava si trovano
-copiosissime sorgive di acqua dolce bellissima a poca profondità di
-dieci o dodici palmi, ed in taluni luoghi anche minore.
-
-Gli orti di Ruvo che sono intorno all’abitato producono squisite
-verdure ed in tanta copia che ne provvedono anche le convicine città.
-Eppur cotesti orti sono stati formati su di un suolo sommamente
-pietroso spurgato con una spesa immensa, e vengono irrigati dalle
-conserve di acqua piovana, le quali nelle grandi siccità che sono ivi
-frequenti possono rimanere esaurite! Or quali prodotti dovrebbero
-attendersi dai terreni delle matine che sono netti di pietre, se
-venissero preparati non già dall’aratro, ma dalla zappa? Qual vantaggio
-si ritrarrebbe dal beneficio della irrigazione che offrono le perenni
-inesauste e continuate sorgive che ivi vi sono? Quali e quante ottime
-verdure inoltre potrebbero ritrarsi, senza verun fastidio e dispendio,
-da un terreno netto di pietre a cui l’acqua non può mancare giammai in
-tutte le stagioni?
-
-Ma sì fatte operazioni hanno bisogno delle braccia di una popolazione
-stabilita sul luogo istesso. Alla distanza di sei miglia dalla città
-coteste braccia non possono aversi. Ora che la Popolazione di Ruvo
-prodigiosamente si aumenta da anno in anno, e nelle due convicine
-città di Corato e di Terlizzi è andata la stessa tanto innanzi che
-manca il terreno alle braccia, e cerca quindi di venire a coltivare
-l’agro Ruvestino, perchè non imitarsi la saviezza de’ nostri Antenati?
-Perchè non rinnovarsi nel nostro vastissimo territorio que’ villaggi
-che prima vi erano? Potrebbero forse mancare i coloni che anderebbero
-a popolargli? Qual miglioramento ne risulterebbe dalle colonie che
-verrebbero a stabilirsi?
-
-Ritornando ora alla detta concessione di Carlo I dell’anno 1269
-facendosi attenzione tanto al tenore di essa, quanto agli altri
-Registri Angioini, viene a rilevarsi di esser rimasto escluso dalla
-stessa il dritto della _Bagliva_ che il Re lo ritenne per se, forse
-a riflesso del pascolo che si riserbò in quel territorio per gli
-animali delle sue razze; quale dritto di Bagliva passato dappoi in
-mano del Barone per le posteriori concessioni, recò alla Popolazione
-di Ruvo infinite vessazioni, come anderemo a vederlo al suo luogo.
-È sicuro che cotesto dritto lo abbia il Re per se ritenuto. Primo
-perchè nelle clausole della detta concessione la Bagliva non si vede
-affatto nominata. Secondo perchè non solo nell’anno 1268 che precedè
-la concessione suddetta, ma anche negli anni susseguenti cotesto dritto
-continuò a rimanere di Regia appartenenza.
-
-In fatti con Lettera Regia del dì 8 Agosto 1268, scritta da Lagopesolo
-a petizione del Vescovo e del Clero di Ruvo, il detto Carlo I ordinò
-_Magistris Portulanis et Procuratoribus Curiæ Apuliæ et Aprutii_ che si
-fossero ai ricorrenti pagate le decime _super Bajulatione Rubi_[167].
-Consimili ordini si vedono diretti agli stessi Regj Impiegati anche
-con altre lettere scritte da Melfi, e da Lagopesolo negli anni 1277, e
-1278, e con altra del dì 20 Luglio 1279, senza la indicazione del luogo
-donde fu scritta, colle quali fu loro ordinato di pagarsi al Vescovo
-ed al Clero di Ruvo _decimas proventuum Bajulationis Rubi_[168]. Gli
-stessi ordini si vedono spediti anche dal Re Carlo II nell’anno 1304, e
-benchè manchi il Registro perchè disperso, n’esiste però il notamento
-nel Repertorio generale colla indicazione del foglio 299 del Registro
-disperso.
-
-Li già detti ordini di pagamento diretti ai Regj Incaricati
-amministrativi della Provincia, mentre la nostra città si trovava già
-conceduta in feudo, ed era posseduta dalla famiglia concessionaria fin
-dall’anno 1269, pruovano concludentemente ch’era rimasta la Bagliva di
-Ruvo esclusa dalla concessione, ed aveva il Re seguitato a ritenerla
-per se. Tanto più è ciò sicuro, quanto che costa da altri Registri che
-dall’anno 1269 fino all’anno 1291 la nostra città non era più ritornata
-al Regio Demanio, ma fu sempre posseduta dalla famiglia _de Colant_ che
-nella precitata concessione del dì 29 Settembre 1269 erroneamente fu
-detta _de Colna_.
-
-Con lettera dello stesso Re Carlo I diretta al Giustiziere della
-Terra di Bari del dì 12 Marzo 1272 fu allo stesso ordinato di prendere
-informazione della rendita che dava _Castrum Rubi ex foresta, et terris
-convicinis, et circumadjacentibus dicto Castro_ e da qualsivogliano
-altre possessioni e proventi. Si dice in essa che la detta città era
-conceduta in feudo _Arnulfo de Colant_[169]. Con altra lettera dello
-stesso anno concedè il Re al detto _de Colant_ in pagamento de’ suoi
-soldi che doveva conseguire il residuo delle contribuzioni Fiscali che
-andava dovendo _Universitas Rubi_[170].
-
-In altro Registro poi dell’anno 1277 lo stesso Re Carlo I dice così:
-_Supplicavit excellentiæ nostræ Jannoctus de Colant filius et heres
-quondam Arnulfi de Colant familiaris noster_, ch’essendo morto il
-di lui genitore, voleva essere giuste le leggi e le usanze allora in
-vigore, assicurato dagli uomini de’ feudi che aveva da lui ereditati
-siti in diverse Provincie del Regno. Quindi il Re nel dì 4 Giugno del
-detto anno scrisse da Venosa ai diversi Giustizieri delle Provincie
-suddette, tra i quali: _Iustitiario Terræ Bari pro eodem Jannocto quod
-ipsum assicurare faciat ab hominibus Terræ Rubi_[171].
-
-Non si conosce con precisione fino a qual tempo cotesto Jannotto
-possedè la nostra città. Da un Registro però di Carlo II che succedè
-nel Regno nell’anno 1285 risulta che nell’anno 1291 era costui già
-morto. Pria di parlar di esso, non ometto che da altra Lettera Regia
-dello stesso Re Carlo I del dì 19 Febbrajo 1274 si rileva che aveva
-la università di Ruvo dimandato uno sgravio de’ pesi fiscali, ed il
-Re spedì ordini pressanti al Giustiziere della Terra di Bari, perchè
-avesse sollecitata la informazione a lui commessa sull’assunto[172].
-
-Il Re Carlo II con sua lettera del dì 25 Gennajo 1291 scritta da Capua
-al Giustiziere della Terra di Bari ordinò che tutti i Baroni di quella
-Provincia i quali possedevano feudi donati dal Re si fossero trovati
-coi loro soldati e cavalieri bene armati, e bene equipaggiati a S.
-Germano a tutto il quindicesimo dì del mese suddetto sotto la pena
-della perdita de’ loro beni[173]. Con altra lettera del dì 20 Aprile
-dello stesso anno furono replicati li medesimi ordini generalmente
-a tutti i Baroni tanto Regnicoli che Esteri di quella Provincia. Fu
-soggiunto bensì che si fossero essi trovati a S. Germano coi loro
-soldati nel termine di otto giorni a contarsi dal dì che sarebbe stato
-loro comunicato l’ordine suddetto.
-
-In ambe le precitate Lettere si vedano segnati un per uno i nomi de’
-feudatarj di quella Provincia chiamati al servizio militare. Si leggono
-tra questi _Dominus Arnulfus de Colant Dominus Rubi. Dominus Guiso
-Guinardus Dominus Losili et Terlitii_[174]. Dal che viene a rilevarsi
-che nell’anno 1291 Giannotto de Colant era morto, e gli era succeduto
-_Arnolfo II_ forse di lui figliuolo che portava il nome dell’avo.
-
-Non si conosce nè il tempo nè il modo in cui la città di Ruvo uscì
-dalle mani della famiglia _de Colant_. Che abbia però dopo l’anno 1291
-avuto un nuovo padrone lo pruovano i seguenti Registri.
-
-Nella informazione senza data de’ Baroni e Feudatari della Terra di
-Bari presa per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro
-Rotondo, della quale ho parlato nel Capo III pag. 49 si legge ciò
-che siegue: _Invenit dictus Commissarius quod Robertus de Juriaco est
-Dominus Rubi, majoris ætatis, et tenetur servire Curiæ pro Terra ipsa
-feudali de servitio quinque militum._
-
-_Item invenit quod subscripti feudatarii majoris ætatis tenentes quotas
-partes feudorum sunt in Terra ipsa videlicet._
-
-_Guarnerius Gallicus, qui tenetur servire de tribus partibus unius
-militis pro bonis feudalibus, quæ tenet ibidem pro parte uxoris suæ._
-
-_Nicolaus de Syre Lauysio et Bartholomeus Notarius Thomasii, pro bonis
-feudalibus quæ tenent a Curia pro adohamento auri tarenos quinque,
-quorum quilibet tenetur servire Curiæ_[175].
-
-Nel Repertorio generale poi de’ Registri Angioini vi è il seguente
-notamento di un Registro disperso, il quale ci fa apprendere che la
-città di Ruvo da Roberto _de Juriaco_ era passata a _Galeraimo de
-Juriaco_ forse suo figliuolo. _Rubi civitas revocata in manus Curiæ ob
-absentiam a Regno Galeraimi de Juriaco olim dictæ civitatis Dominus.
-Anno 1310 lit. A fol. 238 a t._ Tal notizia della contumacia di
-Galeraimo de Juriaco è confermata anche da un altro Registro del Re
-Roberto di cui si parlerà in seguito. Dal che si rileva che la nostra
-città dalla famiglia _de Colant_ passò alla famiglia _de Juriaco_ e
-fu posseduta da due di tal cognome, cioè prima da Roberto, e poi da
-Galeraimo che si rese contumace[176].
-
-Ad uno di questi due quindi si debbono attribuire le gravezze e le
-oppressioni usate alla nostra città, le quali diedero causa alle
-querele dalla stessa rassegnate al Re Carlo II, ed alla seguente
-lettera del dì 4 Maggio 1307 spedita da Gravina da Roberto Duca allora
-di Calabria e Vicario Generale di suo Padre, la quale merita di essere
-quì trascritta per i sentimenti di giustizia che in essa risplendono.
-_Robertus primogenitus Illustris Jerusalem et Siciliæ Regis Dux
-Calabriæ ac ejus in Regno Siciliæ Vicarius Generalis. Justitiariis
-Terræ Bari præsenti et futuris devotis suis etc. Scribimus per alias
-nostras literas Domino Rubi et officialibus ejus præsentibus et futuris
-in serie subsequenti = Robertus primogenitus illustris Jerusalem, et
-Siciliæ Regis Dux Calabriæ, et in Regno Siciliæ Vicarius generalis
-domino Rubi, et officialibus suis tam præsentibus, quam futuris salutem
-et dilectionem sinceram[177]. Dudum claræ memoriæ dominus avus noster
-Jerusalem et Siciliæ Rex ad compescendas insolentias Terreriorum_
-(i Feudatarj) _Capitulum edidit continentie infrascripte = Terrerii
-videlicet Comites Barones et Feudatarii tam Ultramontani quam Latini
-nullos de personis capiant nec privatum carcerem faciant, tormenta
-vel injurias alias quascumque non inferant vasallis eorum vel aliis
-quibuscumque, nullas destitutiones extorsiones vel violentias faciant,
-defensas pro parte ipsorum non exigant nec de defensis cognoscant vel
-se aliquatenus intromittant cum impositio defensarum debeat fieri per
-invocationem nostri nominis et cognitio et exactio earum spectet solum
-ad nostram Curiam vel ad Justitiarios Regionum. Nulli de contrata sub
-patrocinio et recommendatione eorum recipiant gabellas redituum et
-proventus terrarum suarum non vendant invitis. Et si contingat eos ad
-credentiam committere, tantum a credenzeriis recipiant meros et puros
-proventus et redditus quos secundum temporis qualitatem receperint vel
-recipere potuerint. Nec etiam recipiant ad habitationem in terris eorum
-homines demanii. Et si contra factum fuerit pro tormentis seu captione
-personæ pena privati carceris teneantur. Pro aliis vero injuriis pro
-qualitate delicti per Magistrum Justitiarium seu Justitiarios Regionum
-penis legitimis puniantur. Pro destitutionibus vero extorsionibus et
-violentiis plectantur pena constitutionibus comprehensa, destitutis
-et violentiam passis ante omnia in pristinum statum redactis, et
-eisdem restitutis extortis, pro usurpatione earundem defensarum
-nostro arbitrio puniantur restituto prius sine difficultate quidquid
-propterea abstulerunt. Et si quos sub patrocinio vel recommendatione,
-vel aliquos de Terra Demanii receperint similiter ad habitandum in
-Terris eorum secundum formam novæ Constitutionis puniantur[178] = Verum
-quia homines ipsius Terræ Rubi contra tenorem præscripti Capituli
-in plerisque asserunt sepius se gravari, devotioni vestræ sub pena
-contenta mandati præter penas alias in capitulo ipso contentas mandamus
-expressius quatenus hujusmodi Capitulum observantes tenaciter contra
-ejus tenorem præfatos homines nullatenus molestetis. Injungimus namque
-per alias literas nostras Justitiariis Regionis præsenti et futuris ut
-nisi a gravaminibus resipiscatis propositis vos ad id coerceant per
-juris remedia opportuna. Præsentibus preter opportunam inspectionem
-earum remanentibus præsentanti efficaciter in antea valituris. Data
-Gravinæ per Nicolaum Frictia de Ravello Locumtenentem Prothonotarii
-Regni Siciliæ anno Domini M. trecentesimo septimo. Die quarta Maji
-quinte indictionis = Quo circa devotioni vestre precipiendo mandamus
-quatenus ubi prædictus Dominus prefate Terre contra seriem Capituli
-memorati excedens a gravaminibus ipsis nequaquam destiterit, contra
-eum ad penas in capitulo ipso contentas, præterquam in eo casu in
-quo certa ex ipsius penis superioris reservatur arbitrio prout juris
-fuerit auctoritate presentium procedatis. Officiales vero prefatos per
-impositiones aliarum formidabilium penarum et exactiones illarum si
-et quatenus in easdem inciderint a similibus gravaminibus compescatis.
-Ita quod nos exinde ulterior querimonia non fatiget. Præsentibus post
-opportunam inspectionem earum remanentibus presentanti. Data Gravinæ
-per eundem Nicolaum Frictia de Ravello anno Domini M. trecentesimo
-septimo die 4 Maji quintæ indictionis_[179].
-
-Furono in vero queste disposizioni piene di giustizia, ed anche
-energiche. Ma non potevano certamente portare un rimedio ai guasti già
-sofferti dalla nostra città sotto la compressione Baronale. Una idea
-delle strettezze alle quali era la stessa ridotta si può formare da un
-altro Registro dello stesso Re Carlo II dell’anno 1308, il quale ci fa
-conoscere i gravosissimi e molestissimi dazj che fu costretta d’imporre
-a se stessa per far fronte ai pesi che le incumbevano, e forse anche
-alla necessità che la stringeva per le dette vessazioni, ed estorsioni
-sofferte. Questo documento lo recherò per lo intero non meno per
-appagare la curiosità di chi legge, ma anche perchè mi giovai di esso
-con successo ne’ giudizj ch’ebbi a sostenere contro la Casa d’Andria,
-de’ quali parlerò in seguito.
-
-_Karolus II etc. Universis præsentis scripti seriem inspecturis tam
-præsentibus, quam futuris. Dum nostræ Reipublicæ augmenta continue
-foventes appetimus, subjectorum commoda per solertes tramites
-procuramus. Venit sane ad præsentiam nostram Judex Judicis Guiscardi de
-Terra Rubi fidelis noster Syndacus ad hæc constitutus per universitatem
-hominum dictæ Terræ Rubi, ut constat per quoddam scriptum publicum
-Universitatis ejusdem, et exponens asseruit quod homines ipsius
-Terræ Rubi fideles nostri pro bono communi tendentes ad melius, et
-statum eorum olim ex imminentibus variis sæpe turbatum opportunæ
-reparationis ordinare judicio cupientes ad pacem, et materiam tollere
-scandalorum, attento quod interdum pro munerum, et aliorum onerum
-impositione fiscalium, interdum pro distributione illorum, interdum
-pro emergentibus inde multifariam exequendis querelatio, murmur,
-sisma, suspectio, persæpe dissidium, et in populo scandala periculosa
-surgebant. Provide statuerunt communi concorditer deliberatione
-habita et consensu capitula, sive ut eorum alludamus vocabulo, dacia
-sub distincta per quæ solutiones fiscalium aliorumque succrescunt in
-Terra ipsa vicissitudine sua tam fiscalium, quam privatorum similiter
-executiones debito agendorum absque solito singulorum gravamine ac
-onere supportentur taliter ut audivimus exinde ordinato quod pauca et
-modica supererant fiscalia, vel privata negotia emergentia hominibus
-dictæ Terræ, et specialiter collecta fiscalis pro tempore imponenda,
-et alia necessaria dictæ Terræ, quæ de ipsa super adjecta pecunia,
-quam datium nominant non deducuntur, ut expedit, et solvuntur. Quæ
-quidem prout continentur in quodam scripto publico inde Curiæ nostræ
-ostenso sunt ista. In primis quod pro qualibet uncia, quæ percipitur
-de introytu omnium bonorum cujuslibet civis Rubi solvantur grana
-quindecim, excepto campo et vineis. Item pro quolibet tumino frumenti,
-ordei, fabarum, cicerum, cumini et aliorum leguminum, ac salis, quæ
-vendentur per cives Rubi in Rubo, et in tenimento ejus, vel ubicumque,
-detur jumella una[180]: per exteros Rubi, vel in tenimento ejus sive
-ad minutum, sive ad grossum venduntur, detur per venditorem jumella
-dimidia. A tempore vero arearum ipsarum in antea quilibet civis Rubi
-det Datiariis pro quolibet tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum,
-et aliarum leguminum quarumcumque, quæ perceperit ex satis suis pro
-quolibet anno jumellam unam, ita quod per jumellam magistro salis
-nullum præjudicium generetur. Item pro qualibet salma vini musti,
-quæ percipitur ex vineis Rubi solvant patroni cives granum unum, et
-dimidium. Illi vero qui non habent vineas proprias, et laborant vineas
-alienas ad partem solvant prout recipient ad rationem prædictam. Item
-pro quolibet urceolo vini quod venditur ad minutum tam per tabernarios,
-quam per personam quamlibet aliam de Terra prædicta, solvat venditor
-quartam partem grani auri unius, quæ quarta pars grani diminuatur de
-urceolo vini venditi. Item quilibet Terrigena mercator pannorum solvat
-pro qualibet uncia percepta per cum pro pannis venditis grana quinque.
-Item quilibet civis mercator casei, sive recocti, animalium, victualium
-et quarumlibet rerum aliarum ubicumque emerit pro qualibet uncia
-solvenda per eum in emptione mercimoniorum suorum quorumcumque solvat
-grana quinque si fuerit civis. Exterus vero in Rubo et in tenimento
-ejus de eo quod vendiderit vel emerit pro qualibet uncia solvat grana
-duo, exceptis victualibus et sale de quibus detur jumella una per
-venditorem, prout superius est expressum. Exceptis etiam stractionariis
-ementibus de prædictis mercibus si eas vendiderint ad minutum. Item
-quilibet civis panem faciens solvat in furno pro quolibet thumino
-panis facti granum unum. Item quilibet stractionarius civis Rubi pro
-quolibet rotulo casei, recocti, carnium salatarum, lardi, sepi olei et
-cujuslibet mercis venditæ per eum ad pondus........ vel ad mensuram
-parvam, solvat quartam partem grani, quæ quarta pars grani minuatur
-de rotulo et mensura, in quibus ponderabuntur merces de consensu et
-voluntate universitatis. Item quilibet civis Rubi pro qualibet salma
-quarteriarum, ollarum, garaffarum....... urceolorum, et alterius operis
-de creta, quod magister ipsarum operum vendiderit, solvat ipse magister
-granum unum[181]. Si vero ipse Magister portaverit salmam ipsius operis
-ad vendendum solvat granum medium, et si alius emerit a magistro de
-prædictis rebus solvat pro qualibet salma granum medium ubicumque eam
-vendiderit. Item quilibet carpenterius, corduanerius, confettarius,
-et ferrarius civis pro qualibet uncia recipienda per eum solvat grana
-decem. Item quilibet Buccerius civis qui solvebat pro quolibet rotulo
-carnis quartam partem grani solvat pro quolibet porco seu scrofa grana
-decem pro quolibet castrato ove vel capra grana quatuor, pro qualibet
-vacca vel bove tarenum unum. Item quilibet civis delator lapidum
-solvat pro quolibet centenario ipsorum lapidum delatorum per eum granum
-medium. Item quilibet civis pro quolibet jumento vel equo viaticario
-solvat pro quolibet anno tarenos duos et medium. Item patroni cives
-vaccarum solvant pro qualibet vacca fœta domita, vel indomita grana
-tria. Item patroni cives jumentorum solvant similiter pro quolibet
-jumento fœto et indomito grana decem, exceptis jumentis, quæ sunt
-in agro. Pastores autem habentes jumenta pro quolibet jumento sive
-domitum, sive indomitum sit, et etiamsi fœtum fuerit, vel non, solvant
-grana decem, et pro quolibet asino grana quinque. Item quilibet civis
-exercens officium sensariæ solvat sextam partem pecuniæ, quam lucratus
-fuerit ex officio ipso, de quo lucro teneatur jurare ipse sensarius.
-Item quilibet frascarius et calcararius vendens ligna, plantas et
-calcem solvat pro qualibet ebdomada qua res ipsas vendiderit granum
-unum. Item patroni cives molendinorum solvant pro qualibet salma
-frumenti moliti in eorum molendinis granum medium, excepto frumento
-molito pro victu eorum, pro quo nihil solvant. Item quilibet civis
-viaticarius, seu quilibet alius deferens fructus, vel herbas, pisces,
-circulos vegetum, vel res alias quascumque ad usum hominum cum operis,
-seu equis suis solvat pro qualibet salma granum unum ubicumque eam
-vendiderit, exceptis leguminibus victualibus et sale, de quibus detur
-jumella una per venditorem ut supra est expressum. Si vero caseum
-et vinum mustum tempore vindemiarum et victualia tempore arearum
-detulerit, solvat pro quolibet animali, quo res ipsas detulerit, granum
-unum per diem. Ipsorum ergo hominum nobis supplicatione subjuncta,
-ut hujusmodi ordinationes et statuta eorum velimus debita firmitate
-vallare, prout tota forma scripta in præsenti quaterna pro nominibus
-fundorum mutato[182] ubi legitur in iis litteris _mandato ipsius Curiæ
-requirendo, aut etiam expectando, et quia hoc_ etc. Hic vero legitur
-_mandato ipsius Curiæ requirendo_ etc. _Quia hoc_ etc. Datum Neapoli
-per Nicolaum Friczia de Ravello etc. Anno Domini MCCCVIII die octava
-Julii sextæ indictionis. Regnorum nostrorum anno XXIII_[183].
-
-Valga cotesto documento per farci conoscere le imposte comunali che
-in quel tempo erano in usanza. Quelle contenute nelle trascritte
-Capitolazioni non potevano non essere fastidiose tanto al Comune che
-doveva esigerle, quanto a coloro che dovevano pagarle. Con tal sistema
-daziario era inevitabile che tutte le classi de’ Cittadini Proprietarj,
-Negozianti, Venditori tanto all’ingrosso che a minuto, Artefici,
-Fornaj, Molinari, Mulattieri, Legnajuoli, Agricoltori, Pastori etc.
-fossero stati ogni momento alle prese cogli esattori o appaltatori
-comunali di tanti diversi e minuti dazj per l’opposto interesse che
-avevano i primi di pagare il meno possibile, ed i secondi di esigere il
-più che avessero potuto. Non si può credere certamente felice lo stato
-di una città costretta a ricorrere a questi mezzi. Lo stesso tenore
-del Diplomi contesta i disturbi, i dissidj, ed i scandali ch’erano
-ivi avvenuti a causa delle pubbliche imposte. Ma erano questi i regali
-della feudalità.
-
-Il Re Carlo II cessò di vivere nell’anno 1309, e gli succedè nel
-Regno il di lui figliuolo Roberto. Nel Repertorio generale delle carte
-Angioine si trova notato il seguente registro disperso. _Terlitii et
-Rubi tenimentum et pascua communia anno 1310 et 1311 lit. A fol. 472._
-La esistenza di cotesto Registro sarebbe stata utilissima attese le
-continue ed interminabili molestie che la irrequietezza de’ Terlizzesi
-ha recate in ogni tempo alla nostra città a causa de’ confini del
-territorio rispettivo, essendo stati questi ultimi intenti sempre ad
-estendergli invadendo ed usurpando l’agro Ruvestino[184].
-
-Nel dì 16 Giugno 1311 fu dal Re Roberto spedito il seguente privilegio
-a favore della Regina Sancia di Aragona sua consorte. Dichiarò con
-esso il Re ch’era di lei debitore _de summa duo milium unciarum auri
-annui redditus assignandi dictæ Reginæ in civitate et bonis fiscalibus
-Regni nostri Siciliæ pro dote et dotario per nos sibi olim legitime
-constituto, necnon et certa provisione pecuniæ per nos annua sibi
-facta_. Venne quindi per tal causa a darle ed assegnarle _civitatem
-Rubi sitam in Justitiariatu Terræ Bari per contumaciam Galerami de
-Yuriaco ad manus nostræ Curiæ rationabiliter devolutam cum hominibus
-vassallis juribus et omnibus pertinentiis suis pro valore annuo
-unciarum auri ducentarum computando in dote, et dotario, et provisione
-jam dictis. Investientes ipsam per nostrum anulum præsentialiter
-de eadem ac volentes expresse quod ipsa per se et ministros suos
-praedictam civitatem Rubi habeat teneat et possideat pro præfato valore
-annuo etc._[185].
-
-La nostra città migliorò certamente la sua condizione coll’essere
-uscita dalle mani di Feudatarj che la opprimevano e scorticavano, e
-coll’essere passata sotto il governo di una Regina virtuosissima e
-religiosissima. Da un altro Registro dello stesso Re Roberto del dì 22
-Febbrajo 1314 si viene a conoscere che fece la città suddetta le sue
-nuove Capitolazioni relativamente ai dazj comunali imposti a se stessa.
-Non si rileva dal detto Registro quali queste fossero state. È però
-a credersi che quella popolazione avendo cominciato a respirare sotto
-il governo assai più umano della Regina abbia migliorate e modificate
-quelle dell’anno 1308 innanzi trascritte le quali in verità erano
-durissime. Dal precitato Registro si conosce solo che il Re sanzionò
-le novelle Capitolazioni con dichiarazione espressa di doversi la
-Università di Ruvo obbligare di rifare alla Regia Corte ed alla Regina
-Sancia quel danno che agl’interessi fiscali, e della Regina suddetta
-sarebbe venuto a risultarne nella esecuzione di esse[186]. Il che
-conferma vie più la idea che dovevano coteste capitolazioni essere più
-vantaggiose per la popolazione suddetta.
-
-Nel detto Repertorio generale sussiegue il seguente notamento: _Sancia
-Regina habet confirmationem infrascriptarum Terrarum ab omni feudali
-servitio liberarum, videlicet Rubi etc. 1316 lit. B fol. 316_. Il
-Registro esiste, ma è mutilato, e manca il foglio citato con moltissimi
-altri per le vicende innanzi espresse. Vi è anche nel detto Repertorio
-il seguente notamento di altro Registro disperso: _Rubi Terra in
-dominio Reginæ Sanciæ 1336 et 1337 lit. B fol. 14_. Cotesto notamento
-ci fa apprendere che fino all’anno 1337 la nostra città continuava ad
-essere posseduta dalla Regina suddetta, giacchè da altro Registro che
-sarà or ora riportato si rileva che fu la stessa dalla Regina venduta
-al Conte di Terlizzi, il che non potè aver luogo che dopo l’anno 1337.
-
-Il saggio Re Roberto cessò di vivere nel dì 20 Gennajo 1343, non già
-dell’anno 1342 come taluni han creduto. Col suo testamento del dì 16
-del detto mese lasciò Balia del Regno la detta Regina Sancia di Aragona
-sua consorte. Vedendo ella però che colla morte del suo ottimo marito
-la sua splendida Corte era caduta nella confusione, ed anche perchè era
-infastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monistero di S. Croce da
-lei medesima edificato, dove appena finito l’anno morì con grandissima
-fama di santità[187].
-
-Aveva Roberto per vedute politiche conchiuso il matrimonio tra Giovanna
-sua Nipote che andava a succedergli nel Regno, ed Andrea figliuolo
-di Carlo Re d’Ungheria suo congiunto, il quale aveva preso perciò
-il titolo di Duca di Calabria. Fu questo però un nodo stretto con
-tristissimi auspicj. Il giovane Andrea per se stesso di poca levatura
-conversando solo con un Frate ed altri Ungari quì rimasti presso di
-lui, non potè dirozzarsi. Si rese quindi pesantissimo alla Regina sua
-consorte allevata con altra coltura alla Corte del Re Roberto. Giovanna
-dunque o s’infastidì di lui, o con soverchia facilità diè ascolto alle
-suggestioni di uomini perversi che sventuratamente fomentavano vie
-più la discordia tra i due sposi. Mentre Andrea andava ad assumere
-il titolo di Re, e con esso quel potere che gli era annesso, avvenne
-che essendosi portato colla Regina a diporto in Aversa fu una
-notte strangolato e gittato dagli esecutori dell’orribile misfatto
-ignominiosamente per una finestra.
-
-Molto grave fu il sospetto della intelligenza della Regina
-nell’assassinio del suo sventurato marito, che attirò in seguito sulla
-nostra povera città una terribile calamità. Mi piacerebbe che coloro
-i quali si sono sforzati di discolparnela vi fossero riusciti. Ma
-prescindendo dagli Storici del Regno che le imputano questa colpa, mi
-fa molto peso ciò che leggo in uno Scrittore sensatissimo, e non uso
-a malignare altrui, qual è Muratori. _Fuere qui Joannam de hujusmodi
-crimine purgare conati sunt, sed illi judicio meo Æthiopem lavandum et
-dealbandum suscepere_[188].
-
-Si aprì intanto una inquisizione contro coloro che avevano avuta
-parte o reità nella morte del Re Andrea. Non potè la Regina da ciò
-dissentire. Il Gran Giustiziere del Regno Bertrando del Balzo Conte
-di Montescaglioso e di Andria, avendo trovato colpevole _Gazzone de
-Denysiaco_ Conte di Terlizzi e Gran Maresciallo, lo fece arrestare,
-con esser stato indi costui condannato a morte e giustiziato con altri
-complici dello stesso misfatto. Da un Registro dunque della detta
-Giovanna I del dì 24 Ottobre 1346 si rileva ciò che siegue. Si dice
-che la Regina Sancia aveva venduta la città di Ruvo con Regio assenso
-al detto Conte di Terlizzi. Non si dice l’epoca del contratto, ma ho
-innanzi osservato che dovè ciò seguire dopo l’anno 1337. Si soggiugne
-che essendo stato il Conte di Terlizzi arrestato e sommesso ad un
-processo capitale gli erano stati sequestrati anche tutti i beni tra i
-quali la città di Ruvo.
-
-Che la di lui moglie _Margherita Pipina_ era ricorsa alla Regina ed
-aveva esposto che per patto espresso stipulato nel contratto passato
-colla Regina Sancia si era dichiarato che le rendite della detta
-città di Ruvo avrebbe dovuto ella goderle durante sua vita, e dopo
-sua morte sarebbe passato quel feudo agli eredi del marito. Che quindi
-doveva la città suddetta rimanere esclusa dal sequestro e darsi a lei
-per godersela durante sua vita. Che la Regina aveva fatto esaminare
-l’affare _a Matteo de Porta de Salerno milite; et Joanne Siripandi
-de Neapoli Juris Civilis Professoribus Magnæ Curiæ nostræ Magistris
-Rationalibus_, e costoro erano stati di avviso che la dimanda della
-detta _Pipina_ era ben fondata.
-
-Che seguita la condanna e la morte del Conte di Terlizzi aveva la
-Regina sommessa la dimanda suddetta al novello esame di un Consiglio
-composto dai suddetti de Porta e Siripandi, da altri Giureconsulti,
-e dagli Avvocati e Proccuratori Fiscali. Che cotesti Signori erano
-stati concordi nell’opinare che la dimanda di Margherita Pipina era
-ben giustificata, e quindi doveva ella godere le rendite della città
-di Ruvo durante sua vita[189]. Dopo ciò la Regina venne ad ordinare
-che si fosse tolto il sequestro, e dato alla ricorrente il possesso
-della città suddetta durante sua vita sotto l’obbligo della fedeltà
-e del feudale servizio, e colla condizione espressa di doversi ne’
-Regj Quaternioni registrare tra due mesi la grazia ottenuta a pena di
-decadenza[190].
-
-Intanto il Re d’Ungheria Lodovico fratello di Andrea essendo stato
-pienamente informato di quanto era quì avvenuto, ne rimase fortemente
-commosso ed irritato. Fremendo di sdegno venne in Italia nell’anno
-1347 con poderoso esercito, per vendicare la morte di suo fratello,
-ed entrò ostilmente nel Regno. Mancava alla Regina il coraggio e la
-forza di resistergli. Vedeva inoltre che le Popolazioni del Regno
-non erano disposte a levarsi in armi in sua difesa, perchè fortemente
-prevenute della di lei intelligenza nella morte del marito. Il miglior
-partito quindi che seppe prendere fu quello di abbandonare il Regno
-ed andarsene ne’ suoi Stati di Provenza. Il Re d’Ungheria quindi
-entrò nel Regno senza resistenza, prese aspra ma giusta vendetta di
-coloro che avevano avuta parte nell’assassinio di suo fratello, e dopo
-aver sommesso tutto il Regno alla sua dominazione, se ne ritornò in
-Ungheria.
-
-Saputosi ciò dalla profuga Regina cominciò a prendere coraggio ed a
-trattare coi suoi aderenti quì lasciati circa i mezzi di ricuperare il
-perduto Regno. Animata dalle loro promesse non tardò a presentarsi quì
-ella medesima con dieci galee che le riuscì di armare. Fu ben accolta
-dai Napolitani che mal soffrivano gli Ungari. La sua presenza infervorò
-il suo partito. Molte città ritornarono spontaneamente alla di lei
-ubbidienza. Altre città che si mantennero fedeli al Re d’Ungheria
-venivano man mano sommesse colla forza delle armi. Gli affari del Re
-d’Ungheria andavano quì assai male, il che l’obbligò a ritornare di
-nuovo nel Regno nell’anno 1350.
-
-Gli avvenimenti seguiti in quel tempo nella Puglia si trovano descritti
-in un libro intitolato: _Dominici de Gravina Chronicon de Rebus in
-Apulia gestis_. Dobbiamo cotesta istoria alla indefessa diligenza del
-Muratori che riuscì ad averne una copia dall’unico Codice di essa che
-si conserva nella Biblioteca Cesarea di Vienna accresciuta vie più di
-manoscritti dalle cure dell’Imperatore Carlo VI. Manca però il Codice
-suddetto del suo principio, ove si parlava anche de’ fatti del Re
-Roberto, e della sua fine ove parlar si doveva dell’esito della guerra
-suddetta dopo la seconda venuta del Re Lodovico nell’anno 1350.
-
-La detta breve istoria fu scritta da un Notajo di Gravina detta perciò
-_Dominici de Gravina Chronicon_. Avendo ei seguite le parti del Re
-d’Ungheria, e mantenuta per quanto potè la città di Gravina coi suoi
-amici ed aderenti sotto la di lui dipendenza, fu ciò cagione di tutte
-le sue sventure che da Notajo lo fecero divenir soldato. Il Muratori fa
-conto di questa Cronaca, perchè si vedono in essa riportati i fatti con
-ingenuità e schiettezza.
-
-Dice dunque l’autore di essa che nella Provincia di Basilicata
-limitrofa colla Terra di Bari erano alla testa del partito e delle
-armi della Regina Roberto e ’l suo Nipote Ruggiero Sanseverino Conte
-di Tricarico e di Chiaromonte: che radunavano molta gente d’armi e che
-dipendeva da essi anche una numerosa schiera di _Malandrini_, i quali
-son sempre pronti ad insorgere nelle guerre di partito ove vi è da far
-bottino. La famiglia Sanseverino trattata dappoi con tanta crudeltà
-dal Re Ferdinando I di Aragona apparteneva ai detti Roberto e Ruggiero.
-Come variano le cose del Mondo!
-
-Narra dunque lo Scrittore Gravinese che essendosi saputo che i
-già detti due Capi avevano la intenzione di attaccare la città
-di Gravina, ei si recò a Barletta _ad Dominum Vayvodam_, cioè al
-Comandante Ungaro lasciato dal Re Lodovico, onde ottenere un soccorso
-di soldati. Soggiugne indi: _Tardavit autem talis succursus per dies
-et dies me remanente cum eis. Finaliter nuntiatum fuit dicto Domino
-quod civitas Rubi et castrum Terlicii, quæ, et quod erant donata
-præfato Domino Joanni Chucz Ungaro, per dictum Robertum de Sancto
-Severino erant penitus dissipanda eo quod licet civitas Rubi pro dicto
-Domino se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino
-Roberto viriliter tenebatur, et cum hominibus civitatis continue
-prœliabatur_[191].
-
-Passa poi a dire che i detti due Capi essendosi con tutte le loro
-forze avvicinati alla città di Gravina, ove vi era un partito interno
-che gli favoriva, fu egli obbligato a fuggirsene con una porzione
-de’ suoi compagni ed aderenti che a lui si unirono. Che nella loro
-assenza i Partigiani de’ Sanseverino persuasero il Popolo a non far
-loro alcuna resistenza ed accogliergli nella città da amici. Che si
-trattennero quindi ivi dieci giorni colla loro gente. Ma non perciò
-furono i Gravinesi esenti dalle uccisioni, dalle depredazioni ed
-estorsioni, dalle carcerazioni, dalle confische, dai maltrattamenti
-e dalle violenze usate da quella pessima gente alle donne le più
-belle. Indi passa al seguente spiacevolissimo racconto. _Amoverunt
-inde dictum exercitum et versus Rubum militavit audacter. Erat autem
-castrum Rubi fortissimum sua gente munitum. Civitas vero non, sed
-pro Hungaris tenebatur etiam et terra Terlicii. Ad quod dum nocte
-pervenisset, dato signo termini custodibus dicti Castri sui adventus,
-subito super Rubenses cives crudeliter irruerunt. Erat autem civitas
-Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes.
-Tamen in tali minime eis profuit prudentia, quia terram murare modo
-debito contemserunt, præcipue versus castrum, quod inimicum habebant.
-Sed quod nostro reatu permissum est desuper, nulla valet prudentia,
-quia sic permissum fuit a Deo, ut per mortem dicti Regis Andreæ, et
-unius mulieris terminum, universi Regnicolæ miseri diversis periculis
-vexarentur. Sic placuit sibi, ut oculi omnium salutem propriam non
-viderent, quin diversis delictis nostris omnes multifarie puniremur. Ut
-autem inimicus exercitus Rubum pervenit, mandavit idem dominus Robertus
-quod civitas ipsa Rubi penitus curreretur, et factum est. Totus
-idem exercitus in facie castri constitutus contra cives dictæ Terræ
-potenter insurgit, et viri Rubi potenter assistunt, et durante prœlio
-usque ad horam meridiei transactam, intra quod temporis spatium hinc
-inde plurimi perierunt; tandem cum plurimi cives Rubenses in salutem
-uxorum et filiorum intercederent potius, quam ad defensionem communem,
-cessit finaliter victoria Domino Roberto jam dicto, et violenter idem
-exercitus ingressus est civitatem. Fugiunt omnes cives per Terram
-illam, et extra, et vadunt hinc inde dispersi. O quam terribilis
-ululatus et planctus virorum, mulierum, et infantium puerorum generis
-utriusque! Capiuntur multi concives miseri et carceri ducti sunt pretio
-redimendi: plures in fuga gladio pereunt exercitus inimici et plurimæ
-mulieres, virgines præcipue tortoribus impiis capiuntur: et multæ
-quidem ex eis carnali vituperio adducuntur. Universa robba concivium
-miserorum in stragictiosam prædam distribuitur exercitus memorati. Ii
-autem qui castri carceri ducti fuerant, prædata universaliter dicta
-Terra, propter consecutum recessum exercitus, diversis tormentis
-exponuntur, et evulsione dentium compuniuntur quasi ad ultimam
-paupertatem. Igitur universa ipsa civitate prædata et consumta, castrum
-ipsum et campanile potenter muniri præcepit, et annonas plurimas in
-eis immitti, opportunos stipendiarios immittens in eisdem fortelitiis
-campanilis et castri. Retulerunt mihi viri cives Guaranioni quod tota
-robba civitatis ipsius per ipsum casale ad partes Basilicatæ transivit
-animalium, et rerum mobilium sine fine._
-
-_Demum civitate ipsa penitus consumta et destructa, idem dominus
-Robertus suum inde removit exercitum et ad Terram Terlicii, in qua
-Hungari septem morabantur in castro cum modicis aliis familiaribus
-custodientibus Terram ipsam pro parte et nomine Domini Johannis Chuez
-sæpe dicti, cum eodem suo exercitu Terlicium ipsum potenter obsedit
-etc._ Ma i Terlizzesi non opposero veruna resistenza[192].
-
-Cosa avrebbero potuto far di peggio i Vandali, gli Unni o i Saraceni?
-A tal modo Roberto e Ruggiero Sanseverino sommettevano le città del
-proprio Paese in nome di una Regina, la quale non era certamente
-crudele ed inumana, e niuna ragione inoltre aveva di trattare i
-Ruvestini con tanta barbarie? Le città che si trovavano sotto la
-dominazione del Re d’Ungheria non erano allo stesso passate per propria
-elezione. Erano state bensì obbligate a cedere a quella stessa forza,
-a cui la Regina suddetta aveva ceduto. Lo avevano anzi fatto per di lei
-ordine espresso.
-
-Ci fa sapere la Storia che quando ella non avendo forza ad opporre al
-Re di Ungheria si determinò ad abbandonare il Regno, convocò prima
-un Parlamento generale, al quale furono chiamati tutti i Baroni, i
-Sindaci di tutte le città del Regno, ed i Governanti della città di
-Napoli. In quel Parlamento essa medesima colla propria bocca dichiarò
-a tutti che non voleva affatto che i suoi sudditi avessero opposta
-resistenza al Re d’Ungheria, ed avessero richiamate su di loro maggiori
-calamità coll’irritarlo. Gli assolvè quindi dal giuramento a lei
-prestato, ed ordinò che si fossero a lui presentate le chiavi delle
-città e dei castelli, senz’attendersi la intimazione dell’Araldo o del
-Trombetta[193]. Questo tratto le fece molto onore, ed è degno in vero
-di somma laude.
-
-Cuopre però di eterno obbrobrio la memoria di Roberto e di Ruggiero
-Sanseverino che sotto gli occhi proprj fecero commettere tanti eccessi
-e tante laidezze dalla rapacissima masnada da essi arrolata a danno di
-una città, la quale aveva serbata al Re di Ungheria quella fede che gli
-aveva giurata dietro il permesso, anzi dietro il comando della stessa
-Regina. Se il di costoro operato peccò della massima iniquità, mancò
-anche di Politica.
-
-Era in questo affare d’ammirarsi per un lato il coraggio de’ Ruvestini.
-Mentre mancavano le opportune fortificazioni, e si trovavano stretti
-tra le numerose masse nemiche, e la guarnigione di quel fortissimo
-castello, si batterono essi valorosamente dall’alba fino a dopo il
-mezzodì con avere uccisi molti degli aggressori e coll’esserne caduti
-anche molti di loro. Nè sarebbero i primi entrati nella città se
-moltissimi de’ secondi trasportati dalla premura di rivedere le loro
-mogli ed i loro figliuoli non si fossero sconsigliatamente allontanati
-dal campo di battaglia.
-
-Per altro lato la fedeltà da essi serbata al loro novello legittimo
-Sovrano non era men commendevole. Roberto e Ruggiero Sanseverino
-avrebbero dovuto valutarla e rispettarla. Cosa farne di quelli uomini
-i quali cangiano casacca come cangia il vento, che tengono per nulla la
-fede giurata e passano con indifferenza da una bandiera all’altra? Non
-avrebbe dovuto loro mancare il talento di capire che una Popolazione
-così ferma e così decisa rimessa di nuovo con umanità e dolcezza sotto
-la dominazione della Regina, sarebbe rimasta alla stessa riconoscente
-e fedele. _Enimvero benignitate et clementia hostes vincere quam armis
-præstat: hic enim necessitate ut pareant homines inducuntur, illic
-voluntate_[194].
-
-Valga però il vero, non erano d’attendersi da que’ due Capi di partito
-questi nobili sentimenti. La fedeltà de’ Ruvestini era un rimprovero
-per essi che si erano resi ingrati e spergiuri. Ci fa sapere anche
-Domenico di Gravina che il primo de’ Sanseverineschi che si era
-presentato al Re d’Ungheria per prestargli omaggio era stato Ruggiero
-Sanseverino Arcivescovo di Salerno che fu dal Re onorato della
-luminosa carica di suo Consigliere e Protonotario del Regno. Roberto
-e Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico animati dal favorevole
-incontro del loro stretto congiunto, si presentarono anch’essi, furono
-dal Re molto graziosamente accolti, e gli prestarono il giuramento
-di fedeltà[195]. Essendo però stati tra i primi che lo violarono, non
-potevano certamente valutare in altri quel sentimento che avevano essi
-calpestato.
-
-Pagarono però ben presto il fio delle iniquità commesse a danno della
-nostra città. Richiamati dalla Basilicata in Napoli, ove le forze degli
-Ungari si erano concentrate, nella battaglia che fu da questi ultimi
-guadagnata nelle vicinanze di Aversa, rimasero entrambi prigionieri di
-guerra. Il Comandante Ungaro era nel fermo proponimento di spedirgli
-al Re incatenati in Ungheria, onde avessero pagata colla testa la loro
-ribellione. Ma non potè menare ad effetto questo suo proponimento per
-la seguente circostanza.
-
-Serviva nella sua armata come ausiliario un Corpo di Tedeschi ch’era
-in ritardo di soldi. Essi quindi pretesero di cuoprirsi in parte del
-loro avere col riscatto che avrebbero ritratto da Roberto e Ruggiero
-Sanseverino, e da Raimondo del Balzo Cavaliere molto distinto rimasto
-anche prigioniero nello stesso conflitto. Dopo lungo dibattimento il
-detto Comandante Ungaro che non aveva pronto il danaro per pagare i
-soldi arretrati, dovè cedere all’impero della necessità e lasciare i
-prigionieri suddetti a disposizione de’ Tedeschi. Capitarono però essi
-in cattive mani.
-
-Gli Alemanni per obbligargli ad un forte riscatto diedero loro una
-crudelissima tortura. Avendogli distesi nudi sulla terra calpestavano
-loro la pancia a forza di calci, ed indi flagellavano ed insanguinavano
-le membra con bacchette infocate ed ardenti. Dal che rimasti semivivi
-furono costretti a riscattarsi col pagamento di trentatremila fiorini
-per ciascuno. Il Comandante Ungaro nel licenziargli gli mortificò ed
-umiliò col seguente rimprovero: _Licet sacramentum vestrum nullius
-sit fidei, quum alias in manibus Domini nostri Regis juraveritis esse
-sibi fideles, quo meremini decollari propter jusjurandum confractum
-et proditionem per vos commissam, quare in prœlio vestra proditio vos
-præcipitavit ab equis, iteratum peto vos in manibus nostris sacramentum
-præstare jurantes quod amodo Domino nostro Regi fideles eritis, non
-rebelles_. Furono quindi costretti a prestar di nuovo il giuramento di
-fedeltà sul Santo Vangelo[196]. Grande umiliazione pe ’l loro orgoglio!
-
-Da ciò che disse Domenico di Gravina nel luogo innanzi trascritto
-risulta che Roberto Sanseverino per comprimere vie più il coraggio
-de’ Ruvestini, non contento di aver accresciuta la guarnigione del
-castello, fece anche occupare da altri soldati il campanile con buona
-provigione di viveri. Cotesto antichissimo campanile vi è tuttavia,
-e resiste ancora ai secoli, tutto che colpito dal fulmine, e privato
-della sua cupola. Consiste lo stesso in una torre quadrata altissima
-formata tanto nella parte esterna quanto nella parte interna di pietre
-quadrate ben lavorate e ben connesse tra loro. Li suoi finestroni sono
-ornati di pietre ben lavorate e scorniciate. Sorge la torre suddetta
-sul lato sinistro di quella Cattedrale vicino al Coro, ed ha sottoposto
-anche il Palazzo Vescovile ch’è alle spalle tanto della Chiesa che del
-campanile. A dire il vero però non credo un vantaggio per me che anche
-la mia casa paterna sta poco lungi dal campanile suddetto.
-
-La Chiesa Cattedrale della nostra città ha le mura esterne formate
-anche di pietre quadrate simili a quelle del campanile. La prospettiva
-di essa di struttura Gotica è magnifica e ricca di belli e vistosi
-ornati. Nella porta principale del tempio si entra per sotto un arco
-Gotico egregiamente lavorato e poggiato su di due colonne sostenute
-da due leoni, dei quali uno è rotto. Sui capitelli delle colonne vi
-sono due grifi. Al di sopra della porta suddetta ad una proporzionata
-altezza vi è un gran finestrone di figura sferica bene scorniciato ed
-ornato nel mezzo di lavori Gotici non ordinarj e molto curiosi. Nelle
-mura laterali della Chiesa si vedono altri ornati Gotici con teste
-anche di animali.
-
-De’ molti Esteri che capitano in Ruvo pe ’l gusto delle antichità ve
-ne sono stati alcuni, i quali hanno levato il disegno della prospettiva
-suddetta. Tanto la Chiesa che il campanile sono di epoca antichissima.
-Manca però qualunque memoria che possa indicarla con precisione.
-Debbono cotesti due edificj credersi edificati contemporaneamente,
-attesa la conformità della fabbrica, la quale sembra anteriore
-all’epoca de’ Normanni[197].
-
-Seguita a dire Domenico di Gravina che il precitato campanile di Ruvo
-fortificato anche, come innanzi si è detto, da Roberto Sanseverino
-fu ripigliato a forza di maneggi adoperati col Comandante della
-guarnigione in esso lasciata da Filippo de Sulz per sopranome
-_Malispiritus_ Comandante Ungaro della città di Andria. Che il Palatino
-di Altamura, il quale seguiva anche le parti della Regina tentò
-ritorlo agli Ungari e lo attaccò per due giorni continui. Ma non potè
-riuscirvi, perchè i soldati della guarnigione del castello non vollero
-dargli ajuto a motivo che Roberto Sanseverino da cui essi dipendevano
-non era amico del Palatino suddetto[198].
-
-Cosa sia dopo avvenuto in Ruvo s’ignora perfettamente, perchè la
-Cronaca di Domenico di Gravina manca della sua conchiusione. Sappiamo
-bensì dalla Storia che il Re Lodovico nell’anno 1350 se ne ritornò di
-nuovo nell’Ungheria con aver lasciati i presidj in quelle città che si
-tenevano ancora per lui. S’interpose dopo ciò Papa Clemente per farlo
-rappaciare colla Regina. Trovò però in lui da principio la massima
-durezza. Ma finalmente riuscì a combinar la pace, e ne fu segnato il
-trattato nel mese di Aprile dell’anno 1351. Aveva il Papa condannata
-la Regina a pagargli trecentomila fiorini per le spese della guerra.
-Ma il Re nobilmente gli rifiutò dicendo ch’ei non era quì venuto per
-ambizione, o per avarizia, ma unicamente per vendicare la morte di
-suo fratello, ed avendo fatto quanto gli era sembrato conveniente non
-cercava altro[199].
-
-Dalle cose dette innanzi risulta che la nostra città nell’anno 1346
-rimase conceduta in feudo durante la di lei vita a Margherita Pipina
-vedova del Conte di Terlizzi che morì giustiziato. Non si conosce
-quando la detta Pipina abbia cessato di possederla. Si sa però dalla
-Cronaca di Domenico di Gravina di sopra riportata che Lodovico Re
-d’Ungheria la concedè in feudo a _Giovanni Chucz_ Ungaro valoroso e
-riputato guerriero con lui venuto nel Regno, pag. 149.
-
-Da ciò che in seguito è passato a dire nel luogo innanzi trascritto lo
-stesso Cronista pare che possa inferirsi che anche la Regina dal suo
-canto abbia conceduta la nostra città a Roberto Sanseverino, poichè si
-esprime così: _Licet civitas Rubi pro dicto Domino (Giovanni Chucz)
-se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto
-tenebatur_. Espressioni le quali pare che importino di esserne egli
-divenuto contemporaneamente concessionario. Di tal concessione però
-niun cenno s’incontra ne’ pubblici Registri che abbiamo di quell’epoca.
-Andiamo dunque innanzi ai registri posteriori.
-
-Il Re Ladislao con suo diploma del dì 16 Agosto 1387 disse che il Re
-Carlo III suo genitore aveva conceduto l’utile dominio _Civitatis
-Rubi et Terræ Terlitii viro Nobili Villanucio de Vrunforti militi
-consiliario et fideli nostro dilecto dum vixit_. Ch’essendo morto
-costui senza successori in grado, li feudi suddetti erano rimasti
-devoluti alla Corona. Venne quindi a farne una novella concessione
-_viris nobilibus Antonio de Sancto Angelo dicto Ungari, et Friderico
-de Vrunforti nepotibus quondam Villanucii prædicti_, e ciò in
-considerazione degl’importanti servigj resi da entrambi specialmente
-nella guerra tanto a se che al fu suo genitore.
-
-Tal concessione si vede fatta con dichiarazione espressa che ove uno
-di essi fosse morto senza figliuoli, l’altro superstite fosse succeduto
-nella di lui porzione, e che tal concessione si doveva intendere fatta
-con tutte le clausole contenute nelle concessioni precedenti de’ feudi
-suddetti. Si riserbò inoltre il Re tutti i dritti di Sovranità e ’l
-feudale servizio, al quale i concessionarj erano tenuti[200].
-
-Nel dì 26 Aprile 1404 lo stesso Re Ladislao scrisse al detto _Federico
-de Vrunforti Comiti Vigiliarum Consiliario et fideli nostro dilecto_
-una lettera ben curiosa. Cominciò dal porre in essa in veduta il dovere
-che hanno i Sovrani di amar la giustizia, di farla bene amministrare,
-e d’impedire gli eccessi di coloro che l’amministrano. Passò indi
-a dolersi che i Giustizieri che amministravano la giustizia nel suo
-nome nelle Provincie di questo Regno, in vece di reggere bene i suoi
-sudditi, _quærentes vias tortuosas sub prætextu et occasione cultus
-justitiæ in puniendis delictis, extorsiones et exactiones commiserunt
-illicitas, et committunt profecto nostris sensibus odiosas_.
-
-Non si mostrò meglio contento de’ Giustizieri della Terra di Bari
-e di Principato _citra, in qua quidem Provincia Terræ Bari tu tenes
-et possides immediate et in capite a nostra Curia dictam Civitatem
-Vigiliarum in feudum cum titulo Comitatus civitatis ejusdem, et
-civitatem Rubi, et Terram Terlitii sub certo feudali servitio, seu
-adoha per te ipsi Curiæ nostræ præstanda; necnon et utique Balius et
-Baliatico nomine et pro parte magnifici adolescentuli Marini Antonii
-Comitis Sarni filii quondam Viri magnifici Antonii de Sancto Angelo
-dicti Ungari, civitatem Sarni de dicta Provincia Principatus citra_.
-
-Soggiunse che i detti Regj Ufficiali _aggravaverunt et aggravant
-vassallos nostros, eosque traxerunt et trahunt per loca remota, et
-vexando inquietando et molestando, donec se redimant ab eisdem,
-adeo quod sub colore exercitii ipsius justitiæ, avide deprimunt
-ipsos fideles nostros, omnem ipsorum substantiam sitientes, et
-pariter absorbentes_. Quindi per tali considerazioni e per esimere
-da tali vessazioni le città possedute dal detto Federico, venne il
-Re a concedergli la Giurisdizione civile e criminale per Bisceglia
-Ruvo e Terlizzi durante la sua vita, e per Sarno, e suoi casali
-durante il _Baliato_ di Marino Antonio Santangelo di età tuttavia
-minore. N’eccettuò solo le cause di omicidio che rimasero sotto la
-giurisdizione ordinaria[201].
-
-Ho detto innanzi di esser questa una lettera ben curiosa del Re
-Ladislao, poichè nel leggerla pare che gli fosse mancato il potere di
-rimuovere delle cariche que’ Magistrati, de’ quali sì altamente, e sì
-giustamente vituperava la condotta, e che abusavano a tal modo della
-loro autorità, e della sua fiducia! Sventuratamente però non è stato
-questo nè il primo, nè l’ultimo esempio di sì fatte inconcepibili
-anomalie, le quali hanno fatto sovente nel Mondo andare a galla
-i bricconi. Non si conosce affatto fino a qual tempo la Famiglia
-_Vrunforti_ abbia posseduta la città di Ruvo.
-
-Nel Repertorio generale de’ _fascicoli_ al fol. 183 vi è il seguente
-altro notamento: _Carolo Ruffo militi Regni Siciliæ Magistro
-Justitiario concessio Terrarum Terlitii et Rubi f. 127_. Mancando però
-il fascicolo, non si conosce l’epoca di tal concessione.
-
-Sono questi i Registri Angioini da me riscontrati nel Grande Archivio.
-Non manco d’incaricarmi che il nostro Scrittore Scipione Mazzella
-dice che Gio: Antonio Orsino figlio di Raimondo Principe di Taranto al
-tempo della Regina Giovanna II unì a quel Principato anche la città di
-Ruvo[202]. Il che sarà meglio dilucidato, coi Registri Aragonesi che
-anderò a riportare nel Capo seguente.
-
-
-DIGRESSIONE
-
-_Sull’antico Castello di Ruvo._
-
-Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca ha detto e replicato
-che _castrum Rubi erat castrum fortissimum_. Non è quindi fuori di
-proposito darne di esso un cenno. Cotesto antico edificio è quello
-stesso che ai tempi nostri era divenuto il Palagio Baronale e portava
-il nome di _Palazzo del Castello_. È lo stesso edificato su di un
-rialto adiacente all’antica porta della città che guardava l’occidente
-sulla strada de’ Cappuccini denominata _Porta del Castello_ ora
-abbattuta come tutte le altre. Dalla parte della città è l’edificio
-suddetto preceduto da uno spianato detto _largo del Castello_ o _di
-S. Rocco_ per la Chiesa che vi è di quel Santo Protettore della città
-suddetta.
-
-Dal detto lato della città le sue mura guardano l’oriente e ’l mezzodì.
-Sono altissime e solidissime formate di pietre quadrate ben lavorate
-simili a quelle della Cattedrale e del campanile. Dal lato poi della
-campagna guardano l’occidente e ’l settentrione, e sono della medesima
-altezza solidità e struttura. Questi due lati inoltre sono difesi da
-una cinta di fortificazioni esterne distaccate dal corpo del castello
-ed avanzate. Tra l’uno e l’altra pare che sia interceduto un fossato, o
-un _pomerio_ ridotto ne’ tempi posteriori a giardino.
-
-Consistono le dette esterne fortificazioni in una muraglia ben solida
-munita al di fuori di una fortissima scarpa che tuttavia esiste in gran
-parte. È questa formata da un grosso terrapieno appoggiato da giù in su
-alla muraglia istessa, e vestito al di fuori di una selciata ben forte
-e ben connessa. Cotesta fortificazione porta oggi tuttavia il nome di
-_scarpetta_, e lo spianato esterno alla stessa adiacente è chiamato
-anche _largo della scarpetta_.
-
-A pochi passi dal detto castello contro il lato meridionale di esso
-tra il castello istesso e l’antica porta della città di cui testè si è
-parlato, sorge una torre altissima, e ben grande di figura rotonda. La
-porta d’ingresso di essa è dal lato del castello. Sono le sue mura di
-una straordinaria doppiezza. Dalla parte esterna sono formate di pietre
-semplici di discretissima grossezza; ma nella parte interna vi sono
-pezzi di macigno ben grandi e ben connessi tra loro.
-
-Ha la torre suddetta al di fuori un altra cinta di fortificazioni,
-la quale forma con essa un solo corpo. Consiste questa in un bastione
-che le gira intorno fino all’altezza del secondo piano, e la cinge per
-tutti i lati. La sua figura è poligona merlata al di sopra alla Gotica,
-il che le dà anche maggiore eleganza. Tra il corpo della torre, e ’l
-parapetto di cotesto bastione vi è un corridojo scoverto. Dava questo
-ai soldati il comodo di girare intorno, di appostarsi dietro i merli
-del bastione istesso, e di tirare dalle feritoje che in essi vi sono.
-
-A piè di cotesto bastione vi era un ampio e profondo fossato che gli
-girava intorno ora ripianato; ma io me lo ricordo. Portava questo il
-nome di _Rivellino_, nome militare di fortificazione. Quindi nella
-rivela de’ corpi feudali fatta dal Duca d’Andria nel catasto della
-città di Ruvo dell’anno 1752, giusta i regolamenti allora in vigore, si
-vedono cotesti edificj rivelati nel modo che siegue. _Il Castello, seu
-Palazzo Baronale, con sua torre antica con rivellino intorno._
-
-Era la torre suddetta nella parte interna divisa in quattro piani.
-Il primo di essi lo forma quello spazio che intercede tra le sue
-fondamenta e ’l punto di quel corridojo scoverto che gira intorno al
-parapetto del bastione di cui innanzi ho parlato. Il piano suddetto era
-profondo, oscuro e senza lustriere di sorta alcuna, poichè l’apertura
-di esse la impediva il bastione che lo cinge per tutti i lati. Pare
-quindi che il piano suddetto non sia servito ad altro che per un
-magazzino della Guarnigione. Il secondo piano è al livello del già
-detto corridojo scoverto, col quale comunica per mezzo di una porta.
-Il primo piano dal secondo e ’l secondo dal terzo è diviso da volte di
-fabbrica fortissime formate con molta maestria. Nel centro di ciascuna
-di esse si vede lasciato un vano circolare di bastante ampiezza. È
-probabile che cotesti vani si siano lasciati ad oggetto di situarvi
-una scala a lumaca sia di fabbrica, sia di legno per la comunicazione
-interna tra un piano e l’altro.
-
-Il terzo piano ha ora una considerevole altezza fino alla volta che
-chiude la sommità della Torre. Anticamente però vi era in quello
-spazio un altro piano intermedio formato a tavolato. Lo pruovano ciò
-chiaramente i buchi delle grosse travi che lo sostenevano rimasti nella
-muraglia. In cotesto piano vi è un forno formato nella grossezza di
-essa ed una porta di giusta altezza. Entrandosi in essa si trova sulla
-sinistra una scaletta formata anche nella grossezza del muro, per la
-quale si ascende alla sommità della torre. È questa scoverta e senza
-tetto. Il pavimento è formato di pietre quadrate ben lavorate, e ben
-connesse per dare lo scolo alle acque piovane. Vi sono intorno merli e
-balestriere.
-
-Disfatto o crollato il tavolato intermedio che vi era una volta tra il
-terzo piano e la volta che cuopre la torre, non si può ora accedere
-altrimenti dalla parte interna alla detta scaletta che mena alla
-sommità di essa che congiugnendosi insieme due lunghe scale. Per chi
-non è uso a queste pruove non è la cosa senza un pericolo. Malgrado ciò
-la curiosità smaniosa che ho sempre avuta per le antichità patrie mi
-spinse mentre non aveva che l’età di undici anni ad indurre un maestro
-muratore ad appagare il mio imprudente desiderio di montare sulla torre
-suddetta col di lui ajuto. Mi è rimasta sempre impressa nella mente la
-stupenda ed estesissima veduta che di là si gode.
-
-Non ometto in fine che nella torre suddetta si entrava, come innanzi ho
-detto, dal lato del castello mediante un ponte sovrapposto all’antico
-fossato o rivellino. Alla fine di esso sui lato sinistro accanto al
-corpo della torre si vede un fabbricato ora sdruscito, e rovinato dal
-tempo di figura circolare, il quale dal fondo del fossato si elevava
-fino al terzo piano della torre. Cotesto fabbricato non poteva esser
-altro che una gran cisterna costrutta per provvedere di acqua la
-Guarnigione.
-
-Dalle cose premesse s’intende bene il perchè Domenico di Gravina il
-castello di Ruvo lo chiamò _Castrum fortissimum_, e nelle concessioni
-in feudo della nostra città si vede conceduta _Civitas Ruborum cum suo
-castro, et fortellitio_. Le fortificazioni di sopra descritte al tempo
-in cui non si era ancora inventata la polvere da cannone non erano
-certamente di facile espugnazione.
-
-Non si conosce l’epoca della fondazione tanto del castello che della
-torre, poichè manca una notizia qualunque che possa indicarla. Nè si
-può dire tampoco con certezza se i due edificj siano stati costrutti
-contemporaneamente o in tempi diversi. La diversità della fabbrica
-dell’uno e dell’altro potrebbe forse costituire un argomento per
-credergli surti in tempi diversi. Ma l’una e l’altra costruzione è
-tanto antica che non si può decidere quale de’ predetti due edificj
-debba credersi anteriore. Non è però improbabile il dirsi che le
-fortificazioni predette in tutto o in parte vi fossero state al tempo
-di Ruggiero non meno per l’antichità ch’esse mostrano, ma anche perchè
-da ciò che si è detto nel capo precedente era Ruvo fin da quel tempo
-una città forte.
-
-Non manco intanto di avvertire che nella parte esterna della torre
-suddetta da quel lato che guarda il mezzodì tra il secondo, e ’l terzo
-piano all’altezza di circa dodici palmi dal pavimento del corridojo
-scoverto che gira intorno al parapetto del bastione, vi è nel corpo
-della muraglia della torre incastrata una lapide lunga circa tre palmi
-e larga circa due palmi. Avendone fatto levare il modello, ho rilevato
-ch’è la stessa bene scorniciata. Nel mezzo vi sono scolpiti due
-scudi di uguale dimensione. Uno di essi ha il campo netto, e liscio.
-Nell’altro vi è un lione rizzato sui piedi di dietro che gioca le
-zampe, ha la lingua fuori della bocca, e la coda alzata e rivolta sulla
-schiena giusta la seguente figura
-
- [Illustrazione]
-
-Pareva sulle prime che avesse potuto cotesta lapide porgermi il filo
-per indagare l’epoca della costruzione della torre suddetta. Sono però
-rimasto nella stessa oscurità. Primieramente non è facile il decidere
-se la lapide anzidetta sia stata messa nella prima costruzione della
-torre, o aggiunta dopo. Comunque un abile maestro muratore incaricato
-di osservarla abbia assicurato che la muraglia non apparisce forzata,
-ciò però non esclude che abbia potuto essere incavata con tanta
-diligenza che non si apprenda in essa, dopo di esserne passati più
-secoli, veruna alterazione. Prescindendo da ciò, non è facile tampoco
-l’indovinare a chi possano appartenere le armi scolpite nella lapide
-suddetta. In quanto alle antiche famiglie nobili Napolitane li nostri
-Scrittori Scipione Mazzella nel suo libro intitolato _Descrizione del
-Regno di Napoli_, e Carlo Borrelli nel precitato suo libro intitolato
-_Vindex Neapolitanæ Nobilitatis_ ci hanno fatto conoscere le armi
-ed insegne di moltissime di esse. Ve ne sono di queste alcune,
-specialmente de’ Caraccioli, che hanno il leone in quella stessa
-posizione in cui si vede nella nostra lapide.
-
-È però ad osservarsi che le famiglie suddette hanno un solo scudo col
-lione e non già due, e che niuna di quelle famiglie che hanno nello
-scudo il lione ha posseduto in feudo la città di Ruvo. Il che si rileva
-anche dai precitati due Scrittori, i quali hanno riportati i nomi ed i
-titoli de’ feudi da esse posseduti, tra i quali non vi è Ruvo.
-
-Ove poi le armi suddette volessero attribuirsi ad alcuno de’ Nobili
-Stranieri, ai quali la nostra città fu conceduta in feudo, in primo
-luogo non sono essi tutti conosciuti. In secondo luogo sarebbe questa
-una indagine astrusa inestricabile, e di niuna importanza. Quindi
-non attacco alla stessa quella idea che ho giustamente attaccata allo
-scuoprimento della origine della nostra città.
-
-In mezzo a tanta oscurità se è permesso ad ognuno di proporre le sue
-conghietture, potrebbe darsi anche che fosse stato questo l’antico
-stemma della nostra città. Il lione ha potuto esser ritenuto o come un
-simbolo della sua fortezza, o in memoria del lione Nemeo che si vede
-nelle sue antiche monete. L’altro scudo netto e liscio potrebbe forse
-alludere alla vasta estensione del suo territorio. Del resto chiunque
-possa riuscire a dare della lapide suddetta una migliore spiegazione
-sarà da me applaudito di tutto cuore.
-
-
-
-
-CAPO IX.
-
-_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Aragonese._
-
-
-Dai Registri del grande Archivio si rilevano i seguenti fatti.
-Nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini figliuola primogenita di
-Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, e figliuolo secondogenito
-di Ramondello del Balzo Orsini Principe di Taranto, espose al
-Re Alfonso Primo di Aragona che il suo defunto genitore aveva
-possedute le seguenti città e terre, cioè Venosa col titolo di Duca,
-Lavello, Lacedogna, Minervino, Ruvo e Vico co’ suoi casali nominati
-Castiello, S. Nicola e S. Suosso, Montelione, Laurenzana, Castello
-Vellotto, Flumari, Vallata, Guardia Lombarda, Pulcarino, Rocchetta
-_Sancti Antonii_, Carbonara, Monte acuto, Carpignano, li casali di
-Trentola, Lauriano e Capodrise col Territorio detto di Pietra Palomba
-_Cum omnibus ipsarum civitatum, terrarum et locorum castris, seu
-fortellitiis, hominibus, vassallis, vassallorumque redditibus, mero,
-mixtoque imperio, et gladii potestate, Banco Justitiæ, et cognitione
-causarum civilium, criminalium et mixtarum, Bajulationibus et integro
-eorum statu_.
-
-Disse che i feudi suddetti a lei spettavano per la morte del
-suo genitore a titolo di legittima successione, e ne dimandò la
-investitura. Il detto Re Alfonso I con suo Privilegio del dì 1.º Giugno
-dell’anno suddetto le confermò li feudi di sopra enunciati _pro se,
-suisque heredibus, et successoribus cum omnibus prædictis juribus et
-jurisdictionibus, prout melius et plenius tenuit, et possedit dictus
-quondam Gabrielius pater vigore suorum privilegiorum[203], tenenda
-omnia prædicta in feudum etc._[204].
-
-La detta Donata del Balzo Orsini prese per marito Pirro del Balzo
-Principe di Altamura, Conte di Monte Scaglioso e Gran Contestabile
-del Regno e gli portò in dote li feudi suddetti. Per tal ragione nelle
-carte Aragonesi e dai Scrittori della Materia Doganale il detto Pirro
-del Balzo si trova intitolato Duca di Venosa e di Minervino, e Conte
-di Ruvo. Ai conjugi suddetti il Re Ferdinando I di Aragona figliuolo
-di Alfonso nell’anno 1458 confermò li feudi che rispettivamente
-possedevano, tra i quali la città di Ruvo[205].
-
-Isabella del Balzo fu figliuola del detto Pirro del Balzo e di Donata
-del Balzo Orsini. Ebb’ella per marito Federico di Aragona figliuolo
-secondogenito del Re Ferdinando I di Aragona. Per la morte de’ suoi
-genitori senza figliuoli maschi, tra gli altri feudi da lei ereditati
-vi fu anche la città di Ruvo. Fu per la nostra città sicuramente
-un vantaggio l’esser passata sotto la dominazione di un Principe
-distintissimo per le sue virtù e per la bontà de’ costumi. Ma ciò durò
-ben poco.
-
-Divenuto Federico Re di Napoli nell’anno 1496, pressato forse dalle
-dolorose circostanze delle quali si parlerà nel seguente capo, vendè
-nell’anno 1499 la città suddetta a _Galzarano de Requesens_ Conte di
-Trivento e di Avellino. Questo contratto non trovandosi registrato
-ne’ Regj Quinternioni, i notamenti ch’esistono nel Grande Archivio lo
-giustificano riportandosi ad un antico processo formato nella Regia
-Camera della Sommaria tra il Regio Fisco e ’l Duca d’Andria e Conte
-di Ruvo per l’assegnamento de’ fuochi della detta città, nel quale
-il privilegio suddetto erasi prodotto[206]. Bisogna ora dare un passo
-indietro per riportare i seguenti registri anche dell’epoca di cui sto
-ragionando.
-
-Nel Repertorio de’ Registri _Curiæ_, nel Registro _Licterarum Regiarum
-Primo_ dell’anno 1478 Cam. I Lettera S Scanzia 4 n. 5 fol. 42 a t. vi
-è la seguente notizia. _Università di Curati, et Ruvo communità d’acqua
-et herba 1478 Rex Ferdinandus._
-
-Nel detto Repertorio sotto il Registro _Licterarum clausarum Curiæ_ IX
-dell’anno 1478 Cam. I lettera S Scanzia I n. 8 fol. 74 si legge _Ruvo
-et Corato per l’acqua et herba comune_.
-
-Nel Repertorio de’ Registri _Partium_ fol. 17 a t. sotto il Registro
-_Partium_ XIX dell’anno 1479 Cam. 5 Lit. A Scanz. I n. 29 si legge
-_Università di Quaratæ immunità per la fida d’animali in loro
-territorio, et communità di acqua et erba con l’Università di Rubo_.
-
-Li già detti tre Registri mancano; ma li trascritti notamenti rimasti
-ne’ repertorj bastano a pruovare di esservi stata un tempo comunità di
-acqua ed erba tra le due Popolazioni di Ruvo e di Corato. Lo conferma
-ciò anche il seguente Registro tuttavia esistente dello stesso anno
-1479.
-
-Giacomo Caracciolo utile Signore in quel tempo della terra di
-_Quarata_, e la università, ed uomini di essa esposero al detto Re
-Ferdinando che _avendo dicta Terra, et Università et homini di quella
-comunità de acqua et herba con la Università et homini de la cità de
-Rubo, et quella se usano, et usase gran tempo, et l’uno con li altri
-pacifice secundo loro antiqua consuetudine, privilegj et capitoli
-mostrase, al presente per Cola Cometta de questa nostra Dohana le si
-vogliono innovare cosa non solita, nè seguita per gli altri Officiali
-de dicta nostra Dohana, dal che ne seguerea non poco danno et interesse
-a dicti exponenti. Unde de ciò ne hanno fatto supplicare vogliamo alla
-loro indempnità de opportuno rimedio provedere non se li debbia a dicti
-supplicanti innovare cosa alcuna in prejudicio de’ dicti loro capitoli,
-privilegj, et consuetudine, per lo dicto Cola, et altri Officiali
-de dicta Dohana in la dicta loro comunità de acqua et herba, ante
-lassarreli persistere et gaudere si come per lo passato avevano facto,
-et al presente fanno in dicta comunità_.
-
-Sussiegue il Rescritto del Re che si vede inserito alla lettera, col
-quale venne ordinato che nulla si fosse innovato contro la esposta
-comunione di acqua ed erba. In fine vi è una provvisione del Tribunale
-della Regia Camera della Sommaria del dì 12 Settembre 1479 colla
-quale fu ordinata la piena ed esatta esecuzione del precitato Real
-Rescritto[207].
-
-
-CONSIDERAZIONI
-
-_Sulla comunità di acqua ed erba della città di Ruvo con Corato e
-Terlizzi._
-
-Dal Registro del Re Roberto dell’anno 1310 e 1311 riportato innanzi
-alla pag. 144 si è veduto che tra Ruvo e Terlizzi vi era la stessa
-comunione di acqua ed erba. Perchè la nostra città è stata una volta
-in comunione colle due terre di Corato e di Terlizzi, e non già colle
-convicine città di Bitonto, di Altamura e di Gravina? Pare che la cosa
-si spieghi da se stessa. In quanto a Terlizzi ch’è alla distanza di due
-miglia da Ruvo, basta un solo colpo d’occhio di chiunque non voglia
-rinunziare al raziocinio per decidere di esser quella una novella
-Popolazione nata nell’antico estesissimo agro Ruvestino, e che quanto
-la stessa ha e possiede non può ripeterlo che dalla nostra città.
-
-In quanto poi a Corato pare che non possa porsi tampoco in dubbio che
-sia surta del pari nel territorio di Ruvo, e che il terreno alla stessa
-assegnato dal Conte Pietro Normanno dal quale fu edificata sia stato
-ritagliato anche dall’agro Ruvestino. Si è innanzi dimostrato che dal
-lato occidentale era Ruvo l’ultima città della Peucezia, come Canosa
-era la prima città della Daunia che s’incontrava partendo da Ruvo.
-Queste due città erano tra loro confinanti, poichè tra l’una e l’altra
-non vi era veruna città intermedia, e quel _Netium_ per lo quale si
-è fatto tanto rumore, l’ho dimostrato nel Capo I un nome meramente
-ideale.
-
-Corato sta in mezzo tra Ruvo e Canosa, alla distanza però di tre in
-quattro miglia da Ruvo e di diciassette miglia da Canosa. A quale
-dunque delle dette due antiche città deve credersi che sia appartenuto
-quel suolo sul quale si trova Corato edificata? Il buon senso e ’l
-raziocinio naturale lo attribuisce alla città più vicina. Ma facendosi
-attenzione alla Geografia antica non è questa che una verità di fatto.
-
-Si è dimostrato innanzi nel capo III che il territorio dell’antica
-Peucezia si estendeva fino alla foce dell’Ofanto, e che sulla riva
-dritta dell’Ofanto vi aveva la Daunia soltanto la città di Canosa e
-’l villaggio di Canne sito nel campo di Diomede reso famoso dalla
-sanguinosa sconfitta de’ Romani. È facile da ciò l’intendere che
-l’agro Canosino dal lato della Peucezia non poteva, e non doveva
-essere molto esteso, altrimenti come avrebbe potuto verificarsi che i
-confini di essa si estendevano fino all’Ofanto? La città di Canosa sta
-sull’Ofanto.
-
-Il forte dunque dell’agro Canosino esser doveva sulla sinistra
-dell’Ofanto, ove dopo Canosa s’incontrava l’altra antica città chiamata
-_Herdonia_, di cui si vedono oggi soltanto gli avanzi, poco lungi dai
-quali è surto il meschino villaggio che porta il nome di _Ordona_. Tra
-Canosa ed Erdonia non vi era altra città intermedia, poichè Cerignola
-che ora sta tra Canosa ed Ordona è una città novella.
-
-Or tra Canosa ed Erdonia secondo l’itinerario di Antonino vi era la
-distanza di venticinque miglia, e secondo l’itinerario Gerosolimitano
-di ventisei miglia. Da quel lato dunque ch’era estesissimo innoltrar
-si doveva l’antico agro Canosino, e dal lato della Peucezia non poteva
-esser maggiore di quello che lo è al presente, nè si può credere mai
-che si fosse esteso fin sotto le mura di Ruvo ove fu edificata Corato.
-
-Dal che ne discende che Corato deve per necessità credersi edificata
-nell’agro Ruvestino, e che da questo sia stata risegata quella
-dotazione di terreno che fu alla stessa assegnata. Per le premesse
-osservazioni pare che debba dirsi lo stesso anche pe ’l territorio
-di Andria, almeno per quella parte di esso ch’è dal lato di Ruvo,
-giacchè dal lato del Garagnone col quale Andria è confinante, è molto
-probabile che vada oggi inclusa nel suo territorio una buona porzione
-di quello che apparteneva all’antica città denominata _Silvium_, di cui
-ho lungamente parlato nel Capo III, ed ho dimostrato che quell’antica
-città era nel sito preciso, ove oggi sta il castello del Garagnone.
-
-In fatti nella parte estrema delle murge di Ruvo vi è un trifinio che
-mette in contatto il territorio di Ruvo quello del Garagnone e quello
-di Andria; il che rende probabile che cotesta novella città edificata
-al tempo de’ Normanni abbia presa una porzione del suo territorio anche
-dall’antico agro _Silvino_, detto oggi _Garagnone_. Cotesto trifinio
-è segnato con tre termini lapidei nella parte estrema delle murge di
-Ruvo nel sito chiamato _Taverna nuova_ e _Giuncata_ di cui parlerò in
-seguito.
-
-Ritornando ora a quella promiscuità di acqua e di erba in cui la
-città di Ruvo era un tempo con Corato e Terlizzi, osservo che simili
-promiscuità contratte tra due popolazioni tra loro confinanti sono
-sempre partite dal calcolo della reciproca utilità, e dalla uguaglianza
-del comodo rispettivo che sarebbe venuto a risultarne. Tale avrebbe
-potuto essere la promiscuità che la nostra città avesse per avventura
-contratta colla città di Bitonto, Altamura o Gravina provvedute del
-pari di un esteso territorio. Ma quale utilità avrebbe potuto ritrarre
-dal porre il suo vasto territorio in comunione con Terlizzi e Corato?
-
-Non aveva la prima, come non ha ora tampoco che un territorio
-ristrettissimo, il quale non era fornito di altro pascolo, meno che del
-picciolo bosco denominato _Parco di Terlizzi_ ora ridotto a coltura.
-Rimpetto al vasto territorio di Ruvo non era questo che un punto
-matematico. Rispetto poi a Corato ha la stessa un territorio più ampio
-di quello di Terlizzi, ed è provveduta anche di paschi più estesi; ma
-non paragonabili affatto a quelli dell’agro Ruvestino. È chiaro quindi
-per se stesso che la promiscuità suddetta non la dettò l’interesse,
-poichè nulla vi era in essa a guadagnare per la città di Ruvo, ed
-in tutti i tempi i Coratini ed i Terlizzesi hanno avuto bisogno del
-territorio di Ruvo, non mai i Ruvestini di quello di Corato e di
-Terlizzi.
-
-Tale comunione quindi la dettò unicamente la benevolenza, l’affezione
-e l’affinità de’ Ruvestini colle due novelle Popolazioni surte nel
-loro territorio, e formate probabilmente almeno in parte dai loro
-concittadini che andarono a stabilirsi a Corato ed a Terlizzi. È perciò
-che nell’ultimo Registro Aragonese dell’anno 1779 testè trascritto la
-Università ed Uomini di Corato dicevano che tal promiscuità la stavano
-godendo in forza di _antiqua consuetudine privilegj e capitoli_.
-
-Le parole _privilegj e capitoli_ nel nostro antico linguaggio legale
-valgono lo stesso che _concessione_. Capitoli e Privilegj sono
-denominate le grazie accordate dai nostri passati Sovrani alla città di
-Napoli ed a tutto il Regno. Ond’è che la stessa Università di Corato
-colla sua dimanda innanzi trascritta venne ingenuamente a dichiarare
-che la promiscuità suddetta la ripeteva da una concessione della città
-di Ruvo.
-
-Cotesta promiscuità non vi è più da un tempo che sorpassa ogni memoria.
-Dovè rimanere disciolta per giusti motivi che s’ignorano. Essendovi
-stata però una volta, e formando parte della storia della nostra città,
-era regolare indagare i motivi che la suggerirono.
-
-
-
-
-CAPO X.
-
-_Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando il
-Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante._
-
-
-Per farmi strada a riportare i fatti relativi alla nostra città
-avvenuti nel principio del secolo XVI è indispensabile raccapitolare
-la storia della caduta della Dinastia Aragonese, e del modo in cui
-passò questo Regno a Ferdinando il Cattolico. Morto il Re Ferdinando
-I di Aragona nel dì 25 Gennajo 1494 gli succedè nel Regno il di lui
-figliuolo primogenito Alfonso II il quale fu incoronato in Napoli
-nel dì 8 Maggio dello stesso anno. Scoppiò ben presto sul di lui capo
-quella procella già preparata che la prudenza e la destrezza del suo
-genitore aveva tenuta per qualche tempo sospesa.
-
-Carlo VIII Re di Francia gli mosse guerra per i motivi riportati dagli
-Storici del Regno, e specialmente da Giannone nel libro XXIX della sua
-Storia Civile. Era Alfonso generalmente odiato dai suoi sudditi. Appena
-le truppe di Carlo VIII si mostrarono ai confini tutto il Regno si pose
-in fermento. La città di Aquila, e con essa quasi tutto l’Abruzzo alzò
-la di lui bandiera. Queste notizie scoraggiarono Alfonso, e gli fecero
-obliare quella gloria militare che si aveva acquistata in tante guerre
-alla testa degli eserciti. Capì troppo tardi che la maggior forza di un
-Re la costituisce l’amore del suo popolo. Rinunziò quindi il Regno al
-suo figliuolo Ferdinando, giovane di alte speranze, ed andò a cercare
-un ricovero nella Sicilia. Sbarcato a Mazzara passò indi a Messina, e
-si ritirò in un Convento di Frati a menare una vita austera.
-
-Cercò Ferdinando II di riunir l’esercito per opporsi all’armata nemica;
-si avvide però che la Nobiltà e ’l Popolo persistevano nello stesso
-odio contro suo Padre, e che mancava all’esercito la buona volontà.
-Credè quindi sano consiglio l’allontanarsi dal Regno, ed imbarcatosi
-col suo zio Federico e colla vecchia Regina sua avola, partì da Napoli.
-Si fermò prima nell’Isola d’Ischia; ma nel dì 20 Marzo 1495 sciolse
-le vele, e si recò anch’egli nella Sicilia. Consultatosi ivi col suo
-Padre Alfonso si determinò a rivolgersi a Ferdinando il Cattolico per
-ricuperare il Regno col di lui soccorso, consiglio troppo incauto,
-perchè aveva costui sul Regno di Napoli delle pretensioni che aveva
-fino a quel punto profondamente dissimulate.
-
-Intanto Carlo VIII era entrato in Napoli nel dì 21 Febbrajo dell’anno
-suddetto non solo senza resistenza; ma anche largamente festeggiato
-ed applaudito. Non seppe però profittare di queste favorevoli
-disposizioni. Ei si diè ai piaceri ed ai sollazzi, ed i suoi uffiziali
-erano dediti alle rapine, ed a far danaro. Colla loro alterigia inoltre
-ed insolenza disgustavano tutti. Il festeggiamento quindi si cangiò ben
-presto in avversione e malcontento.
-
-In tal posizione delle cose Ferdinando il Cattolico che covava de’
-progetti sul Regno di Napoli accolse ben volentieri l’invito ricevuto.
-Non tardò a spedire nella Sicilia un uomo di guerra valoroso ed abile,
-cioè Consalvo Ernandez Aghilar di Cordova che la jattanza Spagnuola
-decorò col nome di _Gran Capitano_ prima che le sue operazioni militari
-avessero potuto renderlo meritevole di esso. Sbarcato Consalvo colle
-sue truppe nella Calabria riportò sui Francesi rilevanti vantaggi.
-
-Si era nel tempo stesso formata contro Carlo VIII una formidabile
-lega tra i Principi d’Italia, la Republica di Venezia, Ferdinando Re
-di Castiglia, il Papa Alessandro VI etc. Temendo egli di rimanere quì
-tagliato, si determinò ad uscire dal Regno per ritornare in Francia
-colle sue migliori truppe. Gli convenne però aprirsi il passo con
-una fiera battaglia che fu costretto di dare alle Truppe Veneziane
-appostate al fiume Taro.
-
-Rimase nel Regno poca truppa sotto il comando del Signor _Monpensier_
-di Casa Borbone e del Signor _d’Obignì_ di Nazione Scozzese. I
-Napolitani ciò vedendo spedirono segretamente persone nella Sicilia
-per sollecitare Ferdinando a ritornare nel Regno. Non tardò egli ad
-eseguirlo, e si presentò nella Rada di Napoli con sessanta grossi legni
-e venti più piccioli. Essendosi accostato al lido per poter sbarcare
-colle sue truppe al Ponte della Maddalena, uscì dalla città Monpensier
-coi Francesi per opporsi allo sbarco.
-
-Ma i Napolitani presa questa opportunità, si levarono in armi,
-occuparono le porte, favorirono lo sbarco, ed introdussero
-festevolmente nella città il Re Ferdinando II nel dì 5 Luglio del detto
-anno 1495. Dopo ciò gli costò molto poco l’andare discacciando man
-mano i Francesi troppo deboli dai luoghi occupati. Gli rimaneva solo a
-ripigliare Taranto e Gaeta allora che fu da immatura morte rapito nella
-età di ventotto anni nel dì 8 di Ottobre dell’anno 1496.
-
-Non avendo lasciati figliuoli ed essendo a lui premorto anche il suo
-Padre Alfonso, gli succede nel Regno il suo Zio Federico Principe di
-rara bontà, di esimie virtù, e tanto amato e venerato da tutti quanto
-era stato odiato il suo fratello Primogenito Alfonso. La sua elevazione
-al Trono fu di generale allegrezza. Anche que’ Grandi del Regno che
-per particolari risentimenti avevano seguite le bandiere di Carlo VIII
-si sommisero con alacrità a Federico, e furono da lui accolti colla
-massima benignità. Ma il migliore dei Re di quell’epoca non fu favorito
-dalla fortuna.
-
-Morì nell’anno 1498 Carlo VIII Re di Francia. Ritornato egli nel suo
-paese dopo la battaglia del Taro aveva pensato ad occuparsi di tornei
-e di giostre, senz’aver preso più pensiero delle cose d’Italia e del
-Regno di Napoli. Gli succedè nel Trono Luigi XII, il quale si propose
-fermamente di conquistare lo Stato di Milano e ’l Regno di Napoli.
-Quindi nell’anno 1500 venne in Italia con poderoso esercito. Scacciò
-dai suoi Stati, e fece anche prigioniero il Duca di Milano. Vide lo
-sventurato Re Federico la tempesta che andava a cadere anche su di lui,
-e fu costretto dalla necessità ad implorare anch’egli un soccorso da
-Ferdinando il Cattolico, malgrado la giusta diffidenza che aveva delle
-di costui intenzioni. Ma ben si può dire che cadde quì sventuratamente
-la pecora in bocca del lupo.
-
-Tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII era stato già conchiuso un
-segreto Trattato messo sul tappeto con Carlo VIII, ma non ultimato
-ancora quando avvenne la di costui morte. Era rimasto con esso
-stabilito che avrebbero entrambi adoperate le loro armi per torre a
-Federico il Regno di Napoli. La preda fu divisa nel seguente modo. Al
-Re di Francia toccar doveva la città di Napoli, la Piazza di Gaeta, la
-Provincia di Terra di Lavoro con tutto l’Abruzzo, la metà dell’entrata
-della Dogana delle pecore di Puglia, e ’l titolo di Re di Napoli e di
-Gerusalemme. Al Re di Spagna toccar doveva il Ducato di Calabria e di
-Puglia, l’altra metà dell’entrata della Dogana suddetta, e ’l titolo di
-Duca di Calabria e di Puglia. Si convenne che ciascuno di essi avrebbe
-atteso a conquistar colle armi la sua parte, senza che l’uno fosse
-stato obbligato ad ajutar l’altro, e che il trattato conchiuso sarebbe
-rimasto nel massimo segreto.
-
-Stante cotesta segreta combinazione la richiesta del Re Federico fu
-da Ferdinando il Cattolico accolta con trasporto. Venne subito spedito
-di nuovo nella Sicilia Consalvo di Cordova con truppe e colle segrete
-istruzioni corrispondenti. Cadde costui nella bassezza di usare anche
-un tratto di perfidia non degno di un uomo di valore. Si fece dare dal
-Re Federico diverse città della Calabria sotto il pretesto di volerle
-per la sicurezza delle truppe che seco aveva menate in di lui soccorso;
-ma in realtà volle porsele in mano per facilitare vie più la conquista
-di quella porzione del Regno che col segreto trattato era stata
-attribuita al Re di Spagna. Ecco come rimase spogliato del Regno il
-buon Re Federico assai degno di una sorte migliore.
-
-Ben presto però, e propriamente nell’anno 1501 vennero i due Re a
-discordia tra loro, poichè, come bene osserva Cornelio Tacito, _Arduum
-est eodem loci potentiam et concordiam esse_[208]. Nel segreto trattato
-non erano state bene e con avvedutezza definite, e circoscritte le
-Provincie divise. Data al Re di Francia la Provincia di Terra di Lavoro
-e l’Abruzzo, ed al Re di Spagna il Ducato di Calabria e di Puglia,
-a qual de’ due spettar dovevano il Contado di Molise, la Valle di
-Benevento, la Basilicata ed i due Principati? Ciascuna delle parti gli
-voleva per se. Ma la maggiore altercazione era per la Capitanata.
-
-A dire il vero per la Capitanata la lettera del trattato non era nè
-ambigua nè oscura, e favoriva il Re di Spagna, poichè cotesta Provincia
-ha formata sempre parte della Puglia, ed era chiamata _Puglia Daunia_,
-come l’ho dimostrato nel Capo III. Ma i Francesi che troppo tardi erano
-venuti a conoscere l’importanza di essa, a dritto o a torto la volevano
-per loro.
-
-Per evitarsi una rottura li Baroni del Regno fecero tutti gli sforzi
-onde la cosa fosse terminata con una combinazione amichevole. Proposero
-ed ottennero un colloquio tra il Duca _di Némours_ Vicerè di Luigi
-XII e Consalvo che quì governava per Ferdinando il Cattolico. Nulla
-però si potè combinare, e fu risoluto fra i due Capitani che si fosse
-attesa la determinazione de’ due Sovrani, ed intanto nulla si fosse
-innovato contro lo stato in cui erano le cose. Ma dopo ciò il Duca di
-Némours che si vedeva di gran lunga superiore di forze, uscì da questo
-accordo ed intimò la guerra a Consalvo ove non gli avesse prontamente
-rilasciata la Capitanata.
-
-Alle minacce susseguirono i fatti, poichè i Francesi occuparono la
-Capitanata, la Terra di Bari, la Terra di Otranto e la Calabria. Poche
-città marittime potè Consalvo conservare. Nella Terra di Bari gli
-rimasero soltanto due città, cioè Barletta ed Andria. Tutte le altre
-furono occupate dai Francesi. Consalvo con poca gente, senza danaro e
-con una provvigione di vittovaglie anche molto tenue non fu al caso di
-poterlo impedire[209]. Ecco come la città di Ruvo fu occupata anche
-dai Francesi. E poichè era tuttavia una Piazza forte, ed importante
-per la guerra suddetta, fu provveduta di buona guarnigione di fanti
-e di cavalli sotto il comando del Signor _de la Palisse_, il quale
-aveva sotto li suoi ordini anche l’Abruzzo. Quindi ebbero luogo quelli
-avvenimenti che passo ad esporre.
-
-Se Luigi XII non si fosse addormentato su di questi prosperi successi,
-ed avesse continuato a rinforzare il suo esercito, e spingere innanzi
-la guerra con vigore, gli sarebbe stato molto facile scacciare gli
-Spagnuoli dal Regno di Napoli. Non seppe però profittare di tal
-vantaggiosa posizione, e diè troppo tempo a Consalvo di avere rinforzi
-di truppe e di danaro. La solita insolenza anche de’ Francesi diè
-occasione ad un avvenimento che si rese famoso, ed influì moltissimo ad
-incoraggiare l’esercito di Consalvo ed avvilire quello de’ suoi nemici.
-
-Nella Guarnigione Francese stabilita a Ruvo vi era un Cavaliere
-chiamato _Carlo de Togues_ intitolato _Signor de la Motte_. Mentre
-stava costui prigioniere in Barletta parlò coi Capi dell’esercito
-Spagnuolo con disprezzo degli uomini d’armi Italiani. Ettore Fieramosca
-Cavaliere Capuano che apparteneva ad una compagnia di uomini d’armi
-Italiani sotto il comando di Consalvo, per vendicare la ingiuria fatta
-al nome Italiano mandò al _Signor de la Motte_ quella disfida, a cui
-susseguì il famoso combattimento tra i tredici Cavalieri Francesi
-usciti da Ruvo, ed altrettanti Italiani usciti da Barletta, il quale
-ebbe luogo in un campo designato tra Andria e Corato poche miglia lungi
-da Ruvo.
-
-L’esito di quel combattimento gloriosissimo per l’Italia fece
-apprendere che ben disse Plinio nel luogo innanzi riportato di essere
-gl’Italiani superiori a tutti per l’ingegno, per la lingua e pe ’l
-valore. Per eterna memoria di quel fatto d’armi tanto per noi glorioso
-fu sul luogo istesso del combattimento eretto un monumento solidissimo
-con analoga iscrizione. Io ben me lo ricordo per essermi ivi recato più
-volte nella mia gioventù per contemplarlo colla massima compiacenza.
-Ora però non vi è più.
-
-Si crede che lo avessero fatto disparire i Francesi nel tempo che hanno
-occupati que’ luoghi[210]. Se la cosa va così, non hanno potuto essi
-certamente fare disparire anche que’ libri che ci hanno tramandate le
-notizie di quel classico avvenimento. Ma non perciò non è a riputarsi
-riprensibile la oscitanza delle Autorità amministrative tanto locali
-che Provinciali nel non aver fatto rimettere di nuovo un monumento
-tanto per l’Italia glorioso. Fa anzi meraviglia come tuttavia a ciò non
-si pensi affatto!
-
-Del combattimento suddetto ne parlano Francesco Guicciardini, Paolo
-Giovio, Gio: Battista Cantalicio ed altri. Questi Scrittori però ne
-hanno parlato molto in accorcio. Il pieno e minuto racconto di esso
-non che la intera corrispondenza di lettere tra _Ettore Fieramosca_ e
-’l Signor _de la Motte_ si ha da un libriccino stampato o piuttosto
-ristampato in Napoli nell’anno 1633. L’autore di esso è ignoto. Lo
-stile non elegante. Ma chi lo ha scritto ha contestato di essere stato
-presente ai fatti che ha fedelmente riportati.
-
-Cotesto libercolo dell’antica edizione, la quale si è resa rara, l’ho
-avuto dalla cortesia, ed amicizia dell’egregio e coltissimo D. Gaspare
-Selvaggi Segretario della Commissione di Pubblica istruzione. Mi sono
-determinato a ristamparlo alla fine di questo mio Cenno istorico
-per un doppio riflesso. Il primo perchè non credo mai superfluo il
-moltiplicare le copie di uno scritto che riporta compiutamente tutte
-le circostanze di un fatto tanto glorioso al nome Italiano. Il secondo
-perchè i preliminari di esso avendo avuto luogo nella mia Patria, ben
-può dirsi che formano parte della storia di essa.
-
-Passando ora agli avvenimenti che susseguirono a quel combattimento,
-quanto il mio animo ha esultato nell’averlo commemorato, altrettanto
-rimane addolorato ed irritato dalle nuove sciagure non meritate che
-vennero a piombare sulla povera mia patria. Francesco Guicciardini,
-dopo aver parlato delle strettezze alle quali erano ridotti gli
-Spagnuoli rinchiusi ed assediati nella città di Barletta colla giunta
-ben fastidiosa di essersi ivi introdotta anche la peste, passa ad
-encomiare la virtù, e la costanza di Consalvo, il quale tollerando
-tutte le privazioni ed incoraggiandogli col suo esempio, gli teneva
-a bada colla speranza di vicini soccorsi. Indi soggiugne il seguente
-racconto, il quale per altro pecca di poca esattezza in diverse
-circostanze che non mancherò di rilevare.
-
-_In tale stato ridotta la guerra, cominciarono per la negligentia e
-per gl’insolenti portamenti de’ Francesi ad essere superiori quelli
-che fino a quel giorno erano stati inferiori, perchè gli uomini di
-Castellaneta, Terra vicina a Barletta[211] disperati per i danni ed
-ingiurie che pativano da cinquanta lancie Francesi che v’alloggiavano,
-prese popolarmente l’armi, li svaligiarono, e pochi dì poi Consalvo
-avendo notizia che Monsignor de la Palissa, il quale con cento lancie
-e trecento fanti alloggiava nella Terra di Rubos, distante da Barletta
-dodici miglia[212] faceva guardie negligenti, uscito una notte da
-Barletta, et condottosi a Rubos, et piantate con grandissima celerità
-le artiglierie, le quali per essere il cammino piano aveva facilmente
-condotte seco, l’assaltò con tale impeto che i Francesi i quali si
-aspettavano ogni altra cosa, spaventati dall’assalto improvviso, fatta
-debole difesa, si perderono rimanendo cogli altri Palissa prigione, e
-’l giorno medesimo se ne ritornò Consalvo a Barletta, senza pericolo di
-ricevere nel ritirarsi da Nemurs, il quale pochi dì innanzi era venuto
-a Canosa, danno alcuno, perchè le genti sue alloggiate per tenere
-Barletta assediata da più lati, e forse per maggiore loro comodità in
-più luoghi, non poterono essere a tempo a congregarsi._ Passa dopo ciò
-a riportare il già detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri
-Francesi ed altrettanti Italiani, e parla di esso come di un fatto
-posteriore alla espugnazione della detta città di Ruvo[213].
-
-Ha però quì il Guicciardini errato in tre cose essenziali. La prima
-nell’aver detto che i Francesi fecero poca resistenza, mentre questa
-fu vivissima, e ’l Signor _de la Palisse_ che gli comandava non merita
-di essere tacciato nè di negligenza, nè di codardia, poichè fu sempre
-presente nel più forte e nel più caldo della mischia, e vi rimase anche
-ferito. La seconda nell’aver detto che la nostra città fu espugnata
-quando il Duca di _Némours_ era già ritornato a Canosa, mentre questi
-era partito per Castellaneta col nerbo delle sue truppe per vendicare
-la ingiuria fatta ai Francesi dagli abitanti di quella città. Consalvo
-profittò della di lui assenza e della lunga distanza di Castellaneta
-per tentare sulla città di Ruvo quel colpo di mano che gli riuscì così
-bene.
-
-La terza è stata nell’aver detto che il precitato famoso combattimento
-de’ tredici Cavalieri Francesi coi tredici Italiani susseguì alla
-espugnazione della nostra città, mentre non vi può esser dubbio
-che l’abbia preceduta. Pare che il Guicciardini abbia ignorata la
-circostanza che i tredici Cavalieri Francesi furono scelti dalla
-cavalleria che stava alloggiata in Ruvo, la quale dappoi colla presa
-della città rimase prigioniera di guerra, come lo stesso Guicciardini
-lo ha detto. Andiamo dunque a rettificare cotesti errori colla
-testimonianza di altri Scrittori meglio informati de’ fatti allora
-avvenuti.
-
-Paolo Giovio nella vita di Consalvo, dopo aver parlato del già detto
-famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi con altrettanti
-Italiani, passa a dire che mentre il Duca di _Némours_ stava sotto le
-mura di Castellaneta, e non già a Canosa come ha creduto Guicciardini,
-gli pervenne un messo. _Is attulerat Consalvum Barolo profectum Rubos
-ad opprimendum Paliciam contendisse. Is enim de Namurtii profectione
-certior factus, ex occasione sumpto consilio, celeriterque expedito,
-noctu eductis omnibus copiis, tormentisque, ita ut Decuriones
-Barolitanos non obscuræ fidei obsides futuros secum duceret, Rubos
-advolavit. Tantaque vi, tormentis admotis, oppugnare adortus est, ut
-prostrato ingenti ruina muro[214], collata veluti acie dimicaretur,
-et non uno in loco Hispani admotis scalis subire mœnia niterentur.
-Certatum est per septem horas summa contentione; nam Palicia infracto
-animo, ubi periculum posceret adhortando, pugnandoque suis non deerat.
-Cum pro vallo cataphractos equites pedibus dimicantes irrumpentibus
-opposuisset, et per sagittarios Vascones idoneis locis dispositos
-crebra vulnera subeuntibus inferebantur. Sed ipso demum Palicia
-vulnerato, et cataphractis incumbentium hostium impetu pondereque
-prostratis potius, quam interfectis, Hispani in oppidum irruperunt: cum
-alii eodem fere tempore, conscensis scalis, muri coronam cepissent.
-Primum quod illatum est repulsis Gallis vexillum fuit Francisci
-Sances, qui Regis Hispaniæ erat dispensator. Muralis vero coronæ decus
-datum est Trojano Morminio nobili Neapolitano, qui primus muri pinnam
-apprehendisse conspectus est. Multis igitur primo impetu cæsis, reliqui
-Galli omnes cum Rubustanis civibus capti sunt, eminente inter ceteros
-Palicia cum Amideo Allobrogum equitum Præfecto, et Peralta Hispano, qui
-ante turbatam pacem sub Gallo Rege stipendia merens, in officio sibi
-permanendum esse censuerat._ Passa poi a dire ciò che Consalvo fece
-dopo, del che si parlerà in seguito[215].
-
-Gio: Battista Cantalicio seguì Consalvo nelle sue militari spedizioni,
-e per la di lui influenza e protezione fu elevato al Vescovado di
-Atri e di Penne. Fece quindi di lui il suo Eroe, e credè di dargli la
-immortalità con un suo Poemetto intitolato _Consalvia_, il quale servì
-solo a farlo conoscere per un cattivo verseggiatore e non migliore
-Grammatico. È pieno lo stesso della più bassa adulazione, della quale
-n’è stato giustamente censurato. I fatti però che riporta, ed ai quali
-era stato egli presente, sono gli stessi. Parla prima del combattimento
-de’ tredici Campioni di ambe le parti. Passa indi a dire che pervenne
-a Consalvo la notizia del fatto di Castellaneta e di altri svantaggi
-avuti dai Francesi nella Terra di Otranto, non che della partenza
-del Duca di _Némours_ per que’ luoghi, e viene quindi a riportare la
-fazione seguita a Ruvo ne’ seguenti termini:
-
- _Ipse quoque interea ne duceret ocia noster_
- _Sæva Ducem contra molitur bella Palizam,_
- _Haud procul a nobis, qui tunc fortissima habebat_
- _Castra Rubis, equitumque manus, peditumque potentes,_
- _Deque sagittifera numero bis gente ducentos._
- _Ergo ubi dispositas acies vidit esse suorum,_
- _Phœbus in occiduis quum jam caput abderet undis,_
- _Dux prudens simulavit iter, quo callidus hostes_
- _Redderet ancipites, nec quo trahat agmina scirent,_
- _Vel tormenta ferat; sed tandem nocte peracta,_
- _Prima luce Rubos tunc non ea bella timentes_
- _Acriter invadit, pugnatur. At illa per omnem_
- _Pugna diem trahitur, donec jam sole cadente,_
- _Urbe manu forti nostri potiuntur adepta._
- _Diripitur, prædæque datur. Gens Gallica tota,_
- _Cumque sua victus capitur Dux gente Paliza,_
- _Tota per Aprutii Populos qui Regna tenebat,_
- _Quique Ducis secum gestabat signa Sabojæ._
-
-Passa poi ad enumerare i principali Capitani tanto Italiani che
-Spagnuoli, i quali presero parte a quella fazione, e seguita indi a
-dire
-
- _Hos inter primos Sances Franciscus adhæsit_
- _Strenuus, atque acer muris insignia primus_
- _Intulit, et sociis aditus reseravit apertos._
- _Tu quoque Parthenopes pugnans Morimine fuisti_
- _Gloria magna tuæ, qui desuper hoste furente_
- _Mœnia magnanima prensas sublimia dextra,_
- _Et conjecta super tot vertice tela repellis,_
- _Judicioque tuo melius mutata repente_
- _Hostibus oppressos diffregit machina muros._
- _Hinc Loffreda suam quassans non segniter hastam_
- _Margariton meruit per fortia prœlia laudem_
- _Inter Parthenopes juvenes non infima fama._
- _Exportata Rubis igitur quam maxima præda_
- _Ducitur ad Barolum: tergis it magna revinctis_
- _Mortalis captiva manus: hinc tollitur ingens_
- _Armorum spolium, numerus quoque magnus equorum,_
- _Et pecoris quidquid fuerit, Bacchusque, Ceresque,_
- _Et quæcumque fuit victis ablata supellex._
- _Hoc est esse viros, hoc est et vincere scire_
- _Obsessi ducant si de obsidione triumphos._
-
-Seguita a dire il Cantalicio che dopo ciò era intenzione di Consalvo
-di andare a cercare il Duca di _Némours_ passando più oltre, ma ne fu
-trattenuto dal seguente riflesso:
-
- _Certe Ducis magni fuerat sententia jam tunc_
- _Ulterius proferre gradum, hostesque profectos,_
- _Proregemque sequi, qui signa minantia contra_
- _Castellaneti tunc mœnia versa ferebat._
- _Sed tenuit permagna Ducem, fœcundaque præda,_
- _Ne qua inter nascens discordia tot caligatos,_
- _Verteret in rixas victricia castra suorum_[216].
-
-Ma fu questa una delle tante insulse ampollosità e millanterie
-del Cantalicio. Non aveva Consalvo così poco senno. Cercò anzi di
-affrettare il più che gli fu possibile il suo ritorno a Barletta con
-tutte le truppe per tema che gli fosse piombato addosso il Duca di
-_Némours_ che aveva forze superiori. Cotesta sua previdenza la nota il
-Guicciardini nel luogo innanzi trascritto, e l’encomia Paolo Giovio, il
-quale seguita a dire: _Sequentique die, non plane toto direpto oppido,
-eadem usus celeritate Barolum est reversus pene prius quam Nemurtius,
-qui ex itinere adjunctis sibi Helvetiis, et coacto ampliori equitatu,
-festinanter adventabat, de Paliciæ calamitate doceretur_.
-
-Fa la stessa osservazione Mambrino Roseo nelle sue note alla Storia
-di Pandolfo Collenuccio, il quale riporta i fatti suddetti allo
-stesso modo. _Con meravigliosa prestezza era uscito colle sue genti da
-Barletta, e con alcuni pezzi di artiglieria era ito ad assaltare Rubi,
-luogo importantissimo per quella guerra, dove era restato con pochi
-Monsieur de la Palisse, onde di questa nuova fastidito il Francese si
-mosse verso Barletta a gran giornate ricordandosi del savio consiglio
-che gli aveva dato l’Acquaviva che non dovesse partirsi pronosticando
-quello ch’era avvenuto._
-
-_Intanto Consalvo con la maggior prestezza del Mondo data la batteria,
-e poi l’assalto a Rubi, dopo molto travaglio la prese essendo fatto
-prigioniero la Palisse con molti altri Cavalieri Francesi, e fatto
-questo se ne tornò a Barletta con meravigliosa prestezza_[217].
-
-Lascio gli altri Scrittori che potrei addurre, poichè ciò che si è
-detto è bastante a dilucidare il triplice errore nel quale è caduto il
-Guicciardini. Passo ora a considerare questo fatto sotto il rapporto
-morale, poichè non si può dare una iniquità maggiore di quella che
-commise Consalvo verso gl’innocenti Ruvestini. Era stata la loro
-città occupata dai Francesi non già perchè fossero stati questi da
-essi chiamati, ma perchè erano i più forti. Consalvo che avrebbe
-dovuto opporsi a tale occupazione, se ne stava chiuso ed assediato in
-Barletta, e fu ben fortunato che i Francesi inebriati ed assonnati dai
-vantaggi riportati non si affrettarono ad incalzarlo vie più quando era
-facile l’annientare la poca forza che gli era rimasta.
-
-Avendo colto il tempo e la occasione opportuna di sorprendere la città
-di Ruvo, la resistenza gli fu fatta dal Signor _de la Palisse_, e dai
-soldati Francesi ch’erano sotto il di lui comando, non già dal Sindaco
-e dalla Popolazione di Ruvo. Se ai Francesi si fossero uniti anche
-gli abitanti della città, sarebbe stato il discorso ben diverso. La
-vittoria riportata quindi gli dava dritto di appropriarsi tutto ciò
-che apparteneva ai Francesi, e non già di saccheggiare e depredare le
-sostanze de’ poveri cittadini con avergli spogliati di tutto finanche
-delle vittovaglie, del vino, del bestiame, e di tutto ciò ch’era
-necessario alla vita, come non senza una positiva impudenza glie ne ha
-fatto un vanto il Cantalicio suo Panegirista. Molto meno aveva diritto
-di menare prigionieri a Barletta que’ cittadini che non avevano con lui
-combattuto per estorquerne anche un riscatto dopo avergli spogliati di
-tutto, come ci fa anche sapere Paolo Giovio nel luogo testè riportato.
-Quale viltà! Qual sordidezza!
-
-Non solo i Ruvestini non erano colpevoli di nulla per aver mancato
-Consalvo per la sua debolezza di opporsi ai Francesi che occuparono
-quella città, ma avevano dovuto anche tollerare il peso non lieve di
-una guarnigione numerosa di fanti e di cavalli. Con qual principio
-dunque di onestà, di morale e di Religione abbandonò Consalvo quella
-povera città all’avidità, alla rapacità ed alla brutalità della sua
-soldatesca? A tal modo cercava egli compensare i servigi che la sua
-cassa vuota ed esausta non poteva pagare alla stessa?
-
-La di lui gloria militare, che non gli contendo, non può certamente
-cancellare il torto immenso che fa alla di lui memoria quel tratto
-di vile iniquità. Ben diceva il detto Paolo Giovio nel luogo innanzi
-citato che Consalvo poco curava che si fosse parlato male di lui quando
-ciò che operava era profittevole alle sue vedute guerresche. Anche
-la guerra però ha le sue leggi, le sue regole di giustizia, e que’
-riguardi che son dovuti alla morale. Il Generale di un’armata regolare
-non deve operare come un capo di masnadieri, e spogliare chiunque gli
-capita nelle mani.
-
-Ogni tempo però viene. Ei pagò il fio delle sue iniquità. Malgrado
-gl’importanti servigj resi _per fas et per nefas_ a Ferdinando il
-Cattolico, ne fu mal corrisposto. Dopo la splendidissima figura fatta
-nel Regno di Napoli, venne richiamato e finì lì suoi giorni in una
-umiliante oscurità. Sì fatti cangiamenti non gli opera sempre il
-caso. Vi concorre sovente anche la mano occulta della Provvidenza che
-confonde la superbia degli uomini, e riserba alle iniquità la meritata
-pena. _Non enim_ (diceva un grand’Uomo del Gentilesimo) _approbatum
-est non esse curæ Diis securitatem nostram, esse ultionem, ut non modo
-casus, eventusque rerum, qui fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque
-noscantur_[218]-[219].
-
-Fa però in verità positivo ribrezzo che la penna di un Ecclesiastico
-siasi a tal segno degradata che abbia fatto un pomposo elogio della
-iniqua depredazione della città di Ruvo e del copioso bottino che
-l’Eroe dalla stessa decantato ne riportò a Barletta! Negli elogj
-però de’ grandi Uomini i loro errori e le loro colpe o si scusano
-destramente o si passano sotto un prudente silenzio; ma non si
-esaltano, ma non si encomiano e si applaudiscono come ha fatto il
-Cantalicio senza veruna dignità e contegno.
-
-Si vede bene che la sua picciola testa troppo inebriata dall’onore
-della Mitra ottenuta per la influenza e protezione di Consalvo in
-quel tempo potentissimo, obliò le massime del Vangelo, e qualificò la
-Pirateria come una virtù eroica! Non fia ciò meraviglia, poichè nella
-dedica che fece a Consalvo del suo infelicissimo Poemetto (se può lo
-stesso meritare questo nome) obliò anche il suo carattere e cadde nella
-bassezza di dichiararsi un Vescovo suo tributario. _Decebat propterea
-me tributarium Episcopum tuum aliquid afferre tributi, quo possis
-immortalitatem consequi!_ Il merito di un concetto di tal fatta lo
-valutino quelli Uomini rispettabili che sono investiti della stessa
-alta Dignità Chiesastica. Andiamo innanzi.
-
-In quanto ai pubblici registri di quell’epoca relativi alla città
-di Ruvo si è detto nel Capo precedente che Federico di Aragona aveva
-venduta la nostra Città a Galzarano de Requesens Conte di Trivento,
-e di Avellino. Rimasto il Regno a Ferdinando il Cattolico, lo stesso
-con suo privilegio del dì 13 Novembre 1504, lodandosi altamente de’
-servigj da costui resi nella guerra contro i Francesi, gli confermò
-tutti i suoi feudi, e tra questi gli fu confermata anche _Civitas Rubi
-Provincia Terra Bari cum castro, fortellitio, vaxallis, vaxallarumque
-reddititus feudatariis et subfeudatariis domibus et possessionibus,
-vineis, olivetis, jardenis terris cultis, et incultis, herbagiis,
-tenimentis, territoriis, querquetis, nemoribus, pascuis, arboribus,
-silvis, redditibus, bajulationibus etc._[220].
-
-A Galzarano de Requesens succedè Isabella sua figliuola. Ebb’ella
-per marito D. Raimondo di Cardona che fu Vicerè di questo Regno.
-Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono al Cardinale Oliviero
-Carafa. _Civitatem Ruborum cum ejus castro seu fortellitio, hominibus
-vaxallis, bajulationibus_, e con tutte le altre clausole generali.
-Su di questo contratto fu dal detto Ferdinando il Cattolico accordato
-l’assenso nel dì 23 Agosto 1510. Da altro Registro del dì 20 Gennajo
-1520 si ha che la detta città dal Cardinale Oliviero Carafa passò al
-Conte Antonio Carafa suo nipote. E da altro Registro del dì 10 Giugno
-1523 risulta che dal Conte Antonio passò al Conte Fabrizio Carafa suo
-figliuolo[221]. Si lasciano gli ulteriori passaggi, poichè la nostra
-città non essendo uscita mai più dalle mani di cotesta famiglia,
-non interessa conoscere la serie degl’individui di essa che l’hanno
-posseduta in feudo fino ai nostri giorni.
-
-L’ordine cronologico esigerebbe che fossero quì riportati man mano gli
-altri pubblici Registri dell’epoca di cui sto ragionando. Il maggior
-numero di essi però è relativo a due circostanze che gittarono la
-nostra città nell’ultima desolazione. La prima cagione di essa furono
-gl’intollerabili abusi introdotti nel territorio di Ruvo dai Locati
-Abruzzesi del Tavoliere di Puglia. La seconda fu ogni specie di abusi e
-di eccessi che si permise la prepotenza Baronale della famiglia Carafa.
-Da queste due cagioni rimase distrutta l’agricoltura, la pastorizia ed
-ogni industria agraria di quella Popolazione, e fu inoltre la nostra
-città spogliata de’ suoi dritti, e vessata da gravose estorsioni
-e depredazioni che la ridussero alla estrema povertà, anzi al suo
-fallimento.
-
-Mi obbliga ciò a separare le materie e parlare di questi fatti in
-due diverse rubriche. Comunque siano essi spiacevoli, formando parte
-della storia della nostra città, non possono essere trasandati.
-Chiamandomi essi inoltre per necessità a ragionare de’ diritti di
-quella Popolazione sul proprio territorio, e de’ gravissimi discapiti
-risultati dalla conculcazione di essi, è utile che siano queste cose
-conosciute dai miei concittadini tanto presenti che futuri.
-
-Il Mondo è una ruota. Come avviene per le mode che spesso riproducono
-le cose antiche, così succede anche per gli abusi che si fanno spesso
-risorgere sotto novelli nomi. Anderò quindi ad occuparmi separatamente
-ne’ due seguenti capi tanto de’ diritti del Regio Tavoliere sul
-territorio di Ruvo, e dell’abuso di essi fatto dai Locati Abruzzesi,
-quanto delle interminabili gravezze sofferte dalla prepotenza Baronale
-che mi toccò combattere. Ma tratterò cotesto doppio argomento dopo che
-avrò quì riportati alcuni fatti che possono da essi segregarsi.
-
-Domenico di Gravina nel luogo innanzi riportato tacciò di poca
-previdenza i Ruvestini per non aver curato di mantenere in buono stato
-le antiche fortificazioni della città. Attribuì a tal cagione il guasto
-che soffrirono dalle masnade di Roberto Sanseverino, e forse non ebbe
-torto. È da credersi che siano stati essi ammaestrati da quella trista
-esperienza, poichè al tempo dell’altra aggressione di Consalvo di
-Cordova di cui si è testè parlato, le mura della città erano in buono
-stato. Oltre i Scrittori di sopra riportati i quali dicono che stavano
-i Francesi in una città ben fortificata _Qui tunc fortissima habebat
-castra Rubis_, si è veduto innanzi che i soldati di Consalvo non
-poterono altrimenti penetrare in essa che dopo esser caduto un pezzo di
-muraglia sotto i colpi dell’artiglieria, e dopo essersi superati altri
-punti colla scalata.
-
-Dopo quella fazione un tratto dell’antica muraglia che in parte guarda
-il _sud_ ed in parte l’_est_, il quale era rimasto allora forse
-danneggiato, si vede riedificato dalle fondamenta. La costruzione
-però di esso più recente è ben diversa dalle antiche mura torri e
-bastioni che cingevano un tempo la nostra città per tutti i lati. Le
-mura del già detto tratto di fortificazioni che tuttavia esistono sono
-solidissime e rivestite al di fuori di pietre quadrate ben connesse e
-ben lavorate, a differenza dell’antica muraglia, la quale era formata
-per lo intero di fabbrica semplice, e fiancheggiata di tratto in tratto
-dalle torri, delle quali alcune poche erano rotonde, e tutte le altre
-quadrate. Ma coteste torri insiem colle mura, tranne solo qualche
-piccolo pezzo che n’è rimasto, son oggi scomparse del tutto.
-
-Nel già detto novello tratto di muraglia vi sono due grandi torrioni
-merlati. Tra l’uno e l’altro torrione vi era una delle quattro antiche
-porte della città formata anche di pietre lavorate assai più grandi e
-solide e ricche di ornati. Cotesta porta col linguaggio popolare era
-chiamata _Portanò_ che può corrispondere o a _Porta nuova_, perchè
-di nuovo riedificata, o piuttosto a _Porta di Noja_, perchè di là
-si usciva per prendersi la via di Noja, come anche di Bitonto e di
-Bari[222]. Delle dette porte della città era questa la più solida e
-meglio fortificata. Aveva anche la così detta _Saracina_ per mezzo
-della quale poteva rimaner munita di una seconda porta ferrata ad un
-solo pezzo che sarebbe discesa colle catene dalla parte superiore
-dell’edificio. Vi era su di essa lo Stemma della città sotto del
-quale si leggeva il seguente distico non senza ragione motteggiato di
-ampollosità dal Pratilli:
-
- _Quondam magna fui totum urbs celebrata per orbem,_
- _Si modo non eadem splendida fama patet._
-
-Sotto questo distico vi erano le seguenti cifre MCCCCCXVI, le
-quali fanno conoscere l’epoca della sua costruzione posteriore
-all’aggressione di Consalvo di Cordova. Al di sopra di essa vi
-era anche una fortificazione ben solida con delle feritoje e colle
-statuette de’ tre Santi Protettori della città S. Cleto, S. Biase e S.
-Rocco ch’è il più venerato dai Ruvestini, ha una statua di argento, ed
-è da essi onorato di una sontuosa festa[223].
-
-Nell’entrarsi per la porta suddetta sul lato dritto vi era l’antica
-casa comunale di cui si parla nello strumento dell’anno 1608 di sopra
-riportato. Si ascendeva alla stessa per un portone, ed un’ampia scala
-scoverta che tuttavia esiste, ed ha il suo ingresso dall’atrio delle
-pubbliche carceri. Era quell’edifizio di due piani. Il primo di essi
-consisteva in un gran magazzino ove si riponeva il grano della pubblica
-annona. Il secondo che cuopriva anche lo spazioso androne della porta
-suddetta della città, era composto di cinque o sei comode stanze. Una
-porzione di esse era addetta all’Amministrazione Municipale ed alla
-convocazione de’ pubblici Parlamenti. Nell’altra il Governatore e
-Giudice locale amministrava la Giustizia civile e penale.
-
-La detta nuova muraglia ed i due grandi torrioni che fiancheggiavano
-la porta suddetta avevano i loro fossati dalla parte esterna, i quali
-sono stati ricolmi e ripianati ne’ tempi a noi più vicini. Nel sito di
-quello che stava sulla dritta della Porta suddetta furono situate le
-beccherie che tuttavia vi sono. Nell’altro che stava sulla sinistra
-fu formato uno spianato per lo giuoco del pallone. Cotesto esercizio
-utilissimo alla salute, ed a fortificare il corpo si è mantenuto in
-Ruvo fino al tempo della mia fanciullezza, ed io ben me lo ricordo. È
-ora andato in disuso, come è avvenuto per tante altre cose buone che
-prima erano in pratica.
-
-La detta bellissima Porta ora non esiste più. Tra le vertigini
-dell’anno 1820 vi fu anche quella che nella città di Ruvo fu la stessa
-diroccata. Venne però ciò operato arbitrariamente senza intelligenza
-del Decurionato, e senza il permesso delle Autorità amministrative
-superiori, da un crocchio di se-dicenti sapienti del tempo. Sulle prime
-si spacciò il pretesto che la porta suddetta fosse stata cadente e non
-senza un grave pericolo avrebbe potuto lasciarsi così.
-
-Ma un discorso di tal fatta insultava il Pubblico, poichè bastava aver
-occhi per vedere che avrebbe potuto la stessa sfidare altri dieci
-secoli almeno. Redarguito quindi tal pretesto con amarezza da altri
-cittadini che mal soffrivano un operare soverchiamente licenzioso, si
-cominciò a dire che le antiche Porte della città impedivano la libera
-circolazione dell’aere, ed erano quindi pregiudizievoli alla salute
-degli abitanti. Vi è però in Ruvo tant’aria e tanta ventilazione che si
-passa volentieri al soverchio. Si è detto innanzi che per tal ragione
-gli antichi abitanti furono obbligati a sloggiare dal vertice della
-collina, ove fu da principio la città edificata, e formarsi nuove
-abitazioni più al basso di essa.
-
-Ma sia pure tutto quello che que’ Signori dicevano, quale autorità
-essi avevano di atterrare un pubblico edificio ch’era costato alla
-nostra città una spesa considerevole? Chi gli aveva dichiarati
-Magistrati Sanitarj inappellabili perchè avessero potuto credersi nel
-potere di decretare ed eseguire a tal modo i loro decreti? La Storia
-di tutti i tempi mi ha fatto apprendere che l’oltraggio maggiore
-che si è potuto fare ad una città è stato quello di atterrarle le
-sue mura e le sue Porte. La sapienza de’ Romani Giureconsulti dava
-il nome di città soltanto a quella, _quæ muris cingitur_[224]. Le
-mura e le Porte delle città furono da essi considerate come luoghi
-_sacri_ ed intangibili[225]. Ci tocca ora ammirare la moderna sapienza
-distruggitrice di quelle mura, e di quelle Porte che hanno tante volte
-salvate le città dai più gravi disastri! E si stanno smaltendo queste
-frottole mentre la città di Parigi che ha un milione di abitanti ed un
-circuito immenso si sta attualmente cingendo di muraglie e di bastioni!
-
-Smantellata intanto la Porta suddetta convenne poco dopo ricostruirsi
-dalle fondamenta l’antica casa comunale di cui si è innanzi parlato. Le
-fabbriche di essa erano molto annose e non solide abbastanza. Avendo
-perduto l’appoggio del fortissimo androne della Porta della città
-che le sosteneva, cominciarono a minacciar ruina, e fu necessario
-abbatterle e riedificarle. La novella casa comunale fu costrutta
-colla maggiore solidità, ed eleganza. Benchè non molto ampia, è uno
-de’ più belli edificj di Ruvo, e ben si può dire che nel suo piccolo
-presenta una idea della magnificenza Romana. In questa occasione in
-luogo di quel distico ampolloso che vi era una volta sulla diroccata
-Porta furono da me formati nove versi esametri, e questi essendo stati
-incisi in una lapide, fu dessa incastrata nel muro della facciata
-della novella casa comunale che guarda il largo denominato di _Porta
-di Noja_. Cercai di rilevare in essi senza ampollosità e magniloquenza
-i veri pregi della nostra città, ed i prodotti del suo vasto e fertile
-territorio che niuno certamente potrebbe contraddirle. I versi suddetti
-sono i seguenti.
-
- _Hospes, me Græci quondam tenuere coloni._
- _Antiquas inter non certe ignobilis urbes,_
- _Dives agris, fortisque fui, sollerter et artes_
- _Excolui, quod sculpta[226] probant, et picta decore_
- _Vasa sepulcretis quæ condit terra vetustis._
- _Optima cuncta mihi, cives, cœlumque, solumque,_
- _Lac, fructus, segetes, mel fragans, grataque vina._
- _Ægrotos sano[227], validorum corpora firmo._
- _Siste Rubis gressum si vis bene ducere vitam._
-
-Allora che scrissi cotesti versi il meno che avrei potuto immaginare
-era che la novella casa comunale per la quale furono essi destinati
-sarebbe un giorno appartenuta alla mia famiglia. Tanto però è avvenuto
-per la seguente combinazione. Dopo la spesa non lieve che costò alla
-Cassa comunale la ricostruzione di quell’antichissimo edificio, si
-pose in campo la formazione di un’altra casa comunale più ampia e
-più grandiosa. Si pensò quindi di far l’acquisto di un antichissimo,
-e sdruscito Palagio che apparteneva un tempo alla estinta famiglia
-_Avitaja_, ed era passato ad un Monte di Beneficenza. Preso dunque
-cotesto edificio con contratto enfiteutico, si sono spese, e si stanno
-spendendo bene o male molte migliaja di ducati per restaurarlo, ed
-adattarlo agli usi dell’Amministrazione comunale.
-
-Contratto cotesto novello ed arduo impegno fu risoluta l’alienazione
-della già detta antica casa comunale riedificata. Essendosi
-determinato di darla anche con contratto enfiteutico, furono aperte le
-subastazioni. Un puntiglio fece determinare il fu mio fratello Giulio,
-che non aveva certamente bisogno di una casa, a concorrere alle stesse.
-Rimasta la casa suddetta a lui come maggiore offerente appartiene ora
-al mio nipote Giovannino suo figliuolo ed erede. Così vanno le cose de’
-Comuni.
-
-Da altri Registri posteriori all’anno 1516 che si conservano nel Grande
-Archivio si rileva che essendo continuate le usurpazioni de’ Terlizzesi
-nel territorio di Ruvo, pendeva per tal causa un giudizio nell’anno
-1522 nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria tra la Università
-di Ruvo da una parte, la Università e molti particolari di Terlizzi
-dall’altra. Lo pruova ciò un decreto emesso da quel Tribunale nel dì 24
-Luglio 1522, col quale diè le opportune provvidenze relative all’esame
-testimoniale che si stava compilando[228].
-
-Da altro Registro si ha il decreto definitivo emesso del giudizio
-suddetto dallo stesso Tribunale nel dì 26 Giugno 1523. Furono con esso
-condannati trenta Terlizzesi proprietarj di fondi rustici nominalmente
-riportati a pagare alla Città di Ruvo la bonatenenza, ed altri pesi
-fiscali[229]. Non si conoscono le contrade ove li fondi suddetti erano
-siti perchè manca il processo, e nel decreto non sono specificate.
-Pruova però cotesto giudicato le ingiuste vessazioni, e le usurpazioni
-de’ Terlizzesi.
-
-Nell’anno 1600 vi era tuttavia il gravissimo inconveniente che i
-soldati avevano il loro alloggio ordinario a carico delle Università
-nelle case de’ particolari. Avevano i Baroni di quel tempo il
-privilegio di esentare da cotesta dura suggezione quello de’ loro feudi
-che avessero voluto, e farlo _Camera riservata_. Era questo il vocabolo
-col quale era tale esenzione indicata. La Casa d’Andria intenta sempre
-a smugnere il più che avesse potuto la nostra povera Città, come più
-giù anderemo a vederlo, non lasciò la occasione di venderle a prezzo
-carissimo un tal favore.
-
-Costa dunque dai registri di quell’epoca che il Duca d’Andria e Conte
-di Ruvo nell’anno 1600 presentò sua dimanda al Primo Conte di Lemos
-Vicerè di questo Regno. Disse che a preghiere de’ Cittadini di Ruvo
-aveva fatta ne’ mesi passati quella Città sua _Camera riservata; et
-volendo ora detti Cittadini dare ad esso esponente quello si suole dai
-Vassalli ai loro Signori per avere tal grazia_[230], dimandò quindi il
-permesso che avessero potuto di nuovo congregarsi per deliberare ciò
-che dovevano dargli per tal causa, giacchè la prima deliberazione presa
-sull’assunto non aveva avuto effetto. Il Vicerè con suo rescritto del
-dì 5 Giugno accordò tal permesso.
-
-Nel dì 28 Giugno dello stesso anno si unì la Università in pubblico
-parlamento preseduto dal Dottore Claudio Fraja _Governatore e Giudice
-Baronale_, al quale era vietato dalla legge di prender parte in un
-atto che riguardava l’interesse del Barone. Intervennero al parlamento
-suddetto il Sindaco, gli Eletti e non più di settantuno Cittadini.
-Disse il Sindaco Orazio Rocca che si era altra volta proposto lo stesso
-affare, e nulla si era combinato perchè _l’offerta fatta a detto
-Illustrissimo nostro Padrone non era piaciuta, onde non intende in
-conto alcuno per la quantità di moneta in detta congregazione stabilita
-venire alla detta transazione_.
-
-Pose in veduta quanti _disturbi, dispendj, ed altre cose che per onestà
-si taceno_, avvenivano in quelle città le quali erano caricate del
-detto alloggio, e propose che si fosse fatta _all’Illustrissimo Signor
-Duca nostro Padrone_ una offerta più vantaggiosa. La deliberazione
-presa fu che si fossero al Duca offerti ducati diecimila _con queste
-condizioni e patti quo in ogni futuro tempo detto Illustrissimo Sig.
-Duca, e Conte di Ruvo nostro Padrone, suoi eredi e successori, _quod
-absit_, venessero a vendere di qualsivoglia sorte, o pignorare, et
-affittare questa Città di Ruvo, sicchè desso novo Signore, padrone,
-creditore, o affittatore non ne venesse a fare camera perpetua, o non
-ne potesse fare camera, o per volontà de’ Superiori, o per qualsivoglia
-altro che potesse occorrere _de jure et de facto_ a non essere Camera
-ordinaria questa Città, onde ne patisse alloggiamenti ordinarj, o
-vero contro la forza di questa convenzione detto Illustrissimo Sig.
-Duca, suoi eredi e successori venissero ad non fare camera ordinaria
-perpetuamente loro, o vero per volontà de’ Superiori o per qualsivogli
-altro che potesse occorrere _de jure et de facto_ questa Città ne
-venesse a patire detti alloggi ordinarj, che _tunc et eo casu, imo ex
-nunc prout ex tunc_ detto Illustrissimo Sig. Duca si abbia da obbligare
-di restituire detti ducati diecimila una con l’interessi, danni patiti
-e da patire a questa università_. E poichè li detti ducati diecimila da
-offerirsi mancavano, fu risoluto anche di contrarsi un debito.
-
-Non è quì intanto ad omettersi che costa dallo stesso registro lo
-stato molto gravoso in cui era allora quella popolazione. Le gabelle
-imposte per far fronte ai pesi che incumbevano alla Università
-montavano ad annui duc. 12000. 2. 16. È notabile che la gabella del
-pane che colpiva più delle altre la povera gente era data in appalto
-per annui ducati 7113, somma molto esorbitante atteso il numero non
-ampio della popolazione di allora. Aveva inoltre 27000 ducati di debiti
-coll’annualità al 7 al 7½ all’8, ed al 9 per cento. Lo stato dunque
-della nostra città non era affatto felice.
-
-Il Duca d’Andria nondimeno presentò al Vicerè la detta deliberazione
-presa nel parlamento del dì 28 Giugno 1600, e questi con sua
-decretazione del dì 4 Settembre rispose _Regia Camera Summariæ de
-supplicatis se informet, et referat_. Si presentò il Duca a quel
-Tribunale, giacchè suo, e non della popolazione di Ruvo era l’impegno
-di menare innanzi l’affare che gli portava diecimila ducati di
-guadagno. Produsse due documenti diretti a pruovare che il Regio
-Assenso si era accordato a due altre simili convenzioni passate tra
-il Principe di Avellino e la Università di S. Severino, e ’l Marchese
-di Morcone e la Università di detta Terra. Allegando questi due
-esempj insistè che fosse stata allo stesso modo autorizzata anche la
-convenzione fatta tra lui, e la città di Ruvo.
-
-La Regia Camera della Sommaria dietro l’avviso dell’Avvocato Fiscale,
-con sua _Consulta_ del dì... Novembre 1600 rispose al Vicerè che stanti
-li precitati esempj allegati, ove gli fosse così piaciuto, avrebbe
-potuto accordare il suo assenso anche alla convenzione combinata tra il
-Duca d’Andria e la Università di Ruvo _per la somma però di ducati 8000
-_tantum_ e non più_. Soggiunse bensì _Non lasciando però di dire a V.
-E. et supplicarla resti servita di tenere la mano, et serrare questa
-porta di concedere assensi sopra simili donazioni, con fare alcuna
-Prammatica, o ordine che _ex nunc in antea_ non si facciano simili
-accordi, et donativi, giacchè quelli potranno causare molto danno alle
-Università_[231].
-
-Non s’ingannarono que’ saggi Magistrati nel fare questa giusta
-osservazione, giacchè il novello debito contratto dalla nostra città
-per tal causa aggiunto agli altri che già aveva, ed alle Baronali
-estorsioni che crescevano sempre da un anno all’altro, la trasse
-a quella rovina di cui si parlerà al luogo opportuno. Passo ora a
-ragionare del dritto del Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino,
-e de’ gravissimi abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, i quali
-rovinarono l’agricoltura non meno che la pastorizia della nostra povera
-città.
-
-
-
-
-CAPO XI.
-
-_De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro
-Ruvestino, e degli abusi dappoi introdotti._
-
-
-Alfonso I di Aragona Principe di gran mente e di gran cuore si
-propose di riordinare le cose del Tavoliere di Puglia. Pensò quindi a
-dotarlo di erbaggi sufficienti al largo comodo delle numerose greggi
-che dalle fresche alture degli Abruzzi, ove andavano a passare la
-estiva stagione, scendevano nell’inverno nella Regione più temperata
-della Puglia. Acquistò quindi molti erbaggi vernini con contratti
-stipulati con particolari, coi Baroni, e con diversi Luoghi Pii. Queste
-compre vennero eseguite con essersi la cassa del Tavoliere obbligata
-di corrispondere a coloro dai quali gli erbaggi suddetti si erano
-presi un’annua rendita determinata proporzionata al valore dell’erba
-rispettivamente ceduta.
-
-Gli erbaggi a tal modo acquistati per la dotazione del Tavoliere
-presero varj nomi. Altri furono chiamati erbaggi _ordinarj_, altri
-_straordinarj_, altri _soliti_, altri _insoliti_ _etc._ Alcuni di essi
-furono destinati al _ristoro_ degli animali, ed altri al _riposo_.
-Rimetto agli Scrittori della materia Doganale la spiegazione di cotesti
-vocaboli. Per l’argomento che mi ho proposto interessa conoscersi cosa
-essi intendono pe ’l dritto di _riposo_.
-
-È lo stesso così definito: _I riposi sono alcuni paschi che da luogo
-in luogo sono stati comprati dalla Regia Corte affinchè nel viaggio
-che fanno le pecore nel mese di Settembre e di Ottobre dal Sannio in
-Puglia, e per opposto, possano ivi a spese della Regia Corte che ne
-paga il prezzo ai padroni, per tre o quattro giorni, e secondo sarà
-necessario, comodamente riposarsi, conforme nota il Reggente Moles_
-De Dohana Menæpecudum Apuliæ §. _8 n. 52 e 53. I menzionati riposi si
-connumerano tra gli erbaggi ordinarj e straordinarj soliti, e non solo
-servono alle pecore come le taverne ai passaggieri; ma quei che sono
-più vicini al Regal Tavoliere furono istituiti, affinchè dette pecore
-non abbiano immediatamente bisogno di entrare a scommettere l’erba di
-detto Regal Tavoliere: ma possano aspettare il ripartimento generale
-per entrare a godere quelli erbaggi che dal Doganiere saranno loro
-prescritti_[232]. Dal che è facile vedere che di tutti i diritti del
-Tavoliere il _riposo_ è il meno pesante per i proprietarj de’ fondi,
-come quello che si riduce al pascolo per un tempo molto limitato.
-
-Ha preteso il Tavoliere che per effetto di un contratto passato tra
-il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca di Venosa e di
-Minervino, e Conte di Ruvo di cui innanzi si è parlato nel Capo IX
-abbia acquistato un doppio dritto sul territorio di Ruvo. Il primo fu
-quello di pascere l’erba di quel bosco feudale dal dì della Vigilia
-del S. Natale fino al dì otto Maggio di ciascun anno. Il secondo fu il
-dritto di _riposo_ sulle murge di Ruvo.
-
-Pe ’l primo di questi due dritti non vi fu mai quistione. Il secondo
-Stefano de Stefano lo dà per sicuro, e quindi nel luogo testè citato
-tra i principali riposi del Tavoliere annovera _le murge di Minervino,
-Andria, Quarata, Ruvo e Bitonto in Terra di Bari_. La Casa d’Andria
-però ha sempre rispetto alle murge di Ruvo opposta a cotesto dritto
-un’acre resistenza, come anderemo più giù a vederlo.
-
-Ma dato anche per vero ciò che dice il precitato Scrittore, il dritto
-del Tavoliere avrebbe potuto colpire la sola contrada delle murge detta
-da Strabone _montosa et aspera_, ed essere limitato al solo _riposo_,
-cioè al trattenimento di pochi giorni nel passare le pecore per que’
-luoghi tanto nel venire dagli Abruzzi, quanto nel far ivi ritorno.
-
-A tutt’altro modo però veniva cotesto preteso dritto esercitato dai
-Locati Abruzzesi, sia per la resistenza che trovavano nelle murge dal
-canto del Barone, sia per quelle soverchierie, alle quali soggiace
-sempre il più debole. Si gittarono essi sul rimanente demanio fuori
-delle murge più vicino all’abitato, e sicuramente comunale, ove stavano
-e stanno tuttavia le numerose masserie de’ cittadini. Vi si fermavano
-per tutto lo inverno, e lo ingombravano con tante pecore che ai poveri
-proprietarj delle masserie suddette non lasciavano un filo di erba per
-lo sollievo de’ loro animali!
-
-Cotesto ristucchevole abuso lo contesta un processetto che si conserva
-nel grande Archivio. Nell’anno 1509 la città di Ruvo spinta dalla
-disperazione diè un ricorso al Vicerè di quel tempo D. Raimondo
-di Cardona, e dimandò il permesso di chiudersi nel suo demanio una
-mezzana, o sia difesa per lo pascolo de’ bovi aratorj. Giova recare i
-precisi termini del ricorso suddetto per vedere a quali strettezze i
-Ruvestini erano ridotti da cotesta abusiva invasione.
-
-_Illustrissimo Signore — Per essere lo territorio de la cità vostra
-de Rubo[233] molto de bisogno a la Regia Dohana che se ne serve per
-restauro, in detto territorio veneno tante pecore che al bestiame
-de la cità non resta da pascere cosa alcuna, et tutto loro bestiame
-se more de fame per non restarli uno filo de herba, ed è loro ultima
-desfazione. Et perchè in le altre Terre de Puglia resta alcuna meczana
-per lo bestiame de li citatini per concessione ne teneno, et non ce
-stanno tante pecore, quante in Rubo; per tanto supplica Vostra Signoria
-Illustrissima proveda che per uso del bestiame de li citatini li
-conceda una meczana in loco appartato de le pecore che possano usarla
-per loro uso, senza che lo bestiame de ditta Dohana li dona impaczo;
-altrimenti detta cità vene a ruinarse per non possere manutenere loro
-bestiame per le vettuaglie fanno li citatini, et se veneriano a morire
-de fame, et patere grandissima penuria. Et è cosa solita concederese a
-le altre Terre dove pratica la Dohana, ut Deus._
-
-Il Vicerè con sua decretazione del dì 17 Dicembre 1509 rinviò
-cotesto ricorso alla Regia Camera della Sommaria per le provvidenze
-corrispondenti. Quel Tribunale con sua provvisione del dì 19 del detto
-mese ed anno diè al Doganiere di Foggia li seguenti ordini. _Vi dicimo
-et ordinamo che al recepere de epsa, essendo così come se expone,
-vogliate provedere de donare a dicti exponenti tanta mezana in loco
-appartato de le pecore per uso de loro bestiame, et provedere che
-possano quella usare senza che lo bestiame de dicta Dohana le abbia a
-donare impaczo, de modo che dicto loro bestiame non venga ad perire per
-non avere herba._
-
-Il Doganiere di allora _Annibale Caput_ tenendo presenti la dimanda
-a lui diretta dalla città di Ruvo, la trascritta Provvisione della
-Regia Camera, e le dilucidazioni a lui date sull’assunto da un suo
-Incaricato, con lettera del dì 13 Febbrajo 1510 diretta _Egregiis
-viris Sindico Universitatis et hominibus civitatis Rubi nobis tanquam
-fratribus carissimis_, fece loro sentire ciò che siegue. _Et perciò
-noy ordinamo per l’allegata ad Alfonso de Civita Ducale Officiale de
-questa Regia Dohana de Puglia, quale tenemo in quella espressa cità
-per servizio de la Regia Corte, ve voglia consignare il loco de dicta
-mezana, cioè dal muro recluso per derecto fino a la Cappella. Et da
-l’altro capo de dicto muro fino al arbore de la mendola, la quale
-mendola haverà ad restare fore. Et da la dicta amendola per quatro
-referendo a dicta Cappella. Quale territorio, seu mezana porrite
-farvela serrare et conservare per lo effecto predicto, et se in dicti
-confine nce fossero altre confine più volgare et declarative, ne li
-farite intendere per mezo de dicto Alfonso, aczò quando ve ne farimo
-spedire la patente per più cautela et quiete vostra, nce lo possiamo
-declarare_[234].
-
-Ecco come fu eretta la Difesa della nostra città nella contrada
-demaniale denominata lo _sterpeto_ volgarmente detta _strappete_.
-Ma non poteva questa supplire al bisogno degli animali addetti alla
-coltura, e sparsi sulla superficie di un demanio vastissimo. Come
-menarsi cotesti animali a pascere da un punto all’altro di esso ed
-alla distanza di più miglia? Debbono essi dopo il travaglio avere
-il necessario ristoro nel luogo istesso ove lavorano il terreno. La
-necessità obbligò i Ruvestini a scuotere il giogo durissimo de’ Locati
-Abruzzesi. Da per tutto nelle masserie di semina furono chiusi i parchi
-e le mezzane indispensabili agli animali addetti alla coltura.
-
-Gl’ingordi Abruzzesi incominciarono a strepitare e gridare _alla
-usurpazione_, mentre non era questa che una giusta reazione contro
-l’abuso e la soverchieria. A tutt’altro modo però guardarono la cosa
-due Magistrati Fiscali spediti nelle Puglie con incarico di rintegrare
-al Regio Tavoliere tutto ciò che fosse stato usurpato a danno dello
-stesso. Furono questi il Luogotenente della Regia Camera della Sommaria
-D. Francesco Revertera Spagnuolo di Nazione, e ’l Presidente D. Alfonso
-Guerrera. Gli schiamazzi de’ Locati Abruzzesi contro i Ruvestini fecero
-incomodare cotesti Signori a conferirsi di persona nel territorio
-di Ruvo. Quindi tra le altre operazioni da essi fatte vi fu anche il
-seguente Decreto pubblicato in Foggia nel dì 5 Marzo 1549.
-
-_Super parchis et clausuris civitatis Ruborum, die 5 Martii 1549
-in Terra Fogiæ. Viso territorio civitatis Ruborum, et visis oculari
-inspectione dictis parchis et clausuris. Visa etiam provisione alias
-facta per Regiam Cameram Summariæ sub die 20 Septembris 1517 Regia in
-Curia VIII fol. 104. Fuit provisum et decretum, prout præsenti decreto
-providetur per Excellentem Dominum Franciscum Reverterium Regium
-Consiliarium Regiæ Cameræ Summariæ Locumtenentem, ac per Magnificum
-Dominum Alphonsum Guerrerium ejusdem Regiæ Cameræ Præsidentem et
-Commissarium Generalem in Reintegratione Dohanæ Menæpecudum, deputatos
-per Illustrem Dominum Regni Proregem, quod omnia parca et clausuræ
-constructa et constructæ pro usu herbarum in dicto territorio
-demoliantur et aperiantur, atque in eis libere pasculari possint tam
-pecudes et animalia Regiæ Dohanæ, quam dictæ civitatis; atque de cetero
-nullatenus fiant parca, neque clausuræ. Ea vero parca et clausuræ quæ
-sunt pro vineis, olivetis et amygdaletis remaneant pro usu civitatis
-et ejus civium, et de cetero non fiant parca, et clausuræ pro dicta
-causa, neque amplientur, atque in loco ubi est tracturium dictæ Dohanæ
-Regiæ, aperiantur et ibi possint animalia Regiæ Dohanæ pasculari
-et immorari prout opus fuerit. Quo vero ad parcum jumentorum, sive
-equorum Excellentis Comitis Ruborum fuit provisum quod supersedeatur
-donec fuerit facta relatio Illustrissimo Domino Proregi, juxta
-decretationem factam in calce memorialis oblati S. E. pro parte dicti
-Comitis. Mezzana vero constructa in dicto territorio pro usu et pascuo
-bobum aratoriorum dictæ civitatis et civium, remaneat[235], et quod
-nullatenus possit ampliari, et quod illa parca, et clausuræ, quæ
-factæ sunt causa seminandi frumentum, et alia victualia, recollecto
-semine aperiantur, et in restopiis, et nocchiariis possint pasculari
-Regia Dohana, et animalia dictæ civitatis. Hoc eorum in scriptis
-interponentibus decretum. Lectum latum etc._[236]. Questo decreto è
-riportato anche dai Scrittori Doganali.
-
-Se il trascritto decreto non formasse parte della Storia e de’ Registri
-del Tavoliere, stenterei a credere che realmente sia stato lo stesso
-emesso in un Paese riputato sempre per la sapienza de’ suoi Magistrati!
-Non è lo stesso a ben definirlo che un tristo monumento d’ingiustizia
-e di barbarie, poichè ammesso anche il _riposo_ preteso dal Tavoliere,
-una servitù costituita sulla sola contrada delle _murge_ non si poteva
-estendere a tutto il Demanio Ruvestino, ed un dritto di sua natura
-limitato al pascolo di pochi giorni, non si poteva e non si doveva
-renderlo illimitato ed arbitrario.
-
-Non minore fu la barbarie nell’essersi pronunziata la distruzione
-dell’agricoltura coll’essersi disfatti i parchi indispensabili al
-ristoro de’ bovi aratori, coll’essersi vietate le novelle piantazioni
-di vigne, di mandorle, e di ulivi che costituivano e costituiscono le
-ricche produzioni del territorio Ruvestino, e coll’essersi lasciato
-alla discrezione delle bestie quel terreno fertilissimo che la Natura
-ha destinato al nutrimento degli uomini! Cotesto decreto che pecca
-della più ruvida barbarie fa un’onta positiva agli autori di esso.
-
-Nè quì si arrestarono i malanni ch’ebbe la nostra città a soffrire per
-questo lato. Si è detto innanzi che il Regio Tavoliere aveva acquistato
-da Pirro del Balzo Duca di Venosa e Conte di Ruvo il dritto di far
-pascere dagli animali de’ Locati l’erba del vastissimo Bosco di Ruvo
-dal dì della Vigilia del S. Natale fino al dì otto di Maggio, mediante
-il pagamento di annui ducati cinquecento. Si era così fatto perchè
-avesse potuto il Barone fino alla Vigilia di Natale far pascere la
-ghianda che lo stesso produceva in gran copia. Era però ciò fastidioso
-all’Amministrazione del Regio Tavoliere, perchè gli animali porcini
-ch’entravano a pascere le ghiande maltrattavano l’erba. Si volle torre
-questa suggezione. Piacque al Governo di acquistare in modo assoluto
-l’erbaggio vernino del bosco suddetto, e disporre di esso a suo piacere
-col pagare al Conte di Ruvo anche il prezzo della ghianda.
-
-In un pubblico strumento del dì 17 Marzo 1552 stipulato dal Notajo
-Sebastiano Canore di Napoli si costituirono da una parte il Vicerè
-allora di questo Regno D. Pietro di Toledo e dall’altra il Conte di
-Ruvo D. Fabrizio Carafa. Dichiarò quest’ultimo che possedeva in feudo
-_quoddam nemus situm in pertinentiis dictæ civitatis Ruborum juxta
-suos veriores confines, pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia
-Curia annuatim pro servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit
-eidem excellenti Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti,
-in quo nemore non possunt intrare pecudes nisi in vigilia Nativitatis
-Christi anni cujuslibet._
-
-Si seguitò a dire che la Regia Corte voleva acquistare totalmente
-l’erba vernina e la ghianda del Bosco suddetto con piena facoltà di far
-entrare in esso a pascere gli animali nel dì 15 Settembre di ciascun
-anno fino al dì di S. Angelo del mese di Maggio, mediante il pagamento
-di altri annui ducati mille dugento cinquanta. Essendosi tal proposta
-accettata dal Conte di Ruvo, vendè costui alla Regia Corte per annui
-ducati 1250 _dictum jus glandium, herbam et pascuum, ac jus aquandi, et
-pernoctandi, et omne aliud jus spectans, et pertinens, et quod spectare
-et pertinere posset in dicto nemore ex nunc in antea, et in perpetuum
-tenere et possidere, et in dictum nemus quolibet anno intrari facere
-pecudes, et alia animalia quæcumque a dicto die 15 Semptembris anni
-cujuslibet, et tenere per totum diem festum S. Angeli de Mense Maj,
-ut supra, dictisque herbis, pascuo, et glandibus, et aquis in dicto
-nemore existentibus gaudere, et uti frui, atque vendere, et alienare,
-et aliter disponere pro ipsius Regiæ Curiæ arbitrio voluntatis, absque
-contradictione et obstaculo aliquo et impedimento etc._ Quindi nel
-bosco suddetto vi rimase una promiscuità di diritti tra la Regia Corte
-e ’l Barone. La prima rimase padrona assoluta dell’erba vernina e della
-ghianda. Seguitò il secondo a ritenere l’erba estiva e ’l taglio delle
-legna non fruttifere di ghianda.
-
-I cittadini di Ruvo avevano il dritto d’immettere a pascere i
-bovi aratorj nel bosco suddetto. Cotesto dritto lo aveva reso
-importantissimo il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549
-innanzi riportato. Il bosco di Ruvo era, come lo è tuttavia circondato
-dalle masserie di semina allo stesso adiacenti. Aperti e vietati dal
-decreto suddetto i parchi e le mezzane per l’uso de’ bovi aratorj che
-si erano in esse formate, questi poveri animali trovavano almeno un
-ristoro nel bosco, ove si lasciavano la sera dopo il travaglio. Ma
-questo sollievo fu anche tolto ai medesimi.
-
-Pietro di Toledo volle esimere il bosco anche da questa suggezione
-comunque garantita dalla Natura e dalla legge. E ciò che più sorprende,
-cotesto dritto sacro de’ cittadini di Ruvo rimase abolito con un tratto
-di arbitrio, senza essersi intesi neppure i Rappresentanti di quella
-città! Si legge nel detto strumento dell’anno 1552 anche il seguente
-articolo: _Itaque nullum genus animalium possit nemus ingredi elapso
-die 15 Septembris, nisi tantum animalia Dohanæ in locationem intrantia.
-Verum pro usu bobus dictæ universitatis solitis ingredi, et pasculari
-in dicto nemore tempore hyemali, amplietur defensa magna, seu partem
-etc. dictæ universitatis, ut dicto tempore hyemali possint supradicta
-animalia dictæ universitatis commodius pasculari._
-
-Convenne però ubbidire. Quindi l’ampliazione della difesa comunale
-eretta nell’anno 1510, come innanzi si è detto, venne eseguita con
-decreto del Collateral Consiglio del dì 26 Ottobre 1552, dal quale
-risulta che la detta antica difesa di carri quattordici rimase ampliata
-di altri carri ventisei e fu portata a carri quaranta. Questo decreto
-è riportato dal Sig. _de Dominicis_ nel suo libro sulla Dogana di
-Puglia[237].
-
-Il compenso dato alla città di Ruvo per la perdita di un dritto tanto
-interessante per i suoi cittadini fu veramente generoso! Le fu permesso
-ciò che non poteva per giustizia esserle negato, cioè l’ampliazione
-della difesa in quella parte del demanio ch’era indubitatamente di
-qualità comunale, ed era quindi nel dritto di tenerla aperta o chiusa
-come meglio avrebbe creduto conveniente ai suoi interessi ed alla sua
-economia!
-
-Cotesto compenso però meramente illusorio non alleviò per nulla il
-gravissimo discapito che vennero a risentirne i poveri proprietarj
-delle masserie di semina dalla perdita del pascolo del bosco per i
-bovi aratorj. Cosa giovar poteva l’ampliazione dalla difesa comunale a
-quelle masserie che nel massimo numero erano a più miglia di distanza
-da essa? Li bovi aratorj debbono avere il loro ristoro sul luogo
-istesso ove travagliano. Non possono essere inviati a paschi lontani
-con defaticargli vie più, e col torsi al lavoro della terra quel tempo
-che occorre per andare e venire. Fu questo a buon linguaggio l’ultimo
-crollo che ricevè la industria de’ Ruvestini.
-
-Per altro lato il già detto ideale compenso durò anche ben poco.
-L’appoggio, debolissimo per altro, della difesa comunale venne anche a
-mancare. La povera città di Ruvo oppressa per un lato e smunta dalla
-prepotenza Baronale, ed angustiata per l’altro dalle circostanze
-del tempo ben difficili, cadde nella massima povertà fu obbligata
-a contrarre molti debiti, ed indi a vendersi la difesa suddetta
-per potergli pagare. Avvenne ciò nell’anno 1632, poichè da diversi
-strumenti stipulati in quell’anno dal Notajo Giuseppe Ferri di Ruvo
-risulta che la Università di Ruvo diè la difesa suddetta in pagamento
-a diversi suoi creditori. Ecco perduto anche questo appoggio per i bovi
-aratorj.
-
-Quando gli uomini si veggono ridotti alla estrema necessità perdono la
-pazienza. Li proprietarj di masserie, malgrado il decreto di Revertera
-e di Guerrera, chiusero di nuovo con parchi e mezzane quell’erba ch’era
-indispensabile al ristoro de’ loro bovi aratorj. Ma gli Abruzzesi
-della Locazione di Salpi ai quali il bosco di Ruvo era stato assegnato
-non se ne stettero. Avendone nell’anno 1641 dato ricorso al Tribunale
-Doganale, fu spedito sul luogo il Credenziere della Regia Dogana
-Guglielmo Corcione per prendere informazione _de’ disordini_[238] ivi
-avvenuti.
-
-Da un processetto da costui formato contro diciannove proprietarj
-di masserie nominalmente in esso riportati risulta che si erano
-fatte da costoro le mezzane nelle contrade demaniali _le matine, la
-cavata_ (parte delle matine) _le strappete, le ralle e monserino_, e
-che in questa ultima contrada si erano anche piantate nuove vigne in
-contravvenzione del Decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549
-che le aveva vietate.
-
-Quindi nel dì 16 Marzo 1642 da quel Tribunale Doganale fu contro
-i pretesi contravventori emesso il seguente decreto: _Per Regiam
-Dohanalem Audientiam visis actis, et in contumaciam prædictorum
-disordinantium, fuit provisum et decretum quod disordinantes prædicti
-condemnentur, prout condemnantur ad solvendum Regiæ Curiæ et Locatis
-pro disordine prædicto ad usum pasculi commisso in Demanio Ruborum
-Regiæ Curiæ ad rationem ducatorum quatuor pro qualibet versura,
-et aliorum ducatorum duorum pro emenda Locatorum servata forma
-provisionum Regiæ Cameræ Summariæ, et Instructionum Regiæ Dohanæ, pro
-quibus exequantur realiter et personaliter, et describantur in libro
-Proventuum_.
-
-Il già detto processetto si conserva nell’Archivio Doganale di Foggia,
-ove io l’ho letto, e me ne ho presa anche una copia conforme. Il
-suo titolo però è erroneo, poichè si legge in esso così: _Ruvo 1641
-in 1642. Informazione de’ disordini commessi dai naturali di Ruvo
-nel Bosco ut ex actis_. Li pretesi disordini però verificati dal
-Credenziere Corcione nel corpo del processo si trovarono nelle masserie
-di campo site nelle precitate contrade demaniali di sopra nominate e
-molto diverse dal Bosco.
-
-Nel Bosco di Ruvo non vi sono state mai masserie di semina, e non vi
-è una sola zolla di terreno smossa dall’aratro o dalla zappa. Ma è
-cosa ben dura il vedere come i poveri Ruvestini erano perseguitati e
-condannati a pagare gravose multe per essersi valuti di un dritto che
-loro accordava la Natura e la Legge sul proprio territorio, e senza il
-quale non avrebbero potuto sussistere! A lungo andare però gli abusi e
-le soverchierie si convertono in dritto. Così va il Mondo.
-
-Dopo l’anno 1642 non è a mia notizia che vi fossero stati altri simili
-procedimenti giudiziali barbari ed abusivi come quelli de’ quali ho
-finora parlato. Continuarono però sempre i Locati Abruzzesi a tener
-fermo il piede nelle già dette contrade demaniali dell’agro Ruvestino,
-come continuò la resistenza de’ Proprietarj delle masserie per rendere
-meno pesante il più che fosse stato possibile gli abusi di un dritto
-usurpato a loro danno. Vi è stata quindi sempre tra i primi ed i
-secondi una guerra aperta, poichè l’impero della necessità rendeva
-arditi i proprietarj delle masserie. Questo stato di violenza è durato
-fino ai nostri giorni e lo fece cessare la pubblicazione della legge
-del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia, la quale venne ad
-indurre un nuovo ordine di cose più propizio all’agricoltura ed alle
-specolazioni agrarie.
-
-Non vi ha dubbio che grande è stato il discapito sofferto dalla nostra
-città a causa degli abusi di sopra esposti, i quali avevano annientata
-la industria e l’agiatezza de’ suoi abitanti ed arrestato l’aumento
-della popolazione. Ma spesse volte la mano della Provvidenza dai
-più gravi malanni fa sorgere quel bene che meno si avrebbe potuto
-prevedere. Quasi tutti i terreni seminatorj del precitato agro
-demaniale Ruvestino coll’andar del tempo erano caduti nelle mani
-di Corpi Morali Chiesastici e Laicali. Pochissima quantità di essi
-apparteneva ai particolari.
-
-Quindi le antiche masserie di semina di quel territorio le coltivavano
-li Ruvestini non più come proprietarj di esse, ma bensì come fittuarj
-delle Chiese, degli Ordini Religiosi o delle Confraternite. È facile
-l’intendere che tal circostanza esser non poteva propizia al progresso
-dell’agricoltura ed al miglioramento de’ terreni, il quale può
-suggerirlo l’amore della proprietà estraneo ai semplici fittuarj.
-
-Cotesto svantaggio fu corretto dagli articoli 37 38 e 39 della
-precitata legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia. Fu con
-essi ordinato che i fittuarj de’ terreni _azionali_ del Tavoliere
-appartenenti ai Pii Luoghi, non esclusa la Religione di Malta,
-avessero potuto rendersi perpetui censuarj di essi pagando a titolo di
-_entratura_ alla Cassa del Tavoliere tre annate di estaglio. Sotto il
-nome di _terreni azionali_ intese la legge comprendere tutti i fondi
-de’ Pii Luoghi sui quali il Regio Tavoliere vi avesse esercitato un
-dritto qualunque di pascolo, anche di semplice _riposo_. Li già detti
-articoli avendo influito a produrre nel nostro Regno un prodigioso
-miglioramento dell’agricoltura, è utile riportare la storia di essi, la
-quale non può a tutti esser nota.
-
-Allora che il Governo di quel tempo era occupato a formare, ed indi
-a discutere la legge suddetta che richiamò le sue prime cure, ebbi la
-opportunità di essere a giorno delle cose che cadevano in discussione.
-Mi applicai quindi a scrivere una memoria ragionata colla quale proposi
-che quella censuazione ch’era sul tappeto per i terreni fiscali proprj
-del Tavoliere, si fosse estesa anche ai detti terreni _azionali_ de’
-Pii Luoghi, per i quali il Regio Tavoliere non aveva un dritto di
-proprietà, ma semplicemente la servitù attiva del pascolo convenuta
-coi proprietarj di essi in diversi modi, e con diversi patti introdotti
-dalle usanze, e dai Regolamenti del Tavoliere. Presi per base de’ miei
-ragionamenti la utilità pubblica che ne sarebbe risultata per tutti i
-lati col miglioramento di quelle proprietà fondiarie che nelle mani de’
-Corpi Morali sarebbero rimaste in perpetuo languore.
-
-Rafforzai i miei argomenti coll’esempio delle leggi dette di
-_ammortizzazione_ emesse dal Re Ferdinando nell’anno 1769 e seguenti.
-Erano stati con esse dichiarati allodiali de’ fittajuoli i beni fondi
-de’ Pii Luoghi loro conceduti con lunghi affitti. Brillantissimi
-n’erano stati i risultamenti primo coll’essersi moltiplicati i
-piccioli proprietarj più utili sempre allo Stato; secondo col notabile
-miglioramento di tanti fondi per lo innanzi molto mal tenuti. Osservai
-quindi che lo stesso effetto avrebbe prodotto la censuazione de’
-terreni azionali del Tavoliere.
-
-Mi avvidi intanto che queste verità le capivano tutti coloro che
-avevano parte alla formazione della legge, ma non tutti erano disposti
-a volerle gustare. Veniva tal progetto acremente contraddetto dai
-Francesi che avevano allora parte al Governo e più di ogni altro dal
-Ministro Saliceti ch’era potentissimo. Il motivo di tal contraddizione
-che sembrava incomprensibile, si venne indi a conoscere, ed era il
-seguente.
-
-Non era lontana la soppressione degli Ordini Religiosi possidenti e
-la incamerazione al demanio de’ beni dell’Ordine Gerosolimitano. Tra i
-fondi _azionali_ del Tavoliere ve n’erano molti che appartenevano tanto
-ai primi che al secondo. Calcolavano quindi i Francesi che devoluti
-cotesti fondi al demanio si sarebbero esposti in vendita, e si sarebbe
-ritratta da essi una forte somma di danaro contante, mentre la proposta
-censuazione non avrebbe potuto dar altro che un’annua rendita di
-canoni.
-
-Per questa veduta particolare finanziera troppo misera in vero
-passavano essi di sopra alla utilità pubblica che sarebbe venuta
-a risultarne dalla censuazione de’ terreni non solo degli Ordini
-Religiosi che sarebbero rimasti soppressi, ma anche de’ Vescovadi,
-Capitoli, Badie, Congregazioni Laicali ed altri Pii Luoghi non compresi
-nella imminente soppressione!
-
-Fortunatamente però nella formazione della legge suddetta era stato
-chiamato a prendervi una parte principale un insigne e sommo nostro
-Giureconsulto istruitissimo delle cose del Tavoliere. Alla profonda
-conoscenza ch’egli aveva anche del Diritto Pubblico e della Economia
-Politica, univa una bell’anima ed uno spirito sempre pronto e sempre
-deciso a promuovere il vero bene e la prosperità del nostro Paese. Fu
-questi il chiarissimo D. Francesco Ricciardi che ben meritò una piazza
-prima nel Consiglio di Stato, ed indi nel Ministero da lui sostenuto
-con tanta gloria, e ’l titolo di Conte di Camaldoli, il di cui nome
-solo vale un elogio, e la di cui memoria è a tutti cara e veneranda.
-
-Al suo profondo sapere, alla robustezza de’ suoi ragionamenti, ed anche
-alla sua destrezza, non che alla buona intenzione di que’ Napolitani
-che sedevano allora nel Consiglio di Stato, e guardarono la cosa
-sotto il suo vero punto di veduta, si deve attribuire l’ammissione
-de’ precitati tre dibattutissimi articoli. Le vedute finanziere che i
-Francesi mettevano unicamente a calcolo furono appagate col pagamento
-delle tre annate di entratura messo per condizione della censuazione,
-le quali per altro fruttarono alla cassa del Tavoliere somme non lievi.
-
-Malgrado però cotesto pagamento messo per condizione della censuazione,
-gli articoli suddetti furono accolti con applauso e profittarono di
-essi colla massima alacrità tutti i fittuarj de’ terreni azionali
-de’ Pii Luoghi, nè ve ne fu un solo che avesse omesso di proporne la
-dimanda. Al tempo della Restaurazione fu riconosciuta anche la somma
-utilità degli articoli suddetti. Rimasero quindi confermati col Real
-Decreto del dì 29 Gennaro 1817. Si volle con esso un aumento del
-dieci per cento sui canoni convenuti a favore de’ Pii Luoghi diretti
-Padroni de’ fondi. Si volle anche il pagamento di una quarta annata
-di entratura alla cassa del Tavoliere. Niuno però si negò a subire
-cotesti nuovi carichi largamente compensati dagl’immensi miglioramenti
-fatti ne’ fondi suddetti dopo le censuazioni dell’anno 1806. Quando
-le leggi, malgrado che non siano coattive, vengono dalla generalità
-spontaneamente eseguite, è questa una pruova infallibile della sapienza
-ed utilità di esse.
-
-La Giunta del Tavoliere destinata allora per la esecuzione della
-precitata legge nell’accordare le censuazioni che a folla venivano
-dimandate, si atteneva al fatto puramente materiale. Aveva per
-_azionali_ que’ terreni ne’ quali il Regio Tavoliere e per esso i
-Locati si trovavano nell’attuale possesso di esercitare un dritto
-qualunque di pascolo. E poichè non vi poteva esser dubbio ch’era questa
-la condizione di tutti i terreni siti nel demanio di Ruvo, quindi tutte
-le dimande proposte per i terreni de’ Luoghi pii che in esso erano
-siti, furono accolte senza esitazione. Nè vi fu un solo fittuario di
-essi che non avesse profittato tanto della legge dell’anno 1806, quanto
-di quella dell’anno 1817.
-
-Ecco come da un dritto sicuramente abusivo nel suo principio, il quale
-costò tante vessazioni e tanti affanni ai nostri antenati, n’è derivato
-un bene immenso ed inestimabile. Senza di ciò non sarebbero mai più
-ritornati nelle mani de’ particolari que’ terreni fertilissimi, i quali
-formavano un tempo, come formano anche oggi la ricchezza e la opulenza
-della nostra città. Ed in vero dall’epoca della legge del Tavoliere,
-la quale ha troncati anche tutti gli antichi e barbari abusi, fino al
-presente giorno si vedono ivi notabilmente accresciute le piantazioni,
-i terreni seminatorj sono stati molto migliorati, e tuttavia si
-migliorano, e l’agricoltura fiorisce e va innanzi a meraviglia.
-
-Il maggior beneficio però che ci hanno fatto le novelle leggi del
-Tavoliere, e della chiusura de’ terreni demaniali, è stato quello
-di averci liberati per sempre dai molestissimi ospiti Abruzzesi che
-venivano a far da Padroni sulle nostre proprietà, quasi che fossero
-stati essi i veri eredi degli Arcadi che le conquistarono colle loro
-armi! Troncati gli antichi abusi, abolita la promiscuità di pascolo
-tra i cittadini ed i Locati anche sui terreni seminatorj del demanio
-abusivamente sanzionata dal decreto di Revertera e di Guerrera
-dell’anno 1549, e permessa dalla legge del dì 3 Dicembre 1808 la
-chiusura de’ terreni appatronati demaniali ed aperti, non è rimasto
-ai Locati suddetti nell’agro Ruvestino che quel dritto soltanto ch’era
-puramente legittimo, cioè il pascolo vernino di quel bosco che il Regio
-Tavoliere acquistò dal Conte di Ruvo col contratto dell’anno 1552 di
-cui innanzi si è parlato.
-
-Quel pascolo però era dagli Abruzzesi ricercato quando per i precitati
-abusi introdotti era loro permesso di uscire dal bosco e gittarsi con
-un numero immenso di animali sulle masserie de’ poveri Ruvestini site
-nel demanio e devastarle senza misericordia. Limitato e ristretto,
-com’era regolare, il loro dritto al solo pascolo del Bosco purgato
-dagli antichi abusi, pare che quell’erbaggio, comunque eccellente, non
-gli abbia più solleticati. Quindi i Locati Abruzzesi ai quali rimase
-lo stesso censito per lo intero nell’anno 1806, lo hanno lasciato
-e lo vanno lasciando man mano. Molte porzioni del detto bosco sono
-state da essi alienate e cedute parte ai Ruvestini istessi, e parte
-ad altri ricchi proprietarj di quella Provincia. Nè tarderà forse
-molto che uscirà lo stesso per lo intero dalle loro mani. Sarebbe però
-desiderabile che ritornasse tutto ai Ruvestini per i quali la Natura
-lo aveva destinato, ma la feudalità lo tolse alle loro industrie
-armentizie.
-
-
-
-
-CAPO XII.
-
-_Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte dalla
-prepotenza Baronale._
-
-
-Prima che i Barbari del Nord ci avessero fatto il regalo della
-feudalità il vasto territorio di Ruvo costituiva il patrimonio
-della città e de’ suoi abitanti, che lo animavano coll’agricoltura
-e colla pastorizia sicure sorgenti di quella ricchezza che ben la
-pruovano i grandiosi monumenti delle belle arti ivi disotterrati
-all’epoca nostra. Ed in vero la spiga del grano, la testa del bue
-e ’l corno dell’abbondanza che si osservano nelle antiche monete
-Ruvestine riportate nelle due tavole annesse al capo II fanno sicura
-testimonianza dello stato floridissimo in cui doveva esser ivi
-l’agricoltura.
-
-Per le città cadute sotto il giogo della feudalità non è facile
-definire ciò che da principio fu dato al feudo, e ciò che rimase alla
-popolazione, e porre quindi una linea di separazione certa e sicura
-tra l’uno e l’altro. Mancano i pubblici Registri delle primitive
-concessioni, e quando anche vi fossero, tali concessioni in feudo si
-facevano in quel tempo colle solite clausole generali, dalle quali
-nulla poteva definirsi di ciò che nel particolare precisamente si era
-dato. Quindi nelle indagini di tal fatta è bisognato spesso farla quasi
-da indovino.
-
-Non si può dire che le concessioni de’ feudi fossero state mere dignità
-ventose, perchè i Capi Condottieri delle Orde Settentrionali dovevano
-dividere la preda coi loro compagni d’armi, e dare loro i mezzi di
-vivere bene. Dovevano inoltre porgli in grado di servire nella guerra
-con un determinato numero di soldati ed a loro spese quando l’uopo lo
-avesse esatto, poichè era questo in quel tempo l’obbligo de’ feudatarj,
-ed i Regj eserciti gli formavano le forze riunite de’ Baroni,
-circostanza la quale gli rendeva anche potentissimi.
-
-Non si può dire tampoco che nulla si fosse lasciato alle popolazioni
-vinte e soggiogate, poichè sarebbe stato ciò lo stesso che farle
-perire e distruggere con esse anche i feudi conceduti. In questa
-materia quindi bisogna tenere una via di mezzo. Si deve distinguere ciò
-ch’è stato usurpato da ciò ch’è stato, o ha potuto essere conceduto.
-Comunque tali concessioni traggano la loro origine dalla violenza e
-dalla forza, nondimeno divenne questa una legge. _Hoc jus invaluit._
-Il dirsi dunque o che tutto sia stato del feudo o che tutto sia stato
-della popolazione sono due proposizioni che le ho trovate sempre
-esagerate e viziose.
-
-Li nostri antichi Tribunali convinti di queste verità nelle quistioni
-di questa specie, mentre mancavano le primitive concessioni de’
-feudi, e quelle che vi erano de’ tempi posteriori non contenevano che
-clausole generali, per distinguere ciò che fosse stato conceduto da
-ciò che fosse stato usurpato, si attenevano agli antichi documenti dai
-quali avesse potuto risultare la pruova di un possesso annoso e non
-contraddetto, tra i quali documenti vi erano anche i _rilevj_ pagati
-alla Regia Corte[239].
-
-Quali dunque erano le cose sicuramente feudali della città di Ruvo?
-Per la generalità di esse mancano nelle carte antiche gli elementi che
-possano indicarle. Colla lettera Regia del Re Carlo I dell’anno 1272
-riportata innanzi alla pagina 135 fu ordinato al Giustiziere della
-Terra di Bari di prendere informazione della rendita che si ritraeva
-dai corpi, e dritti feudali _Castri Rubi_. Ma non sono in essa questi
-indicati, nè si conosce se la informazione dal Re ordinata siasi presa,
-e quale ne sia stato il risultamento.
-
-Nella informazione senza data presa al tempo del Re Carlo II de’
-Feudatarj della Provincia di Bari riportata innanzi alla pag. 137 si
-dice che il Feudatario di Ruvo era tenuto _pro feudali servitio quinque
-militum_; ma non si conosce da qual calcolo di rendite o di proventi
-componenti il feudo nasceva il peso suddetto al feudatario imposto.
-
-Nella concessione fatta dal Re Roberto nell’anno 1311 della città
-di Ruvo alla Regina Sancia sua consorte le venne questa assegnata in
-conto del di lei dotario per l’annua rendita di once dugento come si è
-veduto innanzi alla pag. 144. Ma non si conosce tampoco da quali corpi
-e dritti feudali cotesta rendita provveniva. Si può solo da questo
-documento arguire che la rendita suddetta per la quale la città di Ruvo
-le venne assegnata non era indiscreta, e quindi li proventi feudali
-che allora si esigevano esser non dovevano tanto esagerati, quanto lo
-divennero dappoi a forza di abusi e di prepotenze sotto i successivi
-Feudatarj.
-
-In fine nella concessione della nostra città fatta nell’anno 1387
-dal Re Ladislao ad Antonio Santangelo e Federico Vrunforti riportata
-innanzi alla pagina 157 fu ordinato anche che si fosse presa tra sei
-mesi la informazione della rendita che dalla stessa si ritraeva; ma di
-cotesta informazione manca qualunque notizia. Colla stessa concessione
-inoltre fu imposto ai concessionarj il peso di pagare al Re venti once
-d’oro per ciascun servizio militare: ma non è spiegato su di quali
-elementi cotesta tassa sia stata regolata.
-
-Nella oscurità che presentano le dette carte antiche ciò ch’è sicuro
-è la qualità feudale dell’antichissimo, e vasto bosco di Ruvo della
-estensione di sei in settemila moggia. Ed in vero nella precitata
-concessione dell’anno 1269 fatta da Carlo I di Angiò ad Arnolfo de
-Colant gli fu dato _Castrum Rubi cum foresta_, e nella già detta sua
-lettera dell’anno 1272 ordinò che si fosse presa informazione della
-rendita che dava _Castrum Rubi ex foresta, et terris convicinis, et
-circumadjacentibus dicto Castro_. Ond’è che il detto Bosco in tutti i
-Rilevj è riportato come feudale, e l’erba di esso è stata venduta dai
-Feudatarj di Ruvo alla Regia Corte per uso del Tavoliere di Puglia col
-contratto dell’anno 1473, di cui sarò tra poco a ragionare, e dell’anno
-1552, di cui ho parlato innanzi alla pagina 201 e 202.
-
-Era sicuramente feudale anche un’altra picciola difesa poco lontana
-dalla città denominata _Parco del Conte_, la quale probabilmente era
-una _ex terris convicinis et circumadjacentibus dicto castro_, delle
-quali si parla nella precitata lettera di Carlo I dell’anno 1272.
-Cotesta difesa nel decreto di Revertera dell’anno 1549 è chiamato
-_parcum jumentorum sive equorum_ perchè in essa la Casa d’Andria teneva
-la sua razza de’ cavalli. Cotesta difesa fu rispettata col decreto
-suddetto come si è veduto innanzi alla pagina 199, ed è riportata in
-tutti i Rilevj come un corpo feudale[240].
-
-Dagli stessi antichi rilevj risulta similmente che apparteneva al feudo
-anche la Bagliva. Vero è che dai Registri di Carlo I e di Carlo II
-riportati alla pagina 134 risulta che cotesto dritto fu escluso dalle
-concessioni in feudo da essi fatte e se lo riserbò il Re, e che la
-concessione fatta da Ladislao nell’anno 1387 (pag. 157) fu rimessiva
-alle precedenti concessioni. Non è meno vero però che nelle posteriori
-concessioni dall’epoca Aragonese in poi riportate innanzi nel Capo IX
-e X, vi andò compresa anche la Bagliva, poichè si sa che le concessioni
-Aragonesi furono in questa parte più larghe delle Angioine.
-
-Non si può quindi dubitare della feudalità di cotesto dritto. Si deve
-bensì intendere lo stesso limitato e ristretto a que’ cancelli che
-dalle antiche Leggi del Regno erano prefissi ai dritti bajulari, e non
-già esteso a quelle avanie abusi ed estorsioni che furono in seguito
-introdotte dalla prepotenza Baronale, come anderemo a vederlo or ora.
-
-Vi è anche tutta la ragione di credere o almeno di dubitare fortemente
-che abbia potuto costituire un demanio del feudo quella parte della
-contrada delle murge di Ruvo ch’è rimasta tuttavia aspra e selvatica,
-perchè negata alla coltura. Nella precitata concessione di Carlo I di
-Angiò dell’anno 1269 fu la città di Ruvo conceduta _cum pratis pascuis_
-etc. e si riserbò il Re sui paschi conceduti il dritto di farvi
-pascere gli animali delle sue razze. Si sa che coteste riserbe apposte
-nelle concessioni de’ Sovrani Angioini riguardavano principalmente i
-demanj de’ feudi conceduti, ed inducono quindi la presunzione che nel
-territorio di Ruvo vi doveva essere un demanio feudale compreso nella
-concessione suddetta, sul quale avrebbe potuto tal riserba esercitarsi.
-
-Negli antichi giudizj che hanno avuto luogo tra i Duchi di Andria
-e Conti di Ruvo da una parte, e ’l Regio Tavoliere e suoi Locati
-dall’altra, si è avuto per vero che un demanio feudale dell’agro
-Ruvestino sia stata la contrada delle murge, sulla quale questi ultimi
-hanno preteso il dritto di _riposo_ che gli Scrittori Doganali hanno
-dato per vero, ma la Casa d’Andria ha sempre acremente contraddetto.
-
-In fatti assumeva quest’ultima che l’unico dritto del Regio Tavoliere
-di Puglia sul territorio di Ruvo era la proprietà dell’erba vernina
-e della ghianda del bosco acquistata col contratto dell’anno 1552
-riportato innanzi alla pagina 201 e 202. Ma il preteso dritto di riposo
-sul demanio feudale delle murge mancava di qualunque titolo.
-
-Si replicava però dal Regio Tavoliere e dai Locati che il titolo
-suddetto non mancava, e che lo costituiva un contratto combinato
-nell’anno 1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca
-di Venosa e Conte di Ruvo, di cui innanzi si è parlato. Col precitato
-contratto (essi dicevano) vendè costui alla Regia Corte per annui
-ducati mille e cento l’erba del bosco di Ruvo dal dì della Vigilia
-del Santo Natale in avanti per uso del Regio Tavoliere di Puglia, e ’l
-dritto di _riposo_ nelle murge tanto di Ruvo che di Minervino[241].
-
-Si convalidava cotesto assunto con un notamento che si trova ne’
-Registri Aragonesi del Grande Archivio, dal quale si rileva che il
-detto Re Ferdinando I con lettera scritta da Foggia nel dì 10 Gennaio
-1473 ordinò che si fossero pagati a Pirro del Balzo Duca di Venosa
-_annui ducati 1100 per li SUOI ERBAGGI si piglia la Dogana delle
-pecore, così per accordo, cioè per lo Bosco e Demanio de Minervino,
-Bosco e Demanio de Rubo_[242]-[243].
-
-Si aggiugneva che lo stesso Pirro del Balzo con suo ricorso dato al Re
-nell’anno 1474 si dolse che un tale Cola Colletta Uffiziale Doganale
-abusava del suo incarico, e si permetteva di fidare animali grossi
-e piccioli de’ Paesi convicini ne’ suoi erbaggi di Ruvo e Minervino
-prima che vi fossero entrati gli animali del Regio Tavoliere. Il Re
-Ferdinando I nel dì 16 Maggio 1474 diè ordini precisi al Doganiere di
-Foggia che avesse fatto cessare cotesto abuso[244].
-
-Con questi documenti il Regio Tavoliere, ed i Locati giustificavano
-il loro dritto sulle murge di Ruvo. La Casa d’Andria non negava il
-contratto passato con Pirro del Balzo nell’anno 1473. Ma osservava
-che Federico di Aragona divenuto già Re di Napoli aveva venduta la
-città di Ruvo al Conte di Trivento _cum herbagiis, pascuis, fidis
-diffidis Bajulationibus_ etc. senza veruna riserba del preteso dritto
-di _riposo_ del Regio Tavoliere, il quale in conseguenza non poteva
-pretendere quelli erbaggi che il Re aveva venduti liberi da qualunque
-servitù.
-
-Confermava cotesto assunto coll’osservare che il Regio Tavoliere stava
-pagando i soli annui ducati 1750 convenuti collo strumento dell’anno
-1552 per l’erba e la ghianda del Bosco di Ruvo. Ma se fosse continuato
-il contratto dell’anno 1473 anche per lo riposo delle murge che son
-diverse dal Bosco, altra somma avrebbe seguitato a corrispondere la
-cassa del Tavoliere anche per tal causa, il che non essendovi, era
-chiaro che il contratto dell’anno 1473 per quella parte che riguardava
-il riposo delle murge era rimasto disciolto colla vendita fatta dal Re
-Federico della città di Ruvo, senza di questo peso.
-
-Or qualunque voglia credersi il merito della predetta quistione
-certamente non lieve elevata tra la Casa d’Andria, e ’l Regio
-Tavoliere, è notabile che quest’ultimo ripeteva il suo dritto sulle
-murge di Ruvo da un contratto passato nell’anno 1473 tra il Re
-Ferdinando I, di Aragona, e ’l feudatario di quella città. Il che dava
-un appoggio fortissimo al Duca d’Andria di assumere che il suo dritto
-sul demanio delle murge era garantito da un possesso di quattro secoli,
-il quale partiva da un fatto de’ passati Sovrani di questo Regno che lo
-avevano riconosciuto.
-
-Per l’esposte considerazioni, dico il vero, non ho veduto mai chiara
-la quistione promossa sulla qualità del demanio delle murge, e non
-sono stato mai convinto che non abbia potuto formare quella contrada
-un demanio feudale. Ho però opinato a questo modo per i soli terreni
-rimasti aspri e selvatici, non già per quelli che da tempo immemorabile
-si trovano dissodati, e ridotti a coltura con essersi su di essi
-stabilite le masserie di semina.
-
-Cotesti terreni coltivati non essendo stati mai soggetti a veruna
-prestazione feudale sia in generi, sia in danaro, è il fatto istesso
-quello che gli mostra liberi e franchi da qualunque suggezione feudale.
-Il che lo conferma anche un Registro del Re Carlo II di Angiò cioè
-una lettera Regia a favore _Judicis Angeli Andreæ de Rubo_. Ordinò con
-essa che non fosse stato questi molestato e turbato dal possesso di un
-territorio che aveva nel tenimento di Ruvo _in murgia juncati, quod
-dicitur lama cervaria, cum turribus, quæ dicuntur Guillelmi Aponis,
-et terras astantes, juxta lamam et turres prædictas_[245]. Cotesta
-contrada ritiene tuttavia il nome di _Giuncata_, luogo del trifinio tra
-Ruvo, Andria e ’l Garagnone di cui si è parlato innanzi alla pag. 168.
-
-Da cotesto registro ben si rileva che i cittadini di Ruvo da tempo
-antichissimo han posseduti nelle murge terreni di loro assoluta
-proprietà. Nelle cose antiche quando mancano le memorie chiare e
-precise della origine di esse, decide il fatto. Dalle circostanze
-premesse non manca certamente una ragione di dirsi che nel demanio
-delle murge di Ruvo sui terreni coltivati non vi ha mai il Barone
-rappresentato o esercitato verun dritto. Ma sulla parte selvatica ed
-agreste non può dirsi francamente lo stesso, perchè i fatti avvenuti
-nell’epoca specialmente de’ Sovrani Aragonesi possono far credere
-diversamente.
-
-Era questa per quanto a me pare l’antica posizione legale o sia la
-dotazione del feudo di Ruvo che può credersi legittima. Non so quali
-abusi abbiano potuto essere introdotti da coloro che possederono in
-feudo la nostra città prima dell’anno 1510, epoca dell’acquisto fattone
-dal Cardinale Oliviero Carafa, poichè mancano le memorie de’ fatti
-avvenuti in quel tempo. Certo è intanto che nel lunghissimo tratto
-di tempo che la stessa è stata in mano della famiglia Carafa non vi
-sono stati abusi gravezze e soverchierie che quella Popolazione non
-abbia avuto a soffrire fino all’ultima dramma. Anche l’aria che ivi si
-respirava si fece divenir feudale a forza di prepotenze. Spenta quindi
-la energia, l’industria e la specolazione agraria della popolazione
-suddetta, fu la stessa in ultimo ridotta alla miseria estrema e
-degradata allo stato di una popolazione di schiavi di una privata
-famiglia prepotentissima.
-
-La mia penna non è usa alla satira. Dico i fatti come sono avvenuti, e
-come gli ho rilevati da atti pubblici e da documenti positivi ai quali
-non vi è che ridire. L’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco Carafa
-è un ottimo uomo e stimabilissimo Cavaliere pe ’l quale ho tutto il
-rispetto. Niuna parte ha egli avuta alle gravezze che la mia Patria ha
-sofferte dai suoi Illustri Antenati. Anzi con una laudabile e virtuosa
-docilità si è prestato ad emendarle per quanto si è potuto, come nel
-susseguente capo anderemo a vederlo. Ma non è nel potere di alcuno
-il cancellare i fatti avvenuti, come non è tampoco a me permesso di
-trasandare que’ spiacevoli avvenimenti che formano parte della storia
-che ho impreso a scrivere.
-
-Per poter formare una idea della prepotenza della Casa d’Andria, a
-cui la nostra città non ebbe la forza di resistere, basta leggere ciò
-che dice il precitato Scrittore Doganale Stefano de Stefano del Bosco
-di Ruvo acquistato dal Regio Tavoliere, come innanzi si è detto, col
-contratto dell’anno 1552.
-
-_Il bosco di Ruvo dai Locati non solamente in nessun modo non si gode,
-ma non si conosce ov’egli sia sito; onde se lo spettabile Reggente
-Gastone nella relazione che fece nel 1681 al Marchese de Los Velez
-presso Ageta nel fine della Parte III all’annotazione di Moles a carte
-107 in princip. si doleva ivi_ (reca quì le precise parole del rapporto
-del Reggente Gastone Scritto in lingua Spagnuola, col quale diceva che
-i Locati non osavano porre il piede nel bosco di Ruvo per la potenza
-della Casa d’Andria, ed erano costretti a cederne l’erba alla stessa
-per un tozzo di pane), _ai tempi nostri detto Bosco di Ruvo è divenuto
-assai peggiore di quello che dal nostro Torquato ci vien descritto
-cotanto folto ed orribile che a chiunque tentava di entrarvi niegava
-l’ingresso_
-
- _Nè qui gregge od armento ai paschi all’ombra_
- _Guida bifolco mai, guida pastore,_
- _Nè v’entra peregrin se non smarrito_
- _Ma lunge passa, e lo dimostra a dito._
-
-_Conciosiachè quell’iperbolico bosco era almeno da’ passaggieri veduto:
-ma questo di Ruvo per cui dalla Regia Corte se ne pagano in ciascun
-anno ducati mille settecento cinquanta, come si disse nel proemio part.
-I art. IV n. 44, e se ne riscuotono dai Locati col venti per cento
-intorno a ducati 6300, non solo ai pastori che dovrebbero introdurvi
-le pecore è vietato l’ingresso: ma non sanno coloro che lo comprano nè
-men ov’egli si trovi; e se in quello del Poeta entravano i peregrini
-smarriti, in questo i pratici ed esperti Locati, benchè camminino per
-istrade piane e diritte, non ardiscono penetrarvi per dubbio di non
-perdersi e di non rinvenir più il modo da poter uscire da sì intricato
-laberinto_[246].
-
-_Laonde non ostante che nell’anno 1709 precedente istanza dello
-spettabile Signor Reggente Mazzaccara allor zelantissimo Avvocato
-Fiscale del Regal Patrimonio si fosse dalla Regia Giunta ordinato
-che sotto formidabili pene l’Illustre Duca d’Andria non ardisse_ nec
-directe, nec indirecte et nec per suppositas personas, _comprar dai
-Locati i pascoli di esso bosco, vedendosi poi che i poveri Locati
-con questo espediente perdevano altresì quel tozzo che per l’addietro
-avevano ricuperato, furono astretti, anche per opera di chi compariva
-per il suo privato interesse_ con veste di pastor lupo rapace,
-_ricorrere nella stessa Regia Giunta, e col motivo di non potersi
-avvalere di essi erbaggi di Ruvo e per la lontananza de’ luoghi, e
-per la qualità de’ paschi, e per la mancanza dell’acqua, e per altri
-mendicati pretesti, ottennero precedente relazione de’ due Magnifici
-Credenzieri di essa Regia Dogana che li fosse stato lecito tornarli
-a rivendere o al menzionato Illustre Duca d’Andria, o a chi meglio
-l’avesse potuto riuscire, come dagli atti e provisioni spedite presso
-l’Attuario Pietro Paolo de Fusco_[247].
-
-Così scriveva il precitato Scrittore nell’anno 1731 quando questo Regno
-era ancora sotto la dominazione dell’Imperatore Carlo VI. Passato lo
-stesso sotto il governo di Carlo III di gloriosa memoria, e cessata
-l’amministrazione de’ Vicerè sotto la quale era stato poco men di due
-secoli e mezzo, la Regia Autorità cominciò ad essere più rispettata,
-e la potenza de’ Grandi fu almeno più repressa. Portatasi maggiore
-attenzione e maggior rigore anche sull’amministrazione del Regio
-Tavoliere, il Bosco di Ruvo fu finalmente strappato dalle mani del
-Duca d’Andria. Li Locati cominciarono a valersene come prima. Veniva
-lo stesso assegnato per lo pascolo di quarantamila pecore, come lo dice
-lo stesso Scrittore, e fino ai nostri dì si è veduto sempre coverto di
-pecore de’ Locati Abruzzesi.
-
-Avendo però la Casa d’Andria perduto quel forte guadagno che faceva
-sull’erba e sulla ghianda di esso, pensò rifarsene con usura in un modo
-anche peggiore. Quel Bosco che nell’anno 1731 lo descriveva de Stefano
-così folto ed impenetrabile, al cadere del secolo XVIII era rimasto
-denudato in modo che aveva perduto quasi l’aspetto di bosco. Quando
-nella mia gioventù mi sono ivi recato al divertimento della caccia di
-cui è feracissimo, ebbi a notare che in moltissimi luoghi di esso si
-scuopriva un uomo alla distanza di un quarto, di un terzo, della metà
-di un miglio, ed in alcuni luoghi anche molto maggiore, cosa non mai
-avvenuta nel foltissimo bosco di Ruvo!
-
-La Casa d’Andria aveva fatto dare allo stesso un taglio spietato.
-Tutti i rami delle annosissime e grandiose querce che vi erano gli
-aveva fatti recidere con aver rimasti i nudi tronchi tagliati _a testa
-di Monaco_, giusta il linguaggio del luogo. Da un taglio così barbaro
-dato da anno in anno fu ritratta una immensa e sterminata quantità di
-legna che mente umana non la può concepire. Ridotte queste a carboni
-o vendute alle convicine Popolazioni ch’erano scarse di boschi, e
-specialmente agli Altamurani che non ne hanno affatto, fruttarono somme
-rilevantissime, poichè nella Provincia di Bari le legna, ed i carboni
-si pagano a caro prezzo.
-
-Un taglio di tal fatta era vietato dalle leggi. Una quercia tagliata
-a questo modo rimane colle fibre esposte nel tempo estivo ai cocenti
-raggi del sole e nell’inverno al gelo. Quindi o va a perire e seccarsi,
-o rimena i nuovi rami con molto languore. Oltre ciò li ramoscelli che
-rimenano vengono anche amareggiati dai morsi degli animali bovini, i
-quali trovando i tronchi recisi a non molta altezza, possono avidamente
-cibarsene.
-
-D’altronde avendo la Casa d’Andria col contratto dell’anno 1552
-venduta alla Regia Corte la ghianda di quel bosco, non l’era certamente
-permesso di recidere que’ rami che la producevano, e lasciare i tronchi
-degli alberi perfettamente denudati di essi. Il dritto di legnare nel
-detto bosco che gli era rimasto era limitato e ristretto al taglio
-delle legna non fruttifere e delle spine che in quella Provincia hanno
-anche un prezzo, e non già de’ rami verdi vegeti e ghiandiferi, i quali
-appartenevano al Re.
-
-Di cotesto sterminio del Bosco di Ruvo li Locati Abruzzesi non se ne
-risentirono affatto sia perchè non vollero compromettersi di nuovo
-colla Casa d’Andria, che gli aveva scottati molto bene per lo passato,
-sia piuttosto perchè vi trovavano il loro conto. Non contavano essi
-affatto sulla ghianda, ma bensì sull’erba la quale collo sfollamento
-del bosco veniva a rendersi più copiosa, più gentile ed anche più
-sicura, poichè l’ombra soverchia degli alberi può produrre un’erba
-velenosa per gli animali pecorini chiamata _tortora_ dai Naturali del
-luogo, la quale gli fa perire.
-
-Il taglio però dato al Bosco suddetto fu del massimo pregiudizio e
-dispetto per la popolazione di Ruvo che rappresentava su di esso i
-pieni usi civici di legnare e di tagliare le spine. Vero è che questi
-dritti erano rimasti anche annientati dalla prepotenza Baronale, perchè
-se nel bosco si trovavano i poveri a legnare o a tagliar spine, erano
-crudelmente bastonati dagli Armigeri Baronali a cavallo addetti alla
-custodia di esso. In quanto ai ricchi le legna loro non mancavano,
-specialmente per lo bisogno delle masserie di semina, ma le avevano
-medianti le larghe largizioni che facevano ai custodi istessi.
-
-Venendo però come venne il tempo in cui cotesti dritti compressi dalla
-forza sarebbero stati, come lo furono rivendicati, la devastazione
-del bosco già seguita fece mancar la materia all’esercizio di essi,
-poichè un bosco danneggiato a questo modo tempo vi occorre per
-rimettersi, ed è ben difficile che si rimetta nello stato primiero.
-Nè minor danno recò il guasto suddetto allo intero agro Ruvestino,
-poichè da quell’epoca in poi è stato lo stesso flagellato con frequenza
-da spaventevoli e sterminatrici gragnuole, le quali erano prima
-molto rare. Si sa ch’è questa la conseguenza inevitabile di quella
-mania di distruggere i boschi che ai tempi nostri si è pur troppo
-sconsigliatamente propagata, malgrado gli sforzi adoperati dal Governo
-per rifrenarla.
-
-Tanto avvenne pe ’l bosco. In quanto poi al demanio delle murge la
-resistenza opposta sempre dalla Casa d’Andria ai Locati Abruzzesi non
-era dettata dalla sola albagia e dal principio di non voler soggiacere
-ad una servitù che credeva non dovuta; ma vi prendeva anche parte
-l’interesse. Rilevanti somme di più migliaia di ducati l’anno la Casa
-d’Andria ritraeva dalla vendita dell’erba vernina delle murge. Un buon
-tratto di quel demanio veniva dalla stessa chiuso e difeso sotto la
-custodia de’ soliti Armigeri a cavallo. A coteste chiusure si dava
-il nome specioso di _parate_. L’erba vernina quindi delle parate la
-vendeva a suo profitto, ed era questa inaccessibile a chiunque non
-l’avesse comprata, poichè gli Armigeri suddetti sapevano bene menar le
-mani con coloro che si fossero alla stessa avvicinati coi loro animali
-con intenzioni diverse.
-
-Coteste _parate_ se impedivano il dritto di _riposo_ che pretendevano
-i Locati della Locazione di Salpi sulla intera contrada delle murge,
-era questo almeno un dritto controverso. Ma pregiudicavano anche il
-dritto de’ cittadini il quale era sicurissimo e non poteva essere
-contraddetto per qualunque plausibile pretesto, o ragione che la
-Forense sottigliezza avesse escogitata.
-
-Considerata anche la contrada delle murge come un demanio feudale,
-giusta la posizione della Casa d’Andria, erano sempre ed in ogni caso
-dovuti ai cittadini i pieni usi civici. Le note leggi emanate dal Re
-Ferdinando I di Aragona e dall’Imperator Carlo V vietavano severamente
-ai Baroni di chiudere e difendere qualunque porzione de’ demanj feudali
-in pregiudizio degli usi civici dovuti alle popolazioni. Le parate
-suddette sottraevano a questi usi la porzione maggiore della miglior
-erba delle murge. Quella che rimaneva fuori di esse non era bastante al
-bisogno ed al comodo de’ cittadini.
-
-In quanto poi all’erba estiva della contrada suddetta, la freschezza
-del sito la rendeva e la rende un pascolo estivo necessario ed
-indispensabile per la salute degli animali. Rimaneva quindi aperta
-all’uso de’ cittadini senza pagamento alcuno di fida. Era però tale
-e tanta la quantità degli animali forestieri che la Casa d’Andria
-vi fidava per far danaro, che di poco o niun sollievo riusciva quel
-pascolo agli animali de’ cittadini. Tanto più che a quelli dava la Casa
-d’Andria l’acqua delle sue peschiere, e questi n’erano privi e quindi
-molto poco potevano profittare dell’erba.
-
-Or cotesto dritto _di fida_ degli animali forestieri la Casa d’Andria
-lo aveva esteso abusivamente allo intero demanio di Ruvo, ed in
-conseguenza anche alle cinque contrade di sopra nominate coverte dalle
-masserie di semina de’ cittadini cioè alle _matine, strappete, ralle,
-monserino, e bel luogo_. Doppio era l’eccesso che da ciò ne risultava.
-Il primo che veniva ad esercitarsi cotesto dritto abusivo anche in
-quella parte del demanio ch’era sicuramente comunale. Il secondo
-perchè si esercitava su di terreni _appatronati_, poichè come innanzi
-si è detto il terreno di quelle contrade è quasi tutto coltivabile ed
-occupato dalle masserie di semina de’ cittadini.
-
-Intanto quelle misere contrade erano flagellate e devastate dagli
-animali de’ Locati Abruzzesi, da quelli de’ fidatarj del Barone e da
-una gran quantità di animali d’industrie della stessa Casa d’Andria!
-Non fia dunque meraviglia se fino a quarant’anni indietro le industrie
-armentizie de’ Ruvestini un tempo floridissime erano rimaste talmente
-estenuate che le carni del macello pel vitto degli abitanti o dovevano
-comprarsi dalla Casa d’Andria o cercarsi al di fuori!
-
-Si aggiunga a ciò che i pochi animali rimasti ai cittadini sia per
-la coltura de’ terreni, sia per l’industria venivano anche sommessi
-ad una estorsione quanto arbitraria, altrettanto scandalosa che la
-Casa d’Andria esigeva a titolo specioso di _cortesia_. Consisteva
-questa in una misura e mezza di grano per ogni bue, grana sei ed un
-terzo per ogni vacca, grana quindici per ogni cento pecore, e carlini
-trentacinque per ogni centinajo di porci. Cotesta bella _cortesia_, del
-pari che la _fida_ di cui si è testè ragionato andava tra l’esazioni
-della _Bagliva_, nome collettivo che comprendeva una grandine di
-arbitrarie imposte escogitate dalla sottigliezza Baronale per ismugnere
-per tutti i lati quella misera popolazione.
-
-Ne’ giudizj trattati nell’anno 1797, de’ quali si parlerà nel capo che
-sussiegue gli Avvocati della Casa d’Andria ebbero la poca avvedutezza
-di produrre un pubblico strumento del dì 6 Marzo 1594 stipulato dal
-Notajo Prospero _de Rufis_ di Bisceglia, col quale aveva data la stessa
-in affitto la Bagliva di Ruvo. Erano in quello strumento inseriti i
-_Capitoli_ delle moltiplici esazioni alla stessa annesse, le quali
-essendosi da me destramente rilevate, destarono una giusta indignazione
-nell’animo de’ Giudici. Ne cennerò quindi alcuni ben curiosi.
-
-Chiunque andava a caccia nel territorio di Ruvo pagar doveva la licenza
-al Baglivo. Chiunque poi si fosse trovato a cacciare nel bosco o pagar
-doveva la multa di dodici once d’oro o perdere un braccio!!! Chiunque
-voleva tenere aperta una bottega pagar doveva la licenza al Baglivo.
-Se si rinveniva un animale sperduto se lo appropriava il Baglivo. Li
-giocatori ed i bestemmiatori si componevano col Baglivo con una multa
-pecuniaria etc. etc. Capitoli veramente aurei!
-
-Ma fu bello anche il vedersi che a coteste famose esazioni bajulari
-erano annessi anche i diritti ed i proventi della Giurisdizione della
-Portolania, e de’ pesi e misure, la quale non era stata mai conceduta
-dal Re a cui apparteneva, ed aveva quindi bisogno di una concessione
-_speciale_. Allora che il Cardinale Oliviero Carafa acquistò il feudo
-di Ruvo nell’anno 1510 dai Conjugi D. Raimondo di Cardona e D. Isabella
-Requesens, ebbe conceduta la Giurisdizione delle prime e seconde cause
-civili e penali, ma non già quella della Portolania, e de’ pesi e
-misure.
-
-È risaputo che nell’anno 1609 fu con ordini generali prescritto che
-cotesta Giurisdizione, la quale apparteneva al Re si fosse venduta
-alle Università del Regno. Quindi il Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria si applicò a formare le istruzioni, e stabilire i regolamenti
-circa il modo in cui doveva essere esercitata dalle Università che
-andavano ad esserne investite. Le istruzioni suddette furono pubblicate
-nel dì 22 Gennajo 1613.
-
-Per ismentire quindi vie più l’assunto che la Giurisdizione suddetta
-fosse appartenuta alla Casa d’Andria, come sostenevano li suoi Avvocati
-sull’appoggio del precitato strumento che menavano innanzi, non mancai
-di riscontrare i _Libri del Real Patrimonio_, i quali si conservavano
-allora nel Tribunale suddetto, ed ora son passati nel Grande Archivio,
-onde acquistare una sicura conoscenza di ciò che si era del precitato
-anno 1609 operato per la Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi
-e Misure della città di Ruvo e trarne gli opportuni documenti. Trovai
-che si era la stessa venduta alla Università e che nella situazione de’
-fuochi dell’anno 1612 si erano messi a suo carico annui ducati 394.311
-per la Portolania, ed altri ducati 188.312 per i pesi e misure[248].
-
-Dal che venne a risultare lucidamente che per la detta Giurisdizione
-usurpata dalla Casa d’Andria, e spacciata come una _Giurisdizione
-feudale_, la città di Ruvo stava pagando allo Stato la forte somma
-di annui ducati 583.103 caricata sulla tassa de’ fuochi! Dimostrai
-inoltre che dopo ciò il Tribunale della Regia Camera della Sommaria
-nel dì 10 Dicembre 1629 ad istanza della nostra città aveva ordinato al
-Governatore di Ruvo detto allora _Capitaneo_ che non si fosse ingerito
-nella giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure, ed avesse
-lasciata la Università nel libero esercizio di essa[249]. Ma cotesti
-ordini nulla erano valuti contro la prepotenza che rendeva tutto
-feudale!
-
-Negli aurei _Capitoli_ della Bagliva vi andava compresa anche la
-_sensalia_ sommessa del pari ad una tassa. Lungi però dall’esser
-stato questa giammai un dritto feudale, era stata anzi manifestamente
-usurpata alla università, cui apparteneva. Nelle capitolazioni
-dell’anno 1308 presentate dalla nostra città al Re Carlo II di Angiò
-innanzi riportate alla pagina 142 tra i dazj che impose a se stessa
-per potere far fronte ai pubblici pesi che le incumbevano, vi fu anche
-quello della _sensalia_ che la prepotenza Baronale la invertì in un
-dritto feudale, e la incluse tra le altre estorsioni della Bagliva.
-
-Dalle cose premesse è facile comprendere che cotesta _Bagliva_ era
-un vocabolo che includeva in se una moltiplicita di mezzi diretti
-a vessare, e scorticare la gente in tanti modi e per tante vie. In
-conseguenza non si poteva dare in affitto che a persone audaci,
-insolenti e fatte per taglieggiare e flagellare la popolazione
-coll’aura della prepotenza Baronale a di cui profitto tornavano le loro
-estorsioni.
-
-Da un altro antico strumento stipulato dal Notajo Nicolò _de
-Marinactiis_ di Corato ho rilevato che il Sindaco e gli Eletti
-della nostra città per liberare i cittadini dalle tante molestissime
-vessazioni che soffrivano dai Baglivi si videro nella necessità di
-prendere in affitto dal Duca d’Andria la Bagliva per conto della
-Università per la seguente ragione, _Quia ipsi Bajuli Bajulationem
-exercebant non sine molestia dictæ civitatis et hominum ipsius PROPTER
-EJUS ARDUA SOLITA ET CONSUETA CAPITULA._ Si caricò la città del
-pagamento di annui ducati seicento, ch’erano in quell’epoca una somma
-ben forte, per comprare la tranquillità e la quiete de’ suoi abitanti!
-Convenne anche in seguito rinnovarsi lo stesso ruinoso espediente con
-essersi portato l’affitto della Bagliva prima ad annui ducati ottocento
-ed indi a ducati mille. Si accrescevano le vessazioni per obbligare la
-città a redimerle a prezzo più caro! Nella Consulta della Regia Camera
-della Sommaria dell’anno 1600, di cui si è parlato innanzi nel capo X
-pag. 193 e 194 sono riportati i pesi ed esiti annui ch’erano a carico
-della Università. Tra questi vi è il seguente: _Al Duca d’Andria e
-Conte di Ruvo per l’affitto della sua bagliva, e per la strena ducati
-1110_. La _strena_ era un’altra estorsione la quale consisteva in un
-magnifico regalo che la Casa d’Andria esigeva nel primo dì dell’anno.
-
-Nè quì si arrestarono le usurpazioni. Colle già dette capitolazioni
-dell’anno 1308 aveva la città imposto ai cittadini un altro dazio
-civico sulle contrattazioni che si facevano in grosso di generi,
-derrate, mercanzie di ogni specie, e panni. Cotesto dazio nel
-linguaggio del nostro antico Foro era chiamato _plateatico_. Nelle
-dette capitolazioni si vede cotesto dazio imposto in una somma molto
-discreta, poichè si esigevano dalla città grana cinque per oncia sul
-valore de’ generi e delle mercanzie cadute in contrattazione pag. 141 e
-142.
-
-Ma cresciuti in seguito i bisogni della città fu questo dazio aumentato
-e portato fino alla forte somma di grana ventiquattro per oncia. Lo
-pruova ciò lo Stato discusso di quella Università formato nell’anno
-1626 dal Reggente del Collateral Consiglio Carlo Tapia, il quale si
-conserva nel Grande Archivio del Regno. Risulta da esso che cotesto
-dazio comunale si esigeva allora alla ragione di grana ventiquattro
-per oncia, e rendeva annui ducati ottocento. Per formarsi il pieno che
-mancava agli esiti comunali fu portato a grana trenta per oncia, e si
-ebbe un introito di altri ducati dugento l’anno.
-
-Colle stesse capitolazioni dell’anno 1308 aveva la città imposti alla
-Popolazione altri due dazj di minore importanza. Il primo consisteva
-in una somma discreta che pagar dovevano i Macellaj per ciascun pezzo
-di animale grosso o piccolo che si macellava pag. 142. Cotesto dazio
-col linguaggio del tempo si chiamava _scannaggio_. Il secondo riportato
-anche nello Stato del Reggente Tapia, era quello di una _giumella_ su
-di ciascuno tomolo di mandorle, le quali formavano, come formano anche
-oggi uno de’ principali prodotti di quel territorio pag. 141.
-
-Or cotesti tre antichissimi dazj comunali il _plateatico_, lo
-_scannaggio_ e la _giumella delle mandorle_ tocchi dalla verga
-magica della prepotenza Baronale cangiarono natura. Dalle mani della
-Università passarono in quelle della Casa d’Andria e divennero dritti
-feudali! Ma coteste metamorfosi si rendevano ben fastidiose a quella
-misera Popolazione, poichè gli antichi pesi tuttavia continuavano in
-una mano assai più dura qual era quella del Barone. Il vuoto però che
-lasciavano coteste usurpazioni degli antichi dazj comunali bisognava
-che si fosse riempiuto con altre novelle imposte. Per tal ragione
-il dazio sul pane, che colpiva il Popolo più di ogni altro dazio, fu
-portato ad una somma molto gravosa ed intollerabile.
-
-Si propose la Casa d’Andria d’introdurre in Ruvo un’altra gravezza
-che si praticava anche da altri Feudatarj, cioè la esazione del
-passo. Consisteva questa in una somma che pagar doveva chiunque fosse
-passato con vetture e con animali. Cominciò cotesto novello abuso
-nell’anno 1602, come lo pruova una provvisione della Regia Camera della
-Sommaria dell’anno 1608 registrata nel Grande Archivio. Ci fa questa
-conoscere che i Coratini reclamarono contro cotesta abusiva esazione
-che dissero introdotta nell’anno 1602, alla quale venivano anch’essi
-obbligati[250]. Intanto la Casa d’Andria continuò in santa pace
-cotesta arbitraria ed illecita esazione fino a che il Re Ferdinando al
-cader del secolo passato abolì con una legge espressa tutti i passi
-che si esigevano dai Baroni come quelli che davano causa ad infinite
-soverchierie ed arrestavano il commercio interno.
-
-Non vi erano in Ruvo nè locande nè neviere Baronali. La Casa d’Andria
-formò una nuova locanda nel pomerio dell’antico castello dal lato
-occidentale che sporge alla campagna. Formò inoltre due grandi neviere
-costrutte in un fondo che ora è di mia proprietà. Fece sorgere cotesti
-novelli edificj col diritto proibitivo delle locande, e delle neviere
-introdotto e sostenuto dalla forza e dalla violenza. Venivano inoltre
-i cittadini obbligati a forza di bastonate a raccorre, e riporre la
-neve nelle neviere suddette, e la città obbligata a non consumare altra
-neve per l’uso della popolazione che quella delle neviere Ducali.
-Non mai satolla di guadagno era invogliata d’introdurre anche una
-privativa de’ molini. Ma come farsi? La libertà de’ molini era nella
-nostra città antichissima. Dalle precitate capitolazioni dell’anno 1308
-costa che vi erano in Ruvo molti molini particolari, ed i proprietarj
-di essi pagavano alla città una discreta prestazione per ogni _salma_
-di grano che in essi si macinava pag. 143. Col concorso però degli
-Amministratori comunali ligj del Barone s’immaginò il modo di eseguire
-cotesto nuovo progetto sotto plausibili apparenze, ma nella sostanza
-iniquo verso tante famiglie, alle quali l’avidità Baronale veniva a
-torre il pane.
-
-Venne escogitato il pretesto che la gabella della farina, per la quale
-si pagavano allora quattro carlini e mezzo a tomolo, e si esigeva ne’
-forni, veniva fraudata. Che per impedire le fraudi era indispensabile
-esigerla ne’ molini, e questi riunirgli in un solo luogo, ove si
-sarebbe situato l’esattore della gabella suddetta. Con questo specioso
-pretesto quindi ne fu stipulato pubblico strumento tra il Duca d’Andria
-D. Antonio Carafa da una parte, il Sindaco e gli Eletti della città di
-Ruvo dall’altra nel dì 15 Settembre 1615 dal Notajo Andrea Berarducci
-di Bisceglia.
-
-Fu con esso costituito il dritto proibitivo de’ molini a favore del
-Duca suddetto, ed ei si obbligò di stabilire come stabilì li nuovi
-molini in un luogo designato adiacente alla pubblica muraglia della
-città che servì di principale appoggio alla costruzione di essi. Da
-altro pubblico atto poi del dì 30 Dicembre 1616 stipulato dallo stesso
-Notajo risulta che i precitati Sindaco ed Eletti costituirono in Napoli
-loro Proccuratore un tal _Francesco Bruno_, cui diedero le facoltà
-opportune per ricorrere al Vicerè ed ottenere l’assenso sul detto
-contratto.
-
-In fine da altro strumento del dì 7 Ottobre dello stesso anno 1616
-stipulato dallo stesso Notajo costa che quel _Francesco Bruno_
-costituito Proccuratore dal Sindaco ed Eletti era Proccuratore ed
-Incaricato di affari del detto Duca. Dal che è facile conchiudere che i
-Sindaci ed Eletti di quel tempo non erano che tante macchine mosse dal
-Duca a sua volontà, e firmavano ad occhi chiusi tutte quelle carte che
-a lui piacevano.
-
-L’assenso sul precitato dritto proibitivo non fu ottenuto. E come
-avrebbe potuto ottenersi contro ogni regola di Diritto? Il protocollo
-però che conteneva lo strumento del dì 15 Settembre 1615 col quale il
-precitato dritto proibitivo fu costituito è scomparso dalla scheda di
-Notar Berarducci, e vi è tutta la ragion di credere che si sia fatto
-scomparire per torsi alla nostra città il titolo per poter rivendicare
-una coi frutti il precitato dritto proibitivo de’ molini da se
-costituito, ed usurpato dalla Casa d’Andria.
-
-Nell’indice generale però della scheda suddetta degli anni 1615 1616
-1617 1618 e 1619 vi è il seguente notamento: _Sig. Duca d’Andria
-coll’università di Ruvo per li molini fol. 61_. Cotesto notamento
-il quale pruova la esistenza di una convenzione allora stipulata
-unito alla procura del dì 30 Dicembre 1616, colla quale si cercò
-di farla convalidare con Regio Assenso non mai ottenuto, vale una
-dimostrazione che la privativa suddetta costituita dalla Università
-passò illegalmente nelle mani della Casa d’Andria. Cotesti documenti
-servirono di appoggio al giudizio istituito nell’anno 1797 per i molini
-suddetti come si dirà nel seguente capo.
-
-Dalle cose premesse è facile vedere che in mano della Casa d’Andria
-il feudo di Ruvo non era più nè quello che fu costituito dai Normanni
-ed indi dai Sovrani Angioini, nè quello che nell’anno 1510 fu dal
-Cardinale Oliviero Carafa comprato da D. Raimondo di Cardona e sua
-consorte. Man mano, e da tempo in tempo si vide lo stesso impinguato
-ed accresciuto di tutte le specolazioni abusive che aveva saputo la
-feudalità escogitare per succhiarsi il sangue delle Popolazioni. Alcuni
-pretesi dritti furono creati dal nulla, altri furono tolti colla forza
-alla povera Università e convertiti in dritti feudali! La conseguenza
-di tanti abusi fu la miseria di quella Popolazione angariata per tutti
-i lati.
-
-I mezzi coi quali furono tante gravezze introdotte e sostenute meritano
-anche di essere commemorati. Il primo di essi fu quello di aversi messa
-la Casa d’Andria in mano la nomina degli Amministratori Comunali. Si
-vide quindi introdotto l’abuso che la Università faceva la nomina del
-Sindaco e degli Eletti in doppia lista, ed il Barone sceglieva quelli
-che più gli piacevano. Valeva però ciò lo stesso che aversi sempre
-Amministratori ligj del Barone, sommessi alla di lui volontà e pronti
-a sagrificargli i dritti della città e della popolazione che avevano il
-sacro dovere di difendere e sostenere.
-
-Non ignoro che lo stesso abuso fu dalla prepotenza Baronale introdotto
-anche in altri luoghi. Molti giudizj vi sono stati per tal causa negli
-antichi Tribunali che cominciarono ai tempi nostri a reprimerlo.
-Ma non ho potuto mai comprendere come al tempo dei Vicerè abbia
-potuto lo stesso tollerarsi. Li passati Sovrani del nostro Regno
-non s’ingerirono mai nella elezione degli Amministratori comunali e
-furono religiosissimi nel lasciare alle Popolazioni la piena libertà
-di scegliere quelli che credevano meritevoli della loro fiducia. Nelle
-concessioni de’ feudi non si è veduto mai cotesto dritto conceduto
-ad alcuno, neppure ai Principi della Real Famiglia. Come dunque
-tollerarsi che si avessero i Baroni permesso di attentare sulla libertà
-dell’elezioni?
-
-Il secondo mezzo era la Giurisdizione criminale. Con essa faceva la
-Casa d’Andria perseguitare a dritto ed a torto quelle persone che non
-erano del suo gusto. Quest’arma terribile si adoperava anche con una
-doppia sevizia. La prima era il carcere orribile ed oscuro dell’antica
-Torre di Ruvo, comunque vietato severamente ai Baroni dalle antiche
-leggi del Regno. La seconda il trasporto de’ carcerati in altre lontane
-prigioni per vie più dispettargli e strapazzargli.
-
-Mi dicevano i vecchi che il nostro distinto ed illustre cittadino
-_Orazio Rocca_ perseguitato dal Duca d’Andria che voleva fargli gustare
-le delizie della Torre suddetta, ebbe a fuggir da Ruvo con mezza barba
-fatta e mezza nò, per sottrarsi agli Armigeri Baronali che già gli
-erano addosso. Venuto in Napoli la sua esimia virtù e dottrina lo fece
-divenire grande Avvocato ed indi Magistrato, Caporuota del Sacro Regio
-Consiglio, Delegato della Real Giurisdizione e decorato anche col
-titolo di Marchese trasmesso ai suoi discendenti. Fa però meraviglia
-come coi mezzi che gli davano li suoi talenti e l’eminente suo
-grado nulla abbia fatto per liberare la sua Patria dagli abusi della
-prepotenza Baronale de’ quali ei medesimo ne aveva fatto il saggio che
-ridondò per altro alla di lui esaltazione.
-
-Il terzo mezzo era la numerosa squadra degli Armigeri presi dalla gente
-più facinorosa che la Casa d’Andria teneva al suo servizio. Possedevano
-costoro il talento di mantenere tutti sotto una cieca dipendenza da
-essa, e di far passare a chiunque la voglia di opporsi alla volontà
-Ducale. All’epoca nostra non erano più cotesti sgherri così terribili
-come lo erano stati in altri tempi. La presenza del Sovrano aveva
-ammansata abbastanza l’audacia delle squadre Baronali. Ma pur non
-lasciavano di essere baldanzosi boriosi ed insolenti.
-
-Il quarto mezzo era un partito che la Casa Baronale si aveva formato di
-famiglie ligie e servili. Cooperavano queste vilmente alla oppressione
-della comune Patria, e servivano anche di strumento all’estorsioni che
-si commettevano, poichè la conoscenza che avevano delle persone e de’
-luoghi faceva sì che nulla sfuggiva alla loro sorveglianza. Erano esse
-specialmente garantite, e protette dalla giustizia civile e penale
-amministrata da un Governatore e Giudice nominato dal Barone, ed in
-conseguenza sommesso alla di lui volontà. Cotesta parzialità però non
-poteva non gravitare su gli altri cittadini. Le dette famiglie erano
-incaricate dell’Erariato, delle Fattorie e degli altri Uffizj Baronali,
-ed in tal qualità carceravano e scarceravano chi volevano a loro
-talento e di propria privata autorità. Erano inoltre tanto insolenti
-che pretendevano essere preferite agli altri cittadini nella scelta de’
-pesci, delle carni ed altri comestibili che si vendevano in piazza, de’
-quali dovevano esse essere le prime a servirsi, come si rileva dai capi
-dedotti nel giudizio dell’anno 1750!
-
-Con questi mezzi e principalmente coll’aversi messa in mano la nomina
-degli Amministratori comunali che a nulla resistevano, faceva la Casa
-d’Andria un altro rilevante profitto, qual era quello di non aver mai
-pagata la bonatenenza per i molti beni burgensi che possedeva nell’agro
-Ruvestino, il che produceva un vuoto enorme nella cassa comunale.
-Le provvide leggi emanate da Carlo III di gloriosa memoria nell’anno
-1740 sotto il titolo delle nostre Prammatiche _De forma censuali seu
-catasto_ fecero sì che li beni suddetti non poterono più sottrarsi
-alle sagge, ed avvedute disposizioni e regolamenti in esse contenute.
-Nel novello catasto formato dalla città di Ruvo nell’anno 1752 li
-beni burgensi della Casa d’Andria, tutto che tassati colla massima
-parzialità e deferenza per opra degli Amministratori comunali ligj
-alla stessa, ricevettero il carico della bonatenenza in annui ducati
-434.79½. Cotesto pagamento però fraudato per dugento quarantadue anni
-alla cassa comunale qual vuoto venne in essa a produrre?
-
-Non vi erano più abusi ad introdursi in Ruvo, poichè quanti la
-feudalità aveva saputo escogitarne per taglieggiare, e smugnere le
-Popolazioni si erano tutti introdotti man mano e da tempo in tempo.
-Ma non si arrestò quì tampoco la miseria della nostra povera città.
-Si portarono le cose assai più oltre, e fino ad un punto che sembrar
-potrebbe incredibile o troppo esagerato se non costasse pienamente
-da pubblici processi formati nel supremo Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria.
-
-Nel corso della mia lunga Avvocheria sono passate per le mie mani
-moltissime cause tra Università e Baroni. Ma non mi è occorso ancora
-d’incontrare un altro esempio di prepotenza Baronale portata a
-quell’eccesso che vengo ora ad esporre. Al cadere del secolo XVII la
-Casa d’Andria si propose di appropriarsi anche le rendite comunali
-della nostra città. Consistevano queste in gravose gabelle imposte alla
-popolazione per far fronte ai pesi pubblici dovuti allo Stato ed al
-pagamento de’ suoi creditori fiscalarj che avevano causa anche dallo
-Stato.
-
-Da principio lo fece covertamente e per vie indirette. Ma in seguito
-fidando nella sua potenza si tolse la maschera, cominciò ad operare
-svelatamente e s’impossessò col fatto di tutte le gabelle civiche, con
-avere obbligati gli esattori o appaltatori di esse a versare nella sua
-cassa le somme che se ne ritraevano. Conseguenza di questa rappresaglia
-fu che la Regia Corte quando più e quando meno era sempre scoverta,
-ed i creditori fiscalarj della Università, li quali per lo innanzi si
-erano tenuti sempre in corrente, non riceverono più un obolo, poichè
-tutto la Casa d’Andria invertiva a suo profitto colla connivenza degli
-Amministratori municipali.
-
-Tra i creditori suddetti vi erano il Banco di S. Eligio, i fratelli
-Vespoli, il Marchese di Calitri D. Carlo Maria Mirelli, e ’l Duca
-di Calabritto, i quali erano in grado di farsi rendere ragione di
-cotesta soverchieria. Cominciò quindi un giudizio nell’anno 1692
-e finì nell’anno 1736 col fallimento della povera Università di
-Ruvo e coll’essere caduta la stessa in patrimonio. Lungo sarebbe il
-riportare quì la storia minuta del giudizio suddetto consegnata in
-più volumi di processi formati nel Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria. Continue, veementi ed amarissime furono le doglianze de’
-creditori suddetti contro la prepotenza della Casa d’Andria che si era
-impossessata anche delle rendite comunali, e gli defraudava di ciò che
-loro era dovuto.
-
-Replicati cento volte, ed energici furono gli ordini da quel Supremo
-Tribunale diretti alla Regia Udienza Provinciale, perchè avesse
-vietato alla Casa d’Andria di mischiarsi più nella esazione delle
-rendite comunali, ed astretti i passati amministratori a rendere i
-conti, come risulta dagli atti formati presso l’attuario Pisani, a cui
-succedè dappoi l’attuario D. Gaetano Capaldo[251]. Questi ordini però
-erano presi a beffe, e rimanevano privi di effetto. Si senta ciò che
-il Tribunale della Regia Udienza Provinciale rispose al Presidente
-Commessario della Regia Camera della Sommaria a suo discarico con
-rapporto del dì 16 Settembre 1716.
-
-Disse che _Li detti del Governo di Ruvo di niun conto cercano, e
-vogliono dare ubbidienza alle provvisioni suddette, tutto causato dalla
-potenza del Padrone di detta città l’Illustre Duchessa d’Andria. Per
-lo che non vien permesso spedire commissarj per qualche altra cosa
-di peggio, e darne parte a V. S. con prevenirla che se in detta città
-di Ruvo non si destina persona autorevole a mandare in esecuzione gli
-ordini di cotesta Regia Camera, non sarà possibile che potranno quelli
-essere eseguiti da quelli del Governo per la potenza suddetta, nè li
-creditori sopra di quella potranno essere soddisfatti, tenendoci mano
-sopra l’entrate della Università la detta Illustre Duchessa d’Andria
-Padrona, la quale dispone del peculio universale, non servendo ad altro
-quelli del Governo che a firmare scritture in caso di bisogno_[252].
-
-Non fu questa a buon conto che una umiliante confessione della propria
-debolezza fatta da un Collegio giudiziario, ed una trista testimonianza
-della indifferenza del Governo de’ Vicerè per le prepotenze de’
-Magnati. Così andarono le cose fino all’anno 1735. Era allora presente
-il Re Carlo III, e la Giustizia aveva cominciato a riprendere quel
-vigore e quel tuono ch’era troppo necessario.
-
-D. Pasquale Maria Mirelli succeduto ne’ dritti del già detto Marchese
-di Calitri rassegnò nelle mani del Re un pieno ed energico ricorso
-col quale espose cotesta storia dolorosa. Disse anche che i creditori
-della Università per non esser privi del tutto di ciò che loro era
-dovuto, e stanchi di più litigare avevano dovuto venire a patti col
-Duca d’Andria che si prendeva tutto, e contentarsi della metà di ciò
-che loro spettava annualmente per i loro crediti fiscalarj; ma neppur
-questa avevano potuto averla. Soggiunse inoltre: _Il supplicante
-vedendosi inabilitato a poter esigere il suo dalla detta Università
-per la potenza di detto Illustre Duca notissima a tutta la Provincia,
-per essere suo feudo, a tal segno che il supplicante non ritrova
-commessario che vuole andare ad esigere da detta Università, e se mai
-se ne ritrova alcuno, pure questo per timore della vita si contentava
-prendersi qualche regalo dal detto Illustre Duca, e se ne tornava
-indietro, senza poter porre in esecuzione la sua incumbenza_[253].
-
-Nulla vi è del mio in questo racconto che per amore della brevità ho
-voluto raccorciarlo. Era questo il linguaggio che tenevano contro la
-prepotenza della Casa d’Andria i Personaggi dell’alta Nobiltà Feudatarj
-anch’essi, ed in conseguenza non avversi alla feudalità. Un rescritto
-del Re del dì 22 Settembre 1735 fece cangiare aspetto alle cose, poichè
-il Tribunale della Regia Camera ebbe ordini precisi di far pronta
-e spedita giustizia per l’esposte dissipazioni delle rendite della
-Università e per l’allegata prepotenza della Casa d’Andria.
-
-Quindi i passati Amministratori sicuramente colpevoli di connivenza
-furono astretti da vero e senza ulteriori sfuggite a rendere i conti
-della loro amministrazione. Alla Casa d’Andria furono anche tarpate le
-ali, poichè nel susseguente anno 1736 la Università di Ruvo fu messa in
-patrimonio. Importava ciò che tutte le rendite che si ritraevano dalle
-sue gabelle dovevano essere depositate e messe a disposizione del detto
-Tribunale della Regia Camera, il quale ordinava i pagamenti da farsi ai
-suoi creditori.
-
-Furono questi a tal modo messi in corrente. Ma rimase la povera
-Università schiacciata da un cumulo enorme e spaventevole d’interessi
-arretrati formato in tanti anni che la Casa d’Andria si aveva
-appropriate le sue rendite senza aver soddisfatti i creditori suddetti.
-Convenne ripianare questo vuoto da anno in anno come meglio si poteva
-coll’avanzo delle rendite. E poichè neppure un obolo di rendita
-patrimoniale era alla nostra città rimasto, fu una necessità che
-si fossero le gabelle tenute su di un piede che avessero potuto far
-fronte ai pesi correnti, e dare anche un avanzo per ripianare il debito
-arretrato.
-
-Dopo il quadro veridico che ho premesso, dimando da chi la nostra città
-ha sofferto più, da Roberto Sanseverino e da Consalvo di Cordova, o
-dalla feudalità? Quelli a dritto o a torto l’aggredirono da nemici, e
-le loro depredazioni durarono solo qualche giorno. La Casa Baronale
-al contrario l’ha posseduta come una sua proprietà, e malgrado ciò
-l’ha smunta di tutte le maniere per tre secoli continui, con avere
-di vantaggio annientata e distrutta ogni specolazione agraria! Fa
-meraviglia solo come sotto tanta compressione non siasi la nostra
-città spopolata del tutto, come si spopolò in parte per essere molti
-de’ suoi abitanti passati a stabilirsi altrove, perchè mancavano ivi
-loro i mezzi di sussistenza, malgrado l’ampiezza, e somma fertilità di
-quel territorio. Ma questa storia non è finita ancora. Ve ne rimane una
-picciola appendice assai curiosa.
-
-Dedotto il patrimonio, come innanzi si è detto, tutti i creditori della
-Università dimandarono la liquidazione del loro rispettivo credito
-arretrato. Il Tribunale della Regia Camera, giusta il Rito di allora,
-ordinò che l’attuario della causa ne avesse formata una relazione.
-Fu questa emessa nel dì 12 Gennajo 1742, e furono in essa riportati i
-rispettivi crediti tanto di sorte che d’interessi arretrati.
-
-Era il Duca d’Andria anche creditore della Università in annui ducati
-1137 di Fiscali feudali. Ma non osò qualificarsi come creditore di
-somme arretrate in faccia agli altri creditori, i quali avevano fatta
-alla sua Casa una guerra di quarantatre anni perchè si aveva preso non
-solo il suo, ma anche quello che loro spettava. Quindi l’attuario del
-patrimonio incaricato della relazione ordinata dal Tribunale suddetto
-lo portò in essa come semplice creditore fiscalario in annui ducati
-1137, senz’avergli però nulla attribuito per arretrati. Nulla il
-Duca Ettore Carafa, avo del Duca attuale, oppose a tal relazione, la
-quale perciò rimase ferma. Nè fino all’anno 1751 si presentò giammai
-a partecipare delle ripartizioni che si facevano tra i creditori
-d’interessi arretrati delle somme di avanzo, come innanzi si è
-detto[254].
-
-Non esistevano più in quel tempo que’ creditori che gli avevano fatta
-quella lunga guerra per istrappargli dalle mani le rendite della
-Università. Lusingandosi quindi che gli antecedenti si fossero obliati,
-si fece ardito ed avanzò presso gli atti una dimanda colla quale si
-asserì creditore di arretrati nella rilevante somma di ducati 25600!!!
-Disse che cotesto vuoto si era formato dall’anno 1720 all’anno 1736,
-cioè in quel tempo, in cui più veementi e più amare erano state le
-querele degli altri creditori perchè si prendeva tutto! Dimandò di
-essere ammesso a partecipare delle distribuzioni che si facevano tra i
-creditori di arretrati dall’avanzo delle rendite della Università[255].
-
-Vi era in quel tempo un forte mal umore tra il Duca suddetto ed i
-passati Amministratori della Università. Cotesti Signori, che si erano
-prestati alla dissipazione delle rendite comunali di cui innanzi si
-è parlato, quando si videro astretti da vero a rendere i conti, e
-minacciati da forti significatorie ch’erano per piombare loro addosso,
-non si sentirono comodi a pagare colle proprie sostanze ciò che il Duca
-si aveva preso. Fu questo il vero principio che diè causa al giudizio
-de’ gravami dell’anno 1750, di cui parlerò nel seguente capo, cioè
-l’interesse privato.
-
-Quindi l’Avvocato della Università mosso da costoro, e provveduto
-da essi degli opportuni documenti non solo si oppose acremente al
-preteso credito arretrato di ducati 25600 che il Duca spacciava, ma
-con una dimanda riconvenzionale dedusse che doveva lo stesso essere
-condannato a restituire le forti somme che la sua Casa si aveva per
-tanti anni appropriate dalle rendite comunali con aver ridotta la
-povera Università in patrimonio. Era questo un discorso pieno di verità
-e di giustizia; ma il Duca Ettore seppe allontanare la tempesta. Avendo
-acchetato l’interesse privato che la suscitava, finì il giudizio de’
-gravami colla frivola transazione dell’anno 1751 di cui parlerò nel
-seguente capo.
-
-Essendosi con essa gli Amministratori della Università obbligati a
-non fare più alcuna ostilità al Duca per l’articolo testè enunciato,
-ne venne in conseguenza che quello stesso Avvocato della Università,
-il quale aveva attaccato così bene il preteso credito di duc. 25600
-che il Duca spacciava, quasi che avesse bevuta l’acqua di Lete, obliò
-perfettamente ciò che contro lo stesso aveva dedotto e lasciò fare al
-Duca ciò che voleva. Quindi per effetto di una manifesta prevaricazione
-si vide il Duca dall’anno 1753 in avanti figurare senza veruna
-contraddizione tra i creditori d’interessi arretrati nella rilevante
-somma di ducati 25600, e partecipare delle ripartizioni che si facevano
-delle somme di avanzo col consenso degli Avvocati _pro tempore_ della
-Università!
-
-Non debbo omettere che tra i nomi di costoro ho letto anche quello di
-un tal _D. Pietro Andreatini_. Quest’uomo io l’ho conosciuto nella
-qualità di Segretario della Casa d’Andria, ed in questo posto egli
-è morto. Si veda da ciò in quali mani era allora affidata la difesa
-della povera Università, e se il Segretario del Duca d’Andria avrebbe
-potuto giammai sostenere i dritti della stessa contro il suo Signore
-che gli dava da vivere! Ma la prevaricazione degli Amministratori della
-Università che continuò tuttavia anche dopo la transazione dell’anno
-1751, seguitò a sagrificare gl’interessi della stessa alla influenza
-Baronale.
-
-Morto il detto Andreatini, gli succedè nella difesa della Università
-il Dottor D. Lorenzo Scarongelli. Era egli Ruvestino, e quindi avrebbe
-dovuto prendere tutto l’interesse per non far rimanere a carico della
-sua patria un debito così enorme contraddetto fin dall’anno 1751
-e ribattuto da validissimi documenti. Ei però mancò a questo sacro
-dovere, fece quello stesso che aveva fatto l’Andreatini, e prestò il
-suo consenso alle ulteriori distribuzioni ch’ebbero luogo. Non fia
-ciò meraviglia, poichè era costui uno di quelli uomini servili usi a
-prestarsi a tutto ciò che voleva _Sua Eccellenza Padrone_.
-
-A buon conto la influenza della Casa d’Andria anche dopo l’anno 1751
-negli affari comunali continuò ad essere la stessa. Si venne anzi a
-rendere assai più pesante colla fissa permanenza che fece ne’ suoi
-feudi dopo l’anno 1760 il Duca fu D. Riccardo Carafa Padre del Duca
-attuale. La di lui Illustre consorte la Signora Duchessa D. Margherita
-Pignatelli che dominava in casa era di un carattere imperioso, e
-tempestoso. Nulla inoltre sapeva rimettere degli antichi abusi ed
-albagia della feudalità che il pensare del tempo, ed anche la mano del
-Governo andava ogni dì fiaccando. Si univa a ciò che per particolari
-impegni o protezioni si voleva anche un po’ soverchio mischiare ne’
-fatti privati che non la riguardavano punto.
-
-Queste cosucce per loro stesse disgustanti unite agli abusi ed
-alle gravezze positive che non erano punto rimaste corrette colla
-transazione dell’anno 1751, e tuttavia continuavano, disposero gli
-animi de’ migliori cittadini a scuotere una volta decisamente quel
-pesantissimo giogo. Essendo quindi avvenuta la morte di D. Lorenzo
-Scarongelli, fui nell’anno 1794 nominato con pubblico Parlamento
-Avvocato della nostra città. Fu la mia nomina proclamata dal voto
-concorde de’ miei concittadini perchè a tutti erano noti i miei
-sentimenti avversi a quello stato di degradazione a cui la nostra città
-era stata ridotta dalla prepotenza Baronale.
-
-Protesto però che questi sentimenti non si erano in me generati da
-qualche particolar risentimento o torto recato a me o alla mia famiglia
-dalla Casa d’Andria. Niun motivo ho avuto giammai di essere dolente di
-essa per questo lato. Questi sentimenti me gli ha dati la Natura. Sono
-nati e cresciuti con me. Gli ha nutriti il mio carattere avverso alle
-prepotenze ed alle ingiustizie, l’amore vero che ho avuto sempre per la
-mia cara patria, la intolleranza di vederla oppressa ed avvilita, e ’l
-vivo desiderio che ho sempre avuto di esaurire tutti i miei sforzi per
-sollevarla.
-
-Se non si fosse trattato di rivendicare i dritti della mia Patria,
-il che costituisce un sacro dovere per ogni buon cittadino, non mi
-sarei mai e poi mai impegnato ad assumere la difesa di qualunque altro
-giudizio contro la Illustre Famiglia Carafa di Andria. Eccomi dunque
-a dare un breve cenno delle operazioni da me fatte nella qualità di
-Avvocato della nostra città, e delle cause intraprese e menate a fine.
-Per potere però ciò fare è indispensabile premettere un cenno sullo
-stato in cui le cose rimasero colla transazione dell’anno 1751.
-
-
-
-
-CAPO XIII.
-
-_De’ Giudizj dell’anno 1750 1797 e 1804, e delle transazioni dell’anno
-1751 e 1805._
-
-
-Non vale la pena di fare una minuta sposizione del giudizio istituito
-contro la Casa d’Andria nell’anno 1750 e della transazione che ne
-susseguì nel dì 9 Luglio 1751 per mano del Notajo Giovanni Teodoro de
-Rienzo di Napoli. Possono queste carte far conoscere soltanto il giogo
-di ferro imposto alla nostra città dal Duca Ettore Carafa il vecchio
-avo del Duca attuale, il quale esasperò di gran lunga le gravezze
-introdotte dai suoi antenati; ma nulla presentano di vantaggioso per
-quella popolazione, la quale continuò tuttavia a rimanerne schiacciata
-dagli antichi abusi, ed estorsioni.
-
-Ho detto innanzi che il giudizio dell’anno 1750 lo suggerì il privato
-interesse, non già il vero zelo di sottrarre la propria patria ad
-una lunga e spogliatrice oppressione. È facile ciò ravvisarlo sotto
-un doppio rapporto. Il primo fu la tema delle forti significatorie,
-ond’erano minacciate le persone influenti che negli anni precorsi
-avevano avuta parte nell’amministrazione comunale, ed avevano prestata
-alla Casa d’Andria la mano perchè si avesse appropriate anche le
-rendite della Università.
-
-Il secondo fu la mira che avevano pochi proprietarj di masserie nella
-contrada delle murge di liberarle dalla suggezione delle parate che
-la Casa d’Andria faceva dell’erba vernina di esse. Per quest’oggetto
-si vide inviato in Napoli nella qualità di Deputato per promuovere
-l’enunciato giudizio il fu Dottor D. Saverio Modesti che possedeva la
-più vasta masseria delle murge, ed aveva una potente influenza nelle
-faccende comunali.
-
-Quando le operazioni di tal fatta sono suggerite da un fine indiretto
-è una necessità che falliscano. Introdotto il giudizio, in un anno e
-mezzo nulla fu operato. Si perdeva il tempo per attendersi a trarre
-dalle ostilità cominciate in nome della Università quel profitto che
-si poteva pe ’l privato interesse. Lo fa ciò intendere chiaramente lo
-stesso strumento di transazione dell’anno 1751. Il sindaco e gli Eletti
-nel ratificarlo dichiararono che il Deputato Modesti _aveva pregato e
-fatto pregare il detto Eccellentissimo Signor Duca d’Andria acciò si
-fosse devenuto ad un amichevole componimento_.
-
-È chiaro dunque che si era egli strisciato presso il Duca per carpirne
-ciò che faceva per se e per i suoi amici, e ’l Duca Ettore ch’era un
-uomo sommamente scaltro, e capiva bene la partita, seppe rappaciare
-l’interesse privato, e fece andar per aria quello della Università di
-Ruvo. Tra le azioni dedotte vi era anche quella, come innanzi ho detto,
-colla quale era stato il Duca convenuto a restituire tutte le somme
-che la sua Casa si aveva per tanti anni appropriate dalle rendite della
-Università, senza essersi pagati i creditori fiscalarj.
-
-E bene col capo VIII della transazione dell’anno 1751 il Duca prese
-a suo carico la difesa de’ passati amministratori ch’erano stati
-obbligati a rendere i conti, e si obbligò di pagare _de proprio_ le
-somme che sarebbero state loro significate. Si fece intanto obbligare
-la Università a non fargli più parti ostili con aver rinunziato a
-qualunque pretensione ed azione di ripetere le somme da lui esatte!
-Avvenne a tal modo il miracolo che il Duca debitore di grosse somme
-per la causa suddetta si vide figurare presso gli atti del patrimonio
-qual creditore della Università per interessi arretrati nella rilevante
-somma di ducati 25600, senza che niuno lo avesse contraddetto!!!
-
-Collo stesso giudizio si era dimandato anche che le così dette parate
-delle murge si fossero aperte al libero pascolo degli animali de’
-cittadini. Ma col Capo XVII della precitata transazione le parate
-rimasero ferme. Furono bensì da esse escluse le masserie di D.
-Saverio Modesti e degli altri particolari che facevano strepito, e si
-ampliarono in proporzione sul rimanente demanio aperto delle murge a
-spese degli usi civici che competevano alla popolazione!!!
-
-Appagato a tal modo l’interesse privato, tutto il di più andò _de
-plano_ a voglia del Duca. Tutti gli articoli essenziali che formavano
-l’oggetto del giudizio promosso rimasero risoluti a di lui favore. Sia
-per gittarsi polvere negli occhi, sia piuttosto per erubescenza furono
-accordate alla Università quelle cosucce frivolissime soltanto che non
-si potevano affatto sostenere, e che qualunque Magistrato, per quanto
-avesse voluto essere parziale, o indulgente per la feudalità, avrebbe
-abolite sotto la penna e senza veruna discussione. Anzi neppur le
-gravezze di questa specie furono per lo intero corrette ed emendate; ma
-rimasero in parte sullo stesso piede contro il divieto espresso delle
-leggi! Ecco un succinto prospetto degli articoli della transazione
-suddetta dai quali risulta cotesto concetto.
-
-Furono negati ai cittadini gli usi civici sull’erba estiva del bosco
-di Ruvo. Fu ai medesimi accordato soltanto il dritto di legnare _ad uso
-di sporga_ per lo stretto bisogno, mentre loro competevano i pieni usi
-civici. Ma questo patto non fu neppur rispettato, poichè gli Armigeri
-baronali addetti alla custodia del bosco se trovavano i cittadini in
-esso a legnare crudelmente gli flagellavano, come innanzi si è detto.
-Tutte l’esazioni abusive della Bagliva rimasero confermate, tranne
-soltanto la così detta _cortesia_ che fu abolita. Rimase abolita del
-pari la gabella della giumella delle mandorle usurpata alla Università,
-col rilascio però de’ frutti per tanti anni esatti con mala fede.
-Fu promessa la restituzione della Giurisdizione della Portolania,
-e de’ pesi e misure usurpata del pari alla Università col rilascio
-anche de’ frutti e proventi della stessa. Ma questo patto non fu
-neppure eseguito, poichè seguitò il Duca ad appropriarsi i proventi
-di cotesta Giurisdizione che gl’includeva nella Bagliva. I molini col
-dritto proibitivo rimasero al Duca, poichè si disse che mancavano alla
-Università i documenti per rivendicargli.
-
-Rimase abolito il dritto proibitivo delle Taverne e delle neviere, e
-convenuto che non avessero potuto i cittadini essere obbligati a forza
-di bastonate a raccorre e riporre la neve, e ad altre opere servili.
-Ma si obbligò la Università di non far con altri, meno che col Duca,
-il partito della neve che bisognava alla Popolazione. E poteva ciò
-esser permesso dalla legge? Fu rilasciata al Duca la bonatenenza non
-pagata giammai per i beni burgensi. Promise di non avocare più le cause
-dal Giudice locale ordinario, e delegarle ad altri a suo piacimento.
-Ma poteva ciò farlo? Cosa dunque venne con ciò ad accordare? Rimase
-vietato ai Ministri Baronali di carcerare e scarcerare le persone
-di loro privata autorità, e senza l’ordine del Giudice, tranne però
-i debitori dell’azienda Ducale, e ciò con manifesta violazione del
-Capitolo del Re Carlo I riportato innanzi alle pagine 138 e 139!
-
-Promise il Duca di non fare più danneggiare dai suoi animali le
-possessioni de’ cittadini. Grazia singolarissima! Promise di non
-valersi più del carcere orribile ed oscuro della Torre, e di non fare
-più trasportare i carcerati fuori di Ruvo. Ma si obbligò la Università
-di formare un carcere opportuno, mentre quest’obbligo incumbeva al
-Duca qual possessore della Giurisdizione civile e penale! Fu convenuto
-che il Governatore e Giudice di Ruvo esser dovesse laureato, quasi che
-fosse stato permesso al Duca di far fare decreti a chi non fosse stato
-Dottore! In fine rimase a lui finanche la nomina degli Amministratori
-comunali che costituiva il principio di tutti i disordini e delle
-prepotenze che si soffrivano, poichè veniva a questo modo a mancare chi
-avesse potuto sostenere i dritti della popolazione ove l’uopo lo avesse
-esatto.
-
-Dopo il breve cenno che si è premesso delle cose importantissime
-accordate al Duca colla transazione dell’anno 1751, e delle frivole
-ed inettissime concessioni fatte alla Università di quelle bagattelle
-soltanto che con una latitudine assai maggiore, e senza verun fastidio
-avrebbe ottenuto sotto la penna dalla giustizia de’ Magistrati, non
-possono non muovere la bile due cose.
-
-La prima sono le insulse e veramente ridicole buffonerie che si dissero
-nell’assertiva del precitato strumento di transazione per esagerare ed
-amplificare le supposte difficoltà e dubbiezze delle dimande proposte
-dalla Università e dal Duca accordate nel modo che testè si è detto!
-La seconda la importanza di tali concessioni che si pose in risalto con
-molto poco contegno, poichè si disse che i fortissimi rilasci fatti al
-Duca di somme rilevantissime o non pagate o ingiustamente appropriate
-si erano fatti _per piccola contemplazione di tante considerevoli cose
-che il detto Eccellentissimo Signor Duca si compiace di stabilire
-e convenire nel presente strumento con tanto vantaggio della
-Università!!!_
-
-Quali sono però le _considerevoli cose_ concedute dalla generosità
-Ducale? La promessa forse di un Governatore laureato, quella di non far
-più seppellire i cittadini nel fondo orribile ed oscuro della Torre,
-di non fargli strascinare in lontane prigioni, di non obbligargli più
-a forza di bastonate a raccorre e riporre la neve nelle sue neviere,
-e di non far più devastare le loro possessioni dai suoi animali.....?
-Qual discorso insulso nel tempo stesso ed insultante! Anche le cose
-accordate nel precitato strumento dell’anno 1751 non possono leggersi
-senza fremere, poichè si fecero rimanere in parte que’ medesimi abusi
-che avrebbero i Magistrati pienamente aboliti e proscritti. Lasciamo
-quindi cotesto monumento di prevaricazione, e venghiamo al giudizio
-dell’anno 1797 intrapreso con altri principj ed altri sentimenti.
-
-Due forti ostacoli si opponevano a questa bell’opra. Il primo era la
-somma povertà della cassa comunale impotente a far fronte alle forti
-spese che avrebbero esatte le cause da intraprendersi contro una
-famiglia allora potentissima. Il secondo che l’Archivio comunale si
-trovava sprovveduto dì qualunque documento memoria o notizia che avesse
-potuto porgere un filo a tale intrapresa. Quel Duca Ettore Carafa,
-che si permetteva tante violenze contrarie alle leggi, quante ce ne
-fanno apprendere il giudizio dell’anno 1750 e la transazione dell’anno
-1751, ne aveva commessa un altra anche più sonora per torre alla
-nostra città ogni mezzo di risorgere. Era in Ruvo un fatto pubblico e
-notorio contestato dai vecchi che gli armigeri Ducali avevano sorpreso
-l’archivio comunale e trasportate in Andria tutte le carte che in esso
-si conservavano.
-
-Incaricato quindi di avviare e sostenere que’ giudizj che le
-circostanze esigevano, senza documenti di sorta alcuna, vidi bene che
-non si trattava di regolare ordinare ed istruire le corrispondenti
-azioni, ma bensì di crearle e corredarle di que’ documenti che avessero
-potuto assicurarne la riuscita. Nondimeno l’amor di patria superò ambi
-li predetti ostacoli.
-
-Il primo di essi lo fece cessare il disinteresse e la generosità del
-Capitolo di Ruvo, e di un certo numero di famiglie maggiori possidenti
-che con esso si collegarono, e presero a loro carico le spese che
-occorrevano per i giudizj da intraprendersi. Contribuì il primo la
-somma di mille ducati. Contribuirono le seconde ciascuna in proporzione
-della possidenza rispettiva. Di questo tratto di vero patriottismo
-essendosi fatto un giusto elogio nel pubblico parlamento del dì 20
-Gennajo 1805 inserito nello strumento di transazione dello stesso anno,
-è ben dovuto che ne faccia onorevole menzione anche la storia.
-
-In quanto al secondo ostacolo non mi perdei di animo. Prima di fare
-qualunque mossa giudiziale mi applicai ad andar tentone rintracciando
-quelle notizie, e que’ documenti che avrebbero potuto esser utili
-e conducenti all’impegno assunto. Cominciai quindi dall’istruirmi
-perfettamente degli antichi processi formati nel Tribunale della Regia
-Camera della Sommaria dall’anno 1692 in poi tra i creditori fiscalarj
-e la Università, e successivamente tra i creditori suddetti, e gli
-amministratori obbligati a render conto della tenuta amministrazione.
-Trassi da essi utili notizie, ed i documenti opportuni per ribattere
-il preteso credito di fiscali arretrati in ducati 25600 per lo quale si
-faceva figurare la Casa d’Andria, e per farla anzi risultare debitrice
-di grosse somme.
-
-Impiegai nel tempo istesso circa un anno nel grande Archivio per
-una ricerca generale di quanto poteva riguardare la nostra città,
-onde potermi valere, come mi valsi di quelle carte che mi sembrarono
-utili. Le stesse diligenze praticai nell’archivio della Regia Dogana
-di Foggia, ove mi trattenni otto giorni per quest’oggetto. Coteste
-ricerche non furono infruttuose poichè mi fornirono un materiale
-sufficiente a formare un piano di attacco ragionato e ben sostenuto.
-
-Calcolai inoltre che altri lumi avrebbero potuto trarsi dalle antiche
-schede de’ Notaj tanto Ruvestini che delle Regie città convicine, de’
-quali la Casa d’Andria si era valuta ne’ tempi passati per istipulare
-i suoi atti pubblici[256]. Mi fu utilissima in tali ricerche la
-cooperazione di due cittadini zelantissimi pe ’l bene della comune
-patria. Uno di essi fu D. Francesco Devenuto, uomo di sveltissimi
-talenti e di somma abilità ed attività. L’altro fu il mio cognato D.
-Giuseppe Ursi versatissimo, minuto e diligente in simili ricerche, la
-di cui memoria mi è molto cara per i suoi ottimi sentimenti e pe ’l suo
-attaccamento alla mia persona ed alla mia famiglia.
-
-Alla loro cooperazione furono dovuti gl’interessantissimi documenti
-relativi al dritto proibitivo de’ molini che non si seppero o piuttosto
-non si vollero rintracciare nell’anno 1750, quelli coi quali era stata
-venduta nell’anno 1632 una parte dell’antica difesa comunale, ed altri
-ancora dai quali trassi utili schiarimenti ne’ giudizj che furono
-promossi. Riunite le carte suddette furono da me spiegate le seguenti
-azioni parte nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria, e parte
-nel S. R. C. secondo la competenza rispettiva. Nella Regia Camera
-furono proposte le seguenti dimande
-
-I. Che si fosse cassato il già detto preteso credito di duc. 25600
-per lo quale si faceva figurare il Duca d’Andria presso gli atti del
-patrimonio, con essere lo stesso condannato a restituire tutte le somme
-che gli erano state collusivamente liberate in conto, e tutte le altre
-maggiori somme che la sua Casa si aveva malamente appropriate dalle
-rendite comunali esatte dall’anno 1692 all’anno 1735.
-
-II. Che senza tenersi conto del nullo e collusivo strumento di
-transazione dell’anno 1751 fosse stato condannato del pari a restituire
-i frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania e de’ pesi e
-misure, non che della gabella della giumella delle mandorle usurpate
-a danno della Università, ed al pagamento della bonatenenza non mai
-pagata per i beni burgensi fino all’epoca del catasto dell’anno 1752.
-
-III. Che fosse stato condannato a restituire i molini edificati sul
-suolo e nelle antiche muraglie della città, e ’l dritto proibitivo di
-essi stabilito dalla Università nell’anno 1615 per la propria utilità,
-una coi frutti.
-
-IV. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti lo
-scannaggio, dritto comunale costituito dalla Università colle
-capitolazioni dell’anno 1308 approvate dal Re Carlo II, ed usurpato
-dalla sua Casa.
-
-V. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti una grande
-stanza convertita in magazzino, la quale formava parte delle pubbliche
-carceri di proprietà comunale.
-
-VI. Che si fosse al Duca vietato di chiudersi l’erba vernina delle
-murge colle così dette _parate_ principalmente per essere il demanio
-delle murge un demanio comunale. Subordinatamente perchè in ogni caso,
-e supponendolo anche un demanio feudale, simili chiusure erano dalle
-leggi del Regno vietate ai Baroni in pregiudizio degli usi civici che
-competono alle popolazioni.
-
-VII. Che si fossero corretti tutti gli abusi della Bagliva col vietarsi
-principalmente ai Baglivi. Primo di fidare gli animali degli esteri
-ne’ terreni _appatronati_ siti nel demanio. Secondo col fidargli in
-tanta quantità che fosse venuto a mancare il pascolo agli animali de’
-cittadini.
-
-VIII. Che si fosse inoltre vietato al Duca d’ingombrare quel demanio
-con una quantità strabocchevole di animali proprj, con essergli
-permesso soltanto d’immetterne tanti, quanti il più ricco de’
-cittadini, giusta lo stile di giudicare de’ Tribunali supremi.
-
-IX. Che si fosse obbligato a pagare la bonatenenza non meno per i detti
-animali d’industria che pascolavano nel demanio, che per lo vasto fondo
-denominato _la Piantata_ di qualità burgense e non già feudale, come da
-lui si pretendeva.
-
-Altro giudizio fu istituito nello stesso Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria in linea penale per lo taglio dato dalla Casa d’Andria
-alle annose querce fruttifere del bosco di Ruvo in pregiudizio tanto
-degli usi civici che competevano alla popolazione di Ruvo, quanto del
-dritto di proprietà che il Re aveva degli alberi ghiandiferi in forza
-dello strumento dell’anno 1552 innanzi riportato.
-
-Sulle precitate dimande proposte in linea civile il Tribunale della
-Regia Camera impartì termine ordinario e questo fu compilato. Rispetto
-ai molini ordinò una perizia per verificarsi se erano essi edificati
-sul suolo e nell’antica muraglia della città. La perizia ordinata venne
-eseguita coll’intervento di uno de’ Magistrati della Regia Udienza
-Provinciale, e la nostra posizione rimase pienamente verificata.
-
-Per lo giudizio penale fu ordinata una informazione. Rimasti con essa
-concludentemente pruovati gl’immensi danni recati dalla Casa d’Andria
-agli alberi fruttiferi del Bosco, fu ordinata una perizia fiscale, e fu
-questa anche eseguita. In questo stato erano nell’anno 1798 i giudizj
-dedotti nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Quelli avviati
-nel S. R. C. furono i seguenti
-
-I. Che si fosse il Duca astenuto dal prendere qualunque ingerenza nella
-elezione degli uffiziali municipali.
-
-II. Che non avesse ulteriormente molestata la Università nel pieno
-esercizio della Giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure che
-a lei apparteneva a titolo di compra fattane dal Re.
-
-III. Che si fossero attribuiti ai cittadini di Ruvo i pieni usi civici
-di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di Ruvo rimasta al Duca
-d’Andria col contratto dell’anno 1552.
-
-IV. Che si fosse il Duca astenuto dal nominare il Maestro della Fiera
-di S. Angelo che si celebra nella città di Ruvo.
-
-V. Finalmente che si fosse abolito il dritto _plateatico_ sulla
-contrattazione delle merci derrate e mercanzie che stava il Duca
-esigendo con averlo usurpato alla Università cui apparteneva in forza
-delle capitolazioni dell’anno 1308 e dello Stato del Reggente Tapia.
-
-La commessa di cotesto giudizio si ottenne in persona del Regio
-Consigliere allora ed indi illustre Segretario di Stato D. Giuseppe
-Zurlo, Magistrato di elevatissimi talenti, di vaste e belle cognizioni,
-di probità a tutta pruova, e non fatto per incensare gli abusi della
-feudalità. Proposta da lui la causa nel S. R. C. nell’anno 1798 furono
-decisi soltanto li primi tre capi. Fu la decisione favorevole alla
-Università; ma in quanto all’erba estiva del bosco di Ruvo ebbi a
-battermi molto acremente pe ’l seguente motivo.
-
-Si è detto innanzi alla pagina 202 che rimasto collo strumento
-dell’anno 1552 abolito l’uso civico del pascolo de’ bovi aratorj che
-i cittadini di Ruvo rappresentavano sul detto bosco, fu data alla
-Università in compensamento la facoltà di ampliare la sua difesa fino a
-quaranta carri. Incaricato il Consiglio Collaterale di dare esecuzione
-a tal determinazione, col suo decreto del dì 26 Ottobre 1552 disse
-che tale ampliazione si accordava _pro usu et pascuo dictorum bobum,
-attento quod boves dictæ civitatis nullo tempore dictum nemus ingredi,
-nec in eodem pasculari possunt_.
-
-Gli Avvocati del Duca beccando quelle parole _nullo tempore nemus
-ingredi nec in eodem pasculari possunt_, gonfiavano le pive, e volevano
-in coteste espressioni ravvisare un giudicato del Collateral Consiglio
-che aveva tolto ai Ruvestini in ogni tempo, ed in ogni stagione gli usi
-civici del bosco suddetto.
-
-Si replicava da me che il carattere di _giudicato_ compete soltanto
-a que’ decreti che i Magistrati emettono in un giudizio contraddetto.
-Che il Collateral Consiglio fu nell’anno 1552 semplicemente incaricato
-di autorizzare la città di Ruvo ad ampliare la sua antica difesa, non
-già a definire se aveva o nò dritto di pascere nel bosco feudale nella
-estiva stagione. Che non poteva lo stesso volerne più di quello ch’era
-contenuto nello strumento dell’anno 1552 stipulato tra il Vicerè Pietro
-di Toledo e ’l Duca d’Andria Fabrizio Carafa, al quale fu il Collateral
-Consiglio incaricato di dare esecuzione per la sola parte permissiva
-dell’ampliazione della predetta difesa comunale.
-
-Che l’ampliazione della difesa con esso accordata alla città di Ruvo
-era stata un compensamento del pascolo de’ bovi aratorj che veniva a
-perdere _tempore hyemali_, come precisamente si legge nel precitato
-strumento riportato alla detta pagina 202, non già nel tempo estivo,
-del che non si parlò in esso nè punto, nè poco. Che quindi subentrava
-la regola di Diritto _Iniquum est perimi pacto id de quo cogitatum non
-est_, e che un errore in cui cadde il Collateral Consiglio eccedendo
-i limiti dell’incarico ricevuto non poteva alterare il contenuto del
-precitato strumento dell’anno 1552 al quale soltanto doveva starsi.
-
-Queste ed altre osservazioni da me fatte convinsero il maggior numero;
-ma fu questo articolo deciso a favore della Università non senza
-un forte dibattimento. La decisione allora ottenuta ha portata la
-conseguenza che nella divisione de’ demanj che ha avuto luogo per
-effetto delle novelle leggi sono state risegate a favore della nostra
-città trentatre carri del bosco suddetto, o siano duemila moggia circa.
-
-Rimanevano a decidersi il quarto e ’l quinto capo per la nomina del
-Maestro di Fiera e per lo dritto _plateatico_, quando il Consigliere
-Zurlo fu promosso alla luminosa carica di Avvocato Fiscale della
-Regia Camera della Sommaria. Mi compiacqui del di lui ben meritato
-avanzamento, ma rimasi dolente di averlo perduto per Commessario
-della precitata causa nel S. R. C. Non tardò però a presentarmisi la
-occasione di racquistarlo per altra via. L’alta opinione che il Governo
-aveva di lui fece sì che cominciò a darsi qualche esempio che taluni
-giudizj tra Università e Baroni, che si volevano veder terminati senza
-lungherie giudiziali, furono per volontà del Re a lui particolarmente
-delegati.
-
-Massimo era in ciò il vantaggio delle Università. Venivano esse
-a rinfrancare il dispendio. Rimanevano a tal modo troncate le
-tergiversazioni forensi che costituivano il maggior presidio de’
-Baroni intenti sempre a prender tempo, e stancare i Comuni. In fine il
-dipendere nelle cause di questa specie da un Magistrato illuminato,
-giusto e non ligio del Baronaggio era una cosa molto desiderabile.
-Pensai quindi di battere la stessa strada e mi riuscì ottenerlo. Per
-disposizione Sovrana tanto li due punti di quistione non ancora decisi
-dal S. R. C. quanto tutti i capi dedotti nella Regia Camera della
-Sommaria furono delegati all’Avvocato Fiscale Zurlo.
-
-Passate quindi a lui le carte di ambi i giudizj, si applicò prima a
-decidere le due quistioni rimaste pendenti nel S. R. C. Con suo decreto
-dell’anno 1798 fu tolta al Duca la nomina del Maestro di fiera ed
-abolito il dritto _plateatico_. A tal modo tutte le dimande proposte
-nel S. R. C. rimasero esaurite con una piena e compiuta vittoria
-riportata dalla Università. Si accudiva da me per la decisione delle
-altre più gravi quistioni dedotte nel Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria, quando sopravvenne l’epoca fatale e memoranda dell’anno
-1799 che pose in iscompiglio tutto il Regno.
-
-Per una di quelle anomalie inconcepibili, ma inseparabili dalle
-rivoluzioni e dai tumulti popolari, la casa di quel rispettabile
-Magistrato fu saccheggiata dal cieco furore del Popolaccio Napolitano,
-ed ei medesimo non dovè stentar poco per poter riuscire a salvar la
-vita. Col saccheggiamento immeritamente da lui sofferto si dispersero
-anche que’ processi delle nostre cause che si trovavano presso
-di lui. La dispersione di essi, le fastidiose conseguenze delle
-terribili convulsioni dell’anno 1799 che gravitarono su di tutti, e la
-confiscazione di tutti li suoi beni che per effetto di esse soffrì la
-Casa d’Andria, arrestarono per necessità fino all’anno 1803 il corso
-de’ giudizj suddetti.
-
-Per i luttuosi avvenimenti preceduti figurava allora qual primogenito
-della sua illustre famiglia l’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco
-Carafa. A lui quindi furono, dietro il Trattato di Firenze, restituiti
-i feudi ed i beni di sua Casa ch’erano stati confiscati. Col Duca D.
-Francesco perciò furono nell’anno 1803 ripigliati li giudizj suddetti.
-Non costò poco imbarazzo la rifazione de’ processi dispersi nella
-casa del Signor Zurlo, e specialmente di quello de’ molini, nel quale
-vi era il rapporto de’ Periti adoperati, e la pianta di essi levata
-nell’anno 1798. Si ritornò innanzi al Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria, ed ivi alle dimande proposte nell’anno 1797 ne furono
-nell’anno 1804 aggiunte due altre.
-
-La prima di esse fu la seguente. Dell’antica difesa comunale, di
-cui si è innanzi parlato, ventotto carri si trovavano in mano della
-Casa d’Andria, senza che si fosse conosciuto a qual titolo le avesse
-possedute. In tale oscurità sull’appoggio de’ documenti rinvenuti nel
-Grande Archivio, ed innanzi riportati, e dello strumento dell’anno
-1552, col quale fu ampliata la difesa comunale eretta nell’anno 1510,
-stimai proporre un’azione di rivendicazione. Essendosi il Duca difeso
-coll’aver prodotti diversi documenti, coi quali sosteneva di essersi
-col prezzo dei detti carri ventotto estinta una porzione degli antichi
-debiti della Università, il giudizio cangiò figura. I contratti dal
-Duca allegati gli attaccai di nullità per difetto di legittimi solenni.
-Proposi subordinatamente ed in ogni caso l’azione di _reintegra_ in
-vigor della Prammatica XVIII _De administratione Universitatum_, perchè
-calcolai che il valore della difesa posseduta dalla Casa d’Andria
-montava al doppio del prezzo che si diceva pagato.
-
-La seconda fu la seguente. Appartengono al Monte della Pietà della
-città di Ruvo destinato al mantenimento de’ projetti quindici carri di
-terreno nella contrada delle murge. Da lunghissimi anni si trovavano
-questi in mano della Casa d’Andria per una prestazione tenuissima in
-danaro niente corrispondente al valore di essi, senza conoscersi a qual
-titolo se ne fosse impossessata. Essendo riuscite inutili le richieste
-amichevoli o per l’aumento dell’estaglio o per la restituzione de’
-terreni suddetti, convenne prendersi le vie giudiziali.
-
-Rinnovati li giudizj suddetti, l’attuale Signor Duca D. Francesco
-Carafa si regolò da uomo saggio e prudente. Istruito dal risultamento
-che avevano avuto le dimande proposte nel S. R. C. cercò ravvicinarsi
-ai Ruvestini, e proporre ai medesimi la combinazione amichevole
-degli altri giudizj anche più gravi ch’erano tuttavia pendenti. La
-disposizione degli animi era allora anche cangiata. Le gravissime
-sciagure piombate sulla Casa d’Andria per i luttuosi avvenimenti
-dell’anno 1799, e l’amarezza in cui viveva una illustre famiglia un
-tempo tanto potente, aveva raffreddato il risentimento generato dalle
-antiche prepotenze, ed eccitato un compatimento ed un sentimento di
-considerazione. Valga il vero in quel frangente ben tristo per la
-Casa d’Andria i Ruvestini non solo si guardarono dall’aggravare vie
-più li suoi malanni; ma si prestarono anche di tutto cuore a salvarle
-dalla confiscazione tutto ciò che avesse potuto dipendere dalla loro
-cooperazione.
-
-La proposta quindi di un accomodamento fu da essi bene accolta e da me
-applaudita perchè la mia maniera di pensare è stata avversa sempre ai
-litigj, ed anche perchè una ragionevole transazione avrebbe portato un
-più sollecito miglioramento agl’interessi comunali ed allo stato della
-popolazione. Si aprirono quindi le trattative e le discussioni tra me
-e gli Avvocati del Duca con reciproca buona intenzione e buona fede.
-E perchè il risultamento di esse fosse stato più sicuro, si prese una
-misura la quale riuscì utilissima. Per que’ punti ne’ quali le opinioni
-e le pretensioni rispettive non avessero potuto ravvicinarsi, si prese
-di accordo per conciliatore un uomo sommo, cioè il chiarissimo D.
-Francesco Ricciardi celebre Avvocato allora, di cui ho innanzi parlato
-con quella laude ch’è ben dovuta alla sua illustre e veneranda memoria.
-
-Se la Casa d’Andria avesse dovuto a rigor di Diritto restituire tutte
-le somme strappate alla Università, ed alla misera popolazione di Ruvo
-a forza di usurpazioni ed estorsioni, non sarebbe al certo bastato
-il doppio, o il triplo de’ beni che allora possedeva. Ma il portare
-le pretensioni tant’oltre sarebbe stato lo stesso che nulla voler
-combinare. Gli affari di questa specie non gli ho mai veduti terminati
-altrimenti che coll’essersi alzata la mano sul passato. La stessa
-Commissione delle cause feudali, contro la quale hanno gridato tanto
-i Baroni, tagliava senza risparmio, e spesso anche con eccesso sul
-presente; ma era indulgentissima sul passato. Come e donde appianarsi
-i guasti immensi recati alle popolazioni dai vizj intrinseci del
-sistema feudale, dalla ragion de’ tempi, e dalla debolezza del Governo
-dei Vicerè per le prepotenze de’ Magnati? Oltre che come liquidarsi
-le somme suddette dopo esserne passati secoli interi? Ove trovarsi i
-documenti opportuni a poterne fare la liquidazione?
-
-Con queste vedute, dopo lunghe discussioni fu da me combinata una
-transazione, la quale, mentre fece scomparire tutti gli abusi, e tutte
-le usurpazioni della feudalità, portò anche una qualche riparazione
-de’ guasti passati che le circostanze poterono permettere. Nell’accordo
-combinato non furono compresi i due ultimi giudizj relativi alla difesa
-un tempo comunale, ed ai terreni del Monte della Pietà, per i quali non
-era il processo ancora pienamente istruito. Per gli altri capi fu la
-convenzione consegnata per giusti motivi in due fogli distinti. In uno
-di essi furono convenuti i seguenti articoli.
-
-I. Fu restituito alla Università il dritto dello _scannaggio_.
-
-II. Si obbligò il Duca di pagare la bonatenenza tanto per lo vasto
-fondo denominato _la Piantata_, quanto per gli animali d’industria che
-pascolavano nel demanio.
-
-III. Fu restituito alla Università il magazzino ritagliato quindici
-anni innanzi dalle pubbliche carceri. Rimasero compensate le pigioni
-dovute dal Duca colla spesa fatta per ridurre quel locale ad uso di
-magazzino.
-
-IV. Per li frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania, e
-de’ pesi e misure, e della gabella della giumella delle mandorle, per
-la bonatenenza non pagata fino all’epoca del catasto dell’anno 1752,
-e per ogni altra pretensione che riguardava il passato, rinunziò il
-Duca al preteso credito d’interessi arretrati nella somma di ducati
-25600, e si obbligò inoltre di pagare alla Università ducati cinquemila
-colla dilazione di venti anni, e corrispondere intanto l’interesse alla
-ragione del cinque per cento franchi di ogni ritenuta.
-
-V. Rispetto ai molini si ebbe per vero I. Che si erano questi edificati
-sul suolo ed accanto all’antica muraglia della città. II. Che la spesa
-delle nuove fabbriche occorse, delle macchine e degli animali alle
-stesse addetti si era fatta dalla Casa d’Andria. III. Che il dritto
-proibitivo di essi lo aveva costituito la Università nell’anno 1615
-per la propria utilità. IV. Che tal privativa era utile mantenerla per
-assicurare e facilitare la esazione della gabella della farina.
-
-Si convenne quindi che avesse il Duca continuato a ritenere tanto
-i molini che la privativa di essi come una privativa comunale, con
-pagare alla Università annui ducati trecento dal dì quattro Maggio
-1804 in avanti per terzo e senza veruna ritenuta. Si obbligò inoltre di
-mantenere i molini sempre in buono stato di servizio, senza potersi mai
-alterare la prestazione di grana sedici a tomolo per la macina.
-
-Li premessi articoli di convenzione furono applauditi ed approvati
-dalla Università col pubblico Parlamento del dì 20 Gennajo 1805. Furono
-dopo ciò presentati al Tribunale della Regia Camera della Sommaria per
-ottenerne l’approvazione. Quel Tribunale gli omologò con suo decreto
-di _expedit_ del dì 24 Aprile 1805. Dopo ciò ne fu stipulato pubblico
-strumento nel dì 21 Agosto 1805 dal Notajo D. Antonio di Marino di
-Napoli.
-
-Nell’altro foglio fu premessa una dichiarazione che senza venirsi ad
-una formale definizione della qualità del demanio di Ruvo, si venivano
-a prendere i seguenti temperamenti.
-
-I. Si convenne che le così dette _parate_ delle murge fossero rimaste
-sullo stesso piede in cui si trovavano, senza che si avessero potuto
-giammai nè ampliare, nè restringere.
-
-II. Fu dichiarato che nella continenza di esse si trovavano molte
-possessioni e terre seminatorie de’ particolari e de’ Luoghi pii. Fu
-quindi permesso ai proprietarj di esse di formare, senza pagamento
-alcuno, una mezzana per uso degli animali addetti alla coltura
-della estensione non maggiore di quella che accordano le Istruzioni
-Doganali e l’uso di Puglia. La stessa facoltà fu accordata a tutti li
-proprietarj di masserie di semina site nello intero demanio di Ruvo.
-
-III. In compensamento del dritto che avesse potuto competere alla
-Università e cittadini di Ruvo sui luoghi inclusi nelle _parate_, si
-obbligò il Duca di pagare alla cassa comunale annui ducati mille e
-cinquecento dal mese di Maggio dell’anno 1805 in avanti. Si convenne
-che la somma suddetta non avesse potuto giammai nè diminuirsi, nè
-accrescersi per qualunque pretesto o causa, ancor che i prezzi degli
-erbaggi venissero ad elevarsi o ribassarsi, ed ove anche la Casa
-d’Andria venisse a dire di non aver trovato a locargli.
-
-IV. Rispetto alla fida de’ forestieri che la Casa d’Andria stava
-esercitando in tutto il demanio fu stabilito in primo luogo per regola
-generale che non avesse potuto esercitarsi altrimenti che dopo essersi
-provveduto prima al pascolo degli animali de’ cittadini. Rimase
-questa in secondo luogo assolutamente vietata ed inibita ne’ terreni
-_appatronati_ tanto seminatorj che incolti siti nel demanio[257].
-
-V. La stessa disposizione fu estesa anche ai terreni seminatori de’
-particolari e de’ Luoghi pii siti nella contrada delle murge, non
-eccettuati quelli inclusi nelle parate, i quali nel tempo estivo
-rimangono aperti[258].
-
-Li premessi articoli furono del pari applauditi ed approvati col
-precitato parlamento del dì 20 Gennajo 1805. Quindi dopo esser stati
-omologati dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria, nel dì 24
-Aprile 1805, come innanzi si è detto, gli altri articoli contenuti
-nel primo foglio fu questo secondo foglio consegnato in un pubblico
-strumento del dì 2 Maggio del predetto anno stipulato dallo stesso
-Notajo D. Antonio di Marino di Napoli.
-
-Ma perchè cotesta seconda convenzione non fu presentata anche
-all’approvazione del Tribunale della Regia Camera della Sommaria come
-si era fatto per la prima? Eccolo. Si riflettè che la materia che
-ne formava l’oggetto era ogni dì alle mani dell’Avvocato fiscale del
-Tribunale suddetto. Nella narrativa inoltre della stessa convenzione
-non aveva potuto farsi a meno di parlarsi delle pretensioni del Regio
-Tavoliere e de’ suoi Locati sul demanio delle murge di Ruvo.
-
-Ove dunque si fosse ciò avvertito dall’Avvocato fiscale, forse e
-senza forse il Regio Tavoliere ed i Locati sarebbero stati messi in
-causa. Si sarebbe risvegliata di nuovo a tal modo un’annosa quistione
-che fortunatamente dormiva da moltissimi lustri, e sarebbe rimasta
-da cotesto incidente arrestata ed intorbidata una convenzione che
-ha recato alla città ed alla popolazione di Ruvo vantaggi immensi. E
-perchè ne sia di ciò ognuno persuaso, e chi non lo ha capito ancora lo
-capisca, ecco le vedute che me la suggerirono.
-
-Due erano le quistioni che si elevavano sul demanio delle murge. La
-prima se era questo un demanio feudale o comunale. La seconda se in
-ogni caso si potevano sostenere dalla Casa d’Andria le così dette
-_parate_, o siano le chiusure di una buona porzione dell’erba vernina
-di esso che vendeva a suo profitto.
-
-Per la prima quistione si sosteneva da me la qualità comunale di quel
-demanio con tutti quelli argomenti che potevano suggerirmi i miei
-deboli talenti. Ma, mi piace la verità, cotesti argomenti venivano
-in conflitto col fatto permanente e col possesso immemorabile che
-la Casa d’Andria allegava prendendo ragione dal contratto passato
-nell’anno 1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona, e Pirro del Balzo
-Duca di Venosa e Conte di Ruvo, di cui ho innanzi lungamente ragionato
-alla pagina 214 e 215. Le stesse _parate_ dell’erba vernina, comunque
-abusive, e ’l dritto di _fida_ esercitato dalla Casa d’Andria nella
-contrada delle murge costituivano anche una pruova di quel possesso
-antichissimo che la stessa allegava.
-
-Per tutti gli altri capi dedotti gl’interessanti documenti rinvenuti
-mi avevano fornito un materiale sufficiente per poter dimostrare o la
-usurpazione de’ dritti comunali o l’abuso della feudalità. Ma per le
-murge, malgrado le più estese ed accurate ricerche praticate, nulla mi
-si era presentato di positivo e di concludente. In tal posizione non mi
-mancava il tatto per calcolare che un possesso accreditato e garantito
-da una rimota antichità, riconosciuto anche dal Re Ferdinando I di
-Aragona, e non fiaccato da documenti solidi e robusti avrebbe potuto
-imporre ai Magistrati, ed avrei potuto per questo assunto rimaner
-succumbente.
-
-Quindi nella trattativa aperta per un accomodamento feci uso della
-destrezza e dell’arte. M’ingegnai principalmente di trarre partito
-dalla seconda quistione, ove vedeva dal mio canto una superiorità
-decisa. Data anche per vera la qualità feudale del demanio delle murge,
-giusta l’avversa posizione, non avrebbe potuto augurarsi giammai la
-Casa d’Andria di poter sostenere le _parate_ a dispetto delle antiche
-leggi che vietavano rigorosamente ai Baroni la chiusura di qualunque
-parte de’ demanj feudali in pregiudizio degli usi civici che spettavano
-alle popolazioni. Sull’apertura delle parate quindi vigorosamente da me
-s’insisteva; ma non era questo che un falso attacco che non era affatto
-mio proponimento spingerlo innanzi da senno e fino all’estremo.
-
-Vedeva bene che se la causa si fosse portata alla decisione, le
-parate si sarebbero aperte, e la Casa d’Andria avrebbe perduto
-il considerevole profitto di più migliaja di ducati l’anno che ne
-ritraeva. Ma l’apertura di esse sarebbe tornata a vantaggio de’ soli
-proprietarj di animali d’industrie che avrebbero avuto nelle murge un
-libero e largo pascolo. Il maggior numero però di cotesti Signori, sia
-per avarizia o melensaggine, sia per non disgustare la Casa d’Andria,
-niuna parte aveva voluto prendere a questa laudabile impresa. Non
-meritava quindi di coglierne il frutto e di sedere ad una lauta mensa
-preparata col risico e colla borsa altrui.
-
-Per altro lato le mie vedute erano dirette a rendere la convenzione
-profittevole principalmente alla cassa comunale, poichè era come lo
-sono tuttavia convinto che quando questa è nello stato di opulenza, il
-vantaggio che ne risulta viene a diffondersi sulla intera popolazione,
-il bene della quale mi era principalmente a cuore. Coll’avere
-quindi minacciate fortemente le parate che costituivano il punto più
-debole per la Casa d’Andria, obbligai li suoi Avvocati a rendersi
-meno esigenti nella quistione sulla qualità del demanio suddetto,
-nella quale, non senza un fondamento forse di ragione, si credevano
-più forti. La Casa d’Andria, per non perdere del tutto la rendita
-considerevole delle parate, fu obbligata a dividerla colla Università e
-dovè condiscendere per forza a darne alla stessa la rilevante somma di
-annui ducati mille e cinquecento.
-
-A questo scopo erano dirette le mie linee. Se la causa si fosse decisa
-_per tramites juris_ le parate sarebbero saltate per aria. Ma qual
-guadagno vi avrebbe fatto la cassa comunale? Coll’avere però obbligata
-la Casa d’Andria a dividere la rendita di esse, oltre il profitto che
-la Università vi ha fatto, è venuta anche ad acquistare per convenzione
-nella contrada delle murge quella ragione di _condominio_ che niuna
-sicurezza vi era che avesse potuto conseguirla per le vie giudiziali.
-
-Cotesto dritto l’ha messa in grado d’imporre su gli animali de’
-cittadini che vanno ivi ora a pascolare una tassa che ha preso il nome
-di _dritto civico_. Frutta questa alla cassa comunale annui ducati
-duemila, i quali uniti agli annui ducati mille e cinquecento convenuti
-per le parate formano la somma ben vistosa di annui ducati tremila e
-cinquecento che la Università viene ora a ritrarre da quelle murge che
-non poteva prima neppur guardarle da lontano.
-
-Ma se la nostra città non avesse a tal modo acquistato il condominio di
-quella contrada, e le parate fossero rimaste aperte al libero uso degli
-animali de’ cittadini per effetto di un decreto del Giudice, avrebbe
-potuto forse imporre la tassa suddetta? No certamente. Possono i Comuni
-aver questo dritto ne’ demanj proprj e fino ad un certo segno, non
-già negli antichi demanj feudali, ne’ quali ciascuno de’ cittadini era
-ammesso a pascolare coi suoi animali per dritto proprio.
-
-Il dritto che le novelle leggi hanno accordato ai Comuni rispetto ai
-demanj feudali è stato quello della _divisione_. E bene se non vi fosse
-stata la convenzione dell’anno 1805 e ’l demanio delle murge avesse
-dovuto dividersi tra il Barone e la Università, cosa a quest’ultima
-avrebbe potuto spettarne? Avrebbe potuto averne il quarto, o tutto al
-più il terzo, come fu deciso per lo Bosco di Ruvo dal fu dottissimo e
-rispettabile Consigliere D. Domenico Acclavio Commessario allora per la
-divisione de’ demanj di quella Provincia. L’erbaggio degli altri due
-terzi sarebbe rimasto di libera ed assoluta disposizione del Barone,
-senza che i cittadini vi avessero potuto vantare più alcun dritto.
-
-Or la predetta tassa di annui ducati duemila si è potuto imporla perchè
-per effetto della convenzione dell’anno 1805 gli animali de’ cittadini
-pascolano nell’inverno in que’ luoghi delle murge che sono fuori delle
-parate e nella està, quando quel pascolo è assai più interessante e più
-ricercato, nella intera continenza di esse. Ma se cotesto pascolo fosse
-rimasto ristretto al solo terzo di quel demanio, avrebbe potuto forse
-esser tollerabile una tassa di ducati duemila?
-
-Per altro lato se quel demanio si fosse diviso nel modo predetto
-tra il Barone e la Università, avrebbero potuto giammai le industrie
-armentizie de’ Ruvestini giugnere a quel grado di floridezza a cui si
-vedono ora portate? L’aumento di esse dall’anno 1805 finora si può in
-vero dir prodigioso, ed è questo dovuto unicamente alla convenzione
-dell’anno 1805 che ha messo a disposizione de’ cittadini il pascolo
-estivo interessantissimo e preziosissimo della intera contrada delle
-murge. Cosa si sarebbe fatto col solo terzo di essa? Come avrebbero
-potuto in esso moltiplicarsi tanti animali quanti ora se ne vedono nel
-territorio di Ruvo?
-
-Se dunque la convenzione dell’anno 1805 arricchì la Cassa comunale,
-accrebbe anche notabilmente l’agiatezza de’ particolari e l’abbondanza
-della città ove mancavano prima finanche le carni pe ’l macello.
-Valgano le premesse osservazioni perchè chiunque non è giunto ancora
-a penetrare nel fondo della cosa, possa intendere ciò che allora fu
-operato con pieno accorgimento, valutarlo, rispettarlo, ed esser
-persuaso che dalla osservanza di quella convenzione dipende la
-floridezza delle industrie armentizie Ruvestine.
-
-Passando ora al di più che fu con essa convenuto, e stabilito furono
-prese anche le misure opportune per le devastazioni seguite nel bosco,
-per le quali pendeva, come innanzi si è detto, un giudizio criminale
-nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Si obbligò dunque
-il Duca per dodici anni continui a non fare in esso entrare alcun
-forestiere nè a legnare nè a pascere l’erba estiva, onde sotto il
-pretesto del pascolo non si fossero tagliate e trasportate le legna. Si
-obbligò inoltre di adoperare tutti i mezzi per far di nuovo rimboscare
-i luoghi danneggiati.
-
-Per lo stesso oggetto si convenne anche che per un uguale periodo di
-tempo l’uso civico di legnare che competeva ai cittadini per effetto
-del giudicato del S. R. C. dell’anno 1798 si fosse esercitato colla
-maggiore moderazione possibile, e limitato a que’ designati luoghi
-meno danneggiati che si sarebbero di accordo definiti. Furono prese
-le misure le più efficaci per la severa custodia del bosco e per
-la sorveglianza necessaria. Si stabilì che chiunque fosse stato
-colpevole della recisione di querce fruttifere sarebbe stato tradotto
-irremissibilmente innanzi al Tribunale per farlo condannare alla pena
-stabilita dalle leggi allora in vigore.
-
-Ecco come l’Amministrazione comunale di allora che pensava sanamente
-prendeva efficacemente a cuore la conservazione del Bosco. E ciò lo
-fece mentre la popolazione di Ruvo per le leggi di quel tempo non vi
-aveva che i semplici usi civici contraddetti anche dal Barone, e non
-già quel dritto di proprietà che ha sulla terza parte di esso ora
-acquistato per effetto delle novelle leggi, dritto il quale avrebbe
-dovuto destare un maggiore interesse della moderna Amministrazione
-comunale per la conservazione del bosco.
-
-Coi mezzi di sopra espressi osservati ed eseguiti a tutto rigore si
-andò il bosco suddetto a rimettere poco a poco in uno stato plausibile.
-Una buona porzione di esso è ora anche assai migliorata. Ho detto
-innanzi che non picciole quote del bosco son passate dalle mani de’
-censuarj Abruzzesi a quelle de’ Ruvestini ed altri ricchi proprietarj
-di quella Provincia. Contano essi non solo sull’erba, ma anche
-sulla ghianda, e molto più sulle legna che formano ivi un articolo
-interessante.
-
-Quindi per la porzione maggiore che spettò al Duca d’Andria nella
-divisione de’ demanj, si son valuti dell’articolo 58 della legge
-del Tavoliere del dì 13 Gennajo 1817, col quale è prescritta
-_l’affrancazione coattiva dell’erba estiva_ e di qualunque altro dritto
-a cui vanno soggetti i terreni del Tavoliere. Affrancata dunque la
-_statonica_, e ’l dritto di legnare rimasto al Duca d’Andria sulle
-porzioni suddette, le han fatte e le fanno diligentemente custodire, e
-si vedono quindi ben rimboscate.
-
-Non è però così per li carri trentatre risegati a favore del Comune
-nella divisione de’ demanj. Quella porzione del bosco suddetto si è
-menata e si sta menando alla distruzione totale. La Casa d’Andria prima
-dell’anno 1797 ne fece recidere i rami per far danaro. Ora si stanno
-tagliando anche i tronchi dalle radici senza che la cassa comunale
-ne tragga alcun profitto! Cotesto guasto doloroso che cade sotto i
-sensi di chiunque volesse prendersi il fastidio di verificarlo, si
-trova anche pienamente pruovato con un processo formato nell’anno
-1837 ad istanza del fu Sindaco D. Pietro Cotugno che nell’entrare
-nell’amministrazione volle porsi in cautela, onde i danni suddetti non
-fossero stati imputati alla sua poca vigilanza. Questo processo sta
-nella Intendenza di Bari, e quale n’è stato il risultamento?
-
-Quel bosco che dar potrebbe alla cassa comunale quella stessa rendita
-vistosa e sicura che sta dando la porzione maggiore di esso spettata al
-Duca d’Andria, cosa frutta alla stessa? Da un rapporto del dì 17 Aprile
-1838 diretto dal Sig. Intendente della Provincia a S. E. il Ministro
-dell’Interno, e dai conti del Cassiere comunale risulta che in un
-decennio dall’anno 1826 all’anno 1836 l’introito fu di ducati 2800.38,
-e l’esito per lo contributo fondiario, e ’l soldo de’ guardaboschi
-fu di ducati 2840. Bel negozio in vero! È questa a buon conto una
-proprietà che la moderna amministrazione comunale vuol ritenerla
-unicamente per farla finire di distruggere ed annientare!
-
-Per chi dunque mi battei nell’ardua quistione ch’ebbi a sostenere
-nel S. R. C. nell’anno 1798 per gli usi civici del bosco di Ruvo,
-se la vittoria allora riportata, in vece di accrescere i proventi
-della cassa comunale deve servire ad una distruttrice depredazione? È
-questo però un discorso troppo spiacevole, il quale esige un più largo
-sviluppamento, che non potendo aver luogo in un cenno istorico, lo
-riserbo ad altro mio lavoro.
-
-Terminati nel modo di sopra esposto tutti i giudizj dedotti nell’anno
-1797, vi rimasero soltanto quelli istituiti nell’anno 1804 per i
-terreni del Monte della Pietà e per l’antica difesa comunale. Questi
-due giudizj dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria passarono
-alla Commissione delle cause feudali istallata ne’ primi anni del
-decennio del Governo Militare. Per i terreni del Monte della Pietà
-vedendo il Duca che gli mancava qualunque documento per potergli
-ritenere, gli rilasciò volontariamente, e finì la lite.
-
-Per li carri ventotto della difesa vi fu larga discussione tanto
-sull’azione principale della nullità de’ contratti dal Duca allegati,
-quanto sulla dimanda subordinata della _reintegra_ in vigor della
-Prammatica XVIII _De administratione Universitatum_.
-
-La Commissione feudale voleva far presto. Per far presto più d’una
-volta arbitrava. Le piacque in questo rincontro di seguire il giudizio
-di Salomone. La difesa suddetta fu divisa in due parti uguali. Quella
-più vicina all’abitato fu data alla nostra città. L’altra rimase al
-Duca. La porzione attribuita alla città non rende meno di annui ducati
-mille e dugento, ma può rendere anche più.
-
-Con questo giudicato della Commissione feudale rimasero esauriti tutti
-i giudizj da me diretti. Lascio ora ai miei concittadini il confronto
-tra le operazioni dell’anno 1750, e quelle dell’anno 1797.
-
-
-
-
-CAPO XIV.
-
-_Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine del secolo
-XVIII in poi._
-
-
-Dopo aver parlato del risultamento de’ giudizj promossi contro la
-Casa Baronale, il quale benchè seguito in epoche diverse esigeva un
-prospetto continuato, do un passo indietro per ripigliare il filo degli
-avvenimenti li più importanti che hanno avuto luogo nella nostra città
-dalla fine del secolo XVIII in poi. Prima dell’epoca troppo infausta
-e memoranda dell’anno 1799 che pose a soqquadro tutto il Regno, ed ha
-lasciate delle piaghe che non hanno potuto ancora rimarginarsi, fu in
-Ruvo eseguita una operazione molto utile all’agricoltura.
-
-Vi sono in quella città diverse Confraternite e Monti addetti al
-sollievo de’ poveri, i quali secondo la Polizia di quel tempo erano
-sotto la tutela di quel Tribunale che portava il nome di _Tribunale
-Misto_, perchè composto di Magistrati in parte secolari ed in parte
-Ecclesiastici. Erano cotesti Corpi Morali molto ricchi di beni fondi e
-specialmente di vigne, le quali hanno bisogno di una cura e vigilanza
-particolare. Amministrate però coteste proprietà da persone le quali
-non potevano avere un interesse diretto al miglioramento di esse,
-dovevano per necessità andare in discapito, come avviene a tutte le
-proprietà fondiarie de’ Corpi Morali, le quali hanno proprietarj che
-non possono amministrarle da loro stessi.
-
-Si prese la saggia risoluzione di concedere li fondi suddetti in
-enfiteusi perpetua. Si volle a tal modo assicurare in primo luogo
-una rendita certa, la quale non avesse potuto mai discapitare sia
-per la poca fedeltà ed esattezza degli Amministratori, sia per la
-poca diligenza di essi. Si pensò anche a promuoverne con questo
-mezzo il miglioramento il quale oltre la pubblica utilità che veniva
-a risultarne, assicurava vie più la rendita de’ canoni enfiteutici
-che sarebbero andati a costituirsi. Fu la cosa in vero molto bene
-ideata tanto sotto i precitati rapporti, quanto sotto quello del
-maggior vantaggio che reca allo Stato la moltiplicazione de’ piccioli
-proprietarj.
-
-Fu di tale operazione incaricato un Uomo di legge nostro concittadino
-dotato di bei talenti e cognizioni, di somma probità, e di un impegno
-sempre deciso pe ’l bene pubblico. Fu questi il Signor Commendatore D.
-Antonio Sancio, il quale dopo avere occupate altre luminose cariche
-sostenute con somma laude e rettitudine, è oggi Intendente della
-Provincia di Napoli e mio rispettabile amico[259]. La menò egli ad
-effetto col massimo zelo, e ’l risultamento è stato brillantissimo,
-poichè que’ fondi i quali erano condannati all’abbandono, si videro in
-pochi anni risorti ad uno stato floridissimo. Fu questo il primo passo
-che ivi si diè a quel progresso dell’agricoltura, ch’è andato dappoi
-sempre più innanzi in un modo meraviglioso.
-
-Mentre coteste operazioni felicemente seguivano giunse l’epoca fatale
-dell’anno 1799. Era io allora, come innanzi ho detto, Avvocato della
-nostra città ne’ Tribunali di Napoli, e si trovavano nel fervore i
-giudizj avviati contro la Casa d’Andria. Le persone sagge ed impegnate
-al vero bene della comune Patria ch’erano allora alla testa del Governo
-Municipale, nelle cose le più importanti dipendevano sempre dai miei
-consigli e dalla mia direzione.
-
-Alla fine del mese di Gennajo dell’anno suddetto l’Armata Francese
-era entrata già in Napoli sotto il comando del Generale _Championnet_
-dopo la terribile anarchia che aveva preceduto l’ingresso di essa.
-Ammaestrato da ciò ch’era avvenuto quì ed in altri luoghi credei
-opportuno tenerne di tutto avvertito il Sindaco di quel tempo, e
-raccomandargli fortemente che avesse badato bene a prendere le misure
-le più efficaci per prevenire qualunque disordine e mantenere la
-pubblica tranquillità. Gl’inculcai principalmente e con calore che
-non avesse permessa affatto alcuna novità, e che avesse fatto rimaner
-le cose nello stesso piede in cui si trovavano, ed atteso l’andamento
-naturale e regolare degli avvenimenti.
-
-Sventuratamente però la mia lettera scritta al Sindaco in questi
-sensi soffrì un ritardo di posta. Capitarono intanto altre lettere o
-soverchiamente calde o poco prudenti, le quali inculcavano la sollecita
-piantazione di quell’albero senza radici che i Francesi dell’anno 1799
-propagavano da per tutto per produrre soltanto il frutto delle civili
-discordie, delle sedizioni, delle rivalità ed aggressioni reciproche
-tra quelle Popolazioni che avevano inalberate insegne diverse.
-
-Le lettere suddette fecero mancar la riflessione e diedero un forte
-impulso alla piantazione di quell’albero che generò ben presto que’
-disordini che si era da me cercato di prevenire. La operazione suddetta
-per altro seguì senza il minimo mal umore del popolo Ruvestino per
-se stesso docile e tranquillo. Anzi i popolari medesimi per una mera
-vaghezza di novità si offerirono a tagliare e trasportare nella città
-uno degli alti cipressi che stavano nel Convento de’ Cappuccini fuori
-dell’abitato, il quale si fece servire all’uopo con ben tristo augurio.
-
-Ne’ tempi di turbolenze non mancano uomini o malvagi o ciarlieri, i
-quali si dilettano di spargere notizie allarmanti. Si era stabilito
-a Ruvo un Maestro armiere nativo di Corato chiamato Ciro Giacomo
-volgarmente detto _Ciriaco_. Qualche giorno dopo la piantazione
-dell’albero si era costui recato nella città di Trani sia per le sue
-faccende, sia piuttosto con cattiva e maligna intenzione. Al ritorno
-da Trani divulgò la falsa notizia ch’erano alla marina sbarcati
-gl’Inglesi, i quali cannoneggiavano e bombardavano quelle città che
-avevano piantato l’albero.
-
-Il Popolo non calcola la verisimiglianza o inverisimiglianza delle cose
-che si dicono, e come bene osserva Cornelio Tacito, _facili civitate ad
-accipienda, credendaque omnia vera si tristia sunt_[260]. Spaventato il
-basso Popolo di Ruvo dal timore delle cannonate e delle bombe Inglesi
-ch’erano lontane mille miglia, cominciò a tumultuare e corse a furia
-a tagliar l’albero. E poichè i Popolari non avevano capito per nulla
-cosa cotesto albero fosse significato, ragionavano nel modo che siegue:
-_Giacchè i Galantuomini hanno voluto piantar l’albero, avrebbero potuto
-porre in cima di esso una parrucca e non già la coppola che portiamo
-noi. A questo modo avrebbero veduto gl’Inglesi che si era lo stesso
-piantato dalle parrucche e non già dal Popolo._
-
-Cosa è il ragionare della Rivoluzione qualunque sia il colore che
-questa prenda! Un discorso di tal fatta intanto pruova che la massa
-del popolo fu spinta, non da cattiva intenzione, ma unicamente dal
-timore. Non mancarono però uomini perversi e turbolenti, i quali per
-poter dominare comandare e depredare, profittarono di quel fermento,
-traviarono il popolo e posero la città in una perfetta anarchia. Non
-fu quindi più rispettato nè il Sindaco, nè il Regio Governatore e
-Giudice[261], il quale temendo della propria vita, ebbe a fuggirsene.
-Non costò poco agli uomini dabbene ed agli Ecclesiastici l’impedire,
-durante lo stato di anarchia, quello spargimento di sangue di cui
-si erano macchiati altri luoghi della Provincia. Si ebbe però molto
-a stentare per salvar la vita ad un povero Notajo incaricato della
-esazione delle contribuzioni che si pagavano allo Stato. Niuna parte
-costui aveva avuta alla piantazione dell albero, e non era fatto per
-qualunque opinione politica. Ma pe ’l solo odio del suo spiacevole
-uffizio volevano gli anarchisti bruciarlo vivo.
-
-Queste notizie amareggiarono oltremodo il mio spirito. Interessava
-molto i Francesi la occupazione delle Puglie ove vi erano delle città
-insorte. Fu risoluta la spedizione di una colonna di tremila uomini
-comandata dal Generale _Duhems_. La mia patria mi era cara, come cari
-anche mi erano li miei genitori che stavano in Ruvo colle mie sorelle
-allora nubili. Conosceva bene come i Francesi dell’anno 1799 trattavano
-le città che davano loro la occasione di adoperar la forza.
-
-Venni anche a sapere che il fu Conte di Ruvo Ettore Carafa il giovane
-emigrato dal Regno per causa di opinioni politiche, e rientrato in
-esso per sua fatale sventura al seguito dell’armata Francese, andava
-a far parte della colonna che partir doveva per le Puglie coi soldati
-di una nuova legione che si stava da lui formando dai militari dello
-sbandato esercito del Re, e da altra gente collettizia degli Abruzzi,
-e delle altre Provincie del Regno. Non poteva certamente crederlo amico
-de’ Ruvestini, e molto meno della mia famiglia attese le liti promosse
-contro la sua Casa in parte decise e da me guadagnate, ed in parte
-tuttavia pendenti come innanzi ho detto.
-
-Questi riflessi mi spinsero fortemente a determinarmi di rischiar la
-mia vita in que’ tempi torbidi, e partir per Ruvo prima che i Francesi
-fossero giunti nella Provincia di Bari, onde tentare tutti i mezzi per
-rimettere in quella città il buon ordine e la calma, e salvare a tal
-modo la mia Patria ed i miei cari genitori, per i quali avrei versato
-fino all’ultima stilla il mio sangue, da que’ disastri che avrebbero
-potuto essere la conseguenza dello stato di perturbazione in cui si
-stava. Partii quindi da Napoli nel mese di Febbrajo dell’anno 1799 col
-fu mio fratello Giulio. Era egli allora Tenente del quarto Reggimento
-de’ Cacciatori del disciolto esercito del Re Ferdinando, giovane di
-straordinario coraggio, e che si era molto distinto nella infelice
-campagna dell’anno 1799. Si unì con noi anche qualche altro giovane
-Ruvestino che stava in Napoli animato dagli stessi sentimenti.
-
-Credei però cosa prudente il non andare direttamente a Ruvo. Tirammo
-bensì a Spinazzola in casa di una mia sorella ivi maritata. Presi di
-là le notizie esatte dello stato in cui si trovava la nostra città,
-e delle disposizioni in cui era la sana parte degli abitanti di essa
-che la formavano il Clero i Galantuomini ed i Proprietarj. Venni ad
-assicurarmi ch’erano essi rimasti sorpresi compressi e schiacciati
-da un sommovimento popolare non preveduto. Erano però intolleranti
-di stare sotto il comando ed a discrezione di pochi bricconi idioti
-e bestiali, poichè si sa che il Popolaccio _aut viliter servit,
-aut superbe imperat_. Erano quindi dispostissimi ad una vigorosa
-risoluzione che avesse rimesse le cose di nuovo nel loro antico stato
-regolare.
-
-Assicuratomi di queste disposizioni e combinato l’occorrente per via
-di lettere segretamente, montai a cavallo coi miei compagni di viaggio
-e partimmo da Spinazzola al far della notte, per poterci trovare
-nelle vicinanze di Ruvo allo spuntar del giorno, essendovi tra l’uno
-e l’altro luogo la distanza di ventiquattro miglia. Giunti nel luogo
-combinato e designato, trovai alcuni Gentiluomini Ruvestini, ed altre
-persone armate di loro fiducia e tutti a cavallo. Erano essi usciti
-chetamente la notte dalla città per venirci incontro. Tutti uniti
-entrammo in essa di buon mattino quando il popolo n’era uscito pe ’l
-solito lavoro della campagna.
-
-La prima operazione fu quella di situarsi una guardia al campanile
-della Chiesa Cattedrale. Si fece così per impedirsi che si fossero
-suonate le campane a stormo, giusta le istruzioni date dai Capi
-rivoltuosi nel caso di qualunque novità, onde richiamare nella città
-il popolo sparso per la campagna. Si trattava di un colpo di mano
-abbastanza rischioso. Vi bisognava tutta la celerità per non farsi
-sorprendere da una moltitudine male avvezza ed abituata da trenta
-giorni e più a comandare e far da padrona, poichè _Nec cunctatione opus
-ubi periculosior sit quies, quam temeritas_[262].
-
-In meno di tre ore fu riunita una Guardia civica abbastanza forte e
-numerosa composta dai Galantuomini, dai proprietarj, dai negozianti
-e dai capi artieri di buona morale e di conosciuta probità. Tra tutti
-costoro vi erano parecchi buoni cacciatori avvezzi al maneggio delle
-armi e quindi temuti anche dal Popolo. La Guardia suddetta occupò
-subito la pubblica piazza e fissò ivi il suo corpo di guardia, senza
-perdere di veduta qualche altro sito importante della città.
-
-Erano allora giunti colà i soldati Ruvestini sbandati dal disciolto
-esercito del Re. Si riflettè che quanto sarebbe stato pericoloso il
-lasciare questa gente a discrezione di se stessa e senza occupazione
-alcuna, altrettanto sarebbe stato utile l’impegnarla al servizio della
-città per lo mantenimento del buon ordine, al che era conducente
-una forza regolare e disciplinata. Fu dunque risoluto di prendersi
-i migliori de’ soldati suddetti ed unirgli alla Guardia civica
-pagandosi a ciascuno di essi carlini tre al giorno. E poichè mancavano
-i fondi per pagarsi loro i soldi dalla cassa comunale, si supplì
-con una soscrizione volontaria di tutti i possidenti. Questa misura
-fu utilissima, poichè i soldati suddetti si prestarono con fedeltà
-zelo e fermezza al mantenimento del buon ordine. A misura che dopo
-il vespro si andò ritirando il Popolo dalla campagna nella città
-rimaneva attonito, ma senza dir motto, del nuovo ordine di cose che
-trovava in essa stabilito. Non vedeva più nella pubblica Piazza i
-Capi rivoltuosi che davano ordini e contrordini, ma bensì le legittime
-Autorità locali che avevano una forza imponente per farsi rispettare ed
-ubbidire. Essendo però il popolo suddetto per suo carattere docile e
-non turbolento, non istentò molto a ritornare alle antiche abitudini.
-Ne rimasero però molto indispettiti i Capi tumultuanti ai quali era
-dolce il dominare il comandare e ’l far danaro. Ma il loro mal umore fu
-inutile e vennero obbligati a rinunziare alla loro cattiva intenzione o
-di buona voglia o colla forza.
-
-Era indispensabile anche rimettersi l’amministrazione della
-giustizia senza la quale non vi può essere nè tranquillità interna,
-nè buon ordine. Il Regio Governatore e Giudice era sparito a causa
-dell’anarchia. Si trovava allora quella Provincia abbandonata a
-se stessa e senza le Autorità superiori alle quali avesse potuto
-ricorrersi per farlo supplire. Il Capo Politico di essa o sia
-il Preside che risedeva a Trani, ed i Magistrati di quella Regia
-Udienza Provinciale di cui il Preside era anche il Capo, erano stati
-sparpagliati dalla feroce e sanguinaria anarchia suscitata in quella
-città dalla gente marinaresca ch’era ivi allora numerosissima. Se ne
-tenne quindi discorso a Monsignor Vescovo.
-
-Reggeva allora la Cattedra Vescovile di Ruvo Monsignor D. Pietro
-Ruggieri uomo dabbene e di rette intenzioni. Ei nel dì seguente a
-quell’ora che il Popolo era più affollato si recò nella pubblica Piazza
-accompagnato dalle Dignità del suo Clero, e predicò insinuando a tutti
-colle massime del Vangelo la pace la tranquillità il buon ordine, e la
-ubbidienza alle Autorità legittime. In presenza di Monsignor Vescovo si
-parlò anche al Popolo tanto dal Sindaco che da me sulla necessità che
-correva di supplirsi chi avesse amministrata la giustizia in luogo del
-Regio Governatore e Giudice ch’era stato costretto ad allontanarsi da
-Ruvo.
-
-Rammento colla massima compiacenza che tanto in quella occasione
-quanto in ogni altra vennero dalla Popolazione di Ruvo accolti sempre
-non solo con docilità, ma anche con favore i miei discorsi e le mie
-insinuazioni, perchè era convinta e persuasa che da me si voleva il
-bene della comune Patria, e ne aveva data una pruova efficace con
-avere impreso a difenderla vigorosamente contro la potenza della Casa
-d’Andria che da tutti era temuta. La proposta quindi venne ammessa in
-quella piena Assemblea popolare preseduta dal Vescovo ch’ebbe luogo
-nella pubblica Piazza.
-
-Secondo le leggi e regolamenti allora in vigore ogni qual volta era
-vacante l’uffizio del Regio Governatore e Giudice veniva nominato dal
-Governo un _Luogotenente_ che n’esercitava interinamente le funzioni.
-Questo posto lo aveva più volte coverto il fu D. Matteo Caputi distinto
-Gentiluomo Ruvestino bene affetto al Popolo. Per non uscirsi quindi
-dal solito, rimase costui eletto Luogotenente. Tanto le Corti Baronali
-che le Regie avevano in quel tempo i loro _Mastrodatti_ detti oggi
-Cancellieri. Non era il popolo contento del Mastrodatti che vi era
-e dimandò che se ne fosse nominato un altro. Non sarebbe stato ciò
-regolare, ma bisognò contentarlo, poichè in certi casi _lex est legem
-non servare_.
-
-Riordinato a tal modo il Governo della città su quel piede in cui
-era prima, si praticò lo stesso anche circa i rapporti esterni onde
-prevenirsi qualunque inconveniente. Delle convicine popolazioni altre
-avevano preso al cappello il nastro rosso, altre il tricolorato.
-Erano queste nemiche tra loro e da tale nimicizia ne seguivano ogni
-dì disordini rappresaglie ferite ed uccisioni. Si scrisse quindi
-dal Sindaco a tutte le città vicine che la nostra città era in buona
-corrispondenza ed amicizia con tutte, e che gli abitanti di esse che vi
-si sarebbero portati per causa di commercio o per altre loro faccende
-sarebbero stati bene ed amichevolmente accolti secondo il solito.
-
-Ha la nostra città fino ad un’epoca non molto da noi lontana conservate
-le sue antiche mura. Mi ricordo bene che nella mia età puerile tra gli
-uffizj municipali vi era anche quello del _Camerlengo_. Conservava
-questi le chiavi delle quattro porte della città che si chiudevano
-ogni sera e si aprivano di buon mattino, onde la gente avesse potuto
-uscire al lavoro della campagna[263]. Provvedeva anche il Camerlengo
-una Guardia urbana notturna a cui erano i cittadini tenuti prestarsi.
-Si aumentava questa di numero quando le vicine campagne erano infestate
-da qualche forte compagnia di masnadieri, ed in questi casi erano alla
-stessa chiamati i più valenti cacciatori, i quali nella nostra città
-non sono mai mancati. Ottima istituzione!
-
-Nell’anno 1799 era questa andata in disuso e le antiche mura della
-città, che tuttavia vi erano, in più luoghi erano maltrattate e
-davano in essa un facile ingresso, perchè non se n’era più curato il
-mantenimento che formava prima uno degli esiti comunali. Le circostanze
-del tempo fecero conoscere la necessità di restaurarsi nel miglior modo
-possibile que’ luoghi di esse ch’erano più danneggiati. Si tennero di
-nuovo la notte chiuse le porte e si facevano girare per la città le
-pattuglie notturne della Guardia civica. Di giorno poi delle quattro
-porte se ne tenevano aperte due soltanto, cioè la Porta del Castello e
-la Porta di Noja con essersi situato a ciascuna di esse un picchetto di
-Guardia civica. Quella del Buccettolo e quella di S. Angelo, ora anche
-abbattute, si tenevano chiuse.
-
-Fu tal provvedimento diretto ad impedire che sia di notte, sia
-di giorno fossero entrate nella città persone sospette di cattiva
-intenzione o facinorose che avessero potuto perturbarla. Si venga ora
-e si giustifichi la mania di distruggere le antiche mura e le porte
-delle città! Le sue forti mura e le sue porte nell’anno 1799, per
-tralasciare i fatti più antichi, salvarono la ricca città di Bari dal
-saccheggiamento tentato più volte, e sempre in vano, dalle numerose
-torme armate de’ così detti suoi casali. Tenga Dio sempre lontano il
-flagello delle rivoluzioni. Ma non siamo stati noi forse testimonj
-di cotesti sconvolgimenti dopo una lunghissima pace e perfetta
-tranquillità? La Storia serve ad istruire gli uomini, _Præteritæ quippe
-res optima gerendarum rerum documenta sunt_[264].
-
-Nel rifarsi un tratto di muraglia vicino alla Porta del Castello
-avvenne disgraziatamente che una parte di essa crollò. Rimasero sepolti
-sotto le sue rovine cinque poveri muratori che vi travagliavano e
-caddero con essa da su in giù. Avutone l’avviso accorsi subito sul
-luogo e trovai molto popolo spettatore di sì lagrimevole disastro.
-Niuno però osava muoversi a soccorrergli per la giusta tema che
-la rimanente muraglia gli fosse caduta addosso. Sarebbero quindi
-quegl’infelici infallibilmente periti. Avendo veduto che per
-incoraggiare gli astanti erano inutili le parole e le persuasive, mi
-spinsi innanzi di botto e montando sull’alto della breccia della caduta
-muraglia, cominciai colle mie mani a sbarazzar le pietre che cuoprivano
-li cinque disgraziati muratori.
-
-Tanto bastò per vedermi seguito all’istante da cento altre persone.
-In meno di un quarto d’ora le pietre rimasero sbarazzate e furono
-tratti fuori li cinque muratori che sotto di esse stavano sepolti.
-Fortunatamente si trovarono tutti viventi, benchè pesti chi più chi
-meno dalle contusioni e dalle ferite riportate. Si prese cura di fargli
-diligentemente medicare ed assistere dal Dottor Cerusico del luogo,
-e si ristabilirono tutti perfettamente. È facile da ciò vedere che
-il discorso più eloquente che si può tenere al popolo è il proprio
-esempio.
-
-In questo stato erano le cose della nostra città allora quando
-terminati gli affari della Capitanata la colonna delle truppe
-Francesi spedita nelle Puglie passò nella nostra Provincia. Il General
-_Broussier_ succeduto nel comando di essa al General _Duhems_ fissò
-il suo quartier generale a Barletta, perchè le due prime città della
-stessa a sei miglia ciascuna di distanza da Barletta, cioè Andria e
-Trani erano in armi preparate a far resistenza ai Francesi. Era anche
-con lui il Conte di Ruvo Ettore Carafa colla sua nascente legione,
-circostanza la quale lo rendeva potentissimo. Non posso che compiangere
-la sua sorte infelice, ma debbo rendere omaggio alla santa verità. Non
-solo ei non mostrò alcun risentimento coi Ruvestini; ma gli trattò anzi
-con benevolenza e cortesia. Con vera nobiltà di pensare non mischiò
-punto nelle cose pubbliche il privato interesse o risentimento.
-
-Mi recò una giusta sorpresa l’aver letto nella Storia dell’Italia di
-Carlo Botta che il Conte di Ruvo abbia fatta allora incendiare dai
-Francesi la città d’Andria sua patria, perchè ivi era nato, ed ivi era
-stato anche allevato nella sua fanciullezza. Ma non può meritare veruna
-scusa il vedersi replicata la stessa cosa in una Storia del nostro
-Regno pubblicata dopo da uno Scrittore Napolitano. A quest’ultimo che
-non era Forestiere come Carlo Botta fa molto torto l’aver ciarlato
-tanto de’ fatti avvenuti nell’anno 1799 specialmente nella Provincia di
-Bari, senz’avergli conosciuti e senz’aversi data la pena d’informarsene
-prima con esattezza da quelle persone che gli conoscevano.
-
-Rispetto dunque al disastro sofferto dalla città di Andria è da sapersi
-che la risoluzione presa da quella Popolazione di levarsi in armi
-e resistere ai Francesi fu vie più fomentata dall’arrivo di alcune
-centinaja di uomini armati de’ casali di Bari che ivi si recarono
-per rinforzarla. Il Conte di Ruvo che prevedeva le conseguenze che
-ne sarebbero da ciò derivate fece tutto il possibile per acchetare
-quella città fino ad esporre la propria vita. Sono stato assicurato da
-persone ch’erano presso di lui e dagli Andriesi istessi che si portò
-fin anche solo a cavallo fin sotto le mura di Andria per parlare a
-quelli abitanti, e ne fu corrisposto a colpi di fucilate tirate sia
-dai cittadini istessi, sia dagli ospiti _casalini_ ivi sopraggiunti, i
-quali niuno interesse avevano alla salvezza di quella città.
-
-Or qualunque voglia credersi l’effetto che il Conte di Ruvo avrebbe
-potuto augurarsi da cotesto tentativo con una popolazione sollevata e
-decisa a resistere, bisogna convenire che non si sarebbe certamente
-esposto di persona a tanto rischio, senza che il di lui animo fosse
-stato riscaldato dall’amore della sua patria, e da un desiderio di
-salvarla così potente che non gli fece punto calcolare il pericolo
-della sua mossa[265]. Lo confermano ciò vie più i fatti che
-sussieguono.
-
-Il Generale _Broussier_ si recò di persona ad attaccare la città di
-Andria; ma si mostrò in quel rincontro o molto poco previdente o molto
-poco esperto nell’arte della guerra. Era allora la città suddetta
-circondata dalle sue antiche mura piene per tutti i lati di feritoje,
-ma troppo deboli contro la forza dell’artiglieria. Partito il Generale
-suddetto da Barletta colle sue truppe dopo la mezza notte, si trovò in
-faccia alla città suddetta all’alba del dì 23 Marzo 1799. Avvertito
-dagli Andriesi l’arrivo del nemico, tutte le campane cominciarono
-a suonare a stormo, e la gente armata ch’era tutta al di dentro si
-distribuì dietro la intera muraglia e prese posto alle feritoje già
-dette.
-
-Le porte della città non erano munite nè di fossati, nè di ponti
-levatoj, ma erano al piano ed accessibili. Il modo regolare quindi
-di attaccarla sarebbe stato quello di fracassare alcuna delle porte
-ch’erano chiuse, o far cadere qualche pezzo della vecchia e debole
-muraglia a colpi dell’artiglieria, e poi far avanzare la truppa
-all’assalto. Ma il Generale suddetto, mentre le porte erano serrate,
-e non aveva pensato neppure a far preparare e condurre seco le scale
-da Barletta per potersi assaltare le muraglie, contro tutte le regole
-dell’arte della guerra fece avanzar la truppa in colonna contro la
-porta principale della città detta _porta del castello_ che mena a
-Trani.
-
-Avevano gli Andriesi un solo cannone ottenuto dai Tranesi, e situato
-alla porta suddetta. La prima scarica di esso fatta a metraglia da un
-abile artigliere fece molto danno nelle file della colonna nemica che
-si spingeva innanzi senza una conveniente precauzione. Una seconda
-scarica a palla smontò un pezzo di artiglieria di campagna ch’era alla
-testa della colonna suddetta. Giunta questa vicino alle muraglie a
-tiro di fucile, si divise per circondare anche gli altri lati della
-città. Cominciò allora un fuoco terribile colle continue scariche
-che partivano dalle feritoje delle muraglie, il quale durò circa due
-ore con gran disuguaglianza. Non tutti gli aggressori avevano potuto
-avere la opportunità di prender posto dietro sicuri ripari. Non
-pochi di essi erano rimasti esposti a petto scoverto alle fucilate,
-mentre gli aggrediti appostati dietro la muraglia non potevano essere
-offesi in verun modo dal fuoco perfettamente inutile della fucileria
-Francese. Durò cotesto cattivo giuoco fino a che li Guastatori
-Francesi appressatisi sotto una grandine di palle alla già detta porta
-principale della città riuscirono a romperla non senza molto stento a
-colpi di scuri, e fecero entrare in essa la truppa.
-
-L’errore imperdonabile del Generale cagionò la perdita di parecchi
-soldati ed uffiziali, e fu giustamente ed acremente censurato non
-solo dagli uomini di guerra, ma anche da chiunque non mancava di senso
-comune. Intanto anche dopo entrata la truppa nella città incontrò una
-viva e coraggiosa resistenza, la quale alla fine riuscì inutile contro
-una forza assai superiore di numero bene agguerrita e padrona già di
-tutti i mezzi di distruzione[266].
-
-In questo rincontro il Conte di Ruvo intercedè, pregò e si gittò
-finanche ginocchioni innanzi al General _Broussier_ per potere salvare
-la città almeno dall’incendio; ma fu tutto inutile. Si mostrò costui
-inesorabile, perchè irritatissimo dalla perdita fatta della sua gente
-causata per altro dalla sua poca avvedutezza e previdenza. Si seppe
-inoltre che il Conte di Ruvo indignato di cotesta sua durezza spinse
-contro di lui un rapporto, il quale produsse l’effetto che il Generale
-suddetto fu richiamato dal comando delle truppe spedite nelle Puglie.
-
-Sono questi i veri fatti. Io che mi trovava allora in quella Provincia
-posso parlarne assai meglio di Botta che scrisse su gli altrui fallaci
-rapporti, e di chiunque altro ha replicato come un pappagallo ciò che
-da Botta si è detto. Questi fatti gli ho saputi da persone degne di
-fede che si trovarono presenti ai medesimi, dagli stessi Andriesi, e
-dalla pubblica voce che gli rese notorj alla intera Provincia. Si lasci
-dunque in pace un disgraziato defunto, al quale tutt’altro può essere
-imputabile che l’incendio della sua patria.
-
-Del resto si è voluto anche esagerare il danno sofferto da quella
-città, mentre ho tutta la ragione dì compiacermi di quelle propizie
-circostanze che concorsero a diminuirlo. L’incendio non potè prender
-piede per essere opportunamente sopraggiunta una dirotta pioggia.
-Il massimo numero degli abitanti fu salvo primo perchè moltissimi di
-essi rifuggirono sotto la protezione del Conte di Ruvo nel suo ampio e
-grandioso Palagio Ducale rispettato dalla soldatesca furibonda sparsa
-per la città[267]: secondo perchè si nascose nelle grotte sotterranee,
-che in essa vi sono mentovate dal Pontano nel luogo riportato nel capo
-I pag. 26.
-
-Gli effetti li più preziosi de’ cittadini furono salvati coll’esser
-stati nascosti o in quelle stesse grotte ignote ai Francesi, o nelle
-campagne ov’erano stati precedentemente trasportati dai più ricchi
-possidenti che avevano preveduto quel disastro che venne la detta
-città a soffrire. D’altronde il saccheggiamento degli altri effetti
-meno preziosi rimasti nelle case non durò che poche ore. Le premurose
-insistenze del Conte di Ruvo, che riscuoteva dai Francesi tutto il
-riguardo per la sua illustre condizione pe’ suoi talenti e pe ’l
-suo sommo coraggio, fecero sì che il General _Broussier_ il giorno
-istesso colle sue truppe se ne ritornò a Barletta. Il che diè anche
-l’agio agli abitanti di uscire dai loro nascondigli ed occuparsi di
-proposito a finire di estinguere l’incendio, il quale fece perciò
-pochissimo danno. Un buon numero in fine degli uccisi dal furore de’
-soldati entrati colle armi alla mano fu, per quanto mi venne riferito,
-della gente venuta dai casali di Bari, a cui non erano noti tampoco i
-detti nascondigli, e quindi non le fu facile sottrarsi alla strage che
-susseguì alla presa della città.
-
-Ben diversa però fu la sorte della povera città di Trani espugnata
-dopo l’affare di Andria. Era assai più imponente l’apparato di guerra
-che la stessa ostentava. Le sue mura ed i suoi bastioni che stavano in
-buono stato erano circondati da un largo e profondo fossato, e muniti
-di circa trenta pezzi di artiglierie di diverso calibro. Si erano presi
-questi dal suo antico castello, ove si tenevano in deposito sotto la
-custodia di pochi soldati invalidi. Cosa però valgono i cannoni quando
-mancano gli uomini che possano sostenergli?
-
-Cotesto apparato intanto e la trista sperienza fatta nell’attacco di
-Andria posero il General _Broussier_ in molta prevenzione, e lo resero
-più cauto. Quindi la città di Trani fu attaccata con tutte le regole
-dell’arte della guerra. Furono presi dal castello di Barletta quattro
-pezzi di grossa artiglieria, coi quali fu piantata una batteria contro
-la porta della città che guarda l’occidente sulla strada di Barletta.
-Contro l’altra porta che guarda l’oriente detta la _porta di Bisceglia_
-furono situati gli obizzi che lanciavano nella città qualche granata
-per dar terrore, giacchè non avevano i Francesi larga provvisione di
-questi projettili.
-
-Poco o nulla però fu l’effetto della batteria de’ cannoni. Era la
-stessa situata a lunga distanza dalla muraglia per la seguente ragione.
-Vi è da quel lato fuori della città ad una certa distanza l’antico
-castello. Ove dunque la batteria suddetta si fosse più ravvicinata
-alla città, sarebbe stata colpita di lato e smontata dai cannoni del
-castello. Cotesta batteria dunque tirava solo per far rumore, e per
-bucare le case adiacenti alla porta contro la quale era piantata.
-
-Massimo però era il fastidio che dava agli assediati la fucileria
-della fanteria nemica. Aveva questa circondato il lato orientale, e
-meridionale della città, giacchè il lato settentrionale è tutto sul
-mare, e ’l lato occidentale aveva, come innanzi ho detto, di fianco
-il castello. Si era appostata dietro le case che stavano fuori della
-città, e dietro i parieti de’ giardini adiacenti alla muraglia a mezzo
-tiro di fucile. Mentre a tal modo si teneva al coverto dal fuoco della
-Piazza, incomodava moltissimo coloro che la difendevano colle continue
-scariche di fucileria. Teneva inoltre pronte le scale trasportate
-da Barletta a bella posta per poter montare all’assalto quando fosse
-giunto il momento opportuno.
-
-In tal posizione delle cose que’ cannoni situati sulle muraglie che
-sarebbero stati utilissimi agli assediati se intorno alla Piazza vi
-fosse stato un regolare spianato, erano loro di sommo imbarazzo subito
-che gli aggressori avevano potuto situarsi dietro sicuri ripari a mezzo
-tiro di distanza. Le loro palle entrando per i vani delle cannoniere
-davano un mortale fastidio agli assediati. La gente marinaresca che
-formava il massimo numero di coloro che difendevano le muraglie non
-assuefatta a sentirne il sibilo, se ne spaventò ben presto. Quindi al
-terzo giorno dell’assedio le abbandonò con una vigliaccheria uguale
-alla crudeltà, ed alla ferocia colla quale aveva massacrati i più
-illustri cittadini. Tutti i marinari fuggirono al porto, ove tenevano
-maliziosamente pronte le barche per poter prendere il largo, e lasciare
-al macello i loro compagni d’armi.
-
-La loro fuga scoraggiò anche gli altri, e tra essi parecchi militari,
-ai quali non mancava l’ardire e la volontà di sostenere vigorosamente
-l’assedio; ma vedendosi ridotti a poco numero, si sgomentarono di
-continuare la resistenza contro una forza molto maggiore disciplinata
-e coraggiosa. Pensarono quindi a salvarsi anch’essi. Gli assedianti
-vedendo cessato il fuoco, e le mura della città sbarazzate di gente,
-dubitarono da principio di qualche insidia che avesse voluto tendersi
-a loro danno per fargli uscire dai loro ripari ed avvicinare alle
-muraglie. Essendosi però assicurati di ciò ch’era avvenuto, discesero
-ne’ fossati, si appressarono alle stesse, appoggiarono le scale, ed
-entrarono nella città a loro bell’agio, senza quella resistenza che si
-è spacciata da chi ha scritto non bene informato delle cose, e senza
-che cotesta tranquillissima scalata fosse costata la perdita di un solo
-uomo.
-
-Si era preveduto per altro ove sarebbe andata a finire la bravura de’
-marinari Tranesi. Essendosi capito il loro disegno di fuggire per la
-via del mare, erano state spedite da Barletta molte barche armate,
-le quali si erano schierate in faccia al porto di Trani per impedire
-che fossero essi scappati sui loro piccioli navigli detti _paranze_.
-Il vento però gli favorì e riuscirono ad uscire dal porto, e prendere
-il largo colle loro famiglie, e col meglio che poterono trasportarsi.
-Molti però di essi avendo avuto poco accorgimento ed essendo sbarcati
-in luoghi non lontani da Trani, furono colti dai Francesi ch’erano
-padroni del litorale e moschettati a centinaja come vili conigli.
-Quella strage rese in Trani per lunghi anni meno numerosa la gente di
-mare.
-
-Pagarono costoro a prezzo ben caro la pena della loro vigliaccheria
-e della prodizione fatta ai loro compagni d’armi che difendevano la
-Piazza con molto coraggio. Era questa forte abbastanza e le sue mura
-nulla avevano sofferto dalla batteria de’ cannoni di cui innanzi ho
-parlato[268]. Quando anche non fosse stato possibile continuarsi la
-resistenza, si avrebbe potuto ottenere facilmente una vantaggiosa
-capitolazione. I Francesi entrati nel Regno nell’anno 1799 non erano
-molti. Non volevano quindi perder gente, e non s’impegnavano a superar
-colla forza e collo spargimento del sangue ciò che potevano combinare
-colle trattative. Se i detti marinari quindi avessero tenuto fermo
-il piede e non fossero vilmente fuggiti, non sarebbero certamente i
-Francesi entrati in Trani colle armi alla mano.
-
-Non avrebbe però meritato quella povera città il durissimo trattamento
-che ricevè da essi. Cadde questo tutto a danno della gente dabbene, la
-quale dopo esser stata crudelmente flagellata dall’anarchia soffrì dai
-Francesi una compiuta desolazione. L’incendio animato vie più da un
-vento impetuoso che sventuratamente surse durò per più giorni e ridusse
-in cenere presso che tutta la città, e con essa anche il bellissimo
-Teatro che vi era ed indi si è rifatto. Il saccheggiamento fu lungo
-spietato e ridusse i poveri abitanti alla estrema mendicità. Non poteva
-guardarsi quella infelice città senza versar lagrime di amarezza.
-
-In quella dolorosa occasione i Ruvestini si distinsero con avere
-accolte molte famiglie Tranesi che rifuggirono nella nostra città.
-Molte altre rimaste in Trani furono da essi largamente provvedute di
-danaro di viveri di vestimenta e di biancherie delle quali avevano il
-massimo bisogno. La Popolazione di Trani fu anche soccorsa di viveri
-dalla nostra città. Il Popolo di Ruvo guardava attonito le spaventevoli
-fiamme ed i globi di fumo che uscivano dalla città di Trani, la quale
-era a vista, e rendeva grazie al Cielo ed ai buoni cittadini che si
-erano cooperati a tener lontano dalla nostra città lo stesso disastro.
-
-Mentre seguivano queste fazioni di guerra fu operato in Ruvo
-tranquillamente quel cangiamento di Governo che le circostanze del
-tempo e la presenza di una forza imponente rendeva indispensabile. Un
-tal cangiamento però durò ben poco, poichè i Francesi per i rovesci
-sofferti nell’alta Italia furono costretti ad uscire dal Regno.
-Quelli che stavano nella nostra Provincia essendo stati per tal causa
-richiamati frettolosamente in Napoli, nel lasciarla la sommisero ad
-una contribuzione di guerra, a cui soggiacque anche la nostra città. Fu
-questo per altro il minor male che avvenir le poteva in quel trambusto.
-Caduto ben presto il Governo Repubblicano istallato dai Francesi,
-si ritornò sotto la dominazione del Re. Seguì però tal passaggio con
-perfetta calma e tranquillità, e senza il minimo disordine. Abituato
-di nuovo il Popolo Ruvestino al buon ordine ed ammaestrato anche
-dagli avvenimenti precorsi, serbò quel contegno laudabile ch’era a
-desiderarsi.
-
-Riordinate le cose del Regno dopo le più gravi convulsioni sofferte,
-si ripigliarono nell’anno 1803 li giudizj contro la Casa d’Andria e
-ne seguì la transazione dell’anno 1805 di cui si è largamente parlato
-nel capo precedente. Nell’anno 1804 le cure del Governo municipale
-si rivolsero ad un articolo interessantissimo, cioè alla rinnovazione
-delle antiche selciate delle strade interne della città. Erano queste
-formate di pietre non grandi già logore e consumate dal tempo e rese
-impraticabili specialmente in tempo d’inverno. Era facilissimo lo
-sdrucciolare e molte persone ne riportavano alla giornata le membra
-slogate o infrante dalle cadute. Si univa a questo un altro gravissimo
-inconveniente qual era quello che l’acqua ed il fango ristagnava in più
-luoghi s’imputridiva corrompeva l’aere, e comprometteva la salute di
-tutti gli abitanti.
-
-La somma strettezza e povertà della cassa comunale non aveva permesso
-per lo innanzi di darsi un riparo. Giunte però le cose ad un punto
-che non si poteva far passare più oltre, il Sindaco D. Francesco
-Devenuto, di cui ho fatta innanzi onorevole menzione, nel pubblico
-parlamento del dì 22 Aprile 1804 così ragionava ai numerosi cittadini
-in esso intervenuti. _Non vi ha dubbio che noi viviamo sotto un clima
-salubre ed invidiabile per la sua dolcezza ed amenità a differenza
-di altre Popolazioni, giacchè la città è posta in un sito dominante e
-delizioso lungi da qualunque naturale contagio o infezione. Ma abbiamo
-la sventura che questo impareggiabile clima viene contaminato dalla
-succidezza enorme delle strade della città di estate e d’inverno
-per le acque che ristagnano in varie lagune. Quindi si corrompono e
-putrefanno, ristagno che deriva dalla cattiva struttura delle selciate.
-Da questa cagione reale ed effettiva ne avvengono le malattie non meno
-nella stagione di està e di autunno, che quasi di continuo in tutto
-il corso dell’anno, e ad evidenza si scorge che dopo minuta pioggia,
-spirando i venti australi ed umidi, si rende l’aere talmente infetto
-dal lezzo ch’esala dal mezzo delle strade ove tali acque putride
-ristagnano, che non vi ha persona la quale non va afflitta da dolori
-nella vita, conseguenza vera della respirata aria mal sana, e quindi
-non traspirata per le cause accidentali dell’atmosfera._
-
-Quindi nel parlamento suddetto furono proposti e presi gli espedienti
-per la formazione delle nuove selciate colla imposizione di un novello
-carico sulle gabelle civiche. Perchè la cosa fosse ben riuscita e lo
-scolo delle acque piovane avesse avuto un regolare declivio che ne
-avesse impedito il ristagno, ne fu formato il piano dall’architetto
-da me proposto fu D. Ignazio Stile, quanto valente specialmente nella
-Scienza idraulica, altrettanto onesto. Cotesta operazione però esigeva
-una spesa fortissima perchè si trattava di rinnovare per lo intero le
-selciate della città. Coi mezzi ordinarj sarebbe andata la cosa molto a
-lungo e sarebbe forse rimasta anche non compiuta. Il notabile aumento
-d’introito che la cassa comunale venne ad avere colla transazione
-dell’anno 1805 e coll’essersi indi guadagnata anche la causa della
-difesa, accelerò cotesto segnalato beneficio che quella Popolazione lo
-deve al zelo ed al disinteresse di que’ pochi, ma bravi cittadini che
-presero a petto loro la difesa di quelle cause che hanno prodotto tanto
-vantaggio.
-
-Ecco come le strade interne della nostra città si vedono ora lastricate
-di belle e grandi pietre quadrate. È però quì d’avvertirsi per lo
-futuro regolamento che le pietre che si cavano nella nostra Provincia
-ed in conseguenza anche a Ruvo, mentre son atte a qualunque lavoro, non
-hanno però molta durezza. Quindi le selciate delle nuove strade interne
-formate in Ruvo si videro ben presto approfondate dalle ruote delle
-vetture. Grandissimo è il numero di esse ch’entra nella città e batte
-di continuo le strade suddette per lo trasporto della immensa quantità
-de’ generi che si raccolgono nel suo vasto territorio, e di tutte le
-altre cose che bisognano all’uso della vita.
-
-Nel sito quindi del passaggio delle ruote si pensò sostituire una linea
-di pietre assai più dure, le quali avessero potuto opporre una maggior
-resistenza alla impressione di esse. Si trova anche nel territorio di
-Ruvo un’altra qualità di pietra che porta il nome di _pietra livida_
-dal suo colore piombino. Gli Architetti Napolitani addetti alle strade
-Provinciali che l’hanno osservata assicurano che supera la stessa in
-durezza le pietre delle lave del Vesuvio dette _basoli_, delle quali
-sono lastricate le strade di Napoli. Si trova la pietra suddetta nella
-contrada di _S. Lucia_. Io ne ho molta nel mio fondo denominato il
-_Parco del Conte_ ed accordai al Sindaco il permesso di farne tagliare
-quanta ne avesse voluta per valersene all’uopo, come fu eseguito.
-
-Nell’autunno dell’anno 1805 mi toccò fare un viaggio in Ispagna per
-trattare un rilevante affare. Mi trovava a Madrid allora che fu data
-la celebre battaglia navale di _Trafalgar_ nella quale perderono la
-vita tanto il famoso Ammiraglio della Squadra Inglese _Nelson_, quanto
-quello della Squadra Spagnuola _Gravina_ ch’era Siciliano ed anche
-valentissimo uomo di mare. Venni ivi a conoscere che il nostro Regno si
-trovava compromesso in una nuova guerra colla Francia. Cercai quindi di
-accelerare il mio ritorno in Napoli.
-
-Giunto quì trovai il Paese nella massima trepidazione. Non tardò molto
-e si ebbero sicure notizie che una poderosa armata Francese era in
-marcia a questa volta. Il Re Ferdinando rimasto solo dagl’Inglesi e dai
-Russi ch’erano quì sbarcati, ed indi furono obbligati a partire dalla
-forza degli avvenimenti seguiti nella Germania, prese la risoluzione
-di ritirarsi nella Sicilia. Memore della terribile anarchia che si era
-quì suscitata nell’anno 1799 dopo la partenza del Re, non posi tempo in
-mezzo. Nel giorno istesso della partenza del Re fissai una carrozza, e
-’l dì seguente partii per Ruvo col mio fratello Giulio, onde attendere
-ivi il risultamento delle cose. Mi determinai a questa mossa perchè
-calcolai ch’era quello il luogo di maggior tranquillità per me in mezzo
-ad una popolazione buona, ed a me attaccata.
-
-Vidi per la strada che la notizia già precorsa della partenza del Re
-aveva resi gli animi delle Popolazioni titubanti, ed inquieti. Giunto
-nella nostra Provincia ebbi a convincermi che la sperienza del passato
-è una grande scuola per gli uomini. Divulgata appena la notizia della
-partenza del Re, tutte le città cominciando da Trani ch’era allora
-il capoluogo, per proprio impulso, e senz’attenderne neppure la
-permissione del Preside ch’era allora il Capo Politico della Provincia
-suddetta, posero in piedi una imponente Guardia civica, onde prevenire
-qualunque perturbazione dell’ordine pubblico. Anzi i Magistrati istessi
-del Tribunale di Trani che avevano più degli altri motivo di temere un
-sommovimento di tanti carcerati che ivi vi erano, furono i più attivi e
-zelanti nell’organizzarla.
-
-Si fece lo stesso anche a Ruvo; ma in verità non ve ne sarebbe stato
-neppur bisogno. Serbò quella Popolazione in tale occasione tanta
-tranquillità e buon ordine che ben posso dire di non esservi stato
-neppure un solo che avesse mostrata cattiva intenzione. In mezzo a
-quella commozione generale ch’era inseparabile da un cangiamento di
-Governo, non ebbe a notarsi qualunque minimo inconveniente. Fu quindi
-quello per me veramente un tempo di ozio letterario. Stabilito il
-nuovo Governo, e sedata quell’agitazione che aveva prodotta l’ingresso
-dell’armata Francese nel Regno, mi ritirai in Napoli per continuare
-l’esercizio dell’Avvocheria.
-
-Passando ora alle novità che nella nostra città ebbero luogo per
-effetto del nuovo ordine di cose quì introdotto, vi erano in Ruvo tre
-Conventi di Frati, cioè uno de’ PP. Domenicani, l’altro di Cappuccini,
-e l’altro de’ Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo di cui ho
-parlato innanzi nel Capo VI[269]. Il primo di essi dal nuovo Governo
-fu soppresso perchè era ricco. Il secondo lo fu del pari, poichè coi
-nuovi regolamenti introdotti era incompatibile che due conventi di
-Frati mendicanti fossero rimasti a carico dello stesso Comune. Si è ora
-ricreduto da queste vedute, ed i Cappuccini sono ritornati di nuovo in
-Ruvo.
-
-Li PP. Domenicani avevano un bel convento, ed una magnifica Chiesa
-fuori dell’abitato al largo della Porta di Noja. Il convento rimasto
-per alcuni anni in amministrazione nelle mani vandaliche degli Agenti
-Demaniali ne rimase non poco maltrattato. Fu dappoi dal Governo
-Militare donato una colla Chiesa al Comune di Ruvo, e l’Amministrazione
-municipale cominciò a prenderne qualche cura. Ritraeva dai membri
-di esso una picciola rendita, poichè la massima parte dell’edificio
-serviva per quartiere ad una Brigata di Gendarmeria a cavallo stabilita
-in quella città. In quanto alla Chiesa, una delle Confraternite di
-detta città sotto il titolo di _S. Maria della Purificazione_ ebbe il
-permesso di passare dalla Chiesa di S. Luca, ove prima era stabilita,
-a quella assai più grandiosa de’ soppressi Domenicani con essersi
-incaricata di mantenerla, come la mantenne con quella decenza ch’era
-conveniente.
-
-Vi sono nella città di Ruvo varie pie Istituzioni, o siano _Monti_
-destinati dalla volontà de’ fondatori a dare i sussidj ai poveri.
-Coteste Istituzioni mentre onorano moltissimo lo spirito di carità
-de’ nostri antenati, davano anche larghi mezzi per potersi soccorrere
-la misera gente, specialmente nel tempo che le dirotte piogge, e le
-copiose nevi impediscono alla stessa di guadagnare il proprio vitto col
-lavoro della campagna. Dai nuovi regolamenti Francesi furono introdotte
-tanto in Napoli che nelle Provincie le _Commissioni di Pubblica
-Beneficenza_. Lo scopo di cotesta novella Istituzione, per quanto a me
-pare, è stato quello di riunire tutte le rendite provvenienti dalle pie
-disposizioni di questa natura in una sola massa, e disporre di esse in
-quel modo che si crede conveniente al bene ed al bisogno generale della
-Provincia, non già al sollievo de’ poveri di que’ luoghi soltanto ove
-tali pie fondazioni si trovano ordinate.
-
-Io son uso a dir le cose come le sento. Non fu mai del mio gusto
-l’applaudire alle novità che hanno quì avuto luogo per la sola ragione
-che si son fatte ad esempio di ciò che si pratica al di là de’ monti.
-Lodo le cose buone, ma non posso appagarmi di quelle nelle quali vedo
-che alla sostanza delle cose si sono sostituiti de’ vocaboli speciosi
-che alla stessa non corrispondono. Come uomo di legge non sono e non
-sarò mai persuaso che i legati e le donazioni fatte ad una classe di
-designate persone, quali sono i poveri di un Comune, possano essere
-invertite a vantaggio di altre persone non comprese nella disposizione
-ed estranee alla volontà ed alle affezioni del disponente. Son anzi
-convinto di valere ciò lo stesso che distruggere la volontà di coloro,
-i quali sulla roba che loro apparteneva erano Legislatori, e quindi
-avevano pieno dritto di disporre di essa a favore di quelle persone o
-di quella classe di persone ch’erano loro più predilette.
-
-Ma messe da banda coteste considerazioni di Diritto di non lieve peso,
-si venga al fatto il quale fa svanire tutta la magia de’ vocaboli.
-Dimando se cotesta _Pubblica Beneficenza_ è valuta per la nostra città
-quello stesso che valevano li Monti suddetti stabiliti dai nostri
-antenati? Quante cose potrei dire! Ma queste discussioni, le quali
-potrebbero forse riuscire anche spiacevoli, non appartengono alla
-Storia. Non posso però tradire la mia piena convinzione che i poveri
-della mia patria ne hanno riportato da cotesto novello ordine di cose
-un positivo discapito. È ciò inevitabile quando alla legge imposta
-dai fondatori di coteste pie istituzioni vien sostituito l’arbitrio
-di coloro che ne prendono ingerenza. Li poveri di Ruvo certamente
-anderebbero assai male se nelle loro maggiori urgenze non fossero
-soccorsi dallo spinto di carità di que’ proprietarj spesse volte
-suggerito anche dalla prudenza, e dall’impero della necessità, poichè
-la fame può spingere gli uomini ai disordini. Quindi il calcolo vero,
-ed adeguato della cosa lo lascio alla saviezza ed alla considerazione
-del Governo.
-
-Nell’anno 1808 diverse Provincie del Regno e principalmente quelle
-delle Puglie furono infestate dal terribile flagello de’ _bruchi_. In
-conseguenza anche il territorio di Ruvo soggiacque a danni gravissimi
-per essere stato da cotesti nemici sterminatori invaso nel mese di
-agosto dell’anno suddetto, e devastato fino all’anno 1813.
-
-Durante tale invasione mi recai in Ruvo nella stagione di primavera.
-Fu per me uno spettacolo affatto nuovo e di non lieve sorpresa
-l’avere osservato il primo sviluppamento delle immense masse delle
-già dette locuste. Sbucciate queste dalle uova deposte ne’ terreni
-saldi specialmente delle murge, si univano e marciavano in colonne ben
-compatte di larghissima fronte, e della lunghezza di miglia. I luoghi
-per i quali passavano se erano erbosi rimanevano perfettamente denudati
-di qualunque specie di verdura che veniva da esse divorata. Se erano
-seminati, gli lasciavano atterrati e mietuti dai loro denti come se si
-fosse adoperata la falce.
-
-Le anzidette colonne devastatrici marciavano andando sempre innanzi,
-senza conoscere ostacoli, e senza mai deviare. Se nel cammino
-incontravano un pariete di qualunque altezza, un pagliajo, o anche
-un edificio rurale, si rampicavano lo sormontavano fino al tetto, e
-si gittavano indi di là al lato opposto. Se incontravano uno stagno,
-s’immergevano in esso. Ne perivano moltissimi annegati. Ma servivano
-questi di ponte al passaggio degli altri alla sponda opposta. Se una
-colonna di soldati marciasse colla stessa intrepidezza ed ostinazione,
-qual resistenza se le potrebbe opporre? Essendo entrato col mio cavallo
-nel mezzo di una delle colonne suddette, ne rimase lo stesso spaventato
-dal movimento di essa, e dal rauco susurro dei moscherini che la
-formavano.
-
-Marciando essi a tal modo nel loro nascere si nutrivano delle verdure
-che incontravano sul cammino, s’ingrossavano ed acquistavano la
-forza necessaria a levarsi in alto col far uso delle ali. Da piccioli
-moscherini divenuti grossi ed alati, le immense nubi che venivano a
-formare oscuravano il cielo. Si spandevano allora da per tutto per la
-campagna, ed invadevano gli orti i giardini le vigne e gli arbusti
-divorando le piantazioni di ogni specie, non esclusa la bambagia, e
-rodendo non solo le frondi, ma anche le cortecce degli alberi.
-
-La città istessa non era tampoco esente dal loro schifoso contatto. Ne
-rimanevano ingombre le strade le piazze, ed i tetti delle abitazioni.
-Entravano anche nelle stanze se non si usava la diligenza di tener
-chiuse le invetriate. Ne rimanevano sporche pur le vivande che si
-cuocevano ne’ focolari da quelli che s’intromettevano per i camini.
-
-Grande quindi per tutti i lati era la desolazione delle Popolazioni
-afflitte da cotesto terribile flagello che le riduceva alla miseria,
-e comprometteva finanche la loro sussistenza. Diversi furono gli
-espedienti escogitati per distruggere un nemico così formidabile. Vi
-furono anche diverse Istruzioni stampate del Ministro dell’Interno di
-quel tempo tanto relativamente alle operazioni da farsi per conseguire
-quest’oggetto, quanto per la esazione e ripartizione tra i proprietarj
-de’ fondi rustici della spesa non lieve che queste esigevano. Era però
-la cosa per se stessa assai malagevole.
-
-Si pensò da principio di spedire molta gente provveduta delle grandi
-coverte di tela grossolana che in quella Provincia si chiamano racane
-per raccorre i bruchi mentr’erano ancora moscherini, e non avevano
-messe le ali, come innanzi si è detto. Se ne prese a tal modo una
-quantità ben considerevole. Ma poco ciò suffragava avuto riguardo
-alle masse immense di milioni di milioni de’ già detti moscherini
-che sarebbe convenuto distruggere. Mancavano le braccia sufficienti
-all’uopo. Mancava anche il tempo proporzionato a sorprendergli prima
-che si fossero resi alati, e quindi sparpagliati sulla intera campagna.
-
-Fu assai più profittevole il mezzo di cercarsi le uova che deponevano
-sotterra ne’ luoghi saldi smuovendo il terreno colle picciole zappe,
-e distruggendole prima della _fetazione_. Con tal misura generalmente
-presa si fece molto e ’l numero di essi si andò man mano diminuendo.
-Ma non era possibile che una porzione delle ovaje non fosse sfuggita
-all’attenzione di coloro che le cercavano. Quindi cotesto flagello
-che tenga Dio sempre da noi lontano, sarebbe senza fallo continuato
-per anni ed anni se la mano potentissima della Provvidenza non fosse
-concorsa a liberarcene.
-
-Nella està dell’anno 1813 dopo che le locuste suddette avevano messe
-già le ali, e prima che fosse giunto il tempo in cui deponevano le uova
-perforando il terreno, surse un vento impetuosissimo di libeccio che
-le sospinse sul mare Adriatico, ove rimasero sommerse. Si osservò che
-i pesci i quali si erano di esse cibati divenivano tanto fetidi che non
-si potevano mangiare.
-
-Nell’anno 1809 cessai dalle funzioni di Avvocato della nostra città
-perchè venni obbligato ad assumere una carica di Magistratura da me
-non ambita e non dimandata, perchè era ben contento del rango a cui
-era giunto nell’Avvocheria e della fortuna che in tal carriera mi
-aveva assicurata. Non lasciai perciò di prestarmi a tutto ciò ch’era
-conducente al bene della mia Patria tutte le volte che ne venni
-richiesto. Ciò che fu da me operato perchè non fosse rimasto soppresso
-il Vescovado di Ruvo l’ho detto innanzi nel capo VII. Richiamò inoltre
-la mia attenzione un articolo dell’ultimo Concordato colla S. Sede che
-doveva mandarsi in esecuzione.
-
-Si trovava in esso stabilito che in ciascuna Diocesi si doveva formare
-la dotazione per un Seminario. Riflettei che la Diocesi di Ruvo non si
-estende al di là delle mura della città. Ove quindi si fosse venuto
-a fondare in Ruvo quel Seminario che per tal ragione non vi è stato
-mai, avrebbe potuto avere tutto al più otto o dieci alunni. Riflettei
-inoltre che nella città di Bitonto si trovava già fondato un Seminario.
-Dipendendo quindi ambe le Diocesi dallo stesso Vescovo, il Seminario di
-Bitonto avrebbe potuto essere opportuno anche per i giovani Ruvestini
-avviati al Chericato.
-
-Per altro lato ho sempre opinato che la soverchia moltiplicazione de’
-Seminarj non è di veruna utilità, attesa la somma difficoltà di aversi
-buoni Maestri, specialmente di Belle Lettere, de’ quali vi è gran
-penuria. Se in vece di tanti Seminarj Diocesani venissero a stabilirsi
-in ciascuna Provincia due o tre Seminarj Provinciali, colla riunione
-delle rendite de’ diversi Seminarj Diocesani si potrebbero avere a
-tal modo per la educazione della Gioventù di tutte le Diocesi Seminarj
-fondati con maggior nerbo e provveduti di buoni Maestri, de’ quali non
-è facile averne quanti se ne vogliono.
-
-Questi riflessi mi suggerirono la idea che nella esecuzione del
-precitato articolo del Concordato sarebbe stata cosa utilissima
-per la nostra città se in luogo del Seminario si fosse ottenuto lo
-stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie. Considerai che
-sarebbe stato ciò conducente alla istruzione non solo de’ Cherici,
-ma anche di tutta la Gioventù Ruvestina. Che la nostra città
-produceva talenti elevatissimi, i quali si perdevano per la mancanza
-delle scuole. Che quindi si sarebbe venuto a fare molto guadagno
-se si fossero ivi stabilite le scuole pubbliche regolate da Uomini
-rispettabili e versati nella istituzione ed educazione della Gioventù.
-
-La mia idea piacque a tutte le persone sensate, e venne accolta anche
-con fervore dal Decurionato che la secondò energicamente. Fu quindi
-determinato che ove ciò si fosse ottenuto, il Convento e la Chiesa de’
-soppressi Domenicani che la nostra città teneva in dono dal Governo,
-sarebbe rimasta ceduta ai PP. delle Scuole Pie che sarebbero venuti
-ivi a stabilirsi. Dopo ciò ne fu dalla nostra città rassegnata al
-Re l’analoga dimanda ragionata. Il Sindaco in nome del Decurionato
-mi scrisse con calore che l’avessi portata innanzi come venne da me
-eseguito, non senza però avere incontrato un forte ostacolo per le
-circostanze che passo ad esporre.
-
-Erano incaricati della esecuzione del Concordato suddetto per parte
-del Re S. E. il fu Sig. Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora
-di Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, e per parte
-della Corte di Roma Monsignor D. Alessandro Giustiniani Nunzio
-allora Apostolico, ed indi Cardinale. Rimessa ad entrambi la supplica
-rassegnata al Re dalla nostra città, il primo pensando da Filosofo
-gustò molto bene il progetto con essa proposto. Il secondo però si
-atteneva strettamente alla lettera del Concordato, e voleva in ogni
-conto in Ruvo un Seminario. Nè fu possibile rimuoverlo da questa idea a
-cui rimase fermamente attaccato.
-
-Il Sig. Marchese Tommasi aveva molta bontà per me. Era inoltre persuaso
-che io cercava unicamente il bene della mia Patria, e che niun altro
-poteva essere al caso di calcolare più, e meglio di me ciò che sarebbe
-stato per la stessa di maggiore utilità. Mi riuscì trarlo nell’impegno
-positivo di far valere il suo avviso, benchè contraddetto da Monsignor
-Nunzio. Quindi per opra sua rimase il Re pienamente convinto che la
-nostra dimanda era meritevole di favore, e si degnò scrivere di proprio
-pugno una lettera al S. Padre, colla quale lo pregò a prestare il suo
-consenso che in luogo del Seminario si fosse in Ruvo stabilita una Casa
-de’ PP. delle Scuole Pie.
-
-Avendo Sua Santità benignamente aderito a tal richiesta ch’era partita
-da una mano così alta, fu Monsignor Nunzio obbligato ad acchetarsi.
-Quindi lo stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie nella città
-di Ruvo venne ordinato con Real Rescritto del dì 12 Ottobre 1819, ed
-indi confermato con Real Decreto del dì 20 aprile 1820 relativo allo
-stabilimento di alcuni Conventi, e Case Religiose ne’ Reali Dominj al
-di qua del Faro.
-
-Parve però che Monsignor Nunzio fosse rimasto in certo modo piccato
-di essersi ciò ottenuto senza il di lui concorso. Diè un argomento
-del suo mal’umore allora che si venne a fissare la dotazione della
-Casa suddetta da stabilirsi a Ruvo. Ei che non aveva mostrata mai
-stitichezza nella dotazione de’ Conventi che si andavano a rimettere
-per la esecuzione del detto Concordato, al Convento delle Scuole Pie di
-Ruvo non voleva dar altro che l’annua rendita di circa ducati novecento
-che si ritraeva da diversi fondi demaniali rimasti ivi disponibili.
-Valeva però ciò lo stesso che rendere inutile la grazia ottenuta,
-perchè con annui ducati novecento non avrebbe potuto certamente
-sussistere una comunità di tal fatta.
-
-Il Marchese Tommasi che voleva evitare di portar più oltre anche questo
-articolo subalterno, m’insinuò che avessi praticati degli uffizj presso
-Monsignor Nunzio, e per valermi delle sue precise espressioni, che gli
-avessi dato anche del fumo. Non tardai ad eseguirlo, e valga il vero
-ricevei da lui un’accoglienza la più cortese gentile ed obbligante. Lo
-pregai caldamente per una competente dotazione, e gli dissi che dalle
-sue mani attendeva la nostra città il compimento di un’opra così santa.
-Ei rimase molto soddisfatto di questa parte. Dopo pochi giorni venne
-tutto ultimato. Con Real Rescritto del dì 3 Giugno 1820 la Casa de’ PP.
-delle Scuole Pie di Ruvo ricevè una dotazione non solo conveniente,
-ma anche comoda, poichè i beni fondi alla stessa assegnati essendo
-stati migliorati, e venendo amministrati con quell’avvedutezza, ed
-accorgimento che mancava agli Agenti demaniali, hanno dato anche un
-notabile aumento di rendita.
-
-Non debbo quì defraudare di quella laude che gli è dovuta il Sig.
-Primicerio D. Domenico Chieco di cui ho fatta innanzi anche onorevole
-menzione. Era egli in quel tempo Vicario di Monsignor Manieri Vescovo
-di Ruvo e di Bitonto. Ei spiegò tutto il zelo, ed energia nel secondare
-con tutti i mezzi ch’erano nel suo potere cotesta operazione utilissima
-alla comune Patria. Venne la stessa appoggiata solidamente dai rapporti
-fatti al Ministero da Monsignor Vescovo. Questo zelo lo serbò fino
-all’ultimo, poichè dopo ottenuto l’intento si occupò ben anche a far
-restaurare, e preparare il già detto Convento de’ soppressi Domenicani
-ove i PP. delle Scuole Pie vennero a stabilirsi.
-
-Ecco come si trovano essi stabiliti in Ruvo. Non può lodarsi abbastanza
-il zelo col quale si occupano ad istruire la Gioventù Ruvestina nelle
-Lettere, ed allevarla nelle Pratiche religiose. Ho però da essi inteso
-con positivo rancore, ed indignazione che vi sono (salva la pace de’
-buoni) taluni genitori, li quali non s’incaricano punto d’informarsi
-neppure da essi della condotta, e del profitto de’ loro figliuoli!!!
-Miserabili! A tal modo valutano il segnalato beneficio che hanno
-ricevuto? I genitori però che non curano la buona riuscita de’ loro
-figliuoli sono maledetti da Dio, e disprezzati dagli uomini.
-
-Verso la stessa epoca ebbi anche la occasione di occuparmi di un altro
-articolo interessantissimo per la nostra città. Tra gli esiti messi a
-carico di quel Comune nello stato discusso, o sia _budjet_, vi è quello
-di annui ducati mille circa per la formazione delle strade Provinciali.
-Più di ogni altro luogo aveva la nostra città bisogno di esse. Li due
-tratti di strada specialmente da Corato a Ruvo, e da Ruvo a Terlizzi
-frequentati per necessità più di tutti gli altri, si erano resi tanto
-orribili che superavano la immaginazione. Non erano più trafficabili
-senza grandissimo disagio, ed anche senza pericolo nè colla vettura, nè
-a cavallo, nè a piedi.
-
-Intanto mentre li tre Comuni di Ruvo di Corato e di Terlizzi avevano
-versate somme rilevantissime per molti anni nella Cassa delle strade
-Provinciali, neppure un ducato si era speso ancora pe ’l loro comodo!
-Vi era il progetto per la formazione di una nuova strada interna, la
-quale cominciando da Canosa, e passando per Andria Corato Ruvo Terlizzi
-e Bitonto andar doveva a Cisternino. Ma le carte relative allo stesso
-si erano messe in oblio e servivano di pascolo alle tignuole.
-
-Li Signori che componevano la Commissione delle opere pubbliche di
-quella Provincia erano Baresi. Consisteva il loro zelo nell’adoperarsi
-che tutte le nuove strade che si facevano a spese della Provincia
-fossero cominciate dalla città di Bari, onde le loro Dame da qualunque
-lato avessero voluto uscire a diporto in carrozza non fossero state
-incomodate dalle scosse. Tutte le altre città della Provincia non le
-consideravano altrimenti che come contribuenti per servire al loro
-comodo, ed alla loro delizia!
-
-Fremevano di ciò principalmente i Ruvestini che messi in mezzo a
-due tratti di strada precipitosissimi, ne risentivano un maggiore
-discapito. Essendomi recato a Ruvo m’informò il Sindaco dell’intrigo
-che vi era a Bari, e mi diè le più calde premure perchè mi fossi ivi
-recato di persona per tenerne al Sig. Intendente della Provincia un
-discorso positivo, ed efficace. Occupava allora quella carica il fu
-Sig. Conte di Montaperto D. Gennaro Tocco de’ Principi di Montemiletto,
-uomo di elevati e perspicacissimi talenti di belle cognizioni, e di
-rettissime intenzioni. Era egli molto mio amico. Avendolo pienamente
-informato di tutte le premesse circostanze, ne rimase fortemente
-penetrato.
-
-Quindi accogliendo la nostra dimanda ordinò definitivamente che senza
-ulteriore ritardo si fosse messa mano alla strada suddetta da Canosa a
-Cisternino, e nell’indicare i punti li più urgenti dai quali dovevano
-cominciarsi i lavori, vi comprese principalmente il tratto di strada
-tra Corato Ruvo e Terlizzi. Dietro l’efficaci disposizioni da lui date
-feci assistere presso la Direzione de’ Ponti e Strade perchè si fosse
-messa mano all’opra come si fece. Cotesta nuova e bellissima strada
-che ha rimpiazzata la via Trajana ora è compiuta. Il vantaggio che ne
-ha da ciò riportato la nostra città è immenso. Oltre il comodo accesso
-che ora vi è alla stessa, è venuta anche a rimanere accresciuta la sua
-ricchezza. Cotesta strada facilita il commercio interno, lo smaltimento
-de’ prodotti del suo vasto territorio, e ’l trasporto di essi alla
-marina per imbarcarsi, il quale era per lo innanzi molto malagevole. Il
-passaggio inoltre di una bella strada consolare trafficata di continuo
-porta sempre un notabile guadagno ai luoghi che traversa. Si vedono ora
-in fine moltiplicate in Ruvo anche le carrozze per le quali mancava
-prima una strada praticabile, ed è questo anche un progresso nella
-civiltà.
-
-Non è quì a passarsi sotto silenzio un punto della detta nuova strada
-veramente incantevole. In quel tratto di essa che mena da Corato
-a Ruvo, la prima contrada che s’incontra dell’agro Ruvestino porta
-il nome di _Bel luogo_, la quale era una delle cinque contrade che
-formavano l’antico Demanio della città. _Respondent rebus nomina
-sæpe suis._ È quello in vero il punto più bello e più gajo dell’agro
-Ruvestino, il quale prima della formazione della novella strada era
-poco conosciuto dagli stessi abitanti della nostra città. È questo
-elevatissimo, ed ha sottoposta una ben larga e spaziosa vallata coverta
-di piantazioni e di praterie, la quale termina alla marina, e diletta
-sommamente lo sguardo. Domina inoltre tutte le belle città messe sul
-litorale dell’Adriatico da Barletta a Bari. Un sito così delizioso che
-il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 aveva condannato
-al pascolo delle bestie, si vede ora coverto di belle e ridenti
-piantazioni e casine di campagna che ne hanno accresciuto infinitamente
-il valore non meno che la vaghezza.
-
-Anni indietro il nostro ottimo Sovrano Ferdinando II viaggiando per
-le Puglie, e percorrendo la già detta novella strada di Canosa, si
-compiacque di passare anche per la nostra città. Giunto al punto di
-_Bel luogo_ rimase talmente colpito dal magnifico colpo d’occhio che
-questo gli presentava che fece fermare la sua carrozza per meglio
-comtemplarlo. Chiamato indi a se il capo della Guardia urbana Ruvestina
-a cavallo che aveva l’onore di scortare S. M. dai confini del nostro
-territorio, volle essere informato del nome di quel sito incantevole,
-e de’ nomi di ciascuna delle sottoposte città della Marina ch’erano a
-vista. Giunto indi a Ruvo ebbe la bontà di smontare dalla carrozza e
-traversare la città a piedi seguito da tutta la popolazione giuliva,
-ed esultante che l’era uscita incontro con aver lasciato in quel dì
-qualunque lavoro, del che ne mostrò il Re espressamente una piena
-soddisfazione.
-
-Nel movimento costituzionale dell’anno 1820, malgrado la effervescenza
-che vi era in altre convicine città, fu serbata in Ruvo la massima
-tranquillità, e ’l più saggio contegno. Nè vi fu ivi alcuna novità fino
-a che il Re colla sua proclamazione del dì 6 Luglio comunicata alle
-Provincie per telegrafo venne a spiegare la sua intenzione. Furono in
-quell’epoca richiamati alle bandiere tutti i soldati congedati. Non vi
-fu un solo soldato Ruvestino che non avesse prontamente ubbidito, o che
-vi fosse stato bisogno di condurlo colla forza.
-
-Molti di essi dopo il congedo ottenuto si erano ammogliati, ed aveano
-procreati de’ figliuoli. Questa circostanza rendeva più pregevole
-e valutabile la loro prontezza nell’ubbidire, perchè venivano le
-loro famiglie a rimanere senza il capo che le alimentava. Questa
-considerazione avendo commosso l’animo de’ Proprietarj Ruvestini, fu
-aperta tra essi una volontaria soscrizione. Con questo mezzo venne
-a formarsi un fondo di sussidj a favore delle famiglie de’ soldati
-congedati, ed ammogliati che partivano per l’esercito, durante il
-tempo che sarebbero rimasti sotto le bandiere. A questa bell’opra che
-onora molto la umanità, ed i sentimenti de’ numerosi soscrittori che
-vi concorsero, e merita un luogo nella Storia, prese anche parte il
-Capitolo di Ruvo.
-
-Un altra interessante operazione ebbe luogo dopo l’anno 1820. Ne’
-terreni _appatronati_ seminatorj siti nel Demanio di Ruvo vi era
-l’antica consuetudine che dopo falciate le messi, potevano entrarvi a
-pascere indistintamente gli animali de’ cittadini. Era stato cotesto
-dritto confermato anche dal precitato decreto di Revertera, e di
-Guerrera dell’anno 1549, poichè nell’essersi ordinata l’apertura de’
-parchi, e delle mezzane, come si è detto alla pagina 199, fu soggiunto
-_Atque in eis libere pasculari possint tam pecudes Regiæ Dohanæ, quam
-dictæ civitatis_.
-
-Poco importante era in quel tempo cotesto dritto civico perchè gli
-abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, e dai Baglivi Baronali avevano
-nel territorio di Ruvo annientata la pastorizia. Corretti però gli
-abusi Baronali colla transazione dell’anno 1805, e quelli de’ Locati
-Abruzzesi colla Legge del Tavoliere dell’anno 1806, e restituito il
-Demanio al libero uso de’ Cittadini, il dritto suddetto cominciò a
-valere moltissimo. Il passaggio istantaneo però dalla servitù alla
-libertà è ordinariamente accompagnato da disordini e da inconvenienti.
-
-Cotesta libertà di pascolo in un vasto Demanio che si era racquistata
-fece sorgere una folla di specolatori, de’ quali la ingordigia ed
-insolenza non cedeva punto a quella de’ Locati Abruzzesi, e de’ Baglivi
-Baronali. Tutta quella parte del Demanio ch’è più vicina all’abitato,
-ove vi sono le masserie di semina, si vide ingombrata da picciole,
-ma numerose partite di pecore di capre e di porci specialmente de’
-beccaj. Cotesta gente indiscreta ed insolentissima non rispettava nè le
-riserbe di erba per i bovi aratorj, tutto che convenute espressamente
-colla transazione dell’anno 1805, nè i seminati istessi. Era quindi
-inevitabile venirsi con essa alle prese ogni giorno. Le risse che ne
-seguivano erano continue, ed avrebbero potuto giugnere a qualche cosa
-di peggio.
-
-Era questa in vero una bella specolazione di vivere bene a spese
-altrui! Li proprietarj delle masserie erano esposti alla eventualità
-delle buone, e delle cattive ricolte, e pagavano il peso fondiario
-allo Stato. E poichè quasi tutti i terreni di esse sono de’ Luoghi
-Pii censiti per effetto delle Leggi del Tavoliere dell’anno 1806 e
-1817, avevano anche pagate quattro annate di entratura alla Cassa del
-Tavoliere, e stavano corrispondendo ai diretti padroni de’ terreni
-suddetti i canoni convenuti coll’aumento del decimo stabilito a favore
-de’ Pii Luoghi colla Legge dell’anno 1817. Intanto non erano padroni
-del frutto naturale dell’erba de’ loro fondi, la quale veniva divorata
-gratuitamente e senza pagamento alcuno dagli animali di cotesti
-specolatori ai quali nulla la stessa costava!
-
-Per ovviarsi a cotesto ben cimentoso inconveniente si rese
-indispensabile far uso della Legge del dì 3 Dicembre 1808, la quale
-permette la chiusura de’ terreni _appatronati_ demaniali ed aperti
-soggetti alla precitata consuetudine del pascolo civico. È risaputo
-che coll’articolo XLVII di essa è tal chiusura permessa senza
-pagamento alcuno se la consuetudine suddetta provviene da un dritto di
-_compascuo_. Coll’articolo XLVIII poi è prescritto che ove la stessa
-provvenga da una _riserva_ fattasi dal Comune sui terreni demaniali
-aperti occupati dalla coltura, n’è permessa anche la chiusura col
-pagarsi però alla Cassa comunale un censo a titolo di _affrancazione_.
-
-Una quistione elevata da taluni proprietarj di masserie tenne per
-più anni arrestata cotesta utilissima, ed indispensabile operazione.
-L’Amministrazione comunale non si opponeva alla chiusura. Non voleva
-però altrimenti permetterla che per la via dell’_affrancazione_ ai
-termini del precitato articolo XLVIII. I proprietarj suddetti al
-contrario qualificando la già detta consuetudine per un dritto di
-_compascuo_ volevano la chiusura de’ loro terreni senza pagamento
-alcuno ai termini dell’articolo XLVII.
-
-Fu tal quistione portata innanzi al Tribunal Civile di Trani. Tutto
-che mi fossi io trovato il maggior possidente di terreni seminatorj di
-questa natura, non volli prendere alcuna parte in quel giudizio. Avendo
-sempre sostenuto il patrocinio della nostra città, non sentiva il mio
-animo disposto a contenderle il precitato dritto di _affrancazione_.
-D’altronde non era persuaso tampoco di quel _compascuo_ che con
-soverchia chiarezza vedevano li Sig. Avvocati Tranesi che difendevano i
-Proprietarj di masserie dissidenti.
-
-Ed in vero ai termini dell’articolo 570 delle LL. CC. il dritto di
-compascuo altro non è che una servitù reciproca di pascolo stabilita
-tra i proprietarj di due, o più fondi. Non si trattava però nella
-specie di una servitù di tal fatta stabilita tra un fondo e l’altro;
-ma bensì di una servitù attiva di pascolo che competeva generalmente su
-tutti i fondi seminatorj del demanio dopo tagliate le messi a qualunque
-cittadino di Ruvo, benchè non proprietario di fondi nel Demanio
-suddetto. Come dunque qualificarsi per compascuo un dritto di tal
-fatta?
-
-Questo concetto giusto ed adeguato da me formato della cosa mi rendeva
-rincrescevole la remora che col precitato giudizio veniva ad apporsi
-ad una operazione che le premesse circostanze imperiosamente esigevano.
-Il Sindaco di allora D. Vincenzo Spada che ben conosceva ciò che io ne
-pensava, mi diè un veemente assalto, e mi fece determinare a troncare
-cotesto nodo Gordiano col presentare al Sig. Intendente della Provincia
-nella qualità di Commissario del Re per la divisione e chiusura de’
-demanj la dimanda per l’_affrancazione_ de’ terreni di mia proprietà
-siti nel Demanio ai termini del precitato articolo XLVIII della Legge
-de’ 3 Dicembre 1808.
-
-La dimanda da me data fu intesa col massimo trasporto dal Decurionato,
-ed accolta con gradimento dall’Intendente. Quindi con sua ordinanza
-del dì 24 Marzo 1823 permise la dimandata chiusura, e diè le analoghe
-disposizioni relativamente al censo da stabilirsi per l’affrancazione,
-di cui ne fu stipulato pubblico strumento dal Notajo D. Pier Giuseppe
-Cantatore di Ruvo.
-
-L’esempio da me dato scoraggiò i Proprietarj dissidenti che sostenevano
-il _compascuo_, e fece finir la lite. Tutti coloro che stavano
-sospesi ed attendevano l’esito di essa, corsero allora a folla a
-dimandare l’affrancazione. Gli stessi dissidenti si videro obbligati
-a conformarsi agli altri per non rimanere soli coi terreni aperti, ed
-esposti a danni maggiori. Ora son tutti contenti di questo segnalato
-beneficio accordato dalle novelle leggi. Mentre le piantazioni si
-sono accresciute in un modo prodigioso, e ’l territorio di Ruvo
-si è migliorato, e si va migliorando sempre più alla giornata, la
-Cassa comunale ha ricevuto anche un rinforzo non lieve dai censi
-dell’affrancazione del Demanio.
-
-Non manco intanto di quì avvertire di esser giunto a mia sicura notizia
-che mentre tutti i possessori di terreni un tempo demaniali e soggetti
-al pascolo civico hanno profittato del decreto del dì 3 dicembre
-1808, e gli hanno chiusi col fatto, non tutti però hanno stipulate le
-affrancazioni dallo stesso prescritte. Che quindi ve ne ha parecchi i
-quali stanno fraudando la Cassa comunale de’ censi corrispondenti.
-
-Non è ciò sicuramente nè regolare nè giusto. Non deve partecipare del
-beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione
-di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore
-di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha
-raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi
-che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per
-un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza
-dell’Amministrazione comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non
-curarlo di vantaggio.
-
-Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al pascolo
-civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto che
-nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti sono
-di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli tenevano
-in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come _terreni
-demaniali azionali del Tavoliere_. Gli stessi titoli quindi stipulati
-colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti
-soggetta un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo
-dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non
-mancano gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che
-hanno contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo
-che per lo passato.
-
-Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella
-popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia
-umana, avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto
-innanzi che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era
-derivata dall’agricoltura e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si
-presta a meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente
-era rimasta distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’
-Locati Abruzzesi, e molto più dagli abusi interminabili introdotti
-dalla Bagliva Baronale ch’era di un positivo ostacolo al progresso
-delle industrie armentizie.
-
-Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu
-assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle
-di nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo
-stesso al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella
-estiva stagione la intera contrada delle murge è addetta ai loro
-animali, ed era ciò che principalmente interessava, essendo quello
-un pascolo estivo preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi
-sussistere. Ma si è fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe
-farsi? Nò certamente. Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche
-quell’erbaggio interessantissimo nello stato di rendersi profittevole
-ugualmente a tutti i cittadini.
-
-La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche
-la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè
-sorgive per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi
-a pascolare. L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che
-l’acqua piovana raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle
-però che ivi vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie
-di semina stabilite nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze
-che cotesti Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque
-esuberante ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro
-offerto. Perchè tanta ripugnanza? È facile intenderlo.
-
-Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini
-dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa.
-Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che
-avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno
-comodo, e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia
-essi vi tengono per tutto l’anno.
-
-Al contrario gli animali degli altri cittadini che non avevano il
-comodo dell’acqua non potevano fare che delle brevi e molto stentate
-scorrerie in quella parte soltanto delle murge ch’è più vicina
-all’abitato, ove andava a raggrupparsi un numero immenso di bestiame,
-il quale non poteva passare innanzi per non andare a perire di sete.
-Qual pascolo quindi poteva trovarsi in un suolo mietuto ogni dì da
-tante migliaja di denti? A buona ragione può dirsi che il _dritto
-civico_ ch’essi pagavano e stanno tuttavia pagando alla Cassa comunale
-lo pagavano e lo pagano più per l’aria fresca che sono nella necessità
-di andare ivi a respirare nella estiva stagione che per l’erba che vi
-trovano.
-
-Dalle premesse osservazioni è facile comprendere che il dritto de’
-cittadini di Ruvo sul demanio delle murge in astratto è uguale per
-tutti, ma nel fatto vi è tanta disparità di godimento che distrugge
-ogni idea di uguaglianza. Fu ciò da me ben capito fin dal principio.
-Quindi dopo stipulato il precitato strumento di transazione dell’anno
-1805 proposi la formazione delle cisterne comunali in que’ luoghi
-delle murge che si sarebbero creduti opportuni capaci di contenere
-acqua sufficiente per tutti gli animali che vanno ivi a pascolare
-nella estiva stagione. Osservai che la spesa che sarebbe occorsa
-per la costruzione di esse non sarebbe stata priva di un vistoso
-fruttato, poichè nella Provincia di Bari, la quale è povera di acqua
-e soggetta alla siccità la fida dell’acqua estiva si fa ad una ragione
-vantaggiosa.
-
-Questo progetto fu ben gustato e valutato dall’Amministrazione comunale
-di allora che pensava sanamente. Si sarebbe messa mano alla costruzione
-delle peschiere suddette se la rinnovazione delle strade interne della
-città che interessava la salute degli abitanti non avesse esatta una
-giusta preferenza, e pronti provvedimenti. Nondimeno non fu il progetto
-obliato. Possiede il Capitolo di Ruvo nella rimota parte delle murge un
-laghetto formato dalla natura, e corredato anche di opere di fabbriche
-che porta il nome di _lago di annaja_. Si pensò acquistarlo per conto
-del Comune, e la cosa fu molto bene ideata.
-
-Il fu Signor Devenuto Cancelliere Comunale in quel tempo, che meglio
-di ogni altro capiva quanto era importante il provveder di acqua
-l’erbaggio delle murge, mi diè in nome del Decurionato le più calde
-premure perchè mi fossi interposto per ottenere dal Capitolo la
-cessione del lago suddetto. Si diresse a me perchè essendo stato per
-lunghi anni Avvocato anche di quel Capitolo, ha lo stesso serbato per
-me sempre un particolar riguardo, di cui debbo altamente lodarmi.
-
-Ne feci quindi la richiesta, e valga il vero non dovei stentar molto
-ad ottenere tal favore, perchè il Clero di Ruvo si è prestato sempre
-a concorrere al bene della comune patria. Quindi nell’anno 1822
-rimase l’affare definitivamente combinato e conchiuso, e la detta
-pregevolissima proprietà fu conceduta alla nostra città in enfiteusi
-perpetua per lo discretissimo canone di annui ducati cinquanta.
-Abbondando inoltre il Capitolo di compiacenza e condiscendenza alle mie
-premure si contentò anche che fino a che il contratto non fosse rimasto
-convalidato dalla Sovrana approvazione, avesse l’Amministrazione
-comunale ritenuto il lago suddetto a titolo di affitto.
-
-Entrata quindi questa nel possesso del lago cominciò a fare la fida
-dell’acqua agli animali de’ cittadini che andavano a pascolare nel
-Demanio delle murge. Col prodotto di essa pagava gli annui ducati
-cinquanta al Capitolo, e vi faceva non lieve guadagno. Nell’anno 1827,
-essendosi sul contratto suddetto ottenuta la Sovrana approvazione, ne
-fu stipulato pubblico strumento. Fu questa la prima pietra messa di
-un’opra tanto utile, e tanto desiderata dalla intera popolazione. Se vi
-fosse stata la buona volontà di proseguirla, non sarebbero certamente
-mancati i mezzi di costruirsi nelle murge quelle cisterne, le quali
-mentre avrebbero soddisfatti i voti di tutti i cittadini, avrebbero
-anche notabilmente accresciute le rendite della Cassa comunale.
-
-Ma quest’opera pubblica non solo utilissima, ma anche indispensabile
-al bisogno, ed al bene della intera popolazione, si è veduta finora
-postergata, ed attraversata a forza di cabale, ed intrighi suggeriti
-dal privato interesse che corrompe tutto. Sono stati questi anzi così
-potenti, e tanto audaci che sono riusciti ad annientare anche il lago
-di annaja! Quel lago che l’avvedutezza, e la diligenza del Capitolo ha
-saputo conservare per secoli interi, rimasto per poco più di un lustro
-dopo l’anno 1827 nelle mani della moderna Amministrazione comunale,
-non esiste più e si è fatto rimaner distrutto, ed interrato con una
-balordaggine veramente inconcepibile! Tre proprietarj di masserie
-nella contrada suddetta indispettiti che coll’acquisto fatto dal Comune
-del lago di annaja era venuto a rompersi quel monopolio che facevano
-dell’erba, ebbero nell’anno 1834 l’ardimento di dissodare coll’aratro
-gli antichissimi canali saldi che conducevano allo stesso le acque
-piovane, onde farlo interrare, come ne rimase per necessità interrato.
-
-Intanto la moderna Amministrazione comunale largamente aberrando,
-o volendo piuttosto aberrare, in vece di prendere le vie giudiziali
-proprie, ed opportune tanto civili che penali suggerite dalla legge per
-la pronta, e spedita correzione di sì grave attentato, si divagò in un
-tardivo procedimento amministrativo tortuoso, di equivoca ed incerta
-riuscita, e non conveniente alla qualità del fatto, ed alla vera veduta
-legale dell’affare. Dal che n’è seguito che il lago suddetto è tuttavia
-interrato, e la Cassa comunale sta pagando annui ducati cinquanta al
-Capitolo, senza nulla più ritrarre dalla fida dell’acqua! La piena
-sposizione delle circostanze di un avvenimento quanto pregiudizievole
-alla popolazione, altrettanto scandaloso sotto tutti i rapporti, e
-del vero concetto legale di esso non potendo aver luogo in un cenno
-istorico, lo riserbo ad altro lavoro.
-
-Dopo il guasto avvenuto del lago suddetto si è cercato, per quanto mi
-è stato ultimamente riferito, supplire il vuoto che lo stesso produce
-con alcuni piccioli vasi d’acqua formati nella contrada delle murge.
-Ma troppo ci vuole perchè questa operazione corrisponda compiutamente
-al comodo della popolazione di Ruvo, al bisogno di un vasto e spazioso
-erbaggio, qual è quello delle murge, agl’interessi della Cassa
-comunale, ed ai doveri di un’Amministrazione municipale saggia avveduta
-e superiore a tutte le macchinazioni del privato interesse!
-
-Nell’anno 1836 la nostra città si mantenne libera dal terribile
-flagello del _Cholera_, che aveva infettata la intera Provincia, fino
-al dì della Festa di S. Rocco che lì si celebra con gran sontuosità,
-e gran concorso di gente dalle convicine città la prima Domenica di
-settembre. Il dì che susseguì alla Festa suddetta fu apportatore de’
-primi casi del _Cholera_ in quella città. Valga ciò a convincere
-chiunque che con molta saviezza gli Scrittori della materia, e
-specialmente il Muratori hanno osservato che nelle circostanze di mali
-contagiosi (quale io reputo il _Cholera_ che che altri ne credano)
-sono perniciosissime le grandi unioni di popolo. Tanto peggio se vi si
-unisce anche la intemperanza che accompagna sempre le feste popolari.
-
-È però notabile che la mortalità fu ivi tanto lieve che i Ruvestini non
-concepirono affatto di quel morbo spaventevole nè quella idea, nè quel
-terrore che lasciò in altri luoghi la grandissima strage che ne fu la
-conseguenza.
-
-Rinnovatosi lo stesso flagello prima in Napoli, ed indi man mano
-per tutto il Regno nella primavera dell’anno 1837 con una ferocia
-anche maggiore, io che mi trovava allora in Ruvo credei cosa saggia
-e prudente il rimanere ivi tutta la està, e l’autunno fino a che il
-morbo suddetto venne a cessare. Osservai in quella occasione che la
-nostra città fu l’ultima della Provincia ad esserne tocca. Le persone
-attaccate dal morbo furono circa settanta, delle quali ne perirono
-dieci, o dodici soltanto. Gli altri si curarono colla massima facilità,
-malgrado la oscurità che tuttavia vi è circa il metodo curativo del
-morbo suddetto.
-
-Osservai inoltre ch’entrato il _Cholera_ in una casa non si propagava
-ordinariamente dalla persona infetta alle altre della famiglia,
-mentre in altri luoghi n’erano rimaste sterminate famiglie intere. Se
-sia ciò derivato dalla bontà dell’aere, dalle fisiche disposizioni
-degli abitanti, o da altre ignote cagioni, chi potrebbe e saprebbe
-indovinarlo? Il Nestore della Chirurgia e mio rispettabile amico
-Cav. D. Lionardo Santoro dice con ragione di esser questo un morbo
-incomprensibile ed indefinibile.
-
-Tenga Dio sempre da noi lontano cotesto terribile flagello. Ma in ogni
-caso esorto i miei concittadini a non disprezzarlo, ad essere più cauti
-nel preservarsene, e ringraziare la Provvidenza del pochissimo danno
-sofferto dalla nostra città nella catastrofe luttuosa dell’anno 1836 e
-1837.
-
-
-
-
-CAPO XV.
-
-_Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
-sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini
-introdotti nella moderna Amministrazione comunale._
-
-
-Della ridente, e vantaggiosa situazione della nostra città si è
-detto abbastanza nel Capo VI. Aggiungo quì solo che le abitazioni
-de’ cittadini, le quali si mostravano prima troppo antiche e tetre
-piuttosto allo sguardo, si vanno ora man mano riducendo al gusto
-moderno con maggior politezza ed eleganza. Quindi la città suddetta
-va ora prendendo un aspetto più ilare, e ben diverso da quello che
-aveva cinquant’anni indietro. Si aggiunga a ciò che l’aumento della
-Popolazione che va lì ogni dì crescendo ha reso indispensabile
-l’uscirsi fuori dell’antico recinto della città. Si sono quindi
-costrutte non poche nuove case e palagi ne’ lati orientale meridionale
-ed occidentale di essa, e se ne stanno tuttodì costruendo. Quali
-novelli edificj essendo di miglior gusto, vengono a renderla anche più
-bella.
-
-Va ora la nostra città ad acquistare anche un nuovo lustro da uno
-stabilimento, il quale comunque di privata proprietà, è principalmente
-dedicato al decoro ed ornamento della stessa. Non debbo quì defraudare
-di quella laude che l’è dovuta la mia Signora Cognata D. Giulia Viesti
-vedova del fu mio fratello Giulio, e Madre e tutrice del mio nipote
-Giovannino di lui figliuolo ed erede.
-
-La fama de’ pregevolissimi oggetti di antichità in Ruvo rinvenuti
-attira ivi di continuo una folla di distinti personaggi tanto Regnicoli
-che Esteri. Mi ha ciò determinato a riunire in una sola collezione i
-vasi fittili ereditarj del fu mio fratello Giulio, quelli acquistati da
-me rimasti tuttavia in Ruvo, e moltissimi altri che negli anni passati
-mi ho ritirati in Napoli per mio diletto e per le mie letterarie
-applicazioni.
-
-Questa mia idea è stata energicamente secondata dalla detta Signora
-Viesti, la quale alle altre sue stimabili qualità unisce anche un animo
-virile ed un trasporto positivo per gli oggetti di antichità superiore
-alle inclinazioni del suo sesso: di modo che la di lei attiva ed
-efficace cooperazione ha influito e valuta moltissimo nel facilitare
-gli acquisti fatti da entrambi delle moltiplici antiche stoviglie che
-la nostra famiglia si trova fortunatamente a possedere.
-
-Ella dunque avendo impreso ad edificare pel detto suo figliuolo
-Giovannino un novello palagio nel sito più bello della nostra città,
-cioè al largo fuori la Porta di Noja, il primo suo pensiero è stato
-quello di costruire di pianta appositamente quattro sale capaci di
-contenere la detta nostra numerosa collezione.
-
-Sarà questo quindi un Museo prettamente _Ruvestino_, perchè fornito di
-vasi Italo-Greci trovati tutti in Ruvo. Servirà lo stesso a contestare
-il gusto squisitissimo ch’ebbe un tempo la nostra città per le scienze
-e per le belle arti che ivi fiorirono in grado eminente, e la farà
-distinguere dai dotti Amatori di cotesti pregevoli oggetti che ivi
-attira una nobile curiosità.
-
-Circa il numero di quella Popolazione il Sig. Consigliere D. Giuseppe
-Castaldi mio amico, ed un tempo anche mio ottimo collega, nel suo
-erudito libercolo sulla _Magna Grecia_ alla pag. 52 la riporta
-a seimila anime circa. È chiaro che nel ciò dire ha seguite le
-statistiche antiche che fino ai primi anni di questo secolo a tal modo
-l’hanno riportata. Ma nell’anno 1842 in cui egli ha scritto contava
-già la nostra città circa dodicimila abitanti, e ’l numero di essi va
-sempre più innanzi. Ha ora perciò il Regio Giudice di seconda classe.
-
-Cotesto aumento di Popolazione seguito in poco più di trent’anni sembra
-in verità prodigioso. Bisogna però vagliare anche le cagioni che lo
-hanno felicemente prodotto. La correzione di tanti abusi introdotti
-dai Locati Abruzzesi, e dalla prepotenza Baronale avendo rianimata
-l’agricoltura, e la pastorizia ch’erano prima annientate, fa sì che
-coll’una e coll’altra si dà oggi da vivere ad un numero infinitamente
-maggiore di gente addetta tanto all’una che all’altra.
-
-Le censuazioni de’ fondi rustici de’ Luoghi Pii ordinate ed eseguite
-dal Tribunal Misto, e le altre censuazioni assai più importanti e più
-estese che hanno avuto luogo per effetto della Legge del Tavoliere
-dell’anno 1806 hanno moltiplicato il numero de’ mezzani, e de’ piccioli
-proprietarj, e ravvivata la energia di una Popolazione agricola
-schiacciata per lunghissimi anni ed impoverita da ogni sorta di
-compressione.
-
-Molti del basso popolo possedono oggi i loro fondicelli provvenuti
-dalle censuazioni suddette con avergli egregiamente migliorati. La
-chiusura de’ terreni demaniali aperti soggetti un tempo al pascolo
-promiscuo degli animali de’ cittadini e de’ Locati del Tavoliere, ha
-prodotti gli stessi vantaggiosi effetti, e rianimata l’agricoltura.
-
-I maggiori possidenti inoltre, deposti gli antichi pregiudizj, danno
-oggi volentieri i loro vasti fondi a migliorare, o a coltivare a
-picciole partite agli uomini di campagna. Quindi coloro tra essi che
-vivono colla sola giornata che guadagnano non sono molti.
-
-Il massimo numero, mentre travaglia alla giornata, attende nel tempo
-stesso a coltivare o il fondicello proprio, o quello che tiene a
-migliorare, o a coltivare, il che raddoppia il suo guadagno. Ho
-veduto io medesimo più d’uno di costoro che dopo avere travagliato
-alla giornata fino all’ora del vespro, giusta la usanza de’ zappatori
-Ruvestini, son passati a lavorare fino alla sera li terreni che
-tenevano da me a coltivare, o a migliorare.
-
-In fine il passaggio per quella città di una nuova e bellissima strada
-consolare ha resi facilissimi i mezzi di smaltire i ricchi prodotti di
-quel suolo formato dalla natura per la fertilità, e per l’abbondanza di
-quanto si può desiderare pe ’l comodo della vita umana. L’accrescimento
-dell’agiatezza del popolo derivato dall’esposte cagioni ha prodotto
-anche l’aumento della popolazione.
-
-Cinquant’anni indietro era il mio animo vivamente commosso dalla
-miseria generale del popolo Ruvestino. È ora sommamente esultante nel
-vedere che in generale ha la gente del popolo di ambi i sessi deposto
-l’antico squallore vive con bastante agiatezza, e veste non solo con
-politezza, ma anche non senza un certo lusso. Vi sono poveri anche in
-Ruvo. E dove questi possono mancare? Ma la generalità non è più povera
-e meschina come lo era una volta.
-
-La gente di campagna è ivi laboriosa. Ma non si può fare un elogio
-bastante di quella classe, la quale è addetta a lavorar la terra
-coll’aratro nelle masserie di semina. Gli uomini che alla stessa
-appartengono col linguaggio del luogo sono chiamati _Gualani_. Son
-essi indefessi al travaglio sobrj moderati docili ubbidienti, e senza
-vizj. Travagliano dalla punta del giorno fino alla sera, fanno fissa
-permanenza nelle masserie suddette, e non vanno alla città a vicenda
-che ogni quindici giorni la sera del Sabato, e vi restano la Domenica
-soltanto.
-
-Al contrario i zappatori sono anche buoni e valenti travagliatori. Al
-tocco però della campana del vespro, quando non travagliano per loro
-stessi, vogliono lasciar la zappa. Frequentano volentieri le cantine,
-ed in generale sono nel tratto alquanto più ruvidi e più burberi. Tra
-i primi ed i secondi vi è un lungo divario. Sembrano uomini di diverse
-razze, tanto è potente la forza delle abitudini! Meritano quindi i
-primi una maggiore considerazione.
-
-Le arti sono ivi piuttosto in decadenza. Si è però molto migliorato
-dallo stato in cui erano prima, e si va sempre più innanzi. Fa ciò
-sperare che se non potranno queste giugnere a quel grado sublime a cui
-ne’ tempi antichi si erano ivi portate, il che non potrebbe neppure
-idearsi, non sarà almeno col tempo la nostra città l’ultima per la
-civiltà. Li vasi di creta di ogni specie, ed anche di forme vistose
-ed eleganti, si lavorano in Ruvo molto bene. L’arte anche di fare i
-crivelli si è raffinata. Si vedono questi traforati con disegni varj
-capricciosi e molto graziosi. Tanto de’ primi che de’ secondi si fa
-molto smercio anche al di fuori, e con queste due arti principali vive
-molta gente.
-
-La gente di Ruvo in generale è di alta statura robusta ben formata,
-e di buono e sano colorito. Gli uomini sono più belli delle donne.
-L’uno e l’altro sesso non manca di vivacità, e sveltezza. Sono anche
-i Ruvestini officiosi garbati, ed ospitali. Le danze popolari sono
-molto graziose, ed animate. Il canto armonioso e piacevole. Non è
-improbabile che lo abbiano ereditato dagli Arcadi loro progenitori
-detti da Virgilio _soli cantare periti_, poichè le abitudini di tal
-fatta passano volentieri da una generazione all’altra, e si ritengono
-dal popolo.
-
-Malgrado il giogo della feudalità è stata la nostra città sempre
-una città colta, poichè, come ho detto innanzi, abbonda d’ingegni
-elevatissimi i quali ben coltivati possono far prodigj. Domenico di
-Gravina innanzi riportato che scrisse la sua cronaca al tempo della
-Regina Giovanna I disse _Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles,
-divites, et prudentes_. Michele Antonio _Baudrand_ nella sua Geografia
-così ne parla, e ciò che dice fa credere che l’abbia egli visitata,
-ed abbia ivi conversato con persone istruite. _Rubi oppidum Apuliæ
-in Italia Antonino, quod Rubus in libris Conciliorum, nunc Ruvo. Urbs
-Regni Neapolitani in Provincia Bariana Episcopalis sub Archiepiscopo
-Barensi, PARVA, SED SATIS CULTA, sub dominio utili Ducis Andriæ, et
-ejus Diecœsis non extenditur ultra urbis muros, vix sex militaribus
-distans a Vigilia in meridiem, et XVII a Bario in occasum, uti novem a
-Butunto, Andriam versus totidem, et Canusium viginti._
-
-Mancano le notizie degli uomini più illustri che ha potuto produrre ne’
-secoli passati. Ne’ tempi a noi più vicini fu illustrata dall’insigne
-Magistrato Orazio Rocca di cui si è innanzi parlato il quale cessò di
-vivere nell’anno 1742. Di quelli dell’epoca nostra potrei nominarne
-molti tanto degli estinti che de’ viventi dotati di bello ingegno e
-dottrina che han fatto, e fanno molto onore alla nostra patria. Mi
-limito però al più illustre tra essi, cioè al celebre Cav. Domenico
-Cotugno mio pro-zio materno che fu il Nestore della Medicina e della
-Letteratura Napolitana, ed uno di quelli uomini rari, de’ quali in un
-secolo se ne può vedere appena alcuno. Mi dispenso di dir altro di lui,
-perchè le sue dotte opere, e la sua fama Europea fanno sì che il solo
-suo nome, di cui la nostra città si gloria, vale per un elogio.
-
-La sua morte recò dolore a tutti. La nostra città onorò un cittadino
-tanto illustre con un pubblico funerale che fu celebrato in quella
-Chiesa Cattedrale con pienissimo concorso di tutte le classi de’
-cittadini. Quel Decurionato inoltre decretò che a spese della città se
-gli fosse formato un mezzo busto di marmo, e si fosse questo situato
-a futura memoria nella Casa comunale. Fu dato a me l’incarico di
-proccurarlo, e corredarlo di analoga iscrizione, la quale avendola
-scritta io medesimo, venne incisa in una lapide ne’ seguenti termini
-
- DOMINICO . COTUNNIO
- NEAPOLITANO . ÆSCULAPIO
- ANATOMICORUM . PRINCIPI
- OMNIGENA . ERUDITIONE . PRÆCLARO
- DICENDI . FACULTATE . NEMINI . SECUNDO
- LATINI . ET . ITALICI . SERMONIS
- SCRIPTORI . ELEGANTISSIMO
- SAPIENTIA . PRUDENTIA . BENEFICENTIA
- MORUM . SANCTITATE . ET . SUAVITATE
- INCOMPARABILI
- EGREGIO . ET . CELEBRI . VIRO
- CIVI . BENE . MERITO
- AD . VIRTUTIS . HONOREM
- AD . PATRIÆ . DECUS
- AD . RUBASTINÆ . IUVENTUTIS . EXEMPLUM
- DECURIONUM . ORDO
- HOC . MONUMENTUM . POSUIT
- NATUS . DIE . XXIX . IANUARII . MDCCXXXVI
- OBIIT . DIE . VI . OCTOBRIS . MDCCCXXII
-
-Passando ora a parlare dell’agro Ruvestino, sono ben poche le città che
-possono pareggiarlo per la sua varietà e vaghezza, perchè non a tutti i
-luoghi ha dati la Natura gli stessi doni e le stesse qualità. Dai tre
-lati orientale occidentale e settentrionale il territorio di Ruvo è
-simile a quello delle convicine città, colle quali è confinante. Dopo
-gli orti ed i giardini vicini all’abitato, tutto il di più è coverto
-di vigne e di alberi di frutta di ulivi e di mandorle. Ma dal lato
-meridionale ch’è il più esteso e ’l più vasto, è veramente incantevole.
-
-Montandosi da Ruvo a cavallo ed uscendosi alla campagna alla direzione
-del mezzodì, si trovano in primo luogo gli orti che danno belle e
-copiose verdure. Sussieguono agli orti le così dette _cocevole_,
-o siano le picciole tenute seminatorie vicine all’abitato che si
-coltivano colla zappa, e danno ogni sorta di prodotti, non esclusa
-la bambagia. Dopo le cocevole vengono i giardini piantati di ogni
-sorta di frutta, e specialmente di ciriegie che sono in Ruvo di
-varie ed eccellenti qualità. Sono state esse per Ruvo sempre un
-capo d’industria. Quelle volte che mi sono ivi trovato al tempo
-delle ciriegie sono rimasto ammirato nel vedere la gran quantità
-de’ forestieri che venivano specialmente dalle città della Puglia a
-comprarle con molti animali da soma.
-
-Oggi coteste piantazioni si sono diminuite, perchè per più anni di
-seguito sono state danneggiate da certi vermini detti volgarmente
-_campe_. I proprietarj de’ giardini sconfidati dalla perdita fatta per
-più anni della rendita principale di essi o non hanno più curato di
-sostituire le novelle piante a quelle già invecchiate, o hanno recise
-in parte le antiche piante e destinato il terreno ad altri usi.
-
-A me pare che si sia in ciò mancato di pazienza e di costanza. Questi
-casi non sono nuovi. Coteste _campe_ vi sono state anche in altri
-tempi; ma non perciò i nostri Antenati si sono scoraggiati. Ma non
-perciò si sono determinati a distruggere una produzione del nostro
-suolo pregevolissima, e quindi riputata e ricercata, la quale ha fatto
-sempre entrare in Ruvo molto danaro.
-
-Dopo i giardini vengono le contrade piantate di vigne e di frutta
-di ogni specie e di ottima qualità, e principalmente di fichi che
-sono squisitissimi. Nelle stesse contrade delle vigne vi sono anche
-le tenute coverte di ulivi e di mandorle che formano due prodotti
-interessantissimi di quel territorio. È notabile che al principio
-di coteste vaste contrade, ed alla distanza di meno di un miglio
-dall’abitato ne’ luoghi denominati _Valle nuova_, volgarmente _Vardenò_
-la _Pozza_ e ’l _Pantano_, si trovano copiose sorgive di acqua dolce,
-le quali in tempo di siccità sono di grande ajuto alla Popolazione.
-
-I vini che produce quel territorio sono buoni. Manca però l’arte
-di fargli. Si fanno inoltre bollire molto poco, ed ordinariamente
-ne’ palmenti di pietra freddi per loro stessi e non opportuni alla
-fermentazione. Sono quindi di poca tenuta. La massima parte de’ luoghi
-addetti alle vigne è adatta a produrre vini del color dell’oro o
-alquanto più colorati detti _cerasuoli_. Tra i primi si distingue il
-vino denominato _colatamburro_, il quale è molto gustoso e ricercato
-dagli abitanti delle convicine città e specialmente dai Coratini. Si
-fa anche del buon moscado poco inferiore a quello di Trani, ove se
-ne fa molta quantità e molto smercio. Si fa pure il così detto vino
-_zagarese_, il quale è un vino dolce piuttosto di uva nera picciola e
-minuta che ha molto vigore e molta fraganza. È quello stesso vino che
-si fa anche sulla collina di Posillipo, ed è denominato _cacamosca_,
-molto in Napoli pregiato.
-
-Gli antichi vini di Ruvo in generale erano gustosi al palato, ed
-innocenti, perchè non molto duri e gagliardi. Nella formazione di
-essi vi prendeva molta parte l’_uva greca_ introdotta probabilmente
-dagli antichi coloni Greci che seppero ben conoscere le uve che a
-quel terreno meglio convenivano. Ma i nostri zappatori che amano un pò
-soverchio le cantine, come innanzi ho detto, e vogliono vini forti e
-poderosi, colle larghe piantazioni fatte di uve nere, le quali non sono
-opportune a tutti i luoghi del nostro territorio, lungi dal migliorare
-hanno anzi guastati gli antichi vini assai più amabili degli attuali.
-
-Le contrade finora descritte sono state sempre chiuse e difese, e
-portano il nome di _Distretto_. Furono quindi rispettate anche dal
-decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 col divieto espresso
-però di estenderle vie più ed ampliarle, divieto barbaro abolito dalle
-novelle leggi relative alla chiusura de’ demanj. Dai luoghi suddetti
-tirandosi sempre innanzi verso il mezzodì si esce in una vasta pianura
-di terreno tutto raso o con qualche rarissimo albero selvatico isolato.
-Questa pianura la formano le tre contrade distinte coi nomi di _Ralle,
-Strappete_ e _Matine_. Hanno formato esse sempre la parte maggiore
-dell’antichissimo Demanio comunale, e la sede di numerose masserie
-di semina come innanzi più volte si è detto. È ivi il terreno tutto
-coltivabile, tranne que’ piccioli pezzi di saldo sassoso che si trovano
-di quando in quando disseminati nelle due contrade denominate le Ralle
-e le Strappete, giacchè quella delle Matine nella massima parte è netta
-di essi.
-
-Cotesta vasta e fertilissima pianura di molte migliaja di moggia
-dal lato occidentale della contrada delle Strappete si protende fino
-all’altra vasta contrada di _Calentano_, la quale pare che formi parte
-delle Strappete. È la stessa fino ad un certo punto intersecata da una
-lunga striscia di terreno boscoso, il quale comincia dall’antichissimo
-bosco feudale denominato il _Parco del Conte_, e finisce alla difesa
-comunale di cui innanzi si è parlato formata nell’anno 1510 ed ampliata
-nell’anno 1552. Termina di fronte la pianura suddetta nell’antichissimo
-bosco feudale che ne’ Registri Angioini è chiamato _Foresta_, il quale
-cinge presso che tutto il lato meridionale di essa.
-
-La già detta contrada delle Strappete è traversata da un vallone
-di notabile ampiezza e profondità il quale la fende dall’Occidente
-all’Oriente. Ha cotesto vallone i segni manifesti di essere stato un
-tempo il letto di un torrente del quale per altro si è perduta ogni
-memoria. Il fondo di esso è ora coltivato dall’aratro e la mia famiglia
-ne possiede un buon tratto che porta il nome di _lama dell’Ospedale_,
-forse perchè apparteneva un tempo all’Ordine Gerosolimitano ed
-all’Ospedale di S. Giovanni di Barletta, come si è detto innanzi del
-Castello e del territorio del Garagnone. Si noti però che in quella
-Regione si dà il nome di _lama_ a que’ canali per i quali scorre
-l’acqua piovana insieme raccolta. Quindi il nome di _lama_ da quel
-luogo ritenuto fino ai nostri giorni conferma la idea di essere stato
-un corso antichissimo di acqua.
-
-Che per quel luogo abbia dovuto passare un tempo un amplissimo
-torrente, oltre l’aspetto del luogo lo pruova anche il seguente
-fatto. Mi diceva il mio buon Genitore che sessanta e più anni indietro
-mentre li suoi mietitori stavano falciando il grano nel fondo della
-lama suddetta videro venire dal lato del detto bosco di Ruvo con gran
-furia e strepito alla loro direzione uno immenso torrente di acqua,
-il quale diè loro appena il tempo di salvarsi frettolosamente sulle
-coste di essa. Che giunta l’acqua nella lama la colmò da capo a fondo
-trasportando seco grossi sassi, alberi svelti nel bosco, messi recise,
-lepri e volpi che nuotavano a fior di acqua. Che quel torrente in fine
-traversando prima il territorio di Ruvo, ed indi il finitimo territorio
-di Bitonto, era andato a scaricarsi nel mare tra Giovinazzo e Bari.
-Dal che è facile comprendere che seguita una forte e dirotta pioggia
-nella contrada delle murge superiore al bosco suddetto in quel sito per
-lo quale passava un tempo il già detto antico torrente, prese l’acqua
-quella medesima direzione che lo stesso aveva.
-
-Dalla detta vasta pianura continuandosi il cammino verso il mezzodì
-si entra nel già detto bosco. Traversato lo stesso per poche miglia
-si esce nell’ampia contrada delle murge detta da Strabone _montosa
-et aspera_. Ma la stessa asperità del luogo dà diletto allo sguardo.
-Continuo è ivi il variare delle colline formate dal nudo sasso, e delle
-vallate volgarmente dette _canali_ coverti di verdeggianti seminati.
-Ed ove lì si vada nella estiva stagione, non è men bello il vedersi
-quelle colline popolate da un numero immenso di greggi e di armenti
-che vanno a respirare l’aria fresca, essendo quello un erbaggio estivo
-preziosissimo ed indispensabile, come più volte innanzi si è detto.
-
-Abbonda quella contrada di serpillo e di timo, il quale mentre rende
-il latte più odoroso, produce anche eccellente mele. Si ritrae questo
-dalle arnie che tengono i Ruvestini riunite in un luogo della contrada
-istessa denominato _lama d’api_ sotto la cura di un massajo bene
-istruito di cotesta industria, oltre le altre arnie che parecchi di
-essi tengono nelle rispettive masserie.
-
-La contrada delle murge è di vastissima estensione, e progredisce
-da quel lato ai territorj di Bitonto, di Altamura, di Gravina, del
-Garagnone, di Minervino, di Andria e Corato. Non ha la stessa nè fiumi,
-nè laghi. Le immense acque piovane che discendono dalle numerose e
-continuate colline di sopra descritte vengono in parte sorbite dai
-terreni coltivati delle valli o siano _canali_ che intercedono tra
-una collina e l’altra, ed in gran parte vanno a scaricarsi in certe
-voragini denominate _grave_ che vi sono in quella contrada. Coteste
-voragini sono di una profondità che niuno ancora ha potuto misurarla, e
-nel guardarle incutono terrore.
-
-Dalle acque immense che s’immettono in coteste profondissime voragini
-pare che siano animate le inesauste sorgive della contigua contrada
-delle Matine, la quale è molto sottoposta a quella delle murge che sta
-in un sito elevatissimo. In quanto poi all’antichissimo vallone che
-traversa la contrada delle Strappete, di cui ho fatta innanzi menzione,
-pare anche che possa aver la cosa la seguente spiegazione. Non è
-improbabile che prima che i canali delle murge, i quali sorbiscono ora
-non poche acque piovane, si fossero dissodati e ridotti a coltura,
-e prima che le dette voragini si fossero aperte sia dalla forza
-dell’acqua, sia piuttosto da un forte scuotimento di terra, fosse stato
-quello l’alveo di un antico torrente che trasportava fino al mare una
-porzione delle copiosissime acque delle murge, come avvenne nella
-straordinaria alluvione seguita sessant’anni e più indietro di cui
-innanzi ho parlato.
-
-Nel vasto territorio di Ruvo finora descritto al tempo del servaggio
-feudale molto scarse e rare erano le case di campagna che vi si
-vedevano, e queste piuttosto rozze e meschine. Oggi se ne vedono surte
-abbastanza e ne sorgono alla giornata. Anche i mediocri possidenti
-vogliono avere la loro casina di campagna corrispondente alle proprie
-forze, e tra quelle delle persone più facoltose ve ne sono alcune che
-possono dirsi lussuose. Accresce ciò il bello di quel territorio, e
-costituisce nel tempo stesso un miglioramento ed un progresso di quella
-Popolazione nella civiltà.
-
-Da ciò che si è detto risulta che nel territorio di Ruvo con quattr’ore
-di cammino si gode tutto ciò che può formare il bello della Natura.
-Nell’uscirsi dalla città si trovano bellissimi orti, indi si passa
-ai giardini, alle vigne, agli oliveti ed altri arbusti, ai terreni
-seminatorj, ai boschi, ed in fine ai colli ed alle valli. Coteste
-varietà che rapidamente succedono l’una all’altra non possono non
-essere incantevoli. Dilettano sommamente i sensi e colpiscono lo
-spirito. Sì fatte combinazioni operate dalla mano possente della
-Natura non è facile trovarle replicate in altri luoghi. Non fia dunque
-meraviglia che gli Arcadi conquistatori della bella Regione denominata
-Peucezia dal loro Condottiere, incantati dalla vaghezza del sito di
-cui ho ragionato abbiano ivi edificata la nostra città, e decorata la
-stessa del nome di una delle più illustri città del loro Paese natio.
-Ben lo meritava la pregevole qualità e varietà di quel territorio così
-bene adatto a prestarsi tanto all’agricoltura, quanto alla pastorizia a
-cui erano essi principalmente inclinati.
-
-Non posso però credere giammai che que’ nostri valorosi e colti
-Antenati, i quali fecero nella nostra città fiorire nel grado il
-più eminente le belle arti siano stati tanto trascurati quanto lo
-sono i Ruvestini attuali nel mantenimento delle pubbliche strade che
-menano alle loro deliziose campagne. Fa un’onta positiva ai medesimi
-il vedersi che neppure intorno alla città e ne’ luoghi alla stessa
-adiacenti si può passeggiare con comodità, anzi senza positivo disagio
-per la gran quantità delle pietre che ingombra le pubbliche strade!
-
-Nè può essere condonabile tampoco alle Autorità municipali la
-negligenza e la non curanza colla quale soffrono che i proprietarj de’
-terreni adiacenti alle pubbliche strade nello spurgargli delle pietre
-si permettano di gittarne in mezzo alle stesse una buona porzione, e
-renderle assolutamente impraticabili[270]!
-
-Non è meno riprensibile la negligenza e la non curanza delle dette
-Autorità municipali sui parieti adiacenti alle pubbliche strade, i
-quali si lasciano cadere, senza obbligarsi i proprietarj de’ fondi
-a rifargli di nuovo; dal che ne deriva che le pietre scomposte e
-disciolte si rovesciano su di esse. Massima poi è la indecenza e la
-laidezza di un altro abuso introdotto da non molti anni in qua, qual
-è quello di vedersi ai fianchi delle pubbliche strade rammassato da
-passo in passo il letame che si lascia a fermentare per lo concime de’
-terreni. Oltre però il fetore che tramandano coteste immondezze, e la
-corruzione dell’aere che producono, simili sozzure disgustano la vista
-e muovono lo stomaco. Quindi la sordida indiscrezione di pochi, la
-quale non merita veruna indulgenza, degrada anche la città ed i suoi
-abitanti nella opinione e nel concetto de’ Forestieri che passano.
-
-Se questi appartengono ad Estere Nazioni, nel vedere tai disordini
-non mai corretti, ed ogni dì sempre crescenti potrebbero credere
-forse che manchino nel nostro Paese le Leggi relative alla nettezza
-delle pubbliche strade, mentre le nostre Leggi tanto giudiziarie che
-amministrative si sono di proposito occupate di un articolo tanto
-interessante, e non vi è un solo degl’inconvenienti da me rilevati
-il quale non sia stato da esse preveduto alla lettera e rigorosamente
-punito.
-
-Si aggiunga che molti anni indietro si formarono in Ruvo gli Statuti
-municipali, ed in quella occasione ne fui anch’io consultato dal
-Sindaco e dagli Eletti. Mi ricordo bene che suggerii loro alcuni
-articoli molto efficaci a mantenere la nettezza delle pubbliche strade,
-perchè vedeva che in questa parte principalmente e molto largamente
-si peccava. Cosa però valgono le Leggi ed i Statuti quando quelle
-Autorità che dovrebbero fargli rispettare ed eseguire, tollerano con
-una indifferenza quanto stupida, altrettanto colpevole che siano essi
-impunemente violati, e sono forse esse le prime a violargli?
-
-La decenza però e la dignità del Governo municipale dovrebbe finalmente
-porre un termine alle sconcezze di sopra enunciate le quali insultano
-positivamente la Legge e l’Ordine pubblico. Il mezzo di riuscirvi senza
-molto impiccio sarebbe facilissimo. In quanto alle pietre gittate
-sulle pubbliche strade nello spurgo de’ terreni adiacenti, o cadute
-dai parieti scomposti e disfatti, ove queste non vengano tolte tra un
-termine designato dai proprietarj di essi, dovrebbero farsi gittar
-di nuovo ne’ loro fondi a spese de’ contravventori. In quanto poi
-al letame che si trovi rammassato ai fianchi delle pubbliche strade,
-ovunque questo si trovi, dovrebbe esser venduto col fatto a beneficio
-della Cassa comunale, oltre la esazione della multa stabilita dalla
-legge per tale contravvenzione.
-
-Non sono questi per altro i soli disordini, de’ quali è a dolersi. Ve
-ne ha anche degli altri assai più gravi che meritano seria attenzione
-come quelli che menano a distruggere tutto il bene che si è fatto.
-La disgrazia de’ Comuni, e molto più di quelli che hanno rendite
-patrimoniali vistose è l’essere infestati dai partiti ed insidiati da
-una genia d’intriganti, i quali sotto la maschera di zelanti cittadini
-_Patriæ studium in ore, privatum in animo magis habent_, come bene a
-proposito diceva Livio[271].
-
-Si declama altamente contro l’abolita feudalità, mentre col proprio
-operare non si fa che l’apologia di essa! A che maledirsi le antiche
-prepotenze Baronali, quando alla depressa dominazione de’ Baroni si
-cerca sostituire la dominazione propria, e sotto il nome venerando
-del Comune si vogliono introdurre abusi e gravezze più condannabili di
-quelle che la feudalità si permetteva? È forse odioso il _Dispotismo
-Baronale_, e piacevole e soave il _Dispotismo Comunale_ esercitato
-da una fazione dominante e soverchiante? A tal modo però non si vuole
-che lo stesso sistema sotto nomi diversi, o come ben diceva Cornelio
-Tacito, _magis alii homines, quam alii mores_[272].
-
-Intendiamoci però bene. L’amministrazione comunale per poter meritare
-un tal nome, bisogna che sia quanto saggia ed avveduta, altrettanto
-paterna. Se imita e molto più se sorpassa le durezze Baronali, si
-degrada, si rende pesante ed esosa, e fa l’elogio della feudalità.
-Cosa giova alle Popolazioni l’abolizione di essa se dovessero ricadere
-sotto un giogo più duro e più pesante? Se serve ad un partito, e quindi
-all’interesse, alle passioni, alle rivalità ed ambizioni private, perde
-giustamente la fiducia e la stima della Popolazione, e si rende il
-flagello di essa.
-
-Il servire ad una moltitudine di padroni è cosa assai più dura che il
-servire ad un solo. I Baroni erano oppressori; ma potevano talvolta
-usare anche de’ tratti proprj della loro illustre condizione. Chi mai
-però ha trovata ancora nobiltà ed elevatezza di pensare ne’ ruvidi
-intriganti e prepotenti de’ piccioli paesi? Guai a quella Popolazione
-che non si sveglia a tempo, e fa prendere a questa gente una mano
-troppo lunga! Quai limiti, quai termini aver potrebbe la loro rustica
-ed insolente albagia?
-
-Molte sono le cose che dovrei dire sui disordini introdotti
-nell’Amministrazione comunale di Ruvo, sul non poco male che si è
-fatto e sul molto bene che avrebbe potuto farsi, e non si è voluto
-per lo spirito di parte e la forza degl’intrighi. Serie ed importanti
-osservazioni specialmente esigerebbero l’interessantissimo erbaggio
-delle murge, lo interramento del lago di annaja, e la distruzione del
-Bosco comunale. La sposizione però de’ veri fatti relativi a cotesti
-tre articoli e le discussioni di Giurisprudenza, di Regolamenti
-amministrativi e di Economia Politica che vi han rapporto non potevano
-aver luogo in un breve cenno istorico.
-
-L’impegno che mi ha sempre animato di giovare il più che ho potuto
-alla mia patria mi ha fatto determinare ad esporre i miei pensamenti
-in altra apposita memoria. Non essendo però una bella cosa il lavar
-la testa all’asino e ’l parlare a chi non vuol sentire, intendo
-questa indirizzarla a que’ veri e buoni miei concittadini che si sono
-preservati dalla corruzione, e sentono il loro cuore riscaldato dal
-santo amore di Patria, onde possano pe ’l bene della stessa porre a
-profitto le cose che saranno da me osservate e proposte.
-
-A quelli uomini poi della novella generazione che molto presumono,
-che si credono più sapienti di coloro che gli hanno preceduti, e che
-sotto la maschera di un falso zelo cuoprono la smania d’influire, di
-dominare, e di disporre delle cose comunali a loro arbitrio, come più
-anziano, e meglio istruito delle cose patrie da essi finora ignorate do
-un sano e salutare consiglio.
-
-Non possono essi certamente darsi il vanto di aver avuta parte a quelle
-laudabili operazioni che hanno messa la nostra città nel floridissimo
-stato in cui ora si trova. Abbiano almeno la buona volontà di non
-distruggere il bene che si è fatto, e ’l talento d’istruirsi delle
-cose passate, onde non far ricadere la nostra città sotto quelle
-stesse gravezze che produssero altra volta la miseria generale della
-popolazione, poichè come bene diceva Cicerone, _Nescire autem quod
-antea quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum_[273].
-
-
-
-
-AVVERTIMENTO.
-
-
-Dopo avere esposti i miei pensamenti sulla origine _Achea-Arcadica_
-della nostra città credo utile aggiugnere un avvertimento diretto a
-prevenire qualche osservazione che una critica poco avveduta potrebbe
-forse fare in contrario. Ho detto nel capo III che _Oenotro_ e
-_Peucezio_ figliuoli di Licaone Re di Arcadia prima della guerra di
-Troja approdarono nelle nostre Regioni con numeroso seguito di Arcadi
-ed altre Genti del Peloponneso, e fondarono due Dominazioni, delle
-quali una prese il nome di _Oenotria_ e l’altra di _Peucezia_, ove la
-nostra città è sita.
-
-Non ignoro che alcuni moderni Scrittori hanno riputato favoloso cotesto
-racconto che si trova ne’ Scrittori Greci e Latini da me riportati nel
-detto capo III, ed in qualche altro ancora. Tale opinione cennata dal
-nostro illustre Canonico Mazocchi[274] è stata, per tralasciarne altri,
-più diffusamente esposta dal chiarissimo Giuseppe Micali in più luoghi
-della sua pregevole _Storia degli antichi Popoli Italiani_. Rispetto
-moltissimo questi nomi, ma la facoltà di ragionare è libera a tutti.
-
-Potrei dire che il loro assunto non è sostenuto da dimostrazioni
-positive tratte da testimonianze precise di altri antichi accreditati
-Scrittori i quali avessero smentito di proposito il racconto suddetto.
-Da ciò che da alcuno di essi si trova scritto sull’antica posizione
-dell’Italia si son tratti bensì argomenti ed illazioni negative della
-venuta de’ predetti figli di Licaone, e delle due Dominazioni che si
-son credute da essi costituite. Si sa però che gli argomenti negativi
-non hanno sempre per loro stessi una piena forza. Potrei aggiugnere
-anche ch’è sempre malagevole il tacciare di soverchia credulità Uomini
-dottissimi dell’Antichità i quali vissero diciotto secoli e più prima
-di noi, e quindi potevano saperne assai più di quello che noi ne
-sappiamo, ed essere meglio al caso di discernere i veri fatti istorici
-dalle favolose narrazioni. Nella materia di cui si tratta l’autorità di
-coloro che hanno scritto in un epoca più vicina ai fatti che allegano
-prevale a quella de’ Scrittori più recenti.
-
-Tanto più la critica non è quì sicura, quanto che li predetti antichi
-Scrittori ai quali mi sono riportato avevano tanti altri libri Greci
-e Latini, che non sono sventuratamente a noi pervenuti. Non è quindi
-facile l’affermare e ’l decidere che in mezzo a tanto lume siansi
-essi allucinati, ed abbiano ritenuti come veri de’ racconti puramente
-favolosi, i quali non gli avessero trovati accreditati anche da que’
-Scrittori ch’essi avevano alle mani, ma a noi mancano.
-
-Messe però da banda coteste considerazioni di non lieve peso, mi limito
-ad osservare che dato anche per favoloso l’arrivo di Oenotro e Peucezio
-nelle nostre Regioni, non perciò potrebbe rimanerne alterato ciò che
-da me si è pensato e scritto sulla origine della nostra città. Osservo
-in primo luogo che que’ medesimi moderni Scrittori che menano innanzi
-cotesta opinione han convenuto che i luoghi vicini al mare specialmente
-della Peucezia furono occupati dalle Colonie Greche che vennero a
-stabilirsi nella Italia in epoche diverse, e che gli antichi abitanti
-di origine prettamente Italiana si ritirarono nella parte interna e
-ne’ luoghi montuosi sia perchè più opportuni alla propria sicurezza,
-sia perchè più analoghi alla loro fierezza ed alla loro maniera di
-vivere semplice ed agreste, sia in fine perchè non prezzavano molto i
-terreni vicini al mare in quel tempo paludosi in gran parte. E come non
-convenire in una verità di fatto contestata da innumerevoli monumenti
-di Greca origine rinvenuti ne’ luoghi suddetti?
-
-Or la nostra città trovandosi fondata in una Regione bagnata dal
-mare Adriatico ed a poche miglia di distanza dal litorale di esso,
-è conseguenza che si trova in quel tratto di Paese che gli anzidetti
-moderni Scrittori non dissentono che sia stato occupato dalle Greche
-Colonie. Che che dunque voglia dirsi del loro avviso relativo alla
-venuta di Oenotro e Peucezio, la origine Grechesca della nostra città
-combacia anche bene colle già dette loro posizioni.
-
-Da queste vedute generali discendendo al particolare, gli antichi
-numerosissimi monumenti ivi disotterrati all’epoca nostra non
-lasciano su di ciò il minimo dubbio. Mi piace quì ripetere le dotte e
-sensatissime osservazioni dello stesso Mazocchi riportate nella mia
-prefazione alla pag. 6. _Scriptorum quorumlibet testimoniis longe
-exploratiora sunt nummorum, lapidum, ænearum tabularum monumenta,
-quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu
-dubitabit? Quod si pleraque Etruscis, Oscis, aut omnino peregrinis
-elementis exarata deprehenduntur, tunc antiquos Auctores omnes, vel si
-milleni fuerint, qui Græcam originem crepantibus buccis jactaverint,
-contemnerem_[275].
-
-Con ragione, poichè dagli antichi monumenti sorge la pruova di
-una verità di fatto positiva, la quale non può essere distrutta da
-qualunque testimonianza di Scrittori. Siccome nel criterio legale li
-monumenti pubblici antichi prevalgono sempre ai detti de’ testimonj,
-così vale la stessa regola anche nel criterio istorico[276]. Or negli
-antichi monumenti e nelle antiche monete Ruvestine tutto essendo
-prettamente Greco e niente affatto fuori che il Greco, non vi può
-essere quistione sulla origine Grechesca della nostra città.
-
-Se cotesti elementi però costituiscono la pruova incontrastabile della
-sua origine, non è meno vero che ugual valore, ed uguale influenza
-debbono avere nell’indagarsi anche quali degli antichi Popoli della
-Grecia han potuto fondarla. In questa parte interessantissima le
-sue antiche monete sono quelle che ci porgono il filo di Arianna
-per poterne attribuire la fondazione alle Greche Popolazioni del
-Peloponneso. Le più antiche di esse portano la leggenda Ρὑψ (Rhyps),
-quali son quelle riportate ai numeri 1 2 3 e 4 della prima tavola, e
-6 e 7 della seconda. Nelle più recenti il π vedesi cangiato in β come
-ho osservato alla pag. 95 in fine e 96. Portano quindi la leggenda
-ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, o ΡΥΒΑ abbreviato, da cui si è tratto il nome latino
-_Rubi_.
-
-Ma l’antico nome Ρὑψ imposto alla nostra Città dai primi suoi fondatori
-non potendo ripetersi da altro principio che dall’essersi voluto
-quì riprodurre l’antica ed illustre città dell’Acaja denominata
-_Rhypæ_, come l’ho concludentemente dimostrato nel capo V pag. 90
-a 97, ne risulta da ciò per necessaria conseguenza la sua origine
-Achea. Giova quì anche osservare che Porcio Catone nel suo libro _De
-originibus Italicarum urbium_, Lucio Sempronio ed altri Scrittori che
-la ingiuria del tempo ci ha tolti, convennero in uno sbarco di Greci
-nelle nostre Regioni partiti dall’Acaja prima della Guerra di Troja,
-come ce lo fa conoscere Dionigi di Alicarnasso nel luogo di sopra
-riportato alla pagina 38[277]; il che combacia perfettamente colla
-premessa osservazione che viene suggerita dalle predette antiche monete
-Ruvestine.
-
-Vero è che colla solita Greca presuntuosità ei riprende li già detti
-Romani Scrittori per non essersi incaricati di far conoscere da quali
-città Greche siano essi partiti, sotto quale Condottiere, e per qual
-cagione abbiano lasciata la loro patria, e per non avere tampoco
-addotta alcuna testimonianza di qualche Greco Scrittore. Il loro
-silenzio però su di tali circostanze non basta a distruggere il fatto
-principale da essi contestato, cioè la venuta degli Achei nella Italia
-prima della guerra di Troja, cosa che uomini così dotti non avrebbero
-potuto certamente smaltirla senza verun fondamento.
-
-Il che tanto più è da dirsi quanto che la severa censura del Greco
-Scrittore è andata a finire coll’avere anch’egli convenuto che i Greci,
-quì sbarcati prima della guerra di Troja furono _Arcadi_. Ritenuto
-quindi il fatto principale come un fatto istorico, tutto il dippiù
-poco rileva. Quali delle Popolazioni Greche siano allora quì venute
-non è difficile indagarlo dagli antichi monumenti che contestino le
-loro costumanze ed i loro Riti ritenuti ne’ luoghi da esse occupati.
-Or tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini trovandosi sicure
-testimonianze che serbava la nostra città le costumanze ed i Riti
-Arcadici per le circostanze da me rilevate dalla pagina 74 alla pagina
-76, vi è tutta la ragione di dirsi che nella fondazione di essa vi
-ebbero parte anche gli Arcadi e che questi furono nel numero de’ Greci
-che Porcio Catone, Lucio Sempronio ed altri contestarono di essere
-partiti dall’Acaja prima della guerra di Troja.
-
-È risaputo quanto in simili indagini influisce la considerazione
-del culto delle Divinità, de’ Genj e degli Eroi che un’antica città
-serbava. Queste conghietture suggerite anche dagli antichi Scrittori
-sono state ritenute dagli Archeologi odierni per indagare la origine
-delle città antiche, com’è noto a chiunque abbia conoscenza della
-materia. Si aggiunga a ciò che Strabone nel luogo innanzi riportato
-alla pagina 42 fu di avviso che in generale i Greci che occuparono
-la Peucezia erano venuti dall’Arcadia. Non può credersi che uno
-Scrittore così grave lo abbia ciò detto a caso. Bisogna convenire che
-la sua opinione fu fondata o sull’autorità di altri Scrittori che la
-ingiuria del tempo ci ha tolti, o sulle antiche tradizioni ritenute
-dagli abitanti di quella Regione, essendo cosa regolare e naturale che
-i Popoli trapiantati dal loro Paese natio in altre lontane Regioni
-serbino le memorie della loro origine. Dopo tanti secoli e tante
-vicende sofferte dalla povera Italia si son queste oggi smarrite. Al
-tempo di Strabone però potevano gli abitanti della Peucezia ritenerle
-ancora, ed è da presumersi che le abbiano ritenute, ed egli che fu uno
-Scrittore accuratissimo e minutissimo le abbia raccolte.
-
-Lo sbarco quindi di Oenotro, e Peucezio nelle nostre Regioni o che sia
-un fatto istorico o che voglia credersi una favola, nulla ciò rileva
-a discapito delle cose da me dette sulla origine della nostra città.
-Se i Greci del Peloponneso che la fondarono non furono guidati da
-Oenotro e da Peucezio, si potrebbe forse dir perciò che non abbiano
-potuto ivi capitare sotto altri Condottieri? Non potendosi porre in
-dubbio le antiche emigrazioni de’ Greci nelle nostre Regioni e la
-occupazione fatta dalle Greche Colonie de’ luoghi adiacenti al mare,
-nulla importa per l’oggetto di cui si tratta il conoscersi anche i
-nomi de’ loro Capi. Le circostanze particolari da me rilevate per
-indagare i popoli della Grecia ch’ebbero parte alla fondazione della
-nostra città, risultando dalle sue monete e da altri antichi monumenti
-indipendentemente dalle testimonianze de’ Scrittori Greci e Latini
-delle quali mi son giovato, sono questi gli elementi più solidi e più
-sicuri in simili indagini, anche nel senso di que’ moderni Scrittori
-che hanno riputata favolosa la venuta de’ figliuoli di Licaone nelle
-nostre Regioni.
-
-
-
-
-INDICE DE’ CAPITOLI.
-
-
- CAPO I.
- _Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città
- di Ruvo_ PAG. 9
- CAPO II.
- _Delle antiche monete della città di Ruvo_ 32
- CAPO III.
- _La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che
- vennero nella Italia prima della Guerra di Troja_ 35
- CAPO IV.
- _Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle
- arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua
- origine Arcadica_ 56
- CAPO V.
- _La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche
- dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori_ 90
- CAPO VI.
- _Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio
- edificata_ 99
- CAPO VII.
- _Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni_ 107
- CAPO VIII.
- _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
- Angioina_ 122
- CAPO IX.
- _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
- Aragonese_ 164
- CAPO X.
- _Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di
- Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale
- Dinastia Regnante_ 170
- CAPO XI.
- _De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia
- nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti_ 195
- CAPO XII.
- _Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte
- dalla prepotenza Baronale_ 209
- CAPO XIII.
- _De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno
- 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno
- 1805_ 239
- CAPO XIV.
- _Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine
- del secolo XVIII in poi_ 261
- CAPO XV.
- _Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
- sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio,
- e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione
- comunale_ 304
- AVVERTIMENTO
- _Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore_ 319
-
-
-
-
-INDICE GENERALE.
-
-
-A
-
-Acheloo fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume
-Acalandro detto oggi Salandrella pag. 93.
-
-Achille combatte ed uccide Pentesilea Regina delle Amazoni pag. 67 e 68.
-
-_Aletium_ antica città de’ Salentini — Vi è quistione se sia l’attuale
-città di Lecce pag. 10.
-
-Alfonso I di Aragona riordinò la Dogana delle pecore di Puglia e la
-fornì di erbaggi vernini pag. 195.
-
-Alfonso II di Aragona — Succedè nel Regno nell’anno 1794 Ferdinando
-I suo Genitore — Era generalmente odiato dai suoi sudditi —
-Nell’avvicinarsi l’armata di Carlo VIII Re di Francia le Provincie
-del Regno si sollevarono, ei perdè il suo coraggio, andò a ricoverarsi
-nella Sicilia, ove si ritirò in un Convento di Frati in Messina pag.
-170.
-
-Altamura antica città della Terra di Bari creduta da taluni la stessa
-che _Sub Lupatia_ pag. 47 — Il suo territorio confina con quello di
-Ruvo pag. 130.
-
-Amministrazione comunale — Suo vero carattere e difetti che la fanno
-degenerare pag. 317.
-
-Anchise e Venere sul monte Ida pag. 68 a 73.
-
-Andrea figliuolo di Carlo Re d’Ungheria, marito della Regina Giovanna
-I strangolato in Aversa e gittato ignominiosamente da una finestra pag.
-146 — Procedimento contro i rei di cotesto misfatto pag. 146 e 147.
-
-Andria città della Terra di Bari erroneamente creduta la stessa che
-la città denominata _Netium_ non mai esistita pag. 18 — Fu edificata
-da Pietro Normanno Conte di Trani, non già da Diomede pag. 23 e 24 —
-Etimologia del suo nome pag. 26 — Deve credersi surta nell’antico agro
-Ruvestino pag. 168 — Saccheggiata dai Tedeschi e Lombardi al tempo
-della Regina Giovanna I pag. 272 a 274 in nota — Terribile assedio
-in essa sostenuto da Francesco del Balzo al tempo di Ferdinando I
-di Aragona pag. 26 — Presa, saccheggiata ed incendiata dai Francesi
-nell’anno 1799 pag. 271 a 277.
-
-Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute nell’Italia prima della
-Guerra di Troja con Oenotro e Peucezio pag. 38 39 319 e seguenti —
-Altri Arcadi venuti dappoi con Evandro pag. 40 — Furono bene accolti
-perchè vi portarono la coltura, la musica, le belle arti e buone leggi
-pag. 74.
-
-Archita valente nel comando degli eserciti e nella scienza del Governo
-pag. 36.
-
-_Argos Hippium, Argyripa, Arpi_, antica città della Daunia fondata da
-Diomede pag. 12 55 e 92.
-
-Armigeri Baronali, strumenti efficaci delle prepotenze della Casa
-d’Andria pag. 230.
-
-Augustali — Loro Istituzione — Vi era in Ruvo un Collegio di Augustali
-pag. 109 e 110.
-
-
-B
-
-Bagliva di Ruvo — Riserbata al Re nelle concessioni in feudo dell’epoca
-Angioina pag. 134 e 135 — Nelle posteriori concessioni dall’epoca
-Aragonese in poi vi andò inclusa pag. 164 e seguenti, e pag. 185
-— Gravezze ed abusi introdotti dalla Casa d’Andria nell’esercizio
-de’ diritti bajulari pag. 222 a 224 — La città di Ruvo fu obbligata
-a prenderla in affitto dal Barone per forti somme, onde liberare i
-cittadini dalle vessazioni de’ Baglivi pag. 225.
-
-Bari _Barium_, e nell’Itinerario Gerosolimitano _Beroes_ antica città
-marittima della Peucezia pag. 19 20 21 42 e 43 — Tentarono in vano di
-saccheggiarla nell’anno 1799 gli abitanti de’ suoi casali pag. 270 —
-Occupata dai Francesi nell’anno 1799 pag. 273 in nota.
-
-Barletta _Barulum_, e nella Tavola Peutingeriana _Balulum_ o _Bardulos_
-— Antica città della Terra di Bari posteriore a Strabone, a Plinio ed
-a Tolomeo; ma anteriore ai Normanni — Fu restaurata o fortificata da
-Pietro Normanno Conte di Trani pag. 23 24 e 25 — Consalvo di Cordova
-assediato in Barletta dai Francesi nell’anno 1502 e 1503 pag. 176 —
-Nell’anno 1799 posero ivi i Francesi il loro quartiere generale pag.
-271.
-
-Bisceglia _Buxilia_ o _Vigiliæ_ — Città marittima della Terra di Bari
-meno antica di Barletta Trani e Giovinazzo, ma anteriore ai Normanni —
-Restaurata dal detto Conte di Trani Pietro pag. 25 e 26 — Posseduta al
-tempo del Re Ladislao da Federico Vrunforti col titolo di Conte pag.
-157.
-
-Bitonto, _Butuntus, Butuntinenses, Butuntinus ager, Botontones_
-— Antica città della Peucezia pag. 15 20 21 27 ed 83 — Sua antica
-confinazione col territorio di Ruvo pag. 85 ed 86 — Suo Vescovado unito
-a quello di Ruvo pag. 122.
-
-Bosco antichissimo di Ruvo — Conceduto in feudo nell’anno 1269 pag.
-123 e 212 — Nell’anno 1473 Ferdinando I di Aragona acquistò per uso
-del Regio Tavoliere di Puglia l’erba vernina di esso dalla Vigilia del
-S. Natale fino al dì 8 maggio pag. 214 — Nell’anno 1552 la Regia Corte
-acquistò per lo intero l’erba vernina e la ghianda del detto bosco e
-fu tolto ai Ruvestini il dritto di immettervi a pascere i bovi aratorj
-— Grave discapito che vennero da ciò a soffrirne pag. 202 e 203 — La
-prepotenza della Casa d’Andria rese il bosco suddetto inaccessibile ai
-Locati del Regio Tavoliere pag. 217 e 218. Taglio spietato dato dalla
-Casa d’Andria agli alberi di esso ed immenso profitto trattone pag.
-219 — Giudizio criminale istituito per tal causa dalla Università di
-Ruvo nell’anno 1797 pag. 246 — Misure prese colla transazione del dì 2
-maggio 1805 per farne seguire il rimboscamento pag. 258 e 259 — Per lo
-di più relativo al detto bosco vedi _Usi civici_.
-
-Brindisi antica città de’ Salentini pag. 9 — Assediata e presa da
-Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. 113.
-
-Bruchi — Il territorio di Ruvo invaso da queste locuste nell’anno 1808
-— Danni da esse recati alle Puglie — Mezzi adoperati per liberarsene —
-Come nell’anno 1813 cessò tale flagello pag. 286 a 288.
-
-
-C
-
-Calabria antica, e sua situazione pag. 40 e 41.
-
-Camera riservata o sia esenzione dall’alloggio militare ordinario
-accordato dalla Casa d’Andria nell’anno 1600 alla città di Ruvo
-mediante il pagamento di ducati ottomila pagina 192 e seguenti.
-
-Campi di Diomede pag. 54.
-
-Canne villaggio reso celebre dalla sconfitta che Annibale diè ai Romani
-in quel luogo detta pag. 54.
-
-Canosa antica città della Daunia messa sulla strada da Roma a Brindisi
-pag. 10 20 21 167 e 168 — Edificata da Diomede pag. 51 a 53 — Suo
-antico territorio pag. 168 — Rovinata dai Tedeschi e Lombardi al tempo
-della Regina Giovanna I pag. 272 nella nota.
-
-Cantalicio Gio: Battista giustamente censurato pag. 184.
-
-Capitolazioni dell’anno 1308 per i dazj civici della città di Ruvo pag.
-140 a 143 — Nuove capitolazioni dell’anno 1314 pag. 145.
-
-Carcere Baronale oscuro ed orribile dell’antica Torre di Ruvo pag.
-230 — Abolito colla transazione dell’anno 1751 pag. 242 — Stanza
-del carcere comunale usurpata dalla Casa d’Andria e restituita colla
-transazione dell’anno 1805 pag. 252.
-
-Carlo I di Angiò morto nell’anno 1285 pag. 135.
-
-Carlo II che gli succedè nel Regno cessò di vivere nell’anno 1309 pag.
-144.
-
-Carlo VIII Re di Francia entrato nel Regno festeggiato ed applaudito
-non seppe profittarne — Lega formata contro di lui e suo ritorno in
-Francia pag. 171 — Sua morte pag. 172.
-
-Caronda sommo Legislatore pag. 36.
-
-Carpino specie di pietra che si trova nel territorio di Ruvo — Usi ai
-quali può esser utile pag. 105 e 106.
-
-Casa comunale di Ruvo ricostrutta dalle fondamenta, ed iscrizione messa
-sulla facciata di essa pag. 190 — Progetto per la formazione di una
-novella Casa comunale più ampia, ed alienazione di detta Casa antica
-pag. 191.
-
-Casali della città di Ruvo ora distrutti, ed osservazioni circa il
-numero e ’l sito di essi pag. 123 a 134.
-
-Castello di S. Maria del Monte pag. 47.
-
-Castello e Torre antica di Ruvo — Descrizione dell’uno, e dell’altra
-pag. 159 a 163.
-
-Ceglia _Celia_ antica città della Peucezia messa sulla strada da Roma
-a Brindisi pag. 10 17 e 55 — Saccheggiata, ed incendiata dai Francesi
-nell’anno 1799 pag. 175 in nota.
-
-Censuazioni de’ beni fondi delle confraternite, ed altri pii luoghi
-laicali di Ruvo eseguite prima dell’anno 1799 colla massima utilità
-pubblica colla cooperazione dell’egregio cittadino D. Antonio Sancio
-pag. 261 e 262.
-
-Chiesa Cattedrale di Ruvo, e suo campanile pag. 154 e 155. Il campanile
-suddetto fortificato da Roberto Sanseverino al tempo della Regina
-Giovanna I, e ripigliato dagli Ungari detta pag. 155.
-
-Chiesa antichissima di S. Maria di Calentano nel territorio di Ruvo
-pag. 127 e 128.
-
-Ciriegie squisite dell’agro Ruvestino pag. 310.
-
-Città Greche dell’Italia molto ben governate — I Romani dopo la
-espulsione de’ Re richiesero alle stesse buone leggi pag. 36, e 37.
-
-Chiusura, ed affrancazione de’ terreni demaniali appatronati dell’agro
-Ruvestino pag. 294 e seguenti.
-
-Colatamburro specie di vino pregiatissimo che si fa in Ruvo pag. 311.
-
-_Cholera_ — Nell’anno 1836, e 1837 fece pochissimo danno alla
-Popolazione di Ruvo pag. 302 e 303.
-
-Combattimento seguito nell’anno 1503 tra i tredici Cavalieri Francesi
-usciti da Ruvo, ed i tredici Cavalieri Italiani usciti da Barletta
-in un campo designato tra Corato ed Andria — Monumento ivi messo per
-futura memoria, ed indi abbattuto dai Francesi pag. 175 e 176.
-
-Consalvo di Cordova detto il Gran Capitano — Spedito la prima volta
-da Ferdinando il Cattolico in soccorso di Ferdinando II di Aragona
-pag. 171 — Spedito la seconda volta a richiesta del Re Federico di
-Aragona gli usò un tratto di perfidia pag. 173 — Ristretto ed assediato
-nella città di Barletta, non seppero i Francesi profittare della loro
-superiorità pag. 174 — Suo procedere iniquo e vile verso la città, e
-gli abitanti di Ruvo pag. 182 e 183 — Sua caduta ed umiliazione, e suo
-sepolcro ultimamente violato e profanato pag. 183 e 184 nella nota.
-
-Contea di Conversano — Al tempo de’ Normanni la città di Ruvo formava
-parte di essa pag. 84 e 114.
-
-Conventi di Ruvo e soppressione di due di essi — Quello de’ Domenicani
-una colla Chiesa fu dal Governo donato alla città pag. 284 — Questa
-l’ha ceduto ai PP. delle Scuole pie ivi stabiliti pag. 289.
-
-Corato nella Terra di Bari edificata da Pietro Normanno Conte di Trani
-pag. 23 e 24 — È surta nell’antico agro Ruvestino pag. 167 e seguenti.
-
-Cortesia nome specioso di una estorsione feudale abolita colla
-transazione dell’anno 1701 pag. 222 e 241.
-
-Crati fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume Crati
-pag. 92 e 93.
-
-
-D
-
-Danza funebre dipinta in uno degli antichi sepolcri Ruvestini pag. 65 a
-67.
-
-Dauno valoroso Principe Illirico venuto nella Puglia, ove si costituì
-una dominazione che dal suo nome fu chiamata Daunia pag. 51.
-
-Demanio comunale di Ruvo, e denominazioni delle contrade che lo
-compongono pag. 222.
-
-Difesa comunale di Ruvo eretta nell’anno 1510 pag. 197 e 198 — Ampliata
-fino a quaranta carri nell’anno 1552, e venduta dalla università
-nell’anno 1632 per pagare i debiti contratti pag. 202 e 203 —
-Quattordici carri di essa rivendicati dalle mani della Casa d’Andria
-nell’anno 1810 pag. 260 e 261.
-
-Diomede valoroso Guerriero Greco che si costituì nella Daunia una
-Dominazione pag. 51 e 52 — Suoi compagni cangiati in uccelli pag. 52.
-
-Domenico Cotugno illustre e celebre cittadino di Ruvo pag. 308 e 309.
-
-Dritto Plateatico usurpato dalla Casa d’Andria alla università di Ruvo
-pag. 225 e 226 — Abolito con decreto dell’Avvocato Fiscale D. Giuseppe
-Zurlo dell’anno 1798 pag. 249.
-
-Dritto proibitivo de’ molini costituito dalla Università di Ruvo per
-sua utilità nell’anno 1615 ed usurpato dalla Casa d’Andria pag. 227 e
-228 — Restituito colla transazione dell’anno 1805 pag. 252 e 253.
-
-Dritto proibitivo delle Taverne e delle Neviere abusivamente introdotto
-dalla Casa d’Andria pag. 227 — Rimasto abolito colla transazione
-dell’anno 1751 pag. 241.
-
-Duca di _Monpensier_ Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. 171.
-
-Duca di _Némours_ Vicerè e Generale Supremo di Luigi XII Re di Francia
-in questo Regno pag. 174 — Era egli a Castellaneta e non a Canosa
-quando Consalvo di Cordova aggredì la città di Ruvo pag. 177 e 178 e
-seguenti.
-
-
-E
-
-_Egnatia_ — Antica città marittima della Peucezia sita sulla strada da
-Roma a Brindisi pag. 10 42 e 43.
-
-_Ehetium_ — Città ignota alla Geografia antica segnata nella Tavola
-Peutingeriana — Conghiettura su di essa del Sig. Millingen pag. 12 e
-13.
-
-Eraclea antica città della Grecia riprodotta nella Italia pag. 92.
-
-Ercole venerato dagli Arcadi, e quindi anche dagli antichi Ruvestini
-pag. 75 e 76.
-
-_Erdonia_ o _Herdonia_ antica città della Daunia messa sulla strada da
-Roma a Brindisi pag. 10 20 21 e 268.
-
-Ettore Carafa il vecchio Duca d’Andria tenne la città di Ruvo sotto un
-giogo di ferro pag. 239 — Le tolse con violenza anche le carte del suo
-Archivio pag. 243.
-
-Ettore Carafa il giovane Conte di Ruvo a torto imputato di aver fatto
-nell’anno 1799 incendiare dai Francesi la città di Andria sua patria
-pag. 271 e seguenti.
-
-Ettore Fieramosca capo de’ tredici Cavalieri Italiani che nell’anno
-1503 si batterono coi tredici Cavalieri Francesi pag. 175.
-
-
-F
-
-Fauno — Re saggio e prudente che dominava que’ luoghi, ove surse poi la
-città di Roma pag. 40.
-
-Federico di Aragona — Sue virtù, sua bontà e giubilo universale per la
-di lui elevazione al Trono di Napoli pag. 172 — Fu spogliato del Regno
-da Ferdinando il Cattolico e da Luigi XII Re di Francia pag. 173.
-
-Ferdinando I di Aragona — Morto nell’anno 1494, gli succedè nel Trono
-Alfonso II suo figliuolo primogenito pag. 170.
-
-Ferdinando II di Aragona — Sua elevazione al Trono — Sua fuga dal Regno
-per la invasione di Carlo VIII Re di Francia e suo sollecito ritorno
-in Napoli — Vantaggi da lui riportati sui Francesi quì rimasti e sua
-prematura morte pag. 171 e 172.
-
-Ferdinando il Cattolico — Sue mire sul Regno di Napoli per lungo tempo
-dissimulate pag. 171 — Accordo combinato tra lui e Luigi XII Re di
-Francia per torre il Regno di Napoli a Federico di Aragona — Vedi
-_Trattato segreto_.
-
-Feudalità — Distruttrice del genio del gusto e della specolazione
-agraria, ed apportatrice di avvilimento, di servitù, di suggezioni, ed
-estorsioni pag. 120.
-
-Fida abusivamente esercitata dai Baglivi Baronali nel demanio comunale
-di Ruvo, ed anche ne’ terreni appatronati siti in esso pag. 222 —
-Abolita colla transazione dell’anno 1805 pag. 253 e 254.
-
-Fineo cieco liberato dalle arpie dagli Argonauti pag. 76 e 77.
-
-
-G
-
-Gabelle comunali della città di Ruvo — Se le appropriò la Casa d’Andria
-dall’anno 1691 all’anno 1737 — Mancanza di pagamento de’ creditori
-Fiscalarj della stessa — Lunghe ed inutili querele di essi e fallimento
-della Università seguito per tal causa pag. 232 a 235 — Supposto
-credito di ducati 25600 della Casa d’Andria ammesso per collusione pag.
-235 a 237 — Abolito colla transazione dell’anno 1805 pag. 252.
-
-Gabella comunale della giumella delle mandorle usurpata dalla Casa
-d’Andria, e convertita in una esazione feudale pag. 226 — Abolita colla
-transazione dell’anno 1751 pag. 241.
-
-Garagnone antico casale ora distrutto in Terra di Bari — Apparteneva un
-tempo all’Ordine Gerosolimitano — È passato dopo per molte mani e per
-ultimo è stato posseduto dalla famiglia Mazzaccara — Vi è rimasto un
-antico castello nel sito del quale vi era l’antica città della Peucezia
-denominata _Silvium_ pag. 46 a 50 — Confina col territorio di Ruvo pag.
-131 — È diverso dal _Gorgoglione_ antico villaggio sito nella Provincia
-di Basilicata pag. 48 e 49.
-
-Giovanna I Regina di Napoli — Succedè nel Regno al Re Roberto suo avo
-— Si rese sospetta d’intelligenza nella morte violenta del Re Andrea
-suo primo marito pag. 146 — Sua fuga dal Regno all’avvicinamento di
-Lodovico Re d’Ungheria che s’impossessò di esso — Parlamento generale
-da lei convocato prima che fosse partita ed oggetto di esso pag. 151
-e 152 — Suo ritorno nel Regno e vantaggi da lei riportati pag. 148 —
-Pace conchiusa tra lei e ’l Re d’Ungheria colla mediazione del Papa
-nell’anno 1351 pag. 156.
-
-Giovinazzo città marittima della Terra di Bari anteriore alla venuta
-de’ Normanni detta _Natiolum_ nella Tavola Peutingeriana pag. 17 e 25.
-
-Giudizj istituiti nell’anno 1750 contro la Casa d’Andria suggeriti
-dal privato interesse, e quindi di niuno risultamento pag. 239 a 243
-— Altri giudizj istituiti nell’anno 1797 con vero sentimento patrio e
-loro vantaggioso risultamento pag. 243 e seguenti.
-
-Giurisdizione criminale — Arma terribile adoperata dalla Casa d’Andria
-per opprimere la Popolazione di Ruvo pag. 229 in fine e 230.
-
-Giurisdizione de’ pesi e misure e della Portolania acquistata dalla
-Università di Ruvo nell’anno 1609 a carissimo prezzo, ed usurpata dalla
-Casa d’Andria pag. 223 e 224 — Rivendicata con decreto del S. R. C.
-dell’anno 1798 pag. 247.
-
-Giuoco del pallone — Era prima in usanza nella città di Ruvo pag. 188.
-
-Grave — Nome di voragini profondissime nelle quali s’immettono le acque
-piovane della contrada delle murge pag. 313.
-
-Gravina città della Terra di Bari creduta l’antica _Blera_ o
-_Plera_ pag. 47 — Al tempo della Regina Giovanna I entrata in essa
-all’amichevole la masnada di Roberto e Ruggiero Sanseverino, soffrì
-dalla stessa ogni sorta di eccessi pag. 150 — Il suo territorio confina
-con quello di Ruvo pag. 132.
-
-Grazie al numero di tre compagne sempre di Venere pag. 72.
-
-Guardiola — Luogo sulla vecchia strada da Ruvo a Canosa, ove vi era la
-Mutazione _ad quintum decimum_ dell’Itinerario Gerosolimitano pag. 22 e
-23.
-
-Guicciardini Francesco — Errori ne’ quali è incorso nel riportare la
-espugnazione della città di Ruvo fatta da Consalvo di Cordova, e ’l
-combattimento de’ tredici Cavalieri Italiani con altrettanti Cavalieri
-Francesi pag. 177 e 178.
-
-
-I
-
-Iapigia propriamente detta e ’l promontorio Iapigio pag. 40 e 41 — La
-Iapigia e la Peucezia erano due Regioni diverse con Governi diversi
-pag. 42.
-
-Isole Diomedee _Trimetum_, oggi Isole di Tremiti pag. 53.
-
-Italia — Sue bellezze — Desiderata dall’Estere Nazioni che l’hanno
-desolata — Le Colonie Greche però vi portarono la coltura, le scienze e
-le belle arti pag. 35.
-
-
-L
-
-Ladislao Re — Sua lettera curiosa scritta a Federico Vrunforti Conte di
-Bisceglia, e feudatario di Ruvo e Terlizzi pag. 157 e 158.
-
-Lago di Annaja sito nelle Murge conceduto dal Capitolo di Ruvo
-alla Università in enfiteusi perpetua e rimasto interrato per la
-scioperatezza della moderna Amministrazione comunale pag. 298 a 302.
-
-Larissa antica città della Grecia riprodotta in Italia dai Greci che
-vennero a stabilirsi nella Campania pag. 91.
-
-Legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia — Storia degli
-articoli 37 38 e 39 di essa confermati dalla legge de’ 29 Gennajo 1817
-pag. 205 a 208 — Altra legge del dì 13 Gennajo 1817 sul Tavoliere di
-Puglia che ordinò l’affrancazione dell’erba estiva pag. 259.
-
-Locri antica città della Grecia quì riprodotta pag. 92.
-
-Lodovico Re d’Ungheria — Vedi _Giovanna I_ — Suo nobile rifiuto de’
-trecentomila fiorini che Papa Clemente aveva condannata la Regina a
-pagargli per le spese della guerra nella conchiusione della pace pag.
-156.
-
-Luigi XII Re di Francia — Di accordo con Ferdinando il Cattolico
-spogliò del Regno il buon Re Federico di Aragona — Vedi _Trattato
-segreto_.
-
-
-M
-
-Magna Grecia — Etimologia del suo nome e luoghi che la componevano pag.
-36 e 37.
-
-Marchio — Quello de’ cavalli e del bestiame gli Antichi lo imprimevano
-alla coscia, e quello de’ muli alla guancia pag. 62 e 63.
-
-Molfetta città marittima della Terra di Bari meno antica di Barletta,
-Trani, Giovinazzo e Bisceglia pag. 43.
-
-Monete antiche Ruvestine coi loro diversi tipi erroneamente attribuite
-una volta o alla città di _Basta_, o all’antica città dell’Acaja
-denominata _Rhypæ_ pag. 32 a 34 con due Tavole.
-
-Montepeloso città della Basilicata assediata e presa da Ruggiero con
-avervi fatto prigioniere di guerra Tancredi Conte di Conversano pag.
-117.
-
-Mura e porte della città riputate sempre come cose sacre ed inviolabili
-pag. 189 — Porzione delle antiche mura della città di Ruvo riedificata
-dalle fondamenta nell’anno 1516 pag. 186 e 187.
-
-Murge — Vasta contrada dell’antica Peucezia detta da Strabone _montosa
-et aspera_ pag. 43 — La maggior parte di essa non è atta alla coltura
-— Dà però eccellente pascolo specialmente estivo pag. 132 — Ha questa
-potuto costituire un tempo un demanio feudale pag. 213 e seguenti
-— Chiusure dell’erba vernina di quella contrada che faceva la Casa
-d’Andria abusivamente sotto il nome di _parate_ pag. 221 — Colla
-transazione dell’anno 1805 la rendita di esse fu divisa tra il Duca
-d’Andria e la Università, e l’erba estiva delle murge rimase al pieno
-comodo de’ cittadini pag. 253 e 254 — Profitto che ora trae la Cassa
-comunale dal demanio delle murge ed osservazioni su di esso pag. 255 a
-258 — Necessità precisa di provvederlo di conserve di acqua pag. 298 a
-300.
-
-Museo _Ruvestino_ della famiglia Jatta pag. 305.
-
-
-N
-
-Nardò _Neritum_ e nella Tavola Peutingeriana _Neretum_ — Antica città
-de’ Salentini — La parola _Neritini_ malamente alterata e mutilata nel
-testo di Plinio dal P. Arduino Gesuita pag. 13 a 16.
-
-_Netium_ Νήτιον — Nome ideale di un’antica città non mai esistita
-tra Celia e Canosa intrusa nel testo di Strabone dall’errore degli
-amanuensi in luogo della città di Ruvo pag. 10 a 27.
-
-Ninfe Arcadiche che allevarono il Dio Pane pag. 75.
-
-Nomina degli Amministratori comunali usurpata dalla Casa d’Andria,
-e mezzo principale della prepotenza Baronale pag. 229 — Vietata con
-giudicato del S. R. C. dell’anno 1798 pag. 247.
-
-Nomina del Maestro della Fiera di S. Angelo che si celebra in
-Ruvo usurpata del pari dalla Casa d’Andria e vietata con decreto
-dell’Avvocato Fiscale D. Giuseppe Zurlo dell’anno 1798 pag. 249.
-
-
-O
-
-Il sig. _d’Obignì_ Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. 171.
-
-Oenotro figliuolo di Licaone Re dell’Arcadia — Molto prima della
-Guerra di Troja venne in Italia con molti Arcadi ed altre Genti del
-Peloponneso con suo fratello Peucezio — Si costituirono entrambi due
-dominazioni, delle quali una prese il nome di _Oenotria_ e l’altra di
-_Peucezia_ pag. 39 — Osservazioni sulla opinione di alcuni moderni
-Scrittori che hanno creduto favoloso cotesto racconto pag. 319 e
-seguenti.
-
-Ofanto _Aufidus_ — Fiume della Daunia, la di cui foce costituiva il
-confine tra la Daunia e la Peucezia pag. 43.
-
-Onorio Papa — Sollevò contro Ruggiero i Magnati e Baroni delle Puglie
-— Riconciliatosi indi con lui lo riconobbe per Duca di Puglia e di
-Calabria pag. 112 e 113.
-
-Orazio Rocca nato in Ruvo — Perseguitato dalla prepotenza Baronale
-fuggì in Napoli ove per i suoi talenti e la sua dottrina fu un insigne
-Magistrato pag. 230 — Cessò di vivere nell’anno 1742 pag. 308.
-
-Orti di Ruvo danno squisite e copiose verdure pag. 133 e 310.
-
-
-P
-
-_Pallantium_ — Antica città dell’Arcadia riprodotta da Evandro nel sito
-ove poi surse Roma — Fu in seguito chiamata _Palatium_ pag. 91.
-
-Signor _de la Palisse_ — Generale del Re di Francia Luigi XII —
-Comandava in Ruvo al tempo che fu espugnata quella città da Consalvo di
-Cordova — Si battè con valore e vi rimase ferito e prigioniero pag. 177
-a 179.
-
-Pane — Falsa deità venerata dagli Arcadi, ed in conseguenza anche dagli
-antichi Ruvestini ch’erano di origine Arcadica pag. 74 e 75.
-
-Parco del Conte antica difesa feudale sita nell’agro Ruvestino pag. 212.
-
-Partito Baronale che secondava in Ruvo le usurpazioni e le prepotenze
-della Casa d’Andria, ed insolenza di coloro che lo formavano pag. 230 e
-231.
-
-Passo — Nuova estorsione Baronale introdotta in Ruvo nell’anno 1602 —
-Rimase abolita colla legge generale abolitiva de’ passi emessa dal Re
-Ferdinando pag. 226 e 227.
-
-Pentesilea Regina delle Amazoni — Sua bellezza, sue bravate, suo
-armamento e sua morte per le mani di Achille pag. 67 e 68.
-
-Peucezio vedi _Oenotro_ — Peucezia da principio più estesa ed indi più
-ristretta pag. 40 — Suoi confini dal lato orientale e settentrionale
-pag. 40 e 42 — Suoi confini dal lato meridionale pag. 44 a 50, e dal
-lato occidentale pag. 52 a 55.
-
-Pie Istituzioni e Monti fondati in Ruvo per lo sollievo de’ poveri ora
-aggregati alla pubblica Beneficenza — Osservazioni su tale aggregazione
-pag. 284 a 286.
-
-Pitagora — Somma venerazione ed attaccamento per lui de’ suoi discepoli
-pag. 36.
-
-Platone pagò diecimila danari tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico
-pag. 37.
-
-Popolazione di Ruvo — Numero di essa pag. 303 — Suo prodigioso
-accrescimento e cagioni che lo hanno prodotto — Qualità fisiche e
-morali degli abitanti di Ruvo ora non più poveri come al tempo della
-feudalità pag. 305 a 306.
-
-Popoli — Nell’emigrare dal loro Paese natio hanno sempre ritenuto il
-culto che ivi si serbava pag. 77 e 78.
-
-Porte antiche della città di Ruvo ora abbattute pag. 269 — La porta
-detta di Noja arbitrariamente abbattuta nell’anno 1820 era la più
-solida, e meglio fortificata pag. 187.
-
-Promiscuità di erba ed acqua della città di Ruvo con Terlizzi e Corato,
-e sua spiegazione pag. 167 a 169.
-
-
-R
-
-_Ripen_ picciola città distrutta dell’Arcadia riportata da Omero pag.
-93.
-
-Roberto d’Angiò succeduto nel Regno a Carlo II nell’anno 1309 cessò di
-vivere nell’anno 1343 pag. 145.
-
-_Rudas_ — Antico lago ora disseccato che comunicava col mare Adriatico
-sito tra Barletta e Trani segnato nella Tavola Peutingeriana pag. 83 in
-nota.
-
-Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria, ed indi primo Re delle due
-Sicilie — Sue imprese nelle Puglie contro i Magnati e Baroni suoi
-nemici pag. 113 e seguenti — Sua morte pag. 118.
-
-Ruvo — _Rubi, Rubustini, Rubustinus ager_ — Antichissima città della
-Peucezia messa sulla strada che da Roma andava a Brindisi pag. 15 19
-20 21 27 ed 83 — Dev’essere sostituita all’ideale città denominata
-_Netium_ Νήτιον intrusa per errore degli amanuensi nel testo di
-Strabone pag. 19 a 23 — Malamente da taluno è stata denominata
-_Rubustum_ pag. 27 — Malamente si è fatto derivare il suo nome _a
-ruborum copia_ pag. 28 29 e 90 — Malamente è stata confusa con _Rufræ_
-della Campania, con _Rufrium_ degl’Irpini e con Ruvo della Montagna
-pag. 29 e 30 — È anche diversa da _Rudiæ_, patria del Poeta Ennio pag.
-30 e 31 — Fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute
-in Italia con Oenotro e Peucezio prima della Guerra di Troja pag. 33 a
-78 e 319 e seguenti — Si deve credere di maggiore antichità delle altre
-convicine città della Peucezia pag. 97 e 98 — Il nome Greco alla stessa
-imposto fu Ῥύψ (Rhyps) — Etimologia di esso pag. 90 a 98 — In qual sito
-fu da principio edificata e perchè lo cangiò in seguito e sua ridente
-situazione pag. 99 a 103 — L’attuale città di Ruvo è edificata sulle
-rovine dell’antica pag. 103 e 104 — Al tempo de’ Normanni era una città
-forte assediata e presa nell’anno 1129 da Ruggiero Duca di Puglia e di
-Calabria pag. 114 a 117 — Al tempo della Regina Giovanna I, dopo una
-coraggiosa resistenza fatta dai suoi abitanti fu presa, saccheggiata,
-e crudelmente trattata da Roberto e Ruggiero Sanseverino pag. 150 e
-151 — Fu dai Francesi occupata nell’anno 1501 pag. 174 — Nell’anno
-1503 fu sorpresa espugnata e saccheggiata da Consalvo di Cordova con
-detestabile iniquità pag. 178 a 183 — Avvenimenti seguiti ed operazioni
-fatte nella città di Ruvo nelle turbolenze dell’anno 1799 pag. 266 a
-270 — Misure prese nell’anno 1806 per lo mantenimento della pubblica
-tranquillità pag. 283 — Contegno ivi serbato nella effervescenza
-dell’anno 1820 e generosità de’ Ruvestini possidenti verso le famiglie
-de’ soldati congedati ed ammogliati che furono richiamati alle bandiere
-pag. 294 — La città di Ruvo è stata sempre una città colta pag. 308 —
-Miglioramento de’ suoi antichi edificj e novella ampliazione del suo
-antico recinto pag. 304.
-
-_Rhypæ_ — Una delle dodici antiche ed illustri città dell’Acaja, patria
-di Miscello che fondò Crotone, dalla quale la città di Ruvo prese il
-suo nome pag. 93 e 94.
-
-
-S
-
-Salentini, Iapigia, Messapia, Calabria nomi della medesima Regione oggi
-denominata Terra di Otranto pag. 40 e 41.
-
-Sancia Regina moglie del Re Roberto rimasta Balia del Regno si ritirò
-in un Convento e morì con gran fama di santità pag. 145 e 146 — Per lo
-di più vedi _Utili Possessori in feudo della città di Ruvo_.
-
-Sanseverino Roberto e Ruggiero pagarono a caro prezzo le indegnità
-commesse a danno della città di Ruvo e suoi abitanti al tempo della
-Regina Giovanna I pag. 153 e 154.
-
-Scannaggio dritto che si pagava dai macellaj usurpato dal Barone
-alla Università di Ruvo cui apparteneva pag. 226 — Restituito colla
-transazione dell’anno 1805 pag. 252.
-
-Sensalìa antico dazio comunale usurpato dal Barone ed annesso alla
-Bagliva pag. 224.
-
-Sepolcri antichi Ruvestini incavati nel vivo sasso e coverti con grandi
-tavole di pietra — Oggetti in essi rinvenuti pag. 53 — Storia de’
-scavamenti di essi pag. 56 e seguenti — Gli antichi sepolcri trovati
-nel sito attuale della città pruovano ch’era questo prima una campagna
-pag. 102.
-
-Silvio _Silvium Silvini_ — Antica ed ultima città della Peucezia dal
-lato meridionale pag. 43 — Era una città popolosa e considerevole
-e non una mansione pag. 43 e 44 — Detta _Silutum_ nella Tavola
-Peutingeriana pag. 45 — Sito preciso di essa pag. 46 — Per lo di più
-vedi _Garagnone_.
-
-Sorgive d’acqua dolce poco lungi dall’abitato di Ruvo pag. 310 —
-Copiosissime ed inesauste sorgive della contrada più lontana delle
-Matine pag. 133 — Conghiettura sulla origine di esse pag. 313.
-
-Statuette de’ tre Santi Protettori messe sulla diroccata Porta di Noja
-della città di Ruvo pag. 188 e nella nota.
-
-Stemma della città di Ruvo che dev’essere riformato pag. 90 e 91.
-
-Strade interne della città di Ruvo rinnovate e rese più regolari
-pag. 281 e seguenti — Strada nuova Provinciale da Canosa a Cisternino
-che passa per Ruvo — Sua bellezza ed utilità pag. 291 a 293 — Punto
-incantevole della detta strada denominato _Bel luogo_ pag. 293 e 294 —
-Disordini e sconcezze che deturpano le pubbliche strade del territorio
-di Ruvo pag. 315 e 316.
-
-Strena — Regalo che la Casa d’Andria esigeva dalla città di Ruvo il
-primo dì dell’anno pag. 225.
-
-Scuola Pitagorica che fioriva nelle città della Magna Grecia pag. 36.
-
-Scuole Pie stabilite in Ruvo in luogo del Seminario prescritto
-dall’ultimo Concordato colla S. Sede pag. 288 a 291.
-
-
-T
-
-Taranto antica città della Magna Grecia e seno Tarantino pag. 37 40 e
-41 — Tarantini valenti nella equitazione e nelle manovre di cavalleria
-pag. 63 — Fu presa da Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. 113.
-
-Tavole Peutingeriane perchè così chiamate e di qual uso possono essere
-pag. 11 e 12.
-
-Tavoliere di Puglia e sui Locati Abruzzesi — Cosa è il dritto di
-_Riposo_ da essi preteso sulle murge di Ruvo pag. 195 e 196 — Cotesto
-dritto fu sempre contrastato dalla Casa d’Andria pag. 196 e 213 — Abusi
-gravissimi introdotti dai Locati Abruzzesi nel territorio di Ruvo pag.
-197 e seguenti — Iniquo decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno
-1549 pag. 199 e 200 — Altro simile decreto del Tribunale Doganale
-dell’anno 1642 pag. 204 — Resistenza de’ Ruvestini a cotesti abusi
-corretti finalmente dalla legge dell’anno 1806 sul Tavoliere di Puglia
-e dalle novelle leggi relative alla chiusura de’ Demanj pag. 205 a 209.
-
-Terlizzi città recente surta nell’agro Ruvestino vanamente presuntuosa
-di una rimota antichità, di cui manca ogni appoggio ed ogni memoria
-pag. 79 ad 89 e 167 a 169 — Quistioni di confini che vi sono state tra
-la città di Ruvo ed i Terlizzesi pag. 144 anche nella nota e pag. 191 e
-192.
-
-Terreni demaniali appatronati dell’agro Ruvestino affrancati dalla
-servitù del pascolo civico pag. 294 e seguenti.
-
-Terreni del Monte della Pietà di Ruvo siti nelle murge usurpati dalla
-Casa d’Andria pag. 250 — Restituiti dietro il giudizio istituito
-nell’anno 1804 pag. 260.
-
-Territorio di Ruvo — Sue pregevoli qualità e varietà, e suoi prodotti
-colla descrizione di esso pag. 309 e seguenti — Ampio letto di un
-antichissimo torrente che lo fendeva pag. 312 — Conghietture sul
-torrente suddetto e sulle cagioni che lo fecero cessare pag. 313 e 314.
-
-Timeo gran Filosofo ed Astronomo della Magna Grecia e sommo Politico
-pag. 36.
-
-Transazione dell’anno 1751 tra la Università di Ruvo e la Casa d’Andria
-— Rimasero con essa sagrificati gl’interessi della prima pag. 239 a 242
-— Transazione dell’anno 1805 — Rimasero con essa corretti tutti gli
-abusi ed usurpazioni della feudalità pag. 251 e seguenti — Perchè fu
-la stessa consegnata in due scritture separate e distinte? — Motivi che
-suggerirono gli articoli stabiliti in quella del dì 2 Maggio 1805 pag.
-254 e seguenti.
-
-Trattato segreto tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII Re di Francia
-per ispogliare del Regno di Napoli il buon Re Federico di Aragona,
-e patti della divisione di esso pag. 172 e 173 — La poca avvedutezza
-colla quale furono essi scritti produsse la guerra tra loro pag. 173
-e 174 — Non seppero i Francesi profittare della loro superiorità e
-cacciare gli Spagnuoli dal Regno e diedero troppo tempo a Consalvo di
-Cordova di ricevere rinforzi di truppe e di danaro pag. 174 e 175.
-
-Traviamento e disordine della moderna Amministrazione Comunale
-Ruvestina per la influenza de’ partiti pag. 316 a 318.
-
-Trifinio tra Ruvo Terlizzi e Bitonto pag. 86 — Altro trifinio tra Ruvo
-Andria e ’l territorio del Garagnone pag. 168.
-
-Turia antica città della Grecia riprodotta nelle nostre Regioni pag. 92.
-
-
-U
-
-Uffizio del Camerlengo che vi era un tempo nella città di Ruvo in che
-consisteva pag. 269.
-
-Usi civici pieni di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di
-Ruvo guadagnati con decreto del S. R. C. dell’anno 1798, e risega fatta
-a favore del Comune per effetto di questo giudicato di carri trentatre
-del bosco suddetto pag. 247 e 248 — Pessimo stato in cui è ridotta
-quella parte del bosco che spetta al Comune, senza dare alcun profitto
-alla Cassa Comunale per effetto degl’intrighi pag. 259 e 260.
-
-Utili possessori in feudo della città di Ruvo che si son potuti
-conoscere — Al tempo di Ruggiero fu posseduta da Tancredi di Conversano
-pag. 114 e 115 — Costui la perdè per ribellione pag. 117 — Fu dappoi
-conceduta a Roberto di Basavilla Conte di Conversano e di Loritello
-pag. 118 e 119 — Passò poi a Berardo Conte di Loritello e di Conversano
-di cui non si conosce il cognome detta pag. 119 — Carlo I d’Angiò
-nell’anno 1269 la concedè ad Arnolfo de Colant pag. 123 e 124 — Da
-costui passò al suo figliuolo Giannotto pag. 135 — Fu indi posseduta
-da Arnolfo II de Colant pag. 136 — Passò indi a Roberto _de Juriaco_
-pag. 137 — Dopo di lui la possedè Galeraimo _de Juriaco_ che la perdè
-per contumacia pag. 137 e 144 — Oppressioni usate da uno di questi due
-alla città di Ruvo, e Lettera Regia del Re Carlo II dell’anno 1307 per
-reprimerle pag. 138 e 139 — Il Re Roberto ne investì la Regina Sancia
-sua consorte che nell’anno 1337 la possedeva ancora pag. 144 e 145 —
-La Regina Sancia la vendè al Conte di Terlizzi Gazone _de Denysiaco_
-che morì giustiziato come complice della morte del Re Andrea pag. 147
-— Dopo di lui la possedè a vita la sua vedova Margherita Pipina pag.
-147 e 148 — Lodovico Re d’Ungheria impossessatosi del Regno la concedè
-in feudo a Giovanni Chucz valoroso Ungaro pag. 149 — Non è chiaro se
-la Regina Giovanna I l’abbia conceduta contemporaneamente a Roberto
-Sanseverino suo partigiano pag. 156 — Al tempo del Re Ladislao la
-possedeva in feudo Villanuccio _de Vrunforti_ suo Consigliere — Morto
-costui senza successori in grado e devoluta alla Corona, il detto
-Re Ladislao la concedè ai nipoti del detto Villanuccio Antonio _de
-Sancto Angelo_ e Federico Vrunforti pag. 157 — Nell’anno 1404 Federico
-Vrunforti divenuto Conte di Bisceglia la possedeva ancora pag. 157 e
-158 — Si vede dopo conceduta a Carlo Ruffo, senza conoscersi l’epoca
-di tal concessione detta pag. 158 — Al tempo della Regina Giovanna II
-Giovanni Antonio Orsini la unì al Principato di Taranto detta pag.
-158 — La possedè dopo Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, da
-cui la ereditò nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini unica di lui
-figliuola maritata con Pirro del Balzo Principe di Altamura pag. 164
-e 165 — Isabella del Balzo figliuola di questi due, e maritata con
-Federico di Aragona figliuolo allora secondogenito del Re Ferdinando
-I venne ad ereditarla per essere i di lei genitori trapassati senza
-figliuoli maschi detta pag. 165 — Il detto Federico divenuto già Re,
-nell’anno 1499 vendè a Galzarano de Requesens Conte di Trivento e di
-Avellino detta pag. 165 — Questo contratto fu confermato da Ferdinando
-il Cattolico nell’anno 1504 pag. 185 — Al Conte di Trivento succedè
-l’unica sua figliuola Isabella che fu moglie di D. Raimondo di Cardona
-Vicerè di questo Regno. Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono
-la città di Ruvo al Cardinale Oliviero Carafa, da cui passò nell’anno
-1520 al Conte Antonio suo Nipote e da questi nell’anno 1528 al Conte
-Fabrizio di costui figliuolo, ed indi agli altri successori della
-famiglia Carafa che l’hanno posseduta fino ai nostri giorni detta pag.
-185.
-
-
-V
-
-Vasi fittili Ruvestini — Numero grandissimo, bellezza e varietà de’
-bicchieri detti _Rhyton_ pag. 61 e 62 — Forme moltiplici de’ vasi
-suddetti eleganti e capricciose pag. 63 e 64 — Stile grandioso nel
-tempo stesso e semplice degli antichi Dipintori Ruvestini, e loro
-istruzione e minutezza pag. 64 a 73 — I vasi di Ruvo non peccano di
-oscenità pag. 77 — Osservazioni su di alcuni vasi di Canino e di Ruvo
-pag. 76 a 78.
-
-Venere ed Anchise sul Monte Ida — Spiegazione di un pregevolissimo
-ed elegantissimo vaso Ruvestino erroneamente pubblicato da un Estero
-Archeologo come un vaso Nolano pag. 68 a 73.
-
-Venosa antica città, patria del Poeta Orazio — È rimasto in dubbio se
-apparteneva alla Peucezia, alla Daunia, o alla Lucania pag. 50 e 51.
-
-Venulo Ambasciatore di Turno a Diomede per dimandargli soccorso contro
-il Trojano Enea pag. 53 in nota.
-
-Vescovo di Ruvo intervenuto nell’anno 1071 alla consecrazione della
-Chiesa di Montecasino pag. 111 e 112 — Il Vescovo di Ruvo nell’anno
-1084 donò al Priore di Montepeloso la Chiesa di S. Sabino colle rendite
-de’ beni alla stessa annessi pag. 112 — Decime della Bagliva di Ruvo
-pagate dai Sovrani Angioini al Vescovo e Clero di Ruvo pag. 134.
-
-Vescovado di Ruvo e sua antichità pag. 120 e 121 — Fu sottratto alla
-sua soppressione ch’era sul tappeto, ed unito al Vescovado di Bitonto
-pag. 121 e 122.
-
-Vie che da Brindisi menavano a Roma descritte da Strabone pag. 10.
-
-Virgulti che nascono nel territorio di Ruvo adatti al lavoro de’
-panieri mentovati da Virgilio pag. 115.
-
-
-Z
-
-Zagarese nome di un vino pregiato che si fa in Ruvo pag. 311.
-
-Zelanti — Nome specioso che si attribuiscono gl’intriganti che cercano
-mischiarsi negli affari Comunali per poter profittare dominare, ed
-introdurre abusi più condannabili di quelli dell’abolita feudalità pag.
-317.
-
-Zeleuco sommo Legislatore pag. 36.
-
-Zona di Venere pag. 68 e 69.
-
-Zurlo Giuseppe — Insigne Magistrato e Consigliere Commessario del
-giudizio istituito nell’anno 1797 nel S. R. C. dalla Università di Ruvo
-contro la Casa d’Andria pag. 247 — Fu indi delegato dal Re per decidere
-anche gli altri giudizj dedotti nel Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria pag. 249 — Saccheggiamento della di lui casa seguito nell’anno
-1799, e dispersione de’ processi delle cause di Ruvo che convenne
-rifargli pag. 249 e 250.
-
-
-
-
- ERRORI. CORREZIONI.
-
- PAG. 6 LIN. 24 _Longe exploratiores sunt._ _Longe exploratiora
- sunt_
- PAG. 9 LIN. 15 }
- item pag. 95 } adequato adeguato
- lin. 17, e 27 }
- PAG. 35 LIN. 14 _Tam optima tauris colla_ _Tam opima tauris
- colla_
- PAG. 42 LIN. 32 _Ecloga CIV_ _Cap. IV_
- PAG. 48 LIN. 28 diresse sua lettere diresse sua lettera
- PAG. 55 LIN. 12 _Oppida Canusiam, Arpi_ _Oppida Canusium,
- Arpi_
- PAG. 61 LIN. 20 }
- Item pag. 76 } _Riton_ _Rhyton_
- lin. 8 }
- PAG. 99
- LIN. 9 e 24 PP. Riformati PP. Minori
- osservanti
- PAG. 104 LIN. 31 Panni lini Pannilini
- PAG. 134
- LIN. 19 e 28 Lagopensile Lagopesolo
- PAG. 141 LIN. 21 _Tabenarios_ _Tabernarios_
- Ibidem nella nota
- lin. 3 Accostare insieme Accostate insieme
- PAG. 149 LIN. 23 _Ad Dominum Vaivodam_ _Ad Dominum
- Vayvodam_
- PAG. 153 LIN. 23 Ch’era in attrasso di soldi Ch’era in ritardo
- di soldi
- PAG. 175
- LIN. 21 e 23 }
- Item pag. 275 } scomparire disparire
- lin. 34 }
- PAG. 188 Lin. 14 }
- Item pag. 190 } antrone androne
- lin. 3 }
- PAG. 216 LIN. 7 _lama capraria_ _lama cervaria_
- PAG. 240 LIN. 1 Transazione dell’anno 1750 Transazione
- dell’anno 1751.
- PAG. 267 LIN. 29 era scomparso era sparito
- PAG. 290 LIN. 8 sua annuenza suo consenso
- Ibidem lin. 10 annuito aderito
-
-
-AVVERTIMENTO.
-
-Alla pagina 101 verso primo, alla pagina 277 verso penultimo, ed alle
-pagine 315 e 316 in diversi luoghi ho usata nel plurale la parola
-_parieti_ nel mascolino, per adattarmi al linguaggio della Provincia,
-mentre sarebbe stato più Italiano il dirsi nel plurale le _parieti_ o
-le _pareti_.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS
-
-EDIDIT FRANCISCVS M. AVELLINIVS.
-
-
-CLARISSIMO AC DOCTISSIMO VIRO IOANNI IATTA.
-
-_Mitto ad Te, vir clarissime ac doctissime, Rubastinorum numorum
-catalogum excerptum ex opere _de Italiae veteris numismatis,_ cujus
-alteram paro editionem. Vt illum promulsidis loco, in publicum
-proferas, lubentissime adsentior. Quaedam tamen monenda sunt, ut ejus
-catalogi usus fieri possit. Primum igitur tenendum, me Rubastinorum
-numos ita numerasse, ut sub unoquoque numero plures quandoque
-complecterer, qui modulo tantum inter se paullulum differrent, ut ex.
-c. num. 2, qui numus modo quarti est moduli, modo quarto aliquanto
-majoris, modo quarti cum dimidio. Numero igitur moduli notitiam
-subjeci, simplicem aliquando, aliquando multiplicem. Deinde, descriptio
-numi duabus, quas vocant, _columnis_ ita est distincta, ut quae a
-sinistris legentis est, _posticae_, quae a dextris, _anticae_ typos,
-sigilla, litteras in area, et epigraphen indicet. Praecedit typus,
-qui alphabetico ordine indicatur in postica propter commodiorem
-catalogi usum: typi descriptioni subjiciuntur sigilla vel litterae in
-area; denique epigraphe quae semper ad legentis dextram exhibetur,
-ut omnes uno velati intuitu facile patere possint. Quum typus plane
-idem posticae vel anticae in sequente numo recurrit, indicavimus
-compendii caussa nota _id._ quae nempe _idem typus_ significat. Item
-cum sequentis numi epigraphe a superiore non variat, dedimus _ead.
-epigr._ idest _eadem epigraphe_. Moduli sunt ipsissimi Mionnetani,
-quorum _scalam_, ut vocant, in tabulis repetimus. Argenteos numos nota
-AR. indicavimus, qua qui carent omnes sunt aenei. Numorum descriptionem
-sequitur 1. scriptorum vel museorum, e quibus eorum notitiam hausimus,
-demonstratio: 2. notulae quaedam criticae atque exegeticae. Additae tua
-voluntate aeneae duae tabellae seriem Rubastinorum numorum exhibent,
-quantum fieri potuit, ditissimam: e quibus decem ad minimum, a ceteris
-variantes, tuo nunc primum e gazophylacio prodeunt. Vale, clarissime
-ac doctissime vir, Ruborum non minus ac totius Italiae nostrae Decus
-ac Gloria, meque tui a prima aetate observantissimum, quod facis,
-amare perge. Dabam VI id. oct. e suburbano meo Leucopetrano A. R. S.
-MDCCC[=XLIII]._
-
-
- EXPLICATIO NOTARVM.
-
- dm — dextrorsum.
-
- sm — sinistrorsum.
-
- _Typi posticae partis._ _Typi anticae partis._
-
- 1 (_mod._ 5½) _Vide tab. I fig. 1._
-
- Aquila sinistrorsum alis expansis | Caput barbatum laureatum
- fulmen unguibus tenet: | dextrorsum.
- _a sinistris in area_ ΡΥΨ |
-
- 2 (_mod._ 4, 4 +, 4½)
-
- — id. sm _a sinistris | Idem dm.
- in area_ ΡΥΨ |
-
- 3 (_mod._ 3)
-
- — id. sm _a sinistris | Idem dm.
- in area_ ΡΥΨ |
-
- 4 (_mod._ 5 —) _Vide tab. I fig. 2._
-
- — id. sm _a sinistris | Idem dm.; _retro_ K.
- in area_ ΡΥΨ |
-
- 5 (_mod._ 3)
-
- — id. sm _a sinistris | Idem dm.
- in area_ ΡΥΨ |
-
- 6 (_mod._ 3 +, 4, 4½) _Vide tab. I fig. 3._
-
- — id. sm _in area a dextris_ | Idem dm; in area _ante os_
- lunula | lunula _retro_ Θ.
- _a sinistris_ ΡΥΨ |
-
- 7 (_mod._ 2)
-
- Clava, arcus, pharetra ΡΥ | Caput imberbe laureatum
- | dextrorsum.
-
- 8 (_mod._ 4 —, 4) _Vide tab. I fig. 4._
-
- Clava nodosa, et pharetra | Caput imberbe laureatum
- transversae dextrorsum, taenia | dextrorsum.
- sinistrorsum colligantur: |
- inferius arcus nervo superius |
- posito: _supra clavam_ ΡΥΨ; omnia |
- in corona e duobuslauri ramis |
- inferiore parte dextrorsum |
- colligatis. |
-
- 9 (_mod_. 3 —, 3, 3 +, 3½)
-
- — id. _supra clavam_ ΡΥΨ; omnia | Idem dm.
- in corona ut supra. |
-
- 10 AR. (_mod_. 1, 1 +) _Vide tab_. I _fig._ 5.
-
- Fulmen quatuor alis instructum, | Bucranium adversum, infulis ex
- quarum duae sursum, duae deorsum | utroque cornu dependentibus.
- _a sinistris_ Ρ, _a dextris_ Υ. |
-
- 11 AR. (_mod_. 1, 1 +) _Vide tab_. I _fig_. 6.
-
- Lyra, inferiore sui parte | Idem _supra_ ΡΥ
- globosa, taenia e dextris |
- dependente. |
-
- 12 (_mod_. 3 —, 3, 3 +)
-
- Mulier sinistrorsum stans dextra | Caput barbatum laureatum
- pateram, sinistra cornucopiae: | dextrorsum ΓΡ^ΟΣΕ^ΟΕ
- _a dextris_ ΡΥ |
-
- 13 (_mod_. 3 +) _Vide tab_. I _fig_. 7.
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥ | Idem dm ΓΡΟ·ΣΕ....
-
- 14 (_mod_. 3) _Vide tab_. I _fig_. 8.
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥ | Idem dm ΓΡ^ΟΣΣ^ΟΚ.
-
- 15 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. I _fig_. 9.
-
- — id. sm _epigr. detrita_ | Idem dm ΓΡ··ΣΣ^ΟΚ.
-
- 16 (_mod_. 4)
-
- Noctua ramo insistens _in area_ | Caput muliebre galeatum _in
- AI ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ | area_ Κ.
-
- 17 (_mod_. 3 +)
-
- — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. | Caput muliebre galea oblonga,
- epig_. | cristata, et duplici monili
- | ornatum dextrorsum, crinibus in
- | collum defluis.
-
- 18 (_mod_. 4 +) _Vide tab_. I _fig_. 10.
-
- — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. ep_. | Caput muliebre galea oblonga
- | cristata ornatum, crinibus ad
- | collum defluis, dextrorsum:
- | _supra_ Κ.
-
- 19 (_mod_. 3 —, 3, 3½)
-
- — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. ep_. | Idem _supra_ Κ.
-
- 20 AR. (_mod_. 2)
-
- Spica ΡΥ | Caput muliebre galeatum
- | dextrorsum.
-
- 21 AR. (_mod_. 2, 2½) _Vide tab_. II _fig._ 1.
-
- Spica duobus foliis inferius | Caput muliebre dextrorsum, galea
- instructa _a dextris_ cornucopiae | oblonga et monili ornatum,
- | crinibus ad collum defluis.
- _a sinistris_ ΡΥ |
-
- 22 AR. (_mod._ 1 +, 2) _Vide tab_. II _fig_. 2.
-
- — id. _a dextris_ cornucopiae, | Id. dm: praeterea in galea
- _a sinistris_ ΡΥ | astrum.
-
- 23 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 3.
-
- — id. _a dextris_ cornucopiae, | Idem dm sine astro.
- _a sinistris_ ΡΥ _ac deinde_ A |
- _majus_. |
-
- 24 AR. (_mod_. 2)
-
- — id. _in arca_ cornucopiae, | Caput muliebre galeatum.
- _infra_ T ΡΥ |
-
- 25 AR. (_mod_. 1 +, 2) _Vide tab._ II _fig._ 4, 5.
-
- Spica cum folio ad dextram | Caput muliebre galea oblonga
- inferius, cui impositum | ornatum dextrorsum, crinibus
- cornucopiae: | ad collum
- _a sinistris_ ΡΥ | defluis.
- [M=] |
-
- 26 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. II _fig_. 6.
-
- Victoria sinistrorsum stans, | Caput muliebre galea cristata
- dextra globulum (coronam? an | oblonga et torque ornatum,
- pateram?) sinistra palmae ramum; | crinibus ad collum defluis,
- _a dextris_ ΡΥΨ | dextrorsum.
-
- 27 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. II _fig._ 7.
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥΨ | Idem dm _retro_ K.
-
- 28 (_mod_. 2 —, 2) _Vide tab_. II _fig_. 8.
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥΒΑ | Idem dm.
-
- 29 (_mod_. 1, 1 +, 1½)
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥΒΑ | Idem dm.
-
- 30 AR. (_mod_ 2) _Vide tab_. II _fig_. 9.
-
- Vir nudus (Hercules) dextrorsum | Caput muliebre dextrorsum galea
- d. genu flexo, dextri pedis | cristata et duplici torque
- calci insidens, dextro brachio | ornatum, crinibus ad collum
- leonem stringit in se adsurgentem | defluis: in galea mulier in
- _a dextris supra_ ΥΡ? | piscem desinens, duorum canum
- | capitibus ex inguine
- | erumpentibus, dextra elata,
- | sinistra extensa.
-
- 31 AR. (_mod_. 2 —, 2) _Vide tab_. II _fig_. 10.
-
- — id. _a dextris supra_ ΡΥ | Idem dm.
-
- 32 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 12.
-
- — id. _infra_ HOV (NOV) | Id. dm. sine torque (_pone_
- _a sinistris_ ΡΥ | cornucopiae, _supra_ ΔΩ).
-
- 33 AR. (_mod_. 2 —) _Vide tab_. II _fig._ 11.
-
- — id. _infra_ TOV, _a dextris | Idem dm.
- supra_ ΡΥ |
-
- 34 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 13.
-
- — id. dm _infra_ A, | Idem dm.
- _a dextris supra_ ΡΥ, |
- _a sinistris_ [M=] |
-
- 35 AR. (_mod_. 2)
-
- — id. dm: _in area_ clava. ΡΥΣΙ | Idem dm.
-
-
-_Scriptorum, vel museorum, e quibus numorum notitiam hausimus,
-demonstratio._
-
-1) E museo cl. viri Ioannis Iatta.
-
-2) _Pembrock_ part. 2 tab. 26, _Carellii_ tabulae anecdotae, _Real
-museo borbonico_ tom. III tav. 32 fig. 1.
-
-3) _Carellii_ Ital. vet. num. pag. 38.
-
-4) E museo cl. viri Ioannis Iatta.
-
-5) _Carell_. ibid., _Mionnet_ tom. II p. 199, qui etiam de nostro
-n. 3 intelligi potest, ac numo quartum _raritatis_, ut ajunt, gradum
-tribuit, atque octo _francorum_ pretium.
-
-6) _Eckhel_ numi veter. anecd. pag. 129 tab. 8 fig. 22, _Mus.
-Hedervar_. tom. I pag. 159, _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. pag.
-25, _Carellii_ tabulae anecd. Numus moduli 4½ est in museo cl. viri
-Ioannis Iatta.
-
-7) _Reynier_ précis pag. 26.
-
-8) _Pellerin_ suppl. I pag. 31 seq. tab. I fig. 10. Et e museo cl.
-Iatta.
-
-9) _Mionnet_ tom. II pag. 199, qui numo quintum raritatis gradum et
-decem francorum pretium tribuit, _Real museo borbon._ tom. III tab.
-32 fig. 3, _Carellii_ tabulae anecd., _Sestini_ descrizione di alcune
-medaglie greche del principe di Danimarca pag. III tab. I fig. 3. Item
-e museo cl. Iatta.
-
-10) _Monum. inediti di antiche e belle arti_ pag. 40 tab. I fig. 8,
-_Avellino_ opuscoli tom. II pag. 64 tab. 4 fig. 1, _Carellii_ tab.
-anecd. Item e museo cl. Iatta.
-
-11) _Eckhel_ doctr. tom. I pag. 142, e quo transcribit Mionnetus tom.
-I pag. 266, qui sextum raritatis gradum, et 30 francorum pretium numi
-statuit, _Mus. Hederv._ tom. I pag. 26 tab. 2 n. 20, _Millingen_ anc.
-coins pag. 40 tab. 4 fig. 10.
-
-12) _Hunter_ pag. 255 tab. 46 fig. 12, _Minervin._ del monte Vulture
-pag. 97, 99 tab. 3 fig. 6, _Mionnet_ suppl. tom. I pag. 267, cum sexto
-raritatis gradu, et 18 francorum pretio, _Carell._ Ital. vet. num. p.
-38 et tab. anecd., _Real museo borbon._ tom. III tab. 32 fig. 4.
-
-13) E museo cl. Iatta.
-
-14) Ex eodem museo.
-
-15) Ex eodem museo.
-
-16) _Mionnet_ descr. tom. I pag. 133 cum septimo raritatis gradu et 24
-francorum pretio.
-
-17) _Carellii_ tabulae anecdotae.
-
-18) E museo cl. Iatta.
-
-19) _Pellerin_ rec. tom. I pag. 72 seq. tab. X fig. 5, _Sestini_
-lettere prime tom. IV pag. 54 seq., _Real mus. borb._ tom. III tab. 32
-fig. 5, _Carellii_ tab. anecd.
-
-20) _Mus. Hedervar._ tom. I pag. 26, _Dumersan_ catal. d’Allier
-d’Hauter. pag. 9.
-
-21) E museo cl. Iatta.
-
-22) _Avellinii_ Ital. vet. num. tom. I pag. 54, _Carellii_ Ital. vet.
-num. pag. 38 et tabulae anecd.
-
-23) _Carellii_ tab. anecd.
-
-24) _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. p. 25.
-
-25) _Neumann_, num. popul. tom. II pag. 115 tab. 4 fig. 6, _Mionnet_
-descr. tom. I pag. 161, suppl. tom. 1 pag. 267 cum quinto raritatis
-gradu et 24 francorum pretio, _id._ poids des med. pag. 13 (pond. 18),
-_Carellii_ Ital. vet. num. pag. 38 (pond. 20), et tabul. anecd.
-
-26) _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. pag. 25, _Carellii_ Ital.
-vet. num. p. 12 et tab. anecd.
-
-27) E museo cl. Iatta.
-
-28) _Mionnet_ descr. tom. I pag. 133 cum sexto raritatis gradu et
-viginti francorum pretio, _Avellino_ giorn. num. tom. I pag. 51 tab.
-4 fig. 4 et _opusc._ tom. II p. 64 tab. 3 fig. 14, _Taylor Combe_ mus.
-britann. pag. 246 tab. 12 fig. 17.
-
-29) _Carell._ Ital. vet. num. pag. 38 et tabul. anecd.
-
-30) E museo cl. Iatta.
-
-31) _Carell._ tab. anecd., _Millingen_ anc. coins pag. 9 tab. 1 fig. 9.
-Item e museo cl. Iatta.
-
-32) _Sestini_ descriz. del museo Fontana parte 3 pag. 2 et 110 tab. 1
-fig. 6.
-
-33) _Sestini_ ib. fig. 4.
-
-34) _Sestini_ ib. fig. 5.
-
-35) _Avellinii_ Ital. vet. num. tom. I pag. 103 et supplem. pag. 25.
-
-
-ADNOTATIONES CRITICAE ATQVE EXEGETICAE IN CATALOGVM NVMORVM
-RVBASTINORVM.
-
-_Ad numum catalogi nostri 1 et sequentes 2, 3, 4, 5._
-
-Memorantur hi numi a Sestinio _descrizione d’alcune medaglie greche
-del principe di Danimarca_ pag. 111 et a Millingen _considérat. sur la
-numismatique d’Italie_ pag. 150. Eckhelius _doctr._ tom. II pag. 239,
-Pellerinii judicium sequutus, hos et ceteros numos cum inscriptione
-ΡΥΨ ad Rhypas Achajae urbem pertinere _sine dubio_ affirmavit; _cum
-ejus gentile sit_ Ρύψ. Quod judicium primus impugnavi _ad Ital. vet.
-num. supplem._ pag. 25, tum quod ex Apulia quidam ex his numis saepe
-ad me fuerint adlati, tum quod fabrica et typi eam numorum patriam
-haud respuant; praesertim quum numus cum Palladis et Victoriae typis
-occurrat (catal. nostri n. 26 ad 29) aliquando epigraphe ΡΥΨ, aliquando
-ΡΥΒΑ inscriptus; et Herculis armorum typus sit quoque in vicinarum
-urbium, Luceriae, Hydruntique numis obvius. Visum tum mihi τὸ Ρὺψ
-urbis ipsius apud indigenas nomen, quam _Rubos_ Latini dixere. Quod
-si Stephano gentile est Ρὺψ Achajae urbis, probare id videtur, quo se
-nomine Achajae Rhypenses appellabant, eodem Apulos Rubastinos non pro
-ἐθνικῷ, sed ad urbem ipsam denotandam usos. Ceterum esse hos Achajae
-Rhypenses Ruborum in Apulia conditores jure censuit clar. Millingen
-_l. c._, de qua re consulendus et cl. Iatta in opere quo de Ruborum
-origine et historia agit. Sententiam meam de his numis ΡΥΨ inscriptis
-sequuti sunt Sestinius, Carellius, Millingen _ll. cc._, ipse denique
-Mionnetus _supplem._ tom. IV pag. 159. Neque igitur imitandus est cl.
-Grotefendius, qui nuper videtur iterum ad Achajae Rhypas numos ΡΥΨ
-inscriptos revocare: vide ejus _Blätter für Münzkunde_ anni 1837 pag.
-107.
-
-
-_Ad numum cat. nostri 6._
-
-Eckhelius et musei Hedervariani descriptor ad Achajae Rhypas pro more
-hunc numum quoque referunt, sed jure ad Rubastinos spectare monet
-Sestinius _in catal. mus. hedervar. part. I castigat._ pag. 31. Idem
-(_descriz. d’alcune med. greche del Principe di Danimarca_ pag. III)
-similem citat numum e museo regis Bavariae. Fabrica numi rigidior, ita
-ut _barbaram_ dicere olim haud sim veritus, quum musei regii exemplar
-describerem. Videtur antiquior certe ceteris Ruborum numis.
-
-
-_Ad numum cat. n. 7._
-
-Soli Reynerio cognitus. An pro ΡΥ legendum ΔΥΡ vel ΥΔΡ, et numus
-Dyrrhachio vel Hydrunto restituendus?
-
-
-_Ad numum cat. n. 8._
-
-Pellerinius hunc quoque ad Rhypas Achajae refert; et Herculis caput
-jure in antica agnoscit.
-
-
-_Ad numum cat. n. 9._
-
-Mionnetus ad Rhypas quoque refert: numus ab eo editus quum sit 3
-moduli, alius a Pelleriniano esse videtur, qui 4 est moduli. Taeniae,
-qua pharetra et clava colligantur, non meminit Mionnetus, neque ea
-conspicitur in ectypo ejus quem edidi in _real museo borbonico_, ubi
-numum Rubis vindicavi; quibus tribuunt quoque Carellius et Sestinius.
-In ectypo Carelliano taenia ad pharetram pertinet, et fluitans post
-clavam exhibetur: rectius in Sestiniano, ut et in Pelleriniano, clava
-et pharetra taenia colligantur.
-
-
-_Ad numum cat. n. 10._
-
-Primus edidi. Ad Iovis cultum refertur, cui victima taurus.
-
-
-_Ad numum cat. n. 11._
-
-Primus e Neumanni museo edidit Eckhelius, ac non sine dubio Rubastinis
-tribuit. Hausit ex Eckhelio Mionnetus addita dubitationis nota?
-Idem, ut videtur, Neumanni exemplar in Hedervarianum museum illatum,
-et in ejus descriptione editum, e cujus ectypo apparet lyrae partem
-superiorem oblique effictam, et duas veluti taenias ex inferiore ejus
-demitti. In ectypo Millingeniano una tantum taenia dextrorsum dependet,
-et sic quoque in numo integerrimo apud cl. Iatta, unde nostrum ἔκτυπον
-exhibuimus tab. nostrae I fig. 6. Comparat Millingenius cum ΚΑ-νουσὶνων
-numo eodem typo insigni. Sed hunc numum ΚΑ inscriptum nihil vetat
-Caelio potius, quam Canusio, tribuere; ita ut videantur Caelini et
-Rubastini argentei minimae formae numi et in lyrae, et in Herculis
-leonem sternentis typis inter se convenire.
-
-
-_Ad numum cat. n. 12._
-
-Magna in legenda anticae epigraphe varietas. Apud Hunterum numus ad
-Achajae Rhypas quoque refertur, et epigraphe legitur ΓΡΟϹϹΟϹ. Eum
-mature Rubastinis vindicavit Minervinius, sed (mirum dictu!) epigraphes
-partem tantum sic legit ϹΕΟΕ, quod interpretatur _Voco_, idest, ut
-autumat, persice _aridam!_ Mionnetus praeter numi descriptionem e mea
-petitam, aliam dat e museo, ut ait, _de feu M. Beaucousin à Amiens_,
-legitque in antica ΣΡΟϹΕ^οΓ (sic) et in postica. BA pro ΡΥ-BA, quum
-in ceteris omnibus ΡΥ tantum legatur. Carellius in descriptione
-habet ΓΡοϹΕ^οΕ (sic), at in ectypo literae sic exhibentur ΓΡΟ ϹΕ Ε.
-Epigraphen ΓΡ^οϹΕ^οΕ eruisse jam visus sum e collatione duorum numorum
-musei Capyciolatri et regii: sed serius in alio musei regii numo legi
-.. ΡΟϹΕΟϹ. In tanta lectionis varietate vix est ut verus epigraphes
-sensus erui possit, qua magistratum indicari fere est tralatitium.
-Possis et bis notis sermonis ἐπιχωρὶου voces aliquas exprimi non sine
-quadam veri specie suspicari, haud temere pro Graecis accipiendas,
-etsi Graecis scriptas characteribus. Quod idem dicendum videtur et
-de numorum Salapiae nonnullis inscriptionibus, Graecis characteribus
-voces, ut videtur, minime Graecas exhibentibus. Memoratur vero hic
-numus et ab Eckhelio _doctr_. tom. I pag. 142 dubitante an Rubastinis
-sit accensendus, et a Sestinio _descrizione di alcune medaglie del
-principe di Danim_. p. III, et a Romanellio, qui Minervinium sequitur,
-topogr. tom. II pag. 63, et a Raoul-Rochette _memoir. de numismat._
-pag. 229 et 233, qui in postica urbis ipsius imaginem agnoscit libantis
-ritu, cui figurae (Τυχῆ πολέως) et cornucopiae accommodatur. Iam vero,
-dum haec prelo mandantur, nitidissimum numum similem mihi ostendit
-clarissimus atque amicissimus vir Nicolaus Ianuarii fil. Minervinius,
-in quo sine ulla dubitatione epigraphe sic legitur ΓΡ^οϹΕ^οΕ.
-
-
-_Ad numos cat. n. 13, 14, 15._
-
-Numi e museo cl. Iatta omnes in epigraphe anticae variant, cujus
-incertam significationem incertiorem tot varietatibus reddi, cuique
-manifestum.
-
-
-_Ad numum cat. n. 16._
-
-Numus hic solius Mionneti fide nititur. In omnibus aliis ΛΙ legitur in
-area posticae, non AI, ut legit Mionnetus perperam ut videtur.
-
-
-_Ad numos cat. n. 17, 18, 19._
-
-Primus numi hujus editor Pellerinius Bastae Calabriae urbi tribuit,
-ratus τῷ K anticae Calabriam designari, et τὸ ΛΙ in postica ΛΙμην
-explicandum. Sed jam numum Pellerinianum Rubastinis tribuendum esse
-docuit Magnanus, qui illum repetit _miscell. num_. tom. III tab. 39
-fig. 2, et post eum Mola in _observat. ad Neumanni opus_, editis in
-_effemeridi enciclopediche di Napoli_ anni 1794 martii mensis pag.
-81 (ubi perperam legit ΡΟΥΒΑΣΤΙΝΩΝ et numum similem memorat, in quo
-legit .. ΒΑΣΤΕΙΝ ..), Eckhelius _doctr_. tom. I pag. 142, Millingen
-_considerations_ etc. pag. 151, Romanellius _topogr_. tom. II p. 30,
-Sestinius _class. gen_. prior. edit. tom. II pag. 10 et 12. In priore
-Mionneti catalogo (_catal. d’une collect. d’empreint._ p. 8) notatur
-numi modulus 5, per errorem, ut videtur.
-
-
-_Ad numum cat. n. 22._
-
-Editum a me repetit Carellius in descriptione, in qua tamen modulus 1 +
-indicari videtur, neque astri in galea fit mentio; in tabulis vero duo
-hujus numi edita sunt exemplaria, 2 moduli, in quorum altero astrum in
-galea est sex radiorum, in altero octo. Millingen _considerat_. etc. p.
-151 hos numos Metapontinorum ait esse imitationem. Similem cum astro
-sex radiorum in galea e museo ejusdem cl. Nicolai Minervinii scribens
-haec sub oculis habeo.
-
-
-_Ad numum cat. n. 24._
-
-Numum a me editum excripsit Mionnetus _supplem_. tom. I p. 267,
-inopportuno addito (?), eique quintum raritatis gradum, et 24 francorum
-pretium tribuit.
-
-
-_Ad numum cat. n. 25._
-
-Neumannus, qui hunc numum, ab Alberto Fortis dono acceptum, primus
-edidit, inventum ait apud oppidum _Rionegro_, ad Vulturis montis
-pedes. Numorum Tarenti, Metaponti et Heracleae typos in eo agnoscit,
-et dubius haeret an τὸ ΣΙ intelligendum sit Σίρις et τὸ ΡΥ magistratus
-sit nomen. In descriptione perperam cornucopiae omittit in ectypo
-conspicuum. Mionnetus ad Metapontum primum retulit, mox ad Rubastinos,
-quibus iam dubius tribuerat Eckhelius _doctr_. tom. I p. 142, magis
-fidenter Sestinius _class. gen._ prior. edit. tom. II p. 10, et ego
-_Ital. vet. numism._ tom. I pag. 54. Ei vero numo quintum raritatis
-gradum et 24 francorum pretium tribuit Mionnetus. Mola in iis, quas
-jam citavimus, observationibus ad Neumanni opus (_efem. encicl.
-di Napoli_, marzo 1794 pag. 82) etiam Rubis hos numos se tribuisse
-testatur, addita caussa, quod nempe saepe solis ἀρχαιούσαις literis
-in numis urbium nomina exprimantur. Subdit tamen in edita a Fortis
-epistola de X Apuliae urbibus heracleoticos argenteos hos numos
-dici, et τὸ ΡΥ magistratus esse vel monetarii nomen; quam rem sub
-judice relinquit Mola. Nos vero et Rubis numos hos accensendos plane
-opinamur, et τού ΣΙ, quod aliquando in his legitur, explicationem
-dari posse veri profecto simillimam adfirmamus. Σίλουνιον enim,
-urbem Peucetiorum in mediterraneis extremam, memorat Strabo _geogr_.
-lib. VI p. 283 Casaub., ubi perperam Casaubonus de Sila Bruttiorum
-cogitans corruptum geographi locum arbitratur. Meminit quoque Diodorus
-_biblioth._ lib. XX cap. 80, e quo discimus urbem hanc, quam Σιλβιον
-vocat, atque in Iapygia ponit, anno urbis 447 a Samnitibus occupatam,
-et praesidio custoditam, a Romanis consulibus Q. Marcio, P. Cornelio
-post aliquot dierum obsidionem per vim tandem captam, plusquam quinque
-captivorum millibus, magnaque spoliorum copia ablata; quae res urbis
-et praestantiam et divitias ostendit. Hujus urbis populi _Silvini_
-Plinio dicti, qui sic memorat inter ceteros Apuliae populos, et
-conterminos: _Rubustini, Silvini_. Meminit et Antoninus _itinerar._
-pag. 121 Vesseling., qui post Venusiam collocat ad M. P. XX. Denique
-in tabula peutingeriana legitur corrupte _Silutum_ pro _Silvium_
-post Rubos et Venusiam, a qua M. P. XXV (non XX) distare indicatur.
-Holstenius vetustam hanc _Silvium_ eo loco positam arbitratus est,
-quem _Gorgoglione_ nunc dici asserit. Sed nunquam iis in locis hoc
-nomen auditum. Bene igitur Pratillus veram denominationem _Garagnone_
-restituit, quo nomine nunc locus appellatur, ubi et ex antiquis ruderum
-reliquiis et ex inita distantiae a Venusia ratione satis constat
-Silvium olim extitisse: cujus rei demonstratio petenda ex ipso cl.
-Iatta opere, quod de veteribus Rubis scripsit. Neque audiendus nuperus
-Parisinus Plinii editor (Lemairianae recensionis), qui ait X M. P.
-a _Garagnone_ septemtrionem versus reperiri vicum _Savigliano_, quem
-Silvio successisse e nominis affinitate colligit. Quae quum ita sint,
-perplacet sententia, quae in his literis ΣΙ ΡΥ Silvinos Rubastinosque
-memorari affirmat, vicinos populos origine, ut videtur, foedere ac
-ejusdem monetae communi usu conjunctos. Fuisse id Achaearum urbium
-proprium quodammodo institutum, docuit sane Polybius _histor._ lib.
-II cap. 37, et vel sola foederis achaici, quam vocant, numorum series
-probat. Fuisse vero Rubastinos nostros genere Achaeos (Rhyparum nempe
-colonos), uti jam diximus, plane verisimile.
-
-
-_Ad numum cat. n. 26._
-
-Coronam in Victoriae dextera olim descripsi: pro ea tamen Carellius
-globulum adgnoscit, quod plane insolens. In integrioribus hujus
-generis numis musei Iatta patera potius exprimi videtur, ut in ectypis
-exhibuimus. Et recte quidem Victoria libans, et sacra faciens, patera
-indicatur: sic et saepe βουθυτοῦσα.
-
-
-_Ad numos cat. n. 28, 29._
-
-Etiam in his numis ego et Taylor Combe coronam, Carellius globulum
-agnovit; verius patera est agnoscenda. In tabulis Carellii etiam
-duplici, ut videtur, torque ornatum muliebre caput apparet: in meo
-ectypo crines ad collum taenia religati videntur.
-
-
-_Ad numum cat. n. 31._
-
-Millingen _considerat_. pag. 151 numo modulum dat aliquanto minorem
-(1). Tarentinorum typos eo exprimi observat. Ceterum similis numus fuit
-et apud Emmanuelem Mola, qui ejus meminit in _observat. ad Neumannum_
-loco superius citato pag. 82. Comparandi vero hi Rubastinorum numi cum
-ceteris formae, et metalli, et typorum caussa plane similibus, quique
-ad Neapolim, et Arpos spectant, quos nempe edidi _Ital. vet. num._
-pag. 102 et _supplem_. p. 16, ubi conjeci Tarenti numos (quam urbem
-Graecarum atque Italicarum urbium, ut ita dicam, in medio positam,
-utrarumque emporium fuisse frequentatissimum Polybii testimonio docemur
-_histor_. lib. X cap. 1) vicinos populos ad commercii commoditatem
-saepe expressisse, eodem plane pacto quo Corinthiorum Pegasorum,
-Athenarum atque Alexandri tetradrachmorum typi plurium deinde urbium
-vel regum numis communes evasere. Vide quoque quae dixi _opusc_. tom.
-II pag. 48 seq. Innotuit postea similis Caelinorum numus cum epigraphe
-ΚΑΙ qui cum his Rubastinorum jure comparatur a Millingen _anc. coins_
-pag. 9. In simili numo apud cl. Iatta pro KAI legitur DAI. Vide nostrum
-_bullettino archeologico napoletano_ anno I pag. 130, et quae notavimus
-supra ad num. 11.
-
-
-_Ad numum cat. n. 32._
-
-In hujus numi descriptione legit Sestinius NOV, sed in ectypo exhibet
-HOV. Item in ectypo anticae nec cornucopiae nec ΔΩ occurrit, quod
-in descriptione indicatur. Patet ergo indiligenter in eo numo edendo
-versatum esse Sestinium.
-
-
-_Ad numum cat. n. 35._
-
-Habet a me Mionnetus _suppl_. tom. I pag. 267 addito, ut assolet, (?):
-sextum raritatis gradum, ac 30 francorum pretium assignat. Recole de
-duplici nomine Rubastinorum et Silvinorum quae diximus supra ad n. 25.
-
-
-_Quaedam de Rubastinorum numis in genere._
-
-De numis Rubastinorum in genere meminere Magnan _miscell. num._ tom.
-III pag. 6 ubi dicuntur _Rubastinorum seu Rubustinorum Apuliae nummi
-parvi graeci antiquissimi ex aere_, Sestinius _lettere prime_ tom. II
-p. III qui extare eos testatur in museo Ainslieano, Eckhelius _doctr_.
-tom. I qui RRR dicit, Sestinius _class. gen_. prioris edit, ubi AR. et
-AE. extare indicat cum inscriptionibus ΡΥ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, et magistratu
-simplice (sic enim τό ΣΙ interpretatur) et RR ait. Musei Hedervariani
-descriptor tom. I pag. 26 numos indicat AE. RRR (non describit tamen
-nisi argenteos). Scriptor _catalogi populor. urb. et regum quorum numi
-in museo regio off. monet. mediolanensis asservantur_ pag. 8 tres AE.
-ibi extare testatur. Sestinius in altera edit. _classium gener_. pag.
-15 numos autonomos dicit cum epigr. ΡΥ, ΡΥΒΑ, ΡΥΨ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ AR.
-et AE. RR iterumque subdit: _Magistratus simplex_. Henninio _manuel
-de numism._ tom. II pag. 81 dicuntur autonomi Rubastinorum Argentei
-et Aenei sextum raritatis gradum obtinere. Sestinius _descrizione
-di alcune medaglie del museo Fontana_ memorat tres in eo extantes
-Rubastinorum. Arnethus denique decem aeneos extare ait in museo,
-caesareo Vindobonensi (_synops. numor. graecor._ etc. pag. 6). Nobis
-numi Rubastinorum et Silyinorum rarissimis, ceteri raris accensendi
-videntur. Eorum seriem pene absolutam, omniumque ditissimam vidimus
-apud clar. Iatta, e qua eos solos numos citavimus in catalogo nostro,
-qui ab editis variantes sunt visi.
-
-
-
-
- FRANCISCI M. AVELLINII
- AD
- CL. VIRVM IOANNEM IATTA
- DE ARGENTEO ANECDOTO RVBASTINORVM NVMO
- EPISTOLA
-
- [Illustrazione]
-
-
-
-
-FRANCISCVS M. AVELLINIVS CLARISSIMO VIRO IOANNI IATTA
-
-S. P. D.
-
-
-Gratulor tibi, clarissime vir, Rubis tuis vel potius nostris, scientiae
-veterum numariae, mihi denique ipse de quantivis pretii ἀνεκδότῳ
-Rubastinorum argenteo numulo, quem modo in ipsa patria tua comparatum,
-redux inde Neapolim attulisti[278]. Vt ad praeclari hujus κειμηλίον
-explicationem quaedam adnotarem, quae mantissae loco catalogo meo
-numorum rubastinorum subtexi possent, jure tuo imperasti: neque ea in
-re, uti nec in ceteris omnibus, tuae de me expectationi deesse volui.
-Itaque pauca haec accipito, quibus, si libeat, nec meliora reperias,
-utaris.
-
-Caput in antica juvenile radiatum adversum Soli tribuendum nemo,
-opinor, diffitebitur: quo tamen typo nunquam alias in numis suis
-Rubastinos usos hucusque noveramus. Sed (quod plane animadversione
-dignum) ipsissimo hoc Solis adverso capite numos quosdam Alexandri
-Neoptolemi Epirotarum regis, Tarentinorum, et Metapontinorum in antica
-ornatos novimus, omnes parvi moduli, uti et hic noster est. Alexandri
-et Tarentinorum, quos memoravi, numi fulmen in aversa parte exhibent
-cum epigraphe in prioribus, qui aurei sunt, vel argentei, ΑΑΕΞ, vel
-ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ ΝΕΟΠΤΟ[279], in aliis, qui aurei tantum sunt, ΤΑΡΑΝΤΙΝΩΝ,
-vel ΤΑΡΑΝ.ΑΠΟΛ[280]. Metapontini vero aerei frumenti grana et caduceum
-in postica habent cum epigraphe ΜΕ[281].
-
-Iam qui similes hos inter se, cognatosque urbium vicinarum, regisque,
-qui apud eas diu est commoratus, numos comparaverit, facile concedet
-non casu quodam, sed consulto potius, probabilique de caussa ad illam
-typorum communionem esse deventum: quae caussa nunc restat indaganda.
-
-Et primum, quod ad eos spectat numos, qui et in anticae et in posticae
-typis plane similes, epigraphe tantum differunt, modo Alexandri
-Neoptolemi filii, atque Epirotarum regis, modo Tarentinorum nomen
-exhibentes, manifesta res esse videtur, cusos eos quo tempore Alexander
-ille, a Tarentinis accitus, in Italiam venit, contra Bruttios,
-Lucanosque pugnaturus[282]: qua occasione ut foedus atque amicitia
-Alexandrum inter et Tarentinos indicaretur, communio illa typorum est
-inducta[283]. Quos omnes, ut id quoque ὡς ἐν παρόδῳ moneam, radiatum
-nempe caput, et fulmen, ad unum eumdemque Solem, vel Apollinem,
-refero. Nam, ut de radiato capite taceam, fulmen Soli quoque convenire
-probant, non minus quae Macrobius habet de Heliopolitano deo, quem
-_eumdem Iovem Solemque esse_ affirmat, fingique ait _specie imberbi_,
-leva fulmen tenentem[284]; sed et Vibiae, Fontejaeque gentis numi, in
-quibus vel Iovem Axurem radiato capite[285], vel Apollinem Vejovem
-cum fulmine[286] agnoscimus. Plura de ea re alibi notavi quum regii
-musei gemmam illustrarem, in qua imberbis quoque Apollo exhibetur
-fulmen manu tenens: quae commentatio, etsi jam typis tradita, nondum
-tamen e typothetarum carceribus, dicam, an antris, in dias luminis
-auras est producta. Et ad rem facit, quod in numis Tarentinorum quoque
-ΑΠΟΛ magistratus nomen prope fulmen adscribatur, quod quocumque modo
-expleas (Apollodotum, Apollonium, Apollodorum etc.) semper ab Apolline
-(Sole) derivatum se ostendit; itaque ad Solis et caput et fulmen
-manifesto adludit, exemplo in Tarentinorum, aliarumque urbium numis,
-non infrequente. Quare numi hi ceteris antiquitatis monumentis sunt
-adjungendi, in quibus Soli fulmen tribuitur, quod symbolum et Victoriae
-Tarentinos tribuisse, ex aliis eorum numis docemur[287].
-
-Possem et eam, quam proposui, sententiam, de Alexandri Epirotae et
-Tarentinorum numorum inter se similitudine, etiam iis confirmare
-exemplis, quae e Pyrrhi, Alexandri ipsius in Epiri regno successoris,
-et plurium Italiae vel Siciliae urbium, in quibus haud multo post
-Alexandri mortem commoratus est, numis deducuntur. Sed prudens haec
-praetereo, ne longius haec epistola discurrat, quam propositum meum
-postulare videatur.
-
-Venio nunc ad rubastinum tuum numum ἀνέκδοτον, cum eodem Solis capite
-in antica, variante tantum postica. Hunc etiam ajo ad Alexandri
-Tarentinorumque cum Rubastinis amicitiam et foedus esse referendum.
-Quum enim Solis caput proprius non fuerit Rubastinorum numorum typus,
-neque, hoc excepto, in aliis inveniatur, restat ut illum e vicinae
-alicujus urbis numis expresserint: haec vero, praeter Tarentum, alia
-non succurrit. Itaque quovis posito pignore contendo, quo tempore
-Alexander suos cum Solis capite adverso numos Tarenti, ut videtur, et
-ipsi Tarentini similes cum suo nomine signaverunt; eodem ad amicitiam
-cum Alexandro et Tarentinis indicandam Rubastinorum numum Solis quoque
-capite ornatum esse percussum. Et sane perbelle cum his consentit
-historia. Ait Iustinus: _igitur cum_ (Alexander) _in Italiam venisset,
-primum illi bellum cum Apulis fuit: quorum cognito urbis fato, brevi
-post tempore pacem et amicitiam cum rege eorum fecit._ Quis dubitet in
-prima hac adversus Apulos expeditione Alexandrum vel Rubastinis amicis
-usum, vel saltem post initam cum eo pacem, quem regem Apulorum nominat
-Iustinus, cum iis quoque in amicitiam venisse? Quae res opportune a
-Rubastinis, illato in eorum numos Solis capite, quo utebatur Alexander
-ipse, est celebrata. Eo vero typo, ut hoc quoque addamus, Alexander
-ipse designatur, qui, uti oriens Sol (ab ortu enim in Italiam venerat)
-videbatur tunc Italiotis adfulgere, eos a barbarorum servitute
-vindicaturus.
-
-Eamdem vero, quam Rubastinus tuus, explicationem recipiunt et, quos
-memoravi, parvi aenei Metapontinorum numi cum eodem Solis capite
-in antica. De his haec addit Eckhelius, postquam Alexandri numum
-describit: _in museo caesareo est aeneus cum simillimo Solis capite
-cusus a Metapontinis Lucaniae, qua in regione Alexander stolido suo
-cum ejus tractus barbaris bello intentus diu versatus, ex qua ibi
-commoratione forte typi in utrorumque numis communis caussa petenda._
-Quam vellem meminisset tum vir summus Iustini diserte de Alexandro
-dicentis: _gessit et cum Bruttiis Lucanisque bellum: tum et cum
-Metapontinis, et cum Pediculis, et Romanis foedus amicitiamque fecit_.
-Quapropter receptae a Metapontinis in numis suis Solis (Alexandri)
-imaginis caussa non ejus in eorum regione commoratio, sed magis foedus
-atque amicitia fuit, plane ut Rubastinis. Adde quod usque ad belli
-exitum Epirotas Metaponti moratos probat Livius, quum narrat mortui
-Alexandri ossa a barbaris. _Metapontum ad hostes_ (Epirotas nempe)
-_remissa_[288].
-
-Certus inde jam colligi posse videtur numorum, de quibus locuti sumus,
-Alexandri, Tarentinorum, Rubaslinorum, Metapontinorumque συγχρόνισμος.
-Quum vero Alexander nostris in regionibus commoratus sit annis A. C.
-CCCXXXIV (urbis conditae 419) ad CCCXXXI (u. c. 422), ut rationes init
-Nicolayus[289], intra hos annos concludenda quoque est numorum eorum
-origo: neque eam aetatem respuit artis elegantia, qua nitent: immo
-plane iis temporibus convenire facile deprehenditur.
-
-Restat nunc ut nonnulla quoque de postica rubastini numi ἀνεκδότου
-adnotemus. Exhibet ea praeter sollemnes illas ἀρχαιούσας litteras ΡΥ,
-duplicem lunulam, cum globulis nonnullis, et solitarias praeterea
-litteras ΔΑ. Imitatos et hac postica esse Rubastinos Tarentinorum
-monetam plane constat, quum et in hac lunulae duae decussatim positae
-cum globulis quibusdam occurrant: quem typum nuper ad _bimaris_
-Tarenti portus sinusque indicandos trahi posse censuit amicissimus
-vir cl. Fiorellius[290]. Acutum id quidem, sed ad Rubastinorum numum
-explicandum plane inopportunum. Suspicor lunulas potius ad numi
-valorem referendas, qui fuisse videtur diobolaris. Nam et in aeneis
-Rubastinorum (obolis?) simplex in area lunula signatur. Vide catalogi
-nostri n. 6. Et sane Fiorellius ipse idem fere conjecit de pluribus
-spicis, de Dioscuris, de duabus tribusve lunulis, et de hordei grano
-bifariam diviso in Metaponti numis[291], plaudente cl. Cavedonio[292].
-Exstant Heracleae Lucaniae aenei minimae formae numi cum Herculis ad
-aram stantis typo: sunt et duplo majores simillimi cum duplice Hercule:
-quod cui non mirum videatur, vel joculare fortasse, et cum Plautinis
-illis comparandum:
-
- _Iam hoc Herculis est, Veneris fanum quod fuit._
- _Ita duo destituit signa hic cum clavis senex_[293].
-
-Si cogites tamen duplum esse numi cum duplice Hercule valorem,
-simplicem cum simplice, statim intelliges nullum in re adeo aperta
-difficultati locum esse. Haec vero si recto stant talo, globulos
-lunulis adjunctos non ad valorem numi, sed ad aliud quid indicandum
-pertinere, manifestum videri jure colligas.
-
-Litteras denique ΔA magistratus vel monetarii ἁρχαιούσας esse pro
-recepto more asserimus: neque id a Rubastinorum consuetudine abhorret,
-qui et in aliis numis (vid. cat. n. 32, 33, 34) alias quoque litteras
-ad magistratus vel monetarii nomen indicandum expressere. In earum
-tamen numero non esse τὸ ΣΙ (quo Silvium vicina urbs indicatur) jam
-alibi diximus, et tu probasti.
-
-Conjecturam vero de litteris hisce ΔA adscribere hoc loco non piget:
-quanti ea sit facienda, tu videris. Constat e Livii, aliorumque
-testimoniis, et ex ipsis Arpanorum, Salapinorumque numis _Dasii_, vel
-potius ΔAΞΟΥ nomen tota Apulia frequens, et ab iis praecipue usurpatum,
-qui regia quadam potestate in iis urbibus imperitabant, nobilissimoque
-Diomedis genere satos se esse jactabant[294].
-
-Quid ni igitur et de Dazo quodam Rubastino cogitemus? praesertim
-quum numulus exstet argenteus cum typo Herculis leonem sternentis,
-et epigraphe ΔΑΞΟΥ, quem quum ederem, propter hanc epigraphen Arpis
-tribui: typus vero et Rubastinis convenire potest. Adde quod, Iustino
-teste, Brundisium quoque Aetoli, qui Arpis commorabantur, ab Apulis
-repetebant, quasi a Diomede conditam[295]. Rubos tamen occupasse,
-nemo unquam veterum memoriae prodidit; et ipse Iustinus, qui foedus
-Alexandri, uti jam diximus, cum _Pediculis_ memorat, videtur hujus
-populi δημοκρατίαν agnoscere. Praestat itaque litteras ΔΑ rubastini
-numuli, quae et in Tarentinis quibusdam occurrunt, de quovis alio
-magistratus nomine interpretari.
-
-Antequam tamen manum, ut ajunt, de tabula, aureum denique, si Diis
-placet, Rubastinorum numum repertum tibi nuncio. Editum illum inveni
-in opere quod titulo _nouvelle galèrie mythologique_ praeteritis annis
-edere aggressus est cl. atque amicissimus collega Carolus Lenormantius
-tab. XIX fig. 9. Typorum et epigraphes ratione plane hic numus convenit
-cum n. cat. mei 25 tab. II fig. 4, 5, Silvinorum Rubastinorumque
-nominibus ornato. Aureum vero esse diserte in tabula Lenormantiana
-affirmatur. Quod si verum, jam Rubastinos tuos, adjuncto Silvinorum
-nomine, aurea quoque usos moneta, in compertis habemus. Sed, ut rem
-ingenue dicam, molesta nascitur suspicio, scalptoris forte incuria
-in ea tabula scriptum fuisse OR pro eo, quod scribere debebat, AR.
-Quod dubium ex ipso cl. auctoris textu diluere non potui, quum operis
-multis ab annis interrupti textus ad eam usque tabulam explicandam
-non pervenerit. Quare rogatum publice volumus cl. Lenormantium, ut
-hanc nobis sollicitudinem abstergat, aureique hujus, si vere exstat,
-Rubastinorum Silvinorumque numi fidem, atque αὐθεντίαν gravissimo
-suo testimonio det probatam, et quo ille in thesauro asservetur,
-benignissime doceat.
-
-Numi cat. n. 30 et seq. anticae caput, uti et similium Tarenti,
-Heracleae, Caelii, Palladi tribuendum ea de caussa opinatus est
-cl. Fiorellius (_osservazioni sopra talune medaglie_ p. 19), quod
-ea patrocinio suo Herculem semper foverit. Et sane in vasis quoque
-pictis saepissime Herculi cum leone pugnanti adstituitur. Klausenius
-vero (_Aeneas und die Penaten_ tom. I pag. 428) Minervam Salentinorum
-foederis Deam ait esse praecipuam, ideoque in numis vicinarum urbium
-(Vxenti) Herculem in aversa facie cum cornucopiae exhiberi (in
-Rubastinis est cornucopiae et spica, v. n. 21 seqq.) ad exprimendam
-felicitatem Deorum benevolentia hominum viribus partam, quae deos ipsos
-anteverterint. Eam vero fuisse rubastini agri felicitatem, ut populum
-ad summas olim divitias, et ad nobilissima quaeque studia capessenda
-provexerit, jure tu e praestantissimis ipsis rubastinorum tuorum artium
-monumentis probatum dedisti. Idem et Tritonis signum (sic vocat quae
-nobis Scylla dicitur) in galea Minervae scalptum ad ejus deae in mare
-potestatem refert (ib. pag. 429).
-
-Sed jam sat prata biberunt. Vale, vir clarissime, meque, ut facis, ama.
-
-Scripsi Neapoli V Kalendas septembres A. R. S. MDCCC[=XXXXIIII].
-
-
-
-
- HISTORIA
- DEL COMBATTIMENTO
-
- De’ tredici Italiani con altrettanti
- Francesi, fatto in Puglia tra
- Andria, e Quarati
-
- _E la vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno
- 1503 à 13 di Febraro,_
-
- Scritta da Autore di veduta, che v’intervenne
-
- In Napoli per Lazaro Scoriggio. 1633
-
-
-
- RISTAMPATA DA GABRIELE PORCELLI
- 1844.
-
-
-AL BENIGNO LETTORE.
-
-_Di questo combattimento tra tredici Francesi, et altrettanti Italiani,
-e della vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno 1503 trattano Gio:
-Battista Cantalicio Vescovo d’Adri, e Penna nella sua Consalvia,_ de
-bis recepta Parthenope, _scritta in verso heroico lib. 2. Francesco
-Guicciardini nel lib. 5. dell’Historia d’Italia, Paulo Giovio nel lib.
-2. della vita di Consalvo di Cordova Gran Capitano, Mambrin Roseo da
-Fabriano nell’aggiunta al compendio dell’Historia del Regno di Napoli
-lib. 8. Girolamo Zurita nell’Historia di Ferdinando Re Cattolico nel
-5. vol. delle sue opere lib. 5. cap. 12, et altri. Però detti Autori
-ne scrivono con molta brevità, e non raccontano tutti i particolari,
-che sono riferiti in questo libretto, anzi vi è qualche diversità fra
-di loro, et alcuni di essi fanno errore ne’ nomi, e ne’ cognomi, e
-nelle patrie di alcuni di detti tredici Italiani, che combatterono,
-il che tutto è avvenuto per non havere detti scrittori saputo l’intera
-verità delle cose, che succederno, essendo stati tutti forastieri del
-Regno, fuorchè il Cantalicio, che scrisse questo fatto brevissimamente
-in versi, però si ha da dare in tutto fede a quel che si riferisce
-in questo libretto, per essere stato composto, e stampato in Napoli
-nell’istesso anno, che il fatto succedè, vivendo tutti quegli che
-v’intervennero, ove anco si riferiscono tutte le lettere, e le
-scritture, che vi si fecero, dalle quali appare la verità del fatto,
-e quanto passò in quella gloriosa impresa, scritto de persona, che non
-solo v’intervenne, ma fù gran parte di quella, havendo copia di tutte
-le scritture, che vi furon fatte._
-
-
-
-
-IL COMBATTIMENTO
-
-delli tredici Italiani, e tredici Francesi fatto in Puglia tra Andria,
-e Quarata.
-
-E la vittoria ottenuta per gl’Italiani nell’anno 1503 à 13 di Febraio.
-
-
-Essendosi deliberato dal Cattolico Ferrando di Aragona Re di Spagna,
-e dal Cristianissimo Luigi Re di Francia per alcune loro raggioni
-privar del Regno il Serenissimo Federico d’Aragona Re di Napoli, per
-conseguir lor intento, de commun consenso destinorno dui eserciti
-alla volta di tal Regno, l’uno di Spagnuoli per la parte di Puglia
-sotto il governo di Consalvo Ferrando; l’altro di Francesi per la
-parte di Terra di Lavoro, sotto Monsignor d’Obegni Generali Capitani,
-i quali havendo la fortuna propitia, con poco, anzi nullo fastidio,
-s’insignorirono dell’una, e l’altra parte, e volendosi dopoi dividere
-il Regno tra loro, non essendo concordi, furon necessitati venire a
-rottura di guerra: Donde trovandosi le cose della fortuna in tal modo,
-et il Regno da tal guerra molto vessato, la maggior parte de’ Baroni
-del Regno, e de’ Cavalieri Italiani aderirono, e s’accostarono alla
-parte Spagnola, e mentre che le agitationi della guerra andassero pari,
-ne la fortuna havesse ancora cominciato ad inclinare ne dall’una, ne
-dall’altra parte; standosi l’esercito de Spagnuoli in Barletta, e quel
-de’ Francesi in Ruvo, et altre terre di Puglia, avvenne che un giorno
-trovandosi Carles de Togues titolato Monsignor de la Motta, Francese
-in Barletta, in casa di D. Diego di Mendozza Capitan nell’esercito
-Spagnuolo, in presenza di quello, e di D. Pietro di Crigno Prior
-di Messina, e d’Indico Lopez Hiala, e d’alcuni altri gentilhuomini
-Spagnuoli, havendosi cenato, com’è solito de’ Cavalieri, il detto
-Carles la Motta proruppe ad alcuni raggionamenti di guerra con l’Indico
-Lopez, e tra gli altri loro discorsi devennero a raggionamento del
-valore delle genti d’armi Italiane, e domandando lo Indico Lopez
-alla Motta, come tra Francesi esistimavano l’Italiani. Rispose la
-Motta, che loro non tenevano l’Italiani in alcuna esistimatione, e
-detto Indico Lopez disse, che havevano in Barletta buona compagnia
-di gente Italiana; donde la Motta rispose, che lo credeva bene, però
-che di gente Italiana essi non facevano conto niuno, perchè l’haveano
-abbattuti più volte, e che essi Francesi, quando fusse accaduto venire
-a giornata di battaglia, haveriano fatto stare l’Italiani, ch’erano
-in loro compagnia da banda a vedere; e così confortava li Spagnuoli
-circostanti, che si havesse a venire a giornata di combattere con
-Francesi, nell’ordine dell’esercito dovessero ponere l’Italiani
-avanti, perchè se l’Italiani havessero fatto il dovere, sariano
-stati ammazzati da Francesi, e si havessero rivoltati a fuggire, si
-dovessero ammazzare da Spagnuoli. Al che rispose l’Indico, che essi
-tenevano l’Italiani in buona riputazione, et in quelli confidavano,
-come alla propria natione Spagnuola, certificando, che l’Italiani,
-ch’erano in Barletta tenevano assai gana, e desiderio d’affrontarsi,
-et intropparsi con Francesi; e che confirmava, che haveriano fatto lo
-dovere, e che per uno Italiano a sodisfation dell’honor d’Italia era
-stato scritto a Francesi di combattere, e quelli non haveano risposto.
-Replicò la Motta, e disse che non lo credeva, ma pure se fusse scritto
-a Ruvo, che s’haveriano trovati non solamente uno, ma dieci Francesi,
-che haveriano combattuto con Italiani. E così lo Indico rispose, che
-certificava la Motta, et ogn’altro Francese, che sempre, che fossero
-trovati dieci huomini d’armi Francesi, che havessero voluto combattere
-con Italiani, che esso Indico Lopez prometteva trovare dieci huomini
-d’armi Italiani che haveriano combattuto con altrettanti Francesi.
-Alche rispose la Motta che esso prometteva sua fè, che gionto ch’era
-in Ruvo, trovaria diece huomini d’armi Francesi, che combatteriano
-con tanti altri Italiani. Replicò medesimamente Indico Lopez ch’esso
-prometteva sua fè, di trovare dieci huomini d’armi Italiani, che
-haverian combattuto con tanti altri Francesi, e quando la Motta havesse
-trovati detti combattenti Francesi, l’havesse avvisato, alche s’offerse
-la Motta assai volentieri, perchè dubitava, che dicendo tal cosa in
-Ruvo, se burlarian de’ fatti suoi. Ma perchè tali parole erano state
-dopo cena, determinarono, che la matina seguente di ciò si parlasse;
-e pervenuti alla matina seguente, la Motta essendo in procinto di
-partire da Barletta per tornar in Ruvo, disse ad Indico Lopez, se
-stava nel medesimo proposito del raggionamento della sera passata, al
-qual rispose Indico Lopez, che ben si trovava in tal proposito, e quel
-replicò, che non saria mancato alla promessa, e così la Motta si partì
-da Barletta, e si condusse in Ruvo, e dopoi scrisse lettere ad Indico
-Lopez del tenor seguente.
-
-»Signor Indico Lopez, a vostra buona gratia mi racomando. Mi ricordo
-ben, che V. S. mi disse, e promise sua fè, di trovare dieci huomini
-d’armi Italiani, che combattessero con dieci huomini Francesi, e
-così io promisi mia fè a V. S. di trovar l’huomini d’armi Francesi
-per il medesimo effetto, quai molto facilmente hò trovati, e se il
-numero de dieci vi paresse poco, ne troverò più, si quella mi scriva
-quattro, o cinque giorni avanti, et il luogo, et il dì destinato, tutto
-risolutamente, e con effetto senza che si ponga il fatto in lungo. E
-se loro dimandassero querele, noi non volemo combattere, se non sotto
-justa querela; e si a loro piacerà, ciascuno porterà cento corone, e
-chi guadagnarà la vittoria, riporterà in premio le cento corone, e le
-spoglie, cioè l’armi, et i cavalli: e questa serà la querela, a fine
-che chi perde, se ne vada alla leggera. Altro non scrivo, son sempre al
-piacer di V. S. Da Ruvo a 28 di Gennajo 1503. Di V. S. Servitor con mio
-honor — La Motta«.
-
-Le sopradette lettere della Motta, fur consegnate per lo Trombetta
-Francese ad Indico Lopez, al quale parve far intendere ad alcuni
-Italiani, quanto per la Motta con parole, e con scritto gli era stato
-esposto, e consultandosi com’era debito, le predette occorrenze con
-Prospero Colonna, e quel considerando in tal causa doversi procedere
-con i convenienti modi, fece aggregation de Cavalieri, esponendo ogni
-particolarità delle cose predette, quali furono disputate, e discusse
-con ogni oportuna diligenza, tanto circa le parole prolate per la
-Motta, quanto anco circa la continentia della sua lettera. E benchè
-per le parole usate per la Motta, s’havesse potuto fondare giustissima
-querela per gl’Italiani, pure per estinguere ogni alteratione, ch’era
-per succedere con Spagnuoli, donde haveriano potuto emergere pernitiose
-dissentioni, et ancora perchè la Motta escludeva espressamente non
-voler combattere, se non _sub justa quærela_, proponendo quella delle
-cento corone, e le spoglie: e non ostante che si conoscesse apertamente
-detta querela non esser degna, ne conveniente a Cavalieri; pure ad
-evitare ogni imputatione di subterfugio, si concluse, che destramente,
-e con attitudine s’attendesse a pigliar la difensione, tenendosi ferma
-speranza, se ne dovesse ottenere gloriosa vittoria, secondo infinite
-volte havevano conseguito altri Italiani provocati da Francesi, per
-lo che molti Italiani supplicaro, e fero instanza per intrar a tal
-impresa; Ma perchè Hettorre Fieramosca li giorni passati havea pigliato
-la querela contra Monsignor Frumet Luogotenente del Vicerè Francese,
-confutando la particola delle sue lettere, nelle quali diceva non
-doversi più fidar, nè d’Italiani, nè de Spagnuoli, e riprobandolo,
-come mendace, havendo prorotto così nel suo scrivere, e lo Monsignor
-di Frumet non havea risposto al detto Hettorre, et attento che nel
-progresso del parlare de la Motta con Indico Lopez era fatta mentione
-di tal materia, per le antedette cause, et altri degni respetti, fu
-determinato si concedesse la predetta defensione al detto Hettorre
-Fieramosca, e suoi compagni, e che si rispondesse a la Motta per lo
-Indico Lopez come ad esso apparteneva, e per lo prenominato Ettorre nel
-modo che segue.
-
-
-_Lettera d’Indico Lopez a la Motta._
-
-»La Motta. Ho ricevuto vostre lettere date in Ruvo a 28 del presente
-mese di Gennajo, per le quali scrivete del combattere di dieci Francesi
-contra diece Italiani. Rispondo che quanto contiene in dette vostre
-lettere, l’ho fatto intendere ad alcuni Italiani, e perchè quelli per
-loro lettere scrivono a voi sopra tal materia pienamente, però non
-mi estendo in altro, persuadendomi fermamente, che troverete, come
-ho detto, l’Italiani ferventissimi a sodisfare al loro honore. — Da
-Barletta a 29 di Gennaro 1503 — Di V. S. — Indico Lopez«.
-
-
-_Lettera di Hettorre Fieramosca a la Motta._
-
-»La Motta. Lo Signor Indico Lopez ha fatto intendere ad alcuni Italiani
-haver ricevute lettere vostre de’ 28 del presente mese di Gennaro,
-per le quali dicete haver trovati dieci huomini d’armi Francesi per
-combattere con diece huomini d’armi Italiani, cento corone, e le
-spoglie, cioè l’armi, e cavalli. Vi dico, che quantunque questa non sia
-querela conveniente à Cavalieri; per farvi conoscere come gl’Italiani
-son huomini, che amano la conservation dell’honor loro; Io, e diece
-altri huomini d’armi Italiani, che faranno il numero d’undeci, semo
-per difendere dette cento corone, armi, e cavalli, e sodisfare alla
-requisition vostra. Declarate dunque luogo comune con uguale segurtà, e
-la giornata, avisando tre dì prima, a tale possiamo comparire a tempo —
-Da Barletta a’ 29 Gennaro 1503. — Hettorre Fieramosca«.
-
-
-_Lettera de la Motta ad Hettorre Fieramosca._
-
-»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere scritte a 29 di
-Gennajo, per le quale mi scrive che il Signor Indico Lopez ha fatto
-intendere ad alcuni Italiani haver ricevuto lettere mie alli 28 del
-presente mese, nelle quali io scriveva, haver trovati diece huomini
-d’armi Francesi per combattere con dieci huomini d’armi Italiani,
-cento corone, e le spoglie: Io ho scritto le lettere al Signor Indico
-Lopez, perchè sua Signoria, trovandomi loco in Barletta, mi parlò che
-haveano de huomini da bene Italiani, gli risposi che lo credeva bene,
-e così mi disse che haveano disfidato Monsignor di Frumet con dieci
-huomini d’armi Francesi, gli risposi che se havessero mandato qua in
-Ruvo, io li haveria trovati, e mi disse se io mi confidava trovare
-diece Francesi che sua Signoria si confidava trovarne diece huomini da
-bene Italiani. Io li promisi trovar diece huomini da bene Francesi,
-come ho fatto: e toccando alle cento corone, cavalli, et armi che mi
-scrivete non sia sufficiente querela à Cavalieri: Io scrissi al Signor
-Indico Lopez, che noi non volevamo combattere, se non sotto iusta
-querela, e così per non havere altra querela al presente, scrissi a
-sua Signoria che piacendo a loro, combatteriamo cento corone, e le
-spoglie per ciascuno: In quanto mi scrivete, che Italiani amano la
-conservatione del loro honore, e che voi, e dieci huomini d’armi che
-faranno undici, siete per difendere le dette cento corone, armi, e
-cavalli, credo siate huomini da bene, e che le difenderete bene, e che
-accettiate il combattere, piace assai a me, et a miei compagni; e così
-noi da nostra banda siamo per difender l’honor nostro, le cento corone,
-armi, e cavalli. Quanto mi scrivete, lo luogo sia comune, e di ugual
-sicuritate: Lo luogo sarà fra Andri, e Corato. Lo dì sarà da hoggi a
-dodici dì, che saranno li undici di Febraro. Et aviserò tre dì avanti
-che sarà all’otto del detto, e vi manderò li nomi delli gentilhuomini,
-che combatteranno, e così mi mandarete voi, e venuti li nomi, mandaremo
-nostri ostaggi in Andri, e li vostri manderete in Corato per ugual
-securità di tutte due le bande. Da Ruvo all’ultimo di Gennaio 1503.
-E perchè sono stato pregato da due altri Gentilhuomini, che voleriano
-essere del combattere, vi sforzerete trovarne due altri, che saranno
-tredici per banda — La Motta«.
-
-Sopra le particole delle premisse precedenti lettere, fu tra li
-Cavalieri Italiani disputato, si incumbeva doversi reprovare Carles
-la Motta, considerando che le parole da quello dette in vilipendio
-d’Italiani nel raggionamento fatto con lo Signor Indico Lopez,
-dissentivano dal tenor delle sopradette particole, e dimostravano
-disditta: E benchè per tal contradittione la Motta s’havesse potuto
-reprovare, pure per haversi accettata la querela per esso proposta,
-e per le cause allegate nella prima discussione, e per molti altri
-rispetti, fu pretermisso estendersi in questo altrimenti: E similmente
-fu ventilata l’altra particola delle predette lettere de la Motta, in
-la querela pretendeva voler difendere l’honor loro, cento corone, armi,
-e cavalli, perchè alcuni Cavalieri esperti rivocavano in dubio, se la
-Motta in aumento di sue raggioni potria subintrare alla difensione,
-e trahere quella a loro parte: Et essendo detti, e replicati molti
-argomenti sovra tal materia, finalmente fu concluso, che la difensione
-per nissun modo competeva a la Motta, havendo esso proposto la querela,
-e dimostrava nelle sue agitationi tener luogo di Procuratore.
-
-
-_Lettere d’Hettorre Fieramosca responsive a la Motta._
-
-»La Motta. Ho inteso quanto scrivete per vostre lettere dell’ultimo
-del prossimo passato mese di Gennajo, per le quali tra le altre parti
-d’esse lettere replicate sovra il combattere de’ vostri compagni
-Francesi, contra altrettanti Italiani, che per non aver altra querela,
-havete scritto al Signor Indico Lopez, che combatterete cento corone,
-e le spoglie per ciascuno, e che avete piacer assai, che io, e miei
-compagni habbiamo accettato il combattere, e che lo luogo commune
-serà per lo campo infra Andri, e Corato, e che lo dì serà all’undici
-di Febraro, e che avisarete all’otto di detto mese, che serà tre dì
-avanti, e manderete i nomi delli Gentilhuomini che combatteranno, e
-così io habbia a mandare i nomi de’ miei compagni a voi, e che havuti
-li nomi, manderete li ostaggi vostri in Andri, e che noi habbiamo a
-mandare li nostri in Corato per ugual sigurtà di tutte le due bande.
-Rispondo; Io e miei compagni havemo accettato di buona volontà la
-querela che voi proposta avete, quantunque non sia querela conveniente
-à Cavalieri, per farvi solo conoscere come gl’Italiani amano la
-conservation del loro honore, e così stamo parati di sostentare di
-buon animo, e difendere le cento corone per ciascuno, armi, e cavalli:
-E quando haverete mandati i nomi delli huomini, che pretendono
-combattere, io manderò a voi i nomi de’ miei compagni, e delli ostaggi
-che mandarete in Andri, similmente corrisponderemo in mandar li
-nostri in Ruvo, e non in Corato per esservi la peste; avvertendovi,
-che bisogna specificatamente nominare il luogo comune infra Andri, e
-Corato: e se oltra la securtà dell’ostaggi vi parerà che lo campo si
-assicuri per li superiori, declaratelo, e provedete dal canto vostro,
-che noi provederemo dal nostro. Quanto alla parte che scrivete, esser
-stato pregato da due altri Gentilhuomini, che vorriano essere del
-combattere, e che io ne debbia trovar due altri, che saranno al numero
-di tredici per banda. Rispondo che siamo al numero di tredici, secondo
-scrivete, e pronti ad ogni vostra requisitione — Da Barletta a 2 di
-Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«.
-
-
-_Replicatione de la Motta ad Hettorre Fieramosca._
-
-»Hettorre Fieramosca. Ho inteso quanto per vostre lettere delli 2 di
-Febraro ne scrivete, replicando, che voi, e vostri compagni di buona
-volontà avete accettata la querela per me proposta; replicando ancora,
-non essere stata conveniente a Cavalieri; ma per farne conoscere,
-che gl’Italiani son huomini, che amano la conservatione del loro
-honore, che state parati a sostentar di buon animo le cento corone
-per ciascuno, le armi, e cavalli: Vi rispondo, senza più replicar,
-che io, e miei compagni siamo similmente paratissimi a difendere le
-nostre cento corone, arme, e cavalli per ciascuno da nostra banda,
-così bene come voi. In quanto a quello che mi scrivete, che quando
-io haverò mandato i nomi de’ Gentilhuomini, che pretendono combattere
-con voi, che manderete i nomi de’ vostri, io vi manderò li nomi Lunedì
-prossimo futuro, e li ostaggi li manderò Domenica, che serà oggi ad
-otto in Barletta, e voi li manderete in Ruvo, per ugual suspitione
-della peste, secondo in vostre lettere scrivete. Del specificare, e
-nominare il luogo proprio, serà come ho scritto fra Andri, e Corato,
-la dove combatterono Baiardo, e D. Alonso. Quanto mi scrivete, se
-oltre la securtà degli ostaggi mi paresse che ’l campo si assecurasse
-per i Superiori, che lo declari, e proveda da mia banda, che voi
-provederestivo dalla vostra. Noi manderemo li ostaggi, e manderemo
-l’assecuramento de Monsignor de la Palizza nostro Superiore in questa
-banda, e promettemo la fè nostra, che da nostra banda non ci serà
-inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che sono
-da qua sotto lo governo di Monsignor de la Palizza, ne di tutti gli
-altri che sono al servizio del Christianissimo Re in questo Regno: E
-similmente ne manderete voi l’assecuramento de’ vostri Superiori, e
-prometterete la fè vostra, non c’esser inganno, ne soverchiaria alcuna
-delle genti che servono li Cattolici Re, e Regina in questo Regno. Del
-numero delli tredici, ne scrivete, ne piace. Del dì del combattere,
-che vi havemo scritto, che saria stato alli undici del presente, non
-pensavo fosse stato il Sabbato, nel qual giorno alcuni di nostri hanno
-divotione, e desiderano guardarlo, e così la Domenica communemente la
-guardaremo tutti; si che non dispiacendovi, serà Lunedì, che seranno
-li tredici del presente mese di Febraro. Ne declararete quanti Giudici
-volete siano per banda, per vedere, e come volete che vengano armati, o
-disarmati, il tutto ne darete per aviso — Da Ruvo a 5 di Febraro 1503 —
-la Motta.
-
-
-_Lettere de la Motta ad Hettorre Fieramosca._
-
-»Hettorre Fieramosca. Perchè, come vi ho scritto, hoggi che è Lunedì,
-mandarvi li nomi de’ Gentilhuomini, che seranno del nostro combattere,
-ve li mando, e sono questi — Marco de Frange — Giraut de Forzes — Gran
-Jan de Aste — Martellin de Sambris — Pier de Ligie — Jacobo della
-Fuontiena — Eliot de Baraut — Giovan de Landes — Saccet de Saccet —
-Francisco de Pisa — Jacopo de Guigne — Nanti de la Frasce — Carles de
-Togues, detto Monsignor de la Motta — Et avisarete per vostre lettere,
-e mandarete i nomi de’ vostri, e de quanti ostaggi volete che mandiamo
-da vostra banda, e ne manderete al presente la sicurtà dell’ostaggi,
-acciò possano venire sicuramente, e per quello ne porterà sicurtà
-de’ nostri, ve manderemo la sicurtà de’ vostri ostaggi, e per loro la
-sicurtà de vostra banda, e senza altro scrivere, lunedì che saranno
-li tredici del presente, ne troverete nello loco nominato nelle mie
-lettere — Da Ruvo a 6 di Febraro 1503 — la Motta.
-
-
-_Lettere di Hettorre Fieramosca di Capua._
-
-»La Motta. Ho ricevuto due vostre lettere date in Ruvo a cinque, et
-a sei del presente, nelle quali havete mandato li nomi delli huomini
-pretendono combattere, e scrivete la prorogatione della giornata
-alli tredici del detto mese, e che manderete i vostri ostaggi
-domenica prima che verrà, per quelli manderete la sicurtà di tutta
-vostra banda, e che io, e miei compagni habbiamo a mandare i nostri
-ostaggi in Ruvo, per evitare la suspition della peste, e con loro la
-securtà de nostra parte, e specificate lo proprio loco infra Andri,
-e Corato, dove combatterono Don Alonso, e Baiardo, e che oltre li
-ostaggi, manderete lo assecuramento di Monsignor della Palizza vostro
-superiore, e promettete la fè vostra, che da vostra banda non serà
-inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che sono
-quà sotto lo governo di Monsignor della Palizza, ne da tutte le altre
-genti, che sono al servitio del Cristianissimo in questo Regno: E che
-similmente noi debbiamo mandare lo assecuramento, e nostra fè, che non
-ci sia inganno, ne soverchiaria alcuna de tutte le genti d’armi delle
-Cattoliche Maestà Re, e Regina in questo Regno. Et oltre di ciò dicete,
-che s’habbia a declarare quanti Giudici si hanno da eligere per banda,
-e che per quelli porteranno la sicurtà de’ vostri ostaggi manderete la
-sicurtà de’ nostri. E finalmente concludete, che senz’altro scrivere,
-lunedì che saranno i tredici del presente, vi troverete nel luogo
-nominato in vostre lettere; et io volendo corrispondere a vostre
-requisitioni, vi mando particolarmente i nomi de’ miei compagni che
-siamo al numero di tredici, e son questi — Guglielmo d’Albamonte —
-Mariano d’Abignenti da Sarno — Francisco Salamone — Giovanni Capoccio
-da Roma — Marco de Napoli — Giovan de Roma — Lodovico d’Abenavole de
-Capua — Hettorre Romano — Bartolomeo Fanfullo — Romanello — Riczio
-de Parma — Moele de Paliano — Fieramosca di Capua — Et anco mandamo
-guidatico, et assecuramento per li ostaggi vostri, che possano venire
-in Barletta, e per lo presente (come havete offerto) mandarete simil
-guidatico, et assecuramento per li ostaggi nostri, che si possano
-condurre in Ruvo: Et in lo modo, et ordine, che manderete li ostaggi
-vostri in Barletta con la sicurtà di Monsignor de la Palizza, e
-de tutta vostra banda, mandaremo nostri ostaggi in Ruvo, con lo
-assecuramento del Signore Don Diego de Mendozza, e de tutta nostra
-banda: e promettemo nostra fè, che da nostra banda non sarà inganno, ne
-soverchiaria alcuna da questa gente d’armi, nè da tutte altre che sono
-al servizio delle Cattoliche Maestà in questo Regno. Dell’elettione
-delli Giudici, sapete che bisogna, siano huomini per tal officio, di
-conditione, prattichi, et esperti, però quando avisarete distintamente
-la elettione da voi fatta, io, e miei compagni provederemo a tale
-effetto oportunamente, e vi avisaremo de nostra elettione, et avertite
-che gli huomini, che han da venire a vedere, siano di ugual numero così
-dalla parte vostra come dalla nostra, e se deve declarar, et determinar
-per li Superiori, che assecurano il campo. Potrete dunque far opera,
-che Monsignor de la Palizza habbia a significarlo al Signor D. Diego de
-Mendozza, e per commune loro disposizione s’habbia a declarare quanti
-han da venire dall’una, e l’altra parte. Che finalmente concludeti, che
-senz’altro scrivere, Lunedì che saranno li tredici dell’instante mese,
-vi trovarete al luogo destinato dalle vostre lettere: Vi rispondo, che
-in la medema forma, io, e miei compagni, compareremo con li cavalli
-copertati, e con le persone nostre armate de tutt’armi, con lanze,
-spade, stocchi, et altre armi manuperabili, a sostentar, e difendere,
-secondo ho scritto per altre mie lettere — Da Barletta a dì 7 di
-Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«.
-
-E ’l tenor dell’assecuramento del Signor D. Diego de Mendozza siegue in
-tal modo.
-
-
-_»Don Diecus de Mendozza Serenissimarum, et Catholicarum Majestatum
-armorum Capitaneus etc._
-
-»Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici
-Italiani ne haveno fatto intendere doverno comparere in la giornata
-deputata per la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi, quai
-pretendono combatter contro essi Italiani in lo campo intra loro
-specificato, fra Andri, e Corato, e per segurtà dell’una, e l’altra
-parte se haveno da mandare ostaggi reciprocamente, et acciò quelli
-seran mandati per la Motta, e suoi compagni Francesi, non abbiano
-a dubitare di pater molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per
-tenor della presente, _sub verbo, et fide nobilium_, guidamo, ed
-assecuramo li Gentilhuomini, che per li predetti la Motta, e suoi
-compagni seranno destinati per ostaggi, che possano venir liberi, e
-securamente in Barletta, e commorar in detta Terra, secondo la forma
-de loro obbligationi, e conventioni; e dopoi detti ostaggi possano
-ritornare in Ruvo senza impedimento, ne danno alcuno in loro persone,
-ne in robbe, declarando a tutti, e singoli Capitanei, stipendiarii,
-soldati, pedoni, et altre genti d’armi suddite delle Cattoliche Maestà,
-et imponendoli da parte di quelle, che debbiano osservare alli predetti
-ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto, _juxta_ sua
-serie, e tenore, e così nello venire di detti ostaggi in Barletta,
-e commorar in detta Terra, come ancora nel ritornare in Ruvo. Non
-facendo il contrario per quanto ciascuno desidera evitare l’ira, et
-indignatione di dette Cattoliche Maestà, et evitare la pena della vita.
-E per declaratione della verità, cautela, e securtà di tutti ostaggi
-havemo spedite le presenti subscritte di nostra propria mano, e con la
-impressione del nostro solito sigillo — Di Barletta a 7 di Febraro 1503
-— _Don Diecus de Mendozza_.
-
-
-_Lettere de la Motta responsive ad Hettorre._
-
-»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere, e quelle intese,
-e rispondo hoggi, che sono li undici del presente mese di Febraro
-risolutamente, come per voler effettuar, e mandar lo negotio a
-porto, vi mando li presenti Gentilhuomini per ostaggi da nostra
-banda, quai sono Monsignor de Musnai, e Monsignor Dummoble, a tal
-che con securtà possiate venire. Perloche voi manderete i vostri
-ostaggi per nostra securtà, acciò con gratia di nostro Signore Iddio
-lunedì primo che saran li tredici del presente mese, ambe le parti
-si possano condurre in lo loco appontato, dove combattero Monsignor
-Baiardo, e D. Afonso fra Andri, e Corato. E perchè in dette lettere ci
-dimandate l’assecuramento dell’Illustre Monsignor della Palizza nostro
-Superiore, a sua Illustre Signoria non have parso di farlo; Però vi
-dicemo, che senza dubio alcuno vogliate liberamente venire, che vi
-promettemo la fè nostra, possate securamente venire, che ne da noi, ne
-da nostra banda, ne da gente, sono in questo Regno al servitio della
-Cristianissima Maestà, vi sarà usata soverchiaria alcuna, dovendovi
-donar il campo sicuro; E quando dubitassivo dell’opposito, e si facesse
-soverchiarla, da mò ci donamo per vostri prigioni: E dovendosi far
-questo medesimo per voi, ne prometterete, per voi, e vostre bande, e
-tutte genti sono in questo Regno per servizio delle Cattoliche Maestà
-Re, e Regina d’Ispagna. E volendo dar effetto al sopradetto, non ci
-accade altra securtà, ne dilation di tempo, per havermo una con miei
-compagni in detto tempo deliberato in detto luogo comparere con li
-cavalli copertati, e nostre persone armate de tutte arme necessarie,
-dovendovi trovar in detto luoco, e dì alle dieceotto hore, o vero
-avante, acciò s’habbia tempo di posser eseguire i nostri desiderii,
-fandovi intendere, che noi condurremo là quattro Giudici eletti da
-nostra banda, e tredici altri huomini ne condurranno li cavalli, e
-sedici Gentilhuomini verranno à vedere, per li quali tutti prenominati
-non vi sarà altro che porti armi, eccetto noi deputati al combattere,
-e li quattro Giudici, e li altri Gentilhuomini verranno a vedere, e li
-ventisei che meneranno li cavalli, e condurranno l’elmetti, veneranno
-disarmati; Però vi dicemo, se volete, tutti li sopradetti vengono in
-nostra compagnia à detto numero, se hanno da comprendere nel medesimo
-assecuramento, come noi altri: E volendo voi condurre altrettanti
-in simil modo dal canto, e banda vostra, declaramo se intendano nel
-medesimo assecuramento per noi, e nostra banda, venendono in vostra
-compagnia. Ancora vi mandamo li nomi delli Giudici, secondo qui da
-basso vederete notati — Da Ruvo à gli 11 di Febraro 1503 — La Motta —
-Li nomi delli Giudici sono questi — Monsignor de Bruglie — Monsignor de
-Murabrat — Monsignor de Bruet — Etum Sutte.
-
-El tenor dell’assecuration de Monsignor della Palizza siegue in tal
-modo.
-
-»_Jacobus de Cabannes Dominus Politico Christianissimi Regis
-Zamburlanus, ac Provinciarum Terræ Bari, et Aprutii Gubernator._ Perche
-la Motta, e suoi compagni al numero di tredici, ne han fatto intendere
-doverno comparere in la giornata deputata per essi, et altrettanti
-Italiani, à causa che pretendono combattere in lo campo specificato fra
-Andri, e Corato, e per securtà dell’una, e dell’altra parte si devono
-mandar l’ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seranno mandati da
-Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, non abbiano a dubitar di patir
-molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per tenor della presente _sub
-verbo, et fide nobilium_, guidamo, et assecuramo due Gentilhuomini,
-e tre famegli per uno, che per li predetti Hettorre, e suoi compagni
-seranno destinati per ostaggi, che possano venire liberi, e sicuri in
-Ruvo, e commorar in detta terra, secondo la forma de loro obligatione,
-e conventioni; E dopoi detti due ostaggi, e famegli ritornar in
-Barletta senza impedimento alcuno, o danno in loro persone, e robbe,
-declarando a tutti, e singuli Capitanei, stipendiarii, e soldati della
-Cristianissima Maestà, et imponendoli da parte di essa, che debbiano
-osservar alli predetti ostaggi la presente forma di guidatico, e
-salvocondotto _juxta_ la sua serie, e tenore, così nello venir di detti
-ostaggi in Ruvo, e commorar in detta terra, come ancora nel ritornar in
-Barletta, non fando lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar
-l’ira, et indignatione di detta Maestà, e fuggir la pena della vita.
-E per declaration della verità, cautela, e securtà di detti ostaggi,
-havemo espedita la presente securtà di nostra propria mano, e con la
-impression del nostro solito sigillo — Da Ruvo alli 11 di Febraro
-1503 — _Cabannes — Dominus Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao
-Mandatario_.
-
-
-_Lettere d’Hettorre responsive à la Motta._
-
-»La Motta. Per vostre lettere dell’undeci del presente mese di Febraro,
-qual ho ricevute nel medesimo dì ad hora tarda, hò visto che scrivete,
-che per voler effettuar la causa a porto, mandate li Gentilhuomini
-per ostaggi da vostra banda, cioè Monsignor de Musnai, e Monsignor
-Dummoble; e che noi habbiamo a mandar nostri ostaggi per securtà
-vostra; et havete mandati li nomi delli Giudici, per voi eletti, cioè
-Monsignor de Bruglie, e Monsignor Murabrat, e Monsignor de Bruet,
-Etum Sutte; e che à Monsignor della Palizza vostro Superiore non
-ha parso voler far lo assecuramento, significandone, che in vostra
-compagnia verranno tredici persone, che ve porteranno li elmetti, e
-tredici altri, che vi porteranno li cavalli, e che oltre li predetti
-verranno sedici Gentilhuomini a vedere. Respondemo che mandamo li
-nostri ostaggi, e sono Angelo Galeoto Gentilhuomo Napolitano, et
-Albernatio Gentilhuomo Spagnuolo, e per vostra cautela con loro la
-securtà dell’Illustrissimo Gran Capitano per lo campo per voi, e
-vostri compagni, per tredici persone vi porteranno l’elmetti, e tredici
-altri vi condurranno vostri cavalli, e per li quattro Giudici da voi
-eletti, e nominati in vostre lettere de cinque dell’instante. E perchè
-sapete apparer per vostre lettere, per le quali dichiarastivo, che
-manderestivo l’assecuramento del campo di Monsignor de la Palizza
-vostro Superiore, et anco per vostre lettere de sei del presente
-scrivete che Domenica prima futura manderestivo li ostaggi, e per
-loro la securtà de tutta nostra banda, e che noi similmente dovessimo
-mandar nostri ostaggi, e per loro la securtà de nostra banda. Però
-stamo in gran admiratione, che non abbiate adempito il tenor de vostre
-lettere, massime circa il mandar dell’assecuramento predetto del
-campo, e di tutta vostra banda, insieme con li vostri ostaggi. E che
-al presente allegate non parer à Monsignor de la Palizza far detto
-assecuramento del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, e per
-voi offerta, e declarata, ne date causa d’admiratione, e suspitione;
-et ancora havete lasciato di mandar l’assecuramento delli Giudici per
-noi eletti, quai sono Messer Francesco Zurlo, Messer Diego de Vela,
-Messer Francesco Spinola, e Messer Alonso Lopes. E perche non dovete
-ignorare, che li assicuramenti del campo, e delli Giudici sono delli
-principali, e più necessarii provedimenti, che si richiedono in tal
-causa. Per tanto replicamo per le presenti che vogliate mandare el
-predetto assecuramento del campo de Monsignor de la Palizza, come
-per vostre lettere havete scritto, et ordinato, e con l’assecuramento
-delli Giudici, nello modo, e forma, che insieme con lo presente noi
-mandamo a voi dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano per maggior
-vostra cautela, declarandove, che siamo contenti dell’assecuramento
-de Monsignor de la Palizza per evitar ogni calunnia, et à tal effetto
-questa sera ne conduremo in Andri. Quanto alla parte, che scrivete, che
-verranno con voi sedici altri Gentilhuomini a vedere. Rispondemo che
-lo Illustrissimo Signore Gran Capitano hà prohibito, et espressamente
-comandato, che non debbiamo condurre, ne admettere in nostra compagnia,
-eccetto tredici persone, che porteranno li elmetti, tredici altre,
-che conduranno li cavalli, e quattro Giudici disarmati, come spetta
-à loro officio, secondo la continentia dell’assecuramento fatto dal
-Illustrissimo Signor Gran Capitano, qual ve mandamo, e non possemo
-in alcun modo presumere altramente — Da Barletta à 12 di Febr. 1503 —
-Hettorre Fieramosca.
-
-El tenor dell’assecuramento dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano
-segue in tal modo
-
-»_Consalvus Fernandus Dux terræ novæ Serenissimarum, et Catholicarum
-Majestatum Regis, et Reginæ Hispaniæ, Siciliæ citra, et ultra Farum,
-Hierusalem etc. in hoc Regno Locumtenens, et Capitaneus etc._ Perchè
-Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici, alla
-giornata deputata da la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi
-pretendono combattere tra loro nello campo specificato fra Andri,
-e Corato, nello luoco, dove combatterono D. Alonso, e Baiardo; Et
-oltre la cautela dell’ostaggi reciprocamente prestiti, e guidati
-per l’Illustrissimo D. Diego de Mendozza, bisogna l’assecuramento
-del campo; Donde noi per maggior efficacia per tenor della presente
-declaramo per quanto spetta alla banda del prenominato Hettorre, e
-suoi compagni Italiani, _authoritate qua fungimur_ delle Cattoliche,
-e Serenissime Maestà assecuramo detto luogo fra Andri, e Corato,
-dove combatterono detti Don Alonso, e Baiardo per tutta la predetta
-giornata, che seran li tredici dell’instante mese di Febraro, statuita
-per detti Francesi, che da nullo stipendiario, Capitano, armigero,
-pedone, gente d’armi, et altri sudditi delle Cattoliche Maestà di
-qualunque conditione, e stato, per alcun modo serà dato impedimento,
-molestia, ne perturbatione alli predetti la Motta, e suoi compagni
-Francesi, et à tredici persone, che porteranno loro elmetti, e
-tredici altri che condurranno loro cavalli: e similmente guidamo, et
-assecuramo Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor de
-Bruet, et Etum Sutte Giudici eletti per li prefati la Motta, e suoi
-compagni Francesi, acciocche con Messer Francesco Zurlo, Messer Diego
-de Vela, Messer Francesco Spinola, et Alonso Lopes Giudici eletti
-per li prenominati Hettorre, e suoi compagni con nostra volontà,
-consenso, et autorità, possano giudicare, e pienamente esercitare
-loro officio. Comandando, ordinando, et imponendo da parte delle
-Cattoliche Maestà, e nostra, a tutti, e singoli Capitanei, armigeri,
-stipendiarii, soldati, pedoni, gente d’armi, et altri sudditi delle
-Cattoliche Maestà, di qualsivoglia condition, e grado che niun debbia
-per alcun modo _directe, vel indirecte, tacite, vel expresse_, dare
-impedimento, molestia, e peturbatione, ne usare alcuna perturbatione,
-o soverchiarla al detto combattere, ne infringere, o vero contravenire
-al presente assecuramento, _immo_ quello inviolabilmente osservare,
-secondo la sua serie, e tenore, non fando lo contrario, per quanto
-ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione delle Cattoliche
-Maestà, e fuggire la pena della vita. _In cujus rei testimonium, ac
-securitatem, et cautelam, quorum interest_, havemo fatto le presenti
-lettere suscritte di nostra propria mano, con la impression del nostro
-solito sigillo — Datum in Barletta alli 11 di Febraro 1503 — _Consalvus
-Ferrandus_«.
-
-Radunati insieme li tredici Cavalieri Italiani in Andri, et ivi con
-loro, Prospero Colonna, e ’l Duca di Termoli, et altri Cavalieri
-Italiani, e Spagnuoli la domenica di sera alli dodeci del mese, fu
-conchiuso, che senz’altro lo lunedì seguente, ch’era la giornata
-deputata con lo nome del Signor Iddio si dovessero presentar al
-campo: Ma perche mai si può far cosa alcuna per l’huomini senza il
-favor del Signor, che ’l tutto vede, et opera, lo lunedì matino li
-tredici Cavalieri accompagnati da gli prenominati andarono alla messa
-devotissimamente, volendo procedere in una cosa di tanta importanza, e
-fama christianamente, e con sollennità di religione, sperando non per
-questo haverseli aggiungere più animo di quel che haveano, ma da un tal
-debito, et honor restar confirmatissimi in quello haveano deliberato.
-E così communicato il Prete, al fin della messa, lo Hettor Fieramosca
-andò da Prospero Colonna, e lo pregò li concedesse, posser richiedere
-li suoi compagni d’un sollenne giuramento, lo che piacque al Prospero
-Colonna: e così Hettor se voltò a suoi compagni, humanissimamente
-pregandoli gli piacesse giurare quel medesimo, che lui giurava, al
-che risposero quei Cavalieri, ch’eran contentissimi seguirlo in ogni
-fortuna. Lui se inginocchiò avanti l’altare, dove il Prete ancor
-diceva la messa, e poste le mani gionte sopra l’Evangelio giurò ad alta
-voce, voler prima morire, che uscir dal campo per sua volontà, altro
-che vincitore, e prima eligersi la morte, che mai rendersi per vinto
-con sua bocca; e poi vedendo alcuni de’ suoi compagni haver bisogno
-d’ajuto, far in tal caso, come desiderasse, fosse fatto in persona
-sua, per ricuperation de’ suoi compagni, ancorchè sapesse di perder
-la vita. Fatto tal giuramento diede luogo a gli altri, quai di buona
-voglia fero il simile giuramento, et anco di stare ad un volere, ad
-un’eseguire, per quanto la buona sorte, e forza di ciascuno bastasse.
-Partiti dalla messa, se n’andaro alla stanza di Prospero Colonna, dove
-fero giontamente colatione, e poi se n’andorno allegramente ad armare,
-et armati montorno à cavallo, havendo aspettato lo salvo condotto
-che doveva mandar la Motta, e così s’avviaro nell’ordine che segue;
-ma perchè l’assecuramento promesso da Monsignor de la Motta non era
-venuto, for tutti di parere che se ne dovessero protestare, e fu fatta
-la protestation infrascritta.
-
-
-_Protestation fatta per Hettorre Fieramosca, e suoi compagni._
-
-»_In Dei nomine amen. Anno a nativitate Redemptoris nostri Jesu
-Christi millesimo quingentesimo tertio. Pontificatus vero Beatissimi in
-Christo Patris, et Domini nostri Domini Alexandri divina providentia
-Papæ Sexti Anno XI. die vero 13 mensis Februarii in civitate Andri._
-In presentia di me Antonio de Musco _Apostolica authoritate publico
-Notario_, e dell’infrascritti testimonii. Per lo presente pubblico
-documento facemo noto, e manifesto come essendo comparso avante di
-noi lo magnifico Hettorre Fieramosca, tanto per suo proprio nome,
-quanto per l’infrascritti suoi compagni circostanti, e consentienti
-che sono Guglielmo Albamonte Siciliano, Francesco Salamone Siciliano,
-Gioan Capocci da Roma, Marco Corallaro da Napoli, Giovanni Braccalone
-da Roma, Lodovico d’Abenavole da Capua, Hettor Giovenale Romano,
-Bartolomeo Fanfulla da Parma, Romanello da Forli, Pietro Riczio da
-Parma, Mariano d’Abignenti da Sarno, e Moele da Paliano, e dice che
-Carles de Togues titolato la Motta Francese per sue lettere dirette
-ad esso Hettorre have declarato, che mandaria lo assecuramento del
-campo spedito per Monsignor de la Palizza suo superiore, e che dopoi
-el prefato Carles la Motta per altre sue lettere have scritto ad esso
-Hettorre, per le quali allegava non haver parso à Monsignor della
-Palizza far detto assecuramento, nondimeno per esso Hettorre essere
-stato replicato a la Motta, per lettere, che quello sapea apparere per
-due sue lettere de cinque, e de sei del detto mese, haver promesso
-l’assecuratione del campo, e de tutta sua banda, e che al presente
-allegasse non parer à Monsignor de la Palizza far detto assecuramento
-del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, e per esso la
-Motta offerta, e declarata, dava causa admiratione, e suspitione ad
-esso Hettorre, e suoi compagni. E considerando, che l’assecuration del
-campo, e delli Giudici sia uno delli principali, e più necessarii, et
-oportuni provedimenti, che se richiede in lor causa: Però de nuovo
-fa istanza al prefato Carles, che debbia mandar l’assecuramento
-predetto del campo, e delli Giudici eletti per esso Hettorre, e
-compagni, secondo la forma dell’assecuration qual essi mandavano al
-prefato Carles la Motta e suoi compagni, espedita per l’Illustrissimo
-Sig. Gran Capitano Luogotenente Generale delle Cattoliche Maestà per
-assecuramento di detto campo, e delli Giudici eletti per lo detto
-Carles, e suoi compagni: Declarando ancora, che se contentavano esso
-Hettorre, e suoi compagni del detto assecuramento, se dovesse far da
-Monsignor de la Palizza, per quietar ogni calunnia, notificandoli, che
-per abbreviar il camino, la sera se conduccano in Andri, aspettando lo
-assecuramento, aviso, e requisition d’esso Carles la Motta; Essendo
-esso Hettorre, e suoi compagni in tal espedition armati, ad ordine,
-e pronti, si protestano, che non sia attribuita à loro negligentia, o
-mora, ne ad alcuna tergiversazione; ma solo si debbia imputare à detto
-Carles. E standosi in tal protestatione, essendo circa diecesette hore,
-sopragiunse il Trombetta destinato da la Motta, e consegnò al detto
-Hettorre, e compagni l’assecuramento de Monsignor de la Palizza; Dopo
-della recettion del quale, subito detto Hettorre, e compagni, senza
-perdere alcun momento di tempo si posero in camino a comparer al campo,
-richiedendo me sopradetto Notario, che delle cose predette, hora,
-tempo, e recettion di detto assecuramento, e della celerità del partir
-loro al comparir in detto campo, et altri gesti, ne dovesse far publico
-documento, in testimonio della verità. Donde io predetto Notario,
-volendo sodisfar alla predetta richiesta, come giusta, e ragionevole,
-de tutte le prenarrate cose, ho fatto lo presente publico documento, à
-chiarezza della verità scritto de mia propria mano, e roborato del mio
-solito segno, essendo presente nel medesimo luogo l’Illustrissimo Marco
-Antonio Colonna, Giovanne Carrafa Conte di Policastro, li Magnifici
-Indico Lopes Hiala, Gismundo de Sanguine, e Martin Lopes, Testimonii
-rogati alle cose predette«.
-
-El tenor dell’assecuration di Monsignor de la Palizza siegue in tal modo
-
-»_Jacobus de Cabannes Dominus Palitiæ Christianissimi Regis
-Zamburlanus, ac Provinciarum terræ Bari, et Aprutii Gubernator etc._
-Perchè la Motta, e suoi compagni al numero di tredici Francesi, han
-da comparire alli tredici del presente mese di Febraro alla giornata
-deputata per Hettor Fieramosca, e tanti altri suoi compagni Italiani,
-pretendenti combattere contro esso la Motta, e compagni in lo campo
-fra loro specificato fra Andri, e Corato, in lo luoco, dove combattero
-D. Alonso, e Baiardo, et oltre la cautela delli ostaggi reciprocamente
-prestiti, e guidati per noi, e lo Signor D. Diego de Mendozza, bisogna
-l’assecuramento del campo: Onde noi per maggior efficacia, per tenor
-della presente declaramo, per quanto spetta alla banda del prenominato
-la Motta e compagni Francesi, _authoritate qua fungimur_ del
-Christianissimo Rè, assecuramo detto luogo fra Andri, e Corato, dove
-combattero D. Alonso, e Baiardo per tutta la giornata delli tredici
-dell’instante mese di Febraro, statuta per detti Italiani, che da nullo
-Capitanio, armigero, stipendiario, pedone, gente d’armi, e sudditi
-della Cristianissima Maestà, de qualunque condition, e stato, in alcun
-modo non serà dato impaccio, impedimento, molestia, ne perturbation
-alcuna alli predetti Hettorre Fieramosca, e compagni Italiani, et
-alle tredici persone, che porteranno loro elmetti, et a tredici altri
-che conduran loro cavalli, e similmente guidamo, et assicuramo Messer
-Francesco Zurlo, Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, et Alonso
-Lopes, Giudici eletti per li prenominati Hettorre e compagni, acciocchè
-insieme con Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor
-de Bruet, et Etum Sutte, Giudici eletti per li predetti la Motta,
-e suoi compagni, con nostra volontà, consenso, et autorità possano
-giudicare, et esercitare pienamente lor officio; Comandando, imponendo,
-et ordinando da parte della Christianissima Maestà, e nostra, à tutti,
-e singoli Capitanei, armigeri, stipendiarii, pedoni, gente d’armi,
-e sudditi della Christianissima Maestà di qualunque conditione, e
-grado, che nessuno debbia per alcun modo _directe, vel indirecte_
-dar impedimento, o molestia, perturbatione, o nocumento alcuno, ò
-vero usare soverchiaria alcuna al detto combattere, ne infringere, e
-contravenire al presente assecuramento, _immo_ osservar quello, secondo
-la sua serie, e tenore, non fando il contrario, per quanto ciascuno
-desidera evitare l’ira, e la indignatione della Christianissima Maestà,
-e fuggire la pena della vita. _In cujus rei fidem, et testimonium, ac
-securitatem, et cautelam quorum interest_, havemo fatte le presenti
-lettere suscritte di nostra propria mano, e con la impression del
-nostro solito sigillo — Da Ruvo à 12 Febraro 1503 — _Cabannes — Dominus
-Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao Mandatario_«.
-
-
-_Ordine del procedere che fè nell’andar al campo Hettorre Fieramosca, e
-compagni Italiani, e del combattimento, e vittoria conseguita._
-
-Partendo da Andri Hettorre Fieramosca, e compagni per comparer al
-campo, procedevano nel modo che segue. Primo andavano tutti li tredici
-cavalli delle persone, portati da tredici Capitani de’ fanti, l’uno
-appò l’altro, con debito intervallo, copertati, et armati secondo
-il bisogno richiedea. Dopoi col medesimo ordine seguitavano li
-combattitori a cavallo, armati di tutte armi da gli elmetti in fuora.
-Seguivano appresso loro tredici Gentilhuomini, che portavano gli
-elmetti, e le lanze delli prenominati combattitori, e continuavano
-il camino verso detto campo; et essendo vicino a quello un miglio,
-trovaro quattro Giudici Italiani, quali fero intendere ch’erano stati
-insieme con quattro Giudici Francesi, e che haveano segnato il campo,
-et ordinati li patti del combattere, ma che li combattitori Francesi
-insino a quell’hora non erano gionti, onde parve ad Hettorre, e
-compagni procedere avanti, e condotti vicino al campo ad un mezzo tiro
-di balestra, Hettorre, e compagni smontaro da cavallo, e fatta oratione
-al Motor di sù, dopoi Hettorre parlò a suoi compagni nel modo, che
-segue.
-
-
-_Oratione d’Hettorre à suoi compagni._
-
-»Compagni, e Fratelli miei: Se io pensassi che queste mie poche
-parole vi dovesser aggiunger più animo che quel che dalla natura vi
-è concesso, certo m’ingannarei, havendo visto voi per insino a qui
-allegramente esser condotti à questa sì magnanima impresa, e demostrato
-chiaramente quell’animo, che da qualsivoglia coraggioso Cavaliero si
-mostrerebbe in simil caso: Ond’io, conoscendo il valor vostro esser sì
-grande, e fermo in questo nobile esercitio, per esser sol di voi stata
-fatta honorabile elettione, son in tutto sodisfatto, e contento, ma
-perchè gl’inimici insino a quì non son comparsi al campo, in questo
-spatio di tempo, che ne avanza, m’è parso manifestarvi el presaggio
-dell’animo mio, il quale vi rende certi de indubitata vittoria in
-questa impresa, vedendovi sì ardenti, e volonterosi a conquistar
-quell’honore, che Iddio, e la benigna fortuna ne promette. Altri ne
-tempi passati han combattuto per natural, et inveterata inimicitia,
-altri per iracondia, alcun altri per ingiuria ricevuta, alcun altri
-per cupidità di robba, tesori, e stati, e beni di fortuna, altri per
-amor di donne, e chi per un’occorrenza, e chi per un’altra, secondo che
-l’occasione se gli porgeva. Voi hoggi combatterete con la buon’hora
-principalmente per la gloria, ch’è lo più pretioso, et honorato
-preggio, che dalla fortuna si potesse proponere à gli valenti huomini:
-Questa vi infiamma, questa vi accompagna all’immortalità, liberandovi
-da ogni caso di vil morte, fandovi famosi esempi, e perpetue materie de
-gloriosi raggionamenti appresso li nostri posteri. Oltra di ciò dovete
-sapere, che non solo portate hoggi questo sì vostro particolar honore
-in su le vostre braccia, ma insieme con voi, l’honor, e la gloria di
-tutta la nation Italiana, e nome Latino, e perciò non si manchi per
-voi ridurla in quell’altezza di fama, che fu al tempo, che diede legge
-al mondo, e tanto più contra tali, e sì insolenti nemici, da i quali
-dall’antico tempo siamo stati spesse volte non senza lor gran danno
-danneggiati, e provocati: Però hoggi gli mostreremo, che sopravive anco
-in noi quel seme de nostri progenitori, che tante volte gli assuefer
-à portar il giogo Italiano. E serà questa nostra indubitata vittoria
-con precedente mal segno della lor futura, e vicina calamità: si che
-horsù Cavalieri strenuissimi, e fratelli miei, con prospero, e felice
-augurio avvicinamoci al luogo, dove tal impresa se die seguire; perchè
-son certo, che saran molto maggiori gli effetti e portamenti vostri,
-che le mie parole, e la mia gran speranza«. E finito tal raggionamento,
-e fatta la debita oratione a Dio, montaro à cavallo à detti cavalli
-copertati, ponendosi ciascuno l’elmetto in su la testa, e le lanze alla
-coscia, e se avviaro verso il campo.
-
-Dall’altra parte la Motta, e compagni, avendo già inviato
-l’assecuramento del campo, e de’ Giudici ad Hettorre, dovendo comparire
-a sì generoso spettacolo, non li parve fuor di proposito intercedere
-la gratia di nostro Signore, come persone Christianissime, e per tanto
-accompagnati da Monsignor de la Palizza, et altri Cavalieri Francesi,
-si conferiro alla Chiesa, e lui ordinò, si dicesse sollennemente
-la messa, quale fu ascoltata con attenta divotione da tutti; Finita
-la messa Monsignor de la Palizza, portò la Motta, e suoi compagni,
-et altri Cavalieri Francesi a sua posada, et ivi con allegrezza si
-ristororno tutti di conveniente cibo. Dopoi ciascuno de combattenti
-s’andò ad armare de tutte armi, come el bisogno richiedeva, et armati
-si radunaro tutti giontamente avanti Monsignor de la Palizza, ove la
-Motta voltosi a Monsignor detto de la Palizza, e lo supplicò li volesse
-concedere, che potesse dire alcune poche parole à que’ suoi compagni,
-lo che volentieri essendoli concesso, cominciò a parlar in tal modo.
-
-
-_Oration de la Motta à suoi compagni._
-
-»Se dall’esperienza, la qual’è maestra di tutte le cose, si può pigliar
-giuditio, Cavalieri, compagni, e fratelli miei, certo io non dubito,
-che di questa impresa, della qual hoggi per noi s’ha da far prova,
-ne riportaremo quell’honore, quella vittoria, che dalle altre insino
-a questo tempo la nostra nation Francesa ha riportato, e vi dovete
-ramentar, che gli nostri progenitori più volte han fatto gustar à
-Romani, che signoreggiorno l’universo, et a tutta la nation Italiana,
-quanto l’armi Francese in ogni tempo se siano prevalute, e come le
-armi Francese habbiano difensata la nostra santa fè Christiana, et
-havuto honor in tutte le battaglie, e giornate insino à questo tempo
-occorse. Hora non credo, che queste mie parole siano necessarie a farvi
-acquistar più valore di quel che in voi veggio, e mi rendo certo, che
-discendete dal medesimo seme di quei nostri antepassati, li quali
-han lasciata di loro certa fama al mondo. Pur mi è parso ridurvi à
-memoria tutto questo, acciò ciascun di voi debbia considerare che hoggi
-sostentaremo con le nostre lanze l’honor di tutta la nostra nation
-Francesa, e dovemo tutti considerare, che restando noi vincitori di
-questa impresa come son certo, che con l’ajuto di nostro Signore così
-sarà, restaremo appresso de tutti nostri posteri sempre vivi, et in
-tutta questa nostra Provintia d’Europa si raggionerà per tutte l’età
-della nostra gloria. Horsù, poichè tanto condegno premio se ci promette
-di questa impresa, vogliamo con lo nostro animo invitto far tutto lo
-nostro potere d’acquistar tanto premio. E benchè tal vittoria non sia
-cosa nuova alla nation nostra, havendomo noi havuta di prossimo simil
-vittoria contra la nation Spagnuola, questa serà più gloriosa, perchè
-la nation Italiana s’è vantata sempre in questo generoso esercitio
-d’armi, valer, e posser star a fronte alla nostra nation Francesa.
-Di modo, che vincendo questa, ne trovaremo vincitori di tutti. Non
-mi occorre dir altro, perchè son certissimo, che non può mancar, che
-ciascun de voi farà più che quel ch’in ciò io spero, e desidero«.
-E qui pose fine al suo ragionamento. E levatosi ciascuno in piedi,
-s’abbracciorno, e baciorno tutti. E tolto combiato da Monsignor de la
-Palizza, e da altri Cavalieri Francesi, che ivi se ritrovorno, ciascuno
-montò à cavallo, e se ordinorno nel proceder in questo modo.
-
-Primo andava un Gentilhuomo Francese, qual portava l’elmetto, e
-la lanza de Monsignor de la Motta, dopoi seguivano altri dodeci
-Gentilhuomini, che ciascun de loro portava similmente la lanza,
-e l’elmetto di ciascun de combattenti, à doi à doi, con debito
-intervallo, seguivano poi li dodici combattenti armati di tutte armi
-senza elmetti, similmente de doi in doi, con lo medesimo ordine, et
-appresso seguiva la Motta solo, dietro a lui gli veniva il cavallo di
-sua persona, et appresso seguitavano tutti gli altri dodeci cavalli de
-la persona de gli altri combattitori, de doi in doi, con intervallo
-debito, portati tutti da Gentilhuomini Francesi, e con tal ordine
-presero il camino verso il designato campo, et avvicinatisi a quello
-per un breve spatio, havendo visti gli altri Cavalieri Italiani,
-ch’erano gionti, e provedevano, e circuivano il campo, smontati da gli
-cavalli, che portavano, s’inginocchiorno tutti, e fatta con le man
-gionte verso il cielo la debita oratione, ciascuno si fè allacciar
-l’elmetto, e montò a cavallo al suo cavallo, e postasi la lancia al
-debito luogo, con grandissima letitia similmente andorno loro à torno
-il campo provedendo quello. Dopoi fatto questo si fermorno in un luogo
-all’opposto, dove stavano gli Cavalieri Italiani. Donde lo Hettorre
-gli fè intendere, che dovessero entrar loro prima nel campo, perchè
-così era di raggione: e così la Motta, e suoi compagni Francesi con
-loro cavalli copertati, et armati, secondo il bisogno, entrorno nel
-campo, e lo simil fu fatto per li Cavalieri Italiani; e mossi li
-Francesi da circa quattro passi verso gli Italiani, quelli fer’ il
-simile verso loro; e non parendo ad Hettorre, e suoi compagni doversi
-più tardare, se aviaro con lento passo à trovar gli Francesi, e quelli
-si cominciorno a vicinar in simil modo verso gl’Italiani, et essendo
-l’una, e l’altra parte lontana da cinquanta passi, cominciorno ad andar
-di galoppo, et avvicinatisi per spatio di vinti passi li Cavalieri
-Francesi si partirono in due parti, da una banda sette, e dall’altra
-sei, e con impeto à tutta briglia andavano verso gl’Italiani, li quai
-vedendo questo, cinque de loro diero sopra li sei Francesi, e gli altri
-otto sovra li sette, e postesi le lanze alla resta, s’incontrorno, e
-per essere stato il spatio pigliato, invalido, spezzorno alcune lanze
-con poco, o nullo effetto. Pure gl’Italiani furono uniti, e li Francesi
-in disordine, e postosi per ciascuno mano à gli stocchi, et accette,
-che portavano, si cominciò la battaglia alla stretta, e combattendosi
-per l’una, e l’altra parte valorosamente, gli Francesi trovandosi
-disordinati, for costretti ridursi in un cantone del campo, e con
-alquanto spatio ripigliare il fiato, con grandissimo impeto andaro
-verso gl’Italiani tutti gionti, e combattendosi per un quarto d’hora,
-per la parte Italiana fu posto a terra un Francese nominato Gran Jan
-d’Aste, il quale havendo ricevute alcune ferite, fu soccorso da gli
-altri Francesi, sovra il quale restorno tre Italiani, e gli altri
-valorosamente combattevano contro gli altri Francesi, e stringendosi
-la battaglia aspramente dall’una, e l’altra banda, for messi a
-terra due altri Francesi, de’ quali l’uno si nominava Martellin de
-Sambris, e l’altro Francesco de Pisa, quali si renderono prigioni alli
-combattitori Italiani. In quel mezzo che la battaglia andava stretta,
-non mancava Hettorre con parole, e con fatti soccorrere sua banda, e
-dove vedeva il bisogno, e lo medesimo si faceva per la Motta, ciascun
-di loro dando animo a soi compagni, come si conveniva, e durando la
-battaglia in tal guisa, fur feriti dui cavalli a dui Italiani, l’uno
-nominato Moele da Paliano, e l’altro Giovanni Capoccio da Roma, i
-quali dismontorno a piè, e l’un de loro pigliata una lanza, che trovò
-ivi nel suolo del campo, l’altro uno scheltro[296] che lui aveva, si
-defensavano molto bene dall’impeto Francese, essendo già soccorsi
-da gli altri Italiani, quai con loro cavalli havendoli attorniati,
-non comportavano che quei fossero punto danneggiati da la Cavalleria
-Francesa. Gran Jan d’Aste, il quale prima era stato posto a terra,
-trovandosi ferito, ne potendosi più difendere, come havea fatto, e
-bene, similmente si rendio prigione alla parte Italiana: Donde Hettorre
-vedendo, che la parte Francesa era cominciata ad inclinare per la
-perdita de gli tre compagni, con coraggioso animo fatto un corpo con
-gli altri compagni, di novo assaliro li detti Francesi remanenti,
-nel qual impeto abbattero a terra un altro Francese nominato Nantì
-de la Frasce, et un altro per nome Giraut de Forzes uscì dal campo, e
-foro ambidui prigioni: Di modo che gli Italiani vedendosi la fortuna
-fautrice di nuovo ristretti insieme, e fatto impeto si avventaro
-adosso alli otto Francesi, quai valorosamente combattendo, fu buttato
-a terra la Motta, il quale rizzatosi in piedi con l’ajuto de’ rimanenti
-cavalli Francesi, si difendeva molto bene: E combattendosi fu pigliato
-prigione Saccet de Saccet similmente Francese. Successe che uno de
-gli Italiani seguitando un Francese, il cavallo uscì fuora del campo;
-gli altri Italiani fra poco spatio cacciaro un altro Francese, et uno
-di quei Italiani, ch’erano a piè fù ferito d’una stoccata in faccia,
-et un altro Italiano combattendo fu trasportato per alquanto spatio
-dal cavallo fuora del campo. E combattendosi più fervidamente, fu da
-Hettorre per forza gagliardamente cacciato dal campo la Motta, qual si
-trovava à piè, et un altro Francese combattendo, e trovandosi astretto
-da gli cavalli Italiani, fu necessitata per suo scampo smontar, e
-combattere a piè, e mentre che la battaglia andava in tal modo, un
-altro Italiano fu ferito d’una stoccata nella coscia che ce la passò
-dall’una all’altra banda. Gli altri Italiani, vedendo che si trovavano
-di gran lunga superiori, con maggior animo combattendo, cacciaro
-del campo un altro Francese, rimanendone solamente tre, de li quali
-doi se ne trovavano a cavallo, et uno a piè, benchè valentemente se
-defensassero, pure li doi a cavallo, non potendo resistere à tanto
-numero di combattenti Italiani, et al lor vigore, l’uno si rendio
-prigione, e l’altro fu per forza cacciato dal campo, restandovi solo
-quell’a piè, il quale fuggendo per il campo, hebbe tante ponte di
-stocchi, e colpi d’accette, che non potendo resistere, gli fu forza
-rendersi prigione, e fu cavato fuori del campo.
-
-Restando la vittoria di tal impresa à gli Italiani, i quai una con
-Hettorre ritrovandosi nel colmo di tanta gloria lieti, per spatio di
-mezz’hora andaro correndo per il campo con giubilo di suono di tante
-trombe, et altri istromenti di guerra, che humana lingua no ’l potria
-esprimere, e così con la medesima letizia s’accinsero al camino verso
-Barletta, gloriosi di una tanta vittoria, et Hettorre ordinò che
-nel caminare si dovesse procedere in tal modo. Volse che li prigioni
-Francesi fussero posti a cavallo, e menati da tante persone particolari
-a piedi con la briglia in mano. Dopoi seguiva lui con lo elmetto in
-testa, et armato tutto, et appresso ad esso seguivano tutti gli altri
-vincitori l’uno poi l’altro con debita distantia, similmente armati,
-e con l’elmetto in testa, e con la solita gravità Italiana, e modesta
-allegrezza, caminando alla volta del Gran Capitanio Consalvo Fernando,
-il qual venia ad Andri ad incontrarli, havendo havuta la nuova di tanta
-vittoria. Appresso loro venivano i Giudici Italiani da doi in doi,
-e poi da tre in tre gli altri Capitani, e Gentilhuomini che havean
-condotti li cavalli, e l’elmetti, e le lanze à detti vincitori. E così
-caminando s’incontrorno con Prospero Colonna prima, e co ’l Duca di
-Termole, che venivano per honorar li vincitori, dove gionti insieme, et
-alzate le visiere degli elmi, strettamente si abbracciorno, e baciorno
-tutti, et à pena si poteva satiare di tanta commune allegrezza, e con
-tal gratulatione, e sommo piacere passando più oltre se li fè incontro
-D. Diego de Mendozza, e molti altri Cavalieri Spagnuoli, et Italiani
-tutti allegrandosi di tanta honorata vittoria. In ultimo gli venne
-incontro il Gran Capitanio à cavallo ben in ordine con tutta la gente
-d’armi da una banda, e la fanteria dall’altra, il quale affrontandosi
-con Hettorre, con allegrezza inestimabile gli disse queste parole.
-_Hettorre hoggi avete vinto li Francesi, e noi altri Spagnuoli_,
-volendogli significare che per Hettorre, e compagni in quella giornata
-era stata ricuperata, e confirmata la riputation Italiana, e tolta la
-gloria di mano all’una, et all’altra natione: E così abbracciati un per
-uno tutti gli altri vincitori con maravigliosa letitia, sparò subito un
-concento di trombe, tamburri, artabelli, et altri bellicosi instromenti
-con gridi mirabili, ciascuno dicendo, _Italia Italia, Spagna Spagna_,
-e così tutti quelli altri Cavalieri, e Gentilhuomini di stima, che si
-trovorno ivi presenti si fer inanti à gli vincitori, fandoli honore,
-e dimostrandoli segno d’infinita allegrezza. Dopoi il Gran Capitanio
-con Hettorre alla sua destra, seguendo gli altri vincitori con debito
-ordine accompagnati da tutti quei Cavalieri Italiani, e Spagnuoli, e
-tutto il rimanente dell’esercito, honorevolmente voltò alla volta di
-Barletta, et essendo sopravenuta la notte, se ne introrno in Barletta,
-dove fu fatta tanta dimostratone di letitia, e festa, che non vi
-rimase campana, che non fusse toccata à segno d’allegrezza, ne pezzo
-d’artigliaria vi fu, che non fusse stato più d’una volta tirato, di
-modo che per li tanti suoni, e bombi d’artiglieria, e per li gridi
-_Italia Italia, Spagna Spagna_, pareva che quella terra volesse
-rovinarsi. Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le
-musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati,
-non se potrian per umana lingua narrare a compimento, et in questo
-modo caminando, giunsero alla maggior Chiesa, essendoli prima venuto
-il Clero incontro ben in ordine con una pomposa processione, e con una
-divotissima figura della Madonna, ove smontorno tutti, e fer la debita
-oratione, rendendo gratie infinite all’immortal Iddio, et alla gloriosa
-sua Madre della felice vittoria acquistata. Dopoi rimontati à cavallo,
-e voltati per altre strade della terra con grandissima festa, ciascuno
-se n’andò a disarmar, glorioso d’un tanto honore, non senza immortal
-fama dell’honore, e vigor Italiano.
-
-
- IL FINE.
-
-
-
-
-NOTA DELL’EDITORE.
-
-
-Nel ristampare il premesso libriccino secondo l’antica edizione
-dell’anno 1633 ho riportata la sola parte istorica del famoso
-combattimento tra i tredici Cavalieri Italiani, ed altrettanti Francesi
-colla medesima ortografia e punteggiamento che vi è nell’originale,
-il quale in verità non è affatto piacevole. Ho corretto solo nel
-frontespizio del libro suddetto, ed alla pagina 5 un errore di stampa
-che vi è nella indicazione del giorno della pugna che si dice seguita
-nel dì 16 Febbrajo 1503, mentre la stessa ebbe luogo nel dì 13
-Febbrajo. Ho lasciate diverse Poesie Latine scritte in quella occasione
-in onore de’ prodi Guerrieri Italiani, e principalmente di Ettore
-Fieramosca; siccome anche talune avvertenze sui nomi de’ predetti
-Cavalieri Italiani che presero parte al combattimento.
-
-Coteste medesime Poesie ed avvertenze si vedono anche ristampate
-nell’altra edizione dello stesso libro fatta in Napoli nell’anno 1721
-dal Tipografo _Felice Mosca_ coll’aggiunta de’ luoghi di que’ Scrittori
-tanto Napolitani che Esteri, i quali di quel celebre fatto d’armi hanno
-concisamente parlato. Nella stessa edizione dell’anno 1721 si legge
-anche la iscrizione latina in versi esametri e pentametri incisa in una
-lapide apposta al monumento eretto nel luogo istesso del combattimento,
-il quale si crede atterrato dappoi dai Francesi, come ho detto alle
-pagine 175 e 176 del mio _Cenno storico_.
-
-Nell’ultimo viaggio fatto a Ruvo nel passato mese di Maggio, essendomi
-fermato una sera in Andria, cadde il discorso sul monumento suddetto.
-D. Pasquale Fasoli Sindaco attuale di quella città, e mio Nipote,
-perchè ha in moglie, la figliuola del fu mio fratello Giulio, e tutti
-gli altri ch’erano presenti mi confermarono la generale opinione che
-quel monumento fosse stato abbattuto di soppiatto e di nottetempo
-dai Francesi nell’anno 1805 al tempo che l’armata Francese _di
-Osservazione_ occupava que’ luoghi, e ’l Reggimento num. 42 che ne
-formava parte era stanziato in Andria.
-
-Mi soggiunse anche il detto Signor Fasoli che il monumento suddetto
-si trovava eretto in una masseria di semina denominata _S. Elia_
-che attualmente appartiene al Capitolo della Chiesa Arcivescovile di
-Trani, ed è sita nel tenimento della città di Trani a tre miglia di
-distanza tanto da Andria che da Corato. Che allora che venne lo stesso
-diroccato, la lapide già detta colla iscrizione si era trovata rotta
-e mancante nella parte superiore del lato sinistro di un pezzo di
-quattr’once circa, per cui i primi versi della iscrizione sono mancanti
-delle lettere finali. Che la lapide suddetta al momento formava parte
-di un muro delle diverse fabbriche rustiche costrutte nella detta
-masseria _S. Elia_.
-
-Mi fece conoscere in fine che trovandosi Sindaco della detta città di
-Andria, aveva creduto poco conveniente a se ed al Corpo Municipale,
-a cui ha l’onore di presedere che il monumento suddetto fosse
-rimasto ulteriormente atterrato. Che quindi aveva diretto di uffizio
-all’attuale Signor Intendente della Provincia un rapporto, col quale
-gli aveva dimandato il permesso di rimetterlo di nuovo a proprie spese.
-Nel ciò sentire non potei non rimanere sommamente compiaciuto del
-sentimento veramente Italiano mostrato a tal modo da una persona che
-strettamente mi appartiene, e che amo e stimo moltissimo per le sue
-ottime qualità, e per l’affettuoso attaccamento che ha alla mia persona
-ed alla mia famiglia.
-
-Quel discorso intanto mi eccitò la voglia di rivedere dopo tanti anni
-quel luogo tanto per l’Italia memorando. Mi condusse ivi il dì seguente
-lo stesso Signor Fasoli. Trovai che il monumento di cui si tratta
-non è del tutto abbattuto. Vi rimane tuttavia fuori terra una linea
-dell’antica fabbrica formata di grandi e solidissime pietre lavorate
-che servivano allo stesso di base. Passai indi nel sito fabbricato
-della masseria _S. Elia_, ed osservai che la già detta lapide formava
-parte di un muro de’ diversi edificj rustici ivi costrutti, ed era
-situata a pochissima altezza dal suolo; il che la faceva rimanere
-esposta ad altri guasti che avrebbe potuto soffrire dalla indiscrezione
-della gente di campagna. Non potè ciò non recarmi ammirazione!
-
-Avendo letta la iscrizione suddetta venni ad assicurarmi ch’era quella
-stessa che nel libretto ristampato da Felice Mosca nell’anno 1721 si
-vede riportata alla pag. 187. Dice ivi l’Editore sulla testimonianza
-dello Scrittore _Giovanni Antonio Goffredo_ che la lapide suddetta
-fu apposta nell’Epitaffio eretto nell’anno 1583 sul luogo istesso del
-combattimento per ordine del Cav. Ferrante Caracciolo Duca di Airola,
-Preside allora della Terra di Bari e della Terra di Otranto[297]. Il
-tenore della iscrizione suddetta è il seguente
-
- _Quis quis es, egregiis animum si tangeris ausis,_
- _Perlege magnorum maxima facta Ducum._
- _Hic tres atque decem forti concurrere campo_
- _Ausonio Gallis nobilis egit amor._
- _Certantes utros bello Mars claret, et utros_
- _Viribus, atque animis auctet, alatque magis,_
- _Par numerus, paria arma, pares ætatibus, et quos_
- _Pro patria pariter laude perisse juvet._
- _Fortuna, et virtus litem generosa diremit,_
- _Et quae pars victrix debuit esse fecit[298]._
- _Hic stravere Itali justo in certamine Gallos,_
- _Hic dedit Italiæ Gallia victa manus._
-
-In verità un fatto d’armi tanto celebre e classico avrebbe meritato una
-penna migliore. Ad ogni modo è sempre laudabile sommamente la buona
-intenzione, e ’l patriottismo del Duca di Airola nell’aver voluto a
-tal modo onorarne e perpetuarne la memoria. Non sarebbe forse fuor di
-proposito che alla iscrizione suddetta ne venisse sostituita un’altra
-dello stesso metro, che la metto in nota, la quale potrebbe un poco
-meglio corrispondere alle circostanze del fatto riportate nel precitato
-libriccino[299]. Ritornando ora alla onorevole proposta del Sindaco
-Fasoli per la restaurazione del monumento suddetto, si è veduta questa
-ritardata per più mesi per la seguente circostanza.
-
-Il Signor Intendente della Provincia, benchè fosse stato animato
-da uguale impegno perchè la cosa avesse avuto il suo effetto, volle
-abbondare di civiltà e di riguardo verso il Capitolo di Trani. Quindi
-con sua lettera di uffizio diretta a quel degnissimo Monsignor
-Arcivescovo gli fece conoscere la dimanda del Signor Fasoli, onde
-si fosse compiaciuto di passarla a notizia del Capitolo, sentire
-le intenzioni dello stesso e comunicargliele. Quel Collegio rispose
-coll’aver dato il suo consenso colla condizione espressa però che nella
-esecuzione de’ lavori si avesse dovuto rimettere semplicemente l’antica
-lapide senz’altra aggiunta, e si fossero chiamati i suoi Deputati per
-essere presenti alla proposta ricostruzione del monumento suddetto.
-
-Il Sindaco Fasoli però non trovò per sè conveniente il ricevere leggi
-da chi non aveva verun dritto di dettarle, ed avere de’ Soprastanti
-per un’opera che sarebbe andata ad eseguirsi colla borsa sua, non
-con quella del Capitolo di Trani. Fece quindi osservare al Signor
-Intendente che quest’ultimo comunque si trovi ora proprietario di
-quello stesso fondo, nel quale tre secoli indietro il detto antico
-monumento in parte tuttavia esistente fu costrutto dalla Pubblica
-Autorità, non perciò il sito da esso occupato può appartenergli.
-Che il suolo occupato dai monumenti pubblici è di pubblica ragione,
-costituisce una proprietà dello Stato, e non può riputarsi giammai di
-privato dominio.
-
-Che quindi mancava al Capitolo suddetto qualunque dritto e qualunque
-titolo per pretendere di dettar leggi e condizioni, e di presedere
-anche alla ricostruzione da lui proposta. Che anzi abusivamente si
-aveva appropriati gli avanzi del distrutto monumento, i quali non gli
-appartenevano. Soggiunse quindi che tutto ciò che può riguardare i
-monumenti pubblici che costituiscono una proprietà dello Stato, deve
-dipendere esclusivamente dalle disposizioni e dai regolamenti suggeriti
-dal Capo Politico della Provincia, o da S. E. il Signor Ministro
-dell’Interno, non già dalle velleità di qualunque privato, o Corpo
-Morale.
-
-Queste giuste e ben fondate osservazioni del Signor Fasoli il Signor
-Intendente le comunicò al Capitolo suddetto, il quale non potè non
-sentirsene imbarazzato. Conseguenza quindi di tal diverbio è stata che
-il Capitolo unitamente al Sindaco di Trani son venuti a dichiarare
-che trovandosi il monumento suddetto nel tenimento di quella città,
-come innanzi si è detto, si sarebbero essi prestati a restaurarlo
-sollecitamente.
-
-Quindi il detto Signor Intendente con sua lettera di uffizio diretta
-al Sindaco Fasoli del dì otto Agosto 1844 num. 2292 gli ha partecipato
-il risultamento suddetto, e gli ha soggiunto di aver creduto giusto
-d’inerire alla proposta del Sindaco di Trani a motivo che il sito
-del fondo _S. Elia_ è nel tenimento di quella città: di aver quindi
-ordinata la regolare e celere esecuzione de’ lavori. Gli ha collo
-stesso uffizio espresso anche il meritato elogio per aver spinta una
-operazione da lui applaudita come gloriosa alla nostra Provincia, e
-diretta a far risorgere un antico oggetto di tanto cara ricordanza.
-
-Sono anch’io contento appieno che il mio giusto desiderio di veder
-rimesso di nuovo quel monumento di gloria pe ’l nome Italiano verrà
-a rimanere appagato in un modo molto per me soddisfacente, attesa
-la parte attiva che vi ha presa una persona che mi appartiene, ed ha
-saputo prevenire i miei pensamenti prima che gli avesse conosciuti.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- L’autore al suo nipote Giovannino Jatta Pag. 3
-
- Introduzione 5
-
- INDICE DE’ CAPITOLI.
-
- CAPO I.
- _Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città
- di Ruvo_ PAG. 9
- CAPO II.
- _Delle antiche monete della città di Ruvo_ 32
- CAPO III.
- _La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che
- vennero nella Italia prima della Guerra di Troja_ 35
- CAPO IV.
- _Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle
- arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua
- origine Arcadica_ 56
- CAPO V.
- _La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche
- dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori_ 90
- CAPO VI.
- _Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata_ 99
- CAPO VII.
- _Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni_ 107
- CAPO VIII.
- _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
- Angioina_ 122
- CAPO IX.
- _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
- Aragonese_ 164
- CAPO X.
- _Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di
- Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale
- Dinastia Regnante_ 170
- CAPO XI.
- _De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia
- nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti_ 195
- CAPO XII.
- _Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte
- dalla prepotenza Baronale_ 209
- CAPO XIII.
- _De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno
- 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno
- 1805_ 239
- CAPO XIV.
- _Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine
- del secolo XVIII in poi_ 261
- CAPO XV.
- _Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
- sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio,
- e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione
- comunale_ 304
- AVVERTIMENTO
- _Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore_ 319
-
- Indice generale 329
-
- RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS 1
-
- FRANCISCI M. AVELLINII EPISTOLA 21
-
- HISTORIA DEL COMBATTIMENTO DE’ TREDICI ITALIANI CON
- ALTRETTANTI FRANCESI 1
-
- NOTA DELL’EDITORE 35
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] _Mazochii Commentarium ad tabulas Heracleenses Diatriba I cap. V.
-§. 2._
-
-[2] _Ptolomæus lib. 4 cap. I._
-
-[3] _Strabo lib. VI pag. 282._
-
-[4] Vi è quì un errore manifesto. Trecento sessanta stadj formano
-quarantacinque miglia. Si può dire che sia questa la distanza tra Roma
-e Brindisi? È chiaro che si deve quì leggere _CCCLX M. Pass._
-
-[5] _Cellarii Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 580._
-
-[6] _Mazochii Commentar. in Tabulas Heracleæ pag. 522 n. 58._
-
-[7] _Marci Veseri Opera Historica, et Philosophica sacra, et profana
-pag. 709 ad 715._
-
-[8] _James Millingen Considerations sur la Numismatique de l’ancienne
-Italie = Azetium in Peucetia pag. 147 et 148._
-
-[9] _Cellarius Geographia antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 590._
-
-[10] Il P. Arduino ha ripartiti i capitoli della Storia Naturale di
-Plinio in un modo diverso da quello in cui si trovano questi ripartiti
-in tutte le altre edizioni della stessa opera. Quindi li capi citati
-dai Scrittori secondo le antiche edizioni non battono con quelli che
-si trovano segnati nella edizione suddetta del P. Arduino. Ad evitare
-l’inconveniente che da ciò ne deriva, al margine di ciascuno de’
-capi della sua nuova numerazione ha segnato il numero antico. Avrebbe
-potuto in vero risparmiarsi questo fastidio, il quale serve solo ad
-imbarazzare chi legge senza veruna utilità, e lasciare la numerazione
-de’ capi come si trova ripartita in tutte le altre edizioni.
-
-[11] In altre edizioni vi è quì anche la parola _Aquini_.
-
-[12] In altre edizioni si legge _Deculani_, non _Æculani_.
-
-[13] In altre edizioni si legge _Etinates_, non _Meritanes_.
-
-[14] In tutte le altre edizioni si legge quì _Neritini_, e non già
-_Netini_, vocabolo alterato e mutilato di proposito dal P. Arduino,
-come saremo or ora a vederlo. Nelle altre edizioni dopo la parola
-_Neritini_, vi è anche la parola _Matini_ che quì manca.
-
-[15] Non vi può esser dubbio che colla parola _Rubustini_ sono
-indicati gli abitanti della nostra città di Ruvo. Ne convengono tutti i
-Comentatori di Plinio, e con essi anche il P. Arduino.
-
-[16] Convengono essi del pari che sotto il nome di _Butuntinenses_
-sono indicati gli abitanti della città di _Bitonto_, antica città
-della Peucezia. Il Vesselingio anzi nelle sue note all’Itinerario di
-Antonino, di cui si parlerà in seguito, dice di aver veduta anche una
-moneta Bitontina. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario
-sulle Tavole di Eraclea alla pag. 37 dice che ne aveva una bellissima
-inedita. Io ne ho due. Il Signor Millingen nel suo libro innanzi
-citato alla pagina 149 e 150 reca anche le monete Bitontine. Non si
-comprende però come Plinio abbia situato Bitonto tra le città della
-Calabria, mentre non è distante da Ruvo più di nove miglia, e tanto
-negl’Itinerarj, de’ quali si parlerà in seguito, quanto nella Tavola
-Peutingeriana Bitonto e Ruvo sono segnate l’una dopo l’altra.
-
-[17] In altre edizioni manca la parola _Paltonenses_.
-
-[18] Non già _Nerentini_, ma bensì _Neritini_ si legge nelle altre
-edizioni. Tal lettura poi la presentano, non già _libri quidam_, come
-dice quì l’Arduino; ma bensì tutte le altre edizioni di Plinio, non
-esclusa la bellissima edizione anche di Parigi dell’anno 1545, che l’ho
-pure nel mio Studio.
-
-[19] Non si capisce come il Cellario abbia creduta tanto astrusa la
-investigazione del sito dell’antica _Celia_ che Luca Olstenio l’ha
-così bene situata a poche miglia al di là di Bari. Quest’antica città
-è oggi uno de’ così detti _Casali_ di Bari che ritiene tuttavia il
-nome di _Ceglia_ che viene da _Celia_. È questa città segnata anche
-nella Tavola Peutingeriana. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel
-Commentario sulle tavole di Eraclea alla pag. 35 nota 51, ed alla pag.
-38 parla di Celia, e ne reca una moneta con Greca leggenda. Reca le
-sue monete con tipi diversi anche il Signor Millingen nel precitato
-suo libro pag. 149. Io ne ho quattro. Ma la migliore testimonianza
-che _Ceglia_ sia l’antica _Celia_ sono gli eccellenti e magnifici vasi
-fittili Italo-Greci, ed altri monumenti di antichità che si sono ivi
-disotterrati ai tempi nostri.
-
-[20] Ha voluto quì alludere alla emendazione della parola Νήτιον
-proposta anche da Luca Olstenio. Opinò egli da principio che dovesse
-alla stessa sostituirsi la città che nella Tavola Peutingeriana è
-chiamata _Natiolum_ quasi come un diminutivo di _Netium_. Ma l’Olstenio
-che fu un accurato investigatore de’ luoghi ricedè ei medesimo da
-questo suo primo avviso, poichè riflettè che il _Natiolum_ della Tavola
-Peutingeriana è messo sul litorale dell’Adriatico tra Bari, e Trani
-nel sito dell’attuale città di _Giovinazzo_, e non già dentro terra tra
-Celia e Canosa. Al che aggiungo che cotesta novella città della Tavola
-Peutingeriana al tempo di Strabone non esisteva ancora.
-
-[21] Questa posizione proposta anche dal Palmerio si è confutata
-innanzi.
-
-[22] _Cellarius lib. II cap. IX sect. IV §. 575._
-
-[23] _Ferrarius Novum Lexicon Geographicum verbo _Netium_, et verbo_
-Andria.
-
-[24] _Baudrand Geographia verbo_ Netium.
-
-[25] _Horat. Sermonum lib. I Sat. V v. 95._
-
-[26] La città di Bitonto non altrimenti ha potuto essere indicata
-nell’Itinerario di Antonino che come un luogo di passaggio, e di
-riposo, e non già di fermata, giacchè da Ruvo a Bitonto segna undici
-miglia di cammino, e da Bitonto a Bari altre dodici miglia. Ventitre
-miglia sono il cammino regolare di una sola giornata, non di due
-giornate.
-
-[27] _Pratilli Della Via Appia lib. IV cap. XIII._
-
-[28] L’antica strada della Guardiola che da Canosa mena a Ruvo si è
-resa troppo malagevole ed è rimasta oggi perfettamente abbandonata. La
-novella bellissima strada aperta fra Canosa ed Andria, Corato, Ruvo,
-Terlizzi, Bitonto etc. molto al di sopra dell’antica via Trajana, oltre
-di essere più gaja, offre un comodo che nulla fa desiderare. È quindi
-quella la strada che da tutti oggi è battuta.
-
-[29] _Guilelmus Appulus Poema Normannum lib. II vers. 27 et sequ._
-
-[30] _Giannone Storia Civile etc. lib. IX cap. II._
-
-[31] _Summonte Storia di Napoli tom. II cap. II pag. 186._
-
-[32] _Troyli Storia Napolitana tom. I part. II cap. IX della Provincia
-di Bari._
-
-[33] _Muratori Rerum Italicarum Scriptores Tom. V pag. 251._
-
-[34] _Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. X pag. 297._
-
-[35] _Pontanus De Bello Neapolitano lib. IV._
-
-[36] _Frontinus de Coloniis capi XIII._
-
-[37] _Robertus Stephanus Thesaur. Linguæ Latinæ tom. IV verbo_ Rubi.
-
-[38] _Cellarii Geographia lib. II cap. IX sect. IV §. 483._
-
-[39] _Idem dicto lib. II cap. IX sect. IV §. 533._
-
-[40] _Cicero Oratio pro Archita cap. X._
-
-[41] _Strabo lib. VI pag. 281 in fine._
-
-[42] _Pomponius Mela De situ Orbis lib. II._
-
-[43] _Silius Italicus lib. XII vers. 397._
-
-[44] _Magnan Miscellanea Numism. Tom. III Tav. 39._
-
-[45] _Dionys. Halicarnass. Antiquit. Roman. lib. I._
-
-[46] _Plinii II. Natur. Histor. lib. III cap. V._
-
-[47] _Dionys. Halicarnass. lib. X. Ab U. C. anno 300._
-
-[48] Jamblico nel capo XXIX dice così: _Per hæc utique studia tota
-Italia Philosophis repleta fuit, quæque antea obscura erat Pythagoræ
-causa Magna Græcia cognominata est, plurimis in ea Philosophis, Poetis,
-et Legislatoribus clarescentibus_.
-
-Porfirio ha detto al n. 20 che Pitagora aveva un gran seguito, ed i
-suoi discepoli erano tanto allettati, ed incantati dalle sue lezioni,
-_ut non amplius in suas domos discedere sustinerent; sed una cum
-liberis, et conjugibus ingenti Homacoio ædificato condiderint illam,
-quae ab omnibus Magna Græcia vocata est in Italia: leges quoque,
-ac statuta ab ipso, tanquam divina præcepta acceperint, præter quæ
-quidquam facere illicitum sibi duxerunt_.
-
-[49] _Cicero Tusculan. lib. I cap. 16._
-
-[50] _Idem Tusculan. lib. II. cap. 17._
-
-[51] _Gellius N. A. lib. III cap. 17._
-
-[52] Secondo questa opinione otto sarebbero state le Regioni che
-componevano la Magna Grecia, cioè la Locrese, la Cauloniate, la
-Scillatica, la Sibaritica, la Eracleese, la Metapontina e la Tarantina,
-alle quali aggiungono taluni anche la Petelina dalla città denominata
-_Petelia_ che Virgilio la crede una picciola città fondata da
-Filottete, la quale si rese dappoi grande ed illustre.
-
-[53] È una gran disgrazia che questi libri, e specialmente quello di
-Porcio Catone non sia giunto fino a noi. Ci avrebbe date lo stesso
-le notizie opportune di tante città della Italia, la origine delle
-quali pe’l soverchio Laconismo degli antichi Geografi è rimasta in una
-perfetta oscurità.
-
-[54] Cristofaro Cellario nella sua Geografia antica lib. II cap. IX
-sez. IV §. 566 crede favolose le diciassette età, o siano generazioni
-prima della Guerra di Troja quì mentovate. Conviene però nel fatto
-riportato da Dionigi di Alicarnasso, cioè nella venuta nell’Italia di
-Oenotro e Peucezio, e non si potrebbe in ciò non convenire venendo lo
-stesso fatto contestato anche dagli altri antichi Scrittori Greci e
-Latini, i quali ne sapevano più di noi come anderemo or ora a vederlo.
-
-[55] _Dionys. Halicarnassi lib. I._
-
-[56] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. III._
-
-[57] _Idem loco supra citato cap. XLIII._
-
-[58] _Strabo lib. VI pag. 277 ad 282._
-
-[59] _Plinius lib. III cap. XI._
-
-[60] _Eclogæ seu excerpta ex libro XXI Diodori Siculi Cap. IV._
-
-[61] _Strabo dicto lib. VI pag. 283._
-
-[62] _Ptolomæi Geographia lib. I cap. I._
-
-[63] _Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. XX. cap. 80 pag. 714._
-
-[64] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297._
-
-[65] _Cellarius Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 570._
-
-[66] _Pratilli Via Appia lib. IV cap. 6._
-
-[67] Convengo nell’antichità della città di Altamura, poichè anche
-ivi si trovano buoni vasi fittili ed altri oggetti di antichità. Ma
-non sono persuaso appieno che sia questa l’antica città chiamata _Sub
-Lupatia_ nell’Itinerario di Antonino, poichè non corrispondono le
-distanze in esso indicate.
-
-[68] _Dominici de Gravina Chronicon De rebus in Apulia gestis.
-Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 604._
-
-[69] _Regest. Serenissimi Regis Caroli II ann. 1309 lit. B. fol. 148 a
-t._
-
-[70] _Cedularium Reginæ Joannæ II ann. 1415 fol. 128._
-
-[71] _Regest. Caroli I anni 1772 lit. B. fol. 205._
-
-[72] Si noti che il Garagnone è chiamato _Castrum_, vocabolo il quale
-corrisponde all’antico castello che ivi vi è, innanzi mentovato.
-
-[73] _Regest. Reg. Roberti anni 1324 lit. B. fol. 94._
-
-[74] _Fasciculus 86 fol. 55._
-
-[75] Li tre Registri Angioini quì riportati corrispondono perfettamente
-a ciò che dice Domenico di Gravina che il Casale di Garagnone era
-governato dal Nobile Fra Rengaldo _Ordinis Sacræ Domus Hospitalis_.
-
-[76] _Ptolomæus lib. III cap. I._
-
-[77] _Plinius lib. III cap. XI._
-
-[78] _Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ._
-
-[79] Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca
-nel mare tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di
-Strabone navigabile, e che la città di Canosa vi aveva un porto sei
-stadj o siano tre quarti di un miglio lungi dalla sua foce.
-
-[80] Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate _Isole di
-Tremiti_ e da Cornelio Tacito _Trimetum lib. IV Annalium cap. 7_.
-Tolomeo alla fine del capo I del libro III della sua Geografia dice che
-siano cinque; ma Strabone n’enumera due.
-
-[81] _Strabo lib. VI pag. 284._
-
-[82] Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV
-delle Metamorfosi favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome
-_Venulo_ essendosi presentato a Diomede per dimandargli soccorso nella
-guerra in cui si trovava impegnato col Trojano Enea, Diomede si scusò
-mettendogli in veduta tutte le traversie che aveva sofferte per l’ira
-di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni di nome _Acmene_ di
-carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe in
-invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio?
-Il di lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto
-un gran Duce grande anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor
-numero furono applauditi e dal maggior numero de’ suoi compagni furono
-ripresi. Mentre si accingeva a rispondere gli mancò la voce, gli
-crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La stessa sorte
-toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro
-XI dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso
-fatta da _Venulo_ ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui
-prudente risposta. Fa menzione anche della stessa favola; ma cenna che
-i di lui compagni erano stati già cangiati in uccelli prima dell’arrivo
-di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le traversie da lui
-sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel
-modo predetto.
-
- _Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,_
- _Et socii amissi petierunt æthera pennis,_
- _Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum_
- _Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent._
-
-[83] _Livii Histor. lib. XXV cap. 12._
-
-[84] _Arnobius lib. IV pag. 119._
-
-[85] _Silius Italicus lib. VIII vers. 242._
-
-[86] _Idem lib. IX vers. 60 et sequent._
-
-[87] _Plinius lib. III cap. XI._
-
-[88] _Ptolomæus lib. III cap. I._
-
-[89] Li soli cittadini di Ruvo che si sono dimostrati amanti di
-conservare le antichità patrie sono stati i seguenti. Il fu Arcidiacono
-D. Giuseppe Caputi ha conservati tutti i vasi che si trovarono ne’
-suoi fondi suburbani in occasione di essersi scavato il terreno per
-piantarsi una vigna. Sono questi molti, ma non scelti. Vi sono pero
-tra essi de’ vasi pregevoli. Altri, benchè in minor quantità, ne hanno
-riuniti D. Salvatore Fenicia, l’attuale Arcidiacono D. Vincenzo Ursi,
-e ’l fu mio cugino D. Pietro Cotugno, uomini colti, ed istruiti, ed
-amanti dell’onore della nostra Patria. Non posso che lodare sommamente
-questo loro sentimento che lo avrei desiderato anche in altri che hanno
-preferito l’interesse, benchè non fossero stati bisognosi.
-
-[90] _Anacreon De amatoribus Odarium._
-
-[91] _Apulej asinus aureus lib. II._
-
-[92] _Mazochii Commentarium ad Tabulas Heracleæ Diatriba III cap. 4
-Sect. I Nota 10 pag. 121 et 122._
-
-[93] _Virgil. Georg. 1 vers. 262._
-
-[94] _Idem Georg. III vers. 157._
-
-[95] _Tacitus Annalium lib. III._
-
-[96] _Raul-Rochette Peintures antiques inedites etc. pag. 434 a 442
-Planche XV._
-
-[97] _Q. Smyrnæi Derelictorum etc. lib. I._
-
-[98] Di cotesta zona ne ha parlato Omero nel libro XIV della Iliade v.
-214, e seguenti. Dice che Giunone si rivolse a Venere per conoscere il
-modo in cui avesse potuto piacere più a Giove, ed ispirargli un amore
-più caldo. Venere rispose che veniva volentieri a prestarsi alla di lei
-richiesta.
-
- _Dixit, et a pectoribus solvit acu pictum cingulum_
- _Varium: in eo autem ei illecebres omnes factæ sunt:_
- _Ibi inest quidem amor, inest desiderium, inest colloquium,_
- _Blandiloquentia, quæ decipit mentem valde etiam prudentum._
- _Hoc ei imposuit manibus, verbisque dixit, et compellavit_
- _Accipe nunc hoc cingulum, tuoque impone sinui_
- _Contextum varie, in quo omnia facta sunt: neque te puto_
- _Irritam redituram in eo quodcumque manibus tuis cupis._
-
-[99] _Raul-Rochette Monumens inédites d’antiquité figurée Grecque,
-Etrusque, et Romaine. Odisséide §. 2 pag. 259 à 262._
-
-[100] Ibidem Planche XLIX L. A.
-
-[101] _Stat Briseis, Diomedes supra ipsam, et apud eos Iphis Helenæ
-formam admirantibus simillimi. Sedet ipsa Helena. Et prope eam
-Eurybates. Ulyssis esse hunc præconem coniicimus; est tamen adhuc
-imberbis. Ancillæ ibidem sunt duæ, e quibus Panthalis Helenæ adsistit.
-Electra heræ calceum subligat. Diversa ab his nominibus sunt quæ
-Homerus in Iliade usurpat, quo loco Helenam, et cum ea ancillas ad
-muros euntes facit. Sedet supra Helenam vir purpureo velatus amiculo,
-mæstus ut qui maxime: Helenum esse Priami filium fucile intelligas, vel
-prius quam inscriptionem legas. Pausaniæ Phocica, sive lib X. cap. 25._
-
-[102] _Pausaniæ Boeotica sive lib. IV cap. 35._
-
-[103] _Idem Eliacorum posterior sive lib. VI cap. 24._
-
-[104] _Plinii Histor. Nat. lib. XXXV cap. XL n. 26._
-
-[105] _Declaustre Dictionnaire Mythologique mot Graces._
-
-[106] _Millingen Considerations sur la Numismatique d’Italie pag. 151._
-
-[107] _Virgil. Buccol. Ecloga X. vers 26._
-
-[108] _Idem Georg. III vers. 392._
-
-[109] _Pausanias in Arcadicis, sive lib. VIII cap. 30._
-
-[110] _Natalis Comitis Mithologia lib. V Cap. 6._
-
-[111] _Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. IV cap. 37 pag. 168,
-et 169._
-
-[112] _Dionys Halicarnass. lib. VII circa finem._
-
-[113] Non ometto che i vasi di Ruvo non sono deturpati da quelle
-stomachevoli oscenità che sono troppo familiari ne’ vasi di Corneto,
-di Vulci, e di Canino. Le pitture oscene le condanna giustamente
-Aristotile _Polit. VII 15 (vulg. 17)_, le ripruova con indignazione
-Properzio _eleg. II 5 vers. 19 et sequ._ Il gusto di Tiberio per queste
-pitture fu vituperato da tutti gli Scrittori. Inveisce acremente contro
-le stesse S. Clemente Alessandrino _in Protrept. pag. 52, e 53_. La
-continenza, e moderazione de’ vasi di Ruvo in questa parte onora molto
-la morale tanto degli antichi abitanti della nostra città che de’
-Pittori.
-
-[114] Ne’ Registri Normanni, Angioini ed Aragonesi che recherò in
-seguito è questa città chiamata _Terlitium_, e non _Turricium_. Nelle
-carte della Geografia antica pubblicate da diversi Scrittori manca
-questo nome estraneo alla stessa. Ma ne’ registri Pubblici, e nelle
-carte Geografiche recenti è chiamata _Terlizzi_. Non si cangiano i nomi
-delle città riconosciuti dalla Pubblica Autorità per potergli adattare
-ai voli della propria fantasia, come ha fatto quì il Sig. Martorelli.
-
-[115] Tra le tavole di Eraclea, ed un vasellino vi è quel divario
-che passa tra un Elefante, ed una formica. Malgrado ciò il dottissimo
-Canonico Mazocchi non sognò mai di ripetere l’antichità di quella città
-dalle sole tavole ivi rinvenute, ma anche dalla Storia, dalla Geografia
-antica, e dalle monete: anzi questo nostro illustre, e sodo Scrittore
-fu molto cauto nello sbilanciare il suo avviso sia sull’antichità, sia
-sulla origine Greca delle nostre città, e no ’l fece altrimenti che
-sull’appoggio di sicuri monumenti, e specialmente delle antiche monete,
-le quali non possono fallire. Non si è inteso ancora che su di un
-vasellino trovato per azzardo in un sepolcro, siasi elevata una Torre,
-e creata una supposta antica città sconosciuta del tutto agli antichi
-Scrittori e Geografi, senza essersi riflettuto che quel sepolcro ha
-potuto appartenere ad altra convicina città sicuramente antica, e che
-un sepolcro antico si può trovare anche nel territorio di una città
-recente. Per ragionarsi a questo modo bisogna aver la testa molto
-riscaldata.
-
-[116] Giacchè siam passati alle frivolezze sta bene che quì si osservi
-che nell’Italiano si dice _Terlizzi_, e non _Terlizzo_, e che i
-Popolari dicono _Terrizz_, e non _Turrizzo_. Il linguaggio popolare del
-luogo io lo conosco assai meglio di Martorelli.
-
-[117] Avrebbe dovuto quì far conoscere il Sig. Martorelli i nomi
-degli _uomini dottissimi_ che gli fecero pervenire la copia di cotesta
-lapide, e ’l luogo ove possa la stessa essere osservata da chi ne sia
-curioso. Non si comprende poi come nella parola mutilata _Turri_...
-abbia egli letta con tanta chiarezza, e felicità il nome della città
-chiamata _Turricium_ creata solo dalla forza della sua immaginazione!
-Molto meno ci ha fatto sapere come il suo _Turricium_ possa combinarsi
-colla parola FIL. che la precede. Le due parole unite insieme darebbero
-il seguente risultamento _Filius Turricii_. Corrisponde lo stesso a
-meraviglia al concetto del Signor Martorelli!!! In fine non è cosa meno
-lepida il vedersi che da una pretesa lapide che segna l’anno DCCCVI ne
-abbia egli inferito che il suo _Turricium_ già esisteva _inter Apuliæ
-urbes felicioribus sæculis!_ Belle visioni!
-
-[118] È cosa veramente mirabile che ciò che non vide Plinio che visse
-ai tempi di Trajano lo abbia veduto Martorelli tanti secoli dopo! Il
-primo nel luogo riportato innanzi al Capo III ci fece conoscere un per
-uno i nomi delle antiche città della Peucezia, tra le quali _Ruvo_
-e _Bitonto_. E ’l _Turricium_ di Martorelli dov’è? È ben curioso
-anche l’essersi quì detto che la nobile città denominata _Turricium_
-era edificata _prope viam Trajanam!_ La via Trajana però, di cui si
-vedono ancora gli avanzi, menava direttamente da Ruvo a Bitonto allo
-stesso modo che si vede riportata anche nell’Itinerario di Antonino, e
-nell’Itinerario Gerosolimitano. La città di Terlizzi è a due miglia di
-distanza dalla via Trajana al lato sinistro di essa. Come si è potuto
-portare tant’oltre il travedimento anche su i fatti che cadono sotto i
-sensi?
-
-[119] _Martorellius De Regia Theca Calamaria Prolegomena._
-
-[120] Si noti che nella Tavola Peutingeriana cotesto _Rudas_ non si
-vede riportato col solito segno che distingue le città. Si vede bensì
-tal nome scritto vicino ad una laguna che sembra un lago, il quale
-comunica col mare Adriatico per mezzo di un canale segnato nella Tavola
-suddetta nel sito intermedio tra Barletta e Trani. Quindi cotesto
-antico corso di acqua che un tempo partiva da un lago ora scomparso
-pare che non possa esser altro che quella vasta, e profonda _lama_, o
-sia vallone che vi è a mezza via tra Barletta e Trani, sul quale ora
-passa la bella strada consolare della marina per mezzo di un ponte ben
-lungo e magnifico ch’è convenuto ivi formarsi con una spesa non lieve.
-
-[121] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297._
-
-[122] _Regest. Caroli I anni 1274 lit. B. fol. 322 a t._
-
-[123] Non manco quì di avvertire che lo Stemma della nostra città
-adoperato ne’ tempi a noi più vicini (giacchè quale fosse stato lo
-Stemma antico non si conosce), è una pianta di _Rovo fiorito_ messo
-in una testa. È chiaro che i nostri colti Antenati adottarono nel ciò
-fare l’errore di Roberto Stefano e di altri. Ora però che si è venuto
-a conoscere la sua illustre origine per lo innanzi ignota, bisogna che
-cotesto errore sia corretto, ed il vero Stemma della nostra città si
-prenda dalle antiche monete che ci fanno conoscere la vera etimologia
-del suo nome, come saremo or ora a vederlo.
-
-[124] _Dionys. Halicarnass. lib. I._
-
-[125] _Pausaniæ Arcadica, seu liber VIII cap. 43._
-
-[126] _Virgil. Æneid. lib. XI vers. 246._
-
-[127] _Servius ad Virgil. Æneid. lib. VIII vers. 9._
-
-[128] _Strabo lib. VIII p. 360. Pausaniæ Messenica, sive lib. IV Cap.
-31. Stephanus Bizantinus de Urbibus in verbo Thurii._
-
-[129] _Strabo lib. VIII pag. 386._
-
-[130] _Herodot. Histor. lib. 1 Cap. 145._
-
-[131] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII Cap. 15 in fine._
-
-[132] _Strabo lib. VIII pag. 387._
-
-[133] _Idem pag. 388._
-
-[134] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. 25._
-
-[135] _Pausaniæ Achaica, sive lib VII cap. 6._
-
-[136] _Herodotus lib. I cap. 145._
-
-[137] _Millingen Considerations sur la numismatique de l’ancienne
-Italie. Rubi in Peucetia pag. 150._
-
-[138] _Pratilli Via Appia Cap. XIV pag. 528._
-
-[139] _Dionys Halicarnass. lib. I._
-
-[140] _Virgilius Eclog. X. vers. 31._
-
-[141] _Frontinus De coloniis cap. XIII._
-
-[142] _Pratilli Via Appia lib. IV cap. XIV._
-
-[143] _Tacitus Annalium I cap. 54._
-
-[144] _Svetonius in vita Tiberii Claudii Cæsaris cap. VI._
-
-[145] _Idem in vita Serv. Sulpic. Galbæ cap. VIII._
-
-[146] _Brissonius de Verbor. significat. verbo Augustalis._
-
-[147] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. IV pag. 47._
-
-[148] _Idem Tom. V pag. 77._
-
-[149] _Lupi Protospatæ Rerum in Regno Neapolitano gestarum ab anno 850
-usque ad annum 1102 Breve Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag.
-45._
-
-[150] Non si comprende in primo luogo con quali facoltà abbia potuto
-il Vescovo di Ruvo donare al Priore di Montepeloso una parte de’ beni
-della sua Chiesa. Molto meno s’intende il perchè volle esigere la
-scorta di un uomo a cavallo tutte le volte che si recava non solo a
-Bari, ma anche a Canosa. Per Bari essendo stato il Vescovo di Ruvo
-sempre suffraganeo dell’Arcivescovo di Bari, si può intendere il
-perchè esser poteva obbligato a fare questo viaggio. Ma per Canosa
-bisogna dire che vi siano stati allora tra le due città altri rapporti
-Ecclesiastici a noi ignoti.
-
-[151] _Alexandri Telesini Cœnobii Abbatis Historia lib. I cap. X et
-sequent. et signanter cap. XVIII et XIX apud Muratorium dicto Tom. V
-pag. 618 et 619._
-
-[152] _Virgilius Georg. lib. I vers. 266._
-
-[153] _Faber Basilius Thesaurus linguæ latinæ verbo_ Rubeus.
-
-[154] Cotesto Alessandro fratello di Tancredi dev’essere quegli che
-l’Abate Telesino nel luogo innanzi trascritto, e nel capo XXXIII e
-seguenti del libro II della sua Storia lo chiama _Alexander Comes_.
-
-[155] _Romualdi Salernitani Chronicon apud Muratorium Rer. Ital.
-Scriptor. Tom. VII pag. 186._
-
-[156] _Falconis Beneventani Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag.
-109 et 115._
-
-[157] _Abbas Telesinus loco supra citato cap. XLI ad XLVI. Falco
-Beneventanus loco supra citato pag. 115._
-
-[158] _Romualdi Salernitani Chronicon loco supra citato pag. 196 lit.
-E._
-
-[159] _Hugonis Falcandi Historia Sicilia apud Muratorium dicto Tom. V
-pag. 262 et sequent._
-
-[160] _Romualdus Salernitanus loco supra citato pag. 209 lit. B._
-
-[161] _Richardi de S. Germano Chronicon apud Muratorium Rerum Ital.
-Script. Tom. VII pag. 977 lit. D._
-
-[162] _Ughellius Italia sacra Tom. VII Episcopus Rubensis._
-
-[163] _Constitutio Regni Magnæ Curiæ lib. I tit. 48, et Constitutio
-Post mortem Baronis lib. III tit. 25._
-
-[164] Vi dev’essere quì un errore di nome in cui cadde l’amanuense che
-copiò e registrò l’originale Privilegio, giacchè il concessionario che
-quì è chiamato _Rodulfus de Colna_ ne’ Registri posteriori che saranno
-più giù riportati è chiamato _Arnulfus de Colant_. Anzi è notabile che
-in una Lettera Regia scritta al Giustiziere della Terra di Bari nello
-stesso anno 1269 per taluni danni recati dagli uomini di Molfetta nel
-territorio di Ruvo si legge così. _Ranulfi de Colant Domini Terræ Rubi.
-Regest. Caroli I anni 1269 lit. B fol. 187_ a t.
-
-[165] _Regest. Caroli I anni 1269 Lit. J fol. I._
-
-[166] La rimota antichità della Chiesa di Calentano la pruova anche una
-lapide che ivi vi è. Si vede ora questa incastrata in uno delle mura
-della Sacrestia; ma sono stato assicurato che stava prima nella scala
-dell’abitazione del Cappellano. Che non molti anni indietro uno de’
-passati Cappellani la fece torre con poco accorgimento da quel sito,
-e situare nella detta Sacrestia, la di cui costruzione si mostra molto
-più antica dell’epoca segnata nella lapide suddetta nel modo che siegue
-
- MCCCCXXXIII
- HOC OPVS DEVOVIT FIERI
- FRATER ANDREAS DE CVRNIMO
- AD HONOREM
- B. M. V. MATRIS DE CALENTANO
- MAGISTER PALMIRI
- FECIT
-
-[167] _Regest. Caroli I anni 1268 lit. A fol. 155 a t._
-
-[168] _Regest. Caroli I anni 1277 lit. F fol. 24 108, et 233 a t. Anni
-1278 lit. B fol. 67 a t. Et anni 1279 lit. B fol. 42._
-
-[169] _Regestum Caroli I anni 1272 lit. A fol. 108 a t._
-
-[170] _Dicto Regest. fol. 21 a t._
-
-[171] _Regest. Caroli I anni 1276 et 1277 lit. A fol. 82._
-
-[172] _Regest. Caroli I anni 1274 lit. B fol. 320 a t._
-
-[173] Vi dev’essere quì nel Registro per necessità o un errore di data
-nella Lettera del Re, o un errore nella indicazione del tempo assegnato
-alla esecuzione degli ordini da lui dati. Come mai i feudatarj chiamati
-al servizio militare avrebbero potuto trovarsi a S. Germano undici
-giorni prima del dì 25 Gennajo, data della lettera, colla quale veniva
-loro ciò ordinato?
-
-[174] _Regest. Caroli II ann. 1291 lit. A fol. 79 a t. et fol. 113._
-
-[175] _Fasciculus 86 fol. 55._
-
-[176] Dal confronto di cotesti Registri viene a conoscersi l’epoca
-di quella informazione senza data de’ feudatarj e suffeudatarj della
-Terra di Bari di cui innanzi ho parlato. Costando dai Registri di Carlo
-II testè riportati che la città di Ruvo nell’anno 1291 era tuttavia
-posseduta dalla famiglia _de Colant_, e da quelli del Re Roberto che
-nell’anno 1310 Galeraimo _de Juriaco_ aveva perduta quella città per
-contumacia, è conseguenza che la predetta informazione nella quale è
-riportato come Feudatario di Ruvo Roberto _de Juriaco_ è dell’epoca del
-Re Carlo II. Cotesto Roberto nell’anno 1291 non era ancora Feudatario
-di Ruvo, e nell’anno 1310 aveva cessato di vivere, posto che il feudo
-di Ruvo era passato a Galeraimo che lo perde per la sua contumacia.
-Un registro dunque che parla del detto Roberto è del tempo intermedio,
-quando regnava ancora Carlo II.
-
-[177] Non è nella lettera nominalmente indicato il feudatario di Ruvo
-a cui era stata diretta. Ma dalla data di essa dell’anno 1307 e dalle
-cose dette innanzi risulta che non poteva questi esser altri che
-Roberto, o Galeraimo _de Juriaco_.
-
-[178] Il Capitolo del Re Carlo I quì trascritto è registrato con
-migliore ortografia al num. 83 de’ suoi Capitoli riportati nel Codice
-delle nostre antiche leggi. Pruova lo stesso gli abusi della prepotenza
-Baronale a cui fu nella necessità di apporre un freno.
-
-[179] _Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 lit. B fol. 227._
-
-[180] Ambrogio Calepino nel suo Vocabolario dice cosa è la giumella di
-cui quì si parla. _Giumella sorta di misura, ed è tanto quanto cape nel
-concavo di ambe le mani per lo lungo accostate insieme_ quantum cavis
-manibus continetur.
-
-[181] Ciò pruova che in ogni tempo si è continuato a mantenere in Ruvo
-quelle officine di vasi fittili che ci hanno dati tanti capi-lavori
-antichi di belle e capricciose forme.
-
-[182] Vi è quì sicuramente un errore nel Registro perchè queste parole
-non s’intendono.
-
-[183] _Regest. Caroli II anni 1307 lit. B fol. 115._
-
-[184] Fin dal tempo del Re Carlo I il Feudatario di Ruvo si querelò
-di quello di Terlizzi perchè contro ogni dritto stendeva le mani sul
-territorio di Ruvo e cercava usurparlo a danno suo e degli abitanti
-della città di Ruvo. Quindi scrisse il Re nel dì 14 dicembre 1269 una
-lettera molto energica al Giustiziere della Terra di Bari perchè si
-fosse conferito di persona sul luogo e con tutta diligenza e fedeltà
-avesse verificato l’esposto, e trovandolo vero, avesse imposto al
-Feudatario di Terlizzi _sub certa pœna_, e nel suo nome che non avesse
-più osato di stendere le mani sul territorio di Ruvo. _Regest. Caroli I
-anni 1269 lit. D fol. 109 a t._
-
-[185] _Regest. Regis Roberti anni 1309 lit. H fol. 304 a t._
-
-[186] _Regest. Regis Roberti anni 1314 lit. C fol. 129._
-
-[187] _Tristano Caracciolo, Costanzo e Summonte citati da Giannone nel
-principio del libro XXIII della sua Storia Civile._
-
-[188] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 547._
-
-[189] È facile il comprendere che nel Registro di cui sto parlando si
-volle minutamente riportare la storia delle discussioni seguite sulla
-dimanda di Margherita Pipina attese le circostanze delicatissime nelle
-quali la Regina si trovava in faccia al Pubblico. Si fece ciò per
-allontanare il sospetto che la Regina avesse voluto favorire la vedova
-di uno de’ rei principali della morte del Re Andrea, e per far vedere
-che si era resa alla stessa strettamente la giustizia dopo matura
-discussione.
-
-[190] _Regest. Joannæ I anni 1346 lit. C fol. 10._
-
-[191] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 610._
-
-[192] _Idem Tomo supra citato pag. 636 et 637._
-
-[193] _Giannone Storia civile etc. lib. XXIII cap. I con tutti gli
-altri Scrittori da lui citati._
-
-[194] _Polybii Histor. lib. V._
-
-[195] _Muratorius loco supra citato pag. 585._
-
-[196] _Muratorius ibidem pag. 680._
-
-[197] Il Capitolo di Ruvo ha portata sempre la massima diligenza nella
-conservazione di quel pregevole edificio, e specialmente nel buono
-mantenimento de’ vasti tetti che lo cuoprono. Le ultime volte però
-che sono stato in Ruvo ho veduto non senza un positivo rancore che
-le riparazioni e gl’indispensabili nettamenti de’ tetti erano stati
-per più anni trascurati. Quindi le acque piovane avevano cominciato
-a penetrare nella Chiesa. Non potei contenermi dal mostrarne il mio
-malcontento. Sono stato però dopo assicurato dal Signor Primicerio
-D. Domenico Chieco di essersi già dato l’opportuno riparo a questo
-grave inconveniente che avrebbe potuto trarsi dietro conseguenze assai
-fastidiose. Debbo quindi augurarmi che il Capitolo suddetto nel tratto
-successivo saprà su questo articolo interessantissimo meritarsi quella
-stessa laude che gli sarà da me resa per le altre cose che in seguito
-anderò a dire.
-
-[198] _Muratorius loco supra citato pag. 652._
-
-[199] _Matteo Villani lib. I cap. 93. Lib. II cap. 24 41 e 65 e lib.
-III cap. 41. Costanzo lib. VI. Giannone Storia civile lib. XXIII cap.
-I._
-
-[200] _Fasciculus XI fol. 176 et 177._
-
-[201] _Regest. Regis Ladislai anni 1404 lit. B fol. 151._
-
-[202] _Scipione Mazzella Descrizione del Regno di Napoli lib. II sulla
-Famiglia Orsini._
-
-[203] I privilegj quì enunciati non si trovano registrati ne’
-Quinternioni. È chiaro però che la città di Ruvo con altri feudi di
-sopra riportati pervenne a Gabriele del Balzo Orsini dal Principato di
-Taranto, qual figliuolo secondogenito del Principe di Taranto a cui
-apparteneva come lasciò scritto Scipione Mazzella nel luogo innanzi
-citato alla pag. 158.
-
-[204] _Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni di Terra di Lavoro, e
-Contado di Molise fol. 1. Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni delle
-Provincie di Capitanata e Bari fol. 172._
-
-[205] _Quinternione III fol. 127 e 193 a t. Vedi anche i Repertorj
-innanzi citati._
-
-[206] _Detto Repertorio Primo de’ Quinternioni delle Provincie di
-Capitanata e Bari fol. 172._
-
-[207] _Literarum Partium XVIII anni 1478 ad 1479 Camera IX lit. A
-Scanzia I Num. 37 fol. 208 a t. ad 209._
-
-[208] _Tacitus Annalium lib. IV._
-
-[209] _Guicciardini Storia d’Italia lib. V. Cantalicii Consalvia lib.
-II. Pauli Jovii vita Consalvi lib. II. Giannone Storia Civile del Regno
-di Napoli lib. XXIX cap. IV._
-
-[210] Non è forse ciò improbabile. Ne’ giornali pubblicati al tempo
-dell’Impero Francese mi ricordo di aver letto che dopo la famosa
-battaglia di _Jena_ guadagnata da Napolione Buonaparte contro i
-Prussiani, i Francesi abbatterono la colonna di _Rosbacch_, trofeo
-della insigne vittoria ivi riportata da Federico il Grande Re di
-Prussia. Ma coll’aver tolta quella colonna fecero sì che non abbiano
-essi perduta quella giornata? Oscurarono forse con ciò la gloria
-militare di Federico che seppe guadagnarla?
-
-[211] La città di Castellaneta non è _vicina_ a Barletta; ma bensì alla
-distanza di ottanta miglia e più. È questa una circostanza da valutarsi
-nel fatto di cui si parla non bene riportato dal Guicciardini come più
-giù saremo a vederlo.
-
-[212] Ruvo, non _Rubos_, non è stata mai una _Terra_; ma in tutti i
-tempi è stata sempre considerata come una città distante da Barletta
-sedici miglia e non già dodici.
-
-[213] _Guicciardini Storia d’Italia lib. V._
-
-[214] Non è improbabile che quella parte della muraglia che Paolo
-Giovio dice di esser crollata sotto i colpi dell’artiglieria di
-Consalvo, sia stata quella che tredici anni dopo nell’anno 1516 fu dai
-Ruvestini riedificata dalle fondamenta e di miglior costruzione, come
-più giù saremo a vederlo.
-
-[215] _Pauli Jovii Vitæ Illustrium Virorum Vita Consalvi lib. II._
-
-[216] _Cantalicii Consalvia Lib. II. Raccolta de’ Scrittori Napolitani
-di Gravier Tom. VI._
-
-[217] _Tomo XIX della detta Raccolta di Gravier pag. 104 e 105._
-
-[218] _Tacitus Histor. lib. I._
-
-[219] Mentre questo foglio stava per passare al torchio, il nostro
-giornale delle due Sicilie del dì 14 Febbrajo 1844 n. 34 sotto la
-rubrica di _Spagna_ ha recato il seguente articolo dell’_Heraldo_
-(foglio Ministeriale). Si dice in esso che Consalvo di Cordova fece
-edificare il magnifico Monastero di S. Girolamo nella città di Granata,
-ove volle esser sepolto, con aver legato allo stesso la sua spada,
-il suo ritratto in tela e ’l suo busto. Si seguita a dire che cotesto
-Monastero rispettato dai Francesi nella invasione dell’anno 1810 per
-i tanti pregevoli monumenti di belle arti che vi erano, è rimasto
-ora devastato dalla guerra civile, e si soggiugne: _Ma ciò ancora più
-imperdonabile è il furto della spada dell’Eroe ch’era nella Cappella
-principale con un quadro rappresentante il Gran Capitano che offre la
-sua spada al Papa e ne aspetta la benedizione. Se ne veggono ancora i
-modiglioni. Dopo tante profanazioni ne mancava una ultima. La tomba
-dell’eroe venne aperta ed i suoi avanzi derubati e sparsi qua e là;
-una delle sue mandibole con tre denti è per caso rimasta con qualche
-altro frammento. — Per aggiugnere un ultimo tratto a tale racconto,
-diremo che durante l’insurrezione che scoppiò nell’anno 1835, la spada
-di Consalvo di Cordova fu venduta per tre franchi._ Dio mi guardi dal
-compiacermi di sì fatte vandaliche e detestabili profanazioni. Ma un
-avvenimento di tal fatta seguìto in un Paese che ben lo conosco, ed
-ove anzi si pecca di soverchio orgoglio nel vanto degli uomini di
-guerra prodi e famosi che ha prodotti, non può non farmi una forte
-impressione! Desidero intanto di tutto cuore che la Misericordia di Dio
-gli abbia perdonata la enorme ingiustizia, ed iniquità commessa a danno
-della nostra povera città.
-
-[220] _Quinternione VIII segnato col num. 19 fol. 140 a 143._
-
-[221] _Quinternione XXI fol. 212._
-
-[222] Nello strumento di permuta tra il Vescovo e Clero di Ruvo e
-Giovanni _de Mapono_ dell’anno 1392 riportato innanzi nel Capo VIII
-pag. 130 si dice che la casa data dal Vescovo e dal Clero era sita _in
-loco Porte de Noha_. Quale sia stata la Porta che portava questo nome
-lo spiega un pubblico strumento di proccura fatta dalla Università di
-Ruvo nel dì ultimo Novembre 1608 per gli atti del Notajo Decio Pincerna
-di Ruvo ove si legge così: _Accessimus ad domos ipsius Universitatis A
-PORTA DE NOJA juxta suos fines, ubi congregari solet dicta Universitas
-pro actis publicis peragendis_. La casa della Università quì indicata
-stava appunto nel sito di questa porta come saremo or ora a vederlo.
-Cotesta proccura sta al foglio 121 del Protocollo di quell’anno del
-detto Notajo Pincerna. Conservatore della sua scheda quando io lo
-lessi era il fu Notajo D. Giuseppe Girasoli di Ruvo. Ignoro il di lui
-successore. Dai precitati due strumenti si può conchiudere che l’antico
-nome della porta suddetta era _Porta di Noja_.
-
-[223] Pare che siasi con ciò ritenuta nelle forme Cristiane una
-costumanza delle antiche città Greche, le quali mettevano sulle loro
-porte la statua di Minerva. Dal che prese cotesta Dea anche il nome di
-Πολιάς o Πολιοχος _urbis custos_.
-
-[224] _L. 1 et L. 87 ff. De verbor. signif._
-
-[225] _L. ff. Ne quid in loco sacro._
-
-[226] Tra i vasi fittili antichi trovati in Ruvo ve ne sono stati
-parecchi con figure a rilievo. Ne ha di essi acquistati il Real Museo.
-Io ne ho tre, e D. Salvatore Fenicia uno. So con sicurezza di esserne
-passati altri anche all’Estero. A cotesti vasi allude la parola
-_sculpta_.
-
-[227] Rileva ciò la circostanza che molti convalescenti delle convicine
-città vanno a Ruvo di proposito per ristabilirsi attesa la somma bontà
-dell’aere che ivi si respira, e la ridente situazione della nostra
-città.
-
-[228] _Partium XXXIX Ann. 1522 a 1523, ora col num. 110 fol. 24 a t._
-
-[229] _Comune XLII 3. Anno 1523 lit. H n. 103._
-
-[230] Fa veramente meraviglia come i Vicerè soffrivano e permettevano
-ai Baroni un linguaggio tanto orgoglioso che offendeva i dritti della
-Sovranità. Non erano i Baroni _Signori_ degli uomini de’ loro feudi,
-ma erano anch’essi sudditi del Re come tutti gli altri. Cotesto titolo
-quindi di _Signori_ peccava di soverchia baldanza.
-
-[231] _Registro delle Consulte della Regia Camera della Sommaria per
-gli anni 1600 e 1601 N. 101 fol. 54 a 63._
-
-[232] _Stefano de Stefano Ragion Pastorale Tom. I cap. II pag. 42._
-
-[233] Si noti che nell’anno 1509 la città di Ruvo era posseduta da D.
-Isabella de Requesens moglie del detto Vicerè D. Raimondo di Cardona.
-Ecco perchè si dice quì _la cità vostra de Rubo_.
-
-[234] _Grande Archivio — Atti riguardanti la mezzana di Ruvo Camera
-Prima sotto i tetti Lettera D Scanzia V n. 23._
-
-[235] Si parla quì della difesa comunale eretta nell’anno 1510 di cui
-innanzi si è parlato.
-
-[236] _Archivio della Regia Dogana di Foggia Tomo I delle Istruzioni
-Doganali fol. 113._
-
-[237] _De Dominicis Stato Politico ed Economico della Dogana di Puglia
-Part. I cap. V n. 22 pag. 217._
-
-[238] Nel linguaggio Doganale le contravvenzioni di questa specie ai
-regolamenti del Tavoliere, le quali davano luogo ad un procedimento, si
-chiamavano _disordini_.
-
-[239] Quando veniva a morire un feudatario colui che gli succedeva nel
-feudo era nell’obbligo di pagare al Real Tesoro la metà della rendita
-che lo stesso aveva data nell’anno della morte del suo predecessore.
-Cotesto pagamento si chiamava _Relevium_. Per liquidarsene l’importo
-il Tribunale della Regia Camera della Sommaria prendeva informazione
-della rendita ritratta da ciascuno de’ corpi, o dritti che componevano
-il feudo. Ecco come dalle informazioni de’ rilevj si veniva a conoscere
-quali questi erano.
-
-[240] Questo fondo è ora di mia proprietà avendolo acquistato nell’anno
-1808 dopo l’abolizione della feudalità unitamente ad un altro fondo
-adiacente denominato la _Piantata_ di qualità burgense, di cui vi sarà
-in seguito la occasione di far menzione.
-
-[241] Si noti che nello strumento dell’anno 1552 riportato innanzi alla
-detta pag. 201 Fabrizio Carafa Duca d’Andria e Conte di Ruvo s’incaricò
-di cotesto antico contratto, e quindi fece la seguente dichiarazione:
-_Pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia Curia annuatim pro
-servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit eidem Excellenti
-Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, in quo nemore
-non possunt intrare pecudes nisi in Vigilia Nativitatis Christi anni
-cujuslibet_. Dal che viene a risultarne che de’ già detti annui ducati
-mille e cento convenuti nell’anno 1473 ducati cinquecento si pagavano
-per l’erba del Bosco di Ruvo ed altri seicento per quella delle murge
-di Ruvo e Minervino.
-
-[242] _Repertorio de’ Registri Comuni fol. 122._
-
-[243] Per _demanio de Rubo_ si deve quì intendere il demanio
-delle murge. Primo perchè gli Scrittori Doganali riportandosi alla
-convenzione dell’anno 1473 passata tra il Re Ferdinando I di Aragona e
-Pirro del Balzo dicono che il _riposo_ per le pecore del Tavoliere fu
-accordato nel demanio delle murge. Secondo perchè il rimanente demanio
-di Ruvo è stato sempre un demanio comunale occupato dalle masserie di
-semina de’ cittadini, sul quale Pirro del Balzo non poteva avervi verun
-dritto, nè vendere l’erba di esso al Regio Tavoliere.
-
-[244] _Commun. XVIII ann. 1473 e 1474._
-
-[245] _Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 fol. 222._
-
-[246] L’espressioni quì adoperate sono molto pregne, e s’intende bene
-a che alludono. Mi dicevano i vecchi di Ruvo che più di un Abruzzese
-entrato in quel bosco valendosi del proprio dritto non si era trovato
-più nè vivo, nè morto. Gli antichi Duchi di Andria non sono stati coi
-Locati Abruzzesi così benigni e sofferenti come lo furono i Padroni di
-masserie Ruvestini da essi flagellati barbaramente.
-
-[247] _Stefano de Stefano Tom. I cap. XI n. 36._
-
-[248] In quell’epoca le contribuzioni dovute allo Stato si pagavano per
-_fuochi_. Si numeravano le famiglie di ciascun Comune. Ogni famiglia
-formava un fuoco. Ogni fuoco aveva la imposta determinata, e dal numero
-de’ fuochi risultava la somma che pagar doveva il Comune. Quindi il
-prezzo della Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi e Misure fu
-caricato sulla somma che il Comune di Ruvo contribuiva allo Stato
-secondo il numero de’ fuochi.
-
-[249] _Partium XXXIV ora 4018 anni 1629 et 1630 fol. 247 a t._
-
-[250] _Regest. Partium XLIV anni 1607 ad 1608 Camera IX lit. Q Scanz. I
-n. 166 fol. 160 retro et 161._
-
-[251] _Atti per gli assegnatarj de’ Fiscali della città di Ruvo, etc._
-
-[252] _Fol. 216 detti atti._
-
-[253] _Atti di discarichi prodotti dall’olim Amministratori della città
-di Ruvo per la revisione de’ loro conti fol. 40 a 42._
-
-[254] _Atti per i creditori di attrasso sopra la Università di Ruvo in
-Provincia di Bari vol. II fol. 1 a 25._
-
-[255] _Fol. 44 e 48 detti atti._
-
-[256] Pe ’l noto Capitolo _Non sine prudentis_ del Re Ladislao
-dell’anno 1403 era vietato ai Notaj delle città Baronali di stipulare
-atti a favore de’ Baroni, ed erano questi obbligati a valersi di Notaj
-di città Regie. Ecco perchè la Casa d’Andria si era valuta de’ Notaj
-delle Regie città convicine.
-
-[257] Si noti che con questo articolo rimase abolita col fatto la fida
-nelle cinque vastissime contrade demaniali denominate _le matine,
-le strappete, le ralle, monserino_ e _bel luogo_, perchè in esse il
-terreno è tutto _appatronato_ ed occupato dalle masserie di semina de’
-cittadini.
-
-[258] Per effetto di questo patto dall’anno 1805 in poi non sono più
-venuti fidatarj forestieri del Barone nella contrada delle murge, e
-quel pascolo estivo preziosissimo è rimasto per lo intero al pieno
-comodo de’ cittadini. Stabilita col patto IV la preferenza degli
-animali de’ cittadini, ed inibito col patto quinto nelle murge la
-fida su i terreni seminatorj de’ particolari e de’ Luoghi pii che
-sono sparsi in tutti i punti di quella contrada, si venne a rendere
-impossibile l’ingresso de’ fidatarj forestieri in tutta la continenza
-delle murge, e quindi finì da se stessa la fida degli animali
-forestieri.
-
-[259] Mi pregio di quest’antica amicizia di famiglie. Il fu Canonico
-Teologo D. Giuseppe Sancio, Zio Paterno del Commendatore D. Antonio
-ed uomo dottissimo, mi diè il S. Battesimo e fu il Direttore de’
-miei primi studj di Umanità, ne’ quali fui istituito in Ruvo da un
-Prete chiamato D. Angiolo Consolo, che se ne occupò colla massima
-cura ed impegno, di cui son grato e riconoscente alla di lui memoria.
-La stessa riconoscenza serbo al detto mio Compare Canonico Teologo
-Sancio che ogni mese in presenza del detto mio maestro prendeva conto
-del mio profitto e dava allo stesso la opportuna direzione per la mia
-istruzione.
-
-[260] _Tacitus Historiarum lib. I._
-
-[261] Comunque il Duca d’Andria avesse avuta in Ruvo la Giurisdizione
-Civile e Criminale, aveva il Re sospesa in quell’epoca la Giurisdizione
-di diversi Feudatari tra i quali anche del Duca d’Andria. Ecco il
-perchè vi era allora in Ruvo un Governatore e Giudice destinato dal Re.
-
-[262] _Tacitus Histor. lib. I._
-
-[263] Dell’uffizio del Camerlengo e della usanza che vi era ancora di
-chiudersi la sera le porte della città si parla anche nello strumento
-di transazione stipulato col Duca d’Andria nell’anno 1751 riportato nel
-Capo precedente.
-
-[264] _Polyb. Histor. lib. III._
-
-[265] Cotesto tentativo del Conte di Ruvo era assai malagevole. La
-popolazione della città di Andria è per se stessa molto ostinata
-ne’ suoi proponimenti. Per tal ragione soffrì un gravissimo disastro
-al tempo della Regina Giovanna I minutamente descritto da Domenico
-di Gravina nella precitata sua Cronaca presso il Muratori _Rerum
-Italicarum Scriptores tom. XII_ pag. 689 a 691. Molti Tedeschi e
-Lombardi ch’erano al servizio di Lodovico Re d’Ungheria al numero di
-settemila tra fanti e cavalli si erano riuniti a Canosa. Dopo aver
-consumato e devastato quanto vi era in quella povera città presero
-la risoluzione di portarsi innanzi, ed invadere per loro stessi, e
-per propria utilità tutti que’ luoghi che avessero potuto. Nominarono
-quindi tre Capitani, tra i quali vi fu Filippo de Sulz sopranominato
-_Malispiritus_ Comandante della Città di Andria, come si è detto
-innanzi al capo VIII pag. 155.
-
-Partiti da Canosa essendosi avvicinati ad Andria, fecero conoscere
-al Comandante suddetto il loro arrivo. Costui andò loro incontro,
-e gli assicurò che sarebbe concorso a tutto ciò che si era da essi
-determinato; ma soggiunse. _Quia vero civitas Andriæ dominio suo erat
-valde fidelis, voluit, et rogavit quod per eos damnum non fieret
-civibus in exterioribus rebus, animalium scilicet et satorum, sed
-mite, et curialiter pertransirent, quum ipse eorum denario quæcumque
-necessaria eos emere permittebat._ Se ne contentarono i Tedeschi, e
-quindi si accamparono come amici in una pianura fuori della città.
-Il Comandante suddetto rientrato in essa fece tutto conoscere ai suoi
-abitanti, ed insinuò loro di somministrare alle truppe accampate tutto
-ciò che alle stesse sarebbe bisognato a pronto pagamento.
-
-I popolari però per loro sventura presero la cosa in senso sinistro,
-sospettarono un tradimento, e si negarono a somministrare i viveri
-richiesti. Ne rimase di ciò indignato il Comandante suddetto, e non
-mancò di avvertirgli che a tal modo esponevano la città ad un grave
-disastro, ed avrebbero potuto essere obbligati a dare per forza ciò che
-ricusavano di vendere a pronto contante. Intanto le truppe accampate
-rimaste senza viveri per due giorni, il terzo giorno spedirono nella
-città i loro messi per conoscere il perchè si negavano loro i viveri,
-e qual colpa avevano commessa a danno de’ suoi abitanti per meritare
-un tal rifiuto. Fu però loro bruscamente risposto dai popolari che non
-volevano nè donargli, nè vendergli. Si chiusero quindi le porte, e gli
-Andriesi si posero in armi.
-
-Essendo rimaste le truppe suddette fortemente irritate da cotesto
-oltraggio, fu presa la risoluzione di vendicarsi colle armi, e
-devastare la città. Vi erano però tra esse alcuni Capitani Tedeschi, i
-quali avendo ricevuti per le loro compagnie con anticipazione i soldi
-fino al dì di S. Giorgio, dicevano ch’erano tuttavia al servizio del
-Re d’Ungheria. Si protestarono quindi che non avrebbero mai consentito
-_quod fidelissima Terra Andriæ versus Regem Ungariæ vastaretur_.
-Rimasti fermi in tal proponimento, si diressero _a Giannotto Brancasio_
-nobile Andriese, gli fecero conoscere le intenzioni de’ loro compagni
-di depredare la città, lo animarono a difenderla vigorosamente, e si
-offerirono ad entrare in essa, unirsi coi cittadini, e prestarsi alla
-loro difesa. I popolari però sospettando che cotesta offerta laudabile,
-ed onorevole fosse stata insidiosa sconsigliatamente la rifiutarono.
-Quindi li Capitani suddetti si separarono coi loro soldati dagli altri,
-non vollero prender parte a tale aggressione, e si accamparono in una
-pianura verso Barletta per vedere l’esito dell’affare.
-
-Cominciò dopo ciò l’attacco con ugual vigore de’ Tedeschi e Lombardi
-nell’assaltare la città, e degli Andriesi nel difenderla. Avevano
-i primi rivolti i loro sforzi contro quella porta della città che
-porta il nome di _porta del castello_, perchè era quello il punto più
-debole di essa. Gli Andriesi nondimeno facendo sforzi straordinarj
-coraggiosamente gli respingevano a colpi di balestre. In questo
-mentre surse un subuglio fra il detto Giannotto e suoi seguaci, e
-’l Comandante _Malospirito_, poichè i primi lo chiamavano traditore,
-ed intelligente dell’aggressione che la città stava soffrendo, e ’l
-secondo uscì dal castello per respingere tale ingiuria, e malmenare il
-detto Giannotto. Essendosi però gli animi soverchiamente riscaldati da
-ambe le parti, si vide il Comandante suddetto obbligato a ritirarsi
-nel castello per salvare la sua vita. I soldati della guarnigione
-irritati dal vedere maltrattato a tal modo il loro Capo cominciarono
-a tirare dalla sommità del castello colle balestre e coi sassi contro
-i cittadini che difendevano la porta suddetta; il che gli costrinse
-ad abbandonarne la difesa. Cessata quindi la resistenza, i Tedeschi
-ed i Lombardi entrarono nella città, e vi commisero tanti eccessi che
-rifugge l’animo dal commemorargli.
-
-Cotesto racconto che ci viene da uno Scrittore, il quale si trovò in
-mezzo a tali avvenimenti, porta a conchiudere che la città di Andria
-soffrì quel lagrimevole disastro per la ostinazione de’ suoi popolari
-non suscettiva di veruna scusa, poichè il negare i viveri a chi
-vuol pagargli è cosa inumana, ed il negargli ad un esercito che può
-prendersegli colla punta della spada pecca della massima imprudenza, e
-cecità. Cosa dunque il Conte di Ruvo avrebbe potuto contare su di una
-popolazione di un carattere così duro ed ostinato, la quale nell’anno
-1799 era mossa anche dalla forza del sentimento, e di una decisa
-avversione per i Francesi?
-
-[266] Dicono gli Andriesi che in quella fazione caddero estinti duemila
-e cinquecento nemici. Pecca ciò di una esagerazione più che soverchia,
-e molto poco considerata. Troppo ci vuole per poter perire tanta gente
-in un conflitto di sola fucileria, senza l’artiglieria e senza venirsi
-alla bajonetta! D’altronde la colonna spedita nelle Puglie fu appena
-di tremila uomini. Sarebbe rimasta questa distrutta se avesse perduti
-in Andria duemila e cinquecento soldati ed uffiziali, poichè al numero
-de’ morti bisogna aggiugnere anche quello de’ feriti. Il fatto però
-sta in contrario, poichè dopo l’affare di Andria la stessa colonna
-proseguì le sue operazioni guerresche con avere espugnata la città
-di Trani, sommessa Moffetta ch’era anche sollevata, occupata Bari,
-saccheggiate ed incendiate Carbonara, e Ceglia (l’antica Celia) che le
-opposero resistenza. Sarebbe anche andata più oltre verso la Provincia
-di Lecce, se non fosse stata richiamata in Napoli per le circostanze
-che in seguito sarò a dire. Tolte di mezzo dunque l’esagerazioni che
-mal converrebbero alla Storia, l’attacco di Andria costò ai Francesi
-la perdita tutto al più di qualche centinajo di uomini, giacchè a
-niuno poteva esser facile conoscere il numero preciso degli estinti, i
-quali si fecero subito disparire giusta lo stile ch’essi serbavano di
-bruciare i cadaveri.
-
-[267] Nello stesso Palagio Ducale andarono a ricoverarsi le povere
-Monache cacciate dal Chiostro dalla licenza militare. Il Conte di
-Ruvo ne prese tutta la cura, e nel partire da Andria le affidò al suo
-Agente perchè le avesse restituite al loro Monistero come fu da costui
-eseguito col massimo e laudabile zelo.
-
-[268] Di questa verità di fatto ne sono testimone io medesimo. Pochi
-giorni dopo l’eccidio di Trani mi recai ivi per visitare alcune
-famiglie amiche. Avendo avuta la curiosità di osservare i luoghi ove
-si era combattuto, mi assicurai che le muraglie niun danno avevano
-sofferto dall’artiglieria nemica e stavano in ottimo stato. Ma le
-baracche di tavola formate al di sopra di esse per i corpi di guardia
-della gente che le custodiva e le difendeva erano tutte traforate
-dalle palle della fucileria degli assedianti entrate per i vani delle
-cannoniere.
-
-[269] Per mero equivoco nel detto capo VI ho detto di esser questi _PP.
-Riformati_. Son essi però _Minori Osservanti_.
-
-[270] La gran quantità delle pietre che la natura ha messe in que’
-luoghi obbliga i proprietarj de’ terreni a spurgargli di esse per
-poterne migliorare la coltura. Cotesta operazione che col linguaggio
-del luogo si chiama _scatenare_ è per se stessa utilissima. Non è però
-tollerabile che le pietre che vengono estratte siano gittate sulle
-strade pubbliche rendendole positivamente impraticabili. Possono le
-pietre suddette rimanere benissimo esaurite col circondarsi i fondi
-stessi donde vengono estratte di parieti a secco più alti e più forti
-del solito che si pratica in quella Provincia. Sarebbe ciò anche
-conducente a meglio custodirgli e garantirgli dai danni che possono
-ricevere dagli uomini e dagli animali che passano. Un pariete più
-avanzato non costa che poche grana di più la canna. È cosa però indegna
-vergognosa e molto riprensibile che per farsi il misero risparmio
-di poche grana la canna si abbia la temerità e la indiscrezione di
-gittar le pietre esuberanti in mezzo alle pubbliche strade! Ed è
-anche più scandaloso che siano questi eccessi tollerati e guardati con
-indifferenza dalle Autorità municipali!
-
-[271] _Livii Histor. lib. XVI cap. 29._
-
-[272] _Tacitus Histor. lib. II._
-
-[273] _Cicero Orator. cap. XXIV._
-
-[274] _Mazochii Commentaria in Tabulas Heracleenses Diatriba II
-Section. VI §. I pag. 85._
-
-[275] _Mazochius libro supra citato Diatriba I De Magna Græcia cap. V
-§. 2 pag. 24._
-
-[276] _Census et monumenta publica potiora testibus esse Senatus
-censuit. L. 10 ff. de Probationibus._
-
-[277] _Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato,
-qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque
-Sempronius et alii, Græcos affirmant profectos ex Achaja multis ante
-Trojanum bellum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione
-Græca, quave urbe migraverint, ac ne tempus quidem, aut Ducem Coloniæ,
-aut quo casu patrias sedes reliquerint._
-
-[278] _Hunc numulum adhuc singularem, edito jam meo rubastinorum
-numorum catalogo, dono dedit _cl. Ioanni Iatta_ egregius rubastinus
-medicus, et studiosus antiquitatum cultor_ Vitus Tambone.
-
-[279] Millingen _supplém. aux considérat. sur la numismatique de l’anc.
-Italie pl. II f. 5_, Eckhel _sylloge pag. 84 tab. 8 f. 3_.
-
-[280] Avellinii _Ital. vet. num. I. I p. 60 n. 40 et p. 87, et suppl.
-p. 31_, Milling. _l. c. f. 6 et anc. coins p. 11 tab. 1 f. 13_.
-
-[281] Eckh. _l. c._ Avell. _l. c. tom. II p. 17 n. 158_.
-
-[282] _A Tarentinis, auxilia adversus Bruttios deprecantibus,
-sollicitatus._ Iustin. _lib. XII c. 2. Confer quoque_ Strabonis _lib.
-VI pag. 280 Casaub._, Livium _lib. VIII cap. 17 et 24_, Gellium _noct.
-attic. lib. XVII cap. 21_, Aristotel. δικαιὠματα πολέων _apud_ Ammonium
-_in_ νῆες. _Vide_ Niebuhrii _histor. rom. gallicae versionis tom. III
-pag. 144 seqq. edit. Bruxell._
-
-[283] Milling. _anc. coins p. 11 seq._
-
-[284] _Saturn. lib. I c. 23._
-
-[285] Eck. _doctr. tom. V p. 348_, Emeric-David _Jupiter t. II p. 376
-seq._, Creuzer _Symbolik tom. III p. 149, 3. edit._
-
-[286] Gell. _noct. att. lib. V c._ 12, Eck. _doctr. tom. V p._ 219.
-
-[287] _Edidi primus suppl. ad Ital. vet. num. p. 46 emendate: nam
-perperam_ Hunterus _Agrigentinis tribuit: dedit iterum_ Milling. _anc.
-coins p._ 12, _tab._ 1 _f._ 18 _seq_.
-
-[288] _Lib. VIII c._ 24.
-
-[289] _Acad. des inscr. et bell. l. tom. XII p._ 350 seq. _Aliter tamen
-expeditionis et mortis Alexandri annos statuit_ Frölichius _reg. vet.
-num. p._ 33.
-
-[290] _Osservazioni sopra talune monete pag._ 20.
-
-[291] _L. c. p._ 62 _seq_.
-
-[292] _Bullet. arch. napol. anno II p._ 117.
-
-[293] Plauti _Rud. act. III sc. 5 v. 42 seq. Lepidum quoque de duplice
-Hercule confer_ Luciani _mortuor. dial. 16_.
-
-[294] _De Dasio Altinio Arpano vide_ Liv. _lib. XXIV cap. 45_, Sil.
-Ital. _lib. XIII v. 32 seqq., de Dasio et Blasio salapinis eumdem_
-Livium _lib. XXVI c. 38_, Appian. _bell. annib. cap. 45 et 47, et_
-Valerium Maximum _lib. III cap. 8. Denique et Dasius Brundusinus, qui
-Annibali Clastidium vicum prodidit, memoratur eidem_ Livio _lib. XXI
-cap. 48. Vide quae scripsimus Ital. vet. num. tom. I pag. 48 et 55._
-
-[295] _Lib. XII c_. 2.
-
-[296] _Schidone._
-
-[297] _Giovanni Antonio Goffredo Ragguaglio dell’assedio dell’Armata
-Francese nella città di Salerno. Edizione di Napoli dell’anno 1649 pag.
-26_.
-
-[298] Si deve quì leggere piuttosto _fuit_, non _fecit_.
-
-[299]
-
- _Si decus Italiæ, si nostræ gloria Gentis_
- _Infixa est animo, Lector, honosque tuo,_
- _Si gesta Heroum monumento digna perenni_
- _Vera tibi præbent gaudia, siste gradum._
- _Hic tres atque decem Galli, pariterque Latini,_
- _Ob laudis stimulum, conseruere manus,_
- _Congressique pares numero, et florentibus annis,_
- _Attamen haud similes viribus, atque animo._
- _Hoc campo certatum est ferro, hic Gallica Pubes_
- _Experta est nostras in sua damna manus._
- _Prosiluere omnes in pugnam audacter utrimque,_
- _Sed non pugnatum Marte, manuque pari._
- _Virtuti Italicæ jactantia Gallica cessit,_
- _Armaque Victori tristis, equosque dedit,_
- _Captivisque ad Barulum ductis ad vespera, tota_
- _Nocte Urbs festivis plausibus obstrepuit._
- _Fama perennis erit præclaræ, et gloria pugnæ,_
- _Italia æternum quæ resonabit io._
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
-pag. a348 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.
-
-La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da
-una barra. Un ^ indica che la lettera seguente è in apice.
-
-Per comodità di consultazione l'indice dei capitoli, nell'originale
-relativo solo alla prima parte del testo, è stato trascritto e
-integrato a fine volume così da fornire un'indicazione completa.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CENNO STORICO SULL'ANTICHISSIMA
-CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA ***
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